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Le origini del servizio sociale internazionale

Webinar organizzato dalla Fondazione Bruno Kessler di Trento nell’ambito del ciclo di seminari “Storia in costruzione”.

Interviene Francesca Piana, assegnista alla Scuola normale di Pisa e docente di Storia delle relazioni internazionali dell’Università di Ginevra, che discute una relazione sull’attività dell’International migration service in Italia. Si presentano qui i risultati di una ricerca che usciranno a breve nel volume intitolato “The Global Governance of Refugee Protection. Forced Diplacements and Humanitarian Aid after WWI” scritto sulla base dell’International migration service creato nel 1924 da un gruppo di assistenti sociali diplomate a Londra e New York con lo scopo di riunire le famiglie separate dalle migrazioni e di studiare le conseguenze di questo fenomeno sulla famiglia e sulla società. È una storia di donne che alla fine della prima guerra mondiale decidono di dare il proprio contributo per una vocazione globale. L’Ims aveva base a Ginevra e si basava su una serie di filiali distribuite per l’Europa che potevano carpire informazioni sui migranti. Il metodo era basato sul casework che fu sviluppato negli Stati Uniti all’interno del movimento riformista e del Settlement, che era considerato un metodo affidabile per l’epoca. L’Ims nl 1932 creò una filiale in Italia per la riunificazione delle famiglie italo-americane, prigionieri di guerra, civili dispersi per cause varie. Le ipotesi sono: come l’Ims ha soddisfatto i bisogni dei migranti? Quali stereotipi sulla marginalità sociale? Quali collaborazioni col Regime Fascista? Per quanto riguarda la storiografia dobbiamo cercare nei seguenti campi di ricerca: welfare, assistenza sociale e migrazione dove troviamo i seguenti autori: Heide Fehrenbach ha scritto il capitolo “From Aid to Intimacy: The Humanitarian Origins and Media Culture of International Adoption” in “Dilemmas of Humanitarian Aid in the Twentieth Century” di Johannes Paulmann e “Children as Casework: The Problem of Migrating and Refugee Children in the Era of World War.” In “Handbook on Migration and Childhood” di Jacqueline Bhabha, Daniel Senovilla Hernandez e Jyothi Kanics; Pamela Ballinger ha pubblicato “The World Refugees Made: Decolonization and the Foundation of Postwar Italy”; Rita Cutini ha scritto “Promuovere la democrazia: storia degli assistenti sociali nell’Italia del secondo dopoguerra (1944-1960)”; Stefano Gallo ha analizzato le migrazioni interne “Il Commissariato per le migrazioni e la colonizzazione interna (1930-1940). Per una storia della politica migratoria del fascismo”. Ulteriori fonti sono gli archivi della Croce Rossa Internazionale, agli archivi dell’International social service di Ginevra, gli archivi dell’International organization of labour, l’Archivio centrale dello Stato in Roma, gli archivi privati della famiglia Dallolio, interviste di storia orale. Agli inizi del 2000 l’Ims è andata in bancarotta e non è stata trovata alcuna documentazione. I movimenti riformisti americani all’inizio del secolo si interessano della protezione delle donne che effettuano lunghi viaggi all’estero per lavoro. Per tali motivi la World christian association crea l’Ims ma il governo americano decide di limitare fortemente l’immigrazione adottando i passaporti che diventarono obbligatori. Nel 1924 la sezione Ims diventa indipendente con una struttura speculare con un comitato internazionale e un comitato esecutivo su questioni finanziarie. Dal 1924 al 1932 l’Ims non ha una sede italiana ma è diffusa in Europa e negli Sua insieme ad altre organizzazione americane che si occupano di casi di diserzione, di rimpatrio, di recupero dei documenti, di naturalizzazione e di divorzio. Durante questo periodo la sede americana dell’Ims viene contattata per fare delle ricerche in Italia. Le assistenti sociali americane dell’Ims erano però costrette a tradurre prima le richieste e la corrispondenza dall’italiano all’inglese e poi dovevano riferire coi corrispondenti italiani al fine di carpire le necessarie informazioni per il lavoro sul caso. Nelle relazioni il migrante è visto come una vittima, culturalmente svantaggiata e proveniente da un contesto problematico. Si presenta il caso di un uomo italiano considerato mentalmente instabile residente negli Usa da venti anni a cui si chiede di ritornare in Italia. La National catholic welfare conference si propone di contattare la famiglia rimasta in Italia per capire come coprire le spese di viaggio. Molto spesso le famiglie di origine si rifiutavano di accogliere il proprio caro e la pratica si estingueva. La relazione di circa 80 pagine non riporta né il governo italiano né istituzioni politiche fasciste e sugli italiani gravavano numerosi luoghi comuni e pregiudizi che continuarono anche nel periodo tra le due guerre. Il governo italiano dal canto suo non cambiò posizione sulle politiche migratorie e si concentrò sulla colonizzazione delle terre italiane d’oltremare tuttavia mantenne i contatti con le comunità italiane all’estero. Intanto l’Ims decise di inviare Suzanne Farriere in Italia nel 1929 per studiare l’ambiente sociale ed economico e per capire se ci fossero le condizioni per aprire una sede succursale in questo paese. La Farriere prende tempo e propone di creare delle convenzioni con alcune organizzazioni locali (Opera Cardinal Ferrari, CRI, Società Umanitaria, etc.) che avrebbero lavorato caso per caso. Finalmente fu creata la sede italiana nel 1932 su iniziativa di Filippo Cremonesi presidente della CRI che prese il nome di “Segretariato di informazioni private” con scopi umanitari e al di fuori di orientamenti ideologici. La presidenza fu affidata ad Elsa Dallolio che era la figlia del generale Alfredo, ministro della guerra, scelto da Mussolini per ricoprire la carica di commissario per le munizioni. La figlia Elsa fu infermiera durante la prima guerra mondiale ed intrattenne amicizie con Benedetto Croce, Gaetano Salvemini e altri antifascisti. Dal 1932 al 1945 la sede italiana dell’Ims si occupò di prigionieri di guerra, esuli della guerra civile spagnola e dell’impresa etiopica. Il metodo scelto fu quello dell’international casework definito come “lo studio scientifico del caso applicato a famiglie e individui i cui problemi richiedono la collaborazione in due o più paesi”. Durante la guerra diverse famiglie italiane contattarono l’Iss per intercedere presso i prigionieri di guerra ed Elsa, grazie anche al ruolo del padre e di numerose amicizie, tra cui la regina del Belgio, riuscì ad aiutarle. Dopo la seconda guerra mondiale l’Iss si appoggiò all’Unrra (United nations relief and rehabilitation agency) per continuare l’attività assistenziale. Intanto l’Ims cambiò nome in “International social service” pur mantenendo gli scopi e le motivazioni originarie. Segue dibattito:

Che qualifica aveva il personale dell’Ims in Italia, dove si trovava la sede fisica e dove si possono reperire le relazioni?

Il lavoro veniva svolto prevalentemente dalle presidentesse che contattavano i referenti a livello internazionale per il rilascio dei prigionieri. Elsa Dallolio era un infermiera e non aveva qualifiche di assistente sociale. La Ferriere invece aveva studiato al Columbia school di social work ma il suo compito era solo di sondare l’ambiente italiano ed una volta tornata in America non si fece più vedere. La documentazione relativa ai 2700 casi trattati e che hanno prodotto circa 12 mila lettere sono andate al macero nel 2000. La sede fisica era a Roma con distaccamenti a Napoli, Aversa e Trieste. Nell’Archivio centrale dello Stato c’è una documentazione non inventariata relativa agli anni ’60 – ’80. Gli archivi della sede americana dell’Ims si trovano in Minnesota.

L’Ims si attivò per salvare i bambini ebrei dalle persecuzioni razziali?

Quando la Ferriere giunge in Italia entra in contatto con alcune organizzazioni locali tra cui l’Omni e i Fasci Femminili che potevano tornare utili ai fini di una collaborazione caso per caso. Presso l’Iss, inoltre, c’era una sezione per minorenni non accompagnati ma non si può dire se abbiano trattato casi del genere.

Come si è svolta la ricerca dal punto di vista metodologico?

Dopo una prima selezione della letteratura si è passati alla consultazione dei materiali di archivio; nelle diocesi ci possono essere molti di questi casi grazie all’interessamento dei parroci alle richieste delle famiglie per i propri cari reclusi all’estero.

Perché fu scelta Elsa Dallolio e non altri?

Elsa Dallolio faceva parte di una famiglia altoborghese e nel 1931 il suo nome appare in un convegno.

Approfondimenti

Le molte vite del welfare state

Webinar organizzato dal Comune di Trento nell’ambito del “Festival dell’economia” con il prof. Gianni Toniolo, docente di economica all’università di Roma “Tor Vergata”.

Lo Stato quale regolatore dell’economia è passato di moda eccetto nella spesa sociale che è continuata a crescere lungo l’epoca del neoliberismo. La spesa è elevata ma l’efficienza lascia a desiderare e non risponde più ai bisogni di oggi. Nel 1942 Londra è distrutta dalla guerra ma un certo Lord Beveridge progetta la rinascita dello Stato Sociale. “Rinascita” perché di fatto è iniziata nel ‘700 con il riconoscimento delle libertà civili, i diritti politici che si sviluppano dall’800 fino alla prima metà del ‘900 (in Italia le donne votano nel 1946) ed infine i diritti sociali. In Germania Bismark aveva introdotto le assicurazioni sociali mentre in Inghilterra si pensa a qualcosa di più moderno per giungere ad uno sviluppo integrale della cittadinanza. Nel secondo dopoguerra lo Stato Sociale riceve il suo definitivo trionfo in un quadro di crescita economica molto rapida con delle elite che erano state deligittimate dalla guerra e che cercavano nuovi consensi. Oltre a Beveridge ci sono altri due modelli di Welfare: il sistema germanico di tipo assicurativo che offre dei benefici legati al lavoro e alla produttività e il sistema liberale di tipo capitalistico adottato in America. Dal 1945 alla crisi del 2008 si assiste ad una crescita della spesa sociale in tutti i paesi. La sua forza sta nel consenso che si forma in tutte le classi sociali e nel rapporto tra trasferimenti monetari e servizi pubblici tra cui sanità e istruzione. Peter Lindert sfata il mito che la spesa sociale rallenti il PIL inoltre dimostra che la crescita è direttamente proporzionale all’investimento nelle politiche giovanili. A bassi costi di amministrazione si possono ottenere buoni risultati anche sull’accessibilità della burocrazia. Il rischio è che di fronte ad un aumento della popolazione ci troviamo di fronte all’invecchiamento spropositato e quindi ad una spesa previdenziale insostenibile. L’Italia ha innalzato di molti anni l’aspettativa di vita media in pochi anni e oggi affronta la più grande sfida sull’immigrazione. Il secondo rischio della spesa è il disavanzo perché preannunzia la crisi fiscale. Nel 1945 c’era la fabbrica che dava un lavoro stabile, per tutta la vita e con buone assistenti sociali. C’erano dei sindacati unitari che rappresentavano l’interesse dei lavoratori. Infine c’era la crescita esponenziale del PIL. Oggi viviamo la terza rivoluzione industriale che richiede elevati livelli di istruzione, grande flessibilità nel lavoro, mutamenti frequenti nell’occupazione, mobilità internazionale, la recessione e una rappresentanza sindacale molto ridimensionata. La parabola del welfare è stata descritta nel libro “Lo Stato sociale in Italia” (v. link) dove da strumento di controllo sociale, il welfare è diventato un volano per tutta la cittadinanza per poi tornare ai livelli di partenza. Oggi c’è un grande divario tra tutela della disoccupazione e lavoratori-artigiani senza tutele. Rimane la grande conquista del servizio sanitario nazionale. Dal 1960 ad oggi l’Italia ha investito due terzi della spesa sociale in pensioni. La spesa per l’istruzione che nel 1971 era del 3%, nel 1984 del 5% mentre oggi è del 3,9% con una media europea del 4,7%. Il welfare italiano oggi non favorisce il PIL, trascura i giovani, disincentiva l’assunzione di rischi da parte delle persone. Oggi conviene molto più avere un lavoro anche se precario o subretribuito piuttosto che tentare di averne un altro. Hanno influito anche le lobby, mentre il ministro Onofri nel 1997 aveva istituito una commissione d’inchiesta che però non ha influito molto nel corso degli eventi. Le previsioni non sono rosee specialmente in vista dello sblocco dei licenziamenti dopo la pandemia. Così come il Rapporto Beveridge è stata la rinascita del welfare nel secondo dopoguerra, tanto la rinascita sarà possibile solo cambiando il welfare, es. in Svezia i dipendenti delle linee aeree sono stati trasformati in operatori della sanità. Bisogna innalzare i livelli di istruzione e implementare l’accessibilità alle classi meno abbienti. L’inoccupazione volontaria richiede nuove occasioni di formazione. La cassa integrazione oggi è sospesa tra la negoziazione dei sindacati e i datori di lavoro. La transizione al digitale e al verde deve consentire a tutti di assumere dei rischi. Tutto questo non sarà possibile se i giovani hanno paura del futuro.


5 giugno ”Nuove povertà e nuove reti sociali” con Cristiano Gori, Rossella Miccio e Natalie Westerbarkey.

Tra qualche anno non discuteremo più del ritorno dello Stato ma del vincolo di bilancio. Andiamo verso una società dove il rischio di povertà è sempre più trasversale e quindi sarà decisivo indirizzare le risorse verso chi ne ha bisogno. Il problema del RdC quindi è il disegno organizzativo con cui è stato congegnato. Negli ultimi due anni il governo ha cercato di ottimizzare i fondi e si è prodigato per richiederli all’Europa ma su tante aree di welfare lo Stato è in ritardo. Alcuni comuni ad esempio non hanno abbastanza servizi sociali, in termini di organico, perché anche gli assistenti sociali servono a insegnare delle competenze. Da 50 anni a questa parte, infatti, non siamo riusciti a distribuire non tanto le risorse finanziarie ma le competenze e abbiamo tagliato alcuni enti istituzionali (le Provincie, le circoscrizioni, etc.) pensando che sarebbe servito a riequilibrare la spesa pubblica ma ci sbagliavamo. Le nuove povertà richiedono azioni giuste al momento giusto, ad es. l’assegno unico fa parte di un pacchetto di riforme necessarie ma ritardatario che serve a incrementare l’aiuto per le famiglie con figli e a ridurre le diseguaglianze tra lavoratori dipendenti e autonomi. Il problema è che la natalità continua a calare e, per quanto il governo possa spendere per il welfare, c’è bisogno di fiducia nelle prossime generazioni. Il dibattito sull’assegno unico si concentra sulla quantità dell’assegno: un importo uguale per tutti o a seconda del bisogno. A favore del primo gruppo c’è l’idea che tutti i bambini sono uguali, del resto abbiamo visto che la povertà è galoppante e sta divorando intere famiglie che avevano un tenore di vita medio-basso. Il progetto “Nessuno escluso” di Emergency che si proponeva di sviluppare, a partire dalla prima fase della pandemia, l’assistenza domiciliare a quelle persone cui i servizi non riuscivano a rispondere, dimostra che gli utenti erano principalmente famiglie di fascia medio-bassa che improvvisamente si sono ritrovate senza lavoro e sulla soglia della povertà. Non si sono fermati all’aiuto materiale (spesa, piccole commissioni) ma stanno cercando un modo per reinserire queste famiglie. Uno dei problemi tuttora irrisolti è l’accesso alle cure domiciliari. Il progetto di Emergency dimostra che non si possono valutare i bisogni solo con la capacità di spesa delle istituzioni ma nella potenzialità di progettazione e di contributo degli attori del terzo settore. Se andiamo a vedere la crisi nel 2008, scopriamo che giusto il Terzo Settore a permesso di collaborare con le istituzioni e proporre soluzioni. Tra le criticità si riconosce la frammentazione territoriale e oggi vediamo delle realtà del paese più sviluppate rispetto ad altre. La pandemia ha enfatizzato la differenza tra nord e sud perciò bisogna agire in una prospettiva sistemica integrata affinché non si sprechino risorse. Un altro problema è che la risposta data dalle istituzioni alla prima fase emergenziale e che ha richiesto un enorme sforzo organizzativo e finanziario, non sia più adatta per la fase post-pandemica. La gente ha ricevuto dei rimborsi e dei ristori e pensa che con il denaro si possano risolvere tutti i problemi ma non siamo più nella condizione di dover avere un welfare per “foraggiare” i consumi e l’economia. Il nostro problema è stato – e sarà sempre – quello di incrementare le competenze sociali delle persone affinché, nell’eventualità di una nuova emergenza o di un periodo di precarietà, non si ritrovino più senza lavoro.

Segue dibattito


Come si concilia il reddito di cittadinanza con il welfare state?


La metà dei poveri non riceve il reddito di cittadinanza specialmente al nord e almeno un terzo non sono poveri effettivamente ma non per colpa loro ma per un problema di misura degli indici. Abbiamo perso un milione di posti di lavoro ma abbiamo assunto un migliaio di consulenti nei centri per l’impiego (navigator) che però sono impossibilitati a lavorare per l’assenza di regolamenti. Bisogna dare tempo agli enti locali di aggiornarsi ed allo stesso tempo investire nelle imprese e nel lavoro.


Quale ruolo delle donne nel prossimo welfare?


Nel corso dei secoli le donne hanno sempre assunto un ruolo fondamentale nel welfare, ad esempio si è visto che il tasso di crescita di molti paesi è direttamente proporzionale alla tutela delle pari opportunità. L’Italia del resto è tra i paesi più avanzati dell’area mediterranea rispetto ad esempio alla Grecia ed alla Turchia.


Il welfare oggi è oggetto di studio nell’opinione pubblica? Quale ruolo del sindacato?


Il welfare oggi è quanto mai più lontano dal dibattito pubblico. Finchè il sindacato può rappresentare tutta la popolazione o la sua massima parte allora può condizionare anche l’opinione pubblica. Se le parti sociali invece utilizzano la concertazione solo per interessi personali, allora anche il dibattito ne risente.


Considerando la distanza generazionale tra giovani e anziani, come si può tenere insieme il sistema e quale ruolo della famiglia?


Banfield definiva negli anni ’50 il familismo come fattore di arretratezza, mentre oggi è un elemento fondamentale su cui si poggia il welfare perché è a tutti gli effetti un ammortizzatore sociale.


Nel 1945 in Italia nasceva il ministero dell’assistenza post-bellica, oggi abbiamo un ministro del lavoro con varie deleghe ma insufficiente a livello rappresentativo, che fare?


In molti paesi c’è un ministero del welfare che ha bisogno di una visione unitaria ma sopratutto di crescita. Se la torta non aumenta di volume tutti faranno la guerra per averne una fetta.


Il ministro Brunetta l’altro giorno ha annunciato di voler abolire i quiz psicoattitudinali per i concorsi, che ne pensa?


Il problema del conflitto tra domanda e offerta non implica solo la formazione ma l’informazione. La gente non conoscere le competenze richieste per ogni professione e i giovani non possono dipendere da schemi mnemonici per fare i concorsi.

L’Anaps e l’insegnamento della religione cattolica

Assemblea sindacale live a cura dell’Associazione Nazionale Autonoma Professionisti della Scuola con Angela Rolito, segretario nazionale dell’Anaps, che discute una relazione su alcuni problemi rilevanti dell’irc.

Parliamo di una normativa che è la conseguenza di un concordato tra Stato e Chiesa che prevede l’irc facoltativo dal 1985. Ci arrivano notizie di docenti con comportamenti da tenere sugli alunni che decidono di ritirarsi nel corso dell’anno che è una decisione che il dirigente assume in autonomia perché ci sono state delle sentenze che lo hanno autorizzato anche se nel nostro ordinamento non sempre i risultati delle sentenze di applicano ai casi successivi. Il concordato prevede che il docente abbia un riconoscimento da parte della Diocesi sull’idoneità cioè l’autorizzazione ad insegnare la religione cattolica. L’idoneità prevede alcuni requisiti stabiliti dal can. 804: retta dottrina, testimonianza di fede e abilità pedagogica. Su tale idoneità l’Anaps ha portato avanti la battaglia sul dibattito sui concorsi specialmente dopo il parare del Consiglio di Stato che ha riconosciuto l’idoneità come valore abilitante. Inoltre i docenti sono equiparati ai docenti a tempo indeterminato. L’intesa del 2012 individua i titoli utili all’accesso che consistono al corso di laurea magistrale o al Bacellierato in sacra teologia. Fino al 2017 c’è stato tempo per completare i titoli posseduti ed adeguarsi alla nuova normativa. Il titolo di studio consente al docente di ricoprire l’incarico nell’anno solare (18 ore nella scuola elementare e 12 ore per le altre) e non le supplenze che pur essendo riconosciute non concorrono alla ricostruzione di carriera (circolare del 2001). In questo quadro il docente di religione si pone come figura mista tra pubblico e privato proposto dalla Diocesi ma stipendiato dallo Stato. L’Anaps ritiene che l’irc non sia un insegnamento catechistico ma interdisciplinare aperto a tutte le religioni. Non sempre le scuole hanno dei programmi adeguati per la ricostruzione di carriera che comporta tempo e conoscenza della normativa perciò consigliamo di rivolgersi alle associazioni sindacali. La documentazione deve contenere il decreto firmato dal dirigente, i certificati di servizio, la domanda protocollata, il documento di idoneità, il titolo di studio. La Ragioneria di Stato risponde con il visto di conformità e se non riconosce la domanda allora il docente non può considerarsi stabilizzato. I docenti passati di ruolo nel 2004 hanno avuto l’accesso alla piattaforma Sidi nel 2007 mentre i docenti stabilizzati avranno un’altra ricostituzione di carriera che non segue le stesse indicazioni del docente a tempo indeterminato. La battaglia sul concorso per insegnanti di religione batte sul fatto che ci sono delle fasce svantaggiate ad esempio la fascia intermedia che recupera qualcosa solo allo scatto successivo. Molte scuole quando il docente compie i 4 anni di servizio gli danno i contributi previdenziali che non è del tutto corretto. La scuola primaria nella ricostituzione di carriera avviene più facilmente nella scuola primaria poiché essendo sufficienti le 12 ore anche se il docente ne fa 6 nella scuola secondaria comunque la ricostituzione di carriera avviene sulla scuola primaria. Abbiamo avuto dei docenti che hanno dovuto completare l’orario tra scuola primaria e secondaria. Per quanto riguarda la DAD gli insegnanti di religione sono quelli che hanno sofferto di meno perché da anni utilizzano le strategie didattiche migliori. In realtà è la scuola che si è trovata impreparata perché la DAD esiste da anni e la scuola non la utilizzava forse perché si tende più a subire la burocrazia che a produrre la didattica. Nel momento in cui l’epidemia ha portato a dover affrontare la DAD, allora si è capito che non se ne sarebbe più fatta a meno, es. la Diocesi di Brescia si è attivata con il supporto e la didattica anche sull’educazione civica. Un’altra conseguenza della DAD è stata la necessità di rimodulare i programmi e di convocare le assemblee a distanza. Forse andrebbe rivisto il margine normativo temporale, es. lo sforamento di ore di lezione, e quello spazio-geografico di modo che non ci siano sperequazioni tra regioni anche perché la pandemia ha creato una fascia di povertà non indifferente con famiglie che faticano ad arrivare a fine mese ed un indice di inadempienza scolastica alle stelle. Invece di buttare soldi in banchi e girelli bisognava dare a tutti la possibilità di connettersi ad internet anche tramite la distribuzione di dispositivi in comodato d’uso con la compatibilità dei software, es. “Google meet”. Un altro problema è di mandare i ragazzi a scuola d’estate il che non tiene conto delle associazioni che già si organizzano per la stagione estiva e che richiede un ulteriore esborso di denaro che però non soddisfa le esigenze dei docenti precari. Non sappiamo quando finirà il concorso straordinario né quando inizierà quello ordinario che è già stato bandito. O eliminiamo le classi pollaio o aumentiamo l’organico. Molti hanno lavorato con le MAD perché nelle scuola mancava il personale ed oggi stanno partendo le informazioni su come presentare le MAD a settembre. Chiediamo la stabilizzazione che non è la sanatoria ma riconoscere la dignità del lavoro fatto attraverso i decenni. Per non impedire ai giovani di partecipare ad un concorso ordinario bisogna stabilizzare docenti precari con 15-20 anni di servizio poi bisognerà garantire un concorso ogni 2-3 anni. Quello dei concorsi ordinari è un depistaggio politico perché si danneggiano i precari che chiedono di essere stabilizzati. L’ultimo punto da affrontare è l’educazione civica (DM 35/2020) che ha allarmato molti docenti ma che in realtà serve a rendere più inserita la nostra figura professionale nei consigli di classe. Gli stessi docenti si sono resi conto di quanto l’irc sia predisposta a qualsiasi insegnamento trasversale e i gli stessi non si sentono più soli. Inoltre la persona, l’educazione, l’ambiente sono argomenti già trattati dall’irc. Nel momento in cui l’irc viene scelta come materia di studio, il docente si inserisce nel consiglio di classe e segue gli orientamenti del coordinatore di educazione civica che non c’è in tutte le scuole pur essendo una disciplina non obbligatoria. Ci sono molti docenti di religione che sono vicari, responsabili di plesso, vicepresidi e quindi l’irc rimane una delle discipline più apprezzate.


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