I problemi dei partigiani

Cosa ne pensava la gente della Resistenza negli anni ’40? Vi era un certo «senso di sospetto» del tema partigiano accusati «di volersi quasi accampare come una categoria privilegiata invece di considerarsi cittadini a parità di diritti e di doveri con tutti gli altri» (p. 7). L’autore prevede che dopo 50 anni dalla pubblicazione del presente libretto, i partigiani si raduneranno «soltanto per lodare il tempo passato, deprecare il presente e commuoversi ai comuni ricordi» (p. 7). L’autore riconosce che la «battaglia per la democrazia» iniziata nell’autunno del ’43 ha posto solo delle premesse. L’autore intuisce l’importanza della “Resistenza tradita” perché «da due anni si sta svolgendo contro i partigiani la campagna più insidiosa e persistente che si possa immaginare» (p. 7). 



Durante il primo congresso nazionale dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia tenutosi a Roma dal 6 al 9 dicembre 1947 si discusse, tra l’altro, sulle rivendicazioni previdenziali dopo la seconda guerra mondiale, insistendo «nell’essere equiparati a tutti gli effetti ai militari combattenti, di essere considerati parte integrante dell’esercito italiano» (p. 9). Se da una parte la pubblica amministrazione del secondo dopoguerra, dopo l’epurazione, non brillò certo per i suoi meriti e che molti burocrati si erano dimostrati «non servitori ma padroni altezzosi» (p. 9), d’altra parte subentrarono molti opportunisti per approfittarsi delle provvidenze erogate dalla neonata Repubblica o di «un titolo valevole per i pubblici impieghi» (p. 11). Il governo di unità nazionale, dopo 3 decreti, giunse al DLL 21.08.1945 n. 518 che istituiva, presso il Ministero dell’Assistenza Post-Bellica (poi Direzione Generale dell’Assistenza Post-Bellica presso il Ministero dell’Interno), delle Commissioni Regionali finalizzate a rilasciare la qualifica di partigiano caduto, mutilato o invalido.



I tre decreti in questione sono il DLL 09.11.1944 n. 319 “Costituzione di una Commissione ed di un Ufficio per i patrioti dell’Italia liberata”, DLL 05.04.1944 n. 158 “Assistenza ai patrioti dell’Italia liberata”, DLL 21-08-1945 n. 518 “Disposizioni concernenti il riconoscimento delle qualifiche dei partigiani e l’esame delle proposte di ricompensa”. Il decreto 06.09.1946 n. 94 ha cercato di regolare il sistema di promozioni e trasferimenti nell’esercito in base alle valutazioni della Commissione di secondo grado della Presidenza del Consiglio ed in base alle decisioni del Ministero della Difesa. In effetti, se si vuole fare giustizia, si dovrebbe riconoscere l’equiparazione ai comandi ed alle organizzazioni e non solo «isolatamente» com’è stato fatto affinché  le brigate partigiane non siano una pura «convenzione verbale» e la bandiera del CVL non sia «un drappo qualsiasi» (p. 15). 



Uno dei primi provvedimenti assistenziali fu il Premio di Solidarietà Nazionale che consisteva nell’erogazione di un assegno di 1000 lire ed il pagamento delle spese di viaggio per tornare al proprio paese natale. Tale privilegio, dopo una prima fase sperimentale, fu esteso di diritto anche ai congiunti dei caduti (20 mila lire), agli invalidi (10 mila lire), agli ex combattenti (5 mila lire) ed alle vittime di rappresaglia. Anche le donne che si erano unite alle bande poterono essere equiparate all’esercito e recuperare gli arretrati «con gradi seppur provvisori» (p. 19). Coloro che, invece, avevano svolto funzioni di polizia ausiliaria dall’estate del 1943 al principio del 1946 furono assorbiti pian piano nella Polizia di Stato (decreto 06.09.1946 n. 106), mentre coloro che intendevano dimettersi avrebbero beneficiato di un trattamento economico pari a sei mensilità di stipendio (decreto 23.11.1946 n. 368, p. 22). 



Oltre all’assistenza sociale vi era quella sanitaria. Nell’immediato dopoguerra, vi era una sorta di disparità di trattamento tra gli infortunati civili di guerra che potevano beneficiare dell’assistenza fornita dal Ministero dell’Assistenza Post-Bellica (non pensionati) e dallOpera Nazionale Invalidi di Guerra (pensionati) e tra tutti gli altri, tra cui i partigiani, che «godettero dell’intervento degli Enti statali o comunali ma a titolo di assistenza e di conseguenza soltanto se in condizioni di bisogno» (p. 27). Nel 1946, dopo i fatti di Asti, furono emanati una serie di decreti che, però, avevano alimentato più illusioni che speranze. Dopo il Convegno di Firenze, l’autorità militare decretò la visita di tutti i partigiani presso gli ospedali (circolari 01-02-1947 n. 1733/ML e 6 Prot. 28/3-2 del Ministero APB), limitando i provvedimenti «alla concessione dei vari tipi di licenza (in famiglia, di cura, di convalescenza e speciale di quiescenza)» (p. 28). 



Il Ministero della Difesa, durante un’assemblea del 17 giugno 1947, stabilì che: il trasferimento degli infermi dai luoghi di degenza agli ospedali fosse a carico dell’Amministrazione Militare (AM); il rimborso delle spese di degenza fosse garantito fino alla stabilizzazione del processo morboso; il pagamento o il rimborso delle cure a domicilio fosse esteso a tutti i tipi d’infermità; «l’assunzione in forza dei partigiani infermi per tutto il periodo di degenza; il pagamento delle spese di viaggio e delle diarie ai partigiani avviati agli ospedali militari per la regolarizzazione della posizione medico-legale» (p. 29). Non fu ammesso, invece, «l’accollo all’AM dell’onere di cure per infermità contratte dai partigiani, fino a due mesi, dopo la smobilitazione» (p. 30). Alla data in cui scrive l’autore (inverno 1947), risultano circa 30 mila domande in corso di partigiani infermi in attesa di «visita collegiale presso gli Ospedali Militari» (p. 32), ad onta di una burocrazia inefficiente definita il «cimitero degli elefanti» (p. 30). 



Un altro problema spinoso fu il pagamento delle pensioni. Ad una prima richiesta di pensione come vittima civile di guerra, seguì l’equiparazione dei partigiani all’esercito, sebbene con molti ritardi nella liquidazione degli assegni, nonostante il Ministero di APB avesse stampato un documento di accertamento (modello P). «Ma le Commissioni Regionali, invitate a redigere d’urgenza il modello suddetto, rimasero invece sprovviste di fondi anche per le normali esigenze, e dovettero campare di debiti e di litigi con le Prefetture. Gli Uffici Provinciali che dovevano procedere alla raccolta di documenti di stato civile rimasero anch’essi a corto di mezzi e oberati da una serie infinita di compiti senza che ci fosse più al centro come prima un solo cervello a coordinarne i compiti e a graduarne le esigenze; non più un cervello ma cinque o sei frammenti di cervello distribuiti come le spoglie dell’APB fra tutti i Ministeri» (p. 34).



«Ma la migliore forma di assistenza è il lavoro (p. 37) e tali sono gli esperimenti compiuti in un campo ancora ristretto materialmente, ma già aperto verso il futuro. Come quei convitti-scuola che formano senza dubbio uno dei titoli di maggior merito dell’ANPI, la quale se non avesse realizzato altro che questo avrebbe già realizzato molto. Nacque il primo convitto ad Affori nel paesaggio doloroso dell’immediato dopoguerra (luglio ’45), quando ancora non era stato preso per i partigiani alcun provvedimento organico e concreto, per iniziativa d’una brigata garibaldina. Si diffusero poi convitti per tutti l’Italia del Nord, aprendo le porte non solo ai partigiani, ma ai reduci e a tutte le vittime della guerra, da Torino a Bologna, da San Remo a Roma, da Genova a Cremona (…) allievi meccanici, edili, agrari e delle più varie specializzazioni del lavoro vi han compiuto e vi stan compiendo il primo esperimento della nuova scuola in Italia, tutta basata sulla coscienza e sull’emulazione, a ritmo rapido, con risultati d’eccezione» (pp. 38-39). 

 

Citazioni tratte da Primo Congresso della Resistenza, I problemi dei partigiani, a cura dell’Ufficio assistenza e dell’Ufficio stampa dell’ANPI, Roma, Luzzatti, 1947.


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