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Assistenza sociale nell’industria (1927-1970)

“L’assistenza sociale” rivista della Confederazione Nazionale Lavoratori e Sindacati Fascisti poi “L’assistenza sociale nell’industria”, rivista bimestrale della Confederazione Generale Fascista dell’Industria Italiana, piazza Venezia 1, 1928-1943, Roma, Società editrice de “L’Organizzazione Industriale”, via Margutta 61, Roma. Poi “Quaderni d’informazione per assistenti sociali”, 1950-1954. Poi “L’assistenza sociale nell’industria italiana: rivista bimestrale della Confederazione Generale dell’Industria Italiana”, 1960-1968. Poi “Iniziative sociali nell’industria italiana”, Confederazione generale dell’industria italiana, 1969-1970 (Roma, Failli). Direttore responsabile: Guelfo Gobbi (anni ’20 – ’40); Rosario Toscanini (anni ’60 – ’70).

L’idea di un servizio sociale nelle fabbriche italiane fu introdotta nel primo dopoguerra per sopperire ai bisogni della popolazione operaia già duramente provata dal conflitto. L’esigenza di aggiornare il personale assistenziale e di propagare il servizio in tutto il paese indussero la Confindustria a pubblicare un periodico apposito affidandone la direzione a Guelfo Gobbi che proveniva dall’Associazione nazionale mutilati ed invalidi di guerra e, quindi, era la persona più competente in materia. Fin dal 1927 si dedicò all’istruzione ed alla formazione delle prime assistenti sociali di fabbrica. L’aggiornamento degli orientamenti produttivi e l’introduzione dei nuovi metodi razionali nelle imprese, richiedevano particolari cure a favore dell’elemento umano ed egli, attraverso le pagine della rivista, sviluppò una sistematica ed efficace opera di proselitismo (R.T., La scomparsa di un benemerito dell’assistenza sociale: Guelfo Gobbi, 1961, 2, p. 4).


La struttura editoriale è formata da una prima parte di articoli sul servizio sociale di fabbrica con esperienze sul campo non solo in ambito aziendale (Olivetti, Viscosa, Acciaierie Falck, Fiat, Buitoni, Radaelli, etc.) ma anche nei servizi di utilità pubblica (trasporti, gas, elettricità, etc.). La seconda parte include il calendario di convegni o congressi, notizie dalle scuole di servizio sociale, una selezione bibliografica e le recensioni. Il tutto corredato da riproduzioni degli impianti dell’epoca e fotografie a colori. La rivista che interessa gli industriali italiani, i capi del personale aziendale, gli esperti dei problemi sociali di fabbrica, gli assistenti sociali: illustra le realizzazioni dell’industria italiana nel settore dell’assistenza sociale di fabbrica; aggiorna sui principali problemi del servizio sociale aziendale; riporta notizie di studi, conferenze e convegni che riguardano le realizzazioni umane nell’ambito industriale (L’assistenza sociale nell’industria italiana, 1963, 1, p. 3). Nel decennio che vide pubblicare la rivista (1960-70) si alternarono articoli esplicativi sull’organizzazione dei servizi sociali per gli operai e per le loro famiglie; si tratta certamente di una valida testimonianza del “boom” economico dei “mitici” anni ’60.
La direzione inizialmente detenuta da Guelfo Gobbi (anni ’20 – ’40), fu poi affidata a Rosario Toscanini (anni ’60 – ’70). Il comitato di redazione era formato da docenti universitari quali Augusto Turati, Giovanni Balella, e naturalmente assistenti sociali quali Margherita Grossman, Elena Fambri e Paolina Tarugi. Di questa ultima sta scritto che si era distinta durante la prima guerra mondiale per le sue attività di assistenza ai combattenti e che nel dopoguerra si adoperò per inserire i reduci nella vita civile. Nel 1919 ottenne il riconoscimento dei diritti della donna nell’esercizio delle libere professioni con l’approvazione della legge Sacchi. Sta scritto, inoltre, che fu maestra delle prime assistenti sociali che si diplomarono presso la scuola di Sant’Alessio. Su questo punto occorre una precisazione. Infatti, tutti sanno che la prima scuola per segretarie sociali fu fondata nel 1921 a Milano in via Piatti 4 e che la scuola per assistenti sociali fu fondata nel 1928 a Roma a San Gregorio al Celio. Dunque, da dove spunta questa scuola di Sant’Alessio? (A.D., Paolina Tarugi pioniera del servizio sociale di fabbrica in Italia, 1969, 5, pp. 38-39).


L’istituto italiano per l’assistenza sociale sorto a Milano nel 1921 ebbe la sua consacrazione in forma ufficiale in una riunione tenuta presso la Camera di commercio di Milano dove era stato concepito e strutturato come un organismo tecnico e scientifico che con metodo rigoroso ricerca l’ausilio di tutte le moderne scienze che si applicano alla organizzazione umana del lavoro. Intercorsi i necessari preliminari accordi fra l’Istituto e l’azienda ed ottenuta l’autorizzazione ad iniziare il servizio sociale, la segretaria o l’assistente sociale si metteva in contatto con i dirigenti nonché i capi operai, i rappresentanti della commissione interna o con qualunque altro organismo che rappresentasse la maestranza. Dopo questi preliminari avevano inizio in forma regolare le visite dell’assistente allo stabilimento generalmente durate l’intervallo fra il lavoro del mattino e quello del pomeriggio: punto di ritrovo il refettorio oppure dove gli operai si intrattenevano. Nelle aziende ove l’istituto gestiva il servizio sociale funzionavano ambulatori con visita medica gratuita, allo scopo di compiere un utile opera di profilassi. In collaborazione con l’Istituto delle biblioteche popolari di Milano, l’Ente ebbe ben presto la possibilità di disporre di una biblioteca centrale di qualche migliaio di volumi che istituì a sua volta tante sedi zonali in altrettanti stabilimenti. Furono anche organizzate lezioni con proiezioni su argomenti culturali e tecnici per selezionare, fra tanti, i pochi che pur prestavano attenzione alle cose della cultura. Nel 1928 mentre a San Gregorio al Celio in Roma sorgeva la scuola per le assistenti sociali, l’istituto italiano per l’assistenza sociale passava alle dipendenze della confederazione generale dell’industria, continuando la propria esistenza fino al 1945 (Tarugi P., Le origini del servizio sociale di fabbrica in Italia, 1961, 1, pp. 14-18).
L’Istituto italiano per l’assistenza sociale di Milano, con corsi accelerati svoltisi negli anni 1921, 1923 e 1926, abilitava le allora segretarie sociali alla professione di assistenti sociali. Nel 1928 veniva istituita a Roma la scuola superiore per assistenti sociali di San Gregorio al Celio che doveva fornire la maggior parte del personale addetto ai servizi organizzativi dalle due Confederazioni degli industriali e dei lavoratori dell’industria. Per il settore dell’assistenza all’infanzia, invece, fu l’ONMI a diplomare diverse assistenti sociali con due corsi tenuti a Roma e a Milano nel 1933 e nel 1934. Dopo lo scioglimento delle due Confederazioni corporative che gestivano la maggior parte dei servizi sociali allora esistenti (Patronato Nazionale Assistenza Sociale e Istituto Italiano di Assistenza Sociale), sin dall’ottobre del 1945 un gruppo di assistenti sociali entrò a far parte del FIDAPA (Federazione Italiana delle Donne nelle arti, nelle professioni e negli affari), decise di organizzarsi come Centro nazionale assistenti sociali, giungendo nel 1948 alla costituzione dell’Associazione nazionale assistenti sociali (ANAS) ed al primo convegno nazionale del 29 giugno. Nell’art. 2 dello statuto si legge che il fine è di collegare gli assistenti sociali operanti nelle varie regioni d’Italia. Nel 1961 risulta ben ampia la distribuzione dei membri soci dell’ANAS con una percentuale lievemente superiore proveniente dalla sezione laziale che aveva optato per il servizio di fabbrica seguito dal comparto giustizia (Organismi rappresentativi italiani: l’ANAS, 1962, 5, pp. 27-29).


L’assistenza è “sociale” in quanto pubblica e gratuita (Travagli F., Assistenza sociale e Patronato Nazionale, 1, 1927, p. 551):
«Non avrei dato soverchia importanza ad una critica alquanto acerba comparsa sui numeri 7-8, 1927 della Rivista. Critica riguardante un mio articolo “Patronato Nazionale in rapporto alla profilassi sociale” se gli avvenimenti svoltisi in questi ultimi mesi fra cui, principalissimi, il Congresso degli Uffici Legali del Patronato Nazionale tenutosi a Bologna il 5 ottobre u.s. e l’interrogazione dell’on. Gay alla Camera dei Deputati, non fossero venuti a confermare tanto autorevolmente ciò che fu previsto da me non solo nel mio ultimo studio quanto in tutti i miei lavori precedenti. Da più di cinque anni, prima sotto la diretta guida del nostro Direttore Generale, poi quale consulente medico del Patronato Nazionale di Genova, ho sempre strenuamente combattuto il cosiddetto parassitismo a danno degli infortunati. L’azione potentemente moralizzatrice del Buffa, che ebbe proprio qui a Genova il suo primo svolgimento, le battaglie asperrime da Lui subito combattute con slancio magnifico di fascista e di sindacalista purissimo. videro il sottoscritto (quale medico, cultore fervente dei problemi sociali che la democrazia demagogica aveva trascurato e negletto) in linea per la lotta della quale oggi il Patronato Nazionale raccoglie i frutti più eletti, e se lo sfruttamento degli operai infortunati fu da me (e non da me solo, ma da altri ben più del sotto-scritto autorevoli) definito per parassitismo, non posso — oggi — clic confermare e proclamare con tutta la mia energia tale definizione. A meno che non si voglia definire con parola anche più cruda il numero enorme di «reati, di truffe nelle indennità, di creazioni di infortuni, di autolesioni, di sfruttamenti dell’infortunato con altissime percentuali ed inganni sulla valutazione del danno ed infine la sottile opera disgregatrice che viene compiuta con l’istillare nella mente dell’operaio stesso una illimitata fiducia sul patrocinio, con pretese talvolta esagerate ed assurde di danni non indennizzabili». Mi fermo ancora sulla parola: parassitismo. Vuole dirmi l’egregio «a.c.» se l’opera in genere dei patrocinatori privati, specialmente nei grandi centri industriali, può essere altrimenti definita? Quando individui di passato oscuro, di poca o scarsa coltura, di coscienza… elastica, assistiti purtroppo da professionisti che potranno anche lavorare in buona fede, ma con gli occhi bendati, si creano paladini presso le Società o gli Istituti di Assicurazione di operai infortunati o sorprendono la loro ingenuità (leggi: ignoranza) trattenendo sulla somma liquidata dell’infortunio persino il 50%? Può definirsi altrimenti che parassitismo il fatto che vengono sovente accettate quali prime liquidazioni le temporanee, inibendo all’infortunato il diritto alla revisione per erroneità e tendendo in tal modo a favorire il giuoco di qualche Istituto Assicuratore? E ancora… ma perché rimestare nuovamente il fango che si è accumulato in questi ultimi anni su tante questioni svoltesi fra patrocinatori privati, istituti assicuratori ed infortunati? Non intendo, con quando asserisco, coinvolgere nell’accusa di parassitismo la totalità dei patrocinatori privati, sia singoli, sia raccolti in Istituti. Ma non posso escludere che anche negli Istituti o nei singoli più seri ed onesti, il lucro non sia la principale molla che li animi nel tutelare gli interessi dell’infortunato. Infatti il sorgere ed il vittorioso affermarsi del Patronato Nazionale ha dato ai nervi a parecchia gente… dai grossi calibri ai minimi, dai grandi Istituti ai piccoli speculatori che si accontentano delle… briciole! Il principio invece sostenuto sin dal 1922 dal Buffa (e consacrato dalla Carta del lavoro) è basato essenzialmente sul patrocinio gratuito dell’operaio infortunato, vera audace innovazione pratica nel campo della previdenza ed assistenza sociale. Eminentemente etico ed umano — osserva a tale proposito il Brunetta — il concetto informatore di tale principio. Chè altrimenti si andrebbe contro lo stesso spirito informatore della legge sugli infortuni del lavoro, quello cioè di assicurare all’operaio colpito da infortunio la possibilità di vita nel periodo di inabilità temporanea, dargli il modo di completare i propri proventi nel caso di inabilità permanente, garantire alla famiglia un discreto peculio nella eventualità della morte. L’affermarsi del Patronato Nazionale (e vedremo più oltre quanto esso interessi ora la pubblica opinione) che presieduto dall’on. Rossoni può definirsi come purissima emanazione sindacale, rientra automaticamente nell’art. 28 della Carta del Lavoro che prevede: «la devoluzione alle associazioni sindacali legalmente riconosciute della difesa dei lavoratori anche per le procedure amministrative e giudiziarie relative agli infortuni sul lavoro ed alle assicurazioni sociali». Giustamente il Roberti asserisce in una sua interessante relazione sulla « Funzione delle Associazioni Sindacali e la legge infortuni » che [‘assistenza sindacale non si esaurisce nel creare o nel perfezionare il rapporto di lavoro, ma 01 estende a tutta la vita del lavoro, a tutti i rischi ai quali il lavoratore va incontro in conseguenza del lavoro. Tanto più pronta e gelosa tale assistenza quanto più il lavoratore è in condizione di inferiorità ed ha bisogno di difesa. Ora — continua ad interpretare il Roberti assai limpidamente — già la legislazione italiana si era messa su questa strada sottraendo con la legge del 1917 ai patrocinatori privati la rappresentanza e la difesa degli infortuni agricoli; essa è stata poi affidata esclusivamente al Patronato Nazionale. Dato questo stato di fatto, non ho certo io commesso tali errori nel mio studio sul Patronato Nazionale. Dato questo stato di fatto, non ho certo io commesso tali errori nel mio studio sul Patronato Nazionale in rapporto con la profilassi sociale, da meritarmi tutti gli inorriditi sic! e tutti gli abbondantissimi punti esclamativi dell’egregio «a.c.» della Rivista Critica d’Infortunistica. Comunque, (ed anche in questo non posso che sottoscrivere a quanto ha asserito, con ben più profonda competenza legale della mia il Roberti), non si tratta di abolire, per gli infortuni industriali, il patrocinio privato; si tratta di trasferire la scelta dei patrocinatori degli infortunati alla Organizzazione sindacale. Qui non è questione di libertà menomate e di controversie private; nelle controversie del lavoro (le cui garanzie e di esse l’applicazione delle disposizioni inerenti sono controllate dallo Stato) il lavoratore deve essere tutelato dalle proprie associazioni sindacali di categoria; e per esse — come è in fine ora ufficialmente riconosciuto — al Patronato Nazionale che è l’organo tecnico della Confederazione dei Sindacati Fascisti e che ha in tutta Italia predisposta una organizzazione perfettamente corrispondente allo scopo con un personale veramente selezionato ed eletto sia dal lato amministrativo che da quello medico e legale. Che questo sia ormai penetrato anche nella coscienza dei lavoratori e del pubblico in genere, lo dimostra il fatto che liberamente — spontaneamente — in molti centri industriali gli operai infortunati corrono alla tutela del Patronato Nazionale; in molte città ormai la mala pianta del patrocinio privato si è esaurita e spenta del tutto, per la mancanza della linfa più vitale: il denaro degli infortunati! Ma ormai non soltanto gli organi della pubblica opinione — la stampa politica in genere — si interessano del Patronato Nazionale; non solo le riviste legali hanno delle rubriche le quali seguono con viva attenzione (tanto più viva quanto più esse sono più o meno celatamente avverse) tutto quello che si svolge nel Patronato stesso; ma riviste tecniche sanitarie ne fanno oggetto del loro studio. Era del 27 settembre un interessante articolo del «Medico Italiano»; è del 28 novembre la riproduzione di esso ed il commento sulla “Sezione pratica” del Policlinico, la rivista più diffusa del ceto sanitario d’Italia. Ci piace, quale conclusione di questo nostro articolo, riportare di detto studio i due più interessanti periodi: «Se noi guardiamo alle cifre esposte per il ramo: assistenza dell’operaio infortunato sul lavoro, nella relazione al Consiglio Direttivo Nazionale del Direttore Generale comm. Aldo Buffa, comprendiamo facilmente quale imponente lavoro è stato compiuto e quale proporzione può assumere tale opera per l’avvenire: nel 1926 furono eseguite per gli infortunati delle industrie 18.847 visite chirurgiche; 462 neuropatologiche; 16.413 di controllo; 207 otorinolaringoiatriche; 2523 oculistiche; 688 mediche; 1373 radiografiche. E non contiamo le 8464 pratiche esperite per gli infortuni agricoli! Questo lavoro dà sempre più la sensazione che il Patronato Nazionale vuol raggiungere quella perfezione nelle indagini e nei responsi alla quale nulla debba e possa obbiettare la Società Assicuratrice e che il Patronato è centro d’effettivo elevamento nella pratica infortunistica. Di fronte a queste constatazioni di organi obbiettivi e sereni, al di fuori ed al di sopra di ogni carattere laudativo, di fronte a questa sicura ascensione del Patronato Nazionale verso la più perfetta ed universale costituzione, io credo che ogni altro commento debba essere superfluo. Potranno le mie vedute essere tacciate di teoriche e nebulose; ma la realtà dei fatti le consacra quali positive e realizzatrici, per eccellenza! De hoc satis! Sarà mia cura, in un altro articolo, controbattere la questione della procura che tanto ha disturbato l’egregio a. c. Per ora mi conforta la constatazione che non invano mi sono accanita contro gli inconvenienti del cosiddetto Parassitismo a danno degli infortunati. Ed è per me questo un grande legittimo conforto».


Accanto all’Istituto di Assistenza Sociale di Fabbrica si affiancavano i policlinici e le cliniche del lavoro. Le prime avviano i professionisti sul piano pratico, le seconde su quello teorico. Una terza realtà è costituita dalle Mutue di Fabbrica che offrivano accertamenti sanitari laddove i sanitari generici non riuscivano. I policlinici erano suddivisi in due sezioni: medicina preventiva e malattie professionali (Vigliani G.A., I policlinici del lavoro, 5, 1928, p. 3).


Una quarta realtà (dopo i policlinici e le mutue di fabbrica) era rappresentata dalla scuola di San Gregorio al Celio dove avveniva la formazione delle assistenti sociali. Il quinto numero del 1928 dedica un bel servizio su questa neonata realtà didattica (La scuola superiore femminile fascista di assistenza sociale, 5, 1928, pp. 6-8):
La nuova Scuola, istituita dal Partito Nazionale Fascista con il concorso morale e finanziario della Confederazione dell’Industria, ha già iniziato dai primi dello scorso ottobre l’opera, i cui riflessi sociali risulteranno certamente quanto mai benefici in un prossimo avvenire.
Intanto con questa nuova istituzione l’Italia realizza, con l’attività fascista, uno dei più importanti postulati da essa enunciati nel recente Congresso Sociale di Parigi e si pone a fianco delle Nazioni industrialmente più sviluppate; dando in più alla sua opera quel carattere di originalità e di praticità che è proprio del suo temperamento latino.
Questa nuova Scuola è infine il logico corollario alla Scuola Superiore di Economica Domestica, altra opera del Regime, promossa, come questa d’oggi, con larghezza di vedute e con squisita sensibilità dei bisogni delle classi lavoratrici della Segreteria Generale del Partito, specialmente per le intelligenti cure di Angiola Moretti, Segretaria dei Fasci Femminili, che realizzando il programma sociale con così viva fede lanciato e propagandato dalla mirabile parola di S.E.Turati, nulla ha lasciato mai intentato, perché anche alle donne giunga il soffio rinnovatore ed elevatore del Fascismo, vigile custode e potenziatore dei più intimi valori e delle più preziose energie della Stirpe.
La vasta portata sociale di questa nuova Scuola, risulterà chiara, quando si pensi che essa darà ai Segretariati di fabbrica il personale tecnico, specializzato a compiere le più delicate mansioni assistenziali in favore delle classi lavoratrici e delle loro famiglie. Infatti alle assistenti fasciste sarà commessa una vasta serie di attività, per cui essendo particolarmente preparate, potranno assolvere con un unico criterio direttivo tutte le branche che caratterizzano i suddetti Segretariati: cioè l’assistenza sanitaria, culturale, igienica, economica, l’assistenza alla maternità ed all’infanzia, ecc.
L’assistente sociale fascista potrà così soccorrere ai vari bisogni del lavoratore e dell’azienda, sorvegliando, promuovendo e indirizzando i suoi assistiti a tutti i seguenti bisogni:
a) Assistenza sanitaria: Igiene individuale e del lavoro. Acquisto di medicinali, profilassi delle malattie sociali e professionali, visite da medici specialisti, ambulatori, invio in sanatori, convalescenziari, colonie di cure e constatazioni domiciliari.
b) Assistenza culturale: Conferenze, proiezioni, biblioteche, scuole di lavoro.
c) Assistenza igienica: Mense di fabbrica a gestione diretta.
d) Assistenza economica: Risparmi, assicurazioni facoltative, assicurazioni sulla vita, casse mutue e sussidi.
e) Collaborazioni con: Mutue interne, poliambulanze, Istituto Previdenza Mutualità, Capi personale, Gruppi interni del Dopolavoro, Direzioni per impianti, andamenti, gestioni varie di fabbrica.
f) Assistenza alle madri e ai fanciulli: Sale di allattamento, Consultori materni, Invio in case di Cura, Ambulatori speciali, Colonie marine e montane.
Da questi brevi cenni dell’attività commessa alle assistenti sociali, che svolgono la loro opera delicata nell’interno della fabbrica, si può facilmente comprendere l’utilità grande del nuovo Istituto che è l’unico istituto italiano di preparazione ai suddetti compiti.
È perciò che la Confederazione dell’Industria, la quale fin dal suo sorgere si è acquistata i maggiori titoli di benemerenza nel campo dell’Assistenza Sociale, ha entusiasticamente raccolto le iniziative del Partito quale ambitissimo ordine ed ha anzi assunto su di sé per il funzionamento del nuovo Istituto, un grosso onore finanziario, mentre dall’altro lato ha offerto all’insegnamento della nuova Scuola di Assistenza sociale i suoi uomini di scienza più competenti. Ma non solo a quest’attività immediata ha mirato l’opera della Confederazione: essa ha bensì concorso, nel modo senza dubbio il più efficace, alle finalità della nobile istituzione, assicurando che avrebbe provveduto al collocamento nelle industrie delle diplomate di questa Scuola. E qui non è chi non veda essere questo provvedimento il crisma più sicura al fiorire del nuovo Istituto. Sita nell’ampio edificio di San Gregorio al Celio, ex convento dei frati Benedettini ed ora sede di altre opere buone, quali la Scuola di Assistenza all’Infanzia e quella già accennata di Economia Domestica, la nuova Scuola, sorta per volere del Partito e degli Industriali, occupa il piano nobile del palazzo ed ha come ambienti di soggiorno, di studio e di ricreazione, tutto quanto un beninteso e moderno criterio igienico e didattico può offrire.
La Scuola ha il carattere di un convitto a solo internato ed il corso per conseguire il diploma di assistente di fabbrica dura 8 mesi: dei quali sei sono di formazione teorica, mentre gli ultimi due sono totalmente dedicati al tirocinio pratico.
Organico e veramente completo ne è il programma didattico diviso nelle materie di studio sotto indicate e svolto da anche eminenti e competenti personalità che qui sotto nominiamo:

  1. Ordinamenti politici e sindacali: Augusto Turati;
  2. Legislazione Fascista: Giovanni Balella;
  3. Ordinamento amministrativo: Cesare Giannini;
  4. Organizzazione scientifica del lavoro dal punto di vista medico; Orientamento professionale; Selezioni della mano d’opera: Giovanni Antonio Vigliani;
  5. Nozioni di igiene generale ed industriale: D.Maza
  6. Malattie sociali e del lavoro; etica professionale; doveri e mansioni delle assistenti di fabbrica: D.Maza
  7. Cenni introduttivi di legislazione sociale: leggi protettive del lavoro ed organi di vigilanza: Giovanni Balella;
  8. Varie branche assicurative, loro ordinamento e finalità d’ordine sociale sanitario: Cesare Giannini;
  9. Cenni di infortunistica: ordinamento, assistenza, prevenzioni e cura: Giovanni Antonio Vigliani;
  10. Protezione della donna nel lavoro e dei fanciulli minorenni nella legislazione italiana; parte teorica: Giovanni Balella; parte pratica: D.Maza;
  11. Norme di puericultura: D.Maza;
  12. Nozioni sul servizio sociale in Italia e all’estero: D.Maza;
  13. Economia domestica: Paola Baronchelli.

Questo il programma di studio: accanto ad esso sono particolarmente curate sotto la guida della direttrice dottoressa Maza, le visite e le lezioni pratiche negli ambulatori di medicina sociale: cioè ambulatori Antitubercolari, Infortunistici, e Celtici, Consultori materni e per lattanti; Istituti di ricovero per deficienti, vecchi, anormali psichici e fisici.I titoli minimi d’ammissione al corso sono: a) la licenza di scuola media inferiore con accertamento di una maggiore preparazione culturale privata; b) il diploma di abilitazione magistrale quale titolo di pieni diritto; c) il diploma di infermiera.
Va notato però che vi sono anche delle alunne laureate come primo nucleo delle sopraintendenti sociali.
I limiti di età per l’ammissione al Corso sono fra il 21° e 45° anno: le alunne debbono per ovvie ragioni di profitto essere di sana costituzione fisica, di buona condotta morale e nubili o vedove senza prole.
Dopo gli otto mesi, di corso, le candidate si sottopongono all’esame per il conseguimento di diploma e le tre migliori ottengono il rimborso delle spese incontrate per la loro permanenza al convitto.
Il convitto, come abbiamo accennato, non accetta alunne esterne, ma vuole che queste vivano insieme, in disciplina spontanea e famigliare, perchè saggiamente si pensa che dal lungo periodo di soggiorno in comune debba sorgere quello spirito e quell’indirizzo unitario che faccia delle assistenti sociali fasciste le antesignane e le segnalatrici di un unico grande ideale: quello dell’elevamento sociale del popolo.
Fine che senza dubbio si realizza sotto l’area sicura di Enti quali il Partito e la Confederazione dell’Industria e di nomi quali S.E.Turati.
I principi del servizio sociale adottati possono così sintetizzarsi: osservazione del caso nel contesto di vita, eliminazione alla radice dei problemi che affliggono l’assistito, lavoro di rete in ambito socio-sanitario, prevenzione dell’insorgenza degli stessi o di nuovi problemi (Grossmann M., Concetti e metodi di assistenza sociale, 4, 1937, pp. 61-74):
«Tutta l’azione sociale che mira all’elevazione del tenore di vita delle masse è orientata ai giorni nostri su soluzioni che tendono a dare assetto organico e razionale alla tutela contro i rischi dell’esistenza ed in particolare alla protezione delle categorie lavoratrici, e ad eliminare nei, provvedimenti impostati su vasta scala, gli squilibri fisici economici e morali dei singoli. Nel riconoscere l’interdipendenza delle cause che generano tali squilibri e la difficoltà di ridurle ad un unico denominatore, possiamo tuttavia ravvisare in essi le cause determinanti generali (malattie sociali, disoccupazione involontaria, pauperismo, e le cause determinanti individuali (ignoranza, deficienza, vizio, rilassamento morale, ecc.). I provvedimenti che in forma legislativa si sono venuti via via concretando, attraverso le istituzioni di previdenza e di assistenza, di igiene e di profilassi sociale, se da un lato risolvono i problemi che per la loro portata non avrebbero potuto essere risolti dalle istituzioni ed iniziative private né affrontati con gli antichi metodi della beneficenza, dall’altro si inspirano per il loro stesso carattere a concetti d’ordine morale: riconoscimento della responsabilità e solidarietà sociale, salvaguardia della dignità umana col sottrarla nell’evento del rischio o del bisogno a soluzioni caritative ed elomosiniere. Il diritto acquisito o legalmente riconosciuto si sostituisce alla forma passiva del beneficio, da cui rifugge la più matura coscienza del lavoratore e da cui l’anno distolti quegli elementi che, per immaturità di spirito, possono tuttora aderirvi. Nel Regime fascista, in sui secondo il Capo “non le forme della vita umana, ma il contenuto, 1’uomo, il carattere… devono essere potenziati in Valori ideali superiori, per uniformarsi a quella forma più alta di personalità che si esprime come” volontà di potenza nello Stato fascista, noi dobbiamo tendere a che ogni prestazione assistenziale, fondata o no su diritti legali, volta comunque Verso l’eliminazione degli squilibri nell’individuo o nel nucleo familiare, s’imperni in basi in cui l’essenza morale dell’individuo possa essere salvaguardata non solo, ma tratta ad espressione dalle sue più profonde radici per concorrere alla sua stessa elevazione. È su questo postulato fon-aumentate che si basa fazione assistenziale individuale, da cui deve esulare la formula caritativa che avvilisce e deprime i migliori, anche quando si riveste del manto della solidarietà, mentre fomenta gl’istinti parassitari e l’inerzia nei peggiori. Ma la contenzione teorica non basta: bisogna tradurla in realtà. Bisogna additare e diffondere i metodi che soli consentono di agire in conformità ai concetti informativi di fronte all’evento del bisogno che si presenta con l’immediatezza dette sue sollecitazioni e con t imperiosità delle sue esigenze. Quali saranno dunque questi metodi con cui affronteremo i problemi del servizio sociale nella sua forma individuale sotto l egida dei concetti che soli possono giustificarsi nella nostra era è accederemo alle nuove vie abbandonando le vecchie?
La soluzione legale
Quante volte nell’ambito delle stesse istituzioni assistenziali alla soluzione legale di un caso assistenziale, perché burocraticamente più spinosa, più impegnativa, più ardua, per la somma di tempo di volontà, di considerazioni ed anche di responsabilità che involve, non si dà la preferenza a quella più semplice di aprire il battente della cassa o invocare il benefico intervento di terzi facendo appello ad argomentazioni sentimentali? O per incompetenza non si ravvisa la soluzione più adeguata tra le infinite possibilità di soluzione che offre un caso se inquadrato nei suoi rapporti di causa e di effetto e se affrontato con i veri metodi del servizio sociale? O ancora tra le incognite che, il quesito presenta non si sa riconoscere nelle pieghe del groviglio la possibilità di trar partito per la sua soluzione proprio da una determinata disposizione di legge, per cui esso può essere risolto, contrariamente alle apparenze, in forma ben diversa da quella comoda e caritativa che ci prospetta il postulante stesso? Occorre anzitutto saper “Vedere” il caso, non nell’incidente che determina la richiesta di assistenza ma nel quadro della personalità o del nucleo familiare, minorato nella sua efficienza da uno squilibrio che, quand’anche possa apparire a tutta prima economico, non lo è di fatto che nei suoi effetti, mentre nelle sue cause promana da una concatenazione di squilibri fisici materiali e morali. La miseria può, ad esempio, essere conseguenza di tare fisiche o psichiche: essa non si sanerà con 1’aiuto economico puro e semplice, ma con l’eliminare nel modo più appropriato la malattia o le tare psichiche concomitanti che la determinano. È questo l’ “abc” del servizio sociale individuale, ma occorre ripeterlo per ribadire l’asserzione: “senza una chiara visione della concatenazione delle cause e degli effetti l’obiettivo non può essere raggiunto”. L’aiuto deve quindi essere in funzione non dell’evento incidentale ma dell’obiettivo da raggiungere. Non è il lato umano sentimentale dell’incidente che deve interessarci, o magari straniarci dalla linea di azione che lo trascende e che, per la finalità da conseguire, possiamo anche praticamente ignorare. La prestazione cui noi dobbiamo mirare s’imposterà dunque, in quanto è possibile (e nella maggior parte dei casi lo è anche se non lo si sappia riconoscere), nel quadro della nostra legislazione sociale, delle nostre disposizioni legali, delle norme statutarie dei nostri Enti s’impernierà sulle leve delle amministrazioni pubbliche, cercherà di far breccia su tutto quanto è stato creato in logica concatenazione per non lasciar fuori dalle maglie della rete di protezione e tutela alcuna categoria di persone. L’azione condotta con abilità e competenza non si lascia sbaragliare dalle inevitabili inerzie o lentezze burocratiche. Nel campo igienico-sanitario essa s’inserirà nei quadri e nei gangli della fitta rete di provvedimenti sanitari, che dalla condotta e dagli ambulatori municipali va all’organizzazione dispensariale dei Consorzi antitubercolari, che dalle competenze degli organi mutualistici per i lavoratori si estende a quella dei centri di assistenza materna ed infantile; e del pari saprà valersi degli integramenti preventivi di Enti ed Istituti Nazionali. E se il soggetto da salvare sarà una bimba paralitica nessuno si domanderà a chi la competenza; se sarò il fanciullo anormale recuperabile non si esiterà nell’attribuirlo o meno all’O.N.M.I. o se si batterà di un ragazzo tubercolotico non si tentennerà tra la competenza dell’I.N.F.P.S. o del Consorzio antitubercolare, quando si conoscano a fondo i requisiti da cui dipende la prestazione; né tanto meno si ricorrerà a soluzioni empiriche di ordine caritativo, inadeguate e incomplete, e perciò inefficaci.
Azione integratrice
Le prestazioni inerenti alle assicurazioni sociali, o erogazioni mutualistiche o ad altre provvidenze legai: sono sempre basale su disposizioni schematiche, contenute nell’ambito di certi limiti: ora sono proporzionate alla misura del salario e dei contributi, sempre subordinate all’adempimento di determinate clausole o all’esistenza di determinati requisiti e, ad eccezione delle pensioni, si esauriscono entro un determinato tempo. Le categorie, fissate per necessità amministrativa, non sono fondate sulle effettive esigenze del bisogno che intendono fronteggiare, ma si basano su considerazioni estranee alla natura di esso, per es. sulla misura del salario, per cui danno al rischio sociale un indennizzo schematico che non sempre coincide con l’effettivo bisogno. Le leggi del bilancio ignorano le leggi dell’individualità; e questa, ancorché subordinata alle esigenze del tutto, ha nello stato di bisogno e di crescenza dell’individuo le sue particolari necessità che sole possono, se giustamente considerate e soddisfatte, rendergli la pienezza della sua efficienza. L’unità di misura ignora che il “troppo” dell’uno è il “poco” dell’altro e che, ad es. l’indennità giornaliera che va al malato, sufficiente in un caso, potrà essere insufficiente nell’altro se ragguagliata al carico di famiglia e al livello di vita del singolo o del nucleo familiare, che non può essere modificato ali istante. La sua portata varierà col variare di questi fattori, ed in particolare con le diverse complesse esigenze di speciali regimi prescritti ad integramento delle prestazioni medico-farmaceutiche. Ciò vale per tutti i campi della vita umana, in tutti i settori, per ogni categoria di bisogni. Come potremo allora adeguare i bisogni fisici o morali di un individuo, alle prese con tutti gli ostacoli dell’esistenza, agli schemi di un regolamento, alle disposizioni statutarie dì un Ente, di una Cassa, di un’Amministrazione qualsiasi, con le loro limitazioni, le loro carenze, le loro prescrizioni? Le “Leggi” che governano le leggi, le misure imposte dagli schemi, non possono variare per la loro stessa natura che, necessariamente, dev’essere inquadrata in limiti prestabiliti; quello che può e deve variare è il metodo dell’adattamento individuale ai fini dell’assistenza sociale. Con esso si potrà supplire a tali deficienze o lacune e solo l’azione integratrice, concepita ed espressa come “adattamento individuale”, può conferire alle prestazioni schematiche l’efficacia dei pieni risultati e concorrere al raggiungimento delle finalità: l’eliminazione compieta e definitiva dello stato di bisogno con la rivalutazione delle energie complessive dell’individuo o del nucleo famigliare. Non solo, ma nella stessa efficacia dell’intervento sta anche il segreto della più rapida azione sanatrice che ridonda poi a vantaggio delle amministrazioni stesse da cui le prestazioni derivano. Ma l’azione integratrice, occorre affermarlo, non è sempre un fatto esterno. Col metodo dell’adattamento individuale la mano abile dell’esperta, l’assistente sociale, agisce in profondità. Essa si Vale della conoscenza della personalità umana nella sua costituzione complessiva c nelle sue reazioni — fisiche, emotive, mentali e spirituali — onde trarre dalla stessa tutte le risorse che concorrano a potenziarla per la sua manifestazione individuale più appropriata in funzione della vita collettiva di cui è partecipe. Il rendimento dei mezzi è proporzionato all’intelligenza e all’accortezza con cui vengono impiegati, e le risorse individuali e familiari sfuggono molto più facilmente agli interessati che a chi, addestrato alle schermaglie del servizio sociale, sa ravvisare gli elementi da cui potrà trarre partito per la sua azione di bonifica umana.
Lo svolgimento dell’azione
Come bisognerà agire per salvaguardare i principi essenziali là dove necessariamente nessuna disposizione legale ben definita interviene per sanare un determinato stato di bisogno? In questo caso l’azione assistenziale più facilmente tende a rivestirsi degli antichi metodi della carità. Non vogliamo entrare nel merito dell’elevata etimologia della parola, dell’eminente /unzione ch’ebbe il sentimento cui s’inspira nell’evoluzione dell’umanità, né dei benefici influssi che, per essa, come movente dell’attività ridondano, soprattutto, su chi la esercita. Ma la forma attraverso cui essa si esprime, anche nell’attuale momento, non si armonizza sempre all’azione sociale educatrice e plasmatrice di anime ch’è il presupposto di ogni attività a fini sociali del regime fascista. Se noi vogliamo mantenere integro il carattere dell’azione assistenziale individuale inquadralo nella concezione etica fascista, noi dobbiamo dare all’azione l’indirizzo che solo giustifica. Essa si estrinseca in tre aspetti:
a) azione curativa organica
b) » preventiva
c) » plasmatrice ed educatrice.
Le tre fasi sono strettamente concatenate ed interdipendenti. Ogni azione assistenziale con cui si tende ad alleviare un determinato bisogno è curativa e organica in quanto si adegua alla natura ed all’entità del bisogno, considerato dal punto di vista soggettivo ed oggettivo, e tende ad eliminarlo nei suoi effetti con vari mezzi coordinati verse l’unico obiettivo. È preventiva, in quanto tende ad eliminarlo radicalmente nelle sue cause. Nell’uno e nell’altro caso, l’azione non consiste in un aiuto singolo ma in una serie di atti logicamente coordinati che tendono ad una determinata finalità. Essa si svolge infine come azione educatrice e plasmatrice in quanto si vale di nozioni da divulgare, pregiudizi da rimuovere, concetti da ribadire, e questi inculca stimolando le forze morali e spirituali, latenti o palesi dell’individuo. Ciò vale, ben inteso, non solo per obiettivi morali da raggiungere: il metodo non varia anche quando sia praticamente orientato nel campo della salute fisica. Qui l’osservazione e l’intuito concorreranno in misura eguale nel far riconoscere nel fattore fisico stesso e nei suoi squilibri l’effetto di altri fattori concomitanti su cui occorrerà agire: ambiente, perturbamenti morati e fisici, ignoranza. Tutto il resto che concorre allo sviluppo dell’azione assistenziale; tutti i mezzi messi in opera per eliminare i bisogni materiali contingenti — alimenti, indumenti, alloggio — sono dal punto di vista sociale, l’indispensabile ma anche meno interessante corollario di quest’azione, e dobbiamo decisamente orientare i pionieri o le pioniere dell’assistenza sociale a distogliere lo spirito dai fattori sentimentali che offuscano la vera e giusta visione dell’obiettivo sociale in un regime che dalle fibre della sua poderosa costituzione vuol esprimere l’individuo dei tempi, temprato per le più alte finalità ed obiettivato nella coscienza e nella volontà dello Stato.
Funzione e limiti dell’azione sociale privata
Prescindendo da quel più vasto coordinamento delle funzioni assistenziali che sta per attuarsi ai termini della recente legge 3 giugno 1937 in seguito all’istituzione in ogni Comune del Regno dell’Ente comunale di assistenza, possiamo soltanto rilevare quanto può presumersi come logica deduzione dai concetti stessi fin qui espressi. Ogni azione a fini assistenziali che emani dall’iniziativa privata non potrà esprimersi che come azione integratrice nei campi specializzati che esulano dall’azione assistenziale generica, ma come tale dovrà sempre coordinarsi agli obiettivi che in linea diretta emanano dalla politica sociale e dalla dottrina fascista e informare ai concetti fondamentali di questa le sue realizzazioni. Nel campo specifico dell’assistenza sociale nell’industria che, nel suo nuovo aspetto, si rivolge soprattutto al fattore umano nella fabbrica, i concetti inspiratori dovranno impostarsi sugli obiettivi “prevenzione e protezione del lavoratore sul lavoro” — “efficienza lavorativa” — “azione integratrice delle disposizioni di legge sull’igiene del lavoro nell’industria” — “sulla tutela del lavoro delle donne e dei fanciulli” — “sulla protezione dell’operaia galante” — affinché attraverso il toro particolare adattamento al fattore umano si realizzi in pieno l efficacia preconizzata: termini questi che se danno dignità di forma, nei rispetti del fattore morale umano, alle istituzioni assistenziali degli industriali, trovano anche la loro giusta linea d inserzione, il loro logico coordinamento e la loro opportuna forma integratrice nel quadro dell’azione sociale del Regime».
Nel 1948 l’Amministrazione Aiuti Internazionali aderì al consorzio UNSAS, un ente satellite di Confindustria, che decise di riprendere le pubblicazioni sotto nuove forme e nuovi fini: i “Quaderni d’informazione per assistenti sociali” nascevano con lo scopo di informare sotto tutti gli aspetti, non solo quindi dal punto di vista industriale, il mondo del servizio sociale specialmente dopo i cambiamenti intervenuti nel dopoguerra e con un occhio di riguardo verso la scena internazionale. All’uopo ottenne la collaborazione della neonata Associazione Nazionale Assistenti Sociali. Le pubblicazioni cessarono nel 1954 allorquando, per sopperire alle necessità finanziarie, l’AAI fu sostituita da altri enti: il Comune e la Provincia di Milano, la Cassa di Risparmio, il Consorzio dell’istituzione tecnica, la Camera di Commercio, la Società Montecatini e l’Istituto per l’assistenza sociale di fabbrica (Quindici anni di vita della scuola UNSAS di Milano, 1962, 5 pp. 30-31). Grazie e soprattutto all’interessamento di Guelfo Gobbi nel 1960 fu possibile riprendere le pubblicazioni della rivista con il vecchio nome “L’assistenza sociale nell’industria italiana”.
Nel biennio 1960-62 fu pubblicato un elenco delle scuole attive tra cui: la Scuola superiore regionale di servizio sociale di Trento diretta da Bruna Faccini, p.zza Santa Maria Maggiore 7, fondata nel 1946 per iniziativa di un gruppo di laureati cattolici sotto il patrocinio dell’ENSISS; la scuola di Firenze fondata e diretta dal prof. Giuliano Mazzoni (presidente dell’ISSCAL) nel 1947, vai Laura 48, insieme ad altri docenti dell’Università di Firenze; la scuola ENSISS di Palermo fondata dall’Ente Siciliano di servizio sociale nel 1947 e diretta da Livia Massaria alla quale si aggiunse nel 1952 la scuola “Santa Silvia” fondata dal cardinale Ernesto Ruffini per conto delle Opere Arcivescovili Siciliane di Assistenza in via Vittorio Emanuele 463; la scuola per dirigenti di lavoro sociale di Roma presso l’Istituto di Psicologia alla Sapienza fondata dall’ALSI nel 1946 e patrocinata dall’ENPI e diretta dallo psicologo Leandro Canestrelli; la scuola UNSAS di Milano in via Daverio 7 fondata nel 1946 e diretta da Paolina Tarugi; la scuola di Caserta in Corso Trieste 225 fondata da Ciro Vaccaro nel 1947 e gestita dal Consorzio provinciale per l’istruzione tecnica di Caserta; la scuola UNSAS di Torino in via Massena 20 fondata nel 1947 dalla Camera di Commercio e dall’Unione industriali diretta da Maria Luisa Sironi Addario; la scuola ONARMO di Napoli in via Ferdinando Acton 6 fondata e diretta nel 1948 dal criminologo Vincenzo Mario Palmieri insieme all’ingegnere Luigi Frunzio che fondò più tardi la scuola napoletana per dirigenti del lavoro in via Pigna; la scuola di Napoli in Corso Umberto 237 fondata dall’ANSI (associazione nazionale scuola italiana) nel 1954 e diretta da Pietro Verga; la scuola “Antonia Verna” di Napoli in Corso Malta 21 fondata nel 1955 dalle Suore di carità dell’immacolata concezione di Ivrea e diretta da suor Annunziata Califano. Le scuole servivano a diplomare le assistenti sociali che, poi, erano assunte dalle imprese, italiane e straniere, e dagli enti parastatali di assistenza (INAIL, INPS, INAM). Il titolo di diploma, pur non avendo valore legale, era sufficiente a garantire un posto di lavoro per i diplomati, invece di oggi dal momento in cui si è in presenza di una massa di neolaureati che non fa altro che rinfoltire il numero dei disoccupati. La Confindustria si faceva carico direttamente del servizio sociale di fabbrica grazie all’appoggio di una serie di enti gestori in modalità consorziata (in parte privata ed in parte pubblica). L’organizzazione del servizio sociale negli anni ’60 vide diverse novità rispetto al Ventennio fascista: fu deciso di affidare la direzione dei servizi ad ogni azienda industriale; alcuni servizi facevano parte del personale organizzativo associato alla Confederazione; altri ancora che non avevano stabilito alcun rapporto di lavoro furono considerati a tutti gli effetti “liberi professionisti” (I problemi dell’assistenza sociale di fabbrica, 1962, 3, pp. 3-6).
Si legge di un elenco esaustivo delle prestazioni erogate dal servizio sociale di fabbrica riconducibili a 7 gruppi di interventi: 1) prestazioni che mirano all’elevazione del livello di vita: refettori, spacci e cooperative di consumo, indumenti da lavoro, abitazioni costruite e concesse in uso dall’azienda, convitti per apprendisti, prestiti, sovvenzioni o anticipi per la costruzione di alloggi pubblici o privati; contributi o rimborsi delle spese di viaggio; 2) prestazioni che contribuiscono ad assicurare o promuovere la sicurezza sociale: sussidi e indennità integrative in caso di malattia, laboratori per i grandi invalidi, premi di anzianità, allocazione in casa di riposo, sussidi di nuzialità e natalità; 3) prestazioni aventi lo scopo di salvaguardare le forze produttive del lavoratore: psicotecnica, dopolavoro, servizi sanitari, case vacanze per adulti, ferie e riposo supplementari, servizio sociale aziendale; 4) formazione e addestramento professionale: corsi, borse di studio e laboratori; 5) assistenza ai figli dei lavoratori: scuole, refettori, doposcuola, allocazione dei figli minori in asilo nido, in colonia o in giardino d’infanzia; 6) provvedimenti aventi lo scopo di valorizzare ed elevare la persona umana: premi, gratifiche e borse di studio, attrezzature sportive, turismo sociale e attività culturali; 7) stanziamenti vari: anniversari, feste e lotterie (Grossmann M., Le prestazioni sociali aziendali, 1962, 6, pp. 27-31).
Sta scritto che aderiscono al Ciss: AAI, ANEA, UNEBA, Ministero della sanità, Ministero di grazia e giustizia, ANAS, ISCAL, INAIL, CIF, UNSAS, UNRRA-CASAS, ENPI ed ENSISS (Assemblea del CISS, 1962, 3, p. 25).
Sta scritto che Virginia Delmati fu docente di servizio sociale nell’industria alla scuola di San Gregorio al Celio, capo della sede provinciale romana di Confindustria, direttrice tecnica del dopolavoro e ispettrice per il Lazio (Un lutto per gli assistenti sociali, 1962, 4, p. 17).
C’è una bella foto del deputato DC e futuro presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro in occasione dell’inaugurazione della scuola superiore Onarmo di Benevento che nel suo discorso ha dimostrato di come il socialismo, inteso come materialismo, sia da considerare uno stato patologico delle società, la quale, essendo composta di uomini nelle loro due sostanze di anima e corpo, non può permettere un predominio del solo aspetto materiale perché significherebbe vedere i problemi dell’uomo escludendo proprio ciò che contraddistingue l’uomo nel mondo in cui viviamo. Il servizio vuole dire servire, donarsi, sacrificarsi, amare, essere cioè disposizione degli altri. Ragione per cui il servizio sociale deve avere un carattere di missione e deve essere svolto con grande pazienza ed umiltà (Attività della scuola superiore di assistenza sociale di Benevento, 1962, 4, p. 37).
La rivista non si soffermava solo alle opere assistenziali delle industrie ma contemplava la biografia e le opere delle singole assistenti sociali tra cui Eva Garatti che si era diplomata alla scuola di San Gregorio al Celio nel 1930 e che nel 1952, dopo aver raggiunto una valida esperienza in alcuni complessi industriali di Rovigo, Varese e Genova, fu assunta come dirigente alla Shell (Un lutto per gli assistenti sociali, 1962, 5, p. 31).
La rivista fin dalle origini riserva una rubrica permanente alle notizie provenienti dall’estero, ad es. nella Spagna franchista dove le assistenti sociali erano presenti non solo nelle maggiori aziende private tra le quali la Standard Electrica, la Cerceveria El Aguila, la Immobiliaria Urbis, la Costrucciones Colomina ma anche in quelle pubbliche quali il Commissariato per l’urbanesimo. L’associazione professionale nazionale l’ACASE pubblica un proprio bollettino. Esistono 24 scuole pubbliche delle quali solo una è gestita direttamente dal partito fascista, due scuole private e 21 scuole gestite dalla Chiesa tra cui la “San Vincenzo de Paoli” di Siviglia (Il servizio sociale in Spagna, 1962, 6, p. 35; L’assistenza sociale come fondamento del nostro tempo, 1963, 2, p. 21). Il servizio sociale nella Spagna franchista fu affidato dalle autorità locali alle donne, poiché, come fu riconosciuto dal decreto istitutivo del servizio sociale obbligatorio, in data 7 ottobre 1937, nessuno poteva ordinarlo meglio ed attuarlo con maggiore rendimento. La società chiede alle donne sei mesi di aiuto reciproco e organizzato. I primi tre sono dedicati alla formazione delle giovani, allo scopo di prepararle a vivere nella comunità. Durante gli altri mesi si passa dalla teoria alla pratica e le giovani, svolgendo le loro attività nelle mense, nelle cliniche, negli asili infantili, hanno la possibilità di conoscere aspetti della società che spesso avevano ignorato (Il servizio sociale della donna in Spagna, 1965, 2, p. 37).
A Napoli il 7 maggio 1963 si svolse un’assemblea degli assistenti sociali di fabbrica sulla funzione educatrice delle biblioteche aziendali. Le aziende rappresentate erano: l’Italsider di Bagnoli, Shell, Spica, Lepetit, Industrie cotoniere meridionali, Tubi Lux, SET, Remington, Olivetti, Gobain di Caserta, Montecatini, SME, RAI, Napletanagas, Olimpia, Fiat e Olivetti di Pozzuoli; a Napoli vi erano ben 29 aziende che offrivano una biblioteca appositamente per i propri dipendenti (Riunione di studio all’Unione industriali di Napoli, 1963, 4, p. 33).
Le prime tracce del servizio sociale in Italia si possono rinvenire al 1921 allorché sorse a Milano l’Istituto italiano per l’assistenza sociale, il quale, concepito e strutturato come un organismo tecnico e scientifico, ricercò, con metodo rigoroso, l’ausilio di tutte le moderne scienze che all’epoca cominciavano ad applicarsi sopratutto all’organizzazione umana del lavoro. Richiamandosi alla difesa sociale dell’individuo e del lavoratore in ispecie, il servizio sociale ebbe subito un particolare sviluppo agevolato dalla dedizione delle prime assistenti sociali che volontariamente si adoperarono nella ricerca di nuove forme di convivenza e di equilibrio, rese necessarie dall’espandersi delle iniziative industriali allo scopo di meglio conoscere ed interpretare i singoli bisogni umani e di contribuire al sollevamento delle forze fisiche e morali degli interessati. Queste iniziative furono incoraggiate e sostenute dagli industriali, da medici, da professionisti e da studiosi dei problemi degli operai. Le prime assistenti sociali furono preparate mediante corsi organizzati dallo stesso istituto e soltanto nel 1928 sorse in Roma la prima scuola superiore di assistenza sociale, finanziata dalla Confederazione dell’industria italiana. Che estese le esperienze maturate a Milano a tutte le zone industriali allora esistenti in Italia (…) Lo Stato, pur non riconoscendo ufficialmente il titolo professionale di assistente sociale, ha approvato una legge che riguarda l’ordinamento degli uffici di servizio sociale per minorenni che prevede l’impiego di 42 assistenti sociali nella carriera direttiva e di 230 in quella di concetto (…) si ritiene che in Italia operino circa 4500 assistenti sociali delle quali 1906 iscritte all’ANAS (Il servizio sociale in Italia, 1965, 2, pp. 24-25).
Nel 1942 le competenze del Patronato unico nazionale di assistenza sociale (1928-1942) furono trasferite nelle confederazioni sindacali che nel 1950 si frammentarono in tante entità quanti i partiti che li sostenevano: INCA (CGIL), ACLI (ACLI), ONARMO (ONARMO), INAS (CISL), ITAL (UIL), ENAS (MSI), EPACA (Coldiretti) ciascuno con un proprio organo di assistenza e un ufficio stampa: Assistenza sociale (INCA), Orientamenti sociali (ACLI), Rassegna di servizio sociale (ONARMO), Tutela del lavoro (ENAS), Problemi sociali (IMAN) (Gli istituti di patronato e di assistenza sociale in Italia, 1965, 2, p. 31).
Nell’Angola portoghese è stato fondato l’Istituto di educazione e servizio sociale Pio XII avente lo scopo di preparare cinque categorie di operatori sociali: assistenti sociali, educatori, educatori dell’infanzia, insegnanti e ausiliari familiari. I corsi per assistenti sociali hanno durata quadriennale: nel primo anno è impartito l’insegnamento delle teorie del servizio sociale, delle nozioni di medicina generale, psicologia, sociologia, filosofia e teologia. Nel secondo anno gli allievi sono orientati versi i principi della ricerca sociale con visite di studio e periodi di tirocinio presso istituzioni medico-sociali. Con il terzo anno sono completate le conoscenze di psicologia umana e gli allievi portano a termine i periodi destinati ai tirocini pratici. Il quarto anno è dedicato all’organizzazione di seminari su argomenti che riguardano i grandi problemi della cultura contemporanea e sono completate le nozioni teoriche di sociologia, economia, diritto, filosofia e igiene mentale. Per l’ammissione occorre il diploma di scuola media superiore ovvero il terzo ciclo di liceo delle scuole portoghesi. L’Istituto ha un proprio centro di ricerca che si occupa dello studio della popolazione e dell’applicazione delle tecniche di servizio sociale affinché possano contribuire ad una promozione globale ed armonica delle popolazioni africane dell’Angola (Il servizio sociale nell’Angola: l’istituto di educazione e di servizio sociale di Luanda, 1965, 5, p. 34).
Nella città di Santà Fè, in Argentina, fu fondata nel 1943 una scuola di servizio sociale dipendente dal Ministero della salute pubblica che, al termine di un corso triennale, abilitava all’esercizio professionale le assistenti sociali che furono poi impiegate su tutto il territorio nazionale. Vi potevano accedere i giovani di ambo i sessi che avessero superato il 17° anno di età e che siano in possesso del diploma di scuola media superiore. L’ammissione ai corsi è subordinata al superamento di una prova scritta ed all’esito di prove attitudinali. Per quanto riguarda il piano di studi si deve rilevare che nel primo anno è dato un certo risalto alla Storia del servizio sociale ed alla generalità sullo studio del caso individuale. Altre materie comprendono la psicologia applicata, l’igiene e la medicina sociale, alcuni elementi di diritto civile, penale, processuale e di economia politica. Durante il secondo anno è completata la preparazione dell’allievo sullo studio del caso individuale e sul lavoro di gruppo: la puericultura, la psico-patologia, l’igiene mentale, la statistica, la legislazione minorile e le tecniche per la ricerca sociale. Nel terzo anno sono studiate l’organizzazione e lo sviluppo di comunità, l’amministrazione dei servizi sociali, sociologia, diritto sociale e psico-pedagogia. Il piano di studi contemplava la preparazione di operatori polivalenti che avrebbero potuto poi in seguito svolgere altri corsi di specializzazione (La scuola di servizio sociale di Santa Fè, 1965, 6, p. 37).
Oltre all’impiego nelle fabbriche vi è un certo numero di assistenti sociali che svolgono una libera professione come consulenti di una o più aziende industriali (Toscani R., Struttura e funzionamento dell’assistenza sociale in Italia (II), 1966, 2-3, pp. 46-47).
L’esperienza compiuta a Baia di Bacoli (NA) dall’unione industriali in 20 anni nel campo dell’assistenza sociale in favore dei figli dei lavoratori ha permesso di pervenire ad un graduale miglioramento delle attrezzature e della conduzione della colonia. Tra le aziende che hanno aderito all’iniziativa vi sono: Pirelli, Antibiotici Lepetit, Fervet, Eternit, Santi Gobainn, Birra Peroni, SAE, Farmochimica Cutolo Calosi, Lancia, Remington Rand Italia, Cone e Sigma (Cesarino G., Vent’anni di assistenza sociale nell’industria napoletana: la colonia di Baia, 1966, 6-7, pp. 38-39).
Sono riportati i risultati di un questionario sugli assistenti sociali dei quali il 31,9% svolge la propria attività a livello direttivo; il 42% degli intervistati ritiene che i partiti non servono gli interessi del Paese; l’80% ha scelto la professione per attitudine; infine gli assistenti sociali si sentono accettati e compresi, nell’esercizio della loro attività professionale, nella misura più alta dai propri dirigenti, in misura minore dagli utenti ed in misura ancora inferiore dagli altri professionisti con i quali hanno rapporti di collaborazione (Zilli S., L’assistente sociale: analisi di una professione, 1967, 3, p. 38-39).
La rivista è sensibile ai mutamenti nella metodologia e nell’organizzazione dell’assistenza sociale. Sta scritto, infatti, che l’orientamento degli studiosi è favorevole alla sostituzione delle strutture esistenti, da considerarsi superate, con altre più razionali ed adeguate ai tempi. Considerando che i dati ufficiali parlano di circa 40000 enti che si occupano di problemi assistenziali, non si può non rilevare come una tele massa di istituzioni venga ad incidere negativamente sui costi di gestione delle singole iniziative determinando inevitabili sovrapposizioni di competenze, duplicati d’intervento e una differenziazione di interventi. Secondo alcuni esperti le categorie che abbisognano di maggiori cure sono: insufficienti mentali gravi circa 10000, disadattati e caratteriali circa 10000, sordomuti circa 25000, ciechi circa 18000, poliomelitici circa 75000, bambini illegittimi circa 70000 di cui 13000 residente nei brefotrofi, (G.A., I problemi dell’assistenza sociale in Italia, 1969, 6, pp. 28-31).
La rivista fu attenta osservatrice anche nei confronti di ciò che si verificava nei paesi all’estero anche quelli non riconducibili alla cultura occidentale e libero-capitalista. Il giornale francese “Le Monde” ha pubblicato un’interessante informazione sull’impiego del tempo libero in Russia: il “sabato comunista”. In sostanza durante questa giornata si trattava di lavare i vetri, i pavimenti e di pulire le macchine nelle imprese e nelle fabbriche. Inutile precisare che lo zelo dei volontari è stato fomentato da un’enorme propaganda ideologica: riunioni esplicative in seno alle imprese, articoli pieni di fervore sui giornali, esaltanti trasmissioni radiofoniche e televisive. Tutto ciò nel mondo occidentale avrebbe subito sollevato l’intervento unanime dei sindacati per una giusta ed equa retribuzione (Rassegna estera, 1970, 1 pp. 44-45).
La rivista fu disponibile sia ad “accogliere” il disagio degli operai sia di “cogliere” il cambiamento di mentalità che si stava verificando nella società dell’epoca. In base ad un sondaggio effettuato su due campioni di giovani studenti (scuole superiori e accademici) risultava che il 47% approva le iniziative di occupazione delle facoltà, ma solo il 35% degli intervistati ritiene che le motivazioni rifuggano dal solo miglioramento del sistema formativo; le percentuali salgono se si considerano gli accademici per i quali il consenso per l’occupazione sale al 65% e le motivazioni risultano al 45%. Significativo appare il dato secondo cui il 31% degli alunni e il 52% delle matricole ritiene che il ricorso alla violenza sia il sistema idoneo per cambiare la realtà attuale attraverso un’azione rivoluzionaria. Notevole è la sfiducia verso i sindacati, il governo, i dirigenti industriali. Oltre il 75% degli intervistati avrebbe voluto un accordo con la classe operaia in merito alle occupazioni delle fabbriche (Palma L., Questi giovani, 1970, 6, p. 42-46). Come tutti sanno, il tanto auspicato accordo tra studenti e operai, non vi fu come, invece, in altri paesi (Francia). Probabilmente non era stata vana l’opera di Guelfo Gobbi né quella dell’impresa italiana nel tentativo di realizzare una maggiore umanizzazione nelle relazioni di fabbrica. La sua opera e la sua idea sopravvivono immortali nella storia e nella memoria dell’Italia di oggi.

Quaderni d’informazione per assistenti sociali, Maggio-Agosto 1951, Servizio sociale di fabbrica

Rivista di servizio sociale (1961-2018)

Rivista di servizio sociale: studi di scienze sociali applicate e di pianificazione sociale. Rivista trimestrale edita dall’Istituto per gli Studi sui Servizi Sociali, Carucci Editore, Viale di Villa Pamphili, 84, Roma.

Direttore: Mario Corsini (dal 1961), Aurelia Florea (dal 1977), Renzo Scortegagna (dal 2007).

Nato come continuazione del periodico “Notiziario per gli assistenti sociali” pubblicato nel 1957 dal Cepas, contemporaneamente a “Centro sociale”, per soli 4 anni, si sviluppa come “Rivista” con l’aggiunta del sottotitolo “Studi di scienze sociali applicate e di pianificazione sociale” in riferimento al principio per il quale «nessun problema si risolve al di fuori del contesto della volontà politica (…) quale strumento migliore per realizzare tale rapporto se non l’uso mediato dell’operatore sociale e dello scienziato sociale per consentire al politico una determinazione delle scelte fatte in riferimento ad una profonda conoscenza della realtà nella quale è chiamato ad intervenire? Ed è forse la programmazione l’unica condizione nella quale è ammesso al tecnico di inserirsi nel discorso politico perché è sinonimo di tecnica» (Editoriale, 1961, numero unico, pp. 3-6). La cadenza è trimestrale eccetto nel 1961, primo anno di pubblicazione. La struttura redazionale segue quella della concorrenza “scuola-rivista” (Assistenza oggi, Centro sociale, Rassegna di servizio sociale), ed è formata da una sezione saggistica, seguita dalle recensioni, dalle tesi di laurea e, infine, dalle schede identificative dei principali enti di assistenza (fino al 1964). L’anno successivo fu aggiunta la sezione “rassegna delle riviste italiane”, nel 1964 fu aggiunta la rubrica “documenti”, nel 1966 la “rassegna delle riviste straniere”, nel 1980 la “rassegna legislativa”.

Dal 1948 sono in funzione in Italia piccoli istituti per la rieducazione dei Minorenni, denominati “Focolari” che comprendono un massimo di 15 ragazzi di età variante tra i 14 e i 18 anni che partecipano alla vita comunitaria del paese dove il focolare è istituito. Non si tratta di veri e propri istituti ma di una specie di case-famiglia ante litteram dove gli ospiti e il personale sono chiamati ad una missione di convivenza e risocializzazione: «il focolare così com’è strutturato è già una forma di terapia che l’assistente sociale-direttore deve opportunamente integrare con la sua opera costante fatta di comprensione per i problemi del singolo e di sensibilità ai bisogni di ognuno e della comunità (…) quando il direttore è sposato, situazione di due dei quattro focolari esistenti, la moglie convive nel focolare e adempie a una precisa funzione educativa» (Notiziario per gli assistenti sociali, 1, gennaio 1959, p. 22).

Nel 1959 il Notiziario per gli assistenti sociali inserisce tra le sue rubriche uno spazio dedicato ai lettori in cui instaurare un filo diretto con la redazione: «Vorrei sapere come l’Anas vede il sorgere della figura dell’Assistente Sociale libero professionista; in quali branche la professione potrebbe essere esercitata e se si prevede che questo tipo di lavoro abbia possibilità di affermazione. Assistente sociale O.R. di Roma. A quanto consta, sino ad oggi all’Anas il problema dell’assistente sociale libero professionista si può ritenere pressoché inesistente dato che la stragrande maggioranza di essi lavora alle dipendenze di enti pubblici e privati. Solo un censimento completo ed accurato potrà dire se il fenomeno si presenta sufficientemente rilevante, così da dare ad esso particolare attenzione. Vista la richiesta degli enti assistenziali ed il bisogno di tecnici del servizio sociale presso le amministrazioni degli enti locali, di enti nazionali di assistenza, di edilizia etc. sembra prevedibile un massimo sviluppo della professione in questo senso. Infatti anche l’impegno sindacale Anas è oggi fondamentalmente impostato su questa linea. Si pensa inoltre che oggi sia precisa responsabilità del servizio sociale avvicinare agli utenti gli organismi assistenziali, educativi, ecc e che quindi l’inserimento degli assistenti sociali negli enti risponda anche a questa attività e di colmare il distacco che a volte esiste tra cittadino e queste strutture» (Fiorentino Busnelli E., Risposta al quesito sulla rubrica “Chiediamo agli esperti”, Notiziario per gli assistenti sociali, 5-6, maggio-giugno 1959, p. 24).

E ancora: «Io lavoro presso un Ente ma anche e principalmente, come libero professionista. Credo di essere la sola a Roma che eserciti la professione liberamente: non conosco statistiche in proposito. Il mio campo di attività è quello giudiziario-medico-psico-pedagogico, unico settore, penso, nel quale si possa svolgere tale attività: non vedo, infatti, come, da libero professionista, si possa assistere emigranti, operai o altre categorie. Infatti l’assistente sociale potrebbe dirigere un ufficio che tratti le pratiche degli emigranti, degli operai di fabbrica ecc., ma così si imiterebbero agenzie d’affari o uffici di consulenza tecnico (tributaria, assicurativa, legale ecc.), senza la possibilità di un lavoro tecnico. (…) Confesso che per me l’azione sulle famiglie è la parte più faticosa del lavoro, più difficile e meno interessante. Per quanto lo psicologo illustri abbondantemente ai genitori le funzioni dell’assistente sociale e spieghi come questa si trovi perfettamente sul suo stesso piano, le famiglie credono spesso che essa sia una dama di compagnia, un’infermiera, una maestra ecc. sovente ne criticano i metodi di lavoro e credono di averne il diritto per il solo fatto che la retribuiscono o non collaborano. Tutto questo naturalmente in linea generale; io parlo per la mia personale esperienza; indubbiamente vi saranno genitori sensibili a certi problemi. Altra difficoltà dell’assistente sociale libero professionista, è la determinazione dell’onorario: infatti non esistendo uno status giuridico dell’assistente sociale e comunque non esistendo questa figura nel costume, non vi sono tariffe stabilite per le sue prestazioni. Per questo, è opportuno essere elastici e adeguarsi alle possibilità economiche dei clienti. Ci si chiede se l’assistente sociale libero professionista abbia possibilità di affermarsi: io ritengo di sì, sia pure in un futuro non molto prossimo. Credo, però, sia necessario aver pazienza, aver una buona preparazione sia nel campo professionale che di rapporti umani, ottenere la collaborazione di psicologi eccetera, ormai sensibilizzati a certi problemi, ed infine farci conoscere meglio» (Montalbano A., Risposta al quesito sulla rubrica “Chiediamo agli esperti”, Notiziario per gli assistenti sociali, 9-10, settembre-ottobre 1959, p. 33).

Risale al 1955 l’introduzione di un servizio di assistenza sociale presso l’INPS a carattere sperimentale presso il sanatorio C.Forlanini allo scopo di aiutare i degenti a risolvere le loro difficoltà familiari, economiche, assicurative, di ambientamento al sanatorio e di accettazione della malattia e delle cure. Dopo un tirocinio di 8 mesi e un apprendistato di 5 anni i risultati sono stati indubbiamente soddisfacenti tanto che l’INPS si è proposto di utilizzare altre 70 assistenti sociali da adibire alle varie case di cura (Cocchi M., È matura la situazione per l’istituzione di un servizio sociale INPS, Notiziario per gli assistenti sociali, 7-8, luglio-agosto 1959, p. 10).

«Per l’Italia il fenomeno migratorio non è nuovo: dal 1888, da quando cioè risale il primo intervento in materia migratoria al 1956 quando si giunse alla stesura di uno Schema di norme provvisorie da applicarsi a titolo sperimentale per un futuro regolamento delle funzioni e delle attività di assistenti sociali su navi in servizio emigrazione avendo riguardo al fatto che la necessità di tale assistenza si rivela particolarmente sentita nei riguardi degli emigrati, e sopratutto nel momento per essi psicologicamente più sentito e cioè il distacco dalla Madrepatria (…) Il ruolo delle assistenti sociali di bordo, dovrebbe essere formato da non più di 35 unità di cui 33 di ruolo e 2-3 di supplenza. Si noti che la maggior parte di armatori sono portati a scegliere gli assistenti che conoscono già per cui molti restano inoperanti. D’altra parte la ridotta emigrazione in alcuni paesi fa sì che quasi sempre non si raggiunta il numero di 500 emigranti. L’unico paese dove la massa migratoria è costante è l’Australia. Le flotte che assumono personale sono la Loyd Triestino, la Lauro, la Co.Ge.Dar. che imbarca emigranti provenienti dai paesi del nord Europa. Altri fattori del lavoro le fanno sentire isolate e cioè le loro relazioni e i diari di viaggio inviati tramite gli ispettori di frontiera al ministero degli affari esteri (direzione generale dell’emigrazione) non possono avvalersi di alcuni supervisione. Un altro problema è la non collaborazione con altre assistenti sociali operanti nel settore emigratorio per cui il lavoro svolto è necessariamente poco proficuo e approfondito specie per i viaggi nel nord America che data la brevità della traversata non permette di individuare i casi più bisognosi» (Silvagni G., Assistenza sociale su navi in servizio d’emigrazione, Notiziario per assistenti sociali, 5, settembre-ottobre 1960, pp. 8-9).

Sta scritto di un servizio sociale presso la quasi totalità dei Comitati Provinciali dell’Opera nazionale per gli orfani di guerra (Onog) che oltre a fornire le prestazioni di natura essenzialmente tecnica (trattamento di case-work) collaborano nel ricevere il pubblico, collocare gli orfani, organizzare colonie estive, distribuire pacchi in particolari occasioni: tengono contatti con gli orfani ricoverati in istituti; effettuano visite domiciliari (Opera nazionale per gli orfani di guerra, Notiziario per gli assistenti sociali, 5, settembre-ottobre, 1960, p. 26).

I servizi pubblicati dal “Notiziario” fanno pensare ad un indirizzo conservatore della redazione sebbene l’editoriale al primo numero del 1961 della nuova “Rivista” è abbastanza significativo sull’orientamento politico:

« Questo numero della Rivista esce in felice coincidenza con l’inizio dell’attività politica di un governo verso il quale si sono andate concentrando le attese dei gruppi socialmente più aperti e delle forze politiche democratiche ».

Si riferisce, evidentemente, alle turbolente vicende del governo italiano di centro sinistra che aveva rimpiazzato lo sfortunato governo Tambroni, sostenuto dalla DC e dal MSI, che aveva provocato non pochi disagi in Parlamento. Il riferimento all’area progressista si evince anche da altri contributi pubblicati negli anni “caldi” della contestazione (Conclusione del seminario sulle categorie del pubblico impiego CGIL del Lazio, 1977, pp. ; Progetto anziani, documento dell’ufficio legislativo direzione PSI, 1979, 1, pp. ). Tuttavia rispetto alle testate concorrenti, la rivista vuole evitare il rigurgito comunista di “Centro sociale” e il confessionalismo infantile di “Rassegna di servizio sociale”, preferendo aderire ad una ipotetica quanto mai utopistica “terza via” che da sempre caratterizza il servizio sociale italiano. Va bene la necessità di aprirsi al dibattito politico ma, così facendo, si corre il rischio di “ricadere” verso derive ideologizzanti che nulla promettono di buono sotto il profilo dello sviluppo professionale. Tuttavia, occorre anche ammettere che le principali conquiste del servizio sociale, dal punto di vista del riconoscimento istituzionale, sono sopraggiunte sotto il governo di Bettino Craxi, noto anticomunista (ANAS, Riconoscimento giuridico del titolo di assistente sociale e definizione delle sedi di formazione: DPR 162/82, 1983, 3, pp. 102-109; DPR 15 gennaio 1987 n. 14, Valore abilitante del diploma di assistente sociale in attuazione dell’art. 9 del DPR 10 marzo 1982 n. 162, 1987, 2, pp. 83-85).

La Redazione segue con interesse i paesi dell’area comunista (Godorowski K., La prevenzione primaria, secondaria e terziaria nell’organizzazione psichiatrica in Polonia, 1973, 2), senza però il tentativo di cancellare l’identità italiana del servizio sociale.

Tra gli autori (non tutti assistenti sociali) troviamo anche Angela Zucconi, Carlo Trevisan, Emma Fasolo, Franca Ferrario, Gian Battista Sgritta, Antonio Nappi, Salvatore Piromalli, Isabella Mastropasqua, Milena Lerma, Caterina Arcidiacono, Gigi Bucci, Marianna Giordano.

Si legge di un’Associazione di studenti che intende chiedere l’inserimento della formazione degli assistenti sociali in quelle facoltà e dipartimenti che diano le maggiori garanzie per la valorizzazione degli studi di servizio sociale (Il congresso dell’Associazione Italiana Studenti di Servizio Sociale, 1965, 1, pp. 115-116).

Sta scritto che l’Ufficio europeo dell’ONU ha organizzato due seminari per discutere sulla formazione degli assistenti sociali destinati a posti di responsabilità a Montrouge nel 1962 e a Amersfoort nel 1963 (La formazione del personale dirigente addetto ai servizi sociali, 1965, 1, pp. 81-105).

Le prime sperimentazioni del servizio sociale municipale iniziano a partire dal 1964 allorquando fu adottata una precisa disposizione nel regolamento organico del comune di Gallarate (MI) con il nome di “Centro comunale di servizi sociali” tramite l’inserimento in organico di 3 operatori anche con funzioni direttive ed una progressione di carriera aperta dal coefficiente 271-290 (Caligiuri U., Il servizio sociale nella struttura comunale, 4, pp. 77-83).

Sta scritto del servizio sociale in favore dei profughi tunisini ed egiziani della seconda guerra mondiale al centro di raccolta “Le fraschette” di Roma (Ventrice F., Ideologia e pratica del servizio sociale d’impresa, 1966, 2, pp. 35-44; Gherardini E., Lavoro con gruppi di un ente di case work, 1965, 2, pp. 45-64). I campi profughi all’epoca erano costituiti da baraccati in muratura con una o più stanze a seconda del nucleo familiare con assistenza sanitaria e scuole elementari. Il fatto che il centro fosse ancora disponibile dopo ben 18 anni dalla fine della guerra dipende dalle politiche anti-italiane poste in essere progressivamente dalle autorità islamiche e dall’emergente nazionalismo conseguente alla sopravvenuta indipendenza dal colonialismo dei paesi europei.

Con l’avvento della rivoluzione culturale, anche i toni diventano sempre più aspri e i più giovani ne approfittano per farsi notare nella prima mozione votata all’assemblea ANAS di Rimini che così esordisce: « La nostra società vive chiaramente su uno schema capitalistico. L’ipotesi generale è che lo sviluppo del capitalismo si attui sulla base dello sfruttamento, ai fini di un profitto maggiore, concentrando il potere nelle mani di un numero sempre più ristretto di persone; limitando la partecipazione effettiva di un numero sempre più grande di persone ». In conclusione alla mozione poi sta scritto: « Conseguentemente alla nostra interpretazione dei valori, bisogna far seguire un giudizio estremamente negativo sulle tecniche, atteggiamenti e metodologie professionali che in quanto sostanziano e avallano il ruolo tecnico sono una riproduzione della divisione sociale del lavoro. Sviluppando queste considerazioni e partendo dalla realtà della lotta di classe e dell’impossibilità di dimenticarsene, dobbiamo assumere una chiara posizione operativa dalla parte del proletariato. (…) Questa lotta che noi intendiamo portare avanti insieme a quelle forze che più correttamente fino adesso l’hanno condotta, è rivolta ad una rivoluzione sociale che parta dall’assunzione del potere reale della classe ora dominata, e si sviluppi in una rivoluzione culturale permanente che garantisce non la meccanica ripetizione di modelli burocratici ma una reale e diretta partecipazione della base all’esercizio del potere ed alla conduzione di una nuova dimensione umana » (Le mozioni, 1970, 2, pp. 59-62). Durante i lavori di gruppo, tuttavia, emergono pareri contrastanti e non tutti condividono i contenuti della mozione, ad es. gli operatori friulani secondo i quali era importante stabilire un dialogo coi politici e con gli organi che detengono il potere piuttosto che intraprendere uno scontro frontale (I lavori dei gruppi, 1970, 2, pp. 63-79). Rimini, come Tremezzo d’altronde, rappresenta il grande conflitto intestino, e mai sopito, tra “bianchi” e “rossi” ovvero tra conservatori e progressisti afferenti all’area ideologica della democrazia e del liberalismo i primi e del socialismo e del radicalismo i secondi.

Si riporta un documento firmato dalle segreterie nazionali CGIL-CISL in cui si criticano aspramente i modelli assistenziali dell’Enaoli. Da tale proposta come da altre iniziative si è sviluppato nell’Enaoli un movimento di dibattiti e di lotta. L’assunto fondamentale delle lotte dei lavoratori Enaoli è rivolto a negare l’utilizzazione degli stessi lavoratori che con procedimenti definiti “tecnici” giustificassero le esigenze politiche per cui lente è stato istituito. Chi nell’Enaoli deve decidere delle forme di assistenza più idonee per gli assistiti sono gli assistenti sociali che hanno l’obbligo, prima di proporre la forma di assistenza, di compiere assurde indagini sui nuclei familiari. Il tutto tenendo presente precise disposizioni che di fatto privilegiano l’assistenza in collegio su quella economica in famiglia e che in ogni caso bisogna convincere l’assistito che l’intervento ottenuto sia il migliore possibile. Le disposizione naturalmente vietano di discutere con gli assistiti in maniera collettiva delle esigenze comuni degli stessi. Di fronte a questa concezione dell’assistenza non solo caritativa ma anche violenta perché imposta e che di fatto contrappone i lavoratori dell’ente ai cittadini assistiti, il personale ha reagito con la “lotta” che si è concretizzata principalmente nel rifiuto di svolgere azione fiscale nei confronti degli assistititi e la decisione di dare agli stessi, sussidi in forme automatiche (Collettivo dipendenti ENAOLI della Lombardia: la valutazione del bisogno è un problema tecnico?, 1971, 4, pp. 66-76).

Appare un dato allarmante sull’istituzionalizzazione e sulla necessità di dotarsi di politiche idonee. Sta scritto che circa 420000 persone passano la loro esistenza dentro un istituto di accoglienza di cui più della metà (270000) sono minorenni; i manicomi ospitano 115000 pazienti; in carcere ci sono 30000 detenuti di cui 6000 minorenni; nelle classi differenziali ci sono 60670 alunni e altri 66000 frequentano le classi speciali (Quanti sono i segregati?, 1972, 3, pp. 119-120). Il welfare italiano dunque si caratterizza ancora per tratti discriminanti e custodialistici.

A partire dal 1977 la copertina della rivista perde il caratteristico colore rosso “pompeiano” per assumere il più innocente arancione “ministeriale”.

La figura dell’assistente sociale è nata dalla pratica e non dall’applicazione di nuove conoscenze sviluppatesi nell’ambito di definiti ambiti disciplinari. Il modello del dopoguerra si era sviluppato nei paesi anglosassoni del tutto diversi dalla società italiana dell’epoca. Nei confronti della nostra prassi assistenziale esso appariva sostanzialmente innovatore. Infatti se l’aiuto alla persona coglieva nella tradizione caritativa lo spirito umanitario ne contrastava il carattere intuitivo intimistico e volontaristico di un intervento non verificabile ed in definitiva paternalistico. Ad esso contrapponeva l’ideale illuministico di un’attività professionale vista come mediazione tra l’utente e lo Stato che da solo doveva sopperire ai propri bisogni e ai propri fallimenti. Sopratutto tale approccio si contrapponeva allo spirito tradizionale del sistema assistenziale costruito a difesa della società, perché l’aiuto alla persona intendeva modificare il soggetto dell’intervento e l’obiettivo. Dopo un periodo iniziale di iniziative coraggiose ed entusiaste tale approccio di fatto entrò in crisi nel senso che perse le sue capacità di produrre un intervento unitario sulla persona e sull’ambiente e, nel contempo, produrre interventi liberanti dal bisogno negli aspetti oggettivi e soggettivi. Dopo il ’68, superato il periodo dell’annullamento del ruolo tecnico nel politico e accantonate posizioni velleitarie come quella dell’operatore unico, il lavoro sociale pur non rinunciando ad un’azione di recupero avrebbe dovuto privilegiare l’azione di prevenzione centrata sull’ambiente e non sull’individuo (Ossicini Ciolfi T., L’assistente sociale ieri, oggi e domani, 1980, 2, pp. 87-104).

La professione di assistente sociale per i suoi riferimenti teorici è stata a lungo divisa tra coloro che privilegiavano l’intervento tecnico e quelli che ne esaltavano l’aspetto politico. A lungo la neutralità dell’assistente sociale fu sostenuta dagli intellettuali organici della professione (i docenti delle materie professionali) con l’intento di limitare la preponderante influenza dell’insegnamento della morale cattolica, istituzionalizzato nelle scuole Onarmo e in quelle Ensiss di orientamento cattolico e di sviluppare la professionalità tecnica dell’assistente sociale. In un convegno memorabile (1965) l’ipotesi della neutralità fu vivamente contestata. In particolare il senatore Lelio Basso attaccò le definizioni tradizionali della professione in favore di quelle più radicali derivate dal marxismo e dell’attivismo politico. Alcuni anno dopo nel convegno di Rimini (1971) gli assistenti sociali rifiutarono l’ipotesi di una professione riformista scegliendo l’opzione di un’altra orientata al cambiamento delle strutture anche adottando metodi non convenzionali ed in prima persona nei confronti delle stesse istituzioni totalizzanti quindi una forte vocazione rivoluzionaria (Martinelli F., L’evoluzione del ruolo e identità degli assistenti sociali, 1981, 4, pp. 122-127).

Da segnalare una validissima bibliografia sull’integrazione sociosanitaria (Barneschi G., Bibliografia ragionata sul distretto di base (I parte), 1990, 3, pp. 76-87; Id., Bibliografia ragionata sul distretto di base (II parte), 1990, 4, pp. 66-76).

Il riconoscimento legale della professione aprì nuove prospettive formative ma allo stesso tempo si acuirono i conflitti ideologici tra scuole di servizio sociale di orientamento moderato e associazioni di orientamento più radicale, ad es. l’ANAS che al XVI Congresso aveva ribadito l’obiettivo dell’istituzione di un corso di laurea in servizio sociale e discusso sulla creazione di un albo professionale, ma l’odissea del DPR 14/87 non poteva considerarsi terminata per la reazione delle scuole non universitarie dalle quali si originava un’offensiva radicale contro il decreto. Infatti, all’indomani della pubblicazione delle norme attuative diverse agenzie formative raggruppate nel Coordinamento Nazionale Eiss promossero un ricorso al Tar Lazio che sospendeva l’efficacia del decreto che però fu ripristinata con ordinanza del Consiglio di Stato. In particolare si contesta il sistema a “doppio binario” che tollera la convivenza delle scuole universitarie con quelle private che rischia di bloccare le rivendicazioni degli assistenti sociali per il conseguimento del corso di laurea (Nappi A., Una difficile legittimazione: il servizio sociale italiano dal convegno di Tremezzo ’46 al congresso di Tremezzo ’88, 1991, 1, pp. 36-58).

Gli anni 2000 vedono finalmente la nascita della riforma dell’assistenza di cui si trattava da decenni ma che per una serie di motivi non è stato possibile approvare (Corsini M., La riforma dell’assistenza, 1, 1976, pp. 5-13). Dall’adozione speciale nel 1967 si è passati alla legge sugli invalidi civili (1971) quindi la soppressione degli enti parastatali (Onmi, Enaoli, Empf, etc.) attraverso il trasferimento alle Regioni in materia di beneficenza ed assistenza (L. 382/75) e non per ultimo il DPR 616/77. Negli anni ’80 i partiti al potere entrarono in conflitto per accaparrarsi l’iniziativa legislativa. La proposta del PSI prevedeva l’affidamento della potestà legislativa e amministrativa alle Regioni fermo restando allo Stato i compiti di natura programmatica. I comuni sono preposti alla gestione dei medesimi servizi. La proposta prevedeva anche la soppressione di tutti gli enti parastatali (INPS, ENAOLI, EMPF) e affini (Eca, Ipab, patronati) e l’incameramento dei loro beni alle regioni (Riforma dell’assistenza pubblica e organizzazione dei servizi sociali. Proposta di legge del Partito socialista italiano, 1, 1977, pp. 121-128). La proposta della DC invece si caratterizza per un’impostazione più conservatrice con una migliore distribuzione di competenze tra regioni e governo che rimane l’attore principale per quanto riguarda l’assistenza di carattere continuativo (art. 38 Cost.); introduce la figura dell’Unità locale dei servizi sociali quale strumento operativo di uno o più comuni consorziati (Legge quadro sull’assistenza e sui servizi sociali, 2, 1977, pp. 116-124). Il Ciss denuncia il rischio di entrambe le proposte di subordinare il sociale al sanitario ed impedire una reale integrazione (Ciss, La riforma dell’assistenza, 3, 1981, p. 104). Per prevenire possibili problemi organizzativi si proponeva l’istituzione dei distretti sociosanitari al posto delle obsolete Ulss e una maggiore perequazione tra servizi sussidiari e servizi sociali (Incontro dibattito: verso un nuovo Stato sociale: il decentramento amministrativo e la riforma dell’assistenza, 3, 1998, pp. 24-101). La legge tuttavia non risolveva i conflitti di competenza tra Stato e Regioni, già messi in evidenza dalla revisione costituzionale del 2001 il che avrebbe creato quelle spiacevoli situazioni di ricorsi e controricorsi giudiziari che tuttora viviamo.

In fondo al 2° fascicolo del 2007 c’è il CD del Progetto Daphne “Care for Carers” con Outcomes, Guidelines, Handbook to improve the quality in the care of elderly with alzheimer and other dementia diseases (in lingua inglese).

Il primo decennio del secondo millennio vede diverse difficoltà che incombono sulla rivista non solo di natura economica ma anche progettuale: «forse non bastano semplici aggiustamenti o interventi congiunturali. Occorrono interventi strutturali e di sistema e quindi nuovi modelli che sappiano ricavare dalle esperienza passate strategie innovative e nuovi percorsi che garantiscano risposte adeguate e sostenibili a tutti i livelli (…) per realizzare tale scelta è necessario distinguere tra l’informazione e la conoscenza: immediata e rapida la prima, ponderata ed elaborata la seconda. La Rivista quindi non si prefigge di informare soltanto ma di applicare la visione oltre l’informazione per alimentare e sviluppare conoscenze. Questo spiega anche il rapporto tra il supporto cartaceo e quello digitale. La scelta della carta perciò non è espressione di arretratezza e di richiamo nostalgico al passato ma strumento da tenere sopra il tavolo mentre sullo schermo del computer scorrono le informazioni su ciò che sta succedendo sul tema in questione. Come è facile comprendere, il progetto che abbiamo in mente è ambizioso che però siamo determinati a perseguirlo unendo le forze di cui disponiamo e fidandoci anche degli aiuti e dei suggerimenti che i lettori ci daranno (Editoriale 2015 numero unico).

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Rivista di diritto penitenziario – Rassegna di studi penitenziari (1931-1978)

Rivista di diritto penitenziario (dal 1931); Rassegna di studi penitenziari (dal 1951); Tipografia delle Mantellate, Roma, Dipartimento dell’amministrazione penitenziari presso il Ministero di Grazia e Giustizia. Direttore responsabile: Giovanni Novelli (anni ’30 e ’40), Luigi Ferrari, Giuseppe Lattanzi, Alfonso Falò, Pietro Manca (anni ’50 e ’60), Giuseppe Altavista (anni ’70).

I quasi cinquanta anni che procedono dal 1930 al 1978 rappresentano un arco di tempo fondamentale per la storia del servizio penitenziario italiano grazie anche a due eventi importanti quali il nuovo codice penale (1931) e la riforma penitenziaria (1974); dalle prime forme di volontariato fino alle moderne specializzazioni è possibile ricostruire lo sviluppo della figura professionale dell’assistente sociale. Già la legge 20.07.1934 n. 1404 art. 23, infatti, stabiliva che presso ogni Tribunale per i minorenni fosse custodito un registro di istituzioni di assistenza sociale e di persone benemerite che si dichiaravano disposti a provvedere all’assistenza e all’educazione dei minori sottoposti a libertà vigilata (Novelli G., La rieducazione dei minori dal punto di vista scientifico sociale e giuridico, 1938, 2, pp. 223-262). Per “benemerite” si intende il personale proveniente dai Fasci femminili per ogni Federazione provinciale e dalle assistenti sanitarie visitatrici (cfr. Eula E., Una nuova missione della donna fascista, “Echi e commenti”, 1939, 25). In tale cornice si inserisce la “Rivista di diritto penitenziario” (1930-1943) la cui struttura editoriale prevedeva una parte dedicata agli articoli ed una parte alle rubriche (dottrina, giurisprudenza, recensioni). Tra gli autori degli articoli si segnalano personaggi famosi quali il futuro presidente della Repubblica Enrico De Nicola (I progressi penitenziari, 1, 1935, pp. 121-154), il criminologo Benigno Di Tullio (L’articolo 241 nel nuovo regolamento penitenziario, 1, 1932, pp. 20-27), il sociologo Celso Coppola (Pianificazione e coordinamento dell’azione sociale a livello sociale, 1966, p. 401), lo psicologo Agostino Gemelli (Gemelli A., Le applicazioni della psicologia differenziale allo studio della delinquenza, 3, 1935, pp. 501-559),

L’osservazione dei minorenni era affidata all’Opera Nazionale Maternità e Infanzia (Istituti di osservazione di minori abbandonati o traviati fondato dall’ONMI, 4, 1931, pp. 1075-1076):

«L’Opera Nazionale per la protezione della Maternità e dell’infanzia, che sin dal suo primo anno di vita ha cercato di organizzare nelle singole provincie speciali reparti di osservazione per minorenni abbandonati o traviati, valendosi di istituti preesistenti già forniti dei necessari locali, ha impiantato direttamente, con mezzi propri, in Roma un istituto che è l’unico del genere in Italia e all’estero. Esso si distingue dagli ordinari istituti per minorenni traviati e delinquenti, giacché non mira alla rieducazione del ricoverato, ma all’accertamento delle sue condizioni psicofisiche e sociali, e lo trattiene per il solo periodo di tempo strettamente a ciò indispensabile. Si distingue dall’istituto Centrale di osservazione di Moli, perché questo serve per minorenni già presentati al giudice e che passano poi tutti, sino alla maggiore età, in altri istituti, mentre i minorenni ricoverati nell’istituto di Roma sono, in gran parte, restituiti alle famiglie o collocati al lavoro. Non può essere neppure assimilato agli ambulatori neuropsichiatrici, né ai reparti infantili delle cliniche psichiatriche. Anzi da questi si differenzia nettamente per gli scopi ai quali tende, e per i mezzi dì indagine di cui dispone. Non va infine confuso con una clinica per lo studio della condotta dei fanciulli (Child Guidance Clinique), di quelle tanto in onore nei paesi anglosassoni. Il periodo dì osservazione dura normalmente da 8 a 15 giorni. Al termine di esso il sanitario direttore del servizio, di intesa col direttore dell’istituto, coordina tutti gli elementi raccolti e dispone la compilazione della scheda individuale, nella quale è indicato se il minorenne possa essere riconsegnato alla famiglia e collocato al lavoro, con o senza vigilanza, o se invece debba essere internato in un istituto, e in quale tipo di istituto. La scheda è trasmessa all’Opera Nazionale Maternità e Infanzia, cui spetta la decisione definitiva. La direzione dell’istituto segue il giovanetto anche nel suo nuovo ambiente, fornendo all’Opera Nazionale nuovi elementi per assicurare veramente la di lui rieducazione ed utilizzazione sociale. Ecco i risultati ottenuti dall’istituto nel suo primo periodo di vita, cioè dal 1° dicembre 1930 al 30 aprile 1931; 94 minorenni ricoverati; 51 riconsegnati alle famiglie e collocati al lavoro; 9 trasferiti in istituti di rieducazione: 2 collocati in istituti di medicina pedagogica; 3 ricoverati in ospedali. Si va ora studiando la possibilità di affidare all’istituto un nuovo compito importantissimo; quello cioè di coordinare ed elaborare, sotto il diretto controllo delPOpera Nazionale, i dati che questa raccoglie circa i servizi di assistenza e di protezione dei minorenni traviati e delinquenti nelle altre provincie del Regno».

Ai minorenni erano concessi i benefici di sconto della pena (case di rieducazione), mentre i minori prosciolti per incapacità d’intendere e di volere erano rinviati nei riformatori giudiziari, infine i minori condannati in via definitiva erano destinati agli istituti penitenziari (Novelli G., Il primo esperimento delle misure amministrative di sicurezza in Italia, 1937, 1, pp. 17-18). La fine-pena dei minorenni prevedeva la liberazione condizionale presso uno speciale istituto dove il soggetto veniva ospitato e seguito in modo ottimale fino al compimento della maggiore età (I nostri stabilimenti: Il patronato dei minorenni condannati condizionalmente in Roma, 2, 1932, pp. 778-797):

«Il patronato dei minorenni condannati condizionalmente, in Roma, è stato fondato da Lucia Re-Bartlett nel 1906. A distanza di due anni sorgevano i patronati di Milano e di Firenze e prima del 1910 gli altri di Venezia, Bologna, Napoli, Palermo oltre quelli di città minori come Pinerolo, Chiusi, Alessandria. È opportuno ricordare l’origine di questi istituti. Nel 1905 Lucia Bartlett, giovane inglese, innamorata dell’Italia, lanciava negli ambienti aristocratici della società romana un foglietto volante dal titolo esotico: “Ufficiali probatori e il dono di una guida”. Difficilmente oggi si potrebbe trovare una copia di quello scritto, ma l’idea generosa doveva trovare un’eco larga e profonda, specialmente nel riguardo dei fanciulli per i quali, nella coscienza italiana, l’affetto e la sollecitudine erano già antiche e tradizionali, quando si affermava nel diritto romano il concetto lapidario “maxitna debetur puero reverentia”. Intorno a Lucia Bartlett si raccolsero insieme con sociologi, medici e giuristi, numerosi giovani che, pensosi e commossi dalle miserie del popolo agitato in sterili lotte civili, cercavano di acquetare l’animo desideroso di bene e di giustizia nell’offrire intelligenza e cuore all’elevazione materiale e morale della parte più cara, promettente e dolorante della Nazione: i fanciulli traviati. Un alto compito si delineava alle loro coscienze : restituire alla Patria, come giovani onesti e laboriosi, quei minori che avevano intrapreso la via della colpa, non tanto per innate forze nascoste, quanto per responsabilità dell’organizzazione sociale, sottrarre i fanciulli dalla galera e sostituire alla pena restrittiva de la libertà, alle fredde ed aride mura del carcere l’aiuto e la parola di persone buone che sapessero comprendere e perdonare gli errori dei fanciulli cresciuti in una atmosfera di povertà materiale e morale. Lo sviluppo dei patronati per minorenni condannati condizionalmente fu cosi rapido da consentire nel 1913 a Firenze un congresso di questi istituti, con lo scopo di fissare il risultato degli studi conclusi sul problema della delinquenza minorile e per muovere nuovi provvedimenti legislativi dettati non dal concetto della pena vendicativa e difficilmente emendatrice, ma da quello profondo dell’affetto e della rieducazione. Le parole con le quali l’illustre e compianto prof. Borri inaugurò il congresso di Firenze traducevano giustamente il concetto informatore di questi patronati. Pur oggi esse sono vere, esprimendo una realtà immanente alla coscienza e allo spirito umano in ogni tempo e fino a quando fanciullo e delitto saranno fatti che suonano in modo contrastante alla coscienza dei popoli più evoluti. Egli disse: “Non crediamo di errare se affermiamo che le finalità alle quali informano la propria azione i patronati dei minorenni delinquenti appartengono ai costrutti i più evoluti della coscienza sociale, ove questa venga concepita di limiti ben più ampi di quelli che circoscrivono i termini convenzionali, sì della coscienza giuridica che della coscienza morale. Imperocché sono costrutti spirituali ben superiori, come quelli che non perdendo il contatto del realismo sociologico — il che è quanto dire scansando il pericolo di vaporare nell’utopia — muovono il cittadino ad una azione integrativa e parallela, complementare della funzione statale in modi e forme per l’addietro non tentati. Mentre la gioventù del tempo correva dietro ad aspirazioni e idealità che segnassero lo scopo della vita morale, venne la guerra. I patronati furono disertati dai giovani che sognavano un’ Italia più grande e più nobile. Di essi rimase solo il ricordo del bene compiuto, nell’eco delle parole espresse dagli assistiti che divenuti devoti servi della Patria in armi combattevano e sapevano morire eroicamente a testimonianza della grande luce ideale che avi-va rischiarata l’anima loro. Sopravviveva solo quello di Roma, per la costanza e la fede di due operosi antichi soci, i signori A venali e Serantoni, che avevano trasformato l’istituto in un’opera assistenziale per gli antichi protetti partiti per la guerra. La stessa fondatrice Lucia Bartlet, dava tutta sé stessa, cogli scritti e colle opere, a fare più grande e gloriosa la Patria adottiva, tanto da essere fra i pochi giornalisti inglesi che anche dopo la mutilazione della vittoria italiana sostenevano la romanità della Dalmazia nostra. La rivoluzione fascista, raccogliendo quanto di buono era sopravvissuto al travaglio spirituale della Nazione, suscitando nelle coscienza un nuovo fermento ideale, affrontava in pieno i grandi problemi dell’educazione e della elevazione del popolo italiano, per dirigere le nuove generazioni a più alti destini. Mentre dava allo Stato un nuovo assetto consono ai bisogni immediati e alle idealità future, gettava le basi di una legislazione sociale, tale da porre l’Italia antesignana del progresso giuridico, morale e civile nel mondo. Colla fondazione dell’Opera per la protezione della maternità e dell’infanzia, coll’istituzione del tribunale per minorenni, coll’applicazione dei nuovi codici, il patronato romano per minorenni condannati condizionalmente vedeva non solo applicati i principi per i quali da tanti anni aveva combattuto, ma sentiva anche rinnovata la sua vita, cosicché nel 1930, coordinandosi colla Federazione provinciale dell’Opera maternità e infanzia (Onmi), iniziava una nuova vita di opere e di speranze. L’attività odierna del patronato minorenni in Roma può essere cosi riassunta. Il patronato riceve la segnalazione dei minori che hanno commesso un reato o sono stati tratti in arresto per motivi di P.S., dalla procura del Re, dalla Federazione provinciale dell’Opera nazionale per la protezione della maternità e infanzia, dai Commissari di P.S., dall’istituto di osservazione, che è un organo creato dall’Opera per raccogliere e studiare questa categoria di minori nell’intento di conoscerne la costituzione biopsichica e determinare la condotta educativa che loro meglio si addice. I soci volontari del patronato, in gran parte signore esperte e buone, le cui doti materne suscitano confidenza alle famiglie dei traviati eseguono le richieste domiciliari da riassumersi in particolari schede (allegato I e II) da trasmettersi alle autorità che hanno segnalato gli inquisiti per servire di guida al tribunale nella valutazione del reato, all’istituto di osservazione nello studio del minore, al patronato dell’assistenza rieducativa. Il patronato provvede alla difesa gratuita dei ragazzi tratti in giudizio a mezzo di un collegio di avvocati che hanno il compito di collaborare col tribunale minorile, non per trovare cavilli e scappatoie alla legge, ma per mettere in evidenza le cause del traviamento del fanciullo in causa e studiare il provvedimento educativo che meglio gli si addice secondo le risultanze processuali del fatto compiuto, dell’ambiente famigliare, della sua costituzione biopsichica. Fra questi difensori è giusto segnalare gli avvocati D. Carnevali e F. Lucifero perii loro costante zelo e la loro competenza. Alle udienze del tribunale assistono alcuni delegati volontari del patronato con lo scopo di raccogliere quegli elementi che possono essere utili all’opera di rieducazione del traviato, e per compilare un rapporto informativo da accludere alle cartelle personali che ogni imputato ha presso la segreteria del patronato. Dopo il giudizio, comincia la vera opera rieducativa del minore, sia che questo venga assolto, perdonato o condannato condizionalmente. Con una lettera (allegato III) diretta alle famiglie si invitano i ragazzi alla sede dell’istituzione. Per mezzo dei soci volontari se ne segue la condotta in casa e sul lavoro, cercando di svolgere un’azione di assistenza morale e materiale che va dal consiglio, dal rimprovero, alla ricerca di lavoro, alla distribuzione di sussidi in oggetti o in danaro. Le risultanze di quest’assistenza vengono fissate in appositi moduli (allegato IV) che fanno parte del curriculum individuale e vengono trasmessi per conoscenza all’Onmi. Accanto a questa assistenza domiciliare si svolge quella collettiva alla sede del patronato, dove affluiscono numerose le famiglie dei fanciulli protetti, bisognosi di conforto e di aiuto. Dalle 18 alle 21 funziona una segreteria per informazioni e consigli, una scuola sui generis dove si alternano le lezioni di cultura, di pulizia e di igiene, di religione, di disegno, di canto collettivo. Segue la lezione, frequentata da una media di trenta assistiti, una refezione calda preparata dalla cura affettuosa della vice presidente signora Ponzini. Indubbiamente il saziare lo stimolo della fame per tanti fanciulli poveri, equivale a compiere un’opera morale ben più pratica e profonda, che mille parole. Da queste lezioni, ad un educatore che guardi accuratamente, mille osservazioni preziose vengono suggerite. Citeremo fra tutte la potenza di suggestione che ha per 1’animo di questi ragazzi Parte nello sue più varie manifestazioni. Il canto e l’armonia spiegano e disciplinano gli irrequieti caratteri egocentrici in modo veramente inaspettato e meraviglioso. Sorge cosi una disciplina collettiva che non viene da imposizioni autoritarie, formali, poco sentite, ma dall’intimo di una sensibilità superiore, inavvertita, ma reale ed immanente, che non può non avere riflessi sulle altre manifestazioni dello spirito e del carattere. Il disegno libero o su modello, espressione di linguaggio grafico o di ubbidienza ad un campione di bellezza e di ordine, piega la irrequietezza fisica e consiglia la soggezione a un ordine prestabilito, personalmente pensato o amato attraverso la copia, e desta 1’interesse al lavoro materiale, come primo passo verso 1’accettazione serena delle manualità dell’officina e dei campi, dalle quali i giovinetti dovranno trarne domani i mezzi di vita. Fra le osservazioni di questa scuola non è senza importanza quella riguardante un giovinetto di 16 anni, vagabondo e ladruncolo, fermato più di trenta volte dalla P.S., che si è presentato una sera con disegnata sul petto a matita copiativa una graziosa testa di donna, riprodotta da una rivista per opera di un suo compagno di vita randagia. Il disegno, malamente nascosto e subito cercato di far scomparire al primo sguardo di interessamento e meraviglia del maestro, dimostrava forse la tendenza del soggetto al tatuaggio, rilevatasi nei suoi albori. Una potenza educativa che merita di essere studiata e più conosciuta è senza dubbio quella della musica e del canto corale, al quale i giovinetti si appassionano molto. Quando al patronato vi è lezione di musica, la frequenza è maggiore e nella scuola la disciplina, la serenità sono più grandi che nelle altre sere. I minorenni assistiti, dal patronato, dalla fondazione ad oggi sono 2054. Bisogna però rilevare che mentre fino al 1930, la protezione riguardava un numero ristretto di fanciulli cercati dall’attività privata della istituzione, da questo anno per la coordinazione coll’Opera maternità e infanzia, per l’applicazione di tutto il complesso di leggi, che riguardano i minorenni traviati, il patronato ha seguito quasi tutti i minorenni fermati dalla P.S. o tratti in giudizio di Roma e provincia. Così è avvenuto che di fronte a 935 protetti prima del 1930, in questi ultimi due anni ve ne sono 1119 di nuova iscrizione. La statistica ci insegna chi la media annuale dei minorenni tratti in giudizio oscilla intorno ai 350, cosicché la maggior cifra degli assistiti in ogni anno dal patronato è data da quei giovanetti segnalati alla istituzione perché fermati per misura di P.S. Sono questi ultimi discoli, difficili del carattere, irrequieti in senso generico per i quali 1’opera di rieducazione è veramente utile in quanto precorre la caduta in colpe più gravi. Fra essi numerosi sono quelli che pur avendo compiuto il reato di cui sono sospettati, non sono imputabili per la loro minore età o non possono essere denunziati per mancanza di elementi probatori, o perché il fatto compiuto non raggiunge gli estremi segnati dal codice. Dalla interessante relazione del comm. Amedeo Marini (La relazione è pubblicati in questa rivista, 1932, pag. 79) che con tanto amore e sapere presiede il tribunale minorile di Roma, si rileva infatti che nel 1931 i giudicati furono 344, dei quali 181 condannati e 163 assolti. Per chiarire l’attività del patronato è opportuno segnalare il numero dei reati più comuni: 194 contro la proprietà, 24 contro le persone, 10 contro il buon costume. Per molti fanciulli in libertà vigilata l’opera di assistenza e di rieducazione del patronato è impossibile perché essi sono privi di famiglia o, se l’hanno, questa è profondamente immorale. Essi abbandonati a loro stessi, giorno e notte, non possono che seguitare l’intrapresa via della colpa. L’ambiente corrotto li dominerà e i consigli, gli ammonimenti, i piccoli aiuti saranno inutili, come faville che si spengono presto nel buio della notte. Come può fare il traviato per redimersi, per trarre vantaggio da un possibile pentimento, quando uscito dalle aule del tribunale con il cuore pieno degli ammonimenti del Presidente, non ha una casa che l’accolga, una carezza che lo conforti, un pezzo di pane che lo sfami? Anche al patrono che lo segue e lo vigila manca il punto di appoggio per compiere la sua missione. Per queste considerazioni, il patronato di Roma per iniziativa del suo presidente, creava l’istituto medico pedagogico forense destinato a raccogliere i ragazzi che si trovano in simili condizioni. E fra questi né deficienti, né anormali gravi, né in genere soggetti per i quali la rieducazione sia complessa e difficile; ma tutti quei ragazzi preferibilmente sotto i sedici anni per i quali vi sia una fondata speranza di ravvedimento coi semplici mezzi dell’educazione paterna confortata da una studiata assistenza terapeutica indirizzata ad attuare una bonifica fisica come base di quella morale, mettendo contemporaneamente in atto quei metodi pedagogici che l’individualità del ragazzo potrà consigliare. Questi criteri medico-pedagogici sui quali l’istituto è fondato, sull’autorevole consiglio del prof. Benigno Di Tullio, rappresentano un geniale esperimento che potrà dare utili frutti non solo nell’interesse immediato dell’assistito, ma anche nel campo scientifico, oggi, che il concetto di una costituzione delinquenziale e delle possibili sue modificazioni con un opportuno trattamento medico-pedagogico, si è andato largamente affermando, specialmente in confronto dei minori delinquibili o già delinquenti. I pochi mesi di pratica non autorizzano a trarre delle conclusioni, ma indubbiamente la terapia applicata in casi particolari per migliorare le condizioni organiche, sia coi medicamenti usuali sedativi, ricostituenti o specifici, sia opeterapici, autorizza alle migliori speranze per i primi effetti che essa ha prodotto sul carattere e la condotta di chi ne ha usufruito. Quando un ragazzo viene raccolto, si dimentica quello che è il bagaglio delle sue colpe morali e sociali insieme con i precedenti giudiziari. Lo si considera come un essere — nel suo complesso organico e spirituale — bisognoso di accurato studio per conoscerne le eventuali deficienze strutturali e funzionali ed assicurarsi che goda una sufficiente salute fisica, passando quindi a rilevarne, in modo rigoroso, con la collaborazione del personale addetto, la condotta al fine di mettere in rilievo temperamento e carattere „ e cercare, attraverso il contegno in famiglia, in scuola, con i compagni, nell’ambiente passato e attuale, quali possono essere state le cause determinanti del comportamento irregolare. E ciò perché siamo profondamente convinti che fra i minorenni portati a compiere uno di quei fatti considerati delittuosi, sia necessaria una differenziazione fondamentale fra pseudo-anormali e veri anormali. I primi sono gli abbandonati morali, portati al delitto dalla sola mancanza di una adeguata assistenza e di un’efficace educazione, le cui forme di traviamento sono legate esclusivamente alle particolari loro condizioni famigliari, economiche, culturali (De Sanctis), i secondi quelli che invece hanno una condotta più o meno irregolare, a volta anche criminosa dovuta a particolari condizioni biopsichiche che trovano la possibilità di estrinsecarsi sotto la deleteria influenza dell’ambiente inteso nelle più vaste conseguenze dirette o indirette. Nel confronto dei rapidi buoni risultati citati della bonifica organica dell’Istituto medico pedagogico forense di Roma si potrebbe facilmente osservare — per la brevità dell’esperimento — che essi sono invece frutto del nuovo ambiente e dei sani ed appropriati principi educativi e pedagogici messi in atto. Questa obiezione viene stroncata dalla esperienza — maestra di vita — che insegna come la loro azione non abbia mai dato frutti immediati, e che di sovente, anche a lunga scadenza, è nulla, tanto che non pochi dimessi da istituti correzionali di ogni paese, appena liberi, ricadono nel delitto. Ciò conferma la bontà dei principi scientifici su cui si basa l’azione medico-pedagogica del nostro istituto che si è posto ad aprire con fatica, ma con mira precisa, una strada che dovrà essere battuta da chiunque voglia educare i ragazzi traviati. È facile dire che da tanti istituti correzionali, vecchio stile, sono usciti molti giovani che si sono comportati bene, e con onore nella vita ; è pieno di legittimo orgoglio citare che dal riformatorio di Milano è uscito Giovanni Segantini, ma non è altrettanto facile spiegare come da quegli stessi istituti siano anche stati immessi nella società, individui che, al primo contatto con la vita libera, sono ricaduti nei più svariati delitti, pure avendo subito, per tanti anni come gli altri, le stesse condizioni ambientali, gli stessi stimoli esterni, gli stessi principi pedagogici, le stesse norme educative. Egli è che Giovanni Segantini, e con lui tutti i migliori, anche se non hanno raggiunto le vette eccelse del genio, erano dei pseudo-anormali — a buona e regolare costituzione biopsichica, sui quali il mondo esterno aveva agito in modo deleterio, ma che non portavano nella loro personalità nessuna notevole tara, nessun marcato difetto organico e patologico. Gli altri avevano delle deficienze, delle disarmonie biopsichiche, delle alterazioni strutturali e funzionali, che in gran parte potevano essere corrette e modificate, quietate e deviate nelle loro conseguenze psico-morali, ma non con mezzi esclusivamente spirituali educativo-pedagogici, sibbene con provvedimenti medico-igienici, che agendo sul sistema della vita vegetativa modificassero la trama organica e quindi il modo di reagire agli stimoli esterni — e alle ondate psicofisiche da quella determinata. Tali sono i principi teorici e scientifici sui quali si basa l’istituto medico pedagogico forense di Roma e che costituiscono titolo per la sua originalità. Questa però è controsegnata da altri indirizzi che è bene ricordare. Uno è chiaramente espresso in alcuni articoli del suo regolamento interno che si riportano: “L’educazione dei ragazzi nell’istituto è fondata sulla simpatia, l’affetto, il rispetto, la libertà, nella disciplina serena dello studio, del lavoro come in una famiglia ordinata e sana che alleva i suoi figli nella religione cattolica per la patria rinnovata dal fascismo. Nell’istituto sono proibite le punizioni corporali, la segregazione, la sospensione dal vitto ordinario e tutte le altre che comunque offendono la dignità personale e sono capaci di destare non il pentimento, ma il giusto risentimento. Le punizioni sono: rimprovero dei dirigenti, divieto della ricreazione collettiva, sospensione dell’uscita domenicale e da eventuali svaghi, passeggiate, teatro, cinematografo ecc., ritiro del permesso di visita dei parenti, proibizione di rientrare in famiglia in occasione di festività, ritiro di una o più quote di salario, sospensione del premio di lavoro semestrale, note di biasimo scritte nelle cartelle personali da leggersi e commentarsi all’interessato, espulsione dall’istituto, denuncia alle autorità (Opera maternità e infanzia, pubblica sicurezza) secondo i casi, a giudizio del presidente dell’istituto. Altra caratteristica dell’istituto creato dal patronato dei minorenni condannati condizionalmente in Roma per gli assistiti materialmente o moralmente senza famiglia, è l’indirizzo in prevalenza agricolo che gli si è voluto dare in armonia alle direttive dettate dall’Opera nazionale maternità e infanzia. La bellezza e la bontà morale della vita dei campi insieme con 1’influenza benefica che essa esercita sul fisico, sul carattere e sulla condotta dei contadini sono note. Assumono poi un valore pratico elevatissimo in confronto di quei ragazzi a scarsa scolarità, spesso non di buona salute generale, irrequieti dal carattere con turbe psicorganiche, che determinano reazioni antisociali quanto più l’ambiente esterno è complesso e viziato. I dimessi dall’istituto in gran parte vittime dell’urbanesimo debbono esser in condizioni di poter guadagnarsi la via fuori da! chiuso di una bottega e di una pesante officina, lontano dai vincoli dei bassifondi della metropoli, veri angiporti del vizio tanto più che in essi già si sono dimostrati meno idonei, più reattivi agli influssi malefici dell’ambiente. L’avviamento al lavoro campestre mira a preparare non dei contadini ignoranti, ma dei buoni agricoltori fomiti di semplici cognizioni teoriche e pratiche così che il loro divenga un lavoro intelligente ed utile. La scuola agraria che sta sviluppandosi sotto la guida intelligente dei prof. G. Laurenti vuole precisamente mettere in grado l’istituto di poter fornire ai capi di aziende agricoli, ai sindacati fra orticoltori ed agricoltori un personale modesto, lavoratore, ma tecnicamente preparato. Esiste nell’istituto anche una scuola di arte tipografica e di legatoria di libri, in attesa di impiantare l’avviamento ad altri mestieri; ma questa è riservata solo a quei giovanetti che per la età inoltrata, la cultura, le tendenze già costituitesi in un ambiente relativamente evoluto non sarebbe facile, né utile, nel senso di una rieducazione sociale piegare al lavoro campestre, specialmente in una città come Roma, dove la tradizione agricola è scomparsa da secoli. Per avere una chiara idea dell’indirizzo educativo dell’istituto non è senza importanza ricordare anche quelli che ne sono i principi informativi nella vita interna. Questi li tradusse con parole semplici un ricoverato in questo dialogo: «Stai volentieri qui? Scapperai come hai fatto in altri collegi? No. E perché? Perché qui c’è la libertà, si mangia bene, e ci insegnano un mestiere». È infatti cura predominante nei dirigenti di lasciare la massima libertà compatibile ai ragazzi. È abolita la divisa che non deve segnare agli occhi di tutti l’apparenza dell’istituto e quindi i precedenti giudiziari lasciando al ragazzo la sensazione di non essere irreggimentato. È largo lo spazio che occupa l’istituto con il suo appezzamento di terreno da coltivare (complessivamente 3600 mq), dove solo il caseggiato è recinto a distanza da un muro non alto e opprimente per dare la sensazione del confine e non del carcere. Esso rappresenta un ostacolo alla fuga, più morale che materiale sufficiente a frenare il primo impulso e dar la sensazione materiale della infrazione al dovere. La fuga è impedita dalla sorveglianza paterna continua (un istitutore ogni dieci ricoverati), dall’interessamento destato nei ragazzi alle varie occupazioni giornaliere, dell’attività continua sul lavoro, in scuola, al giuoco; dall’affetto di chi lo assiste. I ragazzi ogni domenica vengono accompagnati a divertimenti adatti, come un cinematografo ben scelto, un teatro con spettacolo che li interessi e sia morale, a vedere giochi sportivi, a visitare qualche mostra o museo che possa interessarli, poiché non si vuole estraniarli nana vita sociale e far loro perdere il contatto con il mondo e con la folla, isolandoli e suscitando il rimpianto per la vita in assoluta libertà. L’istituto è posto su una di quelle belle e luminose alture che cingono la città di Roma, a Monteverde, presso il Casaletto. Il fabbricato che ha l’aspetto di una grande casa di campagna tutta linda e fasciata di luce, è circondata dal giardino ed ha annesso l’ampio terreno tenuto a orto. A piano terreno vi è il refettorio, la cucina, il parlatorio per i parenti, e separatamente la piccola cappella per le funzioni religiose che si svolgono regolarmente per la grande potenza morale e spirituale che esse hanno anche su questi ragazzi i quali è bene conoscano profondamente il senso del divino e imparino nei momenti di smarrimento e di incertezza a raccogliersi nelle preghiere semplici e confortatici della religione cattolica. Sempre a piano terreno, in locali separati, vi è la tipografia e la legatoria di libri con un capo d* arte e tre operai adulti ben scelti che insegnano ai ragazzi, i quali hanno un turno scambievole di sole quattro ore giornaliere, perché le restanti ore vengono occupai con la scuola ed altro. Al primo piano vi è la scuola, la sala di visita medica, una stanzetta di isolamento per possibili malati in osservazione prima di essere avviati in ospedale secondo il bisogno, ufficio di direzione. Qui è pure la così detta camerata di accettazione con annesso servizio di bagni. In questa camera, in comunicazione con quella da letto del direttore dormono i ragazzi nuovi giunti, prima di passare nelle camerate degli altri ricoverati che sono poste al secondo piano insieme con i servizi igienici adatti, e ciò per essere studiati e meglio conosciuti. L’istituto è perora capace di trenta ricoverati, ma consente uno sviluppo maggiore, se la beneficenza privata che lo ha creato seguiterà ad alimentarlo con le sue profonde e silenziose risorse. Fra le più cospicue e significative quella di S.E. Mussolini che, nello scorso ottobre, ricevendo il presidente del patronato dei minorenni condannati condizionalmente accettava di esser socio onorario dell’istituzione e faceva pervenire una personale oblazione, ambito riconoscimento e sprone a proseguire sulla via intrapresa. Sia consentito ricordare non solo a titolo d’onore, ma a dimostrazione del consenso col quale è sorta quest’operai maggiori benefattori: l’istituto per le case popolari; la società Casermaggi; gli ospedali riuniti di S. Spirito in Roma; l’ing. G. Persichetti; la sig. Gina Ferri Cassinelli, in memoria di Enrico Ferri; ai quali sono stati dedicati alcuni letti per doveroso tributo di riconoscenza dei giovinetti che tolti dalla strada si avviano a divenire uomini onesti ed operosi, cittadini degni di questa Italia rinnova a nel segno del Littorio, che mentre lotta per raggiungere i più alti ideali civili, ha saputo e voluto piegarsi anche come madre amorosa, sui figli più cari: i ragazzi derelitti e traviati del popolo; non con un atto di pietà, ma di imperativo dovere sociale».

Per gli adulti invece erano previste le “misure di sicurezza” che consistevano nell’allocazione del detenuto in una colonia penale, in una casa di lavoro, in un ricovero (casa di cura), in un ospedale giudiziario o in un riformatorio (L.C., La discussione al Senato del Disegno di Legge sulla riforma penitenziaria, 1931, 6, pp. 1471-1496). Le misure di sicurezza avevano il vantaggio di collocare il detenuto in un istituto diverso dalla segregazione cellulare. Un nuovo tipo di fabbricato penale fu la “cittadella giudiziaria” di Roma Rebibbia che comprendeva: il carcere giudiziario, la casa di reclusione, un istituto di osservazione, un sanatorio, un edificio per transitanti (imputati) e un edificio per le misure di sicurezza (La città penitenziaria in Roma, 1936, 4, pp. 795-803). Una volta terminata la pena, l’ex detenuto veniva assunto in una casa di lavoro dove prestava la propria opera dietro compenso (Novelli G., S.E. il capo del governo inaugura in Roma l’assistenziario per i liberati dal carcere e la mostra del lavoro carcerario, 5, 1933, pp. V-XXIII):

«Nel sistema moderno della lotta contro la criminalità si è dovuto riconoscere che, se contro la delinquenza primaria giova l’attività generica di rieducazione e di moralizzazione della nazione, contro la delinquenza recidivante occorre un’organizzazione di istituti giuridici c sociali che facciano cessare le condizioni che più facilmente adducono alla recidiva. Tali condizioni possono essere di ordine interno e di ordine esterno. Quelle di ordine interno si riassumono nella nozione di pericolosità del soggetto; quelle di ordine esterno si realizzano nelle condizioni ambientali, particolari o generali, che rendono agevole e quasi fatale la via che conduce alla recidiva. Il legislatore moderno deve preoccuparsi delle une e delle altre condizioni, se vuole che la funzione penale riesca veramente utile alla società. E questo ha fatto il legislatore italiano provvedendo alla difesa contro la pericolosità del soggetto mediante le misure di sicurezza, in molti casi complementi delle pene, e cercando di eliminare i pencoli ambientali con una forte organizzazione dell’assistenza postcarceraria. Centro di questa organizzazione è il Consiglio di patronato, istituto creato con l’articolo 149 cod. pen., sviluppato con larghezza di vedute con le disposizioni degli articoli 9, 10, n, 12, 13, 14, 15 e 16 del regolamento per gli istituti di prevenzione e di pena, e con la circolare 30 maggio 1932. Alle spese di funzionamento dell’istituto provvede la Cassa delle ammende, istituzione statale nella quale confluiscono fondi di varia natura come le somme dovute per sanzioni disciplinari in esecuzione di numerose disposizioni del codice di procedura penale e le cauzioni incamerate per inadempimento di obblighi assunti. Il legislatore italiano, tra coloro che sostengono l’esclusività della funzione statale nell’assistenza postcarceraria e coloro invece che optano per la esclusività della iniziativa privata, ha preso una via intermedia, ha, cioè, creato il Consiglio di patronato come organo centrale, propulsore, coordinatore di queste attività, ma non ha escluso che ad essa possono rivolgere la loro opera le benemerite iniziative private. Il sistema fascista si giustifica con tre considerazioni: la prima è che, rientrando 1’assistenza postcarceraria nella funzione di difesa sociale contro la delinquenza, appare di palmare evidenza che lo Stato non possa disinteressarsi di essa; la seconda si riassume nella constatazione della insufficienza dell’iniziativa privata in questa materia nei paesi latini e nella disordinata organizzazione dell’iniziativa stessa nei paesi, ove essa, almeno nell’apparenza, ha un carattere di grandiosità nei mezzi e nei programmi; la terza risiede nell’opportunità di non distogliere l’iniziativa privata da questa attività che ha in sé elementi di profonda umanità, come intesero i nostri maggiori che con le Compagnie della Misericordia furono i primi a creare istituti ispirati dalla pietà per i carcerati. Tra le finalità alle quali deve essere rivolta l’attività del Consiglio di patronato è in prima linea quella di prestare assistenza ai liberati dal carcere. Costoro, invero, respinti dagli onesti ed attratti dalle insidie dei disonesti, trovansi nel maggior numero dei casi, specialmente se hanno scontato una lunga pena e versano in tristi condizioni economiche, in uno stato di minorata idoneità a superare i pericoli della vita libera, e molto facilmente ricadono nel reato. È evidente che solo assicurando il lavoro ai liberati dal carcere è possibile metter questi in condizione di riprendere una vita onesta. Ma a far ciò si oppone la resistenza dei committenti, i quali, sopratutto nell’attuale periodo di notevole disoccupazione, trovandosi nella possibilità di scegliere tra operai di buoni precedenti ed operai di cattivi precedenti, propendono per ovvie ragioni senz’altro per i primi. È necessario pertanto, quando non si riesce a superare tale resistenza, organizzare, almeno nei grandi centri, alcune lavorazioni autonome, alle quali i liberati possano essere addetti sino a che non è loro possibile collocarsi in lavorazioni private. È questo appunto che stabilisce l’art. 13 n. 4 del regolamento per gli istituti di prevenzione e di pena. A tali organizzazioni per i liberati dal carcere è stato dato con la suddetta circolare il nome di « Assistenziari per i liberati dal carcere ». Gli Assistenziari non costituiscono un punto fermo nella vita dei liberati dal carcere ; essi servono a far superare al liberato le difficoltà che incontra nel periodo che segue immediatamente alla liberazione. Pertanto i Consigli di patronato non devono considerare definitivamente risoluto il problema del collocamento di un liberato con l’assegnazione all’Assistenziario, ma devono fare tutto il possibile perché il liberato trovi altrove stabile lavoro. L’assicurazione del lavoro e per dir così la finalità fondamentale dell’Assistenziario, e dev’essere realizzata nel modo più ampio creando varietà di lavorazioni corrispondenti a quelle tipiche delle località ove l’istituto sorge, perché così si rende più facile il successivo collocamento del liberato in altre aziende, ma sarà opportuno che l’istituto, ove è possibile, completi le condizioni ambientali, che sono utili a tener lontano il liberato dalle occasioni a delinquere, provvedendo a fornire quell’assistenza morale e materiale, di cui egli eventualmente difetti : intendiamo accennare all’alloggio ed al vitto. Per questa assistenza sussidiaria, e almeno per il vitto, il liberato deve versare una quota dei proventi del suo lavoro, e ciò perché non si abitui ad una facilità di vita, che non può essergli normalmente consentita. Per gli Assistenziari non sono state dettate norme particolari di organizzazione essendosi riconosciuta l’opportunità che questa muti da città a città a seconda delle diverse condizioni d’ambiente e in relazione alla possibilità che il nuovo istituto s’inserisca tra quelli preesistenti aventi per finalità l’assistenza ai liberati dal carcere. L’Assistenziario della capitale sorge in Via della Carità, nell’antico edifizio che fu già sede dell’insigne Arciconfraternita della Carità, e ove S. Filippo Neri abitò trentatré anni dando inizio all’istituzione dell’Oratorio. È noto che fin dal suo sorgere l’Arciconfraternita della Carità pose principale sollecitudine nel sovvenire i carcerati di Corte Savella e poi delle Carceri Nuove. La Confraternita fu anzi amministratrice delle dette prigioni e si occupò dell’assistenza dei carcerati e dei liberati dal carcere specie delle donne, per le quali aveva creato vari istituti di ricovero. Questa singolare circostanza conferisce all’Assistenziario romano clic sorge a S. Girolamo i caratteri di un provvidenziale ritorno alle funzioni di carità che ivi fiorirono nei tempi passati. Si accede all’Assistenziario por un porticato ove, con diverse iscrizioni, vengono ricordate le varie destinazioni del fabbricato nel corso dei secoli. Un bel cortile costituisce la parte centrale, intorno alla quale si svolgono i vari ambienti dell’istituto. Questo è attrezzato in modo di poter dare ai liberati lavoro, alloggio, vitto, istruzione civile, assistenza religiosa. Le lavorazioni organizzate sono: tipografia, officina meccanica, officina elettro-meccanica, calzoleria, falegnameria ed ebanisteria, legatoria. L’alloggio può essere dato in sei bellissimi dormitori, che possono ospitare fino a cinquanta liberati. La cucina e il refettorio consentono l’apprestamento del vitto in oltre cento liberati. L’istruzione civile sarà data negli ampi corridoi antistanti ai laboratori e ai dormitori, ove già sono preparati appositi scrittoi con una piccola biblioteca. L’assistenza religiosa sarà data nell’antica chiesa di S. Girolamo, ricca di marmi e di monumenti di insigni architetti e scultori. La gestione amministrativa dell’Assistenziario sarà tenuta dall’amministrazione degli istituti riuniti di S. Girolamo della Carità, i quali, nella persona del presidente comm. Giuseppe Franciosa, hanno tanto contribuito alla creazione dell’Assistenziario. La direzione morale c disciplinare resta al Consiglio di patronato, che a mezzo del suo presidente comm. Vaccari e del sostituto cav. Consalvo, ha dato opera veramente fervida cd efficacissima perché la finalità essenziale del Consiglio di patronato venisse realizzata nel nuovo istituto».

Nel 1933 fu inaugurato l’assistenziario di Napoli presso la Caserma Sani al Carmine (I nostri stabilimenti: L’assistenziario per i liberati dal carcere in Napoli, 6, 1933, pp. 1509-1517):

«Il 25 novembre ultimo, con l’intervento delle LL.AA.RR. i Principi di Piemonte, di S.E. il cardinale Ascalesi, di S. E. il Ministro di grazia e giustizia de Francisci, di tutte le autorità civili e militari e delle gerarchie fasciste, si è inaugurato in Napoli l’assistenziario per i liberati dal carcere. Questo istituto viene quinto nell’ordine cronologico delle aperture ufficiali degli assistenziari, ma fu il primo nel programma del Ministero, ed è il primo nella importanza della costruzione e della organizzazione dei servizi. Appena fu pubblicato il nuovo regolamento per gli istituti di prevenzione e di pena, ed appena si concretarono le idee intorno alla migliore realizzazione delle attività dei Consigli di patronato, il Ministero pensò alla creazione di un grande assistenziario in Napoli, ed aveva destinato alla bisogna i vasti locali del carcere del Carmine, situati nella zona industriale e marittima della città, tanto che, dovendosi riunire tutti i detenuti sparsi nelle varie carceri della città nel grande stabilimento di Poggioreale, si credette opportuno lasciarne alcuni nel carcere del Carmine, perché non sembrasse che questo edificio fosse disponibile, e venisse perciò ceduto ad altre amministrazioni. Senonché, nel novembre 1931, essendosi predisposto tutto quanto occorreva per dare esecuzione al grandioso progetto di bonifica del rione Carità, e dovendosi perciò ivi abbattere i magazzini militari, l’Alto Commissariato di Napoli richiese che i locali del carcere del Carmine fossero ceduti all’amministrazione militare per installarvi i magazzini stessi. Ma il Ministero di grazia e giustizia eccepì la già data destinazione dei locali per uso di assistenziario; e questo precedente valse ad ottenere che la finanza concedesse L. 450.000 per la costruzione del nuovo assistenziario, nonché il suolo ove la costruzione doveva sorgere. In primo tempo fu proposto di costruire l’assistenziario nei pressi del grande stabilimento carcerario di Poggioreale, ma il Ministero non approvò l’idea perché parve non opportuno tener vivo nei liberati il ricordo dello stato di detenzione, al quale erano stati sottoposti, mentre era necessario riavvicinarli alla vita sociale. S’insistette perciò per ulteriori ricerche, e queste, attivamente condotte dal procuratore del R. comm. Ferroni, portarono alla possibilità di occupare tutta la zona dove già esistevano capannoni e dormitori per gli emigranti. Laboriose furono le trattative, che il Ministero di grazia e giustizia dovette compiere per ottenere, da quello degli esteri, la cessione di quella zona, ma finalmente, per il personale interessamento del Guardasigilli on. de Francisci, si riuscì nell’intento. L’assistenziario dispone di ampi e luminosi dormitori per circa sessanta individui, di cucina, di refettorio, di assistenza medica, scuola e biblioteca. Vi sono organizzate sette lavorazioni, tutte già in piena attività: ferramenta, ebanisteria, valigeria, tipografia, apparecchi per illuminazione, legatoria, sartoria; mentre sono in via di attuazione la sezione calzoleria, la fabbrica di guanti ed il sacchettificio, che in questo anno inizieranno presto la loro attività. L’assistenziario di Napoli deve essere in modo speciale segnalato non solo per la sua ampiezza e per la completezza dei servizi, ma anche per un esperimento che ivi si va compiendo in ordine alla direzione morale dell’istituto. Questa, infatti, per disposizione del Guardasigilli S.E. de Francisci, che studia con intelletto d’amore le direttive dell’organizzazione dell’assistenza postcarceraria, è stata affidata ad un ordine religioso, cioè ai Padri Mercedari, che nel loro glorioso statuto e nella loro storica attività hanno precisamente, tra gli altri compiti, quello dell’assistenza dei liberati dal carcere. Perché questa direzione fosse permanente e riuscisse efficace, si è costruito addirittura, nel recinto dell’assistenziario, quasi un piccolo convento, con una bella chiesa, alla quale potrà accedere anche il pubblico. La seduta inaugurale fu veramente imponente; e stimiamo opportuno riportare i discorsi pronunciati dal procuratore del R. comm. Ferroni, che con vera passione si è occupato dell’importante istituto, e dal Ministro S.E. de Francisci, il quale con nobili parole, vibranti di sentimento entusiastico per l’attività di rieducazione a favore dei liberati dal carcere, riuscì a destare nell’animo di tutti il più vivo interessamento per questa nuova forma di assistenza istituita dal Regime. Ecco il testo del discorso del comm. Ferroni: « Altezze Reali, Eminenza, Eccellenza Guardasigilli, Eccellenze, Signore e Signori! « Il Consiglio di patronato presso il tribunale di Napoli, con vibrante commozione, con indicibile fierezza, saluta la Vostra visita a questo istituto, e, dell’inestimabile valore del dono che ci portate, esprime, anche in nome di tutti pii assistiti, la riconoscenza più fervida e devota. Il significato di cui l’Augusta presenza dei Principi Reali illumina la cerimonia inaugurale del nostro assistenziario sorpassa l’orizzonte della beneficenza. Che, se questo istituto, su cui l’Eminentissimo arcivescovo di Napoli ha testò invocato la celeste benedizione, dovesse collocarsi soltanto tra le opere di filantropia, non disconverrebbe l’osservazione che ad altre classi più meritevoli di pietà che a quella dei liberati dal carcere la Vostra misericordia potrebbe essere a preferenza indirizzata. Ma in proposito ci sentiamo perfettamente tranquilli. La riforma penale e penitenziaria, che in non equivoci segni porta scolpita la gagliarda impronta della rivoluzione fascista, non può subire suggestioni di morboso pietismo, se con più valide sanzioni ha rafforzato la difesa della società, e presidiato con le misure di sicurezza l’ordine pubblico. Anche la sistematica sua attuazione, che prende spirazione geniale e costante vigore dalla volontà stessa del Duce, non saprebbe deflettere di una sola linea dai concetti di forza e di giustizia che la nuova Italia affìssa nel simbolo del littorio. La riforma penale e penitenziaria, che in non equivoci segni porta scolpita la gagliarda impronta della rivoluzione fascista, non può subire suggestioni di morboso pietismo, se con più valide sanzioni ha rafforzato la difesa della società, e presidiato con le misure di sicurezza l’ordine pubblico. Anche la sistematica sua attuazione, che prende spirazione geniale e costante vigore dalla volontà stessa del Duce, non saprebbe deflettere di una sola linea dai concetti di forza e di giustizia che la nuova Italia affissa nel simbolo del littorio. Invece è precisamente nel quadro della incessante battaglia che il fascismo conduce vittoriosamente contro la delinquenza, che la nostra istituzione vuole essere piazzata. Combatterla questa battaglia non è soltanto segregare il reo, allontanare dalla circolazione il pericoloso, ma è altresì e sopratutto rigenerare, risanare l’uomo caduto nella colpa, fiaccando le ribelli forze del male, attuando nelle coscienze il durevole trionfo dei principi etici e religiosi che costituiscono la spirituale essenza del Fascismo. Il Consiglio di patronato sente così di servire, al di sopra di ogni pur umano suggerimento della pietà, gli interessi superiori della Nazione. L’isolamento fisico del reo dalla società è benefico nel periodo dell’espiazione; dopo la liberazione l’isolamento morale è innegabilmente dannoso. Necessita dunque di costituire, tra l’ordine sociale offeso dal delitto e l’uomo che ha pagato il tributo di sofferenze della pena, un tramite di riconciliazione, prima della quale non possiamo credere di avere esaurita la santa missione della giustizia. Al di sopra dell’abisso scavato dal delitto, gettare sulle robuste fondamenta dell’ordine sociale la vasta arcata di un ponte per ricondurre sotto le insegne sacre del lavoro e della probità coloro che se ne distolsero, è disegno e proposito del Governo fascista attraverso l’istituzione degli assistenziari. Ma all’opposta sponda la spalla del ponte deve trovare il suo appoggio sicuro sulla fiducia che la società oggi non sia più scettica e pigra, non più assertrice del gelido individualismo liberale. L’umanità tutta può oggi sorgere cooperatrice del magistero della giustizia, concepita nella ideale ampiezza della sua missione di risanamento sociale. Ed ecco, il grande atto di fede, ecco l’altissimo consenso, il generoso affidamento, oggi discende solennemente, Altezze Reali, dalla Vostra Augusta presenza nel rifugio dei più poveri e dei più abbietti, perché, fissando lo sguardo pieno di bontà sul tormentoso ed oscuro travaglio, attraverso il quale costoro vanno tentando di ritrovare e rinnovare in se stessi le devastate fibre del bene, Voi date certezza che a colui che saprà redimersi non saranno più chiuse le porte della società. Il Vostro gesto rende più sacra a noi la consegna. II Consiglio di patronato si è costituito il io luglio 1933. La sua attività si è iniziata e proseguita senza soste verso le due mete assegnategli: assistenza ai liberati dal carcere, assistenza alle famiglie dei reclusi. È superfluo sottolineare le difficoltà, se queste furono e saranno ancora superate. In Napoli la sezione lavoro del nostro patronato, cui il sincero zelo e la saggia esperienza del comm. Naddei, che la presiede, impressero un carattere di particolare fattività, riuscì a collocare ad onesto lavoro 204 liberati; e poiché i Comitati mandamentali promossi dai pretori del circondario seguirono l’esempio con slancio generoso, altri 144 liberati trovarono occupazione; così in totale 348 in poco più di un anno. Tra essi si segnalano le prime pattuglie di sterratori avviate nella bonifica pontina per la edificazione della nuova città di Sabaudia. Quale vastità e quale armonia in questo quadro del Fascismo risanatore della terra, rigeneratore delle coscienze! Per altri 29 il Consiglio di patronato fornì i ferri del mestiere per lavorazioni artigiane in casa propria. Infine 16 inabili e cronici trovarono ricovero presso istituti di beneficenza, per altri 70 furono concessi piccoli aiuti pecuniali per sollevarli dalle più gravi difficoltà. Mentre ininterrotta si svolgeva questa assistenza, si dava opera febbrile per la concessione di un’area e di adeguate disponibilità finanziarie per la costruzione dell’assistenziario. Al sorgere dell’anno nuovo l’area e i fondi erano ottenuti. Un selvaggio e scomposto campo di macerie e di rovi, su cui si elevava malsicuro qualche sordido edificio, attendeva il nostro lavoro di trasformazione. Tutto era da rifare, dai tetti al sottosuolo, in cui le acque impaludavano. Questo edificio è ricostruito ex novo su altro, che fu necessità abbattere fino alle fondamenta. Chi avesse cercato il simbolo dell’opera di rigenerazione a cui siamo chiamati, lo avrebbe già trovato nell’ambiente stesso di questa zona». Dopo alcuni particolari sulle costruzioni eseguite e sui mezzi adoperati il procuratore del Re soggiunse: «La nostra fede è sopratutto nella provvidenza divina. La religione presidia questo assistenziario. Il Governo fascista volle affidata allo zelo dei padri Mercedari l’assistenza spirituale dei ricoverati, che tra la massa dei liberati sono gli sbandati, i senza famiglia, i senza tetto; ed i Padri Mercedari con l’esercizio delle funzioni sacre, con il paterno consiglio, con l’insegnamento serale, con la biblioteca, si accingono a lavorare per la liberazione delle anime schiave del peccato, perpetuando simbolicamente la santa battaglia, che dal secolo XIII l’antichissimo ordine cavalleresco ha combattuto por spezzare altre catene e propagare la religione cattolica, diffondere opere di bene. A questi fasti di gloria e di sacrificio si intrecciarono l’eroismo e la pietà di Principi di Casa Savoia, che s’annoverano nelle schiere dei Martiri e dei Beati dell’Ordine, ultimo il Beato Lucio di Savoia, che, catturato in mare dai pirati turchi, e trascinato in catene a Tunisi, in Egitto, a Costantinopoli. ivi per la fede subì, dopo inaudite torture, l’estremo supplizio. Accanto all’opera per i liberati è quella ancor più laboriosa del soccorso alle famiglie dei reclusi. In poco più di un anno 1.422 famiglie, gran parte delle quali in uno stato di indicibile miseria e di preoccupante abbandono, invocarono l’aiuto di questo patronato. Nei casi eccezionalmente gravi abbiamo erogato sussidi pecuniari per un totale di 28 mila lire, forse più di quanto la prudenza finanziaria potesse consentire, ma ci auguriamo di invocare non invano la solidarietà di tutti i pietosi. Si deve arrivare non troppo tardi, perché i bambini non escano dai loro tuguri a mendicare per la via, perché le fanciulle non siano tratte ad ascoltare le perfide suggestioni che dal canto oscuro del vico malfamato tendono a trascinarle ad irreparabile rovina. Il nostro insistente richiamo, il nostro accorato allarme ha già trovato eco in un gruppo di elettissime darne» che in questi giorni, sotto la presidenza della principessa di Santomauro, sta organizzandosi un Comitato femminile col compito particolare di curare l’immediato rifugio e collocamento delle donne liberate dal carcere, la ricerca. l’assistenza, la protezione dei bambini delle famiglie dei reclusi. La coordinazione dei mezzi e degli intenti è doverosa e possibile perché ben consona alle direttive di azione del Regime fascista. Nella vastissima linea del fronte in cui all’operosa passione di ciascheduno è assegnato il suo posto d’avanzata, fiammeggia unico un punto davanti agli occhi di tutti: l’immagine santa d’Italia, quale il mondo la vide nella maestà della sua gloria millenaria, quale noi la vediamo nella immancabile certezza delle nuovissime aurore riservate alla civiltà che porta il segno invincibile del littorio». Si alzò quindi a parlare S.E. ne Francisci, il quale pronunziò il seguente discorso: «Altezze Reali, Eminenza, tutti coloro che con salda fede e tenace attività hanno operato per il sorgere di questo assistenziario non potevano sperare di vedere coronata la loro fatica da premio più alto di quello che Voi avete voluto loro concedere col partecipare a questa semplice, ma molto significativa cerimonia. Premio che è veramente meritato da chi è stato l’animatore e l’organizzatore di questa opera. Voglio dire il procuratore del Re Ferroni, ed insieme a lui da tutti coloro, come il Comune di Napoli, l’Opera dei Padri della Mercede, ed i membri del Consiglio di patronato, che hanno così amorosamente contribuito al sorgere di questo istituto e che certo continueranno a collaborare nel futuro. Questi benemeriti hanno penetrato tutto lo spirito della nuova legislazione italiana diretta non solo a difendere la società dalla delinquenza mediante la repressione, ma intesa pure a procurare nei modi più opportuni l’emenda, la rieducazione, ed il ritorno alla vita di coloro che hanno dovuto soggiacere alle severe, ma giuste conseguenze della loro colpa. Questo assistenziario, centro di lavoro, luogo di sosta temporanea, centro di rieducazione per un ritorno alla vita normale, non è che un saggio delle svariate previdenze che, ispirandosi ad un senso largo di comprensione umana, vogliono fare sì che questi infelici, che hanno espiato e sofferto, possano riacquistare la loro dignità, possano risentirsi fratelli tra fratelli, possano guardare ancora negli occhi le loro madri, le loro spose, possano con le mani purificate dal lavoro carezzare la fronte dei loro bambini aspettanti. Ma la Vostra presenza fa assumere a questo saggio il valore di un simbolo. Essa segna la consacrazione legale di un’opera di redenzione umana e di incitamento a quanti lavorano per questo ideale ed è di felice auspicio per le opere venture. A Voi viene non soltanto la nostra riconoscenza profonda, ma il sentimento commosso di coloro che qui aprono il cuore alla fede, l’animo alla speranza, gli occhi alla luce di una vita rinnovata. Vogliate accogliere la voce di questa umanità che sale sino a Voi benedicendo e che si unisce al coro di devozione e di amore che per Voi, Altezze Reali, si leva dall’animo di tutti gli italiani».

Il lavoro negli assistenziari si svolgeva per tutta la settimana eccetto la domenica e il sabato pomeriggio quando si potevano dedicare ad attività culturali e sportive (Il sabato fascista, 1935, 4, p. 1042). Già da tempo, comunque, i detenuti potevano beneficiare di un supervisore di psicotecnica competente sui problemi di lavoro e stress mentale per valorizzare la personalità ed incentivare la produzione (Banissoni F., La psicotecnica del lavoro negli istituti di prevenzione e di pena, 1936, 2, pp. 229-239). Più controversa, invece, fu la proposta di concedere la possibilità al condannato di avere rapporti sessuali in carcere (Cicala S., Sesso e pena, 1931, 1, pp. 53-59). Per i minorenni vittime di reati (maltrattamenti e abuso dei mezzi di correzione) la legge prevedeva la decadenza della patria potestà e l’affidamento del figlio a persone di fiducia (affiliazione); se dopo 3 anni, si provasse che l’allevatore aveva compiuto il proprio dovere, il giudice acconsentiva a dichiarare definitiva l’affiliazione con la possibilità di rinnovarla, lasciando libertà al soggetto, dopo il compimento di 21 anni, di tornare o meno in famiglia (Azara A., L’inquadramento giuridico della famiglia nello stato fascista secondo il nuovo codice civile, 1939, 2, pp. 357-378). Nel notiziario erano riportati anche la corrispondenza dall’estero (Una piaga negli SUA: i ragazzi di ventura, 1941, 3, pp. 534-535).

Nel 1934 fu inaugurata la colonia agricola di Napoli accanto al vecchio carcere minorile (La colonia agricola per minorenni in Nisida, 4, 1934, pp. 896-897):

«Questa isola, tra le più piccole del golfo di Napoli, dal diminutivo schiettamente classico di Nesis, che vuol dire appunto isoletta, ha poco più di tre chilometri di perimetro, con un’area di ventinove ettari circa. È di natura vulcanica e sorge a così breve distanza dalla terra ferma e precisamente dal promontorio di Posillipo, che fa pensare sia stata da questa divelta in epoca remotissima per sovvertimento tellurico. Ad est guarda Napoli ed il Vesuvio, ha in parte mare aperto cd è protetta dal molo denominato Cappellino. Al sud il mare è affatto aperto, in vista di Capri e dell’imboccatura del golfo. Da questo lato il monte degrada, aprendosi in forma di un gran circo od anfiteatro, la cui arena è costituita dal porto Pavone. A nord e ad ovest l’isola è protetta dalla catena di colline dei Campi Flegrei, che da Posillipo si estende fino al Capo Miseno in forma di semicerchio. Verso nord-est, su un canale largo trecento metri (nel punto più breve), è stato recentemente gettato un ponte che unisce l’isola al continente. Due moli, uno ad est già accennato, l’altro ad ovest del porto, si allungano verso il continente, sicché l’entrata del porto stesso rimane rimpetto la terra ferma. Il molo di ovest ha una fila di 4 piloni chiarì e distinti: l’architetto di Fazio che lo costruì vi scopri due piloni dell’epoca romana. Il molo del lato est confina con l’antico lazzaretto costruito sullo scoglio di Limon, detto anche Coppino per la sua forma. L’isola nel posto più elevato misura circa 120 metri. Il clima vi è temperato. Oltre al tenimento agricolo, che comprende tutto il territorio dell’isola, sono attivati attualmente, nell’interno del fabbricato centrale, che costituisce la costruzione principale dell’isola, e in altri edifici di minore mole, varie lavorazioni di cui le più importanti sono quelle: dei calzolai, dei fabbri meccanici, dei falegnami, dei sarti, dei tessitori, dei cestai, e cordai. Nell’isola fervono ora con singolare alacrità imponenti lavori per la trasformazione del penitenziario in colonia agricola per i minori. È da segnalare che i lavori di trasformazione sono compiuti dai detenuti che tuttora si trovano nell’isola, i quali cosi, prima di abbandonarla, preparano i locali per il riformatorio. Come risulta dalle fotografie che pubblichiamo vengono eretti sette nuovi padiglioni, di cui cinque sono destinati a dormitori e camere di soggiorno, uno comprenderà la scuola, e uno il refettorio e la cucina. La capienza complessiva è prevista per 350 posti. Oltre ai suddetti padiglioni verrà costruito un ampio campo di giuoco con palestre ginnastiche coperte e scoperte. Del vecchio fabbricato centrale sarà demolita tutta la sovrastruttura formatasi nel corso dell’ultimo secolo per sopperire a necessità carcerarie; resterà invece il nucleo principale e antico della costruzione che sarà adibito per uffici e per alloggi dei funzionari».

Nel decimo anniversario dell’Unione cattolica internazionale del servizio sociale si svolse a Bruxelles la quinta conferenza internazionale cattolica del servizio sociale (La quinta conferenza cattolica del servizio sociale a Bruxelles, 6, 1934, pp. 1485-1489):

«L’Unione cattolica internazionale del servizio sociale celebrerà, durante l’esposizione internazionale di Bruxelles, il suo decimo anniversario di vita, mediante un’importante manifestazione internazionale, che avrà luogo dal 29 al 31 luglio 1935: sarà questa la quinta conferenza internazionale dell’Unione stessa. Suo scopo è di mostrare la necessità del servizio sociale nel mondo e di attrarre la generale attenzione sulle finalità e sui metodi del servizio sociale cattolico. È invitato a parteciparvi chiunque si interessi all’espansione e al perfezionamento del servizio sociale. L’Unione cattolica internazionale del servizio sociale fu fondata in Milano nel 1925, e conta ora quaranta scuole di servizio sociale e gruppi di assistenti sociali in quattordici differenti Stati d’Europa e di America».

I Centri di osservazione per minorenni realizzavano una sorta di integrazione sociosanitaria (Relazione Fabbri, 4, 1935, pp. 953-961):

I Centri di osservazione per minorenni – già previsti dall’art. 170 del regolamento 15 aprile 1926 n. 718 per l’attuazione della legge 10 dicembre 1925 n. 2277 e meglio definiti dall’art. 8 del R. decreto-legge 20 luglio 1934 n. 1404 – sono organizzati dall’O.N.M.I. e sono destinati a raccogliere ed ospitare i minori dai 9 ai 18 anni, abbandonati, fermati per motivi di P.S. o, comunque, in attesa di un provvedimento giudiziario o di ricovero in un riformatorio giudiziario. Essi hanno lo scopo precipuo di fare l’esame scientifico del minorenne, stabilirne la vera personalità e segnalare i mezzi più idonei per assicurarne il recupero alla vita sociale. È perfettamente naturale che ogni minorenne in tali Centri debba essere sottoposto alle indagini antropo-psicologiche e sociali necessarie alla conoscenza della sua vera personalità e delle varie cause bio-sociologiche che hanno influito sul suo traviamento e sulla sua attività criminosa. L’organizzazione dei Centri e la vigilanza sul loro funzionamento sono affidate ai presidenti delle Federazioni provinciali dell’Opera esistenti nelle sedi di corte d’appello o di sezione di corte di appello presso le quali il Ministero della giustizia ha istituito ed istituirà i Centri di rieducazione dei minorenni. Tale organizzazione è ora in corso di sviluppo e si inspira alla eccellente esperienza del Centro già organizzato a Roma a titolo di esperimento. L’ordinamento ed il funzionamento tecnico dei Centri di osservazione prevede innanzi tutto un consiglio direttivo, formato: da un magistrato, presidente, designato dal Guardasigilli e nominato dal Ministero per l’interno; da due membri, nominati dalla Federazione provinciale dell’Opera traendo l’uno dai medici specializzati in antropologia e psicologia criminale, l’altro dai Comitati di patronato dell’Opera tra persone particolarmente versate in materia di assistenza minorile. Tale Consiglio ha funzioni tecniche, di coordinamento e di vigilanza. Di particolare rilievo è la funzione del medico specializzato in antropologia e psicologia criminale, il quale deve vigilare sull’indirizzo dei servizi igienico-sanitari e medico-pedagogici del Centro. Agli effetti del funzionamento tecnico il Centro è diviso in reparti ed in servizi.

A) I reparti sono tre: il primo per i fermati per misure di pubblica sicurezza ; il secondo per minorenni in attesa di provvedimento giudiziario: il terzo per minorenni in attesa di ricovero in riformatorio giudiziario.

1°) Il primo reparto raccoglie sopratutto minorenni raccolti dalla strada in istato di abbandono. Attraverso l’inchiesta domiciliare fatta dall’ufficio di assistenza sociale è possibile conoscere le abituali tendenze del minorenne e le condizioni dell’ambiente famigliare in cui vive, allo scopo di decidere se sia opportuno, agli effetti della sua educazione, restituirlo alla famiglia o ricoverarlo in appositi istituti. Da questo atto preventivo quasi sempre dipende la salvezza del minorenne.
2°) Nel secondo reparto sono raccolti gli adolescenti dai 14 ai 18 anni, inquisiti o denunciati a piede libero in attesa di essere giudicati dal tribunale dei minorenni, quando non abbiano domicilio nella città in cui ha sede il tribunale, o, avendolo, appartengono a famiglie (o sono costretti a vivere in ambienti) di scarsa moralità ed in istato di completo abbandono. Con il ricovero presso il Centro si impedisce la contumacia dei piccoli imputati, la quale è dovuta spesso a incuria delle famiglie, o a ragioni economiche, o ad ignoranza delle conseguenze derivanti dall’abbandono dei fanciulli stessi.
3°) Nel terzo reparto sono raccolti i minorenni durante il periodo di attesa (che talvolta per ragioni burocratiche è alquanto lungo), per il ricovero in un riformatorio giudiziario, o per essere consegnati alla famiglia: nel primo caso si evita di far rimanere il minore nell’ambiente carcerario, nel secondo caso si evita il pericolo che commetta altri reati.

B) I servizi sono due: sanitario e l’assistenza sociale.

I) Il servizio sanitario comprende:

1°) la visita medica generale per tutti i nuovi entrati, allo scopo di accertare lo stato di salute di ogni minorenne e di prendere i necessari provvedimenti igienici profilattici;
2°) l’esame antropo-psicologico-biografico dei minori ricoverati, allo scopo di potere avere di ciascuno una sufficiente conoscenza della loro personalità fisica, psichica e morale. Per tale esame viene riempita una speciale scheda biografica nella quale sono fissati i risultati dell’esane biografico-clinico ed antropo-psicologico, che viene fatto con l’aiuto anche di un assistente sociale, per quanto riguarda specialmente la conoscenza delle condizioni ambientali e sociali del minorenne. Tale scheda resta nell’istituto e può servire per eventuali notizie ed informazioni alle varie autorità di polizia, militari, della giustizia, che possono averne bisogno;
3°) l’esame antropo-psicohgico-biografico di quei minori che, dovendo essere giudicati da un tribunale per i minorenni, debbono presentarsi in giudizio con un esame completo della loro personalità psichica e fisica, che permetta al magistrato un giudizio in base alla conoscenza della personalità individuale dei minori stessi;
4°) l’esame antropo-psicologico-biografico di quei minori per i quali il tribunale dei minorenni ritenga indispensabile un accertamento rigoroso delle capacità di intendere e di volere, ai fini dell’applicazione della pena e delle misure di sicurezza;
5°) la cura e l’assistenza di tutti i minori che si ammalano durante il periodo di osservazione o si dimostrano bisognosi di cure per preesistenti affezioni morbose;
6°) il funzionamento di un consultorio di medicina pedagogica.

Tale consultorio, che ha funzione preventiva, viene a realizzare una forma di assistenza la quale può evitare che i minorenni con tendenze antisociali o criminose possano delinquere, e ciò mediante l’applicazione di tempestivi provvedimenti diretti al fine di bonificare la loro personalità fisica e psichica e di sanare le condizioni d’ambiente che si prestano ad agevolare la reazione antisociale e criminosa de! fanciullo, o a fargli facilmente subire forme più o meno gravi di traviamento, oppure a sviluppare nel suo temperamento, in modo più o meno grave, quella tendenza al delitto che si riscontra specialmente in alcuni di essi con costituzione psico-fisica anormale. Un organo di tale natura serve a facilitare la conoscenza delle cause antro-psicologiche e biologiche della criminalità: a diffondere nelle famiglie e nelle scuole specialmente quelle norme d’igiene fisica e morale che, più delle altre, sono atte ad evitare che varie forme di predisposizioni al delitto nei fanciulli, possano restare più o meno sconosciute ed incomprese e possano quindi svilupparsi alla prima triste occasione favorevole. Pertanto nel consultorio sono ammessi i ragazzi segnalati dalle famiglie, dalle scuole e dalle autorità interessate, per episodi, circostanze, atti che siano sintomatici di una capacità a delinquere superiore alla normale, di una predisposizione al delitto in genere capace di degenerare, sotto Fazione favorevole dell’ambiente, in forme più o meno gravi di pericolosità sociale. Nel consultorio il minorenne è sottoposto a tutte le indagini cliniche, antropologiche, psicologiche e biografiche che servano a mettere in rilievo le cause del suo traviamento e del suo comportamento antisociale – allo scopo di fissarne la natura (se ambientale o costituzionale) e di stabilire quindi i rimedi medico-pedagogici necessari alla sua rieducazione sociale.

II) Il servizio di assistenza sociale svolge la seguente attività: interrogatorio del minorenne recuperato e compilazione della scheda informativa; inchiesta domiciliare per accertare le condizioni famigliari ed ambientali in cui il minore è vissuto: formazione della posizione personale del minore mediante la raccolta di tutti i dati ed i documenti che lo riguardano; avviamento al tribunale dei minorenni; avviamento agli istituti per corrigendi, alle famiglie, agli istituti di rieducazione e l’attuazione di ogni altra forma di assistenza stabilita dagli organi dell’Opera; informazioni varie. Occorre aggiungere che il metodo di assistenza dei minori accolti nei Centri è inspirato ad un criterio paterno, persuasivo, educativo, con il divieto di ogni forma di punizione a base di afflizioni corporali, come la chiusura in cella, la riduzione dei pasti, le percosse, e con intento di non mortificare od annientare la personalità del minore, ma piuttosto di ricostruirla. I risultati offerti dall’esperienza del Centro di osservazione di Roma stanno ad attestare che i principi informativi di tali Centri rispondono pienamente allo scopo e che l’apporto dell’antropologia e della psicologia criminale alla redenzione di tanti giovani è efficacissimo e decisivo. Tale, in breve, il contributo dell’Opera nazionale maternità ed infanzia all’antropologia e psicologia criminale. E non è esagerato affermare che, sulla base di tali orientamenti, l’Opera può realizzare il suo vasto programma di recupero fisico e morale di migliaia e migliaia di individui ogni anno, attuando in tal modo, per la sua parte, i lungimiranti scopi fissati dal Duce per una più grande Italia.

Nel 1937 fu inaugurato il Centro di rieducazione per minorenni di Napoli (Greco P., Il centro di rieducazione di Napoli nell’Albergo dei Poveri, 6, 1938, pp. 1280-1283):

Il Reale Albergo dei Poveri fu cretto nel 1753 su disegni del Fuga e del Vanvitelli per ospitare i poveri di tutto il Regno delle Due Sicilie, secondo l’intenzione del mio magnifico fondatore Carlo III di Borbone. L’edificio ciclopico, concepito mi un piano grandioso, rimase però incompleto talchè mentre si sarebbe dovuto convogliarvi i poveri di tutto il Regno dello due Sicilie, in realtà, per deficienza di mezzi, esso dovette limitare la sua azione benefica al ricovero dei poveri (vecchi e giovani dei tino sessi) appartenenti alla città e provincia di Napoli, ed alla assistenza dei ciechi e sordomuti appartenenti a tutto l’antico Regno delle due Sicilie. Fu solo nel 1937 che nell’Albergo dei Poveri, sotto l’impulso del prefetto Marziali, antesignano della fede e delle opere del Regime, fu operato un radicale rinnovamento venendo incontro alle necessità segnalate dal Ministro Solmi e dal Direttore generale Novelli, in esecuzione alle direttive del Duce, fondatore dell’impero, a cui va reverente la nostra commossa riconoscenza. L’attività soccorritrice, due secoli or sono, veniva dalla volontà regia sintetizzata nel superbo motto che spicca sul frontone dell’edificio « Regium totius Regni pauperum Ospitium », compiva cosi, per opera del Fascismo, una rapidissima evoluzione verso il fine altissimo di una integrale solidarietà sociale. Realizzazione questa nettamente italiana, che si contrappone all’individualismo liberale, già immanente dappertutto in questo campo, e che mira, nel rinnovamento degli istituti, a costituire un nesso sociale che si identifica con lo Stato in un interesse di ordine superiore. La beneficenza, ristretta alla formula della morale legale, nei limiti del superfluo; la rarità dei ricchi verso i poveri, frammentaria e unilaterale, che importa una generosità degli uni e una rassegnazione degli altri, sub specie aeternitalis, nella promessa di un premio eterno nella vita futura, rimanendo lo Stato arbitro indifferente fra gli uni e gli altri; erano conce/ioni queste superate oramai dalla concezione dello Stato Sovrano, che dà corpo e figura all’attività soccorritrice come funziono sociale di umana c civile solidarietà. L’azione di assistenza e di beneficenza per compartimenti nettamente separati si trasforma così, attraverso la nuova attività, in un sincronistico movimento, che convoglia i molteplici rivi in un unico grande alveo. In esso la comprensione delle reciproche finalità s’identifica in una meta comune, che tende alla difesa della storia, attraverso il miglioramento economico e morale della società e la protezione delle nuove generazioni. L’assistenza ai minori abbandonati e a quelli delinquenti o traviati costituisco, in questo quadro, una delle attività più spiritualmente alta. La legislazione italiana, col preciso fine della prevenzione più che della repressione, ha affrontato in pieno questo problema creando, in un primo tempo istituzioni di carattere politico sociale per la tutela morale dell’infanzia e l’assistenza e la protezione dei minori abbandonati, e provvedendo, in un secondo tempo, a profonde innovazioni giuridiche dii rodici ed alla creazione del tribunale dei minorenni con l’annesso centro di rieducazione. L’Albergo dei Poveri, che già attraverso gravi servizi, ma sempre con munifica comprensione, esercitava la missioni di assistenza dei minori abbandonati, accoglie con entusiasmo i nuovi compiti cui era chiamato dalla fiducia «lei Regime, lì così esso convoglia i fanciulli traviati o delinquenti raccogliendoli nel Centro di rieducazione. Qui i piccoli sono sottoposti ad osservazione, selezionati, curati, e studiati in relazione alle condizioni ambientali ed economiche in cui sono nati e vissuti, ed alle cause fisiologiche e psicologiche che ne hanno determinato il traviamento. Essi poi sono avviati ai diversi istituti d’istruzione generale e professionale dell’Opera stessa. Si conseguono cosi risultati oltremodo mirabili, formandosi buoni cittadini, ottimi lavoratori e perfetti artigiani. Inoltre, l’Albergo dei Poveri continua a raccogliere anche i fanciulli della strada, non traviati, che vengono selezionati ed avviati al grande Istituto pei figli del popolo che il Banco di Napoli, per generosi iniziativa di S.E. Frignani, sta costruendo ai Campi Flegrei, per celebrare il suo 40 centenario di vita, con imponente erogazione ili 29 milioni di lire. l’Esercito, nell’Aeronautica, nella Marina o nelle industrie private. Il ciclo della educazione dei fanciulli traviati, abbandonati, o privi comunque di assistenza è completo in una imponente serie di provvidenze di carattere largo e generoso. Il tribunale dei minorenni, con annesso centro di rieducazione, occupa tutta l’ala occidentale dell’imponente edificio di Carlo III. Esso si compone di una fuga di grandiose sale che partono dal maestoso atrio principale, e comprendono tutti i locali destinati al tribunale dei minorenni : e cioè salone di udienza con annesso ufficio del presidente del tribunale, del procuratore del Re, sale degli avvocati, camera di consiglio, camera dei testimoni ed uffici annessi. Segue ad esso il Centro di osservazione che comprende una vasta sala di ricezione, una sala per la visita medica con annessa infermeria; una sala di esposizione dei lavori dei ricoverati, vastissimi locali per refettorio, cucina, dormitori, palestre coperte e scoperte, amplissimi giardini, officine e laboratori, cappella religiosa, scuole elementari e d’avviamento professionale. Vasti locali per la Direzione didattica e professionale completano la mole delle opere. L’assistenza è affidata, per quanto riguarda i dormitori, le cucine e l’infermeria, a Suore di carità; alla disciplina ed alla istruzione elementare sovraintende uno scelto personale didattico. L’anima del Re munifico che, antesignano generoso, volle l’Albergo dei Poveri, e non ebbe la gioia di vederlo compiuto nelle sue mura e nell’attività soccorritrice, può ora esulare dalla tomba remota che ne accoglie le spoglie nella Spagna cavalleresca, insanguinata dall’atroce tormenta della guerra, che è forse il lievito amaro di una nuova e più umana civiltà. La Monarchia Sabauda che, nel segno del Littorio Imperiale e Regio, ha condotto l’Italia alle nuove sue grandi fortune, anche in questo campo ha portato il potente soffio del Rinnovamento. Sotto la scritta superba che segna la missione dell’imponente edificio, noi potremo incidere con sicura ed alta coscienza civile il motto che guida, con insonne cura, la nostra opera educativa e sociale.

Un’altra opera di assistenza, dopo quella dell’Albergo dei Poveri, riguardò l’ex convento delle Cappuccinelle di Napoli che fu riattato a Centro di rieducazione per minorenni (I nostri stabilimenti: Alcuni dei miei leoncelli, La casa di rieducazione per minorenni “Gaetano Filangieri” di Napoli, 4, 1941, pp. 685-687):

La mia vita trascorre metodica e appassionata tra centinaia di fanciulli che si susseguono ininterrottamente nella casa di rieducazione per minorenni “Gaetano Filangieri” in Napoli. Tra di essi alcuni hanno maggiormente colpito la mia sensibilità di osservatore. Ecco questo di 12 anni: ha sopracciglia finemente delineate che ondeggiano sul viso delicatamente ovale, un po’ allungato, ciglia rigide e lunghe, sguardo pungente ed assalitore su occhi neri e profondi. I capelli armonizzano con la tinta abbronzata della carnagione: si direbbe un piccolo rappresentante della razza siciliana. Stringo quel visetto tra le mie mani, lo fisso; egli a sua volta sostiene magnificamente il mio sguardo come per leggervi nel pensiero. “Bravo, sei leale” – gli dico – “la tua animuccia sarà presto più bella, perché le tue colpe sono perdonabili; stai sicuro che riuscirai nell’arte che tu stesso hai scelta, anche se hai un temperamento così vivace, poiché sei intelligente”. Dopo di avermi ascoltato in silenzio, esce con questa espressione risentita: “Chi vi ha dato tanto ardire da entrare nelle cose mie?”. In verità, non mi aspettavo una così temeraria risposta. Era lo spirito di quelle terre dorate dal sole e infuocate dall’Etna che ho stretto fra le mie mani. Oh, granaio d’Italia, sii benedetto tu che produci così bei frutti! Ecco un altro, nuovo arrivato, che colpisce con la sua bella statura. Quale giovanottone! Ben si distingue dagli altri discoletti che, al mio entrare nello studio degli intagliatori, bisbigliano: “Zitti, zitti che c’è il maestro!”. Entro nel laboratorio di ebanisteria dove sostituisco in quell’insegnamento il titolare richiamato alle armi. Chiedo notizie del giovane. Tra l’altro mi viene detto che è un calabrese; mi accorgo che possiede parola facile e, con espressione signorile, descrive, con orgoglio, le genti del suo paese; dopo, manifesta il suo amore per la musica e il suo desiderio di impararla. Gli dico: “Qui abbiamo una scuola di musica in piena attività e il nostro ottimo censore ti permetterà certo di frequentarla” – “Oh mamma benedetta, sono felice perché è cessato d’incanto il mio tormento spirituale: tornerò a te musicista ed intagliatore; mamma, io sarò il tuo « artista »!” Più di tre anni sono trascorsi rapidissimi, ed oggi mi scrive dalla terra infuocata dal sole e mitragliata dalla guerra: il Maestro, mi è di conforto il pensarvi e il riflettere sempre sui vostri consigli. Sono trombettiere del mio reggimento; tornerò, sapete, ne sono certo, e con il lauro della vittoria, perché a Soriano Calabro vi è una Madonnina scolpita con le mie mani, innanzi alla quale la mia mamma cara depone ogni giorno le sue lagrime e i suoi fiori ». Sono contento di poter leggere queste parole e benedico ed esalto Te, o mio Dio, che mi procuri tanto bene e tanto conforto e sostieni ed incoraggi chi lavora a beneficio dei fanciulli d’Italia. Giunge a noi da Boscomarengo (Istituto di rigore per minorenni traviati), per l’ultima prova, una creatura che sembra abbrutita dal vizio. Viene assegnato al laboratorio degli intagliatori. Un giorno me lo trovo dinanzi e mi dice: “Maestro, non voglio disegnare” – Spiegati meglio – Mi scappa la pazienza – E la forza di carattere che volevi dimostrarmi? Provati a modellare con la plastica questo frutto, oppure questo giglio in gesso – Non ce la faccio – Allora piallami questo pezzo di legno e intaglia su di esso quattro rosette come questo semplice modello – Poco dopo, legno e sgorbia sono deformati ed il pezzetto di legno prende la fisionomia del suo volto: zigomi esageratamente in fuori; occhi piccoli ed alquanto sporgenti; fronte bassa tanto che i capelli quasi si confondono con le sopracciglia. Non parla, la sua anima è chiusa c il suo sguardo è pensieroso, triste e lontano. “Perchè i tuoi genitori ti hanno allontanato ?” – “Non me ne parlate, maestro, sono sinceramente pentito di averli fatto tanto soffrire”. I compagni lo guardano maliziosamente e quasi si burlano di lui, forse per la sua bruttezza. Faccio loro osservare che la vera bellezza di un fanciullo è nell’anima e non nelle sembianze del volto. A queste parole un lampo di gioia illumina gli occhi tristi del corrigendo; egli, incoraggiato, mi dice: “Vorrei diventare un bravo calzolaio” – “Bene” – rispondo e immediatamente stendo il mio rapporto, contento di avergli risparmiata l’umiliazione di farlo allontanare, per incapacità, dal laboratorio artistico. Ora il suo paesello pugliese conta un onesto e bravo calzolaio di più. Ci vuol poco a donare felicità a questi fanciulli che hanno quasi sempre l’animo buono. Stavo assegnando il lavoro ad ognuno dei miei leoncelli della scuola di «lavoro manuale» che, per la loro minore età, non possono frequentare le scuole industriali qui istituite, quando, all’improvviso, vedo entrare nell’aula un ufficiale artigliere, alto e quadrato. Subito lo riconosco e lo abbraccio. Non lo vedevo da tre anni. Era stato sempre il primo in disegno come nel modellare la figura. Mi dice: – Qui ho imparato ad amare Dio e la Patria ; ho deposto momentaneamente i ferri della mia arte per servire in armi la nostra bella Italia. Tornerò presto vittorioso e riprenderò gli studi ed imprimerò sulla materia i fatti più salienti dell’epopea che sto vivendo – Egli volge lentamente attorno al laboratorio il suo sguardo commosso; rivede alcuni suoi lavori, ma non i compagni, ora diciottenni, partiti anch’essi, volontari, a combattere per la grandezza della Patria. Con parole elevate, egli esorta alla perseveranza i giovanetti che lo stanno ad ascoltare intenti, con gli occhi umidi; e, quando ha finito, essi, nel loro focoso entusiasmo giovanile, lo salutano con un «Viva l’impero». L’ho riabbracciato poiché è di passaggio per Napoli, proveniente dal fronte balcanico. Riparte verso nuovi campi di battaglia, fregiato di gloriose ferite. Dopo aver trascorsa la mia intensa giornata nell’istituto di rieducazione, sovente, a tarda sera, rievoco gli episodi che mi sono capitati e concludo col ringraziare Dio della possibilità che mi ha donato, di poter far del bene a tanti giovani. Difatti, svegliando le facoltà del subcosciente e del cuore, ingentilendo il carattere coll’arte e facendo dolce pressione sui loro sentimenti più reconditi, io sono felice di poter vedere che attraverso l’opera dell’istitutore (lo scultore dell’anima infantile), quelle fronti, spesse volte chinate a terra per essere state o inasprite o malintese o, peggio, corrotte, riescono a poco a poco ad alzarsi e guardare l’azzurro del cielo d’Italia con l’occhio fiducioso, vivido e poi scintillante di gratitudine e di sicurezza in loro stessi, consci di essere apprezzati nello studio e nel lavoro, certi che i peccati commessi per forza di ambiente sono stati perdonati e sopratutto dimenticati.

Dal maggio 1943 al dicembre 1949 le pubblicazioni furono interrotte a causa degli eventi bellici:

«Il problema penitenziario è vivo nella mente degli studiosi e sentito dall’opinione pubblica. E l’importanza di esso è stata affermata anche dalla Costituzione Repubblicana: le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato (art. 27). E la Rassegna sarà certamente la fucina in cui le idee potranno svilupparsi e perfezionarsi; tanto più che si apre alla vita in un clima quant’altri mai favorevole, poiché nel XII Congresso internazionale penale e penitenziario tenutosi all’Aja nell’agosto 1950, nel II Congresso internazionale di criminologia svoltosi a Parigi nel mese successivo e ancora nel Ciclo di studi comparati sulla delinquenza minorile organizzato a Roma nello stesso anno, sono state gettate le basi e indicate le traccie per il futuro lavoro» (Piccioni A., Messaggio del Guardasigilli, 1951, 1, p. 2-3).

Il titolo cambiò da “Rivista di diritto penitenziario” a “Rassegna di studi penitenziari”:

«È diffusa convinzione che alcuni schemi tradizionali siano superati e che nuovi orizzonti debbano schiudersi agli studiosi ed al legislatore. Certo, come dalla segregazione cellulare che non più di cinquanta anni fa appariva la formula ideale, si è passati al sistema dell’esecuzione progressiva, così oggi anche in questa teoria si inseriscono concezioni più avanzate. La maggiore individualizzazione del trattamento, la terapia di gruppo, la rieducazione sociale in ambienti aperti, sono fra gli altri, i temi che si offrono alle indagini degli studiosi. È naturale perciò che da più parti si sia manifesta l’utilità di vedere trattato, in una pubblicazione adeguata, il problema penitenziario e che il Ministero di grazia e giustizia abbia creduto di realizzare una propria urgente esigenza. Già per il passato, riviste edite a cura del Ministero assolsero detto compito: la rivista di discipline carcerarie e successivamente la Rivista di diritto penitenziario portarono un contributo notevolissimo allo sviluppo della teoria e della pratica. (…) La Rassegna di studi penitenziari vuole essere un libero campo di discussione sia tramite i tradizionali strumenti di divulgazione che tramite i contatti coll’amministrazione centrale e con gli organi periferici, al fine di creare unità di indirizzo ed omogeneità di azione» (Editoriale, 1951, 1, p. 4-5).

A più riprese il Ministero decise di assumere del personale in ogni distretto di Corte di Appello, dove erano già presenti i Centri distrettuali di servizio sociale, destinato a coadiuvare gli organi giudiziari e rieducativi, sia raccogliendo elementi sulla personalità sociale dei minori e sulle caratteristiche del loro ambiente familiare, sia prendendo cura di coloro che sembrano recuperabili senza necessità d’internamento. Tale servizio era disimpegnato da personale particolarmente qualificato, addestrato professionalmente e diplomato in scuole di servizio sociale ed inquadrato in ruoli dipendenti dalla Direzione Generale degli istituti di prevenzione e pena. Il Centro provvedeva a soddisfare le richieste delle varie autorità, compiere indagini sulla personalità dei minori e riferire periodicamente sulla condotta di coloro che gli erano stati affidati da organi giudiziari o amministrativi. Non mancava altre sì di promuovere iniziative e provvidenze particolari come l’avviamento professionale ed il collocamento al lavoro dei dimessi e di tutti gli altri che, vivendo in libertà, dovevano provvedere al proprio sostentamento, prendendo contatto con le attività assistenziali del luogo e cercando di rendere più tempestiva l’opera dei volontari. La casistica del Centro di Roma, uno dei primi ad essere attivato, ha permesso di rilevare che l’attività del servizio sociale penitenziario fosse suscettibile di larghi sviluppi in vari settori di lavoro: «quando il PM o il Tribunale ritenessero che un minore fosse in grado di profittare maggiormente di un sistema rieducativo in libertà piuttosto che dell’internamento (carcere, riformatorio o casa di rieducazione) il Centro distrettuale potrà esercitare la propria sorveglianza mediante assegnazione all’istituto di osservazione o ad una casa di rieducazione (RD 20.07.1934 n. 1404 art. 27) ed essere poi dimesso mediante affidamento sperimentale alla famiglia, sotto il controllo dell’assistente sociale, o mediante licenza temporanea rinnovabile». Allegato all’articolo vi sono dei moduli per l’inchiesta sociale con tanto di tabelle statistiche (Istituzione di uno speciale servizio per le indagini sulla personalità sociale e per l’assistenza educativa ai minorenni, 1951, pp. 242-246); l’osservazione era necessaria ai fini del Piano individuale di trattamento (1960, pp. 177-377).

Non sappiamo con certezza quanti fossero gli assistenti sociali di ruolo presso il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. I dati dell’anno 1959 indicano 240 assistenti sociali specializzati in 24 Uffici distrettuali in seguito alle sollecitazioni della IV settimana di studi penitenziari svoltasi a Venezia dal 28 settembre al 4 ottobre 1958 (Fontanesi M., La figura dell’assistente sociale nell’Istituto di osservazione di Roma Rebibbia, 1959, pp. 581-586; II mostra documentaria di assistenza sociale a Napoli, 1959, pp. 601-602). Si trattava comunque di una sperimentazione di quanto già fatto in ambito minorile: lo studio sociale del caso di concerto con l’equipe di osservazione multidisciplinare (sociologo, psicologo, criminologo, antropologo, etc.), nominati dal direttore del carcere; la segnalazione alle istituzioni preposte all’assistenza (ECA, OPA, Consigli di Patronato, etc.); le collaborazioni con le loro famiglie; le tecniche di derivazione anglosassone quali il case work e il group work (Magli T., Esperimento di servizio sociale nella casa penale di Roma Rebibbia, 1959, pp. 729-746). Altri esperimenti furono realizzati a Messina, a Regina Coeli, Milano, Napoli, Firenze, Orvieto e Padova (Maglia T., Esperimento di servizio sociale penitenziario per adulti, 1961, pp. 65-75; Rizzo F., L’inserimento dell’assistente sociale nel carcere giudiziario femminile, 1962, pp. 479-486; Gioggi F., Assistenza penitenziaria e post penitenziaria, 1965, pp. 13-23; Castellano G., Malis S., Un anno di esperimenti nella Casa di lavoro di Soriano nel Cimino (VT), 1974, pp. 303-316).

Sta scritto di un assistenziario in Napoli dove sono stati introdotti due nuovi corsi di falegnameria e meccanica per liberati dal carcere e una scuola per i loro figli (Felici iniziative del Consiglio di Patronato di Napoli, 1952, pp. 130-132).

L’Ufficio distrettuale di servizio sociale, che si occupa di assistenza minorile, si insediò per la prima volta a Roma nel 1949 sostituendo di fatto le competenze che spettavano all’ONMI (v. I nostri stabilimenti: Il patronato dei minorenni condannati condizionalmente in Roma, 2, 1932, pp. 778-797). I cambiamenti non riguardarono solo la formazione del personale, l’orientamento al tirocinio e l’invio in colonia ma anche nella direzione con funzione di coordinamento e consulenza (Ruocco E., Gli uffici di servizio sociale del Ministero di Giustizia, 1954, pp. 737-743). Dunque l’Ufficio distrettuale di servizio sociale assunse le competenze e gli scopi del Patronato Re-Bartlett e cioè dei minori inquisiti o in attesa di trasferimento in riformatorio svolgendo, oltre alle attività suddette, osservazione, valutazione, vigilanza e affidamento in prova (cfr. ONMI, Origini e sviluppo, Roma, Colombo, 1936, p. 89; Barcellona L., Affidamento in prova ai servizi sociali e affidamento ai servizi sociali minorili: analogie e differenze, 1978, pp. 315-334). Negli anni ’60 si decise di specializzare la formazione degli operatori in ragione delle loro competenze in quanto l’insegnamento specifico delle tecniche di assistenza, divise in vari rami a seconda delle categorie e delle attività, è in considerazione del fatto che ogni categoria di bisogno richiede, da parte dell’assistente sociale, un particolare atteggiamento se a questi si vuole attribuire il più puro significato sociale e non soltanto quello di puro soccorso materiale (Pelaggi A., Recensione su Di Marco E., Per un moderno servizio sociale, 1963, pp. 658-661; Padoin F., La specializzazione dell’assistente sociale nell’attività giudiziaria, 1964, pp. 277-193). La Federazione Religiose Assistenti Sociali (Firas) istituì un corso nel 1963 a Roma per 70 assistenti già occupate nelle carceri italiane (Trasatti S., Il servizio sociale penitenziario, 1963, 4, pp. 62-64).

La Costituzione della Repubblica aveva voluto sottolineare così espressamente l’esigenza educativa inducendo a ritenere che si potesse pretendere qualcosa di più della così detta “rieducazione della pena”. Sembra che si sia voluto confermare un particolare orientamento, già attuato nella legislazione penitenziaria, mediante l’organizzazione del lavoro remunerato nelle carceri, l’istruzione culturale a mezzo di scuole, le biblioteche, l’assistenza religiosa, etc (…) Gli assistenti sociali dovranno con ogni mezzo di cura, spirituale e materiale, favorire tale opera di rieducazione, nel rispetto della persona, tutelata costituzionalmente nei suoi attributi morali e fisici (art. 32 Cost.) (…) E potranno altre sì essere promosse nuove attività di privati derivanti non direttamente dallo Stato, es. quello ecclesiastico (Grasso P.G., Sulle premesse costituzionali in ordine al problema dell’assistenza carceraria, 1955, pp. 743-750).

Il Comitato italiano di difesa morale e sociale della donna (CIDD) ha svolto il servizio sociale penitenziario presso il carcere di Messina fin dal 1958 in base alla legge 20.02.1958 n. 75. I casi seguiti dalle due assistenti sociali nel 1961 sono stati complessivamente 8 per un totale di 13 visite al carcere, di 54 colloqui con le detenute e 5 colloqui con la direzione. In un primo tempo l’assistente sociale era stata identificata come una “dama di carità” per cui nei primi colloqui si notava un contenuto quanto mai generico e privo di particolari significati. In seguito hanno dimostrato maggiore capacità di apprendimento e, stimolate e guidate, hanno potuto re-instaurare dei rapporti coi familiari, dimostrando di essere pentite del male che loro stesse si erano fatte (…) Nei confronti della loro colpo e della pena formulano quasi tutte lo stesso tipo di giudizio che rimanda ad una concezione essenzialmente fatalistica della vita. (…) I tipi di assistenza, oltre a quella tecnico-professionale, sono stati di natura economica, a questo proposito sono stati erogati sussidi per un totale di L. 27500, capi di vestiario e generi alimentari (…) L’organizzazione del lavoro artigianale ha avuto delle fasi di maggiore rendimento ed anche la vendita dei manufatti delle detenute ha avuto un maggiore incremento (Rizzo Paoletti F., L’inserimento dell’assistente sociale in un carcere giudiziario femminile, 1962, pp. 479-486).

Ripercorrendo la storia italiana, il prof. Gian Luigi Ponti scrisse: «sostanziali modificazioni in tema di servizi sociali furono introdotte dal Regolamento penitenziario del 1931 tutt’ora in vigore: vennero abolite le commissioni visitatrici demandando tali funzioni al Giudice di sorveglianza (…) constatato il fallimento delle associazioni filantropiche private e la loro inadeguatezza ad affrontare i multiformi problemi dell’assistenza sociale, veniva avvocata allo Stato la gestione dei Consigli di patronato cui erano demandate le funzioni previste dall’art. 149 del c.p. ovvero di prestare assistenza ai detenuti, ai liberati, alle famiglie al fine di prevenire la recidiva (…) Sorsero così gli assistenziari per i liberati dal carcere dove si poteva trovare lavoro, vitto e alloggio mediante il ricorso di ciò che sembrava il mezzo più efficiente ovvero l’assicurazione del lavoro al termine della pena» (Ponti G.L., I servizi sociali nell’ambito degli ordinamenti penitenziari, 1963, pp. 629-642).

Tra le varie istituzioni preposte alla rieducazione dei condannati, il Consiglio di Patronato si adoperava per l’avviamento al lavoro dei liberati dal carcere e per il superamento di difficoltà nei rapporti familiari derivanti dalla detenzione o dalla liberazione nonché per l’assistenza alle famiglie bisognose con sussidi in denaro e con posti di lavoro ai componenti delle famiglie medesime (…) Per quanto concerne le intese, è da segnalare quelle intervenute da alcuni anni fra il Ministero e l’ENPMF (Ente nazionale protezione morale del fanciullo fondato nel 1944 dal criminologo molisano Benigno Di Tullio) che, con i suoi uffici periferici, si è impegnato a curare l’assistenza sociale de figli dei detenuti e dei liberati attraverso accurate indagini eseguite dal proprio servizio sociale e, quando occorra, dai gabinetti medico psico-pedagogici (ONMI). Tali interventi, svolti mediante apposite assistenti sociali, comprendevano: prestazioni in favore dei minori in condizione di disagio o abbandono, l’assistenza economica verso la famiglia, il collocamento presso una famiglia adottiva, presso parenti o presso appositi istituti. Oltre ai Consigli di Patronato esistono anche delle istituzioni private che portano la propria esperienza assistenziale negli istituti di pena: le Sorelle di San Giuseppe Calasanzio, l’Opera dei Padri della Mercede, la Pontifica Opera di Assistenza e la Società di San Vincenzo de Paoli (Gioggi F., Assistenza penitenziaria e post-penitenziaria, 1965, pp. 13-23).

Relazione sull’attività dell’amministrazione penitenziaria per il 1970 (Relazione sull’attività dell’amministrazione penitenziaria per il 1970, 4-5, 1970, pp. 19-22.64-71).

Ruolo di servizio sociale nella carriera direttiva

La proposta revisione del ruolo comporta un maggior onere n. 249, di far luogo al riordinamento delle carriere sulla base di qualifiche funzionali, si è provveduto, ferma restando la dotazione organica complessiva del ruolo, a modificare la struttura come appresso:

— Ispettore generale capo di servizio sociale » » posti n. 1
— Ispettore generale di servizio sociale » » posti n. 2ù
— Dirigente capo di servizio sociale » » posti n. 10
— Dirigente e vice dirigente di servizio sociale » » posti n. 29

Al fine di far coincidere la denominazione del ruolo con le funzioni che il personale ad esso appartenente è chiamato a svolgere, e di differenziarlo da quello della carriera di concetto, si è modificata la denominazione stessa in quella di «ruolo dei dirigenti di servizio sociale».
Si è ritenuto, inoltre, di dover istituire le qualifiche di Ispettore generale capo e di Ispettore generale di servizio sociale, cui i corrispondenti parametri 742 e 530, in analogia a quanto previsto per i ruoli amministrativo e tecnico sanitario della stessa Amministrazione.

Ruolo di rieducazione della carriera di concetto

— Educatore capo posti n. .15
— Educatore principale » » 68
— Educatore » » 67

Il predetto incremento risulta necessario per far fronte alle accresciute esigenze degli Istituti rieducativi, presso i quali i minori ospitati hanno raggiunto negli ultimi anni la cifra di 6.300 unità, di cui:

— n. 2.600 negli istituti direttamente gestiti; n. 200 negli istituti dell’Amministrazione affidati in gestione a terzi;
— n. 3.500 negli istituti convenzionati.

Nell’analisi del fabbisogno di personale si è tenuto conto della necessità di ridurre gradualmente, e fino al massimo possibile, le convenzioni con Enti pubblici e privati che sono attualmente circa 80 e di affidare la rieducazione dei minori ad Istituti direttamente gestiti. Si sono, inoltre, tenute presenti le seguenti altre esigenze di primaria importanza:

— ad ogni educatore deve essere affidato un ristretto numero di minori; occorre inoltre prevedere ogni due, o al massimo ogni tre educatori, un sostituto per le festività, i congedi ordinari e straordinari, le assenze per malattia e la frequenza di Corsi di aggiornamento;
— in ogni istituto, oltre al direttore ed eventualmente al vice direttore, sono necessari almeno tre educatori col compito di organizzare e seguire lo svolgimento delle attività del settore gruppi, del settore scolastico e professionale e di quello del tempo libero;
— secondo quanto previsto dall’art. 1 del R.D.L. 20 luglio 1.934, n. 1404, modificato con legge 25 luglio 1.956, numero 888, vanno creati, dove non esistono ancora, ed affidati alla diretta conduzione di educatori, i focolari di semilibertà, i pensionati giovanili, le scuole, i laboratori ed i ricreatori speciali;
— si va sempre più affermando la necessità che ogni istituto disponga per tale compito di almeno due educatori;
— alcuni educatori sono attualmente, e lo saranno anche in futuro, utilizzati per mansioni tecniche nei servizi periferici e centrali dell’Amministrazione (Centri di rieducazione).

La proposta revisione del ruolo comporta un maggior onere complessivo di L. 367 J 72.990, da ripartire nei 3 anni fissati per l’attuazione del provvedimento.

Ruolo di concetto del servizio sociale

È previsto un incremento di 170 unità, così ripartite: La revisione, come sopra proposta, riguarda, da uri lato, l’aumento della dotazione organica, avuto riguardo all’assoluta insufficienza del personale rispetto ai compiti istituzionali, e, dall’altro, l’adeguamento della carriera, che si arresta all’ex coefficiente 402. Invero, l’attuale inadeguata consistenza del ruolo, oltre a condizionare gravemente l’efficienza di un settore di cosi vitale importanza nel campo dell’assistenza e del recupero sociale dei minori, impedisce di soddisfare integralmente le richieste di intervento da parte dell’Autorità giudiziaria minorile. A tal proposito, deve farsi presente che il carico potenziale del servizio (senza tener conto, peraltro, del forte aumento derivante dalla entrata in vigore delle norme sull’adozione speciale) ascende annualmente a 23 – 25 mila casi penali, a 10.000 casi amministrativi e a 10.000 casi civili, con una incidenza di 160 – 170 casi annui per ogni assistente sociale, cifra ben lontana dalla realtà.

— Assistente sociale capo posti n. 17
— Assistente sociale principale » » 77
— Assistente sociale » » 76

Si osserva, inoltre, a riguardo, che il rapporto tra assistenti sociali della giustizia e popolazione minorile è, nel nostro Paese, di 1 a 65 mila, ben diverso, quindi, da quello che si riscontra in altri Paesi europei (per es, : in Francia, da uno a seimilacinquecento, in Svizzera, da uno a mille). Ciò premesso, e tenuto conto che il carico di lavoro medio di un assistente sociale non può ragionevolmente superare i 50-60 casi annui, sarebbe stata necessaria una dotazione organica complessiva quadrupla di quella attuale; l’aumento proposto, che porta l’organico da 230 a 400 unità, attraverso un assorbimento di nuovo personale graduato in alcuni anni è, quindi, da considerarsi una soluzione solo parziale del problema. La revisione del ruolo comporta un maggiore onere complessivo di L. 454.290.415, da ripartire nei 3 anni fissati per l’attuazione del provvedimento.

Assistenza e servizio sociale

Per il coordinamento e il finanziamento di tutta l’attività assistenziale carceraria e post-carceraria è stato costituito, con D.M. in data 6 febbraio 1970, un Ufficio autonomo in seno a questa Direzione Generale che ha assunto la denominazione di “Ufficio VII – Assistenza e Servizio Sociale”.
I compiti, le attività svolte e i programmi di tale ufficio possono così riassumersi :

1) – Consiglio di patronato

Consigli di patronato previsti dall’art. 149 cod. pen. e 8 e segg. del Regolamento degli Istituti di prevenzione e di pena. Con essi collaborano oltre un centinaio di istituzioni private di rilevanza locale e nazionale. L’attività dei Consigli di patronato tende principalmente al conseguimento di due obiettivi distinti, ma complementari:

 prestare assistenza ai liberati dal carcere, agevolandoli, se occorre, nel trovare stabile lavoro;
 prestare assistenza alle famiglie di coloro che sono detenuti con ogni forma di soccorso e, eccezionalmente, anche con sussidi in denaro.

Se si considera che l’attività assistenziale prevista dalle vigenti disposizioni legislative abbraccia un campo vastissimo dell’assistenza pubblica e che gli stessi Consigli di patronato non dispongono, in genere, di altre risorse finanziarie al di fuori di quelle corrisposte sotto forma di contributi da parte di questo Ministero, si può ben comprendere come l’attività assistenziale si esaurisse, in passato, nella semplice concessione di modesti sussidi in denaro elargiti con una prassi decisamente burocratica che, invece di risolvere il grave problema del reinserimento, valevano ad accentuare sempre più la mentalità assistenziale degli assistiti. Pertanto, uno dei problemi affrontati dal nuovo ufficio in via prioritaria è stato quello relativo ad una migliore organizzazione dell’attività dei Consigli di patronato, al reperimento e ad una razionale distribuzione dei mezzi finanziari necessari per il normale svolgimento dell’attività assistenziale. Analogamente si è provveduto a disciplinare le erogazioni dei sussidi destinati agli Enti assistenziali collaboratori sia per quanto riguarda l’istruttoria delle richieste e sia per il versamento dei contributi agli Enti stessi. Al fine di sensibilizzare le altre Amministrazioni dello Stato che operano nel campo dell’assistenza, ai problemi specifici dei Consigli di patronato, sono stati stabiliti frequenti contatti in favore dei Consigli di patronato più impegnati in opere permanenti assistenziali. Efficace azione è stata, altresì, svolta presso il Ministero delle Finanze e la Presidenza del Consiglio dei Ministri per ottenere l’inclusione dei Consigli di patronato nella ripartizione degli utili delle Lotterie nazionali ai sensi della legge 4 agosto 1955, n. 722. Infine, l’Ente nazionale per la distribuzione dei soccorsi in Italia (ENDSI), su intervento di questa Amministrazione ha concesso un congruo numero di indumenti usati di provenienza americana che, successivamente rigenerati, attraverso la mano d’opera delle detenute ristrette nelle Carceri giudiziarie di Roma-Rebibbia, sono stati finora inviati ai Consigli di patronato della Sicilia, Sardegna e Calabria, mentre è in corso una assegnazione a Puglia e Campania.

2) – Assistenza ai figli dei detenuti.

Particolare impegno si è posto nel potenziamento dell’assistenza in favore dei figli dei detenuti.
Fin dal 1957 si sono stabilite delle intese con l’Ente protezione morale del fanciullo per un intervento su tutto il territorio nazionale secondo una metodologia uniforme e razionale e in stretta collaborazione con i Consigli di patronato competenti per territorio. Congiuntamente si è provveduto ad intensificare i contatti con l’Opera nazionale maternità e infanzia il cui intervento è esplicitamente previsto dalla legge istitutiva dell’Opera stessa. Purtroppo le limitate disponibilità finanziarie di cui questa Amministrazione dispone per tale settore assistenziale non hanno permesso di intervenire per ogni caso segnalato. Infatti, la somma di L. 200.000.000 prevista per tale attività fin dal 1957 è rimasta costantemente invariata nonostante che il numero degli assistiti e la diaria delle rette giornaliere di ricovero abbiano subito sensibili aumenti.

— nuclei assistiti nel corso dell’anno (compresi quelli segnalato: numero 1.009, per minori 2.918 (segnalazione media annuale numero 1.000 nuovi nuclei);
— nuclei assistiti nel corso dell’anno (compresi quelli segnalati negli anni precedenti) n. 3.237 per un totale di 8.863 minori. Di questi, 2.216 sono stati assistiti con fondi messi a disposizione da questo Ministero (819 ricoverati in Istituto, 1397 sussidi in famiglia); altri 3.032 sono stati seguiti con il solo trattamento di servizio sociale e i restanti 3.615 hanno beneficiato complessivamente di n. 7.385 prestazioni economiche ottenute da Enti assistenziali locali.

La spesa impegnata per gli affidamenti in Istituto ammonta a lire 184.839.270 mentre i sussidi erogati a favore dei 1.397 minori ammontano a L. 14.475.000. Pertanto, con i fondi a disposizione di questa Amministrazione si è potuto assistere con prestazioni economiche solo 1/4 dej minori segnalati mentre sono rimasti esclusi dall’assistenza, se pure seguiti dal trattamento del servizio sociale, n. 3.032 minori.

3) – Assistenza ai liberati dal carcere.

Il reinserimento dei liberati dal carcere nella vita lavorativa è alla base dei problemi dell’assistenza e del trattamento penitenziario e post-penitenziario alla cui risoluzione si va ponendo sempre maggior impegno. Il collocamento al lavoro dei liberati dal carcere risponde, oltre che alla comune esigenza derivante da un grave stato di bisogno, a quella più importante esigenza, connessa alla difesa della società dal delitto. È noto, infatti, che la mancanza di una occupazione retribuita costituisce una delle cause della ricaduta nel delitto. Ove, quindi, non si ponga in essere una efficiente opera di prevenzione del recidivismo, che principalmente il lavoro può garantire e sostenere, lo stesso sforzo produttivo, in una società in rapido cambiamento, potrebbe essere disturbato dall’inserimento senza supporto lavorativo. Tale è il concetto sottolineato di recente dagli studiosi della pianificazione sociale e più volte segnalato dai competenti organi dell’O.N.U. Da ciò la necessità che questo specifico problema sia fatto ascendere a livello di pianificazione e che il collocamento al lavoro degli ex carcerati sia favorito in massimo grado. Attuazione di tale nuova politica assistenziale possono essere considerati i provvedimenti adottati a seguito del recente provvedimento di amnistia ed indulto emanato con D.P.R. 22 maggio 1970, n. 283. Si è provveduto, anzitutto, ad accertare le possibilità finanziarie dei Consigli di patronato, sopperendo alle deficienze dei fondi con dirette anticipazioni e con l’interessamento presso la Direzione Generale dell’assistenza pubblica dipendente dal Ministero dell’interno. Si è provveduto, altresì, a concertare con i rappresentanti del Ministero dell’interno – Servizi ECA – un completo e coordinato piano di immediati interventi assistenziali degli ECA locali su indicazione degli stessi Consigli di patronato.
Si sono, inoltre, stabiliti particolari contatti con il Ministero del lavoro e della Previdenza sociale – Direzione Generale Collocamento mano d’opera – che a sua volta ha disposto provvidenze eccezionali che esorbitano dalla normale prassi usata dagli Uffici di collocamento, quali, tra l’altro, l’assunzione nominativa di liberati dal carcere, indipendentemente dalla qualifica prescritta anche in località diversa dai luoghi di residenza e l’avviamento degli stessi ai cantieri di lavoro e ai corsi di addestramento professionale subito dopo la dimissione. Dai dati statistici finora raccolti risulta che, per l’intervento degli Uffici provinciali del lavoro o per interessamento diretto degli stessi Consigli di patronato, la maggior parte dei liberati ha ottenuto immediata possibilità di lavoro. Purtroppo, l’entrata in vigore delle nuove norme sulla disciplina del collocamento della mano d’opera (legge 20 maggio 1970, n. 300) con la costituzione di Commissioni zonali, comunali e frazionali presso le sezioni degli Uffici di collocamento dei liberati dal carcere ai fini dell’inserimento nella graduatoria stessa. Infatti, tale graduatoria deve tener conto di titoli per la preferenza nell’avviamento al lavoro dei disoccupati e in essa non vi è alcun riferimento alla figura del liberato dal carcere se non attraverso la valutazione generica di un particolare stato di bisogno. Per ovviare a tale inconveniente, l’Ufficio ha preso contatto con il Ministero del lavoro affinché possano essere adottati gli interventi più idonei anche sul piano legislativo, perché la posizione degli ex detenuti venga autonomamente considerata con particolare riguardo alle provvidenze assistenziali di prima necessità, nonché alla valutazione, sia pur non integrale, del periodo di. carcerazione quale titolo di anzianità per l’iscrizione nelle liste di collocamento. Infine, le intese con il Ministero dell’interno, se pur raggiunte in vista del recente provvedimento di amnistia, sono proseguite ed hanno di recente trovato una favorevole definizione con la diramazione da parte di quel Dicastero di una circolare con la quale vengono autorizzati i Prefetti delle Provincie affinché, attraverso gli EOA e su indicazione dei Consigli di patronato, vengano disposti interventi assistenziali di prima sistemazione e sussidi finanziari non inferiori alle L. 10.000 in favore di tutti indistintamente i liberati dal carcere, all’atto della loro dimissione a qualunque titolo avvenuta. Particolari disposizioni sono state quindi diramate da questo Ministero ai Consigli di patronato e alle direzioni degli Istituti di prevenzione e di pena per una più efficace e reciproca collaborazione con gli Uffici periferici dei predetti Dicasteri,

4) – Servizio sociale penitenziario e assistenza ai detenuti.

Un altro settore al quale è stato dato particolare impulso è quello dell’assistenza e del servizio sociale penitenziario per adulti. L’attuazione dell’art. 27 della Costituzione, che ha indicato a tale fine della pena la rieducazione del condannato, ha mezzi curativi ed educativi diretti al rafforzamento morale e sociale del delinquente e per ottenere che lo stesso, una volta liberato sia, non soltanto desideroso, ma anche capace di vivere nel rispetto della legge e di provvedere a se stesso. Per l’attuazione di tale principio si è avvertita la necessità di inserire nel trattamento, tra i vari professionisti specializzati, anche gli assistenti sociali. Mentre è in corso di esame al Parlamento la riforma dell’Ordinamento penitenziario che prevede l’istituzione di un ruolo organico di servizio sociale per detenuti adulti, l’Ammininistrazione penitenziaria ha voluto saggiare in pratica la validità di taluni metodi di moderno trattamento, richiedendo la collaborazione di un ristretto numero di assistenti sociali diplomati, professionalmente e moralmente idonei a svolgere la loro attività sia nell’interno degli Istituti che fuori per i rapporti con le famiglie dei detenuti, e per iniziare, a scopo di studio, forme di trattamento nei confronti dei detenuti ed in particolar modo dei liberandi. Attualmente il servizio sociale penitenziario si svolge, in modo soddisfacente, in 13 Istituti ed, è intendimento di questa Amministrazione potenziare tale servizio estendendolo a tutte le città capoluoghi di regione e, nei limiti del possibile, ai maggiori centri penitenziari. Altre attività assistenziali direttamente svolte in favore dei detenuti :

— la ormai tradizionale distribuzione dei pacchi dono in occasione delle festività natalizie, in favore di tutti i detenuti ed internati;
— l’assistenza prestata in favore dei detenuti minorati fisici, con la concessione di protesi auditive e ortopediche.

Per quanto concerne le biblioteche carcerarie, proseguendo il piano pluriennale di ammodernamento, è stata disposta, per l’anno 1970, la fornitura di libri, tramite l’Ente nazionale per le Biblioteche popolari e scolastiche, per un ammontare di circa L. 10.000.000. Sono stati, altresì, particolarmente favoriti

5) – Disponibilità finanziarie e finanziamenti assistenziali.

Per il finanziamento dell’attività assistenziale carceraria e post-carceraria questa Amministrazione si è valsa fino all’anno 1970 di due cespiti: il primo di L. 300.000.000 stanziati in bilancio in virtù della legge 8 agosto 1954, n. 633, modificata con legge 23 maggio 1956, n. 491; il secondo di L, 200.000.000 circa, derivante dalle disponibilità annuali della Cassa delle ammende. Con detti fondi questo Ufficio ha dovuto provvedere alla concessione di contributi in favore dei Consigli di patronato per l’integrazione dei loro bilanci (L. 190.000.000 circa), alla concessione di sussidi agli Enti privati collaboratori (L. 70.000.000) al finanziamento dell’attività svolta dall’E.N.P.M.F. in favore dei figli dei detenuti (L. 200.000.000) e del servizio sociale penitenziario (L. 40.000.000).
Peraltro, i mezzi finanziari occorrenti a questa Amministrazione per provvedere al finanziamento di tutta l’assistenza carceraria e post-carceraria dovrebbero, allo stato, ammontare a L. 1.300.000.000 circa. Brevi considerazioni giustificano ampiamente tale asserto:

— per l’anno 1970 i Consigli di patronato hanno avanzato, per lo svolgimento della normale attività assistenziale, formali richieste di contributi per complessive L. 330.000.000;
— stante la situazione avanti specificata e cioè la mancata assistenza per carenza di fondi a 3.032 minori segnalati all’E.N.P.M.F. dai Consigli di patronato e considerato sia il costo medio dei minori assistiti e sia il numero medio annuale di quelli segnalati, consegue la necessità di disporre di una somma non inferiore a L. 500.000.000 annui per svolgere integralmente tale ramo di attività; alcuni Consigli di patronato, come è noto, gestiscono direttamente opere assistenziali permanenti e precisamente: Torino (assistenziario), Reggio Emilia (assistenziario), Firenze (laboratorio), Padova (assistenziario), Roma (assistenziario), Napoli (centro assistenziale), Salerno (istituto per minori), Termini Imerese (istituto per minori).

Negli anni ’70 vede la luce l’Ordinamento Penitenziario (De Maio B., Brunetti G., Nuovi orientamenti dell’assistenza ai detenuti e ai liberati, 1974, pp. 771-786; Gioggi F., Il nuovo ordinamento penitenziario, 1975, pp. 463-478) che dopo le prime lodi, ben presto rivela le falle (Granito A., Nuovi aspetti del regime penitenziario e problemi di applicazione della normativa, 1976, pp. 19ss) in particolare sulla figura dell’assistente sociale vista come una specie di “controllore” (Coco N., Rilievi e spunti critici sull’esecuzione penale in relazione alla riforma dell’ordinamento penitenziario, 1976, pp. 439-468; Nicolai A.M., Note sulla riforma penitenziaria, 1977, pp. 531-534) e sull’osservazione dei minorenni rimasta ferma ad una concezione ancora permeata da influenze lombrosiane piuttosto che di tipo psico-sociale (Di Maria G., Alcune note sull’art. 13 del nuovo ordinamento penitenziario, 1978, pp. 477-496).

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Assistenza sociale agricola (1928-1943)

L’assistenza sociale agricola. Rivista mensile di infortunistica e assistenza sociale. Edita dalla Federazione Nazionale Casse Mutue Malattie per i lavoratori agricoli e dalla Federazione Enti Mutui per l’Assicurazione Infortuni sul Lavoro in Agricoltura, Società Anonima Tipografica Luzzatti, via Fabio Massimo 45 Roma. Direttore responsabile: Giuseppe Montemurri.

Vicedirettori: Luigi Razza, Roberto Roberti (dal 1930); Biagio Borriello, Giuseppe Tassinari (dal 1931). Comitato di redazione: Roberto Roberti, Giuseppe Montemurri, Ettore De Nicola. Collaboratori: Giovanni Allevi, Lorenzo Bardelli, Augusto Busacchi, Francesco Carnelutti, Vittoriano Cavara, Antonio Cazzaniga, Roberto D’Andrea, Giovanni De Francisci Gerbino, Francesco Delitala, Guido Gentile, Filadelfo Insolera, Antonio Marozzi direttore generale della CNFA, Pietro Niccolini, Arnaldo Pieraccini, Gustavo Pisenti, Silvio Rameri, Vincenzo Ricchioni, Paolo Thaon di Revel, presidente della FPSFA di Torino, Carlo Todesca di Castellazzo e Vittorio Zevi.

Il periodico, pubblicato a cadenza bimestrale, si componeva di una parte dedicata agli articoli (assistenza, previdenza, infortunistica) ed una parte alle rubriche (Fatti e commenti, Riviste e giornali, Notiziario bibliografico, Dottrina e giurisprudenza); dal 1935 la giurisprudenza appare in appendice all’ultimo fascicolo per ogni annata per ritornare come prima nel 1940. Gli editori comprendevano inizialmente la Federazione Nazionale Casse Mutue Malattie per i lavoratori agricoli e la Federazione Enti Mutui per l’Assicurazione Infortuni sul Lavoro in Agricoltura a cui si aggiunsero il Patronato Nazionale per l’Assistenza Sociale Agricola e la Confederazione generale dei lavoratori agricoli:

«La Previdenza è una alta manifestazione del principio di collaborazione – Il datore di lavoro e il prestatore di opera devono concorrere proporzionalmente agli oneri di essa – Lo Stato mediante gli organi corporativi e le Associazioni professionali, procurerà di coordinare e di unificare quanto è più possibile il sistema e gli Istituti della Previdenza (…) Lo sviluppo della Previdenza, insieme a quello dell’Agricoltura con la sempre più intensa e diffusa adozione delle macchine e degli altri mezzi della coltura intensiva a tipo industriale, vanno ogni giorno di più preparando i nostri agricoltori ad accogliere in pieno le provvidenza assistenziali, mentre lo sviluppo dell’organizzazione sindacale ne facilita il mezzo, ne indica il modo, ne aiuta la elaborazione (…) Il programma di questa Rivista, che ha modeste ma oneste pretese, è perciò propagandare da un lato valorizzandole con la maggior precisione possibile, leggi e dottrine; rappresentare dall’altro le necessità e le opportunità che l’esperienza assistenziale nel campo agricolo andrà ogni giorno mostrando» (Editoriale, 1928, 1, pp. 1-2).

Obiettivo dell’assistenza non era solo quello di seguire il lavoratore nei suoi problemi ma organizzare la sua vita anche nell’eventualità di non averne più bisogno:

«Bisogna convincersi che il mondo rurale è un mondo non separato da tutto il resto dell’umanità ma che convive con il resto, rimanendo però aderente a certe sue spiccate e singolarissime caratteristiche, che sono il prodotto di secoli e secoli di tradizioni, di costumanze, di arte, anche e perché no? Di pensiero» (Pesce G., Appunti per un programma di assistenza sociale agricola, 1928, 2-3, p. 5).

Nell’ideologia fascista l’agricoltura è già assistenza in quanto si pensava che la terra, adeguatamente lavorata, potesse fornire tutto ciò di cui aveva bisogno la società. In altre parole l’agricoltura era intesa non più come economia di sussistenza ma come ideale di vita per tutta la famiglia:

«La terra e l’infanzia. Queste due vergini cose ci vien fatto di porre oggi a contatto e diremmo in funzione reciproca in scambievole azione a proposito del problema che il Governo Nazionale ha avuto il merito di porre fra quelli che trovansi al primo piano della nostra attività di Nazione: il problema dell’Assistenza Sociale. L’assistenza sociale si pone oggi anch’essa come problema di organizzazione e di minimo mezzo. E virtù del minimo mezzo è quella di risolvere contemporaneamente e con gli stessi mezzi più di un problema. Che anzi sovente la soluzione di un problema è data da altri problemi sol che essi siano messi a contatto. È questo precisamente il caso della nostra Terra e della nostra Infanzia. Bisognosa quella di veder le nuove generazioni associarsi a lei con rinnovato amore. Tendente questa a ritemprarsi tutta nel seno della Grande Madre. D’altro canto la fondamentale impostazione del problema tecnico assistenziale, che è di reintegrazione di tutte le capacità e possibilità dell’individuo umano, trova la sua migliore applicazione sociale nei riguardi ed in funzione dell’infanzia espressione della giovinezza, della continuità dell’avvenire della Società nazionale ed umana (…) l’assistenza all’infanzia – sopratutto dell’infanzia abbandonata, deficiente e tarata – può ricevere impensate soluzioni se messa in rapporto alle possibilità della coltivazione della terra, allo stesso modo che l’intero problema assistenziale può essere avviato ad una soluzione più logica ed integrale attraverso l’assistenza dell’infanzia: una soluzione alla radice» (Montemurri G., Agricoltura e assistenza all’infanzia, 1928, 7, p. 403).

L’unità economica ed ergonomica principale era costituita dalla colonia agricola:

«Il numero degli orfani in rapporto colla condizione sociale del padre è dato in una cifra totale di 355.370 nati (tra il 1902 e il 1918) di cui 221.232 figli di contadini ciò dimostra che i contadini hanno dato il massimo tributo di sangue alla patria (…) la legge 18 luglio 1917 riconosceva l’Opera come Istituto nazionale per l’assistenza agli orfani di guerra» con il compito di «mantenere alla terra gli orfani dei contadini e anzi di ridarli ad essa dotati delle capacità per meglio coltivarla (…) i comitati provinciali per legge decidono i ricoveri agli orfani stabilendo il pagamento di una retta: si ottenne che le Colonie Agricole fossero tenute sempre presenti, inspirandosi al criterio che l’assistenza all’orfano deve completarsi colla sua istruzione professionale: gli orfani dei contadini devono diventare provetti agricoltori (…) l’attività dell’Opera e dei Patronati provinciali è stata ed è notevole e multiforme: sussidi in denaro, in oggetti di corredo, in medicinali, invio alle Colonie marine e montane degli orfani gracili, impianto di Laboratori per orfani, costituzione di Colonie Agricole, delle quali parleremo in capitolo a parte, e istituzioni di Corsi temporanei di istruzione agricola (…) per colonia agricola non intendiamo né la scuola pratica di agricoltura né il palazzo col relativo orto e campo sperimentale: noi intendiamo essenzialmente un’azienda agraria, dotata di terreno coltivabile sufficiente a permettere l’esercizio normale dell’agricoltura. I piccoli orti sperimentali, i piccoli campicelli, che rappresentano l’agricoltura “a pillole”, sono più atti a dare una idea falsa dell’azienda agraria che a formarne una razionale. Vogliamo un’azienda agraria dunque completa in tutte le sue parti, non solo nella quantità proporzionata di terreni ma altresì nel tipo della casa e nello svolgimento della vita di quelli che vi dovranno crescere e vivere (…) l’insegnamento agricolo dovrà essere fatto sui campi, nell’azienda: gli orfani, a seconda della loro età e della loro capacità, dovranno eseguire le operazioni richieste: ai più piccoli verrà riservato il lavoro nel pollaio, nel porcile, nella conigliera, nell’apiario, ai più grandi sarà assegnato il lavoro nei campi, nella stalla (…) le colonie agricole sono a tutt’oggi in numero di 45» (G.M., Agricoltura e assistenza dell’Infanzia, 1928, 8, pp. 474-481).

La nuova colonia agricola a Cividale del Friuli:

«Fra le principali realizzazioni del Regime nel campo dell’assistenza sociale agricola va segnalato il compimento nel gennaio di quest’ano dei lavori iniziati nell’aprile 1929 per la costruzione di una nuova colonia agricola a Cividale del Friuli che è certo uno dei maggiori per capienza di fabbricati, per numero di presenza giornaliere, per organizzazione economica, finanziaria, tecnica e didattica che vanti l’Italia e il Friuli ha il maggior numero di orfani ed assimilati (13 mila 334 unità pari al 21,33 per mille della popolazione). Il podere è provvisto di un orto, un frutteto, un vigneto, un gelseto e di una area per le culture di cereali. La Colonia è frequentata da 40 allievi che ogni giorno di più dimostrano il più vivo attaccamento alla sana vita rurale. La specializzazione è già iniziata. A seconda delle varie tendenze gli allievi si indirizzano particolarmente ai vari allevamenti, ed è con vera soddisfazione che i preposti notano i progressi notevolissimi della loro istruzione rurale. Gli allievi sono ammessi in via di apprendistato al decimo anno di età e cioè quando ancora non hanno compiuta l’istruzione elementare. Passano così i primi due anni come osservatori e piccoli assistenti nelle varie operazioni pratiche giornaliere. Ottenuta la licenza elementare si iscrivono alla Scuola di avviamento al lavoro e dopo tre anni di corso si licenziano da detta Scuola in possesso di una notevole quantità di cognizioni pratiche e teoriche utilissime nella loro vita futura di contadini specializzati od anche di bravi castaldi. I migliori di essi, quelli che danno affidamento per qualità intellettuali e morali potranno continuare gli studi nelle scuole di grado superiore» (Fatti e commenti, 1930, 3-4, pp. 175-176).

Interessante articolo sulle radici cristiane dell’agricoltura:

«Il 27 aprile nel padiglione della nostra confederazione alla Fiera di Milano l’on. Gino Cacciari ha tenuto l’annunciata sua conferenza su “San Benedetto e la restaurazione agricola” (…) L’abbazia Benedettina non è soltanto il pilastro fondamentale di una organizzazione civile; ma anche di un’organizzazione civile; ma anche di un’organizzazione economica nella quale i concetti fondamentali della carità cristiana e della civiltà si fondono con quelli della gerarchia e della disciplina nella produzione agricola. San Benedetto, disciplinando le Abbazie e guidando le masse rurali verso il miglioramento della produzione, creò il primo nucleo del libero Comune che era profondamente rurale; e restaurando le sorti agricole d’Italia, non operò un miracolo immediato; ma ottenne il successo perché la sua dottrina racchiudeva in sé stessa i germi necessari per gli ulteriori sviluppi: egli fu restauratore perché fu legislatore e sentì che, in un mondo avvilito e corrotto quale era quello del suo tempo, bisognava incominciare col far agire la potente leva dei valori morali, riabilitando il concetto della dignità del lavoro, avvicinando l’umile fatica manuale alle più nobili forme della spirituale attività. Il suo monastero, fin dalle origini, riproduce il classico tipo della villa romana ed è centro di attività agricola dove la vita attiva si congiunge alla contemplazione, il pensiero all’azione; dove al lavoro manuale è assegnato un tempo doppio di quello dedicato alla preghiera; dove sono accomunati, nella stessa fatica, nobili e umili. Benedetto fu legislatore ed organizzatore perché, al dissolvimento sociale operatori con l’avvento dell’individualismo germanico, contrappose l’associazione disciplinata della comunità monastica gerarchicamente costituita e facente capo all’autorità dell’Abate (…) Scendendo nei secoli al periodo comunale, l’oratore prosegue illustrando come l’ordinamento politico del Comune abbia trasformati i concetti fondamentali del diritto feudale: alla soggezione è sostituita l’associazione; alla dipendenza dei singoli da un signore è sostituita l’unione di intere classi che si reggono e si guidano nel proprio interesse l’opera dei monasteri compie il suo ciclo di incivilimento rendendo liberi gli uomini asserviti, dominando i barbari, riunendo gli uni e gli altri in un unico elemento dal quale scaturisce una civiltà improntata agli elementi ed ai concetti eterni della romanità: e dove la funzione delle Abbazie giunse a dominare la decadenza medioevale, l’agricoltura acquistò tali forme progredite da differenziare da tutte le altre le zone sottoposte all’opera dei monaci e da perdurare anche oggi» (Notiziario, 1929, 5-6, pp. 387-388).

L’assistenza sociale non era intesa come beneficenza (come lo era stata nei governi liberali) ma come compito precipuo dello Stato per livellare le diseguaglianze sociali:

«L’assistenza sociale attuata dal Fascismo è uno degli aspetti forse il più originale ed il più interessante, con il quale si manifesta nella odierna vita sociale italiana il principio della collaborazione fra le classi, riconciliate sul terreno comune della Nazione (…) In base a tali principi ed obbedendo alle supposte considerazioni, la Carta del Lavoro, che regola la nuova vita sociale italiana considerata da un punto di vista strettamente unitario ha dedicato all’assistenza sociale quattro delle sue dichiarazioni: gli organi corporativi sorvegliano perché siano osservate le leggi sulla prevenzione degli infortuni e sulla polizia del lavoro da parte dei singoli soggetti alle associazioni collegate (XXV); la previdenza è un’alta manifestazione del principio di collaborazione (XXVI); lo Stato Fascista si propone il perfezionamento dell’assicurazione infortuni, maternità, disoccupazione involontaria e forme speciali dotalizie per giovani lavoratori (XXVII); è compito delle associazioni di lavoratori la tutela dei loro rappresentati (XXVIII). Di tale legislazione sociale merita menzione particolare il RDL 03.01.1926 n. 79 col quale fu istituita l’Associazione nazionale per la Previdenza degli infortuni sul lavoro delle quali fanno parte tutte le imprese industriali e agricole (…) il RD 14.04.1927 n. 503 al quale debbono osservanza tutte le aziende industriali, commerciali e agricole che impiegano nel lavoro persone rimunerate (…) la L. 24.09.1924 n. 2157 relativa alla Cassa di maternità avente lo scopo di sussidiare le operaie tanto in caso di parto che in quello di aborto (…) la L. 10.10.1925 n. 2277 (istituzione dell’Onmi) la quale si propone i fini inerenti la diffusione delle norme e dei metodi scientifici relativi alla gestazione, al puerperio, all’igiene pre e post-natale, nelle famiglie e negli istituti, all’istituzione di ambulatori per la sorveglianza e la cura delle gestanti, con speciale riguardo alle lue ed alle altre malattie sociali, all’istituzione di scuole teorico-pratiche di puericoltura e corsi popolari di igiene materna e infantile, in collaborazione con le istituzioni esistenti in tema di assistenza sociale (…) Altra istituzione che merita di essere specialmente menzionata è il Patronato Nazionale per l’Assistenza Sociale la cui attività ridonda ad onore e vanto dell’assistenza sociale quale viene attuata dalle leggi fasciste. Creato nel 1925 dalle Associazioni sindacali è stato ulteriormente perfezionato, aggiornando la sua costituzione ed il suo funzionamento, coi principi scaturiti dalla costituzione dell’ordinamento sindacale e corporativo e dalle enunciazioni contenute nella Carta del Lavoro. I compiti riservati dalle leggi nostre al Patronato le cui prestazioni sono gratuite si riferiscono in special modo all’assistenza per gli infortuni agricoli per quelli industriali, per le pensioni di invalidità e vecchiaia, agli assegni di maternità, di disoccupazione e di superstiti. Inoltre è opportuno ricordare che il Patronato ha anche istituito degli uffici medici e legali né si è mai rifiutato dall’esplicare altre funzioni assistenziali non attribuitegli per legge. L’importanza del Patronato è manifesta, quando si pensi che ha un suo proprio rappresentante in seno al Comitato intersindacale centrale presieduto dal Capo del Governo. L’attività del Patronato, in continuo incremento come ha comunicato di recente il suo presidente in seno al predetto Comitato, segna già per l’anno in corso un notevolissimo miglioramento rispetto all’anno precedente. Altra importantissima forma di assistenza sociale è quella degli Uffici di Collocamento in attuazione della legge del 29.03.1928 n. 1003 e del regolamento relativo ad essa seguito (…) Appare evidente che il Fascismo non considera l’assistenza sociale come una forma di concessione o di beneficenza pubblica ma come un compito dello Stato il quale interviene in nome della sua stessa funzione ad adempiere la sua missione nel campo dell’Assistenza Sociale e ciò in conseguenza dei principii storici, etici e morali ai quali lo Stato stesso si ispira in tutti i suoi atti» (Ronchi E., L’assistenza sociale nella concezione e nelle leggi del Fascismo, 1929, 11-12, pp. 726-731).

Uno degli slogan più frequenti fu di “sbracciantizzare” l’agricoltura e “contadinizzare” le masse lavoratrici:

«Allo scopo di alleggerire in modo sempre più concreto e definitivo la pressione che questa massa di avventizi della terra esercita sull’agricoltura il Gran Consiglio ritiene necessario che unità familiari di braccianti siano collocati nei terreni di nuova bonifica nell’Italia centrale, meridionale e insulare; che dovunque sia possibile e redditizio sia attuato lo stralcio delle terre o un contratto di partecipazione onde offrire un lavoro normale e un guadagno sicuro alle famiglie di braccianti; che sia organizzata su più vasta scala l’emigrazione all’interno delle masse dei braccianti padani; che i dirigenti sindacali dei prestatori d’opera tengano conto nella stipulazione dei contratti collettivi non solo del fattore salario ma soprattutto del fattore continuità del lavoro (…) difatti il contratto di lavoro in agricoltura non solo ha lo scopo di determinare il salario e dirimere le vertenze ma ha il compito di “sbracciantizzare” l’agricoltura e “contadinizzare” le masse lavoratrici agricole, facendo sì che il contratto di lavoro divenga sempre più uno strumento della nuova realtà politica ed economica da creare e perfezionare (…) il bracciante non legato alla terra doveva costituire la massa di manovra per l’azione politica del socialismo ed i mezzadri ed i compartecipanti lo erano per i socialisti sufficientemente rivoluzionari (…) il compartecipante infatti lavora tutto l’anno benefica del raccolto dei prodotti ha il pane assicurato ed ha la sua casa» (Fatti e commenti, 1930, 3-4, pp. 171-172).

Nel 1928 furono aperti i primi Uffici di Collocamento:

«Con RD 29 marzo 1928 n. 1003 e RD 6 dicembre 1928 n. 3222 com’è noto sono stati istituiti gli Uffici di Collocamento gratuito di tutte le categorie di lavoratori dell’Agricoltura e in tutta Italia gli uffici hanno funzionato egregiamente (…) Di essi sono già in pieno funzionamento 81 uffici provinciali e prossimi ad essere istituiti i rimanenti 11 uffici provinciali (…) proseguendo nello sviluppo delle sue opere assistenziali l’Associazione Fascista del Pubblico Impiego sta studiando la possibilità di organizzare, alle proprie dirette dipendenze, una serie di convitti nei quali i figli degli impiegati dello Stato e degli Enti parastatali e locali possano essere accolti e avviati agli studi mediante il pagamento di una modesta retta mensile» (Fatti e commenti, 1930, 3-4, pp. 173-175).

Il Patronato Nazionale per l’Assistenza Sociale era l’ente parastatale che assumeva le competenze assistenziali dei lavoratori. Nella relazione conclusiva per il 1929 vi sono alcuni dati che danno un’idea del bacino di utenza e delle capacità finanziarie di questo ente: liquidazione infortuni industriali oltre 100 milioni di lire; liquidazioni infortuni agricoli 22 milioni e 500 mila lire; pensione di invalidità 2 milioni e 500 mila lire; pensione vecchiaia 4 mila 250 lire; assegni di morte un milione 580 mila lire. La Regione virtuosa era la Lombardia che da sola offriva il 60% delle liquidazioni complessive (Un anno di lavoro del Patronato Nazionale per l’Assistenza Sociale, 1930, 1-2, pp. 76-77).

«Dal 2 ottobre è entrato in vigore il nuovo statuto del Patronato Nazionale per l’Assistenza Sociale che secondo la dichiarazione XXIX della Carta del Lavoro è l’organo tecnico a mezzo del quale le Confederazioni Nazionali Fasciste dei Lavoratori adempiono alla funzione di assistenza e di tutela dei propri rappresentati nelle pratiche amministrative e giudiziarie relative alle assicurazioni e previdenza sociali in genere. Il nuovo statuto dispone che il Patronato avente sede in Roma ed esplicante attività in tutto il territorio del Regno ha personalità giuridica. Il Patronato nell’ambito delle leggi e dei regolamenti sopra riportati presta la sua assistenza a qualsiasi lavoratore anche se non inscritto ad associazioni professionali legalmente riconosciute. Le sue prestazioni in qualunque forma e sede sono gratuite (…) Sono organi del Patronato: la Presidenza, il Consiglio di Amministrazione, il Comitato esecutivo e il collegio dei Sindaci. Il Presidente è nominato con decreto dal Ministero delle Corporazioni. Il Patronato esplica la sua azione sia direttamente sia a mezzo di uffici regionali e provinciali» (Fatti e commenti in Italia e nel mondo, 1930, 10, pp. 389-390).

Tra i servizi offerti vi era l’assistenza medica e legale:

«È stata pubblicata la relazione dell’on. Barenghi sull’efficienza e sull’attività del Patronato nazionale per l’assistenza sociale di cui egli è direttore generale (…) Operai assistiti per infortuni industriali e agricoli: 102 mila 093 nel 1929 e 128 mila 624 nel 1930. Indennità liquidate per infortuni industriali e agricoli: nel 1928 lire 93,637,125; nel 1929 lire 124,137,607; nel 1930 lire 148,016,035. Operai assistiti per altre forme di assicurazione (invalidità, vecchiaia, tubercolosi, superstiti e maternità): nel 1928 n. 31,540; nel 1929 n. 30,416; nel 1930 n. 41,224. Indennità liquidate per le stesse forme di assicurazione: nel 1928 lire 6,473,289; nel 1929 lire 5,588,561; nel 1930 lire 11,205,778 (…) L’on. Barenghi si occupa inoltre del funzionamento del servizio legale e del servizio medico del patronato sia al centro che alla periferia. L’Ufficio legale centrale è diretto dalla medaglia d’oro on.avv. Amilcare Rossi; l’ufficio medico dall’on. Ermanno Fioretti. Negli ultimi tre anni sono state eseguite 365,277 visite mediche: 104,306 nel 1928; 125,193 nel 1929; 135,778 nel 1930» (Fatti e commenti in Italia e nel mondo, 1931, 5, p. 248).

La crisi del ’29 si fa sentire anche in Italia:

Al 31 agosto 1930 i disoccupati in Italia risultano ammontare a 375 mila 548 dei quali 130 mila usufruiscono del sussidio di disoccupazione (…) Il numero maggiore spetta alla regione Puglia con 27 mila 197 disoccupati mentre la più virtuosa è l’Abruzzo e il Molise con 5 mila 985 (Fatti e commenti in Italia e nel mondo, 1930, 10, pp. 390-391).

La politica sociale faceva gola alla concorrenza:

«Una commissione di medici sovietici georgiani, composta dei signori dott. Keniashwill, Frangulian e Mcdlezzo si è recata negli uffici dell’Opera nazionale maternità e infanzia per prendere notizie del funzionamento di questa massima istituzione fascista per l’incremento della razza. La commissione accompagnata dal comm. Tommasi Crudi del Ministero dell’Interno e dal Consigliere dell’Ambasciata sovietica si è trattenuta negli uffici dell’Opera circa due ore prendendo numerose note ed appunti sul funzionamento dell’Istituto. Accompagnata dai dirigenti dei servizi sanitari dell’Opera, la commissione ha visitato quindi varie istituzioni nelle quali sono messi in pratica i postulati dell’assistenza fascista. I delegati sovietici hanno manifestato a più riprese il loro favorevole giudizio sulla politica sociale così vigorosamente seguita dal Governo Fascista per l’azione morale e culturale del nostro paese» (Fatti e commenti in Italia e nel mondo, 1930, 10, p. 399).

Un po’ di statistiche:

«Secondo i dati più recenti pubblicati dall’Agenzia “L’Italia Oggi” risulta che il gettito dei contributi delle assicurazioni ammonta attualmente a un miliardo 195 milioni 677 mila 060 lire. Concorrono a formare tale somma: l’assicurazione invalidità e vecchiaia nelle sue varie forme per il 42.7%; l’assicurazione infortuni nelle industrie per il 27,9%; l’assicurazione tubercolosi per l’11,3%; l’assicurazione disoccupazione infortuni agricoli per il 2,9%; l’assicurazione per malattie nuove provincie per il 2,5%; l’assicurazione gente di mare per il 0,7%; l’assicurazione maternità per il 0,6%; l’assicurazione malattie professionali per il 0,2%. Il costo complessivo delle assicurazioni sociali supera dunque il gettito delle imposte fondiarie (lire 1.056.754) e rappresenta il 7 per cento del totale carico tributario italiano valutato in circa 17 miliardi. Contribuiscono alle assicurazioni per la maggiore percentuale i datori di lavoro. La parte da essi versata ammonta complessivamente a lire 787.989.744 delle quali 550 milioni provenienti dai contributi corrisposti dagli industriali e il rimanente dal commercio, dall’agricoltura e dai trasporti marittimi. L’Agenzia ricorda a questo proposito che i contributi per le assicurazioni obbligatorie contro l’invalidità e vecchiaia, la disoccupazione, la tubercolosi e le malattie sono a carico uguale per i datori di lavoro e i lavoratori: sono invece a carico esclusivo dei datori di lavoro le assicurazioni contro gli infortuni nell’industria e nel lavoro, le assicurazioni contro gli infortuni nell’agricoltura e malattie professionali e la assicurazione malattie della gente di mare (…) L’Agenzia conclude affermando che del miliardo e 200 milioni che costituisce il costo delle assicurazioni sociali, il 65% è versato dai datori di lavoro, il 33,9% dai lavoratori e il 0,2% dallo Stato» (Fatti e commenti in Italia e nel mondo, 1931, 3, p. 102).

Gli orfani di guerra beneficiavano di una speciale tutela (ONOG):

«Gli orfani di guerra nella Provincia di Napoli risultano nel 1930 in numero di 11 mila 793 con una diminuzione di 533 in rapporto agli iscritti del precedente anno. I fondi messi a disposizione del Comitato provinciale dall’Opera Nazionale Orfani di Guerra furono di 1 milione 215 mila 358 lire di cui 30 mila lire per le colonie marine e 22mila 725 lire per borse di studio (libri scolastici, buoni, sussidi, abbonamenti ferroviari e tramviari). Attraverso laboriose trattative con l’Opera Nazionale Combattenti nel 1930 si ottennero nel sorteggio avvenuto il giorno 2 ottobre circa 900 lotti di terreno da distribuirsi fra orfani a mezzo dei legali rappresentanti (…) Nei mesi di luglio, agosto e settembre furono inviati al mare n. 500 orfani di cui 300 in colonia permanente a Pozzano (Castellammare di Stabia) presso l’Orfanotrofio Stabiano e 200 in colonia diurna a S.Giovanni a Teduccio, su spiaggia riservata, con baraccamento proprio del Comitato e con servizio fisso quotidiano di un vigile, concesso dal Comune (…) ai tubercolotici o predisposti alla tubercolosi che purtroppo rappresentano la grande maggioranza si distribuiscono i necessari indumenti di lana, i medicinali e il latte e si tenta di ricoverarli in appositi luoghi di cura. Si tenta perché i Consorzi antitubercolari rifiutano l’assistenza agli orfani di guerra rimandandola a questo Comitato» (Fatti e commenti in Italia e nel mondo, 1931, 5, pp. 241-242).

I reduci della Grande Guerra avevano diritto alla terra:

«L’avvenimento di alta e commovente significazione svoltosi il 10 maggio a Carditello non troverebbe adeguato rilievo nel semplice resoconto della cerimonia che riuscì peraltro solenne: la terra ai combattenti a quelli che l’hanno difesa a quelli che l’hanno contesa con ogni sacrifizio irrorandola del proprio sangue all’invadenza nemica (…) queste terre già suddivise in appezzamenti varianti per estensione, data la difformità delle zone in gran parte ancora boschive, erano state date in fitto a vari conduttori; ma questo stato di cose non consentiva la integrale bonifica (…) il 10 maggio dunque si giunse alla firma del contratto di cessione dei detti terreni ai 1059 agricoltori» (Fatti e commenti in Italia e nel mondo, 1931, 5, p. 243).

La cinematografia è l’arma più forte:

«Per la trattazione cinematografica i films di carattere sociale si possono dividere in due gruppi: soggetti che si prestano ad essere trattati come films di propaganda, tecnici e scientifici; soggetti la cui trattazione non può farsi che con la sceneggiatura. Nel primo gruppo rientrano i films sulle malattie professionali, nel secondo gruppo i films sulla ruralizzazione, sulla cooperazione e la mutualità. Esaminando il primo gruppo abbiamo: che i films sulle malattie professionali riescono meglio del film di propaganda (…) i films sulle piccole industrie rurali possono considerarsi alla stregua dei films tecnici e di propaganda (…) i films d’igiene rurale partecipano anch’essi del film di propaganda e tecnico (…) i films sulla cooperazione anch’essi partecipano, almeno per quel che riguarda le cantine e latterie sociali, gli essiccatoi cooperativi, ecc, sia del film di propaganda che tecnica (…) i films sulla prevenzione degli infortuni agricoli possono considerarsi di carattere eminentemente tecnico» (Fatti e commenti in Italia e nel mondo, 1931, 9, pp. 520-521).

Confronto tra Stato democratico e Stato fascista:

«Niuna parte dell’organismo sociale può essere prospera e potente, se tale non è il tutto, lo Stato; né questo può essere prospero e potente, se ciascuna delle parti non vi tiene organicamente il proprio posto che è la condizione prima per la grandezza dell’agricoltura italiana. Nello Stato democratico, che affidava alle elezioni la scelta della classe dirigente, il mondo rurale era eliminato dalla classe politica dirigente; costretto a vivere in margine alla vita dello Stato cioè a non vivere ma vegetare. Fu un errore del liberalismo il ritenere che l’unico possessore del diritto di rappresentanza dello Stato (sovranità) fosse il collegio elettorale nelle sue varie forme di costituzione. La sovranità dello Stato veniva così frazionata e polverizzata e la pretesa sovranità generale di Rousseau, irrealizzabile per l’eterogeneità elettorale, andò a finire nelle mani dei partiti e dei loro gregari i quali presero il posto delle vecchie baronie feudali, accampate contro lo Stato, con la pretesa assurda di essere svincolate da ogni soggezione al suo governo. Il regime liberale democratico mise necessariamente capo a un regime di plutocrazia demagogica, regime per eccellenza antirurale (…) Nei rurali è il nerbo della produzione nazionale. Su 29 milioni 678 mila 234 italiani da dieci anni in su, aventi un’occupazione professionale, 11 milioni 736 mila 891 (39,5%) sono agricoltori e contadini» (Notiziario bibliografico, 1931, 9, pp. 521-523).

Le parole d’ordine per raggiungere gli obiettivi del Regime erano pianificazione e prevenzione:

«L’attività del tecnico agronomo nel campo dell’igiene rurale non deve sovrapporsi alle funzioni del medico igienista. Il problema che più da vicino deve interessare il tecnico agronomo è precisamente la bonifica ed il risanamento dei centri rurali ed i metodi più efficaci e più economici per realizzarla. Questo risanamento interessa l’approvvigionamento dell’acqua, il trattamento dei materiali di rifiuto, il problema dell’abitazione, in esso compreso le condizioni d’abitazione degli operai agricoli ed i miglioramenti fondiari (…) sarà lui che potrà dirigere le misure di precauzione contro la malaria, servendosi della sua autorità sui contadini per ottenere un migliore risultato in quest’opera di miglioramento. Sarà il tecnico-agronomo che dirigerà i piani di costruzione, di colture di trasformazione, sorvegliando perché i locali destinati alla trasformazione dei prodotti agricoli siano conformi a tutte le esigenze dell’igiene razionale, per assicurare la buona salute degli operai agricoli e per eliminare tutte le cattive influenze che determinano la diminuzione della capacità produttiva del contadino e quella delle nascite fra la popolazione rurale» (Fatti e commenti in Italia e nel mondo, 1931, 10, p. 591).

L’assistenza sociale in Africa:

«Le facilitazioni che il Governo concede sono numerose. Vanno dai sussidi in denaro all’appoggio morale e materiale col quale si assistono tutte le iniziative che possono contribuire allo sviluppo economico delle due Colonie Libiche (…) L’ultima statistica del dicembre del 1929 dava 455 famiglie (1778 persone) immesse sulle concessioni e proprietà che usufruiscono dei contributi; durante il 1930 si sono aggiunte altre 279 famiglie (1036 persone). Ma occorre tener presente per quanto riguarda l’ambiente civile che l’attrezzatura della Colonia, la quale è già rilevante, non permette esperimenti molto vasti (…) Per la Cirenaica la situazione è meno buona a causa delle sfavorevoli condizioni politico-militari oggi superate in seguito all’occupazione dell’oasi di Kufra (…) Se in Libia un popolamento di masse è consentito in un domani prossimo, quando cioè l’attrezzatura economica sarà completa, nell’Africa orientale italiana bisognerà limitarsi ad una politica di sfruttamento, alla quale di certo non potrà far seguito una politica di alta demografia. Il Governatore dell’Eritrea ha difatti dichiarato che la Colonia primogenita non è colonia di popolamento agricolo per la stessa posizione geografica e per la sua configurazione interna» (Fatti e commenti in Italia e nel mondo, 1931, 10, pp. 591-592).

Differenza tra villaggi, colonie e altre bonifiche:

«La razionale lavorazione delle terre richiede l’impiego di una mano d’opera proporzionata alle esigenze dei lavori, il che porta un corrispondente assestamento nella distribuzione della popolazione lavoratrice. (…) Una realizzazione in questo senso, di cui egli si è reso efficace divulgatore, si è avuta col R.Decreto 28 novembre 1928 concernente le costruzioni dei villaggi agricoli. Il provvedimento è così congegnato. Qualora le opere, per le quali è richiesto largo e continuativo impiego di lavoratori migranti, quali le bonifiche, le grandi trasformazioni fondiari, le sistemazioni dei corsi d’acqua, la costruzione di strade ordinarie e di ferrovie, siano eseguite in località spopolate o malsane del Mezzogiorno e delle Isole, gli alloggiamenti degli operai possono avere carattere di stabilità. Le costruzioni devono eseguirsi in modo da essere, ad opera compiuta, rapidamente adattate a villaggi agricoli per alloggio delle famiglie coloniche e in genere per gli usi di campagna. Il preventivo per la costruzione dei villaggi agricoli deve contenere anche le spese per la provvista di acqua potabile, per le fognature, per la protezione meccanica contro la malaria, per la scuola, per la chiesa, per la caserma dei carabinieri, per l’ambulatorio medico, per il dopolavoro e inoltre le spese per la dotazione di un appezzamento di terreno da destinare a coltivazioni orticole e a frutteto, di circa un terzo di ettaro per ciascuna famiglia alloggiata. Un primo e razionale esperimento di colonizzazione mediante agricoltori migranti è stato intrapreso dalla Società per le bonifiche sarde, con la creazione della colonia di Terralba ove convergono floride aziende perfettamente attrezzate, ricche di case che ospitano anche famiglie coloniche del continente, e costituiscono col “Villaggio Mussolini” un nuovo centro di civiltà rurale, che rappresenta la più felice e razionale soluzione del problema delle migrazioni interne» (Camanni V., La politica edilizia rurale in Italia, 1932, 1, pp. 3-18).

Igiene, Previdenza ed Assistenza Sociale:

«Dal 1875 al 1900 circa sono state compiute in Italia alcune importanti inchieste ufficiali e private e pubblicati numerosi e pregevoli studii sulle condizioni economiche, igieniche e sanitarie dei contadini. I risultati degli uni e delle altre si possono riassumere nella triste conclusione che i lavoratori rurali percepivano i salarii più bassi fra tutte le classi operaie (…) l’emozione destata nella opinione pubblica da simili rivelazioni e più ancora il fatto che i contadini emigravano ogni anno abbandonando la patria matrigna per cercare in altre terre i mezzi di sussistenza, indussero i governi ad emanare alcune provvidenze legislative e i proprietari a modificare i patti colonici ed i salarii in guisa da rendere meno penosa la vita di questi lavoratori. Appartengono a quel periodo le leggi sulla pellagra, sulla risicoltura, sulla tutela degli emigranti, sulla bonifica agraria e molte disposizioni sull’igiene degli abitanti e delle abitazioni rurali inserite nelle Leggi Sanitarie (…) L’organizzazione corporativa, imponendo la stipulazione dei contratti collettivi di lavoro, farà il resto e non avverrà quindi più che il lavoro non possa sfamare il lavoratore, perché le due parti contraenti possono discutere i loro interessi in un regime di parità assoluta (…) Ancora nel 1911 le classi rurali rappresentavano circa la metà della popolazione totale e le principali produttrici della ricchezza nazionale (tuttavia) l’Agricoltura ha sempre fatto la parte della Cenerentola nella divisione dei benefizii derivanti dalle provvidenze di Igiene, di Previdenza e di Assistenza Sociale (…) è noto infatti che l’assistenza sociale presenta dirò così due piani di applicazione. Il primo riguarda appunto le grandi questioni della organizzazione generale sanitaria, di quella igienica ed in parte di quella economica, problemi che sono di competenze dei Governi oppure degli istituti assicuratori dei Comuni e di altri Enti statali o parastatali. Sotto questo punto di vista l’assistenza sta in tutto alla pari con l’igiene e con la previdenza. Essa forma, insieme a questi soggetti, la triade delle provvidenze sancite dalla Legislazione sociale degli Stati moderni più civili per la protezione della salute e della capacità produttiva dei lavoratori e per la riparazione biologica ed economica dei danni in questi prodotti tanto dal lavoro, quanto dalle condizioni di vita derivantidall’ambiente sociale specifico in cui il lavoro li costringe a vivere. Il secondo comprende invece tutte le istituzioni di benessere (Welfare Work) le quali hanno funzioni integrative del trattamento economico, della protezione igienica e sanitaria, della istruzione, della educazione, ecc e che sono state escogitate per creare nelle maestranze la contentezza del loro stato e per aiutarle a sollevarsi ad una atmosfera migliore, fisicamente e moralmente. Questo vasto, attraente programma forma appunto il compito di quella istituzione che si è convenuto di chiamare il servizio sociale il quale secondo la definizione che ne è stata data nella prima Conferenza internazionale del 1928 (Parigi) è l’insieme degli sforzi che si propongono di alleviare le sofferenze derivanti dalla miseria (assistenza palliativa) di restituire gli individui e le famiglie nelle condizioni normali di esistenza (assistenza curativa), di prevenire i flagelli sociali (assistenza preventiva), di migliorare la condizione sociale e di elevare il livello dell’esistenza (assistenza costruttiva). È facile intendere quale immenso sviluppo possano avere praticamente le applicazioni di questi concetti che ho ampiamente illustrati altre volte appena si rifletta alla infinita varietà di bisogni individuali o collettivi delle classi agricole. L’industria si è già da molto tempo messa sulla buona via, preparando per molti dei suoi lavoratori benefiche provvidenze. Con solerzia e perseveranza lodevolissime essa ha contribuito al benessere economico dei suoi salariati creando dormitorii e case di abitazione, mezzi di trasporto da e per la fabbrica, cucine economiche ,spacci di generi alimentari e di oggetti di ordinario consumo, forniture a prezzi di costo di stoffe, di calzature di biancheria, facendo assegnazioni di appezzamenti di terreno per ridurli ad orti a giardini e poi ancora aprendo presepii, asili infantili, ecc. Per il loro benessere intellettuale e morale ha istituito sale di lettura, biblioteche ambulanti, conferenze e corsi di cultura generale e specifica, scuole per adulti e per ragazzi, cinematografi, ricreatorii e così via. Ha completato poi specialmente questa forma di assistenza con la istituzione delle visitatrici di fabbrica le quali hanno fra i loro compiti principali la propaganda igienica e quello di aiutare i lavoratori nella soluzione dei numerosi bisogni che si allacciano alla vita di relazione personale ed a quella delle loro famiglie (rapporti con uffici pubblici, con scuole, etc.). L’industria cura infine il loro benessere fisico con la istituzione di campi di giuochi, con le escursioni, con gli sports, con le vacanze pagate, con le case di villeggiatura e poi ancora con le colonie marine e montane per ragazzi, con l’insegnamento della ginnastica medica, ecc. Tutte le su indicate istituzioni hanno, come si vede, carattere di istituti preventivi, e di difesa contro i mali fisici o morali, ossia presentano tutti gli attributi e le finalità di istituzioni igieniche e non di istituzioni di previdenza o di terapia. L’industria ha bensì provveduto anche a creare infermerie, ambulatorii, consultazioni e cure gratuite a domicilio, ossia mezzi atti a curare le malattie (…) Questa breve ed incompleta rassegna delle istituzioni preventive di benessere mostra quanto ancora resta da fare (…) vero è che la posizione complessiva delle due categorie di lavoratori, agricoli ed industriali, è ben diversa, che le difficoltà di applicazione di tutte le forme dell’assistenza a favore dei primi sono molto maggiori di quelle a favore dei secondi, che diverse sono tanto le località di dimora quanto gli usi, i bisogni, i salarii, l’istruzione, ecc (…) In larghe zone dell’Italia meridionale e delle isole il bracciantato agricolo presenta condizioni favorevoli ad una efficace assistenza igienica perché non vive isolato in aperta campagna ma è agglomerato in grandi centri, alla pari del bracciantato industriale di molte zone dell’Italia settentrionale (…) E, se non mi inganno, ho esposto convincenti ragioni per dimostrare che invece di completare e perfezionare l’assistenza sanitaria, alla quale provvedono già sufficientemente lo Stato, i Comuni, gli Enti parastatali e gli Istituti di beneficenza, sia più conveniente e più utile di sviluppare ampiamente l’assistenza sociale (servizio sociale) per far partecipare, almeno in parte, la classe lavoratrice agricola ai grandi benefizii che già ritraggono dalle istituzioni di benessere i lavoratori industriali» (Loriga G., Assistenza sanitaria od assistenza igienica?, 1932, 3, pp. 180-189).

L’Ente Opere Assistenziali fu un primo esperimento di consorzio di opere sociali:

«Un alto principio di solidarietà umana e sociale ha ispirato la attività assistenziale del Partito che va svolgendo da alcuni anni con crescente ampiezza (…) questa azione ha inizio nel 1925 con l’istituzione dei Fasci femminili e raggiunge il suo pieno sviluppo con la creazione dell’Ente Opere Assistenziali di cui fanno parte i rappresentanti dei Fasci femminili, dell’Opera Nazionale Balilla, della Federazione Provinciale dell’ONMI, del Consorzio Provinciale Antitubercolare, della Croce Rossa Italiana, dell’Associazione Nazionale Combattenti, nonché il Medico provinciale e, caso per caso, i delegati di altre organizzazioni di beneficenza. Riassumiamo brevemente il formidabile bilancio di opere (numero di prestazioni eseguite):

Cucine economiche n. 39.513.329

Viveri in natura n. 49.359.139

Indumenti n. 1.243.940

Combustibili n. 289.400

Ricoveri in dormitorio n. 131.980

Famiglie sfrattate assistite n. 21.907

Medici e mediciniali n. 157.401

Sussidi in denaro n. 55.480.197

Befana fascista n. 1.243.371

Mondariso n. 200.000

Colonie (marine, montane, elioterapiche) n. 250.000

Infine bisogna riportare i dati dell’assistenza in favore delle madri italiane rimpatriate temporaneamente dall’Estero per dare alla luce in Patria la propria creatura: dal 1 settembre 1928 all’8 giugno 1932 ben 7731 madri e la somma ascende a L. 1.365.750. Bisogna aggiungere che tutte le sedi dei Fasci hanno funzionato ininterrottamente in quasi tutte le ore del giorno, secondo i bisogni locali dell’assistenza, che le donne fasciste hanno svolto la più assidua azione di assistenza e di conforti direttamente presso gli umili a mezzo delle Visitatrici Fasciste, assistenza intesa ad ottenere il beneficio anche senza diretta erogazione di soccorso materiale; come ad esempio provocare provvedimenti presso le autorità e le amministrazioni degli Istituti di beneficenza per il ricovero di infermi, di bambini, di gestanti, di deficienti, espletamento di pratiche relative all’iscrizione nell’elenco dei poveri, alle domande di ammissione ai Patronati scolastici, all’esonero di tasse in favore dei lavoratori disoccupati, alle dilazioni di pagamento delle pigioni, ecc. Senza poi contare laboratori e laboratori scuola per le operaie disoccupate, centri di assistenza per le operaie e le impiegate disoccupate, uffici di collocamento per le impiegate, le operaie e le donne di servizio, corsi di perfezionamento e di avviamento professionale, scuole e corsi di economia domestica, centri di assistenza ed istituzioni sanitarie per le madri e per i bimbi poveri, refezioni scolastiche ai bimbi poveri, refettori materni. Inoltre molte Delegazioni si occupano di fornire lavoro a domicilio alle operaie disoccupate favorendo il ritorno alle piccole industrie regionali e rimettendo in attività alcuen lavorazioni rustiche oggi quasi in disuso; quest’attività dei Fasci femminili si svolge in collaborazione con l’Ente delle Piccole Industrie» (Alessandri A., Le opere assistenziali del Partito, pp. 435-440).

L’agricoltura intesa come “ritorno alla terra”:

«Il momento è buono. Si comincia a capire che nei tempi non facili che corrono, in campagna, nonostante tutto, si sbarca il lunario alla meno peggio. Si riconosce che questa povera agricoltura, vecchia come l’umanità, non dà le grandi ricchezze, è vero, non offre la seduzione degli altissimi dividendi, perché ha dei conti da fare col Cielo che un anno su tre è poco propizio. L’agricoltura già poco, impone la sobrietà; ma è buona, è fida, è sana. Dà miglior respiro e maggior pace agli uomini e alla società. Ed è bella, sempre bella. Parla alla mente e ala cuore. Questo per gli intellettuali. Ma perché dunque il contadino, artefice primo di questa ricchezza lenta ma sicura per la Nazione, strumento che si muove entro questo spettacolo di bellezza, tende, appena po’, a cambiar mestiere? Si dice che il contadino è pagato poco, è scarsamente rimunerato; il suo lavoro è il più duro di quanti si conoscano; la sua opera non dà soddisfazioni allo spirito. Nessuna di queste cose è vera. Non la rimunerazione. (…) La casa, l’orticello, il maiale, la legna sono piccoli redditi monetabili. (…) Nelle forme di agricoltura evoluta e industrializzata (frutticoltura, orticoltura) la mano d’opera contadinesca ritrae compensi che poco hanno da invidiare alle industrie cittadine. Lavoro duro, fatica enorme? Ma in campagna c’è lavoro fisiologicamente adatto a tutti. Nessuno è chiamato a fare sforzi incompatibili o esagerati per le proprie forze. V’è lavoro adatto per l’uomo nel vigore delle forze e pel debole; ve n’è per il vecchio per il ragazzo e per la donna. Tutti hanno il loro tipo di faccende adatto e nessuno impone sforzi superiori. Poi l’aria libera dà maggiore agilità alle membra, la varietà dei movimenti da alternare il lavoro delle varie parti del corpo. Il tempo e le vicende dei lavori lasciano forzatamente a riposo per soste più o meno lunghe. E per parecchi lavori fatti a mano un tempo, sussidia oggi la macchina (…) Ritorno alla terra? Si, ma sono necessari la preparazione dello spirito nelle classi medie intellettuali e il profondo incidere nella cultura e nell’animo della gente campagnola se vogliamo davvero i nuovi rurali degni della missione grandissima che li attende, dell’amore e della fiducia che per essi ha il Capo. Questo sarà l’orgoglio rurale del Fascismo» (Fatti e commenti, 1932, 8-9, pp. 590-591).

Tra i primi ruoli del personale tecnico si segnala l’igienista ambientale:

«Nacque a Roma il 1 gennaio del 1889 la Scuola di perfezionamento nell’Igiene pubblica, alla quale convennero, spettacolo veramente imponente, centinaia di laureati di ogni parte d’Italia, quelli che poi divennero i fili conduttori della Legge sanitaria del Centro alle provincie ed ai Comuni, il lievito fecondo che dette potente vita all’opera da Crispi affidata agli igienisti italiani. Scuola la cui organizzazione fu oggetto di ammirazione da parte di Roberto Koch e altri illustri stranieri che visitarono la scuola che dopo una lunghissima parentesi di circa mezzo secolo di attività rivedrà la luce nell’erigendo Istituto della Sanità in Roma a perpetuare nel tempo il pensiero e l’azione di Luigi Pagliani» (Fatti e commenti, 1933, 2, p. 179).

Non meno impegnativo era il ruolo delle assistenti sociali di fabbrica:

«La Scuola Superiore Fascista d’Agraria, la Scuola di Assistenza sociale e la Scuola d’Economia domestica rappresentano tre iniziative realizzate con programmi e materie diverse, ma con un fine unico: l’elevazione delle classi popolari, l’assistenza considerata come una funzione sociale, l’agricoltura valorizzata al massimo, capace di dare non solo pane ai lavoratori, ma soddisfazioni morali e vita spirituale, la famiglia base di tutto l’organismo sociale con al centro la donna madre e massaia, richiamata alla sua eterna missione e posta in grado di svolgerla con competenza, con amore con comprensione. Mancava in Italia una scuola che potesse dare personale capace di assistere i lavoratori nelle loro piccole e grandi contrarietà della vita, un Istituto che formasse delle insegnanti rurali veramente idonee a coprire questi posti oggi divenuti importantissimi, una scuola che creasse delle insegnanti dell’economia domestica, esperte non soltanto nel lavoro o nella cucina ma anche conoscessero tutta la vasta e complessa organizzazione di una famiglie e potessero dare norme precise e sicure di puericoltura, di igiene, di economia razionale. Il Partito Nazionale Fascista ha colmato questa lacuna: ha studiato la creazione di questi istituti sotto gli aspetti più vari e più complessi ed ha creato queste Scuole Convitto, con un internato rigoroso e austero, necessario per raggiungere lo scopo che ciascuna di esse si prefigge.

I – La scuola di S.Alessio per le maestre rurali (…)

II – La scuola superiore di economia domestica al Celio (…)

III – La scuola di S.Gregorio per le assistenti di fabbrica

Poco tempo fa S.E. il Capo del Governo ebbe occasione di compiacersi del contributo che all’attività delle Confederazioni Fasciste dei datori di lavoro e dei Sindacati dei lavoratori dell’Industria danno le assistenti fasciste di fabbrica diplomate dalla Scuola creata e gestita dalla Direzione del Partito per sviluppare ed attuare l’assistenza sociale. Due magnifiche istituzioni fasciste, la Scuola di San Gregorio a Roma, per le assistenti sociali di fabbrica e l’assistenza sociale fascista di fabbrica, avevano nel compiacimento del Duce il più ambito premio alla loro azione quotidiana spesa in silenziosa disciplina per il fine nobilissimo di tutelare e di aiutare i lavoratori nelle loro quotidiane contingenze, di alleviare i disagi e le miserie, di sorreggerne lo spirito ed il morale con la espressione di quella fattiva solidarietà fraterna, generosa e disinteressata, che nel nuovo clima di vita fascista avvince tutti i membri della famiglia nazionale, al di sopra di ogni differenza di ceto e di condizione sociale. E l’alta parola del Duce è sprone ed incitamento a diffondere la conoscenza di questa azione, ad illustrarne i fini ed i mezzi, a porne in rilievo, le benemerenze affinchè sia sempre più e sempre meglio posta nel suo grande valore e da un maggiore apprezzamento della sua utilità possa conseguire ancor più vasti e più proficui risultati. Il compito assegnato alle Assistenti fasciste di fabbrica, esige particolari doti morali ed una speciale cultura. Non bastano la buona volontà e gli ottimi propositi, per quanto ne siano elementi indispensabili. Occorre anzitutto una linea di dignità femminile non disgiunta da un senso vivo e pronto di gentilezza. L’operaio italiano è buono, istintivamente buono; apprezza il bene che gli si fa ed è grato a chi glielo porge. Ma è fiero pur nel suo bisogno, che non è miseria accattona ma disagio immeritato; accetta con grato animo, con sincera riconoscenza la mano che gli sia tesa in atto schiettamente fraterno ma accoglie con diffidenza ed ostilità chi, per mancanza di tatto e misura lo umili o sembri umiliarlo nel momento stesso del soccorso. Le nostre Assistenti fasciste – appunto perché fasciste – fin dall’inizio hanno saputo conquistarsi la fiducia e la stima degli operai e diventarne le consigliere buone e ascoltate; appunto perché hanno saputo porsi all’unisono con l’anima del popolo e comprenderne i palpiti generosi ed i bisogni morali pur nell’ora del duro bisogno materiale. Occorre poi che le Assistenti non siano estranee ai problemi del lavoro e delle fabbriche, alle leggi che disciplinano, che regolano il campo della produzione alle questioni dell’assistenza e dell’assicurazione sociale, a quanto insomma si riferisce in modo particolare a quel mondo del lavoro nel quale esse agiscono e prestano la loro opera a diretto contatto con la realtà e con le sue esigenze. Questo compito può essere svolto solo da donne colte, opportunamente preparate al servizio sociale con programma di insegnamento teorico pratico. I titoli di studio che si richiedono quindi per l’ammissione alla Scuola Superiore di Assistenza Sociale sono: laurea o diploma di Scuola Superiore od anche di Scuola media superiore; in questo caso un esame di cultura generale, con prove scritte e orali, permette quella selezione rigorosa e necessaria, usata per ciascuna scuola. E qui si delinea tutto il singolare valore e la caratteristica fisionomia della Scuola Superiore Fascista di Assistenza Sociale creata a Roma dalla Direzione del Partito Fascista e da essa guidata, ispirata e diretta. Non si improvvisano le assistenti sociali; non chiunque può essere un’assistente sociale. Bisogna possederne l’attitudine morale e spirituale, ma non basta. Bisogna altresì possedere tutto un corredo di cognizioni specifiche, grazie alle quali l’assistente possa compiere la sua missione con piena consapevolezza dei suoi fini non soltanto (giacchè in Regime fascista l’assistenza non è più come nel passato, una forma di filantropia quacchera e stilizzata secondo gli umori, le mode e i costumi del momento, bensì costituisce un’azione di difesa della razza sotto il controllo dello Stato), ma anche dei mezzi diremo quasi tecnici che ne assicurino il maggiore rendimento in quantità ed in qualità, in estensione ed in efficacia. Per la preparazione programmatica e tecnica delle assistenti sociali di fabbrica, il Partito ha fondata un’apposita scuola. La severità scientifica dell’indirizzo che si è proposta la Scuola, balza evidente dal programma delle materie insegnate nei suoi corsi:

 Legislazione fascista del lavoro, ordinamento politico e sindacale, ordinamento amministrazione sanità italiana, nozioni di economia politica e sociale, assicurazioni sociali, infortunistica

 Politica sociale, organizzazione scientifica del lavoro sotto aspetto medico, malattie sociali (tubercolosi, etilismo, sifilide o celtica, tracoma, etc.)

 Nozioni di anatomia fisiologia igiene generale, fisiologia del lavoro, patologia del lavoro, puericultura, infermieristica, nozioni di economia domestica, nozioni di psicologia psichiatria sociale pediatria e pedagogia sociale

 Origini e storia del servizio sociale, essenza ed organizzazione del servizio sociale, il servizio sociale in Italia e all’estero, metodologia del servizio sociale, orientamento pratico del servizio sociale, pratica e tirocinio

 Visite agli istituti di beneficenza/assistenza, ricoveri diversi, scuola di rieducazione per anormali psichici e fisici, casa di correzione, riformatorio, visite ambulatoriali preventori e dispensari, religione, conferenze di cultura generale e cultura fascista.

Il corso viene integrato e completato con visite ad Istituti di beneficenza e di assistenza, a scuole di rieducazione per anormali fisici e psichici, a case di correzione maschili e femminili, a istituti per ciechi, ecc. a policlinici del lavoro, ad ospedali sanatoriali, a infermerie di fabbrica, ad asili nido, a scuole all’aperto, a consultori materni, a dispensari per la maternità e infanzia, con un periodo di tirocinio che si svolge presso i più importanti stabilimenti industriali dell’Urbe sotto la guida delle Assistenti fasciste di fabbriche già in servizio. Accompagnate dalle Assistenti sanitarie della Croce Rossa o dalle Maestre della Scuola Magistrale Ortofrenica, dalle Ispettrici dell’Opera Nazionale per la protezione della Maternità ed Infanzia, le allieve visitano le famiglie più bisognose. Vengono inoltre condotte dalla insegnante del servizio sociale ad assisterne alle udienze del Tribunale e della Pretura dei minorenni, onde potersi occupare anche dell’assistenza dei minorenni traviati. Terminato il corso vengono assunte dalla Confederazione dell’Industria per il servizio sociale negli stabilimenti industriali. Per uno speciale accordo intervenuto in qust’ultimo anno anche la Cassa Nazionale di Assicurazioni Sociali se ne varrà per la propaganda dell’assistenza ai suoi assicurati e alle loro famiglie, e a tale scopo è stato aggiornato il programma con materie speciali sull’infortunistica e l’organizzazione scientifica del lavoro. Né sembri troppo complesso questo programma d’insegnamento o superiore alle pratiche esigenze del compito affidato alle assistenti. Se la conoscenza di molte materie comprese nel programma è utile per lo svolgimento efficiente di tale compito, delle altre l’assistente deve acquisire e possedere i principii fondamentali per essere in grado di comprendere e di fondere lo spirito animatore della sua opera, meno utile e meno modesta di quel che sembri in apparenza. Ed a questo fine superiore ha mirato e mira la Scuola Fascista di San Gregorio. L’assistente non è soltanto la tecnica o la perita di discipline assistenziali, non interviene soltanto nel momento del bisogno materiale. Attraverso l’opera sua di tecnica e di perizia può avere cura dei corpi non solo ma anche delle anime, consigliera autorevole, soccorritrice delicata, amica pronta e sicura, può, se sa, spendere parole preziose di educazione morale e spirituale in mezzo all’unica folla e volgerne le menti e gli spiriti ad una migliore, più elevata concezione della vita singola e collettiva. D’altra parte, la sua stessa attività quotidiana, il suo continuo intervento nei molteplici casi che richiedono la sua opera, porgono all’assistente l’occasione continua e propizia di far conoscere e di spiegare ai lavoratori le istituzioni del Regime, le leggi emanate dal Fascismo a vantaggio del popolo (leggi, spesso non abbastanza conosciute da quegli stessi, a beneficio dei quali son ostate fatte), tutto quel complesso ormai imponente di previdenze e di provvidenze che nell’Italia fascista tutelano la gente del lavoro. Ecco perché la Scuola Fascista di S.Gregorio può essere considerata ance una scuola di propagandiste nel senso più alto della parola; essa prepara le assistenti ad una forma di propaganda, di istruzione, di educazione, che è più efficace di tutte le altre: quella che trae i suoi motivi ed i suoi elementi dai fatti, dalla realtà, dalla pratica fascista del bene» (G.A., Tre tipiche scuole istituite in Roma dal P.N.F., 1933, 6, pp. 400-409).

Infine, una sorta di evoluzione dell’assistente sociale di fabbrica, il Regime creò la figura dell’assistente fascista del lavoro specializzato nel settore dell’infortunistica:

Il PNF, in accordo con l’Istituto Fascista Infortuni industriali, ha istituito in Roma una Scuola Convitto per la preparazione tecnica di idonei elementi femminili da adibire presso l’Istituto Infortuni stesso e per i bisogni esclusivamente del settore industriale, in qualità di assistenti particolarmente esperte nei servizi assistenziali per gli infortuni e le malattie professionali. Le allieve, che al termine del corso avranno superato le prove di esame, conseguiranno il diploma di “Assistente fascista del lavoro” e saranno assunte dall’Istituto Fascista Infortuni industriali secondo le esigenze di questo nelle sue organizzazioni sanitarie e in quelle tecnico-sociali a seconda che le allieve siano o meno in possesso della abilitazione alla professione dell’infermiera (I corsi per le assistenti fasciste del lavoro, 11-12, 1939, p. 431).

Le commissioni di assistenza potevano accedere ad uno schedario comune per tutti gli assistiti:

La Confederazione dei lavoratori dell’agricoltura ha istituito in ogni provincia uno schedario dei lavoratori agricoli destinato a raccogliere tutte le notizie di carattere professionale e sindacale che riguardano i lavoratori stessi. Collegato con quello della Confederazione, si avrà presso ogni Unione provinciale un completo documentario sui lavoratori agricoli. Sarà così possibile conoscere con esattezza le loro necessità, le loro capacità professionali ed altri elementi utili per determinare casi particolari (Lo schedario dei lavoratori agricoli, 9-10, 1939, p. 382).

Nel 1935 l’Italia si candidò per ospitare la terza Conferenza internazionale di assistenza sociale:

«Sotto la Presidenza del dott. Sand si è tenuta in Roma, nella Villa Aldobrandini, gentilmente concessa dall’Istituto Internazionale per l’Unificazione del Diritto Privato, una prima adunanza in preparazione della prossima Conferenza Internazionale di assistenza sociale che si terrà nel mese di luglio 1936. Alle costituzioni del Comitato organizzatore italiano hanno aderito i principali Enti Statali e Parastatali; ed alla presidenza di esso venne eletto per acclamazione il Governatore di Roma S.E. il prof. Giuseppe Bottai» (La prossima Conferenza internazionale di assistenza sociale, 5-6, 1935, p. 239).

Ancora sull’assistenza sociale in Africa:

«La vastità delle opere civili, in corso nell’Africa Orientale dimostra l’imponenza dello sforzo compiuto dall’Italia, non solo per l’organizzazione del sistema delle operazioni belliche, ma anche per l’inizio di una vita civile in terre, che sono rimaste finora estranee ad ogni forma di progresso. I lavoratori italiani, ai quali si vengono aggiungendo le altre migliaia di operai che saranno impiegati in Eritrea ed in Somalia nelle prossime settimane, hanno trasformato l’ambiente coloniale. Nuove strade sono sorte, acquedotti sono stati impiantati, edifici sono stati costruiti; in pochi mesi la penetrazione civile si è attuata con un ritmo insolito in queste contrade. L’intensificarsi dei traffici ha richiesta un’attrezzatura dei vari servizi che si è potuta conseguire, anche perché i lavoratori hanno saputo impiegare le loro migliori energie nell’apertura delle strade e nel rapido trasporto delle merci. Gli operai italiani sono stati degni dei loro camerati che hanno combattuto e con i quali molto spesso hanno diviso le sorti, allorché hanno alternato il fucile agli strumenti del lavoro pacifico. Uno dei pilastri della nostra odierna azione nell’A.O.I. è costituito perciò dal contributo instancabile ed appassionato dei lavoratori, i quali sentono il profondo significato civile della missione loro affidata. Il riconoscimento concreto di questa missione A nella politica di assistenza, elio il Governo Fascista svolge nei confronti degli operai. Tutte Io necessità di questi prestatori d’opera, che combattono anch’essi la loro guerra, tengono soddisfatte. Speciali provvidenze sono state concretate per favorire il lavoro Italiano nell’A.O.I.; gli organismi di assistenza, che operano in Italia, estendono la loro azione anche all’Eritrea ed alla Somalia, perché ai lavoratori sia assicurata, anche oltre il mare, la tutela di cui godono in Italia. Il Regime è vigile e pronto per tutti i prestatori d’opera: i provvedimenti finora presi confermano questa cura assidua che lo Stato manifesta in tutte le occasioni per i bisogni del lavoro, e dimostrano che nel piano di questa campagna coloniale il fattore lavoro non è stato mai trascurato, ma tutelato e posto nel maggiore valore. Le campagne coloniali degli altri Paesi, invece, ci offrono precedenti diversi, anche perché non sorgevano da sistemi e da ragioni sociali, come quelli che operano alla base della nostra impresa. Lo svolgimento del lavoro, nell’A.O.I., risponde in tutte le sue manifestazioni ad una disciplina, che non si è improvvisata, ma che è stata attentamente studiata, per adeguarla in tutto alle esigenze del momento e dell’ambiente. La vastità dell’impresa ha richiesto o richiede un ingente numero di lavoratori, che in una prima fase ha avuto il compito di preparare il terreno alla spedizione, e che ora dove consolidare le posizioni raggiunte per sostenere l’ulteriore nostra avanzata, nel campo delle conquiste civili. Il Commissariato per le migrazioni interne convoglia queste masse di lavoratori verso le due nostre colonie orientali. Si tratta di un flusso demografico, che non ha precedenti nella nostra vita coloniale e che ha richiesta la soluzione di molti problemi. Uno dei primi compiti è quello di una selezione fisica e tecnica della mano d’opera in relazione alle esigenze da soddisfare. Il Commissariato per le migrazioni, con l’ausilio degli Uffici di collocamento, ha potuto operare con risultati favorevoli questa selezione, che è stata all’altezza dei bisogni. Tanto ò vero che i rimpatri raggiungono una proporzione poco elevata, e più che da malattie od insufficienza sono determinati dalla fine contrattuale del rapporto di lavoro. Una delle necessità più urgenti è stata rappresentata dalla disciplina dei rapporti di lavoro. Questi rapporti si svolgono sulla base dei principi e degli istituti esistenti sul territorio metropolitano. Diverse sono, invece, le modalità, perché la tutela del lavoratore non è attribuita alle associazioni sindacali ma agli organi locali del Commissariato per le migrazioni interne, del Partito e del Patronato. A Mogadiscio esiste un Ufficio del Lavoro, istituito con provvedimento del Governatore del 15 luglio 1935; ad Asmara, presso la Federazione Fascista, opera uno speciale servizio sindacale, che disciplina e coordina la complessa materia dei rapporti di lavoro. L’azione di questi organismi è varia, e si svolge secondo le speciali norme fissate dal Governatore Generale per le Colonie dell’Africa Orientale, in materia di assunzioni, di orario di lavoro, di trattamento economico, di vitto ed alloggio, e di eventuale rimpatrio. L’orario di lavoro è studiato ed attuato in relazione alle necessità da soddisfare. Ma le ore lavorative non sono superiori a dieci e comportano delle soste da dedicarsi al riposo; nelle pomate festive, poi, il lavoro è ridotto a cinque ore, mentre è sospeso in quelle giornate nelle quali le prestazioni operaie, a causa del clima, non si possono svolgere con la necessaria normalità e con un rendimento adeguato. Il salario oscilla intorno alle 20-35 lire giornaliere, fino a giungere — per talune prestazioni qualificate — fino a 40 lire, e ISO lire per taluni lavori particolarmente gravosi. Gli scaricatori del porto di Massaua venivano retribuiti in questa misura nel periodo di maggiore congestionamento di quel porto, allorché l’abilità e la buona volontà dei lavoratori erano poste a dura prova per assicurare un più celere andamento dell’imbarco e dello sbarco delle merci. Particolari trattamenti di favore sono assicurati a determinate categorie di prestatori d’opera, come pure premi di varia misura sono concessi ai lavoratori alla fine del periodo d’ingaggio. I datori di lavoro hanno anche l’obbligo di assicurare l’alloggio agli operai. Questi alloggi soddisfano tutte le necessità igieniche, sono dotati di tutti i servizi — dallo spaccio viveri alle cucine, agli impianti di acqua, ecc. — e formano oggetto di assidui controlli da parte delle autorità sanitarie. In ogni cantiere vi sono dei medici, delle piccole infermerie, dei depositi di medicinali, che rendono possibile un rapido intervento sanitario a favore di quegli operai che bisognano di cure. Quegli ammalati che richiedono un’assistenza sanitaria più accurata, vengono avviati verso gli ospedali e le infermerie, che le autorità di Governo sono venute costituendo nei principali centri delle due Colonie e nei territori occupati. Per quanto, invece, riguarda l’alimentazione degli operai, va rilevato che questa e indirizzata dagli organi competenti verso quei cibi, che più degli altri si adattano alle necessità climatiche ed alle caratteristiche di lavoro degli operai. La disponibilità alimentare è qualitativamente, oltre che quantitativamente, rispondente ai bisogni. Lo sviluppo assunto dagli impianti idrici assicura, poi, il fabbisogno di acqua necessario ai lavoratori, i quali ovunque dislocati — anche quelli dei centri più lontani — godono di un’autonomia di rifornimenti idrici, dovuta al particolare piano di opere tempestivamente predisposto dalle nostre autorità. Le vertenze che possono sorgere a causa dei rapporti di lavoro sono conciliate attraverso gli organi più sopra ricordati; Fazione di questi uffici si manifesta veramente provvidenziale, per l’applicazione delle vigenti leggi sociali, dei patti di lavoro, ecc. Con aggiornati schedari detti uffici seguono l’andamento del locale mercato di lavoro j le successive dislocazioni degli operai sono registrate, come pure di ogni variazione del rapporto di lavoro è presa nota da parte degli organi competenti per lo svolgimento di quell’azione assistenziale, con la quale il Regime fa sentire al lavoratore la sua presenza vigile ed illuminata. In Somalia, in base all’applicazione di uno speciale contratto-tipo, l’arbitrato dell’Ufficio del Lavoro è inappellabile per quei prestatori d’opera e quei datori di lavoro clic presentano al suo esame determinate vertenze. In questa maniera le forme di tutela assicurate al lavoratore hanno anello il pregio della tempestività, in quanto non subiscono l’intralcio di procedure complesse e dilatorie. L’ambiente coloniale ed il particolare momento hanno reso possibile un siffatto sistema, che in pratica è apparso realmente soddisfacente. Le condizioni nelle quali si svolge il lavoro nell’A.O.I. sono, dunque, studiate in modo da attenuare le difficoltà proprie dell’ambiente e di assicurare il prestatore d’opera una sufficiente remunerazione ed un tenore di vita sano. A ciò concorrono sopratutto il tipo di vitto, l’orario di lavoro, le precauzioni igieniche finora prese, ed anche quelle misure di assistenza che entrano in azione allorché il lavoratore si ammala od è comunque impedito dall’adempiere alle consuete prestazioni. Rapida è stata pertanto l’azione del Governo nel campo assistenziale e previdenziale. Particolari forme di previdenza sono entrate in atto con una tempestività che può ritenersi senza precedenti, dato che sia l’Eritrea che la Somalia erano nuove all’applicazione, a basi così larghe e per contingenti così vasti di lavoratori, dei principi che sono alla base dell’assistenza sociale fascista. Non solo è stata necessaria l’emanazione di particolari nonne, ma hanno dovuto entrare rapidamente in azione delle filiazioni, in Eritrea ed in Somalia, dei nostri due maggiori istituti di assistenza, e cioè dell’istituto Nazionale Fascista per la Previdenza Sociale e dell’istituto Nazionale Fascista per l’Assicurazione contro gli infortuni sul lavoro. Questi due organismi hanno finora svolta un’ampia azione, che ha già dato frutti notevoli e che è valsa a dimostrare, sin dai primi mesi, la necessità di queste forme di assistenza, che nell’ambiente coloniale trovano un campo particolarmente adatto di applicazione. Evidentemente molte sono le difficoltà al funzionamento pratico della previdenza, data sopratutto la dislocazione dei lavoratori, nonché l’impossibilità in molti casi di procedere a quei controlli, connessi all’esplicazione della funzione assistenziale. Ma queste difficoltà sono state superate, specie in questa seconda fase di assestamento, dalla strutturo organizzativa appositamente creata sul luogo, per soddisfare i bisogni dei lavoratori ed assicurare il normale svolgimento di servizi, così vitali per la difesa e la protezione del Lavoro. Numerose sono le norme che già disciplinano il trattamento assicurativo concesso ai lavoratori Sin dal giugno dell’anno scorso venivano estese alla Somalia, con opportune modifiche, le nonne per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro già vigenti in Eritrea. Il 26 luglio si provvedeva inoltre all’emanazione di norme concernenti l’assicurazione degli operai delle due Colonie per i casi di morte per febbre perniciosa o malattia tropicale. Nei casi di decesso, fortunatamente non numerosi, l’assistenza del Regime per le famiglie è stata rapida ed amorevole: particolari indennità sono stato subito corrisposte per alleviare le necessità delle famiglie colpite. Lo Stato ha dimostrato tangibilmente la sua solidarietà, non solo predisponendo con gli organismi competenti il necessario piano di assistenza, ma anche intervenendo con tempestività in tutti i casi che richiedevano la sua partecipazione. Altre nonne sono in via di formazione per soddisfare le varie esigenze che si presentano. Anche in Africa l’assistenza sociale dell’Italia è all’avanguardia di tutte le altre forme di assistenza vigenti negli altri territori. La politica sociale coloniale si viene costituendo in un sistema completo, costituito di un complesso provvidenziale di leggi e di organismi, che pur operando da poco tempo nell’ambiente coloniale mostrano la loro efficienza anche nell’esplicazione dei nuovi compiti. Anche in Eritrea ed in Somalia vi sono, dunque, nome regolamentari per l’assicurazione obbligatoria contro l’invalidità o la vecchiaia, per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, ecc.; e più ancora esistono le stesse forme di tutela che, nel campo assicurativo, vediamo affidate al Patronato Nazionale. L’estensione dell’attività di quest’organismo all’A.O.I. è molto significativa, oltre che da un punto di vista tecnico, anche dal punto di vista morale; perché dimostra che gli organi creati dal Regime per la tutela del lavoro sono ad operare, ovunque il lavoro è a combattere le sue battaglie. Di particolare rilievo sono, inoltre, le misure prese per l’assistenza malattie agli operai. Com’è noto, il Comitato Corporativo Centrale ha approvato, nella sua ultima tornata un provvedimento, con il quale viene istituita una Cassa Malattia per gli operai al lavoro in Africa Orientale, affidandone la gestione alla Federazione delle Casse Mutue dell’industria. II Reprime si è preoccupato» sopratutto della condizione in cui viene a trovarsi, all’atto del ritorno nel Regno, il prestatore d’opera colpito da malattia Il bisogno di prestazioni economiche e sanitarie, che derivano al lavoratore dal suo particolare stato, non può essere, infatti, soddisfati) se non con speciali provvidenze. A ciò tende il provvedimento approvato dal Comitato Corporativo Centrale, allorché stabilisce che si debba concretare un’adeguata organizzazione assistenziale, avente come base un contributo paritetico — versato dalle imprese e dagli operai — nella misura del 5 % dei salari. Il gettito dei contributi sarà versato ad un fondo speciale gestito dalla Federazione delle Casse Mutue dell’industria. I/attività da svolgere in questo campo si concreterebbe nel l’assistenza medico-chirurgica e farmaceutica, compreso il ricovero ospedaliero, dall’inizio della malattia e per la durata di 180 giorni; nella corresponsione di una indennità giornaliera, all’assicurato malato, od alla sua famiglia in caso di ricovero ospedaliero, in misura proporzionata al salario, e per la durata di 180 giorni; nel rimpatrio gratuito quando non sia a carico dei datori di lavoro; in un assegno funerario in caso di morte. La durata e le forme di assistenza non si limitano a quanto abbiamo rapidamente ricordato, perché apposite norme prevedono anche la possibilità per determinati casi della protrazione delle prestazioni assistenziali per un ulteriore periodo, anche se in misura ridotta. Tali misure soddisfano le esigenze che si presentavano in questo campo, e ohe erano state tenute nella massima considerazione nel noto accordo intervenuto fra le due Confederazioni dell’industria per assicurare le prestazioni delle Casse Malattie dell’industria agli operai già iscritti alla Casse stesse che ritornano dall’Africa Orientale. Intanto, le misure deliberate dal Comitato Corporativo Centrale stanno per essere applicate in tutta la loro estensione, e quanto prima inizierà il suo funzionamento quella che già viene definita “Cassa Mutua A.O.I.”. In attesa di detto funzionamento, i lavoratori reduci ammalati sono assistiti dalle Casse, secondo le modalità previste dall’accordo interconfederale più sopra ricordato. Si è parlato qui di malattie. È da notare però che le misure preventive prese dalle autorità civili e militari delle due Colonie hanno ridotto al minimo detti casi. La difesa sanitaria si esercita su larghissima scala, come abbiamo visto, ed ha permesso di conseguire risultati veramente inconsueti nelle campagne d’Africa. Pur essendo enormi le difficoltà ed i disagi, i lavoratori li sanno sopportare ed affrontare con alto spirito e con corpo saldo: la morbilità (del 2.5%) è notevolmente inferiore alla morbilità media nel Regno. È in questo dato la migliore conferma dell’ottimo stato fisico dei nostri lavoratori, e la più netta smentita alle vociferazioni di taluni ambienti sanzionisti che si valgono della menzogna e della calunnia. Tutte queste realizzazioni, sociali, che siamo venuti ricordando, sono state possibili perché la nostra organizzazione corporativa e sociale è matura. In altri tempi gravi in” convenienti sarebbero derivati dal movimento di così vaste masse di mano d’opera, sia per quanto riguarda la selezione, il rendimento dei lavoratori, il loro equipaggiamento, l’osservanza dei patti di lavoro. Gli organismi esistenti hanno tutti risposto degnamente ai compiti loro affidati: dal Commissariato per le migrazioni interne al Patronato, dalle Confederazioni agli Istituti di previdenza e di assicurazione contro gli infortuni. I lavoratori, sulla base di queste organizzazioni, hanno potuto formare un altro esercito, al seguito di quelli operanti sui fronti somalo ed eritreo. La loro disciplina, temprata nel clima eroico della Rivoluzione, è valsa a creare un blocco di energie, al quale dobbiamo attribuire una parte non secondaria delle vittorie che accompagnano lo svolgimento delle operazioni nell’A.O.I. Sin dal 28 settembre, all’inizio delle operazioni, il Consiglio dei Ministri esprimeva questo alto riconoscimento: “Il Consiglio dei Ministri addita alla gratitudine della Nazione gli operai, che hanno col loro lavoro di pochi mesi ed in condizioni estremamente difficili, compiuto la preparazione logistica delle nostre due colonie dell’Africa Orientale”, Queste elevate parole di encomio sono l’incitamento e la consegna di oggi. Nel piano di assistenza sociale predisposto dal Regime, nell’Africa Orientale, un particolare rilievo va attribuito al trattamento fatto ai lavoratori indigeni. E’ noto che i nativi forniscono alte percentuali di mano d’opera, che andavano disciplinate non solo in quanto riguarda la loro convivenza con gli operai metropolitani, ma anche per ciò che si riferisce agli orari di lavoro, ai salari, alle forme assicurative, ecc. In Somalia l’Ufficio del Lavoro estende la sua azione anche ai nativi. Il metodo finora seguito nel regolamentare il mercato del lavoro indigeno ha favorito il flusso di lavoratori indigeni verso le imprese che ne bisognavano. Nel passato, invece, gli indigeni rifuggivano dal lavoro, che — come è noto — ritenevano indegno della Loro indole guerriera. Le misure prese dal Governo in fatto di remunerazione e di alimentazione della mano d’opera indigena, hanno permesso di raggiungere risultati notevoli. I salari sono in relazione alle capacità lavorative del prestatore d’opera, ed oscillano fra le 16 e le 20 lire: si tratta di cifre insolite per i lavoratori indigeni, che in molte colonie straniere compiono le loro prestazioni in Regime di lavoro obbligatorio è forzato. Un, altro elemento, che favorisce l’afflusso degli indigeni al lavoro e che assicura un maggiore rendimento delle loro prestazioni, costituito dal miglioramento delle condizioni di vita dei nativi. L’alimento e adeguato alle esigenze fisiche ed ambientali, e non si esaurisce in quei cibi tradizionali, che molto spesso hanno determinata la denutrizione del lavoratore indigeno. SÌ è visto che integrando questi cibi tradizionali con alimenti più completi, il rendimento di lavoro dei prestatori d’opera è notevolmente aumentato. In base ad esperimenti compiuti in questi ultimi mesi, si nota che la resistenza al lavoro è notevolmente aumentata negli individui nutriti con farinacei e carni; tant’è vero, che mentre taluni di essi riuscivano a trasportare prima un peso di trenta chili, oggi spostano pesi fino ad un quintale. Oltre che del vitto, le autorità si sono interessate del miglioramento dei ricoveri che accolgono i lavoratori, di assicurare alle varie imprese che impiegano mano d’opera indigena la presenza di sanitari, e di favorire il sistema di rifornimenti idrici necessari ai lavoratori ed alle loro famiglie. Tutte queste provvidenze, oltre ad accrescere l’efficienza del lavoro indigeno, hanno migliorate le condizioni fisiche di notevoli masse, sviluppando quella azione di bonifica umana che l’Italia conduce nelle quattro sue Colonie. 1 risultati conseguiti hanno una notevole importanza, anche sperimentale, perché stanno ad indicare in maniera concreta il metodo che occorre applicare per elevare moralmente e fisicamente le popolazioni. Le Potenze coloniali straniere, le quali vantano in questo campo benemerenze e tradizioni superiori alla realtà, debbono prendere atto dei risultati da noi conseguiti nel lavoro indigeno per la revisione dei principi che oggi informano la loro azione in questo campo. Nell’Africa Orientale italiana, ad esempio, viene garantita agli indigeni la mezza paga per gli infortuni leggeri, oppure una somma d’indennizzo quando si tratti di grave infortunio. Si tratta di un significativo principio che l’Italia non ha esitato ad applicare nei confronti dell’indigenato; mentre altrove si professa una politica “umanitaria”, che non si è ancora tradotta in fatti reali. E’ anche qui la nostra concezione coloniale che si oppone a quella degli altri. Mano mano che le nostre operazioni ci assicurano il controllo ed il possesso di nuovi territori, i servizi di assistenza sociale predisposti dalle autorità italiane estendono la loro azione. Le popolazioni delle terre occupate godono delle stesse forme di assistenza, assicurate agli indigeni delle nostre Colonie. Gli indigeni liberati dalla secolare schiavitù — e sono diverse migliaia — sono avviati al lavoro, e sono compensati come tutti gli altri lavoratori. Gli ospedali e le infermerie, dislocati in ogni centro, assicurano le cure necessarie alle popolazioni, che mai prima di oggi sono state difese dalle malattie più consuete in queste regioni, dalla tubercolosi alla sifilide. Ospedali sono sorti ad Adua, a Macallè, ecc., a pochi giorni dall’occupazione. Unità sanitarie mobili percorrono il territorio, e vanno incontro alle vaste necessità che si manifestano nei centri più lontani. Ingenti quantitativi di medicinali sono distribuiti giornalmente; la prevenzione sanitaria si viene attuando con regolarità tanto che in poco tempo si sono raggiunti risultati soddisfacenti. Oltre che dell’assistenza sanitaria, le autorità si vengono preoccupando delle condizioni di vita dei nativi. Indumenti, viveri, sussidi sono distribuiti ai più bisognosi; depositi di granaglie sono stati aperti per soddisfare le esigenze di consumo di masse di individui, ridotte all’indigenza dalle razzie e dalle confische di vario genere perpetrate dal Governo etiopico. L’Economia indigena, sotto la spinta dei provvedimenti del Governo Fascista, si viene rapidamente riprendendo. Talune correnti del traffico carovaniero, che erano state interrotte a causa della malsicura situazione delle contrade etiopiche, si stanno mano mano attivando, portando il benessere a popolazioni che nel traffico trovavano e trovano la loro occupazione. Anche le colture indigene sono in via di sviluppo, anzitutto perché le autorità italiane vengono razionalizzando i sistemi di coltivazione, secondariamente perché i prodotti trovano uno sbocco remunerativo negli acquisti compiuti dall’Italia. Lo sforzo dell’Italia per il miglioramento delle colture indigene si attua sistematicamente, e soprattutto con la sostituzione degli antichi strumenti di lavoro con altri tecnicamente più adatti. Nelle scorse settimane, ad esempio, cento aratri di tipo appositamente studiato, sono stati distribuiti agli agricoltori indigeni del Tigrai. Altre iniziative sono in corso con Io stesso scopo. Un nuovo tipo di molino da dura è in via di costruzione, per assicurare alla macinazione dell’alimento fondamentale dell’indigeno un sistema più rapido e meno costoso. Anche nel campo scolastico, a pochi mesi dall’occupazione, l’Italia ha conseguito nei nuovi territori risultati veramente significativi. In politi giorni è stata istituita ad Adua una scuola, che accoglie centinaia di indigeni e che propaga !a conoscenza della nostra lingua. È la prima volta nella storia delle campagne coloniali che i maestri avanzano, con lo stesso passo delle truppe, per affermare la civiltà e dare subito un volto di pace e di tranquillità ai territori occupati. Queste manifestazioni della nostra politica indigena hanno un elevato contenuto sociale, che è ormai uno dei caratteri distintivi della nostra guerra coloniale, che non è stata di distruzione, ma di bonifica umana e territoriale. Da questo complesso di provvidenze, che abbiamo illustrato, derivano notevoli vantaggi materiali per i lavoratori e le loro famiglie, che si vedono tutelati nell’A.O.I. da forme di assistenza che si ispirano agli stessi principi applicati in Italia. La realtà, anche in questo campo, dimostra che fra il territorio coloniale e quello metropolitano non vi sono soluzioni di continuità, e che ovunque sventola la nostra bandiera 1e conquiste sociali del lavoratore vengono difese e migliorate. Ma accanto al significato materiale dell’assistenza sociale dei lavoratori dell’A.O.I., bisogna porre il suo valore morale, che si traduce in un’attiva solidarietà del Regime per tutti coloro che oggi, con gli strumenti di guerra e pace, concorrono all’ascesa della Nazione» (Pistolese G.E., L’assistenza sociale nell’Africa Orientale, 5-6, 1936, pp. 145-150).

Nel 1941 fu pubblicata una legge fondamentale sull’assistenza degli orfani dei lavoratori morti per infortuni sul lavoro che sarebbe diventata qualche anno più tardi l’ENAOLI (Campese E., L’EAOLI, Ente per l’assistenza degli orfani dei lavoratori morti per infortuni sul lavoro, pp. 192-201):

È stato istituito in virtù della legge 27 giugno 1941-XIX, n. 987. II suo statuto non ancora è stato approvato; pure è prossimo il funzionamento dell’Ente. Scopi dell’Ente sono:

а) provvedere al mantenimento ed alla educazione degli orfani dei lavoratori morti per infortunio sul lavoro, mediante la istituzione e la gestione di propri collegi-convitti, o concorrendo alla gestione di collegi-convitti e di istituti analoghi, già esistenti, che rispondano alle finalità della legge stessa;

b) curare, d’intesa col Comando Generale della Gioventù Italiana del Littorio, l’avviamento professionale, nonché l’educazione fisica e morale degli orfani predetti;

c) agevolare, d’intesa con le competenti Confederazioni fasciste dei datori di lavoro e dei lavoratori, il collocamento degli orfani assistiti.

Hanno titolo all’assistenza dell’Ente, nei limiti di età che saranno stabiliti dallo statuto, gli orfani dei lavoratori morti per infortunio sul lavoro o per malattia professionale compresi nell’assicurazione di cui al R. decreto 17 agosto 1935-XIII, n. 1765 (assicurazione dei lavoratori dell’industria e del mare), ed al decreto-legge Luogotenenziale 23 agosto 1917, n. 1450 (assicurazione dei lavoratori dell’agricoltura).

L’Ente può estendere la propria assistenza anche ai figli dei grandi invalidi del lavoro, quando lo consentano le disponibilità finanziarie.

L’Ente dispone dei seguenti mezzi:

a) un contributo a carico degli istituti assicuratori contro gli infortuni sul lavoro, lu cui misura sarà stabilita annualmente con decreto del Ministro per le Corporazioni, di concerto con quello per le Finanze, su proposta del Consiglio di amministrazione dell’Ente;

b) le quote di rendite spettanti agli orfani ricoverati del settore industriale e marittimo;

c) le donazioni, i lasciti e le elargizioni.

Le Minime necessarie per la costruzione, rimpianto e l’arredamento degli stabili per i collegi-convitti, sino alla concorrenza di L. 30.000.000, sono erogate dall’istituto nazionale fascista infortuni, con prelevamento dei propri fondi di riserva. Per l’avviamento degli orfani all’esercizio di un mestiere potranno essere istituiti nei collegi-convitti appositi laboratori, opportunamente indirizzati secondo le altitudini degli allievi e le condizioni di ambiente e di lavoro delle famiglie degli orfani. Le competenti Confederazioni fasciste e l’Ente nazionale fascista della cooperazione daranno la loro assistenza affinché gli allievi dei collegi-convitti dell’Ente possano frequentare stabilimenti industriali, aziende agricole o altri luoghi di lavoro, e prestare opera di apprendisti. Ferma restando la competenza del Ministero dell’Educazione nazionale sui collegi-convitti e sulle scuole, l’Ente è posto sotto la vigilanza e la tutela del Ministero delle Corporazioni.

II — Con l’istituzione dell’E.A.O.L.I. il Regime completa armonicamente le sue strutture assistenziali a favore: dei lavoratori infortunati e delle loro famiglie. Si manifesta chiaro un parallelismo: fra le opere assistenziali istituite a favore dei gloriosi caduti in guerra e le opere assistenziali istituite a favore dei caduti sul lavoro. All’istituto delle Pensioni di guerra fanno riscontro gli istituti assicurativi per gli infortuni nell’esercizio dell’industria, della navigazione, dell’agricoltura. All’Opera Nazionale per la Protezione ed Assistenza degli invalidi di guerra fa riscontro l’Ente per l’assistenza ai Grandi Invalidi del Lavoro. All’Opera Nazionale per gli Orfani di guerra fa riscontro l’Ente assistenziale per gli orfani dei lavoratori morti per infortuni sul lavoro. Il parallelismo trae la sua ragion d’essere da motivi etici schiettamente fascisti: nel quadro delle provvidenze assistenziali splendono in piena luce le figure dei raduni, dei mutilati, degli orfani di guerra: accanto ad esse, nobilmente sono adombrate le figure dei raduni, dei mutilati degli orfani per Infortunio sul lavoro. Le nazioni plutocratiche accumulano e convogliano in sotterranee città-forzieri gelosamente custodite la ricchezza oro, e su nelle basi poggiano e fanno leva al fine di perpetuare l’esclusivismo ed il prepotere. Le nazioni fasciste disciplinano potenziano e difendono, nella cerchia di armoniche provvidenze assistenziali, la ricchezza lavoro, che costituisce, e più costituirà dopo la guerra, la base incrollabile della loro supremazia economica e morale.

III — Le rappresentanze dell’agricoltura., chiamate a collaborare per un razionale ordinamento dell’E.A.O.L.I., hanno espressa tutta la loro simpatia per la nascente istituzione. Il contributo che essa chiede all’agricoltura non è lieve. Ma, di fronte ad una iniziativa così umanamente pietosa cedono tutte le considerazioni d’indole finanziaria. Ben venga anche il nuovo onere per il funzionamento deIl’E.A.O.L.I., affinché siano sempre più protetti i virgulti della razza. Il numero degli orfani minorenni degli infortunati in agricoltura nel Regno supera i 13000). Supera gli orfani degli infortunati nell’industria. Enormemente distanzia gli orfani degli infortunati marittimi. L’agricoltura, di orfani di infortunati sul lavoro ne conta 2159 nella circoscrizione del Compartimento assicurativo di Napoli: 1133 in (fucilo di Bologna; 1003 in quello di Bari: 914 in (fucilo di Ancona; 866 in quello di Milano: 863 in quello di Roma; 855 in quello di Verona; 776 in quello di Venezia; 713 in quello di Torino; 697 in quello di Palermo; 628 in quello di Catanzaro; 492 in quello di Chieti; 482 in quello di Firenze; 429 in quello di Trieste; 369 in quello di Messina; 306 in quello di Cagliari; 284 in quello di Arezzo; 259 in quello di Vercelli.

V’era motivo ben fondato, dunque, per chiamare le rappresentanze dell’agricoltura ari esprimere il loro pensiero nel momento in cui si predispone l’ordinamento del nuovo Ente assistenziale.

Sotto il punto di vista del nuovo carico costitutivo sono stati espressi i seguenti voti;

— che il contributo dell’agricoltura sia determinato in base al criterio di ripartire le spese proporzionalmente por settore in rapporto al «liniero liofili orfani effettivamente assistiti: dell’agricoltura, dell’industria, del mare;

— che, pel primo anno rii esercizio sia corrisposto dagli Enti assicuratori un acconto, nella cifra prudenziale che il Ministero delle Corporazioni crederà di stabilire sulla base di ragionevoli previsioni, salvo conguaglio alla chiusura dell’esercizio stesso;

— che sia precisata la posizione contributiva ricali orfani dell’agricoltura; della quale la legge tace, mentre per gli orfani dell’industria e del mare ha stabilito che le quote di rendita spettanti agli orfani degli infortunali siano, in caso di ricovero versate all’E.A.O.L.I.

IV — Diremo ora sull’ordinamento dell’ente sotto il punto di vista sociale; che di gran lunga sovrasta gli interessi economici delle categorie rurali. Premessa fondamentale è, elle l’assistenza agli orfani degli infortunati agricoli debba essere orientata verso un’educazione professionale ohe, lungi dal distoglierli (dall’ambiente agricolo, maggiormente inculchi e rafforzi in essi il convincimento della nobilita e dell’utilità del lavoro dei campi. Per ciò, non unicità ili attuazioni per i vari settori ma specificazioni segnatamente per quanto riguarda il settore agricolo. « Bisogna ruralizzare l’Italia, anche se occorrono miliardi e mezzo secolo ». « Bisogna fare del Fascismo un fenomeno prevalentemente rurale ». La legge istituzionale dell’E.A.O.L.I. prevede che gli allievi dei collegi-convitti dell’ente possano frequentare stabilimenti industriali aziende agricole o altri luoghi di lavoro, e prestarvi l’opera di apprendisti. La disposizione, in verità, non ci soddisfa, noi dell’agricoltura. Non è fuori. Ma entro Io stesso ambito del convitto che l’orfano del rurale deve sviluppare ]e sue attitudini professionali. Per ciò, non aziende agricole esterne, bensì aziende agricole annesse allo stesso convitto. È lì, nello stesso convitto che li ospita, elle i giovani debbono apprendere l’arte dei campi; sotto Io sguardo dei loro tutori, stimolati dall’emulazione, penetrati sempre più della passione per l’azienda collegiale che li ospita; passione che trasferiranno poi, divenuti adulti ed esperti, sulla terra che sarà ad essi affidata. Nella scuola agraria per gli orfani degli infortunati stia l’alunno il meno possibile sui banchi; il più possibile nei campi. Sia la scuola eminentemente pratica, e si occupi specificamente delle colture proprie del luogo. Scuola che raggiungerà fini di altissimo interesse sociale, quando avrà convinto il contadino, con l’evidenza dei risultali praticamente ottenuti, dell’antieconomicità di molti vecchi usi, di molte vecchie tradizioni, «li molti vecchi sistemi; e quando avrà tratti dalla stessa schiera «lei contadini gli specializzati per l’innesto, la potatura, la conduzione delle macchine, il caseificio, l’oleificio ecc, gli eletti, cioè, della piccola tecnica agraria. Qui a Roma, cara ai Romani, è una vecchia fondazione, rinverdita «lai Fascismo: la colonia scuola «Orti di pace», sul Gianicolo, nella meravigliosa chiostra dei secolari pini di Villa Pamphili. Mi piace parlarne, anche perché sempre l’ho amata. «Orti di pace» è collegata strettamente ad altre due Colonie scuole: l’Ospedalone di San Francesco in Collestrada, presso Assisi; la «Paterna domus» in Città di Castello. Tutte tre le Colonie, costituiscono le «Colonie dei giovani lavoratori». È una originale organizzazione di educazione rurale integrale. Nelle Colonie i convittori frequentano le cinque classi elementari; poi le tre classi della scuola secondaria di avviamento: infine uno o due corsi annuali di pratica professionale specializzata. Annesse alle Colonie sono le aziende agrarie: specializzazione orticola, floreale, frutticola. Tante cose avrei da dire sul come si formano e selezionano i giovani rurali. Voglio accennare soltanto ad un originale sistema di addestramento istituito nell’Ospedalone di S. Francesco » e negli « Orti di pace ». Prime in Italia, vi funzionano le « Famiglie cooperative scolastiche di lavoro ». Esse sono costituite dagli allievi più meritevoli — (soci aspiranti, soci apprendisti, soci effettivi) — i quali gestiscono la Cooperativa giovanile, così come una qualsa6Ì cooperativa di adulti: consiglio di amministrazione, libri amministrativi e contabili, meccanismo dello smercio dei prodotti sul mercato ecc. Gli utili sono destinati a fondo riserva, a fondo previdenza, a spese per gite d’istruzione, e dividendo fra i soci e — lo dico per ultimo, perché l’idea manifesta in pieno il cuore dei giovani nostri rurali — al mantenimento di altri giovani che altrimenti non avrebbero alcuna possibilità di pagare la retta ricovero: i a fratelli adottivi». Ho voluto una risposta precisa alla mia domanda, quassù sul Gianicolo negli « Orti di pace », ove sembra che naturali meravigliose bellezze ed indimenticabili ricordi storici attraggano tutto il fascino adesivo della Città eterna. Ho voluto, dicevo, una risposta precisa: « Quanti dei vostri ricoverati provenienti dalla campagna resistono all’attrattiva d’inurbarsi? ». Risposta: «Tutti. Anzi, non pochi dei ricoverati provenienti dalle città e ultimati i corsi, si trasferiscono in campagna e si dedicano permanentemente « all’agricoltura » (E perché, sfruttando l’occasione, non dovrei fare un’opera buona? a Le Colonie». non hanno rendite patrimoniali. 1 Consiglieri di amministrazione, invece di ricevere, danno. Un dormitorio degli « Orti di pace » di recente è stato costruito e donato da uno di estri. Me ne vorrebbe, se ne faceti il nome. Giorni fa un incendio ha distrutto il padiglione della «Famiglia Cooperativa » e la Biblioteca della Colonia, l’indirizzo lo avete, uomini di buona volontà).

V — Chiudo la lunga ma non oziosa parentesi, la quale conferma, attraverso la pratica conoscenza di un esperimento lodevolissimo ed i cui risultati non sono dubbi, il principio base delle nostre osservazioni: doversi completare, mediante norme statutarie, il precetto della legge; fulcro dell’istruzione professionale agraria dover essere l’azienda annessa al convitto. Sorge, ora, quasi come corollario, una domanda: quale l’organizzazione di un convitto destinato ad ospitare giovani che provengono dai campi, che sono abituati a vivere nell’ambiente rurale e che dalla tradizione familiare, se raccomandabile, non debbono essere distolti? Rispondiamo: l’ordinamento collegiale deve essere tale da rispecchiare il più fedelmente possibile l’ambienti» e se raccomandabili, le tradizioni rurali. Così, consolidando nei giovani orfani la passione per una sana e fruttuosa vita campestre, si evitano o per lo meno si attenuano tendenze urbanistiche. Apro un’altra parentesi, poiché il ricordo di fatti non troppo lontani, mi sembra possa riflettere luce sulla tesi. Allorché una nobilissima iniziativa — la lotta contro la tubercolosi — fu avocata a se dal Regime e dotata di potenti mezzi finanziari, l’entusiasmo dei primi organizzatori fu tale, che molti ritennero si trasmodasse. Giusto ed umano, certo, era concedere ai ricoverati tutti i più moderni presidi della specializzazione assistenziale. Ma, furon viste sale da pranzo che facevano ricordare l’albergo di montagna piuttosto clic il refettorio sanatoriale; tavoli per singoli e per gruppi, servizi porcellanati, alpacche rilucenti, stilizzati vasi fioriti. Molti modesti impiegati, nella loro casetta arredata stentatamente col frutta di sudati risparmi, avrebbero realizzato il loro sogno se avessero potuto accaparrarsi un po’ di quella roba. Ed il sogno divenne realtà, quando le ditte fornitrici offrirono agli impiegati dell’istituto di acquistarne al medesimo prezzo pattuito per l’arredamento sanatoriale…Ma, l’operaio squalificato, il bracciante agricolo, il piccolo artigiano, quando sostò le prime volte in quegli ambienti, si sentì disambientato e quasi mortificato. Poi vi si abituò, poi se ne compiacque, poi osò desiderare meglio e di più. Infine, quando guarito clinicamente, tornò al suo appartamentino popolare, alla camera in subaffitto, alla casetta rurale, ne sentì tutto il disagio e talvolta la miseria. Prima era contento di quel poco o pochissimo che era suo. Ora, a malincuore e sdegnato, stentava ad adattarsi. Che voglio dire con ciò? Forse che debba essere negato agli orfani dell’agricoltura, il conforto di un ambiente sano gioioso e rispendente, così come sana gioiosa e risplendente vorremmo la loro adolescenza? Tutt’altro. Vorremmo soltanto che i convitti specializzati che stanno per sorgere non fossero modellati sul tipo di quelli destinati ad ospitare i candidati all’esercizio professionale ed agli impieghi, provenienti dal ceto medio cittadino, la G.I.L. ne ha istituito di cosi perfetti che migliori non si potrebbero desiderare; ma non sono essi i più idonei per l’orfano dell’agricoltura. I convitti specializzati per gli orfani dell’agricoltura, dovrebbero avere caratteristiche proprie. L’adolescente, tratto in lutto dall’ambiente domestico, dovrebbe quasi non sentirne il distacco allorché giunge nella casa collegiale a lui destinata dall’amorosa solidarietà del Regime. Dovrebbe vivervi quasi come in una continuità ambientale. Compiuti gli studi, dovrebbe lasciare il convitto con rimpianto, sì, ma anche con l’animo lieto di aver superata l’attesa del ritorno alla casa rurale ed alla vita dei campi.

VI — Insisto ancora sul concetto che l’assistenza agli orfani degli infortunati agricoli debba essere decisamente orientata verso un’educazione professionale che sempre più rafforzi la passione per la vita dei campi, smorzando tendenze che possano distogliere dall’ambiente agricolo. A tal fine, come abbiamo visto, la legge va emendata nel senso che l’istruzione professionale debba essere curata preminentemente mediante aziende agricole, non esterne, bensì annesse agli stessi convitti. Ed abbiamo visto anche quale debba essere l’ordinamento collegiale: tale da rispecchiare il più fedelmente possibile l’ambiente e le raccomandabili tradizioni rurali. Ciò non vuol dire che debba essere senz’altro ripudiata la deposizione della legge, la quale stabilisce che gli allievi dei collegi convitti possano frequentare aziende agricole esterne o altri luoghi di lavoro per prestarvi opera di apprendisti. A nostro avviso, tale disposizioni può rendere efficaci servizi se applicata sussidiariamente e sopra tutto nei casi in cui l’allievo debba essere addestrato in specializzazioni di cui difetti l’azienda interna. Noi abbiamo in Italia, fortunatamente, grande ricchezza «li convitti scuole rurali: dipendenti dal Ministero dell’Educazione Nazionale, dal Ministero Agricoltura e Foreste. dall’Opera Nazionale Italia Redenta, e, non meno pregevoli, istituzioni d’iniziativa privata. Il culto della terra, in un ambiente schiettamente rurale vi è sentitissimo, e — ciò che non è affatto da trascurare — il costo delle rette è molto mite. Nelle «Colonie dei giovani lavoratori», che ho innanzi citate ad esempio, la retta si aggira sulle L. 4.000 annue. È il caso, certo, di avvalersi delle numerose scuole già esistenti, potenziando le più ricche e .sovvenendo le più povere. Questo sistema sussidiario, di convogliare gli orfani nei convitti esterni — sorti proprio per l’agricoltura, e che hanno spiccate caratteristiche rurali, e che sopra tutto rispettano tradizioni ambientali — è giudicato dagli esperti fra i migliori. Nel 1927, inaugurando la Scuola « Benito Mussolini », in Jesi, il Ministro Belluzzo esaltava questo concetto. Ogni scuola agraria deve avere la sua caratteristica ed il suo insegnamento che si addice all’economia locale. L’agricoltura della Valle Padana non è l’agricoltura della Sardegna e della Sicilia, l’agricoltura del Piemonte non è quella del Veneto o della Toscana, dell’Agro Romano. Le scuole debbono preparare maestranze per l’economia rurale locale; affezionare sempre più i giovani alla loro terra; elevarne il tono professionale; destare in essi la coscienza produttiva. Noi, dell’agricoltura, non amiamo veder sorgere mastodontici convitti’ ove. commisti a camerati industriali e marittimi, i giovani rurali non tarderebbero a sentire affievolita la passione pei campi. Desideriamo modesti convitti, esclusivi pei giovani rurali, che abbiano caratteristiche che si addicano all’economia locale. E, finché questi convitti non saranno sorti, ed anche dopo che saranno sorti, opportuno sarà poggiare su quell’ordinamento scolastico di cui Pitali a è già riccamente dotata con le numerosissime ed apprezzatissime sue scuole a carattere tipicamente ed esclusivamente rurale.

VII — Ora, a completare il sistema organizzativo previsto dalla logge, esponiamo un’idea innovatrice, clic ci sembra meritevole di attenta considerazione. Censiti nominativamente, abbiamo contati 13.228 orfani di infortunati agricoli. Quanti di essi prenderanno posto nei convitti propri dell’E.A.O.L.I., o nei convitti esterni specializzati già esistenti per l’agricoltura? Noi prevediamo ben pochi. Anno per anno seguiremo il movimento della Bella iniziativa, augurandoci una smentita… che, purtroppo, non verrà. Nell’Italia centrale e specialmente nella Meridionale l’unità familiari è così cementata che non vale a dissaldarla né la miseria, né la morte. Il figliuolo abbandona pel convitto la casa paterna soltanto nel caso che ve lo spingano eccezionali tendenze allo studio ed ambizione aspirazioni a mutar ceto: un dì il seminario, oggi l’università. Ma, la quasi totalità non diserta. Tutt’altro. Nelle famiglie rurali dell’Italia centrale e meridionale è diffuso il sistema di adottare e di affiliare giovani. Il « figlio della Madonna » vi è trattato non altrimenti che il figlio legittimo. Perfino famiglie che hanno immensa discendenza spesso adempiono il «voto». La fede dà veste religiosa al fenomeno; ma questo, profanamente considerato, manifesta il bisogno che le famiglie rurali sentono di accrescere la loro forza lavorativa mediante vincoli spirituali piuttosto che mercenari. Fatto è che noi siamo convinti che, malgrado ogni buona volontà dei rettori dell’E.A.O.L.I., gli orfani degli infortunati agricoli non primeggeranno numericamente nelle scuole convitto. Ed allora, già appare chiaramente l’idea innovatrice. Là dove l’invito pietoso di assistere l’orfano accogliendolo nei convitti. non trovi simpatia o consenso nelle categorie rurali di alcune regioni d’Italia, ivi s’incoraggi e sovvenga l’adozione e l’affiliazione mediante la corresponsione di contributi o di premi. Il fenomeno ohe abbiamo illustrato, così generoso o nello stesso tempo così fruttuoso por l’economia terriera, potrebbe allora assumere proporzioni superiori alla previsione. Rigorosi accertamenti sulla moralità, capacità educativa, preparazione professionale dell’affiliante; continua vigilanza; supertutela dell’E.A.O.L.I. L’orfano, abbandonata la casa deserta per vivere in altra casa olio egualmente gli offre l’afflato familiare, doppiamente si sentirà legalo alla sua terra.

VIII — Quando i nostri occhi troppo a lungo fissano un certo coloro, stanchi ne percepiscono il colore complementare. Così, la nostra mente, fissa per professione e per passione, ai fenomeni della vita rurale, ne intravede i necessari complementi; talché dalla visione di un aspetto singolo del fenomeno, siamo portati a spaziare panoramicamente sui complessi rapporti sociali. Nel 1929-VII — concludendo un mio studio — così scrissi (II Fascismo contro la disoccupazione, Libreria del Littorio, Roma, pag. 378): « Si e usi a identificare i caratteri della stazionarietà nelle zone rurali e quelli del progresso nelle zone industriali. « La volontà Fascista sfaterà la leggenda. « Il dinamismo Fascista — agendo mediante la razionalizzazione delle colture agrarie, la bonifica integrale, la elevazione delle capacità tecniche rurali — rivoluzionerà, anche, la costituzione delle nostre categorie rurali. « Le statistiche demografiche — fra un ventennio appena, forse — segneranno cifre profondamente diverse da quelle che abbiamo lette nel 1921. « Vedremo — sia soddisfatto il voto — più elevato il numero dei piccoli proprietari, degli affittuari, dei coloni, dei mezzadri; moltiplicalo quello dei salariali fissi; ridotto a proporzioni tollerabili quello dei braccianti. « La redenzione della terra e degli uomini procederà di pari passo. « I più preparati e più saggi trasmigreranno dal colonato alla piccola proprietà; dal salariato fisso al colonato. « I meno preparati e meno saggi costituiranno la massa dei salariati fissi. « Soltanto la minoranza dei diseredati dell’ingegno e della volontà costituirà la zona grigia e misera del bracciantato. « Allora la base politica del Fascismo poserà incrollabilmente sul ceto rurale; l’economia nazionale sarà prevalentemente agricola; il mercato del lavoro sarà risanato ed equilibrato permanentemente ». Con quanta gioia vedo che il voto della mia ultima giovinezza gradualmente si va adempiendo! Confrontiamo i dati del censimento del 1921 con quelli del censimento dei 1936. Solo quindici anni! Il confronto non è agevole, perché la classificazione professionale differisce nell’uno e nell’altro censimento. Pure, cercheremo per approssimazione di esporre la reale situazione. Riassumeremo i dati relativi alle due più numerose categorie della popolazione lavoratrice agricola in Italia. Ebbene: i conduttori, che nel 1921 si aggiravano sui quattro milioni già nel 1936 superavano i quattro milioni e mezzo; i mezzadri ed i coloni, che sì aggiravano sul milione e mezzo, già si avvicinavano al milione ed ottocentomila; i lavoratori a giornata che quasi raggiungevano i quattro milioni, già erano ridotti a due milioni! Il trapasso delle categorie rurali meno favorite alle più elette è stato potentemente favorito dall’ordinamento scolastico al quale il Regime dedica diuturne cure. Le istituzioni scolastiche in pochi anni si sono moltiplicate, e giorno per giorno vanno assumendo caratteristiche razionali. Le scuole rurali di Stato sono circa 9.000; quelle di avviamento a tipo agrario circa 200; speciali corsi, anch’essi di avviamento a tipo agrario, superano i 550. Abbiamo inoltre 43 tra scuole regie ed istituti dipendenti dal Ministero dell’Agricoltura; circa 500 scuole rurali dipendenti dall’Opera Nazionale Italia Redenta; oltre 130 scuole rurali dell’Agro Romano. E non conto, né le numerose scuole private, né i corsi temporanei per contadini funzionanti per iniziativa delle Confederazioni dell’agricoltura. Fra breve non avremo nulla da invidiare alla Danimarca, la quale in meno di un secolo ha preso posto tra le Nazioni più ricche e più esperte, da povera ed incolta qual’era. Piccolo Stato che non raggiunge i quattro milioni di abitanti, ha più bestiame e maggiori proprietà in proporzione di qualsiasi altro Stato. E, questo, per la perfetta educazione tecnica dei suoi contadini, raggiunta attraverso una fitta rete di istituti scolastici a tipo agrario. Ogni anno ne escono licenziati oltre 4000 contadini, nella maggior parte specializzati. L’Italia si è messa decisamente sulla buona strada. «I milioni spesi per l’istruzione agraria fruttano, come l’evangelica semente, il cento per uno ». Ed il cento per uno frutterà questa nuova istituzione scolastica agraria pro-orfani degli infortunati. Essa contribuirà — piccolo rivolo, sboccante con tantissimi altri rivoli, più o meno ricchi di linfa, nel gran corso che convoglia le maestranze rurali — a ridurre in limiti tollerabili la diseredata categoria bracciantile, a rendere meno instabile il mercato della mano d’opera rurale, a razionalizzare ed a spingere al massimo rendimento la produzione agricola. Sono i braccianti — lavoratori a giornata — i più esposti così al rischio disoccupazione, come al rischio infortuni. L’orfano del bracciante, adottato dal Regime, ritornerà alla terra; non però, nell’umile e triste condizione del padre. L’orfano dalla stessa sventura paterna sarà sollevato e spinto verso più degno destino. Le ombre dei morti si aggirano intorno ai luoghi che furono da essi amati; nel solco dei campi alita lo spirito protettore dei rurali morti sul lavoro. E le ombre rilucono per riflessi di gioia quando la terra antica è risanata e fecondata; ma, tanto più quando i figli del loro amore, rimasti alla terra fedeli, nel grado delle gerarchie del lavoro rurale si affermano ed elevano. Le ombre, allora, tendono le ali al volo per raggiungere, rasserenate, le sponde dell’oblio».

Un altro traguardo raggiunto dal Regime Fascista fu la creazione dell’Inail (Campese E., Dichiarazione del Ventennale – L’unificazione degli Istituti di assicurazione per gli infortuni, 5-6, 1943, pp. 132-137):

Nel Ventennale — simbolica la ricorrenza — il Duce annunziò alcune riforme nella organizzazione previdenziale ed assistenziale, le quali si riconnettono alla Carta del La voi o, ne adempiono i postulati e, forse, preludono a più elevate mete verso la integrale tutela contro i rischi diretti del lavoro.

« L’Istituto per gli infortuni e le malattie professionali del settore industriale e le Casse Mutue infortuni del settore agricolo vengono fusi nell’Infail. Si caratterizza il quadro dei granii istituti sociali del Regime: uno per la « previdenza, uno per gli infortuni, uno per la mutualità. « La riforma porterà notevoli vantaggi ai lavoratori dell’agricoltura, operando le revisione e l’aumento degli indennizzi, assicurando almeno per gli infortuni più gravi una rendita annua, anziché una erogazione una volta tanto, e introducendo l’obbligatorietà delle prestazioni sanitarie finora attuate sono tanto parzialmente a mezzo di accordi sindacali. « Tutto questo secondo il principio della giustizia sociale che mira ad eliminare qualsiasi sperequazione tra categoria e categoria ».

A breve distanza dalle Dichiarazioni del Ventennale, è stato pubblicato il R.D. legge 25 marzo 1943-XXI n. 315 (Gazzetta Ufficiale dell’8 maggio 1943-XXI. n. 107), che regola il trasferimento nell’istituto Nazionale Fascista per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro dei servizi finora gestiti dalle Casse Mutue infortuni Agricoli e dalla loro Federazione, riservando ad altra successiva legge la modificazione, l’integrazione ed il coordinamento delle deposizioni vigenti per le due assicurazioni, l’una pel settore industriale, l’altra pel settore agricolo. Notevoli sono le disposizioni del recente R. D. Legge, le quali istituiscono, per le due assicurazioni, gestioni separate: che ne affida-no l’amministrazione a distinti Comitati, uno per il ramo industriale, uno per il ramo agricolo; che rendono paritetiche nel Consiglio di amministrazione le rappresentanze dei due settori sindacali, l’industriale e l’agricolo. Disposizioni notevoli, in quanto nelle istituzioni previdenziali sinora non era stata mai affermata, così nettamente come nel recente Decreto Legge, la perfetta equivalenza degli interessi sociali delle organizzazioni sindacali — industria ed agricoltura — nonostante la eventuale inequivalenza dell’apporto contributivo delle due categorie. I rurali debbono essere grati al Duce per avere manifestata anche in questa particolare occasione — l’unificazione degli istituti assicurativi contro gli infortuni — la sua predilezione per gli agricoltori, elevando significativamente il tono delle loro organizzazioni. Ma, su questo periodico — in rispondenza al carattere ed alle finalità di esso — è il caso di esaminare preferibilmente, con doverosa ponderatezza, le disposizioni particolari del R. D. Legge, le quali impartiscono direttive per il trasferimento nell’istituto Nazionale Fascista Infortuni del Personale in servizio presso le Casse Mutue e la loro Federazione (art. 5).

«Il personale in servizio presso le Casse Mutue e la loro Federazione nel « momento del trasferimento di cui agli art. 3 e 4 (Termine ultimo del trasferii « mento il 30 giugno 1943-WI per le Casse Mutue, e il 30 settembre 1943-XXI « per la Federazione) è assunto dall’Istituto nazionale infortuni con la posizione « da esso raggiunta alla data del 1° aprile 1943-XXI.

«Entro sei mesi dall’assunzione di cui al comma precedente, una Commissione nominata dal Ministro delle corporazioni provvederà all’inquadramento « del personale suddetto, in base a norme da emanarsi dal Ministro delle corporazioni d’intesa con il Ministro delle finanze».

II camerata cons. naz. Dedin, al quale sono affidati gli interessi delle categorie impiegatizie, mi ha chiesto di esprimergli il mio pensiero sulle disposizioni ora trascritte. Il camerata Dedin mi fa molto onore individuando in me, già consigliere della Federazione delle Casse Mutue, il patrono più diretto degli interessi del personale. Egli, inoltre, mi offre occasione di prendere commiato da quel personale, parlandone con schietta e giustificata simpatia.

1°) — Innanzi tutto, mi sembra opportuno porre in piena luce la situazione di fatto.

Il Personale — così delle 18 Casse Mutue esercenti l’assicurazione infortuni nel Regno, come della loro Federazione — si distingue in tre rami: l’impiegatizio (amministrativo, contabile, di ordine, di servi-zio); il sanitario (consulenti medici generici e Specialisti); il legale (consulenti interni e patrocinatori in giudizio). Gli impiegati hanno uno stato giuridico ed economico disciplinato da regolamenti organici — (un regolamento organico per la Federazione ed un altro regolamento organico « unico » per tutte le Casse Mutue) — ovvero da contratti particolari preesistenti ai suddetti regolamenti e rispettati in omaggio ai diritti acquisiti. Pel Personale Ordinario. nella quasi totalità, vigono contratti a tempo stipulati su un modello « tipo ». Soltanto per alcuni sanitari sopravvivono antichi contratti d’indole apertamente o larvatamente impiegatizia. Per i Consulenti legali vige ugualmente un contratto a tempo stipulato sii un modello « tipo ». Per i Patrocinatori legali sono corrisposti compensi « a tariffa » in conformità delle norme stabilite con legge 13 giugno 1912-XX. n. 794. Esposta così la situazione, chiaro emerge il significato delle parole dell’art. 5 del R.D.L. il quale si riferisce non di soli impiegati, ma a tutto indistintamente il Personale delle Casse e duella Federazione. Il R. D. legge è stato emanato « sulla proposta del Duce del Fascismo, Capo del Governo. Primo Ministro Segretario di Stato». È opportuno rilevarlo e farlo rilevare.

2″) — Volgiamo ora uno sguardo alla situazione quale si presenta in nude cifre.

Diciotto abbiamo detto, sono le Casse Mutue Infortuni, raccordate da una Federazione Nazionale.

a) della Federazione:

gli Impiegati di rutilo (categorie direttiva, di concetto, di or* dine, di servizio) in tutto non sono che 15; gli Avventizi 7; i Consulenti sanitari 2; i Consulenti legali 2;

b) delle diciotto Casse Mutue:

gli Impiegati di ruolo (categorie direttiva, di concetto, di ordine di dattilografìa, di servizio) in tutto non sono che 258; gli Avventizi 103; i Consulenti sanitari generici o specializzati 50; i Consulenti legali 21.

Le nude cifre esimono da qualsiasi commento. Trattasi di un personale numericamente così esiguo, che qualsiasi preoccupazione di « ingolfamento » dei ruoli dell’istituto Nazionale Fascista Infortuni può essere senz’altro escluso. Invero — (bisogna che sia pubblicamente noto anche quanto sto per dire) — allorché, tali nude cifre furono da me rese note al cons. naz. Sellarli, presidente dell’ Infail, egli non esitò menomamente nel dare assicurazioni così confortanti che non posso non serbarne grato ricordo. Quelle cifre, forse, il Ministero delle Finanze non conosce. Si spiega. quindi, il suo interesse a collaborare col Ministero delle Corporazioni per la emanazione di « nonne » per l’inquadramento nell’Infail del personale delle Casse Mutue e della Federazione.

3°) — A tranquillare il Ministero delle Finanze aggiungo alle cifre innanzi esposte alcune considerazioni. Il Ministero delle Corporazioni potrebbe avallarne l’esattezza.

Il personale delle Casse Mutue fu inquadrato nei ruoli in virtù di un regolamento organico « unico » approvato dal Ministero delle Corporazioni TU marzo 1938-XVI. Secondo accordi ed intese interconfederali si tendeva, allora, alla costituzione di un Istituto assicurativo proprio del settore agricolo; la costituzione, anzi, ne sembrava imminente. Per tali ragioni, e per lasciare ampia libertà di azione all’auspicato Istituto, i ruoli impiegatizi delle Casse Mutue furono contenuti in uno schema che direi « scheletrico ». Infatti quei ruoli non dovevano costituire che l’ossatura del futuro ruolo unico dell’Istituto assicurativo proprio dell’agricoltura. La caratteristica speciale dei ruoli delle Casse Mutue non cambia, resta identica anche oggi, nel momento in cui si stanno per coordinare i servizi dell’Ente assicurativo dell’agricoltura con quelli dell’Istituto Nazionale Fascista Infortuni. Invero, è da prevedere sicuramente — anche perché i servizi richiederanno maggiori forze di uomini, in conseguenza fra l’altro della introduzione dell’obbligatorietà delle cure e del variato sistema di corresponsione delle indennità d’infortunio — è da prevedere sicuramente che i ruoli impiegatizi risulteranno inadeguati al bisogno; onde la necessità di nuove assunzioni. In queste nuove assunzioni senza dubbio dovranno avere titolo di preferenza gli avventizi; molti dei quali, prestando da anni lodevole servizio, attendevano fiduciosamente di essere inquadrati nel ruolo dell’istituto proprio dell’agricoltura. Ecco una norma (art. 5) che dovrebbe essere raccomandata in modo speciale ai Ministeri delle Corporazioni e delle Finanze.

4 ) — È tempo ora che — fatto conoscere il Personale — si facciano conoscere anche le Persone.

La Commissione incaricata dell’inquadramento senza dubbio vaglierà di ciascuno i titoli di studio, i meriti di servizio, le benemerenze civili, militari, fasciste, demografiche. Allora — contrariamente a quanto in generale avviene in simili circostanze — risulterà evidente che non v’è alcuno delle Casse Mutue il quale abbia « galoppato » alla conquista dei primi posti. Moltissimi, che avrebbero potuto far valere titoli superiori, sono stati costretti dalla conformazione scheletrica dei ruoli in posti inferiori. Applicati hanno funzionato da ispettori; segretari da primi segretari; primi segretari da direttori. D’altra parte, non pochi laureati occupano posti di contabilità e perfino di ordine. Questa situazione dovrebbe consigliare un’altra «norma» (art. 5): che, cioè, la Commissione, nell’inquadrare il personale, possa agire con una certa larghezza di criteri, per riconoscere meriti evidenti che sarebbe ingiusto disconoscere. La « norma » fu altra volta adottata, venti anni or sono, quando l’Ufficio Nazionale per il collocamento e la disoccupazione fu alleato alla Cassa Nazionale Assicurazioni sociali (oggi Istituto Nazionale Fascista Previdenza Sociale). In quella occasione (R.D. 30 dicembre 1923, n. 3158) la Commissione ebbe «facoltà di derogare ove ne ravvisi la necessità, alle disposizioni vigenti per il personale della Cassa Nazionale ». L’innesto del personale dell’Ufficio Nazionale sul tronco della Cassa Nazionale dette risultati così soddisfacenti che, dopo appena pochi mesi, ne germogliò una riforma organica, la quale valse a fondere effettivamente e vantaggiosamente in una unica famiglia il personale dell’uno e dell’altro Istituto.

5°) — Le spese di amministrazione delle Casse Mutue hanno segnato sempre una percentuale bassissima in confronto dei contributi assicurativi ad esse assegnati. Nel 1935 la percentuale fu del 7 %. Poi salì gradualmente negli anni successivi, per effetto dell’accresciuto costo delle forniture e degli aumenti delle competenze impiegatizie conferite per legge. La percentuale più alta — dell’ll% — è segnata dal 1942. Più alta relativamente. poiché — in confronto di altri Istituti che abbiano una pari consistenza finanziaria — credo, invece, che segni il limite più basso. Non esito nell’attribuire alla fervida attività del Personale delle Casse Mutue, oltre che alla severa sollecitudine degli Amministratori, il modesto peso delle spese di amministrazione. Le Casse Mutue avevano una organizzazione paternalistica, la quale adduceva a rapporti affettivi, più che economici, fra l’ente, gli amministratori ed il personale. Con le Casse Mutue scompare l’unico superstite ricordo di quelle organizzazioni a tipo familiare, così povere burocraticamente, ma così ricche passionalmente. Io comprendo quanto dolga al Personale la fusione degli istituti assicurativi infortunistici. Il dolore cesserà col distacco. Io sono sicuro che l’accoglienza che il Personale delle Casse Mutue riceverà nell’istituto Nazionale Fascista Infortuni renderà breve la nostalgia. È con questa sicurezza che ad Esso rivolgo il mio saluto. Cerco fra tutto il Personale una fisionomia che più mi sia nota per impersonare in un solo gli Uomini delle Casse Mutue. Mi soffermo sul funzionario che di tutti conta più anni e più benemerenze. L’altra guerra lo vide volontario, già maturo di anni. Non lo trattenne l’amore dell’unico figlio giovanetto. Quando, nel 1921, questo virgulto vigoroso fu stroncato dalla ferocia sovversiva, il nodoso tronco raccolse i suoi rami sulla Cassa Mutua, a protezione e conforto di una più vasta famiglia. Ecco un Uomo. Ma, molti molti ve ne sono nelle Casse Mutue. Essi hanno bisogno che Voi li assistiate, non che li raccomandiate, camerata Dedin.

La rivista cessò le pubblicazioni nel luglio 1943 e con essa anche il sogno del “ritorno alla terra” e di ogni velleità bucolica. Nel dopoguerra l’Inail (che con il DL 25 marzo 1943 n. 315 aveva assorbito le Mutue e le Casse agricole) pubblicò la “Rivista degli infortuni e malattie professionali” (1944-2018) già “Infortuni e malattie professionali” (1941-43) oltre ai “Quaderni sociali: informazione, documentazione, discussione” (1946-1947) poi “Inail: rassegna della stampa periodica” (1948-1977) e il “Notiziario statistico” (1951-2010). Contemporaneamente i partiti politici si riorganizzarono in tante redazioni ognuna condizionata dall’orientamento ideologico dell’epoca: nel 1950 iniziò la pubblicazione “La previdenza sociale nell’agricoltura” diretta da Pietro Chilanti di orientamento progressista; l’anno successivo uscì “Il giornale dell’impiegato agricolo: notiziario della Cassa nazionale di assistenza per gli impiegati agricoli e forestali” mensile dell’Ente Nazionale Patrocinio e assistenza per gli impiegati in agricoltura e infine nel 1960 si segnala la “Protezione sociale: rivista bimestrale dell’Ente di patrocinio ed assistenza per i coltivatori agricoli” di area reazionaria che però cessò le pubblicazioni nel 1970.

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Centro sociale (1958-1978)

Centro sociale: inchieste sociali, servizio sociale di gruppo, educazione degli adulti. Periodico mensile redatto a cura del Centro Educazione Professionale Assistenti Sociali sotto gli auspici dell’UNRRA CASAS (Unite Nation Relief and Reabilitation Association Comitato Amministrazione Soccorso Ai Senzatetto), Roma, Tip. Castaldi, Bimestrale. Direttore responsabile: Guido Calogero.

Cos’è un centro sociale? «Si tratta di centri che operano in zone particolarmente depresse dal punto di vista morale oltre che economico (…) ne consegue un lavoro prevalentemente rivolto ai singoli (…) svolto da personale qualificato (…) il lavoro di gruppo si svolge esclusivamente in forma di corsi organizzati». Vi è anche un valido prospetto con l’elenco delle sedi italiane (per Napoli è ai Granili, nell’attuale quartiere di San Giovanni a Teduccio).

Il Cepas fu fondato nel 1946 da Guido Calogero e sua moglie Maria Comandini impartendo le prime lezioni nel febbraio ’47 nella sede di P.zza Cavalieri di Malta 2 a Roma su finanziamento del Ministero dell’assistenza post-bellica, con a capo Emilio Sereni, partigiano e deputato del P.C.I., e su autorizzazione dell’Unione Nazionale delle Scuole di Assistenti Sociali (Unsas). Nel 1952 il Cepas si staccò dal consorzio Unsas, in polemica con le altre scuole, e si costituì in associazione autonoma sotto la presidenza del deputato DC Maria Jervolino. La direzione della scuola, dopo il Calogero, fu affidata ad Angela Zucconi nel 1953, mentre quella della rivista fu affidata fin da subito a Paolo Volponi, dirigente dei servizi sociali della Società Olivetti di Ivrea; nel 1958 l’incarico passò ad Anna Maria Levi. Nel 1966 il Cepas, tramite DPR 03.05.1966 n. 339, entrò a far parte dell’Università di Roma “La sapienza”, con lo statuto di “Scuola diretta a fini speciali” (Documenti, 1966, 66-68, pp. 173-179). Centro sociale, quindi, riflette l’impostazione “scuola-giornale” così come era in uso all’epoca (vedi anche Rassegna di servizio sociale e Assistenza oggi) ma a differenza delle testate concorrenti non si occupava della vita scolastica, eccetto qualche raro caso (Riches D., Problemi di tirocinio professionale nel lavoro di comunità, pp. 175-182).

Fin da subito la rivista si caratterizza per una spiccata tendenza a trattare su argomenti specifici (Il progetto pilota in Abruzzo, 1958, 22-23, pp. 1-10). Oltre alla sezione monotematica, erano previsti degli spazi riservati ai documenti (il numero del 1954 contiene dei frammenti tratti dalla letteratura grigia mentre negli anni seguenti assumerà i contorni di una rubrica più strutturata per poi scomparire negli anni ’70), alle notizie, alle segnalazioni, alle recensioni ed alle tesi di laurea delle allieve della scuola (T.C.O., Recensione su Pia Clementi M., Mussoni O., Gli assistenti sociali nelle amministrazioni provinciali e comunali, tesi di laurea discussa al Cepas, pp. 191-192). La redazione stessa non amava definirsi un’equipe di “stipendiati”:

«Noi ci proponiamo anzitutto di sostenere la speranza di quanti vedono nel centro sociale una scuola di democrazia e sperano di vederci crescere, negli anni, libere iniziative e collaborazioni che, su scala più vasta, sono risultate fino ad oggi impossibili. Al contrario ci proponiamo di deludere l’attivismo di quanti consentono senza vero fondamento, temperamenti avventati, incapaci oltre tutto di cogliere, giorno per giorno, gli sviluppi di un processo spontaneo » (Premessa, 1954, 1-2-3, p. 2).

A partire dal 1957, per due volte l’anno, la rivista riporta in allegato l’edizione internazionale dell’International review of community development a cura di Albert Meister sotto gli auspici della “International federation of settlements and neighbourhood centres” contenente articoli in lingua straniera. Il metodo del “community work”, del resto, adottava i modelli organizzativi già sperimentati all’estero ovvero del “kibbutz” ebraico, del “neighbourhood” anglosassone e del “microrajon” sovietico (Cohen E., Progress and communality, 1966, 69-72, pp. 269-271; Cohen E., Leshem E., Public participation in collective settlements in Israel, 1968, 81-84, pp. 251-270; Lyfield W.G., Community development in Israel, 1968, pp. 271-284; Billis D., Membership stability and structural developments in Israel’s collective settlements in the sixties, 1971, 103-105, pp. 239-154; Litwin H., On new neighborhoods, community work and video tape, 1978, 139-141, pp. 235-244; cfr. Istituzioni e politiche sociali a Torino negli ultimi 50 anni, p. 26). Di fatto, però, la presenza di redattori stranieri diventa via via dominante fino a relegare, negli ultimi anni, gli italiani ad un ruolo prettamente residuale, confinati nella “riserva” delle recensioni.

Il rischio di perdita dell’identità locale è così forte che la redazione decide di dedicare un fascicolo intero alla bibliografia italiana (Bibliografia di servizio sociale, 1975, 121-123, pp. 1-182). C’è forse la tensione esistente tra due modelli, l’uno quello italiano, formatosi grazie alla formazione giuridica (la stessa Tarugi era laureata in legge), basata sul diritto romano, l’altra basata sul pedagogismo anglosassone (Tenenbaum K., Servizi sociali e assistenti sociali in Inghilterra, pp. 1-53). L’Italia sta cambiando e con il tempo si avvia finalmente quel processo di de-istituzionalizzazione che avrebbe portato l’assistenza sociale sotto il controllo degli enti locali (Mancini U., Integrazione e partecipazione: il caso degli handicappati, 1976, 130-132, pp. 117-140, p. 120), ma i centri sociali non scompariranno del tutto, anzi registreranno una nuova ondata di insediamenti nelle periferie delle grandi città, anche se diventeranno ben presto ricettacolo di sostanze illecite e con le inevitabili conseguenze di ordine pubblico (E.R.V., Recensione su Rusconi M., Blumir G., La droga e il sistema: cento drogati raccontano la nuova repressione, 1972, 106-108, pp. 219-220; cfr. Vogliamo un centro sociale ma non un palazzo di vetro, “Alto Adige”, TN, 28 aprile 1978).

Gli autori spendono parole di encomio per i regimi socialisti ovunque mentre snobbano l’attività italiana specialmente quella nelle ex colonie (Fellows P., Community development in Ethiopia, 1963, 49-50, pp. 169-190; Goussault Y., Marthelot P., Meister A., Associationnismes ruraux et participation des masses rurales aux programmes de developpement dans les pays mediterraneens, 1966, 69-72, pp. 89-116). Un intero fascicolo è dedicato alla Russia, essendo all’epoca un paese comunista, che, però, non aveva al suo interno un vero e proprio organico di assistenti sociali considerati un residuo della società capitalista (Numero speciale. Servizi ed operatori sociali in Unione Sovietica, 1968, 79-80, pp. 1-92). Ai fini della “par condicio” qualche cenno appena al sistema di sicurezza sociale tedesca è riservato da Angela Zucconi che aveva svolto un programma di studio nel Terzo Reich nel 1939 per poi “riciclarsi” in Italia nell’Unione Donne Italiane (Zucconi A., Cenni storici sul sistema di assicurazioni sociali e i servizi di assistenza sociale, pp. 3-12; cfr. 50 anni nell’utopia, il resto nell’aldilà).

Tacciare la redazione di condizionamento ideologico è riduttivo. In linea generale si tende a criticare tutto ciò che non è riformista, sopratutto se si tratta di politiche sociali tradizionali, es. le colonie climatiche per ragazzi (Barilli C., Relazione sulle colonie di vacanza di Tonara e Sos Alinos, 1977, 136-138, pp. 133-146). Il punto di vista progressista emerge anche nelle altre rubriche e su argomenti non prettamente attinenti al servizio sociale (Cannavò L., Recensione su Padiglione V., L’amicizia. Storia antologica di un bisogno estraniato, Roma, Savelli, 1978, 142-144, pp. 127-128). La diversità, se presente, è solo accennata per dovere di cronaca senza mai fare auto-critica (Himmelstrand U., Socialism and social liberalism in the context of swedish societal change, 1977, 133-135, pp. 37-66). Dopo tanti anni di “indottrinamento” è naturale che anche la figura professionale dell’assistente sociale ne fosse condizionata, tanto che accanto al tradizionale ruolo tecnico, troviamo anche quello politico (Antonangeli A., Sasso Calogero M., Sasso Calogero L., Un centro di servizio sociale di quartiere e la formazione degli assistenti sociali, 1977, 136-138, pp. 19-36) che causerà non pochi danni al ruolo professionale (cfr. Mulazzi L., Tentoni R., Zanaboni L. , Le rammendatrici dal dialogo facile, “Inchiesta”, 1971, 3, pp. 65-67).
A partire dal 1966 la rivista “Centro sociale” dedica dei numeri speciali allo studio dei servizi sociali in alcuni paesi “europei”: Svezia, Norvegia, Danimarca, Inghilterra, Francia, Belgio, Olanda, Germania Ovest, fermo restando la difficoltà di annoverare come “europea” l’Unione Sovietica. Tutti gli studi sono finanziati dal Consiglio Nazionale delle Ricerche di concerto con l’Unione Europea che si è offerta di concedere 3 borse di studio. Tra queste figura un’assistente sociale italiana, Fiora Luzzatto, «anche se purtroppo il fronte delle amministrazioni locali in Italia (…) non è quanto di meglio possa offrirsi per ora allo scatto di un’illuminata energia» (Servizi e operatori sociali nell’Unione Sovietica, 1968, 79-80, p. III). Lo studio è suddiviso in sette capitoli con una premessa ed una conclusione. Ogni capitolo esprime una categoria dell’assistenza sociale sovietica: previdenza/sicurezza sociale, sanità, minori, scuola, delinquenza, salute mentale e mondo del lavoro. Il presente studio si propone di «dare al lettore validi elementi di obiettiva valutazione» (p. IV) in un periodo (il ’68) di turbolenze in Italia (rivolte studentesche, terrorismo, femminismo, sindacalismo, etc.) e di ripensamenti ad est (Cina).

Prima di affrontare la trattazione di ciascun capitolo, l’autrice descrive brevemente l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche che, per estensione, risulta il paese più grande ed il terzo più popoloso (dopo Cina e India), nonché agglomerato di etnie, lingue (66 tipi) e nazionalità (un centinaio). Dal punto di vista giuridico, l’Urss appare come una gigantesca burocrazia di dipendenti pubblici, impiegati equamente nell’industria (35%), nell’agricoltura (32%) e nel terziario (28%). «In senso generale non esiste disoccupazione» (p. 2), ma quasi tutti i lavoratori percepiscono salari infimi. Se si considera che 1 rublo corrisponde a 700 lire italiane e considerando che ogni operaio guadagna in media 100 rubli, allora lo stipendio medio mensile risulta pari a 70 mila lire, con punte massime di 115 e minime di 45 rubli! Molti operai sono impiegati nell’edilizia: «il ritmo di costruzione è impressionante ma nelle grandi città è ancora assai diffusa la coabitazione (…) Il livello culturale è tra i più grandi al mondo» (p. 3) ma solo il 5% possiede un’istruzione universitaria. Tutti gli organi politici sono democratici (Soviet supremo, soviet dell’Unione, soviet delle nazionalità, Presidium, deputati dei lavoratori, comitati esecutivi), ma non vi è che un solo partito tra cui scegliere (PCUS).

Nel primo capitolo si tratta dell’organizzazione della sicurezza sociale. Essendo una “superpotenza” sono inevitabili i paragoni con la sua principale “rivale”, gli Stati Uniti d’America (SUA) che basa il proprio sistema previdenziale sul “fabbisogno individuale” mentre in Urss è sufficiente essere titolari di un rapporto di lavoro o di studio. I lavoratori impiegati nell’agricoltura, tuttavia, percepiscono un trattamento previdenziale sfavorevole rispetto a coloro che sono inseriti nei centri urbani. Nel 1918, furono estese le assicurazioni contro i sinistri sul lavoro e le malattie professionali, già tutelati prima della Rivoluzione d’Ottobre, ad una più ampia “fetta” della popolazione, «furono istituiti l’assicurazione per inabilità temporanea e disoccupazione involontaria, nonché cantieri-scuola e corsi professionali: fu introdotta l’assistenza medica, chirurgica e ostetrica» (p. 6). Tra il 1956 ed il 1961 si incrementarono ulteriormente i beneficiari nonché il quantum delle pensioni, tuttavia solo nel 1964 i contadini dei “kolkoz” (cooperative agricole) furono equiparati alle altre categorie di lavoratori.

Complessivamente l’Urss spende per le pensioni il 6% del suo PIL. Il sistema previdenziale sovietico prevede 3 tipi di trattamenti: vecchiaia, invalidità e superstiti. I termini minimi per andare in pensione sono di 60 anni per gli uomini e 55 anni per le donne, rispettivamente dopo 25 e 20 anni di servizio (10-15 per i ciechi, gli anormali, le madri con prole numerosa e i mestieri usuranti). Chi abbia maturato un’anzianità di servizio inferiore o non avesse documenti sufficienti per dimostrarlo, sebbene basti una prova testimoniale, può usufruire di un sussidio mensile ridotto. Il quantum della pensione è proporzionale alla retribuzione percepita durante la carriera lavorativa (30-120 rubli) con le dovute eccezioni che possono determinarne delle maggiorazioni: eventuali familiari a carico, regioni depresse, mestieri usuranti. I pensionati possono continuare a lavorare anche dopo aver superato i requisiti minimi nei seguenti termini: se guadagnano più di 100 rubli al mese, perdono il diritto alla pensione che si riacquista una volta cessata l’attività; se guadagnano meno di 100 rubli, perdono lo stesso la pensione ma possono usufruire di un sussidio di 15 rubli al mese; se l’attività svolta è compresa «in certi tipi di lavoro» (p. 8), il titolare conserva pensione e stipendio, a prescindere dal salario percepito.

Le pensioni di invalidità tutelano la perdita completa della capacità lavorativa «fermo restando la possibilità di svolgere un qualche lavoro in condizione protetta» (p. 9). Gli inabili congeniti sono ricoverati in istituto dove vi restano vita natural durante; in alcune repubbliche, es. Russia, questo tipo di persone, se orfane di entrambi i genitori o del capofamiglia, ricevono un sussidio mensile. È se qualcuno è affetto da patologie degenerative o aggravamenti dell’invalidità; in ogni caso l’ufficio di assistenza effettua dei controlli periodici sulle pratiche. Per alcuni tipi di invalidità (cecità, sordomutismo, nanismo) sono previsti corsi professionali di recupero della capacità lavorativa, oltre ad una serie di benefici in materia fiscale e finanziarie. Per godere della pensione superstiti basta essere stati un parente prossimo del defunto a qualsiasi titolo, anche partner convivente, purché si dimostri «che il superstite si trovava a carico del defunto» (p. 12) e sempre che questi ne avesse diritto altrimenti era assegnato un assegno ridotto. In ogni caso l’ammontare erogato non può superare i 120 rubli mensili (80 mila lire nel 1968).

Oltre alle pensioni, sono elargiti dei sussidi per malattia che variano a seconda delle cause (metà stipendio o salario integrale), per maternità, per prole numerosa (4 o + figli) e per «bisognosi che si trovino in situazioni cronicamente disagiate» (p. 17). L’assistenza sovietica, infatti, dispone di circa un migliaio di Istituti di accoglienza socio-assistenziale nelle quali sono custoditi i malati mentali, i malati cronici e i minori ritardati. Ogni istituto accoglie 300-500 persone in camere singole, doppie o camerate, ciascuna dotata di servizi propri. Oltre ai refettori ed alle lavanderie, vi sono dei laboratori per l’attività lavorativa ed un’infermeria per il pronto soccorso. «Bambini idrocefali dall’aspetto esteriore mostruoso, assolutamente privi di capacità di rapporto affettivo, vengono accuditi da infermiere con retribuzione più elevata e con turni di servizio più brevi» (p. 15).

Per ottenere la pensione, il richiedente deve presentarsi all’Ufficio rionale di Previdenza sociale, diramazione del Ministero della previdenza sociale presso ogni repubblica, ed esporre il proprio caso ad un impiegato, cd. “ispettore”, il quale “gira” la pratica ad una Commissione formata da medici, esperti del lavoro e sindacalisti che entro 5 giorni devono acconsentire alla richiesta o rigettare la domanda, nel qual caso è ammesso ricorso ai Patronati e alle Consultazioni giuridiche gestite da avvocati volontari. Oltre a questi, i Consigli di Volontariato presso gli Uffici rionali di previdenza sociale si occupano di esaminare i documenti, controllare i pagamenti, effettuare le visite a domicilio o in ospedale, appoggiare le domande di alloggio e tutto ciò che serve ad integrare l’opera degli ispettori.

«Per la nostra mentalità è senz’altro difficile accettare che su una domanda di assistenza decidano i vicini di pianerottolo; ma nell’Unione Sovietica, abituata a tutt’altro tipo di rapporto tra concittadini, questa prassi è abituale e non provoca nell’assistito particolari reazioni negative. Il controllo da parte del collettivo è notoriamente uno dei cardini dell’etica sovietica: in autobus non c’è bigliettaio e il biglietto si esibisce agli altri passeggeri; chi alloggia alla Casa dello studente si vede comparire in camera senza preavviso, la commissione sanitaria costituita da compagni di scuola che hanno il potere di giudicare le condizioni di pulizia assegnando una votazione ufficiale e additando i peggiori alla pubblica vergogna (…) Da quanto si è detto si comprende come mai i russi sovente, sentita una illustrazione dell’attività dell’assistente sociale in Italia, concludano: “obscestvennik!” (“come i nostri volontari”)» (p. 22).

Se negli Uffici di previdenza sociale mancano gli assistenti sociali, non va meglio negli ospedali dove «troviamo poi una figura che è stata assimilata a quella dell’assistente sociale chiamata “sorella con compiti di patronato”. Presso i consultori materni essa visita le gestante a casa, prende conoscenza delle sue condizioni di vita e di lavoro, le dà consigli, provvede, con opera di convincimento e di educazione, a che essa sia visitata dal medico, ecc» (p. 29). Oltre agli ospedali (oltre 2 milioni di posti letto), in Urrs vi erano 1000 sanatori (istituzioni profilattiche di vario tipo), colonie climatiche, ambulatori pediatrici, centri di maternità, consultori e poliambulatori che da soli gestiscono l’80% dei casi clinici ciascuno dotato di quadri (equipe) di 30-35 medici generici o specialistici (¾ dei medici sono di genere femminile). Come in Italia, in Urrs esistono le sezioni mediche di fabbrica (DM 27.08.1957 n. 329) con funzioni di igiene del lavoro, profilassi, accertamento e assistenza sociale. «Per altre malattie (tubercolosi, tumori, sifilide, neuropsicosi) funzionano circa 3 mila dispensari specializzati di diagnosi precoce e prevenzione» (p. 28).

Così come per la previdenza sociale, ogni repubblica dispone di un Ministero della sanità da cui dipende l’Ufficio rionale sanitario che si occupa dei minori di 3 anni. L’Ufficio rionale della pubblica istruzione può procedere, dietro segnalazione, nei confronti di coloro che si rendono responsabili di abusi o di inadempienza nei confronti dei figli. Al di sopra degli Uffici rionali c’è il Comitato esecutivo del soviet dei deputati con poteri decisionali in materia amministrativa e consultivi in materia giurisdizionale dove, invece, la competenza spetta al giudice tutelare che, una volta emesso il decreto, può demandare alla milizia, una via di mezzo tra polizia e vigili urbani, la facoltà di comminare multe e sanzioni ai genitori negligenti. «Infine anche in questo settore è enorme la rilevanza degli operatori volontari. Presso l’ufficio di protezione dell’infanzia è espressamente prevista la figura dell’ispettore volontario, senza il cui aiuto sovente l’ispettore di ruolo addirittura non sarebbe in grado di far fronte a tutti i suoi compiti» (p. 42).

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Rassegna di servizio sociale 1962-2014

Nel 1962 “Rassegna di servizio sociale” sostituisce “Incontriamoci” bollettino fondato nel 1940 da don Ferdinando Baldelli (artefice nel 1926 dell’Opera Nazionale Assistenza Religiosa Morale Operai) e la sua direzione è affidata a Giuseppe De Cillis, sacerdote domenicano. Nel 1964 varie istituzioni che avevano operato nel campo dei servizi sociali sin dal primo dopoguerra fondarono l’Ente italiano di servizio sociale, riconosciuto con DPR 31.07.1966 n. 769 che oltre a fornire studi e ricerche sulle problematiche assistenziali, gestiva anche una propria scuola di servizio sociale. Non a caso si è scelto il termine “rassegna” per indicare tutta quella gamma di notizie utili, di norme e di interventi che potevano pervenire, sia dagli “addetti al settore” che dai più “profani”, sulle questioni poste in discussione.

La struttura editoriale segue una suddivisione che privilegia studi ed esperienze, quindi segue la sezione contenente documenti, discussioni e spunti di riflessione. La terza sezione contiene fatti e commenti, es. sulla legge della casa che assorbiva il personale assistenziale deputato all’assistenza di zona negli enti sovra-ordinati (Stecher Palermo G., La legge sulla casa, ovvero la fine di un servizio sociale, 1976, 1, pp. 129-131). Segue, infine, la rassegna bibliografica con tanto di recensioni e schede bibliografiche.

Per buona parte degli anni ’60 la rivista segue gli schemi “ideologici” del servizio sociale delle scuole cattoliche dell’Onarmo seguendo una precisa impostazione confessionale (Santoro G., Cristianesimo e vita sociale, 1962, 1, pp. 9-14; Santoro G., Spiritualità e professione, 1963, 4, pp. 5-8; Folicaldi A., Considerazioni per una impostazione del servizio sociale parrocchiale, 1964, 1, pp. 75-80; Il teologo don Leadro Rossi sugli aspetti etici connessi al problema dell’Aids, 1987, 1, pp. 122-123). Nella seconda metà degli anni ’60 l’orientamento si sposta sulla condizione sociale del Mezzogiorno d’Italia, il tema è di particolare importanza per una scuola che aveva le sue sedi sparse in tutto il territorio nazionale e che ha fatto dell’integrazione “etnica” una missione personale. Tuttavia, come si vedrà in seguito, i risultati saranno di scarso valore e non riusciranno a risolvere gli atavici problemi di queste regioni che subiscono e subiranno ancora di più il forte divario con quelle del nord (Intervento straordinario nel Mezzogiorno, 1984, 4, p. 123).

Anche alla Rassegna giungono gli echi o meglio i “rumori” dell’assemblea di Rimini (19-22 marzo 1970) che aveva sancito il trionfo del ruolo politico su quello tecnico e che possono essere riassunti nella seguente domanda: « perché dovremmo portarci su posizioni eversive che finirebbero per rappresentare un’altra e più pericolosa forma di strumentalizzazione delle popolazioni stesse? » E ancora: « è inutile e infruttuoso inseguire una mitica e praticamente inattuale modifica del sistema; assumere posizioni di rifiuto di un certo per altro più realistico riformismo con la motivazione che non serve e ritarda la trasformazione generale della società e portarsi su posizioni rivoluzionarie che oltre ad essere poco conciliabili con la situazione degli assistenti sociali, portano alla negazione del ruolo con tutta la carica di autolesionismo che comporta » (Dopo Rimini, 1970, 1-2, pp. 149-176). La Storia ha dato ragione alla Rassegna. Otto mesi dopo il gruppo di assistenti sociali di orientamento ideologico “bianco” decise di organizzare una nuova assemblea a Roma (2-3 novembre 1970) che fu definita “anti-Rimini” che ha sancito la fine della falsa unità degli assistenti sociali e della loro associazione “unitaria”, del falso neutralismo del gruppo professionale che è antistorico, acritico e inadeguato (Gli assistenti sociali si muovano, 1970, 4, pp. 233-239).

Un capitolo a parte merita il corso per Dirigenti tecnici nei servizi sociali svolto a Roma dall’Eiss nell’ambito del programma del fondo sociale europeo (Documentazione relativa al programma per la formazione di operatori sociali, 1976, 1, pp. 76-123; Progetto di formazione per quadri di enti e istituzioni locali nel settore dei servizi sociali, 1976, 2, pp. 71-80; Giambruno A., Riflessioni sui corsi per operatori sociali svolti dall’Eiss con il Fondo sociale europeo ed il Ministero del Lavoro, 1976, 4, pp. 64-90; Documenti relativi al progetto di qualificazione e specializzazione di operatori sociali, 1975, 1 pp. 98-135; Biondi R., Analisi e valutazioni sul corso di direzioni tecniche dei servizi sociali, 1977, 1, pp. 61-69; Giambruno A., Il dirigente tecnico dei servizi sociali: il suo perché, il suo ruolo, la sua preparazione, 1977, 4, pp. 99-104; La Rosa M., Natali A., Zurla P., Il coordinatore della direzione tecnica nelle Unità locali di servizio sociale, 1981, 4, pp. 9-82.). La mancanza di una vera e propria direzione di servizio sociale renderà l’Italia negli anni a venire sempre più dipendente dai modelli d’oltreoceano (Mammoli R., Gestione e organizzazione dei servizi sociali, 1988, 3, pp. 39-68). Da cui la polemica clamorosa tra Università di Padova ed assistenti sociali di Verona (La scuola di specializzazione dell’Università di Padova, 1978, 2, pp. 105-117; Ancora sulla scuola di specializzazione in servizio sociale di Padova, 1978, 4, pp. 83-86.) che avrà non poche conseguenze (Pregiudizi e classismo culturale contro gli assistenti sociali, 1980, 4, pp. 93-96).

Negli anni ’80 iniziano a profilarsi problemi che saranno di grande attualità più tardi: l’immigrazione, la criminalità e l’affollamento carcerario (Cresce l’immigrazione clandestina nei paesi Cee, 1984, 4, p. 123). Nel 1982 la direzione è assunta da Giuseppe Rizzo che la conserva fino alla fine.

Verso la metà degli anni ’80, il Welfare State entra in crisi, dopo appena pochi anni di vita in Italia, ma nel resto d’Europa aveva raggiunto in certo livello di maturità, essendo l’erede del sistema Westfalia (Gili G., Crisi del welfare state e nuove politiche sociali, 1985, 2, pp. 6-25; Oltre il welfare state: un intervento della regione Lombardia per un sistema di servizi con pluralità di soggetti, 1987, 2, pp. 101-103). Le cause sono ben presto note: il decentramento dei poteri dallo Stato agli enti locali e la frammentazione dei servizi sociali hanno reso la politica sempre più soggetta al clientelismo e agli interessi di partito (Mascherata da pluralismo, è di scena la lottizzazione istituzionale, 1987, 1, p. 127). In questi anni, infatti, sono pochi articoli sulla riforma dell’assistenza (382 e 833) ma gli effetti si fanno sentire sulla “pelle” degli operatori (Appello degli assistenti sociali: tanti compiti nessun riconoscimento, 1986, 2, p. 134; Il “burn out” colpisce gli operatori sociali pubblici, 1989, 2, pp. 88-90.).

Dopo il disastro di Cernobyl, le onde radioattive si diffondono anche in Italia (Strasburgo: verso una conferenza europea sulla sicurezza nucleare, 1986, 4, pp. 98-99).

Con il contributo dell’Eiss si iniziano ad organizzare i primi corsi per la formazione continua degli assistenti sociali (Mammoli R., La formazione permanente degli assistenti sociali: un’esperienza regionale, 1986, 4, pp. 3-26; Testa M., Con il concorso della Regione Lazio, programma formativo per assistenti sociali, 1988, 1, p. 84).

Negli anni ’90 appaiono sulla Rassegna alcune note firme del servizio sociale trentino tra i quali si annoverano Fabio Folgheraiter, autore di un fortunato testo sulla metodologia di rete e Dario Ianes prolifico scrittore sulla disabilità e gli interventi in ambito educativo. Da segnalare, infine, l’opinione di chi ritiene che il servizio sociale non sia la causa di tutti i problemi (Il disavanzo pubblico è tutt’altro che imputabile al cosiddetto Stato sociale: intervista con l’economista Siro Lombardini, 1992, 4, pp. 103-106).

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Assistenza d’oggi (1950-1971)

Assistenza d’oggi: rassegna di problemi dell’assistenza a cura dell’Amministrazione aiuti internazionali.

L’AAI (Amministrazione Aiuti Internazionali) era un ente misto pubblico-privato nato in seguito alla fusione nel secondo dopoguerra tra Unite Nation Relief and Reabilitation Association (UNRRA), Pontificia Opera di Assistenza (POA) ed altri enti minori. Nel 1947 l’Italia aderì all’International Conferenze of Social Work in seguito alla costituzione del Comitato italiano di servizio sociale (Torru V., A Roma la X conferenza internazionale di servizio sociale, 6, 1959, pp. 79-82, p.79). Nello stesso anno l’AAI fu determinate per il finanziamento (17 miliardi di Am-Lire) e l’avvio dell’attività didattica delle scuole di abilitazione all’esercizio della professione di assistente sociale. L’AAI sopravvisse fino al 1977 quando fu trasformata in “Direzione per i servizi civili del Ministero dell’Interno”.

Lo scopo dell’AAI era di creare delle scuole di abilitazione autonome ed indipendenti dal governo in modo da evitare gli errori del passato: «Il 19 settembre alcuni enti di Genova (Provincia, Università degli studi, Associazione industriali, Camera di commercio, Onarmo, Ucid) si sono riuniti in comitato per promuovere l’istituzione di una scuola di servizio sociale. Il presidente della provincia ed il vice presidente della camera di commercio sono stati eletti rispettivamente presidente e vice presidente del comitato, che giunge da consiglio di amministrazione della scuola. La scuola si prefigge lo scopo di formare personale specializzato per il servizio sociale particolarmente addestrato sul piano scientifico tecnico e professionale e la sua istituzione in Genova è considerata particolarmente felice in quanto la regione offre largo campo di azione alle nuove discipline sociali ed assistenziali. I corsi che avranno una durata di tre anni ed una impostazione teorico-pratica saranno svolti sotto la guida di docenti scelti tra professori universitari, funzionari di enti assistenziali ed esperti di provata competenza. […] La segreteria della scuola ha sede presso il centro studi della camera di commercio di Genova» (Nuova scuola di servizio sociale, 1953, 5, p. 110).

In realtà, dato il clima politico del tempo, diviso in due blocchi ideologici, era impossibile assumere una posizione neutrale. Nel 1950, con a capo Ludovico Montini (1896-1990), senatore e fratello del futuro papa (Paolo VI), si decise di pubblicare una rivista sui problemi dell’assistenza pubblica attraverso un punto di vista “neutro” che considerasse, sia ciò che accadeva all’interno del paese, verso le politiche sociali adottate di volta in volta dallo Stato italiano, sia all’esterno, verso le assemblee periodiche dei gruppi professionali degli operatori sociali e l’internazionalismo. Il titolo scelto “Assistenza oggi” ricalca un fattore cronologico fondamentale come discriminante rispetto al passato considerato superato ma non per questo da dimenticare. Sono molti, infatti, gli articoli che trattano di storia contemporanea e moderna in riferimento alle politiche assistenziali dell’Italia unitaria e fascista, es. sulle origini e fortuna delle scuole rurali dal 1859 al 1955 (Cottone C., La scuola unica pluriclasse in Italia, 1958, 6, pp. 46-63) e sulle spese assistenziali dal 1860 al 1950 (Cosmo G., L’onere finanziario per l’assistenza e la previdenza sociale, 4, 1953, pp. 55-70). Su questo punto basti segnalare che negli anni ’50 la spesa assistenziale era praticamente raddoppiata rispetto al ventennio precedente: 600 miliardi di lire pari al 22,8% del bilancio rispetto ai 280 miliardi pari al 11,3% (Mingoni G., Miseria: oggetto dell’inchiesta, 1952, 4, pp. 35-37.). La struttura redazionale era costituita da una prima parte di saggistica e di una seconda parte documentaria (rassegne e notiziario) seguita dalle recensioni di articoli e monografie “fresche” di stampa. A partire dal 1958 tutte le rubriche furono trasfuse in un unico sommario eccetto le rassegne (legislativa, stampa, segnalazioni, recensioni).

Dal punto di vista etico, i partiti di sinistra si adoperarono con tutti i mezzi possibili per limitare il potere della famiglia italiana e di introdurre sistemi anticoncezionali per il controllo delle nascite. A tal proposito si legge di un’interessante disamina sui sistemi anticoncezionali dal punto di vista cattolico e quello laico (Colombo U.M., Politica assistenziale e controllo delle nascite, 1965, 2, pp. 54-61). Spesso si ricorreva agli ordinamenti superiori per avallare quelli italiani (Lapenna E., La politica sociale nell’ordinamento della CEE e del Consiglio Europeo, 1965, 2, pp. 71-91). I partiti di destra, d’altro canto, subirono l’iniziativa politica altrui, confinati all’opposizione da logiche democratiche e non solo: sta scritto di una ”caccia alle streghe” conclusa come metodo di lotta politica (Trevisan C., Recensione su Ceriani-Sebregondi G., Sullo sviluppo della società italiana, 1965, 6, pp. 129-132, p. 129).

Il condizionamento ideologico dell’AAI sulle scuole di abilitazione si realizzò tramite due strumenti: il Comitato tecnico di controllo che si occupava di monitorare i requisiti di qualità e di scientificità delle scuole e la Commissione per i programmi speciali che si occupava di fornire sussidi extra didattici: «l’AAI diffuse nel corso degli anni cinquanta il modello anglo-americano della teoria e pratica del servizio sociale» (Istituzioni e politiche sociali a Torino negli ultimi 50 anni, p. 49). Fortunatamente il servizio sociale italiano sopravvisse ai tentativi di conquista stranieri, grazie alla formazione giuridica nostrana (la stessa Tarugi era laureata in legge), basata sul diritto romano, piuttosto che sul pedagogismo anglosassone (Fiorentino F., Giornata di studio sulla disciplina giuridica della professione di assistente sociale, 1953, 5, pp. 78-84).

L’attenzione verso le scuole di abilitazione evidenzia, inoltre, la tendenza a prediligere le discipline teoriche a discapito di quelle più pratiche, anche grazie alla collaborazione di docenti autorevoli come Franco Ferrarotti (Un contributo agli studi sociali in Italia, 1958, 3-4, pp. 78-81; cfr. anche M.A.T., Recensione su Greenwood V.E., Social science and social work, ”Centro sociale”, 1956, 7, pp. 46-48). Da questo punto di vista, la docenza inizia a caratterizzarsi per un certo, e quanto mai anomalo “tecnicismo”, piuttosto che per le competenze professionalizzanti come dimostra il primo congresso nazionale di sociologia a Perugia dall’8 al 15 settembre 1959 (Un contributo agli studi sociali in Italia, 1958, p. 78).

Già all’inizio degli anni ’50 è possibile delineare un bilancio sull’occupazione delle assistenti sociali neodiplomate al Cepas: per l’assistenza ai minori (Ministero di Grazia e Giustizia) n. 10; per l’assistenza psico-pedagogica (ENPMF, ONMI, SIAME, Cliniche psichiatriche) n. 14; per l’assistenza familiare (UNRRA-CASAS, OAM) n. 3; per l’educazione popolare (UNLA, CCEP, CRI, monitrici) n. 5; per l’assistenza sociale sanitaria (ONMI, Ufficio d’igiene) n. 3; per l’assistenza ai lavoratori (INAIL, CGIL, patronati, CISL, INCA) n. 8; per l’assistenza ai profughi (IRO) n. 1; per l’orientamento professionale, studi e ricerche (CNR, Camere di commercio), n. 5; perché sono elencate le posizioni solo delle neodiplomate al Cepas e non anche delle altre scuole? Perché sono state collocate, per la maggior parte, in enti creati durante il fascismo e ciò dimostra la guerra ideologica in atto (Calogero Comandini M., Le scuole di servizio sociale in Italia e all’estero, 1950, 5, p. 40-43). Tra gli enti che hanno assunto assistenti sociali non figura l’ECA nonostante l’esistenza di 7747 enti, tanti quanti i comuni e di circa 4 milioni di iscritti nell’elenco dei poveri. Gli organici erano bloccati perché il Ministero degli Interni aveva una mentalità elemosiniera e perché il Tesoro non si decideva ad aumentare di alcuni miliardi lo stanziamento per l’assistenza generica; a Milano e a Trento, tuttavia, sappiamo che vi lavoravano personale specializzato e che si è trovato il modo di superare le difficoltà statutarie (Molino G., Risposta a Chilovi B., 1050, 5, pp. 47-49; Molino G., Le scuole italiane, la preparazione degli allievi e il collocamento dei diplomati, 1950, 6, pp. 53-54).

La professione di assistente sociale non è esente da polemiche, es. il deficit formativo nei confronti delle altre professioni attive nel mercato del lavoro (Milana Lasa G., Il tirocinio e la supervisione nell’addestramento degli operatori sociali, 3, pp. 28-40), fino ad entrare in una vera e propria crisi (Torri V., La crisi del servizio sociale, 1962, 1, pp. 39-49), a causa di una vaga e quanto mai utopistica “liberazione dal bisogno” (Recensione a Dellitalia L., Il servizio sociale e l’importanza delle funzioni degli assistenti, 1959, 6, pp. 103-104). In particolare, l’assistente sociale poteva essere qualificato libero professionista? Secondo l’avv. Giovanni Miraldi, tra il rischio di far diventare gli assistenti sociali tutti impiegati di un organismo statale e la costituzione della professione libera, questa ultima si confaceva più al lavoro del servizio sociale, riconoscendo tuttavia che allo stato attuale non si può parlare di libera professione in quanto il rapporto impiegatizio di lavoro subordinato deve essere considerato una diramazione della libera professione. (Fiorentino F., Il servizio sociale, 1953, 6, pp. 69-75).

Non mancano, però, spunti interessanti sui metodi e sulle tecniche di servizio sociale, es. sull’utilità della cartella sociale (Molino G., Verbano S., Come conoscere la personalità e i problemi dei minori ospitati negli istituti assistenziali, 1956, 5-6, pp. 22-34), sulla documentazione nel group-work (Fiorentino E., La registrazione nel servizio sociale di gruppo, 1957, 3, pp. 40-45), sulla pratica del tirocinio formativo (Comitato di coordinamento delle scuole di servizio sociale, Il coordinamento dei tirocini pratici in Roma, 1957, 4-5, pp. 35-39), sull’Ufficio per le Relazioni con il Pubblico (Pastore A., Esperienze di servizio sociale negli enti locali, 1959, 3, pp. 101-104), sul Piano di Zona (Sacco A., Venturini M., Servizio sociale urbanistico, ”Assistenza oggi”, 1964, 4, pp. 76-83, p. 77), sulla scelta dei libri di testo, ad es. quello di Miani e Calabrese, Statistica per assistenti sociali (Capo E., Antologia di ricerca sociale, 1964, 5-6, pp. 122-128).

Negli anni ’50 l’Italia si ritrova ad affrontare problemi vecchi ed alcuni nuovi. Come molti sanno, durante l’invasione della penisola, gli eserciti alleati si abbandonarono alle più efferate violenze contro la popolazione inerme (Napoleone A., I figli della guerra, 1954, 5, pp. 22-28). Un altro problema riguardava il fabbisogno residenziale causato dai bombardamenti dell’aviazione anglosassone. Pertanto il governo emanò il D.L. 02.07.54 n. 619 ”Lotta contro il tugurio” che, traendo spunto dall’inchiesta parlamentare sulla miseria, si proponeva la costruzione di 3 milioni di appartamenti in 3 anni. È il preannuncio di quella politica, del cd. “cemento selvaggio”, che seppellirà i quartieri periferici delle città italiane, trasformandole in pericolosi focolai di problemi e disagi (Rassegna legislativa, 1955, 1; Santangelo, Da Napoli: vita dell’amministrazione, 1956, 2, pp. 76-77). Il servizio sociale, pertanto, fu istituito sia in ambito urbano (Rubinacci L., L’inchiesta sulle condizioni dei lavoratori in Italia, 1958, 3-4, pp. 16-37), sia quello rurale tramite il ”servizio sociale in risaia” dove le assistenti sociali partecipavano all’organizzazione del lavoro (Rassegna della stampa, 1955, 4, p. 92) alle quali si affiancarono altri operatori quali assistenti sanitarie visitatrici ed educatrici (Montini L., La politica sociale, 1958, 3-4, pp. 3-15). Altri problemi urgenti riguardavano l’assistenza ai profughi e agli emigranti: 4.130 profughi provenienti dalla Jugoslavia e dall’Ungheria rimasti in Italia dalla fine della guerra (L’amministrazione aiuti internazionali per i profughi stranieri, 1957, 2, pp. 110-111); migliaia di italiani, ex coloni, in Africa Orientale, in quanto il paese, in base agli accordi internazionali, conservava l’amministrazione fiduciaria, per conto dell’ONU, con tutti gli annessi problemi assistenziali sulle condizioni sociali in Somalia (Cao Pinna M., Documentazioni, 1955, 1, pp. 66-69); tutti gli “ex sudditi” dell’Impero che dovevano fare i conti con la propria mutata condizione di “cittadinanza” in seguito alla promulgazione della Costituzione (Federici M., Introduzione all’assistenza, 1956, 5-6, pp. 8-13).

Nel 1958 è approvata la “Legge Merlin” che abolisce le Case di tolleranza nel tentativo di estinguere lo sfruttamento della prostituzione, tuttavia nelle conclusioni si legge che «la L. 75/58 non abolisce la prostituzione»; del resto erano ancora vive le teorie criminologiche che dimostravano l’esistenza in questi tipi di donne di una formula propria endocrino-vegetativa che ne causava la delinquenza (Cause e profilassi della prostituzione, 1958, 5, numero speciale; cfr. Carrara M., L’antropologia criminale e l’endocrinologia, “Archivio di antropologia criminale”, 1935, 6).

Fortunatamente, il sistema di sicurezza sociale italiano poteva contare sui successi ottenuti dal precedente regime. Una tappa importante di tale passaggio fu la distinzione tra assistenza di tipo generico ed quella di tipo specifico introdotta espressamente dalla legge 3 giugno 1937 n. 847 (Legge istitutiva degli ECA). La prima svolta dagli ECA ed esplicata in favore del bisognoso senza che le caratteristiche di tale bisogno lo qualifichi immediatamente; la seconda, l’assistenza specifica, più direttamente svolta da apposite istituzioni nazionali (ONMI, ENAOLI, INAM) cui lo Stato affida il compito di prestare l’assistenza a determinate categorie di cittadini che reclamino prestazioni a carattere specifico (Cataldi G., Colombo U., Mazzoni G., Assistenza generica e specifica, 1960, 2, pp. 3-26). Se ne tornò a parlare anni dopo in vista del disegno di legge di riforma dell’assistenza distinguendo tra assistenza complementare e quella di base (Cattui De Menasce J., Linee indicative per una riforma assistenziale, 1964, 3, pp. 27-48). La legge di riordino fu approvata solo alla fine degli anni ’70 quando, però, le mutate condizioni politico-sociali permisero all’Italia di avere un sistema cd. ”dalla culla alla bara” che è, in fin dei conti, l’alba dello statalismo (Cao Pinna M., Trevisan C., Appunti sulla riforma dell’assistenza sociale, 1964, 4, pp. 3-19). La legge sugli ECA aveva, inoltre, introdotto per la prima volta un’addizionale su talune imposte erariali per fini di assistenza sociale, si tratta cioè del primo tentativo di fiscalizzare gli oneri sociali così come avvenne 30 anni dopo grazie alla trasformazione dal sistema contributivo, cioè lavoratore-datore, a quello retributivo, cioè lavoratore-datore-cittadini (Giordano M., Recensione su ISLE, Fiscalizzazione degli oneri sociali e riforma della previdenza sociale, 1965, 4-5, pp. 140-144; cfr. La Torre M., La nuova legge sugli ECA).

Dopo la guerra, il mutato clima politico e sociale, le gravi necessità assistenziali createsi e l’ansia generale di risanare le ferite del conflitto, favorirono la rinascita delle scuole di preparazione per le assistenti sociali. I promotori, generalmente persone che avevano diretta conoscenza di scuole ed esperienze straniere, costituirono dei comitati di natura privata (Onarmo, Ensiss, Unsas), di cui fecero parte personalità della cultura e della politica dell’epoca ed esponenti di organismi in grado di aiutare finanziariamente le scuole. All’origine di tutto vi era stata l’esperienza della Scuola superiore di servizio sociale di San Gregorio al Celio fondata a Roma nel 1928 per interessamento delle due confederazioni generali dell’industria e dei lavoratori dell’industria e gli assistenti sociali da essa diplomati (solo elementi femminili) erano destinati per la grandissima parte al personale delle fabbriche. Malgrado le scuole fossero tutte biennali, già in qualche sede si sosteneva l’opportunità della triennalità dei corsi. Uno dei metodi delle scuole di servizio sociale italiane è il case work cui parallelamente si associa l’interesse per lo studio psicologico fino ad evidenziarsi l’insegnamento del group work nel 1956. Nel 1958 le scuole incominciarono a rivolgere la propria attenzione al community work, la ricerca sociale e l’amministrazione dei servizi. (Evoluzione della formazione degli assistenti sociali in Italia, 1960, 5, pp. 64-71).

Negli anni ’60, l’AAI si adoperò per l’introduzione del servizio sociale nella scuola dell’obbligo per diversi motivi: per favorire l’integrazione sociale dei figli dei lavoratori meridionali emigrati al nord; per “conquistare” un ente pubblico, quale la scuola, tradizionalmente deputato all’allocazione di personale; per favorire l’omogeneità biologica della specie e contribuire al rafforzamento della medesima (Il doposcuola, 1961, 5-6, pp. 13-92; s.t., 1963, 6, numero speciale sulla dieta alimentare nei refettori scolastici). Almeno un decennio prima, già altri avevano tentato un’impresa simile (cfr. Cattui De Menasce J., Al servizio dei giovani, “Ragazzi d’oggi”, 1951, 2, pp. 5-6). Negli anni ’70, grazie alle politiche di decentramento, l’organizzazione scolastica passò di competenza alle istituzioni provinciali (D.L. 03.07.1969 n. 1652 ”Istituzione obbligatoria del servizio sociale nelle Province” “proposta Foschi”, 1969, 6, p. 126). Fieri della tradizione migratoria italiana, i lavoratori non solo erano richiesti dalle industrie del nord ma persino negli angoli più reconditi del mondo tanto da indurre le istituzioni a fondare un apposito centro di ricerca: «Si è costituito a Napoli presso la Mostra d’Oltremare, il Centro studi emigrazione italiana con lo scopo di indagare sulle possibilità emigratorie italiane in relazione alle richiese di mano d’opera di paesi esteri» (Il centro studi emigrazione italiana, 1953, 4, p. 90).

Fin dal primo numero della rivista si tenta di dare una definizione al servizio sociale: «per beneficenza intendiamo il complesso delle attività di soccorso svolte dall’uomo, individualmente o anche in forma organizzata, per una esigenza di amore e di carità verso i suoi simili. Attività quindi essenzialmente privata: nel nostro attuale ordinamento può tuttavia essere svolta da istituzioni che la legge definisce pubbliche, pur traendo origine e mezzi di vita dalla privata iniziativa. Per assistenza sociale il complesso di attività, di organismi, di provvidenze giuridico-amministrative predisposte dalla società politicamente organizzata in favore delle categorie e delle classi meno favorite in virtù della loro appartenenza alla collettività e ai fini della conservazione e del miglioramento generale della società stessa. Attività quindi di natura pubblica, propria dello Stato e dei suoi enti ausiliari, che trova in questo senso una sufficiente indicazione anche nel termine di assistenza pubblica. Per servizio sociale il complesso delle attività di assistenza metodicamente svolte da persone tecnicamente e moralmente preparate, attività costituenti superamento, nelle finalità, della beneficenza privata e completamento, nella pratica esplicazione, dell’assistenza pubblica. Il servizio sociale così inteso può essere sia attività privata sia attività di natura pubblica, ove lo Stato direttamente si avvalga dei suoi metodi nello svolgimento dei propri compiti assistenziali» (Torri V., Terminologia e concetti assistenziali, 1950, 4, pp. 14-15).

La ricerca sulle definizioni del servizio sociale non si ferma e riprende appena un decennio più tardi, con un taglio decisamente più politico: l’assistenza non è ancora entrata pienamente nel discorso politico statuale. Lo Stato pensa all’assistenza, in termini di politica generale, come un industriale amministra, nel quadro della politica aziendale, il fondo destinato alle erogazioni benefiche. (…) A ben guardare il rapporto tra l’assistenza e lo Stato si riduce a quello, classico, tra Stato e società. Assistenza e società sono, infatti, termini sostanzialmente riducibili ad unità: l’assistenza è una tipica operazione sociale, così come tipiche operazioni sociali sono l’attività economica, il mutuo soccorso, la diffusione della cultura. (…) Così lo Stato (…) deve essere nello stesso istante imprenditore e supremo regolatore della vita economica, assicuratore sociale e garante dei margini di sicurezza economica, medico e tutore delle superiori esigenze sanitarie. A questa antinomia dobbiamo leggere, per comprenderla fino in fondo, la difficoltà per lo Stato di integrare l’assistenza vitalmente nel suo contesto, per le strutture amministrative di accettare, fino in fondo, il servizio sociale come metodo assistenziale (Marongiu G., Il contributo del servizio sociale allo sviluppo di una politica assistenziale, 1961, 3, pp. 50-51).

La rivista chiude l’ultimo numero nel 1971 in concomitanza con l’inizio dell’iter legislativo di una serie di riforme che muteranno radicalmente il sistema assistenziale tese a decentrare le competenze (regionalismo), alienare la responsabilità dei servizi dagli enti parastatali (Onmi, Enaoli, Eca) verso quelli locali (Ussl, Comuni, Provincie), porre le premesse per l’integrazione sociosanitaria (Riforma dell’assistenza per un sistema dei servizi sociali, 1971, 6, pp. 76-82). In conclusione si tratta di un validissimo “spaccato” di uno dei periodi più interessanti della storia d’Italia (i mitici anni ’60) ma che pecca di riduzionismo per una professione che, da italiana, diventa sempre meno nostrana e più straniera (Luzzatto F., Servizio sociale o social service?, 1964, 1-2, pp. 95-101).

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Maternità e infanzia (1925-1975)

Rivista dell’assistenza all’infanzia (dal 1925). Cambia il titolo da “Maternità e infanzia: rivista mensile dell’Opera Nazionale per la Protezione della Maternità e Infanzia” (dal 1926 al 1952 e dal 1958 al 1974) a “Nostro figlio” (dal 1953 al 1957). Direttore responsabile: Attilio Lo Monaco-Aprile (1926), Guido d’Ormea (1927), Alberto Blanc (1928-30), Sileno Fabbri (1931-37), Carlo Bergamaschi (1938-40), Alessandro Frontoni (1941-43), Sergio Nannini (maggio-luglio 1943), Urbano Ciocchetti (1947-1958), Elio Zambrano (1959-1961), Angela Gotelli, (1962-1969), Gian Carlo Bruni (1970-1974), Francesco Gatti (1975).

Introduzione

L’Opera nazionale per la protezione della maternità e infanzia, ente di diritto pubblico sorta in seno al Regime Fascista (Legge 10 dicembre 1925 n. 2277) era organizzata su base provinciale. Presso ogni federazione poi vi era un Comitato di Patronato, un Ufficio di servizio sociale e un Centro di osservazione per minorenni (dal 1934). Prima del 1958, cioè prima dell’istituzione del Ministero della Sanità, l’Onmi era controllata dal Ministero dell’Interno (Sircana M.T., L’assistenza all’infanzia in Italia, 1964, 12, pp. 996-1001, pp. 997). Nel 1962 si contavano complessivamente circa 10000 centri di assistenza di cui oltre la metà costituita da consultori pediatrici (6141), asili nido (492), refettori (616) e case di accoglienza (369).

I presidenti dell’Onmi furono: Alberto Blanc (1925-30), Sileno Fabbri (1931-37), Carlo Bergamaschi (1938-40), Alessandro Frontoni (1941-43), Sergio Nannini (maggio-luglio 1943), Urbano Ciocchetti (1947-1958), Giuseppe Caronia (1959-1961), Angela Gotelli (1962-71), Calogero Garaci (1972-1975).

I direttori della rivista furono: Attilio Lo Monaco-Aprile (1926), Guido d’Ormea (1927), Alberto Blanc (1928-30), Sileno Fabbri (1931-37), Carlo Bergamaschi (1938-40), Alessandro Frontoni (1941-43), Sergio Nannini (maggio-luglio 1943), Urbano Ciocchetti (1947-1958), Elio Zambrano (1959-1961), Angela Gotelli, (1962-1969), Gian Carlo Bruni 1970-1974 Francesco Gatti 1975. Il primo numero della rivista uscì relativamente tardi rispetto all’istituzione dell’Onmi e ciò perché solo nel novembre del ’26 si era potuto procedere alla costituzione dei consigli direttivi delle federazioni provinciali; ecco perché la prima annata presenta solo gli ultimi due fascicoli (novembre e dicembre).

Collaborarono alla redazione molti nomi celebri del panorama scientifico italiano e non solo: Benigno Di Tullio, Nicola Pende, Attilio Lo Monaco Aprile, Adriano Ossicini, Carlo Trevisan, Renato Breda, Grazia Deledda. Negli anni ’30 scrive il celebre pediatra calabrese Rocco Jemma a cui fu intitolata più tardi la Casa della madre e del bambino di Napoli (Jemma R., L’uso del miele nei bambini sani ed ammalati, 1, 1935, pp. 7-8). Negli anni ’50 figura anche Mario Verdone il critico cinematografico e futuro papà di Carlo uno degli attori più rappresentativi della commedia italiana (Verdone M., Il cinema si è accorto di loro, 1954, 6, p. 48).

La struttura editoriale contempla un’ampia sezione dedicata alla saggistica multi-disciplinare seguita dal notiziario, dalla cronaca delle attività assistenziali e dalle recensioni. In seguito alla caduta del Regime Fascista la rivista sospende le pubblicazioni nel 1943 per riprenderle nel 1947. Nel 1953 fino al 1958 cambia titolo in “Nostro figlio” ampliando le rubriche per un pubblico più popolare: “La posta delle famiglie”, “Cinerassegna”, “Nel paese di Lilliput”, “Città e paesi in cartolina”, “Il corrierino di Pompei”, “Il mese dell’ONMI”, “Libri e giornali”, “Diario di papà”, “Giocattoli” e “L’assistente sociale” questa ultima firmata da Giorgio Rossi e dedicata ai problemi di gestione (Rossi G., Il ricovero è la migliore soluzione?, 1954, 7, p. 59; Id., I genitori non possono essere lasciati del tutto arbitri della sorte dei loro figli, 1954, 9, p. 59; Id., Chi educa i ragazzi ricoverati in istituto?, 1955, 2, p. 61; Id., I veri bisogni dei bambini assistiti, 1955, 5, p. 57; Id., Pacchi ai “carusi”, 1955, 7-8, p. 19; Id., Una mamma attende un bimbo, quali aiuti le sono offerti?, 1955, 11, pp. 14-15; Id., Quali le provvidenze per la mamma dopo il parto?, 1956, 2, pp. 15-16.) al quale nella seconda metà degli anni ’50 si aggiunsero altri consulenti (medico, maestro ed avvocato). Negli anni ’60 la rivista si attesta ad un “target” più selezionato con le rassegne bibliografiche e quelle legislative. Dal 1970, sempre a cura dell’ONMI, esce contemporaneamente il mensile “Mamme e bambini”.

La rivista prevedeva due forme di abbonamento: i soci benemeriti versavano la somma di 10 mila lire mentre i soci permanenti una somma di 500 lire, i temporanei la somma di 60 lire all’anno (1, 1926, pp. 78-80).

Ciò che si evince fin dalle prime battute è il tentativo di distanziamento dal metodo tradizionale ritenuto paternalistico e la predilezione per la giustizia sociale, mentre le “poor law” inglesi volevano solo preservare la società dai disordini derivanti dalla miseria (Blanc A., Il fascismo e il problema della razza, 1927, 10, pp. 17-27). L’identità italiana del servizio sociale nazionale del resto fu riscoperta grazie alla legislazione penale minorile e più precisamente dopo l’istituzione del Tribunale per i minorenni che è il frutto dell’insegnamento della scuola positiva lombrosiana (1929, 4, p. 433). «Il Fascismo, è inutile ripeterlo, nega la concezione negativa del minore come individuo non ancora giunto alla condizione psicologica che ne consente e ne determina lo “status civitatis”. Il minore, invece, rappresenta una forza spirituale che agisce nella vita sociale (…) il minore non è la speranza del cittadino: è l’uomo che vive già in società» (Fabbri S., Spirito e forme dell’assistenza a madri e famiglie, 1934, 7, pp. 1-4). Col trascorrere degli anni e con il perfezionamento della metodologia, anche l’assistenza italiana si distinse da coloro che fino a qualche anno addietro erano considerati amici o alleati: «Secondo la dottrina fascista, l’assistenza non corrisponde alla beneficenza, a base questa di carità, né corrisponde all’assistenza della rivoluzione francese a presupposto individualistico. La concezione fascista è tutt’altra cosa. Essa non cura l’individuo in sé e per sé, ma si prefigge di provvedere alla sanità della generazione; non è rivolta alla tutela per ragioni di filantropia elemosiniera, ma bensì per tenere alti gli elementi vitali del valore della stirpe, per contribuire al progresso, al rafforzamento della razza, nel migliorare le sue energie fisiche e morali al fine di renderla altamente produttiva (Bergamaschi C., Una giornata d’amore e di idee, 1937, 12, pp. 1-2, p. 1).
E ancora:
«Anche nel campo dell’assistenza si esige oggi un’azione meditata, metodica, sussidiata dall’esperienza scientifica. In verità non basta oggi dare il provvedimento assistenziale sic et simpliciter da ente pubblico o privato a individuo; ma occorre rendere partecipe l’individuo all’azione educativa che i fattori tecnici dell’assistenza devono compiere, perché l’atto assistenziale abbia tutto la sua efficacia morale e sociale, altrimenti come il beneficio è raggiunto e consumato, così passa senza lasciare alcun effetto nella personalità dell’assistito » (Fabbri S., L’assistenza della maternità e dell’infanzia in Italia, 1933, pp. 34-35).
Ben presto l’Opera si diffuse su tutto il territorio nazionale contribuendo non poco all’integrazione geografica tra Nord e Sud, a volte utilizzando strutture sottratte all’aristocrazia borbonica, come ad es. a Napoli dove fu fondato un istituto psico-pedagogico in una villa del ‘700 tra Portici e Cercola (Un istituto medico psico-pedagogico a Napoli, 1928, 8, p. 596). Sempre a Napoli, nei pressi dell’ingresso del tunnel “Laziale” vi era un centro di assistenza minorile di cui è rimasto il fabbricato. Vi erano poi una serie di “Casa della madre e del bambino” ubicata nel rione Principe di Piemonte ai Granili e un’altra presso l’Archivio di Stato (Inaugurazioni, 1936, 11, p. 12), la “Principessa Maria Pia di Savoia” di fronte all’ingresso dell’Ospedale psichiatrico a Capodichino e a Fuorigrotta la Casa “Maria Cristina d’Aosta” (Due nuove case a Napoli, 1939, 2, pp. 136-137).
Anche l’Onmi ebbe le proprie assistenti sociali la quale assunzione avveniva dopo attenta selezione dapprima nei ranghi dei Fasci femminili (Una circolare del Presidente Fabbri per l’assistenza all’infanzia, 1932, 6, pp. 625-626) e poi in apposite scuole su cui il Partito Fascista vigilava tramite un Ispettorato (Una seduta preparatoria, 1935, 2, p. 20). Alcune di esse furono impiegate fin dal 1934 nei nuovi Uffici distrettuali di assistenza sociale presso i Tribunali per i minorenni (Di Tullio B., I centri di osservazione ONMI, 1934, 10, pp. 3-5). Il Commissario straordinario Sileno Fabbri con propria deliberazione del 30 aprile 1932 approvava le norme relative ai corsi per la preparazione tecnica del personale da adibire ai servizi sociali dell’Opera, ancora oggi moderne per impostazione e programmi, tanto da non apparire dissimili dagli ordinamenti delle scuole di servizio sociale del dopoguerra. In base ad esse l’Opera istituì nei capoluoghi di provincia, che erano sede di istituti universitari, dei corsi di studio per l’abilitazione alla funzione di assistente sociale in modo da impiegarli presso i centri di assistenza materna e infantile. La durata del corso era biennale e vi potevano accedere coloro che si erano diplomate alla scuola superiore o che avessero conseguito il diploma di insegnamento alla scuola elementare (magistrale). Le infermiere, le assistenti sanitarie visitatrici o coloro che detenevano un titolo di studio equipollente potevano iscriversi direttamente al secondo anno. Il tirocinio consisteva in un periodo di esercitazioni pratiche presso un centro di assistenza materna e infantile sotto la supervisione di personale esperto. Il piano di studio per le assistenti sociali era così ordinato al primo anno: Principi di anatomia umana e fisiologia generale, concetti generali sulla gravidanza, sul parto e sul puerperio fisiologico, elementi di profilassi prenatale e postnatale, elementi di traumatologia e di pronto soccorso, cenni sulle malattie dell’infanzia, con particolare riguardo ai disturbi della dietetica e alle malattie infettiva, assistenza igienica del fanciullo sano e dal fanciullo malato a domicilio e nell’ambulatorio, nozioni elementari di neuropsichiatria infantile, elementi d’igiene sociale, servizio sociale, esercitazioni pratiche; al secondo anno: elementi di psicologia e pedagogia sociale, nozioni di demografia, principi di economia sociale e nazionale, economia domestica, organizzazione amministrativa e corporativa dello Stato, elementi di diritto civile e penale, legislazione sociale, ordinamento delle istituzioni di educazione, assistenza e previdenza, servizio sociale II, esercitazioni pratiche II (Nervi C., Il modello e l’istituto del servizio di assistenza sociale, 1933, 2, p. 10; cfr. Norme relative ai corsi per la preparazione tecnica del personale per i servizi sociali dell’Opera, Roma, Damaso, 1932).
Ecco come si tratta del “servizio sociale”:
«Viva e fervida attenzione hanno suscitato ovunque l’annuncio e le successive — per quanto succinte — esposizioni del nuovo ordinamento dell’Opera per la protezione della Maternità e dell’Infanzia. Con grande curiosità il pubblico ne segue i nuovi ordinamenti e i probabili sviluppi di domani e si domanda incerto: ma che cosa sono mai queste segretarie sociali, queste assistenti sociali di cui sentiamo ripetutamente parlare, come degli organi tecnici cui sarà affidata l’attuazione del vasto programma e dai quali dovrà dipendere tutta la riuscita e il successo delle direttive segnate con mano maestra dal R.Commissario? Che la beneficenza sia ormai superata dall’assistenza sociale, che la carità legale — contraddizioni in termini — non abbia più diritto di cittadinanza nello Stato Fascista è concetto che ormai va diffondendosi, che comincia almeno ad essere compreso. Che il Servizio Sociale sia un ulteriore sviluppo, più perfezionato e complesso dell’assistenza sociale — lo si sente dire, contraddire e discutere — ma che poi occorrano delle persone appositamente preparate, specializzate per questa nuova protezione del Servizio sociale — è ancora un mistero, un punto di colore assai più oscuro anche ai più iniziati. Non sono lontani i tempi in cui il maestro di scuola era magari il sarto o il il calzolaio del villaggio — che sapeva — o grande sapienza leggere e scrivere e quest’arte insegnava a suon di bacchetta ai privilegiati fanciulli che invece di andar tutto il giorno al lavoro dei campi potevan dedicare qualche ora alla scuola. Ma forse si è già dimenticato — in quest’epoca del rapido vivere e dalla breve memoria – quali lotte e quali forze abbiano costati ai pionieri dell’educazione questi semplici concetti ormai universalmente accettati: che l’insegnare, anzi l’educare è un’arte che va appresa, che l’insegnare anzi l’educare è una professione che esige tutte le forze, tutta la giornata! Sembra tanto naturale oggi, eppure altrettanto strano sembra che per « aiutare il prossimo », per soccorrere il povero, « per lenire la miseria a occorre un corpo professionale apposito, che non bastino i celebri volenterosi (e quanti ve ne sono al giorno d’oggi?) di buon more e di buon senso. Eppure proprio l’esperienza di questi primi anni di funzionamento dell’Opera Maternità e Infanzia ha ancor una volta dimostrato che i patroni e le patronesse da soli sono capaci all’arduo compito della protezione morale e giuridica, dell’assistenza educativa del fanciullo nella sua famiglia e fuori di essa. Questo compito importantissimo, altrettanto e fare più ancora di quello igienico-sanitario, il solo preso in considerazione sin d’ora, è stato trascurato perché non vi era chi potesse attuarlo, ed appunto, per quella ragione l’Opera Nazionale si deve creare il personale altamente qualificalo che a capo delle Federazioni Provinciali e dei Centri di Assistenza Materna e Infantile sappia metterne in valore e potenziarne tutte le attività. La vigilanza sui minori collocati fuori della dimora dei genitori, presso nutrici o allevatori; il collegamento in famiglia anziché il ricovero in istituti; la protezione e la repressione della delinquenza minorile in collaborazione col Magistrato dei Minorenni, l’orientamento professionale e la protezione dei giovani lavoratori; ecco altrettanti campi vastissimi e complessi per cui occorrono, tanto ai posti di direzione, come in quelli periferici, a diretto contatto con il popolo, persone di un alto livello culturale, che abbiano ricevuto una specifica formazione a quella che deve costituire la loro professione, cioè la loro unica ed esclusiva intera occupazione. Noi non abbiamo aurora in Italia Scuole di Servizio Sociale come fiorirono da decenni nei principali Stati del mondo. Soltanto mi primo passo — promettente e prospero — è stato fatto con l’istituzione in Roma — per opera del Partito Fascista — or son quattro anni della Scuola Superiore Fascista di assistenza sociale che ha preparato ben 60 assistenti sociali di fabbrica, alle dipendenze della Confederazione dell’industria. E intanto — in attesa che la Scuola italiana di servizio sociale venga al più presto a colmare una lacuna sentita nel nostro ordinamento scolastico e assistenziale — l’Opera Nazionale Maternità e Infanzia ha istituito in Roma e in Milano corsi accelerati per la preparazione tecnica del personale per il Servizio Sociale dell’Opera. È un’altra benemerenza dell’Ente parastatale fascista per eccellenza di aver inteso e compreso questa urgente necessità e di aver aperto così uno sbocco attraente dal lato materiale e morale e tante energie preziose — sopratutto femminili — che giacciono inoperose e si consumano inutilmente in altre attività più anguste e precarie. I giovani laureati in giurisprudenza, scienze politiche e scienze economiche commerciali, che s’iscriveranno ai corsi accelerati per Segretario Sociale potranno vederai schiudere 1’adito a funzioni direttive ricche di responsabilità e di soddisfazioni; alle giovani maestre, alle giovani diplomate di liceo e di istituto tecnico che s’iscriveranno ai corsi accelerati per Assistenza Sociale, l’Opera Nazionale offre la possibilità di consacrare il loro desiderio di operosità feconda e benefica ad una professione, che dai Centri di Assistenza Materna e Infantile le porterà in mezzo al popolo, nelle famiglie umili e bisognose, di cui diverranno le confidenti, le consigliere e le educatrici (Dessau F., Il servizio sociale, 1932, 5, pp. 464-465).
Il 19 ottobre 1932 nel salone dell’Istituto Fascista di Cultura di Roma il R. Commissario dell’O.N.M.I. Sileno Fabbri tenne una prolusione ai corsi di preparazione delle assistenti sociali dell’Opera (Fabbri S., Il servizio sociale dell’Onmi, “Maternità e infanzia”, 1932, 11-12, pp. 997-1010):

«Dichiaro subito, per sgombrare il terreno da possibili equivoci, che, coloro i quali frequenteranno questi corsi, non saranno alla fine collaudati con uno dei soliti “pezzi di carta” muniti di firme più o mono autorevoli e contrassegnati dai sacramentali timbri burocratici, quasi a rappresentare la consacrazione ufficiale della scienza concentrata; perché si vogliono semplicemente addestrare i frequentatori all’esercizio del “servizio sociale” applicato alla maternità e all’infanzia.
Non dovete pertanto attendere, che, secondo le costumanze più diffuse in questa occasione, io faccia una prolusione a base di dottrina pura; non dovete attendere che illustri, ad esempio, i prolegomeni dell’assistenza sociale; in quanto io vi dirò solo la parola piana, e spero persuasiva dell’esperto che da lungo tempo ha vissuto e profondamente sentito questa magnanima “Opera” alla quale il “Regime Fascista” ha confidato le sorti delle nuove generazioni, parola quindi diretta a porvi di fronte alla realtà.

Ragione d’essere dei corsi

A questo punto voi domanderete: Perché l’Opera nazionale per la protezione della Maternità e dell’Infanzia ha indetto siffatti corsi se essi non sfociano in “brevetti di collaudo” degli allievi che dimostreranno di averne tratto profitto ?
Rispondo.
In primo luogo, perché non si vuol creare una nuova categoria di professionisti ma si vuole unicamente formare l’animus, formare l’abito mentale di un tipo sui generis di funzionario, che servirà solo all’Opera Nazionale Maternità e Infanzia per assolvere con spirito di missione non un compito burocratico ma un compito complesso politico, critico, amministrativo, sociale, e nelle sue ultime finalità, anche economico, perché quando le Nazioni hanno scarsa natalità, fatalmente sono destinate alla servitù cd alla miseria, mentre, quando hanno alta natalità, sono destinate al comando ed alla prosperità.
In secondo luogo, perché si vuole affrettare il ritmo dell’esperienza, che questo personale sui generis dovrebbe fare altrimenti mediante un lungo tirocinio da compiere in “corpore vili” delle nostre organizzazioni e delle nostre scarse finanze, sì che esso sia « efficiente » nel momento medesimo nel quale entrerà nell’esercizio delle sue funzioni.
Taluno ha trovato motivo di critica a questa decisione dell’Opera di creare per il proprio funzionamento tecnico il suo “tipo di personale”, come l’ha ad esempio la Croce Rossa nelle Assistenti Sanitarie e nelle Infermiere, come l’ha la Confederazione Nazionale Fascista dell’Industria nelle Assistenti sociali di Fabbrica create dalla “Scuola per le Assistenti Sociali del Partito” alla quale io guardo con le più vive speranze per l’avvenire.
Ebbene costoro danno prova, a ben sette anni di distanza dalla creazione dell’Opera, di una superlativa ignoranza intorno alla sua natura e alle sue finalità.
La pubblica opinione ha però a questo riguardo (bisogna dirlo francamente e onestamente) attenuanti generiche e specifiche, essendo stata piuttosto manchevole la propaganda rivolta a fare esattamente comprendere e valutare lo spirito e le finalità della legge 10 Dicembre 1925 istitutiva dell’Opera.
Quest’azione preventiva è stata manchevole, ma è doveroso guardare anche il rovescio della medaglia.
Pensate! Si trattava in un primo luogo di vincere enormi, preoccupanti difficoltà d’ordine psicologico, perché nelle regioni ricche di istituzioni d’assistenza della maternità e dell’infanzia, queste videro sorgere con estrema diffidenza il nuovo grande organismo sotto l’egida potente dello Stato; viceversa nelle regioni in cui la beneficenza privata non ha ne lontane tradizioni, ne vicine manifestazioni concrete, le speranze furono esuberanti.
Nel campo pratico, bisognava organizzare “ab imis” le tante Federazioni quante erano le Provincie, con i relativi Parlamentini fissati dalla legge del 1923; scegliere migliaia su migliaia di patroni e patronesse per formare i Comitati di Patronato in circa 7500 Comuni; creare migliaia di consultori per madri e per bambini; inquadrare, in una parola l’assistenza della maternità e dell’infanzia in tutta la Nazione.
Contemporaneamente bisognava attendere alla preparazione di tutto il personale volontario (escluso quello specializzato) alle più moderne forme d’assistenza materna ed infantile stabilite dalla legge 10 dicembre 1925 e dal relative regolamento.
E poiché tutto questo non si poteva umanamente improvvisare, e d’altra parte non sarebbe stato stato politico di temporeggiare, così, per funzionare immediatamente, si sono adottate le forme più comuni e semplicistiche della pubblica beneficenza.
Di qui la spiegazione del funzionamento dell’Opera con i metodi delle Congregazioni di Carità, anziché con il suo metodo, cioè quello del “servizio sociale”.
Orbene se nei primi anni, si è operato confidando nello spirito di iniziativa delle persone preposte, sia al centro sia alla periferia, alle varie complesse funzioni di questo grande Ente parastatale; se il metodo empirico adottato ha avuto giustificazioni generiche, in quanto si trattava di creare “ab imis” un nuovo organo tra innumerevoli difficoltà di ogni genere (fil difetto di persone preparate, l’insufficienza di mezzi finanziari, le lacune e le contraddizioni delle disfunzioni legislative e dei regolamenti in vigore); se è spiegabile che nella mobilitazione e nel concentramento iniziale delle forze destinate a combattere una così grossa battaglia, sia avvenuta qualche confusione; non è lecito continuare all’infinito a confidare nello “stellone” dell’altrui buona volontà, o nella misericordia del Buon Dio; ma occorre, senza ulteriori indugi, lavorare razionalmente.
Perciò è giunta l’ora nella quale e necessario procedere alla “messa a punto” di questa grande “Opera”.

L’insegnamento di sette anni di esperienza

Dopo sette anni di esperienza abbiamo il preciso dovere di fare questa “revisione” affinché l’Opera possa raggiungere quella che, in gergo sportivo, si appella “pina forma”. Che cosa c’insegna l’esperienza? Due cose fondamentali. Primo, che occorre avere idee chiare intorno alle finalità da conseguire, altrimenti ciascuno continuerà a vedere e a valutare questo Ente secondo i suoi gusti, la sua mentalità, i suoi interessi. E per chiarire le finalità bisogna dire e ripetere sino alla noia che l’Opera non è e non deve essere “Ente caritativo”; che non è nemmeno “Ente sanitario”, non è in altre parole né un’istituzione ospitaliera né sanatoriale et similia; non è nemmeno Ente “collettore sic et simpliciter” dell’infanzia abbandonata o rastrellata dalle vie per misure di P.S. (come talune Autorità locali persistono a credere) ma è Ente a “finalità sociale”. Perché? In che senso? Con quali obiettivi?
Perché è per eccellenza l’organo del Regime più idoneo per favorire l’incremento demografico. Basterà infatti che ci intendiamo sul modo, sui mezzi mercè i quali l’incremento demografico può essere diligentemente e proficuamente curato, per stabilire i limiti della competenza dell’Opera Nazionale e per dare la più esauriente spiegazione della sua ragion d’essere sociale. L’incremento demografico si ottiene in due modi: l’uno attivo, con la politica della natalità che va dalla propaganda eugenica, alla educazione della donna (più specialmente di quella appartenente alle classi più elevate= ad avere l’orgoglio della maternità; l’altro conservativo, con la protezione dell’infanzia, cominciando dal periodo della gestazione attraverso alla madre, continuando con le maggiori attenzioni durante l’allattamento (essendo questo il periodo nel quale si raggiungono le punte più alte della mortalità infantile) e via via proseguendo poi, sia nel campo morale, sia nel campo igienico, sino a quando l’Opera avrà raggiunto il proprio scopo finale. La seconda cosa che ci insegna l’esperienza è questa: che l’Opera non può conseguire finalità tanto ardue, delicate e complesse mercè l’azione empirica, inorganica, abbandonata all’arbitrio e se vogliamo essere più benevoli, all’iniziativa spontanea di ciascuno; ma con un’azione “metodica” e coll’inquadramento organico delle idee e delle persone. Orbene, questa azione metodica non può effettuarsi che col sistema del “servizio sociale”. E poiché tanto la politica della natalità, quanto la protezione della maternità e dell’infanzia, devonsi principalmente fare attraverso alla famiglia con la visione di consolidarla e difenderla; così il servizio sociale dell’Opera dovrà puntare principalmente sulla famiglia.

Il servizio sociale per la famiglia

Siamo pertanto arrivati alla prima svolta importante di questa prolusione. Che cosa si deve intendere e come si deve svolgere il servizio sociale per la famiglia? In primissimo luogo bisogna aver presente che questa dizione “servizio sociale” non ha lo stesso significato che comunemente diamo alla parola “servizio” in materia amministrativa. Non si tratta infatti di servizio svolgentesi sulla scorta di regolamenti, di circolari, di pratiche emarginate; né di pubblico servizio diretto alle moltitudini, alla massa, alla collettività e nemmeno di servizio diretto all’individuo considerato a sé stante; ma si tratta di sevizio diretto all’individuo considerato come “entità sociale” perciò con lo scopo definitivo di riadattarlo alla vita collettiva, dalla quale per varie cause dirette e indirette siasi discostato. Nei suoi sviluppi pratici il servizio sociale (che l’Opera intende attuare specialmente rivolgendo l’attenzione alla famiglia come quella che le offre il mezzo più idoneo per il conseguimento delle sue finalità sia riproduttive della specie, sia etiche, sia igieniche) deve tener presenti tre canoni fondamentali: l’individualizzazione dell’assistenza; la partecipazione attiva dell’assistito all’opera del proprio risanamento; l’adattamento del caso singolo alla vita collettiva.
Onde il servizio sociale, che i futuri Segretari Sociali e in particolar modo le « assistenti sociali» dell’Opera Nazionale saranno chiamati a compiere, dovrà essere fondato sull’analisi del caso singolo, sulla diagnosi dell’individuo da assistere e sulla ricognizione delle condizioni ambientali in cui egli vive, per ricondurlo a ragion veduta alla vita normale, per riadattarlo, rieducarlo alla socialità cercando possibilmente di farlo partecipare a quest’opera di “ripristino morale e fisico” perché uno degli obiettivi principali da raggiungere deve essere lo sviluppo del senso di “dignità personale” come quello che da all’individuo la possibilità e lo stimolo di “fare da sé”.
È intuitivo che quando l’Opera Nazionale potrà assolvere i suoi compiti con questo “metodo” tutti coloro che finora hanno inconsapevolmente invocato che essa compia atti caritativi, o rivolgeranno i loro sguardi altrove, o, avendo l’esatta comprensione dci suoi compiti, l’aiuteranno intelligentemente a percorrere il suo faticoso cammino.
Bisogna aggiungere che con questo metodo l’azione assistenziale dell’Opera avrà due altri vantaggi: l’uno di carattere morale; l’altro di carattere economico.
La carità umilia, mortifica il popolo, lo allontana dal lavoro, gli paralizza il senso della dignità personale, lo spirito d’iniziativa, lo stimolo alla lotta per la vita, che è la base dell’evoluzione e del progresso umano; l’assistenza sociale eleva, incoraggia, stimola alla lotta.
La beneficenza pura e semplice è anche più costosa dell’assistenza sociale, – perché, mentre facilitando la prima, i bisogni e i bisognosi aumentano, – facilitando la seconda i bisogni vengono rigorosamente selezionati, controllati, contenuti, avendo il “servizio sociale” per la famiglia, tra gli altri scopi, pure quello di insegnare alle madri del popolo l’economia domestica.
Da questi spunti emerge chiara la necessità che il personale adibito ai servizi dell’opera, debba avere una preparazione speciale, spiccata attitudine a tali servitù, abito mentale e spirituale idoneo, condizioni fisiche adatte allo scopo.
Ma per realizzare tale “servizio” l’Opera Nazionale non ha per ora né gli organi, né il personale.
Di qui la necessità di riforme, (che ho già altra volta illustrate rendendole di pubblica ragione) dirette precisamente a creare questi organi e a formare questo personale specializzato e fisso che li faccia funzionare, fiancheggiato dalle benemerite legioni del personale volontario senza del quale l’Opera non potrebbe penetrare, a larghissima base, nella coscienza del popolo italiano, né assolvere i suoi vasti compiti.
Naturalmente la categoria di questo personale volontario non specializzato (che va dai Capi delle Federazioni ai Patroni e alle Patronesse) dovrà essere selezionata c distinta a seconda delle attitudini c della preparazione sociale, in modo che ciascuno, occupando il suo giusto posto, sia in grado di dare il massimo rendimento.
Non parlo dei medici, poiché si tratta di una categoria di perso-nate specializzato che esula dall’argomento; tuttavia – a questo riguardo – per evitare possibili equivoci tengo a dichiarare che, se l’Opera Nazionale potesse erigere monumenti di gratitudine ai suoi eroi, il primo dovrebbe essere eretto ad onorare questa classe benemerita, che ovunque si è prodigata e si prodiga, con spirito di sacrificio e con intelletto d’amore per assolvere con la maggiore efficacia razione profilattica e la propaganda d’igiene prenatale e postnatale.

Gli organi del servizio sociale dell’Onmi

Dunque dicevamo che l’Opera non ha né gli organi né il personale preparato per realizzare il “servizio sociale”.
Quanto agli organi occorrerà riordinarli sulla base di questi principi:

• Abolizione dei Corpi direttivi collegiali e sostituzione con il Comando individuale, sia al centro sia alla periferia.
• Rispondenza degli organi esecutivi alle rispettive funzioni, anziché promiscuità e confusione di competenza, e organo personale di coordinamento delle varie funzioni.
• Rispondenza fra l’ordinamento locale e l’ordinamento Centrale sia tecnico, sia amministrativo.
• Decentramento funzionale delle Federazioni nell’unità territoriale rappresentata dalla circoscrizione provinciale.
• Controllo tecnico e amministrativo degli organi locali dell’Opera con unità di direzione al centro e con utilizzazione di funzionari di enti e istituti pubblici locali alla periferia.
• In sostanza accentramento dei poteri e unità di comando nel Capo e negli Uffici Centrali nei confronti degli organi locali, accentramento dei poteri e unità di comando nel Capo della Federazione Provinciale nei confronti degli organi tecnici dell’Opera.
• Decentramento esecutivo, in base alla saggia norma del maggior rendimento offerto della “divisione del lavoro”.

E così, mentre l’organo centrale di comando deve rappresentare la somma di tutte le attività utili del Paese rivolte al miglior esercizio delle funzioni nazionali dell’Opera; la Federazione Provinciale deve rappresentare la somma di tutte le attività utili della Provincia per l’esercizio delle funzioni locali dell’Opera stessa.
Il “Centro d’Assistenza materna ed infantile” operante in ogni circoscrizione assistenziale in funzione di organo esecutivo della Federazione, deve a sua volta riassumere tutte le attività che – nella propria circoscrizione assistenziale – operano nel campo dell’assistenza materna e infantile.
Quanto al personale specializzato (che dovrà assicurare la continuità dei servizi) bisogna distinguere i “Segretari sociali” destinati a dirigere i “servizi” delle singole Federazioni in rispondenza al Direttore dei Servizi dell’Opera, dalle “Assistenti sociali” destinate a compiere effettivamente il “servizio sociale” nella circoscrizione assistenziale del “Centro” al quale appartengono.
Siamo così giunti alla seconda svolta importante di questa prolusione.
Quali sono i compiti specifici di questo personale ? Quale preparazione deve avere per bene assolverli ? Quali sono lo caratteristiche intellettuali, spirituali, morali e fisiche cui deve rispondere per essere in grado di esercitare lodevolmente le sue funzioni ?
Per parlare con maggiore chiarezza di idee converrà trattare l’argomento distintamente per i due tipi di personale: cominciando da quello inerente ai Segretari Sociali delle Federazioni, per passare poi a quello inerente alle assistenti sociali addette ai “Centri”.
Vediamo dunque quali, a grandi linee, dovranno essere i compiti e Pozione dei Segretari Sociali, quale preparazione professionale dovranno avere e perché; quali dovranno essere le loro caratteristiche soggettive.
Altrettanto dirò poi delle assistenti sociali.
Dobbiamo ricordare :

1°) Che il Segretario Sociale, come ho già affermato, deve essere in sostanza il “Direttore generale dei servizi della Federazione”. Questo concetto spiegherà la ragione del tipo di cultura generale e specializzata che l’Opera richiede da costoro.
2°) Che le Federazioni devono svolgere, come ho già accennato, due forme basilari d’azione; l’una “attiva” riguardante la politica della natalità; l’altra “conservativa” riguardante la protezione della maternità e dell’infanzia.

Ciò premesso il Segretario Sociale deve rivolgere le sue principali cure (indipendentemente dalla parte riguardante il funzionamento degli uffici):

1°) ad accertare i bisogni della sua zona di competenza (la Provincia) agli effetti della finalità dell’Opera;
2°) a seguire e controllare il movimento demografico della Provincia ;
3°) ad organizzare ed a mantenere in costante efficienza i servizi di propaganda la quale :
a) deve puntare su tre obbiettivi principali : volgarizzazione dell’ordinamento, degli scopi, del metodo d’azione, inscrizione di soci, raccolta di oblazioni per il fondo pupillare ; politica della natalità ; educazione civile ed igienica della madre e del bambino.
b) deve essere attuata da persone specializzate (giornalisti, medici, sacerdoti, maestri, assistenti sociali, patronesse).
4°) a vigilare sugli istituti pubblici e privati e sull’applicazione delle disposizioni legislative e regolamentari in vigore per la protezione della maternità e dell’infanzia (tenendo presenti le direttive e l’azione che possono dare cd esercitare i medici per la parte igienica ; gli educatori per la parte educativa) ;
5°) a disciplinare c controllare il retto e regolare funzionamento, la perfetta unicità d’indirizzo degli organi locali (Centri, Cattedre, Consultori, ecc.) in base alle norme che daranno gli Organi Centrali dell’Opera c le Commissioni tecniche delle Federazioni;
6°) ad organizzare, disciplinare, controllare il patrocinio legale dei minorenni e l’assistenza legale inerente alle legittimazioni, alla patria potestà ed a quant’altro riguarda il diritto di famiglia;
7°) a controllare – agli effetti della statistica – la tenuta degli schedari sia riguardanti 1’assistenza individuale, sia riguardanti gli istituti pubblici e privati di assistenza della maternità e dell’infanzia ;
8°) a promuovere la fondazione di nuove istituzioni, là dove mancano, selezionare e coordinare quelle esistenti e promuovere aiuti utili per le migliori ;
9°) a invigilare sulla diffusione delle norme e dei metodi scientifici di igiene prenatale e post-natale merce personale idoneo, Cattedre ambulanti di puericultura, Centri di assistenza materna c infantile. Scuole teorico pratiche e corsi popolari di puericultura e con gli altri mezzi indicati dal regolamento o disposti dall’Opera ;
10°) a selezionare il personale ed a curare la preparazione teorico-pratica specialmente di quello volontario;
11°) a indirizzare, coordinare, disciplinare il “Servizio Sociale” dei “Centri di Assistenza Materna e Infantile” e delle Cattedre ambulanti di puericultura guidando e controllando Fazione delle Assistenti Sociali ;
12°) a proporre al Capo della Federazione tutti i provvedimenti assistenziali indiretti ed a controllare quelli diretti eseguiti dai singoli “Centri” e dalle “Cattedre” ;
13°) ad elaborare le relazioni tecniche richieste dall’Opera ;
11°) a conservare i più stretti e diligenti contatti tra l’azione generale dell’Opera c quella particolare assegnate alle Federazioni.
Se tali sono i compiti è facile intuire come dovrà svolgersi l’attività di questo tipo sui generis di funzionario» che, come ho già dichiarato, non deve essere burocratica, ne deve essere unicamente tecnico, ma deve essere l’uno e l’altro insieme, in quanto le sue funzioni direttive comprendono tutti i servizi, sia sociali, sia amministrativi della Federazione.
Conseguentemente all’atto pratico il Segretario Sociale :
1°) Deve conoscere a fondo le condizioni di ambiente nel quale è chiamato a svolgere la sua attività, quindi ha il dovere di studiare con passione il popolo, vivendone a lungo la stessa vita, per poterlo comprendere intimamente ; guidare, con larga e unitaria visione, il servizio sociale delle Assistenti Sociali ponendo particolare attenzione ad evitare deviazioni, sconfinamenti, arbitri, insufficienze.
2°) Deve conoscere l’indole, gli scopi, le possibilità, le competenze sia assistenziali sia amministrative degli Enti pubblici e delle istituzioni pubbliche e private.
8°) Deve conoscere da maestro l’ordinamento, il funzionamento, le esigenze (sia educative sia igieniche) degli istituti di beneficenza per essere in grado di esercitare su di essi coscientemente e utilmente la vigilanza e il controllo ; per compiere il coordinamento prescritto dalla legge ; per dare con cognizione di causa le informazioni del caso, qualora si tratti di decidere sull’opportunità o meno da parte dell’Opera di intervenire con contributi integrativi, di accordare partecipazioni solidali in determinate forme di assistenza, ecc.
4°) Deve conoscere alla perfezione il funzionamento degli organi dell’Opera per poterli controllare, guidare e per trame il massimo rendimento con la maggiore economia di mezzi.
5°) Deve saper creare, organizzare, far funzionare i “Centri” le “Cattedre” ambulanti c gli altri organi tecnici dell’Opera.
6°) Deve accattivarsi le maggiori simpatie e la più larga considerazione da parte di coloro coi quali dovrà avere raparti in dipendenza delle sue funzioni.
7°) Non deve mai creare difficoltà, assumere atteggiamenti positivi ed indifferenti, ne arrestarsi di fronte agli ostacoli ; ma deve cercare di superarli prendendo iniziative anche a costo di sbagliare.

Natura della preparazione professionale richiesta e perché

Ecco perché l’Opera ha stabilito che costoro debbano essere tutti laureati o in legge o in scienze politiche e sociali o in scienze economiche, vale a dire persone che abbiano la preparazione culturale più aderente ai servizi d’indole politica, sociale, economica, amministrativa, u cui devono presiedere.
Emerge pertanto dai compiti assegnati a costoro la ragione delle materie richiedenti una preparazione più accurata.
Esse riguardano logicamente: sociologia, demografia, statistica metodologica applicata ai fenomeni sociali, economia sociale c corporativa, » psicologia e pedagogia sociale, igiene sociale, politica sociale e legislazione striale, ordinamento delle Istituzioni di educazione, assistenza c previdenza, diritto penale per le parti riguardanti i reati che investono la difesa morale dei minorenni e la tutela della famiglia, servizio sociale.

Caratteristiche specifiche del Segretario Sociale

Il Segretario Sociale deve avere queste caratteristiche essenziali :

Perfetta comprensione dell’alto compito che c chiamato ad assolvere con sentimento altruistico e di dedizione agli interessi superiori della Patria.
Temperamento fattivo, non contemplativo.
Pronto intuito politico.
Spiccate attitudini all’analisi e alla sintesi – massime per quanto attiene agli studi ambientali.
Facilità di diagnosi e genialità delle decisioni.
Attitudini al comando.
Spirito penetrante – educazione diplomatica – temperamento atto ad ispirare fiducia e rispetto.

Compiti e azioni delle Assistenti Sociali dell’Opera

Anche a questo riguardo occorre fare una premessa.
Il “Centro di assistenza materna e infantile”, organo tecnico esecutivo dell’Opera, ha questa costituzione organica :
Presidenza, che riassume, coordina, indirizza, tutta la attività assistenziale del “Centro”.
Tre categorie di personale rispondenti alle tre distinte forme di attività del Centro :

— Assistente sociale c assistenti volontarie (patronesse).
— Medici specializzati in pediatria ed ostetricia.
— Personale d’amministrazione.

L’assistente sociale (in special modo quand’è in funzione di reggente del Segretariato sociale del Centro) rappresenta il filtro attraverso al quale deve passare tutta la massa da assistere.
I suoi compiti fondamentali possono pertanto riassumersi come segue :

1°) Vivere fra il popolo per studiarlo nel suo ambiente, nelle sue abitudini, e per meglio valutarne i bisogni, naturalmente agli effetti dell’assistenza morale e igienico-sanitaria materna e infantile ; vivere tra il popolo per svolgere con maggiore efficacia l’azione di propaganda secondo le direttive date dalla Federazione.
2°) Studiare caso per caso per decidere a ragion veduta il provvedimento assistenziale più idoneo al bisogno, provvedimento che non sempre e o può essere diretto ma spesso non può essere che indiretto, utilizzando con spirito d’iniziativa c genialità le forme più svariate pur di riuscire a raggiungere il risultato finale dell’assistenza materna o infantile.
3°) Assicurare la continuità dell’assistenza sino al conseguimento del risultato finale, controllandola ininterrottamente.
4°) Fare opera costante di educazione morale c igienica nella famiglia.

In funzione di reggente del Segretario del Centro dovrà :

1°) Raccogliere i dati relativi all’assistenza compiuta dal «Centro » o dalla Cattedra o da altri organi all’uopo autorizzati, per trasmetterli opportunamente illustrati e coordinati alla Federazione, agli effetti statistici.
2°) Illuminare la Federazione sulle condizioni di fatto agli effetti dell’assistenza materna c infantile della zona d’influenza del Centro.
8°) Coordinare e controllare l’azione assistenziale delle assistenti volontarie in modo da ottenere unità di indirizzo c continuità di vigilanza dei soggetti assistiti.
4°) Coordinare l’azione del Segretariato Sociale del (entro con i Consultori pediatrici c ostetrici, o con le Cattedre.
5°) Dare i provvedimenti assistenziali diretti, cioè quelli che si esauriscono negli organi del Centro stesso, (nidi per bambini, refettori materni, ‘ distribuzione diretta di generi alimentari e medicinali) proporre quelli indiretti al Presidente per le decisioni della Federazione (ricoveri in genere, assistenza a domicilio ecc.).
6°) Vigilare le gestanti, le nutrici, i fanciulli assistiti a domicilio o presso istituti.
7°) Accattivarsi la fiducia dell’ambiente e delle persone usando il metodo della paziente preparazione e della schietta c semplice umanità, i quali costituiscono il linguaggio che il popolo meglio comprende.
8°) lavorare con la fede e il calore determinati dal convincimento di compiere un’alta c nobile missione.

Natura della preparazione professionale per l’assistente sociale e perché

Dunque se l’Assistente Sociale ha compiti tanto complessi (che vanno dalla educazione morale all’educazione igienica, dallo studio dell’individuo a quello dell’ambiente, dall’insegnamento dell’economia domestica all’attuazione dello cure sanitarie preventive) essa deve evidentemente avere per lo meno una preparazione culturale e generica qual’è quella che può essere fatta nelle scuole medie superiori, ed una preparazione sanitaria qual’è quella che può essere fatta perle scuole delle infermiere professionali e volontarie e meglio ancora delle assistenti sanitarie.
Il reclutamento di questo personale avente già una sufficiente cultura generica e una preventiva preparazione tecnica per la parte sanitaria, ha reso possibile all’Opera di ridurre a soli 6 mesi la preparazione per la forma dì assistenza speciale cui deve provvedere l’Opera.
A questo punto devo rendere vive grazie alla Croce Rossa, al suo dinamico Capo e alle nobili dame che presiedono alla formazione e alla disciplina delle infermiere e delle assistenti sanitarie, perché mi hanno, con encomiabile e fascistico spirito di collaborazione, enormemente facilitato coll’avviamento del personale già selezionato a questo corso di addestramento.

Conseguentemente all’atto pratico l’assistente sociale deve :

— Conoscere a fondo (sotto l’aspetto morale, economico, igienico, politico e sociale) l’ambiente nel quale esercita la sua attività.
— Penetrare nella famiglia e mirare, prima di ogni altra cosa, a conservarne l’unità.
— Non abbandonare il soggetto assistito fino al momento nel quale non abbia conseguito il suo adattamento al proprio ambiente sociale, il suo inquadramento nella vita sociale, o quanto meno, una sistemazione di pieno affidamento che tale finalità sarà conseguita.
— Sapere tradurre in forma chiara, accessibile alle mentalità più semplici, specialmente le norme igieniche, a partire da quelle riguardanti l’igiene della gestante, della puerpera, della nutrice, della alimentazione del bambino.

Ciò posto le materie d’insegnamento saranno le seguenti: elementi di psicologia e pedagogia sociale, nozioni di demografia, principi di economia sociale c nazionale, economia domestica, nozioni d’igiene sociale (profilassi delle malattie sociali – igiene scolastica, igiene dell’abitazione), organizzazione amministrativa e corporativa dello Stato, elementi di diritto civile e penale, legislazione sociale, ordinamento delle istituzioni di educazione, assistenza e previdenza, servizio sociale.
Per le assistenti sanitarie della Croce Rossa sono ridotte unicamente a quelle riguardanti i servizi specifici dell’Opera.
Caratteristiche specifiche dell’Assistente Sociale
Quali dovranno allora essere le caratteristiche specifiche dell’Assistente Sociale dell’Opera ?
Eccole sommariamente :

• Resistenza fisica.
• Carattere energico, coraggioso, altero, che le consenta di penetrare e vivere senza ansie, ripugnanze, preoccupazioni, negli ambienti più oscuri ed equivoci dei quartieri popolari.
• Qualità morali ineccepibili sì da incutere rispetto e fiducia.
• Pronto intuito, occhio scrutatore, acuto spirito di osservazione, attitudini inquisitorie (naturalmente nel senso buono della ricerca della verità intima) sì da poter leggere nel fondo dell’anima umana senza esser deviata dalle apparenze e dalla simulazione.
• Anima di missionaria.
• Spirito d’iniziativa.
• Natura autonoma e dinamica.
• Sempre pronta alla dedizione e al sacrificio.

Da quanto ho esposto risulta chiaro che non sarà facile formare tali “figure tipiche” dell’assistenza sociale dell’Opera: non sarà facile, ma sarà possibile.
E riusciremo!
Il metodo che la Direzione di questi “Corsi di preparazione del personale tecnico dell’assistenza sociale” dovrà rigorosamente adottare (in quanto offre i maggiori affidamenti di successo) è indubbiamente quello della cultura applicata, quello cioè della integrazione culturale con il tirocinio pratico da effettuarsi sia presso le organizzazioni stesse dell’Opera Nazionale, sia presso le istituzioni di pubblica assistenza con le quali i futuri Segretari e le future Assistenti dovranno mantenere diretti contatti per realizzare la maggior parte dei provvedimenti assistenziali.
Questi istituti sono in special modo i brefotrofi; Istituti di ricovero di fanciulli sani; Colonie permanenti profilattiche; Centri di osservazione per minorenni; Istituti di rieducazione; Congregazioni di Carità ; Sale e Asili materni ecc.
Inoltre dovranno essere fatte continue esercitazioni dirette a porre gli allievi di fronte al caso pratico.
Questo metodo e necessario perché la selezione non sarà fatta col solito sistema dell’esame finale con relativo certificato o diploma, ma sarà fatta con un sistema rigoroso di analisi individuale durante tutto il periodo dei corsi.
Gli allievi saranno poi chiamati a concorrere ai posti di comando c di azione, rispondenti alla loro cultura e preparazione.
Dovranno in questa sede subire un esame teorico e pratico; ma ciò che più varrà sarà quanto risulterà dalle note caratteristiche riguardanti la loro attitudine – l’abito mentale c spirituale – le condizioni fisiche-la vocazione, per assolvere i compiti ai quali l’Opera Nazionale li chiamerà.
Nutro la piena fiducia che, mercè la nota competenza della Direzione dei corsi, in sapienza degli insegnanti, la buona tempra degli allievi, questo primo esperimento di formazione del Segretario Sociale c dell’Assistente Sociale, destinati a compiere il “Servizio Sociale” dell’Opera darà i frutti desiderati.
Gli eletti saranno i primi ad avere l’orgoglio di iniziare una nuova era di faticoso ma nobilissimo travaglio per fiancheggiare la politica imperiale di Benito Mussolini, politica imperiale che si basa in primissimo luogo sul costante incremento della natalità».

Le assistenti sociali dell’Onmi non sono da confondere con quelle di fabbrica:
«Esiste in Italia un piccolo nucleo di Assistenti Sociali sorte con lo scopo di assistere e di proteggere 1e classi operaie; assistenza e protezione consistenti nel tutelare i loro diritti di fronte ai datori di lavoro. di alleviare, in qualche modo le loro miserie quotidiane. Alto e nobile scopo questo di porgere aiuto ad una classe che rappresenta. senza dubbio, una delle forze vitali della Nazione, ma suscettibile di modificazioni di capitale importanza. Il Fascismo che intende valorizzare tutte le energie migliori ha voluto considerare e studiare particolarmente questo problema interessantissimo e naturalmente e sorta la necessita di studiare anche con profondità la questione dell’assistenza alla classe operaia. Come deve essere intesa questa assistenza?
Certo non basta rendere conscio il lavoratore dei suoi diritti di fronte al padrone; bisogna anche istillargli un profondo senso dell’importanza del suo lavoro per la prosperità e la grandezza della Patria. Non solo, ma fargli comprendere che questa grandezza non e prodotta esclusivamente dalla prestazione del suo lavoro materiale; esiste un contributo di un valore molto maggiore che e dato dalla forza. dalla dirittura morale, dalla bontà. Occorre quindi formare la coscienza nuova dell’operaio che sorpassate ormai le triste mete del Bolscevismo, deve sentire il bisogno di migliorare continuamente Be stesso per rendersi degno dell’Italia rinnovata. Instillare una morale degna del tempo nostro, in cui si lavora tanto nobilmente a ricostruire il culto della famiglia e della Nazione. Rinsaldare il vincolo famigliare nella compagine di questa umile gente degna della nostra più rispettosa considerazione. Istillare il culto della bontà, intesa come elevazione morale e spirituale. E perché questa assistenza sia completa in ogni suo punto, curare particolarmente l’igiene sociale e portare nella classe operaia il respiro innovatore del progresso e della scienza. È necessario quindi penetrare in tali ambienti, rendersi conto personalmente dei bisogni e delle difficoltà delle singole famiglie; conquistarli perciò con tatto e delicatezza, la fiducia e la confidenza delle famiglie stesse, curando gli infermi e i predisposti, avvicinandoli con la parola persuasiva della bontà e della fraternità. Ecco quindi prospettato il compito delle Assistenti fasciste di Fabbrica, compito alto ed arduo quanti altri mai. La missione delle Assistenti di Fabbrica e un apostolato e come tale esige persone di elevata cultura, consce della profondità di tale problema, educate alla scuola del sacrificio e dell’abnegazione, infine, e questo e particolarmente interessante, persone che abbiano una conoscenza cd un’esperienza profonda della psicologia operaia. Determinatasi la necessità di completare la vasta opera di rigenerazione intrapresa dal Fascismo e di colmare questa lacuna, ecco l’istituzione di un corso per la formazione delle Assistenti Fasciste di Fabbrica presto la Scuola Femminile Fascista di Economia Domestica e di Assistenza Sociale di San Gregorio al Celio. In questo Corso verranno preparali i preziosi elementi, che porteranno la luce della bontà, del patriottismo e della fede nella classe lavoratrice. Questi elementi verranno reclutati con cura particolare fra le Infermiere Diplomate Fasciste che dimostrino di essere atte per elevatezza morale, per finezza di sentimento per cultura per conoscenza profonda dei bisogni speciali della classe operaia. a compiere la loro opera di assistenza con larghezza di vedute e con bontà intelligente. È questo un compito sociale di una delicatezza e di una profondità rilevante; bisogna quindi considerare con particolare serietà i diversi aspetti sotto i quali deve essere studiato. aspetti diversi, ma tutti egualmente interessati e che si completano a vicenda in maniera armonica.
Ecco:
Dare all’operaio o all’operaia l’impressione che il Governo Nazionale si preoccupa vivamente delle loro condizioni di vita, e che apprezza l’importanza della loro umile e pesante fatica. Che in conseguenza sente la necessità di alleviare il più possibile le sue condizioni materiali: l’assistente fascista di fabbrica porterà nella sua modesta casa la sua vigilanza discreta, le sue cure fraterne, inculcando la necessità dell’ordine e della pulizia, curando gli ammalati, estendendo la sua assistenza morale e materiale a tutti i membri della famiglia, si che la sua presenza dovrà essere sommamente benefica, gradita e desiderabile che a lei si sentirà il bisogno di ricorrere per protezione, aiuto e consiglio. Dare all’operaio o all’operaia la sensazione della necessità e della importanza della loro opera per il benessere e la grandezza della nazione e quindi l’orgoglio di portare un valido contributo alla rinascita italiana. Conseguenze di questa azione benefica esercitata dal Governo Nazionale a mezzo delle Assistenti di Fabbrica saranno il rinsaldare della disciplina sociale, il rinvigorimento della razza, l’elevazione morale del popolo Italiano (Le assistenti sociali di fabbrica, 1929, 4, pp. 363-365).
Uno degli organi collegiali dell’assistente sociale era il Comitato di Patronato:
«Il Comitato di patronato è composto, com‘è noto, da un Presidente e di Patroni e Patronesse (di diritto ed elettivi). Sarà interessante conoscere a grandi linee come funziona un Comitato di Patronato, il quale posa coordinare ed unificare tutta la propria attività – coordinando ed unificando gli organi tecnici dei quali normalmente si deve servire per meglio evolvere i propri compiti – in altre parole creando il Centro d’Assistenza Materna e Infantile previsto dal Regolamento per l’applicazione della legge istitutiva dell’O.N.M.I. Il “Centro di Assistenza Materna ed Infantile” funziona agli ordini del Presidente del Comitato di patronato cd esplica la tua attività con i seguenti organi: Segreteria; consultorio pediatrico; consultorio ostetrico; refettorio materna: nido di infanzia. Ciascuno dei suddetti organi ha, come evidente, una tua funzione specifica in rapporto ai diverti scopi dell’Opera pur nella sua impostazione unitaria di fini. Prima, tuttavia, di passare alla illustrazione dei compiti e delle funzioni degli organi del Comitato di Patronato sarà utile affermare ai compiti del Presidente e dei componenti il Comitato stesso – patroni e patronesse – perché posta meglio essere compresa la struttura dell’Opera Nazionale Maternità ed Infanzia la cui miglior conoscenza deve essere considerata come una fondamentale esigenza per meglio operare nel vasto campo dell’assistenza alle madri ed ai fanciulli. Il presidente opera alle dirette dipendenze del Capo della Federazione, al quale risponde del buon funzionamento del Comitato e dei suoi organi esecutivi. Oltre ai compiti fissati dalle deposizioni legislative, presiede a tutta l’attività del personale del Comitato di patronato e quindi dei suoi organi amministrativi ed assistenziali, coordina l’azione dei Patroni e delle Patronesse; vigila l’attività del periodale dirigente del Centro d’Assistenza Materna ed Infantile e il suo funzionamento: prende i provvedimenti riguardanti l’assistenza diretta, cioè quella che può riguarda i vari organi del Centro. Trasmette al Capo della Federazione le proposte relative all’assistenza indiretta (ricoveri di fanciulli sani e di gestanti, ricoveri in istituti, colonie permanenti, ricoveri di minorenni, assistenza domiciliare, ecc.): firma quotidianamente tutti gli atti relativi al funzionamento del Comitato e del Centro; disciplina il lavoro che devono fare le Patronesse, avendo cura che ci svolga senza soluzione di continuità: agevola, con la sua autorità ed il suo prestigio, l’opera che deve compiere l’Assistente sociale nei suoi frementi rapporti con gli Enti e gli Istituti. A cura del Presidente del Comitato di patronato, a ciascun Patrono e a ciascuna Patronessa viene assegnato un compito specifico a seconda delle loro attitudini e delle loro aspirazioni, conforme a quanto dispongono la legge e il regolamento. Così vi sono Patronesse che curano le visite domiciliari facendone relazione esatta in modo che l’assistente sociale possa istruire completamente le pratiche e presentarle al Presidente per i provvedimenti del caso in piena rispondendo con le necessità reali. Nei giorni fissati per ricevere il pubblico, le altre Patronesse coadiuvano in questo compito delicato e pesante l’assistente sociale. Inoltre vi sono Patronesse che coadiuvano la Direzione del Centro visitando, ad esempio, il regolare funzionamento del guardaroba; quello della cucina per quanto concerne il vitto per il refettorio materno; quello del Nido (massime durante i pasti e i bagni); quello del refettorio materno. Naturalmente tutta questa attività deve svolgersi in perfetta disciplina e i nell’ordine fissato per il funzionamento del Centro, tenendo presente che, di fronte al Presidente, rispondono personalmente l’assistente sociale, i medici e la direttrice. Una volta al mese il Presidente riunisce i Patroni e le Patronesse allo scopo di coordinare le rispettive attività di tenerli al corrente delle disposizioni emanate dagli organi superiori e di adottare i provvedimenti per la loro attuazione. L’ufficio di Segreteria esplica, a mezzo delle Patronesse e dell’Assistente sociale, la sua azione nelle seguenti forme e modalità, sotto la diretta vigilanza e l’autorità del Presidente del Comitato di Patronato. In particolar modo cura le inchieste domiciliari, l’avviamento delle madri (all’uopo segnalate dai medici dei Consultori) al refettorio materno e dei bambini della prima infanzia all’Asilo Nido annessi al «Centro»; propone al Presidente l’assegnazione di alimenti e di medicinali suggerita dai Consultori, seguendo criteri di grande oculatezza onde evitare eccessi ed abusi; sorveglia nelle rispettive famiglie i bimbi visitati di Consultorio per assicurarsi che la madre osservi le norme e i consigli del medico, che li ha capiti, e li sa mettere in prati»; ove occorra, insegna come si prepara una pappa, come si fa il bagno al bambino, come si asciuga, come si deve fasciarlo, come si deve reggerlo per evitare deformazioni o difficoltà di sviluppo, ecc.; attende alle pratiche per il riconoscimento degli illegittimi e per la regolamentazione delle unioni illegittime, alle pratiche legali per l’eventuale azione alimentare contro il padre del bambino, al collocamento al lavoro delle madri disoccupate e degli adolescenti dopo il 14° anno di età: mantiene costanti rapporti coi datori di lavoro per la protezione delle operaie gestanti o nutrici; esercita la vigilanza sulle camere di allattamento nelle fabbriche; attende all’assistenza domiciliare nei casi, del tutto eccezionali, in cui può essere consentita; segnala alle istituzioni locali ed, occorrendo, alla Federazione Provinciale, gestanti e madri bisognose di ricovero in istituti di maternità o in alberghi materni, fanciulli predisposti, anormali, orfani, abbandonati o traviati; provvede all’esecuzione dei provvedimenti di ricovero o di collocamento disposti dalla Federazione; invia i fanciulli bisognosi ai refettori presso asili o altre istituzioni; vigila sulle gestanti e sui fanciulli ricoverati in istituti e sui fanciulli collocati presso famiglie; cura il colloca» mento al lavoro di minorenni dimessi dagli istituti per raggiunto limite di età; cura il patrocinio legale dei minorenni giudicabili; esercita il controllo sulla pratica applicatone di tutte le norme che mirano, nel vasto quadro della legislazione fascista, alla protezione morale dei fanciulli e degli adolescenti. Qualora i casi non siano di competenza dell’opera, indirizza i richiedenti alle istituzioni competenti. L’ufficio di Segreteria di solito i tenuto aperto al pubblico per la presentazione di domande di assistenza, schiarimenti, consigli, ecc.. tre volte alla settimana nelle ore antimeridiane. Negli altri giorni vengono ricevuti solo gli espressamente invitati» (Il comitato di patronato, 2, 1933, pp. 12-13).
Le assistenti sociali avevano adottato la prassi di custodire un proprio diario personale nel quale annotare la sequenza di casi che si presentavano ogni giorno e i problemi correlati (Il funzionamento dei comitati Onmi, 1934, 6, pp. 14-15, p. 14); ciò dimostra che le assistenti sociali non operavano secondo “schemi” predefiniti o “mansionari” quanto piuttosto “alla stregua dei particolari bisogni e con la massima urgenza” (Circolare 23.06.1941 n. 241. In Frontoni A., Norme per il funzionamento dei comitati di patronato, 1941, 6, pp. 287-303):
«Il Comitato di Patronato, per meglio assolvere i suoi compiti, ha bisogno di funzionare con tre organi tecnici essenziali:
a) Ufficio d’assistenza sociale; b) Organi Similari; c) Organi d’assistenza materiale.
È chiaro che l’organo basilare del Comitato per attuare l’assistenza alle madri e ai fanciulli è l’ufficio d’assistenza sociale, il quale rappresenta la premessa indispensabile per tradurre in atto l’assistenza a seconda dei bisogni. In special modo non devesi creare alcun Consultorio dell’Opera se, contemporaneamente al funzionamento sanitario, non è organizzato il servizio di assegnazione dei casi da assistere e di vigilanza degli assistiti. L’ufficio d’assistenza sociale può essere retto da una “Patronessa” che sia esperta in materia sanitaria e sociale e dia garanzie di continuità. Tuttavia, laddove il lavoro diverrà più intenso (e cioè nelle zone di giurisdizione dei Comitati di Patronato a densa popolazione appartenente alle classi più umili) non sarà praticamente possibile pretendere che personale volontario, da solo, assolva compiti così vasti e così pesanti. È pertanto desiderabile che l’Opera solleciti — laddove è possibile — la collaborazione delle assistenti sanitarie visitatoci di altri enti ed altre istituzioni, come i Consorzi Antitubercolari, gli Uffici di assistenza e gli Uffici sanitari dei Comuni, ecc… e delle levatrici, queste, in special modo per l’assistenza tecnica durante la gravidanza, il parto e il puerperio. Solo allorquando questa collaborazione non possa attuarsi, converrà ricorrere alle assistenti sociali, tratte specialmente dalle assistenti sanitarie della C.R. (croce rossa). Le visitatrici, siano Patronesse, siano assistenti sociali, hanno compiti complessi di carattere sanitario morale e sociale insieme — chiaramente indicati dal Regolamento. La loro azione dovrà svolgersi in due forme fondamentali: l’una di ricerca e di segnalazione dei casi da assistere, l’altra di vigilanza delle persone assistite — per assicurarsi che osservino le norme e le prescrizioni che vengono impartite dagli organi dell’Opera — specie dai Consultori. Il “provvedimento materiale” non deve però mai essere preso a sé stante, ma deve essere “mezzo” necessario per conseguire lo scopo sociale dell’Opera, che e quello di mettere madri e fanciulli bisognosi nelle condizioni più idonee per conservare la loro piena efficienza fisica e morale. Le “visitatrici” hanno un compito delicatissimo sopra ogni altro quando si tratta dell’assistenza alla donna durante il parto e il puerperio e del bambino nei primi giorni di vita, perchè in tale periodo la vita dell’uno e dell’altra corre i maggiori pericoli. Esse perciò hanno il dovere di vigilare quotidianamente la madre e il bambino, allo scopo di dare opportuni consigli igienici alla donna per le attenzioni che deve usare durante il puerperio, per l’igiene e l’alimentazione del neonato, facendo opera di persuasione in favore dell’allattamento materno, — per avviarla al Consultorio, per procurarle assistenza alimentare da parte del Comitato di Patronato, per assicurarsi che tutte le istruzioni e le prescrizioni del medico sono osservate, ecc.
Attribuzioni della reggente l’ufficio
I compiti della Patronessa (personale volontario) o dell’Assistente sociale (personale retribuito) preposta all’ufficio di Assistenza devono essere ben precisati. Essa risponde personalmente al Presidente del buon funzionamento del servizio affidato alle sue cure. Ma la sua azione non deve essere assorbita dalle pratiche d’ufficio. Essa deve non solo coordinare e riassumere tutta l’opera che svolgono le altre assistenti visitatrici, ma anche attendere personalmente al servizio sociale. All’atto pratico dovrà dedicare tre mattine della settimana al pubblico, tre mattine al pediatra per assisterlo durante il Consultorio; tutto l’altro tempo dovrà dedicarlo agli assistiti. L’ufficio deve servire solo per riassumere il lavoro fatto. Questo compito, sulla base dei dati raccolti, è di solito assolto da un ‘applicata di segreteria, la quale fa anche tutto il lavoro burocratico e attende alla materiale istruzione delle pratiche per quanto concerne il completamento dei dati, la documentazione, ecc. La Patronessa o l’Assistente Sociale dovrà inoltre tenere un diario giornaliero dell’assistenza che compie personalmente e di quella che compiono le altre patronesse e le assistenti visitatrici di professione, — diario che servirà alla Federazione non solo per controllare le rispettive attività ma anche per giudicare se esse hanno veramente compreso la loro alta missione sociale e politica — anche politica perché la propaganda che devono svolgere fra il popolo deve essere rivolta a stimolare l’incremento demografico che è uno dei capisaldi della politica del Regime e perché bisogna far sapere alle masse che l’assistenza prodigata dall’Opera Nazionale è direttamente voluta dal Duce. N.B. — L’Ufficio di Assistenza sociale deve essere aperto al pubblico per la presentazione di domande di assistenza, schiarimenti, consigli, ecc., al massimo tre volte alla settimana nelle ore antimeridiane, — affinché negli altri giorni sia possibile ricevere le persone espressamente invitate.
Attribuzioni dei Patroni
— Come potrà essere organizzata l’ordinaria attività dei patroni e delle patronesse?
Costoro dovranno svolgere opera di collaborazione con la Presidenza e con l’Ufficio di assistenza sociale in particolar modo col:
a) curare le inchieste domiciliari per accertare le condizioni ambientali di coloro che chiedono l’assistenza e controllare i dati dagli stessi forniti negli accertamenti individuali; l’avviamento delle gestanti e delle nutrici ai Consultori ostetrici, dei bambini ai Consultori pediatrici dell’opera;
b) provvedere all’assegnazione delle gestanti e delle nutrici al refettorio materno, come pure l’assegnazione di alimenti e di medicinali, in base alte prescrizioni dei medici, dei consultori, seguendo criteri di grande oculatezza onde evitare eccessi ed abusi, in ogni caso previa deliberazione dei Presidente;
c) sorvegliare nelle rispettive famiglie i bimbi visitati nel Consultorio per assicurarsi che la madre osserva le norme igieniche e i consigli del medico, li ha capiti, e li sa mettere in pratica, massime per quanto riguarda l’allattamento;
d) mantenere costanti rapporti coi datori di lavoro per la protezione delle operaie gestanti o nutrici.
e) esercitare la vigilanza sulle camere di allattamento nelle fabbriche;
f) attendere all’assistenza domiciliare nei casi, del tutto eccezionali, in cui sarà consentita;
g) segnalare alle istituzioni locali ed, occorrendo, alla Federazione Provinciale, gestanti e madri bisognose di ricovero negli Istituti di maternità o in alberghi materni, fanciulli predisposti, anormali, orfani, abbandonati o traviati;
h) dar corso all’esecuzione dei provvedimenti di ricovero o di collocamento presso famiglie di allevatori disposti dal Presidente della Federazione;
i) inviare i fanciulli bisognosi ai refettori presso Asili o altre istituzioni;
l) vigilare sulle gestanti e sui fanciulli ricoverati in istituti e sui fanciulli collocati presso famiglie;
m) curare il collocamento al lavoro dei minorenni dimessi dagli Istituti per raggiunto limite di età;
n) curare il patrocinio legale dei minorenni giudicabili;
o) esercitare il controllo sulla pratica applicazione di tutte le norme che mirano alla protezione morale dei fanciulli e degli adolescenti.
Dovrà essere motivo di particolare attenzione da parte della Presidenza di distribuire e assegnare il lavoro fra le patronesse a seconda delle loro particolari attitudini, dei loro desideri, del tempo disponibile, della competenza, ecc. E così all’atto pratico vi saranno Patronesse che cureranno le visite domiciliari, facendo relazione esatta in modo che l’Ufficio di assistenza sociale possa istruire completamente le pratiche e presentarle al Presidente per i provvedimenti del caso in piena rispondenza con le necessità reali. Nei giorni fissati per ricevere il pubblico altre Patronesse all’uopo scelte dal Presidente provvederanno, in collaborazione della reggente l’ufficio, ad assolvere questo compito delicatissimo. Altre Patronesse potranno essere chiamate a vigilare, ad esempio, il regolare funzionamento dei vari organi del Centro di assistenza materna e infantile (Refettorio, nido e relativi servizi); altre, se sono infermiere della C.R., potranno assistere i medici dei Consultori Pediatrici. N. B. — Una volta al mese i Patroni e le Patronesse saranno riuniti dal Presidente, allo scopo di coordinare le rispettive attività, di tenerli al corrente delle disposizioni emanate dagli organi superiori e di adottare i provvedimenti per la loro attuazione (Fabbri S., Il funzionamento dei Comitati di Patronato Onmi, 6, 1934, pp. 14-15).
E ancora:
«Il Comitato di Patronato si compone di un grande corridoio di attesa e di una piccola sala di attesa in comune con la Federazione, dell’Ufficio di assistenza, della Segreteria, della Presidenza e di una grande sala riunioni. L’Ufficio di assistenza è aperto al pubblico nelle mattine di lunedì, mercoledì e venerdì. L’assistente sociale, ascoltata la richiesta di verbale di assistenza, compila la prima facciata del modulo per la inchiesta domiciliare, vi appone la data e la propria firma e, a seconda della competenza, indirizza l’istante al Consultorio ostetrico o a quello pediatrico. Per meglio svolgere il lavoro di assistenza domiciliare il Comune di Forlì è stato diviso in quattro zone, corrispondenti ciascuna a due Gruppi Rionali Fascisti. Ad ogni zona sono state assegnate una patronessa capo-zona, una patronessa visitatrice e due visitatrici fasciste per la maternità e l’infanzia. Ogni visitatrice è munita dell’apposito diario. Una Patronessa è stata dalla Vice Presidente incaricata di dirigere l’Ufficio di assistenza sociale. Alla fine dell’orario di segretariato sociale i moduli per le inchieste domiciliari, compilati nella mattinata dall’assistente sociale, vengono dal fattorino del Comitato consegnati al domicilio delle quattro Patronesse capo-zona, ove successivamente vengono ritirati dalla visitatrice di turno, la quale, nel pomeriggio stesso, o al più tardi la Patronessa è stata dalla Vice Presidente incaricata di dirigere l’Ufficio di assistenza sociale. Alla fine dell’orario di segretariato sociale i moduli per le inchieste domiciliari, compilati nella mattinata dall’assistente sociale, vengono dal fattorino del Comitato consegnati al domicilio delle quattro Patronesse capo-zona, ove successivamente vengono ritirati dalla visitatrice di turno, la quale, nel pomeriggio stesso, o al più tardi la mattina seguente, compie gli accertamenti domiciliari, il cui risultato annota sui moduli e sul diario. Nei pomeriggi del martedì, giovedì e sabato la patronessa reggente l’Ufficio di assistenza sociale riceve le patronesse capo-zona e le visitatrici, le quali le restituiscono i moduli delle inchieste domiciliari, dando anche, sugli accertamenti compiuti, ogni altra possibile notizia verbale. La patronessa “reggente” formula quindi la proposta di assistenza, che viene poi deliberata dalla Presidenza del Comitato di Patronato. L’assistente sociale, nel pomeriggio di ogni giorno feriale, compie gli accertamenti domiciliari più urgenti e quelli delle zone suburbane e le visite domiciliari per le famiglie già assistite dal Comitato. Il martedì ed il giovedì mattina l’assistente sociale collabora al Consultorio pediatrico, ed il sabato mattina riceve il pubblico appositamente convocato per comunicazioni. Nell’Ufficio di assistenza tutti i nominativi delle persone assistite risultano da un apposito schedario e per ogni famiglia assistita viene impiantato un fascicolo, che conterrà le pratiche relative all’assistenza stessa. Tale fascicolo resta nell’archivio corrente finché la assistenza è in corso, alla sua cessazione passa all’archivio morto e di tale smistamento si prende nota sulla scheda. Questa invece resta sempre al suo posto così che in qualsiasi momento dovesse venire una nuova richiesta di assistenza per persona della stessa famiglia il primitivo fascicolo potrà agevolmente essere rintracciato e ripreso in esame. In tale modo senza inutilmente ingombrare l’archivio, si può avere la sicurezza che tutta l’assistenza concessa alla stessa famiglia, in qualsiasi periodo, risulti da un unico fascicolo. Anche per le assistenze eventualmente negate in seguito alle risultanze della istruttoria, scheda e fascicolo vengono egualmente impiantati. Ciò permetterà a suo tempo, se del caso qualora una nuova domanda venga presentata dalla stessa persona, di sapere immediatamente il motivo per il quale non si ritenne opportuno o possibile dar corso fila prima richiesta. I moduli per le inchieste domiciliari vengono sempre redatti in doppia copia. Una resta nel fascicolo del Comitato, l’altra vine inviata alla Federazione presso la quale egualmente vedono impiantati fascicolo e scheda. Tale sistema consentitila Federazione di seguire anche nominativamente gli assistiti di tutti i Comitati dipendenti e nel caso di spostamenti di residenza, sempre nell’ambito territoriale della Provincia, di rintracciare immediatamente i precedenti di una pratica assistenziale che altrimenti potrebbe sembrar nuova e renderne edotto il Comitato interessato, presso il quale verrà poi trasferito dal Comitato della precedente residenza l’intero fascicolo familiare. Anche le deliberazioni di assistenze vengono redatte in duplice esemplare di cui uno resta presso il Comitato e l’altro va alla Federazione. I documenti eventualmente allegati alle pratiche sono conservati nel fascicolo del Comitato o in quello della Federazione a seconda di quale dei due organi sia stato competente a deliberare in merito» (La casa madre e del bambino di Forlì, 4, 1936, pp. 50-51).
I Comitati di Patronato si distinguevano in base al campo di attività. Quelli che operavano in ambito civile si riunivano solitamente presse le Federazioni provinciali mentre quelle istituite presso le Corti di Appello si riunivano presso il Tribunale Ordinario ed erano costituite da: Procuratore del Regno, un giudice istituzionale, un giudice minorile, il pretore, il sindaco (podestà), un ufficiale sanitario, il dirigente penitenziario, un rappresentante ONMI, un rappresentante sindacale per ogni categoria produttiva: industria e agricoltura, commercio e banche, trasporti, arti e professioni, culto, una persona benemerita dell’assistenza sociale proveniente dai Fasci Femminili (I Consigli di Patronato presso il Tribunale Ordinario, 1933, 10, p. 18). L’ONMI, in particolare, svolgeva la propria opera nell’ambito dell’osservazione e del recupero dei giovani delinquenti per i quali era stato disposto l’affidamento al servizio sociale (cfr. L’affidamento di sorveglianza, “Il lavoro fascista”, 16 giugno 1941). Le assistenti sociali poterono lavorare più agevolmente anche in virtù della diminuzione del tasso delinquenziale. Se, infatti, nel 1932 erano state emesse 7150 condanne dal Tribunale per i minorenni, soltanto 2132 furono le sentenze appena 6 anni dopo, con un margine di miglioramento di oltre il 200% (La diminuzione della delinquenza in Italia, 1940, 2, p. 107):
«Per lo studio e la conoscenza del minorenne abbandonato, traviato o che delinque, l’O.N.M.I. ha cercato in Roma e sta preparando nelle principali città d’Italia il “Centro di osservazione” quale servizio indispensabile per raggiungere i compiti assistenziali, profilattici e rieducativi che la legge le affida e quale organo ausiliario delle Autorità di P.S. dei Magistrati che si occupano della condotta irregolare e degli eventuali reati dei fanciulli. Lo studio e la conoscenza della personalità del minorenne, punto di partenza di ogni provvedimento che lo riguardano non possono fermarsi a fissare solamente le caratteristiche morfologiche, fisiologiche e psicologiche del fanciullo ma debbono prendere in esame anche le condizioni ambientali c della sua vita al fine di mettere in evidenza l’importanza del fattore organico e sociale della di lui irregolare condotta c dell’eventuale reato. Il “Centro di osservazione” dell’O.N.M.I. col servizio medico e con quello sociale provvede precisamente a questo scopo per la formazione della cartella biografica del minore la quale lo accompagnerà attraverso le sue varie vicende coll’aggiunta delle osservazioni cui daranno origine gli episodi successivi della sua vita ed i provvedimenti presi a suo riguardo. Ci piace rilevare a questo proposito che oggi in Italia nessun minore giunge in Tribunale o passa agli Istituti di rieducazione senza essere accompagnato da questa cartella biografica che ne fotografa la costituzione normale e patologica insieme con il temperamento ed il carattere e ne illustra le condizioni famigliari economiche, ambientali e sociali. Il Centro di osservazione per minorenni del l’O.N.M.I. non ha solo lo scopo dello studio delle condizioni psicofisiche e sociali del minore ad irregolare condotta o che ha compiuto dei reati ma vuole da questo studio giungere praticamente all’indicazione migliore dei provvedimenti utili al suo ricupero fisico e morale sia che l’assistito possa essere proficuamente restituito alla sua famiglia, sia che ritornando nella propria casa debba restare in condizione di libertà vigilata esercitata dai Patronati per minori (mai alla P. S.) sia che si imponga il ricovero in istituti di rieducazione scelti in rapporto alle qualità fondamentali sue, sia infine che per il complesso delle recidive e la gravità dei delitti debba scontare nel carcere minorile un qualche breve periodo di pena. Il “Centro di osservazione per minorenni” dell’O.N.M.I. non e solo un luogo di studio e di profilassi c non ha quindi i caratteri ne dell’ospedale psichiatrico né di una qualsiasi Questura, né di una scuola ma vuol essere una vera c propria casa del minore che in essa trovi conforto ed ausilio, cure mediche e materne, tanto che nell’istituto numerose attribuzioni sono affidate alle donne come dirigenti, come Patrone e come esperte di assistenza sociale. Va messo in particolare rilievo questa nuova attività della donna in Italia avvicinata sempre maggiormente alla sua naturale funzione di madre e di protettrice di quanti fanciulli hanno meno conosciuto la bontà e le carezze di queste. Il “Centro di osservazione minorenni” dell’Opera Nazionale Maternità e Infanzia funziona pertanto raccogliendo i minori dai 9 ai 18 anni in tre reparti:
1°) minorenni fermati per misure di P.S. (pubblica sicurezza);
2°) minorenni denunciati in attesa di processo che non abbiano ambiente famigliare idoneo o che abbiano bisogno di ricovero provvisorio in quanto il Tribunale minorile ritenga di non poterli giudicare senza avere stabilito mediante un complesso esame la capacità di intendere e di volere, condizione fondamentale per essere imputabile e punibile;
3°) minorenni giudicati in attesa del provvedimento adottato dal Tribunale minorile quale il riformatorio giudiziario, la libertà vigilata o non ritenuti idonei alla vita libera in casa e quindi bisognosi di ricovero in istituti privati loro adatti, dopo il giudizio.
Il funzionamento di questo Istituto è oltremodo semplice, con il massimo di autonomia e comprende in locali separati l’accettazione dei nuovi arrivati con i necessari servizi di pulizia, vestizione e visita medica generale; il servizio sociale per le inchieste ambientali domiciliari ed i rapporti colle famiglie; il servizio medico psicologico per la conoscenza della personalità; la scuola ed i laboratori dove per la brevità del ricovero che di solito non oltrepassa i 30 giorni, vengono trattenuti i ragazzi in lavori semplici di intaglio, cartonaggio e di plastica, la quale consente di conoscere insieme col disegno libero, vera forma di linguaggio grafico, particolari tendenze, espressioni e sentimenti dei giovinetti in studio. La vittidazione è abbondante e destinata a rimediare ad eventuali carenze. Non esistono celle di punizione come del resto l’istituto non avendo carattere carcerario non ha chiusure ermetiche e grate alle finestre. Il personale specializzato e le Patrone dell’O.N.M.I. oltre i dirigenti hanno il compito di richiamare all’ordine chi commette infrazioni alla disciplina con ottimi risultati, perché chi parla con parole buone all’anima ed al cuore dei ragazzi trova sempre il modo di essere ascoltato e di persuadere. Ciò non esclude quella giusta severità e quel tono austero che speciali circostanze e mancanze possono richiedere. Il “Centro di osservazione” dell’O.N.M.I. per la sua naturale funzione può essere considerato il fulcro di tutta la moderna organizzazione della lotta contro la delinquenza minorile in Italia e le finalità ed il suo funzionamento sono quasi in maniera sintetica indicati dalle persone che sono chiamate a presiederlo: il Procuratore del Re presso il Tribunale dei minorenni, un medico specializzato in antropologia e psicologia criminale, una Patrona volontaria dell’O.N.M.I. particolarmente versata nella conoscenza dei problemi dell’assistenza minorile. Il “Centro osservazione per minorenni” e in stretto rapporto colla Questura ed i vari commissariati di P. S. dove i ragazzi non possono essere trattenuti per disposizione di legge e che provvedono all’accompagnamento al “Centro di osservazione” con agenti in borghese e con vetture pubbliche; colla Procura del Re col Tribunale per i minori; con il carcere minorile, colle varie sezioni, cogli istituti di ricovero per i ragazzi, con i Patronati per i minori, con i reparti ospedalieri di neuropsichiatria infantile e cogli istituti per minorenni anormali psichici. Poiché l’O.N.M.I. ha eminentemente in ogni campo una funzione profilattica, presso il “Centro di osservazione per minorenni” esiste anche un consultorio che ha lo scopo di rintracciare, studiare i ragazzi anormali del carattere o comunque a cattiva condotta che le scuole pubbliche, le famiglie, l’O.N.B. ed altre istituzioni hanno avuto occasione di avere nel loro seno. Questo consultorio è veramente indispensabile nella profilassi della delinquenza minorile poiché è indubitato che una adatta bonifica fisica e morale che accompagni i primi segni del traviamento e di una irregolarità del comportamento è il miglior mezzo per preservare i giovinetti da dolori e vergogne che manifestatisi è più difficile cancellare. Nel consultorio vengono dati alle famiglie i consigli idonei alla rieducazione che vengono presentati, e si provvede con cure mediche, assistenziali e pedagogiche al fine di evitare l’eventualità di reati, quando non si consigli e si imponga il tempestivo ricovero dei ragazzi meno idonei alla vita libera, in speciali istituti a spese dell’O.N.M.I. Per tale complesso di provvidenze e di funzioni il “Centro di osservazione” dell’O.N.M.I. rappresenta realmente una nuova istituzione che non trova riscontro in alcun altro Stato, dove pure esistono egregi istituti per minori che di solito però hanno un carattere talora troppo esclusivamente medico o pedagogico, non sufficientemente coordinati con le opere assistenziali e giuridiche e penali che riflettono i minori in pericolo morale o gli autori di reati, sovente limitati alla ricerca della personalità psicofisica del ragazzo senza sufficienti legami con i provvedimenti emendativi, mai preoccupati di una profilassi che anteceda le caratteristiche dell’abbandono, del traviamento e della delinquenza. È augurabile che tale istituzione trovi anche negli altri stati una larga applicazione secondo le rispettive condizioni del diritto vigente o da perfezionarsi ed in rapporto alle varie condizioni locali. I brillanti risultati ottenuti nell’Italia fascista in questo campo di rinnovamento giuridico-sociale non sono più un esperimento, ma rappresentano un esempio da seguire, poiché le statistiche dimostrano un progressivo e costante diminuire della delinquenza minorile in Italia basato più che sulla repressione, sulla prevenzione. Naturalmente anche in questo campo non si tratta di un organismo che funziona isolatamente ma sebbene in armonia con la più vasta legislazione e attività sociale che investendo problemi economici e morali specialmente in favore delle classi operaie e più diseredate ha reso la Rivoluzione fascista espressione di una nuova civiltà animata dal genio e dalla volontà del Duce dell’Italia nuova» (Ponzini A., I centri di osservazione per minorenni in Italia, 9, 1934, pp. 14-15).

A partire dagli anni ’30 apparve una rubrica di collegamento con l’estero (Dessau F., Il servizio sociale, 1932, 5, pp. 464-465; Id, Famiglia e servizio sociale, 1932, 8, pp. 736-744; Robilant D.D., La II conferenza internazionale di servizio sociale, 1932, 11, pp. 1024-30):
«Molto si parla e si scrive oggi del servizio sociale; ma non sempre se ne comprende l’intimo, spirito e il significato essenziale. Infatti, la parola “servizio” richiama alla mente il pubblico servizio, cioè un complesso di organi aventi una medesima funzione da svolgere. “Servizio” fa, pensare ad organizzazione, a uffici con archivi, a pratiche e protocolli, a norme di leggi e a regolamenti, e pertanto si pensa che il servizio sociale voglia « procedere sulle masse e non sugli individui, si pensa che « l’agente statale » non possa penetrare nei « meandri della vita » e alla mente si affaccia l’immagine di un organismo che a somiglianza di ciò che è l’Alto Commissario per il turismo sia una specie di direzione generale del servizio sociale. Ma, perché non si pensa invece al significato più semplice, più originario, che è quello di dedicarsi, consacrarsi umilmente ad uno scopo, a una persona e a un gruppo di persone? Perché non viene mai alla mente proprio il rapporto primitivo, immediato e diretto da persona a persona, nel quale l’una e serve » l’altra? Si può « servire » per l’amor di Dio, seguendo l’impulso del proprio cuore, o anche sottomettendosi alle regole di un ordine religioso che disciplina questa dedizione, le assegna compiti e limiti precisi, la addestra, la istruisce e la persona. Ecco il vasto dominio della carità, dei « servi di Dio » che tanto bene hanno fatto non soltanto sollevando infinite miserie, ma percorrendo e preparando con la sapienza e l’esperienza dei secoli molti degli odierni principi fondamentali dell’assistenza. Così, ad esempio, le precorritrici delle moderne assistenti sociali sono le “Figlie della Carità di San Vincenzo”, che non erano visitatrici volontarie (come le Dame), ma professionali e appositamente preparate. Oppure si può servire — e siamo ai tempi moderni — per un ideale umanitario e sociale (cui si confonde e in cui è facile scorgere il principio «religioso ») sottomettendo la propria azione a un metodo, facendosi guidare dalle ‘scienze biologiche e sociali, che ne additano le origini dei mali sociali e i mezzi per guarirli. Friedrich Von Bodelschwingh, il grande redentore dei fratelli della strada, diceva: « quante volte noi passiamo accanto al fiume della miseria senza risalire le sue sorgenti…». Così. il grande ispirato della carità evangelica era, un secolo fa, il precursore della « diagnosi sociale »: lo studio e la ricerca delle cause dei mali individuali e collettivi, come base dell’azione curativa. Così inteso il concetto di servizio sociale gravita attorno a due poli: la personalità dell’individuo e la società; e non può quindi essere disgiunto né dalla persona che lo esercita né dai principi generali, gli scopi collettivi a cui tende e in cui si incastona. Il servizio sociale, secondo la definizione di Mary Richmond, consiste di quei provvedimenti che sviluppano la personalità mediante l’adattamento, convenientemente effettuato per ciascun individuo, dell’uomo al suo ambiente sociale. Ma la personalità vive e si espande nel modo migliore nel suo ambiente, dall’atmosfera che la circonda, di cui risente tutte le influenze e su cui esercita a sua volta un’azione diretta. Ecco perché il servizio sociale non ha potuto né voluto prescindere mai dalla famiglia. Anche la protezione e l’assistenza della famiglia è oggi un’espressione che corre sulla bocca di tutti, che si sente ripetere sulle riviste e sui giornali, senza che però alcuno sia .ancor penetrato nel profondo significato di questo che è un programma e un compito arduo. Si pensa, in generale, alle norme dcl diritto penale che puniscono chi attenta alla integrità della famiglia; alle esenzioni fiscali concesse alle famiglie numerose, alla protezione delle madri e dei bimbi ma tutto questo al solito come organizzazione, come provvedimenti generali e quindi schematici e dei quali molte volte le famiglie che potrebbero valersene non sono e non possono essere a conoscenza. Nessuno pensa al servizio sociale della famiglia come opera di educazione, di consulenza e di tutela, svolta da una persona che sia preparata a questo compito e che lo eserciti professionalmente, cioè con continuità e completa dedizione di sé, in una determinata circoscrizione territoriale. È di questo servizio sociale in rapporto alla famiglia, che intendo parlare, perché è quello che finora è stato preso meno in considerazione e del quale è più urgente il bisogno. Ed è questo servizio sociale in rapporto alla famiglia che ha costituito il programma e il contenuto del recente 2 congresso Internazionale del servizio sociale (Francoforte 10-15 luglio 1932). Mentre il 1 Congresso tenutosi a Parigi nel luglio 1928 rappresentava sopratutto uno spiegamento delle forze del servizio sociale di tutto il mondo e doveva avviare i “Social Worker” a conoscersi, a intendersi, a imparare gli uni dagli altri e ad unirsi, questo Congresso doveva approfondire e studiare da tutti i punti di vista il tema centrale del servizio sociale, il problema basilare dell’oggi: la famiglia. Anche la famiglia è uno dei temi all’ordine dei giorno.; se ne parli per constatare che essa va disgregandosi, va perdendo le caratteristiche tradizionali che la rendevano così salda e forte; onde da alcuni si afferma la necessità di far di tutto per ricondurla all’adempimento dei compiti, che leggi naturali e civili, morali e religiose le posero: mentre da altri se ne deduce che la famiglia è un’istituzione superata, destinata a cedere il posto a forme di vita e di organizzazioni sociali più rispondenti ai tempi nostri. Per discutere di una questione bisognerebbe conoscerla: conosciamo noi veramente la famiglia, sappiamo noi in che cosa consiste, come si svolge la vita di questo organismo che cela un suo intimo essere agli sguardi degli estranei, la cui essenza è un mistero a quegli stessi che ne fanno parte e contribuiscono alla formazione di quel “quid” indefinibile ed inafferrabile che è l’anima: l’atmosfera famigliare o spirito di famiglia? Abbiamo statistiche dettagliate dei matrimoni si rapporto alla età e alla professione dei coniugi, al loro grado d’istruzione, al prezzo all’ingrosso del ano; statistiche della natalità legittima e illegittima, della mortalità, delle separazioni coniugali, della frequenza di certi delitti e da tutte queste espressioni schematiche e generali tanto da divenire talvolta astratte, noi cerchiamo di dedurre qualche conclusione sulla vita di famiglia, sulla moralità dei suoi membri e così via. Ma anche questi studi non fanno che girare attorno al punto cardinale, non ci rivelano che alcune linee generali su cui tutto ancora sarebbe da costruire. Per conoscere da vicino e nella stia realtà palpitante la vita della famiglia, il metodo principe è quello delle monografie, dello stadio intensivo dei casi tipici, mediante accurata e prolungata osservazione, metodo messo in onore dal Le Play, fiorito per alcuni anni e poi caduto in oblio, e recentemente ripreso con un4 serie di interessanti pubblicazioni dalla “Akademie fur soziale und padagogische Frauenarbeit” (Berlino). Se la monografia studia da vicino in tutti i suoi particolare la vita di alcune famiglie, la inchiesta sociale, la indagine personalmente e intensamente condotta in tutto un quartiere fa conoscere le famiglie non soltanto come organismi isolati, ma quel che più importa, nei loro reciproci rapporti, volontari e involontari. Fa conoscere un « vicinato» e quindi illumina più chiaramente le influenze che operano su ciascuna famiglia. La grandiosa inchiesta sulle condizioni di vita della popolazione londinese fatta da Charles Booth nel 1886 e ripresa oggi nella stessa Londra da una schiera di demografi e sociologi “The new Survey of London life and labor, v. I. Forty years of change, London, 1930”, ha avuto anche presso di noi una felice, applicazione, purtroppo rimasta senza imitatori, di Paolo Orano: “Come vive il popolo a Roma”. Per studiare la vita di un quartiere popolare, il Testaccio, egli vi si era insediato, ben sapendo che soltanto con la partecipazione spontanea, naturale e continua alla vita del popolo nel proprio ambiente, la si può conoscere e comprendere. E soltanto vivendo con il popolo e in mezzo al popolo, condividendone la vita, lo si può capire, aiutare e sollevare. Questa la convinzione, confermata poi dalla esperienza di decenni, dei pionieri di Toynbee Hall (il primo “Settlement” fu istituito nel 1884 a White Chapel, il più orrido “slum” di Londra, dal Reverendo Canon Barnett, da sua moglie e da alcuni idealisti; e “to settle” vuol dire in lingua inglese stabilirsi, fissarsi, onde “settlement” è residenza, colonia). Nei loro concetti fondamentali i “bonificatori” dell’Inghilterra e dell’Amedea; del Belgio, della Francia e della Germania, là dove si sono diffuse le dozzine di “settlement”, si sono ispirati, e ispirano, ai a “Social case workers”, coloro cioè che svolgono nel popolo il servizio sociale del caso individuale della famiglia. Nel paese in cui i “settlement” hanno assunto il massima sviluppo e la massima importanza. Per chi si interessa dei “settlement” faccio notare che il 16-20 luglio ha avuto luogo a Berlino il IV Congresso Internazionale dei “settlement”, Segretariato Internazionale, (Bridge Road, Welwyn Garden City, Hertes England), per esempio il famoso “Hull House” di Chicago, fondato e diretto da Jane Addams, insignita del premio Nobel per la pace, Mary Richmond scriveva a questo proposito: « il lavoratore del servizio sociale del caso individuale non è una specie dì benevolo intermediario — e, aggiungiamo con le parole di Miss Mary Willcox Glenn “Bulletin International du Service Social, n. 3” — non è un inquisitore che ha il compilò essenziale di sottoporre a interrogatorio stringente la famiglia bisognosa per cercare di deprivarne al minimo la richiesta di sussidio. Egli si propone invece di scoprire, con l’aiuto di quanti operano nel campo sociale, un programma basato sulla combinazione di tutti gli aiuti offerti dalla società, per poter raggiungere il risultato: lo sviluppo della personalità e la “socialità” (l’una dipende dall’altra) della famiglia assistita ». « Gli esseri umani sono interdipendenti » essa prosegue « E meglio organizzata quella che promuove, nel modo migliore la personalità dei suoi membri; e la personalità si sviluppa mediante lo giuste relazioni con la società. L’arte del servizio sociale consiste nel saper scoprire e assicurare all’individuo, le relazioni sociali migliori possibili. Ma gli esseri umani sono differenti gli uni dagli altri; bisogna trovare i provvedimenti per offrire aiuti diversi a ciascun individuo (principato della individualizzazione). Gli esseri umani non sono animali dipendenti e domestici; onde deriva la necessità che ciascuno deve partecipare alla elaborazione e all’attuazione del progetto per il proprio risollevamento. Gli individui hanno le loro volontà e non sono fatti per avere una parte passiva nel mondo: essi si guastano, se questo avviene (principio della compartecipazione dell’assistito all’opera del proprio risanamento). Per attuare questi metodi, per applicare questi principi, per perseguire questi scopi è sorto il servizio sociale professionale. « Questa professione è ardua; essa pone al di sopra di ogni azione pratica, il più elevato sforzo intellettuale di cui il lavoratore sociale sia capace, poiché i suoi contatti con la parte umana della vita sono caldi continui e ricchi di ricompensa. lui atti!, operando con riverenza istintiva per a personalità e con caldo umano interesse per il popo1o, la personalità stessa del lavoratore sociale si sviluppa. Così il servizio è reciproco ». Questi principi proclamati in forma diversa — sotto diversi punti di vista e partendo da presupposti ambientali e spirituali diversi — ma aventi in comune l’essenza e il significato, sono il frutto dell’esperienza fatta nella beneficenza, nell’assistenza sanitaria, nella previdenza sociale — esperienze che inducono alla stessa conclusione: al riconoscimento, cioè, della necessità del servizio sociale basato sulla ricerca delle cause e sulla diagnosi del singolo caso sociale, condotto con metodo finemente individuale, adatto di volta in volta alle singole esigenze; elaborato ed attuato con il consenso, la partecipazione e la collaborazione attiva del “cliente”. La beneficenza sì limita al soccorso immediato, temporaneo, alla concessione di elemosine, sussidi, in denaro e in natura, distribuiti secondo il criterio personale del benefattore o secondo l’impulso sentimentale del momento; quindi, creando le condizioni favorevoli, coltiva e mantiene la miseria (come lo sperimentatore prepara e conserva le colture di bacilli in terreno adattò), sperpera improduttivamente i mezzi, frazionandoli in piccoli sussidi saltuari, insufficienti e male impiegati. L’assistenza sanitaria — anche quella più moderna e perfezionata — sono parole del Direttore dei Servizi sanitari della città ai Birmingham, Bullettin international du Service Social, n. 5) — considera unicamente la parte sua, biologica della personalità umana e quindi ha valore solo in quanto, curando, proteggendo e preservando la salute fisica dell’individuo, ne libera le forze e lo mette in condizione di poter concentrare le sire energie su scopi più elevati. L’assistenza sanitaria profilattica e curativa non può raggiungere lo scopo completo della bonifica integrale dell’individuo — se non con l’aiuto del servizio sociale educativo, che guida le energie così liberate a dirigersi verso finalità socialmente utili e proficue. La previdenza sociale dovendo operare sulle masse — basandosi sulle statistiche dei grandi numeri, e essendo per necessità generale e uniforme, è schematica e livellatrice e deve quindi — come osserva Alice Salomon nel suo studio sui “Metodi individualistici e schematici dell’assistenza” (Le assicurazioni sociali, n. 4, 1930) — esser corretta e integrata dal servizio sociale del caso individuale. Ancora una volta a Francoforte i lavoratori sociali, convenuti da ogni parte del mondo hanno ribadito questi concetti fondamentali, ne hanno riaffermato la necessità e l’utilità, hanno cercato di perfezionarli, di adattarli alle esigenze particolarmente difficili di questo periodo d crisi e di disoccupazione, nel quale il servizio sociale è la condizione imprescindibile per salvare la famiglia e per proteggere le nuove generazioni. I mezzi di aiuto sono scarsi e vanno sempre diminuendo: più forte che mai quindi il bisogno di adoperarli con parsimonia e soltanto in quel modo che ne garantisca il massimo rendimento. Come il capo intelligente di un’azienda in pericolo cerca di perfezionare i metodi di produzione, di ridurre al minimo i costi e di migliorare i prodotti, valendosi di tecnici altamente qualificati, così i capi delle organizzazioni di tutto il mondo, i dirigenti degli organi assistenziali dello Stato, gli esperti più di atti e più colti, sono d’accordo nel proclamare l’urgenza di migliorare e approfondire la preparazione tecnica dei personale del servizio sociale per affidare soltanto ad esso i delicati compiti di protezione e assistenza sociale. Citiamo, fra tutte le voci, quella « ufficiale » del Commissario del “Reich” per il Risparmio (“Reichssparkommissar”) incaricato di rivedere tutta l’amministrazione del “Reich” allo scopo di suggerire provvedimenti di economia; e quella dell’Associazione delle Città Tedesche (“Deutscher Stadtetag”). Essi dichiarano che l’esperienza ha insegnato che l’assunzione di personale – specializzato per l’intensificazione del servizio sociale del caso individuale è un’economia e che la distribuzione schematica di sussidi in denaro o in natura è uno spreco. Così, specialmente in riguardo alle famiglie di disoccupati (alle quali e stata dedicata la riunione plenaria di chiusura) il Congresso ha fatto conoscere l’utilità incalcolabile, anzi la necessità del trattamento individuale delle singole famiglie. Mary Wilcox Glenn — nel suo rapporto “la famiglia ed il servizio sociale” (Bulletin International du Service Sociale, n. 3) ha dimostrato in base all’esperienza fatta in America, il benefico effetto che la lavoratrice sociale può esercitare sulle famiglie dei disoccupati, insegnando alle madri come utilizzare le scarse risorse, infondendo coraggio e serenità, allacciando utili relazioni tra la famiglia e il vicinato e suscitando, in quella e in questo tutte le risorse, tutte le energie per aiutarla a superare le difficoltà del presente. E queste esperienze sono confermate da tutte le relazioni pubblicate sull’argomento. Il Congresso ha avuto luogo in un’atmosfera di ansia e di preoccupazione, ma nello stesso tempo di ferma, incrollabile, concorde passione: quella di trovare nello sforzo comune i mezzi più adeguati per salvare la famiglia dai mali che su di essa incombono: le malattie che ne minano la salute fisica, che ne diminuiscono la capacità di lavorare e di resistere; la disoccupazione che la priva del guadagno del padre e che le taglie la base stessa dell’esistenza; i pericoli morali dell’agglomeramento delle grandi città con tutte le tentazioni dei facili divertimenti, con tutti gli allettamenti del vizio, che agiscono sopratutto nelle tenere anime dei fanciulli e degli adolescenti. E tutti gli sforzi di coloro che ai Congresso hanno esposto i risultati delle loro indagini, delle loro esperienze e dei loro studi convergono nella affermazione che la famiglia deve e può essere salvata. Deve essere salvata, perciò è la culla delle nuove generazioni e l’ambiente naturale in cui possono crescere ed esponendosi favorevolmente e che nulla, può sostituire; deve essere salvata, perciò soltanto essa offre anche all’individuo adulto, le condizioni normali di vita e garantisce lo sviluppo della personalità in armonia con la collettività sociale; può essere salvata, poiché in essa sono latenti forze preziose e insperate, che vengono suscitate, vivificate e valorizzate dal servizio sociale. L’appello è già stato raccolto dal Fascismo, che di questi principi ha fatto il programma della sua politica sociale, la meta della sua azione educativa, preventiva e assistenziale. Ma perché il programma diventi realtà, perché l’idea si concreti in fattività di opere, molto cammino vi è ancora da fare. Se tutti, almeno in massima e più spesso, ahimè, soltanto a parole, sono d’accordo sulla necessità di aiutare e di proteggere la famiglia, ancora molta incertezza regna sulle modalità con cui attuare tale aiuto. Pochi comprendono nel nostro Paese l’importanza del servizio sociale per la famiglia, del servizio sociale individualizzato e affidato a personale tecnico. Eppure questo principio ha ricevuto il più prezioso riconoscimento, la più ambita approvazione. L’interessamento, direi quasi, il paterno amore, dimostrato dal Duce alla prima scuola italiana di servizio sociale, sorta modestamente e silenziosamente per iniziativa dei Fasci Femminili in Roma, costituisce un incoraggiamento e nello stesso tempo però un monito severo per tutti: per le sfere responsabili e direttive e per il popolo. « Noi viviamo in un’epoca di ansietà nazionale » ha detto il Principe di Galles nell’adunata del gennaio di quest’anno del “National Council of Social Service”, di cui egli ha l’alto patronato, « ma anche di grandi possibilità per la Nazione, se sappiamo combattere i due grandi nemici di oggi: lo scoramento e l’apatia ». Questo monito vale anche per noi, perciò è sopra tutto contro l’indifferenza che dobbiamo lottare. Occorre che la coscienza popolare partecipi con maggiore consapevolezza alla grande trasformazione economica, sociale e politica che il Fascismo ha operato e va a grandi passi operando, a passi così grandi, che le masse stentano ancora a seguirlo. L’educazione e la trasformazione delle coscienza è compito arduo, esige tempo, perseveranza e fede; ma il Fascismo, che ha già tanto combattuto e vinto, otterrà anche questa vittoria. Francoforte sul Meno, luglio 1932 X E.F. (Fanny Dessau, La famiglia e il servizio sociale, 1932, 8, pp. 736-744).
Nel notiziario si fa riferimento al terzo congresso internazionale di servizio sociale che si svolse a Londra dal 12 al 18 luglio 1936 sul tema “Comunità e servizio sociale” e sui seguenti subtemi: salute e servizio sociale, educazione e tempo libero, welfare materiale e spirituale, adattamento sociale e disoccupazione. Vi parteciparono 30 paesi per un totale di 1400 membri (45 dalla Germania, nessuno per l’Italia eccetto i corrispondenti della stampa). Il motivo dell’assenza della delegazione italiana si deve imputare probabilmente alla mancata accettazione della candidatura italiana. I rapporti tra i due paesi tuttavia erano del tutto cordiali e l’assistenza sociale italiana era più che stimata (Impressioni inglesi sull’Onmi, 2, 1935, p. 13):
«A Roma, a Villa Aldobrandini, ha avuto luogo una adunanza preparatoria della prossima Conferenza internazionale di Assistenza Sociale che si terrà nel luglio 1936. Il dott. Sand, Segretario generale della Unione delle Croci Rosse, ha illustralo le finalità e l’organizzazione di queste conferenze internazionali periodiche, soffermandosi in particolare sui problemi che verranno trattati alla Conferenza di Londra della quale egli sarà il Presidente. Il dott. Sand ha espresso a nome del (Comitato internazionale promotore i cui membri erano presenti, il vivo desiderio di vedere assicurato alla Conferenza di Londra l‘intervento di una numerosa Delegazione italiana ed ha proposto che si addivenga fin d’ora alla costituzione di un Centro di Raccolta per inquadrare i lavori. Alla costituzione del Comitato organizzatore italiano hanno aderito i principali Enti statali e parastatali. La Presidenza del Comitato è stata offerta per acclamazione al Governatore di Roma S.E. Bottai. Erano rappresentati alla riunione il Governatorato di Roma, i Fasci femminili dell’Urbe, l’istituto Nazionale di Previdenza, la Confederazione dell’industria, il Patronato nazionale per l’assistenza sociale, la Direzione generale di Sanità, l’O.N.M.I., la Croce Rossa italiana, la Congregazione di Carità, l’ispettorato Scuote di Assistenza Sociale del Partito, l’ispettorato Assistenti Sanitarie, la Presidenza del Tribunale dei Minorenni, il Patronato Re-Barlett per i minorenni, il Lyceum di Roma, il Consiglio Nazionale delle Donne italiane e numerosi studiosi di problemi dell’assistenza sociale» (Una seduta preparatoria, 1935, 2, p. 20).
La peculiarità del modello assistenziale italiano si esprimeva nella capacità di integrare le diverse competenze afferenti al campo sanitario (profilassi, cura e riabilitazione) con quello socio-assistenziale (refettori, corredi per neonati, pacchi viveri) con il coordinamento della attività affidato alla direzione sanitaria provinciale (Veronese D., Organizzazione del servizio sanitario provinciale ONMI, 1942, 3, pp. 85-86) che poi è rimasto il modello dominante fino ad oggi. Molte persone giungevano in Italia anche solo per vedere di persona le meraviglia dell’Opera. Il successo dell’iniziativa fu tale che si decise di organizzare un servizio di visite guidate (Attività svolta dal Centro Stranieri ONMI, 1939, 6, pp. 400-401).
Uno degli ultimi atti del Regime Fascista fu la pubblicazione del nuovo Codice Civile – che perdura tuttora – con l’introduzione dell’affiliazione, una forma di affidamento familiare in favore dei bambini abbandonati o vittime di abusi (Pascasio M., Aspetti pratici dell’affiliazione, 1941, 3-4, pp. 137-138):
«L’istituto giuridico, che la vecchia legislazione non conosceva e che il nuovo Codice civile ha, con parola felicemente espressiva, chiamato affiliazione, è sorto dalla conoscenza profonda delle vicende e delle passioni umane. Esso ha — com’è noto — Io scopo di favorire l’amore per i bimbi e di dare un focolare ai fanciulli che non conoscono il sorriso della madre ed a quelli il cui sorriso non è valso a suscitare gli affetti della genitrice che li ha lasciati in abbandono. Il grande consenso suscitato ed il numero ingente delle affiliazioni già in atto dimostra che questa nuova provvida legge è veramente aderente all’anima ed ai bisogni del popolo italiano. Il solo annuncio di essa è stato accolto con gioia da molte famiglie perché nelle nostre regioni e assai praticata, specialmente dalle classi rurali, la consuetudine, sorta dal cuore del popolo, di accogliere ed allevare fanciulli privi dei genitori o abbandonati, assistendoli, come se fossero propri figli. Basta ricordare per tutti il caso di un trovatello deposto nel 1852 nella “ruota dell’Annunziata” di Napoli, al quale fu imposto il nome di Vincenzo Gemito, poi divenuto artista sommo. Nelle cronache del pio istituto è detto che “una povera donna, Giuseppina Baratta, non aveva figli e prese con se il trovatello. Mai avvenne che madre e figlio di più si amassero”. È talvolta l’insopprimibile istinto di maternità della generosa popolana a cui il matrimonio non diede la gioia dei figli. È tal’altra il bisogno di far rifiorire una tenerezza che la morte di un bimbo ha spezzato. È spesso umana carità e sentimento religioso insieme per cui si crede che i “figli della Madonna” — come sono anche detti i trovatelli — portino fortuna alla casa che li accoglie, perché invocano su di essa la benedizione di Dio. È infine l’usanza propria di alcune provincie del mezzogiorno, di talune rinunzie o sacrifizi che si eseguono per voto promesso in occasione di avversità o di malattie scampate. La casa che ha accolto i reietti diventa a poco a poco la loro casa perché prendono parte alle vicende familiari a fianco degli altri figli. L’allevatrice diventa per essi “la madre del cuore” e li conforta delle stesse cure e degli stessi affetti che ha per i figli suoi; si formano vincoli che nella maturità non si allentano. Anzi, se la madre naturale minaccia di riprendere il suo figlio, la famiglia di elezione non si adatta a lasciarsi togliere il bimbo, e questi si ribella ad abbandonare gli affetti ai quali si era abituato. Così l’affiliazione assicura ai minori una famiglia, un affetto, un avvenire e viene incontro ad una viva aspirazione delle famiglie benefattrici le quali possono finalmente accogliere le giovani creature sotto la protezione della legge e non più — come per il passato — in base ad un semplice rapporto di fatto privo di una disciplina giuridica. Questi minori, infatti, non potevano essere vincolati mediante un rapporto di diritto a coloro presso i quali erano stati allevati. Non v’era modo d’impedire che il minore, giunto all’età di poter produrre, potesse essere reclamato dal padre o dalla madre che per tanto tempo lo avevano dimenticato. «Ora è grande. È mio. Perciò me lo riprendo ». Quest’atto, determinato per lo più da spirito speculativo o da ragioni discutibili e forse immorali avviava forse il giovane virgulto verso un nuovo oscuro avvenire: ma era conforme alla legge e non poteva essere impedito. Ecco pertanto che il nuovo istituto giuridico apre insperati orizzonti».
E ancora:
«L’Istituto della affiliazione e il riconoscimento degli adulterini. Dalle dichiarazioni del Sottosegretario di Stato al Ministero della Giustizia Eccellenza Putzolu si apprende come l’istituto di affiliazione sia largamente diffuso in tutte le regioni del Regno, sintomo questo del vivo sentimento di solidarietà che è nell’animo del nostro popolo. Anche il riconoscimento dei figli adulterini ha funzionato con ottimo risultato. Sono stati 201 i casi il cui riconoscimento è stato ammesso e nella quasi totalità con il consenso dei figli legittimi, vale a dire senza offendere, in questa delicata materia, il prestigio della famiglia legittima. Il giudice tutelare, istituito dal nuovo Codice civile come organo di controllo statale per la cura degli interessi morali e materiali degli incapaci, funziona presso ciascun mandamento. I risultati pratici che si otterranno dopo un congruo periodo di esperimento potranno fornire utili clementi ai fini di una definitiva sistemazione dell’importante istituto. Le adozioni, in numero di 462, sono state facilitate dalla nuova legge civile, rispetto al regime rigoroso del vecchio Codice» (L’istituto dell’affiliazione e il riconoscimento degli adulterini, 1941, 6, p. 268).
Anche se il giornale ricominciò ufficialmente le pubblicazioni nel 1947, in realtà l’Onmi non cessò mai di erogare prestazioni in favore delle famiglie e dei minori. Nel 1946 si raggiunse la cifra record di 2 milioni 762644 illegittimi, contro i 937601 nel 1938 (Gatti V., Dura lex sed lex, 1947, set-ott, pp. 23-30).
Con la fine della seconda guerra mondiale e la divisione del mondo in due blocchi ideologici, anche la rivista cambiò aspetto con una nuova redazione e nuove rubriche; tuttavia l’impianto strutturale, con gli istituti e le competenze rimase il medesimo.
I Consultori (ONMI) erano dei centri dove si prestava consulenza ovvero una serie di consigli tecnici a madri e minorenni anche coloro che non soffrivano di vere e proprie patologie cliniche ma che, “trovandosi in periodi della vita durante i quali gli equilibri dell’organismo sono particolarmente instabili”, avevano bisogno di essere vigilati e consigliati sul tenore di vita da seguire: alimentazione, abbigliamento, stile di vita, periodi di riposo, comportamenti particolari, etc. (Corbo S., Mammine, sapete cos’è un consultorio?, 1954, 8, pp. 38-42).
Negli articoli si nota l’influenza del pedagogismo anglosassone e di matrice americana mentre negli Stati Uniti d’America (SUA) si perpetrava ancora l’apartheid almeno sino al 1954 quando fu abolita dalla Corte Suprema attraverso la cd. “sentenza Brown” (Ferrero Y. F., Nei bambini il colore della pelle non conta, 1963, 3, pp. 13-16, p. 16).
L’abuso dei mezzi di correzione è denunciato come piaga sociale e non è un caso che il codice penale preveda espressamente due fattispecie di delitti contro l’assistenza familiare. Abusano dei mezzi di correzione coloro che per punire un fanciullo lo colpiscono con calci e pugni invece di limitarsi al rimprovero. Altrettanto può dirsi di chi eccede nel suo potere disciplinare sottoponendo il figlio ad un lungo digiuno oppure lasciandolo dormire per terra o fuori di casa. Il maltrattamento è un delitto ancora più temuto perché presuppone l’aggravante dell’abitudine (Gatti V., Difetto ed eccesso di correzione, 1954, 6, pp. 36-37).
Per intenderci, i mezzi di correzione sono un metodo educativo culturalmente accettato solo in quei contesti selvatici dove si preservano costumi tradizionali, così un ragazzo di 14 anni racconta la sua versione sull’uso dei mezzi di correzione: «specialmente in primavera noi ragazzi di qui non resistiamo al richiamo della foresta: in quella stagione meravigliosa le quattro pareti dell’aula diventano anguste e funeste come quelle di una bara e tutti ne schizziamo fuori per alcuni giorni. Hanno un bel daffare la povera maestra ad avvertire i genitori a punirci a suon di legnate» (Usaj A., Sono un ragazzo sardo, 1954, 11, pp. 20-23).
Nonostante ciò, i redattori non si esimono a fornire delle raccomandazioni pedagogiche sul metodo di punire con fermezza ma senza pesantezza: «Il diritto di punire spetta ai genitori e più che un diritto è una prova di amore e di capacità educativa (…) è punizione intelligente quella che non umilia a tal punto il ragazzo da farlo reagire perché raggiunto nella sua sensibilità che è delicatissima» (Tavazza L., Punire i ragazzi o i genitori?, 1954, 11, pp. 46-47).
Si accenna ad una ricerca inglese nel Kent durata 5 anni su mille studenti della scuola media secondo cui le punizioni corporali aumenterebbero l’intelligenza. Il prof. Siro Segagni, specialista in pediatri ha detto in proposito: «picchiare i bambini può darsi vada bene per gli inglesi, per noi no. Si intende, picchiare sistematicamente. La punizione corporale come mezzo educativo si usa per i cani, non per i bambini: con questi si riesce a tutto con la persuasione». Augusta Grosso Guidetti riferisce che il 90% dei bambini anormali diventano tali a seguito delle punizioni corporali; forse si riferisce al libro di LEWIS del 1954 The mersham experiment? (Molti scapaccioni, niente sporcaccioni, 1954, 12, p. 20).
Una lettrice scrive a proposito della cronaca sulle violenze sui minori: «Troppo spesso si apprendono dalla cronaca orrendi episodi di violenze su bambini di entrambi i sessi: ma simili nefandezze non vengono punite a sufficienza dalla nostra legge?» Le risponde Vittorio Gatti: « Purtroppo la frequenza di tali turpitudini non deve ascriversi alla debolezza del Legislatore, ma all’impossibilità di individuare agevolmente certi delinquenti, a causa dell’incompleto sviluppo mentale dei soggetti offesi dal reato. Per lo più si tratta di tarati psichici le cui manifestazioni delittuose non corrispondono neppure ad una piena imputabilità, ma in caso diverso la nostra legge è di considerevole durezza, comminando la reclusione da 3 mesi a 3 anni per gli atti osceni, da 6 mesi a 3 anni per la corruzione, da 1 a 3 anni per gli atti di libidine violenta e da 3 a 10 anni per violenza carnale » (La posta delle famiglie, 1955, 1, p. 1).
Tuttavia, purché sussista la punibilità dell’art. 572 c.p., non è sufficiente la continuità dei maltrattamenti ma occorre che sia accertata la negligenza negli obblighi di assistenza e la mala fede dell’aggressore, dunque si raccomanda cautela prima di decisioni irrevocabili che possano mettere a repentaglio l’integrità della famiglia (Gatti V., Maltrattamenti, 1956, 7, p. 4). Non commette reato il marito che, in base alla supremazia concessagli dalla legge, esige dalla moglie il sacrificio della professione da lei esercitata, se in contrasto con gli oneri che le derivano dalla società coniugale (Gatti V., I nostri consulenti, 1956, 9, p. 5).
Alcuni medici nordamericani ritenevano che la comparsa di ulcera gastrica nei minori di 9 anni dipende anche dai padri troppo severi (Avvertimento ai genitori collerici, 1956, 11, p. 13). Il difetto o l’eccesso di fermezza può avere ripercussioni negative sul futuro dei figli (Gatti V., I nostri consulenti, 1957, 7, p. 4).
Un convegno a Torino sancì la definizione del bambino minorato “caratteriale” al posto dell’obsoleta definizione di “anormale”, pur riconoscendo l’utilità delle classi differenziali (Tassone A., Ragazzi difficili, 1959, 1, pp. 36-37)
Si accenna alle conseguenze antisociali del minore e all’assistente sociale che lavora in equipe: « il lavoro di gruppo (pediatra-pedagogista-assistente sociale e sanitaria), in collaborazione con la famiglia, se incoraggiato e appoggiato dalle Autorità, può risolvere molti problemi del bambino con basso livello di maturità mentale » (Corbo S., Le difficoltà caratteriali del bambino, 1959, 7, pp. 9-12).
I corsi di puericultura, introdotti nelle scuole medie fin dal 1937, furono abrogati nel 1943 e sostituiti negli anni ’60 con quelli di economia domestica (Zambrano E., Puericultura a scuola, 1959, 11, pp. 7-8; Ferrero Y. F., Puericultura a scuola, 1962, 1, pp. 9-10). Un ulteriore impulso fu dato dall’attività dei consultori pediatrici e dall’integrazione socio-sanitaria, p. 17 (Zambrano E., I consultori dell’ONMI, 1963, 6-8, pp. 7-32).
Commentando un episodio di cronaca in cui un gruppo di giovani ha picchiato e derubato un benzinaio, l’autore raccomanda l’uso di metodi drastici da parte dei genitori; denuncia l’imborghesimento della famiglia italiana e il lassez faire di questa nei confronti dell’ozio dei figli (Della Giovanna E., Chi è il vero responsabile dei crimini della gioventù?, 1960, 11, pp. 39-40). I bambini che fanno i capricci devono essere compresi e non puniti (Gorresio G.A., I capricci, 1959, 12, pp. 21-22). Confessioni di un abusante pentita: gli scapaccioni non servono a nulla, la colpa è l’obesità del figlio di 13 anni che, messo a dieta dal medico, non dirà più bugie (Anguissola G., La bugia campanello d’allarme, 1960, 10, pp. 24). Si denuncia l’inefficacia delle punizioni fisiche al fine di scoraggiare la delinquenza minorile (ONU, Castighi corporali e delinquenza minorile, 1960, 10, p. 56). Il genitore deve essere irreprensibile sulle punizioni: se troppo eccessive, non deve avere ripensamenti, ma deve evitare lezioni in pubblico che provocano misantropia nel minore, p. 50; riferisce che ci sono statistiche che confermano che i “caratteriali” appartengono a genitori che non sono d’accordo sul metodo educativo (Ricci-Cerri M., Conoscere e amare per educare, 1960, 11, pp. 46-50). La punizione corporale può essere tollerata quando il bambino non è ancora capace di riflettere e cioè fino a 4 anni (Ricci Cerri M., Il bambino testardo, 1962, 5, pp. 26-29).
Si accenna a circa 1500 minori che fuggono da casa ogni anno in Italia, la cui causa è da addurre al senso di abbandono che vige nelle famiglie oltre a una serie di problemi quali la scarsa performance scolastica e i rimproveri (Baschera R., Perché i ragazzi scappano di casa?, 1961, 8, pp. 22-23). La tendenza dei minori di cercare al di fuori della famiglia ciò che non ottenevano all’interno deriva dall’assenza di modelli di riferimento o da eventuali respingimenti da parte di genitori violenti o immorali (Valente M.A., Azione antisociale dell’adolescente e responsabilità della famiglia, 1961, 9, pp. 15-18).
Nel suo famoso libro “Common Sense Book of Baby and Child Care”, 1946, trad.ita. “Il bambino”, Benjamin Spock definiva effimere le sculacciate, lo stesso introdusse il concetto di “permissivismo” (Di Tullio B., Infanzia nel mondo, 1963, 3, pp. 39-40).
La tipologia di “bambini caratteriali” è riferita a coloro che sono affetti da impressionabilità, incertezza, instabilità e capricciosità (…) I fattori determinanti sono da ricondurre per il 39% alle condizioni fatiscenti delle case, il 44% alla numerosità della prole e il 12% alle dipendenze (Rossi P., Il caratteriale e la sua assistenza, 1964, 6-7, pp. 444-471, 454, 465).
L’Onmi da una parte fu contrariata dalla proposta del trasferimento delle scuole di servizio sociale nella Facoltà di Scienze Politiche (Gotelli A., La riforma scolastica e l’avvenire delle scuole di servizio sociale, 1964, 2-3, pp. 141-147) ma d’altra parte ribadiva la necessità di preservare la scuola organizzata dall’ONMI che aveva lo scopo di formare un personale adatto, per attitudini e capacità, a collaborare nei quadri dell’Opera ed a esserne l’ossatura tecnica e spirituale (D’Alba B., Contributo di ricerca sulle origini del servizio sociale in Italia: il servizio sociale dell’ONMI, 1966, 1, pp. 9-28).
Sta scritto che al 1958 su 41 Centri medico psico-pedagogici, 30 si avvalevano dell’opera dell’assistente sociale; in via di massima, il lavoro delle assistenti sociali in tali Centri poteva dirsi bene impostato ad eccezione di alcuni centri in cui l’assistente sociale esplicava lavoro prevalentemente psicologico (Caputo V., Pellegrini Scolamiero A., Il servizio sociale nei CMPP dell’ONMI, 1966, 2, pp. 343-351).
L’azione dell’assistente sociale può essere considerata come diretta alla riabilitazione del cliente al dialogo formativo in quanto non sostituisce i genitori, né integra l’azione dell’educatore di istituto quanto piuttosto vuole ristabilire tra il minore e le varie sedi formative quella relazione che appariva compromessa (Breda R., Integrazione operativa tra educatori, assistenti sociali e specialisti nelle equipes medico psico-pedagogiche, 1968, 4, pp. 856-861).
Le funzioni degli assistenti sociali a livello periferico si esplicavano nell’assistenza alla madre, alleviando eventuali condizioni di disagio materiale e psicologico che derivano dalla gestazione segreta, assistenza al minore, prestazioni di assistenza tecnica agli istituti per normali ed anormali ed agli asili-nido, partecipazione all’equipe di lavoro nei Cmpp, promozione di iniziative su problemi riguardanti l’educazione dei minori, vigilanza e controllo sulle istituzioni materno-infantili. A livello centrale, invece, le funzioni delle assistenti sociali comprendevano lo studio e il coordinamento, il controllo nei confronti della revisione dei casi assistenziali provenienti dai comitati, le funzioni ispettive nelle situazioni di disfunzione (Consiglio centrale dell’ONMI: programma di interventi sociali e sanitari, 1969, 9, pp. 17-94).
Un discorso a parte merita l’affiliazione, una forma di allevamento esterno ovvero di affido extra-familiare per figli illegittimi attuata sin dal 1937 (Considerazioni sul progetto di legge di riforma del diritto di famiglia, 1975, 1, pp. 30-36). L’art. 176 del RD 718/1926 affermava che i minori di dodici anni dovevano essere affidati presso famiglie, possibilmente abitanti in campagna, mentre ai lattanti si provvedeva con il baliatico. Per i minorenni vittime di abusi (maltrattamenti e abuso dei mezzi di correzione) la legge (artt. 400-403 Cod. Civ. 1942) prevedeva la decadenza della patria potestà e l’affidamento del minore a una o più persone di fiducia (affiliazione); se dopo 3 anni, si fosse provata la buona condotta dell’allevatore, il giudice acconsentiva a dichiarare definitiva l’affiliazione con la possibilità per il soggetto, dopo il compimento di 21 anni, di tornare o meno in famiglia (Azara A., L’inquadramento giuridico della famiglia nello stato fascista secondo il nuovo codice civile, “Rivista di diritto penitenziario”, 1939, 2, pp. 357-378). L’adozione speciale (L. 5 giugno 1967 n. 431) rappresentava un rimedio estremo cui fare ricorso solo quando la famiglia d’origine non poteva offrire al minore nessun tipo di cure indispensabili per il suo sviluppo. La permanenza nella famiglia di origine, in verità, restava la soluzione preferita nel nostro ordinamento giuridico. Gli incentivi, anche economici, previsti per nuclei familiari con redditi bassi, ragazze madri o famiglie numerose e le forme d’assistenza sociale mirano tuttora ad eliminare i disagi che possono causare lo stato d’abbandono del minore. Difatti il numero dei bambini dichiarati tali e poi adottati negli ultimi anni in Italia è sempre diminuito.

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