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WhatsApp una rivoluzione americana mancata?

Le statistiche informano che gli utilizzatori sono principalmente giovani (18-23 anni), in maggioranza femminile (78,98%) che si collegano all’app per più di 3 ore al giorno. Il dispositivo più utilizzato è lo smartphone a cui segue il tablet e il PC di casa. L’utilizzo maggiore è nei messaggi di testo e nelle immagini a cui seguono le news e i documenti. Per la valutazione dell’app i ricercatori hanno utilizzato i seguenti indicatori: appropriatezza (il modo in cui una tecnologia è acquisita e utilizzata), oggettività (come una tecnologia è interpretata e classificata), incorporazione (come la tecnologia si adatta alla vita di ciascuno) e conversione (processo attraverso il quale i problemi sono affrontati e superati).

Dobbiamo ringraziare tre americani Jan Koum e Brian Acton per aver creato Whatsapp (distinguiamo “WhatsApp” inteso come programma e “Whatsapp Incorporation” inteso come società commerciale) e Marc Zuckerberg (il programmatore di Facebook) per tenerla in vita (finanziarla senza costi aggiuntivi da parte degli utenti). Whatsapp in gergo significa “come stai?” ed è indicativo delle finalità del programma (socializzazione e informazione) e delle sue potenzialità (mutualità ed educazione). In questo modo è possibile parlare e ascoltare qualcuno in qualsiasi momento e a qualsiasi distanza purchè vi sia campo. È anche possibile inviare la propria posizione utilizzando il simbolo dell’allegato in fondo a destra. In questo modo non solo le persone che si perdono per strada o nei boschi possono essere ritrovate facilmente ma è possibile evitare di subire dei “bidoni” agli appuntamenti chiedendo così la loro posizione. La gratuità dell’applicazione, sebbene rivela dei fini etici, è parzialmente oscurata dai costi necessari a pagare il traffico dati che si basa esclusivamente su internet e sull’investimento iniziale sul telefono anche se rispetto agli altri _social network_ Whatsapp offre un accessibilità e un’intimità maggiore (una delle prime cose che si fa appena svegliati è controllare le notifiche). Recentemente è stato messo a disposizione *Whatsapp business* che offre un ambiente di marketing per le aziende che vendono prodotti on line (Business to Consumer) o anche privati che intendono estendere le proprie possibilità commerciali.

Con il termine “chat” facciamo riferimento all’intera struttura informatica di messaggistica, in cui i vari utenti, tramite la scrittura, possono discutere su vari argomenti, leggendo le opinioni altrui ed, al contempo, intervenendo per esprimere le proprie. Le chat di gruppo sono spesso utilizzate per ricevere avvisi ed informazioni importanti, ad esempio, a scuola, tra i genitori e gli insegnanti, nei comitati di quartiere e nelle associazioni di volontariato. Le chat affondano le radici nel BBS (Bullettin Board System), cioè delle banche dati a carattere amatoriale. Oggi, in verità, le BBS rappresentano solo un passatempo per gli appassionati, e sono state soppiantate dall’uso più facile e più diffuso dei Social network. Whatsapp è un applicazione di messaggistica privata perchè i contenuti possono essere visti solo da coloro che condividono uno o più numeri di cellulare mentre Facebook è pubblica perchè i contenuti possono essere visti da tutti coloro che si collegano al sito.

In generale, esistono due sistemi di messaggistica che chiameremo per convenzione “alpha” e “beta”. Il sistema alpha permette di scrivere messaggi di testo in formato ASCII (si legge eischi) cioè puro testo senza formattazione. Rientrano in questa categoria i vecchi software di posta elettronica (outlook, eudora, etc.), le newsletter e in generale i newsgroup. Un sistema più avanzato è di tipo ”beta”, che ne permette una maggiore personalizzazione (filmati, immagini, emoticons, etc.). Appartengono a questa categoria i social network. I vantaggi del sistema alpha sono di tipo economico (minore dispendio di dati). I vantaggi del sistema beta sono di tipo ergonomico (maggiore fruizione). Whatsapp utilizza gli asterischi (*) per convertire il testo in grassetto, le low bar (_) per il corsivo e la tilde (~) per il testo barrato, l’at (@) per richiamare qualcuno nel gruppo (una persona potrà inserire una menzione per far arrivare una notifica ad un altro che verrà a conoscenza di ciò di cui si sta parlando). In alcuni telefoni c’è anche la possibilità di inserire delle immagini animate (gif). Per maggiori informazioni andare su “Impostazioni” > “Aiuto” > “Chat” > “Formattazione”. Usa una forma mista di scrittura: SE SCRIVI TUTTO IN MAIUSCOLETTO FAI CAPIRE CHE STAI URLANDO.

I gruppi sono una delle funzionalità più diffuse di Whatsapp, dai familiari che comunicano tra loro da una parte all’altra del mondo, agli amici d’infanzia che si tengono in contatto col passare degli anni. Ecco di seguito alcune caratteristiche delle chat di questo tipo:
a) Identità. Essendo il più delle volte integrati in un app, ci forniscono la sensazione di un luogo specifico, che crea quel senso di appartenenza tra persone geograficamente distanti. Ciò permette di edificare quella sorta di “comunità virtuale”, in cui gli utenti si riconoscono e si identificano costantemente. I programmatori di Whatsapp hanno lasciato la possibilità ai membri di modificare l’immagine e il nome di un gruppo per favorire la consapevolezza comune della propria identità.
b) Tempestività. Le chat sono immediate e dirette, nel senso che offrono un contesto visibile alla conversazione, favorendo in tal modo l’inserimento dei nuovi utenti che possono rapidamente comprendere quale sia l’argomento della discussione e le relative opinioni. I programmatori di Whatsapp hanno lasciato la possibilità di inserire i nuovi membri anche senza previo il loro consenso per favorire la comprensione comune delle proprie possibilità (non puoi renderti conto di qualcosa se non ne fai prima esperienza).
c) Complessità. Le chat incoraggiano gli utenti a differenziarsi in sottogruppi, attraverso i quali si sottolineano i singoli problemi e gli aspetti peculiari di ogni argomentazione, rispetto ai quali tutti gli utenti iscritti possono confrontarsi e discutere. I programmatori di Whatsapp hanno previsto un limite di 250 partecipanti per ogni gruppo ma non hanno posto limiti al numero di gruppi a cui si può partecipare. In tal modo si favorisce l’idea di tolleranza (più creativi e meno subalterni). In altre parole c’è l’idea che in fondo siamo tutti membri di qualcosa più grande di noi che in un certo senso ci trascende. In un certo senso siamo tutti potenziali membri di un gruppo senza saperlo. Così ad esempio nella vita reale molti di noi nascono in una comunità politica predefinita (Italia) con un proprio sistema amministrativo (regione, città, municipio). Analogamente i programmatori di Whatsapp hanno voluto forzare la partecipazione dei gruppi perchè già Whatsapp è un gruppo a cui tutti gli utenti appartengono a prescindere dalle proprie preferenze.
d) Sincronicità. Differentemente dai vecchi Forum, che sono uno strumento di comunicazione diacronico i cui messaggi sono scritti in momenti diversi, Whatsapp e Facebook sono sincronici in quanto i messaggi sono scritti e letti nello stesso momento o cmq in prossimità dei tempi. I programmatori di Whatsapp hanno previsto la possibilità di citare il mittente di un messaggio a cui non si risponde subito (embedded reply) nonché il richiamo a qualche membro in particolare (funzione “at”) favorendo in tal modo la convivenza tra sincronicità e diacronicità.

I due attori di rilevo nel gruppo sono gli amministratori e gli utenti. In genere, gli amministratori sono i gestori di una chat ed hanno molti poteri. Possono anche chiudere il gruppo, affidare o revocare i poteri di amministrazione ad altri che a loro volta possono revocare i poteri all’amministratore ma non possono eliminare il creatore del gruppo. Il ruolo degli utenti consiste nel supportare le attività svolte dagli amministratori, ma rispetto ad essi dispongono di poteri minori: cambiare l’immagine o il nome del gruppo. L’amministratore o eventuali co-amministratori possono svolgere anche la funzione di moderazione (veicolare le discussioni su temi attinenti al gruppo, mantenere l’ordine e vigilare sul rispetto delle regole). In genere risulta piuttosto difficile gestire i gruppi di grandi dimensioni (max 256 iscritti) dove sarebbe preferibile avere più amministratori. Una recente funzione consente agli amministratori di inibire l’invio dei messaggi degli altri membri del gruppo. Per abilitare questa funzione, aprire “Info gruppo”, toccare Impostazioni gruppo > Invio messaggi e selezionare “Solo amministratori”. Questa impostazione è valida solo per le versioni più recenti di WhatsApp.

Tutte le chat (whatsapp, facebook, etc.) hanno un gruppo virtuale (i numeri di telefono delle persone iscritte) e un gruppo reale (le persone reali che stanno dietro i numeri). La quantità tra questi due gruppi determina la qualità della chat. Un gruppo reale dominante stimola la produttività della chat perchè le relazioni nella vita reale vanno a rafforzare anche quelle virtuali. Un gruppo virtuale dominante invece inibisce la produttività e rasenta l’immaturità perchè obbliga la chat a discussioni effimere senza risultati nella vita reale. La conseguenza di questa spaccatura è l’incremento del fenomeno dei “lurkers” (to lurk = appostarsi) cioè di coloro che stanno a guardare in una chat e non intervengono mai. Tra questi vi sono i “ghost” (fantasmi) cioè quelli che neppure guardano e non si ricordano più se sono iscritti o meno a un dato gruppo. I lurkers percepiscono WhatsApp come una forma di controllo sociale. Espellerli da un gruppo comporta il rischio di perdere informazioni socialmente importanti che potrebbero essere necessarie nelle future interazioni così, ad esempio, si può non essere in grado di andare al festival di cui si sta parlando, ma sarà possibile sentirsi coinvolti in discussioni future su incidenti a cose o persone che sono successe al festival.

La letteratura a dire il vero identifica altri personaggi di questa ambigua “società”: haters, troll, naysayers e i falsi amici (fake friends). Gli “haters” (istigatori) sono quelli che diffondono messaggi offensivi verso le minoranze sociali (minori, rom, disabili, etc.); i “troll” (mostri) utilizzano delle tecniche per infastidire (scrivere in maniera sgrammaticata, dire parolacce, fare riferimenti impliciti alla violenza, registrare audio o video cacofonici, inviare messaggi a raffica o richieste insistenti o inesistenti, sostenere teorie pseudoscientifiche, etc.), i “naysayers” (oppositori) sono quelli che si lamentano sempre (la vita va male, il mondo è sbagliato, tutti sono cattivi, etc.) in maniera deliberata e ossessiva. Il “falso amico” è una persona che, dietro la maschera di una presunta complicità, sfrutta la relazione per infliggere danni morali e psicologici nelle proprie vittime (ricatti emotivi, tradimenti, ostracismi, calunnie, etichette, manipolazioni, creare delle cricche isolando o bullizzando qualcuno, etc.).

Come difendersi dai malintenzionati? Prima di abbandonare un gruppo si può richiamare in privato l’amministratore ed esporgli le proprie lamentele ma senza incolparlo dei problemi. Oppure si può decidere di stare in “incognito” per un certo periodo magari silenziando le notifiche per verificare la situazione come si evolve (lurker strategy). Per evitare di essere ancora aggiunti in futuro è possibile bloccare l’amministratore o gli amministratori del gruppo in questione. Di fronte ad ipotesi di reato (stalking, mobbing, bullismo, diffamazione) si può segnalare il gruppo come spam (Info gruppo > Segnala gruppo). Dopo di che il gruppo viene aggiunto ad una “lista di osservazione” e dopo un certo numero di segnalazioni viene bloccato definitivamente. Le conversazioni intrattenute con Whatsapp e non cancellate, restano nella memoria dello smartphone e fanno prova contro chi le ha scritte (Sentenza n. 49016/17; art. 234 c.p.p.). Per sporgere denuncia basta mostrare alle forze dell’ordine (polizia, carabinieri o polizia postale) il display del telefonino con il messaggio sospetto. In ogni caso la società di WhatsApp si riserva il diritto di conservare tutti i metadati delle conversazioni: i “nomi” di chi invia i messaggi, gli “orari” in cui sono consegnate le comunicazioni ecc.; mantenendo attiva la funzione di backup sul cloud i messaggi vengono conservati sui server di Google (se si utilizza Android) o Apple (se si utilizza iPhone).

Su Whatsapp non c’è un codice di condotta (eccetto il contratto di licenza) ma neppure si può dire che vi sia un’anarchia. Cosa dunque regola l’agire degli utenti? Le emozioni. Dei ricercatori hanno dimostrato che l’appropriata espressione e gestione delle emozioni in un gruppo Whatsapp favorisce la prevalenza di norme ingiuntive che si riferiscono al modo con cui le persone percepiscono certi comportamenti come appropriati o meno. Le norme descrittive invece sono quelle che risultano imposte in un dato contesto e possono essere scritte o implicite (cultura dominante). Le norme ingiuntive spesso sono veicolate da ricompense o punizioni, nel caso di Whatsapp rispettivamente la promozione ad amministratore o l’espulsione da un gruppo. La ricerca afferma che su Facebook ad es. prevalgono le norme ingiuntive che indicano quindi a loro volta una prevalenza di emozioni positive, di conseguenza, chi abusa di emozioni negative spesso incorre in sanzioni o in comportamenti devianti. A volte però succede che condividere determinate emozioni negative, ad es. un esperienza di dolore o di sofferenza, può catturare l’attenzione dei più sensibili e quindi rafforzare le relazioni tra persone.

Secondo alcuni vi sono 3 caratteristiche per definire il contesto di un social network: tutela della privacy, meccanismi di interazione e modalità di contenuto. La tutela della privacy si riferisce al modo con cui un comportamento è mostrato in pubblico o in privato. La privacy può essere modificata da ciascun utente oltre ad una modalità di partenza per ciascuno (default). I meccanismi di interazione possono essere reciproci (doppio consenso tra mittente e destinatario) o non reciproci (basta un solo consenso), ad es. su Whatsapp spesso per inserire nuovi membri nei gruppi non viene richiesto il consenso dell’interessato. Le modalità di contenuto si riferiscono al tipo di dati che è possibile condividere (immagini, testo, video, audio, etc.). Nei gruppi il rischio di percezione della propria vulnerabilità (ansia sociale) è superiore perchè i comportamenti sono soggetti al biasimo collettivo e, in assenza di un codice di condotta, i membri più emotivi di un gruppo tenderanno ad imporre le proprie norme rispetto a membri più razionali che tenderanno a subirle.

Su Facebook si tende a condividere notizie o immagini personali con persone fidate, quindi, si tende a percepire come un pattern (modello di comportamento) deviante l’esprimere emozioni negative da o verso persone sconosciute. Whatsapp è un’applicazione ideale per relazioni intime che hanno bisogno di relazioni forti mentre Facebook e Twitter si basano per lo più su relazioni pubbliche che possono contemplare molte relazioni deboli. Le donne in particolare tendono ad essere più emotive mentre gli uomini più assertivi. Su tutti i social network gli utenti si aspettano per lo più reazioni positive ma su Whatsapp aumenta il margine di tolleranza per le reazioni negative come se lo sfogo di rabbia o il pianto siano più accettabili. Mentre invece su Facebook tendono ad essere più stigmatizzate. Ne consegue, secondo una ricerca, che su Whatsapp è più frequente che si manifestino comportamenti opportunistici o devianti e quindi una maggiore conflittualità nei gruppi (fonte Sagepub).

Il fatto che non ci siano regole esplicite su Whatsapp (eccetto il contratto di licenza) non significa certo avallare l’anarchia ma introduce a quello che è una delle motivazioni che hanno spinto gli sviluppatori ad optare per questo regime e cioè l’autonomia. Si suppone infatti che amministratori, moderatori e utenti possano interagire organicamente secondo un principio automatico per certi aspetti. Ciò spiega perchè gli utenti hanno dei poteri seppur limitati. Non quindi un amministratore-dittatore ma una comunità di amici che agisce in base a regole implicite tese a favorire la produzione e lo sviluppo di idee. Le regole implicite sono i 4 pilastri di Whatsapp: gratuità, libertà, privacy e solidarietà. Sulla base di queste linee guida gli utenti o gli amministratori possono stabilire proprie norme (Netiquette) o basarsi esclusivamente sulle proprie capacità di tolleranza e rispetto reciproco. In tal modo i programmatori di Whatsapp hanno voluto pensare al dissenso non come a difformità di qualcosa ma come materia di apprendimento. Si presuppone sempre la buona fede delle persone anche se la pensano in maniera diversa. Il conflitto in tal senso non è qualcosa da reprimere in via definitiva ma da sfogare e rielaborare. Il conflitto non è assenza di pace ma la sua anticamera di vita e sviluppo.

Un senso di comunità virtuale si sviluppa intorno a social network che hanno utenti abituali e che si connettono periodicamente a internet. Possono nascere amicizie, legami affettivi ma anche inimicizie e discordie poichè non avere un riscontro visivo immediato può essere causa di malcontenti una volta che dal virtuale si passa al reale. Chi, per es., partecipa ad un’assemblea relativa all’allocazione dei segnali stradali del proprio quartiere, probabilmente non vorrà ascoltare discussioni sulla qualità del pane nei ristoranti locali o sull’ultimo film uscito al cinema, poichè non ha nulla in comune con l’argomento per il quale è stato invitato. Allo stesso modo, se qualcuno la pensasse diversamente, cercherà di spiegare il proprio punto di vista con serenità, senza mortificare l’intelligenza o l’integrità morale dell’interlocutore. Questo è ciò che fa un moderatore. Nei vecchi sistemi di messaggistica c’era più distanza tra i ruoli mentre su Whatsapp c’è una maggiore attenzione alla responsabilità condivisa. In un certo senso siamo tutti moderatori, anche nel reale dove, però, non c’è sempre l’amministratore di turno.

I programmatori di Whatsapp hanno voluto che i principi guida o “4 pilastri” (gratuità, libertà, privacy e solidarietà) non fossero imposti ma scoperti dagli stessi utilizzatori del servizio ma non si può dire la stessa cosa con la loro violazione (non è scontato che tutti leggano il contratto di licenza d’uso). Da questo punto di vista la devianza su internet rappresenta una sorta di costante perché la gente non è consapevole della propria libertà il che può dipendere anche da certi limiti oggettivi. Nei grippi si chatta con persone in carne e ossa, anche se non si fanno riconoscere col proprio vero nome. Secondo il criminologo Phil Zimbardo le persone sono più opportuniste quando sanno di non essere viste. Così come si è fieri della propria identità nel mondo reale, si dovrebbe mostrare altrettanto cortesi con quelli nel mondo virtuale. Altrimenti, pienamente consapevoli dei mezzi che si stanno utilizzando, si può essere avvisati, espulsi dal servizio e, in casi estremi, perseguiti dal punto di vista penale.

Alcuni esperimenti hanno dimostrato che l’utilizzo di Whatsapp può aiutare chi ha deciso di smettere di fumare. In questo caso la chat si trasforma in un gruppo di auto mutuo aiuto consentendo il reciproco sostegno tra gli utilizzatori dove l’amministratore funge da facilitatore della comunicazione. I ricercatori hanno rilevato che l’intrattenimento prolungato nella chat può favorire un atteggiamento di assertività da parte dell’utente e quindi prolungarne l’astinenza.

Avere accesso quasi costante ai nostri amici tramite WhatsApp può essere un’arma a doppio taglio. Essere in una chat di gruppo può dare un senso di appartenenza e può fornire uno stimolo in più per la condivisione. Ma può anche intaccare l’autostima di una persona, aumentarne la vulnerabilità e persino favorire la dipendenza da internet nelle persone fragili (fonte The indipendent).

In uno studio sull’esperienza emotiva sui social network, i ricercatori tedeschi hanno scoperto che mentre il coinvolgimento attivo (chi partecipa con i like e le chat) è legato alla soddisfazione della vita e al sostegno sociale, il seguito passivo (chi si iscrive senza partecipare) è legato alla minore soddisfazione della vita. Più longevo è il seguito passivo, maggiore è il danno che fa (non viceversa nel senso che l’iperattività di coloro che sono sempre collegati a internet non è sempre sottesa ad un maggiore benessere). Ciò dimostra che i “lurkers”, cioè coloro non partecipano attivamente alle chat, rischiano di più rispetto ai “likers” cioè coloro che partecipano con messaggi e “mi piace”.

I risultati di questo studio dimostrano che le distrazioni inviate per mezzo di Whatsapp diminuiscono la capacità della memoria a breve termine. Tutti gli studenti sono a rischio delle proprie possibilità di successo a scuola mentre sono intenti in un compito di apprendimento. Nel lungo termine, però, si potrebbero verificare altri problemi, ad es. la scorretta formazione delle parole e l’appropriatezza del linguaggio. Tuttavia in alcuni casi si rivela efficace nell’apprendimento delle lingue straniere.

Alcuni autori dimostrano che Whatsapp gioca un ruolo fondamentale nelle vite dei propri utenti in tempi di crisi (guerre, calamità naturali, panico) attraverso l’invio di notiziari, aggiornamenti sul caso, condizioni di salute della popolazione o dei propri cari, meme satirici, voci di corridoio e iniziative di aiuto e solidarietà. I risultati della ricerca dimostrano che Whatsapp rende le persone capaci di rimanere aggiornati sulla situazione, mantenere la calma e credere nelle possibilità di riuscita.

Dei ricercatori hanno svolto un esperimento su due classi metà dei quali assegnati a gruppi di valutazione anonima. Questi ultimi utilizzano le funzioni di invio privato (broadcasting) mentre l’altro gruppo utilizza la funzione della chat di gruppo. Whatsapp si conferma come un ottimo programma di valutazione laddove è richiesto l’anonimato dello scrutinio. La percezione degli studenti alle procedure sono state valutate piuttosto elevate con irrilevanti differenze tra i due gruppi.

WhatsApp nasce come una “costola” di Facebook da cui sono possibili molte azioni in comune. Ad esempio, si può condividere un link a un post da Facebook in una chat WhatsApp. Se si accede alla pagina Facebook di un’azienda, si può visualizzare un pulsante che consente di iniziare in modo semplice una chat WhatsApp con l’azienda stessa. Niente di quello che si condivide su WhatsApp, compresi messaggi, foto e informazioni dell’account, verrà condiviso su Facebook né su altre app del genere e niente di quello che si pubblica su queste app verrà condiviso su WhatsApp per essere visto da altri, a meno che non si voglia.

Per registrarsi a Whatsapp l’utente deve fornire informazioni corrette come ad esempio il proprio numero di telefono cellulare e, in caso di modifica, aggiornarlo usando la funzione per il cambio del numero all’interno dell’app. L’utente inoltre deve fornire regolarmente i numeri di telefono dei contatti presenti nella rubrica del suo dispositivo, compresi quelli degli utenti di WhatsApp e degli altri contatti. Così dunque anche la scelta dell’immagine (logo) nel proprio account, la scelta del nome diventano tutti elementi che possono garantire la trasparenza di sé stessi e la giusta convivenza in un gruppo. Che differenza c’è tra privacy e trasparenza e come si possono combinare le due occorrenze? Alcuni paesi prevedono di utilizzare determinati servizi sono ad una certa età, ad esempio in Irlanda l’età minima è 16 anni. Quindi l’eventuale utente deve dichiarare al momento della registrazione di aver raggiunto questo limite di età (trasparenza) ma non deve necessariamente dichiararlo agli altri utenti (privacy). Una persona, tuttavia, può decidere di non pubblicare la propria immagine né il proprio vero nome magari inventando un “username” fittizio il che è legittimo e potrebbe anche iscriversi ad un gruppo senza mai partecipare alle discussioni (lurker strategy).

Vi sono molti altri esempi che combinano la trasparenza con la privacy: informazioni sull’account, il numero di telefono, le informazioni del profilo, la data di ultimo accesso e le conferme di lettura che sono disponibili per tutti gli utenti che utilizzano il servizio, sebbene l’utente possa occultare alcune informazioni. Nel “Contratto di licenza” è espressamente dichiarato che l’utente deve utilizzare i servizi in conformità ai termini e a determinate informative fornite da WhatsApp la cui violazione può comportare la disattivazione o la sospensione dell’account; in questi casi, l’utente non sarà autorizzato a creare un altro account senza un nuovo permesso. Nel “Contratto” è altresì specificato che l’utente deve accedere ai servizi e utilizzarli esclusivamente per scopi conformi alla legge, autorizzati e accettabili.

In Olanda circa 7250 gruppi Whatsapp di prevenzione al crimine (mobile phone-based neighborouhood crime prevention) si sono registrati on line molti dei quali sono amministrati da comuni cittadini. Si tratta di un valido supporto a ciò che in passato costituiva il fenomeno delle “ronde” cioè di gruppi di osservazione e prevenzione dei reati a sostegno delle forze dell’ordine. Tale fenomeno, attivo in Olanda fin dagli anni ’80 e diffuso tramite 700 gruppi, ha contribuito alla riduzione significativa dei reati contro il patrimonio. Le aziende di messaggistica privata (Whatsapp, Telegram, Viber) consentono e favoriscono la partecipazione dei cittadini ai gruppi anche tramite un comune sitoweb.

Che cosa si può fare su Whatsapp? Sembra una domanda banale eppure i programmatori, per comodità, hanno preferito elencare le cose che non si possono fare. In particolare l’utente s’impegna a non utilizzare (o assistere terzi nell’utilizzare) i servizi di modo che:

  • (a) violino o non rispettino o usino in modo improprio i diritti di WhatsApp, degli utenti o di terzi, ivi compresa la privacy, la “publicity” (diritti della personalità), la proprietà intellettuale o altri diritti di privativa industriale (marchi, brevetti, etc.);
  • (b) risultino illegali, osceni, diffamatori, minacciosi, intimidatori, fastidiosi, minatori, offensivi nei confronti di una razza o di un’etnia oppure promuovano o incoraggino comportamenti illegali o inappropriati, inclusa l’istigazione di crimini violenti;
  • (c) implichino la pubblicazione di contenuti falsi o ingannevoli o di affermazioni fuorvianti;
  • (d) sfruttino l’identità di un’altra persona;
  • (e) implichino l’invio di comunicazioni illegali o non consentite come messaggi in massa, messaggi automatici, chiamate da sistemi automatici o simili;
  • (f) implichino l’utilizzo non personale dei servizi, fatto salvo quanto espressamente previsto da WhatsApp.

WhatsApp raccoglie numerose informazioni degli utenti relative all’attività di uso e di accesso (orari, frequenza e durata delle attività), del dispositivo e connessioni (hardware, potenza del segnale, provider ISP, etc.), sulla posizione (IP, GPS, Bluetooth, punti di accesso Wi-Fi nelle vicinanze, beacon e celle), cookie (scelte commerciali, preferenze linguistiche, etc.). I programmatori motivano queste informazioni per scopi di protezione e sicurezza ma anche per rispondere, ai sensi della legge o dei regolamenti applicabili, a procedimenti legali o a richieste governative.

Per segnalare la violazione di un diritto d’autore e chiedere che WhatsApp rimuova qualsiasi contenuto che rasenta una violazione, come ad es. l’immagine del profilo, il nome del profilo, o il messaggio di stato di un utente, occorre inviare un reclamo compilato per la violazione del diritto d’autore per email a ip@whatsapp.com (comprese tutte le informazioni elencate di seguito). Si può anche spedire il reclamo compilato per la violazione del diritto d’autore al rappresentante dei diritti d’autore di WhatsApp:

WhatsApp Inc.
Attn: WhatsApp Copyright Agent
1601 Willow Road
Menlo Park, California 94025
Stati Uniti d’America
ip@whatsapp.com

Prima di segnalare un reclamo per la violazione di un diritto d’autore, si può inviare un messaggio all’utente WhatsApp che si ritenga stia violando la norma. I programmatori si augurano che si possa riuscire a risolvere il problema senza contattare WhatsApp (!?).

Conclusioni

Whatsapp è sorto come costola di Facebook in un momento critico dei social network a causa dei continui richiami alla tutela della privacy e alle norme di buona condotta. In un certo senso i programmatori di Whatsapp volevano sovvertire la monarchia di Facebook e d’altra parte cercare di risolvere i problemi derivanti da un eccessiva tutela normativa che soffoca l’estro creativo di ciascuno. Se da una parte gli utenti di Whatsapp possono beneficiare di una maggiore tutela della privacy (crittografia end-to-end, messaggistica privata, download non automatico dei contenuti) d’altra parte tutti questi dati rimangono nei server di Whatsapp. Se da una parte hanno a disposizione una maggiore libertà nella scelta dei comportamenti derivanti, nelle intenzioni dei programmatori, dalla gestione comune delle proprie emozioni, d’altra parte giusto in virtù di tali emozioni possono rimanere vittima di comportamenti opportunistici.

Chi crea un gruppo (soggetto ispiratore) e decide di farlo per condividere determinati interessi o scopi, lo fa per puro arbitrio e non perchè prima di lui c’è stato chi ha creato l’applicazione in funzione di determinati motivi commerciali (rapporti con le aziende partner) o etici (gratuità, autonomia, privacy, libertà). In tal senso gli scopi dei programmatori di Whatsapp rischiano di essere traditi o dimenticati. Il mondo virtuale di oggi sta infiacchendo il mondo reale della relazione e ci allontana dalla natura, es. gli animali sanno sentire il “sentire” dell’altro con una forza impressionante. È questione di mondo che abita perchè se il mondo è pieno di ipotesi falsate e distorte sarà difficile chiedere anche ai nostri figli “come stai?” (metafora della società WhatsApp).

Ipotesi di Netiquette

Prima di entrare in un gruppo o in un forum provate a nascondervi per qualche giorno, assistendo alle discussioni senza partecipare attivamente. In tal modo potrete scoprire di che cosa si occupano gli utenti di quel forum o gruppo, se si è veramente interessati alla discussione e quali tipi di interventi è meglio evitare. La partecipazione in incognito (”smooth navigator”) permette di sondare l’argomento trattato prima parteciparvi attivamente e suscitare le reazioni degli altri, es. si può essere interessati a un argomento ma non avere alcun contributo utile da offrire.

Evitate il sarcasmo, all’uso dell’ironia e di alcune forme di umorismo, che potrebbero favorire malintesi ed equivoci. Se non si è completamente sicuri che l’interlocutore sia spiritoso e ironico, meglio il silenzio. Si presti attenzione anche nell’utilizzo della chat: una volta inviato il messaggio non lo si può più modificare, sebbene sia sempre possibile eliminarlo. Si ricordi inoltre che i messaggi dei gruppi sono letti da un vasto numero di persone, quindi siate prudenti come se parlaste in pubblico a una riunione. Cercate di essere gentili: una chat non è una licenza per insultare chiunque. Siate brevi e bravi: il destinatario non può trascorrere tutta la vita a leggere i messaggi, cercando di “decifrarne” i reconditi significati. Non divagate: i messaggi che si discostano dal thread rischiano di non essere letti.

Conferma la validità delle notizie che desideri condividere prima di pubblicarle. Se la notizia è vera, devi essere rispettato dagli altri membri e ciò procurerà consenso a te e al gruppo. Non basta che le notizie siano vere ma devono essere anche utili cioè attinenti agli scopi per cui è stato creato il gruppo. Le notizie false (fake news) possono generare discussioni e liti. Le discussioni accese (flame) non sono necessarie neppure se si è provocati. In tal caso è meglio tacere o rispondere in privato.

Rispetta gli scopi e gli obiettivi del gruppo. Whatsapp non dovrebbe essere usato per condividere messaggi non pertinenti con le motivazioni o gli scopi del gruppo, es. meme familiari per gruppi di lavoro o viceversa. Rispetta il copyright del materiale che utilizzi in una chat o in un gruppo. La normativa di questo tipo varia da paese a paese. Se ti senti a disagio in un gruppo sentiti libero di lasciarlo o silenzia le notifiche (meglio essere criticati per l’abbandono che per le polemiche). Prima di denunciare il gruppo (funzione di segnalazione sotto “abbandona gruppo), parla in privato con l’amministratore ed esponigli le tue perplessità ma non incolparlo di eventuali problemi.

Non spazientirti se qualcuno non risponde subito a tuoi messaggi, nessuno è obbligato a farlo piuttosto inviagli un messaggio in privato. Nei gruppi di politica o religione evita di inviare post che possono mettere in discussione quel credo politico o religioso (evita polemiche sterili). Attieniti alle leggi del luogo ed evita di inviare determinati tipi di post (pornografia, violenza, calunnie, etc.). Non mostrare video di violenza né mutilazioni, omicidi o immagini indecenti.

Evita di pubblicare più messaggi in un volta a più gruppi. Evita di mostrare immagini o video molteplici in una volta sola. La tua condivisione potrebbe apparire come un peso per gli altri. Prima di condividere un video o un immagine considera se è stato pubblicato precedentemente. Se vuoi inoltrare un messaggio che hai ricevuto, chiedi prima il permesso al mittente ma sopratutto citane la provenienza. Eventualmente puoi accorciare il messaggio e citare le parte rilevanti. Non inviare catene, monologhi, messaggi prolissi che rischiano di non essere letti (se proprio non ne puoi fare a meno scrivi tra parentesi “messaggio lungo” prima del testo così dai tempo al destinatario di prepararsi). Secondo lo Ieft una buona regola di condotta è di scrivere messaggi con testo non superiore a 70 caratteri e 12 linee. Una buona regola di condotta: sii succinto in cosa invii e sii tollerante in cosa ricevi.

Prima di rispondere a qualcuno assicurati che il contenuto del messaggio sia pertinente al gruppo ma sopratutto che il mittente abbia avuto una ragione plausibile per riferirsi a te personalmente. Molti mittenti si riferiscono a cose o persone senza un motivo reale. Quando rispondi a qualcuno in gruppi grandi con molti post usa la funzione “replica con citazione del mittente”. Chi è presente in più gruppi ha la tendenza a ripetere i messaggi. Cancella un video o un messaggio dopo averlo visto. Fai lo stesso se ricevi lo stesso materiale da altri oppure citane la provenienza.

Un modo per assicurare gli altri sulla propria identità è di inserire a chiare lettere il proprio nome nelle opzioni alla voce “account” di modo che tutti gli interlocutori possano identificarci. Un altro modo è di inserire una sorta di “firma” alla fine del messaggio (signature file), es. Mario Rossi, professione, indirizzo mail, etc. È anche possibile modificare nome, immagine del profilo e info in qualsiasi momento.

Le aspettative di condotta virtuale si basano anche sulle relazioni tra persone nella vita reale e sulle caratteristiche del contesto. Le norme apprese in un particolare ambiente potrebbero non essere valide in un altro. Stati attento ai dialetti e alle abbreviazioni. Stai attento quando inoltri un post. Ci sono contenuti più adatti ai gruppi ed altri più a individui. Cerca di indagare prima le caratteristiche dell’interlocutore, ad es. lo scopo o le ragioni per il quale il gruppo è stato creato. Ricorda che il destinatario è un essere umano con usi e costumi diversi dai tuoi. Ricorda che molti concetti che a te sembrano accettabili non lo sono per gli altri ad esempio pondera bene il sarcasmo e l’ironia. Usa le emoji per enfatizzare cosa stai scrivendo ma non abusarne perchè è sempre un tipo di linguaggio idiomatico con tutti i suoi limiti che ne compromettono la comprensibilità (non essendoci spiegazioni, possono essere interpretate in diverse maniere).

Cerca di calcolare quanto grande (in termini di megabyte) è il messaggio che stai inoltrando. Il calcolo dovrebbe contenere anche il software necessario ad aprirlo, es. un video youtube ha bisogno dell’aiuto di un browser che costringe il processore del telefono o del computer ad un impiego maggiore di risorse. Una buona regola di condotta potrebbe essere quella di non inviare messaggi più grandi di 50 kb (http://www.ietf.org/rfc/rfc1855.txt). Un’alternativa per i file di grandi dimensioni è di usare un sito terzo (repository) come Google drive o Box.net in cui immagazzinare i dati di modo che su whatsapp andrebbe riportato solo il link. Quando invii immagini o video non dimenticare di indicare il loro contenuto tramite una breve didascalia così da aiutare il destinatario a decidere se scaricarlo o meno.

L’amministratore è a tutti gli effetti il gestore di un gruppo whatsapp ma non è un dittatore nel senso che i membri dovrebbero essere informati di un regola prima di essere biasimati per la loro violazione. Nei sistemi di messaggistica obsoleti gli amministratori avevano più garanzie sul comportamento da ottemperare in un gruppo perchè potevano postare le norme in determinati contenitori e potevano controllare i contenuti dei messaggi di ciascun partecipante prima di poterli pubblicare. Su whatsapp tutti questi accorgimenti mancano per vari motivi. Da una parte non si vuole appesantire troppo l’app nelle sue varie funzionalità. D’altra parte si vuole investire nell’autoresponsabilizzazione dei partecipanti secondo quel principio per il quale è possibile conoscere Whatsapp anche solo con la luce naturale della ragione a partire dalle funzionalità disponibili ma allo stesso tempo si lascia al singolo membro il diritto di leggere e interpretare le regole (libero esame).

Nelle discussioni evita di considerarti la vittima prescelta del gruppo (processi di vittimizzazione). Considera che le persone parlano per sé stesse e che quanto dicono non rappresenta tutto il gruppo. Tuttavia non è da escludere che in alcuni casi si venga a formare quel fenomeno di “capro espiatorio” per il quale uno solo viene incolpato di uno o più problemi che coinvolgono tutti. Ciò è più probabile quando, in mancanza di un gruppo reale e di comunicazioni dirette, non è possibile chiarirsi e spiegarsi. Altri fattori condizionanti sono la quantità di lurkers cioè di persone che apparentemente non intervengono mai nelle discussioni di gruppo eccetto in rari casi.

Gli amministratori sono a tutti gli effetti i membri ispiratori di un gruppo e perciò meritano particolare riguardo ma non per questo devono essere venerati o esaltati. Tutti gli amministratori dovrebbero ricordare che prima di loro ci sono stati dei programmatori di Whatsapp e prima dei programmatori ci sono stati i programmatori di internet e prima di loro c’è stato chi ha scoperto l’elettricità e così via. C’è un comune denominatore che trascende tutto che per alcuni è il Big Bang per altri è qualcosa di più. I programmatori di Whatsapp non oppongono discriminazioni di sorta all’utilizzo del servizio anzi hanno previsto delle modalità che possano favorire la ricerca di un’identità comune (cambiare il logo e il nome di un gruppo, inserire membri senza avviso, la condivisione dei numeri di telefono per tutti, etc.).

È possibile individuare dei principi etici tipicamente americani da parte dei programmatori americani che hanno creato Whatsapp? Vita, libertà e felicità sono i 3 principi cardine della Dichiarazione d’indipendenza americana che sono altrettanto visibili su Whatsapp. Il primo principio rimanda alla vita reale. Il virtuale deve esistere come sostegno al reale e non viceversa. Chi si iscrive a whatsapp si presume abbia un rapporto privilegiato con il proprio telefono (lavoro, affetti, giochi, etc.) che ci accompagna in tutti i momenti della nostra vita. Ma ciò non deve costituire un’alienazione (ludopatia, dipendenze da internet, pornomania, etc.). Il secondo principio è la libertà che non è anarchia ma autonomia (Martin Luther King diceva che “la mia libertà finisce dove comincia la tua”). Umanizzare le procedure virtuali così come velocizzare quelle reali rimane il compito principale per chiunque (professionista, dipendente della pubblica amministrazione, padre di famiglia, gruppo di pari, etc.) così come le nostre vite in vista di una rigenerazione del sistema che rischia di estinguersi perchè un domani quando tutto sarà automatizzato non ci sarà più bisogno del libero arbitrio. L’ultimo principio è la felicità. È naturale che l’utilizzo di un servizio debba andare di pari passo con i propri interessi e con l’idea di un certo benessere nella vita reale. In altre parole a nessuno farebbe piacere iscriversi ad un servizio solo per ricevere danni e molestie. Whatsapp comunque è dotata di strumenti per prevenire e combattere gli abusi. Per questo si parla più propriamente di comunità di utenti: l’utente singolo si pone come “animale politico” che mette le sue capacità autonomamente sviluppate al servizio della comunità; la parte che può assolvere al suo compito solo come membro effettivo di un tutto; i singoli gruppi che sono in qualche modo “federati”. Il “Contratto di licenza” ad esempio può essere considerato come una sorta di “Costituzione confederale” che impegna tutti gli utenti e quindi tutti i gruppi di Whatsapp.

Glossario

Adware: Programma che mostra un messaggio pubblicitario sullo schermo spesso installato senza la consapevolezza del lettore.
Attachment: allegato
Bookmark: segnalibro
Creative commons: licenza di uso che consente al possessore di utilizzare determinati contenuti in maniera gratuita e legale.
Embedded reply: un messaggio di risposta con l’inserimento in tutto o in parte (quoting) del/dei messaggio/i precedente/i.
Fake news: notizie o fatti che riportano contenuti falsi o ingannevoli o di affermazioni fuorvianti.
Flame: designa una discussione conflittuale, offensiva e irritante.
Lurker: chi legge i messaggi in un gruppo senza parteciparvi attivamente (leggere ma non scrivere).
Meme: immagine virtuale con testo che veicola un messaggio spesso ironizzando su qualcuno o qualcosa nella vita reale.
Nickname: il nome o lo pseudonimo dell’utente (user). Spesso è anche accompagnato da un’immagine (avatar) che lo identifica come tale.
Off topic: messaggio non pertinente all’argomento trattato in un gruppo.
Post: il messaggio testuale che contiene un opinione ed un commento inviato al fine di essere pubblicato. L’atto di inviare un messaggio è espresso con il predicato “postare”.
Reply: la risposta del destinatario rispetto al messaggio con cui intende confrontarsi.
Spam: messaggi indesiderati spesso a scopo commerciale o pubblicitario.
Topic o thread: l’argomento generale della discussione, che si sviluppa attraverso una serie di post e di reply.

Bibliografia

Sophie F. Waterloo, Susanne E. Baumgartner, Jochen Peter and Patti M Valkenburg, Norms of online expressions of emotion: Comparing Facebook, Twitter, Instagram, and WhatsApp, new media & society, 2018, 5, 1813–1831.

http://tennews.in/whatsapp-mofdel-code-of-conduct-for-groups-formulated-by-an-indian/

Sample online groups rules & etiquette

https://medium.com/en-los-espejos-de-un-cafe/a-proposal-of-basic-conduct-behavior-rules-for-whatsapp-groups-ef241d7f54f6

Netiquette guidelines

Code of conduct in Open Groups

Intervista ad Ugo Albano

Intervista a Ugo Albano, assistente sociale, giornalista e formatore

  1. Puoi descriverti in breve? Puoi spiegare le motivazioni per le quali hai iniziato la tua attività di libera professione?

Premetto che lavoro nel settore pubblico e che esercito attività aggiuntive: sono assistente sociale, giornalista e formatore. I motivi risiedono principalmente nel mio personale disogno di esercizio di attività professionali al di fuori di un semplice rapporto di dipendenza. E’ mia convinzione che nella dipendenza sia assai difficile un esercizio professionale completo.Nel mercato del lavoro, gli assistenti sociali guadagnano meno di altri professionisti (ingegneri, medici, avvocati).

2. Come, secondo te, gli assistenti sociali potrebbero guadagnare di più?

Cercando di strutturare competenze esclusive, cioè non offerte nel mercato da altri professionisti.

  1. Hai avuto esperienze nel settore pubblico prima d’ora? Come hai vissuto l’impatto con questo tipo di ambiente? Si, ci lavoro ancora nel settore pubblico.

L’impatto è frustrante, in quanto il settore pubblico in Italia richiede più servitori fedeli che professionisti competenti. Ciò sia perchè c’è una dirigenza asservita alla politica (e quindi necessariamente incompetente), sia perchè i servizi erogati sono oggi fortemente determinati a consolidare un certo consenso elettorale, anche a costo di prassi al limite della legalità.

  1. L’impresa è generalmente basata su una rete coesa. Come funziona il tuo lavoro di collaborazione sul territorio? Cosa si può fare di più?

Non parlerei di rete, nel mercato c’è una concorrenza spietata. Inoltre i più spietati sono proprio i colleghi assistenti sociali. Se nel settore pubblico essi sono incapaci a fare gruppo, nella libera professione lo sono ancor di più. Purtroppo.

  1. Cosa vuoi dire agli altri operatori sociali che sono ancora in attesa di un posto fisso nel pubblico impiego?

 Che devono svegliarsi e non “aspettare il posto”. Il mercato crea tante occasioni, sta a noi coglierle! Personalmente ringrazio Dio per l’attuale crisi economica italiana: finalmente gli assistenti sociali non aspettano solo il “posto pubblico”.

  1. Molti servizi (pubblici e privati) si basano sul lavoro interprofessionale e multidisciplinare, ad esempio, psicologi ed educatori nella tutela dei minori. Come può un’impresa alle prime armi e con un piccolo budget permettersi di assumere personale specializzato?

Dipende dal business, una cosa è un’impresa con un budget già consolidato, altra cosa è l’impresa agli inizi, ove spesso il capitale è messo in gioco dai soci iniziali. L’assunzione di personale, che è un costo, si giustifica solo se il businessplan lo prevede.

  1. Come accedono gli utenti ai tuoi servizi? C’è qualche tipo di valutazione, proposta o contatto? Gli utenti vengono di persona, per telefono o tramite internet?

Generalmente tramite conoscenti o l’invio di altri professionisti con cui ho un rapporto di fiducia.

  1. Puoi illustrare un profilo medio degli utenti che utilizzano i tuoi servizi? Che tipo di prestazioni offri?

I miei clienti sono spesso istituzioni o enti. Per quanto riguarda i privati, essi richiedono consulenze. Questi sono generalmente persone di ceto medio con buona capacità economica.

  1. In un paese come l’Italia – in cui lo Stato da solo non può risolvere tutti i problemi e c’è bisogno di imprenditori onesti e coraggiosi – come difendere il business dagli attacchi del totalitarismo pubblico? Come l’impresa può superare i problemi che affliggono la politica pubblica?

Il problema è che il pubblico da sempre non assicura alcunchè nel welfare, eppure il livello politico vuole controllare quel poco che c’è, spesso i flussi finanziari verso le cooperative. Occorrerebbe riportare un pò più di reddito alle persone e facilitare il loro acquisto di servizi. Con gli anziani, se si pensa alle badanti, è già così.

  1. Nel prossimo futuro, sempre più attività saranno svolte da macchine sofisticate, robot con intelligenza artificiale e sistemi guidati da complessi algoritmi. Esiste il rischio che possa scomparire il ruolo tradizionale dell’assistente sociale (faccia a faccia)?

L’automazione ha questi rischi, l’assistente sociale non ne è escluso. Certo, i sistemi tecnologici eliminano posti di lavoro, ma facilitano la vita alla gente. Per esempio il bancomat. Resto su quest’esempio: se l’assistente sociale al Comune oggi fa il bancomat e se arriverà una legge sul minimo vitale, a che serve un professionista? Meglio il bancomat!Esso invece non sparirà dal lavoro relazionale, occorre però che l’assistente sociale lo pratichi e non lo svenda ad altri professionisti.

Inchiesta sullo stato sociale 1953

Vediamo subito che nell’intestazione della Relazione generale appare la locuzione “Inchiesta parlamentare sulla miseria”. Il termine “inchiesta” fu prestato dagli amici “anglosassoni” (Gran Bretagna e Parlamento americano) per i quali «ogni legge può dirsi che sia preceduta negli Usa da un’inchiesta di Commissioni competenti» (vol. 1, p. 17) laddove «l’inchiesta assume il carattere di una raccolta dei verbali di interrogatori o delle osservazioni sociali ed economiche delle persone invitate ad esprimere il loro parere» (vol. 1, p. 17); bisogna però considerare che si può intravedere un precedente nel 3 giugno 1880 quando il ministro Augusto Depretis nominò una “Commissione reale di inchiesta sulle opere pie” (9 voll.) e prima ancora quella del 1861 (cfr. Piccialuti Caprioli M., Il patrimonio del povero. L’inchiesta sulle opere pie del 1861, “Studi storici”, 1980, 45, pp. 918-941). “Parlamentare” perché il personale era composto prevalentemente da deputati e senatori eletti democraticamente durante le elezioni del 1953; il termine “miseria” indica «lo stato di prostrazione economica e morale in cui l’uomo non è più in grado di risollevarsi senza l’aiuto sociale» (vol. 1, p. 20), si distingue dalla povertà intesa come «una condizione di limitazione del reddito personale a livelli insufficienti, in relazione al tenore di vita medio prevalente» (vol. 1, pp. 20-21). Si deve, poi, distinguere tra miseria “assoluta” e “relativa” intendendo questa ultima con «il rapporto fra le condizioni economiche della persona e l’assistenza sanitaria di cui può aver bisogno» (vol. 1, p. 92).
Un fattore di mutamento rispetto al passato si evince dalle conseguenze economiche delle ultime 2 guerre: la prima e la seconda svalutazione della lira hanno ridotto duramente la consistenza patrimoniale di queste istituzioni» dato che «avevano dovuto impiegare il loro patrimonio in titoli di Stato» (vol. 1, p. 19). Un altro fattore consiste nella progressiva sperequazione tra nord e sud dove «si accentuavano le distanze tra l’entità dei bisogni ed i mezzi per affrontarli» (vol. 1, p. 20). Si noti, nella definizione di miseria, la somiglianza con l’art. 3 della Costituzione e si noti ancora la presenza del termine “aiuto” al posto di “servizio”, sottolineando il carattere della volontarietà del problema. La Costituzione, infatti, ha posto una cesura netta tra pubblico e privato, relegando questo ultimo ad un misero comma dell’art. 38 per il quale «l’assistenza privata è libera». Tra gli enti promotori, tuttavia, troviamo segnalate le «scuole di servizio sociale» è ciò è indicativo del ruolo di primo piano che fu assunto dagli assistenti sociali dell’epoca per la realizzazione dell’inchiesta.
Tra gli scopi dell’inchiesta vi sono: procedere ad un inventario degli obblighi e dei mezzi nonché degli aspetti giuridici ed economici che “condizionano” l’esercizio dei propri diritti; contribuire al trapasso dalla concezione paternalistica della beneficenza pubblica e dell’assistenza alla nuova concezione della sicurezza sociale; effettuare una “ricognizione” degli strumenti di cui lo Stato dispone per l’attuazione della politica sociale; accertare il lento processo di modificazione dell’assistenza nell’ultimo “trentennio” (vol. 1, p. 19); accertare come i due sistemi (previdenziale e assistenziale) interferiscano e come, e fino a qual punto, invece, potranno integrarsi (vol. 1, p. 20). Si noti che sta scritto “trentennio” e non “ventennio” ma è innegabile il riferimento al Fascismo (53 – 33 = 23), rivelando degli scopi polemici piuttosto che oggettivamente scientifici. La scelta delle date non è casuale: la delibera risaliva al 12 ottobre 1951, e da qui al 1953 si verificarono molti eventi di portata ideologica non indifferente. Commissione, quindi, come Norimberga dello Stato sociale del Ventennio ma anche come “aut aut” del comunismo che imperversava in mezza Europa? Precedenti furono l’inchiesta sull’agricoltura di Pietro Jacini e quelle di fine ‘800 sulle Ipab. La premessa, comunque, è abbastanza esplicativa in merito alle finalità dell’inchiesta: «questo metodo di accertamento delle condizioni obiettive di un fenomeno non ha mai conseguito risultati momorabili nelal storia parlamentare italiana» (vol. 1, p. 17), inoltre, mentre appare possibile combattere efficacemente il fenomeno della miseria, «non è possibile dire altrettanto per l’eliminazione del fenomeno della povertà» (vol. 1, p. 20). Riuscirà, questa volta, la Commissione a raggiungere i propri scopi con oggettività scientifica?

L’indagine fu svolta dagli Uffici provinciali dell’Istat i quali ne affidarono l’esecuzione a gruppi di impiegati composti da assistenti sociali e insegnanti. Ciò non fu senza anomalie procedurali e difficoltà nella rilevazione (vol. 1, pp. 21-25). La metodologia di ricerca si è basata su 4 elementi: il campione, gli indicatori, il metodo, «non potendo nella ristrettezza del tempo compiere un’indagine diretta su tutto il Paese; né per le caratteristiche stesse del fenomeno, avendo possibilità di scegliere campioni statisticamente efficienti si è limitata a condurre indagini dirette in alcune zone, in cui il fenomeno della miseria appare in forme più penose o caratteristiche» (vol. 1, p. 21). Queste sono: la zona montana-alpina (Alpi bresciane e cuneesi); il Delta padano; la zona montana-abbruzzese; la Puglia; la Basilicata (Grassano); la Calabria; la Sicilia; la Sardegna; alcune grandi città (Roma, Napoli, Milano). La scelta del campione, quindi, favorisce nettamente il Sud Italia, cioè, quella parte di territorio che è stata occupata inizialmente dagli anglo-americani, quindi, anche quei territori che per primi sono stati raggiunti da operazioni di assistenza. La scelta del campione, inoltre, suscita sospetti perché «si è tenuto conto di zone nelle quali si sapeva a priori che esiste una condizione generica di povertà diffusa» (vol. 1, p. 94). Ma come si fa a sapere una cosa del genere a priori?

Un secondo elemento riguarda gli indicatori di analisi. Si tratta di una serie di indicatori che hanno richiesto lo sforzo congiunto dell’equipe dell’Istat e dell’Ufficio di esperti: la forza lavoro per «raccogliere elementi sul tenore di vista della popolazione» (vol. 1, p. 22), i bilanci familiari dei nuclei assistiti, «la selezione attitudinale delle reclute della classe 1932» (vol. 1, p. 22). Per quanto riguarda il metodo si è scelto di utilizzare insieme sia quello di tipo qualitativo che quantitativo. Per quanto riguarda l’analisi quantitativa, come già detto, si è fatto largo uso delle statistiche fornite dall’Istat e dall’Acis. Sull’analisi qualitativa si è fatto ricorso al case analysis limitato alla città di Grassano di Matera, così come risulta dal volume XIV dell’Inchiesta. Non da ultimo, l’analisi bibliografica della letteratura esistente comprensiva di «monografie e di studi» (vol. 1, p. 22). Si noti bene che la relazione generale indica esplicitamente come fonte dei dati i “Centri distrettuali di servizio sociale” (vol. 1, p. 103) istituiti nel 1935 presso le Corti di Appello dei Tribunali per i minorenni. Ciò a dimostrazione della validità di tale istituto a discapito della storiografia “ufficiale” che li posticipa non di poco (al 1954 e al 1975) se non addirittura rimuoverli del tutto.
Come tutte le laboriose ricerche che si rispettino, non potevano mancare le difficoltà che i ricercatori hanno incontrato lungo il percorso e che hanno reso ardua l’impresa: il breve tempo a disposizione a causa dell’imminente fine legislatura, «la mancata considerazione di una visione unitaria dei fenomeni sociologici» (vol. 1, p. 23), le diversità ambientali da una località all’altra che rendono impossibile «un’uniformità di giudizio» (vol. 1, p. 25) e che impongono alle istituzioni la necessità di predisporre degli spazi di autonomia «per una originale azione delle singole Regioni» (vol. 1, p. 25). Si anticipa cioè di 20 anni circa quanto sarà fatto in seguito con la legislazione sul decentramento regionale. Risulta inspiegabile, infine, del perché non si sia fatto riferimento alla “Commissione reale di inchiesta sulle opere pie” del 3 giugno 1880 (9 voll.), anche solo per verificare dei confronti diacronici.
A questo punto la Relazione generale si sofferma sugli aspetti tecnici e cioè la struttura economica e la misurazione della miseria rispettivamente capp. 2 e 3 del volume I. Si tratta della situazione del reddito e delle sue correlazioni con alcuni aspetti della vita italiana: disoccupazione, tenore di vita, popolazione, leva militare e analfabetismo. Il benessere di una nazione non è per forza sotteso al livello di disoccupazione, infatti, sia nel caso dell’emigrazione dei lavoratori all’estero, sia nel caso della riduzione dell’orario di lavoro (proposta dai comunisti), non porterebbero benefici all’economia in generale, perché nel primo caso si avrebbe un aumento di spesa globale mentre nel secondo caso si avrebbe una riduzione del reddito (vol. 1, p. 27). Si consideri poi il fatto che «le risorse naturali del Paese sono modeste, e lento è il ritmo dello sviluppo economico» (vol. 1, p. 27).
I dati economici sono incoraggianti. Nel 1948 il prodotto nazionale netto è stato di 6387 miliardi cioè 1,5 volte superiore rispetto al 1938 con percentuali di incremento annuali del 3% fino al 1952, risultando al quarto posto tra i paesi europei più ricchi (vol. 1, p. 33). Le sperequazioni della ricchezza, tuttavia, sono abbastanza evidenti tra regione e regione. Da sola la Lombardia produce il 23% del reddito privato, mentre tutto il sud produce appena il 22% (vol. 1, p. 42). La Lombardia, inoltre, è la regione più densamente popolata (vol. 1, p. 35) ma quella più prolifica è la Campania (vol. 1, p. 38) che, quindi, soffre un problema di emigrazione. Risultati più felici si intravedono nelle statistiche relative all’analfabetismo che colpisce solo 13 provincie su 93 con punte di oltre il 50% a Cagliari mentre la maggior parte di province sia del Nord che del Sud (Genova, Milano, Torino, Roma, Napoli, Palermo, Reggio Calabria) presentano tassi di analfabetismo inferiori al 10% (vol. 1, p. 49).
Il capitolo 3 della Relazione generale prosegue l’indagine sul benessere della popolazione in relazione ai consumi. Considerando che nel 1952 la popolazione complessiva ammontava a 47 milioni e 138 mila 235 persone, la cellula fondamentale risulta essere la famiglia (quasi 12 milioni di unità) raggruppate in nuclei di 3-5 persone (53,7%). Nel 73,5% dei casi, il capofamiglia ha un lavoro (vol. 1, p. 75) mentre il 13,2% percepisce una pensione (invalidità 4,6% e senilità 8,6%). Le professioni più frequenti sono quelle indipendenti e non professionali (50,4%) ma molti sono anche gli operai e i contadini (35,7%). Trionfa il ceto medio con oltre 7 milioni di famiglie (65,7%), segue il proletariato (23,3%) e si accoda il capitale (11%). Per quanto riguarda il mercato immobiliare, quasi tutte le famiglie italiane vivono in abitazioni accatastate (in locazione o in affitto) e solo il 2,8% vive in cantine o baracche (vol. 1, p. 68). Il 61,8% di famiglie consuma regolarmente carne (almeno una volta a settimana), analogo discorso per lo zucchero (più di 15 gr. al giorno) e per il vino (almeno un litro a settimana) che si conferma alimento tipico nazionale. Oltre il 90% delle famiglie conferma l’acquisto di un abbigliamento comodo ed efficace (solo il 9,3% utilizza scarpe rotte o bucate).
Nel 1953 il numero di famiglie povere in Italia ammontava a circa 2 milioni 700 mila unità ma l’indagine della Commissione ne considera appena 1847, presi dagli elenchi degli assistiti degli ECA, utilizzando i bilanci familiari come fonte dati. «La spesa media risulta di 27 mila 682 lire al mese, le spese alimentari sono di 565 lire al giorno (62% della spesa complessiva), quella di abbigliamento all’8,5%, per l’abitazione al 3,5%, per illuminazione e riscaldamento all’8,1%, altre spese al 17,9%» (vol. 1, p. 86). La dieta quotidiana così si presenta: 325gr di pane, 177 gr di ministra o legumi, 68 gr di carne o pesce, 301 gr di verdure, 57 gr di vino, 41 di burro e 25 di zucchero (p. 88). Non risultano, fortunatamente, abusi di tabagismo (1,9%) né di alcolismo (2%). Curiosità: a Napoli si consuma più pane (287gr), a Roma più patate (348gr) e a Milano più polenta (280gr).
Il capitolo 4 della Relazione generale continua l’analisi del campione di famiglie povere in relazione alle cause e alle conseguenze della loro condizione. La miseria può farsi risalire a poche ed essenziali cause che sanno più di pregiudizi che di riscontri oggettivi: «la struttura della terra quale condizione prima di una economia chiusa (…), una certa pigrizia dell’iniziativa (…), la tradizionale diffidenza dei risparmiatori (…) la chiusura delle classi predominanti dei galantuomini e dei contadini (vol. 1, p. 96). Tra le conseguenze rilevate, tra l’altro, si nota: tubercolosi, specialmente tra i dormitori pubblici di Milano (vol. 1, p. 100); delinquenza minorile, es. a Palermo il 75% dei minori delinquenti appartiene a famiglie in cattive o pessime condizioni economiche (vol. 1, p. 101), per i quali «molto di più rivelano i fascicoli individuali conservati presso i Centri distrettuali di servizio sociale, che per ciascun minore hanno proceduto ad accurate inchieste domiciliari» (vol. 1, p. 103); prostituzione che, insieme agli stupri perpetrati delle truppe di occupazione marocchine, ha determinato la nascita di molti figli illegittimi, es. mulattini (cfr. Napoleone A., I figli della guerra, ”Assistenza oggi”, 1954, 5, pp. 22-28); mortalità infantile, es. nella provincia di Caltanissetta il tasso sale al 106,8 per mille (vol. 1, p. 109); mendicità, es. «la tratta dei bambini di Cassino cioè l’esodo di bambini e ragazzi di alcuni piccoli paesi del Cassinate verso le città del Centro e del Nord Italia, al seguito di sfruttatori che li impiegavano in mestieri girovaghi e nell’accattonaggio» (vol. 1, p. 111).
L’Italia degli anni ’50 offriva un sistema di assistenza che considerava la specificità e la generalità delle prestazioni. Rientrano nell’assistenza specializzata i servizi ai minorenni, agli anziani, ai malati, ai disoccupati ed ai migranti. Uno dei problemi più gravi del secondo dopoguerra fu l’assistenza ai profughi che, considerando il periodo 1943-1952, coinvolse circa 300 mila persone, ridotte nell’ultimo anno a 29 mila profughi, concentrati in 42 campi di raccolta (vol. 1, p. 146). Rientrano nell’assistenza generale i servizi di assistenza ospedaliera e sanitaria a carico dei Comuni e i sussidi in denaro o in natura (benzina, carbone, vitto, dormitori, colonie climatiche, refettori, etc.) erogati dagli Enti Comunali di Assistenza (ECA) istituiti con RD 03.06.1937 n. 847.
Il capitolo 6 della Relazione generale affronta la sezione finanziaria e la ripartizione delle spese. Si noti che nel 1908 si spendevano per l’assistenza l’1,13% della spese complessive dello Stato, nel 1938 l’indice salì all’4,44%, nel 1948 al 5,72% e, infine, nel 1952 al 9,16% (vol. 1, p. 155). Nel 1945 si spendeva di più per l’assistenza i reduci (Regno d’Italia, Regno del Sud, RSI, repubbliche partigiane) ed ai profughi, mentre nel 1951 la voce di spesa maggiore era riservata all’addestramento professionale (vol. 1, p. 158). Bisogna, però, considerare che a partire dal 1948 l’Italia poté beneficiare delle sovvenzioni del Piano Marshall che ammontavano a diversi miliardi di lire. Perciò qualsiasi paragone col passato diventa quanto mai pretestuoso. Alcune voci di spesa dimostrano, comunque, una sperequazione notevole nella distribuzione delle risorse: se nel 1946 gli ECA del nord erano favoriti rispetto a quelli del sud, allora nel 1951 la situazione appariva capovolta con un indice di finanziamento degli ECA meridionali di 825,1 mentre quelli del nord si soffermavano a 364,2 (vol. 1, p. 161). Tutto ciò a fronte dell’esodo crescente dei meridionali verso le regioni «più progredite», es. nella provincia di Imperia si riscontrò la presenza di 2500 immigrati calabresi su un totale di 6300 residenti (vol. 1, p. 163).
Il capitolo 7 della “Relazione generale” analizza l’attività degli Enti comunali di assistenza (ECA). I dati ricevuti coprono il 75,1% della popolazione, nonostante le risposte fossero inferiori a quanto previsto (2090 su 7804). La rilevazione, realizzata di concerto con l’ANEA, comprendeva la somministrazione di una serie di domande così formulate: Come funziona il servizio informazioni? In tutti gli enti c’è un servizio informazioni gestito a pari merito da personale specializzato e da agenti di pubblica sicurezza, mentre nella grandi città (Milano) è in funzione il coordinamento dell’assistenza (vol. 1, p. 183). Come vengono ripartiti gli assistiti? Mentre negli enti più popolosi la classificazione esprime, più o meno, l’età lavorativa (minorenni, anziani, inabili, tubercolotici, etc.), negli enti minori prevalgono le indicazioni in base agli stati di bisogno (vol. 1, p. 183). Che rapporto esiste tra le richieste di assistenza e le concessioni da parte delle amministrazioni ECA? Il fatto che in alcune province, es. Firenze e Imperia, il tasso di copertura della popolazione sia piuttosto basso, dimostra che c’è un elevato potenziale latente: vi sono delle famiglie che non richiedono l’assistenza o perché non conoscono gli ECA o perché non ne hanno bisogno. Del resto il rapporto tra domanda e offerta è abbastanza sostenuto ovunque, con lievi flessioni nei piccoli centri (vol. 1, p. 184).
Prosegue la ricerca sugli ECA. Quanto tempo normalmente trascorre tra il momento della richiesta e quello della concessione dell’assistenza? Anche qui si nota una discrasia tra i grandi (1-2 giorni) e i piccoli enti (2-4 giorni), dovuta più che altro alla difficoltà di gestire molte utenze. Quali sono i criteri per l’assegnazione dell’assistenza? Il criterio principale rimane il reddito mensile che assume valori diversi a seconda della collocazione geografica: ≤ 3500 lire per Aosta; tra 3 mila e 5 mila lire per Milano; ≤ 7200 per Cagliari. Come viene concessa l’assistenza: in denaro o in natura? Nonostante i risultati dimostrano un’incidenza maggiore verso i soccorsi in natura (carbone, benzina, pacchi viveri, etc.), non sono pochi coloro che ritengono che sia meglio l’erogazione in denaro perché stimola «maggior senso di responsabilità» (vol. 1, p. 177); vi sono poi dei servizi “misti”, es. l’assistenza legale ai poveri nelle cause di sfratto o nei casi di divorzio. A quanto ammontano i sussidi in denaro? Anche qui vi sono valori discordanti: 1000 lire al mese ad Aosta; 10 mila lire a Milano; 3600 lire a Cagliari (vol. 1, p. 186).
Prosegue la ricerca sugli ECA. Quali sono le attività accessorie, oltre l’assistenza tradizionale? Nelle città capoluogo vi sono 39 ristoranti e 118 mense a Firenze e a Napoli vi sono due laboratori artigianali, vi sono poi dormitori (6 mila posti letto), colonie climatiche (15 tra estive e invernali), asili infantili (51 di cui 8 da 800 posti ciascuno), bagni pubblici (Napoli), scuole professionali (Palermo), ambulatori medici e istituti post-sanatoriali (Milano). Forme di assistenza specifica sono previste anche per i minorenni e per i liberati dal carcere, es. a Milano è stato istituito un centro sociale presso l’Associazione Rinascita (vol. 1, p. 189). Sempre a Milano, grazie al distaccamento presso l’Ufficio di collocamento di un proprio dipendente, è stato possibile dare lavoro a 1500 disoccupati (vol. 1, p. 190). Gli utenti stranieri, anche non residenti, possono beneficiare dell’assistenza solo se dimostrano di avere un lavoro stabile. I bisognosi di passaggio sono assistiti in tutti gli ECA capoluogo meno tre, e da un terzo degli ECA dei piccoli comuni; gli esclusi, tuttavia, possono fare ricorso al “Comitato provinciale di beneficenza e assistenza” (vol. 1, p. 190).
La rilevazione, a dire il vero, non si è limitata solo agli ECA ma riguardava anche l’assistenza agli illegittimi (cfr. Funzioni e compiti della Provincia), i Patronati scolastici, l’assistenza sanitaria municipale, tubercolotici e l’Onmi. Degna di nota è l’assistenza ai minorenni (patronati e Onmi). I patronati si occupavano di erogare, tra l’altro, pasti, libri, calzature, soggiorni nelle colonie climatiche, quaderni, eventuali provvidenze di iniziativa locale. L’utenza dei patronati ammonta a 303130 alunni su una popolazione scolastica complessiva di 1 milione 69 mila 307 con maggiore incidenza in Sicilia e in Sardegna (39,9% della popolazione). Per quanto riguarda l’Onmi «i bambini assistiti (lattanti, divezzi, bambini assistiti direttamente, refezioni nelle scuole materne, concorsi per l’assistenza agli illegittimi delle amministrazioni provinciali) sono stati 1 milione 115 mila 149 ai quali sono state fornite prestazioni per un totale di 4 milioni 581 mila 196 (…) l’assistenza materiale per le donne si svolge con le mense materne, con l’assistenza a domicilio con alimenti e medicine e cono il ricovero in istituzioni di maternità» (vol. 1, p. 210).
Conclusioni della Relazione generale: «Il problema della miseria in Italia non è insolubile; l’assistenza, sotto l’aspetto morale e quantitativo, non è inferiore a quella degli altri paesi progrediti; non è possibile procedere a provvidenza escogitate di volta in volta; l’esigenza di una lotta unitaria contro le cause dei mali deve restituire l’uomo alla capacità produttiva; la miseria appare come un’iniqua condanna a privazioni dolorose e non inevitabili inflettigli dalla società; vi sono timori infondati che si oppongono alla possibilità di attuare un programma di sicurezza sociale; la programmazione del riordinamento dell’assistenza deve fronteggiare le esigenze più urgenti; nella società italiana esistono differenze di struttura assai rilevanti che traggono origine da altrettanto sostanziali differenze di ambiente; la miseria non assistita è localizzata prevalentemente al Sud; il problema delle zone depresse è tra i più urgenti ed essenziali della vita nazionale; l’esame della legislazione sull’assistenza sociale ha posto in luce la frammentarietà e disorganicità delle disposizioni vigenti e la necessità di sistemarle in un testo coordinato» (vol. 1, pp. 213-222);
«in ogni Comune d’Italia, dalle città maggiori ai paesi minuscoli, esiste un ECA a diretto contatto con la popolazione povera; tra i problemi di fondo va tenuto nella massima considerazione quello della casa decorosa e igienica per tutti; l’assistenza ai bambini è affidata all’ONMI e ai Patronati scolastici; l’assistenza ai vecchi segna forse la maggiore deficienza del sistema attuale; la necessità dell’istruzione professionale è profondamente sentita; bisogna operare una radicale revisione dei principi informatori del sistema previdenziale; la difesa sanitaria costituisce un fondamentale pilastro del sistema della sicurezza sociale; occorre dar vita ad un organismo ministeriale; l’opera dell’assistente sociale è apparsa feconda di risultati. Egli studia i casi individuali, li considera nel quadro collettivo e li indirizza al miglioramento morale ed economico. La sua attività esige preparazione culturale, senso di solidarietà, vigile spirito di comprensione e si svolge nei centri di assistenza, nelle corsie, nei convalescenziari, nelle scuole, nelle fabbriche, all’uscita delle carceri, nelle famiglie disorientate e disgregate, ovunque vi sia un vinto da confortare, un caduto da risollevare, un disperato da ritrovare» (vol. 1, pp. 223-227).
Negli anni successivi vi furono altre iniziative parlamentari per conoscere i bisogni della popolazione. In particolare si segnalano il disegno di legge 23 luglio 1963 n. 268 “Istituzione di una Commissione d’inchiesta sulla previdenza sociale e sull’assistenza pubblica ai fini del piano per la sicurezza sociale” e il disegno di legge 6 marzo 1969 n. 1153 “Inchiesta parlamentare sull’assistenza pubblica e privata e sulla rispondenza alle effettive necessità dei cittadini aventi diritto, in previsione della prossima programmazione quinquennale nazionale, in relazione all’attuazione dell’ordinamento regionale”.

Citazioni tratte da Camera dei Deputati, Atti della Commissione parlamentare di inchiesta sulla miseria in Italia e sui mezzi per combatterla, Vol. I: relazione generale, Istituto editoriale italiano, Milano, 1953.

Esplorare la qualità del servizio sociale

Si presentano qui i risultati di una ricerca compiuta tra il 2006-11 dall’Istituto di ricerca sociale di Milano sulla qualità del servizio sociale. La metodologia di ricerca ha visto il susseguirsi di 9 workshop in diverse regioni italiane coinvolgendo circa 200 assistenti sociali secondo un approccio partecipativo. Nella prima parte dell’articolo l’autrice accenna allo sviluppo storico della valutazione iniziato nel 1917 con il celebre lavoro di Mary Richmond “Social diagnosis” ma realizzato in pratica solo negli anni ’30. In Italia il dibattito sulla valutazione si affermò a partire dalla seconda metà degli anni ’90 dopo la legge 285/97 “Disposizioni per la promozione di diritti e di opportunità per l’infanzia e l’adolescenza” che si propone di realizzare interventi che promuovano le condizioni di vita dei minori nel rispetto della sostenibilità finanziaria. La successiva legge 328/00 ha stabilito l’obbligo della valutazione per quanto riguarda la pianificazione e l’accreditamento (p. 470). Negli stessi anni sono comparsi una serie di ricerche che pongono in primo piano la valutazione dei servizi sociali (Allegri, Campanini, De Ambrogio, Bertotti e Merlini, Fargion, Zeira). Sono illustrati di seguito i tipi di valutazione (formale e informale; implicito, formale e istituzionale; interno ed esterno, approccio positivista e costruttivista) nonché i parametri (indicatori) più comuni (conoscenze, valori, deontologia). Il codice deontologico, in particolare, è una straordinaria fonte di dati in quanto consente di sondare la pratica professionale in diverse aree tra cui lo status professionale e la regolamentazione delle attività. Nella seconda parte dell’articolo l’autrice entra nel merito del progetto di ricerca di Milano. I workshop hanno richiesto circa una settimana di sessioni (presentazione degli obiettivi, individuazione dei soggetti, identificazione delle situazioni) in cui i partecipanti hanno analizzato dei casi in piccoli gruppi utilizzando la tecnica dello “Swot” (forza, debolezza, opportunità e rischi) considerando i punti di forza e di debolezza nonché agli elementi interni (questioni professionali) ed esterni (contesto di vita). I lavori di gruppo sono stati poi discussi in una sessione plenaria in modo da identificare gli indicatori che hanno consentito di rilevare i dati empirici e che sono stati inseriti nel questionario. I risultati dimostrano la correlazione tra deontologia e pratica professionale. La nozione di buona qualità appare riferita sia a proposito degli utenti che degli operatori: «la capacità di creare un clima relazionale che prepara all’accoglienza, alla comprensione al supporto (…) insieme al rispetto, l’accettazione e l’anfasi sulle risorse degli utenti» (p. 478). Il secondo aspetto riguarda l’assistente sociale e sottolinea il bisogno di «gestire le proprie emozioni il che richiama alla riflessività ed ad una coscienza critica» (p. 478). Infine, gli assistenti sociali si percepiscono coinvolti nell’organizzazione in cui lavorano e che «il ruolo professionale contribuisce a migliorare i servizi» (p. 479). In particolare gli assistenti sociali ritengono che la valutazione debba essere condivisa con la comunità professionale, anche a mezzo di strumenti telematici, «affinché possa contribuire a costruire un più forte senso di identità e di interdipendenza» (p. 480).
 
Citazioni tratte da Bertotti T., Investigating the quality of social work. An experience of self-assessment with Italian social workers, European journal of social work, may-july 2016, pp. 468-483.

Servizio sociale e controllo sociale nel sistema penitenziario

L’articolo presenta i risultati di una ricerca sul carcere condotta tra il 2011 ed il 2013 sulla relazione tra crisi del welfare state e i mutamenti degli operatori sociali. Nella prima parte dell’articolo l’autore illustra per sommi capi l’evoluzione storica del servizio penitenziario in Italia. Negli ultimi 30 anni il sistema penitenziario italiano è passato da un modello custodialistico che delegava le funzioni alle istituzioni ad un modello riabilitativo che «affida compiti rilevanti alle professioni di aiuto» (p. 92). A partire dagli anni duemila c’è stata una ridefinizione delle politiche sociali contemporaneamente all’estinzione dell’età dell’oro dello Stato sociale che aveva consentito le grandi riforme in campo penale e sociale. Nella seconda parte dell’articolo l’autore entra nel merito dei risultati della ricerca. La metodologia di ricerca adottata è stata di tipo qualitativo tramite la somministrazione di interviste semi-strutturate basate sull’auto-rappresentazione degli intervistati. Il campione coinvolto riguarda 43 operatori sociali di cui 22 assistenti sociali di tre regioni italiane (Piemonte, Lombardia e Liguria). La scelta di queste località non è stata casuale in quanto si ritiene che il welfare meridionale «mostra una ridotta dotazione di risorse ai fini della riabilitazione sociale, esecuzione esterna, rispetto al nord Italia» (p. 96). Per la trascrizione delle risposte è stato utilizzato il software “Atlas-ti” progettato come strumento tecnico che consente l’applicazione della “Grounded theory” il cui paradigma è stato «uno dei principali riferimenti per accedere alle interpretazioni che gli intervistati hanno del loro mondo» (p. 97). Le risposte sono state codificate in tre macro aree: la percezione della crisi, mutamenti del modello riabilitativo e il rapporto benefici-svantaggi nel lavoro sociale. Gli intervistati lamentano la riduzione delle risorse finanziarie nonché la trascuratezza dell’agenda politica in materia penitenziaria, d’altra parte aumentano le connessioni col territorio e con le associazioni locali (lavoro di rete). Nonostante la crisi del modello riabilitativo non si registra un deficit di competenze anzi «emergono elementi incoraggianti in relazione al rispetto della metodologia» (p. 98). Infine gli operatori lamentano i rischi della burocratizzazione del lavoro, la distanza tra dirigenza e operatori di base, l’emergente potere assunto dalla polizia penitenziaria e il mancato ricambio generazionale (p. 100). Elementi di soddisfazione risultano essere la partecipazione ai progetti di reintegrazione sociale, il rapporto con l’utenza e il fatto che «il lavoro degli assistenti sociali penitenziari è caratterizzato da un’attività apolitica focalizzata sulla dimensione individuale del servizio sociale» (p. 101). Ne consegue che la professione non influenza i livelli di decisione politica che rimangono vincolati all’ambito del controllo nonostante il servizio sociale abbia una vocazione comunicativa: non rimanere chiusi nelle istituzioni ma generare risorse per la comunità.
 
Citazioni tratte da Cellini G., Social work and social control in the penitentiary system, European journal of social work, gen 2016, pp. 92-105.

Gli assistenti sociali in Italia

In concomitanza con l’anniversario per il centenario dell’Unità d’Italia (1861-1961) la rivista “Nord e Sud” decise di realizzare un’inchiesta sul servizio sociale italiano e sulla figura dell’assistente sociale rinomata tra le “professioni nuove” ovvero «tale da offrire buone prospettive a quanti sono rimasti delusi per le scarse occasioni d’impiego offerte da molte professioni tradizionali» (p. 22). Tra gli altri scopi dell’articolo, l’autore si prefigge di: «esaminare quali concrete possibilità vi sono perché si crei in Italia una rete di servizi sociali (…), esaminare la formazione e la funzione degli assistenti sociali come operatori civili (…), tentare di pervenire a qualche conclusione intorno alle attuali o future prospettive di utilizzazione professionale di coloro che tali scuole frequentano» (p. 23) dopo che hanno meritato già la più ampia fiducia «nei Centri medico-psico-pedagogici, nei Tribunali per i minorenni, nell’Ente gestione servizio sociale, nell’assistenza di fabbrica, nell’assistenza di villaggio, nell’assistenza scolastica, etc» (p. 23). Nonostante le recenti origini della professione (1898 in America, 1928 in Italia), la figura dell’assistente sociale non gode di particolare attenzione nel paese tanto da essere scambiati per dei «sindacalisti, attivisti politici, uomini di fiducia degli imprenditori, burocrati» (p. 24), nonostante ciò, il servizio sociale è quanto mai diffuso in tutto il mondo, sia nei paesi progrediti che nelle «zone sottosviluppate come siamo noi in Italia» (p. 24) perciò, «l’intervento puramente tecnico ed economico non è sufficiente ad assicurare l’equilibrato sviluppo di un paese» (p. 25). Non si può, tuttavia, dare onore al merito della professione, senza un’adeguata formulazione del termine “servizio sociale” che assume una duplice accezione: «”azione sociale” quale azione di fondo compiuta sulla base di un lavoro comunitario di gruppo alquanto indipendente dalla stessa autorità dell’ente promotore (…) e “servizio sociale assistenziale” quale attività in genere più legata alla politica dell’organo centrale sì da diventare in un certo senso una nuova forma di beneficenza» (p. 28). 

«Al di là delle finezze lessicali, non si può dubitare che il servizio sociale sia condizionato dalla preparazione degli operatori e dalla natura degli enti nei quali sono assunti (…) In Italia, dopo le iniziative personali a titolo volontaristico e filantropico manifestatesi in materia di assistenza sociale nel primo dopoguerra, e sopratutto negli anni intorno al ’20, vennero istituiti corsi accelerati per la formazione di personale da impiegare nelle industrie e, successivamente, ad iniziativa delle organizzazioni sindacali degli industriali e dei lavoratori, corsi più regolari e di maggiore durata presso la Scuola superiore di Servizio sociale di San Gregorio al Celio in Roma. Nello stesso periodo vanno sorgendo delle scuole per la formazione di assistenti sanitarie visitatrici che sono ancora oggi in funzione e che hanno finito con il dedicarsi ad un particolare settore, facilmente individuabile (…) ancora oggi, in regime democratico, non sono del tutto cadute le resistenze e i pregiudizi che influiscono negativamente sul lavoro sociale, e che ritardano l’affermarsi di una coscienza professionale autonoma in coloro che lavorano in questo particolare settore» (p. 29). 

L’autore tenta di descrivere un profilo dell’allievo medio delle scuole di servizio sociale: di media estrazione sociale, diplomato alla scuola media superiore (formazione classica o umanistica), di genere femminile (sporadica presenza maschile), di orientamento politico moderato; solo una minima parte prosegue gli studi con la laurea in giurisprudenza (42%). Le scuole sono equamente distribuite su tutto il territorio nazionale, un po’ meno nelle isole. «Il fatto che dall’unica scuola dell’anteguerra si sia oggi raggiunto il considerevole numero di 53 scuole variamente distribuite è già di per sé stesso, la riprova di uno stato di cose anormale» (p. 33). Le motivazioni che hanno permesso l’istituzione delle “scuole” (e non di “una” scuola, ndr) sono di 3 tipi: la rinascita «democratica», il desiderio di «molti enti, istituzioni o semplici gruppi para-politici di essere presenti in questa fase», il «solito campanilismo italiano» (p. 34). Il fatto che si faccia esplicito riferimento ad “allievi” e non a “studenti” o a “studiosi” dimostra il rapporto privilegiato che si instaurava tra maestro e allievo nonché il fatto che la qualità didattica delle scuole era più protesa all’«addestramento» (p. 43) che ad una vera e propria crescita. I corsi, infatti, erano svolti prevalentemente di pomeriggio, mentre la mattinata era dedicata interamente al tirocinio pratico formativo. Dove trovavano il tempo di studiare?

Le scuole sono di 2 tipi a seconda della conformazione giuridica. Nel primo tipo ne fanno parte i consorzi di enti che le finanziano: ENSISS (Ente nazionale scuole di servizio sociale) più diffusa al nord, di ispirazione cattolica ma con «sufficienti aperture» (p. 35); ONARMO (Opera nazionale assistenza religiosa e morale agli operai) diffusa in tutta Italia con ben 23 scuole (a Napoli era in via Acton, 6); UNSAS (Unione nazionale per le scuole di assistenza sociale) sostenuta dall’Inail, Inps, Confederazione generale del lavoro, Società umanitaria (a Napoli era in p.zza dei Martiri, 58). Il secondo tipo di scuole è costituito dal gruppo delle “non associate”, finanziate dall’AAI (Amministrazione aiuti internazionali), tra le quali vi sono: «la scuola superiore di servizio sociale per esperti del lavoro ed assistenti sociali di Verona; la scuola residenziale di servizio sociale di Genova; la scuola superiore di servizio sociale di Genova; la scuola superiore di servizio sociale di Piacenza; 

Continua l’elenco delle scuole “non associate”: la scuola di specializzazione per assistenti sociali presso la facoltà di giurisprudenza di Siena (l’unica attualmente riconosciuta); la scuola superiore di servizio sociale di Urbino; il Cepas (Centro di educazione professionale per assistenti sociali) di Roma; la Scuola nazionale per dirigenti di servizio sociale di Roma; la scuola nazionale di servizio sociale per religiose di Roma per conto della FIRAS (Federazione italiana religiose assistenti sociali); il magistero sperimentale per il Molise; la scuola per assistenti sociali e dirigenti sociali di Campobasso; la scuola superiore di servizio sociale di Benevento; la scuola superiore per assistenti sociali di Caserta; la scuola di servizio sociale “Antonietta Verna” di Napoli; la scuola di servizio sociale dell’ANSI (Associazione nazionale della scuola italiana) di Napoli (c.so Umberto, 32); l’Istituto di Alta Cultura – Scuola superiore di servizio sociale di Salerno; la scuola italiana di servizio sociale di Reggio Calabria» (p. 35). Da come si vede solo a Napoli vi erano fino a 5 scuole di servizio sociale di cui una per dirigenti del lavoro!

Una delle figure più innovative delle scuole sono i monitori (supervisori) che assolvono alla «funzione di “trait d’union” tra allievi, docenti e direzione nonché di coordinamento tra materie ausiliarie» (p. 33). Alla scuola si accede previo esame di ammissione (orale e scritto). Il diploma si consegue dopo tre anni («pur lasciando all’ultimo anno il carattere di seminario», p. 40) di frequenza obbligatoria (novembre-giugno) al termine dei quali si deve sostenere un esame finale per la discussione di un elaborato scritto. Sono, inoltre, presenti delle prove intercorso per saggiare la preparazione degli allievi. Il piano di studi comprendeva una serie di materie afferenti a cinque macro aree: giuridico (diritto civile, penale, amministrativo, costituzionale, lavoro, minorile); psico-clinico (biologia, anatomia, fisiologia, igiene, medicina sociale, psicologia, psicopatologia, psichiatria, psicotecnica, pedagogia); politico-economico (statistica, economia, storia, sociologia, pedagogia, politica agraria); professionale (tirocinio, metodologia, organizzazione, educazione); miscellanea (antropologia, emigrazione, cooperazione, urbanistica, economia domestica, geografia, storia). Il monte orario a disposizione degli allievi varia da provincia a provincia: «da un minimo di 500 ore a un massimo di 1300 ore» (p. 43).

I docenti provengono nella maggioranza dei casi da istituti universitari, «non a caso il maggior numero di queste scuole è sorto in centri provvisti di istituti universitari, dove la disponibilità dei docenti è maggiore (…) ed in ogni caso nell’insegnamento non si dovrebbe trascurare il problema dell’integrazione tra le diverse materie, altrimenti si corre il rischio di fornire all’allievo soltanto una serie di nozioni non coordinate su di una base comune (…) Un programma di studio per la formazione di assistenti sociali non ha valore se non è sostanziato dalla profonda conoscenza dell’intima organicità che unisce tra loro le singole materie di insegnamento, così disparate, e dalla loro aderenza alle finalità di una rigorosa formazione professionale; se non si tiene conto che la scuola di assistenza sociale deve essere anzitutto e sopratutto per gli allievi la loro prima e formativa esperienza di vita sociale, dalla quale devono ricevere un’impronta spirituale, oltre che tecnica, ben definita» (p. 40).

Il tirocinio ha lo scopo di integrare le nozioni teoriche, «queste ultime quasi sempre prese a prestito da esperienze straniere e perciò nuove per la tradizione culturale italiana (…) il problema dei tirocini è uno dei più gravi che le scuole devono ancora risolvere (…) e c’è un solo modo di ovviare a questo inconveniente che consiste nell’inserire queste scuole nella realtà del paese più di quanto non sia già accaduto, e nello stabilire più stretti rapporti, oltre che col mondo accademico, anche con gli Enti che operano nel settore dell’assistenza (…) si è perciò creata una situazione per cui il divario fra teoria e pratica è andato crescendo, ingenerando un senso di disagio negli allievi e nel personale delle scuole, i quali hanno risentito dell’isolamento in cui potevano venire a trovarsi queste scuole, e che è caratteristico di tante nostre istituzioni universitarie. Alla lunga, cioè, si potrebbe lamentare che anche le scuole di servizio sociale restano estranee alla vita e ai problemi del paese» (p. 41). 

«Per le particolari condizioni italiane le scuole sono costrette a formare assistenti sociali polivalenti, con tutti gli inconvenienti che ciò comporta ance nella formulazione dei piani di studio (…) Sarebbe auspicabile, perciò che si seguissero nella formazione degli assistenti sociali degli indirizzi differenziati; che cioè si potessero preparare assistenti specializzati. Purtroppo la situazione italiana non consente ancora una tale svolta. Ad ogni modo, qualora si volessero introdurre delle distinzioni di indirizzo nella preparazione degli allievi, a noi sembra che ci si potrebbe attenere allo schema classico, secondo il quale gli assistenti potrebbero specializzarsi per i seguenti compiti: case work, group work e community work (messa in opera delle varie forze singole o associate esistenti in un determinato ambiente per il miglioramento dell’ambiente stesso)» (p. 43).

Fino al 1958 risultavano circa 5 mila diplomati delle scuole di servizio sociale dei quali circa la metà impiegati negli enti socio-assistenziali per l’infanzia e la gioventù (Onmi, Enaoli, Enpmf, Onog), per l’industria (Fiat, Pirelli, Barilla, Cirio, Olivetti, Iri) e per l’edilizia popolare (Unrra-Casas, Egsscal, Ina). L’altra metà dei diplomati, e ciò può sembrare paradossale, o ha deciso di abbandonare la strada professionale dell’assistente sociale o risulta squalificata in operazioni diverse (addetto sociale, coordinatore, corrispondente, etc.). Ciò serve a introdurre la spinosissima questione del mancato riconoscimento legale del diploma di servizio sociale. Ad un primo disegno di legge presentato dal ministro della Pubblica Istruzione dell’epoca Antonio Segni (DC) nel 1953 (relatrice la democristiana Maria Pia Dal Canto), decaduto per fine legislatura, è seguita una proposta di legge tra i quali firmatari spicca Luigi Frunzio (DC), direttore della scuola per dirigenti sociali di Napoli, sul quale si era espresso favorevolmente il CISS (Comitato italiano di servizio sociale). 

Al 30 giugno 1961 risultava depositato presso la Commissione ministeriale uno “Schema di disegno di legge sull’ordinamento delle scuole di servizio sociale” che si proponeva di: avvicinare le scuole alle università (art. 2); conferire «una comune fisionomia alle singole scuole» ai fini di «una più uniforme organizzazione» (art. 3, p. 54); inserire esplicitamente i principi ed i metodi del servizio sociale nel novero delle materie fondamentali (art. 5); prevedere per tutti la possibilità «di possedere la libera docenza» (art. 6, p. 55) con evidenti ricadute sulle possibilità occupazionali dei neodiplomati (cfr. § XI); riconoscere validità legale ai titoli di studio «a patto che venga superato entro un quinquennio uno speciale esame integrativo» (art. 13, p. 57). Un dubbio sorge sulla possibilità di aversi «un ulteriore anno di specializzazione» (p. 55), inizialmente previsto nella proposta Segni e cancellato nello “Schema” secondo il quale il diploma «è titolo specifico per l’accesso alle carriere direttive del servizio sociale presso enti pubblici e privati» (p. 56). Un’unica formazione, dunque, sia per operatori di base che per i dirigenti. 

«Il riconoscimento della professione di assistente sociale verrebbe a dare una prospettiva nuova al servizio sociale, sgombrerebbe il campo di molti equivoci, creerebbe un’atmosfera di maggiore fiducia intorno all’attività di questa nuova figura di operatore, di cui la nostra società avverte ogni giorno il bisogno, e che tuttavia non è riuscito a imporsi completamente» (p. 53). Riusciranno nella titanica impresa le associazioni professionali di categoria? ANAS (Associazione nazionale assistenti sociali), l’AIASO (Associazione italiana assistenti sociali Onarmo), FIRAS (Federazione italiana religiose assistenti sociali) e l’UCASI (Unione cattolica assistenti sociali italiani). 


Bibliografia



Marselli G.A., Gli assistenti sociali in Italia, “Nord e Sud: rivista mensile” diretta da Francesco Compagna, 1961, 74, pp. 22-57.

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Social challenges in XXI century

Intervista ad Anneke Krakers, assistente sociale e fondatrice di “The social worker entrepreneurVedi più sotto per la traduzione.1. Anneke, can you tell about you at glance? Can you explain the reasons why you started your business?

I’m a social worker since 1987. In 2000 I became the CEO of a small public Social Worker organization. I got frustrated because of the local government cutting down our budget, year after year. I was angry untill I realized that they did so because they didn’t have a clue about our work. We were invisible! That’s why I started my business: to help social workers to become more visible by helping them with their marketing and branding. But first I had to learn a lot myself about being an entrepreneur. My non profit hormones got in the way.

2. In the labor market, social workers earn less than other professionals (engineers, doctors, lawyers). In the Netherlands how social workers found the opportunity to earn money in the private practice?

 My country is a very innovative country. While the public government is pulling back, social workers become more and more creative to search for other revenue streams. Starting a private practice is one possibility but I see also social workers starting other busineses. For example in community support or in the care for elderly or children. The biggest challenge is to transform your social worker passion into a profitable businessmodel. A good and scalable businessmodel will help social workers to earn a good income in their own business.

3. Did you worked in public before? How did you lived the impact with this type of work?

Yes, I worked in the public before. I got frustrated about the money issues. Me and my team were able to deliver huge impact in the lives of our local citizens. We delivered huge value! But the local government didn’t transform the value in an approriate budget for me and my team.

 4. An enterprise is generally based on a cohesive network. How works in the Netherlands the compliance between agencies? The Dutch professional organization of social workers recognizes your mission as a guide for other colleagues?

Like Italy, Netherlands is a small country. Our professional networks are clear and well organized. There is a National Association but also a Centre for research, knowledge and education. I personally always invested in my network. It didn’t take much time before they picked up and embrassed my vision about entrepreneurship. They often hire me for presentations, workshops and keynotes at our national congresses.

 5. What do you feel to tell other social workers who are still waiting for a job in the public?

I don’t know exactly about the opportunities in the labour market for social workers in other countries but here in my country when I hear someone is looking for a job in the public area, I always ask them if they have considered starting their own business. And curiously, almost everyone had these thoughts! But they are afraid, don’t know where to start and have doubts if they can earn a living. At this point I always try to encourage them because I’m convinced that with the right entrepreneurial skills you can earn a good living as a social worker entrepreneur.

6. Many services (public and private) are based on the interprofessional health and social care, e.g. psychologists and educators in child protection. How can a company with a small budget afford to hire skilled personnel?

When I coach social workers in starting and growing their business I always advice them to be different. To be unique! To be innovative. Because if you do what you always did when you were working in the public area things won’t change. The civil society needs new ways to offer support and help to needy people. If you dare to be innovative your clients will receive you with open arms. And there will be new ways of interprofessional collaboration.

7. How does a client access to your business? There is some kind of evaluation, proposal or contact? Clients come in person, by phone or internet?

I’m very accessible. So clients come in through my website, by email, by phone and even by social media. Mostly it starts with my free gift. Then I keep in touch with my inspirational power bites. And when my clients are ready, which means that they need my help I offer them paid coachingpackages. I have a Starter Package for social workers starting their business and I have a Growth Package for social workers who want to grow their business.

 8. Can you explain an average profile of customers who use your business? What kind of performance are you offering?

Good question! I see two different types of Social Workers. The ones who lost their job and can’t find a new job. For them their own business is mainly an escape. They have to do the hard work. The others are Social Workers with an enormous drive to help people and who are searching for the freedom to live their dreams. Having your own business is for them the solution they were waiting for. The transformation into a social worker entrepreneur is often more easy for them. They also are more willing to invest in a businesscoach. I offer two paid coachingspackages. And I’m working on an affordable online groupprogram. The doors for this program will open in September 2015.

9. In a country like Italy – where public policy (State) cannot resolve all problems and need honest and brave entrepreneurs – how to defend business from the attack of public totalitarianism? How an enterprise can overcome the problems plaguing the public policy?

I always say to my clients: don’t take these plagues with you in your own business. In your business you’re the boss! You have the freedom to do it different. Use this freedom! Being brave is one of the main factors that leads to success!

10. In the near future, more and more tasks will be carried out by sophisticated machines, robots with artificial intelligence and systems driven by complex algorithms. Is there a risk that disappears the traditional role of the social worker (face to face)?

 I think our role changes. The internet creates lots of opportunities for Social Workers to increase their impact. Go with that flow. And keep in mind that’s our profession to keep it human. So face to face will sometimes change in skype to skype for example. The very first time I did a coachingsession on skype I was sceptic. But when I opened my heart for my client just as I do when I work face to face, everything turned out to work just fine. Emotions, virtual hugs and some crying, it all took place. The world will always need Social Workers and now it’s up to us to know what the world needs right now and to deliver this in a way that only Social Workers do: with love, humanity and practical solutions.

Libera traduzione1. Anneke, puoi descriverti in breve? Puoi spiegare le motivazioni per le quali hai iniziato la tua attività? 

Sono un’assistente sociale dal 1987. Nel 2000 sono diventata l’amministratore delegato di una piccola organizzazione pubblica assistenziale. Tuttavia il governo locale riduceva il nostro bilancio, anno dopo anno anche se non avevano la più pallida idea su cosa facevamo e ciò contribuiva a farmi aumentare la rabbia. Eravamo invisibili! Ecco perché mi sono messa in proprio: gli assistenti sociali possono diventare più visibili se imparano a gestire il loro marketing e il loro branding. Ma ho dovuto imparare molto da me stessa prima di essere un’ imprenditrice. I miei “ormoni non profit” facevano resistenza.

2. Nel mercato del lavoro, gli assistenti sociali guadagnano meno di altri professionisti (ingegneri, medici, avvocati). In Olanda come gli assistenti sociali trovano la possibilità di guadagnare in uno studio privato?

Il mio paese è un molto innovativo. Mentre il governo pubblico sta regredendo, gli assistenti sociali diventano sempre più creativi per cercare altre fonti di reddito. L’avvio di uno studio privato è una possibilità, ma vedo anche molti assistenti sociali partire con altri tipi di imprese, ad es. a sostegno della comunità e nella cura di anziani o bambini. La sfida più grande è quella di trasformare la tua passione di assistente sociale in un business redditizio. Un certo stile di impresa aiuterà gli operatori sociali ad ottenere un buon reddito nel proprio business.

3. Hai avuto esperienze nel settore pubblico prima d’ora? Come hai vissuto l’impatto con questo tipo di ambiente?

 Sì, ho lavorato nel pubblico prima. Come dicevo prima, le mie frustrazioni erano alimentate dalla scarsa incidenza dei finanziamenti. Con la mia squadra siamo stati in grado di incidere molto nella vita dei nostri utenti. Abbiamo prodotto un capitale sociale enorme! Ma il governo locale non ha saputo valorizzare tale risultato in un bilancio approriato per me e la mia squadra.

 4. L’impresa è generalmente basata su una rete coesa. Come funziona in Olanda la collaborazione tra le istituzioni? L’organizzazione professionale olandese di assistenti sociali riconosce la tua missione come guida per altri colleghi?

Come l’Italia, i Paesi Bassi sono un paese piccolo ma le nostre reti professionali sono trasparenti e ben organizzate. C’è un Ordine professionale nazionale, ma anche un Centro per la ricerca, la conoscenza e l’educazione. Io personalmente ho sempre investito tali risorse nella mia rete. Non ci volle molto tempo prima che si accorgessero della mia visione sull’imprenditorialità. Mi hanno spesso chiamato a collaborare ai nostri congressi nazionali.

5. Cosa vuoi dire agli altri operatori sociali che sono ancora in attesa di un posto fisso nel pubblico impiego? 

Non conosco esattamente le opportunità nel mercato del lavoro per gli operatori sociali in altri paesi, ma qui in Olanda, quando sento qualcuno che è alla ricerca di un posto di lavoro nel settore pubblico, ho sempre chiesto loro se non avevano considerato altre opportunità. E, curiosamente, quasi tutti avevano questi pensieri! Ma hanno paura, non sanno da dove cominciare e hanno dubbi se possono guadagnarsi da vivere. A questo punto cerco sempre di incoraggiarli perché sono convinto che, con le giuste capacità imprenditoriali, si può ottenere un buon tenore di buona vita come un imprenditore assistente sociale.

 6. Molti servizi (pubblici e privati) si basano sul lavoro interprofessionale e multidisciplinare, ad esempio, psicologi ed educatori nella tutela dei minori. Come può un’impresa alle prime armi e con un piccolo budget permettersi di assumere personale specializzato?

Quando chiedo altri assistenti sociali ad avviare una propria attività, consiglio loro di essere sempre originali. Devi offrire un servizio nuovo per essere innovativo. Perché se fai quello che hai sempre fatto quando stavi lavorando nell’area pubblica non cambierà nulla! La società civile ha bisogno di nuovi modi per offrire sostegno e aiuto alle persone. Se hai il coraggio di essere innovativo, gli utenti ti accoglieranno a braccia aperte! E ci saranno nuove forme di collaborazione interprofessionale.

 7. Come accedono gli utenti ai tuoi servizi? C’è qualche tipo di valutazione, proposta o contatto? Gli utenti vengono di persona, per telefono o tramite internet? 

Sono molto flessibile. I clienti vengono sia attraverso il mio sito web sia via e-mail, per telefono e anche tramite i social network. Per lo più si comincia con un regalo gratuito. Poi cerco di ispirare loro una certa curiosità. E quando i miei clienti sono pronti, il che significa che hanno bisogno del mio aiuto, offro loro dei pacchetti di choaching a pagamento. Ho un pacchetto “Starter” per gli operatori sociali che iniziano la loro attività e ho un pacchetto di sviluppo per quelli che vogliono incrementare il proprio business.

8. Puoi illustrare un profilo medio degli utenti che utilizzano i tuoi servizi? Che tipo di prestazioni offri?

Bella domanda! Ci sono due diversi tipi di utenti. Quelli che hanno perso il loro lavoro e non ne riescono a trovare uno nuovo. Per loro la propria attività è principalmente una fuga. Hanno a che fare con un lavoro duro. Gli altri sono assistenti sociali con una grande voglia di aiutare altre persone che sono alla ricerca di più libertà per realizzare i propri sogni. Avere una propria attività è per loro la soluzione che stavano aspettando da tempo. La trasformazione di un assistente sociale in un imprenditore assistente sociale è spesso più facile perchè sono più disposti a investire nel coaching. Attualmente offro due pacchetti a pagamento ma sto lavorando ad un programma collettivo accessibile on line che si aprirà a settembre 2015.

 9. In un paese come l’Italia – in cui lo Stato da solo non può risolvere tutti i problemi e c’è bisogno di imprenditori onesti e coraggiosi – come difendere il business dagli attacchi del totalitarismo pubblico? Come l’impresa può superare i problemi che affliggono la politica pubblica? 

Io dico sempre ai miei utenti: non accollatevi queste piaghe su di voi nella vostra azienda. Nella vostra azienda tu sei il leader! Hai la possibilità di farlo in modo diverso. Utilizza questa libertà! Essere coraggiosi è uno dei principali fattori di successo!

10. Nel prossimo futuro, sempre più attività saranno svolte da macchine sofisticate, robot con intelligenza artificiale e sistemi guidati da complessi algoritmi. Esiste il rischio che possa scomparire il ruolo tradizionale dell’assistente sociale (faccia a faccia)?

Penso che i ruoli possono cambiare. Internet crea molte opportunità per gli operatori sociali che vogliono incrementare il loro impatto. Seguiamo questa strada. E ricordiamoci che la nostra professione si rivolge alle persone. Così “faccia a faccia” nel passato cambierà in “Skype a Skype” nel futuro. La prima volta che ho fatto una sessione di choaching su skype ero scettica. Ma quando ho aperto il mio cuore all’utente, così come faccio quando lavoro faccia a faccia, tutto è andato bene. Le emozioni, gli abbracci virtuali e anche qualche pianto: tutto ha avuto luogo. Il mondo avrà sempre bisogno di assistenti sociali e ora tocca a noi sapere cosa le persone hanno bisogno e di offrirlo in un modo che solo gli assistenti sociali sanno fare: con amore, umanità e soluzioni pratiche.

Una ricerca sul Mezzogiorno: modelli di sviluppo socio-pastorali

La questione giovanile rappresenta il punto di traduzione di una passato trasmesso da una generazione all’altra anche se il problema oggi è il gap generazionale cioè quando tale rapporto si incrina. A tal proposito la Chiesa ha sempre posto al centro il problema tanto che il vescovo di Cerreto ha proposto e finanziato una ricerca in tal senso anche per verificare i mutamenti in corso e gli sviluppi in prospettiva. Oggi si dice che i giovani sono in mazzo al guado perché c’è il problema del lavoro, per l’incremento dell’età media, il basso tasso di natalità, in parte compensato da flussi migratori sebbene la società diventi sempre più multietnica ed allo stesso tempo multiculturale perché propone un nuovo modello di rapportarsi con il diverso. L’attualità che vede vivere i giovani in una forte concentrazione di problemi ed allo stesso tempo una perita di senso che si inserisce in un presente senza prospettive sebbene la Chiesa il più delle volte si sente impotente a fronteggiare i problemi. La “cinghia di trasmissione” dei valori tra generazioni sono la famiglia e i mass-media che rappresenta la società attuale come la società dei consumi anche a volte ponendosi in contrasto con essa perché la famiglia porta valori mentre i mass media n portano altri spesso e volentieri in contrasto con essa e che condizionano la formazione dei giovani, es. “il tutto e subito” che contrasta col valore di sacrificio quando cioè i genitori un tempo di sacrificavano per i figli mentre oggi la droga conferisce l’illusione di vivere e di fuggire da un mondo senza problemi. A superare la dicotomia nuovo/vecchio subentra un nuovo modo d’interpretazione della società postmoderna, al fine di poter aiutare le classe dominante alla gestione della “Res Publica”, in parte entrato nelle istituzioni alla fine degli anni ’60 allorquando no fu subito recepito dalla società e oggi si ripropone per essere un fattore di mutamento sociale. Tale interpretazione si fonda su due valori: il concetto di successo dove i valori sono fondati sul “tutto e subito” per il quale si inserisce il senso di fallimento che si incrocia con la frustrazione narcisistica dell’immagine e dell’estetica che viene d’oltreoceano per il quale tutte quelle strutture comuni si stanno sgretolando rispetto a un “io” che vuole essere “tutto” e che sfocia in violenza. Il giovane si muove su uno spazio ristretto ma con la testa altrove sia perché la realtà è chiusa sia perché non si vede facilmente una prospettiva come se la soluzione dei problemi debba giungere per forza dall’esterno, anche perché sussiste un adolescenza prolungata dove si resta in famiglia fino a 30 anni non solo per motivi economici ma anche perché la famiglia tende a trattenere i figli all’interno (codice materno) col conseguente ritardo nell’inserimento nel mondo del lavoro e dove non c’è più una donna impegnata in famiglia a tempo pieno (un tempo c’era la famiglia compensatrice del welfare) mentre oggi c’è un codice familiare frammentato e chiuso (familismo che scivola verso il tribalismo) e negazione verso la prossimità. Dal punto di vista religioso non risulta una presenza religiosa, un distacco del 30% ed un bisogno d’intimità spirituale, non c’è il ricorso al sacerdote come “guida” ed in tale deserto si cerca di cominciare una nuova dimensione all’interno del paese per portare i giovani al di fuori della società, es. le giornate della gioventù, avere un tipo di partnership con realtà che stanno morendo. La speranza è nella fiducia di poter superare le crisi utilizzando il capitale sociale giovanile e la ricerca sociale, quindi la società come il servizio sociale sono le materie che descrivono la realtà così com’è (etnografia) es. Don Diano che è una figura luminosa di educatore e di ricercatore sociale, laddove si sospende il giudizio morale e si cerca di trovare una spiegazione empirica della realtà sociale ed di cosa c’è dietro il problema, es. cosa c’ dietro le dipendenze? La spiegazione, sebbene utilizza teorie sociali, non è il frutto di giudizi morali quanto piuttosto di ipotesi e di metodi mirati per interpretare il contesto sociale dopo il quale subentra una valutazione che possa permettere di studiare un progetto pastorale per riuscire a raggiungere e soddisfare i bisogni di quel territorio. Qui si inserisce il cristianesimo che parte dal connubio di varie culture (giudaismo, ellenismo, occidente) che, pur rimanendo fedele al messaggio originario, permette di conoscere altre culture non per forza col punto di vista etnocentrico, es. leggendo Tagore si trae la sensazione di vedere un Padre della Chiesa: l’errore è di ridurre la fede ad una cultura ma per questo non può esistere un supervisione migliore del Nostro Signore Gesù Cristo. Dopo la relazione inizia il dibattito:

d. Come si concilia il mondo dell’alta finanza con i modelli socio pastorali attuali?
R. il discorso si deve concentrare sugli episodi artificiali dovuti ai capitali economici che agiscono da tramite tali da diffondere messaggi subliminali in modo che i giovani dipendono sempre più dai propri bisogni, quindi il modello cerca di capire come trovare un senso di distacco dai beni che ritroviamo nella “Populorum Progressio” di Paolo VI con una nuova sensibilità sui beni comuni rispetto all’appropriazione vorace delle lobby (alta finanza) che hanno l’idea di capitalismo selvaggio auto-poietico che aumenta la forbice tra ricchi e poveri con tutte le sue conseguenze fatali.

d. Cosa può fare la Chiesa affinché scompaia il senso di vuoto nei giovani?
R. Quando si parla di Chiesa occorre distinguere tra struttura (parrocchie, oratori, scuole) e processo (communitas, volontariato, relazioni sociali, etc.) che ha un’accezione che si lega più all’associazionismo, quindi sebbene la Chiesa abbia una mission nel mondo, la si deve collegare al sistema di valori già presente nella società evitando la sovrapposizione ma favorendo la sintesi e la comunione con l’altro che ha idee diverse da noi e non per forza sbagliate, quindi l’obiettivo è di fare uscire le idee e rielaborarle.

d. Non sarebbe più opportuno attirare i giovani sul piano interpersonale piuttosto che sui “grandi eventi”?
R. L’evento, es. il pellegrinaggio o la giornata mondiale della gioventù, serve a far vedere altre realtà e a far uscire il giovane dalla chiusura del proprio habitat

d. Siccome la cultura anglosassone sta sempre più prendendo piede in occidente, come bisogna prepararci al riguardo?
R. Bisogna fare una rivalutazione della nostra cultura per riscoprire la nostra identità che è “porosa” cioè capace di apertura all’esterno senza rinunciare alle proprie radici.

d. Oggi il vescovo è visto come un “capo” e non un “fratello”, che fare?
R. Nelle piccole realtà pastorali si tratta di recuperare delle modalità per raggiungere le persone laddove la struttura serve a tale collegamento ma il lavoro da fare nelle grandi realtà metropolitane è di capire il punto di vista dei giovani ed elaborare una risposta attraverso la “ricerca socio-pastorale”.

d. Il timore degli enti locali nel far conoscere la realtà esterna è che poi i giovani tendono a fuggire dai paesi di origine, come evitare lo spopolamento delle province?
R. Il concetto di “Provincia” è in via di estinzione (c’è un progetto di legge in discussione in Parlamento) quindi è necessario che i giovani, dovunque vadano, trovino una realtà disposta ad accoglierli, quindi il problema non è tanto “dove” andare ma “quando” andare e, quindi, non aspettare di aver compiuto 30-35 anni per assumere certe responsabilità ma incoraggiare fin da subito i giovani a “darsi da fare”.

d. Oggi i giovani non si trovano più in una società “liquida” ma “ryzhomica”, cioè senza radici, com’è possibile educare i giovani al Cristo Risorto?
R. Già Max Weber parlava del processo di razionalizzazione che portava ad abusare della burocrazia come una “gabbia di ferro” ed invoca il cinismo, riprendendo la tradizione profetica, per dire che c’è bisogno di figure, idee e movimenti attuali e propositivi che diffondano il messaggio cristiano nella mentalità corrente.

 

Piccole matricole crescono. Indagine sui rappresentanti degli studenti nei corsi di laurea in servizio sociale

 
I comportamenti che si realizzano nel privato si riflettono nel modo con cui si rispetta la cosa pubblica, ad es. a volte abbiamo l’impressione che le istituzioni, specialmente quelle accademiche, siano molto lontane dai cittadini, ma tutto dipende dal modo con cui si costruisce la relazione sulla base dei diritti e delle esigenze soggettive. Quindi il rapporto pubblico-privato può essere distante oppure può essere fatto di continuità in cui la compenetrazione è molto più forte di quanto si pensi e che risente della capacità di mobilitazione collettiva, oltre che soggettiva, dei gruppi sociali e qui entriamo inevitabilmente in un ambito di ragionamento che riguarda la dimensione accademica. Per es. si dice spesso che il mezzogiorno manca di mobilitazione perché c’è una discrasia tra pubblico e privato e addirittura si è sedimentata nel immaginario collettivo l’idea che lo Stato si deve solo sfruttare (una sorta di atteggiamento predatorio), in tal modo mancherebbero i più elementari comportamenti civili che stimolano il rispetto per le istituzioni. Molti, ad es., trascurano il fatto che molti enti di istruzione accademica erogano servizi di assistenza ai propri studenti e che sono veri e propri interventi di servizio sociale. Basti pensare all’alloggio agevolato, alle borse di studio, alle 150 ore per chi vuole integrare la formazione con l’attività lavorativa, il servizio di ristorazione, lo sconto sul biglietto per i trasporti pubblici, etc. Oltre a questi servizi si pone una figura fin troppo spesso oberata da diversi pregiudizi che è quella del rappresentante degli studenti. Questi si ritrova in qualche modo immerso nella realtà accademica e inevitabilmente si ritrova in una posizione privilegiata con i docenti. Si tratta dunque di un ruolo a metà strada tra la sfera privata (amicizia, emozioni, dolore, etc.) e quella pubblica (esami, tirocini, lezioni, etc.). Il problema è, ammesso che ci sia questo divario, capire da cosa è causato: da un arretramento della sfera privata o invece da una bassa autorevolezza della sfera pubblica? 
 
Abstract
 
Scopo dell’articolo è di indagare sulla figura del rappresentante degli studenti nei corsi di scienze del servizio sociale e verificare, al di là dei luoghi comuni, se tale attività assume i contorni di una ”socializzazione anticipata” di assistente sociale in vista di ciò che si dovrà fare una volta abilitati alla professione. 
 
Introduzione
 
Tra le fonti che disciplinano la rappresentanza spicca l’art. 18 della Costituzione della Repubblica secondo la quale «i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale». I rappresentanti degli studenti, quindi, sono persone che si preoccupano di promuovere la presenza degli studenti nella vita universitaria sia denunciandone i disservizi sia aprendo spazi di discussione. Si distinguono a seconda del organo assembleare cui sono legati: Rappresentanti nel Consiglio Nazionale Studenti (CNS): è organo consultivo che formula pareri e proposte al Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca Scientifica (MIUR) in merito ai progetti di riordino del sistema universitario; ai decreti ministeriali riguardanti gli ordinamenti didattici, l’orientamento e la mobilità studentesca; ai criteri per l’utilizzazione di alcuni finanziamenti ministeriali. Il CNS è composto da ventotto studenti universitari, da uno specializzando e da un dottorato di ricerca. Rappresentanti nel Consiglio degli studenti (CDS): è l’organo composto dalla maggior parte di studenti che sono divisi a seconda della lista con la quale sono stati eletti. Si tratta di un organo che più degli altri espone i propri membri alla vita politica, infatti non si prende praticamente nessun tipo di decisioni, ma si danno pareri su regolamenti, manifestazioni di qualsiasi genere e via dicendo. Si possono avanzare anche interrogazioni o proposte, ma deve passare tutto in Senato e Consiglio di Amministrazione. Rappresentanti nel Consiglio di Amministrazione (CDA): tramite questo organo i rappresentanti possono avanzare proposte per ottenere i finanziamenti per le proprie associazioni. Il numero dei rappresentanti degli studenti cambia da ateneo ad ateneo. Rappresentanti nel Consiglio di Facoltà (CDF): questo consiglio non prende decisioni particolari, ma serve più che altro a informare studenti, ricercatori e chi altro, su eventuali cambiamenti di qualsiasi genere: dal regolamento dell’università alla commemorazione di docenti deceduti. L’organo che prende le decisioni è la Commissione Didattica Paritetica (CDP), si dice ”paritetica” ma non c’è nulla di paritario perchè il voto del Presidente vale doppio. Questo organo gode di maggiori poteri decisionali dei precedenti, ad es. sui regolamenti i corsi di studio, sui bandi di assegnazione fondi e via dicendo. Rappresentanti nel Consiglio di Corso di laurea (CCL): questa rappresentanza non ha potere diretto, infatti ogni decisione deve essere approvata o in CDP o in CDF, o in un altro organo ancora. In questa ricerca ci riferiamo ai rappresentati del Corso di laurea in scienze del servizio sociale (CLSS). Altre rappresentanze: sono previste quote di rappresentanti in altri organi quali Comitati e Commissioni varie, Consigli Universitari ad hoc, Dipartimenti, Biblioteche, Enti per il diritto allo studio, etc. 
 
Nota metodologica
 
Le interviste che seguono sono state svolte in un arco di tempo che procede dal 2007 al 2009. Si tratta di 10 domande a risposta aperta. Per la scelta delle domande ho fatto riferimento alla letteratura sulla rappresentanza scolastica, molto ampia a dire il vero, specialmente di tipo informale. Molte volte il dialogo si è prolungato oltre le attese, fornendo diverse notizie su altri argomenti. Il periodo non è stato scelto a caso, sono gli anni turbolenti dell’applicazione a pieno regime della Riforma Moratti del governo Berlusconi che ha creato non pochi mutamenti nel settore. Dato il campione ridotto (8 informatori su 36 corsi di laurea) non è possibile estendere le conclusioni a tutto l’universo di attori del sistema universitario. 
 
Analisi dei dati
 
Motivazioni
 

 «Ho pensato:”se vuoi cambiare il sistema, prima ci devi entrare dentro”».

 
Tutti gli informatori hanno risposto in maniera diversa alla prima domanda su quali fossero le motivazioni che li hanno spinti a candidarsi come rappresentante degli studenti. A fronte della totale eterogeneità di risposte si è deciso di dividere i risultati in base a due categorie: sfera pubblica e privata. I primi rispondono a motivazioni esogene quali ad es. l’attivismo politico, il voler cambiare il sistema, mentre gli altri adducono motivazioni intime, ad es. legate ai bisogni comunicativi che evidentemente percepiscono come carenti. In due casi l’elezione è avvenuta dopo un approccio virtuale cioè tramite gli strumenti interattivi di internet e altri forum on line. In un caso solo è emersa la motivazione di candidarsi in assenza di altri rivali, il che evidenzia una scelta in extremis quasi di ”ripiego”. È inevitabile pensare per chi è studente, così come è assistente sociale, che una delle principali motivazioni per la scelta della propria professione sia l’attitudine nell’aiutare gli altri, tuttavia man mano che si approfondiscono determinati argomenti ci si accorge che ci sono anche delle situazioni intime, quasi latenti, che hanno condizionato il proprio percorso professionale. Forse anche nella consapevolezza a fine carriera che l’aiuto più importante non può trovare soddisfazione fino a che non sia l’individuo in primis ad aiutare sé stesso. Ecco che quindi la scelta di rappresentare gli studenti diventa anche una scelta di portare avanti quegli ideali tipici del servizio sociale quali la promozione della dignità personale e la ricerca dell’autonomia negoziale. 
 
Competenze
 
La maggior parte degli informatori indica tra le competenze il collegamento da realizzare tra studenti e docenti e ciò è inevitabile quando si partecipa ad un’assemblea e si prende la parola magari dopo un intervento scomodo del solito docente contro qualche stereotipo degli studenti. Emerge comunque la sensazione che l’attività di rappresentanza non sia solo limitata agli atti formali, ma anche e sopratutto all’animazione che tale ruolo comporta nell’ambito dei processi aggregativi degli studenti in una facoltà. I nostri pensieri risalgono inevitabilmente a tutti quei assistenti sociali che lavorano presso gli enti ricreativi ed educativi, come ad es. le scuole, gli oratori, le comunità di accoglienza, i centri sociali, cioè si tratta di contesti che richiedono necessariamente determinate attitudini di empatia e di adattamento nei confronti delle sub culture giovanili. Quindi ai compiti tradizionali dei rappresentanti che sono: – rilevare i bisogni e i problemi degli studenti – convocare e partecipare alle assemblee – avanzare proposte ad altri Consigli nell’ambito dell’ordine del giorno – diffondere rendiconti sul proprio operato e su quello dell’università.  Si aggiungono quelli che più servono a rilevare e ad affrontare il disagio giovanile: – accoglienza nuove matricole, per es. illustrando i servizi disponibili agli studenti – monitoring & mentoring (tutorato), per es. aiutare a fare i compiti o prestare appunti – organizzazione di eventi, es. promuovere cineforum e seminari. Per quanto concerne le retribuzioni, la maggior parte svolge i propri compiti a titolo gratuito, mentre quelli stipendiati sono il consigliere di amministrazione, il senatore accademico e il consigliere di Ateneo. L’unico rappresentate intervistato retribuito ha dichiarato di percepire € 23 per ogni assemblea. 
 

 «Volontariato? Divertente. Ho fatto volontariato per anni e non ha niente a che vedere con questo tipo di rappresentanza studentesca. Qui, molte delle associazioni che fanno rappresentanza lo fanno solo per avere finanziamenti e per farsi carriera. Nient’altro».

 
Non è il caso in questa sede di dilungarci sul dibattito sull’art. 36 ”Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata” e neanche sugli esperimenti nei paesi anglosassoni di introdurre la figura dell’assistente sociale a titolo gratuito, ma si ritiene che nelle rappresentanze così come nel servizio sociale professionale, il volontariato è visto più come una partnership piuttosto che come una propria peculiarità. 
 
Partecipazione 
 

«I processi democratici non credo che esistano nell’Università. Le vere informazioni viaggiano in via informale, e naturalmente gli studenti non hanno canali paragonabili a quelli dei professori ordinari. Un segno tangibile della mancanza di democrazia sono i fogli delle firme delle presenze, che non sono in ordine alfabetico, ma in “ordine gerarchico” (noi siamo ultimi insieme al personale tecnico-amministrativo). E’ un particolare vero, ma credo che sia dai particolari che si possa capire molto».

 
La partecipazione dunque è complessivamente scarsa. I rappresentati spesso sono visti come ”capro espiatorio” della situazione, quindi sono oberati dalle richieste incessanti degli studenti solo quando ci sono problemi che non riescono a risolvere da soli, quindi spazientiti e spesso alienati da pesi insopportabili. È giocoforza questa attività di sfogo che i rappresentanti in qualche modo si ritrovano a gestire e che li espone a rischi elevati di burn out, un po’ come avviene per gli attuali servizi sociali. 
 
Politica
 
Degli otto informatori, sette hanno dichiarato di essere stati eletti in una lista schierata politicamente (5 di sinistra e 2 di destra). Il discorso sulla politica si inserisce bene dopo ciò che abbiamo detto sulla partecipazione. La politica da una parte permette di stimolare il dibattito su temi di attualità, d’altro canto può diventare un terreno di scontro e spesso anche di divisioni irreparabili tra le persone. 
 

«Del resto, a fare la differenza qua, sono più le persone che le grandi ideologie»

 
Del resto è impossibile fuggire dalla politica perchè le leggi che governano l’università spesso derivano da decisioni assunte a livello nazionale dalla coalizione che guida il governo. Tornando per un attimo all’item sulle competenze, c’è stato un informatore che ha risposto sulla necessità di far rispettare il regolamento, cosa più che lecita ma che inevitabilmente chiama in causa il fatto di subire un regolamento che è stato deciso da altri che assumevano ruoli e posizioni di potere ben precise all’interno del sistema accademico e che difficilmente potranno cambiare a meno che non si giunga a quelle posizioni di potere. In altre parole si tratta di capire come estendere la partecipazione accademica tramite una politica di sussidiarietà e di gestione autonoma delle risorse. Partecipazione e politica sono quindi argomenti che inevitabilmente implicano la gestione del dissenso, nonché il rispetto delle opinioni altrui anche se polemiche ed invasive, ma mai tali da giustificare la violenza. Un dato interessante sono le associazioni studentesche che costituiscono un ”flusso catalizzatore” degli interessi di socializzazione ma anche di tipo politico da parte di quegli studenti che desiderano essere coinvolti più da vicino nella vita accademica. Attualmente ciascun ateneo dispone di un tot di fondi da destinare alle associazioni che le spendono per organizzare seminari, giornalini o altre iniziative culturali. Non sempre però tali fondi sono ben amministrati come dimostrano i risultati di un report on line di Scienze politiche dove si denunciano gli sprechi di molte associazioni ad es. nell’organizzare concorsi di bellezza e feste in discoteca. 
 
Solidarietà
 
Con questo item si vuole entrare più nello specifico nelle attività di condivisione che quindi rappresenta un passo ulteriore in avanti rispetto alla mera partecipazione. Con tale termine si intende l’insieme di attività tese a condividere e risolvere i problemi più personali. Tre informatori denunciano un livello solidale scarso. Per altri tre varia in ragione di modi e tempi diversi, ad es. fuori la facoltà, nei gruppi di pari, è più forte e si identifica coi rapporti di amicizia, dentro la facoltà è più impersonale quasi asettica. Per due di questi l’attività di condivisione prima o poi si affievolisce fino a scomparire con il termine degli studi. Solo un informatore ha dichiarato la piena soddisfazione al riguardo che si esprime nell’elevato scambio di informazioni, appunti e favori, talvolta anche rischiosa, come ad es. la prenotazione su ”delega” degli esami. Eccetto questo caso, emerge un senso di desolazione all’interno dei corsi di servizio sociale che forse non è molto lontano dall’armonia che ”regna” presso i colleghi assistenti sociali, almeno sulla base di alcune esperienze di tirocinio svolte nei servizi più critici. 
 

 «C’è la sensazione che ognuno si stia chiudendo in sé stesso e miri sempre di più a mettersi al centro del mondo».

 
Bisogna tuttavia considerare che quando si parla di università non si tratta solo di studenti che hanno appena finito la scuola, ma anche di tutta una serie di strati sociali che in tal modo hanno deciso di porre una svolta alla propria vita, come ad es. i giovani liberati dal carcere, gli ex tossicodipendenti o ex alcolisti, i portatori di handicap, figli provenienti da famiglie immigrate, magari che sono già stati seguiti dai servizi sociali ma che ora desiderano assumere delle parti diverse. In tali casi la solidarietà studentesca è più che mai necessaria per rinforzare i legami relazionali e favorire percorsi di inclusione sociale. 
 
Docenti 
 

«Dipende molto dai professori. Con alcuni ho un buon dialogo: con altri i rapporti sono un po’ più conflittuali. Ma ci vogliono anche questi, credo. L’importante per me, è che ci sia un rispetto reciproco che permetta di essere schietti. Meglio un confronto un po più aspro ma sincero, che uno improntato su una finta concordanza».

 
Ecco che uno degli stereotipi più comuni per un rappresentante è di essere un “lacchè” dei docenti e di essersi candidato solo per farsi una posizione e per prendere voti alti. Probabilmente il fenomeno è più evidente nelle facoltà tradizionali quali giurisprudenza, ingegneria o scienze, ma nel caso del servizio sociale si tratta di situazioni completamente diverse che implicano un rapporto diretto con persone che hanno scelto una professione che li pone in contatto con un bagaglio di sofferenze e di vessazioni personali non di poco conto. Ai fini della rilevazione, è stato chiesto ai rappresentanti se ricordassero degli episodi incresciosi o degli abusi compiuti dai docenti e se questi si sono effettivamente pentiti del proprio comportamento. Tre su otto hanno risposto affermativamente, specialmente se il procedimento è avvenuto in maniera ufficiale di concerto con le più alte autorità accademiche. Due risposte concordano sulla recidività dei docenti: 
 

 «Una volta abbiamo fermato un professore che faceva degli esami un po’ strani. Invitava gente casa sua per interrogare. Bocciava chi aveva libri fotocopiati. Lo abbiamo s*******to nel nostro giornalino e da li, per fortuna, il preside ci ha difeso invitando il professore a smettere di avere quell’atteggiamento, se no avrebbero preso provvedimenti. Ci siamo beccati anche una denuncia da questo, per fortuna è stata ritirata. Come tutte le altre!» 

 
Numero chiuso
 
Alcuni corsi universitari prevedono un numero limitato di posti (numero programmato) definito a livello nazionale. La selezione degli studenti è effettuata in base al risultato di un test attitudinale predisposto dal Ministero dell’Università. Generalmente i test, anche se definiti attitudinali, mirano semplicemente a verificare la conoscenza dello studente relativamente ad alcune discipline specifiche, e sicuramente non sono in grado di stabilire la reale attitudine a frequentare con profitto il corso di studi. Questo diritto purtroppo viene eluso in molti modi e questa tendenza pare allargarsi in maniera preoccupante. 
 

 «i cdl di laurea stanno diventando il parcheggio per centinaia di docenti..ed e’ per qst ke si costruiscono cdl ad ok…»

 
Il numero chiuso, quindi, è stato concepito come uno strumento per aumentare relativamente il numero dei laureati diminuendo drasticamente il numero complessivo d’iscritti, per selezionare la massa di studenti in grado di laurearsi nel minore tempo possibile. Al contrario, i tempi si allungano a dismisura perchè la ”caccia al posto fisso” è sempre più spietata. 
 
Principi e fondamenti
 
Anche qui come nel caso delle motivazioni, dato l’elevato numero di risposte diverse, si è preferito suddividerle in due categorie, sfera pubblica e privata, con il risultato di una netta prevalenza della sfera privata rispetto a quella pubblica. Secondo gli informatori dunque sono ritenuti importanti ai fini dell’attività di rappresentanza la predisposizione di certe qualità come ad es. la coerenza, la premura con cui si svolge il proprio lavoro, la libertà intesa come prerequisito per l’autonomia, l’umiltà nel senso di non prevaricare gli altri né assumere atteggiamenti presuntosi, molto facilmente riscontrabili negli ambienti elitari, l’abnegazione e l’imparzialità. Di converso sono ritenuti non meno importanti ma minoritari rispetto all’ambito della ricerca, quei valori riconducibili alla sfera pubblica quali la diplomazia, il lavoro d’equipe e la leadership. In tal senso si può interpretare che l’Università, specialmente quella di massa, è più lontana dai bisogni degli studenti. Un altro principio latente nel senso che non è stato rilevato sulla domanda ma che è emerso in altre parti delle interviste è l’onestà: 
 

 «Ma se proprio dovessi sceglierne per forza una, penso che “punterei” sul Rita Express. Qualcosa di unico, per certi versi irripetibile. Comitati nati spontaneamente in venticinque città italiane (Bologna, Firenze, Milano, Roma, Torino, Trento…) per creare un treno che portasse gli studenti siciliani fuori sede a votare Rita Borsellino, e per “spodestare” Cuffaro (già all’epoca sotto processo per mafia). Un viaggio, che in realtà è stato un ritorno. Scegliere tra chi la mafia l’ha sempre combattuta e chi, sulla mafia, ha costruito parte del proprio successo politico. Qualcosa di più profondo delle classiche dicotomie “destra-sinistra” (per dirla alla Gaber). Il risultato? Più di 30 mila euro raccolti in pochi mesi, ma soprattutto un segnale politico forte, di voglia di riscatto e di onestà. Che purtroppo non è bastato. Ma anche il solo provarci è stato un grande motivo di orgoglio: quasi un dovere, oltre che un onore e un’esperienza splendida». 

 
Progetti e speranze
 
Si tratta di una domanda che in qualche modo pone il rappresentante dinanzi ad un bilancio, anche se parziale, del proprio operato. La riflessione evidenzia delle luci (speranze) così come delle ombre. Molti problemi, come si è visto, riguardano la vita quotidiana degli studenti e più in particola di come le decisioni sono più spesso subite che partecipate. Si pensi al caso dei verbali di Consiglio. Attualmente per richiedere la copia di un verbale occorre avere un interesse, cioè bisogna dimostrare di essere in qualche modo coinvolti nell’argomento discusso (artt. 21-25 L. 241/90). In tal modo però diventa quasi impossibile trovare l’argomento idoneo. Ecco perchè i rappresentanti potrebbero realizzare dei ”resoconti”, più o meno dettagliati, delle assemblee alle quali partecipano in modo da diffonderli tra gli studenti. L’interesse all’accesso agli atti amministrativi è l’interesse di tutti. Bisognerebbe fare in modo che i verbali siano visibili e consultabili presso le bacheche o presso le pagine web. Per chi non dispone di una connessione potrebbe tornare utile installare una cassetta dei reclami in facoltà così come di affiggere gli avvisi presso una bacheca. 
 

 «Se consideri che in tutto l’ateneo solo il 15% è andata a votare (bella rappresentanza vero?). Ma mi sono anche reso conto che agli studenti frega molto poco. L’importante è che abbiano i loro servizi, poi non importante chi li ha ottenuti o dati».

 
Altri due servizi di tipo integrativo consistono nell’organizzazione di una serie di figure del terzo settore e di banche del tempo che affiancano lo studente per il tempo diurno, in casi eccezionali anche notturno, e il ”laboratorio didattico” che consiste nell’insegnamento di metodi e tecniche di studio. Probabilmente la prevenzione dell’abuso di potere dei docenti dovrebbe coinvolgere principalmente un qualche servizio indipendente che dovrebbe rispondere a esigenze del tipo: – sostenere la relazione tra docente e studente; – insistere sia sull’informazione che sull’intervento; – condividere gli strumenti di valutazione e segnalazione tra tutte le professioni che lavorano in ambito accademico; – in situazioni di sospetto garantire un iter protetto comprensivo di procedure, protocolli e prassi al fine di tutelare la privacy dello studente o del docente.
 
Un servizio che che è molto apprezzato per questo genere di problemi è il ”centro di ascolto” in cui un gruppo di studenti si organizza a turno per gestire, all’interno di uno spazio della facoltà, uno sportello di ascolto di segnalazioni e problemi degli studenti. Si tratta certamente di una proposta che più delle altre introduce lo studente a vestire i panni, seppur in maniera più soft, di un assistente sociale. 
 
Altri problemi
 
Rientrano in questa categoria tutte le informazioni extra che gli informatori hanno saputo fornire al di fuori dello schema predeterminato di domande. 
 

 Soprattutto perché bisogna intendere cosa si intende per partecipazione. Uno studente che si informa sta partecipando? In una forma limitata si, perché comunque, chiedendo, ti da anche segnali su quelle che sono le sue priorità e le sue idee. Così intesa la partecipazione è molto più ampia – anche se molto, troppo informale – di quello che a prima vista sembrerebbe. Poi c’è un secondo gradino, quello non solo del chiedere ma anche del fare e del supportare attivamente. Qua siamo già un po’ più carenti, purtroppo. 

 

L’eliminazione dei test a crocette. Una modalità d’esame che trovo veramente svalutativa per l’Università e per l’intelligenza degli studenti, che vengono valutati sulla base di risposte standardizzate e nozioni superficiali. In sostanza, universitari scambiati per concorrenti dei quiz televisivi della prima serata. Però, a quanto pare, i test a crocette, soprattutto se fatti in aula informatica, sono troppo comodi per chi dovrebbe correggere. E, a dire il vero, questi test piacciono anche ad un numero rilevante di studenti, che credono che passare così, sia più semplice. Andando per tentativi sostanzialmente. Una speranza illusoria a mio parere e che, soprattutto, porta ad auto-svalutarsi, e che dovrebbero essere gli studenti per primi a non dover accettare. 

 
Conclusioni
 
La ricerca raggiunge un certo interesse perchè permette di considerare per la prima volta il punto di vista degli studenti che troppo spesso sono considerati alla stregua di una serie di matricole. Essere assistenti sociali implica qualche volta di essere investiti da una sorta di vocazione che implica l’agire al di fuori degli schemi e della routine quotidiana. La rappresentanza quindi può certamente costituire un terreno di prova di servizio sociale ma può diventare anche un boomerang se non è sostenuto dalla collettività degli studenti. Ciò non significa considerare i rappresentati esclusivamente come dei delegati o come dei porta-ordini dei docenti, piuttosto significa ampliare le competenze non solo di tipo organizzativo ma anche relazionale e di animazione.
 
Lo stesso nome ”rappresentante” afferma qualcosa che è imprescindibile dalla vita democratica di ogni società civile. Sebbene la bassa affluenza che si riscontra sistematicamente alle urne, può far pensare all’importanza delle proprie capacità relazionali, quali fare gruppo e stimolare il dibattito, piuttosto che quelle organizzative e metodologiche. L’aspirante assistente sociale si troverà comunque ad affrontare tutte le situazioni che richiedono tali competenze. Ad es. in caso di liti o dispute dovrà agire con metodo e cioè ascoltando prima le due campane, senza prendere partito, cercando di conciliare le parti e magari tramite un contraddittorio finale. Organizzare significa non solo conciliare gli impegni personali con quelli che richiede la carica istituzionale, ma anche e sopratutto affidarsi ad uno staff di amici e collaboratori che partecipino all’attività di rappresentanza, ad es. per la diffusione e la rilevazione delle notizie. In tal modo si possono evitare i rischi derivanti dal burn out professionale e dalle pericolose derive dell’impostazione gerarchica rappresentante-resto del mondo. Non si sa quando verrà il giorno in cui i dirigenti dei servizi dovranno sottoporsi alla prova elettorale, cosa che non sarebbe del tutto sbagliata in funzione di una maggiore diffusione del sistema democratico, tuttavia l’attività di rappresentanza certamente pone lo studente di fronte alla responsabilità di restituire i risultati del proprio operato alla collettività, cosa che allo stato attuale è limitata all’ordine professionale.
 
È impensabile che tutto si esprima in un ruolo burocratico. Non si può pensare a un servizio sociale come un pozzo dove tutti ”vomitano” informazioni. Bisognerà pensare a qualcosa di diverso dove poter dedicare degli spazi appositi alle narrazioni e al gioco, dove poter recuperare lo spirito delle origini, dove si possa tranquillamente evadere dall’inferno accademico, in fondo anche questo è servizio sociale: un gigantesco imbuto di emozioni. Un luogo di sperimentazione democratica dove si lascia spazio al dissenso e alle opposizioni, dove le norme sono create e condivise dagli studenti stessi, e soprattutto dove è bandita qualsiasi forma di emarginazione, perché non si può essere assistenti sociali solo di nome. L’atteggiamento di chiusura, l’intolleranza per le critiche e i voltafaccia improvvisi sono tutti elementi che rientrano nell’economia delle emozioni che però prescindono dal mandato che si assume una persona con incarichi di responsabilità. Ecco perché la prima proposta è di approfittare di questo frangente pentecostale e di ripianare tutte le divergenze che sorgono tra i due forum e creare una grande alleanza virtuale: siamo assistenti sociali, guardiamo avanti e continuiamo a lavorare per il benessere degli studenti. 
 
Proposte per l’avvenire
 
A fronte di quanto detto potrebbe risultare utile l’istituzione, in seno all’Ordine professionale degli assistenti sociali, di un organo di coordinamento di tutti i rappresentanti dei corsi di laurea in servizio sociale. Il contributo dell’Ordine servirebbe per evitare strumentalizzazioni da parte dei partiti politici sebbene ciascuno possa ritenersi libero di professare le proprie idee nel rispetto di quelle altrui. Ma il collegamento con l’Ordine potrebbe tornare utile anche nel caso in cui si vogliano formulare delle linee guida sull’organizzazione di tutta una serie di servizi in favore degli studenti e che coinvolgono l’esercizio della pratica professionale, ad es. la gestione dei tirocini e il collegamento con il mondo del lavoro. Attualmente esiste presso il MIUR un Forum delle associazioni studentesche ma è valido solo per quelle scolastiche.
 
Dubbi invece sorgono sull’utilità di pubblicare un manuale del rappresentante che soffocherebbe lo spirito d’iniziativa di ciascuno e l’autonomia che sono indubbiamente due caratteristiche del buon servizio. Come assistenti sociali siamo chiamati, infatti, a servire e non certo ad essere serviti. Ci vogliono persone coraggiose e non delle modelle che fanno le sfilate in consiglio. Chi si è assunto un compito, infatti, deve avere la dignità e il coraggio di portarlo a termine sino in fondo senza ripensamenti. Invitiamo pertanto tutte le persone di buona volontà di farsi avanti e di sfidare le nuove prove che richiedono la rappresentanza con spirito di abnegazione e rinnovata fiducia. Resta però ancora una riflessione da fare circa l’utilità di eleggere nuovi rappresentanti se questi seguono politiche autoreferenziali. Mi spiego meglio. Se assumere una carica significa essere prediletto dai docenti, il che può indurre ad essere sedotto dal potere e di abusarne, allora non sarebbe meglio voltare pagina verso l’autarchia degli studenti? Non sarebbe meglio ritornare allo spirito delle origini della professione e di livellare le gerarchie? In fondo anche questo è lo spirito del servizio sociale, cioè quello di tutelare l’uguaglianza sul piano virtuale e formale tra gli utenti. 
 
Bibliografia
 
DALL’ASEN L., La riforma universitaria, “Problemi minorili”, 1, pp. 53-59, p. 57 (sta scritto di sostituire il numero chiuso con gli ”esami attitudinali”), 1972. 
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FUCHS EBAUGH H.R., Becoming and ex: the process of role exit, Chicago, University of Chicago Press, 1988. I piani di studio liberi nella L. 910, “Problemi minorili”, 3, 1970, pp. 351-52. 
LAVE J., WENGER E., L’apprendimento situato: dall’osservazione alla partecipazione attiva nei contesti sociali, Trento, Centro studi Erickson, 2006. 
MINERI A.,
 – (1969) Stampa studentesca, “Problemi minorili”, 1-2, pp. 83-87; 3, pp. 249-252; 4, pp. 399-402; 5, pp. 531-535; 6, pp. 705-08.
 – (1973) Apoteosi e declino della stampa studentesca, “Problemi minorili”, 2-3, pp. 213-21. 
PALERMO M.T., SILVESTRO N., Legislazione universitaria, Napoli, Simone Editore, 2002. 
RITA DI GORO, “Come rappresentare i genitori e vivere felici”, Ed. Bignami. 
 SCHLEIERMACHER F. D.E., Sull’università, Napoli, Città del Sole (tit orig.: Lehen und Werk), 1995. 
“Manuale di sopravvivenza del Falconiano” – Commissione P.O.F. Istituto Superiore Statale “G.Falcone”, Bergamo Valutazione della didattica a.a. 2008/09: livello di soddisfazione degli studenti frequentanti, Università degli studi di Napoli Federico II. Ufficio di pianificazione strategica e valutazione, Napoli, 2010. 
 
Nomografia
 
Costituzione Artt. 18 ”Diritto di libera associazione”, 36 ”Diritto alla retribuzione”. DM 04.05.2001 n. 82 art. 1 ”Forum nazionale delle associazioni studentesche maggiormente rappresentative”. DPR 31.05.1974 n. 416 in DLgvo 16.04.1994 n. 297 ”Testo unico delle disposizioni legislative in materia d’istruzione, relative alle scuole di ogni ordine e grado”. L. 07.08.1990 n. 241 ”Regolamento recante nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti” 
 
Dittiografia
 
 
Appendice
 
Prospetto delle domande 1. Come è nata l’idea di candidarti come rappresentante degli studenti? 2. Quali sono i compiti che svolgi come rappresentante? 3. Qual è la partecipazione dello studente alle attività di rappresentanza? 4. Quale livello di solidarietà tra studenti? 5. Quali sono le problematiche riscontrate? 6. Presso di voi sono presenti associazioni studentesche e, se si, sono schierate politicamente? 7. I professori riescono a ravvedersi dei loro comportamenti devianti? 8. Qual è la proposta che ritieni più opportuna per risolvere il problema della presenza prolungata degli studenti nell’università? 9. Quali sono tre principi che un rappresentante non dovrebbe mai dimenticare? 10. Sei complessivamente soddisfatto del tuo operato? Cosa ancora desideri realizzare?

Oltre la porta chiusa

Nell’ambito del bando della Provincia Autonoma di Trento “Promozione della sicurezza del territorio, della cultura della legalità, della convivenza e sostegno alle vittima dei reati”, per il quale sono pervenute numerose proposte da tutto il Trentino, è state approvato il progetto “Oltre la Porta Chiusa”, promosso dal Comune di Rovereto, dall’Associazione Famiglia Materna e dalla Cooperativa Punto d’Approdo. Il bando della Provincia definiva i presupposti per un’idea che consentisse di coniugare la sicurezza con il Welfare locale, alla luce della Legge provinciale 8/05 “Promozione del sistema integrato di sicurezza e disciplina delle politiche locali”. Il progetto è motivato dai contenuti della Campagna Europea “Oltre il silenzio”, promossa contro la violenza familiare, coinvolgendo la comunità locale della Vallagarina, dove si stima un valore di 1,7 casi di violenza per ogni mille famiglie. Il Comune di Rovereto, come già detto, si è avvalso della collaborazione di due enti che lavorano nel terzo settore: la Fondazione Famiglia Materna e il Punto d’Approdo che, complessivamente, accolgono nelle proprie strutture circa settantaquattro persone di cui in parte minori. Secondo l’Associazione Laica Famiglie in Difficoltà (ALFID) ci sono più di sessanta famiglie, solo nel comune di Rovereto, che rivendicano aiuti per superare dei conflitti interni.
 
Il fenomeno dell’abuso dei mezzi di correzione, nonostante le cifre, si ritiene sia ampiamente sottovalutato, e si presume che sia diffuso in ampi strati della popolazione a tal punto che solo una minima parte delle violenze totali denunciate, in ambito familiare, hanno conseguenze penali sugli offender. Un altro dato, più rassicurante, è che gli interventi delle forze dell’ordine sono in diminuzione, le richieste, infatti,sono diminuite dalle 943 nel 2006 alle 150 nel 2008. Alcuni servizi, quali la mediazione familiare del comune di Rovereto, cercano di limitare le conseguenze per il bambino nei casi di separazione e conflittualità. Questo intervento è considerato tra i più inefficienti, infatti, considerando il periodo 2001-07 solo cinque coppie hanno concluso il percorso di mediazione. Un altro dato che suscita perplessità è che su un bacino d’utenza di circa 10.000 famiglie solo quindici hanno voluto accedere a tale metodologia di aiuto. Il servizio di consultorio familiare, attivo presso gli uffici del comprensorio, introdotto a seguito della legge provinciale 20/77, è un servizio dell’Azienda per i servizi sanitari (APSS) ed è organizzato nell’ambito dell’integrazione ad alta rilevanza sociosanitaria. Al contrario la mediazione familiare, che affonda le radici nella legge provinciale 14/91, è un servizio del Comune di Rovereto. Entrambi si occupano di mediazione, ma essendo diversi gli enti di riferimento, ne mutano anche l’efficienza del funzionamento e l’efficacia delle prestazioni. I dati della Cooperativa Punto d’Approdo indicano un fenomeno preoccupante: diminuiscono le accettazioni di minori ma aumentano quelle degli adulti. In altre parole mentre in passato il nucleo familiare poteva garantire un probabile rientro del minore in famiglia, attualmente non si profila più tale opportunità a causa della “liquidazione” di questa cellula sociale.

Il progetto “Oltre la Porta Chiusa” si configura come il primo progetto comunitario di salute. “Primo” perché introduce nuovi modelli di intervento in cui non è la vittima ad essere allontanata dal contesto deviante, è l’offender, semmai, ad attirare l’attenzione dei servizi che adottano misure alternative al percorso penale e favoriscono l’accoglienza in comunità di recupero, tramite metodologie ad hoc quali l’auto mutuo aiuto; “comunitario” perché si inserisce in una campagna di più ampio ambito europeo; “di salute” perché chiama in causa il concetto d’integrazione socio-sanitaria. Il nuovo modello, che il progetto si prefigge di introdurre, vede la violenza come risultante di un processo di acquisizione culturale e di assunzione di certi pattern devianti, insiti nelle relazioni e nel vissuto storico familiare. Si tratta di una vera e propria rivoluzione, secondo cui il maltrattamento e la violenza familiare nascono come comportamenti, le quali cause, sono indagate nella modalità di gestione della relazione interpersonale, in rapporto alla rappresentazione e alla percezione che l’utente ha di sé stesso. Il titolo stesso rimanda a qualcosa di più di un semplice slogan. “Chiusa” per indicare l’intimità delle valli trentine, specialmente quelle più tradizionaliste dove regna il silenzio, cioè un segreto che non fuoriesce dalle mura di casa e che rimane imprigionato nello spazio simbolico dell’offender. “Porta” è una dimensione che ricalca il mito del passaggio, del cambiamento e della dicotomia esteriore-interiore. “Oltre” si esprime come un segnale di speranza che implica un’azione dirompente verso i confini culturali, i pregiudizi, gli stereotipi e che implica uno sguardo nuovo verso ciò che è trascendente. Il progetto sociale diventa, così, parte integrante di un più ampio disegno.

Obiettivi di “Oltre la Porta Chiusa” sono:

1. Integrazione socio-sanitaria: interessa tutti i professionisti che svolgono la propria attività sul territorio lagarino nel campo della violenza familiare;
2. Proposta dell’ Integrated Domestic Abuse Program (IDAP: metodologia di intervento rivolta alle persone abusanti (offender) introdotta per la prima volta negli Stati Uniti nei primi anni ottanta e ripresa con successo dai servizi sociali inglesi alcuni anni or sono, coinvolgendo numerosi attori quali pianificatori, operatori sociali, tirocinanti, educatori, impiegati pubblici, rappresentanti del terzo settore, personale delle forze dell’ordine e del sistema penale.
3. Esposizione della Mostra Interattiva “Conflitti, litigi e altre rotture”: sensibilizzare la comunità locale sul problema della violenza familiare, coinvolgendo le istituzioni formative nel periodo dal 7 gennaio al 7 marzo 2009;
4. Elaborazione di una bozza di progetto per il programma “Daphne III” bandito dalla comunità europea circa i diritti fondamentali e la giustizia finalizzata a far emergere l’abuso sommerso e ad organizzare dei servizi per il sostegno alla genitorialità.

La metodologia di “Oltre la Porta Chiusa” si fonda sull’approccio maieutico, che rappresenta il conflitto come una risorsa straordinaria che ci consente di vivere in modo più costruttivo le relazioni. Mentre il conflitto appartiene all’area dell’ερος, che crea attrazione così come repulsione, la violenza risiede nel θανατος, cioè la cultura della morte e della distruzione. Non è un caso che tra i tanti luoghi comuni, che la cultura dominate propone, ci sia quello secondo cui, per favorire la pace sociale, sia necessario evitare le polemiche e le discussioni, in favore di una diplomazia alquanto ambigua ed effimera. Il metodo in questione di fonda su due principi: “sincronizzazione” che è la capacità di assumere un ruolo innovativo nello scenario critico tale da indurre a una consapevolezza euristica; “sostenibilità” che è la capacità di aggregare a qualcosa che già si possiede, attraverso un effetto domino positivo che unisce esperienze di vita e che dipende dalle attitudini di risposta del soggetto.

Non esiste una soluzione definitiva ai conflitti, che sono considerati innati alla natura umana e perciò necessari al proprio sviluppo, però emerge una rielaborazione simbolica che ne permette il controllo, grazie alla gestione delle risorse, sia interne, quali il vissuto storico e psichico, sia esterne quali la capacità maieutica dell’operatore o del counselor, che aiuta il discente ad un progressiva “gnosi” di se stesso secondo una progressiva crescita che può condurre da uno status di shock iniziale all’ευθυμια finale. Il conflitto è ingestibile, se tenuto nascosto, tuttavia, solo chi lo assume e percepisce l’avversario come parte integrante di sé, possiede la competenza per trasformare il conflitto in un processo maieutico di rigenerazione.

Fonti

Interprofessional health & social care in Trentino: la progettazione sociale in favore dei minori vittime di abusi“, Tesi discussa da Luigi Badolati in occasione della laurea specialistica in “Metodologia e Organizzazione del servizio sociale”, Università degli Studi di Trento.

Protocollo d’intesa