Antologia

Un centro studi e di attività sociale

La scuola superiore femminile fascista di assistenza sociale

Il servizio sociale in Italia

Il servizio sociale richiede e affina le più alte facoltà mentali

Le tre scuole superiori del Partito in Roma

Differenziazione tecnica

Aspetti dell’assistenza sociale di fabbrica

Possibilità attuali d’impostazione del servizio sociale di fabbrica

Un nuovo organo dell’Opera affianca i Cappellani

Il ruolo svolto da assistenti sociali nello sviluppo della politica sociale in Jugoslavia

Il lavoro sociale in Vietnam: una professione occidentale, un paese asiatico. . . e una guerra

Brevi considerazioni sulla medicina a Cuba dopo la rivoluzione

Il servizio sociale in Europa orientale

Assistenza sociale in Cina in un’epoca di riforma economica

Libero professionista o professionista libero?

Il servizio sociale forense

Competenze della libera professione

Un centro studi e di attività sociale (Ettore Levi, Un centro studi e di attività sociale, Istituto italiano di igiene, previdenza e assistenza sociale, Roma, 1925, pp. 74-90).
Considerando il problema delle deficienze della medicina preventiva nella sua totalità, possiamo affermare che allo stato attuale della nostra organizzazione, non si provvede che ad un numero minimo dei deficienti fisici e psichici, dei predisposti e malati di ogni genere, che abbisognerebbero di riabilitazione fisica e psichica, ed anche il poco che si spende per sanare tali mali sociali, è speso in massima parte per la cura, invece che per la prevenzione, e quando è speso per la prevenzione, lo è sempre in modo inadeguato ai moderni bisogni. Quale e quanta sia questa nostra deficienza nessuno sa, perché mancano dati statistici in quasi tutti i campi sociali. Sappiamo all’incirca quanti sono gli ammalati di tubercolosi, quanti letti abbiamo a disposizione, e quanti ne occorrerebbero, ma in quasi tutti gli altri campi, nulla sappiamo. Quale sia la nostra deficienza nel campo dell’assistenza alla maternità ed all’infanzia nelle varie età, quali le provvidenze che occorrerebbero per i malati mentali, per la prevenzione della criminalità per l’utilizzazione dei deficienti di vario grado, per i venerei, per i malarici, per i tracomatosi, ecc. per l’utilizzazione sociale degli invalidi congeniti e di quelli di guerra e del lavoro, ecc. per la prevenzione di tutti questi danni evitabili, tutto ciò ci è ignoto. In numerose pubblicazioni e nella nostra rivista “Difesa sociale” abbiamo messo a confronto tale nostra dolorosa povertà di organizzazione rispetto a quella dell’Inghilterra, che con propri ufficiali della tubercolosi, come funzionari addetti alla protezione della maternità e dell’infanzia, alla lotta contro le malattie veneree, alla sorveglianza del servizio assicurativo, all’igiene scolastica, provvede scrupolosamente a tali essenziali controlli e ne pubblica annualmente, in preziosi volumi, i risultati sintetici, diffondendoli, a cura del Ministero della Sanità, a tutti i membri del Parlamento e ad ogni autorità nazionale ed estera. Invano abbiamo in Consiglio Superiore, con cronica ostinazione, invocato che anche l’Italia adotti tale sistema! Quanto si afferma per l’Inghilterra può ripetersi in rispetto anche a Stati di essa assai meno potenti economicamente, come la Svizzera, il Belgio e la neonata Jugoslavia, che possono molto insegnarci in questo senso. Le deficienze di indirizzo, di mezzi, di coordinazione e di organizzazione delle grandi amministrazioni statali, provinciali e comunali, trovano assoluta corrispondenza e sono altrettanto evidenti, sia nel campo delle Federazioni, Associazioni e Leghe a significato nazionale, sia in quello degli Enti a carattere regionale, che lavorano e combattono pei fini cui sopra ci siamo riferiti. Esistono infatti in Italia Federazioni e Leghe a carattere nazionale, per la lotta contro la tubercolosi, le malattie veneree, le malattie mentali e nervose, il cancro, il tracoma, per la tutela della maternità e dell’infanzia, ecc., teoricamente intese a coordinare l’opera svolta nelle singole regioni da istituzioni locali, che furono pioniere nei vari campi o a provocarne la creazione là dove spontaneamente non sorsero; il valore etico dello sforzo compiuto da questi liberi Enti è innegabile in quanto, anche se essi, per lo più, non corrispondono praticamente ai loro scopi, hanno però servito a far conoscere all’opinione pubblica la nobiltà dei fini per cui sono sorti e la necessità di realizzarli, per il bene comune, con ben altri sistemi e con ben altra energia. Tali Enti federativi sono infatti per lo più retti da personalità di grande valore morale e scientifico, ma che per l’importanza delle loro occupazioni tecniche e professionali, non possono dedicare ai fini specifici che una minima parte delle loro attività: si è perciò che queste Federazioni, che in altri Stati hanno assunto grande potenza e agiscono in coordinazione con gli Enti statali, che ne apprezzano a dovere le possibilità, talchè talora cedono ad esse le essenziali loro funzioni, sono invece tuttora in Italia praticamente inefficienti, perché assolutamente sprovviste di mezzi economici e di personale tecnico atto a svolgere la necessaria opera di indirizzo, di organizzazione, di inchiesta e di controllo. Altrettanto si può dire, se pure in minor grado, per gli Enti e le Associazioni periferiche: in ogni parte d’Italia e specialmente nel Settentrione, a Milano, Torino, Genova, Venezia, Bologna ecc, e pur anco nell’Italia Centrale, a Firenze, Roma, Napoli ed infine, se pure in proporzioni assai modeste, in Sicilia ed in Sardegna, sono sorte organizzazioni veramente efficienti e degne di ogni considerazione: associazioni antitubercolari che sorreggono sanatori e dispensari, opere di assistenza alla maternità ed all’infanzia, colonie estive ed invernali, montane e marine, ecc., che vanno fortunatamente moltiplicandosi e che vorremmo poter elencare qui, nominando gli uomini e le donne benefiche che ne furono creatori, ma che tutte presentano notevoli deficienze di organizzazione e perciò di rendimento. Manca ovunque infatti qualunque unità di indirizzo e qualunque azione coordinativa tra le istituzioni che hanno finalità analoghe e che assai più efficacemente potrebbero agire per gli scopi comuni, se coordinassero le loro energie ed i loro mezzi. Assai spesso avviene che tali istituzioni non solo non si conoscono tra loro ma sono anche spesso del tutto ignorate o mal conosciute dai bisognosi che ad esse dovrebbero ricorrere; o viceversa, ancor più di frequente, abili sfruttatori approfittano delle suddette deficienze di coordinazione ed ottengono sussidi. (…) Su questo punto essenziale ci conviene soffermaci anche in rapporto alla possibile azione benefica del suddetto Ente centrale, sia nel senso dell’indirizzo che in quello dei necessari sussidi finanziari. La caratteristica comune a tutte queste opere assistenziali, in quanto riguarda il personale direttivo è infatti, il volontariato. Ovunque, per lo più, tali Enti locali, come quelli federali, sono stati fondati e diretti da uomini e da donne eminenti, cui si deve rivolgere il pensiero riconoscente della Nazione, ma che per le loro molteplici occupazioni professionali e sociali, non possono dedicare alle opere da essi create che una minima parte del loro tempo. Un tale stato di cose può essere tollerabile, ed è anzi necessario, nel periodo creativo, ma non può dare il desiderabile rendimento nelle epoche di ulteriore sviluppo, ed è così che di sovente si son viste decadere opere ammirevoli, per la scomparsa delle persone che le avevano create e cui non fu possibile, per mancanza di mezzi, formare in tempo il personale dirigente ed esecutivo destinato a continuare quanto da loro era stato iniziato. All’opera volontaria, inefficiente e discontinua, deve succedere quella di un personale dirigente, tecnicamente preparato ed adeguatamente compensato, capace di formare intorno a sé, nel rispettivo campo d’azione, gruppi di collaboratori scelti di vario grado, altrettanto tecnicamente idonei ad eseguire le varie funzioni di segretariato, di documentazione, di archivio, di indagine sociale, di statistica, di propaganda, ecc, di quel personale cioè che solo può rendere efficiente il funzionamento di tali istituzioni. Gli Enti comprenderanno in tempo la necessità di preparare e valorizzare tale personale, non solo faranno opera moralmente ed economicamente utile ai propri fini, ma apriranno nuovi sbocchi alle energie potenziali di larghe categorie di uomini e donne (maestri, maestre, medici, medichesse, segretari sociali, ecc) che oggi ancora ignorano le possibilità di tali carriere di ordine sociale. Per assolvere tale compito, dovranno costituirsi in Italia, come già esistono in America, in Inghilterra, in Belgio, in Germania, in Olanda, in Svizzera, ecc., scuole superiori di coltura sociale (Social Work), intese appunto alla preparazione morale e tecnica del personale destinato a dirigere tali istituzioni, con la necessaria metodologia e competenza tecnica. Tali scuole, che vanno ovunque moltiplicandosi e perfezionandosi, sono dirette, a seconda dei casi, da scienziati specializzati in medicina sociale o da economisti, psicologi e statistici, consci dell’importanza di tale indirizzo e della conseguente necessità di preparare tempestivamente i quadri del forte esercito tecnico di penetrazione sociale, che dovrà avere i suoi grandi condottieri, il proprio corpo di stato maggiore, i dirigenti delle singole unità e competenti sotto ufficiali. La recente riforma universitaria italiana ha portato come conseguenza ad una maggiore libertà d’azione degli istituti di coltura superiore, che hanno già oggi facoltà di iniziative prima sconosciute; ma nessuna né delle antiche, né delle nuove università, ha sentito il bisogno di provvedere alla creazione di queste scuole, che tanto utilmente potrebbero attrarre le energie giovanili. Non solo, ma anche le varie facoltà universitarie e le scuole superiori italiane, non danno ai loro frequentatori – futuri medici, ingegneri, avvocati, maestri, ecc. – quella preparazione di sintesi scientifica e di politica sociale, che oggi è tanto necessaria, se non si vuole che sempre più prevalga quel gretto tecnicismo, che impedisce la sintetica comprensione dei problemi di convivenza civile. Se noi passiamo infatti a considerare, sia pur brevemente, la preparazione universitaria di coloro che a questi fini dovrebbero indirizzare la loro opera, risulteranno immediatamente quali e quante siano le deficienze che dobbiamo deplorare, purtroppo, in questi campi così fondamentali. (…) Le facoltà di legge sono relativamente meglio attrezzate per fornire ai loro laureandi la preparazione generale cui sopra abbiamo alluso, chè a questi fini corrispondono gli insegnamenti di economia politica, di criminologia, di medicina legale, ecc. È a questo personale, di cui auspichiamo prossima la vasta e perfetta preparazione, che potrà affidarsi quel compito essenziale che gli americani esprimono con le parole “after care” o “follow up”, ossia l’assistenza continuativa, la sorveglianza morale e fisica dei bisognosi, fino a che, il denaro investito nella prevenzione e nella cura, risulti compensato da un corrispettivo, capitale guarigione. Bisogna convincersi che l’opera di penetrazione sociale e in genere quella più particolare nel campo della medicina preventiva non ha per fine tanto di curare l’individuo, quanto di bonificare l’unità familiare, di cui l’individuo fa parte, rafforzando così a poco a poco l’intera comunità. Se esistesse in Italia una vera e propria organizzazione di medicina preventiva, se si avesse il concetto di quel che deve essere il rendimento economico di una profilassi bene intesa, i malati di ogni natura, uscenti dagli ospedali, dai sanatori, dai manicomi, dai dispensari, ecc., dovrebbero, dalle locali istituzioni di assistenza, essere sorvegliati ed aiutati, fino a quando siano giunti a quel grado di ricostituzione fisica e di consolidamento psichico, che permetterebbe di considerarli come realmente bonificati ai fini individuali, famigliari e sociali. Infatti ogni individuo bisognoso di assistenza, non è solo un caso clinico ma soprattutto un caso sociale, necessitevole di indagini e di studi, per un migliore adattamento all’ambiente in cui esso vive normalmente o in cui sarà richiamato a vivere dopo la cura. L’unità medico sociale, lo ripetiamo, non è l’individuo, ma la famiglia o l’aggregato ambientale che l’individuo si è artificialmente costruito. (…) Tecnici e laici debbono convincersi che a tali fini, con ogni energia, si deve tendere se si vogliono finalmente rompere le viete consuetudini del dilettantismo filantropico, dell’umanitarismo antieconomico, dell’esemplificazione insufficiente. Per ottenere questo, ci vuole chiara visione delle immediate necessità, e ciò che più è necessario si è creare buone, pratiche scuole di preparazione di quel personale dirigente superiore di cui sopra abbiamo alluso e del personale inferiore assistenziale di cui ora parleremo. Infatti i dirigenti non bastano: se anche, per un colpo di bacchetta magica, noi ci trovassimo ad un tratto a poter godere dell’opera di tali condottieri, saremmo lo stesso disarmati, se in tempo non fossero educate le schiere di infermiere, di assistenti sanitarie, di segretarie sociali, ecc., che debbono essere gli intelligenti esecutori degli ordini dei loro capi. Nessuno tra i grandi paesi civili moderni, è così povero di tale personale come l’Italia. Da decenni, nelle varie regioni d’Italia e specialmente nel Settentrione, esistono ormai ospedali, sanatori, ecc., che sia dal punto di vista edilizio, che da quello dell’organizzazione, diremo così, meccanica interna, rappresentano opere sovente perfette, ma la cui attività funzionale è infinitamente menomata dalla deficienza di personale infermieristico, moralmente elevato e tecnicamente preparato. Le Amministrazioni provinciali, comunali e libere, che hanno investito milioni nell’attrezzamento di tali istituzioni, potrebbero paragonarsi ad armatori che con enormi spese impostassero nei cantieri e poi lanciassero nelle onde, splendide navi, non avendo in tempo preparato i piloti ed i marinai temprati a trarre da questi mirabili strumenti tutto il rendimento che essi potrebbero dare. (…) Tali assistenti sociali, preparate da speciali scuole ed assunte ormai nei paesi suddetti, da amministratori statali, parastatali e libere, esercitano già, ed eserciteranno ancor più in avvenire, una funzione di immensa importanza. Anche in Italia per opera e sotto lo stimolo dell’esempio americano, sono sorte e vanno sorgendo buone scuole per assistenti sanitarie, promosse dalla Croce Rossa Italiana e da altri Enti, mentre in Milano, per iniziativa del Dr. Correggiari, si è iniziata la preparazione di quella categoria di segretarie sociali che più specialmente sono destinate a svolgere la loro opera negli ambienti operai. Agli stessi fini, anche per l’azione stimolatrice del nostro istituto, sta nobilmente provvedendo la Cassa Nazionale per le Assicurazioni Sociali, massimo nostro Ente di Previdenza, che quest’anno inizierà a Roma e a Milano dei corsi integrativi per la preparazione delle assistenti sanitarie di fabbrica, con speciale riguardo ai compiti della maternità, corsi che noi consideriamo come il primo passo per la creazione di quella Scuola superiore di coltura e di avviamento alle carriere sociali, che è tra i nostri massimi postulati (in nota: ne stiamo trattando un primo esempio di attuazione in Roma grazie alla geniale comprensione del segretario generale del Comune Comm. Mancini che il nostro progetto ha accolto con entusiasmo). Tale esempio dovrà esser fatalmente seguito dagli altri grandi Enti di previdenza italiani, quali la Cassa Nazionale di Assicurazione Infortuni, l’Istituto Nazionale delle Assicurazioni, ecc., ma tuttora tali tentativi sono assai modesti e ancora inadeguati ai bisogni. Quanto grande e pratico sia il compito di questi Enti di previdenza che dovranno in avvenire umanizzare i mezzi di azione puramente tecnici, e perciò freddi ed inadeguati, loro assegnati, dalla moderna legislazione, abbiamo dimostrato per i primi in Italia, nella pubblicazione da noi affidata nel 1922 al Dr. Fernando Terracina “Il compito degli Enti Assicurativi di fronte alla salute pubblica”, intesa a mettere in luce con quale efficacia spirito di iniziativa e nobiltà di intenti svolgano la loro azione le grandi Compagnie Americane di Assicurazione Metropolitan e Prudential, che monopolizzano l’assicurazione sulla vita nel campo industriale.

La scuola superiore femminile fascista di assistenza sociale (L’assistenza sociale nell’industria italiana, anno II, n. 5, sett-ott 1928, pp. 6-8)
La nuova Scuola, istituita dal Partito Nazionale Fascista con il concorso morale e finanziario della Confederazione dell’Industria, ha già iniziato dai primi dello scorso ottobre l’opera, i cui riflessi sociali risulteranno certamente quanto mai benefici in un prossimo avvenire.
Intanto con questa nuova istituzione l’Italia realizza, con fattività fascista, uno dei più importanti postulati da essa enunciati nel recente Congresso Sociale di Parigi e si pone a fianco delle Nazioni industrialmente più sviluppate; dando in più alla sua opera quel carattere di originalità e di praticità che è proprio del suo temperamento latino.
Questa nuova Scuola è infine il logico corollario alla Scuola Superiore di Economica Domestica, altra opera del Regime, promossa, come questa d’oggi, con larghezza di vedute e con squisita sensibilità dei bisogni delle classi lavoratrici della Segreteria Generale del Partito, specialmente per le intelligenti cure di Angiola Moretti, Segretaria dei Fasci Femminili, che realizzando il programma sociale con così viva fede lanciato e propagandato dalla mirabile parola di S.E.Turati, nulla ha lasciato mai intentato, perchè anche alle donne giunga il soffio rinnovatore ed elevatore del Fascismo, vigile custode e potenziatore dei più intimi valori e delle più preziose energie della Stirpe.
La vasta portata sociale di questa nuova Scuola, risulterà chiara, quando si pensi che essa darà ai Segretariati di fabbrica il personale tecnico, specializzato a compiere le più delicate mansioni assistenziali in favore delle classi lavoratrici e delle loro famiglie. Infatti alle assistenti fasciste sarà commessa una vasta serie di attività, per cui essendo particolarmente preparate, potranno assolvere con un unico criterio direttivo tutte le branche che caratterizzano i suddetti Segretariati: cioè l’assistenza sanitaria, culturale, igienica, economica, l’assistenza alla maternità ed all’infanzia, ecc.
L’assistente sociale fascista potrà così soccorrere ai vari bisogni del lavoratore e dell’azienda, sorvegliando, promuovendo e indirizzando i suoi assistiti a tutti i seguenti bisogni:
a) Assistenza sanitaria: Igiene individuale e del lavoro. Acquisto di medicinali, profilassi delle malattie sociali e professionali, visite da medici specialisti, ambulatori, invio in sanatori, convalescenziari, colonie di cure e constatazioni domiciliari.
b) Assistenza culturale: Conferenze, proiezioni, biblioteche, scuole di lavoro.
c) Assistenza igienica: Mense di fabbrica a gestione diretta.
d) Assistenza economica: Risparmi, assicurazioni facoltative, assicurazioni sulla vita, casse mutue e sussidi.
e) Collaborazioni con: Mutue interne, poliambulanze, Istituto Previdenza Mutualità, Capi personale, Gruppi interni del Dopolavoro, Direzioni per impianti, andamenti, gestioni varie di fabbrica.
f) Assistenza alle madri e ai fanciulli: Sale di allattamento, Consultori materni, Invio in case di Cura, Ambulatori speciali, Colonie marine e montane.
Da questi brevi cenni dell’attività commessa alle assistenti sociali, che svolgono la loro opera delicata nell’interno della fabbrica, si può facilmente comprendere l’utilità grande del nuovo Istituto che è l’unico istituto italiano di preparazione ai suddetti compiti.
È perciò che la Confederazione dell’Industria, la quale fin dal suo sorgere si è acquistata i maggiori titoli di benemerenza nel campo dell’Assistenza Sociale, ha entusiasticamente raccolto le iniziative del Partito quale ambitissimo ordine ed ha anzi assunto su di sé per il funzionamento del nuovo Istituto, un grosso onore finanziario, mentre dall’altro lato ha offerto all’insegnamento della nuova Scuola di Assistenza sociale i suoi uomini di scienza più competenti. Ma non solo a quest’attività immediata ha mirato l’opera della Confederazione: essa ha bensì concorso, nel modo senza dubbio il più efficace, alle finalità della nobile istituzione, assicurando che avrebbe provveduto al collocamento nelle industrie delle diplomate di questa Scuola. E qui non è chi non veda essere questo provvedimento il crisma più sicura al fiorire del nuovo Istituto. Sita nell’ampio edificio di S.Gregorio al Celio, ex convento dei frati Benedettini ed ora sede di altre opere buone, quali la Scuola di Assistenza all’Infanzia e quella già accennata di Economia Domestica, la nuova Scuola, sorta per volere del Partito e degli Industriali, occupa il piano nobile del palazzo ed ha come ambienti di soggiorno, di studio e di ricreazione, tutto quanto un beninteso e moderno criterio igienico e didattico può offrire.
La Scuola ha il carattere di un convitto a solo internato ed il corso per conseguire il diploma di assistente di fabbrica dura 8 mesi: dei quali sei sono di formazione teorica, mentre gli ultimi due sono totalmente dedicati al tirocinio pratico.
Organico e veramente completo ne è il programma didattico diviso nelle materie di studio sottoindicate e svolto da anche eminenti e competenti personalità che qui sotto nominiamo:
1. Ordinamenti politici e sindacali: Augusto Turati;
2. Legislazione Fascista: Giovanni Balella;
3. Ordinamento amministrativo: Cesare Giannini;
4. Organizzazione scientifica del lavoro dal punto di vista medico; Orientamento professionale; Selezioni della mano d’opera: G.A.Vigliani;
5. Nozioni di igiene generale ed industriale: D.Maza
6. Malattie sociali e del lavoro; etica professionale; doveri e mansioni delle assistenti di fabbrica: D.Maza
7. Cenni introduttivi di legislazione sociale: leggi protettivo del lavoro ed organi di vigilanza: Giovanni Balella;
8. Varie branche assicurative, loro ordinamento e finalità d’ordine sociale sanitario: Cesare Giannini;
9. Cenni di infortunistica: ordinamento, assistenza, prevenzioni e cura: G.A.Vigliani;
10. Protezione della donna nel lavoro e dei fanciulli minorenni nella legislazione italiana; parte teorica: Giovanni Balella; parte pratica: D.Maza;
11. Norme di puericultura: D.Maza;
12. Nozioni sul servizio sociale in Italia e all’estero: D.Maza;
13. Economia domestica: P.Baronchelli.
Questo il programma di studio: accanto ad esso sono particolarmente curate sotto la guida della direttrice dottoressa Maza, le visite e le lezioni pratiche negli ambulatori di medicina sociale: cioè ambulatori Antitubercolari, Infortunistici, e Celtici, Consultori materni e per lattanti; Istituti di ricovero per deficienti, vecchi, anormali psichici e fisici.
I titoli minimi d’ammissione al corso sono: a) la licenza di scuola media inferiore con accertamento di una maggiore preparazione culturale privata; b) il diploma di abilitazione magistrale quale titolo di pieni diritto; c) il diploma di infermiera.
Va notato però che vi sono anche delle alunne laureate come primo nucleo delle sopraintendenti sociali.
I limiti di età per l’ammissione al Corso sono fra il 21° e 45° anno: le alunne debbono per ovvie ragioni di profitto essere di sana costituzione fisica, di buona condotta morale e nubili o vedove senza prole.
Dopo gli otto mesi, di corso, le candidate si sottopongono all’esame per il conseguimento di diploma e le tre migliori ottengono il rimborso delle spese incontrate per la loro permanenza al convitto.
Il convitto, come abbiamo accennato, non accetta alunne esterne, ma vuole che queste vivano insieme, in disciplina spontanea e famigliare, perchè saggiamente si pensa che dal lungo periodo di soggiorno in comune debba sorgere quello spirito e quell’indirizzo unitario che faccia delle assistenti sociali fasciste le antesignane e le segnalatrici di un unico grande ideale: quello dell’elevamento sociale del popolo.
Fine che senza dubbio si realizza sotto l’area sicura di Enti quali il Partito e la Confederazione dell’Industria e di nomi quali S.E.Turati.

Il servizio sociale in Italia di Paolina Tarugi, membro del Comitato di servizio sociale per la Confederazione generale dell’industria italiana, Milano (tit. orig. Social work in Italy. In “First international conference on social work, July 8th-13th 1928”, Three volumes, Paris, Le Play House Press, 1929, pp. 438-458).
I. ORGANIZZAZIONE GENERALE DEL SERVIZIO SOCIALE. 1. Concezione e limiti della funzione sociale dello Stato. La concezione della funzione sociale dello Stato differisce in base alle tendenze politiche del governo, alla maturità della coscienza sociale e ai bisogni sociali della nazione. Gli specialisti del diritto amministrativo riconducono questa funzione sociale dello Stato, dal punto di vista giuridico e politico, all’idea della personalità dello Stato (difesa, giustizia, ecc.). Questa funzione diventa naturalmente giuridica perché è regolata dalle leggi, ma si riferisce in particolare alle varie esigenze dell’organizzazione sociale, siano esse di natura fisica, morale o economica. Per esempio, per quanto riguarda l’igiene, se lo Stato ritiene che in alcuni settori di attività sociale svolti per iniziativa privata, bisogna salvaguardare l’organismo collettivo della nazione, lo Stato deve intervenire. Quindi lo Stato deve legiferare quando si tratta di prevenire delle malattie contagiose adottando delle norme sanitarie e di misure generali di igiene preventiva (norme di igiene) o di regolamenti riguardanti la sepoltura dei morti (norme relative ai trasporti funebri, ai funerali, ai cimiteri ecc.), Anche quando l’individuo, a causa della sua povertà, non è in grado di prendersi cura di sé stesso (condizioni legali insufficienti), quando lo Stato desidera garantire la qualità del servizio medico (controllo dei funzionari della sanità pubblica) o quando regola l’attività individuale, se suscettibile di nuocere alla salute pubblica. A beneficio del nostro lavoro abbiamo consultato una breve sintesi storica e filosofica contenuta in un rapporto del grande statista Cesare Correnti, che nel 1874 scrisse nei termini seguenti sul tema del sollievo sociale pubblico: “Il primo aspetto del sollievo sociale è l’aiuto che l’amministrazione pubblica dà ai poveri, non tanto per un sentimento di pietà o per confortare la sofferenza individuale, ma per proteggere la società. Così, il sostegno pubblico da parte dello Stato deve essere considerato un’attività che soddisfa uno dei primi bisogni sociali”. Un altro aspetto dell’attività sociale, secondo Cesare Correnti, è la conservazione delle forze produttive. È proprio questa idea che ispira tutte le leggi per la protezione della maternità e dell’infanzia e, da certi punti di vista, tutte le leggi preventive e sociali. Per quanto riguarda le esigenze morali della comunità, la funzione sociale dello Stato è di occuparsi dello sviluppo morale, della cultura e dell’educazione dell’individuo. Per le esigenze economiche dell’individuo lo Stato ha creato assicurazioni sanitarie, società previdenziali, assicurazioni contro gli infortuni; regola la produzione degli stipendi e adotta misure economiche generali per ridurre l’elevato costo della vita. Sembra difficile per noi spiegare esattamente i limiti dell’attività statale, poiché le sue misure legislative, differenziate nel loro contenuto, sono risultate dalle complesse e diverse esigenze dello Stato. Nella nostra inchiesta prenderemo in considerazione quelle leggi che hanno per loro scopo la prevenzione della malattia e del disagio, l’ammirazione delle condizioni esistenti e quelle che contribuiscono al benessere individuale e generale. La legislazione italiana, soprattutto dopo l’avvento del fascismo, ha aumentato il potere dello Stato in tali materie. Molte attività sociali che in precedenza erano state svolte più o meno in modo casuale, sono state coordinate e formano un insieme con altri uffici sociali sviluppati sotto il controllo statale. Un esempio tipico dello Stato che assume le competenze del servizio sociale è quello che si trova nella legge relativa all’Opera Nazionale per la Maternità e l’Infanzia, che intendiamo esaminare in questa relazione. Le attuali leggi e le attività sociali a cui risalgono cercano di affermare i grandi problemi di sollievo generale e di risolverli nei paesi e nella città di provenienza. Naturalmente l’esame e la soluzione dei singoli casi non possono essere trascurati; ogni singolo caso, cioè, non deve essere considerato come una fine in sé ma piuttosto come contributo al principio stesso del problema. In pratica il servizio sociale svolge attività sociali pubbliche e private con determinati metodi e obiettivi ma spesso l’entusiasmo è inutile senza un’esperienza sufficiente. Non si può dire che esiste in Italia un personale tecnico addestrato per il servizio sociale; anzi finora quelli che hanno fatto questo lavoro non hanno avuto altra formazione che l’educazione generale, aggiunti all’esperienza pratica delle attività sociali. Stiamo cominciando a considerare la possibilità di formare del personale apposito per dirigere e svolgere il servizio sociale (vedi la relazione della contessa Augusta Balzani, seconda sezione). Ad eccezione della scuola della Croce Rossa per la formazione di infermieri, altri tentativi di addestrare i lavoratori ausiliari e un personale femminile di personale sociale non hanno avuto precedenti nel metodo. 2. Attività sociali delle agenzie ufficiali. L’intervento pubblico per il sollievo degli indigenti è stato giustificato dal fatto che il rilievo esercitato dalle istituzioni religiose non esisteva nei paesi anglosassoni e tedeschi a causa della Riforma: la proprietà ecclesiastica era stata sequestrata in questi paesi. Così lo Stato è venuto gradualmente in possesso del patrimonio dei poveri, che si era accumulato nelle mani degli ordini religiosi mentre nei paesi cattolici questi ultimi erano riusciti a ottenere il possesso di più della metà della terra. Questa conversione della carità religiosa in carità legale è l’inizio storico della funzione sociale delle società civili. Così in Inghilterra la carità religiosa, è stata sostituita da una carità privata, che le leggi di Elisabetta hanno sviluppate e rese obbligatorie nel 1661. Le leggi di Maria Teresa d’Austria e di Giuseppe II e la legge del 19 maggio 1793 in Francia hanno la stessa origine. Nei paesi latini l’attenzione e la vigilanza dei governi erano sempre diretti verso il sollievo praticato da istituzioni caritative; allo stesso tempo, hanno imposto talune forme di soccorso agli organi amministrativi (comuni e province) che traevano i loro redditi dalle imposte. In Italia la prima legge completa in questo campo era quella del 20 marzo 1865, che ha obbligato i comuni a sostenere il costo del trattamento medico, chirurgico e di maternità degli ammalati; e le province con sollievo per le folle di indifesi. Il regio decreto del 1 agosto 1907 (in materia di sanità pubblica) obbligava i comuni a fornire gratuitamente le medicine; se non esisteva nessuna farmacia, il comune doveva mettere a punto dei dispensari. La vaccinazione è stata resa obbligatoria e gratuita. I comuni hanno dovuto iniziare le pratiche per le malattie veneree e finanziare il costo del trattamento della pellagra. I comuni sono responsabili della supervisione generale delle scuole, sia dal punto di vista educativo – che non rientrano in questa relazione – sia da quello dell’assistenza sanitaria fornita nelle scuole da medici, assistenti sanitarie visitatrici e consorzi di scuole. Una legge obbliga i comuni a coprire le spese delle farmacie, il mantenimento dei bambini abbandonati (con l’aiuto delle Province) e la cura della tubercolosi; quest’ultima è volontaria per i Comuni, ma obbligatoria per le Province. Secondo l’articolo 22 del Codice Civile, 54 e 55 del Codice Penale, lo Stato si occupa dei minori, quelli in prova al servizio sociale e anche dei riformatori. Un ulteriore forma di carità legale è il rimpatrio gratuito delle persone non accompagnate, sia all’interno del paese, sia al di là delle frontiere. Soccorso e carità legale. Chiamiamo le attività svolte da società di beneficenza o da istituzioni benevoli, la cui origine risale alle organizzazioni formate dai primi cristiani per mettere in pratica la nuova dottrina dell’amore, della parità, della fraternità e della distribuzione della ricchezza. I fedeli, prima di entrare nelle comunità, dovevano donare la loro ricchezza, di cui un quarto doveva essere versato ai poveri. Quando il cristianesimo divenne la religione di Stato, le chiese si moltiplicarono, e, per facilitare la distribuzione delle elemosine, si svilupparono edifici appositi (hospitali o hospitalia) per alleviare tutte le forme di miseria umana: orfani, figli derelitti, ciechi, disabili, vecchi, quelli con febbre, lebbrosi, vagabondi, e la povera gente. Queste diverse istituzioni, e molte altre, si sono moltiplicate nel corso del tempo; furono messi sotto l’immediata giurisdizione della Santa Sede, che esercitava una sovranità assoluta in materia. In conseguenza delle citate affermazioni, la Santa Sede è riuscita ad ottenere dallo Stato, che regolava queste istituzioni, la definizione di “Istituzioni di pubblica assistenza e beneficenza» dalla legge fondamentale del 17 febbraio 1890, seguita dalla legge 18 luglio 1904. Secondo tale legge, le Opere Pie sono Ipab quando forniscono istruzione, insegnamento tecnico delle arti e apprendistato, o qualsiasi altra forma di beneficenza promuovendo la crescita generale morale ed economica. Le istituzioni private e le commissioni di soccorso non sono soggette a questa legge. La legge fissa i regolamenti amministrativi delle istituzioni pubbliche che sono poste sotto la tutela del Consiglio amministrativo della provincia che controlla la loro gestione operativa e finanziaria. La sovrintendenza della carità pubblica è subordinata al ministro degli interni; controlla il funzionamento regolare delle istituzioni, esamina i rapporti amministrativi e i loro risultati, affinchè siano rispettate le leggi e le norme. Un consigliere di Prefettura è membro di diritto di questo ufficio in ogni provincia. La formazione di nuove Opere e di organizzazioni di beneficenza, con la propria amministrazione, è ordinata tramite regio decreto su parere del Consiglio di Stato. I prefetti, di propria iniziativa o su richiesta di un’autorità comunale, possono in qualsiasi momento ordinare l’ispezione di uffici e documenti amministrativi delle Ipab. Queste istituzioni continuano la loro missione per tutti e sono obbligati, in casi urgenti, a dare un aiuto finanziario alle donne malate, ferite o incinte. È istituito un ufficio di assistenza in ogni comune, che unisce le varie istituzioni caritative, fondate in momenti diversi e che devono occuparsi degli interessi dei poveri. L’ufficio, che è il centro dell’attività caritativa in ogni comune, è di grande importanza sociale. Le autorità devono controllare il coordinamento dei diversi tipi di soccorso e di carità e l’impiego di fondi a questo scopo. Sovrintendono alla gestione delle istituzioni pubbliche e dell’ufficio di assistenza, organizzano e creano federazioni di carità e di sollievo, ricevono richieste di ammissione a varie case o altre petizioni per l’aiuto e li trasmettono ad altre istituzioni pubbliche o private a seconda delle loro esigenze. Nel mese di gennaio di ogni anno, le Ipab devono trasmettere al governo una copia dei loro statuti e le eventuali modifiche, con la copia del bilancio, e le offerte di lavoro nei diversi stabilimenti. Il governo verifica che esiste un coordinamento tra gli uffici di assistenza e le altre istituzioni pubbliche benevoli a cui viene fornito un elenco dei casi di sollievo e di bambini abbandonati. Alla fine del 1900 c’erano 269.990 Ipab in Italia, con un fatturato complessivo di 2.361.133.772 lire. La cifra è aumentata nel 1910 a 2.554.919.032 lire.
Anno Numero complessivo istituti Stanziamento dei finanziamenti
1920 98 73.349.203
1921 66 43.512.856
1922 100 58.578.597
1923 96 82.034.172
1924 91 93.033.674
1925 117 92.318.756
Parleremo adesso di assistenza privata sotto i vari rami del servizio sociale. 3. Relazioni tra istituzioni pubbliche e private. La legge prevede l’accesso a diversi istituti di soccorso, sia privati ​​che pubblici, riuniti in una federazione, con l’approvazione delle autorità superiori. Nell’attuale stato del nostro lavoro, tuttavia, non esiste una collaborazione organizzata tra servizio pubblico e privato. La legge e la pratica dell’assistenza consentono alle organizzazioni pubbliche di usufruire di società private a determinate condizioni e con speciali garanzie (in particolare per il sollievo di bambini e malati); ma ad eccezione di questi casi isolati e locali, non possiamo parlare di un coordinamento sistematico. Pertanto, il servizio sociale non è stato applicato, sia per il proprio interesse, né in relazione alle attività sociali delle organizzazioni pubbliche e private, né i suoi scopi e metodi sono stati ben compresi. II. SERVIZIO SOCIALE SPECIALIZZATO. 1. Maternità e infanzia. La maternità e l’infanzia hanno sempre attirato l’attenzione dei legislatori e dell’assistenza privata. Il tema è regolato da leggi diverse; la fondamentale fu promulgata dal governo fascista, il 1° dicembre 1925 n. 2277 e modificata dal regio decreto 21 aprile 1926. Questa legge coordina le disposizioni esistenti e crea una vasta organizzazione statale chiamata Opera Nazionale per la Maternità e l’Infanzia. Il suo campo d’azione comprende: a) La cura e il sollievo delle donne in stato di gravidanza anche al momento della nascita; b) Lavoro di soccorso per le madri e misure preventive per i neonati; c) Misure anti-tubercolosi per i bambini; d) Protezione fisica e morale dei bambini scolastici; e) Soccorso per anormali e psicopatici; f) Soccorso e protezione per i bambini abbandonati, moralmente carenti o devianti. Altre leggi completano queste norme: Artt. 6 e 10 del TU 10 novembre 1907 n. 818: legge relativa al lavoro femminile e minorile. Art. 40 del regolamento, 14 giugno 1909 n. 442; Art. 82 e 84 del TU 1 agosto 1907 n. 52: leggi sanitarie. Legge del 11 gennaio 1923 n. 157: Fondo Nazionale di Maternità. Norme generali del 16 dicembre 1925 n. 2900: lavoro di soccorso dei bambini abbandonati. Regolamenti del 4 agosto 1918 e ordini esecutivi del 6 gennaio 1919: vigilanza sui neonati. Legge del 14 luglio 1919 n. 1528: profilassi anti-tubercolosi. Ordine del 9 ottobre 1921 n. 1981: igiene scolastica e pedagogia. RD del 15 marzo 1923 n. 684: formazione fisica; Artt. 221 e 223 del codice civile, art. 148, 331, 333, 335, 337, 345, 347, 386, 388, 390, 392, 456 del Codice Penale: protezione speciale dei figli a casa e quando si occupano; la repressione della criminalità e il maltrattamento dei minori. La legge del 21 dicembre 1873 n. 1733 che vieta l’impiego di bambini come commercianti. TU del 13 novembre 1919 n. 2205: leggi di emigrazione. RD del 25 marzo 1923 n. 1217: repressione della tratta di donne e bambini. TU del 22 gennaio 1925 n. 423: norme relative all’istruzione di bambini con insufficienza mentale. Art. 81 della legge PS. Art. 27 del RD del 30 dicembre 1925 (n. 2841) e la regolazione del 16 dicembre 1925 n. 2900: sollievo di bambini abbandonati. Artt. 112,114 e 116 della legge PS, art. 34 del regolamento del 27 ottobre 1891 n. 605: corruzione di minorenne. Regolamenti dell’11 luglio 1907 n. 606: riformatori statali. Artt. 55, 56 del codice penale: il trattamento dei minori moralmente carenti e devianti. Quindi il principio espresso nei suddetti regolamenti comprende: la protezione del figlio insieme alla madre; la protezione della madre, sposata o nubile, se è vedova o ha bisogno di aiuto a causa della morte o della dipartita del marito. Ai sensi dell’art. 122 del regolamento, le persone ammesse a titolo di aiuto e protezione sono: a) Neonati e bambini fino all’età di cinque anni, quando i genitori non sono in grado di prendersi cura di loro; b) Bambini di tutte le età appartenenti a famiglie povere, specialmente quelle che sono esposte all’abbandono a causa della destituzione del genitore (art. 4 del regolamento del 16 dicembre 1923 n. 2900). Secondo i termini di questo stesso articolo, quelli ammessi a risarcire fino al diciottesimo anno sono: i minori i cui genitori non sono reperibili o i cui genitori sono sottoposti a trattamento sanitario in ospedale o sono detenuti in prigione; orfani che hanno perso entrambi i genitori, quando la famiglia è in estrema povertà, e anche coloro che non hanno perso il padre o la madre ma il genitore sopravvissuto è fisicamente, moralmente e economicamente incapace di assicurare la loro potestà: i minori che hanno lasciato le Ipab e sono senza accompagnamento. Lavoro di protezione e sollievo delle madri. In tutti i comuni in cui sono presenti le ostetriche certificate e le cliniche prenatali sono previsti consultori per le donne in gravidanza. Un medico deve essere assegnato ad ogni clinica per casi urgenti. Nei luoghi ove manca, il lavoro deve essere svolto da un medico comunale, assistito da una o più ostetriche; il comune deve fornire sistemazioni adatte. Si spera in tal modo di assicurare l’organizzazione di un servizio di consultazione per le donne in gravidanza, l’inizio del servizio sociale per le madri attuali e quelle future. La legge stabilisce che l’ONMI deve assicurare che almeno i comuni più grandi dispongano di una casa della madre e del bambino e di assicurazioni di maternità. L’obiettivo è di sostituire ciò che spesso è insufficiente con il sollievo pecuniario fornito dalle società di soccorso più un adeguato sollievo sia in casa che in ospedale. Si propone a tal fine di raggruppare e trasformare le società esistenti in modo che i loro introiti possano aumentare le riserve delle case e delle istituzioni di maternità per il sollievo delle madri. Ci sono 68 società in Italia che danno sollievo in natura alle madri; dispongono di un capitale di 2.185.916 lire a cui occorre aggiungere altre 50 società che offrono aiuti infermieristici; questi hanno a disposizione 3.603.416 lire. L’aiuto durante la gravidanza inizia presso la clinica e si conclude a casa, attraverso i colloqui di salute e i pareri forniti dai medici. Un infermiere visita periodicamente la casa e fornisce tutto l’aiuto che ritiene necessario. Gli ospedali, le case di maternità e le istituzioni analoghe sono tenuti a fornire sollievo alle madri in stato di gravidanza dopo l’ottavo mese, anche alle madri durante le quattro settimane successive al parto, anche se queste donne non hanno diritto all’assistenza gratuita. Gli ospedali devono fornire assistenza materiale e morale, nonché assistenza infermieristica. Le donne sono invitate a svolgere semplici compiti e se possibile, un lavoro retribuito, durante la gravidanza. Le madri devono essere persuase quanto più possibile ad allattare i loro bambini e, coloro che lo fanno, dovrebbero rimanere in ospedale finché non hanno trovato un lavoro adeguato. Nella legge del 6 aprile 1912 n. 471 l’Italia ha ratificato le decisioni dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, tenutasi a Washington nel 1919, riguardante la protezione delle donne prima e dopo il parto. Nel settore industriale e commerciale, privato e pubblico, è stata ratificata la Convenzione ma non è ancora diventata legge in Italia. Solo le donne occupate nelle piantagioni di riso sono inibite dalla normativa sanitaria dal lavorare negli ultimi mesi di gravidanza. Non esistono leggi per altre categorie di lavoratrici. La legge del 10 marzo 1925 raccomanda questa misura senza renderla obbligatoria. Le donne in stato di gravidanza devono essere lasciate riposare negli stabilimenti, secondo la legge del 10 novembre 1907 n. 818 relativa al lavoro femminile e al lavoro minorile. La legge prevede che in tutte le fabbriche che impiegano più di 50 donne dovrebbe essere riservata una stanza speciale per le donne, le infermiere i loro bambini. Con la legge del 1925 questo accordo è stato esteso alle donne impiegate negli istituti statali e in altri istituti pubblici. Tuttavia, non vi è alcuna garanzia che le donne verranno lasciate a riposare dopo il parto. Assistenza e sollievo materno per i bambini piccoli. In ogni comune dovrebbero essere presenti sia i bambini che le madri, una clinica speciale, a cui deve essere collegata un’infermiera visitatrice, che dovrebbe riferire al medico dello Stato lo stato della madre al fine di Dare a lei e al figlio, la cura più efficace. Al fine di completare l’organizzazione del servizio di maternità, la legge organizza luoghi, sale di lavoro e case per le donne infermieristiche e i loro bambini fino al terzo anno e ostelli presso questi stabilimenti per le donne senza fissa dimora; prevede anche la distribuzione di abiti per bambini, culle, bagni e qualsiasi assistenza necessaria per i bambini allattati. La legge del 1925 n. 2277 relativa alla tubercolosi infantile sta cercando di completare le diverse misure delle province, come case e società anti-tubercolosi, istituendo e sovvenzionando i Dispensari e le misure profilattiche per i bambini, le colonie marittime e montane, gli ospedali in mare e le stazioni di elioterapiche. Esistono norme speciali per i lavoratori giovani, in particolare la legge del 10 novembre 1907 n. 88 per quanto riguarda il lavoro delle donne e dei minori di età inferiore ai 12 anni, in attività industriali, in edilizia, in galleria ecc. Per tutti i lavoratori l’età minima è di 13 anni. In nessun caso i minori e i ragazzi di età inferiore ai 15 anni possono essere impegnati senza un libretto di lavoro che viene concesso solo se il bambino ha completato la propria istruzione scolastica e se è dichiarato in buona salute e adatto al lavoro. Divieto dell’uso di alcool e tabacco da parte dei bambini. L’articolo 23 della legge del 10 dicembre 1925 vieta la vendita di vino o alcool ai bambini e ai giovani, nelle scuole diurne e serali (di imbarco). Proibisce l’impiego di bambini sotto i 15 anni in case pubbliche e la vendita di tabacchi ai bambini. I minori di 15 anni non possono fumare in pubblico. La legge del 1925 vieta inoltre l’impiego di giovani di meno di 18 anni come commercianti; una punizione severa viene affidata a coloro che sono responsabili di bambini malati. Inoltre i bambini sotto i 15 anni non possono essere impiegati come attori né apparire in teatro, cinema o luoghi di varietà. Allo stesso modo l’art. 22 della medesima data istituisce commissioni speciali per la censura dei film per bambini e giovani di entrambi i sessi. Sollievo per bambini abbandonati, anormali e moralmente carenti. Il sollievo e l’educazione dei bambini anormali si basano sulle diagnosi delle cliniche neurologiche e psichiatriche e di altre cliniche; questi bambini vengono inviati a scuole speciali, dove gli insegnanti sono impiegati per istruire gli anteriori e gli anomali, che sono raggruppati in categorie. Gli insegnanti sono preparati per questo lavoro speciale in una scuola normale di Roma. Quando un minore di 14 anni è abbandonato, gli organi speciali occupati con tali casi devono trovare un posto temporaneo per il bambino e tenerlo sotto controllo in attesa di una decisione definitiva. Un minore deve rimanere sotto la supervisione dell’ONMI fino al compimento del 18° anno. Le regole sono le stesse per quanto riguarda il comitato di patrocinio di minori devianti, impiegati nell’agricoltura o nella industria, che sono in prova o usciranno dalla prigione. In casi come si ritiene opportuno, il minore può essere restituito alla sua famiglia. Sollievo per i figli. Il soccorso per i figli è fornito dall’amministrazione provinciale. Questi bambini vengono ricevuti e cresciuti in case, o collocate con le madri di riposo. Vantaggi speciali sono concessi a quelle madri che portano o assistono i bambini illegittimi che sono sotto il pubblico sollievo. L’infermeria dei bambini (legittimi o illegittimi) è sottoposta a regolamenti speciali che garantiscono la salute dell’infermiera e del bambino. Il medico condotto del comune deve assicurarsi che i regolamenti siano rispettati. Organizzazione di istituti di soccorso per bambini. La legge del 15 aprile 1916, lasciando la libertà nell’amministrazione locale, stabilisce i principi fondamentali in modo che l’unità di gestione agisca nelle diverse istituzioni e l’interesse di coloro che ricevono sollievo sia debitamente perseguito; rileva la necessità di organizzare regolarmente un servizio di supervisione e di misure sanitarie ovunque, con un numero sufficiente di medici e assistenti. La legge del 1925 anticipa per la prima volta un servizio sociale reale a beneficio dei neonati e si impegna a formare un comitato apposito (medici, infermieri, assistenti, insegnanti, ostetriche e infermieri). L’assistenza fornita dalle donne, sia sul Comune, sul Comitato di Patronato, o tra gli aiutanti volontari o infermieri specializzati, è molto apprezzata. Ecco le recenti statistiche ufficiali, che risalgono al 1921, in Italia per la protezione e il sollievo della maternità e dell’infanzia:
Numero istituti Tipo di istituti Finanziamenti
27 Maternità 4.632.011
63 Opere di aiuto in casi di maternità 2.185.916
50 Centrali del latte 3.603.116
97 Ospedali e società ausiliarie 57.860.626
29 Case per minori e neonati 1.498.465
49 Istituti per rachitici 11.902.302
105 Colonie marine
35 Colonie estive 8.161.159
3.291 Case del fanciullo 143.352.405
1.085 Case dell’orfano 259.306.144
127 Opere per il mantenimento degli orfani a casa 20.670.360
14 Servizi per orfani e bambini abbandonati 1.055.477
243 Collegi, convitti e istituti di apprendistato 81.659.834
252 maltrattati 44.311.324
47 Riformatori 14.671.261
82 Istituti per sordi 16.877.207
102 Istituti per ciechi 29.021.952
19 Scuola domenicale 1.513.257
Vale a dire più di 5.700 istituti con un reddito complessivo di 730.630.000 lire, il cui reddito netto deve essere aggiunto ai fondi dell’Omni. Il servizio sociale nelle scuole. Il servizio sanitario nelle scuole che i comuni, i patronati e le altre società simili conferiscono ai bambini è completato da un servizio medico-sociale affidato a medici, inservienti e insegnanti. Questo si sta sviluppando soprattutto nelle grandi città come Milano, Roma e Genova. Questo lavoro è diretto da specialisti comprende la cura della bocca e dei denti, il trattamento per le adenoidi e altri disturbi. Per quanto riguarda le adenoidi, dobbiamo in particolare menzionare il lavoro dell’Istituto, sostenuto dal governatore di Roma, un grande centro per vari tipi di trattamento. La campagna contro le adenoidi ha il sostegno del governo fascista che è interessato ai diversi rimedi e che ha diffuso circolari in tal senso inviate all’ONMI e a tutti i prefetti. Il servizio sanitario, sotto il ministro dell’interno, dà anche il proprio sostegno, per rendere più efficace l’iniziativa locale. Nelle scuole viene anche effettuato un trattamento profilattico e preventivo degli scolari. Ci sono molti campi di vacanze anche in Italia, che sono dipendenti dal Partito Nazionale Fascista, e in particolare nei centri fascisti, che hanno organizzato in tutti i comuni dell’Italia l’accesso sistematico a questi campi. Allo stesso modo, l’istruzione professionale e l’istruzione professionale sono spesso associati alle organizzazioni comunitarie degli alunni. Nondimeno ci sono alcune istituzioni speciali appositamente create per questo scopo. Educazione fisica e ricreazione. Oltre a questa legislazione, per la maternità e il benessere dell’infanzia, il regime fascista si è occupato del problema dell’educazione dei giovani: dopo la riorganizzazione delle scuole, la frequenza alla quale è una necessità primaria per ottenere una perfetta educazione fascista, è stato considerato il problema dell’educazione fisica e morale. Quindi la legge del 3 aprile 1926 ha creato l’Istituto Nazionale Balilla che è composta da balilla e guardie armate. I bambini da 8 a 14 si trovano nei balilla, i giovani dai 14 ai 18 anni nelle guardie armate. I comitati comunali e provinciali sono sotto il presidente dell’Istituto. Circa un milione di candidati sono passati per questi centri. I fanciulli ricevono l’istruzione, partecipano alla ginnastica e alle competizioni, l’avanzamento nell’addestramento militare e sportivo. Per quanto riguarda il lavoro di soccorso, la Società Balilla, istituita l’anno scorso, offre 52 campi marittimi, 34 in montagna e 18 in altri posti. Il servizio sanitario è svolto da medici nominati dalla Società, che fornisce anche medicinali e organizza dispensari per convalescenti. L’aiuto educativo è considerato molto importante. In molti dei comuni sono state formate società per il doposcuola: sale riunioni, biblioteche, corsi istruttivi. In ogni comune c’è un cinema balilla. L’educazione tecnica dei giovani è particolarmente evoluta. Molti comitati provinciali hanno istituito scuole tecniche, rispettando i più severi principi della scienza moderna. Altre 47 scuole d’arte e di artigianato, 35 corsi serali, due scuole di tipografia sono in pieno sviluppo. Per la formazione agricola, per insegnare ai bambini come amare il paese, la Società ha sotto la propria responsabilità lo sfruttamento agricolo sperimentale e di mercato, specialmente nel sud dell’Italia, dove sono stati consegnati 205 corsi teorici e pratici nell’agricoltura. Si studia anche la formazione di aviatori e marinai. In molte grandi città e in altri centri meno importanti è stata istituita una Casa dei Balilla. Parallelamente a questa organizzazione che è per i ragazzi, un’altra si forma per le ragazze; è stata chiamata “Piccole Donne Italiane” ed è strettamente legata al partito fascista. Questa organizzazione femminile esercita le suddette misure educative; lo sport è anche sviluppato e la ginnastica oltre alla formazione speciale per le ragazze è data dall’istruzione, dall’artigianato e dall’economia domestica. Assicurazione materna. Non dobbiamo sentirci giustificati nel terminare questa relazione sul sollievo dato alle madri e ai neonati senza dire una parola sull’assicurazione materna. La legge del 1907 riguarda sia le donne che i bambini, vieta alle donne di lavorare durante il periodo di gravidanza, ha reso necessaria l’adozione di una forma di soccorso che compensasse la perdita di stipendio durante questo tempo e le spese accessorie. La legge del 17 luglio 1910 n. 520 ha istituito il Fondo Nazionale di Maternità, amministrato dal fondo nazionale per l’assicurazione. Le donne da 15 a 50 anni che lavorano in fabbrica sono soggette a questa legge. Le donne che non sono impegnate nel lavoro industriale e quelle che fanno il lavoro a casa non beneficiano di questo risarcimento. Il Fondo nazionale completa questa misura puramente economica aggiungendovi un importante servizio di maternità sociale tramite cliniche, case di cura per il trattamento delle malattie, case di villeggiatura, ecc. Le società di soccorso per l’assicurazione per le madri non sono molto sviluppate. Il più antico e il più importante è il fondo Maternità (fondazione di Pisa) di Milano. 2. Incapacità fisica. Il servizio sanitario è sotto la responsabilità del ministro degli interni, i prefetti, i sub-prefetti e i sindaci. In ogni provincia sotto il prefetto c’è un Consiglio medico provinciale; ogni comune ha un medico ufficiale. Il trattamento medico, chirurgico e ginecologico è gratuito ai poveri. I comuni, singolarmente o in gruppi, assicurano le spese di questo servizio ed anche i medicinali. Il servizio sanitario dei comuni si completa con l’opera sociale del quartiere, affidato alla visita degli infermieri della Croce Rossa, che assistono i medici alle visite e ai consigli per realizzare quanto dovuto. La beneficenza nelle case di riposo. Questo lavoro è svolto da persone appartenenti a istituzioni religiose o da altri membri della comunità. Le attività sociali di questi filantropi dipende dalla loro personalità, e non ricevono alcuna formazione sociale. Il servizio sociale negli ospedali. Questo lavoro è svolto dalla Commissione di controllo degli ospedali e delle cliniche che si accertano delle esigenze economiche e di altro tipo dei pazienti, si prendono cura di loro quando lasciano l’ospedale e tornano alla vita normale, e anche la cura per le loro famiglie. Esistono queste commissioni di benefattori anche in vari stabilimenti, come le case di cura, igiene mentale e ospedali speciali. Ci sono ospedali isolati e padiglioni per le persone affette da malattie contagiose, la tubercolosi, la sifilide e il cancro. L’Istituto Nazionale “Vittorio Emmanuele III”, che è stato appena fondato a Milano, è un importante centro per lo studio e il trattamento del cancro. Le case di riposo sono state recentemente istituite in Italia, che costituiscono una nuova forma di attività terapeutica moderna: tre di queste case sono state appena aperte dal Fondo nazionale per le assicurazioni sociali, a Asso (provincia di Como), a Fiesole (provincia di Firenze), a Moncalieri (provincia di Torino). Lo scopo di queste istituzioni è quello di evitare il più possibile la diffusione delle malattie diventate croniche. Tra le istituzioni analoghe potremmo citare campi di convalescenza in riva al mare, istituiti per i lavoratori adulti, anche sotto la cura del Fondo nazionale per l’assicurazione sociale. In questo fondo appartiene anche l’assicurazione contro la vecchiaia, la disoccupazione e nei casi di maternità (RD, 30 giugno 1923; RD 31 giugno 1921 n. 1115, RD 30 dicembre 1923 n. 3184, legge 30 giugno 1907). Questi campi sono in uso a Salsomaggiore, Sirmione, Battaglia e Castellamare di Stabia. Nelle competenze del Fondo nazionale, indipendentemente dalla loro funzione economica, dobbiamo citare la lotta contro i tracomi e la malaria, per la quale sono stati creati speciali dispensari, in supplemento al servizio sociale svolto dalla Croce Rossa. Per il servizio di ambulanza ci sono le associazioni di volontariato, le associazioni per l’assistenza pubblica (non medici), che svolgono il loro lavoro in caso di urgenza, incidenti e disastri vari, e che trasportano i malati dalla casa all’ospedale. Questo lavoro sociale è volontario. Questa forma di carità, che appartiene alla tradizione classica di opere di carità e di pietà si trova in tutta Italia. Questi volontari ricevono una formazione specifica. Precedentemente in alcuni distretti d’Italia, e ora ancora in alcuni punti, la sepoltura dei morti, una cerimonia pia e caritatevole, è stato oggetto di interesse delle Congregazioni o società religiose. Il più antico di questi e il più noto è la Misericordia (diffusa in Toscana), che risale al 1100 d.C. I riti funebri sono ora posti sotto il controllo della CIPAL. Tuberculosi. L’organizzazione generale della sanità pubblica, che è sotto il Ministro degli Interni, effettua misure anti-tubercolosi per mezzo di dispensari, cliniche, case di cura e ospedali per la tubercolosi delle ossa e delle ghiandole. Ogni provincia deve istituire un comitato anti-tubercolosi, nel quale siano rappresentati tutti i Comuni della provincia e le società impegnate nel servizio sanitario. Tranne che in caso di urgenza, oggetto d’art. 79 della legge del 17 luglio 1890, il Consiglio antitubercolare degli ordini provinciali deve trattare i casi di malattia in ospedale il cui costo è anticipato dalla commissione e rimborsato ad esso. Le istituzioni di beneficenza dei comuni offrono anche un servizio di volontariato ai pazienti tubercolotici. I dispensari antitubercolari sono un fattore importante nella lotta contro questa malattia. Gli infermieri a domicilio, generalmente appartenenti alla Croce Rossa, sono dislocati presso questi dispensari; visitano le case dei pazienti, supervisionano le condizioni per la casa, dove si parla di salute e svolgono un servizio sociale. Essi hanno inoltre si sforzano di individuare i nuovi casi di infezione. Una grande innovazione in tema di tubercolosi è stata data dalla legge di assicurazione contro la tubercolosi, che è stata definita una legge di prevenzione piuttosto che di assicurazione. È vero che l’assicurato non ha diritto ad una pensione ma il trattamento è dato in casi di possibile infezione. Questa legge è il primo passo verso l’assicurazione obbligatoria contro le malattie infettive come risulta da promessa fatta dal Capo del Governo nella Carta del Lavoro art. 27: “Lo Stato fascista si propone: 1) di perfezionare l’assicurazione contro gli infortuni; 2) di perfezionare ed estendere l’assicurazione di maternità; 3) di istituire l’assicurazione contro le malattie causate da un lavoro usurante e contro la tubercolosi, fino a quando non hanno l’assicurazione obbligatoria contro tutte le malattie; 4) di perfezionare l’assicurazione contro la disoccupazione; 5) di creare un’assicurazione speciale, formando una sorta di dote per giovani lavoratori”. L’assicurazione contro la tubercolosi, per essere davvero efficace, non può essere limitata solo alla persona assicurata ma deve coprire i membri della famiglia sotto la responsabilità della persona assicurata e vivere con lui. Così la prestazione assicurativa è stata estesa alla moglie del malato, ai suoi figli di età inferiore ai 15 anni e ai parenti sotto i 15 anni che sono sotto la sua responsabilità. Ad oggi vi sono 7.000.000 assicurati e 13.000.000 dei beneficiari del servizio sociale per un costo totale di 450.000.000 di lire. La realizzazione di questa legge ha portato alla creazione di un gran numero di case di cura per i pazienti tubercolotici che darà notevole impulso alla campagna anti-tubercolosi. 3. Previdenza e assistenza Sicurezza dei lavoratori (TU 31. 1. 1905; legge del 23 agosto 1917). L’assicurazione contro gli infortuni del lavoro mira a preservare la vita e la sicurezza dei lavoratori dandogli una compensazione adeguata in caso di incidenti. Oltre a misure di carattere economico stabilite dalla legge, altre regole sono stabilite per prevenire gli incidenti, per abituare i lavoratori a rispettare alle norme per la sicurezza, per regolare il lavoro sociale delle fabbriche e officine, e ad adoperarsi per una migliore organizzazione della sicurezza e dei mezzi tecnici da lavoro. Un compito molto prezioso del servizio sociale è la riabilitazione delle vittime di incidenti sul posto di lavoro; i progressi compiuti dalla scienza in materia di invalidi di guerra è stato applicato in modo efficace per gli operai invalidi. Tra le istituzioni speciali di questo tipo citeremo il “Fanny Finzi-Ottolenghi” casa di Gorla vicino a Milano, ed il Musso ospedale Lini. Il servizio sanitario negli ospedali. Negli ospedali e le istituzioni pubbliche di beneficenza ci sono servizi speciali per il trattamento di varie malattie che possono diminuire la capacità fisica degli individui. Da un punto di vista sociale è da menzionare la campagna contro le malattie veneree, che è portata avanti da varie forme di propaganda e di educazione. Cliniche di igiene mentali si trovano nei principali ospedali psichiatrici. Una società di igiene mentale sta lavorando attivamente per la loro creazione. Assicurazione di malattia. L’Italia non ha ancora alcuna legge per l’assicurazione obbligatoria contro le malattie. Abbiamo delineato brevemente sopra la legislazione in materia di assicurazione della tubercolosi; possiamo affermare che l’opinione in Italia si sta rapidamente evolvendo in questa direzione. Ci sono già società di mutua assicurazione, tra cui diverse categorie di lavoratori. Nei più importanti stabilimenti industriali, sono state formate le società di mutuo soccorso, a cui i lavoratori e i maestri contribuiscono. La Carta del Lavoro all’art. 28 dichiara che le società di mutuo soccorso per malattia dovrebbero essere presenti in tutto il mondo. I finanziamenti dovrebbero essere forniti per due terzi dai proprietari delle fabbriche e per la restante parte dagli operai sotto la supervisione di un ente. Già vari esperimenti per l’organizzazione di un servizio sanitario su base reciproca prosperano; la più importante è quella di 5.000 dipendenti delle tranvie della città di Milano, e anche il servizio che si sta organizzando per le altre categorie di lavoratori, l’Istituto della Provvidenza e del Mutuo Soccorso di Milano, che è sotto la corporazione di questa città. Aiuto giudiziario e sociale per gli ex lavoratori. L’età avanzata nella società moderna ha cambiato le condizioni di vita della famiglia, in particolare nei grandi centri urbani, dove si rende necessario collocare un numero crescente di persone anziane in istituti speciali. Questo viene fatto a spese della carità pubblica, gratis per le persone anziane che sono indigenti, e semi-gratis se la famiglia è in grado di contribuire per sé. In alcune città, gli anziani che sono ancora in buona salute sono occupati in attività di supporto, in base alla loro precedente occupazione e per i quali ricevono un piccolo stipendio. La legge ordina l’assicurazione obbligatoria contro la disoccupazione. L’indennità di disoccupazione viene pagata quando l’assicurato è esente da alcuna colpa o il desiderio di suo. Egli non riceve alcun beneficio se il tasso di disoccupazione è stato causato da un problema stagionale, nei casi di disoccupazione periodica o annuale, o se è stato causato da dispute tra i maestranze e proprietari. La disoccupazione, ai sensi dell’art. 28 della Carta del Lavoro, deve essere approvata e controllata dallo Stato, a cui spetta il compito di trovare lavoro attraverso i sindacati o da solo. Incapacità economica. L’incapacità economica può dar luogo a una richiesta pecuniaria o ad altri sussidi; il rilievo è fornito da organizzazioni comunitarie, di mutuo soccorso o di beneficenza. Purtroppo non c’è coordinamento delle istituzioni di carità e di beneficenza, in modo che le varie istituzioni pubbliche e privato spesso fanno lo stesso lavoro o sono insufficienti per il servizio che deve essere svolto. Il volontariato non può essere un rimedio a questa situazione perché la carità privata non fa uso di metodi di indagine che sono il risultato dal servizio sociale moderno, mentre i funzionari del servizio di soccorso pubblico pongono l’accento sulla situazione economica piuttosto che sul lato sociale. Il regio decreto del 6 novembre 1926, vieta l’accattonaggio. Le persone riconosciute dalle autorità come incapaci al lavoro o senza mezzi devono essere inviate ad una casa locale o ad un altro comune. Quando si è deciso di mandare qualcuno in una casa, e né i comuni né le istituzioni pubbliche hanno i mezzi per pagare una parte o la totalità delle spese necessarie, questa è intrapresa dallo Stato. L’Opera Cardinal Ferrari è una società cattolica, che si occupa di vagabondi con assistenza istituzionale, dà loro cibo e aiuti ai prigionieri liberati dal carcere e a tutti i reietti della società in una casa di lavoro situato a Niguarda, vicino a Milano, che deve essere menzionato per i suoi metodi di distribuzione della carità. Il servizio per i detenuti, che è molto forte, è svolto da comitati di soccorso privati e religiosi e da altre istituzioni. Nel nostro paese, come altrove, non v’è alcuna forma di disagio che la carità privata non cerca di alleviare. Tra le forme di attività sociale che contribuiscono al benessere materiale dell’umanità, dobbiamo citare quelle che si prendono cura delle abitazioni, le società immobiliari che stanno costruendo case operaie nelle città a condizioni particolarmente favorevoli dal punto di vista dell’esenzione dalle tasse. Molte fabbriche hanno delle case costruite per gli operai. L’effetto sociale di queste abitazioni igieniche è ovvio, le case devono avere i mezzi per eliminare molti mali sociali, di raggruppare la famiglia in una casa dove possa godere la felicità domestica, e di dare ad ogni cittadino una migliore educazione morale. Al fine di combattere l’alto costo di spese alimentari per i lavoratori sono stati installati nelle fabbriche degli spacci, secondo le istruzioni del Governo e della Confederazione dell’industria italiana; forniture alimentari cooperative, ristoranti a buon mercato, distribuzioni organizzate per i cittadini delle grandi città e per i lavoratori dell’industria, rendono un ottimo servizio. Nel campo della salute dobbiamo citare, l’installazione di bagni pubblici e di piscine, e il miglioramento dei servizi di igiene pubblici. Per completare le norme per la protezione sanitaria e igienica del lavoratore, è stato organizzato il servizio sociale nelle fabbriche che promette di essere di grande aiuto per completare le misure di prevenzione ordinate dalla legge, che osserva con scrupolo e cerca di dare il tutto al lavoratore, che può aiutarlo nel suo lavoro, aumentando il suo benessere. Il servizio sociale è stato introdotto nell’industria italiana su iniziativa privata, supportato e sostenuto dagli industriali e dai filantropi (Istituto Italiano per Assistenza sociale e Assistenza sociale il Lavoro di Milano). Il servizio di queste istituzioni sarà senza dubbio presto riunito in organizzazioni nazionali, mentre l’Opera Nazionale Dopolavoro è impegnata anche nell’educazione intellettuale e morale del lavoratore e del cittadino dopo l’orario di lavoro. L’organizzazione del Dopolavoro è centralizzata e allo stesso tempo decentrata. La direzione centrale è assistita da varie commissioni, ha filiali nelle province, sui quali dipendono i commissariati che riuniscono gli operai di ciascuna frazione. L’Opera Nazionale Dopolavoro che mira alla edificante morale e materiale delle masse si occupa di sport, istruzione tecnica, cultura popolare, sollievo, economia domestica, teatro e recitazione, musica, cinema, radio, etc. Pubblicazioni settimanali o mensili, a cura dall’Opera, sono distribuiti in tutti i comuni del regno, informa l’opinione pubblica dei vari problemi da risolvere dall’Opera sia in relazione con la formazione intellettuale e morale sia con lo sport. I concorsi sono stati avviati per la recitazione amatoriale, l’insegnamento dell’economia domestica e nelle case di decorazione, ecc. III. PROSPETTIVE SUL SERVIZIO SOCIALE Nel dare un resoconto dei progressi compiuti in Italia dal servizio sociale, possiamo fare alcune distinzioni tra i metodi utilizzati nella città e quelli impiegati in campagna. Se i requisiti sono diversi in ogni località, i grandi problemi della maternità, del bambino, della tutela della razza, dello sviluppo dei generi alimentari, e la loro istruzione e la cultura fisica sono le stesse. Il servizio sociale essendo interamente sotto il controllo dello Stato, deve seguire necessariamente l’unificazione, mentre la sua realizzazione pratica è uniforme in tutto il paese. Il grande desiderio di coloro che sono particolarmente interessati a problemi sociali è che i metodi e i mezzi devono essere perfezionati nello schema della più ampia ammortizzazione sociale possibile, come era previsto dalla normativa, in modo che la legge possa essere pienamente applicata non solo alla lettera ma, ciò che conta di più, secondo lo spirito che le anima.

Il servizio sociale richiede e affina le più alte facoltà mentali (Grossmann M., Spunti di etica e pratica del servizio sociale nell’industria in Italia, Roma, Confederazione Generale Fascista dell’Industria Italiana, 1934, pp. 4-7).
Quando l’operaio si presenta a noi per una richiesta, noi non siamo pari ad un impiegato qualsiasi allo sportello di un ufficio che senza guardare in faccia il richiedente registra, pone un timbro o una firma e “spicciativamente” può spesso passare al successivo postulante, senz’altra preoccupazione di quella di sbrigarsi con la massima fretta.
Il nostro cliente riveste per noi un altro aspetto, e se la sua visita non avesse altro scopo che la richiesta di un certificato, essa avrà sempre per noi un maggiore significato. Noi vorremo conoscere lo scopo di quel documento; dietro ad esso vi sarà sempre un’altra cosa, più complessa, che l’operaio non ha osato o creduto di esporre, vi sarà la «pratica» più vasta, il «caso sociale», nella stessa guisa che dietro alla semplice richiesta di un medicinale si cela la malattia, e questa a sua volta racchiude o manifesta i bisogni o gli squilibri dì un individuo o di un nucleo famigliare.
Ascoltare sarà dunque il nostro primo compito…, intendere,.. esaminare l’individuo che ci sta dinanzi, poiché il suo aspetto stesso potrà rivelarci tante cose. E così il senso vigile dell’attenzione si sviluppa e rafforza.
Subito dopo mettiamo in azione la facoltà di analisi, quando con opportune domande cerchiamo di renderci esattamente conto della situazione che ci viene esposta, simili nell’attitudine mentale — ma non per carità nell’atteggiamento! — al giudice istruttore che cerca di avere in suo possesso tutti gli elementi per meglio analizzare il caso. La precisione nella raccolta dei dati che servono a definire e inquadrare il caso sono di primaria importanza anche per evitare poi inesattezze nello svolgimento della pratica, perditempo per rifornirsi delle notizie mancanti e, quando si tratti di casi da patrocinare, per essere in grado di assolvere il compito con piena conoscenza di causa, disponendo di argomenti sufficienti da contrapporre alle eventuali obiezioni.
Con l’analisi esercitiamo anche lo spirito critico perché, evidentemente, non sempre possiamo accettare alla lettera quanto ci viene esposto né accogliere supinamente quanto viene richiesto. Questo vigile criterio di selezione va applicato anche alle informazioni che a nostra volta attingiamo presso i competenti uffici, poiché anche la competenza può frazionarsi in varietà di opinioni.
Quando si fa appello ad un nostro consiglio — piccola parola di alto significato, elemento imponderabile ma di gran peso che così spesso vien dato a cuor leggero — il raziocinio ci sarà di ausilio, e l’intuito psicologico, opportunamente sviluppato dai frequenti contatti con individui di disparate capacità e dissimile natura, ci sarà di guida.
L’esperienza c’insegna che anche le pratiche apparentemente semplici vanno meditate, per trovare la formula migliore per portarle a compimento per evitare passi falsi o piccole ”gaffes” che facilmente tendono il laccio alle inesperte. Una meditazione quotidiana sui vani casi prospettati, sarà il miglior segreto di successo: i dati raccolti, messi a fuoco nella mente concentrata, si illumineranno della loro naturale ed unica soluzione.
Sintesi! Dobbiamo prescindere dal caso individuale per assurgere alla visione obiettiva della richiesta, per equilibrarla alle possibilità esistenti, per estrarne il reale fondamento e orientarla là dove la sua realizzazione può riuscire più agevole ed efficace modificandola quando riterremo che ciò sia necessario nell’interesse di chi chiede od opportuno nelle peculiari contingenze, ed avere il coraggio di rigettarla, con gl’indispensabili chiarimenti, quando essa ci sembri inopportuna o intempestiva.
La facoltà della memoria è di continuo in gioco. Per quanto numerosi possano essere i nostri clienti, quale piacere per noi e per loro stessi poterli ravvisare, anche se una sola volta vennero a noi, e come il vedere che ci ricordiamo con precisione del loro nome e del caso loro dà subito ad essi l’impressione di un cordiale affiatamento, di un interessamento reale, poiché la nostra risposta non è la risultante di uno spoglio di schede ma di una immagine mentale radicata nelle nostre cellule cerebrali, e formante perciò parte vitale di noi stesse. Ma se non a tutte è data questa facoltà di ravvisare e ricordare, ci si eserciti a svilupparla nella misura del possibile e ad applicarla anche quando si tratti di esporre il caso a chi di ragione, senza ricorrere troppo di frequente al soccorso di appunti, perché solo così il “caso” acquista vivezza e palpita nella sua interezza di fronte all’uditore, cui facciamo appello per risolverlo o per impetrare qualche speciale favore.
Che dire delle facoltà volitive che ad ogni istante vengono messe alla prova? Immediatezza di decisione nella maggior parte dei casi, poiché la nostra opera non consente lentezze burocratiche. Ostacoli da sormontare che solo la nostra volontà di raggiungere lo scopo permette di superare: convinzioni da rimuovere, nuovi convincimenti da creare, obiezioni da confutare, asserzioni da controllare, cercando sempre di aderire alla “Verità” che sola può essere di guida nel labirinto dei contrastanti interessi.
Attraverso il complesso gioco di queste varie facoltà si snoda il lavoro assistenziale, sorretto dalla disciplina razionale del tempo, lasciato alla responsabilità individuale dell’assistente sociale, che non subisce un immediato diretto controllo e perciò appunto di maggiore equilibrio e coscienza deve dar prova nell’utilizzarne con rigida economia ogni frazione; disciplina che sola può portare ad alto rendimento un compito così denso di doveri, d’impegni e di competenze. Coll’evitare sopralluoghi superflui, col sostituire quando sia possibile ed opportuno il telefono e la macchina da scrivere agli interventi personali, e stabilire l’equilibrata alternativa tra lavoro d’ufficio e lavoro esterno, collo sviluppare e portare a compimento iniziative di vario genere, il senso organizzativo verrà utilmente esercitato. E non si dica che talvolta anche la nostra fantasia non debba essere stimolata quando ci si domanda… la luna nel pozzo!.

La Scuola Superiore Fascista di Assistenza sociale (Andreoli Marcello, Le tre scuole superiori del Partito in Roma, Roma, Tip. F.lli Pallotta, 1937, pp. 2-3).
La Scuola Superiore Fascista di Assistenza sociale, come la stessa sua denominazione chiaramente indica, si prefigge la formazione tecnica e spirituale della assistente sociale di fabbrica la cui missione si svolge quotidianamente accanto al lavoro e per il lavoro, prestando la sua illuminata e premurosa assistenza alle classi operaie nelle molteplici e varie esigenze della loro vita di lavoro e familiare. Mediante lo svolgimento di questo nobile apostolato, non è dubbio che le assistenti sociali collaborano fattivamente ed efficacemente alla realizzazione di quelle illuminate provvidenze sociali che il Regime ha predisposto per le classi lavoratrici ai fini della loro assistenza materiale e della loro elevazione spirituale in quella atmosfera di armonica collaborazione fra le varie categorie produttive che rappresenta uno dei postulati essenziali della dottrina fascista.
Il titolo di studio richiesto per l’ammissione alla Scuola è la laurea oppure il diploma di magistero. Sono però anche ammesse quelle candidate che fornite di un titolo di scuola media superiore all’inizio dell’anno superino un esame interno che si svolge appunto qui, nell’Istituto San Gregorio, e che verte su materie storiche, letterarie e politiche: un esame cioè di coltura generale che faccia presumere la idoneità della candidata a svolgere il suo futuro compito di assistente sociale.
Il corso ha la durata complessiva di circa 10 mesi, dall‘ottobre al luglio successivo e comprende 25 materie di insegnamento. Fra queste materie, oltre a quelle ditte a fornire alle allieve i fondamenti indispensabili di una cultura generale informata ai postulati della dottrina fascista come legislazione fascista, cultura e dottrina fascista dello Stato acquistano particolare rilievo quelle materie più specificamente dirette alla preparazione tecnica dell’assistente sociale di fabbrica. Fra queste materie ricorderò ad esempio la psicologia applicata alla assistenza sociale e pratica, la legislazione del lavoro, la patologia e la fisiologia del lavoro, gli ordinamenti igienico-sanitari della produzione, l’infermieristica ecc., tutte materie direttamente intese alla specializzazione delle assistenti sociali per la migliore esplicazione dei propri compiti.
Alle fine del corso le allieve sono sottoposte ad un esame dinanzi ad una commissione nominata dal Ministero della Educazione Nazionale e composta anche di rappresentanti del Partito, e dello stesso Ministero dell’Educazione Nazionale.
Le allieve le quali abbiano superato il detto esame conseguono un diploma mediante il quale esse sono assunte in servizio dalla Confederazione Nazionale Fascista degli Industriali e dalla Confederazione Nazionale dei Lavoratori dell’Industria le quali due Confederazioni mediante accordi stabiliti con il Partito provvedono opportunamente al collocamento di queste Assistenti sociali nei vari centri industriali.

Differenziazione tecnica (Confederazione Fascista Lavoratori Italiani, Per le assistenti sociali, Roma, Tip. Il lavoro fascista, 1936, pp. 9-11).
Quali sono gli elementi differenziali dal Punto di vista tecnico?
Questa indagine necessaria in teoria ed in pratica, induce a considerare la preparazione tecnica di coloro, che si dedicano all’esercizio dell’assistenza e del servizio sociale.
Per esercitare mansioni di assistenza sociale, intesa nel senso più largo e di uso comune, come attività che si rivolge al benessere altrui e con funzioni specificatamente caritative, si ritiene per solito che bastino spirito di iniziativa, buon senso, buon cuore, cultura generale.
Data la confusione che esiste fra assistenza e servizio sociale si ritiene che per il servizio sociale basti la preparazione generica che usualmente si riscontra in coloro che si dedicano ad opere di assistenza.
Tutto ciò non è né giusto né logico; infatti se, per “servizio sociale” si deve intendere l’espressione più moderna e complicata dell’attività, destinata al benessere altrui, seguendo in ciò il progresso e l’evoluzione dei tempi, non è giusto che gli strumenti di questa attività siano impreparati ed inadatti, al punto che si soffochino, nei soliti sistemi antichi, le più moderne affermazioni di vita e di rapporti sociali.
Dal ricorrere erroneamente ad organi non adatti alla funzione cui sono destinati derivano le errate interpretazioni e valutazioni del lavoro sociale, cui tutti si considerano preparati, ritenendolo ancora un’attività empirica e volontaria aperta a tutti.
In tal modo si raffredda e si spegne del tutto lo spirito sociale, anche là dove esiste, per far luogo ad un’andatura arida e dannosa, che risente di vecchi concetti caritativi, appesantiti talora da concezioni burocratiche, che col lavoro sociale, nulla hanno a che vedere.
Il servizio sociale, in qualunque istituzione si inserisca sia essa una scuola, un ospedale, un tribunale, un consultorio, un sindacato, una cassa mutua, una fabbrica — non è oggetto di una scienza a sé, astrusa ed occulta, né si bandisce dalle cattedre. La cattedra più efficiente resta pur sempre la realtà della vita umanamente intesa, ma interpretata secondo i principi etici generali e secondo le risultanze delle scienze biologiche, psichiche e sociologiche, che il lavoratore sociale deve conoscere per giungere alle finalità sociali logiche e necessarie.
E poiché anche da noi s’afferma in tono ognor crescente la preparazione specifica e tecnica dei lavoratori sociali, è giusto che l’esercito delle giovani reclute, che si affacciano oggi al servizio sociale, veda salvaguardato, da intrusioni eterogenee. il suo patrimonio ideale, presupposto dell’attività pratiche che deve svolgere ed il procedimento tecnico, che costituisce l’essenza del lavoro stesso.
La professionalità dell’elemento tecnico deve poter affermarsi in pieno come in qualunque altro campo ed occorre pertanto mettere in guardia anche l’opinione pubblica, perché si abitui a discernere il lavoratore sociale preparato e competente da quello improvvisato e, pertanto, incompetente.
Le assistenti sociali
Nel delineare la figura professionale, tecnica del lavoratore sociale, occorre tener conto di un altro elemento di primaria importanza: la personalità dell’assistente.
Su questo elemento indiscutibilmente si basa la forma creativa artistica del lavoro sociale. È questo elemento che trasforma la professione in missione, piena di contenuto etico e sociale.
Chi ripudia questo elemento, chi lo svaluta, chi lo subordina a grette e meschine vedute burocratiche nega il lavoro sociale nella sua parte più nobile e vitale.
Qualunque sia il caso di cui si occupa un assistente, la meta finale che oltrepassa la modesta prestazione materiale, è quella che, nel linguaggio dei cultori di servizio sociale, si chiama «il contatto», la conquista delle anime. L’azione delle assistenti non si rivolge tanto alle necessità materiali, quanto alla personalità dei propri assistiti, allo scopo di poter compiere quell’opera di elevamento e di ricostruzione dell’individualità umana che duri nel tempo e ridia, a chi ne ha bisogno, la forza e la fiducia in sé stesso.
Poiché solo gli individui dotati di intuizione, comprensione, affettività simpatia possono essere prodighi agli altri di aiuto e conforto secondo la ricchezza della loro spirituale sensibilità, la personalità dell’assistente è elemento di primo ordine nella attuazione del servizio sociale, affinché il lavoro sociale — anche se professionalmente praticato — conservi le caratteristiche che gli sono proprie, vale a dire quelle della vocazione e della più completa dedizione alla propria missione.
È ovvia la difficoltà di selezionare elementi adatti per temperamento e per preparazione, ma ogni transazione, ogni deviazione, dai punti su accennati porterà inconvenienti notevoli morali e materiali e sviserà completamente la natura del lavoro sociale.
A queste conclusioni che potrebbero anche ritenersi il portato di una mentalità o eccessivamente teorica e formalista o fanaticamente puritana, arriva in pratica la mentalità popolare, che guidata da quella incosciente istintiva aspirazione al meglio, latente in ciascuno dì noi, sa subito discernere la persona ben preparata dall’ignorante, la mestierante dall’appassionata del lavoro sociale, per dare a quest’ultima le sue preferenze e l’esposizione completa e sincera del proprio “io”.

Aspetti dell’assistenza sociale di fabbrica (Pistolese G.E., Recensione su “Margherita Grossmann, Aspetti dell’assistenza sociale di fabbrica, Ed. «La Difesa della Stirpe» Roma, 1939-XVII”, citato in “Bibliografia fascista: rassegna mensile del movimento fascista in Italia e all’estero”, 1940, pp. 767-769).
Queste pagine rappresentano una delle manifestazioni della vita di una donna dedicatasi al compito alto, delicato eri arduo dell’assistenza sociale nel campo dell’industria. La Autrice, che fu tra le primissime assistenti sociali, ed a tale opera dedicò tutto il fervore che le veniva dagli studi compiuti e dalla sua qualità di appartenente alle regioni redente, trovandosi da anni in contatto con operai e datori di lavoro, osservati nelle esigenze quotidiane della vita, ha saputo trarre tale messe di esperienze che possono utilmente venire indicate alle sue collaboratrici quali tappe sulla via da percorrere.
Uno dei meriti della scrittrice è di aver saputo prescindere da tutto ciò che poteva essere interpretazione personale di ambienti, coloritura delle esperienze, abbellimento di osservazioni psicologiche, di rinunciare — insomma — ad ogni tentazione dell’« artistico » per darci, in forma sobria ed elevata, i fondamenti etici del « mestiere » sociale.
Cercheremo ora di riassumere i capisaldi della trattazione.
Primo elemento di giudizio, ci dice la Grossmann: il fattore umano. Più si afferma il rapporto fra valore di produzione ed efficienza individuale, come binomio inscindibile della autarchia economica, più si afferma la necessità di nuovi indirizzi e orientamenti nell’opera di assistenza delle maestranze. L’assistenza e previdenza a carattere obbligatorio, le disposizioni legali, statutarie, regolamentari o contrattuali, con cui si cerca di scongiurare alle categorie lavoratrici i vari rischi dell’esistenza (malattia, infortuni, disoccupazione, invalidità, vecchiaia, morte) non bastano a curare e prevenire gli squilibri fisici, materiali, morali, che sminuiscono l’efficienza degli individui, dei nuclei familiari, dei quadri delle maestranze.
Nessuna legge, per quanto perfetta, può prevedere la gamma di azioni e reazioni che si determinano variando le condizioni ambientali o individuali. La norma può pur frustare le intenzioni del legislatore, se lo spirito di solidarietà umana non la rende più duttile ed efficiente, se le disposizioni non assumono forme appropriate ai casi singoli. Nel vasto quadro dell’assistenza integrale al lavoratore dell’industria, deve esservi un settore collegato alla funzione specifica dell’azienda, e fondato sul principio basilare della collaborazione e solidarietà delle forze produttive. Rendere efficiente il lavoratore significa concorrere al perfezionamento della produzione; inquadrare l’assistenza di fabbrica entro limiti definiti e nettamente circoscritti, potenziare le facoltà del lavoratore orientandolo verso quelle forme di attività in cui le sue facoltà possono meglio svilupparsi, significa far collimare un fine individuale con scopi collettivi, e creare un efficace strumento di pace sociale.
Attraverso un complesso di istituzioni, provvidenze e servizi, il datore di lavoro cerca di eliminare le cause di disagio dell’operaio, contribuisce alla prosperità delle famiglie dei dipendenti provvede alla organizzazione delle mense, asili-nido, biblioteche aziendali ecc. Ora, l’assistenza sociale di fabbrica va intesa – ci dice l’A. – come una funzione di collegamento fra il lavoratore e le istituzioni create dal datore di lavoro. L’opera delle assistenti fasciste di fabbrica si svolge ancora con le forme e le modalità dell’assistenza generica. Quale funzione di collegamento fra l’operaio e le istituzioni pubbliche e private, essa si propone di guidare il lavoratore (spesso ignaro delle provvidenze disposte in suo favore) attraverso le formalità necessarie per conseguire per sé e per i suoi familiari, i benefici relativi, e fruire così della vasta rete di organizzazioni profilattiche e sociali disposte dal Regime. Ma tale aspetto dell’assistenza sociale di fabbrica non basta alla tutela integrale del lavoratore.
Le istituzioni aziendali, l’ambiente del lavoro con le sue caratteristiche, costituiscono l’attrezzatura entro la quale l’assistenza di fabbrica deve trovare io stimolo per alimentare l’efficienza delle disposizioni e renderle consone alle loro finalità. Occorre quindi considerare l’ambiente dei lavoro, ai pari di quello familiare come un elemento decisivo della costituzione psico-fisica del lavoratore, e cogliere – in esso – all’origine, le cause che verranno più tardi a perturbare l’equilibrio individuale. L’intuizione dell’assistente di fabbrica, intuizione affinata dai rapporti con le maestranze, con i servizi igienici e sanitari, con gli ambienti direttivi ed i reparti del lavoro, orienterà le sue attribuzioni inizialmente generiche, in compiti ben definiti nell’ambito della fabbrica stessa.
Occorre quindi stabilire i rapporti del servizio sociale con le altre istituzioni, e precisare in adattamenti eri accorgimenti pratici le sue funzioni. Inoltre, le prestazioni di ordine pratico per la tutela del produttore, ed anche i fini utilitaristici dell’economia industriale, non dovranno mai fa passare in secondo piano le finalità spirituali del servizio. È noto che i vari accorgimenti si rivolgono all’uomo, nel suo complesso fisiologico come nei suoi aspetti morali eri intellettuali; l’assistente deve quindi concorrere alla comprensione ed interpretazione della personalità umana del lavoratore, nei confronti dei dirigenti. Le istituzioni servizi stabiliti per alleviare i disagi dell’operaio, le molteplici « pratiche » con cui si cerca di armonizzare i suoi interessi nella giustizia, di sanare situazioni anormali in rapporto a vari rischi dell’esistenza, non possono essere considerati fine a se stessi. Tutti questi mezzi non sono che lo strumento attraverso il quale l’individuo dovrà poter edificare il proprio organismo fisico, morale, intellettuale. L’empirismo inerente al servizio non dovrà far dimenticare il più alto fine che sta nel promuovere l’adattamento dell’individuo alle sue mansioni, sia orientandolo verso il campo ricreativo ed educativo, sia concorrendo a migliorare la vita familiare del lavoratore.
Nel far fronte alle varie necessità non si dovrà né favorire la passività dell’individuo, né paralizzare il suo spirito di iniziativa. Evitare, insomma, l’errore della pura e semplice c distribuzione di munificenze» tanto radicate nelle consuetudini perché rispondente ad uno stimolo puramente sensibile, ma sollecitare, invece, la partecipazione dell’assistito a tutte le manifestazioni che possono suscitare in esso lo spirito di emulazione, il desiderio di progredire, di istruirsi, di prodigarsi nei limiti delle sue attitudini. Farlo diventare consapevole della sua parte nella società e nell’ordinamento economico, e cosciente di quella unità di interessi e di che è lo scopo e la base dello « Stato corporativo ».
Le manifestazioni assistenziali, educative, ricreative, vengono a creare, nell’ambito dello stabilimento aziendale, un’attività eminentemente spirituale che si ispira al principio del. la collaborazione.
Nel precisare i compiti dell’assistente di fabbrica, la Grossmann osserva giustamente che la rieducazione delle abitudini e delle mentalità di categorie, la riabilitazione della personalità del lavoratore e della sua famiglia, sono compiti vasti e complessi, il cui fine potrebbe venir messo « nel bagagliaio delle utopie » ove i risultati delle esperienze compiute nei vari paesi non avessero ormai posto il servizio sociale fra le funzioni più indispensabili della civiltà odierna.
Non basterà, all’assistente di fabbrica, un semplice corredo dottrinale di nozioni acquisite, ove manchino quelle facoltà ed attitudini che la renderanno pienamente cosciente dell’importanza della sua missione, specie se la sua attività verrà circoscritta entro i limiti di un unico organismo aziendale, l’Assistente, attraverso i rapporti continuativi con uno stesso ambiente, diventerà veramente lo strumento misuratore dei bisogni, l’interprete delle esigenze d’ella massa umana affidata alle sue cure.
Tenuto conto dei nuovi orientamenti scientifici del servizio sociale, e compresa la necessità di trasporre le enunciazioni della dottrina fascista nella prassi, che si fonda sulla comprensione dei singoli problemi psicologici, la Assistente sociale potrà assumete l’atteggiamento più opportuno nelle diverse vende che si presentano ai quotidiano esercizio del suo compito.
Conclude la Grossmann, che, nella sua qualità di dirigente del servizio assistenziale presso la Confederazione Industriali, ha saputo trarre dalla conoscenza pratica acquisita, e dalle osservazioni fatte nei vari stabilimenti italiani, tale esperienza da poter indicare alle proprie collaboratrici, compiti e mete, pericoli e realizzazioni. Ed in tale utilità intrinseca la bellezza della sua missione.

Possibilità attuali d’impostazione del servizio sociale di fabbrica di Milena Lerma Assistente Sociale di Fabbrica delle Acciaierie Falck di Milano (“Quaderni d’informazioni per assistenti sociali”, Confederazione generale dell’industria italiana in collaborazione con l’Associazione nazionale assistenti sociali, 1951, 7-8, mag-ago 1951, pp. 55-59).
Il Servizio Sociale di Fabbrica prestato finora in Italia da personale qualificato è stato contenuto entro i limiti di tempo e di azione sproporzionati alle reali esigenze dell’ambiente industriale. Questo per vari motivi di incomprensione del Servizio stesso, di eccessivo lavoro affidato alle singole Assistenti Sociali, di numerose difficoltà attinenti all’ambiente di lavoro.
Anche il personale assunto in questi anni per libera iniziativa di singoli imprenditori non ha potuto realizzare in pieno il servizio quanto si viene formulando negli ambienti di studio tendenti a valorizzare la viva esperienza di assistenti sociali e le realizzazioni effettuate all’estero, pur trovandosi questo personale in migliori condizioni di lavoro, di libertà di azione, di trattamento economico delle altre Assistenti Sociali.
Questo perchè manca nell’ambito dell’azienda la mentalità di un servizio sociale svolto da personale qualificato. Anche il nucleo industriale più evoluto non riesce ad ammettere un servizio sociale al di fuori dell’assistenza al caso individuale o al disbrigo di pratiche burocratiche.
Gli aspetti del servizio sociale attinenti al fattore umano, all’educazione del personale, alla distensione dei rapporti fra i membri dell’azienda, anche quando vengono presentati sul piano della reale convenienza agli effetti della stessa produzione, rimangono ancora una formulazione teorica che non fa presa sulla mentalità dell’azienda.
L’attuale servizio inceppato dal superlavoro o confinato all’assistenza al caso individuale è insufficiente perchè limitato solo ad alcuni settori e anche controproducente perchè l’affermazione o almeno la possibilità di sperimentare un vero servizio speciale di fabbrica è ostacolata dalla constatazione del servizio così come viene svolto oggi.
Inoltre si nota, nel campo dell’assistenza ai lavoratori, un sovrapporsi di compiti, una mancanza di chiarezza nella determinazione delle competenze, che genera confusione, diffidenza, e la convinzione che per svolgere il servizio sociale di fabbrica sono sufficienti un po’ di buona volontà e alcune nozioni generali.
Per ovviare a questi inconvenienti, non basta però formulare teoricamente il servizio sociale di fabbrica quale si è venuto delineando attraverso studi e considerazioni sull’evoluzione della struttura sociale.
Le Assistenti Sociali sono d’accordo che l’ideale sarebbe un servizio sociale che permei completamente la vita dell’azienda, un servizio svolto da personale qualificato spontaneamente accettato e parte integrante dell’azienda stessa, tipo ‘personnel management”, o almeno un servizio attuato in libertà secondo nuovi criteri; ma sanno anche che tutto questo rimarrà un fine irraggiungibile anche al personale più dotato e volenteroso se non si cambierà l’impostazione del servizio che non può più reggersi sull’attuale piano di pura assistenza burocratica o caritativa.
Tuttavia non è possibile pensare di poter attuare di colpo radicali cambiamenti che sono invece legati allo sviluppo di complessi fattori economico-sociali. È necessario creare la mentalità del servizio sociale nell’industria attraverso una capillare propaganda al fine di rendersi conto in maniera concreta delle attuali esigenze e possibilità di impostare il servizio sociale di fabbrica tenuto conto dei reali mezzi a nostra disposizione, della reale situazione psicologica dell’azienda, senza trascurare lo sviluppo conseguito sul piano sociale da organizzazioni di lavoratori, Enti assistenziali, ecc. tendenti a suddividere i compiti di assistenza sociale al fine di creare campi ben determinati di competenza. Questo per non creare sovrapposizioni e antagonismi.
In merito possiamo indicare quanto abbiamo constatato attraverso l’esperienza di umazione di propaganda del Servizio Sociale di Fabbrica presso numerosi imprenditori lombardi al fine di far conoscere i metodi e gli scopi del servizio stesso e, nel contempo, per rendersi conto delie difficoltà che insorgono quando si tenti di impostare concretamente il servizio sociale in una azienda.
Si è constatato che non è possibile usare con gli imprenditori un linguaggio teorico accessibile per ora solo agli studiosi e agli esperti; questo perchè non esiste nell’azienda la mentalità di un servizio integrale.
L’unico aspetto del servizio sociale accettato ed ammesso è il disbrigo di pratiche e a volte l’assistenza al caso individuale. In questo settore è comune la convinzione di aver esaurito in modo completo e soddisfacente gli obblighi del servizio sociale nell’azienda anche perchè vi é quasi sempre qualche impiego dell’ufficio mano d’opera che si occupa del collegamento con gli Istituti Previdenziali, Assicurativi, coi vari Enti assistenziali, e in più, per ragioni di fiducia, di anzianità, svolge anche opera di assistenza presso i singoli lavoratori; tutto questo in nome di un più o meno cosciente paternalismo, di un imperativo politico o confessionale.
Inoltre il compito di svolgimento di pratiche assicurative, previdenziali, ecc. (precipua occupazione attuali delle assistenti sociali), viene rivendicato e con pieno diritto dagli Istituti di Patronato legalmente riconosciuti per l’assistenza ai lavoratori; per cui, o l’assistente sociale si sovrappone a questi istituti o si limita a segnalare delle pratiche e allora non si vede perchè questo compito non potrebbe essere affidato ad un impiegato.
In queste aziende l’opera deila Assistente Sociale è reputata inutile. L’illustrazione del servizio sociale sotto forma di perfezionamento dei rapporti umani nell’azienda, valorizzazione delle attitudini personali dei lavoratori, sicurezza del lavoro ecc., incoatta diffidenza e non convince anche perchè pochi sono gli esperimenti concreti da porre in considerazione.
Altra difficoltà sta nel fatto che il personale direttivo e impiegatizio considera l’assistente sociale una intrusa nell’azienda, un elemento estraneo che si inserisce con compiti non ben delineati che a volta vengono confusi con pretese di ingerenza, di accaparramento di posti di responsabilità e di fiducia.
Fatto il quadro della situazione attuale bisogna studiare i mezzi per realizzare il servizio sociale nel modo più’conveniente.
Non si vede per ora la possibilità di introdurre l’Assistente Sociale nell’azienda in altro modo che attraverso un’opera di convinzione presso il datore di lavoro.
Fermarsi ora a discutere da chi l’Assistente Sociale deve dipendere se dall’imprenditore o dall’organizzazione dei lavoratori, o da un ente espraneo, è ottima cosa in sede teorica; in pratica, specie nei confronti del personale recentemente formato, ritarderebbe l’affermazione di un servizio che in Italia non ha ancora tradizioni nè personale particolarmente esperto.
Si dice che l’Assistente Sociale dipendendo dal datore di lavoro imposterà irrimediabilmente il servizio su una arretrata posizione paternalistica. A parte il fatto che la posizione dell’Assistente Sociale potrebbe essere più indipendente se questa si presentasse all’azienda in veste di libera professionista, a nostro parere molto dipende dalla formazione data all’Assistente Sociale, dalla possibilità di aggiornare, seguire l’assistente stessa dopo il suo inserimento nel lavoro (e questo dovrebbe essere compito principale dell’Associazione delle Assistenti Sociali) dalla possibilità di sperimentare giorno per giorno quei principi formulati in sede teorica per vedere fino a che punto ne è possibile l’applicazione.
In questo modo l’Assistente Sociale potrebbe riuscire a trasformare l’iniziale servizio paternalistico in un servizio auspicabile o almeno a fornire quella prima base di esperienza, di studio, indispensabili per creare la mentalità, la consuetudine, su cui costruire l’ordine nuovo.
Di conseguenza la nostra azione è impostata sui seguenti principi:
  • dare all’Assistente Sociale che si prepara al Servizio di Fabbrica una chiara visione dei suoi compiti, limiti possibilità e nello stesso tempo delle difficoltà d’applicazione in pratica;
  • fare propaganda presso i datori di lavoro, i dirigenti per effondere la conoscenza del servizio sociale come opera da attuarsi nell’azienda mediante l’inserimento di personale qualificato;
  • presentare il lavoro delle Assistenti Sociali come l’azione svolta da liberi professionisti;
  • convincere che il presupposto indispensabile perchè il servizio sociale dia i suoi frutti è che l’Assistente Sociale possa stare nella fabbrica in piena libertà di agire e di esprimere i propri punti di vista;
  • chiedere la collaborazione e la fiducia di tutti i membri dell’impresa, datori di lavoro, dirigenti, medico di fabbrica, capireparto, e anche di quegli elementi che hanno già svolto, magari in forma personale, una azione sociale nell’azienda. Anche se dapprima si verifica dell’antagonismo, l’Assistente Sociale dovrà sempre tendere a una ricerca di collaborazione perchè questi elementi hanno una qualità preziosissima, l’esperienza di quell’ambiente di lavoro;
  • impostare il servizio in modo che l’Assistente Sociale si occupi di una sola fabbrica con un numero medio di operai, o di un nucleo di piccole aziende in località ben delimitata.
Riteniamo soprattutto necessario studiare l’ambiente di lavoro, creare una documentazione dell’esperienza quotidiana, conoscere le attuali possibilità di impostazione del Servizio Sociale di Fabbrica per affrontare con la massima concretezza le sue esigenze dì perfezionamento.

Un nuovo organo dell’Opera affianca i Cappellani
di Virginia Delmati, Dirigente dell’Ufftcio Studi dell’ONARMO in Roma (Onarmo: l’idea e l’opera 40 anni di vita, Grafica artigiana, Roma, 1962, pp. 331-335).
È il Servizio Sociale, prestato all’inizio a Roma, nel ’45 da 6 Assistenti diplomate. Esse collaboravano con il Cappellano del La­voro nel trattamento dei casi individuali, e svolgendo il ser­vizio sociale, tecnico, perseguivano un’azione spirituale indiret­ta assai efficace. Lavoravano al disbrigo delle procedure ammi­nistrative delle pratiche assicurative, militari, tributarie, assi­stenziali, attuando un coordinamento con diversi Enti per in­carico dei singoli operai, molto utile e vantaggioso. I lavora­tori, quasi tutti ex-combattenti erano in attesa di usufruire dei propri diritti, il cui raggiungimento era, nel momento, reso dal­le circostanze assai complicato e difficile.
Assistenza sociale di fabbrica (1945)
Stabilimenti n. 27
Assistenti sociali n. 6
Prestazioni (documenti, pratiche legali, assicurative, militari, pensioni, ricoveri, sussidi, varie) n. 14.051
Sopralluoghi n. 3.303
Ricoveri n. 721
Totale prestazioni n. 18.075
Il servizio delle assistenti sociali risultò così utile che lo Onarmo deliberò di istituire per loro una Scuola Superiore specializzata per il conseguimento del titolo professionale la quale si inaugurò solennemente a Roma nell’ottobre 1945.
Fu concepito come Istituto per la formazione professio­nale di Assistenti Sociali, basata sulla dottrina sociale della Chiesa e cioè ispirata al Vangelo. La Scuola, dice il regola­mento istitutivo, ha lo scopo di destare e sviluppare una co­scienza ed una spiritualità sociale. Il suo programma è costi­tuito da un insieme di materie pertinenti allo studio della per­sonalità biopsichico-sociale dell’uomo, alla sua economia, pro­duttività, alla comunità etica e religiosa in cui egli vive.
Il Corso conferiva il diploma di Assistente Sociale poli­valente.
Questa fu la prima Scuola di Servizio Sociale dell’Opera e si può dire il modello delle 19 Scuole che la seguirono, oltre che storicamente prima, nella ricostruzione italiana, a quelle degli altri gruppi.
Scuola superiore di assistenza sociale (1945)
L’O.N.A.R.M.O. (Opera Nazionale Assistenza Religiosa e Morale Ope­rai) inaugurerà nel prossimo gennaio una Scuola Superiore di Assistenza Sociale per la formazione tecnica, religiosa e morale di assistenti socia­li specializzate la cui attività, adeguata ai metodi e sistemi più moder­ni della diagnosi e del servizio sociale si ispiri al messaggio evangelico.
La Scuola ha grado superiore perché intende valersi di metodi scen­tifici per la disamina accurata e profonda del malessere sociale considerato nella sue cause e nei suoi effetti, dei mezzi adatti ad alleviarlo nei Turi suoi molteplici aspetti. La Scuola ha carattere prettamente cat­tolico perché si propone di illustrare il valore squisitamente sociale del cristianesimo, della sua dottrina e della sua morale.
La Scuola infine è femminile perché intende invitare e preparare le donne colte all’esercizio di una professione profondamente conforme alle loro più insite attitudini e virtù di dedizione ed offrire ai loro studi un campo di utile applicazione.
II corso ha la durata di un anno scolastico, comprenderà lo studio delle varie discipline basi per un servizio sociale tecnicamente inteso, presupposti scientifici indispensabili, ed il tirocinio pratico che verrà eseguito nei vari servizi di assistenza, ossia:
A) Assistenza sociale di contingenza nei campi
-accantonamenti
-posti ristoro stazione
-approvvigionamenti
B) Assistenza sociale aziendale
-mense
-spacci di fabbrica
-servizio sociale di fabbrica
-convitti operai
C) Policlinico del Lavoro
D) Assistenza Ospitaliera
E) Assistenza religiosa aziendale
-Conferenze SanVincenzo de’Paoli
-Ritiri Operai
-Apostolato della Preghiera
-Missioni.

Il ruolo svolto dagli assistenti sociali nello sviluppo delle politiche sociali in Jugoslavia, “International social work”, 1972, 1, pp. 24-28 (tit. orig. The part played by social workers in development of social policy in Jugoslavia).
di Peter Manojlovic, assistente sociale, consulente per l’Istituto di politica sociale e Segretario per l’Unione delle Associazioni in Jugoslavia di assistenti sociali. Il suo articolo è stato presentato alla Conferenza regionale europea IFSW, Edimburgo, luglio 1971.
In Jugoslavia la “politica sociale” (Mihailo Stupar, “La politica sociale” Beograd, Rod, 1963) ha una serie di significati. Lasciamo da parte alcuni di questi, in particolare quelle definizioni di politica sociale di competenza più teorica che pratica, e prendiamo in considerazione solo quella definizione che riflette più da vicino le aree di intervento degli operatori sociali jugoslavi. Gli operatori sociali jugoslavi non operano solo nell’ambito residuale o per la protezione di coloro che non sono in grado di lavorare ma comprende tutti i provvedimenti sociali che mirano a proteggere e migliorare la condizioni di vita e degli individui e dei gruppi sociali che lavorano. Ne fanno parte le misure per la tutela della salute, la sicurezza sociale, la tutela del lavoro, la preoccupazione per le condizioni di vita delle famiglie e dei lavoratori, la cura dei bambini e dei giovani, la gestione degli alloggi, nonché misure di protezione sociale, in un senso più limitato (“Social policy” Beograd N. 3/59 p. 11), vale a dire disposizione per alcune categorie di persone e alcuni individui che si trovano in situazioni particolarmente sfavorevoli per sventura, malattia, invalidità, difetto, vecchiaia o l’appartenenza ad una minoranza. Prima di passare al ruolo svolto dagli operatori sociali jugoslavi, dobbiamo notare che la politica sociale in Jugoslavia si evolve e viene elaborata a vari livelli della società; a livello federale e statale, a livello di comunità, a livello municipale, a livello delle organizzazioni del lavoro (imprese, case di lavoro, ecc). La politica sociale è anche influenzata e si inserisce nel quadro di alcune organizzazioni sociali e umanitarie, come la Croce Rossa Internazionale, l’Associazione previdenziale, la Società per i non udenti o che per i non vedenti, ecc. deve, però, anche considerare il ruolo svolto da gruppi sociali più grandi, come i gruppi territoriali e delle organizzazioni sindacali, e lasciare da parte il contributo svolto da alcune istituzioni come i servizi sanitari, istituti di istruzione, le attività assistenziali delle scuole in materia di bambini bisognosi e il lavoro svolto da istituti di insegnamento nel campo della delinquenza giovanile. Dobbiamo anche mettere in chiaro che per “operatori sociali” intendiamo professionalmente degli assistenti sociali preparati. Vorremmo, tuttavia, sottolineare che altri professionisti partecipano alla evoluzione della politica sociale: avvocati, insegnanti, psicologi, funzionari del dipartimento della salute ecc. I politici e gli attivisti sociali anche sono coinvolti, dal momento che abbiamo adottato il concetto moderno scientificamente fondante di azione sociale, il che implica un approccio multidisciplinare ai problemi sociali. Ciò si riflette nella struttura e la gestione dei servizi sociali, per cui un insegnante, un avvocato, uno psicologo, uno psichiatra, ecc partecipa regolarmente alle attività della squadra di assistenti sociali a tutti i livelli, ad esempio all’interno dei centri di lavoro e sociali anche a livello di servizi per la comunità sociali regionali. Una presentazione schematica dei modi in cui i lavoratori sociali jugoslavi contribuiscono all’evoluzione e formulazione della politica nell’azione sociale comprende le seguenti azioni: azione attraverso i servizi sociali che impiegano assistenti sociali; azione attraverso le organizzazioni professionali (Associazione degli Assistenti Sociali); azione attraverso le organizzazioni socio-umanitarie e dei loro destinatari; azione attraverso consigli locali, regionali, statali e federali (Parlamento), nonché attraverso le organizzazioni del lavoro ed altre organizzazioni di auto-gestionale; azione attraverso il contributo di tutti i cittadini a determinare la politica in materia di sviluppo economico e sociale nelle riunioni elettorali, nelle discussioni pubbliche, etc. Per quanto riguarda la prima occorrenza, la legge e la prassi definiscono il compito essenziale dello stato dei servizi di assistenza sociale professionale (in autorità locali rappresentate dai centri di assistenza sociale) come il continuo studio dei problemi sociali nella zona di competenza e la formulazione di consigli locali e ad altri organi sociali appropriati, di proposte per far fronte a tali problemi. Così i servizi sociali sono capaci di promulgare l’adozione della legislazione per affrontare i problemi sociali, e per la progettazione di piani di azione sociale e per lo sviluppo del benessere sociale. La legislazione in materia di protezione sociale e la fornitura di servizi, per esempio, definisce tra l’altro le seguenti responsabilità per i Centri di lavoro sociale: «esaminare e occuparsi dei problemi derivanti in materia di assistenza sociale e di suggerire alla comunità le organizzazioni, le organizzazioni sociali, organizzazioni del lavoro e gli enti locali, qualunque siano, necessarie misure per realizzare la loro soluzione» (…) «Per cooperare nella preparazione di esperti di progetti, piani e programmi per lo sviluppo del benessere sociale e di dare una consulenza competente sulla proposta di legge in questo campo» (Bollettino Ufficiale della Repubblica Socialista di Serbia n. 53/66 e n. 63/68). Per quanto riguarda i servizi sociali che operano all’interno delle organizzazioni economiche, il loro compito fondamentale è anche quello di esaminare e tenere sotto controllo i bisogni sociali e dei problemi dei lavoratori, e di raccomandare ai consigli operai e ad altri consigli di gestione (organizzazioni sindacali) misure intese a soddisfare tali esigenze e di risolvere questi problemi. Ne consegue che, nel settore della politica sociale, l’iniziativa per l’adozione di misure adeguate risiede essenzialmente con gli assistenti sociali. Essi sono anche in grado di esercitare una notevole influenza sulla formulazione finale delle misure socio-politicche, in quanto forniscono gli esperti che presentano proposte per affrontare tali questioni. In altre parole, sono gli assistenti sociali che forniscono l’esperienza speciale per l’azione legislativa nel loro campo e sono quindi in grado di influenzare in modo significativo l’evoluzione di una politica particolare. In pratica, tuttavia, le proposte degli assistenti sociali non vengono utilizzate dai legislatori così come sono state progettate e definite, anche se rappresentano un obbligo giuridico per gli operatori sociali e altro personale impiegato nell’ambito dei servizi di assistenza sociale. Ci sono molte ragioni per spiegare questo fenomeno. Prima di tutto gli assistenti sociali non sono in grado di esaminare i fenomeni sociali con mezzi scientifici, così come richiesto, ma hanno bisogno di terzi, al fine di delineare i problemi specifici in maniera strettamente motivata e sufficientemente scientifica in modo che essi possono richiedere le misure appropriate da adottare. D’altra parte, a causa della carenza di personale, gli assistenti sociali sono eccessivamente appesantiti dai carichi di lavoro, e non sono quindi oggettivamente in grado di impegnarsi nella prevenzione, nella ricerca e nella progettazione, anche se il concetto jugoslavo di servizio sociale professionale insiste sul fatto che tutti questi aspetti siano integrati. Sarebbe, ovviamente, sbagliato pensare che il lavoro sociale professionale nel senso più stretto del termine non esiste. Pensiamo al problema della formazione che è rilevante per la richiesta di operatori sociali jugoslavi per un’estensione della loro formazione di base da 2 a 4 anni di studio e l’innalzamento di tale formazione a livello universitario. Attualmente l’ammissione alla formazione richiede di superare un esame universitario di ingresso; la formazione dura 2 anni, ma il livello è pari a quello di istruzione superiore. Una risoluzione che richiede l’estensione e lo sviluppo della formazione è stata formalmente approvata a Serajevo nel maggio 1971 in occasione del Congresso della Fondazione dell’Unione delle Associazione jugoslava di assistenti sociali. È anche importante affermare che le proposte che si accettano da parte degli operatori sociali dipendono in gran parte dalle loro qualifiche. Dipende anche dalla loro capacità non solo di esprimere chiaramente e scientificamente i problemi che affrontano e le risposte che cercano, ma anche che, come l’esperienza ha dimostrato, l’attuazione delle loro proposte, dipende in larga misura dalla loro posizione professionale. Questo, infatti, è il risultato non solo del lavoro che fanno, ma anche del ruolo che essi svolgono nelle attività di alcune organizzazioni socio-umanitarie (Croce Rossa Internazionale, Associazione previdenziale, Società per i non udenti, non vedenti, etc.) e la loro partecipazione allo sviluppo della comunità (i consigli delle autorità locali, gruppi di protezione sociale, ecc) e nelle organizzazioni socio-politiche e di autogestione (associazioni di protezione sociale, consigli operai, sindacati, ecc). Infine si dovrebbe riconoscere l’importanza delle funzioni degli assistenti sociali nei servizi sociali degli enti locali e nelle organizzazioni del lavoro. In Jugoslavia il lavoro per la soluzione dei problemi sociali coinvolge in primo luogo la responsabilità delle autorità locali e delle organizzazioni sindacali; un riflesso della convinzione che i problemi sociali dovrebbero essere affrontati prima che emergano. Ne consegue che i dipartimenti di Stato e di governo giocano una parte piuttosto limitata nel settore della politica sociale, confinati alla formulazione della legislazione di base, a formulare delle risposte ad alcune questioni di interesse comune, a stimolare e guidare le attività locali, le organizzazioni del lavoro e le altre attività nel campo dell’azione sociale. Ne consegue anche che, dal momento che gli operatori sociali sono più attivi nelle autorità locali e le organizzazioni dei lavoratori, sono in grado di influenzare la formulazione e l’evoluzione della politica sociale. Per quanto riguarda la seconda occorrenza (azione attraverso le organizzazioni professionali) i lavoratori sociali jugoslavi si sono organizzati in associazioni di categoria – le Società di assistenti sociali repubblicani e l’Unione delle Associazioni di assistenti sociali jugoslavi. Attraverso queste organizzazioni contribuiscono anche allo sviluppo di una particolare politica sociale. L’art. 3 della Costituzione dell’Associazione degli Assistenti Sociali della Repubblica Socialista di Serbia afferma che l’Associazione ha il dovere di «prendere in considerazione le questioni di politica sociale, le questioni rilevanti per la struttura e la messa a fuoco dei servizi sociali e del lavoro sociale stesso; prendere in considerazione anche i suggerimenti per per enti e organizzazioni concernenti le misure appropriate pertinenti da prendere per affrontare i problemi sociali e di fare in modo che tali misure siano attuate “e” per suggerire alterazioni e modifiche alla legislazione vigente in questione con l’organizzazione della politica sociale e di presentare questi suggerimenti alle autorità competenti» (L’assistente sociale, n. 3/69). L’Associazione degli Assistenti Sociali della Repubblica Socialista di Serbia può adempiere ai propri obblighi, sia su propria iniziativa o su richiesta di qualche altra organizzazione o istituzione, al fine di discutere alcune misure socio-politiche o alcune disposizioni in materia. Per esempio, l’Associazione ha avviato la discussione di una serie di domande riguardanti il reclutamento, le qualifiche e la collocazione dei lavoratori sociali jugoslavi all’estero, per contribuire ad affrontare i problemi sociali dei lavoratori jugoslavi occupati all’estero. Essa ha inoltre presentato al dipartimento governativo, una serie di misure per l’inclusione in un progetto di pianificazione sociale di medio termine per lo sviluppo della nazione. Come ultimo esempio l’Assemblea federale, prima di adottare una risoluzione relativa alla legislazione di sicurezza sociale, ha richiesto la consulenza della Associazione degli Assistenti Sociali. Così, una delle più importanti funzioni della Associazione degli Assistenti Sociali oltre a questioni di interesse puramente professionale, è quello di contribuire e di influenzare lo sviluppo della politica sociale e la sua evoluzione. Ovviamente ci sono delle differenze tra i contributi che le varie associazioni professionali degli operatori sociali possono fare, in base al loro livello di organizzazione e funzionamento. Tuttavia, gli operatori sociali sono in grado di contribuire in modo significativo al processo decisionale della politica sociale, e di influenzare il suo sviluppo attraverso le loro organizzazioni professionali. Inutile dire che i suggerimenti e le proposte delle organizzazioni professionali non sono sempre accettate. Molti fattori lo determinano: la motivazione della richiesta, il dibattito che ne segue, la professionalità degli operatori sociali, la valutazione, le ipotesi di realizzazione, ecc. Resta il fatto che a conti fatti gli assistenti sociali hanno migliori opportunità rispetto alla maggior parte di lavoratori di utilizzare la loro abilità e attributi. Con riferimento alla terza occorrenza (azione attraverso le organizzazioni socio-umanitarie e dei loro destinatari) alcune delle organizzazioni più comuni, enti socio-umanitari e di altre istituzioni di auto-governo concorrono alla formazione di una parte importante da svolgere nell’evoluzione della politica sociale. Per esempio, le organizzazioni della Croce Rossa Internazionale, l’Associazione previdenziale, la Società per i Ciechi, per i non udenti, l’Unione dei disabili, inabili al lavoro, l’associazione dei veterani di guerra, gruppi comunali ecc, cercano di lavorare più possibile alle soluzioni ai problemi sociali, e gli assistenti sociali partecipino il più attivamente possibile nelle loro attività e cercare di raggiungere i loro consigli di amministrazione. Così, con l’attività di queste organizzazioni, gli operatori sociali sono in grado di esercitare una certa influenza sulla direzione presa da loro nell’affrontare i problemi sociali. Va notato che nessun grande progetto sociale o la legislazione è stato mai approvato senza previa consultazione delle organizzazioni sociali interessate. Inoltre, il lavoro svolto dagli operatori sociali in queste organizzazioni consente loro di guadagnare un notevole reputazione sociale, che è tanto necessaria se si vuole lavorare con profitto. Con riferimento alla quarta occorrenza (azione attraverso consigli locali, regionali, statali e federali) la Yugoslavia si regola sulla base di una struttura parlamentare molto specifica. In alcune delle aree regionali più grandi le assemblee federali, repubblicane e municipali lavorano sia attraverso i consigli di benessere e di salute, mentre le aree più piccole solo attraverso i consigli di welfare. Alcuni dei i membri di questi consigli sono impiegati sia come operatori sociali o nei servizi sanitari, e sono eletti per offrire consulenze ai lavoratori delle loro sezioni. Questi consigli di salute e benessere sono responsabili per la formulazione e l’attuazione della politica sociale a livello federale, repubblicano e municipale. Dal momento che gli operatori sociali sono stati eletti come deputati e consiglieri locali, sono in grado, attraverso l’esercizio dell’attività parlamentare, di avere un impatto diretto sullo sviluppo della politica sociale. Dal momento che gli operatori sociali ancora scarseggiano, il personale del servizio sanitario tende ad essere eletto in numero maggiore a quanto si pensa. Inoltre, l’elezione dipende molto dalla posizione sociale dei candidati. Si deve ammettere che a questo proposito i medici hanno un vantaggio rispetto agli assistenti sociali che, ad oggi, sono stati eletti in pochi nei consigli; il loro contributo alla politica sociale per mezzo di questo tipo di azione sociale è quindi molto limitato. Al Congresso della Fondazione dell’Unione delle Associazioni di assistenti sociali jugoslavi si è convenuto che in futuro una maggiore attenzione dovrebbe essere dedicata a tali questioni, e che gli sforzi dovrebbero tendere a garantire una maggiore partecipazione da parte dei lavoratori sociali nei consigli parlamentari. Per quanto riguarda la quinta occorrenza (azione attraverso il contributo di tutti i cittadini) la Costituzione jugoslava dichiara: «la base intaccabile dell’uomo riposa nel suo diritto di autogoverno a livello locale e a livello socio-politico in modo che i cittadini possano partecipare in modo più diretto possibile alla determinazione dello sviluppo sociale, nell’esercizio del potere e nel processo decisionale per quanto riguarda altri affari sociali» (Costituzione della Jugoslavia, “Amministrazione contemporanea”, Belgrado, 1964, pag. 5). Al fine di conformarsi a questo obbligo costituzionale, le proposte sociali di pianificazione delle autorità locali, le Repubbliche della Federazione di Stati e di tutta la legislazione proposta sono di solito sottoposte alla prova dell’opinione pubblica. Tali progetti e le proposte sono spesso pubblicati sulla stampa quotidiana, come ad esempio la proposta di “piano sociale”, la proposta di legge in materia di pensioni di vecchiaia, gli assegni familiari, la legislazione ecc. In questa fase gli assistenti sociali, insieme a tutti gli altri cittadini, organizzazioni e istituzioni, contribuiscono anche alla determinazione e l’evoluzione della politica presentando i loro commenti e suggerimenti. Si può concludere, senza alcun dubbio, che gli assistenti sociali jugoslavi hanno ampie opportunità di influenzare, direttamente e indirettamente, l’evoluzione e la determinazione della politica sociale. Fino a che punto e in che modo utilizzano queste opportunità dipende in primo luogo dai lavoratori sociali stessi, sulla qualità della loro organizzazione, il livello delle loro qualifiche, la loro capacità di illustrare in modo soddisfacente e persuasivo il tipo di problemi con cui hanno a che fare, sulla pertinenza delle loro proposte e richieste di intervento.
Bibliografia
Dusan Lokicevic, “The meaning of social policy and social safeguards”. “The Social Worker” Beograd, n ° 3/70 et al.
Mihailo Stupar, “Social policy” Beograd, Rod 1963. “Social policy” Beograd N. 3/59 p. 11.

Il lavoro sociale in Vietnam: una professione occidentale, un paese asiatico. . . e una guerra
di Lynn Harold Vogel e Betty Vos Vogel, “International social work” 1973, 1, pp. 13-19 (tit. orig. Social work in Vietnam: a western profession, an asian country … and a war). * Mr. Vogel è un candidato all’insegnamento di assistente di dottorato presso la Scuola di Servizio Sociale Aziendale, Università di Chicago. La signora Vogel è un terapeuta individuale e di gruppo presso il Centro Assistenza Crittenton a Chicago.
Introduzione. Siamo andati in Vietnam nel settembre 1969, per conoscere il paese, per cercare di capire qualcosa della cultura vietnamita e la gente, e per esplorare il ruolo del lavoro sociale in un paese in via di sviluppo che risulta attualmente dilaniato dalla guerra. Per due anni abbiamo lavorato con il “Vietnam Christian Service”, un’agenzia privata di servizio sociale sostenuta principalmente dai contributi delle Chiese protestanti e le organizzazioni presenti negli Stati Uniti. Tale agenzia ha lavorato in settori quali servizi istituzionali sociali, il soccorso ai profughi, i servizi medici, e lo sviluppo agricolo, economico e comunitario. Uno di noi è stato assegnato come amministratore del programma per i progetti a Saigon; l’altro come assistente sociale presso l’Istituto di Riabilitazione Nazionale a Saigon e istruttore di lavoro sul campo per la Scuola Nazionale di lavoro sociale. Una parola iniziale di cautela è l’ordine. Anche se ora parliamo la lingua vietnamita, non siamo esperti vietnamiti. Nessun americano, e, anzi, nessun occidentale, non importa quanto tempo ha vissuto in Vietnam, può considerarsi un esperto vietnamita per quanto riguarda la vita, la cultura, o lo sviluppo di questo popolo. Ma forse da quando eravamo dipendenti civili di un’agenzia privata di assistenza sociale, il nostro punto di vista potrebbe cadere da qualche parte tra quello degli uomini di governo da un lato e gli specialisti dell’antiestablishment politico dall’altro. L’attività di assistenza sociale in Vietnam era qualcosa di molto diverso da quello che gli occidentali hanno generalmente creduto. Come in molte società prevalentemente agrarie, la famiglia vietnamita e il villaggio sono le uniche fonti di identità del popolo vietnamita. In questo contesto, i bisogni fisici, sociali e psicologici di un individuo sono definiti e soddisfatti. Tutti i problemi umani di assistenza sociale incontrati oggi – i portatori di handicap, gli indigenti e gli orfani – erano in qualche modo inclusi nelle responsabilità di una famiglia o del villaggio, poichè le risorse sono disponibili sul posto quando le difficoltà sorgono. Questo sistema di assistenza sociale ha funzionato per centinaia di anni. In realtà non era affatto scontato, almeno fino a quando gli americani sono arrivati in massa nei primi anni ’60, che le disposizioni di assistenza sociale in precedenza realizzate fossero del tutto adeguate della società vietnamita. Probabilmente è vero che il sistema sarebbe stato messo in discussione comunque anche se i militari americani non fossero mai andati in Vietnam, ma è innegabile che nel giro di pochi anni, le tradizionali funzioni di benessere sociale della società vietnamita sono state intaccate in un maniera molto più sofisticata e distruttiva di quanto chiunque avrebbe mai potuto immaginare prima. Problemi e programmi Un certo numero di problemi sociali che sono sorti di recente nel corso dello sviluppo sociale del Vietnam. Alcuni di questi problemi illustrano nettamente la transizione tra un approccio tradizionale al benessere sociale ed è ciò che il vietnamita deve affrontare oggi, in una società che ha raggiunto la maggiore età in un periodo di non più di dieci anni, accompagnato da una guerra che ha ucciso o mutilato almeno un parente o un amico. Il problema dello spostamento dalle aree rurali a stili di vita urbani non è raro nella maggior parte dei paesi in via di sviluppo, ma in Vietnam il processo è stato intensificato dalla guerra. Non solo un gran numero di popolazioni rurali lasciano le loro case per cercare posti di lavoro urbani, ma grandi movimenti di profughi hanno inondato le principali città del Vietnam in cerca di riparo dai bombardamenti aerei. Il Ministero della previdenza sociale ha riferito che la percentuale della popolazione nelle città è aumentata del 6 % tra il 1963 e il 1969 a un livello del 24 % (Relazione sulla protezione sociale Ministero, governo del Vietnam, Saigon, 1970). Il risultato di questo afflusso in alcune città, in particolare Saigon, si è concentrato sui prefabbricati di stagno e le case di legno o di bambù con l’elettricità inadeguata o inesistente, acqua, e la consegna dei rifiuti e delle acque reflue. Questi problemi di urbanizzazione, causati dai normali processi di sviluppo sociale o intensificati dalle devastazioni della guerra, hanno presentato numerose sfide per il servizio sociale. Per le famiglie che vivono in case fatiscenti, la ricostruzione è stata un primo passo verso la fiducia in sè stessi, la garanzia e la dignità. Nella zona di Saigon il servizio sociale ha sponsorizzato un progetto di ristrutturazione residenziale in cui gli operatori sociali vietnamiti hanno visitato una famiglia più volte per determinare sia le esigenze della famiglia che le sue risorse. La famiglia del signor Minh (pseudonimi sono stati utilizzati in tutti gli esempi) è stato un esempio di utenti assistiti attraverso questo programma. Il signor Minh aveva sofferto di tubercolosi per dieci anni, ed era stato fortemente impedito nel suo lavoro. La moglie, che lavorava per il servizio di nettezza igienico-sanitaria della città, guadagnava meno di sessanta centesimi al giorno. C’erano sei figli a casa: Hai, il figlio maggiore, ha studiato presso un negozio di stampa e ha guadagnato circa 3.60 dollari al mese. Dopo vari spostamenti, il signor Minh e la sua famiglia si sono stabiliti in una struttura in deterioramento costituita da un tetto di paglia e bambù con grandi fori, un pavimento di terra battuta, e le pareti di foglie e bambù. Per aiutare a ricostruire questa casa, il Vietnam Christian Service ha fornito i mattoni, lo stagno, il cemento e il legno; costi di manodopera e di finitura sono stati forniti dalla famiglia. In generale, la pratica della nostra agenzia era di contribuire solo in parte al costo totale di costruzione. L’assistente sociale responsabile del progetto ha così riferito: «Dobbiamo aiutare solo in parte, sono loro che devono finire il resto del lavoro. In questo modo, si evita di promuovere uno spirito di dipendenza. Inoltre, se risparmiare denaro serve ad aiutare loro, si sentiranno stimati e si prenderanno meglio cura di loro. In questo modo li abbiamo aiutati a sapere come risparmiare e cercare di lavorare sodo». Ovviamente non tutte le famiglie assistite dal programma sono state in grado di risparmiare denaro per aiutare a costruire la loro casa. L’obiettivo è di far capire di contribuire solo con il proprio lavoro mentre altri potrebbero contribuire con un po’ di lavoro su sè stessi e, attraverso un’attento risparmio quotidiano, potrebbero accumulare abbastanza denaro per pagare i servizi di un operaio locale. Il Vietnam Christian Service ha cercato di aiutare molte di queste famiglie che così cominciano a ricostruire le loro vite e le loro case. Ciò ha richiesto processo lungo e difficile, che ha coinvolto gli sforzi congiunti dei lavoratori sociali vietnamiti, gli insegnanti e altro personale di supporto. L’agenzia ha istituito cinque centri di servizio alla comunità a Saigon per contribuire a soddisfare alcuni dei bisogni della popolazione più povera. Classi di base di alfabetizzazione e in età prescolare hanno tentato di rattoppare sopra le lacune educative lasciati dai bilanci di guerra, e di ristabilire il modello di frequenza scolastica per i figli delle famiglie dislocate nei centri di accoglienza. I programmi che forniscono prestiti a basso interesse per avviare un’impresa o imparare un mestiere erano particolarmente convenienti. Ad un centro della comunità, per esempio, ci sono stati meno della metà di una dozzina di default in oltre tre anni di attività del programma di prestito. Tutti i certificati di nascita, certificati di matrimonio, documenti di registrazione della famiglia, e auto di identificazione dovevano essere in ordine per una famiglia che vuole mantenere la propria identità e di ottenere i servizi necessari. Ad esempio, la mancanza di un certificato di nascita costò a molti bambini la possibilità di frequentare la scuola. Se un bambino non ha avuto un certificato quando lui aveva i requisiti per entrare nella prima elementare, ha dovuto aspettare altri cinque anni prima di applicare di nuovo al sesto grado. Se la famiglia era troppo povera per inviare il bambino a una scuola privata nel frattempo, il bambino avrebbe perso ogni opportunità per una istruzione formale. Un certo numero di assistenti sociali vietnamiti diventano competenti con famiglie più importanti, che avevano perso i loro documenti, attraverso il labirinto dei giudici e dei legali al fine di garantire un nuovo processo che potrebbe richiedere fino a un anno di tempo. Anche se i giornali hanno denunciato il problema, erano solo un primo passo verso la ricostruzione di famiglie che cercavano di resistere agli effetti distruttivi di urbanizzazione e di guerra. La maggior assistenza sociale, sia per aiutare una famiglia a iscrivere un bambino a scuola, la formazione di gruppi ricreativi per gli adolescenti, o aiutare una famiglia a ricostruire la sua casa, doveva essere fatto da famiglia a famiglia, un processo lungo e noioso. Nelle comunità povere le persone avevano po’ più di motivazione per cercare delle comunità o più risorse dal governo che, avendo la priorità sulle spese militari, si era limitato a registrare i problemi sociali della gente. Il bilancio per l’intero ministero della previdenza sociale rappresenta lo 0,25 per cento del bilancio annuale del governo del Vietnam (1971), contro il 0,5 per cento dell’anno precedente. Per le persone ai livelli inferiori della società, questo significa che ogni sforzo di cercare lavoro o sussidio non aveva quasi nessuna possibilità di successo nè voglia di cercare aiuto. C’era anche una diffusa mancanza di fiducia tra i vietnamiti, il che potrebbe essere uno degli effetti più duraturi della guerra. Mentre le famiglie hanno dovuto spostare le loro case, perdendo così o indebolendo i loro legami sociali col villaggio, le altre famiglie si sono separate o parzialmente distrutte dalla guerra, le loro preoccupazioni principali ridotte drasticamente. La cura per sè stessi e per la propria famiglia primaria è diventato l’unico obiettivo utile. Per molte famiglie vietnamite, gli estranei se erano vicini, compaesani o membri della comunità sono divenuti oggetto di sfiducia e apatia. Ciò ha causato notevoli problemi per gli operatori sociali vietnamiti coinvolti nello sviluppo della comunità. Alcune piccole comunità geograficamente ben definite presentavano forti indici di coesione, e gli sforzi per promuovere tali attività, come la costruzione di una scuola elementare, la costruzione di canali di scolo, o pavimentazione di strade, ha avuto una buona risonanza sul popolo. Ma altri villaggi, principalmente quelli con un gran numero di persone a carico specialmente anziani, tendevano a rimanere frammentati e quindi hanno fatto più fatica contro gli sforzi degli operatori sociali a sviluppare un senso di solidarietà e di azione comune. Gli assistenti sociali vietnamiti erano spesso incoraggiati dai membri della comunità a svolgere un ruolo sempre attivo nei progetti di sviluppo della comunità – un fatto che ha reso difficile trasformare l’organizzazione del lavoro in un responsabilità verso i residenti della comunità. La mancanza di un senso di fiducia nella comunità ha portato i residenti a dipendere da operatori professionali esterni, piuttosto che su quelli che, come i funzionari del governo o membri di partito, avrebbero potuto assumere ruoli di leadership. Certamente le lunghe ore di pianificazione, cura, e la partecipazione attiva nella comunità da parte degli assistenti sociali vietnamiti sono stati anche importanti fattori nella loro accettazione da parte di membri della comunità. Oltre ai problemi di rapida urbanizzazione, un altro importante problema sociale richiama in causa le nuove sfide per il lavoro sociale. Questo è stato il risultato inevitabile di bombe e proiettili e mine sul popolo vietnamita. La tragedia del Vietnam si ripercuote sulla vita di coloro che sono stati fisicamente segnato e mutilati dalla guerra. In Vietnam dal 1965 al 1971 ci sono stati oltre un milione di invalidi nella popolazione civile (Ton That Thien, “Vietnam: Deeper in Buagmire”. In Insight, Vol I, No. 5, 1971). Centinaia di queste persone sono registrate presso la “National Rehabilitation Institute” (NRI) a Saigon, una struttura di governo che assiste sia il personale civile che militare. Le loro ferite erano stata inflitte non solo dalle bombe ma anche dai soldati, mine, granate e proiettili inesplosi nascosti o lasciati sulle strade e nei campi di riso. Il punto di forza nei volti di coloro che hanno lottato per adattarsi ai loro corpi martoriati non è presto dimenticato. Alcuni sono stati in grado di lasciare il NRI in modo da percorrere la propria strada. Duc era una di queste persone. Il padre e il fratello maggiore sono stati uccisi nei combattimenti a Tet nel 1968, e Duc, a 13 anni, ha perso entrambe le gambe. È venuto a vivere a Saigon con la madre e la sorella adottiva, entrambi i quali erano molto poveri. Dopo aver completato il tedioso processo di imparare a camminare su due gambe artificiali, Duc è stato ammesso al programma di istruzione elementare e si è iscritto ad un corso di dattilografia presso l’Istituto di Riabilitazione – un corso che gli potrebbe dare un lavoro ed avere una vita indipendente. Per altri la fortuna non c’è stata. Loc, per esempio, pure lui invalido alle gambe, ha scelto di sopravvivere con la sua piccola pensione di governo piuttosto che fare formazione professionale. Era come molti che avevano rinunciato a lottare e si era ritirato su una sedia a rotelle o un letto in alcuni punti abbandonati della strada o nella casa di un parente tollerante, probabilmente destinati a morire per semplice mancanza di cure. Per questi, la riabilitazione era un obiettivo perduto. Lo sviluppo dei servizi sociali per le persone disabili è stato uno dei compiti svolti dal NRI e il Servizio di carità cristiana del Vietnam. Nei giorni in cui le strutture sociali più tradizionali prevalsero, ci sono stati solo un piccolo numero di persone disabili all’interno di una famiglia o di un villaggio che hanno richiesto la società a prendersi cura di loro. Ma nel momento in cui la necessità di un programma di cura è stato sempre maggiore, a causa del numero crescente di persone disabili derivanti dalla guerra, le forme tradizionali di cura sono collassate e una forma più “istituzionalizzata” di cura doveva essere sviluppata. Un’assistente sociale vietnamita ha lavorato con un altro operatore americano per pianificare e stabilire un ufficio servizi sociali all’interno della NRI. Questi due assistenti sociali, in collaborazione con la Scuola Nazionale di servizio sociale, hanno contribuito ad addestrare altri tre dipendenti dell’Istituto per il personale del dipartimento dei servizi sociali a Saigon, e i centri di riabilitazione a Can Tho e Danang. La formazione di questi lavoratori era limitato a tecniche di colloquio e una certa comprensione preliminare dei sentimenti e dei comportamenti di persone diversamente abili. Anche se questi dipendenti avevano poca istruzione formale al di là di scuola superiore, sono stati in grado di raccogliere informazioni sui nuovi pazienti e di indirizzarli nei luoghi adeguati per la diagnosi e il monitoraggio, la terapia fisica, la formazione professionale e il collocamento, o fornire qualsiasi altra informazione richiesta. Questi servizi sono stati molto importanti, e sono stati un primo passo verso lo sviluppo futuro. Formazione per il lavoro sociale Il servizio sociale è tuttora una professione sconosciuta in Vietnam. Dal 1949 gli “assistenti” sociali sono stati formati da un ente cattolico, le Suore della Carità, alla scuola della Caritas, che ha fornito un programma di due anni medicalmente orientata di formazione sul lavoro sociale basata principalmente sul modello francese. All’interno di questi ultimi anni il Ministero del Welfare ha organizzato diversi corsi di formazione di tre mesi ciascuno per insegnare i compiti amministrativi di governo agli ausiliari sociali. Nel 1971, ci sono stati oltre un centinaio di assistenti sociali che lavorano nel settore assistenziale in enti pubblici e privati, e circa 1500 ausiliari sociali che lavorano prevalentemente in uffici governativi in tutto il paese (Pham Thi Tu, “Un rapporto sui Social formazione lavoro” nel bollettino del Consiglio degli esteri delle agenzie di volontariato, Saigon, primavera 1970). Questi programmi di formazione hanno consentito una formazione di scuola. Nel 1966, il governo del Vietnam del Sud ha chiesto l’aiuto delle Nazioni Unite nella creazione di un programma di formazione di servizio sociale, sotto gli auspici del governo, nello sviluppare e standardizzare la formazione in generale per il personale di assistenza sociale nei settori pubblico e privato. La Scuola Nazionale di servizio sociale sta preparando un curriculum di studio per un periodo di studio di quattro anni. Il curriculum sociale di questa scuola è diverso da quello della Scuola della Caritas, che è stato progettato per formare i lavoratori con una conoscenza di base dei processi sociali e psicologici per lavorare principalmente nel campo della salute. Questo approccio sembra essere più richiesto in Vietnam ma, da quando la salute ha creato un accesso diretto ai problemi sociali più generali, i piani di studio della nuova scuola, d’altra parte, sono stati aggiornati per lo sviluppo di un’offerta più ampia di servizi sociali nel campo della gestione dei casi individuali, nei lavori di gruppo, nell’organizzazione comunitaria, nella politica sociale e nella ricerca. Ad alcuni non è sembrato pertinente lo sviluppo di un programma di studi basato sul modello nordamericano, con poca voglia di esaminare le esigenze del Vietnam e di sviluppare una formazione sociale in risposta a tali esigenze. Purtroppo, gli assistenti sociali occidentali hanno sostenuto questa scelta per trasmettere i valori e le tecniche nordamericane nel servizio sociale in Vietnam. Coinvolgimento straniero nel Social Welfare Il coinvolgimento di agenzie straniere nello sviluppo della comunità, il trasferimento di rifugiati e di regolamenti, e altre iniziative di assistenza sociale hanno probabilmente finito più per frenare lo spirito di iniziativa e di fiducia tra il popolo vietnamita piuttosto che a incoraggiarlo. Le agenzie private, in particolare, quelle supportate da risorse del governo straniero, hanno rubato gran parte del potenziale di istituzioni e agenzie vietnamite pagando stipendi doppi o tripli rispetto a quelli che qualsiasi programma vietnamita potrebbe sostenere. I segretari che lavorano per l’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID) potrebbero guadagnare di più in due settimane di un funzionario del governo vietnamita (con formazione accademica in Europa o negli Stati Uniti e almeno dieci anni di servizio). I giovani vietnamiti sono andati a studiare all’estero nei settori tecnici e professionali, solo per scoprire al loro ritorno che altri prendeva degli stipendi molto più alti per lavorare come interprete o traduttore per le agenzie straniere o per le imprese. Le agenzie di assistenza sociale hanno sfruttato a proprio vantaggio il coinvolgimento militare straniero in Vietnam, e molti si sono ora gradualmente estinti. I fondi per il Vietnam erano incredibilmente facili da raccogliere all’estero durante il quinquennio 1965-1970; la pressione di spendere quei fondi in brevi periodi di tempo ha portato al finanziamento di interi progetti – tra cui edifici, personale, veicoli, e le spese operative totali – molti con fini umanitari. Gli occidentali che lavorano in Vietnam, tra cui molti operatori sociali, hanno cercato di risolvere i problemi rapidamente a modo loro ed erano spesso troppo impazienti ad investire per loro stessi o nel loro futuro. Come assistenti sociali stranieri in Vietnam, il nostro compito generale è stato quello di contribuire a spostare un quadro teorico ad un livello pratico. Come abbiamo appreso attraverso i problemi con gli operatori sociali vietnamiti, siamo stati in grado di assistere le persone in applicazione di una metodologia di lavoro sociale nella quale sono stati i vietnamiti a compiere lo studio, la diagnosi, e il trattamento o le soluzioni provvisorie. Mentre potevamo servire come insegnanti e guide, non siamo stati dei risolutori in quanto tali, infatti, che è probabilmente la lezione base che abbiamo imparato in Vietnam – che gli assistenti sociali occidentali non hanno il monopolio né a chiedere la cosa giusta nè a proporre le giuste soluzioni per ogni problema. Il modo in cui in un primo momento abbiamo definito il nostro ruolo professionale (e il modo in cui molte agenzie lo hanno definito) era spesso in contrasto con quello in cui potevano essere più utili i nostri vietnamiti collaboratori. Gli operatori sociali occidentali e americani ed altri sostengono fermamente che la loro speranza risiede nello sviluppo di autodeterminazione nel mondo non occidentale. Eppure spesso esitano ed ammettono che la vera autodeterminazione consiste nello sviluppo di una capacità di essere indipendenti e di impegnarsi in rapporti reciproci. Questo è vero se stiamo lavorando con un individuo, come Duc; con un’istituzione, come l’RNI a Saigon; o di una nazione, come il Vietnam in Indocina. Optare verso un tale obiettivo significa sostenere un corso di formazione che si pone al di fuori di una certa logica piuttosto che un modello educativo precostituito; significa lavorare con le persone, gli individui, le istituzioni, e le nazioni, per aiutarli a risolvere i “loro” problemi invece di cercare di risolvere i problemi “per loro”. Significa rischiare di dispiacere qualcuno rifiutando di seguire il percorso più facile e di dare tutto per scontato nel presente favorendo invece lo sviluppo per il futuro. Significa, infine, che il nostro compito di base è quello di aiutare l’individuo, l’istituzione, o la nazione nel risolvere un problema di modo che non ci sia più bisogno di accettare regali a titolo definitivo di cibo, vestiario, consigli, o di presenza sul territorio. L’esperienza di un operatore sociale straniero fornisce un eccellente esempio di come questo approccio può funzionare in pratica. Ieri una suora cattolica ha ricevuto l’incarico di portare coperte, indumenti e altri oggetti simili in un campo profughi vicino a Saigon. Quando è arrivata al campo, ha trovato che le condizioni di vita erano estremamente precarie. Ha perciò convocato un incontro cogli uomini del campo insieme ai quali ha parlato dei problemi del paese, e si è resa conto che le condizioni miserabili potrebbero essere cambiate quasi immediatamente se fossero scavati dei pozzi in più punti, e se uno spazio speciale fosse messo da parte per le acque reflue e lo smaltimento dei rifiuti. Dal momento che ci sono molti uomini validi sul campo, è evidente che questo compito potrebbe essere svolto in poche ore. Divenne anche chiaro a quegli uomini che il completamento del lavoro avrebbe comportato un guadagno in termini di beni materiali. Si misero perciò al lavoro, e quando ebbero finito ricevettero il premio. Verso sera uno degli uomini che avevano lavorato al progetto della suora si fermò e disse: “Sai, oggi mi hai fatto molto arrabbiare fino al punto di odiarti. Ma devo anche dire che mi sento come un uomo per la prima volta da quando ho lasciato il mio paese più di due anni fa”. Gli sforzi individuali, come questi compiuti per inculcare la fiducia in sè stessi, lo sviluppo e l’indipendenza, sono molto rari. Alcuni sforzi assistenziali delle agenzie volontarie straniere, quelli principalmente di piccole dimensioni con una maggiore flessibilità, stanno cominciando a passare ad un approccio più vietnamita. Ma per la maggior parte del tempo, gli assistenti sociali stranieri sembravano aver dimenticato le loro nozioni di base sul processo di aiuto e sul problem solving. In effetti, si potrebbe descrivere lo sforzo estero generale in Vietnam come qualcosa di insufficiente, la diagnosi frettolosa e il trattamento eccessivo. Ma è ormai chiaro che il ruolo dell’assistente sociale professionista straniero in Vietnam, e altri paesi dell’Indocina, deve essere cambiato, e che il nostro impegno per il “processo di aiuto” deve essere riscoperto. I compiti di insegnante devono essere propedeutici per quelli di studente. La sfida non è “Che cosa possiamo insegnare loro?” ma “Che cosa possiamo imparare gli uni dagli altri?”.

Brevi considerazioni sulla medicina a Cuba dopo la rivoluzione
di Carlo Vetere, “Rivista di servizio sociale”, 1978, 2, pp. 137-139.
Lo sviluppo della rivoluzione cubana, iniziatasi come rivolta contadina e liberal borghese contro uno Stato dittatoriale e gradualmente passata a forme di socialismo vivacizzato da contrasti interni, crisi economiche e notevole impegno morale è oggetto di notevole interesse per molti intellettuali europei che partecipano a viaggi ed a vacanze in campi-lavoro per studenti. Meno note, sono forse le vicende dell’insieme dei servizi sanitari, che nel periodo 1960-62 sono state minacciate nella loro funzionalità dall’emigrazione di più della metà dei professionisti medici delle città, con in testa i “baroni”. Una emigrazione che ha come precedente soltanto quella avvenuta in Congo dopo l’abbandono della Colonia da parte dei belgi e l’accensione di una massacrante guerra civile. In quell’occasione intervennero le organizzazioni sanitarie internazionali per supplire alle deficienze delle prestazioni profilattiche e di pronto soccorso. A Cuba, prima ancora della rivoluzione, il nucleo dei medici mutualisti era notevolmente spostato a sinistra, non solo in senso culturale, ma anche come impegno concreto e come pratica professionale non dominata dalla tendenza al cumulo monetario. Lo stesso dicasi per quanto riguarda i medici di Sanità pubblica che manifestavano apertamente l’avversione nei confronti della tendenza mercantile dei colleghi libero professionisti. Pertanto l’esodo dei medici ospedalieri, universitari e liberi professionisti non ha determinato una situazione drammatica, in virtù della presenza di una rete di sanitari capaci, con esperienza organizzativa e grande entusiasmo. Si potevano scegliere due vie: quella cinese della formazione di paramedici decentrati oppure si poteva tentare di creare rapidamente un gruppo di medici “nuovi”, ma sempre formati in Università a livello scientifico elevato. Si è preferito quest’ultima via e l’apparente successo della medicina cubana, testimoniato dalla calata brusca della mortalità infantile, dalla quasi totale scomparsa delle malattie infettive, anche di quelle a ciclo oro-fecale e dall’emergere di un quadro di malattie croniche di tipo occidentale, rappresenta la migliore replica alla tesi Ili-chiana di critica al sistema stesso della medicina “moderna” e tecnologica e dà ragione a chi vede nel sistema liberista e nel profitto oltre che nella logica della concentrazione di servizi sofisticati fini a sè stessi la vera ragione della crisi medica. Non per nulla, uno dei primi provvedimenti che sono stati adottati a Cuba è stato quello di decentrare i servizi sanitari nelle zone rurali obbligando i neo-laureati ad effettuare almeno un anno di servizio in stazioni sanitarie rurali (successivamente si è passati ad un triennio). Si è anche cercato di invogliare alla frequenza delle Scuole di medicina sia le onne (che oggi costituiscono la metà del corpo medico) sia i giovani provenienti dalle aree agricole e quelli di razza negra. Nell’insegnamento si sono introdotte materie sociologiche e naturalmente, il marxismo, ma con un approccio molto critico e con una spinta assai marcata all’apprendimento diretto delle conseguenze del precedente regime sullo stato di salute della popolazione rurale. Dal punto di vista organizzativo, fra gli anni 1965 e 1975 vi sono state interessanti modifiche anche se apparentemente la struttura è rimasta quella di un servizio decentrato ed amministrato con la partecipazione dei rappresentanti dei lavoratori e di altre organizzazioni locali. Infatti negli anni ’60 si sono costruiti numerosi policlinici nei quali nuclei di specialisti “primari” (pediatri, internisti, ostetrici e dentisti) ricevevano la clientela, mantenendo rapporti con l’ospedale o gli ospedali vicini attraverso una sorta di rotazione. Da una parte gli specialisti ospedalieri tenevano sedute di consulenza nei policlinici, mentre gli specialisti di queste ultime strutture decentrate avevano turni di attività ospedaliera e di guardia ai pronti soccorsi. Invece, sempre nei policlinici, il servizio di igiene ambientale e di profilassi era settorializzato, affidato cioè a nuclei di ispettori ed infermieri che erano responsabili di un nucleo di abitazioni o di un distretto. L’amministrazione del policlinico era indipendente rispetto all’amministrazione dell’ospedale e si riteneva che attraverso la rotazione del personale vi fosse un superamento conseguenziale dei conflitti esistenti fra nosocomi e strutture esterne. Gradualmente ci si è accorti che a fare le spese di questa rotazione, teoricamente valida, erano i pazienti che venivano visitati da diversi specialisti e non potevano essere seguiti con continuità e coerenza. Pertanto, si è cambiata l’impostazione generale e si è anche tenuto conto dell’esigenza di non fare un mito del lavoro di gruppo allorquando questo sistema rischiava di deresponsabilizzare eccessivamente il singolo operatore sanitario. In breve, si è data la priorità al lavoro nella comunità da parte di équipes di medici generici-infermiere formati solo all’inizio in ospedale e quindi addestrati a lavorare nella comunità ed a domicilio; ciascun team ha affidati circa 2.000 abitanti e li segue in tutte le fasi della loro vita assicurando in tal modo una notevole continuità nel servizio. Il pediatra, ad esempio vede il neonato dopo il rientro dall’ospedale dove è nato e lo lascia solo quando entra nell’adolescenza o nell’età lavorativa. Quando necessita una visita specialistica è lo stesso generico che accompagna il paziente ed assiste alla visita, che in tal modo è sempre un consulto. Tuttora non è previsto l’accesso sistematico dello stesso generico alla corsia ospedaliera per seguire i propri assistiti quando sono ricoverati, ma è probabile che si tenda a istituzionalizzare tale pratica. Nello stesso tempo, mentre nel primo periodo gran parte delle visite venivano effettuate presso i policlinici, oggi almeno dodici ore settimanali debbono venir dedicate da parte del medico e dell’infermiere a visite domiciliari. Si è cioè cercato di avvicinare il servizio al cittadino e, per esempio, anche le cartelle cliniche ed i libretti sanitari sono stati decentrati dai policlinici e dagli ospedali agli ambulatori periferici del singolo gruppo medico-infermiere, dove, oltre a tutto la consultazione degli schedari è immediata ed il paziente non deve attendere che si trovi la sua pratica in un archivio affollato. Per una sorta di indirizzo tecnico generale si punta molto alla identificazione delle persone a rischio, per cui sistematica-mente si visitano i familiari di soggetti che presentano malattie o predisposizioni a carattere costituzionale. Vi sono stati dei “ritorni” quanto mai significativi che ci inducono a riflettere intorno ad alcune impostazioni “nostrane”; ad esempio, in precedenza, molti bambini handicappati venivano restituiti alla famiglia dopo un trattamento riabilitativo di base. La frequenza di richieste di riammissione da parte dei familiari ha portato alla creazione di centri specializzati, una sorta di ospedale diurno nel quale ciascun handicappato viene affidato ad uno studente o ad un volontario sotto la responsabilità di terapisti specializzati. Agli inizi cioè subito dopo l’esodo dei medici, vi era una certa diffidenza nei confronti degli psicologi, considerati di scuola “borghese”; oggi, invece, lo psicologo fa parte dell’équipe dei policlinici e viene sempre più consultato per la diagnosi e la risoluzione sia di malattie a tipo psico-somatico sia di problemi personali. Non mancano, negli ultimi tempi, ricerche socio-psicologiche sugli atteggiamenti nei confronti della malattia ed indagini tendenti a migliorare la qualità dei servizi. Un nuovo Istituto, quello per lo sviluppo sanitario avrà il compito di formare i quadri della sanità pubblica e, nello stesso tempo, di effettuare indagini epidemiologiche e di predisporre il materiale educativo da diffondere attraverso i mezzi di comunicazione di massa. Da questi brevi cenni, ci sembra opportuno trarre la conclusione di una necessità di flessibilità nelle impostazioni organizzative e di una verifica non offuscata da preconcetti. Importante appare lo spostamento da un concetto di dipartimento ospedaliero proiettato nel territorio, a quello di servizio di prima istanza che segue le linee generali tracciate più volte dall’OMS. Il fatto poi di concentrare le informazioni relative ai cittadini a livello del nucleo di base, non solo assicura una utilizzazione immediata dei dati, ma garantisce anche intorno alla segretezza della fase di conservazione e di elaborazione. Purtroppo, ad esempio, nel disegno di legge di riforma sanitaria in discussione al Parlamento non è stata recepita l’esigenza di stabilire il servizio sulla base di distretti intorno ai 10.000 abitanti, facenti capo sì all’USL, ma fonti principali di contatti continuativi con la comunità e punto di riferimento costante per il flusso di informazioni. Il distretto viene sì previsto, ma come “possibilità” e non come costante e si prevede la conservazione di libretti sanitari e di schede a livello dell’USL, il che già costituisce una forma di centralizzazione non necessaria e defaticante per il cittadino e viene a ridurre le possibilità stesse di utilizzazione dei dati derivanti dall’insieme delle informazioni. Altro aspetto fondamentale è quello del collegamento fra modello nuovo di medico e riforma dei servizi: come è ben noto, nulla viene modificato circa le attuali strutture universitarie nelle Facoltà mediche in via di esplosione demografica, in quanto si è ritenuto, in Italia che sia sufficiente attendere la riforma universitaria e che sia esiziale “professionalizzare” le Facoltà di Medicina. Il che significa che il primo motore della riforma, cioè una profonda modifica negli atteggiamenti della classe medica non potrà venire prospettato nemmeno come ipotesi di lavoro, in quanto i medici continueranno a venir formati in contesti del tutto lontani dallo spirito della riforma. E ben chiaro che non sono riproducibili in Italia le condizioni di mobilitazione morale e politica che hanno caratterizzato l’esperienza cubana ma almeno dovrebbero essere tenuti presenti alcuni presupposti che hanno reso possibile nell’isola dei Caraibi evitare il collasso delle strutture dopo l’emigrazione massiva. Si è già accennato alla esistenza di un nucleo rilevante e combattivo di medici pubblici; orbene, si può dimostrare che all’origine dell’affiliazione in epoca dittatoriale ad organizzazioni clandestine vi è stata la Scuola di Sanità Pubblica, basata su modelli americani, ma di per se stessa formatrice di una mentalità preventiva e, quindi, di una sensibilizzazione verso i problemi sociali. Perché in Italia non se ne parla?

Il servizio sociale in Europa orientale
di Charles Guzzetta International perspectives. Social work in Eastern Europe, “International social work”, 1986, 1, pp. 11-14.
Il servizio sociale, nonostante la sua giovane età, è una professione che è riconosciuta praticamente in tutto il mondo. Le organizzazioni di operatori sociali e le istituzioni educative si trovano in tutte le principali regioni del globo. Il lavoro degli operatori può essere sponsorizzato da agenzie private, ma più spesso è sotto l’auspicio del governo. Come funzionari di governo, gli operatori sociali possono fornire servizi diretti, supervisionare i programmi di fornitura di servizi o lavorare in modo indipendente, in qualsiasi numero di compiti, compresa l’analisi e consulenza su politiche governative e programmi di benessere sociale. L’appartenenza a tre grandi organizzazioni di assistenza sociale e di sviluppo sociale (ICSW, IFSW, IASSW) prevede la rappresentazione per qualsiasi ambito di attività e quasi ogni regione geografica. Quasi ogni regione, ma non del tutto ogni uomo. I paesi socialisti dell’Europa orientale hanno avuto la tendenza a seguire un percorso che non ha determinato il benessere sociale come voluto dagli operatori sociali e delle loro organizzazioni. La ragione di questo distacco dalle principali organizzazioni mondiali va oltre le singole spiegazioni. La situazione prima della seconda guerra mondiale del governo non va bene per tutti i casi. Ad esempio, le attività di assistenza sociale agli emigrati cecoslovacchi al di fuori del paese sono stati limitati in gran parte ai paesi socialisti, come Cuba. Eppure l’azione di governo prima dell’entrata in guerra della Cecoslovacchia è stata orientata su modelli occidentali dominanti. D’altra parte, la Germania dell’Ovest è stata attiva nel mondo europeo sia sul benessere sociale che sullo sviluppo sociale, anche se il suo regime prebellico era violento e repressivo. Dopo la liberazione dell’Europa orientale dal dominio nazista, sono state stabilite delle repubbliche con le ideologie in qualche modo simili tra loro, anche se i paesi prima dell’entrata in guerra erano molto diversi. Ad esempio, la Polonia si estendeva attraverso un territorio piuttosto diverso da quello che comprende ora il paese occupato; la Jugoslavia era un regno; l’Ungheria era quasi feudale; e così via. Charles Guzzetta è professore di servizio sociale presso l’Hunter College della City University di New York e membro del comitato di politica editoriale per il lavoro sociale internazionale. Ciò che tutti i paesi hanno condiviso era la visione di una società più giusta. Una posizione fondamentale rispetto ai problemi sociali era che potevano essere risolti o evitati attraverso la pianificazione centrale e l’economia autogestita. I problemi sociali che prima della guerra sono stati affrontati in molti paesi occidentali erano stati notevolmente rinviati alla riforma sociale. Nel dopoguerra in Europa orientale è stato dichiarato che i problemi di alloggio, di occupazione, di salute e così via erano responsabilità del governo centrale, e che sarebbero stati risolti attraverso un’attenta pianificazione, e che avrebbero dovuto ricevere la massima priorità. Inoltre, la risoluzione del problema della distribuzione economica equa era considerata di primaria importanza, e erano alte le probabilità di successo nel trattare con chi si aspettava di prevenire lo sviluppo di problemi personali con l’introduzione di una nuova etica del bene comune. Questo approccio sembra continuare ad essere la regola, in particolare in Albania, in Bulgaria, in Romania e in Unione Sovietica. In altri paesi c’è stato un riconoscimento crescente dell’importanza e della legittimità di un gruppo di professionisti appositamente addestrati per affrontare i problemi sociali che continuano a presentarsi, nonostante i piani del governo più aggiornati e completi. Le responsabilità individuate con la professione dell’assistente sociale nella maggior parte degli altri paesi tendono ad essere la funzione dei comuni locali nei paesi socialisti. Dove sono disponibili, questi servizi possono essere forniti da persone istruite alla pratica legale, la medicina, l’insegnamento, al lavoro di cura o in alcuni simili occupazioni di servizi pubblici. A volte il lavoro sociale è a titolo principale, di solito sotto auspicio del governo; a volte l’attività è a tempo parziale, effettuata al di fuori dell’orario di lavoro normale, motivato soprattutto da un senso di responsabilità verso i propri concittadini. A causa di queste variazioni di organizzazione, personale e formazione, la professione di assistente sociale non è generalmente riconosciuta come una professione distinta in Europa orientale dal 1945. L’aumento dei programmi di educazione al lavoro sociale e il numero di persone che si identificano come operatori sociali è stato un fenomeno mondiale durante quel periodo, ma in Europa orientale, non è stato né uniforme né stabile. Anche se il programma di formazione prepara i cittadini per il lavoro nel settore della previdenza sociale, la natura dell’esperienza educativa è stata mutevole e non può assomigliare in alcun modo a ciò che è noto come l’educazione sociale nel resto del mondo. In Jugoslavia i programmi di formazione di assistenza sociale sono stati avviate nel 1953 per soddisfare le esigenze di personale del sistema di sicurezza sociale dello Stato. Dal 1960, ci sono stati i primi centri di servizio sociale a livello di comunale, dedicati a problemi locali. Sebbene le attività e la formazione degli operatori sociali jugoslavi non si adattano ad un modello coerente, ci sono zone speciali di istruzione e pratica, compresi i servizi sanitari e dei servizi sociali in ambienti industriali. Le attività degli operatori sociali cecoslovacchi sono legati ai piani quinquennali del governo. La Cecoslovacchia ha sviluppato i primi studi nel sociale nel 1919, non appena il paese è stato creato dallo sfascio dell’ex Impero Austro-Ungarico. Gli studenti di oggi seguono un programma diversificato in ciascuno dei sei programmi stabiliti di istruzione. I laureati sono impiegati in politiche e programmi di servizio del governo, si occupano di salute, educazione, la vita familiare e le altre aree di interesse sociale. L’ ammissione ai programmi di formazione è determinata dalla necessità prevista per il personale di agenzia. Uno studio della politica sociale recentemente completato dall’Istituto di Sociologia e dall’Accademia ungherese delle scienze, dovrebbe portare alla creazione di un programma ufficiale per la formazione di assistenti sociali. Una rete di servizi di consulenza di formazione è stato creato dieci anni fa e le attività dei lavoratori hanno ampliato per includere molti ruoli nei centri di comunità tradizionali. Nel 1985 il Ministero della Salute ha autorizzato quattordici centri di famiglie sperimentali in tutta l’Ungheria con la natura dei servizi specifici per i lavoratori. Inoltre, un centro di famiglia senza scopo di lucro è in funzione a Budapest con grande successo, giudicato in termini positivi da parte del popolo. Sembra che negli ultimi anni questi paesi le cui economie sono state più forti si sono sentiti in grado di affrontare i problemi sociali che sono sopravvissuti al cambiamento della pianificazione centrale. Essi hanno scoperto che con il profitto economico, alcuni problemi possono moltiplicarsi o anche ridursi. L’assegnazione degli alloggi, la piena occupazione e l’assistenza sanitaria non ce la fanno da soli ad eliminare i problemi di alcolismo, divorzio, violenza familiare, malattia mentale e le molte altre situazioni di cui trattano gli operatori sociali. Nelle economie più fiorenti in Europa orientale, è sempre più chiaro che lo sviluppo economico deve essere accompagnato da uno sviluppo sociale e da un programma di prestazioni sociali. La comunità sociale mondiale dovrebbe essere preparata ad infondere incoraggiamento e aiuto pratico ai suoi colleghi in Europa orientale. E il crescente numero di operatori sociali e programmi di formazione di servizio sociale che vi si trovano hanno molto da condividere con le loro controparti. Le opportunità di apprendimento, gli sforzi di collaborazione ora sono più vicini che mai. La sincerità, la sensibilità, la praticità e la spedizione con la quale il lavoro sociale mondiale si avvicina i suoi potenziali amici in Europa orientale in questo momento potrebbero determinare la natura del rapporto, se del caso, anche nel ventunesimo secolo.

Assistenza sociale in Cina, in un’epoca di riforma economica
di Bong-ho Mok, PhD, docente di Servizio Sociale presso l’Università cinese di Hong Kong, Shatin, NT Hong Kong. Internazional social work, vol. 30, 1987, pp. 237-250 (tit. orig. Social welfare in China in an era of economic reform).
Introduzione. La Cina ha compiuto il primo passo coraggioso nel cammino della sua riforma economica del 1979 nelle aree rurali – un passo che ha colpito l’80 per cento della popolazione cinese. L’introduzione del “sistema di produzione responsabile” ha significato un maggiore incentivo per la produzione e il passaggio dal collettivo (comune, brigata di produzione, quadri di produzione) alla famiglia come unità economica di base. Il sistema di produzione de responsabilità in agricoltura assume forme diverse. L’idea di base è che agli individui o ai gruppi sono dati una quota per la produzione, mentre la produzione in eccesso sarà conservata a livello individuale o di gruppo. Tuttavia, è di esclusiva responsabilità del singolo o del gruppo raggiungere la quota, una volta che hanno accettato. In caso contrario, i debitori dovranno affrontare una penalità. L’esperimento economico è stato un successo. Ad esempio, il reddito reale di un contadino medio è raddoppiato tra il 1978 e 1984 (China Daily 17 dicembre, 1985, p. 1). A seguito del successo della riforma nel settore agricolo, anche le città hanno lanciato nuovi programmi economici. Centrale per la riforma in città è la decentralizzazione del potere nel sistema industriale. Lo scopo è quello di rendere ogni impresa un’unità operativa indipendente responsabile per i suoi profitti, legati naturalmente a certe prestazioni. I risultati della riforma nelle città sono stati impressionanti, con la maggior parte delle aziende che hanno una maggiore produttività e fatturano più soldi. La conseguenza principale della riforma economica in Cina è stata l’efficienza della produzione (vedi MP Lam, La riforma ha portato un nuovo corso alle famiglie agricole in Cina, Outlook Weekly 15, Hong Kong, Cina, Resources Book Ltd., 1986, pp 11-13; ShehuiBaozhang Bao, Numero 14, 3 luglio 1986, pag. 3). Allo stesso tempo, il problema della diminuzione della parità di reddito sta emergendo. Ci sono indicazioni che il numero dei poveri è su un punto di crescente preoccupazione, e che il divario tra i gruppi ad alto e basso reddito è più incidente a livello individuale mentre le famiglie che hanno più lavoro, iniziativa, conoscenza e competenze sono tenuti a fare meglio degli altri e differenziali di reddito avranno analogo risultato. Se ciò è vero a livello regionale, in realtà, il problema della disuguaglianza di reddito è seriamente aumentato ed è diventata il centro dell’attenzione nella presente riforma economica. Il rapporto tra efficienza e uguaglianza è ben riconosciuto dai riformatori cinesi. La loro tesi è che, consentendo alcune persone di arricchirsi prima, ciascuno potrà beneficiarne nel lungo periodo. La posta in gioco è capire di come le persone, che non possono far fronte all’introduzione della riforma economica, potranno vivere o sopravvivere. I deboli, malati, anziani e portatori di handicap sono suscettibili di essere i perdenti, e di essere lasciati alle spalle a causa dei nuovi principi economici che si basano sulla concorrenza e sul profitto. Così, la domanda principale che questo articolo tenta di rispondere è: come si comporteranno quelli meno in grado di aiutare sè stessi in un’epoca di riforma economica? Per preparare il terreno alla discussione, accenniamo brevemente il concetto e i confini del benessere sociale in Cina. Il concetto e i confini del benessere sociale Sotto il comunismo, i servizi di assistenza sociale sono stati considerati come superflui e, nella migliore delle ipotesi, periferici, perché la società comunista è tale se crede nel principio “da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo le sue necessita”. Nel periodo di transizione al socialismo, tuttavia, sono necessari i servizi di assistenza sociale. Il Presidente Onorario della Repubblica Popolare Cinese, Soong Ching-ling (1958) credeva fermamente che il benessere sociale e l’assistenza sociale fossero i presupposti di sviluppo sociale ed economico, e che non dovrebbero essere il monopolio delle società capitalistiche. Per la Cina socialista, ci sono ragioni specifiche per l’adozione di misure di assistenza sociale. La povertà è ancora un grosso problema che non può essere risolto rapidamente dopo il capitalismo. Inoltre, le catastrofi naturali, gli incidenti industriali, gli incidenti stradali e le altre contingenze sociali rendono necessario per lo Stato nel fornire assistenza alle persone in difficoltà (Lu, 1984). L’assistenza sociale in Cina, quindi, mira a diminuire le miserie delle masse a livello di base, condividendo le preoccupazioni con il governo del popolo. Questa opinione è stata espressa dai partecipanti a una conferenza nazionale su Previdenza sociale urbana e assistenza sociale organizzata dal Ministero degli Affari Civili svoltasi a Pechino nel dicembre 1979 (vedi Quotidiano del Popolo, Pechino, 29 dicembre 1979, pag. 4). Il concetto di benessere sociale in Cina ha forti connotazioni politiche. Ogni misura di benessere sociale è orientata a servire il socialismo, e l’obiettivo finale è quello di sostenere la causa socialista (Mok, 1983). A questo proposito, i vari programmi di assistenza sociale sono stati introdotti da quando il Partito Comunista prese il potere nel 1949. Questi includono l’assicurazione di lavoro per tutti i dipendenti statali e dei lavoratori in aree urbane, i servizi per anziani, disabili, famiglie con difficoltà, le famiglie di militari e i martiri rivoluzionari . Mentre i programmi di assistenza sociale esistenti continuano a servire i bisognosi, la leadership cinese è sempre più preoccupata di come questi programmi possono essere rafforzati per rispondere alle esigenze sociali derivanti dalle nuove politiche economiche. Subito dopo che la riforma economica ha avuto luogo, il governo cinese ha promesso di sviluppare le risorse e le potenzialità per vari obiettivi di benessere sociale (Vedi il sesto piano quinquennale della Repubblica Popolare Cinese per lo sviluppo economico e sociale 1981-1985, Pechino, Foreign language Press, 1984, pp 243-244). Da allora, sono state prese le misure necessarie per migliorare i sistemi di assicurazione del lavoro e l’erogazione dei servizi per le diverse popolazioni interessate. Non vi è dubbio che il governo cinese è determinato a espandere e migliorare la qualità dei servizi di assistenza sociale. Nel piano quinquennale (1986-1990) per lo sviluppo economico e sociale, il governo ha proposto che un sistema di sicurezza sociale dovrebbe essere gradualmente stabilito (Vedi i documenti principali, la quarta sessione del Congresso Nazionale del Popolo Sesto di Pechino: lingua straniera Press, 1986, p. 136). Ciò prevede l’istituzione di un sistema di assicurazione sociale, la promozione di programmi di assistenza sociale, la continuazione del trattamento preferenziale per le famiglie di servizio e di martiri rivoluzionari e la fornitura di aiuti per i bisognosi. Anche se il piano quinquennale ha sottolineato che il sistema di sicurezza sociale deve essere costruito con caratteristiche cinesi, i principi di base di un tale sistema sembrano essere in linea con quelli delineati da Lenin VI (1963) nei seguenti settori. In primo luogo, il sistema di sicurezza sociale socialista dovrebbe fornire assistenza a tutti coloro che perdono la loro capacità di lavoro a causa della vecchiaia, della malattia o di incidenti. Vantaggi per famiglie nel caso di morte del capofamiglia, e di maternità dovrebbero anche essere disponibili. In secondo luogo, il sistema dovrebbe coprire tutti i lavoratori dipendenti e le loro famiglie. In terzo luogo, le organizzazioni di assicurazione dovrebbero essere istituiti su base territoriale e gestite dai lavoratori assicurati. Lo sviluppo complessivo dei servizi di assistenza sociale in Cina è incoraggiante. In questo articolo ci concentreremo sui servizi per i gruppi più vulnerabili, cioè i poveri, disabili e anziani. L’accento sarà posto su come questi individui e le famiglie sono colpite sotto l’attuale riforma economica, e quali misure vengono impiegati per aiutare loro dal governo e dei loro concittadini. Destinatari di assistenza sociale e la riforma economica I principali gruppi vulnerabili di persone che ricevono assistenza sociale in Cina sono i poveri, disabili e anziani. Concettualmente, i disabili e gli anziani possono anche essere considerati poveri, tuttavia, in Cina questi tre gruppi di persone si distinguono in modo chiaro e sono aiutati in modi diversi. Il numero totale di questi ‘destinatari di assistenza sociale’ è stimato a circa 100 millioni di yuan (Vedi CH Mong e MW Huang, Una panoramica storica degli Affari Civili cinesi, Harbin, Stampa popolare Heilongjiang, 1986, p. 52). Si tratta di un numero consistente perché costituisce quasi un decimo della popolazione totale. Il povero Non esiste una definizione ufficiale della povertà in Cina, ma secondo il Dipartimento di statistica della Cina, i contadini il cui reddito annuo è inferiore Y200 (USS54) possono essere considerati poveri (Shehui Baozhang Pao, Social Security Bulletin, Pechino, 21 Agosto 1986, p. 3). Dal momento che il livello di reddito è generalmente più elevato nelle città che nelle campagne, l’abitante il cui reddito annuo è inferiore a Y200 è certamente povero. Se Y200 è visto come la soglia di povertà, i poveri vivono al di sotto di un livello di sussistenza a causa di quella somma di denaro che non è sufficiente a soddisfare i bisogni fondamentali. Le persone diventano povere nella Cina di oggi per vari motivi. Il declino o la perdita della capacità lavorativa a causa di malattia, infortunio o vecchiaia; nascita dei bambini in giovane età; mancanza di capitale per le attrezzature di produzione; conoscenze e competenze insufficienti, ecc. sono tutte le possibili fonti di povertà. In passato, queste persone non dovevano preoccuparsi di vivere perché lo Stato o i collettivi garantivano per loro. Nella riforma economica, gli individui sono obbligati ad essere più indipendenti e di essere responsabili nello soddisfare i propri bisogni. In campagna, il sistema di responsabilità di produzione ha funzionato bene, in modo che la maggior parte delle persone possono guadagnare più soldi. Alcuni sono addirittura diventati ricchi. D’altro canto, alcune famiglie povere sono sempre più povere. In una famiglia povera, ad esempio, il capofamiglia è cronicamente – ma non gravemente – malato, anche se in grado di lavorare un paio d’ore al giorno. In passato, avrebbe potuto lavorare per i quadri di produzione e stare dove ci sono unità di lavoro che avrebbero fornito un certo reddito per la famiglia. Sotto il sistema di responsabilità, un individuo o un gruppo di individui possono accettare una quota di produzione che varia con la dimensione della terra assegnata. Quando la quota è soddisfatta, il surplus appartiene all’individuo o al gruppo. Tuttavia, quando la quota non è soddisfatta, l’individuo o il gruppo non solo non hanno reddito, ma devono subire anche una penalità. In tali condizioni, è improbabile che una tale famiglia accetterà una quota di produzione. Come risultato, il capofamiglia sarà completamente fuori dal lavoro e non ricevere praticamente alcun reddito. Nelle aree urbane, la riforma nel settore industriale ha generato più reddito per la maggior parte dei lavoratori, perché oltre a guadagnare salari più alti, ricevono anche un bonus o indennità speciali per migliorare le prestazioni. Tuttavia, alcune misure di riforma economica possono costringere i lavoratori ad affrontare maggiori rischi di perdere il lavoro e benefici, aprendo così la strada alla povertà. Ad esempio, un numero crescente di imprese industriali hanno ottenuto più potere nel prendere decisioni critiche, compreso il reclutamento e il cottimo dei lavoratori, la cessazione dei contratti, la riduzione della previdenza professionale, ecc. È anche possibile che queste imprese falliscono se perdono soldi. In tal caso verranno chiuse e i lavoratori licenziati. Fino a quando un nuovo sistema di assicurazione sociale (come suggerito nel Piano quinquennale per lo sviluppo economico e sociale 1986-1990) non sarà realizzato per soddisfare le esigenze di tutti, questi lavoratori devono prepararsi al peggio che può accadere a loro. I disabili La popolazione disabile in Cina comprende i portatori di handicap, i ciechi, i sordi e malati di mente che usufruiscono della riabilitazione per diventare economicamente e socialmente indipendenti ricevendo servizi sociali e/o partecipando nella produzione di benessere. I gravemente disabili sono collocati in istituti residenziali o devono rimanere a casa per essere curati dai membri della famiglia o parenti, con il sostegno di vicini di casa e dei servizi di soccorso da parte di funzionari governativi. In quest’ultimo caso, il presidente del comitato del quartiere dove vive il disabile ha un ruolo chiave nel processo di aiuto in quanto aiuta a organizzare e sviluppare una rete di sostegno per i disabili, e favorire il canale di soccorso del governo. I comitati residenti sono una forma di organizzazioni di quartiere. Ufficialmente, non sono parte del governo, ma aiutano molto nella realizzazione di politiche governative, l’erogazione di servizi sociali e la raccolta di opinione di base per il processo decisionale pubblico. Il meno gravemente disabili che non sono in grado di lavorare sono incoraggiati e aiutati a essere coinvolti in un lavoro di produzione. Gli stabilimenti di produzione di welfare sono specificamente stabiliti per loro per la fabbricazione di prodotti per la vendita sul mercato. Con la partecipazione nelle fabbriche di produzione di benessere, queste persone disabili sono in grado di sostenere sè stessi, almeno in parte. Pertanto, esse non hanno bisogno di dipendere esclusivamente dal governo. Le persone disabili che ricevono servizi di assistenza non sembrano essere fortemente influenzati dalla riforma perché continuano a essere aiutati grazie agli sforzi congiunti dei membri della famiglia, parenti, vicini e funzionari governativi. Le loro preoccupazioni, se ne hanno, è che quando i membri della famiglia, parenti o vicini di casa vanno a cercare un posto di lavoro più remunerativo, o la speranza di ottenere un bonus per guadagnare di più, potrebbero non essere in grado di dedicare tempo e attenzione per i disabili come erano soliti prima. Ciò significherebbe l’indebolimento della rete di sostegno sociale consolidata. Quanto a coloro che sono coinvolti nella produzione di benessere, vi è motivo per loro di essere preoccupati per il futuro delle loro fabbriche. In generale, le macchine e le attrezzature delle fabbriche di produzione di benessere sono vecchie e inefficienti. Inoltre, la gestione è inadeguata. Sarà difficile per queste fabbriche di sopravvivere in un ambiente con crescente concorrenza. A meno che non si introducono modalità innovative che coinvolgono le esigenze del consumatore, e le nuove competenze di produzione e di commercializzazione, l’esistenza stessa di queste fabbriche sarà minacciata. Gli anziani I figli e le figlie in Cina sono tenuti per legge a fornire il necessario sostegno finanziario per i loro genitori in età avanzata. Tuttavia, le persone anziane che non hanno familiari diretti possono ricevere servizi di soccorso da parte del governo o sono curati in case per anziani o infermi. In campagna, dove le strutture istituzionali sono insufficienti, queste persone anziane devono a restare in casa e sono registrate come le cinque garanzie di famiglia – i loro servizi cibo, vestiario, alloggio, cure mediche e di sepoltura sono tutti garantiti dal governo. Questi destinatari di assistenza sociale per anziani sembrano beneficiare della riforma economica in termini di una miglior tenore di vita sia in istituto o in casa. Il livello di miglioramento è difficile da valutare, perché ci sono grandi variazioni nelle diverse regioni, province, città o villaggi. Il quadro generale è che il governo è in grado di ottenere più fondi di previdenza attraverso la tassazione, donazione o altri canali sotto la riforma economica. Questi fondi vengono utilizzati per migliorare e promuovere i servizi per gli anziani. Un impatto più significativo della riforma economica è la nuova tendenza della partecipazione delle persone anziane nella produzione del benessere. Non tutti i destinatari di assistenza sociale anziani hanno completamente perso la loro capacità di lavorare. Alcuni di loro possono essere in grado di svolgere lavori leggeri, altri possono essere in grado di lavorare part-time o metà tempo. Il fatto che sono coinvolti nella produzione di benessere darà loro non solo il denaro, ma anche un senso di utilità. Mentre la riforma economica si sta muovendo in avanti nella direzione desiderata, la leadership cinese riconosce che molte persone incontrano ancora difficoltà nel fare una vita normale. Il presidente del Partito comunista, Hu Yaobang, ha detto che i cittadini poveri devono essere aiutati ad aumentare la produzione e il reddito (vedi il XII Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese, Documenti, settembre 1982, Pechino, Foreign language Press, 1984, pag. 27). La volontà di aiutare i poveri è diventata una delle priorità nella riforma economica, ed è stato osservato da vicino e sostenuto da diversi dipartimenti governativi, in particolare il Ministero degli Affari civili. Il Ministero degli Affari Civili è stato istituito nel 1978, principalmente per pianificare, fornire e coordinare servizi di assistenza sociale. Esso svolge anche un ruolo fondamentale nella costruzione e nel consolidamento dei comitati di base (governi al di sotto del livello di Stato). Il personale del ministero include funzionari di partito, funzionari amministrativi e degli affari civili che sono direttamente coinvolti nel lavoro con i destinatari dell’assistenza sociale (vedi CH Mong e MW Huang, Una panoramica storica degli Affari Civili cinesi, Harbin, Press Heilongjiang popolare, 1986; BH Mok, Ritratto di un assistente sociale in Cina, Social work, 32, 1987, pp. 356-258). Come fornitore di servizi di assistenza sociale e coordinatore, il Ministero degli Affari Civili ha individuato due approcci per aiutare: ‘sollevare i poveri’ e l’espansione creativa del benessere production. Questi due approcci per aiutare i poveri sono stati ampiamente riportati di recente nei principali giornali cinesi Quotidiano del Popolo (Pechino), China Daily (Pechino), Shehui Baozhang Pao (Pechino). Questi due approcci non sono affatto invenzioni recenti, ma nuovi elementi sono stati aggiunti per renderli più compatibili con i nuovi principi economici. Aiutare i poveri La spinta principale di questo approccio è quello di aiutare gli agricoltori impoveriti nel diventare economicamente indipendenti. Questo obiettivo dovrebbe essere raggiunto attraverso gli sforzi congiunti dei vari dipartimenti governativi e cittadini, e con altri vari mezzi. I contadini impoveriti sono il bersaglio di assistenza perché costituiscono la grande maggioranza dei poveri in questo paese. In passato, i contadini poveri sono stati aiutati principalmente attraverso sollievo sociale, che era temporanea e minimale. Il nuovo approccio sottolinea la necessità di aiutare i poveri ad aiutare sè stessi attraverso lo sviluppo della produzione, es la modifica del processo di aiuto da trasfusione di sangue a la sintesi di sangue. Il principio fondamentale nell’aiutare i poveri è l’autosufficienza. Ciò significa scoraggiare la dipendenza e incoraggiare l’auto-aiuto e l’indipendenza. Questo principio è in linea con le linee guida nazionali di autonomia in tutte le sfere della vita. Accompagnamento e fiducia in se stessi sono il principio del mutuo soccorso, che fa parte della ideologia socialista di assistenza reciproca e di responsabilità reciproca. Sostiene ‘persone aiutano le persone’ nella riforma economica. In particolare, coloro che sono stati ricchi prima sono incoraggiati ad aiutare i poveri. In queste due linee guida generali, i funzionari di governo devono identificare e selezionare i contadini per essere aiutati. Non sono inclusi tutti gli agricoltori impoveriti. Sarà data la possibilità solo coloro che dimostrano il potenziale per la produzione in via di sviluppo. Cioè, essi devono lasciare almeno qualche capacità di lavorare. A coloro che non possono partecipare alla produzione di tutti sarà dato rilievo sociale. Se il numero di agricoltori ammissibili è troppo grande per essere gestito con le risorse esistenti, i funzionari di governo hanno di nuovo diritto a prendere una decisione su chi dovrebbe essere aiutato prima. La lista delle priorità si differenzia in diverse regioni. Alcune aree devono dare priorità a coloro che dimostrano il più alto potenziale per avere successo, mentre altre aree sostengono l’idea di aiutare i più bisognosi prima. Quando sono stati selezionati gli obiettivi per l’assistenza, sono sollevati i poveri in diversi modi. Le strategie per aumentare il reddito dei contadini poveri dipendono dai problemi degli agricoltori e le risorse che hanno. In generale, quattro tipi di assistenza possono essere identificati. In primo luogo, l’assistenza finanziaria: gli agricoltori poveri possono ottenere sovvenzioni o prestiti per comprare semi, fertilizzanti, mucche o macchine per la produzione agricola. Coloro che vivono vicino alle città possono utilizzare il denaro per creare una piccola azienda privata, come le scarpe riparazione, cucito, ecc. Questo genera reddito stabile per la famiglia. In secondo luogo, l’assistenza tecnologica: gli agricoltori sono aiutati a imparare conoscenze e competenze in agricoltura, come modi efficienti di sviluppo di un allevamento di polli, metodi scientifici di coltivazione di frutta o fiori, ecc. In terzo luogo, l’assistenza del lavoro: per coloro che mancano nella produzione, si organizzano i volontari. In quarto luogo, ‘assistenza meccanica’: macchine per l’aratura, la semina o la raccolta vengono raggruppati insieme per aiutare i poveri a coltivare in modo più efficiente. L’aiuto finanziario, tecnologico, il lavoro e l’assistenza meccanica sono dati a contadini poveri per lo più da funzionari governativi, ricchi agricoltori, i volontari e le imprese di produzione di benessere in città. Ad esempio, nella contea Laian della provincia di Anhui, 3900 funzionari di governo hanno preso parte ad aiutare gli agricoltori poveri, oltre ai loro doveri d’ufficio, 1980-85. Di conseguenza, 5101 famiglie sono state sollevate dalla povertà (Shehui Baozhang Pao, Numero 15, 3 luglio 1986, pag. 1). In molti villaggi, gli agricoltori che sono diventati ricchi dopo la riforma economica hanno offerto un aiuto finanziario ai loro colleghi (Shehui Baozhang Pao, Numero 17, 24 luglio 1986, pag. 2). I più poveri nella contea Chu della provincia di Anhui per un totale di 70.000 giovani sono stati mobilitati per aiutare 22.300 famiglie povere con manodopera e technologia (Shehui Baozhang Pao, Numero 27, 2 ottobre 1986, p. 1). Nella città Longtang della città di Talien, diverse fabbriche di produzione del benessere dei lavoratori garantiti da famiglie povere un reddito annuo sopra i Y300 (US $ 80), a condizione di aver deciso di lavorare al meglio delle loro capacità (Shehui Baozhang Pao, Numero 15, 10 luglio 1986, pag. 2). Chi è coinvolto nel favorire i poveri sembra riconoscere l’importanza del sostegno psicologico nel processo di aiuto, oltre ad assistenza materiale e tecnologica. La procedura standard sembra essere: rafforzare la volontà del povero di diventare economicamente indipendente; costruire più fiducia nella produzione, l’entusiasmo e una visione ottimistica sulla vita (Ibidem). Espansione creativa della produzione del benessere Un altro approccio per aiutare i bisognosi è espandere la produzione di benessere in modo creativo. La produzione di Welfare si riferisce alla lotta contro la povertà in città, in particolare i disabili, nella produzione economica. Lo scopo è quello di aiutarli a fare uso delle proprie capacità per lavorare e produrre merci o servizi. Come affermato in precedenza, la produzione di welfare non è una nuova invenzione. È stato introdotto nei primi anni ’50 per la promozione della popolazione urbana e per ridurre la loro dipendenza dal governo. Il Dipartimento nazionale di economia ha proclamato il welfare come obiettivo nazionale nel 1958 per aiutare i poveri delle città. In una conferenza nazionale sul benessere sociale e sollievo sociale, nel 1979, il governo ha ribadito il suo impegno a utilizzare le case di lavoro come uno dei principali approcci di welfare. La produzione di welfare avviene principalmente in casa di lavoro gestite sia da parte del Ministero degli Affari Civili o dal governo locale con l’assistenza del Ministero degli Affari Civili. Prima del 1979, molte di queste fabbriche hanno perso denaro e hanno dovuto dipendere da sussidi dal governo. Le macchine erano vecchie, gli impianti obsoleti e la gestione inadeguata. Il problema principale era la mancanza di incentivi da parte sia dei lavoratori e la gestione, dal momento che i premi non erano collegati al rendimento, e dal momento che le fabbriche sarebbe state chiuse, anche se erano in passività di un debito finanziario. La riforma economica ha fornito un’eccellente opportunità per apportare modifiche nella forma e gestione della produzione sociale. Di seguito sono alcune importanti innovazioni. Un importante elemento orizzontale della riforma economica in città è quello di dare alle imprese industriali un alto grado di autonomia nel prendere le decisioni più importanti. Molte case di lavoro vogliono approfittare di questa politica e sviluppare joint venture con altre fabbriche per aumentare la produzione. In questo modo, le risorse e le strutture delle parti coinvolte possono essere utilizzate più ampiamente. Un esempio è la fabbrica di cartoni a Tianjin con la stampa come attività secondaria (Shehui Baozhang Pao, Numero 12, 19 June 1986, pag. 1). Nel 1984, sono stati fatti enormi sforzi per incrementare la produzione. In primo luogo, in considerazione del calo della domanda di cartoni sul mercato, la fabbrica cambiò linea di produzione per la stampa. Mettendo in comune le risorse provenienti da diversi canali, la fabbrica era in grado di acquistare un certo numero di macchine da stampa avanzate. Tuttavia, queste nuove macchine erano tenute da personale competente per il loro funzionamento, ed è stato necessario intraprendere nuove forme di gestione. Il passo successivo è stato quello di contattare una tipografia situata nella città vicina. Successivamente, è stato raggiunto un accordo, con la casa di lavoro fornendo le macchine, le strutture e le commesse, e la maestranza che fornisce la tecnologia e la formazione. Per quanto riguarda le commesse di cartone, la casa di lavoro è stata in grado di stipulare un contratto con un’impresa della città vicina. Questa volta la fabbrica di produzione di welfare ha fornito le macchine e le competenze, e l’impresa comune ha fornito le strutture di fabbrica e il lavoro. Insieme a questi cambiamenti, una nuova struttura salariale sulla base di meriti ha istituito incentivi per stimolare il lavoro. Di conseguenza, l’utile è raddoppiato nel giro di un anno e il reddito dei lavoratori è stato notevolmente migliorato. Le case da lavoro sono tradizionalmente situate in città o in villaggi. La loro utenza di riferimento è la povertà urbana e i disabili. Il fatto che c’è anche un vasto numero di persone povere e disabili nelle campagne che possono e vogliono lavorare nelle case da lavoro dimostra che la riforma economica prevede una maggiore flessibilità nella scelta delle fabbriche. In alcune zone rurali, l’ufficio locale del Ministero degli Affari Civili ha iniziato a creare le case di lavoro per soddisfare le necessità dei poveri e disabili. Alcune fabbriche situate nelle città hanno anche iniziato ad assumere i residenti rurali nella produzione di benessere. Ad esempio, dal 1984, il distretto Weiyan di Xian ha istituito 31 assistenziari, che hanno utilizzato tutte le persone disabili urbane, e il 43 per cento delle zone rurali disabili (Shehui Baozhang Pao, Numero 20 del 14 agosto 1986, pag. 1). Mentre la maggior parte delle case di lavoro sono gestite dal governo o dai collettivi, una recente tendenza è quello di incoraggiare i poveri e disabili a cooperare tra loro e sviluppare le proprie piccole imprese. Queste aziende possono concentrarsi sui servizi o produzione di merci. Il governo inizialmente fornisce l’assistenza necessaria, in particolare materiali di produzione, come uffici o strutture di fabbrica. Una quantità limitata di capitale può essere prestato dal governo, mentre i lavoratori potrebbero dover prendere in prestito il resto dei fondi necessari da altre fonti. In quest’ultimo caso, il governo servirà come garante. Queste piccole imprese godono di un elevato livello di indipendenza economica, e vengono gestite dai lavoratori e dai disabili stessi. Ciò significa che saranno l’unico responsabile per gli utili e le perdite. Finora, questa forma di assistenza economica è stata accettata dai poveri e dai disabili, e ha dimostrato di avere successo nella creazione di reddito. I modi di cui si è detto finora per espandere la produzione di welfare hanno prodotto risultati impressionanti. Più persone povere e disabili sono impiegati con un reddito stabile, più case di alvoro o piccole imprese gestite da poveri e disabili sembrano fare profitti. Nessuna perdita è stata segnalati finora. Deve essere sottolineato qui che, mentre la maggior parte dei profitti sono condivisi dai lavoratori, alcuni sono utilizzati anche per sviluppare o sostenere le istituzioni di assistenza, come ospizi e centri diurni. Ciò dimostra che una delle diverse forme per perseguire l’ideale di welfare è la cura reciproca e di responsabilità collettiva in Cina. Discussione e conclusioni La riforma economica dal 1979 ha notevolmente migliorato l’economia nazionale. Come risultato, la vita quotidiana dei cinesi è migliorata in ampia misura. Ma ha anche portato a nuovi bisogni e nuovi problemi. Il primo è la disuguaglianza del reddito che non è sempre sottesa a situaizoni di sperequazione. Equità ad alcuni può significare ingiustizia per gli altri. Prima della riforma economica, gli operai o i contadini dello stesso collettivo ricevevano redditi simili, con solo una leggera variazione. I redditi erano più o meno uguali, ma questo non era giusto per coloro che lavoravano di più e in condizioni più dure. Ora che il sistema di merito ha sostituito quello vecchio, si prevede più disuguaglianza specialmente per coloro che sono stati bene con il vecchio sistema per così tanto tempo e che non riescono ad adeguarsi al nuovo sistema. Per coloro che incontrano difficoltà nella riforma economica, il governo è obbligato a fornire l’assistenza necessaria e le misure di assistenza sociale svolgono un ruolo importante in questo senso sia che si tratti di sollevare i poveri sia di espandere la produzione del welfare, perciò, il governo pone un forte accento sulla responsabilità degli individui per aiutare sè stessi o i propri concittadini di modo che la richiesta di nuova assistenza da parte del governo diventi l’ultima chance. Questa politica sembra essere ragionevole in considerazione del fatto che la Cina è ancora un paese in via di sviluppo e le risorse limitate che ha devono essere utilizzate per progetti di sviluppo più urgenti. Tuttavia, il governo dovrebbe anche riconoscere la necessità di fornire fondi sufficienti per i poveri e a fare loro il primo passo verso l’auto-aiuto. Incoraggiare i ricchi ad aiutare i poveri sarebbe utile, ma utilizzando i profitti delle case di lavoro per supportare altri servizi di assistenza sociale non risolverà il problema della povertà. Si ridistribuisce reddito solo orizzontalmente. A parte la questione del finanziamento, l’aspetto personale di questi programmi di assistenza sociale deve essere attentamente esaminato. L’efficacia di aiutare dipende molto dall’impegno e dalla capacità del soccorritore. I funzionari del Ministero degli Affari Civili sono per lo più membri del Partito comunista. Non vi è alcun dubbio circa il loro impegno sociale e civile. Tuttavia, essere un membro del partito comunista non garantisce la loro capacità di fornire un aiuto efficace ed efficiente. Conoscenze e competenze nella fornitura di servizi e il servizio di coordinamento dovrebbero essere uno strumento accessibile per il loro lavoro. Un ultimo ma significativo problema riguarda il luogo dei destinatari di assistenza sociale in un paese socialista nel quadro della riforma economica. Queste persone sono aiutate e incoraggiate a realizzare progetti a scopo di lucro e agire secondo i principi di mercato, in modo da sbarazzarsi di povertà o di problemi. L’obiettivo è quello di raggiungere un più alto livello di tenore di vita. Inoltre, essi sono spinti a promuovere lo spirito di mutuo aiuto e, allo stesso tempo, di perseguire l’interesse sociale. Si sentono di sostenere il sistema socialista o andare verso quella capitalista? Queste domande non possono avere facilmente una risposta fino a quando non saranno raccolti sufficienti dati per migliorare l’organizzazione dei servizi sociali.
Bibliografia
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Soong CL, Due concetti di previdenza sociale e assistenza sociale, Bi-settimanale della Nuova Cina, 10 luglio 1958: 58-9.

Libero professionista o professionista libero?

Da Mari A., Mastropasqua I., Romano R., L’assistente sociale dirigente. Funzioni, responsabilità, prospettive, Roma, Carocci Faber, 2006, pp. 128-131.

Una cosa è certa. Un’organizzazione di servizi orientata al successo non può non dotarsi di sistemi volti a ricercare ed assumere persone capaci di servire. La capacità di servire è come la capacità di essere buoni genitori. Un bravo genitore ha un solo e grande desiderio, quello di occuparsi del figlio. La sensibilità verso i bisogni dell’altro si esplica nella capacità di accogliere, ascoltare, decodificare e rispondere. Ascoltare è cosa diversa dal semplice udire. Il valore aggiunto è determinato dalla capacità dimettersi nei panni dell’altro, di rivivere emozionalmente i suoi problemi, di identificarsi con i suoi desideri. Non è possibile servire se non si nutre una grande stima di sé stessi. Una persona scontenta di sé, del proprio ruolo e casomai, della propria organizzazione, difficilmente riuscirà ad ascoltare e soddisfare i bisogni di altre persone. E tutte le persone di fronte al personale di contatto richiedono la medesima cosa, essere ascoltate nella loro unicità individuale.

Il monito rivolto da questi illustri esperti di settore e maturato in ambito di interventi di sviluppo organizzativo riguarda l’importanza di favorire un clima organizzativo in cui ogni professionista abbia l’opportunità di rivelare sé stesso nell’esercizio della professionalità sociale che, in quanto tale, non può prescindere da una piena consapevolezza sul sé. E ciò se è vero per chi sceglie una professione di aiuto, in quanto elegge l’incontro con l’altro quale evento determinante del senso professionale, è ancor più vero se la professionalità del servizio viene giocata nell’ambito delle funzioni direttive.

Sopra l’ingresso del Tempio di Apollo a Delfi è scritto “conosci te stesso”. Questa frase è significativa oggi come quando venne tracciata per la prima volta (…) Le persone che conoscono sé stesse, nutrono genuino interesse per gli altri e sono in contatto con i propri sentimenti, sono le più capaci di gestire gli altri, qualunque sia il loro assetto emotivo, compresi coloro che si pongono agli estremi dello spettro: gli “ipomaniacali” e gli “alessitimici”. Se i dirigenti che possiedono questa conoscenza sono disponibili a condividere con gli altri la propria intelligenza emotiva e sono preparati a “contenere” le emozioni altrui in situazioni stressanti, aiuteranno i colleghi a crescere, evolversi, a imparare, a essere creativi. Nella nostra società basata sulle conoscenze, questo costante apprendimento dà un vantaggio competitivo. Le persone che possiedono questa consapevolezza emotiva ben rappresentano lo slogan di cui si è talvolta abusato: “La nostra risorsa più importante sono le persone”.

 “É auspicabile un professionista libero, libero di valutare, di esprimersi, di esserci nel rispetto del bene comune. Un professionista libero, d’altronde, può ancor meglio svolgere anche la libera professione”.

 “Credo nessuna delle due opzioni. Purtroppo il ruolo di direttore implica un inevitabili rapporto (che non vorrei chiamare assoggettamento ma…) con una direzione superiore”.

 “Se il direttore è “solo” colui che indica e orienta, il professionista non può non essere libero all’interno del sistema, ma il “libero” per quanto ha scelto un gioco, una porzione di campo. È stato libero a monte di accettare o meno quel gioco. Quindi se gioca a calcio, e ha accettato le regole del gioco calcio, sarà libero di interpretare il suo ruolo al meglio secondo le finalità del gioco, ma certo non potrà sentirsi libero di affermare la palla con le mani e correre in sfondamento agli avversari, se no avrebbe dovuto scegliere di giocare a rugby”.

 “Ovviamente il direttore quasi ideale è il professionista libero, cioè quello la cui capace professionalità gli consente di muoversi liberamente nella “selva oscura” delle dinamiche di un ufficio, nel pieno rispetto di tutti”.

 “Il vincolo (contrattuale e/o organizzativo) non è faticoso. Faticoso è dovere mediare costantemente con l’ignoranza, l’arroganza e la stupidità”.

La dicotomia provocatoria proposta nello stimolo di riflessione relativo a questo paragrafo ci sollecita a considerare non escludentesi le due possibilità. Purtroppo l’autonomia professionale dell’assistente sociale, la sua dinamicità di ruolo e la variegata tipologia degli interventi spesso inducono i direttori a temere una perdita di controllo moltiplicando gli strumenti di monitoraggio o di limitazione delle libertà individuali e considerando il muoversi dentro l’habitus professionale, quale esercizio di libera professione, impossibile nell’ambito della PA. Come abbiamo già descritto nei capitoli precedenti, la concreta nuova possibilità della libera professione, da poter giocare nei più svariati ambiti di intervento professionale, sopratutto laddove si sottolineino le specificità del ruolo in attività consulenziali presso enti pubblici e privati, a tutela di varie tipologie di utenza ha senz’altro aumentato la preoccupazione dei direttori in merito allo svilupparsi di una maggiore capacità imprenditoriale, ma anche rispetto al delinearsi di una certa avarizia di competenze messa in atto dai dipendenti ce, frustrati e scarsamente motivati all’interno degli uffici, si gestiscono le energie professionali al ribasso, impegnandosi e ricercando invece gratificazioni in altri ambiti di sviluppo professionale.

Raramente si sceglie di esplorare nuovi territori, di promuovere una terza via rappresentata ad esempio dal modello dell’ “azienda a rete” dalla possibilità cioè di valorizzare il know-how dei dipendenti, individuando le abilità distintive di ciascuno da portare all’eccellenza a beneficio di tutti e nel risultato complessivo. Il successo globale dell’ “azienda a rete” sta nell’integrazione dei diversi nuclei di competenza, quindi ha il suo fulcro nella bontà delle connessioni tra le parti, cioè del tipo di legame instaurato. Si profila così la necessità di una forte correlazione tra il prodotto e i processi con cui lo stesso viene definito e i fattori di successo sono, ancora una volta, l’autonomia, l’allargamento dei confini e l’autogenerazione di conoscenza specifiche. Ciò aiuta a maturare ulteriormente la consapevolezza che è necessario dirigere per politiche e che i comportamenti organizzativi assumeranno un peso determinante in una situazione organizzativa più destrutturata e quindi meno protetta, in un sistema di attività delegate e di autocontrollo.

Un’azienda a rete avrà necessità di una guida e una regia posta in essere da manager di nuova generazione, disponibili non solo ad aderire concettualmente alle nuove forme organizzative, sfocando i riferimenti e le esperienze precedenti, ma sopratutto capaci di saperle interpretare e realizzare gestionalmente. È un salto di qualità che impone all’organizzazione attuale, gerarchica non solo come forma organizzativa ma come metodo di approccio ai problemi, non solo di superare, ma, in buona parte, di negare sé stessa.

 Il servizio sociale forense

 

Da Barker R.L., ‎Branson D.M., Forensic social work, London-New York Routledge, 2000, pp. 7-28.

Fin dagli anni ’30, il servizio sociale ha iniziato a porre enfasi nella salute mentale e sulle questioni socio-sanitarie. La povertà ed i problemi economici sofferti dalla popolazione durante la crisi del ’29 hanno attirato l’attenzione di molti operatori lontano dai settori specifici delle tradizionali politiche sociali (medicina sociale, economia e sociologia) e Sigmund Freud ed altri psicoanalisti hanno dirottato l’attenzione verso l’interesse nei processi cognitivi ed individuali. Quando iniziarono a nascere le prime scuole per assistenti sociali, il sistema giudiziario non riuscì più a trovare operatori disposti a lavorare nei propri uffici ed ebbe bisogno di cercare professionisti di altre discipline (ausiliari). Riflettendo sullo scisma tra servizio sociale e giustizia, il terzo settore si è a sua volta suddiviso in due correnti. Nelle politiche pubbliche e nelle istituzioni di protezione minorile, indagini di potenziali abusi sono state scoperte da operatori che non sono stati formati come assistenti sociali (medici, pediatri, insegnanti). Poichè il servizio sociale si allontanava dalle istituzioni tradizionali, è sembrata scontata la regolamentazione penale della pratica professionale. Tuttora molti paesi non hanno una regolamentazione sull’abilitazione e gli forzi per realizzare delle linee guida comuni sono stati inutili. Negli Stati Uniti d’America molti assistenti sociali influenti si sono opposti al sistema di abilitazione che ritengono un pericolo per i valori della professione, che così incoraggia solo l’opportunismo, e che tende a fuorviare taluni professionisti, specialmente in ambito clinico. È più importante, essi dicono, essere liberi: la professione non ha bisogno di essere legalmente regolata perché ha due garanzie che la rendono più realistica. Una è il sistema di supervisione che rende gli operatori più controllati nei posti di lavoro. L’altra è il fatto che il comportamento lavorativo potrebbe essere non assimilabile ad altre professioni perché il servizio sociale ha propri principi e valori. La percezione è che le licenze sono state cambiate, forse più per ragioni economiche che etiche. Le compagnie assicurative che diventano sempre più influenti per i fornitori di servizi alla persona, iniziano a rifiutare i rimborsi da assistenti sociali non abilitati. Gli utenti assicurati, del resto, preferiscono servizi resi solo da personale qualificato; gli operatori desiderosi di aiutare questi utenti magari preferiscono agire su mandato di un psichiatra esperto che possa supervisionare il lavoro svolto. Molti operatori continuano a sottovalutare l’insistenza di certificare le compagnie assicurative; così ritengono che potrebbe condizionare solo operatori del privato sociale, che comunque non sono molti né tanto conosciuti. Dopo tutto, molti assistenti sociali sono impiegati presso enti pubblici e sono finanziati dallo Stato e dalle donazioni comunitarie. Le istituzioni sociali, del resto, ritengono di essere troppo condizionate dai finanziamenti da parte pubblica che creano debiti e scompensi. Gli utenti che godono di assicurazione preferiscono andare da personale competente. La grande affluenza di utenti che pagano ampie porzioni dei ticket o dei voucher sta inducendo le istituzioni a rifiutare gli utenti che non pagano tali servizi. Le istituzioni inoltre hanno bisogno dell’assicurazione di compagnie se vogliono assumere solo personale abilitato. Intanto gli anni passano e, a partire dal 2002, ogni paese ha stabilito norme professionali in merito. Una volta conseguita l’abilitazione, gli assistenti sociali potrebbero diventare capaci di fornire servizi di qualsiasi tipo a livello locale e pubblico. Il movimento è stato sostenuto da assistenti sociali di ogni paese, insieme all’aiuto di altre professioni, istituzioni e associazioni di consumatori. Hanno superato l’opposizione interna e da altre discipline che era basata ampiamente sull’eventuale perdita di quote di mercato nel business dell’assistenza socio-sanitaria. Naturalmente, l’eventuale vittoria del servizio sociale comporterebbe una serie di vantaggi: la regolamentazione normativa potrebbe significare più occupazione, più reddito, maggiori opportunità di aiutare l’utenza e per incrementare l’offerta pubblica; ciò significa anche meno pregiudizi e meno rischi. Vi sono, però, anche dei lati oscuri da considerare: gli assistenti sociali diventerebbero soggetti degli stessi controlli degli esercizi pubblici e, al contempo, il pubblico vedrebbe il tasso di conflitto aumentare.

 Competenze dell’assistente sociale forense

Gli assistenti sociali forensi possiedono dieci principali funzioni. Primo, e forse il più importante, testimoniano al processo come periti. In questo caso, gli operatori forniscono informazioni in generale sui bisogni degli utenti, famiglie, gruppi o enti, per es. l’operatore potrebbe rivelare che succede alla personalità di minori vittime di abusi o donne violentate. Una perizia è anche data alle commissioni legislative così che possano decidere se la gente ha bisogno di nuove leggi o meno. Secondariamente, l’assistente sociale forense valuta sistematicamente quegli utenti così che l’informazione risultante può essere presentata in giudizio o alle autorità legali. Tali valutazioni sono effettuate per rispondere a molte domande che la corte ha bisogno di sapere. Terzo, l’assistente sociale forense indaga su casi dove gli utenti sono coinvolti e presentano risultati al giudice, la polizia ed altre autorità, magari dopo aver effettuato visite a casa delle famiglie. Quarto, gli assistenti sociali forensi raccomandano la corte ed altre autorità circa i modi di punire, rinviare o riabilitare chi è stato condannato, per es. dopo aver valutato un utente per vedere come reagisce alla vita penitenziaria, l’assistente sociale espone al giudice varie ipotesi di recupero ed eventuali progetti sociali in corso di attuazione che possono essere considerati dalla difesa e che potrebbero diventare utili per la risocializzazione del detenuto. Quinto, l’assistente sociale può facilitare il lavoro del giudice per persone in custodia cautelare, prima coinvolgendo la persona stessa e riportando poi ogni progresso alla corte. Ciò succede fornendo un piano di trattamento alla persona o un consiglio su quelli che lavorano al caso, per es. gli operatori possono supervisionare le persone arrestate così come è soggetto ad una sentenza, o dà avviso all’equipe su come relazionarsi con quell’utente o agli operatori che attualmente vigilano su un uomo arrestato e se questi è stato assegnato ad una comunità di recupero o su come relazionarsi con quella persona. Gli assistenti sociali forensi hanno inoltre funzioni nel ruolo formale di valutare le misure alternative alla detenzione in molte giurisdizioni. Sesto, l’assistente sociale forense media tra gruppi ed individui che sono coinvolti in certame e in conflitti che potrebbero richiedere un intervento estensivo del tribunale. Molte persone, specialmente coppie con problemi coniugali, vogliono evitare di incappare in lunghi e noiosi procedimenti legali. Questo è diventato un campo burocratico dove gli operatori sociali sono molto attivi specialmente in quei paesi che incoraggiano i processi di mediazione. La mediazione può essere ben inserita nella legge così come negli aspetti della natura umana in modo da aiutare i contendenti a trovare semplici e durature soluzioni ai loro conflitti. Settimo, gli assistenti sociali forensi esprimono dei pareri sugli standard professionali di servizio sociale per favorire casi di possibile negligenza o condotta riprovevole. Quando un assistente sociale è citato in giudizio per negligenza è necessario stabilire nel processo quali standard sono stati violati. L’imputato ed il PM possono richiedere all’assistente sociale forense di determinare specifici elementi del codice deontologico ed altri requisiti. Gli assistenti sociali forensi potrebbero esprimere pareri se certe procedure sono più efficaci di altre. Alcune informazioni possono essere valutate in un tavolo istituzionale di lavoro nelle commissioni deontologiche per determinare se un operatore ha violato certi standard. Ottavo, gli assistenti sociali forensi possono dire ai propri colleghi sull’influenza che hanno certe leggi sulla professione: insegnare corsi e organizzare workshop su aspetti legali della pratica professionale, provvedere a consulti verso istituzioni o lavoratori individuali nel rispetto del rischio di responsabilità (formazione continua). In una varietà di formati, informano i colleghi sulle cause di negligenza e sanzione professionale. Inoltre informano gli avvocati ed altri ufficiali pubblici sul sistema di politiche sociali e sulla professione sociale. Nono, gli assistenti sociali forensi facilitano lo sviluppo ed il rinforzo di leggi che regolano la pratica professionale. Aiutano a sviluppare nuove leggi, educare la cittadinanza e la professione sui loro problemi, aiutano a dimostrare che stanno continuamente incontrando i bisogni della popolazione, gli utenti e membri delle associazioni professionali. Decimo, gli assistenti sociali forensi mantengono con i propri utenti relazioni che seguono lo spirito della legge e i principi etici della professione. In ciò, rispetto a quanto detto finora, ogni zelante e competente assistente sociale è già un’assistente sociale forense.

 Motivazioni dell’assistente sociale forense

Perché qualcuno dovrebbe diventare un assistente sociale forense? Le motivazioni per acquisire tale specializzazione rimangono vaghe. Molti assistenti sociali che sono stati invitati ad offrire la loro testimonianza lo sanno: molti non hanno avuto esperienze piacevoli al riguardo ed altri lo eviterebbero volentieri se potessero. Per chi non ha ancora testimoniato in giudizio, i profitti non sono chiari, ma le sfide ed i problemi non mancano. Solo una piccola porzione di tutti i lavoratori sociali potrebbero scoprire che hanno voglia e pazienza per fare questo lavoro, molto meno la personalità, la conoscenza e l’abilità. Così detto, il servizio sociale forense non ispira molto coraggio. Oltre tutto potrebbero essere indotti ad entrare in servizio per farsi carriera o guadagnarsi una certa fama, così che i giudici, consulenti e avvocati saranno meno impressionati rispetto ad un rappresentante di altre professioni. E se le loro credenziali ed esperienze sono esaltate da una parte, il legale avversario farà qualsiasi cosa per diminuire tali risultati, nel senso che chiederà le loro referenze in termini di esperienza sul campo. Avremo cioè la risposta che non sono medici né fanno parte del personale di un ospedale, sebbene abbiano esperienza nel campo socio-sanitario, senza poter prescrivere farmaci ma avendo competenze di salute mentale che, paragonata alla psicologia ed alla psichiatria, godono di minori requisiti per l’esercizio della pratica. Finalmente quando il tempo consente di rispondere alle domande sul caso clinico, la stima verso sé stessi potrebbe essere intaccata. Un’importante motivazione che stimola gli assistenti sociali forensi a scegliere questo lavoro è la soddisfazione derivata dall’aiutare persone in difficoltà (e le persone coinvolte in problemi legali sicuramente lo sono). Perciò, si presume che quando gli assistenti sociali fanno bene il loro lavoro, facciano anche del bene ai propri utenti. Ciò è in parte vero. Il problema è che la natura del servizio sociale forense è sindacabile: per aiutare qualcuno a vincere una causa, bisogna indurre qualcun altro a perderla, in altre parole la testimonianza dell’assistente sociale forense che aiuta una persona, procura danni ad un’altra. Se l’aiuto è apprezzato da entrambe le parti, è preferibile essere meno risentiti del solito. Se gli incentivi non includono grande prestigio, soddisfacendo in pieno esperienze o retribuzioni significative, perché gli assistenti sociali dovrebbero essere coinvolti nelle scienze forensi? Nessun dubbio, le motivazioni variano da persona a persona. Alcuni sono interessati alla sfida ovvero la possibilità di mutare il corso degli eventi in prossimità di una sentenza imminente. Altri vedono un modo diverso di fare il solito lavoro, in modo da evitare la solita routine così come le beghe burocratiche. Il guadagno potrebbe attirare taluni operatori, magari se sono impiegati presso enti di formazione o di ricerca che li pagano, o magari se sono consulenti privati che hanno molte ore libere a disposizione. Forse l’incentivo per gli assistenti sociali forensi è più nobile di quanto detto finora, anche solo per servire la causa della giustizia sociale o dei diritti umani. La magistratura è da tutt’altra parte quando un’assistente sociale inizia il proprio lavoro. Nel presentare la propria testimonianza, gli assistenti sociali forensi ritengono di poter adempiere al proprio dovere di modo da sostenere la causa della giustizia sociale, offrire profitti per l’ordine sociale ed aiutare a ridurre i problemi sociali. Attraverso tale ruolo aiutano anche a proteggere persone deboli, oltre a permettere alla propria professione ed a quelle cliniche di fornire alle autorità competenti gli standard adeguati. I casi aggiudicati in questi processi coinvolgono persone con problemi e ciò consente al servizio sociale forense di risolverli ed al sistema penale di prevenirli.

 Retribuzioni e introiti

Quanto guadagnano gli assistenti sociali forensi e chi vorrebbe assumerli? L’ammontare varia considerevolmente in base alla specialità, il caso in questione e l’ammontare del tempo richiesto per finire il lavoro. Recenti nuovi studi suggeriscono che alcuni specialisti hanno ricevuto centinaia di migliaia di euro per lavorare su un singolo caso. Molti psichiatri forensi o psicologhi ricevono parcelle di 200-300 euro all’ora per non dire di più. Alcuni esperti, come i consulenti ricevono 300 euro all’ora, ma altri ancora ricevono percentuali sul valore dell’oggetto da ponderare. Molti assistenti sociali sono pagati molto meno. Gli esperti generalmente non richiedono molto per i propri servigi rispetto a quanto ricevono già nel proprio lavoro in base a due ragioni. Le associazioni forensi lo considerano non etico ed in violazione del codice deontologico se un fornitore di dati scientifici vuole aiutare qualcuno a determinare la verità dei fatti. Inoltre, quando gli esperti vanno al processo, solitamente chiedono al legale avversario quanto ammonta la propria parcella per la testimonianza. Se la risposta è esorbitante, la credibilità dell’informatore potrebbe essere richiamata all’attenzione delle autorità. Queste persone vorrebbero essere meno efficienti nel loro lavoro e perciò non essere chiamate da altri legali. Molti esperti forensi e membri di altre professioni chiedono un compenso orario, incluse le spese di viaggio dei loro datori di lavoro. Se la pratica procede oltre l’orario normale di lavoro, ricevono anche il rimborso spese. Se sono praticanti privati, non possono chiedere ai propri utenti più del tempo trascorso, così la loro situazione finanziaria non migliora e gli stipendi rimangono gli stessi, es. un consulente esperto che trova difficile riscuotere un assegno, specialmente quando la sentenza è stata sfavorevole o se la perizia dell’esperto in giudizio non è stata così apprezzata come si sperava.

 Il servizio sociale forense come lavoro part-time

Molti assistenti sociali così come altri professionisti lavorano part-time. Tipicamente, sono assunti dai tribunali e da aziende legali solo come attività accessorie; sono chiamati inoltre per le proprie responsabilità professionali quando i propri servizi sono richiesti dall’autorità giudiziaria. Gli assistenti sociali forensi sembrano avere maggiore credibilità ai giudici che fanno degli specialisti gli unici professionisti che possono occuparsi di perizie. Alcuni giudici si meravigliano su come una persona stimabile, che non ha un lavoro fisso, possa riscuotere consenso solo per denaro. Chi dedica la propria carriera a fare valutazioni o consulenze, sarà inevitabilmente sottoposto ad un esame permanente come se si trattasse di un’esperienza in prova e il quale esito può essere alterato per soddisfare il migliore offerente. Quanto detto è probabilmente falso, ma i legali avversari solitamente provano a mettere in dubbio la fede di qualsiasi sfavorevole testimonianza o le motivazioni di chi presenta quella testimonianza. L’assistente sociale forense, d’altra parte, si presenta al processo come qualcuno che ha già una posizione importante o qualcuno che se la prende comoda rispetto ad altri affari importanti per assistere il giudice nella comprensione di complicati elementi del caso. Gli assistenti sociali forensi non fanno eccezioni, giacché molti di loro lavorano part-time. Offrono le proprie prestazioni in enti sociali, università, istituzioni o nella pratica privata e forniscono servizi sociali su basi consultive quando la propria professionalità è richiesta. Molti assistenti sociali forensi che producono prestazioni part-time lo professano, reputando che il proprio lavoro permetterà a loro di ottenere prestigio e valore alla propria consulenza al processo. Uno studio sulle carriere di assistenti sociali forensi ha scoperto che il 75% ha lavorato in campo socio-sanitario a tempo pieno, per la maggior parte in enti pubblici. Un assistente sociale, che ha trascorso la propria vita in un centro di tutela minorile, può offrire una consulenza su un caso di abuso minorile che potrebbe essere più efficace rispetto ad un’informazione che proviene da un assistente sociale municipale. Coloro che sono impiegati come professori universitari nelle scuole di servizio sociale sono fortunati nel combinare credibilità e tempo abbastanza per tale attività. Praticanti privati sono un altro gruppo credibile, se sono conosciuti per fornire servizi sociali a specifici gruppi sociali che hanno problemi simili al caso che è stato sottoposto a giudizio. Gli assistenti sociali forensi che sono attivisti politici possono anche essere esperti forensi se, nel corso della propria attività professionale, hanno sviluppato una conoscenza estensiva ed esperta in un problema che è stato posto e se possono svolgere le proprie consulenze oggettivamente. Quindi gli assistenti sociali che giungono da qualsiasi campo possono acquistare il titolo di “forense” se raggiungono elevati livelli di professionalità e se sono ben consapevoli di avere la conoscenza necessaria e l’abilità di lavorare bene.

Procedure per giungere alla specializzazione forense

Come possono gli assistenti sociali iniziare a lavorare in questo campo? Tre fasi sono da percorrere. Per prima cosa occorre acquistare una notevole conoscenza con la propria realtà professionale, l’abilità di saperla trasmettere e diventare noti abbastanza per i datori che opteranno per l’assunzione. La prima e più importante fase è lo sviluppo di una formazione professionale e ciò non significa “sapere tutto”, così come l’investigazione e la consulenza non è vincolata ad una visione ristretta, ma qui ciò che conta è l’approfondimento di certe tematiche. Al giorno d’oggi, una professionalità in qualsiasi campo è basata sulla fondazione di un’educazione formale ed organizzata in modo da procedere per gradi, seguita da una considerevole esperienza ottenuta sul campo. Esperti in succinti campi si sono formati senza un’istruzione formale, anche se sono rari casi. Per es., gli analisti di calligrafia e di fotografia non hanno bisogno di avere una grande formazione né di lauree di scorta, così come non ne hanno bisogno coloro che analizzano la scienza del crimine o solo determinati reati. Comunque, anche loro hanno problemi nella concorrenza quando qualcuno cerca i loro servizi, perché ci sono persone nel loro campo che hanno l’esperienza ed i titoli per competere. L’esperto senza una formazione formale cioè un titolo di studio, sarà più facilmente sfidato e sconfitto. Alcuni, possono avallare tali deficit in alcuni campi, ma solo se hanno degli attributi tali da compensarne la mancanza, carisma personale ed abilità di comunicazione. Mentre la carenza di istruzione formale potrebbe essere superata da taluni professionisti, la carenza di esperienza sul campo è insormontabile. Gli avvocati potrebbero essere più riluttanti ad essere chiamati come consulenti, sopratutto quelli freschi di laurea che ricevono fama da una scuola prestigiosa o da un’alta la media di voti agli esami. Coloro che provano a diventare esperti forensi, prima che hanno sviluppato una considerevole esperienza, sono più orientati ad impedire i propri progressi oltre tale traguardo offrendo opinioni premature che non possono essere dimostrate. In tal modo danneggiano la propria reputazione e sottovalutano i danni che potrebbero arrecare in seguito. Coloro che diventano poi degli esperti di solito iniziano come assistenti di altri esperti. Danno il proprio contributo alle indagini ed offrono dati, scritti e orali, al proprio supervisore che poi parla al processo. Eventualmente l’assistente fornisce alcune consulenze che possono essere di supporto all’esperto. Eventualmente fornisce un’ampia mole d’informazioni fino al giorno in cui assumerà il titolo di “forense”. Prima di ciò, i testimoni possono chiedere di apparire in processo come attori esperti di procedimenti giudiziari. Il secondo passaggio per intraprendere una carriera forense è di essere capaci di presentare consulenze chiare ed efficaci al personale legale. L’abilità di comunicare senza mediatori è essenziale. La comunicazione affettiva può convogliare il messaggio desiderato in un modo che non è comprensibile ai giudici ed altre parti in causa; questo è un talento molto richiesto, sebbene alcune persone sembrano trovare il procedimento più facile di altri. Ciò richiede la destrezza di ciascuno di diventare un comunicatore effettivo nell’offrire testimonianze esperte. Frequenti discorsi pubblici, e specialmente in contesti pubblici, sono buoni metodi per acquisire queste abilità. È anche utile parlare a gruppi o studenti su argomenti complessi su come la professione possa sviluppare le necessarie abilità. Il terzo passo ed anche il più complicato è di assumere un tipo di modello di marketing. Essere invitati ad esprimersi in tribunale non capita tutti i giorni alle persone che hanno un buon curriculum e che sono esperti comunicatori. È molto più frequente che coloro che sanno assumere avvocati, ufficiali e portaborse sappiano che l’esperto è disponibile e volenteroso.

 Come l’assistente sociale diventa impresa

Ultimamente, i più influenti esperti sono chiamati ad assistere questi legali “a parole”. Avvocati che sono stati felici col lavoro dei propri esperti saranno chiamati ancora quando il bisogno lo richiede. Essi inoltre informeranno i propri colleghi. Quando gli avvocati hanno visto presentazioni di testimonianze esperte, il loro primo e più realistico compito è di discorrere con altri avvocati che hanno presentato anche dei casi in problemi simili. Gli esperti che sono più in lizza non hanno bisogno di farsi pubblicità perché sono diventati conosciuti nella rete di avvocati che li hanno assunti. Ma essi non sono ben conosciuti. L’ovvia questione è come possono diventare conosciuti fin da subito? Nessun specialista forense è una scoperta che dura per tutta la vita. Essi gradualmente ne sono coinvolti, nel corso del proprio regolare lavoro. Alcuni specialisti forensi iniziano ad essere seguiti da altri nel proprio campo, consultandosi con i propri colleghi e insegnando così all’università. Alcuni iniziano a diventare noti nel loro campo iniziando a parlare ai piccoli gruppi: esporre presentazioni a conferenze, scrivere libri e articoli che possono essere resi noti nel corso di manifestazioni pubbliche o farsi accreditare dall’Ordine nazionale per la formazione continua. Frequentemente, gli esperti forensi iniziano prima ad organizzarsi con gli avvocati mostrandosi ai processi come testimoni informati sui fatti, solitamente per casi che coinvolgono i propri clienti. Per es. un assistente sociale che vuole testimoniare su un comportamento di un utente per dimostrare che questi ha buona volontà in qualche programma di recupero, con la speranza di ottenere una sentenza più favorevole. Altre richieste come probabile testimone esperto inoltre sono necessarie per le testimonianze dei legali su problemi sociali o sul bisogno di fare nuove leggi. Quando gli esperti diventano così ben conosciuti nelle comunità professionali per conoscere certe questioni richieste per esprimersi insieme agli avvocati, allora la performance al processo sarà più efficace. L’impegno dei mass-media è un altro modo per il quale alcuni esperti diventano rinomati dagli avvocati. Alcuni iniziano a scrivere per popolari riviste o articoli di giornale, descrivendo alcune delle questioni e alcuni problemi di pubblico interesse che sono interconnessi col proprio lavoro. Altri specialisti sono pervenuti all’attenzione degli avvocati dopo essere stati intervistati per notizie recenti; alcuni scrivono lettere a editori per correggere errori o per rielaborare questioni giudiziarie con la propria realtà professionale. Una preponderante ma molto discutibile metodo per ottenere l’attenzione dei mass media a chi si cimenta nell’apprendimento è di descrivere la psiche di personaggi celebri. Nei giornali e negli spettacoli televisivi, gli assistenti sociali ed altri specialisti di salute mentale sono stati chiamati per descrivere i difetti di apparente personalità riscontrate in leaders politici, personaggi sportivi e stelle del cinema basate non su interviste ma su cosa leggono nei tabloids. Sebbene le loro fonti d’informazione siano realistiche, è altamente sconsigliato violare la privacy di qualcuno.

 Come promuovere la propria attività

Alcuni esperti forensi partono da un approccio più diretto e asserativo per guadagnare l’attenzione degli avvocati. L’autopubblicità è appropriata e, se fatta bene, è quanto mai efficace. Coloro che non promuovono sé stessi sono anche ben collocati oltre il necessario ma rimangono senza lavoro. Rendere la giustizia sociale consapevole della volontà o dell’abilità di qualcuno è un’importante parte del lavoro di molti specialisti forensi, nessun problema di come aver fatto esperienza se sono stati formati. Un’apparente reticenza mostra che chi è motivato per qualche attività che implica passività e indifferenza, gode di caratteristiche che non sono altamente valorizzate nel campo. Un’alta attività o la pubblicità può essere ottenuta distribuendo volantini a specifiche comunità scientifiche dimostrando il tipo di servizio che uno offre, e le qualificazioni, credenziali ed competenze che sanno fare. Gli specialisti forensi forniscono inoltre aiuto in pubblicità giuridiche e newsletter. Quando il gruppo di aspiranti specialisti era relativamente piccolo, i costi non erano proibitivi, ma oggi molti specialisti trovano che, siccome c’è molta concorrenza, è necessario utilizzare molti materiali di approfondimento. Un altro metodo è di coltivare relazioni professionali con avvocati che operano nell’ambito civile. Molti avvocati, civilisti e penalisti, diventano specialisti nell’una o altra pratica, per es. nella mediazione familiare, nel divorzio, nelle adozioni, nei diritti dei consumatori, etc. è molto più semplice e spesso apprezzato inviare un messaggio al PM circa le informazioni che possono essere usate nella comprensione di aspetti di alcuni tipi di casi. Un articolo ristampato o pubblicato in allegato, specialmente scritto dagli esperti stessi, può essere presentato più volte. Ciò potrebbe essere pubblicato insieme ad un curriculum o ad un volantino, indicando il tipo di servizio offerto. Il curriculum può apparire più credibile ed effettivo se indica che il perito è parte di un organizzazione o un’associazione professionale che fornisce consulenze o perizie. Alcuni esperti forensi contraggono contatti diretti e personali con avvocati che possono essere coinvolti in casi che richiedono una certa professionalità: alcune di queste persone hanno a che fare con specifici avvisi su come gli avvocati presentano effettivamente il caso. Possono elencare alcuni rilevanti testi o articoli, o fornire pubblicità agli avvocati. Se non possono e non riescono a mettersi in contatto direttamente con l’avvocato, bisogna cercare di farlo tramite terzi, come segretarie, tirocinanti, investigatori privati e utenti. Professionisti che sono esperti forensi e psicoterapisti hanno l’opportunità di stabilire e coltivare relazioni con avvocati che seguono utenti per bisogni e servizi legali e mantenere la comunicazione nell’andamento dei casi. Ciò non implica che il terapista potrebbe decidere primariamente di stabilire qualche relazione se ci fosse l’intenzione, invece, l’attività di arbitraggio potrebbe essere svolta solo quando il cliente ha bisogno di servizi legali e richiede esplicitamente informazioni dell’operatore. Solitamente, il terapista potrebbe non servire nel ruolo di perito del caso ma in successive occasioni questi professionisti potrebbero avere l’opportunità di rivelare agli avvocati i propri interessi e capacità, magari per farsi degli amici. Molti esperti forensi, comunque, trovano questi approcci come qualcosa di disgustoso o simile ad una “corsa in ambulanza”. Preferiscono autoreclutarsi con gruppi e organizzazioni che agiscono essenzialmente come agenti per i propri servizi e lasciano ad altri di occuparsi di marketing.

 Organizzazioni forensi di marketing

Molti assistenti sociali si appoggiano ad organizzazioni i cui scopi sono di fornire risorse esperte. Queste organizzazioni custodiscono database di persone che forniscono rilevanti informazioni agli avvocati, compagnie di assicurazione, istituzioni governative e di mercato. Centinaia di queste organizzazioni sono dislocate attraverso in tutte le città; alcuni forniscono servizi ed avvocati dentro un’area metropolitana, mentre altre organizzazioni hanno un raggio più ampio. La più ampia di tali organizzazioni mantiene contatti con centinaia di esperti che rappresentano ogni questione dove le azioni legali possono essere coinvolte, per es. l’associazione nazionale di consulenti esperti ha come indice principale circa 4500 contatti; ciascun ingresso è seguito da dozzine di prossime specialità professionali. Una manciata di soggetti include ingegneria domotica, colonie estive, analisi di sinistri stradali, sicurezza urbana, contabilità, finanza, igiene, fotografia, podologia, etc. Dentro ciascuno di questi soggetti sono ricoperte specifiche questioni per es. la progettazione della sicurezza sul lavoro, la qualità dell’alimentazione, la prevenzione dei terremoti o altri disastri, la cooperazione internazionale, etc. Per scoprire gli esperti più appropriati nelle prestazioni desiderate, l’avvocato potrebbe cercare nel data base, trovare i nomi dei periti dentro la dovuta specialità e chiamarlo direttamente. L’organizzazione riceve un compenso principalmente da coloro i quali hanno referenze e credenziali che sono elencati nei data base. L’esperto paga una retta annuale ed è solitamente elencato in uno o più schede. Molti periti hanno competenze che riguardano più di un soggetto per area, così che essi possono essere trovati in tutte le categorie dove ciò è appropriato. Se offrono i propri servizi in più di una regione geografica possono anche essere ascoltati lì se vorranno andare a fornire i propri servizi. I loro stipendi dipendono da ogni elenco richiesto. Avvocati e altri che hanno provato i servizi solitamente non pagano le organizzazioni professionali, eccetto quando acquistano un libro che contiene nomi o credenziali di un perito. Molte compagnie forniscono questi libri ad avvocati senza gratifiche, come ad es. per motivi propagandistici. Le copertine delle pubblicazioni di questi materiali stanno rapidamente aprendo la strada all’uso di internet che rende possibile utilizzare l’aggiornamento delle informazioni e di utilizzare valutazioni incrociate per allocare piccoli gruppi di esperti che ricoprono molti dei criteri già visti. Molte organizzazioni rendono le loro liste accessibili ad avvocati e altri che hanno interessi per accedervi. Una volta che il perito viene contattato da una avvocato, l’organizzazione di pubblicità forense termina il suo compito. Qualsiasi negoziato circa le parcelle, salari o considerazioni di natura temporale sono svolte interamente da esperti forensi e avvocati. Le organizzazioni che hanno avuto una percentuale di denaro non fatturato per i servizi resi sono state considerate essere un cattivo esempio. Le compagnie rispettabili sono ben ripagate per il lavoro attraverso ricevute formali e trasparenti. Si deve inoltre notare che queste compagnie generalmente non assumono alcuna responsabilità per la lealtà di coloro che sono in lista. Evidenziano che ciò dipende dalla persona che assume l’esperto, comunque sono certi di licenziare chi è denunciato da un avvocato o qualsiasi altro che sta violando la norma. Le organizzazioni più diventano specializzate, più sono attente ad accettare specifici standard di qualità.

Competenze della libera professione

 

Da Albano U., Bucci L., Esposito D.C., Servizio sociale e libera professione. Dal lavoro dipendente alle opportunità di mercato, Roma, Carocci Faber, 2008 (sintesi del cap. 4).

> Area consulenziale

• Accreditamento e percorso di valutazione-qualità: nell’orientamento alla qualità dei servizi, con la valorizzazione delle offerte e dei prodotti, entra in gioco la formula dell’accreditamento quale percorso di miglioramento della qualità del lavoro, dell’affidabilità delle strutture, dell’espletamento di una funzione, del problem solving, etc.
• Analisi e gestione della dipendenza: il consulente, nei confronti del servizio sanitario, può svolgere funzioni di ridefinizione della richiesta di intervento e di sostegno nella comprensione di un diverso atteggiamento da assumere nei confronti delle risorse umane, per una gestione più efficace e collaborativa della cultura organizzativa.
• Auto muto aiuto: formazione e gestione di gruppi di auto-mutuo aiuto (AMA) per persone che vivono uno stesso bisogno, problema o status esistenziale e che hanno bisogno di condividere le proprie esperienze. Con la partecipazione al gruppo, l’utente sperimenta contemporaneamente un azione verso sé stessa (auto-aiuto) e verso gli altri membri in un’ottica di reciprocità (mutuo aiuto). Se un utente è riuscito a superare il problema che lo assillava, ha acquisito una competenza che può mettere a disposizione degli altri sulla base non di una formazione asettica ma dall’esperienza vissuta, ecco perché molti ex utenti di servizi diventano poi a loro volta conduttori di gruppi.
• Consulenza sociale: attività condotta ed espressa da un soggetto esperto (consulente) che con una prestazione singola, formula pareri e suggerimenti su argomenti di competenza; rispetto al counseling, non si riferisce ad un rapporto tra il consulente e il cliente finalizzato al cambiamento e, rispetto alla consultation, non è rivolto alla risoluzione di un particolare problema. La consulenza sociale può esprimersi in materia di affidamenti, adozioni, aiuto nella scelta di baby sitter e collaboratrici familiari, disabilità e pratiche burocratiche (legge 104, pensione di invalidità, percorsi di assistenza domiciliare, ecc.).
• Counseling psico-sociale: si tratta di un tipo di colloquio che si pone a metà strada tra il modello socio-assistenziale e quello clinico-medico e che cerca di accompagnare l’utente a ragionare e a decidere da sé; il counseling quindi ha un campo di applicazione più vasto non meno specifico di quello dell’assistenza sociale che, in molti casi, si trova a lavorare in contesti specialistici; si tratta, quindi, più che altro di un supporto pedagogico più che una tecnica in senso stretto.
• Family coach: il focus del coaching è la “competence” professionale. Il coach supporta il coachee (cliente) nel raggiungimento dei suoi obiettivi professionali sia approfondendone il senso che hanno per la persona, sia migliorando l’efficienza della performance per raggiungerli. Il cliente viene accompagnato in un percorso personalizzato per lo sviluppo ottimale delle proprie competenze relazionali professionali e motivazionali utilizzando le sue specifiche potenzialità (Associazione Italiana Coach Professionisti). I genitori vengono per chiedere aiuto su come educare i figli, gli insegnanti per chiedere come approcciare coi minori difficili.
• Fundrising: accanto ai fund raiser che lavorano stabilmente all’intero di organizzazioni nonprofit vi è il consulente della raccolta fondi, ovvero colui che svolge attività di consulenza presso organizzazioni non profit. I suoi compiti possono riguardare sia la stesura di un piano strategico di raccolta fondi sia lo svolgimento operativo della raccolta fondi attraverso strumenti come il mailing, il telemarketing, gli incontri faccia a faccia con i potenziali donatori. Il consulente della raccolta fondi in Italia svolge attività come libero professionista e/o come partner di studi di consulenza (Wikipedia).
• Gruppi di parola per figli di genitori separati: servizio rivolto a un gruppo di bambini dai 6 ai 12 anni che si possono confrontare tra loro rispetto alla separazione dei loro genitori. In un Gruppo di Parola i bambini possono avere uno spazio tutto per loro per parlare dei loro vissuti rispetto alla separazione, più o meno recente (humantrainer.com)
• Mediazione familiare: uno spazio di incontro in un ambiente neutrale, nel quale la coppia ha la possibilità di negoziare, attraverso un “documento d’intesa”, le questioni relative alla propria separazione, sia negli aspetti economici che relazionali sia nella ricerca di soluzioni reciprocamente soddisfacenti con particolare riguardo all’interesse dei figli; la mediazione, rispetto alla psicoterapia, non esplora le percezioni né il passato della coppia.
• Mediazione penale: mette in collegamento colpevole e vittima su una piattaforma di comunicazione e di ipotesi di accordo circa la riparazione che può essere intentata per produrre effetti nell’esecuzione penale, specialmente in ambito minorile.
• Parent coordination (facilitazione genitoriale): il coordinatore fornisce gli strumenti di cui i genitori hanno bisogno per comprendere e valutare le proprie esigenze personali, sociali, emotive, intellettuali e fisiche dei loro figli (…) Il coordinatore genitoriale deve avere competenze che gli permettano di essere attento e analitico, di non farsi prendere dal panico, di essere più attento alle questioni veramente importanti piuttosto che alle questioni meramente urgenti, di essere in grado di identificare modelli nelle informazioni disponibili e modelli del fallimento (Mazzoni, 2014).
• Parent counseling and training: si occupa di problematiche relative alla coppia, adolescenza, sessualità, gravidanza e in parte si occupa di attività legate all’adozione e alla preparazione di coppie che fanno domanda di adozione. Si occupa, inoltre, di attività di promozione, educazione sessuale con le scuole.
• Programmazione e progettazione: il nuovo welfare (welfare mix) contiene degli strumenti essenziali ed indispensabili per la costruzione di servizi sia per l’interlocuzione tra privato e pubblico sia per le valorizzazioni professionali nel settore socio-assistenziale e socio-sanitario; saper progettare, pianificare o programmare, fa uscire gli assistenti sociali dall’isolamento e li riscatta da funzioni e posizioni residuali nei gruppi di lavoro e ancillari ad altri operatori più forti.
• Segretariato sociale: servizio di informazione sulla situazione delle risorse e dei servizi pubblici, privati e misti, a disposizione dei cittadini, oltre che sulle modalità per accedervi.
• Selezione del personale: strumento di accesso del collaboratore all’impresa mediante una visione culturale, cioè, non tanto sulle capacità di adattamento quanto piuttosto sull’aderenza alla mission ed agli obiettivi dell’organizzazione; non si tratta solo di assumere personale ma di scegliere le persone più idonee ad un certo compito e su cui l’impresa stessa può, con maggiore efficacia, fare investimenti di quel tipo.
• Servizio anti violenza: centro di ascolto per le donne vittime di maltrattamenti in seguito ai quali è possibile prenotare una serie di incontri per aiutare l’utente a decidere se rimanere o separarsi dal partner; il servizio contempla anche il sostegno legale, psicologico e orientamento al lavoro. L’obiettivo è di indurre le donne ad allontanarsi e a denunciare l’aggressore, se la donna non agisce dopo due o tre incontri, si segnala il caso alla procura. La casistica riporta poche denunce ma anche in presenza di figli, il trauma interviene a causa della violenza assistita.
• Sportello anti mobbing: il mobbing è considerato dall’Inail “malattia professionale” ed è classificato come tale dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Il servizio offre assistenza medica e legale contro il mobbing sul lavoro ed ogni altra forma di prevaricazione (bullismo, bossing, stalking, etc.).
> Area comunicativa
• Giornalismo sociale (pubblicistica): settore d’informazione che si occupa di problematiche sociali, talvolta denunciando al contempo disservizi e abusi, un campo che spazia dalle dipendenze ai grandi problemi socioeconomici dei paesi in via di sviluppo passando per tutte le iniziative di volontariato e del mondo del no profit e delle ONG.
• Consulenza comunicativa: attività tendente all’educazione ed alla formazione dei cittadini ad adottare comportamenti positivi, alla crescita di visibilità e di legittimazione dell’ente pubblico accreditandolo maggiormente verso l’utenza, alla motivazione del personale ed alla crescita della cultura del servizio, al miglioramento dei flussi informativi interni e della componente relazione nell’erogazione delle prestazioni, es. Urp, ufficio stampa, portavoce, Carta dei servizi.
> Area formativa
• Formazione professionale: elaborazione e trasmissione dei dati di conoscenza attraverso la quale è indotta la Ricerca, considerando il Sapere stesso non come statico ma bisognoso di continua evoluzione ed approfondimento; implica un certo numero di applicazioni operative, target ed elementi strategici:
– altri assistenti sociali: fornisce pacchetti formativi di secondo livello per l’acquisizione di abilità in particolari ambiti, nonché nella supervisione;
– altri operatori: si impegna nella formazione per agire su soggetti diversi;
– care-giver informali: interviene per creare un minimo di capacità a saper gestire una relazione di aiuto;
• Formazione intellettuale: riguarda in primo luogo l’induzione del processo dell’accumulo scientifico ed in secondo luogo la sintesi tra teoria e pratica;
• Formazione psichica: risponde ad un bisogno di sostegno alla gestione del ruolo di attore di aiuto e della formazione di base di chi sarà deputato ad agire nei servizi alla persona;
• Docenza universitaria: si tratta di un’esperienza avviata fin dall’apertura delle prime scuole per assistenti sociali (Clinica del lavoro, Istituto di igiene, previdenza e assistenza sociale, San Gregorio al Celio, etc.). Alle prime lauree, si sono aggiunte le scuole di dottorato di ricerca, regolamentate dalla L. 03.07.1998 n. 210, con l’obiettivo non solo di preparare nelle diverse discipline ma di stimolare la ricerca e la sperimentazione nel servizio sociale.
• Insegnamento nelle scuole medie superiori: malgrado le caratteristiche e peculiarità dei percorsi accademici e le competenze acquisite dai rispettivi laureati, i titoli di accesso alle scuole di specializzazione per l’insegnamento secondario (Dm 9.02.2005 n. 22 tab. A), non comprendono le lauree di Scienze del servizio sociale né delle specialistiche.
• Supervisione professionale: processo di riflessione, apprendimento, verifica e valutazione che si sviluppa, attraverso la relazione tra un professionista esperto e uno o più operatori del settore, durante il percorso formativo nel corso dell’attività professionale; non si tratta di controllare nessuno né di assumere decisioni per altri ma di esplicitare i problemi vissuti e forzarsi di trovare delle soluzioni condivise.
> Area giuridica
• Giudice onorario: la loro qualificazione ed esperienza scientifica è indispensabile per leggere le trasformazioni psicologiche, sociali e fisiche che il minorenne vive e per consentire al collegio giudicante, molto più incisivamente e tempestivamente di quanto potrebbe fare una consulenza, di garantirgli una tutela reale sotto il profilo della sua crescita complessiva.
• Consulenze d’ufficio o di parte: nel processo civile il consulente assume un ruolo per la ricerca e la ricostruzione dei fatti e/o di quelle situazioni nelle quali sono necessarie particolari cognizioni tecniche e scientifiche che il giudice non possiede; il consulente tecnico di parte, invece, è una persona di fiducia scelta dal cliente con il quale ha un rapporto privilegiato.

• Perizie e consulenze criminologiche: il codice di procedura penale prevede, all’art. 233, l’ammissibilità di una consulenza tecnica, fuori dai casi di perizia, lo svolgimento della quale, diversamente dalla perizia, presuppone necessariamente il consenso dell’imputato, anche ove venga richiesta da una parte diversa