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Reddito di Cittadinanza e assegno unico

Seminario organizzato dall’Università di Trento nell’ambito del Seminario sul lavoro, impresa e welfare nel XXI secolo.

Introduce Chiara Saraceno che tratta una relazione sul Reddito di cittadinanza e l’assegno unico. Si tratta di due istituti che meriterebbero un seminario proprio per ciascuno perciò in questa sede analizzeremo le criticità riscontrate nell’attuazione. Specialmente il RdC che è quello che ha subito più critiche e un forte ridimensionamento dal governo. L’assegno unico non partirà prima del marzo 2022 e quindi non ha dati che possono dire qualcosa sui suoi risultati eccetto l’assegno “ponte” del secondo semestre di quest’anno che pure è stato criticato da più parti. In comune c’è l’obiettivo redistributivo l’uno quantificato a livello amministrativo l’altro sulla base delle condizioni familiari. Si tratta di due strumenti innovativi tendenzialmente universali che sostituiscono le misure categoriali (assegno al nucleo familiare, assegno sociale, bonus bebè, varie detrazioni per i figli a carico, etc.) e le misure di sostegno al reddito per le categorie in estremo status di povertà. L’Italia viene tuttora da un sistema di welfare frammentato laddove la povertà è tipica di famiglie numerose con tre o più figli minorenni. Potrebbero essere considerati anche come complementari in quanto l’assegno unico può essere un modo per ridurre la povertà delle famiglie con tassi di povertà superiori ai tassi degli adulti e degli anziani perciò l’assegno per i figli può essere un elemento che serve a far uscire la povertà senza passare per i servizi. La povertà infatti è sottesa allo squilibrio tra reddito disponibile e numero di membri familiari. L’assegno unico in particolare viene da un percorso non facile, una legge presentata a marzo scorso che doveva incentivare l’occupazione delle madri anche se ogni misura legata alle condizioni economiche di fatto è un forte disincentivo ad un secondo reddito. Il decreto approvato a fine novembre doveva definire le norme di attuazione ma non è riuscito a trovare un compromesso tra la selettività e l’universalità redistributiva per cui si può parlare di una via di mezzo (universalismo temperato). Alcuni studiosi tra cui l’associazione Ariel hanno proposto un orientamento più spinto che in ogni caso non è messo in discussione perché supera la frammentazione preesistente come già detto. La legge non è esente da limiti: c’è un premio alla fecondità che parte dal terzo figlio e ciò può sembrare paradossale visto che in Italia il tasso di fecondità è sceso a 1,27; c’è un importo ridotto per i figli minori di 21 anni; ci guadagnano solo i lavoratori autonomi e incapienti; rimane aperta la questione del reddito al secondo percettore anche se entrambi i genitori lavorano. Sul Reddito di cittadinanza c’è stato un acceso dibattito e non è un caso che sia arrivato così tardi in un paese dove il salario minimo ha sempre avuto un a certa diffidenza specialmente dai più tradizionalisti che vedevano in questa misura un incentivo all’assistenzialismo. In Italia si è fatta difficoltà a riconoscere che la povertà fosse un problema non tanto alla mancanza di lavoro ma al disagio che c’è dietro e alla manovalanza della criminalità organizzata. Si tratta di una misura composita dotata cioè da un assegno economico e da altre misure di accompagnamento rivolto a persone in status di nullatenenza: è povero solo chi non riesce a consumare un paniere di bene essenziale (gli indicatori sono piuttosto frammentari suddivisi in 9 ambiti ciascuno per diverse ampiezze familiari e diversi contesti territoriali). Uno dei problemi del RdC è stato capire la differenza tra povertà assoluta e relativa in quanto il provvedimento iniziale era stato pensato per persone in cerca di occupazione a prescindere dalla situazione economica e non a caso era stato previsto un sistema di mediazione (navigator) per la ricerca di lavoro. In realtà per raggiungere tale sistema era stato previsto un finanziamento enorme (17 mila miliardi) che a causa dell’emergenza sanitaria non è stato possibile coprire perciò da una parte è stato ridotto l’importo specialmente per chi aveva la casa di proprietà e d’altra parte è stata introdotta una scala di equivalenza che penalizza le famiglie con figli minorenni (anche nell’Isee c’è la scala di equivalenza senza però raggiungere i criteri di squilibrio del RdC). Un altro limite è stato il requisito della residenza in Italia da almeno 10 anni il che ha escluso il 30% di poveri stimati in Italia. Il RdC è stato presentato come uno strumento di politica attiva del lavoro che però è improprio perché tra i percettori non ci sono solo coloro interessati a entrare nel mercato del lavoro e poi perché mancano ancora le competenze nei Centri dell’impiego per sviluppare tutto il sistema. Secondo i dati 2/3 dei beneficiari non sono occupabili nel breve termini sia perché sono cagionevoli sia perché l’emergenza sanitaria non consente un dispiegamento uniforme di forza lavoro. Accanto alle politiche attive del lavoro ci doveva essere anche un altro percorso coordinato e gestito dai servizi sociali territoriali diretto all’inclusione sociale per coloro che non possono essere assunti. Infine se si dovesse pensare a persone che rifiutano il lavoro, alcune norme disincentivano dal lavoro regolare specialmente per chi già lavora “a nero” (per ogni 10 euro che guadagna, 8 sono alienati dal RdC) e poi quando devono fare la rendicontazione (DSU) tutto viene ricalcolato secondo criteri amministrativi e non reali. La commissione governativa di proposta di modifica del RdC ha proposto di abbassare l’aliquota marginale che è poi sparita dalla finanziaria stessa. Oggi è passata l’idea di guardare all’Isee come strumento più equo in realtà contiene dei dati obsoleti ed inoltre è suscettibile di svalutazione da parte delle banche, es. chi ha non ha reddito ma gode di un certo margine di risparmio. Il governo chiede di spendere tutto il RdC nell’arco temporale del mese solare e ciò può sembrare paradossale in un tempo come quello che stiamo vivendo dove domina il risparmio perché alcune spese non cadono per ogni mese, es. un paio di scarpe per i figli. Qui c’è un problema morale e c’è chi pensa che chi non spende tutto poi non dimostra di essere così povero come sembra in realtà le politiche sociali dovrebbero incentivare al risparmio e non viceversa. La soglia di reddito al RdC e che definisce agli importi è uniforme per tutto il paese anche se il costo della vita è diverso da città a città. L’obiezione è che differenziare le soglie non consente di livellare le diseguaglianze, es. Milano e la Brianza. Inoltre se è vero che il costo della vita è più alto nel centro-nord, è anche vero che la distribuzione di beni pubblici (scuola, servizi sociali, ospedali, trasporti) è molto diversificata con picchi di inefficienza al sud. Segue dibattito:

La complementarietà tra AU e RdC: come vincere gli ostacoli per l’integrazione?

Queste due misure vanno nella direzione di un welfare universalista che in Italia gode di una lunga tradizione sebbene molto rimaneggiata negli ultimi anni dalle politiche di “austerity”. Anche nel caso dell’AU si esce da una frammentazione e da logiche contraddittorie che usavano il criterio del reddito per fini categoriali. Entrambe rappresentano delle buone soluzioni almeno in teoria inoltre l’AU in termini fiscali pone l’Italia in controtendenza rispetto a ciò che sta accadendo in Europa dove da trasferimenti diretti si è giunti ad un uso inflattivo di detrazioni fiscali che sono meno eque perché abbassano le aliquote. La legge istitutiva del RdC prevedeva inizialmente una certa varietà di obiettivi non tanto per contrastare la povertà ma per il sostegno all’occupazione delle categorie più deboli (neomamme, appena maggiorenni, etc.) nell’idea che il figlio è un valore aggiunto al bilancio familiare. Tutto sommato la scelta “universalistica” è salvaguardata anche nell’obiettivo di valorizzare il tasso di prolificità della popolazione e non solo nella redistribuzione della ricchezza.

La scala di equivalenza è la stessa dell’Osce? Come superare il problema della standardizzazione degli indicatori?

Tra le due scale (0,3 e 0,2) c’è solo apparentemente una certa somiglianza ma in realtà c’è molta differenza per gli utenti dei servizi che devono affrontare la quotidianità. Il livello di copertura finanziaria non consente di scremare l’importo anche perché il sistema italiano è più favorevole a proteggere le famiglie con adulti anziani a carico mentre danneggia le madri che lavorano. I motivi di esclusione riguardano il reddito, il risparmio e le proprietà immobiliari. L’Osce ci chiede di approvare una ricerca dell’impatto delle misure sulla popolazione ma se vediamo le prese in carico dei Centri per l’impiego si scoprono cifre irrisorie il che ci fa dubitare non tanto se le persone hanno trovato lavoro o meno ma che addirittura non siano state profilate a livello statistico-metodologico. I famosi Progetti di utilità collettiva (Puc), che dovrebbero riguardare sia i lavoratori che i fuoriusciti, sono stati definiti inefficaci perché solo il 37% dei progetti è stato finanziato.

Il RdC è stato tacciato di assistenzialismo, cosa sappiamo delle misure di universalità a fondo perduto?

Il requisito di universalità non risolve il problema della povertà perché offre solo una quota sganciata dalla realtà del bisogno che varia da persona a persona. Da una parte ridurrebbe l’integrazione del reddito ma non risolverebbe il problema della spesa effettiva.

Calcolando le soglie differenziate, la distribuzione del rischio ne risente?

Non è solo un problema delle diversa dotazione di beni pubblici perché non interviene nella quota base di RdC che di fatto è altissima laddove le Regioni possono integrare sia in termini di accesso che di importo, es. in Germania l’integrazione è applicata al canone di locazione mentre in Spagna fanno solo integrazioni sul reddito.

In che modo il fattore Covid come può condizionare le politiche di sostegno al reddito?

I fautori del RdC si proponevano di trovare una soluzione ad una scala di equivalenza che danneggiava i minorenni ma in realtà il RdC è aggiunto al reddito a prescindere da chi è nullatenente. Se il RdC deve garantire il soddisfacimento dei bisogni non si capisce del perché dovrebbe essere tolto a chi già gode di un certo reddito. Se l’AU funzionerà, lo sarà per chi riesce a entrare nel mercato del lavoro mentre chi ne esce, perché malato o invalido, rimarrà povero per sempre.

Approfondimenti

Pacifico D., Assegno unico per i figli molti guadagnano pochi perdono
https://www.lavoce.info/archives/91310/assegno-unico-per-i-figli-molti-guadagnano-pochi-perdono

Non fermare un cuore che batte

Incontro con Gianna Jessen in collaborazione con l’Associazione “Provita Onlus” presso l’auditorium del collegio arcivescovile di Trento.

Gianna Jesenn è una donna americana che racconta di essere sopravvissuta ad un tentativo di aborto. Sua madre a 17 anni rimase incinta e dopo 7 mesi di gravidanza si rivolse a “Planned Parenthood” la clinica abortista più grande al mondo. La donna ricorse alla soluzione salina che corrode il bambino e lo acceca fino a negargli la vita. Il feto dopo 29 settimane avrebbe dovuto manifestare ustioni o cecità ma invece è sopravvissuto (“molte persone non sanno che già a 16 giorni dalla fecondazione si può sentire il battito cardiaco). Sulla cartella clinica c’è scritto il peso rilevato alla nascita che risultava meno di un chilo. Il medico abortista in realtà non era in servizio al momento della nascita e, quando fu chiamato a testimoniare al processo per un altro caso, disse che in tutta la sua carriera, a fronte di un milione di aborti, aveva visto solo quattro casi di feti sopravvissuti (200 in tutto il mondo). L’infermiera chiamò l’ambulanza e pose il feto in un incubatrice con una diagnosi di paralisi cerebrale dovuta alla mancanza di ossigeno durante la procedura di tentato aborto. Ci fu un affidamento di emergenza ad una coppia di coniugi e poi, dopo 17 mesi, fu adottata da Penny Jessen. L’adozione di per sé non è negativa ma la piccola Gianna non l’ha subito accettata e manifestava tutta la sua ritrosia con la stessa forza di volontà che le consente di portare la sua testimonianza in tutto il mondo. Chiunque, con la propria forza di volontà, può raggiungere qualsiasi obiettivo e ciò non deve essere stigmatizzato. Il vittimismo ci induce a pensare che le cose che ci succedono determino la nostra vita. Uno degli argomenti a favore degli abortisti è che, se il bambino presenta degli handicap, i genitori hanno diritto di vita e di morte su di lui (“forse ci stiamo dimenticando che è dalle persone più deboli da cui possiamo trarre più saggezza). I dottori dissero che la bambina non avrebbe potuto trascorre una vita normale e addirittura che non avrebbero tenuto la testa dritta ma solo rimanere in un letto. Gianna non sapeva se il danno fosse permanente o temporaneo ma faceva fatica a mantenere l’equilibrio (“coloro che si lamentano della propria vita dovrebbero pensare a chi sta peggio”). Con la fisioterapia a 3 anni fu possibile imparare a camminare fino al punto che nel 2005-06 le fu possibile partecipare a due maratone a Nashville (7 ore e 7 minuti) e Londra (8 ore) e non esclude che in futuro possa scalare una montagna. A 3 anni la bambina fu adottata dalla figlia di Penny, Diana De Paul, senza la quale non sarebbe stato possibile crescere in maniera normale. A 10 anni ha subito un intervento chirurgico alla colonna vertebrale. Penny è scomparsa 4 anni fa dopo che si è presa cura di altri 56 bambini con disabilità gravi. Più tardi è stato possibile per Gianna conoscere la sua madre biologica che non spiegò le motivazioni del suo gesto ma con la quale instaurò un buon rapporto. In America c’è una correlazione tra gravidanza e denaro: più è avanzata, più le cliniche ci guadagnano. Secondo Gianna l’80% delle notizie sono parziali quindi non tutto ciò che si legge corrisponde a realtà, es. nessuno ha detto che Trump può modificare la composizione della corte suprema americana in modo da cambiare la legge sull’aborto. In Italia la legge 194/78 ha impedito a 5 milioni 850 mila bambini di nascere (la cifra aumenta sensibilmente se si considerano le pillole abortive ed altri anticoncezionali) ed altri 3500 ne muoiono ogni anno e molti paesi stanno rafforzando la normativa abortista, es. il parlamento francese ha deciso di aumentare le sanzioni per chiunque intende informare, tramite il web o altri supporti multimediali, sulle alternative all’aborto. Viene trasmesso un cortometraggio che illustra la vita di un bambino nei primi mesi di vita. Secondo Madre Teresa di Calcutta l’aborto è il più grande nemico della pace e ogni persona fin dal concepimento ha diritto alla vita. Gianna “chiede perdono” a tutti gli uomini che hanno incontrato donne cattive che non sopportano più l’essere “uomo degli uomini”, come se volessero togliere la loro parte più nobile ma in realtà sono stati fatti per essere grandi, fin dal concepimento, e non per essere passivi. Questa grandezza si esprime nel corteggiare la donna (“hai presente quanto cibo mangiamo noi donne!”) e non nell’usarle o maltrattarle. Oggi c’è la mentalità dell’uomo onnipotente e che la pornografia sia un’abitudine normale per un maschio adulto o adolescente. In realtà siamo stati fatti ad immagine e somiglianza di Dio e la pornografia disonora le donne perchè non permette più di guardarle con occhi limpidi. Chi durante la propria vita non si è comportato bene coi propri genitori o ha subito da loro un torto si rivolga a Gesù e prenda esempio da Lui. Gesù è una figura importante perchè ci porta a compiere imprese impossibili. Una delle prime cose che ci viene in mente sono la serie di miracoli che ha fatto e non ha senso credere e vivere per Gesù immaginando che lui si vergogni di ciò che c’è nel nostro cuore (che Lui ha creato). Se non possiamo essere onesti con Gesù con chi altri possiamo esserlo? Come possiamo vergognarci di un Dio che ci ha salvati? Chi si professa cristiano e si tormenta di continuo per qualcosa di male, che ha compiuto o subito, è come se dicesse che la morte in Croce non è stata abbastanza efficace al riguardo. Ricordiamo sempre di quanto Dio ci ama. Noi non siamo ciò che subiamo. Chi ha avuto tante relazioni o rapporti di natura anomala si rivolga a Gesù e prenda da un esempio vero. Lui sa come renderci coraggiosi. Gianna poi si rivolge alle donne. Ciò in cui si crede dovrebbe anche essere vissuto perchè se, da un lato sarebbe più facile manipolare le relazioni, d’altra parte si rischia di rendere la vita non vera, solo per essere ammirati e “celebrati”. Ci sono molte donne che hanno distrutto la propria vita per provare delle sensazioni in relazioni diverse. Il prezzo da pagare è l’attesa: o sarà amore vero o niente. Gianna non ha mai avuto un padre e nessun uomo può dare ciò che un padre può dare. Prima di lanciarsi in una relazione, le donne dovrebbero smetterla di cercare “un papà ad ogni costo” come per riempire un vuoto dentro di sé. Chi ha avuto tanti problemi di salute può pensare che ciò sia un modo di attendere l’uomo giusto e rifiutare chi non merita il proprio amore. Il consiglio è di non accontentarsi di un uomo qualunque ma di cercare l’amore vero perchè l’amore di Dio si esprime anche mediante una persona. Viene trasmesso un altro cortometraggio che mostra le testimonianze delle donne che hanno avuto esperienze di maternità surrogata (breeders). In caso di abusi sessuali come si può tutelare la donna? La mentalità dominante vuole far credere che l’aborto possa tutelare chi ha subito violenze o abusi ma in realtà solo l’1% degli aborti ricade in questo caso e ci sono molte persone che nascono da violenze o abusi e sono felici per il resto della vita. L’aborto qualunque sia la circostanza è sempre un omicidio e, anche nel caso di violenze o abusi, potrebbe rappresentare un secondo trauma per la donna. Che fare se la politica va contro la vita? I politici, per quanto potenti siano, non possono cambiare a proprio piacimento la verità ma anche solo convincendo una persona che esiste un’alternativa all’aborto, allora possiamo fare capire che c’è speranza per la vita.

Il fundraising e la formazione continua

Corso di formazione per volontari in cure palliative organizzato dall’associazione “Amici della Fondazione Hospice Trentino Onlus” in collaborazione con la Fondazione trentina per il volontariato sociale, Trento.
 
Introduce Cinzia Brentani, coordinatrice della Fondazione per il Volontariato, che discute una relazione sul “Foundraising nelle associazioni di volontariato”. Il foundraising non è solo una raccolta fondi ma un’attività relazionale che si approccia con le persone per raccontare la propria esperienza ovvero la rappresentazione dei bisogni per quella percentuale di fondi di cui si sta facendo la raccolta. Il sociale è un mondo pieno di problemi e che esprime infiniti bisogni che giocoforza richiedono finanziamenti. In Italia il foundraising è diventata una professione (il master a Forlì dura 9 mesi) per accompagnare le associazioni no profit a raccogliere fondi ma può essere esteso a qualsiasi agenzia per incrementare i propri fondi per lo sviluppo delle proprie attività e raggiungere la propria mission. Tutti hanno dei progetti, dalle grandi organizzazioni a quelle piccole che, per essere efficaci, devono essere finanziati e ciò può essere fatto avvicinando le persone e convincerli a donare. La sostenibilità guarda al futuro e più precisamente alla possibilità di programmare la raccolta e la gestione dei fonti. Come si fa a raccogliere fondi? La prima cosa da fare è la diversificazione delle fonti di finanziamento poiché una sola fonte non è sufficiente a garantire la sostenibilità. Si possono trovare finanziamenti da enti pubblici, magari attraverso dei bandi oppure dalla comunità mobilitandola sulla giusta causa. In questo caso gli strumenti adatti sono le giornate di visibilità, i banchetti solidali, cene sociali, tour in bicicletta o marce in difesa dei diritti, concerti musicali o altre performance. Altri strumenti sono il volantinaggio, i biglietti da visita, i social network. Il 5 per mille è la fonte principale di raccolta fondi attraverso il quale si attinge ad una porzione delle tasse per donarle alle associazioni, si tratta di una modalità non invasiva in quanto non implica uno scambio diretto con la gente. Un’altra modalità è il lascito solidale è una modalità di destinazione di una quota del testamento a società no profit. Le associazioni cercano di lavorare con le aziende che fanno beneficenza perchè ne hanno un ritorno positivo sul benessere aziendale, es. i supermercato Poli. Chi può fare la raccolta fondi? Si tratta di un lavoro molto faticoso che non è limitato solo al responsabile né alla segreteria ma sono coinvolti tutti essendone dei testimoni, es. il personale e le loro famiglie. La raccolta fondi va inserita in una strategia, es. ci sono organizzazioni che hanno istituito degli uffici appositi di foundraising ma anche le piccole entità se ne possono occupare. Nessuno può pensare di vivere esclusivamente di fondi pubblici perchè non è un diritto che si può esigere ma almeno una percentuale del fabbisogno va contemplata con il foundraising, es. gli hospice sopravvivono con il 30% di introiti derivanti da questo tipo di attività. Quando si va a chiedere soldi bisogna rispettare alcune regole fondamentali: avere una buona causa, es. acquistare un thermos per i senza fissa dimora; avere una “vision” cioè una visione del mondo ideale per il quale non ci sarebbe bisogno dell’attività associativa; conoscere il progetto per il quale si raccolgono fondi perchè il donatore vuole sapere dove andranno a finire i soldi, es. preparare una brossura informativa; saper rendicontare l’utilizzo dei fondi, es. il “meritafiducia” è un marchio etico che attribuisce un punteggio per ogni standard di qualità. In Inghilterra il 60% di chi si avvicina al volontariato si occupa di foundraising e ciò è un ottimo strumento per lo scopo perchè i volontari raccontano la propria esperienza e sono in grado di suscitare le giuste emozioni nel pubblico. I volontari hanno famiglie e amici e sono dei moltiplicatori di emozioni ed eccellenti dispensatori del classico “passaparola” (il foundraising si basa sul raccontare e raccontarsi). I volontari inoltre sono molto creativi ed hanno spirito di indipendenza. Che cosa serve per lavorare bene coi volontari? Renderli partecipi dell’attività associativa e progettuale, es. molti bisogni scaturiscono dalle loro esigenze. Il motivare i volontari significa anche saperli ringraziare per ciò che fanno valorizzando le buone intenzioni. È importante che ciascun volontario abbia una persona di riferimento che faccia da legame tra loro e l’unità amministrativa che può essere anche un volontario stesso magari predisponendo dei momenti in cui possano incontrarsi tra loro. La formazione è fondamentale non solo per fornire nuove competenze ma anche per ascoltare i propri bisogni e va espletata fin dall’ingresso nell’associazione e continua anche dopo, es. a Verona il CSV ha dedicato un’annualità sul fundraising, es. la festa del volontariato con i banchetti “allegri”. In Inghilterra la campagna “November” serve a sensibilizzare sul tumore alla prostata e consiste nel far indossare un paio di baffi finti alle persone. Lo scopo della formazione continua, però, non è di aumentare il sistema di finanziamento ma di cambiare la cultura del donatore che deve essere più trasparente possibile, es. il bilancio sociale, il bilancio economico, relazione annuale, internet, etc.
 
Interviene Mara Zussa, presidente dell’associazione “Il Papavero”, che discute una relazione sul “Volontariato del fare: impegno e creatività”. Ci sono 2 tipi di volontariato: “stare” e “fare”. Il primo è un’attività che attrae molto i volontari, es. stare accanto all’utente eppure un’associazione non potrebbe esistere senza il “fare” perciò è importante curare l’aspetto organizzativo che tenga conto di entrambe le dimensioni. Uno dei ruoli del “fare” è l’informazione allo scopo di vincere l’ignoranza che impedisce alle persone di conoscere un bisogno o un problema. Si tratta di un’attività che occupa più tempo dello “stare”. Un altro ruolo è la formazione perchè da sola la “buona volontà” non basta, meglio diversificarla, es. formazione di base e continua. Il “fare” infine esprime l’attività associativa che può avvenire nella struttura o all’esterno, es. a Bolzano l’associazione “Il Papavero” ha contribuito alla ristrutturazione di un ospedale con più di cento mila euro. Lo scopo del “formare” è di creare cultura che non significa solo sapere di cosa si occupa l’associazione ma anche come reagiscono le istituzioni, es. le fonti normative. I piani per la raccolta fondi stabiliscono cosa fare e come farlo, es. nel campo sociosanitario che cosa sono le cure palliative? Non si deve lavorare sul termine ma sul concetto, es. far capire come avviene l’accesso alle strutture per chi ne ha bisogno. Bisogna partire dall’idea che le attività sono degli investimenti e non dei costi ma sopratutto avere il feedback (riscontro) di ciò che si è fatto, es. il giorno di san Martino è stato indetto un “flash mob” in tutte le città italiane. Il metodo di lavoro deve prevedere: l’analisi delle risorse e dei vincoli, es. quanti soldi servono per comprare dei mobili che si adattino alle esigenze dei bambini?; gestione delle discussioni (giro tavola, brain storming) con una persona che sappia condurre e riconciliare le parti in caso di conflitti; gestione delle decisioni anche quando il gruppo non si possa riunire; pianificazione del tempo; gestione delle responsabilità per problemi o imprevisti. Saper parlare non significa saper “dire” una qualsiasi informazione ma qualcosa che ci coinvolge e che vogliamo che si sappia in maniera diffusa. Quando si parla ad una platea di persone generalmente si stabilisce una relazione in cui il mittente e, dopo aversi fatto un’idea di ciò che vuole comunicare, si cerca di inserire (codificare) il messaggio in un canale in modo che il destinatario possa riceverlo e a sua volta decodificarlo, interpretarlo e restituirlo al mittente (riscontro). Il processo formativo entra in crisi con ciò che l’altro deve ricordare o rispondere mentre si rafforza con ciò che si vuole “fare” o “stare” (il corpo è lo strumento più espressivo che abbiamo a disposizione). Nessuno fa il volontario per sé e tutti devono sentirsi parte di un’associazione di cui diffonderne i valori sul territorio. 
 
 

 

Storia dei congressi internazionali di servizio sociale

9788865375099

L’evoluzione in Occidente di un modello proprio del servizio sociale era scaturito dalle riflessioni apportate da un gruppo di persone desiderose di applicare le soluzioni che prometteva questa nuova disciplina. In Italia e in Europa, infatti, durante la prima metà del XX secolo, alcuni accademici decisero di sviluppare innovazioni attente alle trasformazioni sociali, sperimentare nuovi itinerari formativi per gli assistenti sociali e impostare importanti modelli teorici e applicativi.L’attenzione dell’autore, perciò, è posta sulla storia delle conferenze internazionali, convocate a cadenza periodica dal 1928 al 2014, che si sono svolte in paesi diversi, ciascuno con propri sistemi di sicurezza sociale, descrivendone i tratti essenziali e la sintesi dei lavori. Chi leggerà il volume lo troverà più interessante e stimolante di quanti, invece, hanno già avuto esperienze deludenti con prolisse cronologie di fatti e avvenimenti. In questo senso sia la presente proposta sia le revisioni che ne seguiranno sono già tasselli di un mosaico di vissuto professionale che tocca la vita di ciascuno.

Per un’indagine partecipata-Il futuro è adesso-A lezione degli utenti

Per un’indagine partecipata, Lavoro sociale, feb 2016, pp. 12-23
 
Oggi nei servizi sociali si tende ancora a rifugiarsi nelle procedure che però allontanano gli utenti dalla partecipazione al processo di aiuto. In alcuni casi, tuttavia, non è possibile fare più nulla in merito come, ad es., nel caso della segnalazione all’autorità giudiziaria nell’ambito della tutela dei minori. L’intento di Francesca Corradini è di presentare un approccio relazionale partecipativo secondo il seguente schema (vedi tabella):


Approccio tradizionale Approccio relazionale
Finalità ottica fotografica ottica prospettica
Iter percorso standardizzato percorso dialogico
Piano emotivo degli operatori neutralità soggettività
Sentimenti vissuti della famiglia Negazione Spazio di collaborazione
Fonti di informazione Osservazioni specialistiche Competenza esperenziale
Problemi vs risorse Etichettamento Atteggiamento proattivo
Genitori vs rete Solo genitori Anche minore
Stile dei colloqui Interrogatorio Comprensione
Opinioni dei minori Mediazione di terzi Ascolto diretto
Stesura del report Punto di vista degli operatori Punto di vista degli interessati
 
Il futuro è adesso, Lavoro sociale, feb 2016, pp. 25-29
 
Camilla Landi racconta le finalità del progetto “Dialoghi sul futuro” realizzato l’anno scorso dalla cooperativa “Casa davanti al sole” in provincia di Varese nell’ambito dell’immigrazione. Il progetto vede la partecipazione degli operatori della cooperativa tra cui due assistenti sociali ed è rivolto ad otto famiglie di cui tre di origine straniera. Scopo del progetto è di prevenire i conflitti che possono emergere tra cittadini autoctoni e residenti stranieri in una quartiere di periferia urbana. La prima parte del progetto ha visto gli operatori intenti nelle visite domiciliari dove si sono potuti rendere conto dei motivi dei litigi. Durante la seconda parte operatori e utenti si sono incontrati in uno spazio neutro per discutere, uno alla volta, le motivazioni che hanno determinato l’intervento dei servizi sociali e di stabilire un programma per migliorare le relazioni di vicinato. La terza e ultima parte del progetto ha visto gli utenti intenti nella realizzazione degli obiettivi del piano. I risultati del progetto dimostrano che la tecnica di origine finlandese è «un ottimo strumento per gestire situazioni altamente conflittuali» (p. 29).
 
A lezione degli utenti, Lavoro sociale, feb 2016, pp. 30-34
 
Vi sono molti pregiudizi nei confronti degli utenti (deboli, colpevoli, pericolosi) che, nel caso delle professioni sociali, sorgono molto precocemente e che sono difficili da cambiare. Il contatto reale con persone in difficoltà, tuttavia, non sempre è efficace ma, se realizzato in determinati luoghi e modi può essere un modo per ridurre il pregiudizio. Ed è ciò che è stato sperimentato all’Università Cattolica di Milano dove è stata indetta una giornata di formazione in cui gli studenti, a due a due, hanno la possibilità di incontrare gli utenti di uno o più gruppi di auto-mutuo aiuto. Gli incontri prevedono un primo momento di accoglienza, un incontro spontaneo tra studente e utente e, infine, un momento conviviale. I risultati della sperimentazione mostrano «una significativa riduzione del pregiudizio a seguito dell’incontro reale» (p. 33).

Monachesimo egiziano dei primi secoli dopo Cristo (“Padri del deserto”)

Cenni storici
Custodia della mente
Vita e detti dei Padri del deserto
Uomini e profeti
A scuola di saggezza
Gli angeli dei Padri del deserto
De oratione
Preghiera del cuore
Piccolo Sinaxarion dei Padri del deserto
Fuoco ardente
Introduzione
L’accompagnamento spirituale nei Padri del deserto
La paternità spirituale nei Padri del Deserto
Una perla nel deserto
La grande misericordia
Vita di Sant’Antonio Abate, detto l’eremita
I Padri del deserto e il distacco dai pensieri
40 giorni coi Padri del deserto
I primi anacoreti
Fioretti dei Padri del deserto
La vita interiore dei Padri del deserto
I Padri del deserto in nuce
Nati dallo spirito
Vita di San Paolo primo eremita di San Girolamo
Alcuni aspetti della preghiera nei Padri del deserto
Il combattimento spirituale
Detti dei Padri
La spiritualità dei Padri del deserto
Raccolta ascetica
La lotta spirituale
L’inconscio spirituale
La vita spirituale dei Padri del deserto

 

Il servizio sociale e le risorse del territorio

Serata formativa “Anziani fragili a domicilio, che fare?” Sala Circoscrizionale Centro Storico Piedicastello, Via Verruca 1, Trento.

Casa e cura, cosa evocano? Il concetto di casa pone una serie di quesiti sul decoro (igiene e nettezze), sicurezza (incolumità dei bambini) e accoglienza (relazioni col vicinato, la parentela e gli altri in generale) mentre il lavoro di cura implica spesso paura perché tante volte subentra la paura di non fare la cosa giusta così come lo stress perché il lavoro di cura spesso rende le persone incapaci di gestire le situazioni in cui bisogna assumere decisioni difficili. Viene proiettato in sala un cortometraggio (cartone animato) dal titolo “Up” in cui ci sono delle scene di vita familiare tra cui una coppia che contempla il cielo con delle nuvole che prendono forme di bambini; nella successiva scena dei pittori eseguono le piramidi di Segonzano su un barattolo di vetro che rappresenta una sorta di salvadanaio. Nella scena finale la coppia invecchia, si occupa delle pulizie di casa ma il dipinto con le piramidi rimane al suo posto. Dopo una breve interruzione il cortometraggio riprende, stavolta arricchito del sonoro, con il capofamiglia invecchiato che apre la porta a due sconosciuti, forse gli inservienti di una casa di riposo, ma improvvisamente la casa esplode in un boato di palloncini colorati e spicca il volo verso il cielo lasciando i due inservienti esterrefatti. Sono illustrati i servizi sociali del polo sociale di Trento tra cui il “segretariato sociale” che rappresenta il primo contatto con il cittadino che vi può recarsi anche senza appuntamento con un’assistente sociale che da indicazioni di altri servizi o fissa un secondo colloquio per l’eventuale presa in carico. Il “telesoccorso” è un servizio per anziani o persone che vivono in solitudine che devono indossare un apparecchio (collanina) in modo da attivarlo in caso di malore o altre emergenze così che la chiamata possa attivare una centralina che può avvisare i familiari o le autorità competenti. Alcune persone chiedono se il dispositivo si possa collocare anche in altri posti (polso, letto, telefono) ma i collaudi tecnici non hanno consentito una compatibilità totale. Analogamente al telesoccorso il “telecontrollo” permette di monitorare la vita settimanale dell’utente. Il servizio dei “pasti a domicilio” offre vitto a domicilio che sono offerti tutti i giorni (pranzo) anche in mense convenzionate o all’interno di case di riposo o centri diurni. Il costo è stabilito in base alla situazione patrimoniale della famiglia, es. anziano con figlio a carico. Il servizio di “assistenza domiciliare” vede un assistente domiciliare (cooperative sociali) che oltre ad una serie di competenze (igiene, accompagnamento, commissioni, sostegno relazionale) sollecita l’utente sul fare insieme (governo della casa cioè non solo la pulizia degli ambienti) e può essere richiesto per un massimo di 20 ore settimanali dal lunedì al sabato che possono essere distribuite a piacimento. Come per gli altri servizi, la valutazione compete all’assistente sociale secondo 3 criteri (autonomie, capacità cognitive e rete personale) il cui punteggio finale permette di determinare una graduatoria, però, i servizi sono aperti anche ad altre esigenze (contratti privati). Vi sono poi dei servizi integrativi (doccia assistita, pedicure e animazione) accessibili direttamente o accompagnati (utenti non autosufficienti); vi sono poi un paio di servizi all’anno in località amene (soggiorni climatici) che prevedono la presenza di un infermiere e di operatori socio-sanitari che aiutano nell’igiene. L’ “home care premum” è un bando legato a un fondo dell’ex Inpdap che coinvolge ex dipendenti degli enti pubblici che contribuiscono ad un fondo per attività sociali per organizzare dei corsi di formazione o dei vaucher per familiari. Il “centro diurno” è un luogo in cui sono promosse attività relazionali per anziani dal lunedì al venerdì per il quale ci sono anche dei servizi di trasporto. Alcuni si chiedono se ci fosse la possibilità di presentare gli utenti ai centri diurni, eventualmente coi parenti, per illustrarli sulle competenze degli operatori laddove il “fatto di andare a vederlo” e più che sufficiente ma la difficoltà di spronarli e il pregiudizio di certe strutture non permette un adeguato servizio di propaganda. L’ “assegno di cura” è un importo monetario destinato ai portatori di invalidità con accompagnamento la cui valutazione compete alla commissione sanitaria, in cui c’è anche un assistente sociale, che effettua visite ed esami clinici appropriati. Per il centro diurno la valutazione compete all’unità valutativa multidisciplinare (uvm) che consiste in un tavolo di più professionisti (medico di base, infermiere, assistente sociale delle RSA, assistente sociale municipale) che provvedono a compilare la scheda e ad effettuare le visite domiciliari. Il medico di base, il servizio sociale o anche l’ospedale può attivare l’Uvm con il consenso dell’utente e in base al calendario chiamano l’utente per la visita: l’infermiere (parte sanitaria) e l’assistente sociale (parte sociale) vanno a domicilio; all’Uvm può subentrare un’Uva (alzheimer). Il piano sociale di Trento (2014) ha deciso di riunire il lavoro di 2 figure di aiuto: l’assistente sociale che una figura più reattiva e l’educatore di orientamento più proattivo al fine di prevenire situazioni a rischio. Nonostante l’efficacia dei servizi, la comunità sociale rimane al centro del sistema, perciò, si è scelto di organizzare una serie di conferenze con lo scopo di informare gli utenti sulle modalità di assistenza dei propri cari senza per forza esprimere dei “suggerimenti” ma per intraprendere un cammino insieme (sinergia). Una delle motivazioni che hanno spinto gli operatori a organizzare la serata è che le persone che prestano cura (ai propri cari) si trovano catapultati in un modo nuovo e problematico che implica la riorganizzazione della relazione affettiva nonché il reinserimento nel contesto sociale tale da mettere in crisi queste stesse persone. “Pronto Pia” è un progetto che coinvolge 30 associazioni di volontariato che vuole mettere in rete gli operatori sociali per combattere la solitudine e il rischio di burn out. 

Approfondimenti 


Locandina 

Progetto “Pronto Pia” 
Servizio attività sociali di Trento

Riabilitazione, la lotta continua

L’8 aprile circa 2 mila persona manifestarono davanti al Palazzo della Regione. Tra questi c’è l’Aias che gestisce una trentina delle oltre 150 strutture accreditate nella regione. I manifestanti lamentano la riduzione degli investimenti in disappunto con i dati forniti dall’Osservatorio sulla condizione delle persone con disabilità in Campania che, invece, ha sottolineato l’aumento della spesa nel biennio 2012-14; chiedono, tra l’altro, l’applicazione della sentenza del Consiglio di Stato sull’aggiornamento delle rette e il rimborso dei crediti pregressi. Un’altra associazione “Tutti a scuola” denuncia i tagli di 1530 posti nei semiconvitti per disabili mentali così come previsto dal DR 108/2014 ma la regione precisa che la programmazione finanziaria (280 milioni) ha dovuto far fronte ai parametri stabiliti dal Ministero della Salute. Rimangono integri, invece, gli assegni previdenziali erogati dall’INPS che, considerando tutto il meridione, riguardano oltre un milione di pensioni di invalidità civile (¼ del totale). L’INPS, inoltre, ha prorogato in un mese l’accesso al progetto “Home Care Premium”. È in corso, inoltre, un’indagine nell’Asl NA1 e NA3 dove è stata riscontrato un tasso di fatturato oltre il 70% in più dei parametri normali. Se appurata, tale anomalia costituirebbe senza dubbio uno spreco della spesa pubblica che andrebbe corretto. La serie di articoli, come già detto, appaiono casualmente a ridosso delle elezioni regionali 2015: solo una coincidenza? Non manca chi, proveniente dal mondo della politica, decide di cavalcare l’onda della protesta: ad Anna Maria Carloni, deputata PD e moglie dell’ex sindaco Antonio Bassolino, è dedicata una colonna in fondo pagina (7 aprile), a Valeria Ciarambino, candidata del M5S sono dedicate un paio di righe sull’argomento (9 aprile).

Il nodo delle rette

La Campania è una delle ultime regioni in Italia per l’assistenza ai disabili non autosufficienti (Sla, gravi demenze, cerebrolesi, etc.) la cui spesa pro capite è di 563 euro all’anno contro i 2886 d’Italia (17 mila euro in Trentino). Perciò il governo regionale ha previsto un assegno di cura di 700 euro in alternativa all’assistenza domiciliare (38,4 milioni di euro in tutto). In altre parole è concessa una somma di denaro alle famiglie che poi dovranno rivolgersi al terzo settore, in tal modo la regione rinuncia ad assumere direttamente il personale di assistenza che è già gestito dal terzo settore. Si tratta di una politica già in vigore nella maggior parte dei paesi europei (welfare mix) per la quale gli enti locali assolvono il ruolo di finanziamento mentre gli enti privati quello della gestione dei servizi: è in gioco un giro di affari di diverse centinaia di milioni di euro. Anche il Comune si sta attrezzando attraverso una sperimentazione che coinvolgerà 350 famiglie, fermo restando i criteri dell’Isee sociosanitario (Indicatore situazione economica equivalente). Per evitare sperequazioni e abusi, gli stessi criteri prevedono che gli enti beneficiari dei finanziamenti debbano rendere conto al governo di quanto e come spendono (accounting). Il nodo critico della vertenza tra associazioni di categoria e regione, tuttavia, riguarda il computo delle rette, cioè, la giusta remunerazione delle prestazioni erogate ai pazienti dai centri accreditati (assistenza domiciliare, ambulatoriale, residenziale e semiresidenziale).

Un’inesistente urgenza

La regione, a dire il vero, non è l’unico interlocutore delle associazioni di categoria poiché l’apparato burocratico coinvolge tutti i livelli, dal locale al nazionale come, ad es., il Ministero della sanità che tramite il ruolo del subcommissario governativo ha l’ultima parola nella trattativa finanziaria tra le parti. C’è inoltre la nuova Città Metropolitana che, a causa del passaggio di consegne con l’ex provincia, ha determinato la sospensione di molti servizi come, ad es., il trasporto scolastico dei minori disabili oppure la convenzione con l’Istituto Martuscelli (attivo sin dal 1873). Ma se il decreto regionale risaliva al 2014, perché la vertenza si è aperta solo adesso? Alla fine della protesta il coordinamento delle sigle sindacali (Aiop, Anisap, Anpric, Aspat, Confapi, Confindustira sanità, Fras, Nova campania, Aris e Foai), che rappresenta però solo 2/3 dell’intero comparto, è riuscito a strappare un assegno di 60 mila euro come conguaglio dei crediti arretrati e a rinunciare a ricorrere in tribunale, ridotti poi a 57 mila nell’intesa stipulata il 29 aprile (Decreto Commissariale 49/2015). Ciò, però, a causato la reazione del restante partito del comparto (Aias, Anfass e Federlab), escluso dalla trattativa, che si è fatto sentire “a colpi di comunicati e di intere pagine di pubblicità acquistare sui quotidiani” denunciando tutta l’anomalia della vertenza “a poche ore dal voto regionale e quindi per ragioni di mero vantaggio elettorale privilegiando gli interessi economici di poche imprese e dichiarando un’inesistente urgenza” (dal 25 marzo al 1 giugno sono apparsi su “il Mattino” una serie di articoli sulla riabilitazione degli ex pazienti psichiatrici).

Bibliografia

Appunti per una storia dei movimenti psichiatrici in Campania.
http://www.inps.it/portale/default.aspx?iMenu=1&iNodo=9781
Decreto Dirigenziale n. 884 del 29 settembre 2014

Fai clic per accedere a decdir884_2014.pdf

Deliberazione regionale n. 531 del 10 novembre 2014
http://www.campaniaeuropa.it/archives/4399

Mautone E., Welfare, duecento milioni annegati nella burocrazia, “il Mattino”, 25 marzo 2015, p. 36.
Pirro M., Ecco il welfare negato: pochi fondi, disservizi e assistenza nel caos, “il Mattino”, 26 marzo 2015, p. 38.
Marra C., Martuscelli senza soldi, 23 bambini ciechi a rischio assistenza, “il Mattino”, 26 marzo 2015, p. 39.
La Penna M., Disabili, domani la protesta contro la chiusura dei centri, “il Mattino”, 7 aprile 2015, p. 27.
La Penna M., Riabilitazione a rischio, duemila in piazza, “il Mattino”, 9 aprile 2015, p. 37.
Pirro M., Riabilitazione, è scontro su costi e procedure, “il Mattino”, 10 aprile 2015, p. 39.
Peluso C., Pensioni d’invalidità, Meridione sempre in testa sono un quarto del totale, il doppio del Nord, “il Mattino”, 11 aprile 2015, p. 12.
Mautone E., Riabilitazione, duello commissario-Caldoro, “il Mattino”, 21 aprile 2015, p. 29.
Raggiunto un accordo storico per il rilancio della macroarea assistenziale, “il Mattino”, 30 aprile 2015, p. 8.
Riabilitazione è scontro sull’intesa con i centri, “il Mattino”, 1 maggio 2015, p. 27.
La Penna M., Vertenza disabili, applicata la legge, “il Mattino”, 23 maggio 2015, p. 31.
La Penna M., Riabilitazione, guerra continua tra i centri, “il Mattino”, 1 giungo 2015, p. 24.

Campania – Crisi della riabilitazione, assemblea a Città della Scienza (30.04.15)
https://www.youtube.com/watch?v=vf2-iQIs2xY

La mitezza dell’assistente sociale

Recensione su Galli S., La mitezza dell’assistente sociale, “Minori giustizia. Rivista trimestrale dell’Associazione italiana dei magistrati per minorenni e per la famiglia”, 1, 2015, pp. 174-179.

L’autrice, riprendendo un’espressione di Gustavo Zagrebelsky, ex presidente della Corte Costituzionale, si chiede se il lavoro degli assistenti sociali possa iscriversi in una prospettiva dialogica tra i valori più alti di giustizia sociale (p. 175) e tra la complessità e la capacità progettuale che sta alla base della relazione d’aiuto (p. 177). Con “mitezza” si intende la «capacità di lasciarsi toccare dalla sofferenza, intimamente connessa al disagio sociale, personale, emotivo, relazionale, lavorativo che intesse le storie familiari con cui gli assistenti sociali si confrontano» (p. 177). A questo punto l’autrice passa in rassegna, brevemente, i modelli interpretativi della nascita del servizio sociale: secondo alcuni la nascita del servizio sociale si riconduce al tentativo di contrastare la disgregazione delle società capitaliste (prospettiva funzionalista); secondo altri il servizio sociale sarebbe intervenuto per controllare e prevenire i rischi dei processi di industrializzazione (prospettiva social-riformista); secondo altri ancora il servizio sociale subentra come superamento delle visioni moralistiche della società tradizionale (prospettiva culturale). Una quarta prospettiva, caldeggiata da Walter Lorenz, vede il servizio sociale come risorsa strumentale da parte dello Stato al fine di creare consenso sociale e politico. Negli anni ’80 in Italia si è registrato un «clima di fiducia e di forte legittimazione a sostegno di un welfare come espressione dei valori dell’inclusione e della solidarietà» (p. 177) che successivamente è entrato in crisi fino a raggiungere vere e proprie forme di delegittimazione degli stessi operatori. Lo dimostrano due recenti studi. Il primo di Carla Facchini nel 2010 secondo la quale si tende a valutare “il sociale” come un dato per scontato. Il secondo basato sul progetto europeo WIT (White task force on the development of skills of the social welfare professionals working with vulnerable groups) i cui risultati dimostrano il progressivo indebolimento delle forme di contrattualizzazione e di retribuzione degli assistenti sociali. Nelle sue conclusioni, l’autrice, riprendendo la prospettiva funzionalista, propone di integrare la solidarietà sociale con la legislazione e il dialogo interdisciplinare (comunità operosa) laddove il servizio sociale possa «informare i processi di costruzione delle politiche sociali» (street level experience, p. 179).

Valutazione

L’articolo evidenzia alcuni fattori che hanno determinato, negli ultimi anni, il ridimensionamento del servizio sociale in Italia e di come sia necessario l’apporto di tutti i professionisti dell’aiuto, non solo di coloro che lavorano nel settore pubblico. L’articolo si inserisce bene nel più ampio quadro della “mitezza degli interventi sociali” nei procedimenti giudiziari di protezione in favore dei minori. Si rimanda al lettore l’approfondimento di tutto il discorso sulla mitezza ma appare chiaro e riuscito, a mio avviso, il tentativo di recuperare la letteratura cristiana (Mt 5, 1-10; Lc 15, 11-32; Gv 8,1-11; pp. 15.31-32) per impostare un discorso sul merito.

Storia della solidarietà moderna: il diaconato prima e dopo la Riforma

Fin dal principio della Chiesa primitiva la diaconia è ministero di quotidiana carità ma non mancano dei teologi che ne fanno risalire le origini nella celebrazione del culto (la mensa nel cristianesimo non è solo la “tavola” ma anche l’ara sacrificale). In ogni caso, dal punto di vista teologico, il diaconato ha rappresentato la “quinta colonna” del servizio sociale anche se vi sono stati frequenti periodi nei quali la diaconia ha perso la sua importanza originale. Fermo restando la tradizione ortodossa che avrebbe mantenuto più fedelmente il ruolo del diacono, la Chiesa Cattolica e quella protestante non sono riuscite a ristabilirne il ruolo nella Chiesa relegandolo entrambe a compiti di supplenza. È innegabile comunque che l’analisi storica non può prescindere dall’insieme delle questioni sociali e politiche che il cristianesimo deve affrontare nel corso della sua storia.
 
Sul diaconato vi sono molti luoghi comuni e molte lacune che bisogna colmare con la dovuta informazione (3 constatazioni). Innanzitutto non è vero che si tratta di un ministero istituito da Paolo di Tarso in quanto nelle prime comunità cristiane non c’è alcuna traccia di tale figura che, quindi, è posteriore al II secolo. Lo stesso Paolo in tutte le lettere di cui la critica testuale gli riconosce la paternità, non accenna a nessuno che abbia tale funzioni, eccetto il caso di Febe (Lettera ai Romani 16,1). In questo periodo la Chiesa è ancora parte della religione ebraica e la preoccupazione principale è di fare proseliti. La seconda constatazione è che in un secondo momento, quando il Vangelo fu adeguatamente diffuso e le comunità accresciute, si sentì l’esigenza di scindere il momento della proclamazione della Parola con quello dell’aiuto materiale (agape fraterna). Siamo intorno al 90 d.C. circa 30 anni dopo la predicazione paolina e la Chiesa si presenta come comunità universale sostitutiva delle religioni preesistenti. La terza constatazione è che più crescono le comunità si fanno palesi, più le strutture ministeriali acquisiscono influenza: di fronte alle masse di bisognosi e diseredati vi sono dei servizi a cui fare riferimento e che, quindi, creano consenso e visibilità. Il dato cronologico non basta ed è necessario utilizzare altri 3 indicatori per definire la figura del diacono: qualificazione, impegno e destinatari. Il diaconato è un ministero consacrato, mediante l’imposizione delle mani, dotato di proprie competenze e qualifiche (Atti degli apostoli capitolo 6). Secondariamente le necessità materiali vedono impegnata questa figura laddove ce n’è bisogno, cioè, le mense, le strade, le case dei poveri; i diaconi custodiscono la cassa e distribuiscono in base ai bisogni. Infine, i primi diaconi sono scelti tra gli ebrei di origine ellenistica, cioè, che non risiedevano stabilmente in Palestina ma che erano discendenti degli emigranti o della diaspora. Si tratta del nucleo più dinamico e progressista del primo cristianesimo che ne permise l’apertura ai gentili.
 
Nel corso del II secolo il vescovo Ignazio di Antiochia, poco prima del martirio sotto l’imperatore Traiano, scrive ad alcune comunità dell’Asia Minore in cui il ruolo dei diaconi appare in secondo piano rispetto ai presbiteri che assumevano funzioni liturgiche ma anche amministrative. Il ministero diaconale perde rapidamente il posto e la specificità originale per sottomettersi alle necessità pastorali. L’inizio delle persecuzioni, già in vigore presso gli ebrei, determina la necessità di dotare le diocesi di guide individuali affinché possano assumere decisioni rapide ed efficaci. Di conseguenza in assenza del vescovo, nelle funzioni liturgiche subentra il presbitero mentre il diacono, in piena fase di emergenza, è chiamato al pronto intervento. Il martire Giustino di Nablus intorno al 150 d.C. nelle sue “Apologie”, descrive il rito dell’offertorio in cui erano chiamati a partecipare anche i diaconi. Nelle chiese dei primi 2 secoli, la celebrazione eucaristica ha luogo nella cornice di un banchetto di comunione e di condivisione. Tutti i fedeli vi portano degli alimenti secondo le loro possibilità, i più abbienti ospitano oppure offrono in misura maggiore. Non soltanto si portano pane e vino ma anche olio e formaggio, cioè, alimenti piuttosto preziosi all’epoca. È compito dei diaconi raccoglierli e provvedere a distribuirle a seconda dei bisogni. Naturalmente ciò non avveniva senza problemi e talvolta si dovettero riscontrare anche degli abusi come racconta Erma nel suo “Il pastore” (IX, 26,2).
 
Essere diacono nella città romana significa esporsi al pubblico ludibrio ed alle critiche, spesso maliziose, di una società che tendeva spesso a confondere i valori: i cristiani furono trattati da antropofagi a causa dell’eucaristia, oppure da incestuosi a causa dell’agape fraterna. Accusati di attirare la collera degli dei ingannati, i diaconi subirono in prima fila la pressione e la persecuzione della città ostile al loro messaggio come è tramandato negli “Atti dei martiri”. Secondo Tertulliano è proprio la pratica specifica della diaconia a imprimere un marchio infamante alle comunità cristiane. Secondo altri il cristianesimo era entrato in competizione con l’impero romano a causa della sua capacità di vincolare le masse attraverso la pratica del servizio sociale (cfr. Sozomeno, Storia ecclesiastica V, 16 che riporta una lettera che Giuliano l’Apostata invia ad Arsacio scrive che “la religione dei cristiani ha rivendicato la filantropia verso gli stranieri” e che “i galilei danno nutrimento ai loro poveri ed anche ai nostri“, p. 97). Anche i romani, infatti, avevano delle istituzioni assistenziali, spesso e volentieri strumentalizzate a fini di controllo sociale, e non intendevano certo lasciare il passo al cristianesimo. Un’ultima questione di questo periodo riguarda il diaconato femminile. La prima lettera a Timoteo attribuisce alcuni compiti di assistenza alle vedove che alcuni storici identificano con delle diaconesse sebbene l’autore della lettera non le chiami mai in maniera così esplicita. Nondimeno gli storici vedono in questo l’importanza del cambiamento di vita operato al diaconato che, nell’ambito della discriminazione di genere operata sia dall’ebraismo che dal paganesimo, forma un senso di rivincita per questa categoria di persone e costituiranno del sostrato culturale che fa oggi della donna la rappresentate più quotata dell’assistenza sociale.

All’inizio del III secolo, il ministero diaconale ordinato si conferma e consolida le sue acquisizioni. La struttura gerarchica dei ministeri tenderà a divenire normativa e a sostituire quella romana e il diacono divenne ben presto uno dei gradi subalterni della scala sacerdotale. Le sue competenze sono quelle di sempre ma non presiede la messa né conferisce la comunione (sebbene gli atti del Concilio dicano il contrario in realtà si riferiscono a casi più che rari) a meno che non si tratti di malati o assenti; in ambito liturgico però continua ad esercitare alcune attività minori, es. annuncia un intenzione prima della proclamazione del Vangelo (monizione), raccomanda il segno della pace tra i fedeli, porta l’olio battesimale e discende col catecumeno nella vasca (a causa della differenza di sessi, a discendere doveva esserci una donna ma ciò non significa che avesse le stesse funzioni di un diacono maschio ma neppure degli ordini minori). Per Ippolito romano il diacono è il padiglione del vescovo al quale deve riferire sulla condizione dei poveri e dei malati e ricevere da lui direttive sul da farsi. In Oriente le competenze sono le medesime (cfr. Didascalia apostolica) se non per il fatto che la sua decadenza fu meno rapida. Dopo l’editto di Milano e la secolarizzazione della Chiesa, le competenze dei diaconi sono sempre più assorbite dalle incombenze amministrative dei vescovi e dei presbiteri come, ad es., accompagnarli nei loro viaggi o portare delle lettere. Tale differenziazione dei compiti contribuì in un certo senso a porre in secondo piano il servizio caritativo. D’altronde la sua dipendenza, contribuì allo svuotamento del carattere caritativo, a prescindere dall’importanza dei suoi compiti e a nulla valse l’istituzione dell’arcidiacono, supervisore del collegio dei diaconi, a rivalutare tale figura.

Poiché la diffusione del cristianesimo nelle campagne rende sempre più difficoltosa la concentrazione dei fondi nelle mani del vescovo, questi delega le parrocchie e i curati all’amministrazione della cassa. Ma, con le invasioni barbariche, le comunità esprimono sempre più il bisogno di nuovi “servitori sociali” piuttosto che dei soliti ministri ordinati, perciò, a fronte della nascita e dello sviluppo del monachesimo, saranno i monaci e i religiosi delle confraternite a ricoprire quel medesimo ruolo che era stato assunto per i primi secoli dal diacono. Già nel 370 c’era stato l’esempio di Basiliade la città assistenziale fondata dai Padri Cappadoci. Agostino, riprendendo il passo di Mt 25, collega la perdita del senso caritativo con la fine dei tempi, al momento in cui l’impero vacilla. I regno romano-barbarici, tuttavia, non furono quella progenie di anarchia come si pensa altrimenti la Chiesa non sarebbe sopravvissuta, analogamente il Medioevo non fu solo un periodo di oscurantismo e decadenza. Se da una parte le città si spopolano in favore delle campagne e i presbiteri iniziarono ad assumere una certa importanza, d’altra parte il diaconato è chiamato a contribuirvi mediante la predicazione. Nell’incapacità di assumere le miserie materiali, il popolo si rifugia nel sovrannaturale, nell’apocalittica, si allontana dalle chiese ed esercita le pratiche esteriori. Intanto lo Stato e la Chiesa si rafforzano, potendo adesso contare anche su proventi fiscali (la Chiesa riscuote le decime, lo Stato un terzo di ciò che possiede la Chiesa) di cui solo ¼ andava ai poveri di fronte ai quali furono proposte varie iniziative: dall’istituzione delle “matricula“, cioè delle liste di assistiti che furono all’origine delle case dei poveri e degli ospizi, al secondo sinodo di Tours che tenta di rianimare la funzione del diaconato ordinato. Ma una sorta di rinascita si ebbe solo con la riforma cluniacense.

Al monachesimo si deve la conversione dei Franchi a cui si deve l’organizzazione dello Stato medievale a cui si deve il legame sempre più stretto con la Chiesa cattolica. Grazie al contributo dei carolingi, i monaci intraprendono una vasta attività missionaria verso le popolazioni germaniche a cui sono chiamati a contribuire anche i diaconi: non basta battezzare i popoli in massa ma anche formarli alla fede (catechetica). Nel IX secolo, accanto ai monasteri e alle congregazioni, ad esercitare l’assistenza sociale si pongono i feudatari (cavalieri che si sono distinti per il loro valore e che hanno ricevuto fondi e proprietà su cui stabilirsi e imporre le tasse) ai quali Carlo Magno attribuisce la qualifica diaconale di “protector et defensor pauperibus“; lo stesso imperatore, durante il discorso di intronizzazione, si definì “primo fra tutti i diaconi”. Il servizio diaconale di Stato tuttavia il più delle volte delegava l’assistenza al clero, quindi, i contadini si ritrovavano a pagare 2 volte per un unico servizio (tasse e decime) laddove la parrocchia diventava il braccio secolare della legge (“per secoli ogni villaggio vive all’ombra del suo campanile“, p. 138)! In realtà il rapporto feudale era soffocante e oppressivo: il padrone garantiva al contadino la sua sicurezza fisica al prezzo del suo asservimento: sicurezza contro libertà. Ben presto però emersero delle tensioni provocate dal rinnovamento teologico: da una parte una teologia di scuola (scolastica), d’altra parte una pietà laica, popolare e mistica (pratiche esteriori). Questo è il quadro in cui si staglia la riforma cluniacense (XI secolo) che, riprendendo l’equilibrio tra parola e gesto della regola benedettina, subordinò l’attività caritativa sotto la voce “lavoro”: praticare l’ospitalità, promuovere l’assistenza e favorire il retto agire delle persone. Un ulteriore impulso viene dato dai francescani che fondano ospedali e banchi di pegno. È nella storia medievale degli ospedali che nascerà quel diaconato delle case di servizio protestanti.

Poiché le due funzioni del ministero di diacono (liturgica e assistenziale) furono progressivamente separate nel corso della storia, la seconda ritrova un posto indipendente dai ministeri clericali mentre quella liturgica si confina in un ruolo cultuale subalterno ma senza una specifica pertinenza diaconale. Questa separazione si conferma nel corso del Medioevo e il diacono ordinato rimane un ministro senza grande importanza né concorrenza. Oltre alla scuola cistercense (Cluny) anche quella di San Vittore ha offerto contributi teologici per lo sviluppo della carità come fondamento della diaconia ritrovata: “Grande è la forza dell’amore, sorprendente la potenza della carità” (Riccardo di San Vittore, I quattro gradi della violenta carità). L’esaltazione dell’amore cortese, abbinata alla venerazione mariana (la Madonna come modello perfetto di moglie e madre) elevò la femminilità a modello di santità e di abnegazione quotidiana. Nasce il fenomeno delle beghine, dalle ceneri delle confraternite funerarie per venerare i defunti, che vivevano in comunità secondo i voti ufficiali (povertà, castità e obbedienza), di cui ne furono esempi Ildegarda di Bingen (1098-1179), Matilde di Magdeburgo (1207-1210), Maria di Oignies, Margherita Porete (1250-1310), Maria di Turingia (1207-1231) che fondarono a vario titolo opere per poveri. I francescani soffrirono la scissione degli spirituali che, fedeli all’esempio del fondatore, rifiutarono i privilegi e le dispense papali. Sia le beghine che i begardi, la loro controparte maschile, furono perseguitati dalla Chiesa con l’accusa di eresia ma, al di là dei toni propagandistici, era chiaro che si trattava di un fenomeno che stava mettendo in discussione l’autorità della Chiesa.

Dal XIII al XV secolo la realtà urbana prende il sopravvento su quella rurale e, perciò, sotto la spinta della borghesia, nascono nuove istituzioni comunitarie ed una nuova sensibilità assistenziale: le corporazioni di artigiani, le gilde e le fondazioni private sono nell’ambito temporale, ciò che gli ordini monastici sono in campo spirituale. L’ideale di povertà, in principio espressione di un’ascesi di rinnovamento, ben presto degenera in devianza che, in relazione ai mutati flussi migratori, alimenta la miseria all’interno ed alla periferia delle città. Di fronte alla mendicità crescente, le autorità urbane ricorrono a espedienti di natura coercitiva come, ad es., ad Augusta nel 1459 dove si vietò il fenomeno del “porta a porta” nonché l’impossibilità per gli stranieri di elemosinare per più di 3 giorni di seguito. L’assistenza caritativa, in altre parole, si evolve sempre più verso il controllo e la sicurezza sociale, persino gli ospedali, in molte città tedesche, furono sottoposti alla vigilanza di un magistrato. Siamo all’origine della solidarietà moderna in cui la diaconia ecclesiale riemerge sotto il controllo dell’autorità civile e i riformatori protestanti, approfittando dello status quo, si offrono di restituire alle chiese quella pratica diaconale che nel corso dei secoli si era perduta. Prima di Lutero, Geiler di Kaysersberg aveva denunciato il sistema disordinato della diaconia clericale che, seppur sospinta da buoni propositi, condannava i vagabondi ad un ruolo passivo e parassitario. A Strasburgo nel 1523 i consiglieri della città compilarono l’inventario dei fondi diaconali annualmente distribuiti dai differenti organismi religiosi e istituirono un’organizzazione diaconale civile e pubblica ma non clericale. Nello stesso anno un’ordinanza nella città di Norimberga stabiliva l’assistenza pubblica (gemeiner Almosen): al centro i nuovi ispettori (oberpfleger), emanazione dell’autorità suprema, fiancheggiati da un intendente o supervisore dell’esecuzione dei compiti diaconali che sostituisce la figura dell’arcidiacono antico. Intorno a questi nuovi ministri furono posti nove diaconi laici (pfleger) o curatori di parrocchie, quindi non ordinati, che si dividevano l’esecuzione dei compiti sul campo. Completano l’organizzazione circa una dozzina di aiutanti (suddiaconi).

Nel 1517 il monaco agostiniano e docente di Sacra Scrittura Martin Lutero affigge sul portale della cattedrale di Wittembegr le sue 95 tesi di cui al n. 45 sta scritto: “bisogna insegnare ai cristiani che ci vede un povero e trascuratolo, acquista le indulgenze, chiama su di sé non le indulgenze del Papa ma la collera di Dio” (p. 226). Le reazioni da parte del commissario cittadino Johann Tetzel e del teologo Johann Eck furono di ferma condanna a cui Lutero rispose di essere nemici del popolo. Eccetto i toni polemici e tutte le vicende che riguardarono la vicenda, Lutero non si proponeva di creare uno scisma nella Chiesa ma di rinnovarla epurandone gli elementi che l’avevano deteriorata nel corso dei secoli. La diaconia, secondo il riformatore tedesco, non doveva appartenere ad una classe specifica di persone ma a tutti i fedeli, essendo la carità la principale espressione dell’amore di Cristo. Lutero distingueva tra consacrazione di coloro che si occupavano al servizio della parola e ordinazione di coloro che venivano battezzati. Tutti, perciò, laici e chierici senza distinzione, potevano considerarsi a tutti gli effetti ordinati da Cristo mentre i ministri della parola erano consacrati alla predicazione ed alla somministrazione dei sacramenti. La distinzione non è da poco: l’assistenza sociale non è più una competenza ecclesiastica ma della società intera e, quindi, dello Stato moderno che si stava formando. Dal punto di vista storico, Lutero dice che l’istituzione del diaconato (At 6,1-7) si era resa necessaria in un periodo in cui la Chiesa si stava sviluppando e i ministri della parola erano sovraccarichi di competenze ma nel XV secolo questi problemi non c’erano più e l’obiettivo principale era di rinnovare nei fedeli la responsabilità ecclesiale. Lutero legge perfettamente la storia del passato in cui il presbiterato non aveva le funzioni che assunse in seguito ma dimentica un particolare: Lutero voleva imitare Gesù Cristo che pure mise in discussione la società del suo tempo ma si fece giudicare dai suoi accusatori, perdonandoli all’occasione, invece, Lutero approfittò della situazione per rimarcare le distanze sia con i cattolici sia con gli ebrei alimentando l’odio e l’antisemitismo (cfr. Martin Lutero, Gli ebrei e le loro menzogne, 1543).

Nel 1523 Martin Lutero elaborò un progetto di una “cassa comunitaria di carità” per la città di Leisning nel Principato di Sassonia. Lutero ripose molte speranze in questa iniziativa anche e sopratutto per confermare le sue proposte di rinnovamento. Il suo principale bersaglio furono i monasteri e le congregazioni per 2 motivi: la diffusione delle pratiche esteriori (indulgenze, novene, messe di suffragio, pellegrinaggi) e l’arricchimento con privilegi e lasciti. Grazie all’autorità del magistrato che era subordinato al Principe di Sassonia, Lutero riuscì ad ottenere la confisca dei loro beni e, in tal modo, a garantire la capacità fiscale della cassa di carità che fu in seguito alimentata da nuove tasse. De conventi rimasti se ne fecero scuole per ragazzi e ragazze. La direzione della cassa era affidata ad un consiglio di cui facevano parte le famiglie della città, dei notabili e dei borghesi, sotto la sorveglianza del vescovo, mentre la distribuzione, in giorni prestabiliti, era affidata a dei preposti (fursteher) in ricordo dei vecchi diaconi. I preposti dovevano curare la redazione dei libri contabili (entrate, uscite e inventario) ed erano sorvegliati da due mastri d’opera (bawmeister) responsabili dei beni immobili (chiesa, scuole, ospedali, etc.). La soppressione dei monasteri, tuttavia, non fu riconosciuta da tutta la popolazione che scatenò una rivolta (guerra dei contadini del 1524-1526) che fu repressa nel sangue: la borghesia assunse tutti i poteri escludendo sia i diaconi che i vescovi affidando l’amministrazione della cassa al magistrato. I fallimenti di Lutero indussero i successivi riformatori a correggere i toni della protesta. Ciò ebbe ripercussioni nella neonata Repubblica Teocratica fondata a Zurigo dal prete Ulrico Zwingli che pure adottò un sistema simile fatta eccezione del diaconato che fu il laboratorio sperimentale della moderna concezione del servizio sociale. Il regolamento sull’elemosina prima (1520) e l’ordinanza e articoli sulla carità dopo (1525) riformarono l’organizzazione assistenziale svizzera attribuendo l’amministrazione della cassa comunale al magistrato a cui era affidato il coordinamento dei diaconi deputati alla distribuzione dei beni ai poveri meritevoli cioè coloro che mostravano di voler cambiare vita e uscire dalla mendicità e che, perciò, portavano un distintivo che li qualificava. Ne erano esclusi, quindi, gli “abili poveri” cioè tutti coloro che si erano caratterizzati per attività illecite o comunque immorali (ozio, etilismo, lenocinio, etc.). Gli scolari poveri ricevono un sussidio settimanale ma non più di otto per scuola. Gli orfani sono assegnati alle famiglie di coltivatori. Dato il valore e la somma dei beni a disposizione nel servizio diaconale, si comprende di come la posizione di arcidiacono abbia avuto un’importanza sempre maggiore, dal momento che il suo titolare doveva provenire dai ranghi della magistratura. Gestendo una tale fortuna, il diacono svolgeva un ruolo di primo piano con i rischi di slittamento capitalista inerenti a questo genere di impresa. Il diaconato svizzero, perciò, fu abolito nel 1566 (Confessione elvetica posteriore) e i preposti zurighesi non ebbero più nulla a che vedere con la Chiesa, tranne quella sfumatura per la quale la riforma zwingliana identificava la società civile.

Per il monaco domenicano Martin Bucero la diaconia è legata alla realtà della Chiesa tanto nell’intimità del credente che nelle forme istituzionali, perciò, la Chiesa vive su 2 piani: verso la comunità degli eletti e verso tutti i chiamati (doppia ecclesiologia). Spinto da una concezione etica della Chiesa, animatrice dei 2 livelli ecclesiali, cercò di restaurare un ministero diaconale che sotto Lutero e Zwingli era stato ridotto ad un ruolo civile. Nel sinodo di Strasburgo (1532) fu proposto di reintrodurre la molteplicità dei ministeri (multitudinismo) che animavano le comunità dei primi secoli tra cui anche i diaconi che, però, a differenza della Riforma luterana, si presentavano come ministri della Chiesa, quindi ordinati mediante l’imposizione delle mani e persino aperti alle donne; analogamente, furono ripristinati i beghinaggi nominando alla loro guida persone di fiducia. Lo scopo di Bucero è di creare una Chiesa di “èlite” che in maniera ideale illustri al resto dell’umanità su come comportarsi in prossimità della fine dei tempi (Zwingli riteneva che tutta la Chiesa doveva identificarsi con la società). Bucero, naturalmente, avrà il tempo di lasciarsi vincere dal disincanto circa le sue speranze di rinnovamento in una Chiesa dove eletti e reprobi furono sempre presenti. Un’altra caratteristica della riforma di Bucero fu di reintrodurre la “questua” cioè la colletta delle offerte durante il culto di modo che la cassa comunale fosse amministrata direttamente dai responsabili degli enti di assistenza e, quindi, non più dal magistrato come era accaduto a Zurigo né dal papa come accadeva a Roma, es. il collettore dell’Ospizio di Santa Barbara subentrava poco prima dell’offertorio per esortare i fedeli alla generosità. Questo ritorno alle origini non implica necessariamente una concezione liturgica del gesto materiale ma si concretizza in una riorganizzazione che consiste nell’inserire nel culto un momento di solidarietà. Nonostante ciò la liturgia protestante preservava il suo carattere di reazione contro una concezione medievale della messa romana. A Strasburgo, Bucero non ebbe né il tempo né il potere di realizzare la sua riforma lasciando al suo discepolo Luca Hackfurt, il diacono della città, il compito di rendere la diaconia più integrata nel contesto ecclesiale e di proteggerla dagli intrighi della borghesia.

A imitazione di Bucero, Calvino ripropose l’articolazione tripartita del ministero diaconale (assistenza, culto e consacrazione) ma, diversamente da lui, ridusse i ministeri a solo 4 tipi: pastorato, dottorato (insegnamento), diaconato e presbiterato (alcune ordinanze non menzionano né dottori né anziani assimilandoli al pastorato). Al pastore furono assegnate la predicazione, la presidenza delle cerimonie rituali e l’assoluzione dei peccati. Al diacono spettava l’amministrazione della cassa comunale e degli ospedali, la raccolta dei fondi e la loro distribuzione ma sopratutto, e qui sta la novità, la visita dei poveri a domicilio. Calvino, riprendendo la lettera ai Romani, ritiene che già in passato vi fossero dei diaconi che si occupavano di compiti assistenziali e, quindi, non propriamente cultuali (Rm 12,8) ma che le cui competenze sono state manipolate per fini liturgici (servire l’altare, recitare i salmi, tenere il calice per l’eucaristia, etc.). Nonostante questa aspra critica alla Chiesa tradizionale, Calvino ritenne di dover restaurare l’autentica funzione liturgica del diaconato e più precisamente nell’ambito della frazione del pane, proprio lui che era stato il teologo che aveva negato il dogma della transustazione ovvero della trasformazione del pane e del vino nel corpo e nel sangue di Cristo! Eppure “l’offerta eucaristica rimane senza effetto se non prosegue nel dono diaconale per il mondo e l’offerta materiale rimane teologicamente vana se non trova un fondamento in Cristo” (p. 336). Riguardo alle pari opportunità, Calvino ritiene ci fosse lo spazio per il genere femminile nel diaconato purché, nel rispetto del dettato paolino, avessero compiuto almeno sessantanni ed avessero rinunciato ad occuparsi delle loro case. In altre parole Calvino riteneva che le donne non potevano allo stesso tempo occuparsi dell’assistenza dei figli e dei poveri pur riconoscendone delle qualità specifiche (spirito di servizio, abilità nelle cure, capacità di aiuto). Secondo Calvino, inoltre, sebbene in caso di necessità una donna poteva parlare in pubblico, normalmente doveva tacere durante il culto ufficiale (cfr. Morris L., Prima lettera ai Corinzi, p. 238).

Come molti riformatori, anche Calvino ebbe dei ripensamenti (contrariamente a Lutero, Bucero e Zwingli, Calvino non fu un ministro ordinato e giustificò la sua attività pastorale in virtù di una vocazione profetica direttamente ricevuta da Dio). Nelle ordinanze del 1541 e del 1561, tra le competenze diaconali, non figuravano quelle cultuali né liturgiche, ricalcando quanto già aveva fatto Zwingli. Probabilmente ha agito così per non alimentare conflitti tra l’autorità religiosa e quella politica. In realtà “la teoria dei rapporti tra Chiesa e Stato, quale è stata elaborata da Calvino, è tanto lontana dalla dottrina di Zwingli che finiva per confondere Chiesa e Stato, quanto è differente dalla sottomissione delle Chiese allo Stato alla quale si era pervenuti in Germania (…) Come Bucero, Calvino sembra aver intuito che la situazione postcostantiniana della Chiesa implica uno sdoppiamento istituzionale della cristianità in strutture e leggi da una parte ecclesiastiche e d’altra parte civili. Pur volendole complementari, egli crea tuttavia il rischio di un processo di separazione e di secolarizzazione senza che il contesto del suo tempo gli possa permettere di oltrepassare il concetto di uniformità civile ed ecclesiastica. Accettare la secolarizzazione nascente sarebbe stato per lui sottoscrivere un’ecclesiologia di tipo radicale e settaria, negando l’origine divina dell’autorità temporale” (p. 344). Calvino fallisce, così come ha fallito Lutero (progetto di Leisnig) e come ha fallito Bucero (doppia ecclesiologia) perché è l’autorità civile che ci guadagna nel processo di riforma essendo investita dell’autorità che attribuisce il potere giuridico sulla gestione del potere. Il consiglio cittadino, defraudato della figura di garanzia del magistrato, entra ben presto in crisi, diventando il fulcro di tensioni e compromessi che porteranno alla nascita dello Stato moderno.
 
Citazioni tratte da Hammann G., Storia del diaconato, Magnano (BI), Qiqajon, 2004.