Assistenza sociale nell’industria (1927-1970)

“L’assistenza sociale” rivista della Confederazione Nazionale Lavoratori e Sindacati Fascisti poi “L’assistenza sociale nell’industria”, rivista bimestrale della Confederazione Generale Fascista dell’Industria Italiana, piazza Venezia 1, 1928-1943, Roma, Società editrice de “L’Organizzazione Industriale”, via Margutta 61, Roma. Poi “Quaderni d’informazione per assistenti sociali”, 1950-1954. Poi “L’assistenza sociale nell’industria italiana: rivista bimestrale della Confederazione Generale dell’Industria Italiana”, 1960-1968. Poi “Iniziative sociali nell’industria italiana”, Confederazione generale dell’industria italiana, 1969-1970 (Roma, Failli). Direttore responsabile: Guelfo Gobbi (anni ’20 – ’40); Rosario Toscanini (anni ’60 – ’70).

L’idea di un servizio sociale nelle fabbriche italiane fu introdotta nel primo dopoguerra per sopperire ai bisogni della popolazione operaia già duramente provata dal conflitto. L’esigenza di aggiornare il personale assistenziale e di propagare il servizio in tutto il paese indussero la Confindustria a pubblicare un periodico apposito affidandone la direzione a Guelfo Gobbi che proveniva dall’Associazione nazionale mutilati ed invalidi di guerra e, quindi, era la persona più competente in materia. Fin dal 1927 si dedicò all’istruzione ed alla formazione delle prime assistenti sociali di fabbrica. L’aggiornamento degli orientamenti produttivi e l’introduzione dei nuovi metodi razionali nelle imprese, richiedevano particolari cure a favore dell’elemento umano ed egli, attraverso le pagine della rivista, sviluppò una sistematica ed efficace opera di proselitismo (R.T., La scomparsa di un benemerito dell’assistenza sociale: Guelfo Gobbi, 1961, 2, p. 4).


La struttura editoriale è formata da una prima parte di articoli sul servizio sociale di fabbrica con esperienze sul campo non solo in ambito aziendale (Olivetti, Viscosa, Acciaierie Falck, Fiat, Buitoni, Radaelli, etc.) ma anche nei servizi di utilità pubblica (trasporti, gas, elettricità, etc.). La seconda parte include il calendario di convegni o congressi, notizie dalle scuole di servizio sociale, una selezione bibliografica e le recensioni. Il tutto corredato da riproduzioni degli impianti dell’epoca e fotografie a colori. La rivista che interessa gli industriali italiani, i capi del personale aziendale, gli esperti dei problemi sociali di fabbrica, gli assistenti sociali: illustra le realizzazioni dell’industria italiana nel settore dell’assistenza sociale di fabbrica; aggiorna sui principali problemi del servizio sociale aziendale; riporta notizie di studi, conferenze e convegni che riguardano le realizzazioni umane nell’ambito industriale (L’assistenza sociale nell’industria italiana, 1963, 1, p. 3). Nel decennio che vide pubblicare la rivista (1960-70) si alternarono articoli esplicativi sull’organizzazione dei servizi sociali per gli operai e per le loro famiglie; si tratta certamente di una valida testimonianza del “boom” economico dei “mitici” anni ’60.
La direzione inizialmente detenuta da Guelfo Gobbi (anni ’20 – ’40), fu poi affidata a Rosario Toscanini (anni ’60 – ’70). Il comitato di redazione era formato da docenti universitari quali Augusto Turati, Giovanni Balella, e naturalmente assistenti sociali quali Margherita Grossman, Elena Fambri e Paolina Tarugi. Di questa ultima sta scritto che si era distinta durante la prima guerra mondiale per le sue attività di assistenza ai combattenti e che nel dopoguerra si adoperò per inserire i reduci nella vita civile. Nel 1919 ottenne il riconoscimento dei diritti della donna nell’esercizio delle libere professioni con l’approvazione della legge Sacchi. Sta scritto, inoltre, che fu maestra delle prime assistenti sociali che si diplomarono presso la scuola di Sant’Alessio. Su questo punto occorre una precisazione. Infatti, tutti sanno che la prima scuola per segretarie sociali fu fondata nel 1921 a Milano in via Piatti 4 e che la scuola per assistenti sociali fu fondata nel 1928 a Roma a San Gregorio al Celio. Dunque, da dove spunta questa scuola di Sant’Alessio? (A.D., Paolina Tarugi pioniera del servizio sociale di fabbrica in Italia, 1969, 5, pp. 38-39).


L’istituto italiano per l’assistenza sociale sorto a Milano nel 1921 ebbe la sua consacrazione in forma ufficiale in una riunione tenuta presso la Camera di commercio di Milano dove era stato concepito e strutturato come un organismo tecnico e scientifico che con metodo rigoroso ricerca l’ausilio di tutte le moderne scienze che si applicano alla organizzazione umana del lavoro. Intercorsi i necessari preliminari accordi fra l’Istituto e l’azienda ed ottenuta l’autorizzazione ad iniziare il servizio sociale, la segretaria o l’assistente sociale si metteva in contatto con i dirigenti nonché i capi operai, i rappresentanti della commissione interna o con qualunque altro organismo che rappresentasse la maestranza. Dopo questi preliminari avevano inizio in forma regolare le visite dell’assistente allo stabilimento generalmente durate l’intervallo fra il lavoro del mattino e quello del pomeriggio: punto di ritrovo il refettorio oppure dove gli operai si intrattenevano. Nelle aziende ove l’istituto gestiva il servizio sociale funzionavano ambulatori con visita medica gratuita, allo scopo di compiere un utile opera di profilassi. In collaborazione con l’Istituto delle biblioteche popolari di Milano, l’Ente ebbe ben presto la possibilità di disporre di una biblioteca centrale di qualche migliaio di volumi che istituì a sua volta tante sedi zonali in altrettanti stabilimenti. Furono anche organizzate lezioni con proiezioni su argomenti culturali e tecnici per selezionare, fra tanti, i pochi che pur prestavano attenzione alle cose della cultura. Nel 1928 mentre a San Gregorio al Celio in Roma sorgeva la scuola per le assistenti sociali, l’istituto italiano per l’assistenza sociale passava alle dipendenze della confederazione generale dell’industria, continuando la propria esistenza fino al 1945 (Tarugi P., Le origini del servizio sociale di fabbrica in Italia, 1961, 1, pp. 14-18).
L’Istituto italiano per l’assistenza sociale di Milano, con corsi accelerati svoltisi negli anni 1921, 1923 e 1926, abilitava le allora segretarie sociali alla professione di assistenti sociali. Nel 1928 veniva istituita a Roma la scuola superiore per assistenti sociali di San Gregorio al Celio che doveva fornire la maggior parte del personale addetto ai servizi organizzativi dalle due Confederazioni degli industriali e dei lavoratori dell’industria. Per il settore dell’assistenza all’infanzia, invece, fu l’ONMI a diplomare diverse assistenti sociali con due corsi tenuti a Roma e a Milano nel 1933 e nel 1934. Dopo lo scioglimento delle due Confederazioni corporative che gestivano la maggior parte dei servizi sociali allora esistenti (Patronato Nazionale Assistenza Sociale e Istituto Italiano di Assistenza Sociale), sin dall’ottobre del 1945 un gruppo di assistenti sociali entrò a far parte del FIDAPA (Federazione Italiana delle Donne nelle arti, nelle professioni e negli affari), decise di organizzarsi come Centro nazionale assistenti sociali, giungendo nel 1948 alla costituzione dell’Associazione nazionale assistenti sociali (ANAS) ed al primo convegno nazionale del 29 giugno. Nell’art. 2 dello statuto si legge che il fine è di collegare gli assistenti sociali operanti nelle varie regioni d’Italia. Nel 1961 risulta ben ampia la distribuzione dei membri soci dell’ANAS con una percentuale lievemente superiore proveniente dalla sezione laziale che aveva optato per il servizio di fabbrica seguito dal comparto giustizia (Organismi rappresentativi italiani: l’ANAS, 1962, 5, pp. 27-29).


L’assistenza è “sociale” in quanto pubblica e gratuita (Travagli F., Assistenza sociale e Patronato Nazionale, 1, 1927, p. 551):
«Non avrei dato soverchia importanza ad una critica alquanto acerba comparsa sui numeri 7-8, 1927 della Rivista. Critica riguardante un mio articolo “Patronato Nazionale in rapporto alla profilassi sociale” se gli avvenimenti svoltisi in questi ultimi mesi fra cui, principalissimi, il Congresso degli Uffici Legali del Patronato Nazionale tenutosi a Bologna il 5 ottobre u.s. e l’interrogazione dell’on. Gay alla Camera dei Deputati, non fossero venuti a confermare tanto autorevolmente ciò che fu previsto da me non solo nel mio ultimo studio quanto in tutti i miei lavori precedenti. Da più di cinque anni, prima sotto la diretta guida del nostro Direttore Generale, poi quale consulente medico del Patronato Nazionale di Genova, ho sempre strenuamente combattuto il cosiddetto parassitismo a danno degli infortunati. L’azione potentemente moralizzatrice del Buffa, che ebbe proprio qui a Genova il suo primo svolgimento, le battaglie asperrime da Lui subito combattute con slancio magnifico di fascista e di sindacalista purissimo. videro il sottoscritto (quale medico, cultore fervente dei problemi sociali che la democrazia demagogica aveva trascurato e negletto) in linea per la lotta della quale oggi il Patronato Nazionale raccoglie i frutti più eletti, e se lo sfruttamento degli operai infortunati fu da me (e non da me solo, ma da altri ben più del sotto-scritto autorevoli) definito per parassitismo, non posso — oggi — clic confermare e proclamare con tutta la mia energia tale definizione. A meno che non si voglia definire con parola anche più cruda il numero enorme di «reati, di truffe nelle indennità, di creazioni di infortuni, di autolesioni, di sfruttamenti dell’infortunato con altissime percentuali ed inganni sulla valutazione del danno ed infine la sottile opera disgregatrice che viene compiuta con l’istillare nella mente dell’operaio stesso una illimitata fiducia sul patrocinio, con pretese talvolta esagerate ed assurde di danni non indennizzabili». Mi fermo ancora sulla parola: parassitismo. Vuole dirmi l’egregio «a.c.» se l’opera in genere dei patrocinatori privati, specialmente nei grandi centri industriali, può essere altrimenti definita? Quando individui di passato oscuro, di poca o scarsa coltura, di coscienza… elastica, assistiti purtroppo da professionisti che potranno anche lavorare in buona fede, ma con gli occhi bendati, si creano paladini presso le Società o gli Istituti di Assicurazione di operai infortunati o sorprendono la loro ingenuità (leggi: ignoranza) trattenendo sulla somma liquidata dell’infortunio persino il 50%? Può definirsi altrimenti che parassitismo il fatto che vengono sovente accettate quali prime liquidazioni le temporanee, inibendo all’infortunato il diritto alla revisione per erroneità e tendendo in tal modo a favorire il giuoco di qualche Istituto Assicuratore? E ancora… ma perché rimestare nuovamente il fango che si è accumulato in questi ultimi anni su tante questioni svoltesi fra patrocinatori privati, istituti assicuratori ed infortunati? Non intendo, con quando asserisco, coinvolgere nell’accusa di parassitismo la totalità dei patrocinatori privati, sia singoli, sia raccolti in Istituti. Ma non posso escludere che anche negli Istituti o nei singoli più seri ed onesti, il lucro non sia la principale molla che li animi nel tutelare gli interessi dell’infortunato. Infatti il sorgere ed il vittorioso affermarsi del Patronato Nazionale ha dato ai nervi a parecchia gente… dai grossi calibri ai minimi, dai grandi Istituti ai piccoli speculatori che si accontentano delle… briciole! Il principio invece sostenuto sin dal 1922 dal Buffa (e consacrato dalla Carta del lavoro) è basato essenzialmente sul patrocinio gratuito dell’operaio infortunato, vera audace innovazione pratica nel campo della previdenza ed assistenza sociale. Eminentemente etico ed umano — osserva a tale proposito il Brunetta — il concetto informatore di tale principio. Chè altrimenti si andrebbe contro lo stesso spirito informatore della legge sugli infortuni del lavoro, quello cioè di assicurare all’operaio colpito da infortunio la possibilità di vita nel periodo di inabilità temporanea, dargli il modo di completare i propri proventi nel caso di inabilità permanente, garantire alla famiglia un discreto peculio nella eventualità della morte. L’affermarsi del Patronato Nazionale (e vedremo più oltre quanto esso interessi ora la pubblica opinione) che presieduto dall’on. Rossoni può definirsi come purissima emanazione sindacale, rientra automaticamente nell’art. 28 della Carta del Lavoro che prevede: «la devoluzione alle associazioni sindacali legalmente riconosciute della difesa dei lavoratori anche per le procedure amministrative e giudiziarie relative agli infortuni sul lavoro ed alle assicurazioni sociali». Giustamente il Roberti asserisce in una sua interessante relazione sulla « Funzione delle Associazioni Sindacali e la legge infortuni » che [‘assistenza sindacale non si esaurisce nel creare o nel perfezionare il rapporto di lavoro, ma 01 estende a tutta la vita del lavoro, a tutti i rischi ai quali il lavoratore va incontro in conseguenza del lavoro. Tanto più pronta e gelosa tale assistenza quanto più il lavoratore è in condizione di inferiorità ed ha bisogno di difesa. Ora — continua ad interpretare il Roberti assai limpidamente — già la legislazione italiana si era messa su questa strada sottraendo con la legge del 1917 ai patrocinatori privati la rappresentanza e la difesa degli infortuni agricoli; essa è stata poi affidata esclusivamente al Patronato Nazionale. Dato questo stato di fatto, non ho certo io commesso tali errori nel mio studio sul Patronato Nazionale. Dato questo stato di fatto, non ho certo io commesso tali errori nel mio studio sul Patronato Nazionale in rapporto con la profilassi sociale, da meritarmi tutti gli inorriditi sic! e tutti gli abbondantissimi punti esclamativi dell’egregio «a.c.» della Rivista Critica d’Infortunistica. Comunque, (ed anche in questo non posso che sottoscrivere a quanto ha asserito, con ben più profonda competenza legale della mia il Roberti), non si tratta di abolire, per gli infortuni industriali, il patrocinio privato; si tratta di trasferire la scelta dei patrocinatori degli infortunati alla Organizzazione sindacale. Qui non è questione di libertà menomate e di controversie private; nelle controversie del lavoro (le cui garanzie e di esse l’applicazione delle disposizioni inerenti sono controllate dallo Stato) il lavoratore deve essere tutelato dalle proprie associazioni sindacali di categoria; e per esse — come è in fine ora ufficialmente riconosciuto — al Patronato Nazionale che è l’organo tecnico della Confederazione dei Sindacati Fascisti e che ha in tutta Italia predisposta una organizzazione perfettamente corrispondente allo scopo con un personale veramente selezionato ed eletto sia dal lato amministrativo che da quello medico e legale. Che questo sia ormai penetrato anche nella coscienza dei lavoratori e del pubblico in genere, lo dimostra il fatto che liberamente — spontaneamente — in molti centri industriali gli operai infortunati corrono alla tutela del Patronato Nazionale; in molte città ormai la mala pianta del patrocinio privato si è esaurita e spenta del tutto, per la mancanza della linfa più vitale: il denaro degli infortunati! Ma ormai non soltanto gli organi della pubblica opinione — la stampa politica in genere — si interessano del Patronato Nazionale; non solo le riviste legali hanno delle rubriche le quali seguono con viva attenzione (tanto più viva quanto più esse sono più o meno celatamente avverse) tutto quello che si svolge nel Patronato stesso; ma riviste tecniche sanitarie ne fanno oggetto del loro studio. Era del 27 settembre un interessante articolo del «Medico Italiano»; è del 28 novembre la riproduzione di esso ed il commento sulla “Sezione pratica” del Policlinico, la rivista più diffusa del ceto sanitario d’Italia. Ci piace, quale conclusione di questo nostro articolo, riportare di detto studio i due più interessanti periodi: «Se noi guardiamo alle cifre esposte per il ramo: assistenza dell’operaio infortunato sul lavoro, nella relazione al Consiglio Direttivo Nazionale del Direttore Generale comm. Aldo Buffa, comprendiamo facilmente quale imponente lavoro è stato compiuto e quale proporzione può assumere tale opera per l’avvenire: nel 1926 furono eseguite per gli infortunati delle industrie 18.847 visite chirurgiche; 462 neuropatologiche; 16.413 di controllo; 207 otorinolaringoiatriche; 2523 oculistiche; 688 mediche; 1373 radiografiche. E non contiamo le 8464 pratiche esperite per gli infortuni agricoli! Questo lavoro dà sempre più la sensazione che il Patronato Nazionale vuol raggiungere quella perfezione nelle indagini e nei responsi alla quale nulla debba e possa obbiettare la Società Assicuratrice e che il Patronato è centro d’effettivo elevamento nella pratica infortunistica. Di fronte a queste constatazioni di organi obbiettivi e sereni, al di fuori ed al di sopra di ogni carattere laudativo, di fronte a questa sicura ascensione del Patronato Nazionale verso la più perfetta ed universale costituzione, io credo che ogni altro commento debba essere superfluo. Potranno le mie vedute essere tacciate di teoriche e nebulose; ma la realtà dei fatti le consacra quali positive e realizzatrici, per eccellenza! De hoc satis! Sarà mia cura, in un altro articolo, controbattere la questione della procura che tanto ha disturbato l’egregio a. c. Per ora mi conforta la constatazione che non invano mi sono accanita contro gli inconvenienti del cosiddetto Parassitismo a danno degli infortunati. Ed è per me questo un grande legittimo conforto».


Accanto all’Istituto di Assistenza Sociale di Fabbrica si affiancavano i policlinici e le cliniche del lavoro. Le prime avviano i professionisti sul piano pratico, le seconde su quello teorico. Una terza realtà è costituita dalle Mutue di Fabbrica che offrivano accertamenti sanitari laddove i sanitari generici non riuscivano. I policlinici erano suddivisi in due sezioni: medicina preventiva e malattie professionali (Vigliani G.A., I policlinici del lavoro, 5, 1928, p. 3).


Una quarta realtà (dopo i policlinici e le mutue di fabbrica) era rappresentata dalla scuola di San Gregorio al Celio dove avveniva la formazione delle assistenti sociali. Il quinto numero del 1928 dedica un bel servizio su questa neonata realtà didattica (La scuola superiore femminile fascista di assistenza sociale, 5, 1928, pp. 6-8):
La nuova Scuola, istituita dal Partito Nazionale Fascista con il concorso morale e finanziario della Confederazione dell’Industria, ha già iniziato dai primi dello scorso ottobre l’opera, i cui riflessi sociali risulteranno certamente quanto mai benefici in un prossimo avvenire.
Intanto con questa nuova istituzione l’Italia realizza, con l’attività fascista, uno dei più importanti postulati da essa enunciati nel recente Congresso Sociale di Parigi e si pone a fianco delle Nazioni industrialmente più sviluppate; dando in più alla sua opera quel carattere di originalità e di praticità che è proprio del suo temperamento latino.
Questa nuova Scuola è infine il logico corollario alla Scuola Superiore di Economica Domestica, altra opera del Regime, promossa, come questa d’oggi, con larghezza di vedute e con squisita sensibilità dei bisogni delle classi lavoratrici della Segreteria Generale del Partito, specialmente per le intelligenti cure di Angiola Moretti, Segretaria dei Fasci Femminili, che realizzando il programma sociale con così viva fede lanciato e propagandato dalla mirabile parola di S.E.Turati, nulla ha lasciato mai intentato, perché anche alle donne giunga il soffio rinnovatore ed elevatore del Fascismo, vigile custode e potenziatore dei più intimi valori e delle più preziose energie della Stirpe.
La vasta portata sociale di questa nuova Scuola, risulterà chiara, quando si pensi che essa darà ai Segretariati di fabbrica il personale tecnico, specializzato a compiere le più delicate mansioni assistenziali in favore delle classi lavoratrici e delle loro famiglie. Infatti alle assistenti fasciste sarà commessa una vasta serie di attività, per cui essendo particolarmente preparate, potranno assolvere con un unico criterio direttivo tutte le branche che caratterizzano i suddetti Segretariati: cioè l’assistenza sanitaria, culturale, igienica, economica, l’assistenza alla maternità ed all’infanzia, ecc.
L’assistente sociale fascista potrà così soccorrere ai vari bisogni del lavoratore e dell’azienda, sorvegliando, promuovendo e indirizzando i suoi assistiti a tutti i seguenti bisogni:
a) Assistenza sanitaria: Igiene individuale e del lavoro. Acquisto di medicinali, profilassi delle malattie sociali e professionali, visite da medici specialisti, ambulatori, invio in sanatori, convalescenziari, colonie di cure e constatazioni domiciliari.
b) Assistenza culturale: Conferenze, proiezioni, biblioteche, scuole di lavoro.
c) Assistenza igienica: Mense di fabbrica a gestione diretta.
d) Assistenza economica: Risparmi, assicurazioni facoltative, assicurazioni sulla vita, casse mutue e sussidi.
e) Collaborazioni con: Mutue interne, poliambulanze, Istituto Previdenza Mutualità, Capi personale, Gruppi interni del Dopolavoro, Direzioni per impianti, andamenti, gestioni varie di fabbrica.
f) Assistenza alle madri e ai fanciulli: Sale di allattamento, Consultori materni, Invio in case di Cura, Ambulatori speciali, Colonie marine e montane.
Da questi brevi cenni dell’attività commessa alle assistenti sociali, che svolgono la loro opera delicata nell’interno della fabbrica, si può facilmente comprendere l’utilità grande del nuovo Istituto che è l’unico istituto italiano di preparazione ai suddetti compiti.
È perciò che la Confederazione dell’Industria, la quale fin dal suo sorgere si è acquistata i maggiori titoli di benemerenza nel campo dell’Assistenza Sociale, ha entusiasticamente raccolto le iniziative del Partito quale ambitissimo ordine ed ha anzi assunto su di sé per il funzionamento del nuovo Istituto, un grosso onore finanziario, mentre dall’altro lato ha offerto all’insegnamento della nuova Scuola di Assistenza sociale i suoi uomini di scienza più competenti. Ma non solo a quest’attività immediata ha mirato l’opera della Confederazione: essa ha bensì concorso, nel modo senza dubbio il più efficace, alle finalità della nobile istituzione, assicurando che avrebbe provveduto al collocamento nelle industrie delle diplomate di questa Scuola. E qui non è chi non veda essere questo provvedimento il crisma più sicura al fiorire del nuovo Istituto. Sita nell’ampio edificio di San Gregorio al Celio, ex convento dei frati Benedettini ed ora sede di altre opere buone, quali la Scuola di Assistenza all’Infanzia e quella già accennata di Economia Domestica, la nuova Scuola, sorta per volere del Partito e degli Industriali, occupa il piano nobile del palazzo ed ha come ambienti di soggiorno, di studio e di ricreazione, tutto quanto un beninteso e moderno criterio igienico e didattico può offrire.
La Scuola ha il carattere di un convitto a solo internato ed il corso per conseguire il diploma di assistente di fabbrica dura 8 mesi: dei quali sei sono di formazione teorica, mentre gli ultimi due sono totalmente dedicati al tirocinio pratico.
Organico e veramente completo ne è il programma didattico diviso nelle materie di studio sotto indicate e svolto da anche eminenti e competenti personalità che qui sotto nominiamo:

  1. Ordinamenti politici e sindacali: Augusto Turati;
  2. Legislazione Fascista: Giovanni Balella;
  3. Ordinamento amministrativo: Cesare Giannini;
  4. Organizzazione scientifica del lavoro dal punto di vista medico; Orientamento professionale; Selezioni della mano d’opera: Giovanni Antonio Vigliani;
  5. Nozioni di igiene generale ed industriale: D.Maza
  6. Malattie sociali e del lavoro; etica professionale; doveri e mansioni delle assistenti di fabbrica: D.Maza
  7. Cenni introduttivi di legislazione sociale: leggi protettive del lavoro ed organi di vigilanza: Giovanni Balella;
  8. Varie branche assicurative, loro ordinamento e finalità d’ordine sociale sanitario: Cesare Giannini;
  9. Cenni di infortunistica: ordinamento, assistenza, prevenzioni e cura: Giovanni Antonio Vigliani;
  10. Protezione della donna nel lavoro e dei fanciulli minorenni nella legislazione italiana; parte teorica: Giovanni Balella; parte pratica: D.Maza;
  11. Norme di puericultura: D.Maza;
  12. Nozioni sul servizio sociale in Italia e all’estero: D.Maza;
  13. Economia domestica: Paola Baronchelli.

Questo il programma di studio: accanto ad esso sono particolarmente curate sotto la guida della direttrice dottoressa Maza, le visite e le lezioni pratiche negli ambulatori di medicina sociale: cioè ambulatori Antitubercolari, Infortunistici, e Celtici, Consultori materni e per lattanti; Istituti di ricovero per deficienti, vecchi, anormali psichici e fisici.I titoli minimi d’ammissione al corso sono: a) la licenza di scuola media inferiore con accertamento di una maggiore preparazione culturale privata; b) il diploma di abilitazione magistrale quale titolo di pieni diritto; c) il diploma di infermiera.
Va notato però che vi sono anche delle alunne laureate come primo nucleo delle sopraintendenti sociali.
I limiti di età per l’ammissione al Corso sono fra il 21° e 45° anno: le alunne debbono per ovvie ragioni di profitto essere di sana costituzione fisica, di buona condotta morale e nubili o vedove senza prole.
Dopo gli otto mesi, di corso, le candidate si sottopongono all’esame per il conseguimento di diploma e le tre migliori ottengono il rimborso delle spese incontrate per la loro permanenza al convitto.
Il convitto, come abbiamo accennato, non accetta alunne esterne, ma vuole che queste vivano insieme, in disciplina spontanea e famigliare, perchè saggiamente si pensa che dal lungo periodo di soggiorno in comune debba sorgere quello spirito e quell’indirizzo unitario che faccia delle assistenti sociali fasciste le antesignane e le segnalatrici di un unico grande ideale: quello dell’elevamento sociale del popolo.
Fine che senza dubbio si realizza sotto l’area sicura di Enti quali il Partito e la Confederazione dell’Industria e di nomi quali S.E.Turati.
I principi del servizio sociale adottati possono così sintetizzarsi: osservazione del caso nel contesto di vita, eliminazione alla radice dei problemi che affliggono l’assistito, lavoro di rete in ambito socio-sanitario, prevenzione dell’insorgenza degli stessi o di nuovi problemi (Grossmann M., Concetti e metodi di assistenza sociale, 4, 1937, pp. 61-74):
«Tutta l’azione sociale che mira all’elevazione del tenore di vita delle masse è orientata ai giorni nostri su soluzioni che tendono a dare assetto organico e razionale alla tutela contro i rischi dell’esistenza ed in particolare alla protezione delle categorie lavoratrici, e ad eliminare nei, provvedimenti impostati su vasta scala, gli squilibri fisici economici e morali dei singoli. Nel riconoscere l’interdipendenza delle cause che generano tali squilibri e la difficoltà di ridurle ad un unico denominatore, possiamo tuttavia ravvisare in essi le cause determinanti generali (malattie sociali, disoccupazione involontaria, pauperismo, e le cause determinanti individuali (ignoranza, deficienza, vizio, rilassamento morale, ecc.). I provvedimenti che in forma legislativa si sono venuti via via concretando, attraverso le istituzioni di previdenza e di assistenza, di igiene e di profilassi sociale, se da un lato risolvono i problemi che per la loro portata non avrebbero potuto essere risolti dalle istituzioni ed iniziative private né affrontati con gli antichi metodi della beneficenza, dall’altro si inspirano per il loro stesso carattere a concetti d’ordine morale: riconoscimento della responsabilità e solidarietà sociale, salvaguardia della dignità umana col sottrarla nell’evento del rischio o del bisogno a soluzioni caritative ed elomosiniere. Il diritto acquisito o legalmente riconosciuto si sostituisce alla forma passiva del beneficio, da cui rifugge la più matura coscienza del lavoratore e da cui l’anno distolti quegli elementi che, per immaturità di spirito, possono tuttora aderirvi. Nel Regime fascista, in sui secondo il Capo “non le forme della vita umana, ma il contenuto, 1’uomo, il carattere… devono essere potenziati in Valori ideali superiori, per uniformarsi a quella forma più alta di personalità che si esprime come” volontà di potenza nello Stato fascista, noi dobbiamo tendere a che ogni prestazione assistenziale, fondata o no su diritti legali, volta comunque Verso l’eliminazione degli squilibri nell’individuo o nel nucleo familiare, s’imperni in basi in cui l’essenza morale dell’individuo possa essere salvaguardata non solo, ma tratta ad espressione dalle sue più profonde radici per concorrere alla sua stessa elevazione. È su questo postulato fon-aumentate che si basa fazione assistenziale individuale, da cui deve esulare la formula caritativa che avvilisce e deprime i migliori, anche quando si riveste del manto della solidarietà, mentre fomenta gl’istinti parassitari e l’inerzia nei peggiori. Ma la contenzione teorica non basta: bisogna tradurla in realtà. Bisogna additare e diffondere i metodi che soli consentono di agire in conformità ai concetti informativi di fronte all’evento del bisogno che si presenta con l’immediatezza dette sue sollecitazioni e con t imperiosità delle sue esigenze. Quali saranno dunque questi metodi con cui affronteremo i problemi del servizio sociale nella sua forma individuale sotto l egida dei concetti che soli possono giustificarsi nella nostra era è accederemo alle nuove vie abbandonando le vecchie?
La soluzione legale
Quante volte nell’ambito delle stesse istituzioni assistenziali alla soluzione legale di un caso assistenziale, perché burocraticamente più spinosa, più impegnativa, più ardua, per la somma di tempo di volontà, di considerazioni ed anche di responsabilità che involve, non si dà la preferenza a quella più semplice di aprire il battente della cassa o invocare il benefico intervento di terzi facendo appello ad argomentazioni sentimentali? O per incompetenza non si ravvisa la soluzione più adeguata tra le infinite possibilità di soluzione che offre un caso se inquadrato nei suoi rapporti di causa e di effetto e se affrontato con i veri metodi del servizio sociale? O ancora tra le incognite che, il quesito presenta non si sa riconoscere nelle pieghe del groviglio la possibilità di trar partito per la sua soluzione proprio da una determinata disposizione di legge, per cui esso può essere risolto, contrariamente alle apparenze, in forma ben diversa da quella comoda e caritativa che ci prospetta il postulante stesso? Occorre anzitutto saper “Vedere” il caso, non nell’incidente che determina la richiesta di assistenza ma nel quadro della personalità o del nucleo familiare, minorato nella sua efficienza da uno squilibrio che, quand’anche possa apparire a tutta prima economico, non lo è di fatto che nei suoi effetti, mentre nelle sue cause promana da una concatenazione di squilibri fisici materiali e morali. La miseria può, ad esempio, essere conseguenza di tare fisiche o psichiche: essa non si sanerà con 1’aiuto economico puro e semplice, ma con l’eliminare nel modo più appropriato la malattia o le tare psichiche concomitanti che la determinano. È questo l’ “abc” del servizio sociale individuale, ma occorre ripeterlo per ribadire l’asserzione: “senza una chiara visione della concatenazione delle cause e degli effetti l’obiettivo non può essere raggiunto”. L’aiuto deve quindi essere in funzione non dell’evento incidentale ma dell’obiettivo da raggiungere. Non è il lato umano sentimentale dell’incidente che deve interessarci, o magari straniarci dalla linea di azione che lo trascende e che, per la finalità da conseguire, possiamo anche praticamente ignorare. La prestazione cui noi dobbiamo mirare s’imposterà dunque, in quanto è possibile (e nella maggior parte dei casi lo è anche se non lo si sappia riconoscere), nel quadro della nostra legislazione sociale, delle nostre disposizioni legali, delle norme statutarie dei nostri Enti s’impernierà sulle leve delle amministrazioni pubbliche, cercherà di far breccia su tutto quanto è stato creato in logica concatenazione per non lasciar fuori dalle maglie della rete di protezione e tutela alcuna categoria di persone. L’azione condotta con abilità e competenza non si lascia sbaragliare dalle inevitabili inerzie o lentezze burocratiche. Nel campo igienico-sanitario essa s’inserirà nei quadri e nei gangli della fitta rete di provvedimenti sanitari, che dalla condotta e dagli ambulatori municipali va all’organizzazione dispensariale dei Consorzi antitubercolari, che dalle competenze degli organi mutualistici per i lavoratori si estende a quella dei centri di assistenza materna ed infantile; e del pari saprà valersi degli integramenti preventivi di Enti ed Istituti Nazionali. E se il soggetto da salvare sarà una bimba paralitica nessuno si domanderà a chi la competenza; se sarò il fanciullo anormale recuperabile non si esiterà nell’attribuirlo o meno all’O.N.M.I. o se si batterà di un ragazzo tubercolotico non si tentennerà tra la competenza dell’I.N.F.P.S. o del Consorzio antitubercolare, quando si conoscano a fondo i requisiti da cui dipende la prestazione; né tanto meno si ricorrerà a soluzioni empiriche di ordine caritativo, inadeguate e incomplete, e perciò inefficaci.
Azione integratrice
Le prestazioni inerenti alle assicurazioni sociali, o erogazioni mutualistiche o ad altre provvidenze legai: sono sempre basale su disposizioni schematiche, contenute nell’ambito di certi limiti: ora sono proporzionate alla misura del salario e dei contributi, sempre subordinate all’adempimento di determinate clausole o all’esistenza di determinati requisiti e, ad eccezione delle pensioni, si esauriscono entro un determinato tempo. Le categorie, fissate per necessità amministrativa, non sono fondate sulle effettive esigenze del bisogno che intendono fronteggiare, ma si basano su considerazioni estranee alla natura di esso, per es. sulla misura del salario, per cui danno al rischio sociale un indennizzo schematico che non sempre coincide con l’effettivo bisogno. Le leggi del bilancio ignorano le leggi dell’individualità; e questa, ancorché subordinata alle esigenze del tutto, ha nello stato di bisogno e di crescenza dell’individuo le sue particolari necessità che sole possono, se giustamente considerate e soddisfatte, rendergli la pienezza della sua efficienza. L’unità di misura ignora che il “troppo” dell’uno è il “poco” dell’altro e che, ad es. l’indennità giornaliera che va al malato, sufficiente in un caso, potrà essere insufficiente nell’altro se ragguagliata al carico di famiglia e al livello di vita del singolo o del nucleo familiare, che non può essere modificato ali istante. La sua portata varierà col variare di questi fattori, ed in particolare con le diverse complesse esigenze di speciali regimi prescritti ad integramento delle prestazioni medico-farmaceutiche. Ciò vale per tutti i campi della vita umana, in tutti i settori, per ogni categoria di bisogni. Come potremo allora adeguare i bisogni fisici o morali di un individuo, alle prese con tutti gli ostacoli dell’esistenza, agli schemi di un regolamento, alle disposizioni statutarie dì un Ente, di una Cassa, di un’Amministrazione qualsiasi, con le loro limitazioni, le loro carenze, le loro prescrizioni? Le “Leggi” che governano le leggi, le misure imposte dagli schemi, non possono variare per la loro stessa natura che, necessariamente, dev’essere inquadrata in limiti prestabiliti; quello che può e deve variare è il metodo dell’adattamento individuale ai fini dell’assistenza sociale. Con esso si potrà supplire a tali deficienze o lacune e solo l’azione integratrice, concepita ed espressa come “adattamento individuale”, può conferire alle prestazioni schematiche l’efficacia dei pieni risultati e concorrere al raggiungimento delle finalità: l’eliminazione compieta e definitiva dello stato di bisogno con la rivalutazione delle energie complessive dell’individuo o del nucleo famigliare. Non solo, ma nella stessa efficacia dell’intervento sta anche il segreto della più rapida azione sanatrice che ridonda poi a vantaggio delle amministrazioni stesse da cui le prestazioni derivano. Ma l’azione integratrice, occorre affermarlo, non è sempre un fatto esterno. Col metodo dell’adattamento individuale la mano abile dell’esperta, l’assistente sociale, agisce in profondità. Essa si Vale della conoscenza della personalità umana nella sua costituzione complessiva c nelle sue reazioni — fisiche, emotive, mentali e spirituali — onde trarre dalla stessa tutte le risorse che concorrano a potenziarla per la sua manifestazione individuale più appropriata in funzione della vita collettiva di cui è partecipe. Il rendimento dei mezzi è proporzionato all’intelligenza e all’accortezza con cui vengono impiegati, e le risorse individuali e familiari sfuggono molto più facilmente agli interessati che a chi, addestrato alle schermaglie del servizio sociale, sa ravvisare gli elementi da cui potrà trarre partito per la sua azione di bonifica umana.
Lo svolgimento dell’azione
Come bisognerà agire per salvaguardare i principi essenziali là dove necessariamente nessuna disposizione legale ben definita interviene per sanare un determinato stato di bisogno? In questo caso l’azione assistenziale più facilmente tende a rivestirsi degli antichi metodi della carità. Non vogliamo entrare nel merito dell’elevata etimologia della parola, dell’eminente /unzione ch’ebbe il sentimento cui s’inspira nell’evoluzione dell’umanità, né dei benefici influssi che, per essa, come movente dell’attività ridondano, soprattutto, su chi la esercita. Ma la forma attraverso cui essa si esprime, anche nell’attuale momento, non si armonizza sempre all’azione sociale educatrice e plasmatrice di anime ch’è il presupposto di ogni attività a fini sociali del regime fascista. Se noi vogliamo mantenere integro il carattere dell’azione assistenziale individuale inquadralo nella concezione etica fascista, noi dobbiamo dare all’azione l’indirizzo che solo giustifica. Essa si estrinseca in tre aspetti:
a) azione curativa organica
b) » preventiva
c) » plasmatrice ed educatrice.
Le tre fasi sono strettamente concatenate ed interdipendenti. Ogni azione assistenziale con cui si tende ad alleviare un determinato bisogno è curativa e organica in quanto si adegua alla natura ed all’entità del bisogno, considerato dal punto di vista soggettivo ed oggettivo, e tende ad eliminarlo nei suoi effetti con vari mezzi coordinati verse l’unico obiettivo. È preventiva, in quanto tende ad eliminarlo radicalmente nelle sue cause. Nell’uno e nell’altro caso, l’azione non consiste in un aiuto singolo ma in una serie di atti logicamente coordinati che tendono ad una determinata finalità. Essa si svolge infine come azione educatrice e plasmatrice in quanto si vale di nozioni da divulgare, pregiudizi da rimuovere, concetti da ribadire, e questi inculca stimolando le forze morali e spirituali, latenti o palesi dell’individuo. Ciò vale, ben inteso, non solo per obiettivi morali da raggiungere: il metodo non varia anche quando sia praticamente orientato nel campo della salute fisica. Qui l’osservazione e l’intuito concorreranno in misura eguale nel far riconoscere nel fattore fisico stesso e nei suoi squilibri l’effetto di altri fattori concomitanti su cui occorrerà agire: ambiente, perturbamenti morati e fisici, ignoranza. Tutto il resto che concorre allo sviluppo dell’azione assistenziale; tutti i mezzi messi in opera per eliminare i bisogni materiali contingenti — alimenti, indumenti, alloggio — sono dal punto di vista sociale, l’indispensabile ma anche meno interessante corollario di quest’azione, e dobbiamo decisamente orientare i pionieri o le pioniere dell’assistenza sociale a distogliere lo spirito dai fattori sentimentali che offuscano la vera e giusta visione dell’obiettivo sociale in un regime che dalle fibre della sua poderosa costituzione vuol esprimere l’individuo dei tempi, temprato per le più alte finalità ed obiettivato nella coscienza e nella volontà dello Stato.
Funzione e limiti dell’azione sociale privata
Prescindendo da quel più vasto coordinamento delle funzioni assistenziali che sta per attuarsi ai termini della recente legge 3 giugno 1937 in seguito all’istituzione in ogni Comune del Regno dell’Ente comunale di assistenza, possiamo soltanto rilevare quanto può presumersi come logica deduzione dai concetti stessi fin qui espressi. Ogni azione a fini assistenziali che emani dall’iniziativa privata non potrà esprimersi che come azione integratrice nei campi specializzati che esulano dall’azione assistenziale generica, ma come tale dovrà sempre coordinarsi agli obiettivi che in linea diretta emanano dalla politica sociale e dalla dottrina fascista e informare ai concetti fondamentali di questa le sue realizzazioni. Nel campo specifico dell’assistenza sociale nell’industria che, nel suo nuovo aspetto, si rivolge soprattutto al fattore umano nella fabbrica, i concetti inspiratori dovranno impostarsi sugli obiettivi “prevenzione e protezione del lavoratore sul lavoro” — “efficienza lavorativa” — “azione integratrice delle disposizioni di legge sull’igiene del lavoro nell’industria” — “sulla tutela del lavoro delle donne e dei fanciulli” — “sulla protezione dell’operaia galante” — affinché attraverso il toro particolare adattamento al fattore umano si realizzi in pieno l efficacia preconizzata: termini questi che se danno dignità di forma, nei rispetti del fattore morale umano, alle istituzioni assistenziali degli industriali, trovano anche la loro giusta linea d inserzione, il loro logico coordinamento e la loro opportuna forma integratrice nel quadro dell’azione sociale del Regime».
Nel 1948 l’Amministrazione Aiuti Internazionali aderì al consorzio UNSAS, un ente satellite di Confindustria, che decise di riprendere le pubblicazioni sotto nuove forme e nuovi fini: i “Quaderni d’informazione per assistenti sociali” nascevano con lo scopo di informare sotto tutti gli aspetti, non solo quindi dal punto di vista industriale, il mondo del servizio sociale specialmente dopo i cambiamenti intervenuti nel dopoguerra e con un occhio di riguardo verso la scena internazionale. All’uopo ottenne la collaborazione della neonata Associazione Nazionale Assistenti Sociali. Le pubblicazioni cessarono nel 1954 allorquando, per sopperire alle necessità finanziarie, l’AAI fu sostituita da altri enti: il Comune e la Provincia di Milano, la Cassa di Risparmio, il Consorzio dell’istituzione tecnica, la Camera di Commercio, la Società Montecatini e l’Istituto per l’assistenza sociale di fabbrica (Quindici anni di vita della scuola UNSAS di Milano, 1962, 5 pp. 30-31). Grazie e soprattutto all’interessamento di Guelfo Gobbi nel 1960 fu possibile riprendere le pubblicazioni della rivista con il vecchio nome “L’assistenza sociale nell’industria italiana”.
Nel biennio 1960-62 fu pubblicato un elenco delle scuole attive tra cui: la Scuola superiore regionale di servizio sociale di Trento diretta da Bruna Faccini, p.zza Santa Maria Maggiore 7, fondata nel 1946 per iniziativa di un gruppo di laureati cattolici sotto il patrocinio dell’ENSISS; la scuola di Firenze fondata e diretta dal prof. Giuliano Mazzoni (presidente dell’ISSCAL) nel 1947, vai Laura 48, insieme ad altri docenti dell’Università di Firenze; la scuola ENSISS di Palermo fondata dall’Ente Siciliano di servizio sociale nel 1947 e diretta da Livia Massaria alla quale si aggiunse nel 1952 la scuola “Santa Silvia” fondata dal cardinale Ernesto Ruffini per conto delle Opere Arcivescovili Siciliane di Assistenza in via Vittorio Emanuele 463; la scuola per dirigenti di lavoro sociale di Roma presso l’Istituto di Psicologia alla Sapienza fondata dall’ALSI nel 1946 e patrocinata dall’ENPI e diretta dallo psicologo Leandro Canestrelli; la scuola UNSAS di Milano in via Daverio 7 fondata nel 1946 e diretta da Paolina Tarugi; la scuola di Caserta in Corso Trieste 225 fondata da Ciro Vaccaro nel 1947 e gestita dal Consorzio provinciale per l’istruzione tecnica di Caserta; la scuola UNSAS di Torino in via Massena 20 fondata nel 1947 dalla Camera di Commercio e dall’Unione industriali diretta da Maria Luisa Sironi Addario; la scuola ONARMO di Napoli in via Ferdinando Acton 6 fondata e diretta nel 1948 dal criminologo Vincenzo Mario Palmieri insieme all’ingegnere Luigi Frunzio che fondò più tardi la scuola napoletana per dirigenti del lavoro in via Pigna; la scuola di Napoli in Corso Umberto 237 fondata dall’ANSI (associazione nazionale scuola italiana) nel 1954 e diretta da Pietro Verga; la scuola “Antonia Verna” di Napoli in Corso Malta 21 fondata nel 1955 dalle Suore di carità dell’immacolata concezione di Ivrea e diretta da suor Annunziata Califano. Le scuole servivano a diplomare le assistenti sociali che, poi, erano assunte dalle imprese, italiane e straniere, e dagli enti parastatali di assistenza (INAIL, INPS, INAM). Il titolo di diploma, pur non avendo valore legale, era sufficiente a garantire un posto di lavoro per i diplomati, invece di oggi dal momento in cui si è in presenza di una massa di neolaureati che non fa altro che rinfoltire il numero dei disoccupati. La Confindustria si faceva carico direttamente del servizio sociale di fabbrica grazie all’appoggio di una serie di enti gestori in modalità consorziata (in parte privata ed in parte pubblica). L’organizzazione del servizio sociale negli anni ’60 vide diverse novità rispetto al Ventennio fascista: fu deciso di affidare la direzione dei servizi ad ogni azienda industriale; alcuni servizi facevano parte del personale organizzativo associato alla Confederazione; altri ancora che non avevano stabilito alcun rapporto di lavoro furono considerati a tutti gli effetti “liberi professionisti” (I problemi dell’assistenza sociale di fabbrica, 1962, 3, pp. 3-6).
Si legge di un elenco esaustivo delle prestazioni erogate dal servizio sociale di fabbrica riconducibili a 7 gruppi di interventi: 1) prestazioni che mirano all’elevazione del livello di vita: refettori, spacci e cooperative di consumo, indumenti da lavoro, abitazioni costruite e concesse in uso dall’azienda, convitti per apprendisti, prestiti, sovvenzioni o anticipi per la costruzione di alloggi pubblici o privati; contributi o rimborsi delle spese di viaggio; 2) prestazioni che contribuiscono ad assicurare o promuovere la sicurezza sociale: sussidi e indennità integrative in caso di malattia, laboratori per i grandi invalidi, premi di anzianità, allocazione in casa di riposo, sussidi di nuzialità e natalità; 3) prestazioni aventi lo scopo di salvaguardare le forze produttive del lavoratore: psicotecnica, dopolavoro, servizi sanitari, case vacanze per adulti, ferie e riposo supplementari, servizio sociale aziendale; 4) formazione e addestramento professionale: corsi, borse di studio e laboratori; 5) assistenza ai figli dei lavoratori: scuole, refettori, doposcuola, allocazione dei figli minori in asilo nido, in colonia o in giardino d’infanzia; 6) provvedimenti aventi lo scopo di valorizzare ed elevare la persona umana: premi, gratifiche e borse di studio, attrezzature sportive, turismo sociale e attività culturali; 7) stanziamenti vari: anniversari, feste e lotterie (Grossmann M., Le prestazioni sociali aziendali, 1962, 6, pp. 27-31).
Sta scritto che aderiscono al Ciss: AAI, ANEA, UNEBA, Ministero della sanità, Ministero di grazia e giustizia, ANAS, ISCAL, INAIL, CIF, UNSAS, UNRRA-CASAS, ENPI ed ENSISS (Assemblea del CISS, 1962, 3, p. 25).
Sta scritto che Virginia Delmati fu docente di servizio sociale nell’industria alla scuola di San Gregorio al Celio, capo della sede provinciale romana di Confindustria, direttrice tecnica del dopolavoro e ispettrice per il Lazio (Un lutto per gli assistenti sociali, 1962, 4, p. 17).
C’è una bella foto del deputato DC e futuro presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro in occasione dell’inaugurazione della scuola superiore Onarmo di Benevento che nel suo discorso ha dimostrato di come il socialismo, inteso come materialismo, sia da considerare uno stato patologico delle società, la quale, essendo composta di uomini nelle loro due sostanze di anima e corpo, non può permettere un predominio del solo aspetto materiale perché significherebbe vedere i problemi dell’uomo escludendo proprio ciò che contraddistingue l’uomo nel mondo in cui viviamo. Il servizio vuole dire servire, donarsi, sacrificarsi, amare, essere cioè disposizione degli altri. Ragione per cui il servizio sociale deve avere un carattere di missione e deve essere svolto con grande pazienza ed umiltà (Attività della scuola superiore di assistenza sociale di Benevento, 1962, 4, p. 37).
La rivista non si soffermava solo alle opere assistenziali delle industrie ma contemplava la biografia e le opere delle singole assistenti sociali tra cui Eva Garatti che si era diplomata alla scuola di San Gregorio al Celio nel 1930 e che nel 1952, dopo aver raggiunto una valida esperienza in alcuni complessi industriali di Rovigo, Varese e Genova, fu assunta come dirigente alla Shell (Un lutto per gli assistenti sociali, 1962, 5, p. 31).
La rivista fin dalle origini riserva una rubrica permanente alle notizie provenienti dall’estero, ad es. nella Spagna franchista dove le assistenti sociali erano presenti non solo nelle maggiori aziende private tra le quali la Standard Electrica, la Cerceveria El Aguila, la Immobiliaria Urbis, la Costrucciones Colomina ma anche in quelle pubbliche quali il Commissariato per l’urbanesimo. L’associazione professionale nazionale l’ACASE pubblica un proprio bollettino. Esistono 24 scuole pubbliche delle quali solo una è gestita direttamente dal partito fascista, due scuole private e 21 scuole gestite dalla Chiesa tra cui la “San Vincenzo de Paoli” di Siviglia (Il servizio sociale in Spagna, 1962, 6, p. 35; L’assistenza sociale come fondamento del nostro tempo, 1963, 2, p. 21). Il servizio sociale nella Spagna franchista fu affidato dalle autorità locali alle donne, poiché, come fu riconosciuto dal decreto istitutivo del servizio sociale obbligatorio, in data 7 ottobre 1937, nessuno poteva ordinarlo meglio ed attuarlo con maggiore rendimento. La società chiede alle donne sei mesi di aiuto reciproco e organizzato. I primi tre sono dedicati alla formazione delle giovani, allo scopo di prepararle a vivere nella comunità. Durante gli altri mesi si passa dalla teoria alla pratica e le giovani, svolgendo le loro attività nelle mense, nelle cliniche, negli asili infantili, hanno la possibilità di conoscere aspetti della società che spesso avevano ignorato (Il servizio sociale della donna in Spagna, 1965, 2, p. 37).
A Napoli il 7 maggio 1963 si svolse un’assemblea degli assistenti sociali di fabbrica sulla funzione educatrice delle biblioteche aziendali. Le aziende rappresentate erano: l’Italsider di Bagnoli, Shell, Spica, Lepetit, Industrie cotoniere meridionali, Tubi Lux, SET, Remington, Olivetti, Gobain di Caserta, Montecatini, SME, RAI, Napletanagas, Olimpia, Fiat e Olivetti di Pozzuoli; a Napoli vi erano ben 29 aziende che offrivano una biblioteca appositamente per i propri dipendenti (Riunione di studio all’Unione industriali di Napoli, 1963, 4, p. 33).
Le prime tracce del servizio sociale in Italia si possono rinvenire al 1921 allorché sorse a Milano l’Istituto italiano per l’assistenza sociale, il quale, concepito e strutturato come un organismo tecnico e scientifico, ricercò, con metodo rigoroso, l’ausilio di tutte le moderne scienze che all’epoca cominciavano ad applicarsi sopratutto all’organizzazione umana del lavoro. Richiamandosi alla difesa sociale dell’individuo e del lavoratore in ispecie, il servizio sociale ebbe subito un particolare sviluppo agevolato dalla dedizione delle prime assistenti sociali che volontariamente si adoperarono nella ricerca di nuove forme di convivenza e di equilibrio, rese necessarie dall’espandersi delle iniziative industriali allo scopo di meglio conoscere ed interpretare i singoli bisogni umani e di contribuire al sollevamento delle forze fisiche e morali degli interessati. Queste iniziative furono incoraggiate e sostenute dagli industriali, da medici, da professionisti e da studiosi dei problemi degli operai. Le prime assistenti sociali furono preparate mediante corsi organizzati dallo stesso istituto e soltanto nel 1928 sorse in Roma la prima scuola superiore di assistenza sociale, finanziata dalla Confederazione dell’industria italiana. Che estese le esperienze maturate a Milano a tutte le zone industriali allora esistenti in Italia (…) Lo Stato, pur non riconoscendo ufficialmente il titolo professionale di assistente sociale, ha approvato una legge che riguarda l’ordinamento degli uffici di servizio sociale per minorenni che prevede l’impiego di 42 assistenti sociali nella carriera direttiva e di 230 in quella di concetto (…) si ritiene che in Italia operino circa 4500 assistenti sociali delle quali 1906 iscritte all’ANAS (Il servizio sociale in Italia, 1965, 2, pp. 24-25).
Nel 1942 le competenze del Patronato unico nazionale di assistenza sociale (1928-1942) furono trasferite nelle confederazioni sindacali che nel 1950 si frammentarono in tante entità quanti i partiti che li sostenevano: INCA (CGIL), ACLI (ACLI), ONARMO (ONARMO), INAS (CISL), ITAL (UIL), ENAS (MSI), EPACA (Coldiretti) ciascuno con un proprio organo di assistenza e un ufficio stampa: Assistenza sociale (INCA), Orientamenti sociali (ACLI), Rassegna di servizio sociale (ONARMO), Tutela del lavoro (ENAS), Problemi sociali (IMAN) (Gli istituti di patronato e di assistenza sociale in Italia, 1965, 2, p. 31).
Nell’Angola portoghese è stato fondato l’Istituto di educazione e servizio sociale Pio XII avente lo scopo di preparare cinque categorie di operatori sociali: assistenti sociali, educatori, educatori dell’infanzia, insegnanti e ausiliari familiari. I corsi per assistenti sociali hanno durata quadriennale: nel primo anno è impartito l’insegnamento delle teorie del servizio sociale, delle nozioni di medicina generale, psicologia, sociologia, filosofia e teologia. Nel secondo anno gli allievi sono orientati versi i principi della ricerca sociale con visite di studio e periodi di tirocinio presso istituzioni medico-sociali. Con il terzo anno sono completate le conoscenze di psicologia umana e gli allievi portano a termine i periodi destinati ai tirocini pratici. Il quarto anno è dedicato all’organizzazione di seminari su argomenti che riguardano i grandi problemi della cultura contemporanea e sono completate le nozioni teoriche di sociologia, economia, diritto, filosofia e igiene mentale. Per l’ammissione occorre il diploma di scuola media superiore ovvero il terzo ciclo di liceo delle scuole portoghesi. L’Istituto ha un proprio centro di ricerca che si occupa dello studio della popolazione e dell’applicazione delle tecniche di servizio sociale affinché possano contribuire ad una promozione globale ed armonica delle popolazioni africane dell’Angola (Il servizio sociale nell’Angola: l’istituto di educazione e di servizio sociale di Luanda, 1965, 5, p. 34).
Nella città di Santà Fè, in Argentina, fu fondata nel 1943 una scuola di servizio sociale dipendente dal Ministero della salute pubblica che, al termine di un corso triennale, abilitava all’esercizio professionale le assistenti sociali che furono poi impiegate su tutto il territorio nazionale. Vi potevano accedere i giovani di ambo i sessi che avessero superato il 17° anno di età e che siano in possesso del diploma di scuola media superiore. L’ammissione ai corsi è subordinata al superamento di una prova scritta ed all’esito di prove attitudinali. Per quanto riguarda il piano di studi si deve rilevare che nel primo anno è dato un certo risalto alla Storia del servizio sociale ed alla generalità sullo studio del caso individuale. Altre materie comprendono la psicologia applicata, l’igiene e la medicina sociale, alcuni elementi di diritto civile, penale, processuale e di economia politica. Durante il secondo anno è completata la preparazione dell’allievo sullo studio del caso individuale e sul lavoro di gruppo: la puericultura, la psico-patologia, l’igiene mentale, la statistica, la legislazione minorile e le tecniche per la ricerca sociale. Nel terzo anno sono studiate l’organizzazione e lo sviluppo di comunità, l’amministrazione dei servizi sociali, sociologia, diritto sociale e psico-pedagogia. Il piano di studi contemplava la preparazione di operatori polivalenti che avrebbero potuto poi in seguito svolgere altri corsi di specializzazione (La scuola di servizio sociale di Santa Fè, 1965, 6, p. 37).
Oltre all’impiego nelle fabbriche vi è un certo numero di assistenti sociali che svolgono una libera professione come consulenti di una o più aziende industriali (Toscani R., Struttura e funzionamento dell’assistenza sociale in Italia (II), 1966, 2-3, pp. 46-47).
L’esperienza compiuta a Baia di Bacoli (NA) dall’unione industriali in 20 anni nel campo dell’assistenza sociale in favore dei figli dei lavoratori ha permesso di pervenire ad un graduale miglioramento delle attrezzature e della conduzione della colonia. Tra le aziende che hanno aderito all’iniziativa vi sono: Pirelli, Antibiotici Lepetit, Fervet, Eternit, Santi Gobainn, Birra Peroni, SAE, Farmochimica Cutolo Calosi, Lancia, Remington Rand Italia, Cone e Sigma (Cesarino G., Vent’anni di assistenza sociale nell’industria napoletana: la colonia di Baia, 1966, 6-7, pp. 38-39).
Sono riportati i risultati di un questionario sugli assistenti sociali dei quali il 31,9% svolge la propria attività a livello direttivo; il 42% degli intervistati ritiene che i partiti non servono gli interessi del Paese; l’80% ha scelto la professione per attitudine; infine gli assistenti sociali si sentono accettati e compresi, nell’esercizio della loro attività professionale, nella misura più alta dai propri dirigenti, in misura minore dagli utenti ed in misura ancora inferiore dagli altri professionisti con i quali hanno rapporti di collaborazione (Zilli S., L’assistente sociale: analisi di una professione, 1967, 3, p. 38-39).
La rivista è sensibile ai mutamenti nella metodologia e nell’organizzazione dell’assistenza sociale. Sta scritto, infatti, che l’orientamento degli studiosi è favorevole alla sostituzione delle strutture esistenti, da considerarsi superate, con altre più razionali ed adeguate ai tempi. Considerando che i dati ufficiali parlano di circa 40000 enti che si occupano di problemi assistenziali, non si può non rilevare come una tele massa di istituzioni venga ad incidere negativamente sui costi di gestione delle singole iniziative determinando inevitabili sovrapposizioni di competenze, duplicati d’intervento e una differenziazione di interventi. Secondo alcuni esperti le categorie che abbisognano di maggiori cure sono: insufficienti mentali gravi circa 10000, disadattati e caratteriali circa 10000, sordomuti circa 25000, ciechi circa 18000, poliomelitici circa 75000, bambini illegittimi circa 70000 di cui 13000 residente nei brefotrofi, (G.A., I problemi dell’assistenza sociale in Italia, 1969, 6, pp. 28-31).
La rivista fu attenta osservatrice anche nei confronti di ciò che si verificava nei paesi all’estero anche quelli non riconducibili alla cultura occidentale e libero-capitalista. Il giornale francese “Le Monde” ha pubblicato un’interessante informazione sull’impiego del tempo libero in Russia: il “sabato comunista”. In sostanza durante questa giornata si trattava di lavare i vetri, i pavimenti e di pulire le macchine nelle imprese e nelle fabbriche. Inutile precisare che lo zelo dei volontari è stato fomentato da un’enorme propaganda ideologica: riunioni esplicative in seno alle imprese, articoli pieni di fervore sui giornali, esaltanti trasmissioni radiofoniche e televisive. Tutto ciò nel mondo occidentale avrebbe subito sollevato l’intervento unanime dei sindacati per una giusta ed equa retribuzione (Rassegna estera, 1970, 1 pp. 44-45).
La rivista fu disponibile sia ad “accogliere” il disagio degli operai sia di “cogliere” il cambiamento di mentalità che si stava verificando nella società dell’epoca. In base ad un sondaggio effettuato su due campioni di giovani studenti (scuole superiori e accademici) risultava che il 47% approva le iniziative di occupazione delle facoltà, ma solo il 35% degli intervistati ritiene che le motivazioni rifuggano dal solo miglioramento del sistema formativo; le percentuali salgono se si considerano gli accademici per i quali il consenso per l’occupazione sale al 65% e le motivazioni risultano al 45%. Significativo appare il dato secondo cui il 31% degli alunni e il 52% delle matricole ritiene che il ricorso alla violenza sia il sistema idoneo per cambiare la realtà attuale attraverso un’azione rivoluzionaria. Notevole è la sfiducia verso i sindacati, il governo, i dirigenti industriali. Oltre il 75% degli intervistati avrebbe voluto un accordo con la classe operaia in merito alle occupazioni delle fabbriche (Palma L., Questi giovani, 1970, 6, p. 42-46). Come tutti sanno, il tanto auspicato accordo tra studenti e operai, non vi fu come, invece, in altri paesi (Francia). Probabilmente non era stata vana l’opera di Guelfo Gobbi né quella dell’impresa italiana nel tentativo di realizzare una maggiore umanizzazione nelle relazioni di fabbrica. La sua opera e la sua idea sopravvivono immortali nella storia e nella memoria dell’Italia di oggi.

Quaderni d’informazione per assistenti sociali, Maggio-Agosto 1951, Servizio sociale di fabbrica

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