Reddito di Cittadinanza e assegno unico

Seminario organizzato dall’Università di Trento nell’ambito del Seminario sul lavoro, impresa e welfare nel XXI secolo.

Introduce Chiara Saraceno che tratta una relazione sul Reddito di cittadinanza e l’assegno unico. Si tratta di due istituti che meriterebbero un seminario proprio per ciascuno perciò in questa sede analizzeremo le criticità riscontrate nell’attuazione. Specialmente il RdC che è quello che ha subito più critiche e un forte ridimensionamento dal governo. L’assegno unico non partirà prima del marzo 2022 e quindi non ha dati che possono dire qualcosa sui suoi risultati eccetto l’assegno “ponte” del secondo semestre di quest’anno che pure è stato criticato da più parti. In comune c’è l’obiettivo redistributivo l’uno quantificato a livello amministrativo l’altro sulla base delle condizioni familiari. Si tratta di due strumenti innovativi tendenzialmente universali che sostituiscono le misure categoriali (assegno al nucleo familiare, assegno sociale, bonus bebè, varie detrazioni per i figli a carico, etc.) e le misure di sostegno al reddito per le categorie in estremo status di povertà. L’Italia viene tuttora da un sistema di welfare frammentato laddove la povertà è tipica di famiglie numerose con tre o più figli minorenni. Potrebbero essere considerati anche come complementari in quanto l’assegno unico può essere un modo per ridurre la povertà delle famiglie con tassi di povertà superiori ai tassi degli adulti e degli anziani perciò l’assegno per i figli può essere un elemento che serve a far uscire la povertà senza passare per i servizi. La povertà infatti è sottesa allo squilibrio tra reddito disponibile e numero di membri familiari. L’assegno unico in particolare viene da un percorso non facile, una legge presentata a marzo scorso che doveva incentivare l’occupazione delle madri anche se ogni misura legata alle condizioni economiche di fatto è un forte disincentivo ad un secondo reddito. Il decreto approvato a fine novembre doveva definire le norme di attuazione ma non è riuscito a trovare un compromesso tra la selettività e l’universalità redistributiva per cui si può parlare di una via di mezzo (universalismo temperato). Alcuni studiosi tra cui l’associazione Ariel hanno proposto un orientamento più spinto che in ogni caso non è messo in discussione perché supera la frammentazione preesistente come già detto. La legge non è esente da limiti: c’è un premio alla fecondità che parte dal terzo figlio e ciò può sembrare paradossale visto che in Italia il tasso di fecondità è sceso a 1,27; c’è un importo ridotto per i figli minori di 21 anni; ci guadagnano solo i lavoratori autonomi e incapienti; rimane aperta la questione del reddito al secondo percettore anche se entrambi i genitori lavorano. Sul Reddito di cittadinanza c’è stato un acceso dibattito e non è un caso che sia arrivato così tardi in un paese dove il salario minimo ha sempre avuto un a certa diffidenza specialmente dai più tradizionalisti che vedevano in questa misura un incentivo all’assistenzialismo. In Italia si è fatta difficoltà a riconoscere che la povertà fosse un problema non tanto alla mancanza di lavoro ma al disagio che c’è dietro e alla manovalanza della criminalità organizzata. Si tratta di una misura composita dotata cioè da un assegno economico e da altre misure di accompagnamento rivolto a persone in status di nullatenenza: è povero solo chi non riesce a consumare un paniere di bene essenziale (gli indicatori sono piuttosto frammentari suddivisi in 9 ambiti ciascuno per diverse ampiezze familiari e diversi contesti territoriali). Uno dei problemi del RdC è stato capire la differenza tra povertà assoluta e relativa in quanto il provvedimento iniziale era stato pensato per persone in cerca di occupazione a prescindere dalla situazione economica e non a caso era stato previsto un sistema di mediazione (navigator) per la ricerca di lavoro. In realtà per raggiungere tale sistema era stato previsto un finanziamento enorme (17 mila miliardi) che a causa dell’emergenza sanitaria non è stato possibile coprire perciò da una parte è stato ridotto l’importo specialmente per chi aveva la casa di proprietà e d’altra parte è stata introdotta una scala di equivalenza che penalizza le famiglie con figli minorenni (anche nell’Isee c’è la scala di equivalenza senza però raggiungere i criteri di squilibrio del RdC). Un altro limite è stato il requisito della residenza in Italia da almeno 10 anni il che ha escluso il 30% di poveri stimati in Italia. Il RdC è stato presentato come uno strumento di politica attiva del lavoro che però è improprio perché tra i percettori non ci sono solo coloro interessati a entrare nel mercato del lavoro e poi perché mancano ancora le competenze nei Centri dell’impiego per sviluppare tutto il sistema. Secondo i dati 2/3 dei beneficiari non sono occupabili nel breve termini sia perché sono cagionevoli sia perché l’emergenza sanitaria non consente un dispiegamento uniforme di forza lavoro. Accanto alle politiche attive del lavoro ci doveva essere anche un altro percorso coordinato e gestito dai servizi sociali territoriali diretto all’inclusione sociale per coloro che non possono essere assunti. Infine se si dovesse pensare a persone che rifiutano il lavoro, alcune norme disincentivano dal lavoro regolare specialmente per chi già lavora “a nero” (per ogni 10 euro che guadagna, 8 sono alienati dal RdC) e poi quando devono fare la rendicontazione (DSU) tutto viene ricalcolato secondo criteri amministrativi e non reali. La commissione governativa di proposta di modifica del RdC ha proposto di abbassare l’aliquota marginale che è poi sparita dalla finanziaria stessa. Oggi è passata l’idea di guardare all’Isee come strumento più equo in realtà contiene dei dati obsoleti ed inoltre è suscettibile di svalutazione da parte delle banche, es. chi ha non ha reddito ma gode di un certo margine di risparmio. Il governo chiede di spendere tutto il RdC nell’arco temporale del mese solare e ciò può sembrare paradossale in un tempo come quello che stiamo vivendo dove domina il risparmio perché alcune spese non cadono per ogni mese, es. un paio di scarpe per i figli. Qui c’è un problema morale e c’è chi pensa che chi non spende tutto poi non dimostra di essere così povero come sembra in realtà le politiche sociali dovrebbero incentivare al risparmio e non viceversa. La soglia di reddito al RdC e che definisce agli importi è uniforme per tutto il paese anche se il costo della vita è diverso da città a città. L’obiezione è che differenziare le soglie non consente di livellare le diseguaglianze, es. Milano e la Brianza. Inoltre se è vero che il costo della vita è più alto nel centro-nord, è anche vero che la distribuzione di beni pubblici (scuola, servizi sociali, ospedali, trasporti) è molto diversificata con picchi di inefficienza al sud. Segue dibattito:

La complementarietà tra AU e RdC: come vincere gli ostacoli per l’integrazione?

Queste due misure vanno nella direzione di un welfare universalista che in Italia gode di una lunga tradizione sebbene molto rimaneggiata negli ultimi anni dalle politiche di “austerity”. Anche nel caso dell’AU si esce da una frammentazione e da logiche contraddittorie che usavano il criterio del reddito per fini categoriali. Entrambe rappresentano delle buone soluzioni almeno in teoria inoltre l’AU in termini fiscali pone l’Italia in controtendenza rispetto a ciò che sta accadendo in Europa dove da trasferimenti diretti si è giunti ad un uso inflattivo di detrazioni fiscali che sono meno eque perché abbassano le aliquote. La legge istitutiva del RdC prevedeva inizialmente una certa varietà di obiettivi non tanto per contrastare la povertà ma per il sostegno all’occupazione delle categorie più deboli (neomamme, appena maggiorenni, etc.) nell’idea che il figlio è un valore aggiunto al bilancio familiare. Tutto sommato la scelta “universalistica” è salvaguardata anche nell’obiettivo di valorizzare il tasso di prolificità della popolazione e non solo nella redistribuzione della ricchezza.

La scala di equivalenza è la stessa dell’Osce? Come superare il problema della standardizzazione degli indicatori?

Tra le due scale (0,3 e 0,2) c’è solo apparentemente una certa somiglianza ma in realtà c’è molta differenza per gli utenti dei servizi che devono affrontare la quotidianità. Il livello di copertura finanziaria non consente di scremare l’importo anche perché il sistema italiano è più favorevole a proteggere le famiglie con adulti anziani a carico mentre danneggia le madri che lavorano. I motivi di esclusione riguardano il reddito, il risparmio e le proprietà immobiliari. L’Osce ci chiede di approvare una ricerca dell’impatto delle misure sulla popolazione ma se vediamo le prese in carico dei Centri per l’impiego si scoprono cifre irrisorie il che ci fa dubitare non tanto se le persone hanno trovato lavoro o meno ma che addirittura non siano state profilate a livello statistico-metodologico. I famosi Progetti di utilità collettiva (Puc), che dovrebbero riguardare sia i lavoratori che i fuoriusciti, sono stati definiti inefficaci perché solo il 37% dei progetti è stato finanziato.

Il RdC è stato tacciato di assistenzialismo, cosa sappiamo delle misure di universalità a fondo perduto?

Il requisito di universalità non risolve il problema della povertà perché offre solo una quota sganciata dalla realtà del bisogno che varia da persona a persona. Da una parte ridurrebbe l’integrazione del reddito ma non risolverebbe il problema della spesa effettiva.

Calcolando le soglie differenziate, la distribuzione del rischio ne risente?

Non è solo un problema delle diversa dotazione di beni pubblici perché non interviene nella quota base di RdC che di fatto è altissima laddove le Regioni possono integrare sia in termini di accesso che di importo, es. in Germania l’integrazione è applicata al canone di locazione mentre in Spagna fanno solo integrazioni sul reddito.

In che modo il fattore Covid come può condizionare le politiche di sostegno al reddito?

I fautori del RdC si proponevano di trovare una soluzione ad una scala di equivalenza che danneggiava i minorenni ma in realtà il RdC è aggiunto al reddito a prescindere da chi è nullatenente. Se il RdC deve garantire il soddisfacimento dei bisogni non si capisce del perché dovrebbe essere tolto a chi già gode di un certo reddito. Se l’AU funzionerà, lo sarà per chi riesce a entrare nel mercato del lavoro mentre chi ne esce, perché malato o invalido, rimarrà povero per sempre.

Approfondimenti

Pacifico D., Assegno unico per i figli molti guadagnano pochi perdono
https://www.lavoce.info/archives/91310/assegno-unico-per-i-figli-molti-guadagnano-pochi-perdono

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