Salmo 15/16 Mi indicherai il sentiero della vita

 

Nella serie precedente (Salmi 3-14) il poeta ha percorso un cammino nella notte oscura della sofferenza e della miseria: dal Salmo 3 non è più Davide a recitare i salmi ma la comunità di proseliti e devoti che, pur in difficoltà, si sente rassicurata da Dio che potrà restaurare l’ordine mondiale della giustizia. In realtà l’attribuzione a Davide è pseudoepigrafica e la composizione del salmo va posticipata di alcuni secoli. In questa nuova serie che inizia (Salmi 15-24) il poeta continua il cammino tracciato dalla parola del Signore ma con un livello maggiore di impegno: questa unità si presenta strutturata come una piramide a gradoni alla cui base c’è una liturgia di ingresso, mentre sulla sommità un salmo di lode; il nuovo tempio (quello non fatto da mani d’uomo) è costituito dall’intimità col Signore (v. 9).

La- Fa Re- C+A. Mi indicherai il sentiero della vita, La- mi indicherai il sentiero della vita: Mi gioia piena nella tua presenza, Re- Mi dolcezza senza fine alla tua destra.

La- Fa Re- La C. Proteggimi, o Dio: in Te mi rifugio. Fa Re- La- Ho detto a Dio: “Sei Tu il mio Signore, Mi senza di Te, non ho alcun bene”.

L’orante non tiene per sè questa scoperta (l’intimità con Dio), ma la partecipa ai fratelli per nutrirsi reciprocamente di spirito. Non istiga all’odio per gli empi e non li esclude dalla volontà salvifica: saranno essi stessi ad estinguersi con i loro crimini, le ideologie, lo pseudoculto degli idoli pagani. Il poeta sa che percorrendo giorno dopo giorno “il sentiero della vita”, giungerà all’eterna dolcezza del paradiso. La Chiesa ha riconosciuto Gesù Cristo in colui che nella gloria è alla destra del Padre.

La- Fa Re- C+A. Mi indicherai il sentiero della vita, La- mi indicherai il sentiero della vita: Mi gioia piena nella tua presenza, Re- Mi dolcezza senza fine alla tua destra.

La- Fa C. Il Signore è mia parte di eredità e mio calice: Re- La- nelle tue mani è la mia vita. La- Fa Per me la sorte è caduta su luoghi deliziosi, Re- Mi la mia eredità è magnifica. La- Fa Benedico il Signore che mi ha dato consiglio; Re- anche di notte il mio cuore istruisce. Mi Io pongo sempre innanzi a me il Signore, Re- Mi sta alla mia destra, non posso vacillare.

L’assegnazione della terra promessa ai clan di Israele (v. 6), ora è compromessa dai profanatori del Tempio, ma il poeta riesce a rassicurarsi un posto alla presenza del Signore (shekinah), che gli dà pace e letizia. La destra, nella cultura giudaica, era simbolo di forza.

La- Fa Re- C+A. Mi indicherai il sentiero della vita, La- mi indicherai il sentiero della vita: Mi gioia piena nella tua presenza, Re- Mi dolcezza senza fine alla tua destra.

La- Fa Re- La- C. Di questo gioisce il mio cuore, esulta la mia anima: Mi anche il mio corpo riposa al sicuro, Re- Mi perché non abbandonerai la mia vita nel sepolcro, Re- Mi nè lascerai che il tuo Santo veda la corruzione, Re- Mi la corruzione.

Gli ultimi versi sono di carattere escatologico. Il primo ebraismo non aveva una chiara dottrina dell’aldilà e solo nel giudaismo alcune scuole (i farisei) giunsero a considerare la resurrezione dei corpi. Un’ultima considerazione riguarda il termine “miktam” che appare all’inizio del testo ebraico. Secondo Mario Galizzi il probabile significato è “melodramma”:

«si vede che cantandolo o ballandolo si doveva gesticolare in modo da indicare precisi fatti (che) stanno ad indicare come il modo più naturale per pregare i salmi è di cantarli, di battere le mani (Salmo 47,2), di danzare (Salmo 87,7) di dar fiato allo shofar (Salmo 98,6) di percuotere il tamburo (Salmo 81,3). La preghiera dei salmi esige che tutto il nostro essere con tutte le sue capacità espressive si elevi verso Dio. Nel secolo XV gli “auto sacramentali” di Lope de Vega (1562-1635) e Calderon de la Barca (1600-1681) furono mezzi efficacissimi nell’annuncio delle verità cristiane. Anche i salmi sono portatori di verità».

E ancora:

«Un’altra produzione abbondantissima del seicento erano i drammi sacri. La vita di quel tempo consisteva in pochissime cose. Basta leggere le numerose cronache che descrivono giorno per giorno una di queste poche cose che erano le pompe e le feste religiose. Fortunatamente non è nel mio modo fare la descrizione di quegli Apparati, del San Giovanni e del Corpus Domini. E neanche per lo più dei teatri che si facevano nelle chiese, specialmente in quelle dei gesuiti. Scelgo una sola notizia: Domenica 21 febbraio 1664 fu fatto il teatro nella chiesa del Gesù Nuovo per le 40 ore di questi tre giorni ultimi di carnevale, senza limiti di cura, ma tutti d’olio e fu la prima volta che detti Padri lo fecero in questo modo, all’uso delle loro chiese di Roma, e riuscì benissimo. Il mistero fu la sommersione del Faraone nel Mar Rosso; il dì seguente ci fu il Vicerè e la sua consorte. Ma a Napoli a somiglianza delle auto sacramentales della festa del Corpus Domini in Ispagna, per le vie si formavano teatri ed altari, si recitavano drammi, si cantavano dialoghetti spirituali. Di questi ultimi ho sott’occhio vari manoscritti del Padre Glielmo. Così la “Concettione della Beata Vergine” rappresentato in uno degli altari di Palazzo l’anno 1642. In questo Maria comincia coll’adorare in mente sua la Vergine che sarà Madre del Verbo. Un coro di Angeli e Gabriele le annunziano che Vergine sarà Lei. Come mai? E l’Angelo le risponde brevemente. Poi Maria ripiglia il discorso e poi ancora viene il coro. E ancora del Giuseppe Castaldo la pia contesa nel solennizzar la festa degli 8 nuovi santi e beati dell’ordine di san Domenico nell’altare eretto a loro onore dal tribunale della Regia Camera nella città di Napoli a 2 febbraio 1673. Nella Congregazione dei Mercanti c’hera nel Gesù Nuovo si facevano spesso grandi feste musicali come del poeta Giuseppe Castaldo, del Padre Giacinto Antonio Lubrano, del veneziano don Cristofaro allievo del Ziani (…) Il 7 agosto 1670 si festeggiò in pompa magna la festa del Beato Gaetano da Thiene. Si fecero dei teatri di fronte la chiesa, due altri al seggio di Montagna e in altri luoghi della città. In quello dinanzi la chiesa si recitarono commedie spirituali. E il Bulifon parlando per la processione della Madonna degli Angeli a Pizzofalcone scrive: “si fecero luminarie per tutta la città, come si faceva prima della peste in qua, che si facevano feste sontuosissime con commedie spirituali recitate per le strade sopra diversi teatri, particolarmente ov’era la figura di qualche beato”. I drammi sacri lasciata la forma dell’ingenua rappresentazione, lasciata da poco quella della tragedia classica, erano divenuti imitazione delle celebri “comedias de santos” della letteratura spagnuola. Strane esposizioni drammatiche, divise in tre giornate, della vita del santo, nella quale pigliavano parte angeli e demoni e figure allegoriche come l’Amor Divino, l’Amor Profano, la Purità, la Lussuria e personaggi cittadineschi e i soli graciosos spagnuoli mutati nei soliti napoletani. Varie tentazioni, varie vittorie, qualche miracolo, il trionfo finale ne erano il tessuto. Si leggano S.Pasquale Batlon, il San Gregorio Taumaturgo, il san Romualdo, il san Vito, la santa Maria Maddalena de’ Pazzi, la santa Elena Romita, la Taide Alessandrina, il san Giovanni Battista, il san Pietro d’Alcantara, il sant’Eustachio, la santa Teodora ecc ecc. Gli autori più famosi erano in Napoli il Sorrentino, il De Castro e il Castaldo e un secondo Zaccone, domenicano e il Gizzio e poi Andrea Perrucci e tanti altri. Molti drammi ebbero poi anche una redazione musicale. I collegi, i conservatori, le società di dilettanti, la gente pia, talvolta i comici di mestiere ne erano gli esecutori. Così nel 1664 al 6 novembre innanzi al vicerè cardinal D’Aragona, gli alunni del Conservatorio di Loreto rappresentarono il martirio di san Gennaro. L’8 febbraio 1665 alcuni virtuosi napoletani recitarono innanzi al vicerè la seconda parte della Santa Olimpia. E il 21 dicembre a Palazzo pel compleanno della Regina Marianna, dai comici italiani, la Conversione di Pietro Bailardo famoso mago. Nel 1668 si stampava l’ “Amor trionfante”, rappresentazione savra della vita e morte della B.Maria Maddalena de’ Pazzi carmelitana del padre Francesco Gizzio dell’Oratorio; dalla cui prefazione si rileva che fu rappresentata in diverse volte nel chiostro di Sant’Agnello e ultimamente per sola mia devozione, dentro la chiesa del Venerabile Convneto di Santa Maria alla Vita. Nel 1671 il sabato 13 giugno festa di S.Antonio da Padova fu rappresentata un’opera spirituale della vita di S.Rosa Domenicana indiana. L’autore era il secondo Francesco Zaccone che la concertò ad alcuni giovanetti. Vi concorse molta nobiltà. Ci furono balli, intermedii; ma il Cardinale non volse dare il permesso che si facessero li giochi. E gli alunni di sant’Onofrio recitarono “Il ritorno di Onofrio in patria” dramma di Tommaso Valuta dedicato a Gaspare Roomer. Nel 1672 a santa Maria di Loreto il 20 novembre si rappresentò in musica “La fenice d’Avila Teresa di Gesù” composta da don Giuseppe Castaldo e v’intervenne il vicerè il quale l’intese con gusto particolare e alle 6 ore di notte fu riaccompagnato in casa con canti e balli dai capitani delle ottine e dagli alunni del Conservatorio. Fu poi ripetuta due volte a Palazzo Reale. Nel 1679 il 28 ottobre a S.Maria di Loreto la Vita di S.Rosa in musica del Castaldo e ripetuto il 16 e 26 novembre. Il 29 ottobre nel Collegio dei Nobili dei Padri Gesuiti gli alunni recitarono una grandiosa opera che fu poi ripetuta da sole dame. La Santa Rosa scritta dal Zaccone s’è conservata in un manoscritto della Biblioteca di san Martino. Oltre quei del Prologo, i personaggi sono Gesù, S.Rosa, Gaspare padre e Luigi fratello di lei, la Povertà di Spirito, la Ricchezza, l’Inquetudine, la Cupidigia, due Demoni, il capitan Fiaccamondi, Lelio innamorato di Rosa, Scatolino e Froncillo napolitani che fanno i buffoni. (…) Questo per dare un’idea di ciò che contenevano quei drammi. Tali miracoli produssero l’arguzia seicentesca applicata ad ogni manifestazione del pensiero! Per uno strano sconvolgimento estetico, pareva di raggiungere così la massima efficacia d’espressione! (…) Il popolo checchè se ne dica ama l’esagerato e il materiale. E quei santi, quegli angeli, quei demoni, si capiscono tanto facilmente e parlano poi a senso loro tanto bene! Anche ora i teatri secondarii rappresentano di tanto in tanto il Grand’Apostolo san Vincenzo Ferreri o il san Francesco di Sales e che so io. Ma uno spettacolo schietto seicentesco chi voglia vederlo è il vero lume tra le ombre ossia la nascita del Verbo Umanato che si da ogni anno la notte di Natale alla Fenice, al S.Ferdinando, al Mercadante, al Partenope. Ahimè! Quanto decaduto dai primi onori! Una volta che ci fui qualche anno fa i palchetti del teatri erano pieni di curiosi venuti a osservare il grottesco spettacolo popolare e di giovinotti o giovinastri che facevano il chiasso. Tra gli urli, le apostrofi, le risate, cominciò e continuò la rappresentazione. Ma nell’attenzione intensa degli spettatori dalla piccionaia o dell’ultime file della platea, nei loro sforzi per ottenere il silenzio, era la protesta di una fantasia e di un sentimento, conservati puri da ogni contatto e modificazione, dal seicento in poi. Era l’anima della plebe napoletana che assisteva a spettacoli come quelli con il più vivo interesse, ora colle lagrime agli occhi, ora abbandonata ad un riso ingenuo e innocente!» (Benedetto Croce, I teatri di Napoli, secoli XV-XVIII, 1891, Napoli, Pierro, pp. 152-159).

Fonti

Note di pastorale giovanile

Alonso Shockel L., Carniti C., I salmi, Borla, Milano, 1993.
Ravasi G., I salmi vol. 2, Edb, Brescia, 1984.
Resuscitò. Canti per le comunità neocatecumenali, Fondazione Famiglia di Nazareth, Roma, 2017.
Zani L., I salmi. Preghiera per vivere, Ancora, Milano, 2003.

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