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Guadagnare in sé

Gentili A.M., Appunti per una lettura spirituale degli scritti di S.Antonio M. Zaccaria, Roma, Edizioni dei Padri Barnabiti, 1980, pp. 122-124.

Guadagnare in sé, p. 122.

« Dov’è quella carità…?! ».
La spiritualità zaccariana stabilisce tra il guadagnare in sé e il guadagnare negli altri una strettissima correlazione, che vediamo sintetizzata nella consegna programmatica: « Edifichiamo e noi e gli altri a Cristo » (Lettere, p. 64. In termini analoghi, il fondatore si esprime nelle Costituzioni, p. 295: «Cerca sempre di aumentare quello che hai incominciato e in te e negli altri, perché la sommità della perfezione è infinita »).
Guadagnare in sé significa compiere il programma di « vittoria di se stessi », in cui si riassumeva l’ascesi dei primi paolini.
Le angeliche saranno in condizione di « annunziare la vivezza spirituale e lo spirito vivo dappertutto », solo se si « ritroverà in loro esser fatto guadagno », solo cioè se si saranno così interiormente perfezionate, da poter affermare, come diceva il loro padre: « Imitatores nostri estote, sicut et nos Curisii » (1 Cor 11,1) (Cf Lettere, pp. 50 e 52).
Lo Zaccaria riassumerà con efficacia questo suo convincimento, in una frase delle Costituzioni: « Le cose divine non si pertrattino ( = non siano esercitate) se non dai divini » (Costituzioni, p. 295). Per questo, chi vuol guadagnare il prossimo, deve essere già egli stesso guadagnato a Dio.
Antonio Maria raggiunge le sue « dolci anime » (Lettere, p. 55) da poco stabilitesi a Vicenza, per la prima grande missione, con la rinnovata raccomandazione: « Guadagnate in voi e nelle altre » (Ivi, p. 57).
Fra le altre, cui barnabiti, angeliche e coniugati consacravano la loro opera riformatrice, c’erano le « Convertite » del monastero di s. Maria Maddalena. A una di esse, certa Donna Lucrezia, lo Zaccaria trasmette questo messaggio:
« Vorrei che assomigliasse % me: che non solo cercasse di guadagnare in lei (il che sarebbe poca cosa), ma che guadagnasse anche nelle altre » (Ivi, p. 57).

Guadagnare gli altri, pp. 122-123.

Guadagnare negli altri significa suscitare nel prossimo frutti di grazia e di santità. Ora, è tenace convinzione dello Zaccaria e dei primi suoi seguaci, che « l’amore del prossimo causi l’amore di Dio e lo mostri » (Sermoni, p, 166). È pertanto all’interno della vita apostolica che barnabiti, angeliche e coniugati trarranno alimento costante al proprio impegno di santificazione. Ce ne offre una precisa testimonianza la vicenda spirituale della Negri, così come viene descritta dallo stesso Zaccaria nella lettera vergata, a nome dell’angelica, per messer Francesco Cappelli.
Nonostante che il fondatore riconosca generosamente alla sua « spirituale guida » (Lettere, p. 87) il carisma di « guadagnare a sé e ad altri qualche nuova cosa », qualche buon frutto spirituale, anche quando sembrava inoperosa (Cf Lettere, p. 72), dobbiamo tuttavia prendere atto che la « Divina Madre » attraversò un periodo in cui « era stata spessissimo occupata nel prossimo e non aveva guadagnato niente » (Via de Aperta Verità, p. 57r).
Presa da scoraggiamento, in quella sua tipica sensibilità « dubbiosa e oscura » (Ivi, p. 70), perse « pian piano (…) il primo fervore (…) di guadagnare il prossimo » e, di conseguenza, perse anche « il lume e la cognizione » della propria vita interiore, « volendo guardare i quali spesso negli altri — così scrive — attraverso i loro aggiornavo i miei, e la certezza [del loro buon andamento] in fatto esperimentata da me negli altri, mi assicurava dei miei ». « E minor male mi sarebbe stato, nel sollecitare gli altri [alla perfezione], Tessermi in parte impolverata, ritenendo [però] il detto lume, che [non] lasciando loro, aver perso quello, che mi dava la vita interiore e all’ultimo mi avrebbe mondato di tal polvere ». « Sicché — conclude — ho preso confidenza di perdere tutta me stessa e attendere all’utilità interiore del prossimo. E così spero clic, guadagnando in lui, il bel Crocifisso mi restituirà il lume e il fuoco che mi tenevano viva »

 

Non perdere il tempo in frascherie, pp. 123-124.

L’esperienza della Negri ci porta a una duplice serie di considera zioni, che non sono farina del nostro sacco, ma che ritroviamo pari pari nelle fonti della nostra tradizione spirituale.
Anzitutto, ripeteremo con gli Atti capitolari del 5 maggio 1548, che bisogna «cercar per l’onore di Dio di spendersi nel prossimo, c quiinlo più la persona si spende per [gli] altri, tanto più plenitudine di spirito riceve » (Atti capitolari, 18 maggio 1548, S II 58v).
Quest’affermazione riecheggia un’esortazione di fra Battista, che i primi paolini ritrovavano, a esempio, nelle pagine dell’Aperta Verità, dove il domenicano invitava ad « affocarsi nell’amore divino e del prossimo », persuaso com’era che, affocando gli altri, ci si sarebbe scaldati anche noi.
Se le cose stanno in questi termini, allora il vero problema consisterà nel « non guardare se non al prossimo, posponendo ogni propria utilità, credendo che ci sia di gran guadagno il non credere a noi stessi, purché si cerchi l’altrui guadagno » (Lettere, p. 51).
Una volta che la parola d’ordine è: « spendi il tempo tuo in aiuto del prossimo » (Sermoni, p. 119), lo Zaccaria può ben scrivere alla priora delle angeliche operanti in Vicenza:
« Non state a perdere il tempo in frascherie di voi stesse ( = in oziose faccende personali). E sebbene vi vedeste (= vi giudicaste) un demonio e posta non nell’acqua né nel fango soltanto, ma in un necessario di spuzza ( = in una latrina), qual vi paresse essere di voi stessa, non badateci, ma estendete ogni vostra opera a operare in quelle persone quali vi sono state affidate e che il Crocifisso vi affiderà di ora in ora » (Lettere, p. 56).
Non diversamente si era espresso Antonio Maria scrivendo a Giov. Giacomo Piccinini, l’indomani della morte di fra Battista da Crema:
« Basta, ed è troppo, che andiamo per la via della Croce, nella quale importa solo il conoscere che [cosa] sia vizio o virtù, [se] fare o lasciare una cosa; e po:i; estinguendo ogni infruttuosa curiosità, mettiamo le mani in operare » (Ivi, pp. 47-48).
Solo « preponendo sempre l’amore degli altri a ogni nostra soddisfazione » (Cf Lettere, p. 59) e quindi a ogni morbosa attenzione al proprio stato d’animo spesso depresso o inappagato, il discepolo dello Zaccaria potrà spendersi per gli altri e guadagnare per sé.
Lo stesso fondatore si era dovuto sbarazzare della « irrisoluzione e negligenza » (Lettere, pp. 28 e 31) — e aveva invitato i confondatori a fare altrettanto —, per poter « correre come matti verso il prossimo » (Cf Lettere, pp. 35-36).

La formula dei chierici regolari

Da quanto siamo venuti dicendo, si può facilmente dedurre in quale rapporto stiano vita religiosa e sacerdozio, due realtà che i chierici regolari istituiti da Antonio Maria intendevano fondere armonicamente.
Chiariremo questo aspetto con alcuni riferimenti agli Atti capitolari, non mancando di rilevare come si tratti di un’applicazione particolare del rapporto tra dimensione mistica e dimensione apostolica della propria fede, o, se si preferisce — per stare nel linguaggio delle nostre fonti — tra vita attiva e vita contemplativa.
Ecco dunque, in modo schematico:

1. Secondo la convinzione dei primi paolini, la professione religiosa assicurava al sacerdozio nutrimento di santità vissuta. Per questo affermavano: « Prima si faccia frutto di noi stessi e poi nel prossimo » .
In modo analogo, si esprime un altro testo: Si faccia « un vero fondamento in noi stessi, prima che ci spendiamo nel prossimo » (Atti capitolari, 15 mag. 1551, S III, 17v).
2. D’altra, parte, gli ordini sacri venivano concessi quando si era certi, che avrebbero giovato alla santificazione personale, oltre che, s’intende, a quella del prossimo. « Fu fatto capitolo generale sopra messer Giovanni Maria, se doveva tor (= prendere) il presbiterato, ed esaminato e interrogato, poiché fu conosciuto che lo terrebbe con bassezza e con guadagno, fu concluso di sì » (Ivi, 5 fipr. 1547, S 11, 37v).
L’espressione che però sintetizza come le famiglie zaccariane vivessero in profonda unità l’impegno della perfezione evangelica e l’apostolato, è forse quell’« esercitarsi in sé e nel prossimo » che troviamo di frequente nella nostra letteratura.
« Esercitarsi » è vocabolo tecnico, che indica la vita d’ascosi. Ebbene, lo stesso apostolato rientra all’interno di un diségno di perfezionamento personale che non si può esaurire nell’esclusiva ricciva di ll.i propria santificazione, ma che comporta anche la ricerca insonne della salvezza altrui.

 

Che cos’è un asilo d’infanzia

 

Persico F., Scritti e lettere scelte di Alfonso della Valle di Casanova, Napoli, Marghieri, 1878, pp. 79-87.

Avete mai visto un Asilo d’infanzia? Se non avete mai visto, andateci domani, e vi sentirete commuovere dentro, fino alle lacrime; vi parrà una cosa nuova, questa che chiamano: Asilo d’Infanzia. Ci prenderete amore, ci tornerete spesso. E allora, facendoci 1’occhio, sapete che altro avverrà ?
Voi ci troverete mille difetti, mille ragioni che vi faranno maravigliare dell’ amore che ci avete preso; e, nonostante, li amerete ancora. Perche tanto innamorarsene tutti? e poi anco venuto quasi il disinganno amarli ancora? Ecco: io credo che lo Asilo d’infanzia innamori tanto di se, non per se, ma per un pensiero novo che ci si trova; si trova in esso soltanto, ma come forma a cui l’Asilo non è materia che basti. E però tutti ameranno gli Asili; e coloro che più s’intenderanno ol’Asili, più si domanderanno: ma che cosa c’è insomma ? E, frattanto, più gli ameranno.
Che cosa è questa forma nuova che sì manifesta nell’Asilo d’infanzia?
Io premetto che dirò liberissimamente ciò che penso intorno a questa materia, e senza intenzione d’ offendere nessuno. Dico liberamente, per due ragioni: la prima è ch’io sono pienamente convinto di ciò che dico; la seconda è ch’ io sono anco convinto di non essere autorevole in queste materie. Le ho sempre avute care, da giovinetto; ma solo per il bene che mi producono in me, per la pace che mi davano all’anima. Non temo d’offendere alcuno, e anco questo per due ragioni: la prima, che essendo 1’educazione de’ figli la cosa più importante che sia al mondo; e non essendoci ancor al mondo, dopo seimila anni, nessuna cosa più incerta e più varia di questa, ciò prova che chi accusa di non sapere educare, dice ciò di che ogni uomo onesto dev’essersi accorto; la seconda clr io non parlo della tale o tal’ altra scuola, nò del tale o fcil’altro padre, che, per loro buona ventura, abbiano saputo educare, ma d’ima necessità paterna o scolastica che partorisca la buona educazione.
E questo appunto, io dicevo, mi pare che abbiano fatto gli Asili.
L’ Asilo, si può dire, è buono in tutti gli Asili. Perchè ?
L’Asilo prende 1’anima del bambino, appena che incomincia a parlare, tanto presto che 1’aggiunto che si dà a questi Asili esprime il tempo che il bambino non parla ancora, e la dà ad una donna, a un cuore di donna, di madre. Io non ho visto Asilo dove la donna, che chiamano così malamente maestra e direttrice, e che noi con senso più giusto chiamiamo educatrice, dove, dico, non ami i suoi bambini. Qual’è il codice educativo di queste donne? Qual’è? domandate alla madre che ha il suo carino in braccia, perchè lo ama? perchè, amandolo, vuole che doventi buono, che sia felice ? Come fa, volendolo buono e felice, per riuscirci ? Ecco il codice della donna d’ Asilo. Io so che dei doveri materni s’è lutto de’libri; e de’dovéri, delle Educatrici d’Asilo s’è fatto migliaja d’ articoli di regolamento. Ma que’ libri e que’regolamenti o sono cosa da ridere, o li ha dettati il cuore più interno e quasi una inconsapevole divinazione della madre e dell’ educatrice. Il codice ond’educa la madre in famiglia, e l’educatrice in Asilo, è il suo cuore; cioè la natura; cioè Dio.
Andiamo avanti. La madre che ama suo tìglio, e che lavora in esso gli estri del suo amore, è contenta se uno le possa dire: ecco tuo figlio ti verrà ingegnoso, oppure erudito, oppure immaginoso?
È possibile che quel suo amore pensi i confini del desiderio che desidera ai figli? Ci sono confini all’amore di madre? Anzi, ci sono confluì di quelle cose tra sé? Chi spezza in parti lo spirito? Chi ha detto che le facoltà dello spirito sieno insieme come le dita della mano, o l’altre parti del corpo? Il senso del bene che persuade la volontà e l’innamora, non è pensiero? La verità che persuade e innamora la mente, non è affetto?
Ecco la forma educativa che traluce, fuori della famiglia, nell’Asilo, e non traluce che all’Asilo. Educa la natura, educa tutto l’uomo. La natura, cioè Dio; tutto l’uomo, cioè la creatura di Dio, creata a pensare il bello, ad intendere il vero, a volere il bene, che sono, bello e vero e bene, una cosa cioè Dio.
La bontà di questa forma educativa non è voluta da chi l’ordina o 1’esegue; ma è necessità dell’Asilo. E come carta accostata al foco, la brucia. La madre che educa sta con l’orecchio teso sopra il suo cuore , e quando amore spira notti, ed a quel modo ch’ei detta dentro, va significando. Quel suo amore che ne deriva nell’atto dell’educare, è così pieno, così molteplice, così immenso; abbraccia, alimenta e riscalda e ricrea tutta l’anima! È un amore che venera l’amato. È radice del vero rispetto della dignità umana: non di quello che rispetta la propria, ma l’altrui. Uno fa rispettare la dignità d’Adamo in se; un altro rispetta quella di Cristo nè fatto, da coloro che fanno gli Asili: ma sta nella buona realtà dell’Asilo considerato in se medesimo. L’anima umana ne’ bambini si presenta, non ancora come individua, ma come specifica. Quel cuore, quell’ingegno tenerelli non hanno un volto in ciascuno, ma sono come uno in tutti. E non hanno, nemmeno come uno in tutti, un volto d’oggi; ma sono come una divinazione e un incognito indistinto, d’ un pensiero ed una volontà indefinita, indefinita ed insieme attuale: sono il pensiero, la volontà. Anzi sono pensiero volente, e volontà pensante, e da questi due termini di questa imagine umana della Trinità divina procede la bellezza. Questo è 1’anima umana, quand’ella esce l’altrieri dalle mani di Dio. Ora sentite. Avete mai visto ima bella fanciulla che poi, dopo dieci anni, avete visto bella donzella? Vi ricordate che quando uscì di puerizia le si scomposero nel viso quelle fattezze che, non bene sicure nè certe nessuna, pure armonizzavano insieme, e aveano come un senso e una divinazione d’ una bellezza certa e diffìnita e proporzionale, che poi le ritornò, ponghiamo, ai diecisett’armi? Ma allora, iodico, si scomposero tutte, e l’ama crebbe a danno dell’ altre, e vi fu chi vergendola allora la disse brutta? Ora altrettanto avviene delle facoltà dell’ anima umana. Quell’essere, in quanto al termine loro, non individuali ma specie, quel1’essere non mutabili e successive ma atto, è come la sapienza dell’anima fanciulla; sapienza non avvertita, non riflettuta. Poi si rompe quella loro armonia divinatrice, e l’una facoltà si svolge a danno dell’ altre.
Sapete chi sono i sapienti veri? Coloro che, ai loro diecisett’anni dell’anima, ricompongono quella armonia iniziale; quel, vorrei dire, ultimo vestigio della mano di Dio che ha lavorata l’anima umana a sapienza. Ma non la volle bella come il fiore e 1’aurora che son belli solo per lui: volle che l’uomo si ricreasse da se, sì riarmonizzasse da se, e gli diede 1’arbitrio. Gli disse: vedi in te stesso bambino la sapienza augurata: compila, adulto.
Ora tutta 1’ educazione umana è indiritta a quell’ora. All’ora che la coscienza dell’uomo si desta, e sente l’arbitrio: e cade da quella armonia e composizione di facoltà attive dell’anima che sono come luce d’ aurora al sole die succede, e deve volerla rifare da se. Capire quel1’ufficio dell’ educazione, cioè questo debito avvenire dell’ uomo, aiutarlo a compiere, ecco il problema.
Sventuratamente proprio allora, allora che incomincia la separazione intima delle facoltà , allora che il verbo educativo più dovrebbe secondar la natura cioè Dio, ajutar tutto l’uomo cioè tutta la creatura di Dio, allora avviene il contrario: e il problema non saputo sciorre dal maestro, fa difficile la soluzione allo scolare.
Solo il sapiente è 1’educatore quel giorno: la verità di chi insegna, la bellezza, s’egli non è sapiente, non sono bontà. E un vero ed un bello che non sieno bene, seno un coltello anatomico che taglia in pezzi lo spirito: e lo spirito tagliato in pezzi muore, e lo spirito morto (e il mondo n’ è un cimitero) attestano che il mondo, dopo seimila anni, non sa educare.
Che possono in questo gli Asili? Una sola, utilità hanno gli Asili: una sola, solissima. Quella d’impedire che gli anni, ch’io chiamerei divini dell’uomo quelli della sapienza istintiva, naturale, divinatoria, augurale , non sieno innanzi tempo minacciati di morte da un seme che guasti e corroda le radici dell’ albero futuro. E questo lo fanno gli Asili; e se non facessero che questo, basterebbe pure. (Benché molti non intendano nemmeno questo: e dico coloro che non s’appagano deir Asilo, se non quando è numeroso, ed è scuola; cioè quando invece di allontanare e d’indugiare il male, lo anticipa e se ne fa interprete esso medesimo). Ma 1’Asilo fa qualcosa di meglio non solo impedisce il tarlo che si genera a piedi del tronco, ma prepara il solco ed il seme della sapienza seconda; abitua la coscienza che sorge, come la parala della balia abitua e quasi crea la favella del lattante.
Questo fanno gli Asili. Sono strumento, perciò, della mente di Dio, e rispondono all’ ordine morale dell’ universo. E da ciò la quiete e l’amore che svegliano in chi va e li rimira. Quiete ed amore che non sarebbero succeduti da quel secondo momento eli’io ho detto di sopra, se gli altri gradi dell’educazione dell’uomo fossero armonizzati con questo: ma non essendo, accade come a chi avesse incominciati mille metri di una strada ampia o arborata, e ha smesso l’opera: dice chi li percorre col piede, va per spingere avanti lo sguardo, e lo sguardo gliele rimandano addietro un vicoletto che ci si lega, o il muro che traversa 1’uscita. Io non pretendo che 1’uomo debba avere un solo maestro, e questo una sola scienza; cioè la sapienza. Anzi dico che la sapienza è conclusione: è un’idea sola, che abbraccia tutte 1’altre, ma alla quale s’arriva dall’altre. Ci s’arriva diversamente; chi da una, chi da dieci; chi da queste, chi da quelle. Quello che pretendo, e mi pare indispensabile, è questo: che ciascuno che insegna sia per se sapiente, cioè sia arrivato a quella conclusione; o per la via del vero delle matematiche, o delle metafìsiche, o del bello letterario, o dell’ artistico. Ci sia arrivato, dico; ed è anche troppo. Sicché mi limito a pretendere che egli arrivatoci o no, non impedisca altrui d’arrivarci. E questo mi pare cosa facilissima a ottenere; giacché io stimo che niente impedisca, se non la coscienza di stare impedendo e la volontà d’ impedire. Il resto no: chi si svia a caso, chi dubita con sincerità di animo, quegli non tarderà a rimettersi in via da se, nè ad affermar la conchiusione da sé.

Una proposta sull’emigrazione all’Umanitaria di Milano

La società umanitaria: 1893-1963, Fondazione Prosperò Mosè Loira, Società Umanitaria, Milano, 1964.
 
Una proposta sull’emigrazione all’Umanitaria di Milano (p. 57)
 
A costo di ripetermi più volte, desidero di ripresentare nel Corriere della Sera, in una forma più esplicita, la proposta da me già fatta, quasi di sfuggita, all’Umanitaria di Milano, a proposito della emigrazione. Due sono, a mio avviso, i problemi principali, che l’emigrazione in America presenta in questo momento fra di noi: 1. Che cosa sarà di quelle province, specialmente del Mezzogiorno, da cui la popolazione agricola parte in massa col proponimento di non più tornare in patria? 2. Che cosa sarà invece di quelle da cui parte con intenzione di raccogliere un discreto capitale, per tornare a vivere in Italia, in migliori condizioni? Del primo problema, forse più grave, ma che ha minore estensione, non voglio qui occuparmi. Mi fermo invece al secondo, che si può dividere in altri minori. E di alcuni di essi solamente voglio ora parlare. È meglio prendere le questioni una alla volta. Il fatto principale, che richiama la nostra attenzione, è quello dei molti milioni di lire che la emigrazione manda o porta a casa. E questo in alcune province sta promuovendo una vera trasformazione, quasi una rivoluzione economica (…) Questo è un fatto generale, notissimo, che segue su larga scala così nel nord come nel sud. La conseguenza inevitabile è che il lavoratore avrà dal capitale, con tanto sudore raccolto, il terzo della rendita che dovrebbe avere. Si aggiunga che questo emigrato, il quale in America ha fatto il minatore, il muratore, lo sterratore, e non il contadino, è tornato a casa con le cognizioni agricole, preadamitiche, che aveva dieci o quindici anni fa, quando si decise a partire, e quando l’agricoltura non aveva fatto fra noi i progressi che ha fatti ora. Corre perciò il pericolo di essere schiacciato dalla concorrenza. Se sopravvengono, come segue assai spesso, una o più cattive annate, egli dovrà cominciare coll’indebitarsi e finire coll’emigrare di nuovo, non dirado anche prima di aver potuto condurre a termine la costruzione della sua casetta. E non mi fermo ad osservare, che se anche tutto ciò non avviene, alla sua morte la piccola e mal sicura proprietà, divisa tra i figli, si polverizza e diviene inutile, resiste faticosamente al peso delle tasse. Ecco quello che avviene lasciando come noi facciamo le cose a sé stesse. 
 
Scuola pratica di cultura e legislazione sociale (p. 97).
 
Camera del lavoro di Torino e Provincia
Scuola pratica di cultura e legislazione sociale
approvata dalla Società Umanitaria di Milano
 
La camera del lavoro di Torino, sotto gli auspici della Società Umanitaria di Milano, ha istituito presso la propria sede una scuola pratica di cultura e legislazione sociale, collo scopo di fornire agli operai nozioni adatte sulla legislazione sociale, sull’organizzazione  cultura in genere, in modo da renderli capaci di occupare degnamente le amministrazioni proletarie e di partecipare utilmente alle funzioni della vita pubblica. 
Gli ottimi risultati ottenuti durante tre anni di esperienza dalla scuola istituita presso la Società Umanitaria, che ne fu l’iniziatrice, ci hanno consigliato di accogliere le norme ed il programma e a concretare colla benemerita Fondazione Loira tutti quegli accordi ed intese, suggeriti dal desiderio comune del maggior possibile giovamento al proletariato. 
È nostra speranza che numerosa schiera di allievi, assidui, diligenti, volenterosi, dimostri col fatto che la nostra iniziativa è poggiata sopra solide basi, cioè la convinzione negli interessati della sua pratica e reale utilità.
Il corso è biennale e comprende le seguenti materie:
 
Primo corso
 
Elementi di economia politica – dott. Virginio Gaida (10 lezioni)
Cenni storici sul movimento operaio – Prof. Roberto Michels (10 lezioni)
Malattie ed igiene del lavoro – Dott. Giulio Casalini (10 lezioni)
Principi di diritto commerciale – Avv. Michele Berardelli (10 lezioni)
Elementi di contabilità – Rag. Luigi Passoni (12 lezioni)
Infortuni sul lavoro e contratto di lavoro – Avv. Mario Lorenzoni (10 lezioni)
 
Secondo corso
 
Assicurazioni sociali e prevenzioni infortuni
Cooperazione e mutualità
Rappresentanza professionale
Legislazione sociale
Lo Stato e le pubbliche amministrazioni
L’organizzazione professionale
 
Norme
 
Le lezioni avranno principio ai primi di febbraio 1909, saranno tenute nei locali della Camera del lavoro di Torino, corso Siccardi 12 e quando sarà il caso verranno illustrate da proiezioni; un conveniente materiale bibliografico sarà a disposizione degli allievi per le necessarie documentazioni.
Possono iscriversi tutti coloro, uomini o donne, che daranno prova di trovarsi nelle tre seguenti condizioni:
a) fra i 18 e i 40 anni di età;
b) essere attualmente salariato o commesso di aziende private; coprire cariche amministrative o direttive presso qualche associazione operaia;
c) essere socio di qualche associazione professionale, leghe di resistenza, Società di mutuo soccorso, Cooperative di produzione.
Saranno ammessi come uditori tutti coloro che trovandosi nelle condizioni di cui alla lettera “a” intendessero frequentare la scuola a scopo di cultura. 
Le lezioni si impartiranno in due modi:
Sezione a) oralmente alla sera in Torino;
sezione b) per corrispondenza con dispense in cui saranno raccolte le lezioni degli insegnanti.
Le inscrizioni alla sezione A sono limitate al numero di 100 allievi che ne faranno domanda in carta libera corredata da documenti comprovanti che si trovano nelle condizioni delle lettere “a, b e c” e dovranno essere rivolte entro il 10 febbraio 1909 alla Segreteria della scuola, presso la camera del lavoro di Torino. Le inscrizioni alla sezione B sono illimitate e libere a tutti i residenti nel Piemonte. 
Gli inscritti riceveranno regolarmente, a mano a mano che vengono pubblicate, le dispense delle lezioni insieme ai testi di legge che si verranno illustrando e ciò mediante il pagamento anticipato del presso dell’abbonamento in L. 3,00 per ogni corso. 
Gli inscritti dell’una come dell’altra sezione, pagheranno una tassa di iscrizione anticipata di L. 2,00 ed una tassa di esame di L. 5,00 alla vigilia degli esami.
Non è ammessa l’iscrizione contemporanea al primo ed al secondo corso. Con apposito avviso verrà indicato il giorno in cui incominceranno le singole lezioni.
Le prove di esame avranno luogo in Torino saranno ammessi tutti coloro che presenteranno un certificato di identità, vidimato dal Sindaco del luogo di residenza. Gli esami consisteranno in una prova scritta ed in una prova orale e si faranno in un periodo massimo di due giorni.
Agli esaminati classificati secondo il merito sarà rilasciato un attestato; ai non promossi un semplice certificato di frequenza e di iscrizione. Alla fine del secondo corso gli allievi promossi dal primo al secondo corso con esito ottimo saranno ammessi ad una prova finale scritta ed orale da eseguirsi in Milano, presso la Società Umanitaria, in seguito alla quale potranno ottenere l’idoneità al titolo di perito del lavoro; a questa prova non saranno ammessi gli uditori, i quali potranno solo conseguire gli attestati di promozione del primo e del secondo corso o di frequenza o di iscrizione. 
Ai periti del lavoro verranno rifuse le spese di mantenimento in Milano per 8 giorni dopo aver conseguito il titolo, durante i quali visiteranno Stabilimenti industriali, Cooperative, uffici, allo scopo di integrare l’insegnamento tecnico con visite di carattere pratico.
Per il corrente anno è sospeso il secondo corso il quale sarà effettuato l’anno venturo.
 
Torino, 20 gennaio 1909
 
Il direttore Prof. Attilio Cabiati
 
Il segretario Giulio Correggia
 
Temi del II corso (pp. 100-105)
 
Un operaio è stato colpito da infortunio il 15 gennaio 1907. Ha percepito l’indennità per inabilità temporanea e l’indennità per inabilità permanente parziale in base a certificato medico. Ha rilasciato ricevuta a saldo. Dato che la sua condizione di salute peggiorasse si domanda:
 
a) può l’operaio avere qualche altra somma?
b) fino a quale epoca?
c) come deve comportarsi per ottenerla?
d) perché è stata introdotta questa norma speciale nella legge infortuni?
 
Svolgimento
 
L’art. 13 della legge per gli infortuni, stabilisce il diritto nell’operaio infortunato di reclamare la revisione della liquidazione a lui fatta purché documenti che in seguito all’infortunio, liquidatogli, egli ha avuto un peggioramento fisico; oppure dimostri che il primo giudizio sia stato erroneo sia di fronte alla legge che alla scienza medica.
Nel caso specifico l’operaio che è stato colpito da infortunio il 15 gennaio 1907 può reclamare la revisione alla sua liquidazione se questa venga chiesta entro il 16 gennaio 1909 (il giorno in cui l’infortunio avviene non è calcolato) e cioè entro i due anni stabiliti dalla legge. Egli deve presentare un certificato medico che stabilisca che egli dopo la liquidazione fattagli, in conseguenza dell’infortunio ha avuto un peggioramento fisico e quindi una diminuzione nella capacità lavorativa. Egli può adire le due vie quella amministrativa e quella giudiziaria; la legge non fa obbligo di seguire quella amministrativa prima e la legale poi. 
Quindi il certificato medico deve essere mandato o alla società assicurativa o la Collegio dei Probiviri, quando questo esista e quando la somma richiesta non passi le 200 lire o al Tribunale.
L’infortunato può reclamare la revisione alla liquidazione anche quando egli possa dimostrare di avere avuto una liquidazione inferiore a quanto spettavagli, sia perché gli hanno calcolato un salario inferiore al vero, sia perché gli hanno calcolato una percentuale inferiore a quanto egli aveva diritto in base all’art. 95 del regolamento, etc. etc.
Il criterio che ha spinto il legislatore a introdurre nella legge infortuni il diritti di revisione per quello di garantire alle parti – infortunati e società assicurative – la possibilità di non essere imbrogliati. Altra ragione d’indole scientifica si è quella che l’arto colpito da infortunio può migliorare o peggiorare e logicamente diminuire o aumentare la capacità al lavoro dell’infortunato e quindi una modificazione di liquidazione.
In Germania – forse la migliore delle leggi per gli infortuni – la revisione è sempre possibile senza alcun limite di tempo. In Italia siamo ancora all’art. 37 della legge che stabilisce che gli operai che non avessero potuto conseguire l’indennità per insolvenza ecc – la regola si è poi allargata includendovi anche quelli che pur avendo diritto ad una liquidazione superiore all’avuta, non hanno potuto ottenerla perché erano passati i due anni, hanno diritti di usufruire del fondo speciale costituito.
Il legislatore dovrebbe annullare qualsiasi termine al diritto di revisione per le stesse ragioni che lo hanno spinto a stabilire il diritto. 
 
II tema
 
Il candidato in seguito alle visite compiute per dovere d’ufficio ad uno stabilimento industriale, stenda un rapporto all’ispettore del lavoro sulle condizioni dell’opificio in relazione alle leggi ed ai mezzi preventivi e metta in rilievo le eventuali deficienze constatate. 
 
Svolgimento
 
Quale risultante della visita compiuta allo stabilimento metallurgico … mi permetto sottoporle ciò che di più notevole ho potuto rilevare di trasgressivo alle leggi vigenti.
Anzitutto è necessario dividere codesto verbale in tanti periodi, quanti sono i reparti dello stabilimento e cioè: 1° reparto macchinario lavorazione metalli, 2° reparto macchinario lavorazione modelli legno, 3° reparto aggiustaggio e montaggio, 4° reparto verniciatura. 
Rapporto 1°. appena entrato nel reparto la mia attenzione è stata attratta verso un operaio che lavorava alla riparazione di una cinghia all’altezza di una trasmissione (5 metri circa) e sopra una scala non munita dei ganci di sicurezza alle estremità superiori e nemmeno dei talloni dentati di sicurezza alle estremità inferiori. Poi ebbi ad osservare come molte pulegge siano fissate all’albero con chiavette sporgenti e che facilmente possono, appigliandosi agl’abiti dell’operaio, essere cagione di gravi infortuni. I motori elettrici quasi tutti senza ringhiera, cinghie inclinate senza ripari né di cassette né di scalette passaggio e fossette per trasmissioni sotterranee molti punti strettissime.
Ciò però che più ha attratto le mie osservazioni sono le macchine a smerigliare; non abbastanza protetti, data la facilità a spaccarsi delle mole a smeriglia, e con nessun aspiratore per il pulviscolo terribile da dette mole prodotto durante la loro azione.
Fato quest’ultimo gravissimo, quando si pensi che il 75% dei smerigliatori tubercolosi lo sono appunto in causa del sunnominato pulviscolo di smeriglio.
Notata nel reparto la completa assenza di motori propri ad ogni singola macchina e l’uso invece di motori di grande potenza. D’importante, altro, salvo il pavimento un po’ polveroso e la scarsità di sputacchiere. 
Rapporto 2°. Qui disordine completo. Poche macchine, vicinissime, quasi accavallate e banchi per operai altrettanto vicini. Molta polvere e nessun aspiratore e per di più ambiente piccolo; tale, che ogni operaio ha otto metri cubi d’ambiente. Seghe circolari senza nessun riparo e piallatori nella stessa condizione; fatto gravissimo, quando si pensi alla grande velocità che hanno suddette macchine quando sono i azione e la facilità con cui attraggono a sé il legno e molte volte con questo le mani dell’operaio. Come si vede anarchia completa si nel campo tecnico di prevenzione degl’infortuni che in quello dell’igiene.
Rapporto 3°. Mentre l’aggiustaggio soddisfa a tutte le più moderne esigenze essendo gli operai bene divisi, in una bella sala ben pavimentata, bene arieggiata e con ampi finestroni; il montaggio ha un pavimento di terriccio il quale se poco innaffiato e a causa di molta polvere, e se moto innaffiato lascia gli operai sempre all’umidità e perciò soggetti a forme morbose e specialmente reumatiche. 
Anzi debbo dire che a causa di questa umidità si sono appunto verificati in 6 mesi i casi di reumatismo dei quali uno grave; e siccome la cassa infortuni nega agli operai il sussidio d’infortunio, questi hanno citato la ditta davanti alla competente autorità per rispondere di contravvenzione all’articolo 3° della legge sugl’infortuni degli operai sul lavoro.
Rapporto 4°. Di notevole poca aerazione, dato l’odore acuto della vernice fatta a base di lacca, e un fanciullo di 10 anni, perciò inferiore a quanto stabilito dallo articolo 1 legge 19 giugno 1902 n. 242 e 7 giugno 1907 – terzo capoverso, riguardante i lavori pericolosi, troppo faticosi e insalubri, essendo il suddetto ragazzo adatto alla macinazione della lacca; materia pericolosa come tutti sanno non solo per i ragazzi ma anche per gli adulti e che porta a conseguenze gravi quali: coliche e assenza di scariche alvine, saturnismo acuto e cronico, influisce sui canali del sangue e toglie ad essi la regolare elasticità, ecc. ecc.
Per ultimo in una scorsa (occhiata) attraverso spogliatoio, refettorio e lavatoio ebbi a riscontrare che per la mancanza di sorgente naturale di acqua si fa di questa grande economia specialmente per lavarsi. Anzi devo dire che i lavatoi non sono ad acqua corrente, ma invece botti dimezzate, nelle quali l’acqua viene cambiata ogni settimana è questo con grave pericolo per la salute degli operai, esposti continuamente a malattie infettive, le quali anche senza che qualcuno degli operai ne sia colpito, possono per il fatto di qualche taglio o piccola ferita prodotta dal lavoro, e inavvertita, dalla sporcizia dell’acqua stessa nella quale si lavano e tornitori e verniciatori, falegnami ed aggiustatori possono come dico succedere casi d’infezione da portare a conseguenze dolorose. 
Anzi debbo dire, chè, da una piccola inchiesta da me fatta, risulta che appunto per il passato si sono verificati casi d’infezione, ma fortunatamente lievi. Come dissi, questo purtroppo lo si deve a mancanza d’acqua sul posto specialmente nei mesi caldi; mancanza alla quale l’industriale cerca di rimediare con costosissimo trasporto dovendo ricorrere ad una fonte distante parecchi chilometri. Spogliatoio e refettorio in perfetto ordine. Questo quanto ho potuto constatare che serenamente ho cercato di trascrivere. 
La casa del lavoro dei piccoli (p. 133)
La Società Umanitaria con pensiero veramente lodevole, sarà presto in grado di dar vita ad una nuova benefica istituzione la quale sotto il nome di Casa del lavoro dei piccoli provvederà al ricovero di tutti quei giovanetti dell’età dai 12 ai 15 anni, che abbandonati, trascurati o maltrattati dalla famiglia sono costretti a dedicarsi forzatamente al vagabondaggio ed all’ozio, divenendo facili prede del vizio e preparando così una triste falange di giovani reclute alla cosiddetta teppa o losca associazione di malviventi.
Quella dai 12 ai 15 anni è l’età più critica pei giovanetti appartenenti a famiglie incapaci, non solo di educare, ma benanche di esercitare quella necessaria vigilanza sulla loro prole, onde tenerla lontana da ogni pericolo morale.
Né questi padri sono sempre degli ubriaconi o dei criminali; e neppure tutte le madri appartengono alla categoria delle donne perdute. Si tratta spesse volte di famiglie molto numerose, ai bisogni delle quali il lavoro mal retribuito dei genitori non basta sempre a sfamare la prole; senza contare i casi frequenti di parenti ricoverati in ospedali o detenuti in luoghi di pena; oppure di vedove o vedovi costretti a rimanere tutto il giorno nelle officine, mentre la tenera prole abbandonata a sé stessa, gironzola per le vie, esposta a pericoli di ogni natura.
A queste categorie proletarie aggiungasi quella dei parenti malaticci o inabili a qualsiasi lavoro proficuo, più la triste schiera de vinti della vita, nelle cui squallide abitazioni, prive di luce e di aria, il giovinetto non trova sempre il pane: mai il bacio affettuoso ed il sorriso!
L’attuale guerra aumentò grandemente il numero dei fanciulli mancanti della necessario vigilanza. Né potrebbe essere diversamente, quando si pensi che, non bastando spesso il sussidio governativo ai bisogni delle famiglie durante la assenza del padre richiamato alle armi, la madre è costretta ad andare in cerca di lavoro per meglio sfamare la prole.
Chi scrive sa di quali gravi preoccupazioni è purtroppo turbato l’animo di tanti padri di famiglia sotto le armi, al pensiero assillante dei figli lontani, forse fiaccati dalle privazioni. (…) La Casa del lavoro dei piccoli è invece destinata ad accogliere, in massima tutti quei ragazzi che, come si disse, non possono venir ricoverati in altri istituti di beneficenza; che per la loro indole, pei loro precedenti e tendenze, abbisognano di speciali cure educative ed un maggior allenamento al lavoro.
Questo istituto sarà un asilo ed un educatorio ad un tempo avente funzione morale e professionale. Sarà quindi fornito oltreché di dormitorio e refettorio, anche di scuole e laboratori, funzionando altresì come istituto di collocamento.
Il programma educativo da svolgersi in detti istituti venne già tracciato con senso pratico dagli ideatori di quest’opera benefica, ispirandosi al concetto che l’azione degli insegnanti, lungi dall’essere collettiva, dovrà invece poggiare esclusivamente sulla conoscenza personale d’ogni singolo ricoverato usando conseguentemente per ciascuno di essi il trattamento più adatto all’indole e alle tendenze individuali.
Lungi dallo stabilire dei confronti – non possibili data la natura e gli scopi delle due istituzioni – ma solo perché ci troviamo in tema di azione educativa e giova qui ricordare che a Torino, l’on. Compana, collo slancio veramente patriottico congiunto a cospicua elargizione, si è fatto benemerito iniziatore della fondazione d’un istituto destinato ad accogliere gli orfani degli ufficiali morti in guerra. 
 
I servizi di assistenza sociale all’Umanitaria (“Il Secolo”, 5 novembre 1925, p. 165)
 
In una recente seduta consiliare dell’Umanitaria si è proceduto alla ratifica di una importante convenzione tra l’Umanitaria stessa, rappresentata dall’on. Venino presidente o  dal vicepresidente grand’uff. Alberto Moretti, e l’Istituto provinciale di Milano del Patronato nazionale, rappresentato dal dotto. Razza e dall’avv. Giuseppe Buffa. La convenzione riguarda l’esercizio dei servizi di assistenza e di previdenza sociale del Patronato nazionale, i quali funzioneranno presso l’Umanitaria e col concorso della medesima: patrocinio degli infortunati agricoli ed industriali – collocamento al lavoro – assistenza dei lavoratori in tutto quanto ha tratto ad ogni forma di assicurazione. Tutti questi servizi, prima d’ora disimpegnati da organismi sindacali o da istituti vari in modo insufficiente e con scopi ed obbiettivi limitati, verranno così riassunti in un unico ente, assistito finanziariamente anche dalla Provincia e dal Comune, ente che sarà il nostro più completo organismo assistenziale operaio. Gli uffici avranno sede, come si è detto, all’Umanitaria, e precisamente nei locali già occupati dal museo sociale, il quale, in base ad altra convenzione conclusa tra l’Umanitaria e l’università di Milano è stato in questa ultima trasferito, pur conservandosene la proprietà da parte dell’Umanitaria. 
 
Per gli emigranti – L’opera dei segretariati d’emigrazione (pp. 291-293; L’Umanitaria. Pubblicazione mensile della Società Umanitaria, agosto-dicembre 1912, pp. 51-53)
 
Nel 1912 l’Ufficio Centrale di Emigrazione proseguì nello svolgimento del suo programma di lavoro, che se nelle sue linee fondamentali è tutt’ora quello tracciato per gli anni precedenti, in molta parte deve cedere alle contingenze del momento; la politica dell’emigrazione e l’assistenza degli emigranti sono, infatti, troppo soggette alle influenze mutevoli e imprevedibili di molteplici fattori, e non è quindi possibile stabilire ed osservare un concreto quadro d’azione. 
L’Ufficio Centrale assolse il suo compiti di propulsore dell’assistenza laica agli emigranti, sia rendendo più intimi ed omogenei i vincoli che lo stringono ai Segretariati già esistenti, ottenendo maggior disciplina e regolarità di movimenti; sia aumentando il numero dei Segretariati stessi. L’iniziativa dell’Ufficio Centrale fu coronata dal lieto successo sopratutto coll’avvenuta costituzione dei Segretariati abruzzesi, che speriamo preluda ad una più intensa penetrazione nelle provincie meridionali, dove appunto il bisogno di assistenza gratuita e non legata a pregiudiziali di partiti o di confessioni è più impellente, ma dove le condizioni locali rendono più difficile ed aspro il lavoro; al Segretariato di Aquila, rinnovato nella sua compagine, si sono aggiunti quelli di Castellammare Adriatico, Avezzano e Chieti; quelli di Sulmona e Teramo sono tuttora in formazione, ma confortanti indizi ci lasciano sperare nella prossima definitiva costituzione.
Un’altra ragione di compiacimento troviamo nel sorgere del Segretariato provinciale di Treviso. Il voto del V Convegno dei Segretariati, grazie sopratutto alle larghe vedute del Comune e al concorso delle Associazioni operaie trevisane, p compiuto, e quella provincia, che sì largo contingente fornisce all’emigrazione continentale ed oceanica, potrà contare su un organismo forte ed alacre di tutela.
Così, in Italia, gli uffici aderenti alla Centrale sono, nel 1912, aumentati in numero ed in efficienza e costituiscono un insieme poderoso, giustamente apprezzato. Eccone l’elenco: Alessandria, Aquila, Svezzano, Belluno, Bergamo, Biella, Brescia, Castellamare Adriatico, Cesena, Cremona, Chieti, Fabriano, Feltre, Firenze, Guastalla, Intra, Jesi, Legnago, Lucca, mede, Padova, Parma, Piacenza, Pontebba, Rovigo, Sulmona, Tirano, Treviso, udine, Varese, Verona, Vicenza. 
Sono tuttora in corso le trattative per la costruzione di un padiglione per gli emigranti presso la Stazione di Bologna.
All’estero pure ebbe incremento l’opera nostra. Di Segretariati nuovi non possiamo contare che quello di Marsiglia, che dipende unicamente dall’Umanitaria. Il Segretariato di Marsiglia rappresenta una bella vittoria della perseveranza nostra contro le diffidenze, gli ostacoli, le animosità e gli interessi offesi che contrastavano il sorgere di un ente indipendente; ancora oggi gli avversari suoi non disarmano, ma invano; la calunnia e la diffamazione dovranno ritirarsi, svergognate, dinanzi il cumulo delle opere che rende veramente benemerito della Colonia italiana di Marsiglia il nuovo Ufficio.
È sopratutto in Germania, dove più cordiale e fattivo è l’appoggio dell’organizzazione operaia, che l’ufficio Centrale ha i suoi punti avanzati: Amburgo, Carlruhe, Diedenhofen, Dortmund, Metz, Monaco, Strasburgo; in Francia, a Marsiglia e Briez; in Austria, a Innsbruck; in Svizzera, a Berna, Lugano, San Gallo, Winterthur, Zurigo.
Le iniziative di tutela e d’assistenza furono continuate e svolte sia per mezzo dell’ufficio di corrispondenza romana per l’azione legislativa e per numerosi contatti con gli Enti pubblici, sia direttamente, così per l’erezione dell’albergo per le donne a Trento, come per le condizioni dei nostri emigranti nelle miniere e nelle acciaierie e officine siderurgiche della Lorena, del Lussemburgo e del dipartimento francese della Meurthe-et-Moselle, il dirigente l’ufficio volle rendersi conto personalmente dello stato di fatto con appositi viaggi di istruzione, dei cui insegnamenti e risultati rese conto nel recente VI Convegno dei Segretariati aderenti all’Ufficio Centrale. 
Inspirandosi ai criteri manifestati dalle Federazioni professionali e dai Convegni dei Segretariati, l’Ufficio procedette con oculatezza e ponderazione nei collocamenti della mano d’opera all’estero, seguendo le operazioni di arruolamento della Deutsche Zentrale e del Comitato delle miniere della Meurthe-et-Moselle. Pratiche per collocamenti diretti in Isvizzera (sarti, scalpellini, sterratori) e in Germania (muratori, scalpellini, manovali, sterratori, tessitori e tessitrici sopratutto) ebbero quasi sempre esito negativo; a questo proposito dobbiamo notare l’avvicinamento al nostro Ufficio degli Uffici consolari italiani ed esteri; l’atmosfera di diffidenza che in certi ambienti circondava l’Istituzione nostra è ormai svanita, e perciò più efficace e positivo sarà in avvenire l’aiuto dei Segretariati laici agli emigranti.
Anche nel campo della coltura dobbiamo segnare un soddisfacente progresso; oltre il corso speciale tenuto per i frequentatori delle Scuole di legislazione sociale promossa dalla Società Umanitaria, l’Ufficio Centrale ed i Segretariati aderenti fornirono gli insegnanti per ben sei dei nove corsi magistrali di emigrazione promossi dal Ministero della PI, e cioè: Cosenza, Chieti, Benevento, Macerata, Potenza e Spoleto; per i maestri di Brescia si provvide, d’accordo con quel Segretariato ad un corso accelerato. A sostenere e collegare l’azione degli Uffici corrispondenti, a mantenere la direttiva e l’unità d’azione e in adempimento di un voto esplicito del V Convegno, nel secondo semestre si iniziò la pubblicazione di una Corrispondenza settimanale, dimostratasi utilissima come veicolo d’informazioni e consigli, sempre necessari, ma indispensabili nell’opera dei lavori, dell’espatrio e del rimpatrio degli emigranti, e in occasione delle vertenze sul lavoro. Oltre l’azione per la difesa degli interessi generali dell’emigrazione e pel coordinamento e la direzione delle iniziative dei singoli Segretariati, l’Ufficio Centrale provvide anche all’assistenza diretta in pro dei numerosi emigranti che da tutti gli Stati d’Europa e da tutte le regioni d’Italia a lui si rivolgono. La statistica comunicata al VI Convegno dei Segretariati, la quale comprende undici mesi, dà la misura dell’attività spiegata nei vari campi dell’assistenza; dagli infortuni sul lavoro al collocamento, dalle ricerche di emigranti alle pratiche legali, dalla propaganda alle notizie sul mercato di lavoro, ecc. 
 
a) Statistica infortuni 1912: trattati dal 1° gennaio al 30 novembre, 147; provenienti dagli anni precedenti, 79; assunti nel 1912, 68; esaurite al 30 novembre, 95; in corso al 30 novembre, 52; altre informazioni e pratiche varie per infortuni, 42.
b) Ricerche di emigranti, 22: nel Continente, 10; transoceaniche, 12.
c) Pratiche per informazioni, passaggi, collocamento, ecc. riguardanti l’emigrazione transoceanica, 48.
d) Pratiche per ricuperi, crediti, eredità, rimborsi, ecc, 12.
e) Richieste di certificati e passaporti, 10.
f) Assistenza varia, 34.
g) Informazioni d’indole varia, 15.
 
Collocamento e mercato di lavoro:
 
a) Informazioni, richieste e pratiche per collocamenti individuali, da parte di privati ed enti vari, 42: in Italia, 13, all’Estero, 29.
b) Idem, da parte di Segretariati ed Uffici corrispondenti, 18.
c) Pratiche per collocamenti collettivi diretti in Germania, Francia e Svizzera, 21.
d) Informazioni e pratiche riflettenti il mercato di lavoro e l’azione in caso di ingaggi collettivi e di scioperi e agitazioni all’Estero, 24.
 
(…) 
 
L’Ufficio Centrale dei Segretariati d’emigrazione presso la Società Umanitaria ha, in occasione del VI Convegno dei Segretariati medesimi, pubblicato i verbali del V Convegno (3-4 dicembre 1911), facendoli seguire dalle relazioni dei singoli Segretariati. 
Benché, per un cumulo di circostanze imprevedibili, questa pubblicazione sia uscita alla luce con un insolito ritardo, essa non ha tuttavia perduto della sua importanza. I gravi problemi che dal fenomeno emigratorio, caratteristica saliente della Terza Italia, scaturiscono, non sono di quelli che svaniscono o che si possono risolvere tra l’un Convegno e l’altro, bel breve lasso di dodici mesi. Ed essi sono ampiamente prospettati e trattati, sia nei verbali del Convegno che nelle relazioni dei Segretariati.
Precipuo tra questi problemi, imposti ormai alla coscienza nazionale che ne reclama la soluzione con radicali provvedimenti, è quello della coltura degli emigranti, intesa a fornirli di una maggior istruzione, che significa maggior capacità a lottare e vincere nell’ormai aspramente conteso campo del mercato mondiale del lavoro: coltura degli emigranti, che è una faccia del gran prisma, che è il più vasto problema della soppressione dell’analfabetismo e dell’elevazione intellettuale – e di conseguenza morale ed economica – delle classi lavoratrici. 
L’emigrazione, che pur fra tanti dolori, grandi vantaggi arreca alla nostra patria, è ormai insidiata da multiformi pericoli: ingresso di nuovi popoli nella corrente emigratoria; saturazione dei mercati; pregiudizi e preoccupazioni di razza; protezionismi e ostilità, larvate o aperte o latenti, di classi che si vedono danneggiate nelle loro posizioni dalla concorrenza cieca dei nostri emigranti; un complesso di ostacoli più o meno appariscenti, più o meno attuali, ma che, tutti, tendono a porre una barriera all’impiego della nostra forza di lavoro all’estero con le conseguenze che si intuiscono.
Ma l’insidia più pericolosa è nella qualità della nostra stessa emigrazione. Non son cose nuove quelle che qui si dicono; ma è bene ripeterle, in quanto furono appunto le istituzioni laiche di assistenza quelle che, avvertendo, per una loro più squisita sensibilità derivante dal più intimo contatto mantenuto da una parte con gli emigranti medesimi e dall’altra coi lavoratori dell’estero, per prime i pericoli, alzarono il grido dell’allarme e proposero e saggiarono i rimedi, che l’esperienza disse poi adatti al male. L’emigrazione nostra è insidiata dall’ignoranza e dall’incapacità professionale; krumiraggio, occupazione instabile e disoccupazione, basse paghe e professioni non qualificate, sono il retaggio dell’assenza di istruzione generale e professionale. Sono le doti negative che hanno il triste potere di metterci contro l’opinione pubblica estera, e non soltanto l’opinione dei lavoratori.
E mentre nella sua enorme maggioranza l’emigrazione nostra si compone di braccianti e di lavoratori della terra, la tecnica esige sempre più, dato l’aumento dei costi di fabbricazione e dei salari, mano d’opera qualificata e sagace, che sappia produrre non solo presto, ma bene ed economicamente.
Partì dunque dai Segretariati laici l’ammonimento: date agli emigranti scuole e biblioteche! E soli, con tenui mezzi ma con forte volontà, iniziarono la santa opera, che oggi ci dà frutti confortanti.
L’iniziativa dei Segretariati non può, sinora, e non deve avere altro significato che di propulsione. Essi hanno dato l’allarme, indicata e aperta la via ai poteri pubblici ora il seguirla, con accorgimento e con ampiezza di mezzi. 
Ed ecco la dimostrazione del lavoro fatto nella stagione invernale 1910-1911:
 
Ufficio Centrale: Tre corsi magistrali di emigrazione: Catanzaro, Perugia, Velletri; un corso accelerato, Brescia.
Segretariato di Bergamo: Conferenze ai maestri della provincia. Corsi di emigrazione in vari paesi.
Sezione di Biella: Costituzione dell’Unione Biellese delle Biblioteche popolari: Quattro scuole invernali nei Comuni di: Pralungo, Graglia, Boriana, Tavigliano.
Sezione di Brescia: Scuole invernali per adulti nei seguenti Comuni: Borno, Bovegno, Collio, Esine, Grevo, Losine, Ossimo, Sale Maresino, Saviore, Zone (450 inscritti).
Segretariato di Cesena: ottenuta l’istituzione di nuove scuole serali nelle borgate.
Segretariato di Feltre: Aperte scuole serali per gli emigranti nei seguenti paesi: Foen, Mugnai, Sorriva e Ceri. Inscritti 164. Spesa L. 158,95.
Sezione di Padova: Due corsi per emigranti a Borgo Frassine di Montagnana e Megliadino San Vitale. 205 inscritti. Spesa L. 727,20. Il municipio di Megliadino San Fidenzio negò l’aula scoalstica per l’apertura di un corso per gli emigranti del Comune.
Verso la fine del 1911, altri sei corsi furono istituiti a : Montagnana, Villa Estense, Cittadella, Fratte, Castelbaldo e Masi. Spesa L. 577,80.
Segretariato di Rovigo: Scuole nei Comuni di Mardimaga, Badia Polesine e Fiesso Umbertiano. 100 inscritti.
Segretariato di Udine: Istituite sette bilbiotechine circolanti e quindici biblioteche locali a: Peonis, Piano d’Arta, Chiusaforte, Arta, Castelnuovo, Vallata dell’Aupa, Cleulis di Paluzza, Treppo Carnico, Travesio, Campone, Clauzetto, Saletto, Trava, bordano, Portis di Venzone. Aperti quattro corsi a : Artegna, Sunsans, Travesio e Venzone. 203 inscritti.
Segretariato di Varese: Sussidiate la scuola serale di Velmaio e la scuola di disegno di Arcisate.
Segretariato di Verona: Quattro scuole per emigranti: Albaredo d’Adige, Pescantina, Roveredo di Guà, Sanguinetto. Inscritti 122.
Nell’anno 1911-1912 altri tre corsi aperti a: Castelnuovo, Veronese, Sanguinetto e Tregnago.
Comitato pro emigranti italiani di Basilea: Scuola diurna per fanciulli; 70 inscritti Scuola per adulti; 20 inscritti. Spesa L. 898,06.
Segretariato di Innsbruck: scuola di disegno per operai edili. Scuola di lingua tedesca. Scuola serale di legislazione. Biblioteca circolante di 500 volumi. Spese per le scuole L. 200,76.
Segretariato operaio di Lugano: Istituita la biblioteca della Camera del Lavoro.
Segretariato di San Gallo: Biblioteca.

Parole sparse della Beata Cabrini

De Luca G., Parole sparse della Beata Cabrini, Roma, Istituto geografico tiberino, 1938
 
Le 3 virtù teologali, pp. 200-208
 
Ogni giorno più mi allontano da voi, eppure il mio cuore a voi si unisce; e non passa momento ch’io non pensi a voi, ed a voi mi unisca in tutto quello che andate facendo. Fate anche voi lo stesso, seguitemi in santa carità, aiutatemi colle vostre preghiere, coi vostri belli e generosi sacrifici, e quando volete consolarmi un pochino, ritiratevi ciascuna nella cella del vostro cuore, e in cotesto santuario mistico esaminatevi per vedere e assicurarvi se avete guadagnato nello spirito di soave carità, perché io non altro desidero da voi. Amatevi tutte nel Cuor adorabile di Gesù in santa dilezione, come i Santi nel cielo, che al resto ci penserà il buon Dio. Imparate la carità, amatevi in carità, la carità s’impadronisca delle anime vostre, e allora potrete gloriosamente ripetere: “Dotavit me Deus dote bona”, come dice lo Spirito Santo.
 
POTETE BATTERLA, E LA VEDRETE SORRIDERE
 
L’anima che possiede il vero amor di Dio è umile, non si risente di nulla; potete batterla, e la vedrete sorridere; conosce il suo nulla, e dice di meritar peggio. Quella ohe è dominata dall’amor proprio non fa così. Se è corretta, non mangia più, allunga le labbra, fa certi occhi languidi, mette un volto pallido che fa pietà; e se le domandate: «Che hai?» — «Oh se sapeste! », vi risponde, «ho tanta buona volontà, facevo tanto bene… e mi dicono di star attenta! Pensano male di me! Se cominciano così, non mi lasceranno più pace… » — Non vuoi queste osservazioni? Fa il tuo dovere, non cercare l’amore delle creature.
 
IL PREZIOSO FERMAGLIO
 
Il fermaglio d’oro della carità è necessario per tener unite le tre belle collane dei Santi Voti; senza di osso presto cadrebbero, lasciandovi spoglie di quegli ornamenti che vi rendono sì belle e care all’Ospite Divino. Che brutta figura fareste, che vergogna sarebbe, se nell’incontrarvi con Lui ve ne trovaste prive! Lungi dal far sua dimora nelle anime vostre, Ei passerebbe senza curarsi di voi portando i suoi doni ad altre anime a Lui fedeli e ben adornate.
Arde nel vostro cuore, figliuole, questo amor divino, che fa superare ogni ostacolo, che rende coraggiose contro i nemici della nostra salute, forti nel combatterli e vincerli, veri soldati di Cristo? Beate voi se lo possedete! Ma se vi trovale prive di questo amor di Dio che dà forza e vigore per uccidere l’Io e per distruggere l’uomo vecchio, le vostre tre collane sono in pericolo; affrettatevi dunque a procurarvi il prezioso fermaglio della carità ben ordinata, che deve tenerle unite.
 
CEDERE, CON CARITÀ
 
Quante e quante volte si rompe, la carità per voler sostenere la propria ragione e disputare! Perché non fare un piccolo sacrificio e cedere? Dicono che una cosa è rossa mentre noi sappiamo che è verde… Ebbene cediamo di buon grado, senza far vedere che ci arrendiamo per forza, come spesso avviene. Le sentite dire: «Vogliono che sia così? e così sia!» No, non è questo il modo di cedere; bisogna farlo per amor di Dio, con grande carità, senza quasi far capire che si cede. Si lascia correre semplicemente, si fa un bel sacrificio e non si rompe la carità. Più tardi, se proprio sarà necessario, si farà vedere con bel modo che la cosa stava diversamente, ma se non è necessario si cede e si tace. Chi vi vede cedere con carità, si calma molto facilmente, resta edificato, e dopo senza fatica si ricrederà e prenderà la cosa per il suo verso. Quella che si è mostrata fissa nel suo parere penserà: « Guarda che umiltà, che carità da la mia Sorella! come è arrendevole, come è facile a cedere! Ha ceduto ed aveva ragione lei; imparerò anch’io a far cosi per dar gusto a Gesù ». Ed ecco che quella sorella si corregge del suo difetto per il buon esempio che le avete dato, e voi avete conservata la pace con Dio e nella Comunità e fatto del bene a un’anima.
Ma pur troppo questa bella regola non si segue sempre. Alle volte una dice una cosa e l’altra subito ribatte: « No, non è così, è invece così ». E la, prima: « Ma se lo dico io che è a questo modo ». « E invece io so che non è cosi… » E tutte due si ostinano e si impuntano a voler sostenere il proprio parere, rompendo così la pace e mancando alle prime regole di quella civiltà che è mezza santità. E’ questo il modo di praticare la carità? Se anche là nel mondo le persone ben educate sanno cedere con buon garbo per non contraddire le opinioni altrui, non potremo noi far altrettanto per conservare la carità e piacere al nostro Sposo che ci vuol vedere adorne di questa virtù?
 
L’IO CHE ENTRA IN SCENA,
 
Imitiamo in ciò i Santi Angeli. Essi non invidiano gli uomini tanto favoriti da Dio, non si lamentano che, sebbene di una natura tanto inferiore alla loro, debbano occupare le sedie lasciate vuote dagli Angeli ribelli, godono del nostro bene come fosse loro. Così fa la vera carità. Noi invece abbiamo invidia se qualcuno fa meglio di noi o almeno sentiamo un po’ di gelosia; sembra che il bene delle altre sia nostro discapito. « Lodano quella… », andiamo dicendo, « ed io… Quella è onorata, ed io invece… ». Ecco sempre Fio che entra in scena a distrugger la carità. Se qualcuna è lodata, o tenuta in miglior concetto di noi, se riesce bene, giungiamo perfino a pensare ch’ella operi per vanità, e forse andiamo avanti a commettere mancanze ancor più gravi con mormorazioni, freddezze, malumori fra sorelle. Quel santo che sapeva di quante figlie è madre la superbia, ne aveva contalo lini) a quarantadue e tra esse trovò l’invidia. State ben lontane ila questo basso sentimento.
Entra in comunità una sorella più buona, più brava di voi? Ringraziatene il Signore. Le religiose clic amano davvero il loro Istituto, godono che entrino dei buoni soggetti, e non no hanno invidia. Altre invece, che sono dominale dall’amor proprio, quando vedono che una ha delle abilità sopra le altre, se ne adombrano, incominciano a criticarla, e continuano finché l’hanno messa in uggia a tutta la Comunità. State molto, attente, figliuole, perché il diavolo ha un’arte sola; se può farvi cadere vittime dell’orgoglio è tutto contento, e l’invidia non è altro che un fino orgoglio.
 
TOCCA A ME, TOCCA A TE
 
Non si senta mai tra le Sorelle il «Tocca a me! tocca a te! » Queste parole vengono solo a proposito quando favoriscono l’amor proprio, l’orgoglio, la sensualità. Se si tratta di una cosa che dà onore e gloria si è subito pronte a saltar su: « Tocca a me a far questo; è il mio ufficio, lascia fare a me ». E si arriva anche a dire : « Lei pensi alle cose sue, questo è stato commesso a me ». Un’altra volta invece si tratta di una cosa nella quale non vi è nulla da guadagnare per l’amor proprio ed allora subito pronte: «Non tocca a me, tocca a quell’altra; sempre io in ballo! lavorino un poco anche le altre… » Ho capito; finché quell’ufficio ti dava gloria toccava a te, perché adesso non te ne dà, tocca a un’altra. Ecco ché il tocca a me, tocca a te, ha servito all’orgoglio.
Dice l’una religiosa ad un’altra: « La Superiora ha detto a me di fare questa cosa, tocca a me il pensarci, io ho l’ufficio, lei taccia, lasci fare a chi tocca» Qui, l’abbiamo già immaginato: si tratta di qualche cosa che piace a quella religiosa; un altro giorno invece, giorno di luna, in cui serve a se stessa, alle sue comodità, alla sua pigrizia, non tocca più a lei, tocca alle altre; quindi: «Ecco! le cose difficili le danno tutte a me a fare! le facili alle altre. A me le pesanti, alle altre le leggere. Come si fa? Non ci si arriva ». E qui non tocca più a lei perché sono cose difficili e pesanti; toccava a lei;quando erano facili e piacevoli. Il tocca a me, tocca a te questa volta ha servito alla sensualità.
 
SIAMO UN PO’ PIÙ FURBE!
 
Le vostre sorelle devono essere per voi un alter ego. « Io voglio essere trattata bene », dica ciascuna, « dunque debbo trattar bene le altre. Anzi, come religiosa che tende alla perfezione, io debbo desiderare d’esser trattata male, ma debbo trattar bene le mie sorelle. Se qualcuna mi dà occasione di dispiacere, tanto meglio, paga i miei debiti ». Sapete? Quando qualcuno ci tratta male, ci aiuta a pagare i nostri debiti; ma noi tante volte siamo ignoranti e non vogliamo permettere che li paghino, ci risentiamo anzi contro chi ci usa questa carità e vediamo di mal occhio le persone che lo fanno. Quale stoltezza! Ma se avessimo un grosso debito a corta scadenza, non saremmo contente che ce lo pagassero? Ora quanti debiti non abbiamo noi contratto con Dio per mezzo dei nostri peccati! Dovremmo dunque esser contente che ci aiutino a pagarli. Invece noi paghiamo spesso i debiti altrui e ci offendiamo se si pagano i nostri. Siamo un po’ più furbe per l’avvenire.
 
FORSE È IL PIÙ PROFUMATO E RARO
 
Amiamo il nostro prossimo, ma solo per amor di Dio; quindi senza distinzioni, senza far differenza tra bambina e bambina, tra sorella e sorella. Amiamo tutte le nostre Sorelle le sono tutte Spose di Gesù, tutte buone e tutte belle, come son belli i fiori di cui è composto un mazzo. Ciascuno vi spicca per le sue qualità, la sua forma, il suo colon:, il mio profumo; ciascuno serve a rendere più. vago c pregialo il mazzo; il fiore meno appariscente e più piccolo, è l’orso il più profumato e raro; e, se non altro, serve allo scopo di far risaltare meglio la varietà e la vaghezza degli altri fiori. Coni dovete pensare delle vostre-Sorelle: son tutte sante, tutte consacrate a Gesù; quella che ha meno apparenza è forse quella che ha maggior profumo di virtù. Non dite quindi mai: « Oh questa non mi va a genio, non mi garba!… Quell’altra sì che mi piace… Ha quel fare… quella grazia… ». Questi apprezzamenti, queste particolarità sentono di alletti disordinati, da cui voi dovete rifuggire con estrema vigilanza.
 
AMORE DEL PROSSIMO
 
Quando avete cura di bambine, pensate al deposito sacro che Gesù vi ha confidato; sia/vostra principale premura conservarle immacolate e pure. Fate che non vedano mai nulla di scomposto in voi, poiché l’esempio parla molto più efficacemente della parola. Cercate d’insinuare in loro l’amore alla più delicata modestia, e fatelo con industria santa e soave, senza offendere questa virtù anche col solo nominarla. Custodite, figliuole, con gran diligenza le bambine a voi affidate: sorvegliatele sempre; se anche per poco dovete rimanere con loro, pensate che in quel tempo dovete render conto di esse, e che se commettono dei peccati per la vostra poca diligenza nel custodirle, ne siete responsabili voi. Tenete per regola di non perdervi con loro in chiacchiere; parlate di virtù e di cose sante. Le bambine dovrebbero poter dire: Quella è la Suora della virtù: non sa parlar d’altro! Guardatevi dall’intrattenervi con loro di cose frivole, dall’insegnar loro a far i ricci, ad adornarsi, cose che vi sembreranno impossibili in una casa religiosa, ma che non è fuor di luogo accennare. Non lasciate che le bambine vengano a toccarvi le mani, che vi bacino, che vi si affezionino troppo. I nostri cuori non sono fatti per le creature; se voi permettete che quei teneri cuori, tanto suscettibili alle prime impressioni, mettano in voi la loro affezione, rubate quei primi affetti a Dio, con gran danno di quelle anime giovanotte; e se questo sia poco male, lo vedete da voi.
Verso il nostro prossimo abbiamo il grande obbligo della carità. E qual’è il primo nostro prossimo? Le sorelle che vivono con noi in religione. Le dobbiamo amar molto, ma tutte ugualmente, senza distinzioni o particolarità. Nel mondo certe affezioni particolari sono lecite e buone; in convento, lungi dal fomentare la carità, la distruggono e son cagione d’immensi danni. Credetemelo, una religiosa che coltiva un attacco disordinato, per quanto cerchi coprirlo, attenuarlo, vestirlo per farlo parere ragionevole, giusto, santo, nasconde un idolo in cuore, a cui offre l’incenso dei propri affetti. Fate che uno solo di questi attacchi s’impadronisca di una religiosa, e presto ne vedrete gli effetti. Cominceranno’ i suoi pensieri a. volare al suo idolo… verrà il ricordo di esso a distrarla nella preghiera, che diventerà fredda; poco a poco le verranno a noia le pratiche di pietà, le parrà lunga un’ora di meditazione; quindi trascurerà i propri doveri, mancherà al silenzio per trattenersi con quella sorella, si permetterà anche di guardarne le fattezze, forse di toccarla… E se finisse tutto qui! Ma no, chi non è diligente nel soffocare questi primi germogli, non si fermerà dove ha cominciato. Diligenza dunque sopra i primi moti: appena vedete che v’è nel cuore una prima scintilla, appena v’accorgete che qualcuna ha un po’ di affezione speciale per voi, fuggite. Ricordatevi che in questo combattimento vince chi fugge. Chi ama il pericolo in esso cadrà, e lo ama chi non lo fugge. Anche fosse cosa da poco, ditela alla vostra Superiora, lasciando a lei il pensiero di quello che dovrà fare.
Ed ora andiamo avanti nella carità. Sapete come si può compendiare in poche parole un bel modo di praticarla? Non criticate, non mormorate, non pensate male. Se osserverete queste tre cose, sarete sicure di aver fatto un gran passo verso l’acquisto della carità. Che cosa è mai quel vizio di criticare le Sorelle? Voi non avole l’incarico di sorvegliarle, e tanto meno di sindacare il loro operalo. 1 Glaciale che ognuna attenda a se; ci sono le Superiore olio debbono sorvegliare, e, se necessario, correggere. Voi pensalo a far bene e a dar buon esempio colla vostra osservanza. .Peggio poi sarebbe attirare l’attenzione di una sorella sul difetto di un’altra. Quella Sorella non aveva notato quel piccolo difetto, voi andate e glielo fate vedere; siccome poi il diavolo ci giuoca dentro, così spesso avviene che queste cose si allargano nel parlarne. Se incontrate delle persone che hanno il vizio di criticare e di sparlare, non credete loro mai: chi critica esagera sempre, chi mormora è spesso bugiardo. Lasciate dunque in pace il vostro prossimo, non impicciatevi di niente e di nessuno. Allorché vi pare di notare qualche mancanza in altre, scusate l’intenzione e dite: Vi sarà qualche motivo per operare così; che cattiveria è la mia di voler vedere un difetto nella mia sorella! Se poi la cosa fosse evidentemente cattiva, allora si va dalla Superiora e le si dice: Mi pare di veder questo! E, fatto il proprio dovere, non ci si pensa più.
Non trovate dunque mai a ridire su nessuna; non odiate nessuna. Non si senta mai dire: « Quella là non la posso vedere! Questa mi dà ai nervi! » Come! Se siete malate di nervoso, fatevi curare; che se non siete malate, nessuno può darvi ai nervi! Queste antipatie sono segno che si ha l’altro vizio delle affezioni particolari; chi ha uno ha l’altro. Credetelo, ed esaminatevi su questo punto, anche vi sembrasse di non aver nulla da rimproverarvi. Conoscete di aver un po’ di simpatia per qualche sorella? State attente, perché se non vigilerete, questo filo potrà diventare per voi una pesantissima catena. Avete antipatia per un’altra? Favoritela più che potete, fatele qualche speciale gentilezza. Questo è un bel trionfo, un fiore profumato da portare all’altare! Star lontana da quella Sorella perché piace, far del bene a quest’altra appunto perché non va a genio: ecco una bella penitenza per la religiosa. Quella che così pratica, corre nella via della perfezione. Se ne vedono di queste belle anime! par sempre che volino, che abbiano le doti dei corpi gloriosi… E perché? Perché hanno domato se medesime; tutte le simpatie e le antipatie, le inclinazioni e le ripugnanze le hanno abbruciate, le hanno seppellite, e il loro sacrifizio si è levato come un incenso odoroso al trono di Gesù.

Il trattato della carità cristiana

Muratori L.A., Il trattato della carità cristiana, Roma, Edizioni Paoli, 1961 (ed. orig. 1722).

Capitolo XXVII, Aiuto de’poveri quanto sia da promuoversi dalla Compagnia della carità, pp. 540-566.
1. – Aiuto de’ poveri quanto sia da promuoverti dalla Compagnia della Carità. 2. – E primieramente doversi aver cura de’ poverelli infermi. 3. – Pubblici spedali da erigersi a tal fine o, eretti, con quanta attenzione e carità s’abbiano da regolare. 4. – Malati incurabili, pazzerelli ed anche i travagliati di morbi d’intemperanza, meritevoli d’essere sovvenuti. 5. – Fanciulli esposti: di che necessità sia il ricoverarli e nutrirli. 6. – Obbligo de’ genitori che possono di rifare le spese a gli spedali.
1. — Dopo aver predicata la carità convien passare all’opere, e ad esercitarsi ne’ suoi vari impieghi. Ora uno de’ pensieri spezialmente della Compagnia della Carità ha da essere quello d’aiutare e sollevare nelle lor miserie i poverelli. Questi sono una semente della Provvidenza che non viene mai meno, e per attestato del Salvatore gli avremo sempre con esso noi, ma per consiglio del medesimo Dio dovrebbe ingegnarsi la carità cristiana affinché non ne avessimo pur uno fra noi. Già Fabbi am veduto, non c’è nelle divine Scritture e presso i santi Padri cosa più incaricata, e replicata, quanto il dover noi vestire viscere di misericordia verso cadauno de’ nostri fratelli bisognosi. Ed ecco il passo dove segnatamente ci aspetta nel suo tremendo giudizio Iddio; e, sebben padre delle misericordie, pure non avrà egli misericordia per chi avrà lasciato di soccorrere quanto poteva i suoi caripoverelli.
Qua pertanto ha da tendere con incessanti voti la pia raunanza della carità. E già v’han pensato i nostri maggiori, poiché non si troverà, probabilmente, città cristiana in cui non esistano molte opere pie istituite a tale effetto. Queste dunque convien accrescerle, se fossero tenui; o pure rimetterle in vigore, se apparissero per negligenza de gli uomini scadute: e quando poi mancassero non s’ha da lasciare intentata diligenza veruna per fondarle e dotarle, perché Dio non mancherà di benedire sì fatte idee indirizzate all’amore di lui. Se altri tempi ed altre città lo han fatto, perché noi potremo e vorremo tentare ancor noi? Ciò che forse a noi a noi pare troppo difficile se non anche impossibile, dobbiamo sperarlo agevole coll’aiuto di Chi ama tanto la carità e può tutto.
2. — E primieramente, sopra ogni altra cosa esige provvedimento il bisogno de’ poverelli infermi. Grande incitamento alla misericordia cristiana il mirare la povera gente confinata in un letto, a cui non si sa allora se faccia maggior guerra il malore del corpo e pure la stessa povertà. Crucciati dalle febbri e da gli altri mali che facilmente scaturiscono dalla misera costituzione dell’umana natura, truovansi gl’infelici senza medici e senza medicamenti, il che sebben poco danno parrà a chi è troppo sconciamente persuaso dell’impotenza dell’arte medica (1) pure nel giudizio de’ saggi è una vera sciagura. Non mentisce la sperienza, facendoci vedere che la medicina e la chirurgia,prudentemente adoperate, possono in non pochi casi salvare dall’ultimo tracollo’ la vita de gli uomini, non che abbreviare i lor mali, e liberarli o preservarli da varie infermità, le quali senza l’opportuno soccorso de’ rimedi o si impadronirebbono de i loro corpi e, impadronite che fossero, più non ne partirebbono. Oltre di che, è anche un reai sollievo de’ poveri languenti e un sensibil conforto a i loro congiunti il vedere chealmeno si fa quel tentativo che si può per guarirli (2).
Peso anche maggiore aggiunge alla miserabil condizione di simili infermi la povertà. Guadagnarsi il vitto coll’opera delle mani, o pure procacciarselo con chiedere la limosina, ad essi è allora impossibile: e però eccoli necessitati a condurre que’ giorni fra mille stenti e a consumare quel poco che si truovano avere in casa, di maniera che, quand’anche risanino’, restano bene spesso, di poveri che erano, poverissimi e derelitti affatto di sostanze. Peggio poi se si tratta di capi di famiglie con figliuoli, che nella vita e nelle fatiche del loro caro e necessario padre veggono consistere l’erario de’ propri alimenti e possono, mancando lui, perdere tutto. Il perché quanto è conveniente alla natura di chi è uomo, e molto più al cuore di chi è allevato nella scuola di Cristo, il concepire una viva commiserazione per tutti coloro che si truovano privi di quel gran bene e conforto del povero loro stato, cioè della sanità, altrettanto è necessario il sovvenirli in così aspra congiuntura nella miglior maniera. Adunque porgere loro volentieri la mano benefica nel letto del dolore, e consolarli, provveder loro que’ soccorsi che può dar Parte medica, e fare in somma che per le sante, industrie della carità non si figurino d’èssere più miserabili di quel che sono.
Vergogna de’ cristiani che un lor fratello si giaccia abbandonato fra le tante pene e le gravi necessità d’una malattia, e in rischio infino’ di morir di fame per la mancanza de’ convenevoli soccorsi, o pure di cadere in disperazione, sembrando al misero d’essere un rifiuto alla provvidenza di Dio. Se a così duro spettacolo non si commuovono le viscere di chi pure si professa seguace del Vangelo, che cuore è il suo? e come può dire di avere in sé la carità e la misericordia, virtù principali e necessarie nella vita del cristiano? Potea senza fallò l’onnipotente Iddio far nascere an^or noi nell’abbietta sorte dei poverelli; poteva, dopo 1 aver data a noi l’affannosa povertà, aggiungervi il calice amaro delle malattie: e per sua misericordia non l’ha fatto. La gratitudine ch’egli ne aspetta, eccola: che noi ci muoviamo a pietà del prossimo nostro’ ridotto in quelle angustie, da cui Dio per sua clemenza preserva ed esenta noi altri. In que’ poverelli infermi (ricordiamocelo sempre) Cristo è infermo: adunque correre a visitarlo e a sovvenirlo e a trattare quell’infelice come ameremmo d’esser noi trattati da altri in simile stato. Il santo Patriarca di Venezia Lorenzo Giustiniano, tutto’amore verso dei poverelli, trovandosi alla fine della vita attorniato, assistito e servito dai suoi cari, se ne lagnava dicendo: Ve’ quante cose si fanno, quante si buttano per la sanità di questo vilissimo sacco! E intanto i poverelli di Cristo non han pane, non han letto, non han fuoco da scaldarsi (3).
3. — Ora, in due maniere si può e si dee esercitare la misericordia verso de’ poveri infermi: cioè o con dar loro ricetto ne’ pubblici spedali, o pure con soccorrerli nelle lor proprie case. E per conto della prima, non v’ha città, cred’io, fra’ cattolici, ove la carità de’ fedeli non abbia eretto e non mantenga uno o più luoghi pubblici per accoglier ivi la miserabil gente inferma. Pure, quando mai si trovasse alcuna città priva di sì fatti spedali, sarebbe da dar nelle campane per adunar tutto il popolo e farlo ravvedere di una negligenza sì supina e sì lontana dallo spirito’ de’ cristiani, tanto che si movessero a far tosto ciò che dovea-no aver fatto essi e i loro antenati tanto prima, se pure non costumassero di provvedere in altra forma al bisogno de’ loro poveri infermi (4).
Potrebbe dirsi l’umanità stessa, non che la carità, sbandita da quel popolo dove niuno si prendesse cura se uomini caduti malati mancassero per disagio e per essere abbandonati dagli altri uomini. Perciò nel secolo quarto dell’era di Cristo, cioè cessata che fu la persecuzione e l’imperio de’ pagani, cominciò subito il popolo cristiano a fondare di questi ospizi caritativi per accogliervi i poverelli e sovvenire agl’infermi bisognosi. Per attestato dello scrittore della vita di S. Gregorio Nazianzeno, S. Basilio il Grande avendo fabbricala un’ampiissima casa ed assegnate le rendite annue ch’egli avea raccolto da persone ricche e facoltose, mosse a questa liberalità dalle sue sag-gie prediche, ivi raccolse tutti gl’infermi con chiamare que’ luoghi «scuole de’ poverelli». E in ciò gli diede gran mano anche S. Gregorio di Nazianzo. Altrettanto fece di poi il Grisostomo, siccome abbiamo da Palladio nella sua Vita. E in Roma noi sappiamo da S. Girolamo che Fabiola, nobile e ricchissima donna, fu la prima a fondare un magnifico spedale a questo effetto: Possedeva ella di gran facoltà, dice egli, ben corrispondenti alla nobiltà della sua famiglia. Queste distrasse ella ed alienò, e fattone danaro se ne servì in uso e sollievo de’ poveri, avendo prima di tutti istituito uno spedale per gl’infermi in cui soleva raccogliere dalle piazze i malati con refocillare i corpi de’ miseri estenuati dai malori e dall’inedia. Quante volte portò ella stessa sulle sue spalle persone ridotte agli estremi della vita o per l’iterizia e pel puzzor de’ lor mali? Quante volte lavò la marcia che scaturiva dalle lor piaghe e che altri né pure avrebbero sofferto di mirare? Loro porgeva ella colle proprie mani il cibo, a que’ mezzi cadaveri confortava con farsi di vari liquori (6).
Queste son le gloriose imprese del cristianesimo, questi i bei trionfi della carità portata dal Cielo e predicata tanto da Gesù Cristo. Fabbriche.di gran magnificenza, spettacoli di spese incredibili, li sapeva e li sa fare anche il popolo gentile (7): parli, per lo più, della sola vanità o superbia umana; que’ pubblici edifici ove ha ricovero e sollievo la compassionevol sorte de’ miseri, sola seppe inventarli la carità dei seguaci del Crocifisso. Ora io non dirò che in tutti i secoli scorsi sia abbondata di somiglianti spedali la cristianità, ma sì bene dirò che in questi ultimi s’è dilatata da per tutto questa generosa invenzione della misericordia cristiana, di modo che oggidì misera convien dire che sia quella città, dove non s’incontri qualche ricettacolo per i miseri infermi.
Tuttavia, quando mai ne scarseggiasse una città, sarà un impiego indispensabile della Compagnia della Carità il fare in guisa che si fondino o risorgano di nuovo quei che fossero scaduti. A questo. fine s’ha da muovere cielo e terra, e predicare e insistere animosamente, con farne ben conoscere la necessità e mostrare la gloria che p”b venirne alla patria e, quel che è più, la glcxia che ne ridonderà alla sacrosanta religione e all’ottimo Dio, sì grande amatore dei poverelli e padre di tutto il santo amore. Si può, è vero, soccorrere in altra maniera alle necessità de’ poveri infermi: con tutto ciò la più lodevole e la più utile si è quella di raunarli negli spedali, e di quivi assistere alla lor cura che facilmente si eseguisce da’ medici, da’ cirusici e da’ altri operai ed assistenti, appunto per la comodità di trovar unito e alla mano chiunque è in bisogno del Loro soccorso.
Debbono questi luoghi pii essere corrispondenti e proporzionati alla qualità e al bisogno delle città, cioè capaci di quel numero di poveri infermi che ordinariamente può produrre, secondo la sua varia popolazione, una città, con riguardo al numero degli abitanti e al pullulare degl’infermi, che ora è maggiore ora è minore per la diversità delle influenze e dei tempi. E dissi che han da essere proporzionati (sieno essi uno o più) al bisogno delle città, non dovendosi né pure fargli eccedenti o in vastità di fabbriche o in opulenza di rendite: poiché l’ingegnoso trovato della carità verrebbe con ciò a passare in lusso, e questo troppo facilmente inviterebbe l’altrui cupidigia a farne col tempo altro uso, e fors’anche a farlo contra la mente di Dio (8).
Appresso è da invigilare che sieno questi luoghi della carità ben provveduti de’ necessari ministri ed assistenti, e che ciascun d’essi faccia il suo dovere talmente che a’ poveri languenti sia ministrato il convenevol cibo, letto e medicamento con pulizia, con carità e con ben regolato servigio. Si dà talvolta che son peggio de’ cani quei che dovrebbero pur essere i ministri della carità, e che niuna misericordia apparisce in chi appunto è destinato ad esercitare questa virtù. Cioè con tale asprezza, o pure con tanta negligenza trattano costoro il misero popolo alla lor cura affidato, che l’infelice turba abbandonata ai suoi guai s’augura più tosto d’essere rimasta a penare sulla paglia de’ lor tuguri, ma sotto gli occhi de’ lor cari (i quali fanno almeno quel che possono per sovvenirli), che d’essere capitata in mano di que’ crudeli, intenti solo al proprio guadagno, e in luogo non già stanza della carità ma della barbarie.
Oltre di che, impresso negli animi loro e degli altri poveri un sì brutto concetto degli spedali, o non vogliono lasciarvisi condurre o pure, se vi son tratti, ciò avviene contra lor voglia, e con un terrore e ribrezzo che accresce la lor infermità e diventa un foriere della morte loro… « Oh, deplorabile condizion de’ mortali! », non si può qui non esclamare. Potrebbe e dovrebbe, secondo l’antico proverbio, essere l’un uomo all’altro uomo un Dio (9): e si trovano uomini sì crudi che non sono né men uomini verso gli altri uomini, e si scu” prono sì disumanati, che non sanno far bene ^cl altri, quantunque condotti e ben pagati per questo.
Ora a tali disordini, ch’io non voglio maggiormente individuare, si stuclfiterà la Confraternita della Carità di porre, se bisogno ci fosse, quel rimedio che a lei sarà possibile, adoperando prudenza e soavità, ma insieme forza, per farli levare e per muovere a ciò l’animo di chi presiede a fine di non offendere la giurisdizione d’alcuno.
A tutte l’opere pie, anzi a un’infinità d’altre cose bisognerebbe andar facendo quel bene che di tanto in tanto si fa a gli oriuoli, alle lampane, e ad altri simili mobili usuali: cioè levar loro d’attornola raggine e la polvere, pulirli e rimetterli nel loro antico ordine e splendore. In fatti, noi lo veggiamo, a lungo andare non ci è comunità, unione e istituzione fatta dagli uomini, per santa e pensata ch’ella sia, che col tempo, non zoppichi e non cominci a sentire i mali della vecchiaia, e che, allontanandosi dal suo primiero istituto pel troppo pendio della nostra corrotta natura, non degeneri in abusi e sconcerti. Bisognerebbe, per tanto, di quando in quando ringiovanirle, queste opere pie, e riformarle ancora se occorresse con braccio forte, e con far conto che quello fosse il primo giorno che s’istituissero (10). Qual è il fine di sì fatti spedali? (11)e a che son destinati tanti lasciti lor fatti dalle persone caritative? Ognuno lo sa. Adunque far tutto per ottenere questo fine e, vinto ogni riguardo umano, e cacciatosi sotto piedi il vile interesse, unicamente procurare che ne’ pubblici spedali regni e trionfi per gloria di Dio la sola carità santissima.
E tanto più s’ha da sperare questo buon successo, da che sogliono essere soprain tendenti a tutti i pubblici spedali persone nobili che altra mira d’ordinario non hanno, in accettare e sostenere sì fatto impiego, se non l’esercizio della misericordia l’onore di Dio e il bene della lor città, e sogliono portare fin dalla propria nàscita inclinazione ed amore alle imprese più belle. Oh, a questi tali che non per vanità, non per interesse alcuno. Tna puramente per desiderio di dar gusto a Dio assumono il peso di regolare gli alberghi della misericordia, si vuol ben dire ch’essi sono sulla via del paradiso. Quanti passi essi fanno per assistere all’economia dello spedale, tutto il tempo che impiegano nelle visite e in prevedere e provvedere ciò che è di bisogno o di maggior bene pel luogo pio, e la premura che hanno in dar gli ordini opportuni e in tornar a vedere se questi ordini sono stati puntualmente eseguiti, non perdonando a fatica né ad occhiate né a parole affinché nulla manchi al refrigerio e soccorso tanto spirituale che corporale de’ poveri infermi: tutti, tutti sono atti di quelle belle virtù che si chiamano la carità e la misericordia: né si può dire quanto piacciano a Dio, e che gran frutto e merito possano produrre per un’anima che veramente aspira al santo amore d’esso; Dio e al conseguimento della beatitudine eterna. Potrebbero essi attendere ad altre divozioni, ma questa peserà più di tant’altre nelle bilance di Dio.
E ricordimi i presidenti degli spedali, che dove si può raccomandare la cura d’essi alla pietà e zelo di religiosi esemplari per gli uomini, e di monache veramente staccate dal mondo per le donne, d’ordinarione stanno meglio i poveri infermi. Il solo guadagno terreno è quello che conduce i serventi laici al servigio degli spedali. Se vi si applicano i religiosi e le religiose, per lo più il loro’ motivo è quello della carità e di trafficare per la vita eterna, è però senza paragone miglior servigio.
4. — Allo spedale degli ordinari infermi si dovrebbe aggiungere quello de’ malati incurabili. Son prive di questo non poche città, perché riesce di non lieve aggravio il lungo mantenimento, impedendo essi col non guarire e non morir mai il ricevimento degli altri infermi passeggieri, qualora non abbia tante forze uno spedale da provvedere al bisogno degli uni e degli altri. Tutto-ciò è vero; ma è altresì verissimo che la cura degli incurabili, siccome importantissima, non si dovrebbe mai trascurare fra’ popoli cristiani: anzi, si dovrebbe avere un particolar occhio sopra i medesimi. Non possono questi lavorare, perché infermi; non limosinare, perché li suppongo confinati dal malore in casa: chi dunque darà loro da mangiare, e come si difenderanno essi dal morire di fame e di stento, se non vengono assistiti dalla carità de’ fedeli? Finalmente, gli altri infermi di poco tempo non è difficile che trovino qualche persona privata che gli alimenti e soccorra r.elìa breve lor malattia: ma gl’incurabili, se noi si muove a pietà di loro il pubblico o qualche opera pia, van bene a rischio di stancare la misericordia de’ privati e di soccombere alla propria miseria (12).
Adunque esige, e premurosamente esige la carità cristiana, che seriamente si pensi e si provvegga al bisogno di queste persone, trovate che sieno incapaci di questuare, e abbandonate da’ parenti e da altri alla lor pertinace sciagura. Similmente è da desiderre, e l’ha da procurare la Compagnia della Carità, che sia trovato- convenevol ricovero a i poveri pazzarelli: e ne ha l’obbligo ogni ben regolata città, giacché non v’ha popolazione sì saggia e franca di senno in cui di quando in quando non si possano^ sconcertare, o per le passioni o per gli umori sconvolti, le teste d’alcuni. Siano essi furiosi o pure scandalosi, cioè tali da poter facilmente recar danno a se stessi o pure ad altri, allora non tanto a titolo di carità quanto- ancora di buon governo s’hanno costoro da rinchiudere e da curare alle spese del Comune, ove manchi loro la assistenza e il soccorso de’ propri parenti. Che saggia città e che gente caritativa sarebbe mai quella che lasciasse passeggiare per le sue piazze e contrade uomini divenuti, per così dire, bestie irragionevoli e più nocivi talvolta delle bestie medesime? Svegliano, i più dei pazzi, il riso: ma, se ben si considera, non può accadere all’uomo sventura più grave di questa, e però più degna di pietà e di soccorso.
Finalmente, in alcune città hanno; sì buon posto i pubblici spedali, che in tempi determinati del?anno accolgono tutti que’ poverelli i quali per loro intemperanza o per altre cagioni hanno contratto qualche morbo fastidioso che li va rodendo e consumando, e ne tentano a tutto potere la cura. Ancor questo è atto nobilissimo di cristiana caiità, e converrebbe introdurne l’uso in ogni città battezzata. Quel buon padre che ama i suoi figli, benché li miri per qualche lor colpa caduti in miserie, non lascia per questo di porger loro la mano misericordiosa affinché risorgano se è possibile. Altrettanto dee fare, o tentare, il cuore caritativo della Compagnia verso di questi infelici, considerando, che non vi ha fallo o rcocato in. cui si possa cadere ciascuno di noi, non v’ha sciagura in cui non possa precipitare domani qualunque persona che oggi gode felicissimo stato, e vi saremmo forse a quest’ora arrivati anche noi se non fosse stata la divina clemenza che ci ha tenuta la mano sul capo, e che col metterci nella tale e tal situazione ci ha preservati.
Questa riflessione ci dee correre di continuo in mente al mirare ogni altra calamità del prossimo nostro, ed essa è sufficiente a svegliare in noi tutti i sentimenti della misericordia cristiana. Se anch’io fossi stato povero, se nato con quel cervello, sé allevato con quella educazione, se posto in quelle tali circostanze, avrei fatto lo stesso, e forse peggio degli altri, ed ora patirei qu.e’ medesimi mali. Iddio per sua benignità non l’ha voluto: adunque non ho da gloriarmi di me stesso, adunque ho da compatire in altri quel fallo, quel male o di spirito o di corpo di cui era capace anch’io al pari di loro. E come avrei caro che il prossimo compassionasse e sovvenisse me, se mi trovassi ridotto a questo segno, così ho da fare verso di lui (13). Per tanto, presentandosi al guardo nostro persone calamitose per certi mali, quantunque se li sieno elle procacciati co’ lor disordini, mali che, non curati, possono accompagnar que’ miseri fino alla tomba e fors’anche accelerar loro la morte, se non desideriam d’aiutarli e risanarli potendo, non è vero ch’abbia poste in noi alte radici la carità verso il prossimo. Un decotto, una dieta ben regolata ed altri aiuti dell’arte medica e della cirur-gia potrebbero ridonar loro la sanità; la spesa non sarebbe molta, grande sarebbe il bene che ne verrebbe alle lor famiglie e a lor stessi: perché Con farlo?
Una volta erano frequenti gli spedali per le persone lebbrose o lacerate dal fuoco sacro: e si trattava di mali non solamente schifosissimi, ma anche attaccaticci; con tutto ciò i buoni cristiani, vinta ogni naturai ripugnanza, ricoveravano quegl’infelici con segregarli dal popolo, e li servivano con tutto amore non omettendo diligenza e medicamento per cercar pure di guarirli. Ha la benignità di Dio in questi ultimi secoli liberata l’Europa da sì brutto flagello, di modo che la lebbra e il fuoco sacro, di cui probabilmente dura tuttavia la memoria nelle nostre contrade col nome di « fuoco di Sant’Antonio », sono ormai come incognitiM. Perché dunque non imitiamo, noi il fervore caritativo de’ nostri maggiori in tanto meno, come è il far medicare certi mali de’ tempi presenti che, per l’impotenza eie’ poverelli a curarli sul principio, divengono poi indomiti e rendono, i miseri inutili a se stessi e ad altri?
5. — Al bisogno di soccorrere i poveri infermi s’ha da aggiungere l’altro: dar ricovero in qualche pubblico spedale ai fanciulli esposti, il che è di incredibile importanza fra popoli professori della legge di Cristo, e che perciò debbio risplendere e abbondare in opere di misericordia e di carità. Abbandonate quelle creature di Dio da’ loro genitori, perirebbero: però dee diventar loro padre e loro madre la carità de’ fedeli e, con fare a simili parti pietosa accoglienza, invitare anche le barbare madri a sopprimere l’orrendo pensiero di coprire i lor falli con dei parricidi.
Un’altra maniera di provvedere a questo bisogno tennero gli antichi cristiani, e l’apprendiamo da una legge di Costantino il Grande, emanata l’anno 331 in questi termini: Chiunque raccoglierà un fanciullo o una fanciulla esposta volontariamente e scientemente da’ genitori o dal padrone, e alle sue spese nutrirà tal Creatura, potrà ritenerla presso di sé in quello stato che più a lui piacerà, cioè o per figliuolo’ o pure per servo, senza che alcuno possa inquietarlo per ripetere questo allievo (16). Raccolto adunque che alcuno aveva qualche fanciullo o fanciulla esposta, ed alimentatolo per qualche anno, ne diventava egli padrone, in guisa che poteva adottarselo per figliuolo ed anche ritenerlo in qualità di servo, cioè di schiavo, siccome allora era in uso. Dura condizione di que’ poveri esposti, ma non però duro né ingiusto editto, avendo voluto il saggio Imperatore allettar gli uomini a raccogliere ed alimentare volentieri gli altrui abbandonati pargoletti, col vantaggio di divenirne essi padroni e di poterli anche vendere, occorrendo. Ma perciocché cominciarono a nascere liti, col tentare alcuni padri di riavere i lor figliuoli allorché erano giunti in istato di poter essere utili a loro, e coll’addurre perciò vari pretesti, gl’imperadori Onorio e Teodosio nell’anno 412 confermarono la legge di Costantino, aggiugnendo però che da lì innanzi dovessero i raccoglitori de’ suddetti fanciulli pigliarli in presenza di testimoni, e farne anche registrare la memoria in un pubblico strumento sottoscritto dal Vescovo per lor maggior cautela.
Noi troviamo approvato il medesimo costume nei capitolari dei Re Franchi e ne’ Concili Vasen-se e Arelatense II (17), e in altri, e da Reginone Abate ne’ Libri della, disciplina ecclesiastica. Il perché costumavasi in Francia, per quanto s’ha da un Concilio di Roano, di ‘ portare sì fatti fanciulli davanti alle porte della chiesa, ed avvertitone il parroco procurava poi egli di tr.r /are chi prendesse a nutrirli, e se dopo dieci giorni non compariva alcuno a cercare e riconoscere per sua quella creatura, restava essa in pieno potere e dominio di chi l’avea raccolta. Ma l’imperador Giustiniano, con una legge posteriore, riformò le soprallegate Cesaree Costituzioni, parendo a lui e a’ vescovi e a’ magistrati de’ suoi tempi non conforme alla carità cristiana che i poveri fanciulli avessero da òàdere nella misera condizióne de’ servils. Ordinò dunque egli che non potessero già ripetergli i loro genitori o parenti, ma che non ne acquistasse il patronato né pure chi gli aveva raccolti, dovendosi accogliere i poverini non per motivo d’avarizia ma sì bene di cristiana pietà.
Così egli, e con pia e retta intenzione, ma forse con danno’ di molti parti esposti: poiché, tolta la speranza di acquistarne il dominio, si doveano incontrare non poche difficultà in trovare chi per sola misericordia si caricasse del peso di nutrirli. Sicché, cessato questo profitto, ed anche perché cominciò a disusarsi il tenere fra gente cristiana servi o sia schiavi cristiani, male dovette camminare poi questa faccenda, poiché dovea mancare chi raccogliesse gli esposti. Per tanto, a poco a poco meglio consigliata la carità de’ fedeli si diede a formare de’ conservatori per questi fanciulli, con dilatarsene talmente l’uso che forse, oggidì, non si troverà città in cui non sia sufficientemente provveduto al loro bisogno. E qui, benché sia superfluo il ricordarlo, pure si vuol agr giungere che in simili casi, ove si tratta di fanciulli o d’altre persone che sieno in pericolo di morir di fame o di stento se non sono soccorse, ogni Comune non solamente a tenore delle leggi del Cielo ma anche per un patto stabilito dalle genti in ogni saggio governo, è obbligato, e può essere forzato, a provvedere con suo stipendio che nessun membro del corpo civile miseramente e senza propria colpa perisca.
6. — E ciò basti intorno ai pubblici spedali;, se non che ci vuol anche una parola affinché ogni lettore meco osservi come a’ nostri tempi sia cotanto raffreddata la carità de’ fedeli in soccorrere questi piissimi luoghi. O sia che il popolo oempre li creda assai ricchi, e perciò non rr:u bisognosi d’aiuto, o sia (e questo è il più probabile) che non s’ocla mai una lingua che consigli l’usar munificenza verso gli spedali, certo è che s’impiegano bene spesso le eredità e i legati pii in arricchire altri luoghi, ma ben di rado o non mai in donare a-gli alberghi della misericordia cristiana.
Ho detto e torno a ridire ch’io, non son qui per inanimire alcuno ad impinguar di troppo chi è già pingue. Il ne quid, nimis degli antichi è una massima che dee valere anche per i tempi moderni, e vi s’ha da far mente anche il donare alle chiese e ad opere pie abbastanza provvedute, poiché gli eccessi, non sanno mai essere virtù. Nulladimeno aggiungerò essere da dolere, che, oggidì, fra’ cristiani sì poco si pensi a far limosina agli spedali o, per dir meglio, a tanti poverelli che sono o possono esser accolti negli spedali. Al certo, più importa, ed è più caro alle viscere paterne di Dio, il concorrere al mantenimento de’ miseri infermi che l’impiegare il suo in tante altre maniere, tuttoché anche in esse si cloni per fine soprannaturale e di religione a Dio.
Si ha da riflettere che moltissimi spedali posseggono men rendita di quella che sarebbe necessaria al nutrimento di tutti gl’infermi miserabili delle proprie città: e però tornerebbe in gloria grande della carità cristiana, ed eziandio in maggior decoro d’esse città, se la mano liberale de’ fedeli contribuisse all’accrescimento dei letti, delle fabbriche e dei comodi per mantenere maggior numero di malati e trattarli meglio che si sia fatto l’addiétro. Né s’ha a mirare in alcune gran città così nudamente la grandiosità e opulenza de’ pubblici spedali, con tosto conchiudere: «Questi non han bisogno del mio, sono assai ricchi »; poiché convien riflettere se, con tutta questa ricchezza, le lor forze sieno proporzionate alla portata e al bisogno di tutta la città; e dobbiam ricordarci che di quando in quando occorrono varie epidemie e disgrazie nelle quali non basta la rendita ordirfaria di que’ luoghi pii, e stringe il bisogno di straordinari aiuti per soccorso dell’aflìitta plebe, che non avrà forse altro rifugio che questo. Per tanti altri fini i quali, quantunque pii, pure sono talvolta poco utili e men necessari, si butta a man piena, e poi per la carità verso de’ poveri noi la guardiamo sì per sottile e prendiamo le misure sì corte.
C’è di più: non solamente non soddisfano alcuni a i consigli della carità, ma né pure a gli obblighi della giustizia verso gli spedali, o sia perché non pagano i legati dovuti, o sia perché non li rifanno di certe spese che stanno a carico della propria coscienza. Parlerò chiaro. Potrebbe, e secondo tutte le leggi dovrebbe ogni persona benestante alimentare del proprio i suoi figliuoli, benché illegittimi. Scaricano essi volentieri allo spedale la lor vergogna e le vive accuse de’ loro peccati. Su via, meniamo lor buona una sì comoda risoluzione: ma, e per questo? Qualora la vera povertà non gli scusi, essi non hanno mai da figurarsi d’essere esentati dall’obbligo di nutrire la lor ^ro-le, e però sotto pena di grave peccato tenuti sempre alla restituzion delle spese che fa lo spedale in alimentarla: né confessore alcuno può sciogliere, non che quietare, la coscienza di questi tali, se, potendo, non adempiono il lor dovere con rendere allo spedale medesimo ciò che gli è dovuto, siccome non appaga mai la sua coscienza chi ha della roba altrui finché non la rende, potendo, alla determinata persona di cui essa è.
Con questa decisione s’accordano le leggi e le ragioni della terra e del Cielo; e così tiene la comune de’ teologi, cioè Sant’Antonino, il Navarro, il Gaetano, l’Azorio, il Sanchez, il Lugo ed altri. Però è da stupire che si sia trovata persona a cui sembrasse probabile che, inviando i ricchi allo spedale, i figliuoli delle lor colpe, non corra ad essi l’obbligazione di pagar le spese suddette, per quella aerea ragione di potersi presumere che sia stala volontà de’ fondatori dello spedale di provvedere con ciò al bisogno tanto de’ ricchi come de’ poveri, senza richiedere risarcimento di spese ad alcuno. Anzi, quando chiaramente non apparisca il contrario, si ha sempre da presumere che il comodo di sì fatti spedali unicamente sia stato istituito per soccorso alla necessità ed impotenza de’ poveri, e non mai de i ricchi, a’ quali non è credibile che alcuno voglia fare la limosina con alimentare del suo i frutti della loro lascivia. E che tale sia l’intenzione e volontà di chi fondò somiglianti spedali sogliono protestarsene alle occasioni, e a chiare note, i direttori anche de i più ricchi e magnifici, non che de i poveri spedali, con far sapere che mortalmente pecca ed è obbligato alla restituzione chi, gravando i luoghi pii del peso de’ suoi figliuoli, può pagarne le spese e noi fa. Anzi, in alcune città hanno i Vescovi riconosciuto questo per un peccato sì irragionevole, che ne hanno riservata a sé soli l’assoluzione, e non la danno se non soddisfatti prima i luoghi pii sopradetti. E però si ha ben ragione di deplorare il costume di molti cristiani de’ nostri tempi, che nulla mai si lascerebbero cader dalle mani in soccorso dei pubblici spedali, non solamente dimenticando i nobilissimi consigli della carità ma infino i precetti della giustizia, e, se pure spendono pel culto e servizio di Dio non mai pensano a questi luoghi pii i quali nondimeno dovrebberoi mirarsi come un oggetto de i più distinti e cari che s’abbia d’avere la carità cristiana.
Pensiamoci un poco. Se non abbiamo tant’animo in vita, almeno alla morte. I nostri vecchi han fatto tanto: che abbiamo noi operato finora per imitarli? Che se essi per avventura non han potuto né men così provvedere a tutti i bisogni dei poveri infermi della città, tocca certo, a i loro posteri l’osservare questi bisogni e il compiere, con la benedizione di Dio e per gloria di Dio, ciò che manca a i. misericordiosi disegni de gli antichi: di modo che il bisognoso popolo vivente non abbia da lodare solamente i defunti caritativi, ma da ringraziare anche i vivi, al vederli gareggiare con quelli (19).
NOTE
(1) Negli scritti del M. si trovano, ogni tanto, frizzanti battute sui medici e sulla loro singolare capacità di facilitare in nome della scienza il decesso dei malati; ma si tratta di bonarie risonanze del linguaggio comune, che il Muratori erudito (e, per di più, bisognoso sovente di cure mediche, e amico fedele di grandi medici) non si permette mai di avallare con tono serio. L’avverbio sconciamente di questa pagina, del resto, ne fa fede. E un passo del cap. XI, nel trattato Della Pubblica Felicità, basti a confermarlo : « Se io mi metterò a dire che di grande importanza è l’arte Medica per la Felicità di un popolo, ed essere per conseguente necessario che vi n’abbia un discreto numero per qualsivoglia popolazione, io non vorrei che mi venisse incontro qualche Plinio, od alcun’altro poco amico, non che nimico de’ Medici, che si mettesse a screditar quest’arte, sino a pretendere che meglio starebbe il mondo senza d’essa, ed essere più il male che il bene che da lei deriva. Non mancano medici, da’ quali vien dipinta l’incertezza della medicina e de’ medicamenti; ed altri, che giungono a trattarla da ciarlatanismo, e da mestiere istituito non per recare la salute agli uomini, ma per ismugnere la borsa di chi loro crede. Ciance nondimeno tali me punto non tratterranno… dal riconoscere nella medicina un’arte, non solo degna di stima e d’onore, ma anche a riguardarla come un aiuto, di cui abbisogna ogni ben regolata Repubblica… » (Della Pubblica Felicità, pp. 130-1).
(2) Intelligente annotazione psicologica: il sapersi assistiti e curati nel male è già una medicina, anche nei casi in cui il medico si riduce più alla funzione di consolar l’afflizione che di risanare una malattia : « Se ad ogni visita il medico scrive qualche recipe ne’ morbi gravi, è per consolare la fantasia degl’infermi e de i lor domestici, e non per isperanza di risanar chi è in letto, e nei torchio. Ne’ vecchi tempi, benché non apparisse, pure talvolta succedeva che gli stessi rimedi, invece di guarire il malato da un male, il guarivano da tutti, con liberarlo da questa valle di lagrime. Oggidì i buoni medici si tengono ben lungi dal trasgredire il quinto Comandamento di Dio, con prescrivere rimedj innocenti : e se non possono guarire, almen si guardano dall’uccidere » ( Op. cit., pp. 134-5).
(3) Laur. Justin., Vita (ap. Bolland T. I, Act. Sanct.): « En quanta, dicebat, ob huius cassi vilis sanitatem parantur! Quanta perduntur! Quum interea pauperes Christi non panem, non stratum, non ignem habeant, ubi calefaciant ».
(4) Viene spontaneamente da rilevare la modernità delle osservazioni che l’A. muove in queste pagine, e delle previdenze ch’egli esorta a mettere in atto; e insieme, per contrasto, da riflettere sulle carenze che, in fatto di assistenza igienico-sanitaria, la nostra società ancora manifesta. Interessante, più che mai è, a questo proposito, il richiamo del M. ai primi secoli cristiani, nei quali la vita sociale fu intimamente e visibilmente pervasa dall’afflato caritativo degli uomini di Dio. Del resto, quasi tutti gli ospedali d’antica istituzione ancora sussistenti recano, nel nome se non in altro, il vestigio della religiosa carità di chi li fondò e per secoli li resse, non già con criteri economico-amministrativi, ma per puro slancio amoroso: per la convinzione di servire nel fratello malato Cristo infermo.
(5) In Vita S. Greg. Nazianz.: Àmplissimis aedibus ex-tractis, annuis proventibus constitutis, quos a divitibus et copiosis hominibus prudenti oratione ad largitatem impulsis collegerat, aegrotos omnes in unum coegit, pauperum gymnasia haec loca appellans. Huic in ea re adiutor ope-risque particeps fuit Gregorius.
(6) S. Hieron. in Epitaph. Fabiolae: Omnem sensum quem habere poterat (erat autem amplissimus et respon-dens generi eius) dilapidavi et vendidit, et in pecuniam congregatimi usibus pauperum praeparavit; et prima omnium nosocomium instituit, in quo aegrotos colligeret de plateis, et consumpta languoribus et inedia miserorum membra fovebat. Quoties morbo regio et paedore confactos humeris suis ipsa portavit? Quoties lavit purulentam vul-nerum saniem, quam alius aspicere non valebat? Fraebebat cibos propria manu, et spirans cadaver forbitiunculis irrigabat.
(7) Gentile = pagano, non cristiano.
(8) A comprova delle qualità pratico-organizzative del Muratori, ben rispondenti alla voce del suo gran cuore e all’altezza della sua dottrina, abbiamo trascritto dall’Archivio Soli-Muratori della modenese Biblioteca Estense un originale ms. muratoriano, che altro non è se non un « progetto » per un Ospizio da erigersi in Modena. Lo si veda nell’Antologia allegata a questo Trattato.
(9) Homo homini deus.
(10) Vorremmo che quest’appunto fosse, in modo speciale, presente a coloro che dirigono talune delle antiche confraternite, opere pie e benefiche istituzioni che nella Chiesa hanno trovato, in altri tempi, suggerimenti, approvazioni e sostegno, ma che oggi vanno, rapidamente declinando verso la decadenza, e son avvolte da incomprensione, mutate essendo le circostanze ed i modi di vedere e di fare: talune fra esse sembrano aver significato solo sul piano del simbolo e della pura rappresentanza, poiché galleggiano nella corrente del divenire sociale come coloriti frammenti del passato, degnate solo di quel curioso sguardo che si suol rivolgere agli aspetti pittoreschi e « interessanti » dell’età morta. Così non sarebbe, probabilmente, se i preposti si fossero sempre preoccupati di adeguare le strutture e le forme delle opere alle nuove esigenze, salvo restando lo spirito che le suscitò e le mantenne.
(11) Uno studio del Taschini, riassunto nell’Enciclopedia Cattolica (IX, 412 e ss.), ci apprende che l’antichità classica quasi nòn conobbe istituzioni di tipo ospedaliero : essi ebbero « vera origine e sviluppo dall’esercizio della carità cristiana stimolata dai bisogni sorti soprattutto in età torbide, quando al sollievo della povertà non bastavano le provvidenze della pubblica carità e le condizioni sociali erano perciò in profonda decadenza. Si poterono organizzare in modo stabile appena la Chiesa ebbe il riconoscimento della sua libertà ». Solo l’età moderna, con la laicizzazione delle opere assistenziali e lo scadimento del senso caritativo, ha trovato modo di organizzare gli istituti ospedalieri (specialmente là dove all’iniziativa pubblica s’è contrapposta quella privata) con criteri economico-amministrativi combinati con quelli caritativi: è questo uno dei segni della crisi della carità, al quale la Chiesa contrappone da sempre una sua moltiplicata e indefessa fecondità caritativa (si pensi solo alle numerose congregazioni religiose femminili sorte, dal sec. XVII in poi, col preciso intento di assistere i malati per amor di Dio).
(12) Oggi si è giunti, per grazia di Dio, a provvedere in maniera decorosa, se non del tutto lodevole, all’assistenza degli incurabili e al ricovero dei inalati di mente, sui quali le statistiche forniscono cifre e dati sempre più allarmanti. Questi ultimi trovano ospitalità negli appositi luoghi (ospedali psichiatrici o manicomi), distinguibili a lor volta in privati e pubblici. Pubblici sono quelli amministrati per lo più dalle province: uniscono alla funzione assistenziale quella di pubblica sicurezza, e si reggono secondo una disciplina uniforme (Legge 14 febbr. 1904, n. 5G; Regolamento di esecuzione 16 ag. 1909, n. 615, ulteriormente migliorato), con personale specializzato: il loro intento è di preservare la società dagli elementi pericolosi ma, soprattutto, di restituire ad essa i malati recuperabili, che sono più numerosi di quanto per solito non si creda. Ragguagli interessanti sulle condizioni dei malati di mente fino al sec. XVII e sulle riforme caritative operate in loro favore da Monsieur Vincent si leggono nel c. X del Vincenzo de’ Paoli di Werner Leibbrand (Milano, 1945), da p. 165 in poi.
(13) Argomentazione quanto mai convincente, che offre al lettore ottima materia di riflessione personale, e allo studioso muratoriano un aspetto ulteriore della profonda
virtù che ornava l’animo dell’A.
(14) « Quando speciali epidemie si diffusero in Occidente, specie a cominciare dal sec. XI, sorsero anche speciali ospedali, governati da infermieri viventi in comunità come gli Antoniani a Vienne (Provenza), o, per arginare i progressi della lebbra, speciali lebbrosari, o lazzaretti… Con il Rinascimento, in Italia specialmente, si nota un ulteriore progresso… I lebbrosari, diventati quasi inutili, vengono in molti luoghi sostituiti con gli ospedali per gli incurabili e con lazzaretti nei momenti di epidemie » (Fascinili).
(15) Parricidio, a prima vista, può sembrare parola impropria; ma M., ottimo conoscitore della lingua, l’ha qui usata con grande esattezza, poiché essa indica l’uccisione del padre o della madre non solo, ma anche di uno stretto congiunto (e, figuratamente, di una pubblica autorità).
(16) Cod. Theod., lib. V, tit. 7, L. 1: Quicunque puerum vel puellam projectam de domo patris, vel domini, voluntate scientiaque collegerit, ac suis alimentis ad robur provexerit, eumdem retineat sub eodem statu quem apud se recollectum voluerit agitare, hoc est sive fìlium sive ser-vum eum esse maluerit, omni .repetitionis inquietudine penitus submovenda.
(17) Concilio Vasense, o di Vaison : si tenne il 13 nov. dell’anno 441, sotto il vescovo Auspicio; non si sa quanti vescovi vi partecipassero. Nettario, vescovo di Vienne, « vi predicò pubblicamente che il Padre, il Figliuolo e lo Spirito Santo non hanno che una natura, una potenza, una divinità e una virtù » (Adone). Vi si pubblicarono 10 canoni riguardanti la disciplina ecclesiastica. — Il c. Arelatense (o di Arles, in Provenza) II di cui M. parla non è indicalo con chiarezza nei comuni dizionari, poiché taluno fra i concili tenuti in quella città (quello del 353, ad esempio, indetto dall’imperatore Costanzo) non fu riconosciuto. M. probabilmente si riferisce a quello de 442 (o giù di lì comunque non ai tempi di S. Ilario, vescovo della città di Póitiers esiliato in Oriente, come si legge nel Dizionario Portatile de’ Concilj, pubblicato a Venezia nel 1775, che Ilario morì nel 366). Vi si presero numerose misure d’ordine disciplinare (fra le quali una, un po’ curiosa per noi, che proibiva di elevare al suddiaconato coloro che avessero sposato una vedova).
(18) Cod. Justin. L. « Sancimus », C. de Infant. exposit. ».
(19) Termina così uno dei capitol1 più belli, persuasivi ed eloquenti di tutta l’Opera. Assieme al seguente e ai due consacrati alla predicazione della misericordia verso i carcerati (cc. XXIX e XXX) esso si presta a profonde riflessioni per quanti vogliano, ancor oggi, occuparsi di questioni attualissime e dolorose, perenni come la miseria umana.

Criteri scientifici e provvedimenti dell’ordine operativo-economico

Meda F., Scritti scelti di Giuseppe Toniolo, Milano, Vita e Pensiero, 1921.

Criteri scientifici e provvedimenti dell’ordine operativo-economico, pp. 238-249.

B) Criteri scientifici e ‘provvedimenti dell’ordine operativo-economico.

Succede ora la esposizione di taluni massimi cri­teri e provvedimenti che reputami adeguati ad im­primere all’attività economica, in tutti i suoi aspetti di produzione, riparto, consumo e scambio dei beni, un indirizzo più conforme allo spirito cristiano.
Se i principi testé esposti riguardano la costi­tuzione dell’ordine sociale-economico, questi criteri ed istituti si riferiscono ai modi e leggi di operosità di esso: cosicché allo studio dell’organismo succede quello della vita sociale-economica.
Produzione della ricchezza. — 1. I cattolici ita­liani riconoscono la legittimità e il dovere della tu- tela morale-economica delle classi lavoratrici nella pro­duzione, all’intento di conservare la piena loro inte­grità fisica, di permettere la conveniente istruzione intellettuale e la morale educazione, e sopra tutto per rispettare e guarentire con essa l’adempimento dei. doveri religiosi, sociali, domestici, civili. Ciò spe­cialmente mediante :

a) i riposi festivi ;
b) l’esclusione del lavoro delle donne e degli adolescenti da certe industrie;
c) la limitazione massima assoluta delle ore di lavoro specialmente per queste due ultime classi di persone.

Ma tale compito doveroso essi attribuiscono pri­mamente all’imprenditore, subordinatamente ai soda­lizi corporativi d’arte (quando si costituissero) me­diante norme da essi liberamente concordate giusta le varie esigenze dello singole industrie e le circo­stanze de’ luoghi, e all’uopo dallo Stato giuridica­mente convalidato; infine, in via completiva e pei rapporti generalissimi, estese ad una sfera più. ampia in forma di convenzione internazionale.
2. Reputano la produzione generale di un paese essere avvantaggiata da uno sviluppo proporzionato di grandi, medie e piccole industrie. Ma preferiscono e raccomandano (ove la natura della produzione spe­ciale lo comporti) le mezzane imprese ; e queste ap­partenenti non tanto a società anonime, quanto a’ proprietari individuali, o anche a ditte sociali, ma in questo caso, sotto forma di società industriali a responsabilità illimitata o mista (in nome collettivo
o in accomandita), come quelle che elevando maggior­mente la responsabilità. morale ed economica del­l’impresario, meglio guarentiscono il normale sviluppo delle imprese stesse, e rendono più intimo ed effi­cace l’esercizio del patronato sopra gli operai.
3. Reclamano la produzione da parte delle classi superiori delle piccole industrie, sotto forma di mani­fattura, domestica, ovvero di mestiere, con ordinamenti e provvidenze che valgano a farle partecipi dei be­nefici del progresso tecnico ed economico, oggi esclu­sivi delle grandi imprese, e specialmente a procurare loro una più perfetta suppellettile stromentale, l’adozione di piccoli motori automatici, nonché i sussidi del credilo, dell’istruzione tecnica pratica (scuole d’arti e mestieri) e dell’associazione: raccomandandosi per quest’ultimo rispetto specialmente le Società per l’ac­quisto di materie prime e per lo spaccio cumulativo dei prodotti.
In particolare poi caldeggiano il sostentamento e la diffusione del lavoro femminile casalingo: molti­plicando i rami del lavoro industriale, meglio adatti alle donne ed esercitali in famiglia e riservandoli prevalentemente ad esse: come p. e. l’oreficeria, la produzione di fiori artificiali, la pittura sul vetro, tessitura suntuaria, le industrie artistiche in genere, i prodotti di moda, la piccola estetica ecc., e all’uopo fornendo a quelle una conveniente preparazione tec­nica in apposite scuole pratiche per le arti muliebri.
4. Nell’agricoltura vivamente reclamano (dove la natura del suolo e delle colture lo comportino) il mantenimento e la diffusione della colonia parziaria (mezzadria, terzaria, ecc.), sorretta a sua volta dal rispetto di razionali consuetudini giuridiche e mo­rali: nonché la ricostituzione (specialmente per i j terreni di scarsa produttività e bisognevoli di per­manenti migliorie), della enfiteusi ; ambedue ordinamenti valevoli a favorire la stabilità e la elevazione | graduale dei coltivatori, con vantaggio ancora dei proprietari fondiari.
Del pari raccomandano il connubio dell’arte agraria con altre industrie accessorie e intercalari (lavori di vimini, intagli di legno, tessuti ordinari), e la propa­gazione di queste nelle campagne, onde completare colla varietà delle fonti i redditi delle famiglie rurali.
5. Rispetto all’azione legislativa dello Stato, ritiensi che l’obbligo della eguaglianza proporzionale di trattamento di tutti i rapporti sociali-economici ri­chieda una tutela e promozione più intensiva degli interessi fondiari ed agricoli, appunto a proporzione dell’importanza gerarchica primaria che- spetta al­l’agricoltura, sia dal punto di vista economico (spe­cialmente per la sussistenza generale e in. particolare delle moltitudini), sia da quello morale civile della nazione; — azione da dispiegarsi, prima ancora che per via indiretta di tariffe doganali, mediante leggi che. favoriscano le migliorie delle terre, l’impiego defi­nitivo dei capitali nel suolo, e alleggeriscano gli oneri finanziari sopra di questo.
Bipartizione della ricchezza. I cattolici accol­gono è favoreggiano tutti quei criteri direttivi, isti­tuti e provvedimenti in genere, che si rinvengano più adatti ad assicurare, insieme alla onestà e giustizia, la maggiore possibile permanenza e intimità di rap­porti fra le varie classi produttrici, nel riparto rispet­tivo dei redditi. — E perciò :
1.° Ammessa in massima la libera contrattazione della mercede, i cattolici italiani propugnano che essa in inedia (fra accidentali oscillazioni del reddito del­l’impresa) debba a titolo di giustizia e di rette leggi economiche corrispondere all’effetto utile del lavoro e quindi alla parte del valore del prodotto elio è frutto delle prestazioni del. lavoratore (salario normale); ma in niun caso possa la mercede normale scendere al di sotto del minimum determinato, dal necessario ai. bisogni individuali e famigliali del lavoratore, giusta le’ circostanze del tempo e del luogo; compreso in questo minimum la quota per le eventuali contintingenze sinistre (infortuni, sospensioni fortuite di. lavoro, ;’ecc.). In circostanze storiche eccezionali, di facili e generali abusi degli imprenditori industriali, si ammette anche la prescrizione legale del minimo delle mercedi, da affidarsi di preferenza alle Corpora­zioni locali.

2.° Propugnano la proibizione per legge della re­scissione immediata (subitanea) dei contratti di lavoro per ambe le parti e la sostituzione dell’obbligazione di reciproci preavvisi fra imprenditore ed operai,
3.° Preferiscono, per quanto torni possibile, il pagamento del salario a compito (a fattura, a prodotto) piuttosto che il salario fisso a tempo (a giornata) ; nonché la corresponsione di una parte, del salario in modo indiretto, p. e. mediante l’alloggio gratuito fornito dagl’imprenditori agli operai, mediante certi contributi in denaro versato dai primi a favore dei secondi, in Casse di risparmio o presso società d’as­sicurazione sulla vita, per casi d’infortuni o di crisi, mediante pensioni, ecc.
4.° Trovano commendevole l’attribuzione agli ope­rai di una quota addizionale del salario stesso, a titolo di partecipazione al profitto dell’impresa; quella però (affine di non offendere la libertà d’azione dell’imprenditore) corrisposta di preferenza sotto forma di premio nelle annate prosperose, e. destinata o alla fondazione d’istituti di comune utilità, o alla for­mazione di un patrimonio comune, valevole sopratutto per le crisi industriali, e specialmente a favore degli operai più onesti e costanti nel servizio ‘di un datò stabilimento.
5.° Sollecitano la costituzione dei Consigli degli arbitri, ovvero di Tribunali di probi viri, trascelti di mutuo accordo dall’impresario e dagli operai con facoltà di pronunciare sentenza e coll’intento di prevenire o dirimere dissensi e controversie rispettò alle mercedi: uffici, che si preferirebbe fossero coor­dinati ai collegi d’arte, ove questi risorgessero.
6.° Tra le provvidenze di patronato industriale proprie specialmente delle grandi imprese coll’in­tento non tanto della tutela, quanto della elevazione morale ed economica delle classi lavoratrici, viene posta in prima linea la costruzione di case operaie da parte dell’imprenditore d’intorno agli stabilimenti onde appigionarle, con’ tali modalità però che l’ar­tigiano possa divenire gradualmente proprietario o meglio la erezione di quelle case con tali combina­zioni, per cui la proprietà appartenga fin dalle ori­gini o ricada definitivamente come patrimonio co­mune di un Ente corporativo, il quale abbia facoltà di concederne l’uso ai più degni fra gli operai e insieme di privameli, se vengano meno all’esemplare con­dotta domestica e industriale.
7.° Negli stabilimenti nei quali di necessità si: attraggono da lontani paesi numerose fanciulle e si trattengono lungamente remote dalle loro famiglie (come nelle grandi filande a vapore) è raccomanda­bile l’istituzione di conviti (internats) sotto la dire­zione di oneste direttrici (meglio se addette a qualche ordine religioso) ; nei quali, insieme alla mensa, al riposo comune e alla gestione dei loro proventi mate­riali, e la cura della salute, la loro onestà e la educa­zione religiosa rinvengano materne sollecitudini e protezione.
8 ° Rispetto ai capitalisti soci di Un’impresa (azio­nisti) i cattolici riprovano la consuetudine, per cui si assicura ad essi primamente e senza riguardo ai profitti dell’industria un interesse fisso, oltre al di­videndo variabile;,e inoltre propugnano l’osservanza da parte degli stessi azionisti di propri analoghi i doveri giuridici e morali, d’intervenire cioè personal­mente alle assemblee generali, di preferire le imprese oneste e solide a quelle sospette e aleatorie,; quelle più vantaggiose per la generalità delle classi operaie ad altre di più ristretta e privilegiata destinazione, e simili; nonché di prender parte, almeno indiretta, agli uffici di tutela e miglioramento morale e civile degl’inferiori, addetti alla sociale, impresa.

Consumo od uso della ricchezza. — 1.1 cattolici italiani, oltre a far propaganda dei principi cristiani in genere intorno all’uso e destinazione dei redditi, disapprovano l’assenteismo ossia le abitudini delle classi proletarie -terriere di rimanere remote dai propri fondi ciò che pregiudica così alla buona gestione degli interessi economici particolari e generali, come al­l’esercizio del patronato agricolo.
2. Si propongono di proclamare la necessità per tutte le classi di riprendere le abitudini di consumi razio­nali, sobri!, e relativamente costanti, in armonia collo spirito di cristiana temperanza ; ciò che giova alla stabilità delle industrie di più generale e solida pro­duzione e alla formazione dei capitali. Ma insieme si prefiggono di ridestare nei ricchi la coscienza del dovere, di darne per primi l’esempio coll’abbandono assoluto del lusso smodato, capriccioso, corruttore: ciò che non esclude l’impiego, anche copioso, delle loro ricchezze a. fini di culto, di esteriore decoro, di arte, di pubblica utilità e magnificenza; il quale anzi profitta alla lor propria e alla generale educazione religiosa, morale, estetica, civile, nonché al prestigio dell’autorità.
Poiché per altro si avverano spese immorali, spro­porzionate e ramose in tutte le classi, ma special­mente in quelle inferiori, i cattolici fra noi si fanno sollecitatori:
a) di società contro l’abuso di consumi anti­gienici e dispendiosi, particolarmente delle bevande alcooliche;
b) degl’istituti di ogni specie di previdenza, i quali favoriscano il risparmio; in ispecie di quelli che si aprissero nel seno delle società cattoliche di mutuo soccorso o nell’interno delle fabbriche;
c) di società cooperative di consumo, esse me­desime congiunte possibilmente colle società di mutuo soccorso; e così di forni cooperativi e di cucine econo­miche, quest’ultime però con tali accorgimenti, per cui non si attenui la sollecitudine delle cose domestiche o l’intimità famigliare.
3. A sollievo della povertà delle classi men favo­rite dalla fortuna e a riparo della miseria in parti­colare essi fanno appello alla beneficenza, ordinata ma profusa. — E quindi caldeggiano la beneficenza, per parte di tutti indistintamente: delle classi infe­riori fra esse (beneficenza mutua), dei ceti doviziosi (patronato in senso ampio), di speciali associazioni, di enti morali-giuridici (opere pie), della Chiesa e subordinatamente dello Stato; — da esercitarsi sotto Ogni forma accidentale (elemosina) o permanente (con fondazioni) e in qualunque modo ordinario (per bi­sogni costanti) e straordinario (negli eventi eccezionali); — però sotto questa suprema condizione, che la elargizione s’ispiri ed informi a carità nel vero senso dell’espressione, e che per ciò stesso il sovvenimento materiale non si scompagni mai dal conforto spirituale.
4. In particolare preferiscono e raccomandano:

a) l’introduzione e la massima diffusione delle Società di mutuo soccorso (o meglio di reciproca carità); nelle quali torna vivamente desiderato, che un rap­presentante dell’autorità ecclesiastica assista, a mi­gliore guarentigia e fomento dello spirito e degli in­tendimenti cristiani; —che le classi superiori (patroni e patrone) entrino come elemento integrante con ufficio protettivo e dirigente: — che siano ascritte le intere famiglie dei soci (moglie e figli) a meglio rappresentare l’unità domestica; — che il soccorso; a economico (per malattie, ecc.) si associ a quello morale-religioso, divenendo anzi quest’ultimo lo scopo massimo informativo di tali sodalizi; — che esse inoltre si stringano fra loro in federazioni; — e che finalmente dallo Stato vengano (senza sminuire la loro autonomia.) riconosciute come Enti giuridici;
b) la propagazione delle Società di S. Vincenzo de’ Paoli per la visita e soccorso a domicilio, nella quale prendano parte attiva i poveri e ricchi insieme, e il sussidio materiale si unisca al consiglio ed ai presidi! adatti al comune miglioramento etico-re­ligioso;
c) gli uffici di informazione e collocamento a lavoro degli operai adulti disoccupati, da aprirsi nel seno di società di mutuo soccorso;
d) le società congeneri di patroni e patrone degli operai ed operaie adolescenti, per l’affidamento di questi ad onesti industriali o capimestiere ad ap­prendere l’arte, per la maggior conclusione ed os­servanza del contratto di tirocinio, per la sorve­glianza della condotta morale anche fuori dell’officina, ecc;
e) le scuole serali elementari con spirito reli­gioso, possibilmente combinate coll’insegnainento del lavoro manuale, così nelle città che nelle campagne;
f) la costruzione di abitazioni popolari nelle maggiori città (oltre quelle provvedute dagl’indu­striali e proprietari terrieri pei rispettivi operai e coltivatori) ; ed esse preferibilmente negli alti piani dei palazzi borghesi ed aristocratici (per la maggiore agevolezza e costanza di mutui contatti), e subordi­natamente in appositi quartieri, con singoli alloggi,
il più possibile indipendenti l’uno dall’altro; abita­zioni da provvedersi per cura di società cooperative o di beneficenza privata (non di speculazione), le quali assicurino la mitezza delle pigioni e insieme tutelino la moralità delle famiglie.
5. Relativamente alla beneficenza stessa i cat­tolici italiani si propongono di propugnare come parte del programma:

a) le più complete guarentigie giuridiche, la più ampia libertà a favore della beneficenza/privata di ogni specie (contrapposta a quella pubblica ossia di Stato), e la rivendicazione a favore della Chiesa, giusta le antiche costituzioni ed i canoni del Concilio Tridentino, del diritto supremo di vigilanza, tutela e gestione delle Opere pie e caritatevoli.
b) analogamente la intangibilità, di fronte allo Stato, del patrimonio delle Opere pie; e inoltre la facoltà conceduta ad ogni cittadino di reclamare in forma di actio publica l’adempimento di legati pii di beneficenza e di comune utilità;
c) il compito dei poteri pubblici, in via nor­male, a far valere la rigorosa osservanza: della volontà dei benefattori; e da fungersi, piuttosto che per l’or­gano dell’autorità centrali governative, per quello dei poteri locali autonomi (Comuni, Provincie), o meglio a mezzo di Enti autonomi emanati da questi e composti di elementi misti, ecclesiastici e laici;
d) la riforma degl’istituti pii e dei loro scopi, consentita per diritto all’iniziativa della Chiesa; e subordinatamente promossa dai poteri pubblici, d’ac­cordo però coll’autorità ecclesiastica, quale inter­prete degli obblighi di coscienza e tutrice degl’inte­ressi dei poveri;
e) l’esercizio infine della beneficenza pubblica o di Stato — ammessa soltanto in forma completiva ovvero in casi di straordinarie calamità.
Circolazione della ricchezza. — 1. I cattolici ita­liani, riconoscendo la somma utilità del commercio, ma insieme la facilità e grandezza dei’suoi abusi, in ispecie per la inonesta e sbrigliata concorrenza generatrice delle crisi commerciali, approvano le leggi che prevengono e reprimono le adulterazioni delle merci e in ispecie dei commestibili; nonché là più severa ed energica procedura contro i fallimenti col­posi o dolosi. Del pari, ad ovviare abusi che sono per lo contrario violazione della legittima concorrenza, invocano leggi ohe proibiscano e reprimano le coa­lizioni di commercianti per sostentare artificialmente i prezzi delle cose con danno della pubblica economia. Ma insieme i cattolici si affidano all’attiva ed estesa propaganda dei principii cristiani di onestà, giustizia, prudenza; fatti valere praticamente da libere asso­ciazioni o meglio (ove risorgessero) da Corpi d’arte mercantili, i quali mutuamente invigilino e tutelino il comune decoro e il legittimo interesse commerciale connesso con quello del pubblico, all’uopo anche con giuridiche sanzioni.
2. Riconoscono l’efficacia del credito; e pur am­mettendo la percezione dell’interesse dei mutui, giusta i concetti, lo spirito ed i limiti in cui la Chiesa lo consente, propugnano:
a) 11 restauro delle abitudini e degli istituti, che attuano nella più larga applicazione la associa­zione diretta del capitalista all’imprenditore,. con­dividendo con lui i rischi deirimpiego produttivo del capitale;
b) nei mutui in generale, l’adozione (a somi­glianza di quanto fu ammesso da parecchie legisla­zioni d’Europa) di sanzioni repressive degl’interessi, nei casi, in cui questi — senza conveniente giustifi­cazione, notevolmente eccedano il saggio ordinario corrente di mercato e insieme non tengansi in relazione alcuna col saggio normale del profitto della produ­zione in generale, o finalmente appariscano evidente­mente estorti al sovvenuto, speculando sopra le estreme necessità, ovvero abusando della debolezza o della inesperienza del medesimo ;
c) la proibizione e repressione di alcune ope­razioni di borsa manifestamente immolali o sommamente proclivi a turbare gli onesti e. regolari rapporti economici di cambio.

Raccomandano la introduzione e diffusione:
a) del prestito d’onore fra operai artigiani e col­tivatori appartenenti ad una medesima società di mutuo soccorso; da effettuarsi specialmente — me­diante un fondo distinto di comune risparmio — per piccole somme — possibilmente senza interesse — e col congegno di una graduale estinzione (am­mortamento);
b) di istituti pubblici di credito popolare, spe­cialmente in forma mutua, coll’intervento diretto (come soci) dei ceti superiori, con carattere locale, senza scopi di speculazione aleatoria, con modalità accomodate alle piccole industrie e commerci,. e con altri più speciali pel prestito agrario in pro dei mez­zani e piccoli agricoltori e della minuta proprietà fondiaria : istituti da aprirsi preferibilmente nel seno delle società di mutuo soccorso, ovvero per opera e sotto la guarentigia di corporazioni industriali e mer­cantili o di associazioni permanenti, di proprietari e coltivatori, ove questi enti venissero a costituirsi.

San Filippo Neri e il suo metodo educativo

Avolio G., S.Filippo Neri e il suo metodo educativo (note pedagogiche), Napoli, Giannini, 1928, pp. 7-30.
Leggendo la vita di Gesù vediamo che il divino Maestro adopera tutta la sua severità contro i supèrbi gaudenti della terra, segnatamente contro i ricchi, pieni di boria e di fasto, che nelle ricchezze e nei godimenti mettono tutto il lor cuore, e chiudono le viscere di fronte alle miserie e ai dolori del prossimo. E poi, contro gl’ipocriti, i quali ostentano la loro religiosità, per farsi credito nel popolo e per sfruttarlo difatti — dice Cristo — « Col pretesto di lunghe orazioni, divorando le case delle vedove».E, ancora, contro i farisei e contro i dottori della Legge, i quali caricano su le spalle, degli altri pesi cli’essi non toccherebbero con un dito e cioè oppongono alla salvezza tutta una loro opprimente, interminabile casistica, per cui, arrogandosi di possedere essi soli le chiavi del Cielo, non c’ entrano essi stessi — chè, dimentichi della carità, pieni d’amaro zelo, confinano tutta la loro religione, in una infinità di minuziose pratiche esteriori, prive d’ ogni contenuto spirituale — ed impediscono agli altri d’entrarci.
E più terribilmente severo — severo sino, alla violenza — si móstra contro i trafficanti del Tempio, i quali, della Casa del Padre Suo: « Che doveva esser Casa d’orazione, ne han fatto una spelonca di ladri! ».
Si mostra, invece, compassionevole e pieno di delicati riguardi, con i’ caduti — « Non han bisogno del medico i sani, ma gliinfermi: Non son venuto per i giusti, ma per i peccatori ». Compassionevole più che mai si mostra con i poveri, con i reietti, con i disprezzati dal, mondo: con gli umili, in una parola. Agli umili segnatamente annunzia la buona novella per gli umili, compie il più gran numero di miracoli — guarigionidi ciechi, di storpi, d’ idropici, di paralitici, di lunatici, di sofferenti d’ ogni sorta e d’ ogni, male. Gli umili associa al suo sublime ministero: agli umili rivela i più profondi misteri del regno dei Cieli.
Tra questi umili presceglie, assai spesso, delle povere donne, le quali, com’è noto, dai dottori della Legge eran tenute nel massimo disprezzo dà segno da ritenere disdicevole, per un dottore, anche il solo fermarsi a discorrere pubblicamente con una donna, fosse pure la propria moglie; e da riputarsi persino d’istruirle.
Gesù rovescia andacemente tutt’i falsi valori; mette alla gogna scribi e farisei ; squaderna pubblicamente tutta la falsità della loro vita; li paragona, infine, a sepolcri imbiancati, belli e netti di fuori, ma dentro pieni di putredine. E con grande misericòrdia è carità si rivolge invece alle più ‘umili donne, alle quali predica la buona novella; alle quali rivela i misteri del regno di Dio, ed arriva sino, con una delle più reiette — la Samaritana — a rivelare apertamente la Sua divinità: rivelazione negata ai fariseie ai dottoridella Légge!
Ma, dove la tenerezza del divino Maèstro assume forma maternamente commovente è nella prédilezione e nell’amore per i fanciulli, su l’animo dei quali la sua divina persona esercita una attrattiva e un fascino irresistibili. E però i fanciullia’ccorrevan festosi dovunque Egli apparisse, e facevan ressa per avvicinarlo e per toccarlo a, segno che i discepoli, non ancor bene illuminati, e però mossi da falso zelo, cercavan d’allontanarli. Mentre il dolce e divino Maestro diceva aloro : « Non vogliate allontanare da me i fanciulli, che di questi è il regno dei Cieli» e li abbracciava e benediceva e imponeva loro le mani. E i fanciulli, giubilanti, non sapevano staccarsi da Gesù.
Il quale, quasi a rincalzare il suo umano, profondo concetto —avendo letto nell’ànimo d’alcuni suoi discepoli, come contendevan tra loro, per avere la preminenza, nel futuro regno, che immaginavan tuttora, non già spirituale, ma terreno, con tutte le sue grandezze; e pompe e vanità—Gesù li chiama attorno a sé; si mette accanto un fanciullo, e dice loro: « Se non vi convertirete, e se non diventate come fanciulli, non entrerete nel regno dei Cieli ».
Lezione profonda psicologica e pedagogica !
Ilfanciullo, difatti, rappresenta l’ingenua bontà, che non ha ambizione, che non ha cupidigie: che tutto crede, tutto spera, tutto sopporta, tutto perdona: la cui piccola ira, non cessa solo al tramontar del sole — come Paolo inculca ai primicristiani — ma dura un sol momento; perchè il fanciullo è incapace di serbar rancore ed è sensibile, ad ogni minimo atto d’amore, che ricambia con l’abbandono più fiducioso e più tenero nelle braccia di chi mostra d’amarlo.
Il fanciullo è, un osservatore finissimo di quanti lo circondano: egli intuisce subito chi veramente gli vuol bene ed a questi s’ attacca irresistibilmente.
Voi, se avete saputo guadagnarvi 1’animo del fanciullo, vedrete che, anche quando lo punite; cercando sempre di dargli ragione, secondo la piccola capacità, della vostra severità — che non dev’esser mai un atto d’impaziènza o d’imperio, o, peggio, come di vendetta; ma una necessità amorosa, per il bene stesso del fanciullo — vedrete che, dopo avere strillato e pianto e tenutovi anche il broncio per qualche poco, vi s’avvicinerà pian piano, vi tornerà amoroso tra le braccia, vi salterà al collo, vi colmerà di baci: egli non ricorda nemmeno d’avere avuto da voi una ramanzina o anche delle busse!
A questa squisita bontà dovrebbe ispirarsi l’animo dell’uomo e segnatamente 1’animo del cristiano.
Ma, Gesù soggiunge: « Guai a chi avrà scandalizzato uno di questi piccolini: meglio sarebbe, per un tal uomo, che gli fosse appesa ài collo una macina da asino, e fòsse gettato nel prof ondo del mare!
Quale tremenda responsabilità, per quei genitori, per quei maestri, per tutti coloro che hanno obbligo d’educare i fanciulli; per tutti quelli che, per qualsiasi motivo, abbiano contatto con questi, piccolini!
Il bambino, difàtti, e più tardi, il fanciullo, il giovinetto, e anche l’uomo, han tutti l’istinto dell’imitazione. A principiar dal bambino, che osserva i minimi atti e li riproduce, e così, le parole. L’uomo stesso, consapevole o no, segue spesso il pensiero e imita gli atti delle persone che ama, o che stima semplicemente, perchè crede a lui superiori: questo, specie nei rapporti tra maestri e discepoli. Tutti sanno come d’ un gran maestro i discepoli, non solo imitavano la voce e il gesto, ma arrivarono a imitarne sino i difetti, fisici!
Siaggiunga che le prime impressioni lasciano nell’ animo del fanciullo un’impronta, che difficilmente si cancella, in seguito; e, non di rado, ha influenza su tutta la vita. Di qui la tremenda responsabilità, di chi non ha riguardi per queste unirne tènere!
S. Filippo, a somiglianza del divino Maestro, attirava a se i fanciulli irresistibilmente. Perchè? Perchè possedeva in alto grado quella virtù che Gesù, più delle altre, inculca, dopo 1’amor fraterno, cioè la pazienza: « Nella pazienza possederete leanime vostre! ». Ed era, anzitutto, dotato della più squisita bontà.
Non si può immaginare quanto i fanciulli intuiscano la bontà, o, meno, di quelli’ che li avvicinarlo; e come irresistibilmente s’attacchino alle persone, che dàn segno di bontà: virtù che non, si scompagna mai dalla pazienza.
E gran pazienza occorre per trattare con i fanciulli per sopportare con lieto ed uguale animo l’irrequietezza naturale a quella età.
Quando un nuvolo di fanciulli giocava attorno al gran Santo, e qualche volta arrivavano ad arrampicarsi sulla persona, S. Filippo si limitava a dire con dolcezza: « Fanciulli, state buoni! e soggiungeva, sottovoce: se potete!»: perchè comprendeva assai bene, che l’irrequietezza èra loro còsi naturale, che, solo se malati, potevano star mogi e quieti.
Per questo il Santo si mescolava ai loro giuochi, li regolava, li animava con la sua schietta giovialità; facendosi, senza ostentazione, senza sforzo, e per puro impulso d’amore, bambino con i bambini; fanciullo con i fanciulli: cercando — pur nell’allegria, che voleva non mancasse mai: « Fanciulli, state allegri, ma non peccate! », ripeteva spesso — cercando, pur nell’allegria di non far perdere di vista il concetto cristiano degli stessi giuochi: non fini a se stessi, ma mezzi per ricreare e dar vigore allo spirito.
E per tenerealta la loro spiritualità, avvivava, a quando a quando, in quelle tenere anime, il senso religioso; sia invitando i più svegli a parlar delle virtù, specie di quelle virtù, delle quali si studiava, di presentare in se, meglio che poteva un modello pratico da imitare: sia ricordando ed illustrando qualche opportuno detto di Gesù, o qualcuno degli episodi evangelici, così ricchi, oltre che di senso profondo, di bellezze estetiche. E ciò faceva con la più schietta semplicità, senza darsi alcun tono, soprattutto, senza mostrare di voler far la predica: e i fanciulli, attenti e commossi, pendevan dalle sue labbra; ma egli, presto, per non stancarli e per impedir che fossero presi dalla noia, dava di nuovo il segnale per la continuazione dei giuochi, prendendovi parte gioiosamente.
E così, con l’esempio, con la sua dolcezza che attraeva, e con infinite e felici industrie, riusciva a educare centinaia e migliaia di fanciulli al senso cristiano della vita, al sentimento del dovere, all’amor patrio, alla mutua, fraterna carità, soprattutto alla sincerità, che dev’esser la tessera del galantuomo e del cristiano, il quale deve imitare il Cristo che, per proclamare a viso aperto la verità, sfidò l’ira dei farisei e del sinedrio e di tutte le principali autorità giudaiche è degli stessi rappresentanti del potere politico: preferendo gli scherni, gl’insulti, la flagellazione, la morte, la più atroce e ignominiosa morte alla viltà di nascondere o rinnegare la verità.
E però, dopo un tale, memorabile esempio di sincerità, potè ingiungere a noi l’obbligo —l’obbligo, non il consiglio! — della sincerità ad ogni costo: « Sia il parlar vostro: si, si: no, no. Il dippiùè del maligno ».
Così S. Filippo dava alla Patria centinaia e migliaia di onesti cittadini; mentre, senza l’opera, eminentemente civile, e cristiana, del gran Sàntoy, non pochi di quei fanciulli sarebbero stati vittime della corruzione della strada; o perchè senza genitori; o perchè figli di genitori incoscienti, o negligenti, o depravati; e forse molti di essi avrebber popolato gli ospedali, o le carceri!
La pazienza è necessaria, perchè, pur serbando Serietà e fermezza, bisogna sernpre amorevolmente; farsi ubbidire. S’intende, solo e sempre, in quello ch’è assolutamente necessario; mentre è falso l’abito di molti genitori e di moltissimi maestri, di contrariare sempre, sistematicamente, la volontà dei fanciulli; i quali assai spesso sono logici nelle loro richieste, anche se, talvolta, nella finalità, sbagliate. E però, secondati, con opportune correzioni e brevi suggerimenti, dati con serietà amorosa, si fa sempre opera educativa; mentre, sistematicamente contrariati, se ne irrita la piccola anima; e, se troppo si spinge oltre il contradire e il reprimere, se ne provoca la ribellione e se ne guasta il carattere, specie se la compressione della piccola volontà è accompagnata da frequenti atti violenti, violenti anche nei soli modi e nel linguaggio; i quali atti sempre, o a lunga o a breve scadenza, provocano la reazione: prima nell’animo, più tardi, materialmente. Per questo non è infrequente il caso che usino, a loro volta, un linguaggio violento ed anche osceno, e che alzino la mano sugli stessi genitori, i quali usaron con loro sistematicamente la violenza e quasi sempre, nella vita, questi disgraziati fanciulli, riescono degli sboccati e dei violenti.
Sino nel secondare qualche voglia assurda, si può far opera educativa, quando, sempre vigilando, si lasci andare il bambino a qualche mòssa sbagliata, per cui, per esempio, o cade, o urta, o si scotta leggermente: in una parola, che si faccia un po’ male. Queste piccole esperienze gioveran, poco per volta, a fargli acquistare una certa consapevolezza dei propri atti ed, in seguito, anche un certo senso di responsabilità; assai più che molte raccomandazioni e molte prediche, le quali spesso producono un effetto contrario a quello voluto e sperato: e ciò perchè il bambino ed il fanciullo, come l’uomo, difficilmente si lascian condurre dove non vedon chiaro col proprio cervello.
La pazienza è poi necessaria ancora per sodisfare, almeno in parte, alle molteplici domande, che il bambino e il fanciullo fanno sopra i più svariati oggetti. Anche in questo occorre pazienza, e pazienza grande, perchè bisogna adattarsi alla capacità del bambino e del fanciullo: ripetere le stesse cose più volte, magari sotto forme diverse; farsi, in una parola — come il Santo si faceva — bambino con i bambini; fanciullo con i fanciulli, eh’ è il più difficile e il più alto e il più meritorio atto pedagogico che si possa fare: perchè si tratta di abbassarsi al livello della mentalità infantile; ma per elevarla sino al livello della propria mentalità. Per questo occorre, non solo molta pazienza, ma ancora molta capacità e, soprattutto, molto cuore.
Ciò spiega come i più eletti ingegni siano stati sempre portati a compiere quest’atto generoso, educativo; sia con i propri figliuoli; sia, nello insegnamento, con i figliuoli altrui, specie con i figli del popolo. E ciò spiega pure, perchè Alessandro il grande abbia affidato il proprio figlioletto, non a un maestro qualsiasi, ma al grande Aristotele; e al gran Bossuet sia, stata affidata l’educazione del Delfino, in Francia.
Ebbene, la Provvidenza, che non ha accettazione di persone: che più teneramente ama i piccoli, gli umili ha fatto capace di quest’atto generoso, educativo, non solo gl’ingegni eletti, ma rsin le più umili popolane, guidate dal materno amore, più che dalla scienza: ed ha fatto sì che spesso, assai spesso, P amore dia all’intelligènza più acume della stessa scienza.
Quest’intuito amoroso ebbe, in alto grado, S. Filippo Neri; non solo per il suo gran cuore, ma anche per la sua pronta e chiara intelligenza, e, soprattutto, per la santità della vita, che dà all’intelligenza un’acutezza ed una chiaroveggenza meravigliose: il che spiega, come il santo potesse, leggere, con sicurezza sorprendente, anche i più, riposti moti dell’animo dei fanciulli e dei giovani: a segno da rivelarne spesso le tendenze e le aspirazioni e le passioni e sin le colpe.
E non basta. Il gran Santo intuiva ancora la portata futura degl’ingegni, e spronala i migliori ad avviarsi per la via dei più alti studii per onorar la Chiesa e la Patria: i due più grandi amori della sua bella anima.
Basti l’esempio del Baronio, da lui spinto, con insistente e amorosa pressione, a da,rsi agli studi storici: quando ancora il giovane era ignaro a se stesso, e dubitava delle sue forze. E così il Santo dava alla Chiesa uno storico di primissimo ordine, consultato dai migliori studiosi, italiani e stranieri.
Così può dirsi d’altri eletti ingegni, anche del laicato, spronati, consigliati, sorretti dal gran Santo;
Il quale, vivendo in un secolo, in cui dominava l’ambizione, la venalità, il lusso smodato negli alti gradi sociali, e nello stesso alto clero; e dominava, per conseguenza, la corruzione del costume e la insincerità; con la sua vita esemplare e con la sua abnegazione e con la sua evangelica franchezza, dava, non solo una prova d’illibatezza di costume, nella generale corruzione; ma ancora una prova di disinteresse, di disprezzo d’ ogni mondano, onore e vanità e, soprattutto, di sincerità.
Sincerità che, a volta, a giudicarla non dal suo tempo e dalla, società in cui visse, può parere eccessiva: come, per esempio, 1’aver presa in burletta la propostagli nomina a cardinale; e l’essersi procurato un vecchio berretto cardinalizio, che metteva in capo, nella sua cella, quando riceveva persone ambizióse o pretenziose, e ne rideva: e, ridendo, faceva la satira più sanguinosa, cbe si possa immaginare, ai costumi del suo secolo: mentre dava una eloquente lezióne di vera, cristiana umiltà e sincerità a tutti gli ambiziosi, che pullulavano, nella Chiesa e fuori della Chiesa; i quali facevan ressa in Vaticano, per avere onori e prebende. E poiché non erano i migliori, il popolo ne prendeva scandalo; mentre provocavan lo sdegno dei più gran santi, che, anche allora, nel comune malcostume, fiorivan nella Chiesa e la onoravano con la santità della loro vita: e il Savonarola bollava a sangue i fautori della depressione morale della Chiesa.
Ma tutte; queste virtù, in S. Filippo, e specie lo spirito di rinunzia, che lo portava a consacrare tutto se stesso: il proprio tempo, la propria intelligenza, il proprio cuore, all’educazione gratuita dei fanciulli: tutte queste virtù non avrebbero raggiunto un così alto grado, se il Santo ùòn fosse stato animato, come tutt’ i grandi educatori, da una gran fede.
È la fede, difatti, che dà splendore a tutte le virtù: che alimenta nei cuori, con lo spirito di rinunzia, il più gran disinteresse, e l’amore per gli uomini, per tutti gli uomini, anche per i più reietti, anche per i più traviati; perchè tutti fratelli a un modo; perchè tutti figli di Dio; tutti redenti col sangue di Cristo. Amore, che spinge sino al sacrifizio; sino al più eroico sacrifizio: al sacrifizio della propria vita per la salvezza delle anime.
È la storia autentica e perenne di milioni di missionàrii, d’ogni terra e d’ogni lingua; i quali, volontariamente, rinunziando alle gioie della vita, spesso a ricchezze a grandezze a comodità ad onori, per l’alta posizione sociale propria, o di famiglia, vanno incontro ai più gran disagi, alle più sfibranti fatiche, in terre inospitali, in climi malsani: vanno incontro alle privazioni più dure, alle più implacate persecuzioni, alla morte, e morte atroce, assai spesso, per raffinati martini; e ciò, per portare il Cristo nei cuori di popolazioni selvagge, e cioè per portare a quei poveri fratelli la luce della vera civiltà.
E tutto questo eroismo, perchè la fede accende nei cuori, per la virtù del Cristo, la più àrdente carità, eh’ è null’altro che amore; amore al più; alto e più intenso grado, senza eccezione é senza riserva: a misura che, elevandosi nella purezza deir intenzione, s’avvicina al più grande e perfetto ed eterno amore, eh’ è Dio.
Ora la carità, come tutti sanno, dà vita e vigore a, tutte l’altre virtù, segnatamente al’ disinteresse, alla mansuetudine, alla pazienza: « La carità — dice Paolo — è paziente, e benefica: la carità non è astiosa, non è insolente non si gonfia, non è ambiziosa, non cerca il proprio interesse, non si muove ad ira, non pensa male, non gode deir ingiustizia, ma fa suo godimento ilei godimento della verità: a tutto s’accomoda, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non vien mai meno » (1Cor 13).
A quest’altissimo ideale della carità di Cristo ispirandosi S. Filippo Neri: e conformando ad esso ogni suo pensiero, ogni suo atto, tutta la vita, in, una parola, con una progressiva ascensione dell’animo proprio verso la più alta perfezione: e seguendo l’impulso del suo cuore: che, a somiglianza del divino Maestro, lo portava ad anrare teneramente i fanciulli, a spendere tutto se stesso per il loro spiritualmente, s’èra votato a vivete, in mezzo ai fanciulli: trasfondendo in quelle, piccole anime i più puri e alti e, generosi sentimenti della propria anima. Questo, col suo metodo educativo, semplice e profondo; il quale consisteva, nel guadagnare anzitutto l’animo del fanciullo e del giovane: nell’elevarne progressivamentela mentalità; nel risvegliare in essi ed educare i più puri’e nobili affetti nel far loro acquistare ancora, e al più presto, il sentimento e il gusto del bello. Per questo, non solo si serviva dell’attrattiva della musica, ina conduceva ancora i fanciulli in luoghi amenied elevati (S. Onofrio a Roma): dai quali, scorgendo vasti Orizzonti, fosse dato godere, dellebellezze della natura, che, mentre ricreano lo spirito, elevano spontanea la mente a Dio, ravvivando nei cuori lafede.
Intal modo il Santo, mentre educava i giovani alle più schiette, cristiane virtù, li avvezzava ancora ad uno sport moderato, razionale e tranquillo, che giovava al corpo ed allo spirito; perchè intuiva benissimo, che ogni esagerato esercizio fisico avrebbe nociuto all’uno e all’altro: al corpo, alterando il ritmo del cuore e il sistema nervoso; allo spirito, avvezzando i giovani a pregiare la forza bruta — come nelle più basse e degradate civiltà — di sopra ai valori spirituali, ai valori intellettuali e morali;
Attuava così, il Santo, quello che appena ora si va da noi attuando: la scuola all’aria apertama scuola che, abbracciando tutta l’anima del fanciullo, la mente e il cuore, lo preparava allavita.
Consisteva, infine, il metodo del Santo, nel rafforzare e disciplinare la volontà, e nel preparare tutti i migliori elementi, per la formazione dei caratteri: dei forti caratteri: dei caratteri squisitamente civili e cristiani avendo sempre cura di préséntare in sé — cio è il nocciolo di ogni metodo educativo — quelle virtù, che voleva si radicassero nell’animo dei fanciulli e dei giovani.
E così, il gran Santo, diveniva il più acuto psicologo e il più efficace e pratico pedagogista del suo tempo un modello inarrivabile d’ educatore di fanciulli; nè solo di fanciulli, ma anche di giovani, anche di uomini, non di rado d’uomini insigni, come il grande cardinale Federigo Borromei; il quale, non solo si faceva dirigere dal Santo nelle cose dello spirito, ma lo consultava ancora, tenendone il parere in gran conto, in tutt’i più gravi affari. E vivendo col santo in cristiana dimestichezza, non disdegnava di rendergli i più umili servizi mentre il Santo, a sua volta, nobile gara d’umiltà, gliene rendeva il contraccambio!
Quale edificazione per i giovani, e per tutti, la condotta squisitamente umana, fraternamente cristiana, sostanzialmente cristiana, di queste due grandi anime! Dico sostanzialmente cristiana, perchè S. Filippo, fedele al genuino insegnamento del Cristo, di sopra a tutti i formalismi è alle soprastrutture, mirava alla sostanza della, religione, e cioè alla pratica delle virtù morali, « Non chi avrà detto: Signore, Signore! entrerà nel regno dei Cieli » — ha detto Cristo. E S.Giacomo: « La fede senza le opere, in se medesima è morta. Poiché come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta ».
Mirava anzitutto, il Santo, alla spiritualità della religione, col rinnovamento dell’uomo vecchio (carnale), nel nuovo uomo (spirituale), mercè inrinnovamento della mente, secondo il concetto di Paolo: perchè è dalla mente che procede ogni atto nella vita, il bene e il male, le buone e le cattive azioni. E però il divino Maestro dice che dal di dentro: « partono i mali pensieri, gli o micidii, gli adulterii, le fornicazioni, i furti, i falsi testimonii, le maldicenze, le bestemmie ».
E alla Samaritana, che gli poneva il quesito, se bisognasse adorare Dio sul monte Garizim (in Samaria); o a Gerusalemme, come pretendevano i Giudei, risponde: « Donna, credimi: l’oraviene, anzi è già venuta, che nè su questo monte nè a Gerusalemme adorerete il Padre: i veri adoratori adoreranno il Padre in ispirito e verità, poiché tali sono gli adoratori che il Padre cerca Dio è Spirito, e quelli che l’adorano bisogna che l’adorino in ispirito e verità »;
Concetti, questi, che il nostro Santo ripete in forma popolare, scultoria, dicendo: « Figliuoli miei, la religione consiste in tre dita! ». E còsi dicendo, portava le prime ti’e dita alla fronte.
Ora, se là religione così intesa, e cioè nella sua più alta spiritualità, fu la base del sistema educativo del gran Santo — sistema i cui pratici risultati destarono, in ogni tempo, l’ammirazione degli uomini di maggior valore e di maggiore competenza, in fatto d’educazione, segnatamente in fatto d’educazione popolare: basti la testimonianza del Tommaseo, per tutti (1) — cotesta religione deve indubbiamente esser la base d’ogni sistema, che voglia essere véramente educativo: che voglia mirare a formar l’uomo: l’uomo tutt’intero per la vita perchè solo la religione, mentre ha poteri inibitori di prim’ordine, ha potente virtù formatrice della vita. Essa, abbracciando l’uomo tutt’ intero, lo trasforma, lo purifica, lo eleva, sino alla più alta spiritualità comprimendone il naturale egoismo e la natura bruta, con tutt’ i suoi più bassi appetiti: fa in lui primeggiare i valori spirituali: i valori intellettuali e morali; e gli fa, acquistare il senso di umana solidarietà, di fratellanza umana, disopra ad ogni differenza di razza, di frontiere, di lingua. Allora l’uomo non considera più la vita come, una lotta d’ interessi; ma come una palestra di virtù; ma come una gara — una nobile e generosa gara — diservizi, segnatamente a prò degli umili: uno sforzo incessante per la conquista della verità e per la pratica del bene. Egli, così temprato alla scuola della rinunzia e del sacrifizio: mentre affina ed eleva la propria mentalità e il proprio carattere — divenuto fermo, uguale, tetragono alle più avverse vicende della vita — pospone sempre, con animo superiore, il bene proprio, individuale, al bene altrui, al bene dei fratelli, al bene della collettività, segnatamente al bene, alla prosperità, alla grandezza della propria Patria.
Gennaro Avolio.
(1) N. Tommaseo. Dell’educazione — scritti vari — Lugano Ed. Ruggia.

La rivoluzione del Cottolengo

Castiglione Humani M., San Giuseppe Cottolengo, Bari, Paoline, 1958.
La rivoluzione del Cottolengo, pp. 158-168.
Panorama vario e certo non brillante quello della Piccola Casa, che diveniva ammirevole fino al sublime per la potenza, la suggestione della carità. I più sordidi dei ricoverati, i più tarati, i vari rifiuti umani, erano agli occhi di Giuseppe le « cambiali » spedite dalla Provvidenza.
E ancora nell’insopportabile slancio del cuore si guarda verso i bimbi, sorriso, speranza della vita; si raccolgono i rachitici, si provvedono culle, giuochi e trastulli. Era invero commovente affacciarsi a questo vario campionario umano di tutte le miserie, e vedere come la carità ispirasse ogni azione, suggerisse ogni accorgimento per lenire le infinite forme di dolore. Erano’ di tutti i giorni visite di personalità del clero e della politica, principi e artisti: e ognuno d’essi appariva profondamente stupito e confortato nel vedere come potesse reggere un’organismo sì complesso sulla sola fede e sull’amore.
Studiosi dei problemi assistenziali definirono la Piccola Casa simile al « Pan theon degli antichi,, ove stavano le immagini di tutti gli dei »; ugualmente qui si potevano contare tutti gli istituti caritativi. Uno scrittore francese confessò di avervi: « contemplato con gioia l’enciclopedia della carità cattolica ».
Le Carmelitane scalze furono una nuova creazione del Cottolengo, che le chiamò a vita assai austera, in olocausto di preghiera per la Chiesa; poi la comunità delle penitenti Taidine per le ragazze-cadute e pericolanti; la Congregazione dei Preti della SS. Trinità, addetti alla cura spirituale degli ospiti della Piccola Casa; i giovani Tommasini, avviati al sacerdozio per il servizio dell’istituto, ed’ anche fuori di là, come provano i numerosi religiosi e prelati che formati a quella scuola recarono in’ altri paesi e congregazioni il prezioso’ contributo» della loro missione.
Al termine della laboriosa vita il Cottolengo-fondava la famiglia delle Pastorelle, di salute fragile e costume morale, che trovano buona palestra’ di esercizio in una combinazione di vita tra l’attiva e la contemplativa.
Come si vede la concezione del disegno si dilatava di continuo nella mente di Giuseppe, ed egli perveniva a curarne fino i minimi particolari. Forse dall’alto gli era stata concessa la visione di’ quella singolare città del bene che doveva sorgere a suo mezzo: e a fronte dell’immenso panorama, i bisogni di quelle popolazioni di miseri ch’egli avrebbe raccolto, dovettero apparirgli con crudo realismo.
L’impegno di dar loro un tetto, un pane e una veste non era tutto. Doveva curarne le anime, riformare i costumi, iniziare un’educazione morale, un’istruzione religiosa. Doveva farne delle creature cristianamente in pace, per quanto fosse possibile felici, doveva provvedere ad ogni evenienza, evitare l’insuccesso, colmare ogni lacuna. L’armata concepita allo scopo non era nè troppo- varia, nè eccessivamente numerosa; tutti avrebbero trovato il modo di rendersi utili, anzi indispensabili. In Domino.
Le numerose famiglie nate dal fervido pensiero del Fondatore rivelano nella concezione intero il suo carattere: chiarità di idee e di costume, intransigenza nel dovere, impegno totale nel bene. Qualche sortita in dialetto sembrava mitigare le collere che ancora si accendevano a tratti nel vecchio temperamento, presto spente da un generoso sforzo della volontà che mai non disarmava. Intelletto e cuore si comportavano come vasi comunicanti che si alimentavano vicendevolmente.
Il suo interesse era tutto accentrato verso il quadro corale dell’opera vagheggiata, già viva nella mente, e accomunava in un’unica sorte, più calda e sofferta, sforzi e tentativi diversi. Che rivelano note di accorata coscienza.
Il Cottolengo fu il grande scopritore del paesaggio della miseria, in una visione sconfinata, nella nostalgica malinconia di anime lontane. Se lo consideriamo più da vicino sentiamo in lui il senso mesto e profondo dell’infinito. Polarizzato verso l’alto, ricercava la sorgente unica e prima di tutti gli aneliti dello spirito: Dio, in una stretta adesione reale.
Dal tempo in cui dalle vecchie osterie fatiscenti che s’incontravano attorno a Valdocco era uscito il Tentatore, Giuseppe lavorava con maggiore fiducia: fare tutta per il bene l’oasi or ora dissodata e sottratta al maligno, sì che alzando lo sguardo verso il cielo nessuna visione avrebbe turbato chi avesse il senso del trascendente. Che altri facilmente potrebbe attristarsi e poi ricadere nella polvere.
E così nelle sue istruzioni ai giovani, i collaboratori di domani, sempre esponeva il sentimento religioso con serene concezioni, pregné d’interesse spirituale, in un sentire universale. Egli attestava dei valori insopprimibili dello spirito, della carità dovuta a co-loro che mancano- di pace e di fede. Alcuni mostrano una docile indifferenza: Giuseppe è là per scuoterli, destarli; volge uno sguardo sul mondo e spera.
Quante operazioni della grazia saranno possibili, ove Dio voglia e l’uomo cooperi. Ancora recare la messe verso i granai aperti. Giuseppe attende con sicura fede. I lontani? Verranno, torneranno, potranno ancora guardare le stelle in cielo.
Ecco la famiglia auspicata: tanti cuori accanto al suo cuore, in un’unica vita di calore e di luce. Lavorando e pregando Giuseppe intesseva i suoi sogni; sul volto chiaro s’accendeva il sorriso della speranza. Dubbi? Perplessità? Turbamenti? Solo a tratti un sospiro che si perdeva nel nulla, S’inginocchiava allora ai piedi della santa Vergine e stringeva nella mano calda il Rosario: tanti grani d’amore che passavano tra le sue dita trepide per esaltare Maria.
Aveva tenuto a costruire un lungo affresco umano per ritrovare e ridonare il senso dell’equilibrio alla sua comunità. Ed è per noi necessario inseguirlo nell’appassionata fatica operosa per riconoscere in lui l’uomo e il santo.
Per ognuna delle famiglie istituite stabilì un’uniforme austera, monacale, ma illegiadrita da note di colore nei diversi nastri distintivi e dal brillar dei metalli nelle croci e nei cuori argentei, quasi che quella carità che l’urgeva ad operare scintillasse e si rivelasse nei simboli sacri. Si vuole che Giuseppe ricevesse dall’alto come l’ispirazione a creare le numerose comunità così anche il suggerimento della veste che doveva loro assegnare.
Per le norme di vita, come s’è detto, attese a redigerle quando l’esperienza le avesse convalidate idonee e perfette. L’intera opera era. una creatura in formazione, e si doveva procedere per gradi, prudentemente, saggiamente. In una vita di preghiera e di azione quale era quella delle sue Suo re, poteva essere sufficiente, al momento, determinare una salda preparazione nello spirito di fede e generosità, e poi concedere all’orazione quel tempo che la fatica della Casa lasciava libero; e già servire i poveri e gli infermi era preghiera. Non prescrisse esagerate penitenze — fine educatore e acuto psicologo, — non gravò la mano ad opprimere un compito già grave. Lasciò alle sue figlie il respiro per compiere bene il loro mandato, conservando ad ogni giorno le forze anche per l’indomani.
Dopo il transito del Santo, quelli che gli succedettero- nel governo dell’istituto, ritennero necessario creare altri organismi a complemento e difesa dei primi, organici, del resto, già preveduti in felici intuizioni dal Fondatore, cui mancò il tempo e il respiro di creare ancora. Sarà il suo primo erede, il canonico Luigi Anglesio che doveva tenere per circa quarant’anni il timone della grande nave caritativa, salvandola da marosi e tempeste, fortificandola e raddrizzandola ad ogni colpo- di vento, a operare il maggiore sviluppo dell’Opera.
Fervida e viva doveva essere nella Casa della Provvidenza la devozione a tutti i misteri della Passione. A onorare particolarmente la Croce già il Cottolengo aveva ideata un’altra famiglia religiosa clae fu realizzata dal successore: le Figlie della S. Croce, alle quali è affidata la venerazione del Sacro Segno che domina il cortile massimo dell’istituto, cui faceva devota corona una pregevole Via Crucis. Cosi all’adorazione perpetua del Preziosissimo Sangue destinò le Suore Adoratrici, claustrali contemplative.
E ancora le Suore di S. Eliana a sollevare le Vincenzine dalle più gravi fatiche, i Figli di S. Antonio di Padova a invigilare giovani e vecchi artigiani malandati di salute, ma ancora in grado di reggere a una limitata occupazione, e sarebbe sufficiente il loro apporto nei vari lavori che richiede la popolazione della Casa, — opere murarie, di carpentiere, idraulico’, calzolaio, barbiere, — per giustificare la loro presenza attiva. Il nucleo dei giovani raccolti sotto la denominazione di Figli di S. Domenico svolge un lavoro di apprendistato nei vari settori dell’artigianato, allo scopo di preparare pel futuro le maestranze per i piccoli restauri della Casa stessa.
Le figlie di S. Chiara sono ragazze di salute delicata che, chiamate a una vita di perfezione, hanno sufficiente vigore per abbracciare le limitazioni del chiostro: in questa famiglia di vita ascosa e raccolta, di lavoro e preghiera, vari elementi giunsero a santificarsi, edificando quanti le riguardavano con ammirata simpatia.
Dei minorati di condotta tranquilla furono consacrati gli uomini alla Madre della Divina Provvidenza e le donne a S. Ludovina; i bimbi dei due sessi formano i Luigini e le Luigine: vi restano fino ai dieci anni di età ricevendo l’istruzione primaria.
Le Suore del S. Cuore di Gesù, pure di vita claustrale, sono stabilite alla particolare e continua venerazione del Cuore divino, al quale chiedono la santità di tutti gli abitanti della Piccola Casa, specie delle famiglie religiose.
Oltre all’ausilio delle sue infaticabili Suore, Giuseppe si serviva anche dei laici più fedeli e provati: tra le Vincenzine disponeva in particolar modo di Maria piccola, abilissima nel celare la provenienza dei doni ai nuovi poveri, e tra i discepoli il buon Rolando, che attesterà più tardi della frequenza dei soccorsi segreti « a famiglie che forse non avrebbero osato domandare elemosine ».
La. Piccola Casa è ormai un immenso alveare ove si soffre, si lavora, si prega. Poveri e bisognosi, quasi sempre infermi, sono i soggetti che entrano ad esservi ricoverati o degenti. Sì che può considerarsi quale un immenso ospedale, dal vari reparti specializzati per le diverse forine di malattia. Ogni infermeria s’intitola ad un santo protettore, ha una propria sala operatoria e cappella; perfetta è l’attrezzatura sanitaria e la dotazione degli ambulatori e laboratori necessari.
I padiglioni che succederanno in processo di tempo staranno ad attestare del progresso compiuto anche sul piano scientifico del grandioso istituto della Carità.
Ospedali ispirati alla duplice finalità di confortevole assistenza pel corpo frale, mai non dimenticando le maggiori esigenze dello spirito, ripetono fuori di Torino la divisa e la volontà del Fondatore: sollevare il prossimo bisognoso e derelitto, illuminare le anime coll’incendio della carità.
La carità: ecco la parola scenica per rappresentare ed estrinsecare il mondo1 di pensieri e di affetti che urgeva nell’anima del Cottolengo. Mondo saturo di creazioni originali, tutte accessibili alla realizzazione per la forza della volontà, lieto e fervido, scintillante di illuminazioni e bagliori repentini, saldo nella struttura e nell’equilibrio interiore. Disegni, intenzioni e intuizioni che miravano a dare alla, società assente ad alcuni problemi cruciali, un esempio di umanità, sdegnando ogni vano formalismo, qualsiasi vanità, e pure ogni sottile intellettualismo; forze che si espandono verso l’immediatezza e la semplicità dell’espressione che rende mirabilmente il significato dell’apostolato cristiano. Non è forse provato che la verità deve tradursi in fiamma di vita?
Il Cotlclengo insegnava ai suoi figli come dovessero ricondurre ogni movimento del pensiero e del cuore in Dio, di amare tutto in Dio e Dioin ogni cosa. Teneva a rendere acuto il senso dello spirituale. Umiltà, abbandono’ cieco nel superamento della volontà, prontezza, generosa nel dono di sè, senso della modestia come sensibilizzazione dell’anima e nella società dei cuori amare, amare, amare.
Insegna a credere nel prodigio quotidiano della Provvidenza che faceva le spese della Piccola Casa, la governava e dilatava, ne proteggeva e benediceva gli abitanti. Prodigio che non poteva essere opera di uomo alcuno, chiunque fosse, incapace a osare e realizzare tanto.
Insisteva ancora a vedere la presenza di Dio nell’infelice che bussava alla loro porta nella nudità d’ogni bene, nella sofferenza piena. Dio abitava in quegli esseri che il mondo aveva, rigettati perchè spiacevoli a vedersi, passivi a conservare, inetti a operare. La società reclama l’apporto costruttivo dei singoli, rifiuta i pesi morti. La Piccola Casa era stata aperta per loro. Nessuno farebbe il processo alla loro miseria, all’indigenza e inferiorità: privi di senso e di luce, svaniti e inabili, deformi e reppellenti, tutti avevano un’anima da salvare; e se nessuno ne avesse cura quale atroce responsabilità per la società tutta che aveva tradito il dovere della solidarietà umana.
Penetrare il mistero del dolore, della miseria, poteva essere compito arduo sul piano filosofico. Giuseppe lo faceva facile riportandolo sul piano pratico. Tutto vince l’amore, anche l’orrore dei mostri. S. Francesco serafico baciò il lebbroso per vincere colla carità il limite umano.

L’infermiere meraviglioso

Vanti M., S.Camillo De Lellis (1550-1614). Apostolo di carità infermiera, fondatore dei chierici regolari ministri degli infermi, patrono degli ammalati e degli ospedali, dai processi canonici e da documenti inediti, Roma, Ferrari, 1929.

Cap. 4 (dal novembre 1609 alla fine di gennaio 1612). L’infermiere meraviglioso, pp. 510-531.

Sommario: 1. Metodo di vita in S. Spirito. – 2. Testimoni della carità di Ca­millo: Direttori e Medici. – 3. infermieri e infermi. – 4. Testimonianze di Figli e volontà del Padre.

I. – Metodo di vita in S. Spirito.

Nell’Ospedale di S. Spirito il Servo di Dio Camillo aveva finalmente ottennio la grazia tanto sospirata, di un soggiorno tranquillo e prolungato. Dal novembre 1609 alla fine di gen­naio 1612, eccettuati i mesi estivi da maggio a settembre del 1610, il nostro Santo visse e regnò nella sua « Reggia di Santo Spirito ».
Diceva che tanta fortunata dimora «nel Paradiso ter­restre», gli era cc speranza e caparra » di aver ancora quella del Cielo! ».
L’ingresso di lui in S. Spirito fu per il Priore, per i medici e soprattutto per gl’infermi motivo di gioia grandissima. Il Priore, e tutti gli altri Signori congregati, vennero ad incon­trare il Servo di Dio, a baciargli la mano, a rallegrarsi con lui perché gli riusciva finalmente di stabilirsi in detto luogo.
Confuso per-questo primo incontro, che non credeva di meritare, Camillo si rasserenò poi subito entrando nella cameretta, che il Priore gli aveva assegnata per suo uso: «Una, stanzolina, afferma un infermiere, dove appena, ci capiva un letto», limitata in giro da un assito con un’unica, piccola, finestra, prospiciente il Tevere; era spoglia affatto d’ogni or­namento, e dava l’idea di un nido — dice il Lenzo — posto nella parte più alta dell’Ospedale.
In essa avrebbe potuto ritirarsi alcun poco durante il giorno e.riposarsi brevissimamente la notte, per scendere poi con rinnovato ardore a saziarsi di opere sante nel servizio dei poveri.
Il piccolo rifugio era quanto di meglio avesse bramato Ca­millo ad appagare i suoi desideri, di povertà, di umiltà e di raccoglimento.
Si prefisse subito un orario, che gli desse modo di soddi­sfare il più possibile alla sua carità e alla; sua pietà, conce­dendo alla natura appena appena l’indispensabile, e col proposito di lesinare pure, anche in questa concessione, quanto più gli fosse riuscito.
Oltre a quello che era solito di fare in precedenza, stabilì di alternare, dalla, mezzanotte in poi, tutte, le ore rubate al sonno, nella preghiera innanzi a Gesù Sacramentato e nella visita particolareggiata degli infermi. Si levava poco dopo la mezzanotte e, facendosi lume con una lampada, che si teneva in dovere di fornire di olio alla Maddalena, per timore di gravare il patrimonio dei poveri usando quello dell’Ospedale, passava di letto inietto, fermandosi presso ciascun infermo per ricoprirlo e riscaldarlo, o per rinfrescargli le labbra, le tempia, i polsi, a seconda della stagione e del bisogno. Dopo quella prima visita, che, oltre i corpi, refrigerava i cuori e le anime per la carità con cui il. Santo sapeva compirla, dava principio a quello che egli stesso chiamava « il reficiamento ». Consi­steva questo nel preparare delle fette di pane arrostito, inzup­parlo nel vino generoso, e apprestarlo agl’infermi più languidi. A quelli che non fossero stati capaci di tal conforto, faceva sorbire uova, o altro ristoro conveniente, ridonando per tal modo la vita a qualcuno, che correva pericolo d’esaurirla nel­l’inedia.
Tutto questo compiva ordinariamente lungo la notte, con il favore delle tenebre, ed offriva tal carità a Dio, in espiazione dei peccati e della dimenticanza in che vivono gli uomini in quelle stesse ore notturne.
Sai far dell’alba risaliva nella sua cameretta, si faceva me­dicare o si medicava da sé la gamba impiagata, si ripuliva e accomodava le vesti; diceva con il compagno alcuna parte dell’Ufficio divino; si riconciliava, e, se gli fosse mancato il con­fessore, lo veniva a cercare alla Maddalena, e con sì bella pre­parazione, celebrava infine la S. Messa i Dopo un prolungato ringraziamento, rinnovato dalla virtù della preghiera anche nelle forze fisiche, ricominciava una giornata di soavissime fatiche.
Giunta l’ora del pranzo, pareva che si moltiplicasse in aiuto di tutti i poveretti che duravano fatica o erano incapaci di cibarsi da sé, regalando infine a questo o a quello qualche pera o mela cotta. Accomodati in tal modo e serviti a puntino tutti quei « suoi Padroni », pareva che chiedesse loro, per quanto a malincuore, il permesso di ritirarsi, e si lamentava con l’orologio di Castel S. Angelo dicendo che correva troppo, e non gli dava tempo di far quanto avrebbe desiderato per i suoi cari infermi. « A me — ripeteva — il giorno pare un mo­mento! ».
Tornava allora alla Maddalena, rimanendovi sino a tre o quattro ore del pomeriggio, dopo le quali sentiva talmente il bisogno dell’Ospedale, che pareva ne fosse lontano da più anni. Si rasserenava tosto e tornava felice non appena ne var­cava nuovamente la soglia.
Il sabato sera rimaneva in casa per esser libero la dome­nica 8 di ascoltare la parola di Dio in qualche Chiesa, e soprat­tutto per prender parte alle pratiche di regola.
Il suo compagno, Fratello Porgiano, l’accompagnava egli stesso il più delle volte a dette prediche e funzioni nelle varie Chiese, ed era commovente ed edificante il vedere con quanta umiltà e pietà si confondesse in mezzo al popolo, e quanta pena gli procurasse l’esser scoperto, conosciuto e invitato a sedere in luogo più distinto.
Poiché di questo tempo seguì la solenne Canonizzazione di S. Carlo Borromeo, di cui era molto devoto, volle assistervi, e, ricordando la carità del Santo verso gli infermi e gli appe­stati, non poteva tenersi dal piangere, ripetendo : « Oh! sé il nostro Ordine fosse stato fondato in quel tempo, questo glo­rioso Santo non avrebbe penato tanto a trovar ministri neces­sari, così per l’anime come per i corpi degl’infermi appestali ».
Quando si rinvenne il Corpo di S. Cecilia, il Cardinale Sfondrati, nipote di Papa Gregorio XIV, invitò Camillo a ve­derlo e a venerarlo. Vi andò il Servo di Dio, e n’ebbe tanto contento che pareva non se ne potesse più allontanare : « O beato me — esclamava — se Dio mi farà grazia e misericordia di farmi vedere questo santo corpo anche in Cielo, glorioso e immortale! ».
Abitualmente però sfogava la sua pietà nel raccoglimento devoto di qualche Chiesa solitaria lungi dal concorso e dal rumore degli uomini.
« Una volta — racconta il Fratello Porgiano — andando io con il P. Camillo, entrammo nella Chiesa di S. Rocco in contro al Tevere (su la via di Pipetta) e ci ponemmo tutt’e due in orazione; e perché io fui sorpreso dai sonno, per esser stato un gran pezzo inginocchiato, finalmente svegliandomi non mi trovai il P. Camillo accanto: onde meravigliandomi che fosse partito senza avvisarmi e chiamarmi, come era solito di fare in simili casi, dopo averlo cercato invano per la Chiesa, uscendo fuori lo vidi tanto da lontano, che appena lo potevo scorgere, sebbene non fosse solito d’andar solo. Mi fu pertanto necessario camminar molto in fretta e quasi correre per poterlo arrivare; e raggiunto che l’ebbi, mi posi al suo fianco pen­sando e aspettando da lui una buona-mortificazione. Ma non fu così, perché lui non s’accorse di me siccome non s’era ac­corto d’esser uscito di Chiesa e di camminar solo, durando tuttavia in lui quel rapimento di spirito da parer fuori di sé per la lunga orazione).

2. – Testimoni della carità di Camillo: Direttori e Medici.

Per quanto, con le sante industrie della sua umiltà, si stu­diasse Camillo di celarsi allo sguardo degli uomini, non riu­sciva evidentemente a farlo in modo, che quanti gli vivevano d’accanto non avvertissero gli ardori della sua carità. Ascol­tiamone da tutti costoro il racconto pieno di luce e verità.
Il Priore11 dell’Ospedale, aveva cara, più d’ogni altro, la presenza di Camillo in S. Spirito; dove gli aveva offerta egli stesso una stanza, appunto perché potesse soggiornarvi più lungamente. Teneva in gran conto i consigli e i pareri del Servo di Dio, e non appena questi gli avesse significata alcuna occor­renza per il servizio degli infermi, era sollecito in mandarla ad effetto. Talvolta tra pareri diversi e autorevoli, il Priore accedeva sempre a quello, di Camillo, che riteneva, senza con­fronti, il più illuminato.
Un giorno, mentre un infermo chiedeva insistentemente le sue vesti per uscire dall’Ospedale, ritenendosi, anche per giu­dizio del medico, ristabilito, Camillo, contro l’usato, si op­pose e pregò che si amministrassero invece a quel poveretto gli ultimi sacramenti. Gl’infermieri, per quanto rispetto portas­sero al Servo di Dio, non poterono, dinanzi all’evidente be­nessere di colui, tenersi dalle risa, e non sapendo che fare ne chiesero consiglio al Priore, il quale rispose che si mandasse subito ad effetto il desiderio del Santo. Non passò infatti un quarto d’ora, dacché quel poveretto aveva ricevuto POI io Santo, che spirò con meraviglia e terrore di tutti i presenti, i quali, pur senza darsene ragione, non potevano a meno di constatare il fatto . L’avvenimento servì ad accrescere la stima che si aveva del Santo, la quale, del resto, era molto avanzata.
Un giorno Mons. Commendatore dell’Ordine di S. Spirito mandò a chiamare il P. Camillo. Il Servo di Dio stava ser­vendo un infermo, e perciò — a chi gli faceva l’ambasciata — rispose: « Dite a Monsignore che io sto occupato con Gesù Cristo; ma, come avrò finita la. carità, sarò da Sua, Signoria, Illustrissima! ». Il Commendatore restò molto edificato della risposta: si persuase che chi l’aveva data non poteva essere che un santo: discese perciò ad incontrarlo sino in fondo alle scale. Quando se lo vide dinanzi, l’abbracciò’ con molta tene­rezza, e lo scongiurò che volesse pregare Iddio per lui.
Questi incontri non piacevano gran fatto a Camillo, che perciò si toglieva talvolta furtivamente all’Ospedale di S. Spi­rito, per dar sfogo altrove, più liberamente e con minor ammi­razione, al grande ardore della sua sconfinata carità.
Ma non gli riuscì del tutto; che il guardiano dell’Ospedale di S. Giovanni al Laterano, il Nob. Baldassarre Paluzzi, de­pose, pieno d’ammirazione, d’aver egli visto, negli anni in cui tenne la direzione di quell’Ospedale (1609-1614), più e più volte il Servo di Dio venire in S. Giovanni per aiutare e servire « con carità straordinaria » in ogni loro bisogno di anima e di corpo i poveri ammalati, specialmente quelli più appartati, e cioè più gravi e ripugnanti.
Molto spesso si portava pure a S» Giacomo o alla Consola­zione, dove rimane perpetuata la memoria della carità che vi esercitò con una lapide che lo ricorda : « spettacolo agli Angeli ed esemplare agii uomini » .
Né meno belle, numerose ed espressive di quelle dei diret­tori, sono le deposizioni dei medici.
Camillo aveva anzitutto per essi un gran rispetto e si fa­ceva non solo un dovere, ma perfino uno scrupolo di eseguirne fedelissimamente le prescrizioni. Una notte, che non si fermò a S. Spirito, si partì dalla Maddalena, nonostante che piovesse a dirotto, per andare all’Ospedale a dare ad un in­fermo un uovo, ordinato’ dal medico.
Quando giungeva Fora di dispensare le medicine, pareva non si fidasse abbastanza di se stesso, per tema di sbagliare, e pregava sempre qualcuno ad assisterlo. Insisteva poi presso gl’infermi, perché obbedissero ai medici, e prendessero quelle pozioni che loro ordinavano benché amare.
Se avesse scorto alcun sanitario preoccupato e triste, gli faceva animo a perseverare con zelo e con amore nel servizio degl’infermi. Così raccomandava a tutti di non lesinare su ciò che avessero giudicato opportuno e profittevole per gli amma­lati; ma che ordinassero senza tema anche i rimedi più costosi, come oro e pietre preziose macinate (nelle quali si rite­neva che fossero celate virtù terapeutiche di indiscutibile efficacia), e ciò anche per gl’infermi più poveri.
Li pregava ancora a non licenziare troppo presto dall’Ospedale i convalescenti, ma di trattenerli fino a tanto che, ristabiliti perfettamente, fossero stati in grado, come diceva Camillo, « di subito pigliar la zappa in mano e guadagnarsi il pane ».
Troppo sollecito poi di portare agl’infermi in ogni occa­sione un sicuro e profittevole vantaggio, radunò una volta a consiglio otto medici, per farsi specificare é dare in nota da loro tutti quei ristori che potevano tornar, maggiormente pro­ficui agli ammalati, tenendo conto della malattia di ciascuno. E per non sbagliare portava quella lista in saccoccia, consul­tandola in ogni occorrenza.
Questo deferente ossequio alla scienza medica torna ancor esso a decoro della santità di Camillo, Fondatore dei « Ministri degl’infermi » ed esemplare perfetto e meraviglioso degli in­fermieri.
I medici tutti, a lor volta, si facevano un dovere di. la­sciarsi all’occorrenza dirigere dal Servo di Dio, mentre cc per l’esempio e il timore riverenziale che ne avevamo — dice il Dottor Ercolini — ci impegnavamo di bene servire li am­malati ».
E innanzi tutto per l’esempio sublime che avevano da lui! Riluceva in Camillo un’eccellenza d’ogni virtù — de­pongono concordemente quattro medici — per averlo noi riconosciuto gran Servo di Dio, facendoci tutti stupire: per la sua gran carità. L’abbiamo visto servire giorno e notte gli infermi con tanto affetto di carità, pietà, pazienza e umiltà che mai s’è vista maggiore. Aveva qui nell’Ospedale una ca­meretta ove dormiva due o tre ore, e il resto della notte e del giorno lo impiegava tutto a servire gli infermi. E tanto suo zelo e ardore in faticare è stato da noi testimoni riputato grazia speciale di Dio; perché umanamente era impossibile ch’egli potesse sopportare tante fatiche, mangiando sì poco, e con le infermità gravi che pativa. Andava sempre a servire gl’in­fermi più bisognosi e quelli che forse dalli altri serventi erano aborriti per l’infermità loro ripugnante e pericolosa. Ed egli con grandissima carità li nettava, curava, che noi tutti resta­vamo ammirati. Dava loro, nella notte, ova fresche, brodo, pane inzuppato nel vino e altre cose necessarie agl’infermi. Gli agonizzanti poi non li abbandonava mai, ancorché fosse stato necessario restar lì tutta la notte. Insomma era sempre impiegato in opere di carità, né d’altro parlava: ond’è che noi testimoni abbiamo visto con i nostri occhi e toccato con le nostre mani la grandezza delle virtù divine che in questo Padre rilucevano, e siamo convinti che “ Camillo sia stato eletto da Dio, per servire e mostrare il modo di servire gl’infermi ” ».
Dopo tali esempi, il Servo di Dio poteva e riusciva mirabil­mente ad appoggiare le raccomandazioni e le correzioni che non risparmiava, quando ce ne fosse stato di bisogno. E ciò pure giustifica il riverenziale timore che i sanitari avevano di lui.« Ci faceva bellissime monizioni — raccontano gli stessi medici — che ci riuscivano tanto grate e ci lasciavano molto consolati. Ma ognuno di noi si guardava di commettere difetti in sua presenza, perché il P. Camillo non poteva soffrire che si mancasse in cosa alcuna in servire gl’infermi».
Il Servo di Dio, del resto, li amava tanto i suoi affezionati medici di S. Spirito! Trattava con loro con affabilità squisita, e vorrei dire, con famigliarità. Incontrandosi una sera sul tardi per via con il Dottor Bartolomeo Croce, fu dallo stesso richiesto ove andasse a quell’ora. « A spasso — rispose il Santo — in un bellissimo giardino, tutto ripieno di fiori e frutti, vicino a Castel Sant’Angelo ». Meravigliandosi il dottore di non aver fino allora saputo che esistesse da quelle parti un giardino, il Servo di Dio lo tolse d’imbarazzo, aggiungendo: « che il giardino delizioso era l’Ospedale di S. Spirito ».
E all’affabilità univa, quando il bisogno lo richiedeva, la tenerezza.
Era gravemente infermo il Dott. Giuliano Getti, e già aveva ricevuto l’Olio Santo. Il poveretto mandò a chiamare Camillo perché venisse, in quell’estremo, a consolarlo. II. Servo di Dio accorse premuroso, e con buone e sante parole soddisfece in tal maniera al desiderio di lui, cc che mi pareva — depone lo stesso infermo — di aver riacquistata la sanità». Ed infatti si ristabilì in breve perfettamente.
Altri, come il Dottor Ercolini, esperimentarono, dopo la morte del Santo, l’efficacia della protezione di lui, che tanto
11 aveva prediletti in vita.
L’ascendente di Camillo, del resto, era tale che non po­teva però curar gli. soltanto una sterile ammirazione. «Le opere di carità — afferma il P. Catalano — le faceva con tanto fer­vore che rapiva e attraeva tutti a doverlo imitare » .
Due giovani medici: Lorenzo Morelli e Giacomo Giacopetti, mentre in S. Spirito attendevano ad esercitarsi nella medicina, in cui si erano da poco laureati, furono irresisti­bilmente attratti dagli esempi luminosi del nostro Santo, e nel desiderio di ammirarlo più dappresso, si offersero generosa­mente ad aiutarlo a rifare i letti, a cibare gli infermi, a sco­pare le corsie ed a compiere altri umili uffici. Camillo appro­fittando dell’occasione dava opportunamente ai due qualche santo consiglio. La carità di lui, più efficace di ogni argomento, determinò i due medici a chiedere al Santo di volerli accettare tra i suoi Religiosi. Ricevuti, infatti, e ammessi al noviziato, vissero, allora e in seguito, santamente, ed incontrarono en­trambi la morte, assistendo gli appestati. Particolarmente edificante fu la vita di Giacopetti, che, per umiltà e amore ai poveri infermi, amò meglio rimanere nello Stato di Fratello, esercitandosi in tutte le virtù in grado eminente.
3. – Infermieri e Infermi.

Testimoni ancor più frequenti della carità di Camillo erano gl’infermieri e gli stessi infermi. Ai primi si sa che il Servo di Dio contendeva un indiscutibile primato di fatiche e di travagli. Se avesse scorto alcun infermiere o altro seco­lare, entrato a ciò nell’Ospedale, precederlo in qualche atto di carità, pareva « che ne avesse invidia quasi fosse venuto quel tale a togliergli di mano un guadagno ». Considerava li ospedali « cave di oro e di pietre preziose » e voleva per­tanto estrarne egli, più d’ogni altro, insaziabilmente.
Gli infermi tenevano luogo d’ogni cosa a Camillo! Bastava ch’egli li vedesse per intenerirsi, liquefarsi e dimenticare af­fatto ogni altro gusto e sentimento terreno. Si struggeva di tanta pietà e compassione che avrebbe sparso volentieri tutto il suo sangue per lenire un dolore, e risanare un infermo.
Infermi pertanto e infermieri, perché furono i testimoni più ordinali della carità del nostro Santo, potevano pure es­serne i più eloquenti ammiratori. «È venuto il P. Camillo — si ammonivano a vicenda gl’infermieri appena scorgevano il Santo — e bisogna stare in cervello ». «Le guardie — dice uno di essi — avevano paura di lui», non perché ne te­messero le minacce o i castighi, mentre — per non aver il Servo di Dio autorità alcuna sopra di loro — si accontentava di « pregarli che stessero avvertili », ma perché soprattutto sapevano essi quanto dispiacere avrebbero potuto recare al Padre Camillo, anche se avessero detta agl’infermi «una sola parola rigorosa ».
Sentivano, infatti, ripetersi continuamente che dovevano servirsi i poveri con zelo, come servendo a Cristo, e che tutte le ricchezze della terra erano minor bene che assistere gli ammalati. « Se io avessi centomila scudi — diceva a un infermiere per animarlo all’assistenza degl’infermi per solo amore di Dio — con tutto ciò servirei l’ammalati ».
I volonterosi, pertanto, avevano dinanzi a sé il modello più ­perfetto e l’esemplare più degno dell’infermiere. Lo vedevano — come depongono alcuni di essi — levarsi la notte, osservare ad uno ad uno gl’infermi: mutar la camicia a chi era sudato ; rinfrescar loro le labbra; ristorarli con ova, vino, od altro. La sera si faceva dare il necessario, o lo portava di fuori, te­nendo il tutto in custodia entro una credenza rilasciatagli a tale scopo e usandone largamente a seconda dei bisogni. Nel­l’inverno correva con uno scaldaletto in mano da questo e da quell’infermo per riscaldare, a chi ne aveva di bisogno, le membra irrigidite. Benché Io si vedesse sempre in continuo moto, non era o non appariva mai stanco, e, nonostante la piaga gli inceppasse il passo, quando era chiamato, andava sollecitamente e camminava con molta volontà.
Ciò che recava maggior meraviglia — continua un altro in­fermiere — era veder il P. Camillo « sempre di buona voglia e allegramente ». Mai si vedeva il suo volto tanto allegro come allora che attendeva al servizio dei poveri. «Iucundus homo qui miseretur et commodat ». Si intuiva infatti chiara­mente che quel suo aspetto ilare era appunto il riflesso del­l’animo appagato e pieno di Spirito Santo. Per tal modo la sola presenza di lui «rendeva a ciascuno grandissima consola­zione », ed egli, a sua volta, mostrava in modo ammirabile di non aver « altro zelo se non di assistere gli infermi e i moribondi, esortandoli a salvar l’anime loro ».
E infinitamente più belle di queste sarebbero state le espressioni degli infermi stessi, che furono oggetto desidera­tissimo della carità di Camillo, se i poverelli avessero potuto darcene conto. È vero; anziché dinanzi agli uomini, essi hanno sublimata la carità di Camillo al cospetto di Dio e degli Angeli lassù in Paradiso, dove il Santo li ha guidati con sì generoso sacrificio di sé. Pure qualcuno ce ne ha lasciato ricordo, per edificazione comune.
Abbondanzio Fornari era ammalato in S. Spirito, e, per le preghiere di Camillo, ottenne di uscirne guarito. Poiché ebbe la fortuna di sopravvivere al Santo, potè lasciarci di lui questa solenne testimonianza: al Servo-di Dio, P. Camillo, mi consolava spesso, con grandissimo affetto di giorno e di notte, com’era suo solito, e perciò era ammirato da tutti per la gran fatica che faceva in ministrare e servire gl’infermi… consolava miracolosamente il corpo e l’anima ».
Un giorno, per strada, un poverello gridò : « Viva il Padre Camillo, Viva il Padre Camillo! ». — « Che cosa è, Fratello? » — gli chiese il Servo di Dio. — « Non si ricorda, Padre, la grazia che ricevei da Dio per le sue preghiere, mentre ero infermo?». — «Oh poverello, —~ l’interruppe subito Ca­millo — taci, taci, perché è stato Iddio che li ha sanalo, non io». Ma quell’uomo gridava ancor più: « S’io campassi cent’anni, sempre griderò: Viva il Padre Camillo, Viva il Padre Camillo ! ».
L’una e l’altra testimonianza, sono il più bel elogio della carità di Camillo che riusciva appunto a consolare miracolo­samente le anime e i corpi.
« Chi potrebbe mai raccontare — esclama infatti, ammi­rato e commosso, un testimonio oculare — quanti poveri infermi aiutò e consolò Camillo, e quante benedizioni da loro ricevè? Molti non solo benedicevano lui, ma anco la madre sua… Quando andava per città, pareva che non si potesse di­fendere dai saluti e dalle riverenze dei poveri che lo incon­travano. Alcuni dicevano : “ Questo Padre, nell’Hospedale, m’ha risuscitato da morte a vita!”».
Altri: «Senza questo Padre io sarei già morto !». Altri : «Sia benedetto il giorno clie nacque…!», e mille altre cose simili. Alcuni mostrando le scarpe ed altre cose dichiaravano che le avevano avute da lui48. Non si può dire, perciò, quanto grande perdita, dice il Dottor Ercolini, ne facessero tutti i po­veri, quando il Santo morì.
Nell’Ospedale poi era indescrivibile la festa che ne fa­cevano, ogni Tolta gl’infermi, al. vederlo entrare nelle corsie e accostarsi ai loro letti. Nessuna madre avrebbe potuto spin­gere l’amor suo verso l’unico figliuolo, fino al punto a cui lo spinse e lo conservò innalzato Camillo.
In lui non era amore, era carità, e cioè amore sopranna­turale, amore di Dio nelle sue creature.
« Padre, gli diceva un giorno un infermo, vi prego a rifare il mio letto che è molto duro ! ». Il Servo di Dio restò interdetto e « stette per adirarsi, come colpito da grave ingiuria ». — « Dio ti perdoni, Fratello! — disse poi tutto rattristato — tu mi preghi? Non sai ancora che mi puoi comandare come a tuo servo e a schiavo?», e subito, con gran fervore, gli rifece il letto.
Gl’infermi, a dire del Santo, non erano mai fastidiosi, né mai gli si rendevano colpevoli di affronti, per quante ingiurie gli avessero potuto dire e fare: « Fratelli miei — ripeteva spesso ai poveretti — non mi portate rispetto, ma coman­datemi pure perché io non solo sono vostro servo, ma mi son fatto schiavo vostro e per questo sono obbligato a servirvi e obbedirvi ogni, volta che mi comandate ».
E talvolta, purtroppo, accadde — come raccontava Io stesso Santo ai suoi Religiosi per animarli a perseverare nella carità — che alcuni infermi gli dicessero e facessero ingiurie, fino a dargli pugni e a sputargli in viso; ma Camillo n’ebbe sempre « grandissimo, contento e sopportava – tutto’ allegramente » perché diceva: « Gl’infermi mi possono non solo comandare, ma far bravate, dirmi ingiurie e villanie come miei veri e le­gittimi padroni ».
Un giorno aveva accomodato, « con ogni sorta di carità », un povero infermo tutto piagato. Il poveretto però non ne era tuttavia soddisfatto, e se ne doleva e lamentava. Camillo, «struggendosi di compassione», abbracciando e .accarezzando il poverino: « Fratel mio, — gli diceva — non piangere e non ti dolere: eccomi qui pronto a servirti: vedi che cosa possa fare per te, perché, se bisognasse anche liquefarmi, per amore tuo lo farò volentieri, e sappi che ho giuralo d’esserti schiavo ». E così lo consolò e acquetò.
In altra circostanza, essendo stato chiamato da un povero contadino infermo per un certo suo bisogno, Camillo, per quanta attenzione ponesse alle domande del poveretto, non riusciva ad afferrarne il significato. L’infermo s’indispettì, e con parole villane prese a offendere il Santo. Questi, ben lungi dal risentirsene, chiamò altri perché l’aiutassero ad intendere e a contentare l’infermo. Anzi, a riuscir più presto nell’intento, « fece portar molte cose » per scoprire quale di esse chiedeva. Quando finalmente potè indovinare il desiderio del poveretto, si pose con ogni studio a mandarlo ad effetto. F, non contento di ciò, gli chiese poi umilmente perdono per non averlo compreso subito.
Per tanta sovrumana bontà era naturale che i più afflitti specialmente, e i più sofferenti, attendessero la venuta del Santo come l’apparizione dell’Angelo che scendeva a muover l’acque della probatica piscina. Sembrava che l’ombra sola di Camillo portasse loro refrigerio! Zoppi, sordi, muti, parali­tici, infermi d’ogni specie, tutti, perfino i ciechi, avevano im­parato a riconoscerlo al passo, alla voce; e, chiamandolo per nome, gli sorridevano, e sentivano, senza poterlo discernere, l’inesprimibile conforto dello sguardo tenerissimo del Padre. Ed egli, il Servo di Dio, si sentiva tutto intenerire, perché le fibre dell’anima sua erano tocche dall’armonia di quelle voci, e confessava che non c’era per lui al mondo musica migliore di quella di sentirsi chiamato a quel modo, d’ogni parte, da tanti infermi che gli cercavano insieme questa e quella cosa, senza tregua.
Giungeva all’Ospedale quasi trafelato, perché lungo la via, nonostante la gamba piagata e i dolorosi calli, aveva cam­minato con sveltezza per il bisogno che provava di arrivar presto. Un pomeriggio camminava appunto con tal vivo de­siderio in cuore, quando gli venne incontro un uomo che, cor­rendo all’impazzata con una lunga pertica in mano, urtò con essa il compagno che recava sotto il mantello la povera refe­zione della sera. All’urto, cadde di mano al Religioso il fia­schette di vino che era con un po’ di pane, tutta la cena del Padre. Camillo n’ebbe un po’ di rossore e confusione sia per la gente che si fermò a vedere, sia per il dubbio che subito lo prese di non poter rimanere la; sera all’Ospedale senza quel po’ di ristoro. Ma poi, rinfrancandosi, disse, con aria di trionfo: « Ah chiappino, chiappino, — così era solito sopran­nominare il demonio non per questo la vincerai e ci impe­dirai di restare lo stesso, questa sera, all’Ospedale!».
Solo il bisogno di soccorrere per strada altri poveri, po­teva fargli ritardare il ritorno a S. Spirito. Un giorno, sul Ponte di Castel S. Angelo, trovò un infermo disteso per terra, circondato da pietosi. Camillo si chinò sul poveretto, lo sol­levò, lo sostenne, e, aiutato dal compagno, lo portava a Santo Spirito, quando, passando su l’uscio d’una casa ove una donna scopando levava indiscreta polvere.: a Madonna, di grazia, — disse con voce supplichevole — aspettate un poco, abbiale ri­guardo che passa questo poverello », e accennò all’infermo con tanta riverenza, come fosse stata la vera persona di Cristo.
Un’altra volta era stato mandato a prendere in carrozza da una Signora di riguardo che gli voleva parlare. Nel ritorno udì un servo lamentarsi dicendo: « Io sono infermo e non sono creduto ! ». Camillo fece fermare, e rivolto al poverello lo invitò a salire in carrozza con lui. Ma il servo, forse per vergogna, non pareva disposto ad accondiscendere. Il Santo allora con più insistenza e umiltà: « Fratello — aggiunse — non li vergognare: entra pure che ne anco io sono uomo di qualità, ma sono un poveretto! ». L’infermo non volle con tutto ciò piegarsi alle preghiere del Santo, che a malincuore acconsentì al cocchiere di proseguire. Non si tenne, tuttavia, dal volgersi ripetutamente indietro per chiamarlo ancora e fargli continui inviti.
Del resto, il tempo ch’era assente dall’Ospedale lo impie­gava talvolta a mendicare, per i suoi diletti infermi, uova fresche, frutta, marmellate ed altro; come pure a provvedere qualche particolar ristoro per qualcuno dei più oppressi.
Un giorno, avendo scoperto in una stanza appartata del­l’Ospedale un infermo ricoperto di tanto sudiciume, che non lo si poteva mirare senza provarne ribrezzo, il Servo di Dio si portò alla Maddalena, si fece dare dal cuoco una conca di rame assai capace, prese un pezzo di sapone, un candido lenzuolo, dell’erbe odorifere, e tornò con il tutto a S. Spirito. Riempì d’acqua tiepida il recipiente, vi immerse il meschino e gli mondò e lavò tutto il corpo, dal capo ai piedi, asciugandolo poi, «caramente», col candido lino.
Il numero dei poveri e gl’infermi soccorsi in tal modo da Camillo, è noto solo a Dio e ai suoi Angeli!
«A quanti afflitti e dolenti — nota il primo cronista dell’Ordine — con il proprio fazzoletto asciugò le lagrime, pian­gendo ancor lui con essi, per pietà e compassione! ». Quanti ne aiutò a ben morire! Quanti ridusse in quell’estremo a pe­nitenza! Quanti tolse alla disperazione! Quanti istruì, consolò e fortificò in faccia alla morte con il pensiero soave di quella misericordia divina, che dava loro la più lieta promessa di bene, nella presenza stessa del Santo, che tanto vasta orma di bontà celeste recava in sé! Così disposte passavano dal tempo all’eternità tante anime fortunate, e Camillo, che ne aveva as­sistito e consolato con la sua carità il felice passaggio, dopo le preghiere che usava recitare in loro suffragio, serrava pietosa­mente con le proprie mani gli occhi spenti, le labbra mute, e velava i visi disfatti di quei cadaveri, sui quali pareva diffon­dersi un senso soave di pace quasi riflesso della luce e della gloria immortale che ne rendeva ormai beate le anime in cielo.

4. – Testimonianze di Figli e volontà del Padre.

Alla voce degl’infermi fa eco quella più vasta e alta dei Figliuoli di tanto Padre, voce che quasi sempre muore nel pianto della più profonda commozione, o cade oppressa e vinta dalla sublimità dell’argomento.
I tre Fratelli: Orazio Pòrgiano, Giacomo Giacopetti e Luigi Gens, furono successivamente destinati compagni al Santo in questi ultimi anni di sua vita. Basterebbe la testimonianza giurata di costoro, a scrivere la pagina più bella della storia di S. Camillo De Léllis.
Pure essi non sono gli unici! Ogni, giorno nuove o rinno­vate schiere di Religiosi si alternano regolarmente sul campo del lavoro, e hanno tempo e modo di ammirare il Padre, che per un privilegio, anzi per un vero diritto, accordato alla sua serafica carità, rimane sempre al suo posto di onore « Fiamma che più arde e più splende ! ».
Orazio Porgiano, uno dei primissimi compagni di Ca­millo, affermava: « Il P. Camillo aveva tanta carità verso il prossimo, e in particolare verso gl’infermi, che mai si può dire quanto ella era. Non fu madre che amasse tanto i suoi figliuoli, quanto egli amò i suoi poveri e cari infermi, cono­scendo in essi la persona di Cristo, poiché con tanta devozione, attenzione e diligenza li serviva, come se fossero la persona propria di Cristo, e pensando di parlare con Cristo, diceva umilmente agli infermi che gli perdonassero i suoi peccati: e questo l’ho udito con le mie orecchie più volte…».
« Stavamo insieme — continua — giorno e notte a servire gli infermi in S. Spirito… e ben pareva che il suo cuore ab­bruciasse di carità Verso i poveri. Quando rifacevamo insieme i letti degli infermi, il Servo di Dio voleva si rivoltasse ogni volta il materasso, si menasse ben bene la paglia nei pagliericci, dicendo: “ Vedi, è color dell’oro e in realtà è vero oro, perché con essa si compra la vita eterna! Così badava con molta diligenza che non restasse alcuna piega nelle lenzuola e l’infermo non ne avesse a soffrire. Prima di rimetter l’amma­lato nel letto, se era d’inverno, lo riscaldava; e quando gli pareva d’aver accomodata ogni cosa, domandava ancora all’in­fermo s’era contento, se voleva altro; che, se non ne avesse avuta risposta chiara e sicura, non si poteva più staccare da quel letto. L’ultima raccomandazione che faceva al poveretto era, che si pentisse dei suoi peccati, si raccomandasse a Dio, si uniformasse al divin volere, e accettasse quell’infermità in espiazione delle proprie colpe e come disposizione provviden­ziale e amorosa di Dio, che, per esser nostro Padre, permette ogni cosa a nostro vero e unico bene ».
Un altro testimonio, il P. Pelliccioni, in quel tempo segre­tario generale, scriveva, che parlare della carità che il Servo di Dio, Camillo, esercitava in S. Spirito, sarebbe stato come adombrare la ruota del sole. Non mi si può levar dalla mente — continua — che quando si metteva intorno a un ammalato, sembrava veramente una gallina sopra i suoi pulcini, o vero una madre intorno al letto del suo proprio figlio in­fermo. Poiché, come se non avessero soddisfatto all’affetto suo le braccia, e le mani, per lo più si vedeva incurvato e piegato sopra l’infermo, quasi che volesse col cuore e col fiato, e con lo spirito, porgergli quell’aiuto che bisognava. E prima che si partisse da quel letto, cento volte andava tastando il capezzale, e le coperte da capo, da’ piedi e da’ fianchi; e, come se fosse trattenuto, o tirato da una invisibile calamita, pareva che non trovasse la via di distaccarsene, molte volte andando e tornando dall’una all’altra parte del letto, dubi­tando e interrogando l’infermo se stava bene, se bisognava altro; esortandolo alla pazienza, gli ricordava molte cose appartenenti alla salute. Non so come meglio si poteva rap­presentare la servitù e l’affetto di una madre molto pietosa intorno all’unico figlio, il quale si trovasse gravemente amma­lato. E chi non avesse allora conosciuto il Padre nostro, non avrebbe giudicato che egli fosse andato all’Ospedale per servir indifferentemente a tutti gli ammalati, ma per quel solo, come se gli fosse molto cara e di grande interesse la vita di quel po­verino, e come se non avesse avuto al mondo altro pensiero ».
Altro testimone era il P. Corradi. Religioso di santa vita, era egli solito accompagnare di questo tempo, i novizi, di cui era maestro, in S. Spirito, dove cedeva poi a Camillo il com­pito di educarli nella carità, nella quale «ben si vedeva che Iddio stesso era, al nostro Santo, buon Maestro ».
E ben volentieri il Fondatore prendeva con sé ora l’uno, ora l’altro di quei giovani, e di preferenza i più delicati, e quelli che provavano maggior difficoltà a superare la ripu­gnanza dei sensi; e con amorevolezza e persuasione mostrava e insegnava loro con quale e quanta pietà si dovesse trattare la sacra persona degli infermi.
Se qualcuno alla vista di quelle brutture avesse, mostrato ripugnanza, tòrcendo il viso o dando altri segni di disgusto, il Padre attendeva il momento opportuno per impegnare il po­veretto in nuovi estremi assalti di carità con gli infermi più incancreniti e più stomachevoli. Era la prova del fuoco! « Vo­lete sapere — insegnava infatti una volta a un Religioso — se siete conforme al cuore di Dio e se camminale ne la via della perfezione? Esaminate voi stesso e vedete come vi por­tate circa la promessa fatta a Dio di servire gli infermi. Se vi travate caldo nel ministero del nostro Istituto, buon segno: ma se vi trovale freddo, mal segno ».
Se il novizio entrava con buona volontà e profitto nei ge­nerosi disegni del Padre, questi n’era tutto contento e bealo; si rallegrava con il giovane e si augurava con lui : « II Signore ci faccia degni di morire con le mani .impastate’ di carità! ».
Se il novizio, per contrario, non trovava energie bastanti à vincere se stesso, Camillo paragonava il meschino a un asino macilento, inaridito, che neppure una «gualdrappa ricamata d’oro» sul dorso, può render più fiero e dignitoso. Ahi! che neppure la carità, patrimonio tanto bello e ricco, dà pregio, ma torna anzi di obbrobrio, ai Religiosi tiepidi!
Per questo il Fondatore poneva tutte le sue premure e le sue sollecitudini nel far sì che tanto patrimonio non si sperdesse, o si tenesse in poco conto dai suoi Figli, ma si serbasse intatto, sempre,’ovunque, ad ogni costo, perché più ricco è più bello non si sarebbe trovato mai.
Scriveva infatti di questo tempo al P. Pieri, Prefetto in Bologna:. «Ho riciputo una sua, a me carissima, intendendo il suo ben stare, con tutta, questa Casa. Nostro Signore gli dia grada, che sempre vada profittando da bene in’meglio nel suo santo ‘servitù) et profilo spirituale secundo la nostra santa, vocatione, et non si scorda di quello che ha per voto solenne promesso, non al Papa, ma a Iddio Creatore dell’universo, il Quale (ci) ha, di poi di questa breve e caduca vita, a giudicare le nostre opere. Se ricorda del suo obbligo, haverta che-ce va la salute dell’anima; pensare, siccome credo non si scorda, se uno de’ Nostri facesse miracoli, e questo non fosse affetionato allo santo nostro Istituto non gli credo niente: non acade però. Padre mio pensamo a’ casi nostri, ve ne siate là dove non c’è quella comodità delli ospitali. come in altre città, con tutto questo pure c’è Ospitali, et se non si pò fare il servitio come in altri lochi, se pò fare tanto quanto, arrivare quanto si pò, e dove non si pò, la volontà grande per arrivare a fare cose grandi, non solo atti poveri dell’ospitali, ma alli nutrienti per le case. Desiderare d’havete migliara di vite, per spendere in queste dui attioni, e lei come (à) superiore deve, essere il primo a fare la sua parte, perché li capitani han da essere li primi atti frautieri de’ nemici et alla battaglia e a cusì fare che li sui suditi facciano il loro debito. Si ricorda V.R. che non è il fine del nostro santo Istituto confessare in eclesia e riempire le eclesie de confessionari: questo è un poco di scorza, guai a chi in questo si diffonde, ma il fine nostro è servire perfettamente a li poveri dell’Ospitale e li morienti per le case, questo è il nostro santo Istituto, e guai a chi si dimen­tica di questa verità; verà tempo del tribunale di Christo dove saremo strettissimamente esaminati di questo. Però, Padre mio, vigilamo a negotio di tanta importanza, et si ricordi che molti santi Dottori tiene, che molti prelati vanno all’inferno per non fare quello che devono, il Signore la benedica di Roma 28 de maggio 1611.
a Di V. R. Servo nel Signore Camillo De Lellis ».
Così il Santo — senza tema di ripetersi — insiste, richia­mando purè gli obblighi, di coscienza che incombono su cia­scuno dei suoi Figliuoli, perché null’altro al mondo abbiano di più caro che l’assistenza agli infermi.
Ed essi — i suoi Figli, testimoni quotidiani della carità e dello spirito del Padre loro — rendevano di Lux la più so­lenne testimonianza: « Abbiamo avuto sempre questa ferma opinione… e ci va tuttavia crescendo, che il P. Camillo, nostro Fondatore, è gran Servo di Dio, e siamo’ gratissimi a sua Divina Maestà, che si è compiaciuta dotarlo di tante grazie, specialmente per fondare questa Religione tanto ne­cessaria per il popolo di Dio.», perché i poveri necessitosi, bisognosi, infermi, languenti, agonizzanti e pestiferi, fossero aiutati e consolati da Religiosi ».

Pensieri

Pensieri di Cesare Correnti dai suoi scritti editi e inediti a cura di Adelaide Correnti e di Eugenia Levi nel centenario della sua nascita (3 gennaio 1815 – 3 gennaio 1915) con una biografia di Cesare Correnti e il suo ritratto in fotocopia, Milano, Treves, 1915 (da 148 a 163, pp. 76-83; da 240 a 244, pp. 117-119; da 303 a 311, pp. 145-148; da 472 a 473, pp. 227-228).
 
    148. Il Cristianesimo, come tutte le altre religioni vediche e bibliche, anzi più che altre, nacque coll’istinto della carità spinta fino all’assoluta comunione economica, conseguenza della Comunione dei Santi, che fu uno dei principali articoli. del Credo apostolico. Il primitivo Cristianesimo era una perfetta associazione economica o spirituale, e la beneficenza e la carità erano la forma del suo governo. Indi l’assorbimento di tutti gli istituti soccorrevoli nella Chiesa, divenuta amministratrice e dispensatrice dell’economia sociale. I secoli barbarici turbarono il processo di trasformazione iniziato dal Cristianesimo, ma non sì che non ne serbassero i principali caratteri. Ma gli amministratori elettivi della società cristiana, a mano a mano costituiscono una classe separata. Il decreto di Lotario imperatore, che comandava, ai chierici di consacrare due terzi delle rendite loro affidate ad opere di beneficenza, era già un atto costitutivo della feudalità ecclesiastica, la quale amministrò poi a suo senno gli immensi beni ad essa affidati e che fluivano sempre più copiosi nelle sue mani; tanto che intorno ai tempi della Riforma, anche i redditi degli ospizi e delle limosinerie anutaronsi spesso in .commende e benefizii. Nel secolo XVI e nei successivi cominciò l’opera di rivendicazione; furono soppresse le usurpatrici amministrazioni ecclesiastiche, e richiamati à mano a mano i loro beni alla società. Le necessità politiche e le avidità fiscali diedero a questa rivendicazione l’aspetto di spogliazioni e di detorsioni. Molti Stati però, confessarono il carico a cui si erano assoggettati sostituendosi alle malversatici amministrazioni clericali. Indi la conversione della carità chiesastica in carità legale. Le leggi d’Elisabetta, celebri nella storia del pauperismo, ebbero questa origine: e un’origine analoga, per non ricordar tutto, ebbero le patenti di Maria Teresa in Lombardia quando primamente ella mise mano alla soppressione degli Ordini religiosi. Così come l’ebbe la legge del 19 marzo 1793, che pone le basi delle norme dell’Assistenza pubblica in Francia, considerata come un dovere dello Stato, entrato nella, successione degli immensi beni del clero francese. 
  Ora questo punto di vista storico e poco men die giuridico non vuol essere trascurato, ms. 1882.
   149. Il Cristianesimo è, come il classicismo, guasto dai pedanti e dai sofisti. Ma è ancora l’antica dottrina. ms. s.d.
   150. Il Cristianesimo lo insegnava, la filosofia non l’insegna più, non lia più mezzi per insegnarlo. Non si’fa l’eroe per gusto d’esserlo: sì quando v’è ragione di farlo. Il Cristianesimo clava la ragione d’essere eroi, d’essere grandi, d’essere santi. Noi non diamo alcuna ragione, fuorchè l’estetica. La poesia diventa tutta la religione del secolo. ms. s.d.
   151. Il Cristianesimo pratico della Chiesa latina, riprende il suo senso metafisico in mano delle popolazióni nordiche. Esempio il Biblismò degli Inglesi, il logicismo e razionalismo germanico. ms. ant. al 1848.
   152. Il Cristianesimo, questo sacerdote iniziatore della civiltà europea, e che ora la civiltà europea sacrifica sull’ajtiare dell’avvenire, ha combattuto come un gigante: l’eloquenza, il genio, la poesia, l’audace sofisma, la virtù, il delitto, nulla fu trascurato. La grandezza delle questioni agitate, la potenza degli oppositori, la costanza, la profondità e l’entusiasmo elei difensori, ne fanno senza alcun dubbio la lotta più drammatica e più feconda che presenti la storia delle idee umane. Dello sfato gen. degli studi filosof. 1840.
  153. Il Cristianesimo storico insegna che ogni male d’origine si parò espiare, cioè volgere in bene, e che ogni anima’d’uòmo e di popolo è redimibile. Stirpi italiche. 1657.
  151. Il destino delle cose è la decadenza e la morte, e il destino dell’anima è il progresso e l’immortalità. 4 ms. s.d.
  155. Il diavolo, dicono, non è sì brutto come si dipinge. Certo è che nessun diavolo è così patente come vorrebbe parere: e certissimo clic quando un diavolo esce dai gangheri e mostra gli unghioni e la forza, è segno che non gli riuscirono le moine e le contumelie. Verità vecchie. 1853.
   156. Il diritto all’elemosina, come il diritto al, lavoro, sono errori sociali e morali: perchè non v’ha diritto dove non v’è un obbligato, contro il quale possa farsi valere il diritto, il diritto a soccorsi economici, come il diritto a lavorare sono precisamente come il diritto di vivere. Le condizioni della vita e del lavoro sono innanzi tutto individuali, e la società, die è un complesso di viventi laboriosi, non può senza trascendere oltre la propria natura e la propria forza, garantire la vita e il lavoro.
  L’illusione del Socialismo, e peggio del Comunismo, è in questo appunto, di pretendere che la società umana, la quale non può esistere, e non esiste normalmente, se non a condizione che i soci sieno attivi e produttivi, sia ordinata in modo, non solo di tutelare la libera attività – che è il vero e proprio suo compito -, ma di assicurare la produzione. È un vero capovolgimento d’idee ohe mette capo ad infiniti assurdi, prima di tutto alla soppressione della libertà umana. ms. 1880-1887.
157. Il dramma nazionale si svolse nelle adelfie, nelle congiure, nelle famiglie. La storia intima è molte vòlte più importante della storia piazzai ola. Ed è ignorata come la virtù.
ms. post. al 1880.
158. Il fine supremo d’ogni buona educazione è l’instauramento dell’ordine morale. Sapere non basta: si richiederebbe la ginnastica della volontà e l’esperienza dell’amore.
L’appannaggio della scienza. 1856.
 159. Il genio dei nostri antichi, se pur ci sia dato trovarlo ancora, noi lo potremo incontrare là dove più ferve la vita. Mal lo cerca chi voglia ripescarlo per entro lo ceneri dei sepolcri, o peggio chi spora di nasconderlo soffiando sulla polvere dei libri! Solo vivendo s’impara e s’intendi la vita. Badiamo ad esser nomini e vivi. Le Diversità nazionali. 1856-57.
   160. Il gran teologo del Medio Evo, e l’ultimo Dottore della Chiesa, una delle più vaste intelligenze filosofiche che si possano imaginare, San Tomaso d’Aquino, nella laboriosa, sintesi di tutto lo scibile de’ suoi tempi, che cosa ha fatto? San Tommaso d’Aquino ha detto: « La filosofia procedo con un metodo inquisitivo e libero; essa non palò risolvere i grandi ed ultimi problemi della vita universale, ma appena può adombrarli. Arrivata sulla soglia, delle verità assolute, essa presagisce e invoca e spera le soluzioni, ispirandosi alle necessità intellettuali e morali della mente e della natura umana. Ma quando dal presentimento vuol passare alla certezza, quando, guidata, dalla speranza, vuol giungere alla fede, non vi ò altro che entrare nels mondo mistico, nel mondo della grazia, porgersi umili alunni della teologia positiva, che ò la filosofia rivelata, e allora cessano i dubbi e le indagini angosciose, comincia il tranquillo lavoro di deduzione, e si trova quella quiete a cui-aspirano molte anime….La mirabile, profonda e naturale distinzione di San Tomaso d’Aquino fu adottata anche dalla Chiesa. Dai teologi che successero al Dottore Angelico, durante il Medio Evo fino ai dì nostri, si ammise questo ottimo principio didattico: potere la filosofia essere come un’introduzione e un avviamento alla fede. Disc. sulla soppres. delle fac. teolog. 25 aprile 1872.
  161. Il lavoro della mano misura, il tempo, avvezza alla pazienza. Glorifichiamo il lavoro della mano. ms s.d.
  162. Il lavoro è la legge divina, o la legge della natura, è la legge dell’anima umana. L’anima ha bisogno d’attività, come il corpo di nutrimento. Il Lavoro. 1855.
  163. Il lavoro può riuscire salubre, morale, educatore e anche piacevole: può invece essere disordinato, disperditore di forze, produttore di cose inutili o peggio, noioso, materializzatore, omicida…. Studio fecondissimo sarebbe quello proposto dal dottor Besozzi, quello della corrispondenza fra il genere dei lavori e le inclinazioni morali: tesi questa di suprema importanza per la riforma della educazione popolare. Egli crede alla possibilità non solo di distribuire il lavoro dietro lo studio della costituzione c del temperamento degii operai, ma eli feudo attói diventar in molti casi un vero mezzo igienico. Sul lav. dei fanc. negli opif. 1844.
 164. Il Leopardi giunge spesso alla necessità e alla logicità del Male
           Disprezza ….. il brutto
Poter che ascoso a comun danno impera.
  Nel Cantico del Gallo Silvestre, verso la fine, preannunzia la morte dell’Universo e la quiete assoluta e la liberazione d’ogni oosa, e la morte della morte. Perocché in ogni sua opera la natura è intenta e indirizzata alla morte. Cesserà la vita e allora cesserà la morte. Ma nelle note, il Leopardi confessa che questa è una conclusione poetica, ma non scientifica. Perchè l’esistenza continuerà sempre colle sue fasi. ms. 1881.
  165. Il mondo è grande. Tanto meglio. Noi sapete voi? Ciò che vedete fuori si riflette in fondo al vostro occhio. Quando trovate grande il mondo, gii è che voi ingrandite. Più vasto e vario lo spettacolo, e più bello il quadro che ci si dipinge dentro, più viva la memoria dell’anima.
  Su! Su! Dunque, a dispetto dei dispetti, guardiamo fuori, guardiamo lontano, slarghiamo la prigione, slarghiamo il cuoreI Conoscere il mondo. 1853.
  166. Il mondo è mezzo di chi l’ha ereditato, è a sperarsi il miracolo, se non Forse aiutando una palingenesi cosmica, aprendo colla trivella, come spera il nostro Paladini, le vene dei fiumi sotterranei, o conducendo, come propone il Lavigne, le acque del mare a traboccar sulle bassure del deserto. Disc. alla Soc. Geogr. Ital. 35 luglio 1874.
  234. L’Africa La per l’Italia un fascino irresistibile. Affacciati sulle stesse acque, a distanza ormai di poche ore, e con sì sfolgorante diversità di cielo, di clima, e di popoli, la curiosità, non ch’altro, vi ci dovrebbe tirare.
 Quattro salti e potremmo trovarci in mezizo a una natura nuova, e vivere in un’età preistorica.
  A chi non deve piacere sentirsi allargar l’universo e raddoppiare il tempo e l’anima? Vero che è difficile indovinare ìli questo momento quello che spiaccia o piaccia agli Italiani: ma appunto perciò si può provare. Parliamo loro dunque dell’Africa. L’Africa. 1875.
  235. L’anima è naturalmente cristiana, disse un gran Dottore della Chiesa primitiva. E noi possiamo dire: l’anima è naturalmente profetica.  ms. s.d.
 236. L’anima, può colla contemplatone della bellezza, col culto della sapienza, calmarsi e ingrandirsi; ma, poi rimane fredda nella sua pace, come una, limpida aurora che aspetta il sole.
In un solo modo la villa cfeU’animai si raddoppia, si “centuplica, s’immilla: specchiandosi cioè in altre anime, riverberando la sua coscienza nelle loro coscienze, illuminando ad altri pensieri la luce dei suoi pensieri.  Lacuna 1855.
   237. L’antica virtù politica era fondata sul diritto e sulla giustizia: la nuova virtù politica è fondata sulla carità e sulla solidarietà. ms. s.d.
   238. L’apparenza ha l’inganno davanti e la verità di dietro. Non si deve fermarsi sulla prima apparenza; ma nè per questo si deve lasciare di studiarla. E se non bastano gli occhi, ci valgano gli occhiali, le lenti, i microscopi, i telescopi. Verità vecchie. 1853.
    239. L’arte del volere è l’arte stessa del vivere. Quando tutta la tua forza si consuma nel lottare contro la tiua stessa volontà, e nel sorreggerla, non ti avanza più di che far altro: come uomo che appena si regge con tutto lo sforzo in piè, se appena riesce a portar se stesso non può portare altro. Perciò vuoisi a pòco a poco dar forgia alla volontà, e avvezzarla a comandare.
sieri la luce del suo pensiero. ms. 1858.
   240. L’Assistenza pubblica si distingue dalla Carità – parola cristiana trovata però prima da Cicerone: “charitas immani generis” – e dalla Beneficenza».
 L’Assistenza pubblica, neologismo francese del tempo della Repubblica, indica il complesso delle istituzioni e disposizioni legali per cui lo Stato e il pubblico, nel vecchio senso italiano, soccorre materialmente ed economicamente i privati cittadini.
  Carità, da grazia, amore gratuito, indica il sentimento, l’istinto che ci porta fuor di noi e, come dice San Paolo, non cerca le cose sue.
  Beneficenza è l’istinto di far comunque il bene, di giovare.
  L’una è una necessità politica, l’altra una necessità spirituale, l’ultima una funzione morale ed economica. ms. s.d.
  241. La bellezza è nella espressione. Pittori e maestri, quanti siete, non vi paia di soverchio ripetuta una cosa tanto semplice e tanto volgare. La bellezza naturale è un’espressione d’intelligenza e d’amore; la bellezza artistica non pùo esser diversa.
Della com. sorg. della Poesia nelle Arti belle. 10 nov. 1847.
  242. La beneficenza, in tutti i paesi civili, consta d’un complesso d’istituzioni svariatissime, originate quasi sempre da un’ispirazione religiosa, e dirette, piuttosto a soddisfare gli istinti della misericordia e della tenerezza fraterna verso i sofferenti, che a ravviare e rinsaldare le forze produttive della società. Il sentimento, e soprattutto la carità spirituale, che crearono le.antiche istituzioni pie, ora. vengono, rattemperandosi ai consigli dell’esperienza e ai precotti delle scienze economiche. All’istinto della compassione succede l’intelletto della carità. ms. post. al 1880.
 243. La beneficenza è la spiritualità della questione sociale, la quale non può esser risoluta che sulla base della giustizia, ma può esser sublimata dall’opera della carità. ms. s.d.
  244. La beneficenza umilia e debilita. Fatevi la carità da voi: guadagno, risparmio, lavoro; industriatevi. ms. post. al 1880.
  245. La Civiltà è la Grecia, quando disse: L’intelligenza sia la regina del mondo, e la ragione sia la natura dell’uomo.
  La Civiltà è Roma, quando disse: Fra eguali,, leggi eguali, e la forza di tutti faccia rispettare il diritto dì ciascuno, e la forza di ciascuno faccia rispettare il diritto di tutti.
  La Civiltà è il Vangelo, quando dice: Dio Padre in Cielo, e gli uomini, figli Suoi, sulla terra; gloria a Lui in Cielo e pace in terra agii Uomini di buona volontà.
  La Civiltà infine è San Paolo, quando insegna: Se l’uomo parlasse tutte le lingue, e tìonos,cesse ì segreti degli angeli, ima non avesse carità, sarebbe come bronao sonante e copie cembalo tintinnante.
 
  300. La scuola dell’interesse è pur essa una scuola, e spesso più efficace di quella dei libri.
        ms 1882.
  301. La scuola di Cavour si teneva sicura di guidar la cosa pubblica quasi per diritto tradizionale. Ma la grandezza di Cavour non era nell’amministrazione. Tutta l’amministrazione sua era stata politica, e volta al gran fine d’accattar grazia e credito in Europa, e d’alimentare le sperarne nazionali; e la speranza era allora, una. forza grandissima.
  Grandezza di Cavour nella politica: valersi delle opposizioni e delle discordie; scopo unico evidente, e concordia necessaria sotto la discordia stessa: Garibaldi.
  Ma questo giuoco aveva i suoi pericoli; Aspromonte e Montana ve lo mostrano. Lo: Stato correva rischio di discardinarsi tutti i momenti. V’era ancora una grande, una insolubile questione: Roma ‘chiave dell’ Unità. Cavour stesso ebbe il coraggio e l’abilità di proclamarlo in faccia all’Europa. Ma avvenimenti straordinari dovevamo rendere possibile quest’ideale: – i tatti miracolosi ili Garibaldi. L’annessione non meno miracolosa di Toscana e di Emilia rendevamo esigenti le aspirazioni, giustificate le esagerazioni. – Dopo i Mille, l’Italia correva rischio di diventare ariostesca, si era perduto il senso della realtà, eravamo ancora alle dimostrazioni mazziniane.
 Pure due politiche, due scuole erano naturali; due partiti in Parlamento. Gli uomini ohe volevano continuare la rivoluzione, gli uo|m;ini che volevano raffermare, regolarizzare lo Stato… 
ms. s.d.
  302. La scuola filosofica e la libera speculazione ebbero in Italia miracolosi inizi, in un tempo in cui le altre naiz,ioini sion avevano neppure 1’idea d’una filosofia originale: chè dal pensoso Cavalcanti al Ficino, a1 Pomponaccio, al Bruno, al Galileo, fu un luminoso solco di luce nelle tenebre delle età mistiche. Alla vera nota caratteristica della tradizione civile tra noi, da Dante fino ai dì nostri, fu, sotto varie forme — ora ghibelline, ora principesche, ora municipali, — il pertinace intento di creare di mezzo a quelle due vaste e confuse compagini che costituivano la confederazione imperiale e la repubblica cattolica, eli creare, dico, di alimentare e di mantenere una speranza almeno di uno Stato autonomo, italiano e laico.
Discuss. per la soppr. delle Fac. teol. 29 aprile 1872.
  303. La scuola popolare, ecco l’utopia ohe voi siete chiamati a tradurre in realtà. Il sesto senso, o per dir meglio il senso sociale, che voi dovete dare al popolo. Questo, lasciatemela dire una santa eresia, questo importa più che lo stesso diritto elettorale. Questo sogno che, lo giuro pei gloriosi, visionari che da tre secoli sognarono la possibilità d’un’Italia grande, questo sogno…. sarà una realtà. Gli orfani dell’intelligenza troveranno ì loro tutori. L’infanzia accolta nei giardini educativi darà germi sani e anime liete, preparate dalla convivenza dei giuochi ginnastici alla fratellanza equanime e amorosa. La puerizia alternerà i primi esercizi del lavoro manuale coi primi esercizi mentali…. ms. s. a.
  804. La scuola traccia la via e mostra la luce. La famiglia, la società, le ispirazioni individuali hanno a fare il resto. Educatori vogliono essere i maestri, anche quelli delle prime scuoluccie…. coll’esempio di un governo amorevole e soprattutto ragionevole, il quale agli scolaretti in quel loro primo affacciarsi ad una vita diversa, e più varia, della domestica, faccia fede della giustizia e della benevolenza onde devono essere informate le relazioni sociali. Questi i primi precetti pedagogici da raccomandare ai maestri elementari, e che si risolvono tutti in quel precetto supremo della morale in azione. E su ciò vorremmo che fossero rigidissimi censori i magistrati scolastici. Relaz. sull’obbl. scol. 10 giugno 1874.
  305. La seconda vista è uno sgomento. Rivedere coloro che abbiamo amato, coloro che hanno portato con sè nella tomba la miglior parte dell’anima nostra, e provare il rimorso di non averli amati abbastanza, riascoltare le parole di speranza e di amore che traverso a tanta distanza pigliano suono di rimprovero e di condanna…. La seconda vista h uno sgomento. Hanno ragione d’aver paura dei morti. Il Battes. del Nuovo Presagio. 1880.
  306. La società è paragonabile a un ente individuo. Sia pessimo, corrotto, incorreggibile: punitelo, dico, la Giustizia; sopprimetelo, dice la Necessità sociale. La Carità ha tutt’altro modo di guardare il cattivo: convertitelo al bene, guaritelo, salvatelo.
  E così per i mali fisici. L’utilità sociale vorrebbe gente sana. I malvivi, i parassiti, gli infetti, gli impotenti, si avrebbero a sopprimere. La Carità ha tutt’altro modo di ragionare e di fare, cura gli incurabili, medica gli immedicabili, spera pei disperati. ms. post. Al 1880.
  307. La sola gioventù è l’ispirazione, ma la virilità può essere l’esecuzione. ms. post. al 1880.
  308. La sproporzione tra l’uomo e l’universo, la ragione e il problema infinito, non ci permetterà forse d’arrivare sino a Dio fàccia a faccia, ma ci permette di sentire la divinità. ms. s.d.
  309. La statistica, dall’una parte promette alle questioni sociali quella medesima chiarezza e positività, che l’applicazione delle matematiche introdusse nell’astronomia; dall’altra sembra conoludere ad un disperante fatalismo, che annichila la potenza degli elementi morali e mostra l’uomo schiavo delle circostanze, e incatenato nel rigore di formule matematiche. Perciò non è raro sentir da un lato i pubblicisti appellarsi all’evidenza, delle cifre e all’irresistibile eloquenza delle progressioni numeriche, ed accorgersi intanto che il cuore, e la stessa severa ragione rifuggono da codesta ‘materializzazione delle scienze più nobili e più spirituali, e bestemmiano la luce infeconda, dei fatti, che sono perchè sono, ma non divengono perciò nè giustificati nè desiderabili. Di una nuova teoria della Statistica. 1842.
 
  310. La storia della donna è difficile a scriversi: essa è una storia segreta, inesauribile; ma portarla fuori è impossibile. Uomini, che volete dire ohe non vi faccia torto? ms. s.d.
  311. La storia delle prime età di Roma è, più che altro, una leggenda poetica, tutta piana, naturale e credibile. Argomenti perpetui di ammirazione, di lode e di esempio sono l’eroismo cittadino, l’amor patrio, la grandezza d’animo. Tre idee soprattutto, tre lezioni troviamo ripetute e glorificate in questo mirabile romanzo storico che educò per tanti secoli la gioventù-romana, e che avrebbe potuto educare anche la nostra, se i pedanti non sapessero troppo bene innestare
la noia ed il ghiaccio fino nell’ammirazione e nell’amore. Queste tre idee, ohe sono quasi a dire le virtù teologali degli antichi, eccovele: Dignità e castità nelle donne, sacerdotesse dell’onore e della santità domestica; negli uomini, sacrificio d’ogni affetto di famiglia ai doveri di cittadino; ne’ soldati, scrupolosa devozione alla disciplina. Queste arti, e il non lasciarsi vincer mai nell’animo, e l’aspettar tempo e occasioni, valsero a Roma l’imperio del Mondo, un po’ di storia. 1849.
  312. La Storia Italiana è fatta per rafforzare le speranze, anzi la, fede profonda nella forza ideale. Gli è ciò che gli stranieri non capiscono. ms. s.d.
  313. La Storia Italiana è la storia di una nazione che si fa e non si disfa: questo è l’importante. V’è un continuo propendere verso l’idea nazionale. ms. s.d.
  314. La storia, narrandoci il passato non ci mette già innanzi l’immagine dell’avvenire, ma ci rivela la forza produttrice d’ogni avvenimento, ci aiuta a comprendere il creatore della storia: l’uomo. E chi dice l’uomo, intenda gii uomini: in grammatica coinè in filosofia. Voi sapete il proverbio: non tutto il cervello in una testa, nè tutta l’anima in ciascuna anima.
Sogni di chi non ha domito. 1852.
 472. Prima che Smith proclamasse la legge del lavoro, dalla quale i discepoli sembra che abbiamo tirato la conseguenza che il lavoro è la felicità, od il fine supremo dell’uomo, Genovesi aveva dotto: il lavoro può pareggiarsi ad una pena: nondimeno bisogna amarlo perchè il lavoro onesto è Tunica sorgente della ricchezza; e Paoletti aveva aggiunto: la peggiore povertà è l’ignoranza; e Beccaria aveva concluso: non clevesi aver riguardo al lavoro in sè stesso, ma, al lavoro utile. Se alcuno si fosse curato di sciogliere il problema dell’utilità sociale, dell’ utilità morale, dell’utilità durevole e vera, avrebbe veduto quanto lai legge trovata dal Beccarla sia superiore a quella di Smith. La scienza inglese proclamò il lavoro produttivo; la scienza italiana aveva già detto il lavoro utile e onesto. Solo quando si sarà dimostrato che ogni produzione ed ogni modo di produzione ponno esser utili alla società, noi confesseremo che la teoria smithiana ha definitivamente costituita l’economia. Per ora, noi ci ostiniamo a desiderare che la vecchia scuola italia-aa trovi dei coraggiosi continuatori. Storia dell’econ. polit. 1843.
473. Prima del 1796 l’elemento storico prevaleva ancora nella nostra geografia politica; appiattati ancora dietro a un fossa taccio, una siepe, mi diploma, v’erano i ducati, i principati, le contee, i marchesati, le baronie, le pievi, le castellarne del Medio Evo. Quest’imbratto, degenerazione delle antiche verità etnografiche, fu spazzato via dai governi napoleonici, e vi furono sostituiti i scompartimenti topografici, che in tutta la settentrionale e la media Italia vennero sperimentati per molti anni, e ora dovrebbonsi rimettere a studio. Col 1815 lo spettro storico ripicchiò all’uscio. Milano, stata diciott’anui capitale della nuova Italia, riparlava ct’Insubria, di Lombardia, fin del vecchio Ducato: qua e là a Massa, a Piombino, a Lucca, a Monaco ricomparivano le Signorie gentilizie, i domimi esili, riscontro possi imi delle tribù c degli statarelli comunali. Le monarchie patrimoniali di Sardegna e di Sicilia si sognavano a sciorinare le barbare leggende dei titoli ereditarli, dotali, feudali, deditizi. Ma la terra stava salda, le tradizioni storiche parevano anche a quelli che le avevano ricollocate a capo del diritto pubblico, superstizione ed arcaismi. E però mutati i nomi e le proporzioni, le Prefetture napoleoniche rimasero Delegazioni e Intendenze, e i Dipartimenti con più italiano, ma poco fausto vocabolo chiamarono Provincie; le quali si ridussero in più angusti confini quasi tutte, o per necessità di proporzionarle ai nuovi Stati, o per gelosia di divisione e di contrappeso. Topografìa italiana 1863.
474. Prima di tutto lasciatemi dire che questo nostro 1876 è tempo da altro che da giornali. Si vive, si legge, si sa, si può, dì per dì, ora per ora: e que’ che veggon meglio sono i miopi. Dunque lasciate i libri ai topi e ai posteri, e fate giornali a fidanza, che è la stagione delle cicale. Programma per l’Arch. di Stato. 10 marzo 1876.
  475. Provincia dicono i vecchi filologi, da pro-cul vincere, e nessuna provincia v’era nell’Italia romana dove la conquista venne decorata col nome di società e di federazione: “foedus et societas”. Il Forcellini definisce la provincia: “regio armis deviata in potestatem romani populi reducta, et imperio subjecta”. E brutti e umilianti anche nell’uso sono i vocaboli di provinciale, provincialità, provincialismo. Nondimeno i più recenti studi danno a questa parola un’origine manco odiosa, e secondo il Mommsen orsa potrebbe equivalere quasi a parti unite, compartimento.  Topografia italiana. 1863.
  476. Pur troppo le virtù che fanno la fortuna e la forza d’un tempo, poimo riuscire la mina d’altro tempo. Per questo, unica sapienza vera è la sapienza viva, la sapienza che sente e ragiona in ineziao alle moltitudini. La prima e più valida esperienza è quella del presente. Sul Nono Congr. degli Scienz. Ital. a Venezia. 1817.