Il Regno delle Due Sicilie e le potenze europee

Eugenio Di Rienzo, Il Regno delle Due Sicilie e le potenze europee, Rubettino, Soveria Mannelli, 2012. Recensione


Questo volume è una versione molto ampliata della relazione (Il Mezzogiorno nella diplomazia europea: 1848-1860) dal prof Di Rienzo tenuta al Convegno di studi, “Mezzogiorno, Risorgimento e Unità d’Italia”, organizzato dall’Accademia Nazionale dei Lincei e dall’Istituto dell’Enciclopedia Italiana in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, svoltosi a Roma nelle giornate del 18,19, 20 maggio 2011 (p. 13).

Uno degli argomenti fondamentali per capire l’intera vicenda è quello degli interessi inglesi che dimostra il loro coinvolgimento nell’impresa dei Mille:


“grazie al protettorato politico-militare instaurato da William Bentick in Sicilia (D.Gregory, Sicily: the insecure base. A history of thè British occupation of Sicily, 1806-1815, Fairleigh Dickinson University Press, Rutherford-London 1988, pp. 88 ss.; J. Rosselli, Lord William Bentinck e l’occupazione britannica in Sicilia, 1811-1814, Sellerio, Palermo 2002. Sul punto, si veda anche G. Volpe, Come gli stranieri hanno sempre liberato l’ltalia. Allora nel 1814 e poi nel 1943, in «Rivolta Ideale», 8 maggio 1947, pp. 1-2, ora ripubblicato in appendice al mio Gioacchino Volpe, Lord Bentinck, Churchill e la Sicilia, in «Nuova Rivista Storica», 93,2009,3, pp. 925-936. Ricordiamo che la strategia mediterranea britannica portò nel 1806 all’occupazione dell’isola di Capri e la sua trasformazione nella «Piccola Gibilterra di Napoli». Sul punto, rimandiamo a F. Barra, Capri “inglese” e napoleonica da Hudson Lowe a Murat, 1806-1815, Terebinto, Avellino 2011), poi destinata a irrobustirsi nei decenni seguenti grazie all’attività delle grandi dinastie commerciali dei Woodhouse, degli Ingham, dei Whitaker e di altri (A. Bertolino, L’attività degli stabilimenti inglesi di Marsala durante il Risorgimento, in «Rassegna Storica del Risorgimento», 27,1940, 4, pp. 762-765; L.D. Neu, An English Businessman in Sicily, 1806-1861, in «The Business History Review», 31,1957, 4, pp. 355-374; f. Rigamonti, By chance or deliberate effort. Gli investimenti statunitensi di Benjamin Ingham e della sua ditta. 1840-50, in Studi storici dedicati a Orazio Cancila, a. Giuffrida, F. D’avenia, D. Palermo, Punto Grafica Mediterranea, Palermo 2011, 4 voli., IV, pp. 1369-1400)”. p. 28

E ancora:
“Molto indicativa, a questo riguardo era la presa di posizione dello stesso Castlereagh che, il 21 giugno 1821, alla Camera dei Comuni, pur respingendo la protesta di Bentinck sul mancato invio d’un corpo di spedizione britannico per appoggiare il moto separatista promosso dal governo provvisorio di Palermo (Sulla rivoluzione siciliana del 1820-1821 e sulla sua repressione, si veda G. Galasso, II Regno di Napoli, v. Il Mezzogiorno borbonico e risorgimentale 1815-1860, cit., pp. 184 ss. e pp. 234 ss.), aveva confermato, in ogni caso, che il dominio diretto o indiretto della Sicilia costituiva, ora come nel passato, un «indispensabile punto d’appoggio» per rendere possibile il controllo dell’Inghilterra sull’Europa meridionale e l’Africa settentrionale (Hansard’s Parliamentary Debates, Woodfall and Son, London 1821, Second Series, IX, coll. 1240-1247)”. pp. 28-29

E ancora:
“Come, infatti, avrebbe sostenuto Giovanni Aceto, nel volume del 1827, De la Sicile et de ses rapports avec l’Angleterre, «quest’isola non rappresenta per l’Inghilterra soltanto un importante avamposto strategico, da preservare, ad ogni costo, da una possibile occupazione della Francia che la minaccia dalle sue coste, ma costituisce anche il centro di tutte le operazioni militari e politiche che il Regno Unito intende intraprendere nell’Italia e nel Mediterraneo» (G. Aceto, De la Sicile et de ses rapports avec lAngleterre à l epoque de la Constitution de 1812, ou Mémoires historiques sur les principaux événemens de ce h’inps, par un membro de dijjerens Parlemens de Sicile, Ponthieu, Paris 1827, p. 103)”. p. 29

Una delle occasioni per gli inglesi per dimostrare la propria potenza fu l’incidente dell’isola Ferdinandea:


“Un lembo di terra di circa 4 chilometri quadrati e 60 metri d’altezza che, sorta dalle onde tra Sciacca e Pantelleria, alla fine del giugno 1831, venne annessa ai dominions inglesi, il 24 agosto, da un piccolo distaccamento di fanti di marina sbarcati dalla corvetta Rapid proveniente da Malta, condotta dal tenente ili vascello Charles Henry Swinburne, prima di inabissarsi nuovamente nei marosi nel dicembre successivo (Il possesso dell’isolotto, che intanto aveva provocato anche le brame della Francia, fu ufficialmente rivendicato dal governo napoletano, nell’ottobre del 1831, con una memoria indirizzata ai gabinetti di Londra e Parigi con la quale si ricordava che, a norma del diritto internazionale, la terra emersa, situata nelle acque territoriali delle Due Sicilie, apparteneva al Regno Borbonico. Sul punto si veda S.Mazzarella, Dell’isola Ferdinandea e di altre cose, Sellerio, Palermo, 1984; F.D’Arpa, L’isola che ne ne andò, Mursia, Milano, 2001)”. p. 29

Lo zolfo siciliano serviva agli inglesi per produrre polvere da sparo. Poi si presentò la questione egiziana:


“La conclusione della Sulphur War aveva palesato, senza margini di dubbio, lo stato di quasi sovranità limitata in cui il Regno borbonico doveva essere condannato a orbitare secondo i progetti delle Potenze europee e soprattutto della «perfida Albione» (Su questa espressione, che risale al tardo Medioevo, si veda M. D.Schmidt, The Idea and Slogan of “Perfidious Albion”, in «Journal of thè History of Ideas», 14, 1953, pp. 604-616). Napoli, infatti, a differenza del Regno di Sardegna, che fu fatto oggetto delle pressanti attenzioni di Palmerston (N.Bianchi, Storia documentata della diplomazia europea in Italia dall’anno 1814 all’anno 1861, cit., iv. 2, pp. 153 ss. e pp. 360 ss.), rimase estranea agli sviluppi e alla conclusione della cosiddetta «questione egiziana» (l’indipendenza dell’Egitto dai Turchi) e preferì parteggiare apertamente per la Monarchia di Luglio nell’intento di contenere, a un tempo, un maggiore accrescimento della supremazia austriaca nella Penisola e di quella inglese nel Mediterraneo (Le relazioni diplomatiche fra la Francia e il Regno delle Due Sicilie. Seconda serie 1810-1848. 11. 6 gennaio 1836 – 3 dicembre 1840, in “A.Saitta, istituto storico italiano per l’età moderna e contemporanea, Roma, 1973, pp. 304-305; 305-309). In quella congiuntura, Ferdinando II si preparò, addirittura, a difendere la Sicilia contro una ritorsione britannica causata dalla sua politica non ostile alla Francia. Durante questa crisi Parigi, schieratasi a sostegno delle pretese del Pascià del Cairo, Muhammad Alì, di annettersi la Siria e di iniziare in questo modo una vera e propria aggressione diretta contro l’Impero Ottomano a favore del quale Londra aveva schierato i nemici giurati della Francia (Austria, Prussia e Russia)”. p. 37

L’Inghilterra sffuttò la strategia del deterrente:


“Il trattamento riservato a Poerio è stato per alcuni anni l’oggetto di una violenta disputa tra i Governi liberali inglesi e quello delle Due Sicilie. In questo modo Palmerston e Gladstone hanno commesso l’errore di mettere in discussione i diritti sovrani di uno Stato dispotico senza considerare che, anche un regime assoluto possedeva le identiche prerogative di una Repubblica o della stessa Inghilterra di difendersi contro gli avversari che lo volevano rovesciare con la violenza. (…) Gli oppositori politici erano spesso detenuti per anni in attesa del processo e questo fu, appunto, il destino di Poerio. Ma le torture alle quali Poerio, si dice, sia stato sottoposto, furono, a mio parere, inventate di sana pianta. Nessun individuo, trattato in maniera tanto disumana, avrebbe potuto ristabilirsi così rapidamente in soli tre mesi e apparirmi in così florida salute, come Poerio che, quando mi fu presentato, nel 1859, alla Camera dei Lords dal conte di Shaftesbury, venne da me scambiato per un giovane Pari reduce da una salubre villeggiatura. (…) Ma i tempi della Regina Elisabetta erano, allora, tornati in Italia. Il Regno Unito si sentiva autorizzato a servirsi della spada e dell’intuito del grande bucaniere Garibaldi contro i suoi nemici, come nel passato aveva utilizzato Drake e Raleigh che gli Spagnoli giustamente chiamarono pirati.
I francesi hanno coniato una parola per questa politica assolutamente non ortodossa, chiamandola “opportunismo” (Memoirs of an ex-Minister, An autobiography by Right Honourable Earl of Malmesbury, Longmans, London, 1884, 2 voll, II, pp. 132-133), gli inglesi la chiamano “gunboat diplomacy” (Di Rienzo p. 10) o “strategia del deterrente”. Poerio fu rilasciato nel marzo del 1859, dopo 10 anni di detenzione, essendo stata la sua pena commutata in esilio in America Settentrionale. Durante la navigazione, Poerio e gli altri uomini di Sialo corruppero il capitano della nave, inducendolo a sbarcarli in Irlanda, ih dove più lardi raggiunsero il Piemonte. Sul punto si veda F. Curato, Il Regno Delle Due Sicilie nella politati evieni europea, cit., p. 176)”. p. 97

Per evitare l’isolamento internazionale il Regno delle Due Sicilie si avvicinò alla Russia zarista:


“Fu sempre grazie all’intervento del Foreign Office sulle Tuileries (il palazzo reale francese) che fu possibile sventare il disegno di San Pietroburgo di approfittare della crisi in atto (Seconda guerra d’indipendenza) per ottenere da Napoli il permesso di impiantare una stazione di rifornimento nel porto di Brindisi in grado di approvvigionare di carbone le imbarcazioni della marina zarista. Permesso che, una volta accordato, sia pure a titolo temporaneo, avrebbe sottratto all’Inghilterra il dominio sull’ingresso dell’Adriatico e, di conseguenza, avrebbe comportato l’adesione del Regno borbonico all’intesa francorussa (Memoirs of an ex-Minister. An autobiography by the right honourable earl of Malmestbury, Longmans Green and Co., London 1884, 2 voll., II, pp. 147-148). Fu, infine, ancora in virtù della ferma opposizione di Londra che venne rapidamente bloccata la manovra messa in opera da Cavour, tra il 24 marzo e il 17 aprile, finalizzata a stabilire un clima di distensione tra la Corte di Caserta e quella di Torino, in vista della stipula di una vera e propria alleanza contro l’Austria (Si veda rispettivamente Memoirs of an ex-Minister, II, pp. 169-171; Il carteggio Cavour-Nigra dal 1858 al 1861, a cura della R. Commissione editrice, Zanichelli, Bologna 19612, 4 voll., II, pp. 188 e 201)”. p. 103

Da Ferdinando II a Francesco II:


A giudizio del ministro spagnolo Salvador Bermùdez de Castro, Ferdinando II fu «solo, senza Camere, senza consiglieri, del tutto refrattario a far partecipi delle proprie decisioni i suoi ministri, era stato il braccio e la mente dello Stato, aveva conservato la pace per 29 anni, ripreso la Sicilia senza invocare l’aiuto straniero, risanato il Tesoro e creato un forte esercito e un’eccellente armata di mare» succedeva l’appena ventitreenne Francesco II (F.Curato, Il Regno delle Due Sicilie nella politica estera europea, Palermo, Lombardi, 1989, p. 194). Un giovane principe, condizionato dagli intrighi della Corte, esposto alla devastante influenza dell’arci-reazionaria matrigna, Maria Teresa Isabella d’Asburgo-Teschen. p. 109

La mozione Elcho:


“In questo clima si sviluppava un infuocato dibattito nella Camera dei Comuni inglese dove il 12 luglio e l’8 agosto 1859, l’opposizione, sposando le tesi contenute nella mozione presentata da un dissidente whig, Francis Richard Charteris (Lord Elcho), aveva già accusato il governo in carica di aver favorito Parigi e Torino nella fase finale del recente conflitto contro l’impero asburgico, abbandonando la stretta neutralità del ministero Malmesbury, e di volere operare ora per arrivare al «dismemberment of the Two Sicilies» secondo l’antico progetto di Palmerston” (Hansards Parliamentary Debates, Woodfall and Son, London 1859, Third Series, ci.iv, coll. 1052 .ss). p. 134

Intanto si rafforzava l’intesa tra Londra e Torino:


“Nella seduta del 2 marzo, il ministro degli Esteri britannico dichiarava che proprio la crescente aggressività della politica estera bonapartista rendeva indispensabile un avvicinamento di Londra al Piemonte che doveva essere considerato, da quel momento, come un necessario contrappeso all’aumento di potenza del Secondo Impero poiché «la creazione di uno Stato nel nord e nell’Italia centrale, con una popolazione di 9.000.000 abitanti, e forse più di 11.000.000 or 12.000.000, è una possibilità per il peggioramento della Francia, che invece di avere uno Staterello al di là delle Alpi, vorrebbe avere un considerevole alleato» (Hansard’s Parliamentary Debates, cit., coll. 2143-2147. Sui progressi dell’intesa anglo-piemontese, a partire dall’inizio del 1860, si veda Italia e Inghilterra durante il Risorgimento, cit., pp. 152 ss; D.Beales, Gladstone on the Italian question. January 1860, in “Rassegna storica del Risorgimento, 421, 1954, 2, pp. 96-104; Id., England and Italy, 1859-70: the making of a Liberal?, Nelson, London, 1961, p. 488ss). p. 136

I fatti di Marsala in nuce:


“Di lì a una settimana, il comandante in seconda della British Mediterranean Fleet, George Rodney Mundy, riceveva lordine di incrociare al largo delle coste orientali della Sicilia, effettuando frequenti scali nei porti dell’isola, per svolgere un’intensa attività di perlustrazione e per salvaguardare gli interessi britannici dalle “imminenti incursioni nel Sud Italia” e dai torbidi che potevano seguire all’imminente spedizione di Garibaldi (Rodney Mundy, La fine del Regno delle Due Sicilie e hi murino britannica. Diario di un ammiraglio, a cura di G. Rosada, Berisio, Napoli pp. 63 ss). La missione dell’ammiraglio Mundy, alla quale non era estraneo anche l’obiettivo di impedire l’azione di contrasto di altri Stati (Austria, Francia, Spagna) allo sbarco delle camicie rosse e di riaffermare il prestigio della massima Potenza marittima nel Mediterraneo (A. Santoni, Storia e politica navale dell’età moderna: xv-xix secolo, Ufficio storico della Marina militare, Roma 1998, p. 305 ss), riuscì, forse incidentalmente ma con maggiore probabilità deliberatamente, a paralizzare la reazione della flotta borbonica a Marsala. L’11 maggio, infatti, le fregate Argus e Intrepid inviate a proteggere la colonia commerciale del Regno Unito, insediata nella popolosa città portuale, si ponevano sulla linea di fuoco dei vascelli napoletani, con il pretesto di riprendere a bordo i loro ufficiali discesi per un ispezione sulla terraferma, e impedivano il cannoneggiamento dei volontari. Soltanto dopo il tardivo allontanamento dell’Argus e dell’lntrepid, le navi borboniche iniziarono il loro tiro sui garibaldini, che ormai si erano però allontanati dal molo, provocando il ferimento di una sola camicia rossa raggiunta da un colpo morto (M.Gabriele, Da Marsala allo Stretto. Aspetti navali della campagna di Sicilia, Giuffré, Milano 1961, pp. 11 ss. Il volume è stato successivamente ripubblicato in edizione invariata ma con diverso titolo: id., Sicilia 1860: Da Marsala allo Stretto, Ufficio Storico della Marina Militare, Roma 1991). pp. 140-141

Nota Garibaldi:


“Lo stesso Garibaldi riconoscerà, seppur con comprensibile reticenza, il ruolo cruciale della manovra dissuasiva compiuta dalla piccola formazione navale britannica, scrivendo nelle sue Memorie che: «La presenza dei due legni da guerra inglesi influì alquanto sulla determinazione dei comandanti de’ legni nemici, naturalmente impazienti di fulminarci, e ciò diede tempo a ultimare lo sbarco nostro. La nobile bandiera di Albione contribuì, anche questa volta, a risparmiare lo spargimento di sangue umano; e io, beniamino di cotesti signori degli Oceani, fui per la centesima volta il loro protetto. Fu però inesatta la notizia data dai nemici nostri che gl’inglesi avessero favorito lo sbarco in Marsala direttamente e coi loro mezzi. I rispettati e imponenti colori della Gran Bretagna, sventolando su due legni da guerra della potentissima marina e sullo stabilimento inglese, imposero titubanza ai mercenari del Borbone e dirò anche vergogna, dovendo essi far fuoco con imponenti batterie contro un pugno di uomini armati di quei tali fucili con cui la monarchia suole far combattere i volontari italiani (G.Garibaldi, Memorie autobiografiche, Barbera, Firenze 1920, p. 343. Del ludo omissive e svinnli sono, invece, le testimonianze degli altri protagonisti dell’impresa, Si veda, ad esempio, G.C.Abba, Da Quarto al Volturno. Noterelle d’uno dei Mille, Garzanti, Milano, 1991, pp. 21Ss; I.Nievo, Giornale della spedizione di Sicilia, Como-Pavia, Ibis, 1992, pp. 11-12)”. p. 141

Nota Vieil Castel:


“Del fatto che l’intervento della Mediterranean Fleet avesse fornito la copertura militare indispensabile ad assicurare la riuscita della spedizione partita da Quarto era perfettamente persuaso un esponente di rilievo della ristretta cerchia delle Tuileries, Horace de Vieil Castel. Questi, infatti, annotava nel suo diario, alla data del 15 maggio, che « l’Angleterre se trouvait à Marsala pompar alyser lesforces des Deux-Siciles etfavor iser lesfilibustiers que Mazzini envoie sous le commandement de Garibaldi» (Mémoires du Comte Horace de Vieil Castel sous le Règne de Napoléon III, Chez tous les Libraires, Paris 1864, 5 voll., IV, p. 63. Sul punto, si veda A.M. Ghisalberti, L’anno dei “Mille” in un memorialista del Secondo Impero, in Studi in memoria di Nino Cortese, Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, Roma 1976, pp. 193-216)”. p. 142

Phamplet anonimo:


“Anche un vecchio avversario dei Borboni sosteneva nell’anonima cronaca (Garibaldi o la conquista delle Due Sicilie) che l’azione di disturbo dei battelli inglesi era stata compiuta con perfetta cognizione di causa e che il rifiuto dei comandanti dell’Argus e dell’Intrepid di «raggiungere le loro imbarcazioni per consentire a queste di scostarsi e permettere a quelle napoletane di lasciar passare le loro palle aveva fatto sì che lo sbarco potè effettuarsi ordinatamente e senza alcun pericolo» (Garibaldi o la conquista delle Due Sicilie raccontata da un testimone oculare, presso l’Editore Santi Serraglini, Livorno 1861, pp. 141-142, dove si aggiungeva che: «Gli ufficiali inglesi respinsero la preghiera dei Napoletani, rispondendo di non volersi affrettare a lasciare la costa, perché si divertivano a guardare lo spettacolo»)”. p. 142

Tesi d’Azeglio


“Identico convincimento esprimeva Massimo d’Azeglio nella lettera inviata all’ammiraglio Carlo Pellion di Persano, in partenza per le Due Sicilie con il compito affidatogli da Cavour di condurre «una guerra non dichiarata, sotto neutralità apparente, contro Francesco II, per modo che resti sempre al governo del Re qualche appiglio per uscire d’inciampo». Secondo questo programma Persano era incaricato di fornire la massima assistenza a Garibaldi, «scortando a buon fine tutte le spedizioni che dovevano raggiungerlo», di ostacolare la reazione della flotta borbonica nell’isola e di favorirne, con largizioni di forti somme di denaro pari a «vari milioni di ducati», il passaggio sotto lo stendardo dei Savoia. Ai primi di luglio, Persano ricevette, infine, istruzioni per preparare, d’intesa con il conte di Siracusa, il nuovo prefetto di Polizia, Liborio Romano, esponenti dell’emigrazione politica e transfughi dell’esercito napoletano (come il generale Alessandro Nunziante, duca di Mignano), un «pronunciamento» in grado di anticipare l’ingresso di Garibaldi nella capitale e di prevenire un’insurrezione mazziniana. Per la riuscita del colpo di mano avrebbe dovuto fornire un apporto fondamentale «il signor Devincenzi, amico di Lord Russell e di Lord Palmerston, che avrà mezzo d’influire sul ministro Elliot e l’ammiraglio comandante della squadra inglese» (Diario privato politico-militare dell’Ammiraglio C. di Persano nella campagna navale degli anni 1860-1861, Civelli-Arnaldi, Firenze-Torino 1869-1871,4 voll., I, pp. 15-19; 87-92; li, pp. 19-27. Su Liborio Romano, si veda ora N. perrone, L’inventore del trasformismo. Liborio Romano, strumento di Cavour per la conquista di Napoli, Rubbettino, Soveria Mannelli 2009). Al futuro responsabile del disastro di Lissa, al quale era stato impartito l’ordine di sviluppare la sua azione, mantenendosi in stretto contatto con il nuovo incaricato d’affari sabaudo, Salvatore Pes di Villamarina e servendosi, alloccorrenza, della «benevola collaborazione» di Mundy (definito da Persano un «amico della nostra indipendenza e una cara conoscenza mia»)”. p. 142-143

Ruolo di Mundy (capitano della Hannibal):


“Numerosi furono gli episodi che, anche dopo lo sbarco di Marsala, dimostrarono l’atteggiamento di simpatia e di aperto favoreggiamento di Mundy per la causa italiana, in particolare durante la battaglia di Palermo, per tutta la campagna di Sicilia, alla vigilia e dopo l’ingresso di Garibaldi a Napoli. Questo comportamento, che non dipese unicamente da un’iniziativa personale del contrammiraglio, come spesso si è sostenuto, era stato concordato con Lord Russell, alle cui istruzioni Mundy si era snellamente attenuto (sul punto, si veda Diario privato politico-militare dell’Ammiraglio C. Di Persano nella campagna navale degli anni 1860-1861, cit, I, p. 25.27; 64; 100-101; II, pp. 33-34; 113-114; 127; 135; G.Rodney Mundy, La fine del Regno delle Due Sicilie e la marina britannica, cit, pp. 100ss , 115ss, 153ss, 200ss. Sull’azione di Villamarina si veda Il marchese Salvatore Pes di Villamarina. Memorie e documenti inediti, a cura di F.Bosio, Franchini, Torino, 1864, pp. 195ss)”. pp. 143-144

Nota Carafa:


“Queste considerazioni non incrinavano, però, il categorico e durissimo giudizio di condanna sulle responsabilità della Mediterranean Fleet espresso dal governo napoletano con la nota consegnata, il 12 maggio, da Carafa a Villamarina e a Hudson e contestualmente inviata in quella stessa data a tutte le Potenze. In essa si protestava per l’atto di «selvaggia pirateria consumato da un’orda di briganti» e si rendeva noto che «i Regi legni», pur avendo a tiro le navi degli invasori, «erano stati costretti a sospendere il fuoco per dar tempo a due vapori inglesi, colà giunti poche ore prima, di prendere a bordo dei loro ufficiali che si trovavano a terra, e per attendere che, imbarcati, gli stessi vapori riprendessero il largo, ed allora soltanto potè il fuoco ricominciare su quei pirati, senza però poterne più impedire lo sbarco in Marsala» (La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia. Carteggi di Camillo Cavour, a cura della Commissione editrice, Zanichelli, Mologna 1949-1954, 5 voli., i, p. 92)”. p. 146

Rapporto Marryat:


“Il memorandum napoletano (Nota Carafa) raccolse l’immediato sostegno della maggioranza degli Stati europei (Sul punto e per quel che segue, si veda N.Bianchi, Storia documentata della diplomazia europea in Italia dall’anno 1814 all’anno 1861, cit., vm, pp. 290-293; Le relazioni diplomatiche dell’Austria con il Regno delle Due Sicilie. Terza Serie: 1848 1861. II. 22 maggio 1859-19 febbraio 1861, cit., pp. 118-119). Per uscire da questa bufera diplomatica, il Foreign Office si muoveva tempestivamente, chiedendo al comandante in capo della Mediterranean Fleet, sir William Fanshawe Martin, di base a Malta, un urgente e particolareggiato rapporto dei capitani dell’Argus e dell’Intrepid (Ingram e Marryat) per fare luce su quanto effettivamente accaduto nelle acque di Marsala. Rapporto che fu recapitato il 15 maggio (v. M.Gabriele, Da Marsala allo Stretto. Aspetti navali della campagna di Sicilia, cit, pp. 13-18. Un largo estratto del memoriale Marryat era apparso sul New York Times del 9 giugno 1860)”. pp. 147-148

Rapporto Lettieri:


“Il 1° luglio, la commissione d’inchiesta, composta dal contrammiraglio Vincenzo Lettieri e dal capitano di vascello Alfonso Rodriguez, pur infliggendo agli ufficiali «un biasimo severo», decise per l’assoluzione (dei borbonici sospettati di tradimento) motivando la sentenza con il fatto che «lo sbarco di Garibaldi fu premeditato e protetto da estraneo intervento e che, di conseguenza, la condotta degli inquisiti doveva ritenersi irreprensibile in ogni senso». Si ritornava in questo modo alle conclusioni del 12 maggio, quando Castelcicala, scrivendo a Francesco II, aveva sostenuto di non nutrire alcun dubbio sulla «cooperazione manifesta dei vapori inglesi» (G. De Majo, La Crociera Borbonica dinnanzi a Marsala, cit., pp. 95-106)”. p. 150

“Con grande ipocrisia, Russell, pur essendo perfettamente a conoscenza che gli alti comandi della Marina delle Due Sicilie, posta sotto il controllo dell’inetto e infido Conte dAquila (il Conte d’Aquila, che deteneva la carica di Presidente del Consiglio di Ammiragliato, con il grado di viceammiraglio, era stato nominato, il 1° luglio, Comandante generale della Reai Marina. Nel passato, capo dell’ultrareazionaria camarilla di corte, per ostilità verso il nipote Francesco II, Luigi di Borbone si trasformò in liberale, appoggiò la nomina di Liborio Romano a ministro della Polizia e la concessione di una Costituzione. Riaccostatosi ai gruppi reazionari e accusato di preparare un Colpo di stato, il 14 agosto 1860 fu mandato in esilio in Francia), avevano ormai sposato la causa piemontese grazie all’opera di persuasione e di corruzione di Persano (Diario privato politico-militare dell’Ammiraglio C. di Persano nella campagna navale degli anni 1860-1861, cit., 1, pp. 67-69; 11, 96 ss. Sul tradimento della flotta, si veda anche il dispaccio del 16 luglio inviato da Széchényi a Rechberg, in Le relazioni diplomatiche dell’Austria con il Regno delle Due Sicilie. Terza Serie: 1848-1861.11. 22 maggio 1859-19 febbraio 1861, cit., pp. 184-186. Sul punto, importante è anche la testimonianza di G.Rodney Mundy, La fine del Regno delle Due Sicilie e la marina britannica, cit., pp. 169 ss. e quanto riportato, sulla base di attestazioni di prima mano, da R. De Cesare, La fine di un Regno, cit., pp. 853 ss)”. p. 168

Cavour falsario:


“A superare l’ostilità della sovrana, interveniva, allora, un’abile e spregiudicata manovra di Cavour, verosimilmente concordata con il governo inglese. Ai primi di agosto, Russell riceveva e faceva prontamente tradurre la lettera di Garibaldi inviata, il 27 luglio, a Vittorio Emanuele, in risposta ai due dispacci del sovrano del giorno 22 (nella riunione del gabinetto del 22 luglio, Cavour, dopo aver inoltrato queste missive, aveva reso nota la sua intenzione di «far scrivere dal Re una lettera ufficiale a Garibaldi nello scopo di calmare gli allarmi della diplomazia». Si vedano i verbali dei governi Cavour, 1859-1861, M. Bertoncini, A. G. Ricci, Libro Aperto, Ravenna 2008, p. 80): il primo di carattere ufficiale che lo invitava a non varcare lo Stretto; il secondo di natura confidenziale che smentiva categoricamente questo suggerimento. Nella sua replica, il «Dittatore della Sicilia», mentre riaffermava la sua intenzione di raggiungere la Calabria, dichiarava che, al termine della sua missione, avrebbe abbandonato i poteri provvisoriamente assunti per deporli ai piedi del monarca sabaudo. In realtà quel messaggio era stato personalmente dettato da Cavour, il quale aveva ordinato ai suoi emissari di fare scrivere all’avventuriero nizzardo che «egli, pervaso di devozione e di reverenza per il Re, avrebbe voluto seguire i suoi consigli di non abbandonare le coste siciliane ma che i suoi doveri verso l’Italia non gli permettevano di impegnarsi a non soccorrere i Napoletani» (la traduzione integrale della lettera di Garibaldi è conservata in Lord Russell Papers, Correspondence and memoranda relating mainly to Italian affairs, 1860, ff. 233-234. Del doppio gioco di Cavour era perfettamente al corrente la diplomazia britannica, come risulta da H.G. Elliot, Some Revolutions and Other Diplomale Experiences, cit., p. 35. Su tutto l’intricato affaire, si veda Diario privato politico-militare dell’Ammiraglio C. di Persano nella campagna navale degli anni 1860-1861, cit., I, pp. 88-89; curatolo, Garibaldi, Vittorio Emanuele, Cavour nei fasti della patria, Zanichelli, Bologna 1911, pp. 162-164; J.Ridley, Garibaldi, Mondadori, Milano mj/s. pp. 552-553. M.Milani, Giuseppe Garibaldi: biografia critica, Mursia, Milano 1982, p. 331; R.Romeo, Cavour e il suo tempo, cit, III, pp. 742-743; A.Scirocco, Garibaldi. Battaglie, amori, ideali di un cittadino del mondo, Laterza, Roma-Bari, 2001, p. 280)”. p. 171

L’affare “Napoli”:


Secondo Pope Hennessy con il già ricordato speech del 4 marzo 1861 (Hansard’s Parliamentary Debates, Woodfall and Son, Third Series, London, 1861, CLXI, coll. 1332-1440) “Lord Clarendon aveva “senza alcun pretesto, trascinato il papa e il re di Napoli al congresso di Parigi e poi indotto gli italiani alla rivolta”. Il solo fine di quest’offensiva diplomatica era stato quello di preparare la strada alla conquista piemontese della Penisola ispirata dai poco nobili motivi di risolvere la grave crisi finanziaria che attanagliava il regno di Vittorio Emanuele con l’acquisizione delle risorse degli altri Stati italiani che si trovavano tutti in una più florida situazione economica”. p. 193

Garibaldini e pirati:


“L’ultimo atto di questa strategia di aperto favoreggiamento alle mire espansionistiche dei Savoia era avvenuto nel 1860, quando la flotta britannica, dopo aver permesso l’approdo dei Mille in Sicilia, aveva tacitamente protetto i convogli che dalla Liguria trasportavano rinforzi dei «foreign buccaneers» (molti italiani ma anche più di 2.000 tra inglesi e ungheresi, insieme a centinaia di svizzeri, francesi, belgi, polacchi, russi), destinati a ingrossare le bande degli insorti. I corpi franchi garibaldini avevano potuto contare, infatti, solo in minima parte sull’afflusso di volontari regnicoli, anche nel momento del loro massimo incremento numerico, poiché, come appariva evidente dalle stesse comunicazioni del generale Cialdini, inviate a Torino subito dopo l’ingresso delle sue truppe nel territorio delle Due Sicilie, “mentre il re di Napoli recluta corpi volontari tra la sua gente e mentre meno di cento garibaldini, migliaia sono pronti a combattere per Francesco II”. Proprio il lealismo dimostrato dai reparti borbonici e dalla popolazione civile, in gran parte restati fedeli alla vecchia dinastia, aveva scatenato, continuava Pope Hennessy, la furiosa repressione dell’armata sarda che si era macchiata di crimini contro l’umanità ben più efferati di quelli che l’opinione pubblica europea aveva imputato a Ferdinando II e al suo sventurato erede. In seguito l’Europa aveva assistito esterrefatta allo scandalo dell’annessione giustificata dalla beffa del Plebiscito, alla cui correttezza il ministero Palmerston aveva fatto finta di credere con grande ipocrisia, sebbene la maggioranza degli abitanti del sud italia “non hanno partito nè votano”. E da tutto questo, infine, era nato il cosiddetto fenomeno del «brigantaggio politico», che non poteva definirsi, come proprio quest’ambigua espressione dimostrava, un episodio di criminalità comune ma che invece rappresentava un vasto e capillare movimento di resistenza contro l’invasione straniera dove militavano, insieme a nuclei di veri e propri fuorilegge, interi reparti del disciolto esercito borbonico, gruppi provenienti dall’opposizione liberale napoletana e persino numerosi garibaldini delusi. (La questione del brigantaggio è stata completamente e tendenziosamente
fraintesa sul piano storiografico dopo i saggi di Molfese, II brigantaggio meridionale post-unitario, in «Studi Storici», I, 1959-1960, 5, pp. 944-1007; 2,1961, 2, pp. 298-362; id., Lo scioglimento dell’esercito meridionale garibaldino, 1860-1861, in «Nuova Rivista Storica», 44, 1960, 1, pp. 1-53, poi rifusi in Id., Storia del brigantaggio dopo l’Unità, Feltrinelli, Milano 1964, in particolare pp. 130 ss dove Molfese, riprendendo la spiegazione dell’insorgenza post-unitaria avanzata dalla Commissione parlamentare d’inchiesta del 1862, come movimento di devianza sociale, nel quale il secolare fenomeno del banditismo agrario era stato esasperato dalla miseria delle plebi contadine, schiacciate dal sistema latifondista e incattivite dai ritardi nella ripartizione dei beni demaniali, aveva del tutto negato il carattere politico di una mobilitazione popolare basata, al contrario, sul patriottismo (napoletano) e la fedeltà dinastica. Sul «brigantaggio» come «guerra sociale», si veda anche G.Galasso, Unificazione italiana e tradizione meridionale nel brigantaggio del sud, in «Archivio Storico delle Province Napoletane», Terza Serie, 21, 1983, pp. 1-16 e ancora F.Molfese, La repressione del brigantaggio post-unitario nel Mezzogiorno continentale, ivi, pp. 33-64. Sull’insorgenza meridionale, come «guerra civile», rimandiamo, invece, a S.Lupo, Il grande brigantaggio, Interpretazioni e memoria di una guerra civile, In “Storia d’Italia. Annali, xviii. Guerra e Pace, Einaudi, Torino 2002, pp. 465-502″; J.A. Davis, Le guerre del brigantaggio, in Gli italiani in guerra. Conflitti, identità, memorie dal Risorgimento ai nostri giorni. 1. Fare l’Italia, Unità e disunità nel Risorgimento, a cura di M. Isnenghi, E. Cecchinalo, Utet, Torino, 2008, pp, 738-752; s, lupo, L’unificazione italiana. Mezzogiorno, rivolti.noni’, guniti t ivilc. Donzelli, Roma 2011, pp. 99 ss)”. p. 194

“Il «legno storto», dal quale si era voluto ricavare con la violenza, la frode e l’inganno, il Regno d’Italia, ammoniva poi, il 19 luglio, il parlamentare whigh, John Alexander Kinglake, rischiava di trasformarsi in un materiale facilmente combustibile che avrebbe finito per compromettere il già precario equilibrio del Continente e la stessa sicurezza del Regno Unito. Ancora molto debole sul piano militare, diviso da conflitti politici e sociali al suo interno, prostrato economicamente da una guerra triennale e ora dalla lotta contro l’insurrezione del Sud, che aveva assunto le fattezze di una vera e propria «civil war», il nuovo organismo politico non avrebbe potuto rinunciare, in caso di un probabile scontro con l’Austria, al soccorso francese, acquistandolo, forse, con la cessione della Sardegna al Secondo Impero. Se questo fosse avvenuto, concludeva Kinglake, la Gran Bretagna avrebbe perduto la sua tradizionale posizione di vantaggio strategico nel Mediterraneo non potendo le basi di Corfù e di Malta competere, per importanza, con i porti di Cagliari, Nuoro, Oristano e Sassari (Hansard’s Parliamentary Debates, cit., coll. 1190-1201)”. p. 195-196

L’insorgenza filoborbonica

“Le stesse preoccupazioni sulla capacità del giovane Stato a rappresentare per Londra un interlocutore affidabile, vista la frattura quasi antropologica che aveva spaccato in due la Penisola (C. Petraccone, Le due civiltà. Settentrionali e meridionali nella storia d’Italia dal 1860 al 1914, Laterza, Roma-Bari 2000, pp. 11 ss), erano ancora vive nella primavera del 1863. Nella seduta dell’8 maggio, George Cavendish-Bentinck sosteneva che, nonostante la proclamazione dello stato d’assedio nelle province meridionali dell’estate del 1862 e la sospensione di molte delle principali garanzie dello Statuto albertino (A.Scirocco, Governo e Paese nel Mezzogiorno nella crisi dell’unificazione italiana, 1860-61, Giuffrè, Milano 1963, pp. 218 ss.; r. martucci, L’invenzione dell’Italia unita, cit., pp. 315 ss. In sostanza, i provvedimenti decisi a Torino imponevano alle nuove province del Regno un governo militare. Ciò comportava, naturalmente, la manomissione e l’azzeramento dei diritti fondamentali sanciti dalla Carta del 5 marzo 1848: inviolabilità del domicilio, libertà individuale, di stampa e di riunione. A ciò si aggiungeva la sospensione dell’articolo 71 dello Statuto, a norma del quale nessun imputato poteva essere sottratto ai suoi giudici naturali poiché tale comma avrebbe impedito la creazione di Tribunali straordinari affidati alla giurisdizione dei comandi delle truppe impegnate nelle operazioni di contrasto alle insorgenze), l’insorgenza filoborbonica si era estesa dalla Capitanata ai confini del Lazio. L’incendio del Sud doveva, quindi, far comprendere all’attuale esecutivo quale grave errore fosse stato tollerare e incoraggiare “la più grave infrazione del diritto delle nazioni”, contando sul fatto che “la politica di Cavour era una panacea per tutti i disordini politici e che la pace e l’ilarità erano la necessaria conseguenza di tale successo” (Hansard’s Parliamentary Debates, Woodfall and Son, ‘Ihirti Series, London 1863, clxx, coll. 1399-1406)”. p. 196

Un gigantesco errore politico

“Nel dibattito era nuovamente intervenuto Pope Hennessy, per dichiarare, a brutto muso, che il Regno Unito appoggiando l’unificazione italiana non solo si era impegnato in un “affare sporco” ma aveva anche commesso un gigantesco errore politico, acquistando un malcerto alleato e perdendo, allo stesso tempo, un importante partner commerciale. I dati forniti dal Board of Trade Return contraddicevano, infatti, i rassicuranti rapporti inviati dal Console a Napoli, Edward Bonham, annunciando un secco decremento delle importazioni e delle esportazioni tra Inghilterra e Mezzogiorno che si erano praticamente dimezzate dal 1861 al 1862, a causa della rarefazione dei capitali circolanti taglieggiati dall’incremento della pressione fiscale e dalla repentina flessione della produzione agricola e industriale. Questa crisi strutturale era stata determinata soprattutto dalla rivolta dei political bandit e dalla spietata contro-guerriglia delle forze di occupazione. Sotto la guida di Cialdini, Alfonso La Marmora, Pietro Fumel, Raffaele Cadorna, Ferdinando Pinelli, le truppe del «Re galantuomo», nel tentativo di fare terra bruciata attorno ai focolai di resistenza, avevano deliberatamente provocato devastazioni nelle campagne, abbandono delle colture, danni irreparabili alla pastorizia, colpita dal moltiplicarsi dei fenomeni di abigeato e dalle misure di ordine pubblico del marzo 1863 che proibivano la transumanza (Sulle misure repressive promulgate dall’estate del 1862 e sulle loro conseguenze sul ciclo economico legato all’allevamento del bestiame, si veda M.D’addio, Politica e magistratura 1848-1876, Giuffré, Milano 1966, pp. 136 ss; R. martucci, Emergenza e tutela dell’ordine pubblico nell’Italia liberale, il Mulino, Bologna 1980, pp. 36 ss). Né erano mancati episodi di ritorsione terroristica da parte dei «Piemontesi» che avevano smantellato alcuni impianti industriali, i cui macchinari erano stati requisiti e trasportati nel Settentrione (Hansard’s Parliamentary Debates, cit., col. 1399. Il brusco calo della bilancia commerciale, denunciato da Pope Hennessy, era naturalmente imputabile anche ad altri fattori. Dall’inizio del 1862 le materie prime del Sud iniziarono a essere smerciate, prevalentemente, sul mercato unificato del Regno d’Italia e soprattutto nelle regioni settentrionali della Penisola, da dove ora affluivano i manufatti fino allora importati dall’Inghilterra e dagli altri Stati europei. Sulle conseguenze, senz’altro negative, almeno nel breve medio termine, dell’ingrcsso delle Due Sicilie nel sistema economico nazionale, prodotte soprattutto dall’introduzione della tariffa liberista, il giudizio storico è ancora controverso. Il Nord all’inizio drenò capitali dal Sud: il primo bilancio del Regno unificato era di 2402, 3 milioni di lire, di cui 1321 era il debito del Regno sabaudo, 657,8 quello del Regno delle due Sicilie, 219,3 della Toscana, 151,5 quello della Lombardia. Ma senza l’Unità, il Sud non avrebbe avuto quelle infrastrutture che gli permisero di integrarsi in un contesto economico più avanzato. D’altra parte, il Settentrione, in via d’industrializzazione, sarebbe restato privo del mercato meridionale che costituì un fattore indispensabile al suo sviluppo. Sulle diverse e spesso contrastanti interpretazioni, relative alla ricaduta dell’unificazione sull’economia meridionale, si veda R. Romeo, Risorgimento e capitalisrno, Laterza, Bari 1959; G. Pescosolido, Unità nazionale e sviluppo econornico 1750-1913, Laterza, Roma-Bari 1988; v. Daniele, P. Malanima, Il prodotto delle regioni e il divario Nord-Sud in Italia 1861-2004, in «Rivista di Politica Economica» n. 5, 2007, 3-4, pp. 267-315; G. Federico, Ma l’agricoltura meridionale era davvero arretrata?, ivi, pp. 317-339; S.Fenoaltea, I due fallimenti della storia economica: il periodo post-unitario, ivi, pp. 341-358; G.Pescosolido, La costruzione dell’economica unitaria, in L’unificazione italiana. cit., pp. 497, in particolare, pp. 418 ss.; Id., Una società immobile? Sviluppo pre unitario e questione meridionale, “Nuova Rivista Storica”, 95, 2011, 3, pp. 985-996; V.Daniele, P.Malanima, Il divario Nord Sud nella storia d’Italia, 1861-2011, Rubbettino, Soveria Mannella, 2011)”. pp. 196-197

Il ruolo della Camorra

“L’intesa cordiale tra quella che amava definirsi la «Bella Società Riformata» e il sovrano delle Due Sicilie s’interruppe dopo il 1849, quando questi decise di avviare una sistematica opera di repressione contro i camorristi. Da quel momento, la setta si trasformò in «Camorra liberale» e si pose al servizio del movimento costituzionale, proteggendone le riunioni clandestine, assicurando l’assistenza ai detenuti politici e facilitando la loro fuga dalle prigioni. Il passaggio di campo di una forza potentemente insediata nel tessuto della capitale, certo più temibile delle risibili attività cospirative dei gruppi liberali, non mancò d’impensierire Francesco II, che fu a tal punto intimorito dal pericolo costituito da questa «opposizione criminale» da riferire all’ambasciatore austriaco, Martini, il 7 novembre 1859, che molti degli sforzi del suo governo erano in quel momento concentrati a impedire che i suoi capi organizzassero una massa di manovra per attuare un’insurrezione (Le relazioni diplomatiche del’Austria con il Regno delle Due Sicilie. Terza Serie: 1848-1861.11. 22 maggio 1859-19 febbraio 1861, in R.Moscati, Istituto storico italiano per l’età moderna e contemporanea, Roma, 1964, pp. 60-62). Non si trattava di timori infondati. Il 31 luglio 1860, Elliot, bene al corrente del radicamento territoriale della consorteria delinquenziale, informava il Foreign Office che numerose bande camorristiche (i Lazzaroni) erano pronte a scendere in campo per contrastare, armi alla mano, la mobilitazione dei popolani restati fedeli alla dinastia borbonica (i Sanfedisti), per presidiare il porto in modo da facilitare uno sbarco delle truppe piemontesi e per controllare le vie d’accesso a Napoli al fine di rendere possibile l’ingresso dell’esercito dei volontari (H.G.Elliot, Some Revolutions and Other Diplotnatic Experiences, cit., pp. 8-10; 39-41). Proprio questo accadde, alla fine di agosto, quando i membri dell’«onorata società», già inquadrati in una sorta di Guardia nazionale da Liborio Romano, divennero i veri padroni della città in attesa dell arrivo di Garibaldi (N. Perrone, L’inventore del trasformismo. Liborio Romano, strumento di Cavour per la conquista di Napoli, Rubbettino, 2009, pp. 42 ss). Come avrebbe ricordato, il garibaldino russo, Lev Illic Mecnikov, soltanto l’intervento della Camorra (guidata dalla «sanguinaria», Marianna De Crescenzio, detta la Sangiovannara) riuscì a impedire una sommossa lealista con atti d’intimidazione violenta contro i sostenitori di Francesco n e ad assicurare il controllo sistematico delle zone strategiche della città. La terribile capoclan, «dotata dello stesso potere assoluto di un pascià turco», che Mecnikov descriveva come «un leone o una tigre stretti in gabbia, dagli occhi che brillavano rabbior samente», fece proprio il motto «Libertà-patria-democrazia» e convinse il sottoproletariato dei «Quartieri spagnoli» ad astenersi da ogni atto ostile per impedire l’ingresso a Napoli del capo dei Mille con minacce e largizioni di denaro, ricevendo come ricompensa per la sua opera «patriottica» l’onore di accompagnare Garibaldi nella visita alla Madonna di Piedigrotta e il diritto di voto (L.I..Mecnikov, Memorie di un garibaldino russo e altri testi, a cura di R. Risaliti, Centro interuniversitario di ricerche sul viaggio in Italia, Torino 2011, pp. 70 ss. Si veda anche G. Buttà, Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta, Memorie della Rivoluzione, 1860-1861, cit., pp. 107-109). Una testimonianza, questa di Mecnikov, che non contrastava con quella contenuta nella lettera del io settembre, scritta dal colonello garibaldino, LIugh Forbes, secondo il quale «le dimostrazioni di tripudio che accolsero il Generale nella bella Partenope altro non furono che una frenetica mascherata imposta da lenoni e camorristi» (Lettere dei combattenti del Risorgimento, La Regia posta Militare Sarda e dei Volontari 1848-1861, a cura di A. Pozzolini Gobbi, Vaccari, Modena 1973, p. 14). Nulla da stupirsi, allora, che «dopo aver reso questi servigi», come ancora Elliot annotava nelle sue memorie, la consorteria criminale acquistasse «una potenza e un’autorità spaventevole» destinata ad accrescersi esponenzialmente negli anni successivi (H.G.Elliot, Some Revolutions and Other Diplomatic Experiences, cit., pp. 90-91)”. 201-202

Pamphlet De Sangro


“L’opuscolo dell’esule borbonico, Michele de Sangro, duca di Casacalenda, intitolato significativamente: l’italianismo di Lord Parlmerston (Ufficiale degli Ussari della Guardia nell’esercito di Francesco n, Michele de Sangro fu autore di vari scritti di propaganda filo-borbonica: II passato e il presente. Quadro storico del Regno delle Due Sicilie, s. st., Trieste 1865; I Borboni nel Regno delle Due Sicilie, Cavalieri e Bazzi, Como 1884). Nel suo scritto, il nobile molisano elencava con amara ironia «i benefici che il Piemonte aveva arrecato al Regno di Napoli», stilandone un lungo catalogo. L’elenco comprendeva «le prigioni sovraccariche di detenuti, le isole riempite di deportati, i forti riboccanti di sospetti, le finanze depredate, le imposte decuplicate, il commercio diminuito, la stampa illegalmente oppressa, lo spionaggio eretto a sistema, le fucilazioni senza processo crescenti ogni giorno, diecine di paesi bruciati dopo aver sottoposto le popolazioni al sacco e alla licenza militare». Più atroce ancora era poi stata la sorte che l’armata dei Savoia, «pigliata la dittatura», aveva riservato a quanti, ufficiali e soldati, restati fedeli allo stendardo borbonico, avevano dovuto, abbassare le armi, dopo una lotta eroica condotta contro forze preponderanti. Fu allora, infatti, «che si videro, per la prima volta nella storia dei popoli, le convenzioni di guerra violate e le capitolazioni manomesse, quando i combattenti di Capua e Gaeta furono trascinati nelle piazze fra le urla della Camorra organizzata da Liborio Romano, insultati, percossi con mille sevizie e gettati poi in prigione, di dove ancora levano, invano, la voce per riavere la libertà». Questo vergognoso spettacolo era avvenuto sotto lo sguardo impassibile dei rappresentanti della Gran Bretagna, dei suoi agenti consolari, dei comandanti della sua flotta, del governo guidato da Palmerstone che si fregiava del titolo di protettore dei Poerio, dei Settembrini, degli Spaventa e al quale Michele de Sangro poneva questo provocatorio interrogativo”. p. 203

La rivolta di Palermo (16-22 settembre 1866):


“Che il pregiudiziale rifiuto dei precedenti governi di correggere le storture e i limiti della cosiddetta «unificazione a vapore» con un’ampia riforma federalista, almeno limitatamente al piano amministrativo e fiscale, fosse stata una delle cause principali della crisi di sistema che stava attraversando il nostro Paese, lo avrebbe dimostrato la rivolta di Palermo del 16-22 settembre 1866. Insurrezione che fu possibile sedare solo con il bombardamento della flotta, l’intervento di 40.000 soldati, la fucilazione di diecine d’insorti e la condanna alla prigione e al confino di varie altre migliaia. Per una nemesi storica, l’isola da cui era partito, nel 1848 e nel 1860, il moto di emancipazione contro il dominio dei Borbone riscopriva le sue pulsioni separatiste ed autonomiste per contrastare l’oppressione amministrativa dello Stato italiano. La cosiddetta «rivolta del sette e mezzo» non fu, infatti, come una radicata tradizione storiografica ha voluto accreditare, soltanto la manifestazione di cieca violenza del sottoproletariato palermitano, inasprito dalla soppressione delle congregazioni religiose che aveva portato a un aumento della disoccupazione, stimabile a circa 15.000 unità nella sola Palermo, e quindi pronto a fornire, come avrebbe stabilito la Commissione parlamentare d’inchiesta, una massa di manovra formata da «feroci antropofagi», facilmente inquadrabile dalle cosche mafiose, dai loro gregari e da una «cupola» di notabili «che preferivano una Sicilia feudale a una Sicilia moderna» (I moti di Parlemo del 1866. Verbali della Commissione d’inchiesta, M.Da Passano, Camera dei Deputati, Roma 1981, pp. 103 ss.; V. Maggiorana, Il sollevamento della plebe di Palermo e del circondario nel settembre 1866, Stamperia militare, Palermo 1866; F.Brancato, Origine e carattere della rivolta palermitana del settembre 1866, in «Archivio storico siciliano», 5,1952-1953,1, pp. 139-205; P.Alatri, Lotte politiche in Sicilia sotto il governo della Destra: 1866-74, Einaudi, Torino 1954, pp. 102 ss.; F.Brancato, Sette giorni di repubblica a Palermo. La rivolta del settembre 1866, Sicania, Messina 1970. Diversamente s. lupo, Storia della mafia: dalle origini ai giorni nostri, Donzelli, Roma 2004, pp. 58 ss.; L.Riall, La Sicilia e l’unificazione italiana. Politica liberale e potere locale, 1815-1866, Einaudi, Torino 2004, pp. 7.40 ss.; L.Riall, “Il Sud. I conflitti sociali”, in “L’unificazione italiana”, Enciclopedia Treccani, pp. 140-141). Alcuni documenti coevi agli avvenimenti testimoniavano, invece, che alla sollevazione parteciparono, in posizione di primo piano, anche mazziniani, garibaldini, liberali d’ispirazione federalista e patrioti borbonici, provvisoriamente accomunati dal comune disegno di allentare se non di spezzare i legami tra la Sicilia e lo Stato unitario. In quella composita alleanza militavano gli esponenti della vecchia emigrazione politica, i quali, fin dal 1859, avevano sostenuto che l’annessione al Regno Sardo doveva essere preceduta «dalle deliberazioni di un’Assemblea siciliana in grado di stabilire i patti della dedizione, onde pur entrando a far parte della famiglia italiana del Nord, fossero rispettate le speciali esigenze alle quali la Sicilia doveva da sé particolarmente provvedere». Accanto a loro, solidali nella protesta «contro i dottrinari di Torino e di Firenze che non avevano compreso che l’arte dell’amministrare non poteva consistere in concetti astratti e uniformi applicabili dappertutto senza temperamenti o modificazioni», altri gruppi della famiglia politica risorgimentale siciliana. In primo luogo, gli uomini del Partito d’azione, i seguaci di Francesco Crispi, Rosolino Pilo, Giovanni Corrao, i reduci dell’Aspromonte, i quadri del movimento liberale dell’isola. La brutalità che accompagnò e seguì la repressione della sommossa fu presentata come la volontà di dimostrare che non si poteva più mettere in discussione l’Unità (oltre 2000 arresti e circa 127 condanne capitali, fonte wikipedia)”. pp. 212-214

I lager di Fenestrelle e San Maurizio Canavese:


“La presa di Roma costituì, inoltre, anche un fattore d’indubbio miglioramento della posizione internazionale dell’Italia (W.Halperin, Italy and thè Vatican at War. A Study of Their Relations from thè Outbreak ofthe Franco-Prussian War to the Death of Pius IX, Greenwood Press, New York 1968, pp. 66 ss), se non altro perché aveva privato Francesco II di quel «santuario» politico-finanziario che fino a quel momento aveva alimentato le speranze di rivalsa del partito borbonico (si veda la testimonianza di Francesco Crispi nel discorso, La questione romana, pronunciato alla Camera dei Deputati, il 16 dicembre 1867, in Id., L’Italia e il Papa e altri scritti, Istituto Editoriale, Milano 1880, pp. 151-152). Anche prima di quella data, l’Italia, aveva ricevuto comunque un trattamento di favore da parte delle altre Potenze, almeno per quello che riguardava gli aspetti più deprecabili della sua politica interna. Inghilterra e Francia, nel passato così critiche verso il regime carcerario riservato da Ferdinando II ai suoi oppositori, chiusero a lungo ambedue gli occhi, quando il ministero Rattazzi decise di relegare, fuori dei confini del Regno (Eritrea, Patagonia e persino il Borneo ricevendo sempre dinieghi delle potenze europee), i circa 14.000 reclusi nei lager di Fenestrelle, Pinerolo, Sestriere, San Maurizio Canavese: prigionieri di guerra borbonici, detenuti politici, abitanti di interi paesi deportati sotto accusa di brigantaggio, renitenti alla leva, cospiratori repubblicani e garibaldini catturati in Aspromonte (G.Novero, I prigionieri dei Savoia. La storia della Caienna italiana nel Borneo, Sugarco, Milano, 2011)”. p. 217


Conclusioni


“A ognuno il suo compito, però. E se al massimo garante della nostra coesione nazionale tocca quello di riannodarne i vincoli storici da tante parti rimessi in discussione, allo studioso, molto più modestamente, compete l’umile e spesso ingrato lavoro non di celebrare il passato ma di presentarlo, come esso fu, con tutte le sue ombre e le sue contraddizioni (Cicerone, De Oratore, II, ix, 15). A chi ha scelto la professione di storico non si può domandare, infatti, di unire la sua voce al coro di «politici, giornalisti, scrittori e intellettuali di varie discipline che parlano del Risorgimento come se fosse un evento accaduto ieri, carico di valori da rispettare e osservare proprio come se fossero in perfetta sintonia con la nostra vita». Né è lecito imporgli di «parlare di Garibaldi, di Mazzini, di Vittorio Emanuele n o, se è per questo, anche di Francesco n, come di leader politici per cui schierarsi prò o contro, grosso modo, come ci si può schierare prò o contro Bossi o Vendola, Berlusconi o Bersani, D’Alema o Fini» (A.M. banti, Il Risorgimento non è un mito, in «la UopubMii .1», 16 novembre 2010). Né, meno che mai, gli si può chiedere di non ricordare che l’unione politica del Sud all’Italia avvenne senza il consenso ma anzi contro la volontà della maggioranza delle popolazioni meridionali. Né, infine, è opportuno spingerlo a passare sotto silenzio come quell’«unione», che per vari decenni successivi al 1861 non fu davvero mai «unità», sia stata, in primo luogo, il risultato di un complesso e non trasparente intrigo internazionale (definito icasticamente, nel maggio del 1863, un dirty affair da un parlamentare inglese), in cui la Potenza preponderante sullo scacchiere mediterraneo contribuì a porre fine, una volta per tutte, alle velleità di autonomia del più grande «Piccolo Stato» della Penisola, giustificando una delle prime e più gravi violazioni del Diritto pubblico europeo della storia contemporanea” (p. 12).

Valutazione

Coerenza tra titolo e contenuti: ottimo (la narrazione sviluppa la trama degli intrighi internazionali dell’epoca)
Organizzazione del testo: ottimo (si poteva migliorare l’alternanza tra testo e note)
Esposizione degli argomenti: buono (la maggior parte di dati sono costituiti da fonti attendibili)
Accuratezza dei dati: ottimo (per la parte biografica si poteva fare di più, a volte non si capisce di chi si sta parlando dandone per scontato l’identità)
Tesi dell’autore e sue dimostrazioni (suggerimenti, conclusioni, obiettivi, contribuzione effettiva alla conoscenza dell’argomento): buono (le conclusioni sono la premessa al testo)
Originalità dei contenuti: buono (un’indagine sugli archivi inglesi)
Leggibilità-accessibilità (illustrazioni, grafici, impostazione paragrafi-capitoli): discreto (considerando che all’epoca la fotografia era molto sviluppata, sembra strano che non vi siano negativi sulla spedizione dei Mille)
Tempestività della pubblicazione (in relazione alla conoscenza attuale): buono (l’autore prosegue quanto fatto da alcune riviste di categoria)
Esaustività (note, bibliografia, indici e glossari): ottimo (c’è anche un’esplicita dedica a Giuseppe Galasso)
Rilevanza dell’autore (cv, istituto di riferimento, prestigio accademico): buono
Valutazione finale complessiva (apprezzamenti e limiti): buono (una traccia fondamentale per ricostruire la storia del Risorgimento che apre a nuovi orizzonti di ricerca).

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