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Le radici del razzismo italiano

La depravazione razzista in Italia fa capo a due gruppi di ipotesi: quella fiorentina che ha origine da Paolo Mantegazza (Monza, 31 ottobre 1831 – San Terenzo, 28 agosto 1910) e quella romana fondata da Giuseppe Sergi (Messina, 20 marzo 1841 – Roma, 17 ottobre 1936). L’opera delle due scuole fu integrata dall’attività di due sodalizi scientifici, la Società Italiana di Antropologia ed Etnologia fondata a Firenze nel 1870 (primo in Europa) editrice dell’Archivio per l’Antropologia e l’Etnologia e la Società Romana di Antropologia fondata dal Sergi a Roma nel 1892 editrice degli Atti della Società omonima. Precursore degli studi di antropologia fisica in Italia è considerato Luigi Calori (1809-1896) che distinse all’interno del ceppo italiano i tipi dolicocefalo e brachicefalo e ne riportò dei reperti nel suo museo antropologico. Cresciuto nella scuola filosofica di Galluppi e Prati, Giustiniano Nicolucci (1815-1905) si dedicò alla medicina e fu insegnante di fisiologia. Nel 1905 pubblicò “Delle razze umane” e “Saggio etnologico” (1857-58). Luigi Pigorini (1841-1925) fondatore del Museo nazionale di Etnografia e di Preistoria di Roma e del “Bollettino di Paletnologia italiana”. Tra gli antropologi della scuola fiorentina va ricordato Aldobrandino Mochi (1874-1913) che adottò il metodo morfologico e metrico e fu tra i promotori delle ricerche sulla paleontologia umana. Giuseppe Sergi (1841-1936) iniziò con la sua opera dal titolo “Usiologia, ovvero scienza dell’essenza” (1868) per approdare poi alla psicologia. «Egli fu il primo a concepire una stratificazione della personalità umana in rapporto alla delinquenza e a stabilire nel carattere la distinzione tra una parte fondamentale ed una avventizia. L’elemento fondamentale è quello ereditario congiunto a tutte le condizioni organiche individuali, l’avventizio è quello che sopraggiunge nel corso della vita dell’individuo» (Landra G., Gli studi della razza in Italia prima del razzismo, “La difesa della razza”, II, 8, 20-23, p. 22). Sviluppò una teoria fisiologica delle emozioni per la quale i sentimenti di piacere e di dolore non hanno una sede comune nel pensiero. Sostituì il metodo d’indagine carniometrico con quello cranioscopico per il quale i crani venivano classificati non in base a degli indicatori predeterminati ma alla loro forma come appariva all’osservatore. Nell’ambito dell’evoluzionismo poligenetico distingue cinque generi, undici specie e una quarantina di varietà e sottovarietà. Il più zelante discepolo del Sergi fu Vincenzo Giuffrida-Ruggeri (1872-1921) che dedicò gran parte della sua vita a dimostrare la teoria del neo-monogenismo che può essere considerata come una classificazione del maestro riadattata (Ibid, 22). Ridolfo Livi (1856-1920) fu medico militare che ordinò e diresse il lavoro di spoglio dei fogli sanitari militari adottati dal Ministero della guerra tra il 1859 e il 1863 su un campione di circa 300 mila persone i cui risultati furono pubblicati nel 1905 in “Antropologia militare”.

Il naturalista svedese Linneo (1707-1778) descrisse quattro delle varietà fondamentali di razze umane tra cui alcune “ferine e mostruose” (Landra G., Cogni G., Piccola bibliografia razziale, Vipiano, Roma, 1939, p. 39). Altre classificazioni furono proposte da Muller (1773), Hunter (1775) e Blimenbach (1806) a cui si deve il primo metodo cranioscopico. Nel 1756 Voltaire scriveva: “solo un cieco può dubitare che i balcani, i negri, gli albini, gli ottentotti, i lapponi, i cinesi, gli americani siano razze completamente diverse” (Landra, Cogni:12). Dal 1836 al 1842 intercorse un “periodo di preparazione” (Id, 13) in cui lo svedese Retzius scoprì l’indice cefalico a cui seguì un altro decennio di propagandisti della “filosofia razziale” (Id, 13) tra cui il De Gobineau (1853) per il quale comincia a farsi strada l’idea di razze differenti: non più solo evoluzionismo ma anche degenerazionismo (incroci tra specie diverse). In Italia accanto alla “Metodologia e tecnica” (Genna, Frassetto, Sergi, Niceforo, Camerano, Castaldi) si affiancò l’ “Antropologia” (Ridolfo Livi, Vincenzo Giuffrida Ruggieri, Marcello Boldrini, Renato Biasutti, Fabio Frassetto, Luigi Castaldi, Giovanni Marro). Alla “Craniologia e osteologia” (Giuseppe Sergi, Paolo Mantegazza, Giuffrida Ruggieri, Moschen, Bovero, Sittoni, Angelotti, Genna, Puccioni, Sera, De Giovanni, Viola) si oppose l’ “Entologia e paleontologia” (Gian Alberto Blanc, Alberto Carlo Blanc, Pettazzoni, Trombetti).

Un caso a parte fu Cesare Lombroso (1835-1909) che partecipò alle spedizioni militari nel Regno delle Due Sicilie apparentemente per motivi di studio ma in realtà per cercare dei cadaveri freschi da esporre per il suo museo degli orrori. I Savoia non solo non fecero nulla per fermarlo ma favorirono la diffusione delle sue teorie. Già il filologo Gaspare Gorresio portò a compimento nell’arco di un trentennio, dal 1843 al 1870, una grandiosa impresa editoriale, finanziata dal governo piemontese in cui alla visione dei semiti contrapponeva quella dei “degni eredi” degli ariani d’oriente che all’epoca avevano un significato tutt’altro che religioso: «Gli arya nei testi antichi appaiono come sinonimo di dvija che vuol dire “nato due volte” … gli arii corrispondono all’unità guerriera dei fedeli di Dio di luce, razza divina in lotta contro le forze oscure e elementari del Krshna» (Bibliografia fascista, 1939, vol. 1, p. 492).

Fin dalla tenera età Lombroso manifestava tratti caratteriali anomali: “Io ho osservato su di me tutti gli stadi delle manie più diverse: fin dai 4 anni io mi inquietai temendo d’andar coscritto. Poi invocai gli angioli a 8 anni. Ebbi ogni stimolo di paura andando a letto e spegnendo il lume. Paura dei ladri che non mi lasciavano dormire e a ogni scricchiolio. Credo aver tutti i mali di cui sento parlare e senza ragione credo di essere tisico, che devo morire in quel tale dì, e fo preparativi e so contemporaneamente che questa
condotta è assurda, credo di essere impotente, di aver un’ernia, di essere un idiota” (Pierpaolo Martucci, All’inizio era il male: determinismo biologico e destino nella criminologia di Cesare Lombroso, Rassegna Italiana di Criminologia, 1/2013, p. 55).

Nel 1863, a proposito del carattere degli abitanti della Calabria, Lombroso scriveva che la cattiva linea germinale ereditata dalla dominazione spagnola – molto più del clima – aveva prodotto abitudini malsane e una tendenza all’ozio. I ricchi mostrano questa disposizione conducendo una vita oziosa tra lussuria, piaceri e caccia mentre il povero si impegna in furti, danni alle cose o accattonaggio. In Sicilia, ad esempio, le influenze arabe e semitiche sarebbero la causa originaria delle tendenze criminali. Il sangue arabo – mobile, irrequieto, crudele e rapace – spiega in gran parte le ribellioni e le violenze nella Sicilia occidentale.
https://books.openedition.org/pufc/5198

Il museo criminologico fu inaugurato nel 1906 per esporre cimeli e altre scartoffie di Cesare Lombroso (vero nome “Marco Ezechia” di origini ebraiche). Tra l’altro vi sono esposti i cadaveri dei meridionali che subirono le torture peggiori di qualsiasi scenziato nazista. Recentemente il senatore del gruppo misto Saverio De Bonis ha lanciato un appello per la chiusura di questo scempio. Guarda caso chi difende Lombroso sono i gruppi di estrema destra (Torino tricolore, Lega Nord).

Secondo Antonio Gramsci, Lombroso era tra quelli che avevano contribuito a diffondere l’idea che i meridionali fossero di una razza inferiore (Antonio Gramsci, La questione meridionale, liberliber.it, p. 39); in una delle sue opere più famose, “L’uomo delinquente”, afferma che l’eziologia del delitto è dovuta a molteplici cause tra cui la razza e i fattori demografici. Il 3 ottobre 2012 il tribunale di Lamezia Terme ha condannato l’Università di Torino alla restituzione del cranio di Giuseppe Vilella al paese calabrese d’origine, nonchè al pagamento delle spese di trasporto. Alcuni hanno messo in dubbio il modo con cui sono stati raccolti i reperti dopo che lo stesso Lombroso aveva dichiarato di averli rubati nei cimiteri. Non a caso nel 1882 fu cacciato dalla Società italiana di antropologia ed etnologia.

Nelle “letture sulle razze umane” tenute nel 1865 a Pavia affermò:

“Se noi vogliamo proprio attenerci solo alle grandi differenze anatomiche, dobbiamo almeno distinguere tre grandi gruppi delle razze umane: il bianco, il nero, il boscimano. Del bianco sarà inutile parlare , come che i suoi modelli, più o meno eleganti, abbiano modo di studiarlo ad ogni passo nelle nostre città. […]; (quanto ai negri e alle negre ) ambedue vanno, sotto quella nera cute, fin troppo ricchi di ghiandole sudorifere, le quali emanano quell’odore particolare che troppo san distinguere i cani negrieri”.

E ancora:

“Lo sviluppo del bambino africano è tutto affatto differente dal nostro: […] le suture del capo, che da noi si saldano solo in tarda età, gli si ossificano prestamente, come nell’idiota e nelle scimmie […]. Lo stesso dicasi dello sviluppo morale: che il negro appunto come la scimmia, si mostra intelligentissimo fino alla pubertà; ma a quell’epoca in cui il nostro intelletto stende le ali ai voli più gagliardi, egli s’arresta si ravvoltola in una scimmiesca e stupida mobilità, quasi che il suo povero cervello stesse a disagio in quel cranio allungato e pesante e si perdesse in quel difforme inviluppo di ghiandole e di ossa”.

La depravazione razzista di Lombroso raggiunse il culmine con la pubblicazione di “L’uomo bianco e l’uomo di colore” (1871), basato in gran parte sulle letture di Pavia, in cui i ritratti delle persone sono stati ritoccati e manipolati (Carli M., Pugliese N., Artificial Man: Cesare Lombroso and the construction of the physical traits of atavism, “Contemporanea”, 3, 2001, pp. 537-552, p. 545)

E ancora:

“Gli animali domestici seguirono le vicende fisiologiche dell’uomo: così in Sardegna impicciolirono i cavalli, i buoi con l’uomo; e gli uni e gli altri ingrandirono invece in Toscana e in Friuli” (p. 94).
https://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k81538x.texteImage

Di palese orientamento razzista vi furono anche i “Padri della patria”. Il 25 giugno 1860, così il Cavour scriveva a Costantino Nigra:

«Villamarina (ambasciatore piemontese a Napoli) mi comunica che il Re di Napoli è disposto a seguire i consigli dell’imperatore (Napoleone III). Noi lo asseconderemo per ciò che riguarda il Continente, puisque les macaronis ne sont pas encore cuits, mais quant aux oranges qui sont déjà sur notre table, nous sommes bien décidés à les manager» – visto che i maccheroni non sono ancora cotti, ma per quanto riguarda le arance che sono già sulla nostra tavola, siamo determinati a mangiarle (Ganci M., Storia della nazione siciliana, Ediprint s.r.l., Siracusa 1986, p. 74).

In Giuseppe Mazzini vi è “l’intuizione anticipatrice della razza. Egli prosegue: In Italia fu il convegno di tutte le razze (…) Noi le vincemmo tutte. Quand’anche gli italiani parevano materialmente soggiogati, il Principio sopravviveva e conquistava tutti gli elementi che l’opprimevano. Eterno come il Diritto romano che si mantenne frammezzo al rovesciarsi dei barbari, il Principio italiano logorò poco a poco le razze greche, germaniche, illiriche, saracene. Nella grande unità romana si operò la fusione delle razze greco-latine; nella grande unità del cattolicesimo, durante il dramma dell’Impero, quella delle razze settentrionali (Scritti, Ed. Nazionale, III, pp. 293-302. In Armando Lodolini, Storia della razza da Augusto a Mussolini, Roma, Unione editoriale d’Italia, stampa 1939, pp. 218-219). Secondo l’autore “l’unità d’Italia si è formata nel Mezzogiorno (Lodolini, p. 231) più precisamente con la rivolta dell’esercito dei sanfedisti di Fabrizio Ruffo (la rivolta dei forconi) “che costò alla Calabria e all’Abruzzo 60 mila morti italiani, il doppio di tutte le guerre del Risorgimento” (Lodolini:188) e che dimostrò “che il senso della Nazione si era ormai affermato indistruttibilmente” (ibidem).

Giuseppe Garibaldi rubava cavalli e commerciò in schiavi:

《M’ha sempre portati i Chinesi del numero imbarcati e tutti grassi e in buona salute; perchè li trattava come uomini e non come bestie》 (Augusto Vittorio Vecchi. La vita e le gesta di Giuseppe Garibaldi, Zanichelli, Bologna, 1910, p. 73).

《Tra il 1850 e il 1853, l’uomo d’affari peruviano Pietro Denegri assunse Giuseppe Garibaldi per andare a Manila e Cantón sotto il comando della nave Carmen che trasportava una spedizione di guano e di ritorno con una spedizione di nuovi “trasferiti” cinesi al Porto di Callao. Da quello stesso porto la nave Mariluz partì per Macao nel maggio 1872, il cui obiettivo era di tornare nelle terre peruviane con 255 cinesi per le tenute settentrionali. Ma durante una sosta nel porto giapponese di Yokohama, uno dei cinesi trasferiti fuggì dalla nave e denunciò i maltrattamenti a cui lui e i suoi compatrioti furono sottoposti durante il viaggio, nonché le malattie che li affliggevano, a causa delle quali durante il viaggio aveva ucciso un terzo dei cinesi. In seguito, le autorità giapponesi hanno deciso di liberare i cinesi da Mariluz e l’episodio è stato considerato uno scandalo internazionale. Immediatamente dopo, fu concluso il Trattato di amicizia, commercio e navigazione tra Cina e Perù, che riuscì a regolare le relazioni tra i due paesi e che servì come punto di partenza per porre fine alla tratta di esseri umani nel 1887》(“La invasión silenciosa: El desembarco chino en América del Sur” di Diego Guelar)
https://books.google.it/books?id=iSkBAgAAQBAJ&lpg=PT161&ots=E6dFvOPr50&dq=garibaldi%20chinos%20carmen&pg=PT161#v=onepage&q=garibaldi%20chinos%20carmen&f=false

“Dagli scritti di Mino Milani risulta che la nave trasportava “coolies” ufficialmente immigrati cinesi ma in realtà povera gente arruolata con l’inganno e in condizione virtuale di schiavitù, la cui destinazione era il Perù, Cuba o le Antille”.
(Augusto Ferrero Costa, Presencia de Garibaldi en el Perú, Lienzo. Revista de la Universidad de Lima, 18, 1997, p. 205
https://revistas.ulima.edu.pe/index.php/lienzo/article/view/3742/3674)

E che dire dei primi campi di concentramento della storia? In proposito scrive Eugenio Di Rienzo: “l’Italia, aveva ricevuto comunque un trattamento di favore da parte delle altre Potenze, almeno per quello che riguardava gli aspetti più deprecabili della sua politica interna. Inghilterra e Francia, nel passato così critiche verso il regime carcerario riservato da Ferdinando II ai suoi oppositori, chiusero a lungo ambedue gli occhi, quando il ministero Rattazzi decise di relegare, fuori dei confini del Regno (Eritrea, Patagonia e persino il Borneo ricevendo sempre dinieghi delle potenze europee), i circa 14.000 reclusi nei lager di Fenestrelle, Pinerolo, Sestriere, San Maurizio Canavese: prigionieri di guerra borbonici, detenuti politici, abitanti di interi paesi deportati sotto accusa di brigantaggio, renitenti alla leva, cospiratori repubblicani e garibaldini catturati in Aspromonte” (G.Novero, I prigionieri dei Savoia. La storia della Caienna italiana nel Borneo, Sugarco, Milano, 2011. In Eugenio Di Rienzo, Il Regno delle Due Sicilie e le potenze europee, Rubettino, Soveria Mannelli, 2012, p. 217).

Tra gli allievi di Lombroso si segnala Alfredo Niceforo che in”L’Italia barbara contemporanea” (1898) sosteneva l’esistenza nel Mezzogiorno di popoli non evoluti, portatori di una civiltà barbara e inferiore a quella del nord Italia; in “Italiani del nord e italiani del sud” scrive che i meridionali sono organicamente degenerati. Cesare Paladini (Milano, 1820-1876), prefetto del Regno d’Italia, in “Scritti postumi” dice che le questioni di lingue sono diverse da quelle di razza (36) e che il “pelasgo” sarebbe una subspecie di razza ariana meridionale, tipica della Grecia e dell’Italia. Nel 1903 Enrico Morselli e Sante De Sanctis cercarono di spiegare la vicenda di Musolino con la sua provenienza dalla Calabria. Le teorie di Lombroso si diffusero anche all’estero come dimostra il drammatico linciaggio di 11 immigrati siciliani avvenuto negli Stati Uniti il 14 marzo 1891. Nel 1913, sotto la guida di Giuseppe Sergi e Alfredo Niceforo, si costituì il Comitato italiano per gli Studi di Eugenica che ebbe un ruolo decisivo nel dibattito sul razzismo.

Il museo Lombroso non fu l’unico del genere, già nel 1871 era stato fondato a Firenze il primo museo di Antropologia diretto da Paolo Mantegazza che pure ebbe da dubitare sul metodo utilizzato dallo pseudoscenziato scaligero insieme a Vilfredo Pareto, Napoleone Colajanni e molti altri che però non riuscirono ad arrestare le derive razziste e devianti del suo pensiero. Il medico veneto e deputato del Regno d’Italia Luigi Messedaglia nel 1913 descriveva la Libia come una terra semibarbara e primitiva. In “Lanima della donna” (1920) sua figlia Gina Lombroso criticava aspramente il femminismo, consigliando alle donne di svolgere al meglio il proprio ruolo domestico e familiare piuttosto che dedicarsi alla vita pubblica. Poi scrive: “La donna è sottomessa all’uomo perchè in fondo l’obbedienza non le è doloroso, specie quando l’uomo che comanda faccia parte delle persone che ama; gli è che, obbedendo, essa non solo ha la vaga intuizione di far il proprio interesse assai meglio che non se facesse di testa propria, ma anche perchè l’obbedire le risparmia un’infinità di indecisioni, di rimorsi, di pentimenti quali sono quelli cui va soggetta quando deve da sola prendere una decisione per proprio conto” (p. 42).

Paradossalmente il museo rimase chiuso durante il Fascismo nonostante il razzismo avesse fatto proseliti nell’ambiente accademico italiano (Nicola Pende, Paolo Orano, Sergio Sergi, Lidio Cipriani, Guido Cogni, Telesio Interlandi, Giuseppe Preziosi) fino al punto da promuovere il manifesto della razza e le leggi razziali. Non sorprende dunque che la Costituzione della Repubblica italiana, promulgata nel 1947, contenesse, e contiene tuttora, il termine “razza” (art. 3).

Il resto della storia la conosciamo attraverso tutti gli episodi che hanno contribuito ad alimentare i luoghi comuni contro determinate persone (dal “non si affitta ai meridionali” ai cori da stadio) e non da ultimo il fenomeno politico delle “leghe” (Lega Nord, Liga Veneta) “che ha riproposto di fatto il mito di Lombroso e con esso l’idea di due razze” (Gangemi G., Stato carnefice o uomo delinquente? La falsa scienza di Cesare Lombroso, Magenes, Milano, 2019).

Sebbene Lombroso, Cavour e Garibaldi fossero membri della massoneria non credo che esista una contrapposizione Massoneria-Neoborbonici almeno non quanto tra “persone che non conoscono la questione meridionale” e “persone che non conoscono quella settentrionale”. Eh già perchè dopo Codogno alcuni si sono chiesti “perchè a me?” e altri ne hanno approfittato per rigurgitare vecchi rancori come nel caso dei due luminari della scienza (Ascierto e Galli) per poi arrivare ai giornalisti disinformati (Giletti, Palombelli, Merlino, Feltri, Augias).

Ci hanno insegnato che Garibaldi era “l’eroe dei due mondi” ed oggi sappiamo che era un ladro e commerciava in schiavi. Ci hanno insegnato che Cavour fu il grande ministro dell’Unità quando oggi sappiamo che ordinò le missioni di corruzione del Persano. Ci hanno insegnato che Lombroso era il padre della criminologia mentre oggi sappiamo che era uno pseudoscenziato e che andava dietro gli spiriti di Eusapia Palladino. Questo ci hanno insegnato e questo abbiamo smentito.

Bibliografia

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De Cristofaro E., Le racisme antiméridional entre la fin du xixe et le début du xxe siècle : l’Italie « barbare ». In “La pensee de la race en Italie”, Aurélien Aramini, Elena Bovo (a cura di), Presses universitaires de Franche-Comté, Les Cahiers de la MSHE Ledoux, Besançon, 2020, pp. 121-130, https://books.openedition.org/pufc/5198

Di Rienzo E., Il Regno delle Due Sicilie e le potenze europee, Rubettino, Soveria Mannelli, 2012.

Ferrero Costa A., Presencia de Garibaldi en el Perú, Lienzo. Revista de la Universidad de Lima, 18, 1997, p. 205
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Ganci M., Storia della nazione siciliana, Ediprint s.r.l., Siracusa, 1986.

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Guelar D., La invasión silenciosa: El desembarco chino en América del Sur” di Diego Guelar)
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Iannantuoni D., Lodesani R., Schiraldi F., Cento città contro il Museo Cesare Lombroso, https://www.nolombroso.org/cento-citta-contro-il-museo-cesare-lombroso/

La più grande fossa comune di meridionali esistente al mondo: il Museo Cesare Lombroso a Torino, “Briganti.info”, http://briganti.info/la-piu-grande-fossa-comune-di-meridionali-esistente-al-mondo-il-museo-cesare-lombroso-a-torino/

Lombroso C., L’uomo bianco e l’uomo di colore, Sacchetto, Padova, 1871, https://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k81538x.texteImage

Lombroso C., L’uomo delinquente, Hoepli, Milano, 1876. https://it.m.wikisource.org/wiki/L%27uomo_delinquente

Lombroso G., L’anima della donna, Zanichelli, Bologna, 1920. https://www.nli.org.il/en/books/NNL_ALEPH990028355260205171/NLI

Lo scienziato razzista Lombroso sulle bandiere dell’Atalanta, “il Mattino.it”, 3 gennaio 2018, https://www.ilmattino.it/sport/sscnapoli/lo_scienziato_razzista_lombroso_sulle_bandiere_dell_atalanta-3461323.html

Mantovani C., Rigenerare la società: l’eugenetica in Italia dalle origini ottocentesche agli anni ’30, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2004. https://books.google.it/books/about/Rigenerare_la_societ%C3%A0.html?id=7NhuDo1detQC

Martucci P., All’inizio era il male: determinismo biologico e destino nella criminologia di Cesare Lombroso, “Rassegna Italiana di Criminologia”, 1/2013, pp. 52-61. https://www.academia.edu/34334389/Martucci_Allinizio_era_il_male_determinismo_biologico_e_destino_nella_criminologia_di_Cesare_Lombroso

Messedaglia L., Per lo studio della patologia e dell’igiene della Libia, Ministero delle Colonie. Direzione Centrale degli Affari Coloniali. Ufficio studi coloniali, Roma, 1913

Messina D., Italiani brava gente o italiani razzisti?, “Corriere della sera” 12 gennaio 2012, https://lanostrastoria.corriere.it/2010/01/12/italiani_brava_gente_o_italian/

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Morselli E., De Sanctis S., Biografia di un bandito, Giuseppe Musolino di fronte alla psichiatria ed alla sociologia, Treves, Milano, 1903.

Niceforo A., L’Italia barbara contemporanea,Milano, Sandron, 1898. http://biblioteca.hiposter.ru/book/l_italia_barbara_contemporanea_studi_ed_appunti__385592-epub-download.html

Novero G., I prigionieri dei Savoia. La storia della Caienna italiana nel Borneo, Sugarco, Milano, 2011.

Vecchi A.V., La vita e le gesta di Giuseppe Garibaldi, Zanichelli, Bologna, 1910.

Il cammino delle eresie (e delle manie)

L’altra volta (Il Cammino Neocatecumenale e Concilio di Trento) ci siamo soffermati su un ventaglio di interpretazioni sia in rapporto alla fede della Chiesa (movimento o setta?), sia in ambito teologico (equivoci o ipotesi?), sia sul piano morale (libertà o disciplina?). Adesso cercheremo di capire se il Cammino Neocatecumenale si possa definire “cattolico” a tutti gli effetti oppure se si maschera dietro qualcos’altro. Come il precedente articolo si tratta di un confronto rischioso sia per la carenza di fonti sia per l’imbarazzo che produce nelle alte gerarchie ecclesiastiche che da più di un secolo non comminano sanzioni di natura capitale. Non si tratta di “radiografare” il Cammino Neocatecumenale ma di analizzare le sue radici teologiche (idiologiche).
Cos’è l’eresia? A dispetto della sua etimologia (dal greco αἱρέω, che significa “scegliere”) il concetto di eresia presuppone un’autorità che la consideri tale. Così, la Chiesa non si è limitata a difendere la dottrina cattolica ma si è spinta a ricusare gli eretici e a condannarli a mo. L’eresia quindi è una variabile rispetto ad un dogma immutabile. Come nasce l’eresia? La nascita dell’eresia si perde nella notte dei tempi. Gli antichi greci comminavano pene severe per chi si macchiava di empietà ovvero chi trascurava i propri doveri religiosi. I samaritani erano considerati eretici dagli ebrei così come gli “esseni” una comunità scismatica del II secolo a.C. che praticava la comunione dei beni e il battesimo; si facevano chiamare la “via” e tale denominazione fu tradita anche dai primi cristiani (At 9,2). Probabilmente Giovanni Battista ne faceva parte anche se non si può affermare con certezza.
L’eresia, intesa come l’insieme dei problemi dottrinali sotto vari punti di vista, fu presente fin dalle prime comunità cristiane sia in merito alle usanze giudaiche sia alla predicazione di san Paolo che nella lettera ai Galati si esprime con toni decisi e vari rimproveri verso di loro (“stolti galati”). Paolo presenta la giustizia cristiana come fattore alienante dalle esigenze della Legge che però non è ” deviante” rispetto al Vangelo perchè deve regolamentare le situazioni della vita sociale. Gli studiosi non riescono a individuare la regione della Galazia (da non confondere con la Galizia), alcuni pensano che si tratti di una minoranza di Celti che si era stabilita nell’attuale Turchia, a sud del Mar Nero. Come tutte le lettere paoline, questa costituisce una risposta alle comunità che stanno per accogliere un vangelo diverso da quello che lui ha annunciato. Paolo ha paura e rabbia verso i galati che gli fanno pensare ad un revival giudaizzante. D’altro canto i galati pensano che tornare alle origini giudaiche possa rafforzare il proprio senso identitario mentre per Paolo si tratta di un tradimento (Gal 2, 4-5). Più che preservare le tradizioni giudaiche, Kiko le tradisce in forme nuove: la danza rituale (Salmo 87), la Menorah, il Seder (OEC per la fase di conversione, p. 295), etc.
L’apostolo Giovanni per la sua giovane età può essere considerato un contemporaneo di Paolo da cui se ne distacca per una serie di motivi. La Chiesa ha subito uno scisma e questa separazione è avvenuta in tempi recenti se non addirittura contemporaneamente alla redazione delle lettere. Questi scritti non si fanno risalire ad un solo autore ma ad un circolo di discepoli (scuola efesina) che si caratterizzano per il tono polemico nei confronti di un gruppo di eretici che non sono in piena sintonia con la comunità. A questo gruppo di persone sono stati date varie etichette: secessionisti, antagonisti, impostori, menzogneri, assassini, anticristi. La polemica non è nuova nei Vangeli e lo si evince fin dal contrasto coi giudei (Gv 8) ovvero da persone che provengono dal giudaismo e che sono fuoriusciti dalla comunità cristiana (1Gv 2,19). Gli studiosi hanno cercato di capire l’identità di questi scissionisti e sono giunti alla conclusione che si tratta di carismatici con una visione molto entusiasta della vita sebbene non siano in linea con la dottrina ufficiale della Grande Chiesa (1Gv 1,6). Si parte dal presupposto che il rapporto con Dio non ha bisogno di mediazioni ma che ci si possa arrivare con la propria razionalità e che la condotta umana è una prefigurazione della resurrezione che non richiede più vincoli di sorta (prospettiva antropologica). Si tratta di una sorta di ottimismo estatico per il quale non solo si nega qualsiasi mediazione ma si mette in discussione la stessa redenzione di Cristo. Questa eresia è legata alla fatica di interpretare la resurrezione dentro la storia e i suoi effettipiù concreti. Si può dedurre che dietro questa visione si celi l’influsso delle filosofie neoplatoniche con la netta separazione tra l’elemento spirituale e quello materiale. In sintesi il presupposto antropologico idealizzato diventa la base per una serie di operazioni che li pongono al di fuori dell’ortodossia. Il gruppo inoltre non nomina mai il Cristo facendo pensare ad una negazione del Gesù storico forse legata al mancato recepimento dell’incarnazione (prospettiva cristologica). Si insiste poi sul bisogno di fornire i criteri di autentico discernimento che non derivano soltanto dai simboli ma anche dalla tradizione (1Gv 4). Una terza prospettiva (dopo l’antropologia e la cristologia) è la svalutazione dell’impegno politico. Anche per questo motivo troviamo molti riferimenti all’amore fattivo nei confronti dei fratelli e ciò è dovuto al fatto che questi scissionisti sostengono l’inutilità dell’impegno etico nel mondo e la necessità di concentrarsi sul benessere delle comunità. Il tono polemico è dovuto anche alla paura di perdere proseliti perchè evidentemente gli scissionisti generavano una sorta di ascendente verso i più ingenui. Si tratta di uno o più gruppi? Non si parla di gnostici o doceti che interverranno un secolo più tardi ma qui già ci sono le premesse. Se da una parte, l’impegno in politica può essere visto come una forma di tentazione del mondo, d’altra parte non può essere un motivo valido per separarsi dalla Chiesa come dimostra la vicenda di Graziano Del Rio (PD), ministro neocatecumenale del governo Renzi.
Le prime comunità cristiane si formarono grazie all’interesse suscitato dalla vicenda di Gesù Cristo nei confronti degli ebrei della Diaspora che ogni anno si recavano a Gerusalemme per la Pasqua a cui si aggregarono in un secondo momento i fuoriusciti dal paganesimo e dal giudaismo. Era inevitabile che potessero nascere delle controversie su alcuni temi delicati quali l’osservanza della Torah, il rifiuto della predicazione paolina, ma anche del rischio di inquinamento che eventuali usanze pagane potessero intaccare la fede. I Padri della Chiesa li hanno identificati col titolo di ebioniti forse in riferimento all’ebraico “evionim” che indica i “poveri”. In questa setta, che secondo lo storico musulmano Shahrastani sopravvisse fino al XII secolo, si trovano anche delle influenze gnostiche a sfondo dualista. Gli ebioniti sottolineavano l’umanità di Gesù e la sua messianicità ma rifiutavano il suo ruolo di vittima sacrificale: Cristo è principalmente un profeta e non proprio il figlio di Dio. Anche se Gesù fosse venuto al mondo solo per annunciare il perdono di Dio, non lo avrebbe potuto fare senza il concorso del Padre; da qui l’idea di un Cammino basato sul riconoscimento dei propri peccati e la progressiva riscoperta del battesimo. Della letteratura ebionita non è rimasto nulla eccetto il “Libro di Elchasai” scritto nel I secolo da ebrei ellenisti e predicato nel III secolo da un certo Alcibiade di Apamea. Anche se Kiko si fosse letto tale libro, non ci sono prove sufficienti che sia stato determinante per la predicazione.
Nato come movimento storico-sincretistico sviluppatosi negli ambienti cristiani dei secoli II e III, lo gnosticismo è giunto fino ad oggi in varie maniere. Ne parlano i Padri della Chiesa (Giustino, Ireneo, Ippolito, Clemente) oltre ai testi originali ritrovati a Nag-Hammadi (Egitto) nel 1945 e se ne ritrovano tracce persino nella Teosofia di Rudolph Steiner. Il credente, così come lo gnostico, esperisce la salvezza mediante una rivelazione privata che avviene da catechista a catecumeno. Nell’uomo c’è una scintilla divina che deve riscoprire attraverso un percorso di “ritorno” all’io originale e al principio che lo costituisce, pur se decaduto nel mondo materiale. Lo gnostico sa di non appartenere al mondo e che in lui solo l’uomo interiore (spirituale) ha bisogno di essere liberato essendo prigioniero della materia. Lo gnosticismo, da movimento di opinione, diventa eresia a motivo dell’incontro tra gnosi greca (neoplatonismo) e gnosi giudaica (essenismo). Il cammino di salvezza consiste nel risalire dal kenoma al pleroma, liberandosi della materia e di tutto ciò che è corporeo (idoli del mondo). Dal punto di vista dogmatico la gnosi nega sia l’incarnazione che la crocifissione, nonché la risurrezione della carne. La società gnostica ricorda molto i “cerchi concentrici” di Kiko Arguello (OEC per la fase di conversione, pp. 356-357): nel primo cerchio ci sono i pneumatici o spirituali (destinati alla salvezza in quanto eletti); nel secondo cerchio ci sono gli psichici (il cui destino è incerto a motivo delle loro inclinazioni e volontà); nel terzo cerchio si collocano i materiali o ilici (destinati al fuoco eterno).Il presbitero Ario di Alessandria (256-336) inaugura la serie di controversie in campo cristologico e mariologico negando la divinità di Cristo che non è generato dal Padre, bensì creato nel tempo. Il concilio di Nicea (325) definì in modo solenne la dottrina della consustanzialità: il Figlio è della stessa sostanza del Padre. Tuttavia, l’ambiguità del termine consustanziale, precedentemente rifiutato, darà origine a forme intermedie di arianesimo tra cui i Testimoni di Geova. In che modo l’arianesimo si è introdotto nel Cammino Neocatecumenale? Attraverso la “scomposizione” del lessico avversario (rifiutarne una parte per accettarne un residuo più accettabile): se non credi ai dogmi mariani, rievoca l’apparizione della Vergine come evento fondativo del Cammino; se non credi alla transustanziazione, incoraggia i cattolici a ricevere l’ostia in mano; se non credi al sacerdozio ordinato, chiama il presidente “presbitero” e non “sacerdote”; se non credi al sacrificio di Cristo, spoglia l’altare di ogni sacralità e invita i fedeli a giraci attorno; se non credi all’adorazione eucaristica, togli di mezzo gli inginocchiatoi e sostituiscili con le sedie in cianoacrilato.
I montanisti formano un movimento carismatico e profetico diffusosi in Frigia (Turchia) nel II secolo, da Montano un ex sacerdote del culto di Cibele, caratterizzato da una profezia estatica nella quale i catechisti, in quanto incarnazioni dello Spirito Santo, annunciavano determinati obblighi tra cui l’astinenza sessuale, il digiuno rigoroso, l’impossibilità di una remissione di peccati gravi e un alto valore del martirio. Anche Tertulliano vi fece parte a cui dedicò alcuni scritti che ci sono pervenuti (De pallio, Adversus Praxean, De pudicitia) oltre a un anonimo “Dialogo tra un montanista e un ortodosso” del IV secolo. In più punti della sua predicazione Kiko si è espresso con avversità verso la mediazione dei sacerdoti cattolici (OEC per la fase di conversione, p. 56-57) e lui stesso è il profeta per antonomasia considerato persino più importante del papa ma non ha mai chiesto per sé poteri magisteriali e non ha mai negato la sessualità ma ha consentito la prolificità delle famiglie secondo gli istituti stabiliti dalla Chiesa.
Il manicheismo era una dottrina sincretistica risalente al III secolo da un certo Mani che si fondava su tre principi fondamentali: tutto ha una qualche massa corporea, non esistono esseri puramente spirituali, di qui la difficoltà a pensare a un Dio neutrale, antropomorfizzandolo (materialismo); ci sono due principi coeterni, il bene e il male, e il mondo nasce dalla lotta tra queste due forze, con la compresenza di entrambe (dualismo); il male ha una sua propria sostanza (ipostasi) ed è eterno al mondo e a questi sopravvive; ha anche una sua propria forza ed è causa del male che l’uomo può compiere (così l’uomo è sottratto alla responsabilità nella colpa); i manichei pretendevano di possedere e insegnare la verità (non intesa come teologia né come mistica) accusando la Chiesa di mortificare la ragione umana perché imponeva di “credere” ad una cornice di nozioni senza capire. Da qui l’idea di un “cammino” di ascesi gnostica basato sulla somministrazione graduale di nozioni ermetiche private, cioè, non teologiche né mistiche ma sottese ad una conoscenza esoterica. Sebbene Kiko si sia espresso più volte contro la teologia e contro la mistica, non si può dire che fosse manicheo anche perché dai mamotreti non si evince un dualismo così marcato.
Gli adozionisti sono coloro che negano la divinità di Gesù e affermano solamente la sua umanità. Si presentano due posizioni. La prima è costituita dal vescovo Fotino di Pannonia (376 dC) per il quale Gesù fu un comune mortale che meritò di diventare Figlio di Dio e da questi “adottato” al momento del battesimo nel fiume Giordano. La seconda posizione richiama la cristologia monofisita di Apollinare, vescovo di Laodicea (IV secolo), secondo cui Gesù Cristo possedeva una sola natura, che consisteva nella divinità del Verbo che sarebbe stata “accolta” nella carne umana come un involucro inanimato. Nel corpo di Cristo non c’era alcuna anima umana essendo privo di consapevolezza e comprensione di ciò che gli stava accadendo. In Apollinare, rispetto a Fotino, c’è l’esasperazione di una teologia che ha preso il posto della coscienza umana (i neocatecumenali esaltano la comunità a discapito del singolo che con la sola propria ragione non può giungere alla verità). Altri adozionisti furono Paolo di Samosata, Elipando di Toledo, Felice di Urgel ma non certo Kiko. Considerando le sue idee nell’insieme (l’assenza reale nell’eucaristia, il ruolo di Gesù nel perdono dei peccati, il Padre che perdona ma non il Figlio, l’inanità di una redenzione, la messa come mancato sacrificio, l’impossibilità di fare il bene, il sacerdozio comune, il superamento della mediazione, la morte ontologica, la predestinazione) si può dedurre uno svilimento della divinità di Gesù Cristo? Si consideri l’esempio seguente. In un passo dei suoi sermoni Kiko paragona la Palestina al Regno dei Cieli consentendo al Verbo di Dio di entrare con la sua natura umana nella divinità (OEC per la fase di conversione, p. 219). Ciò vorrebbe dire che Gesù, prima di risorgere, non aveva una natura divina? Un altro esempio è dato dal libro di Robert Aron “Gli anni oscuri di Gesù” (OEC per la fase di conversione, p. 293) citato da Carmen Hernandez, una delle fondatrici del Cammino Neocatecumenale, secondo cui Cristo si sarebbe potuto incarnare in una pietra o in una zucca ma non in un pane ammuffito. Si tratta certamente di un episodio che va contestualizzato ma da qui a giudicare tutto il Cammino contrario alla divinità di Gesù ce ne vuole!
Le eresie in ambito trinitario (sec. II-IV) speculano sul ruolo delle tre persone divine. Anche qui, come per l’adozionismo, si presentano varie posizioni: il modalismo, il subordinazionismo, il patripassianesimo. I modalisti ritengono che il Verbo divino e lo Spirito Santo non sono consustanziali con il Padre (homooúsios) ma soltanto delle modalità mediante le quali Questi agisce secondo l’economia della salvezza sulla creazione e sulla storia. Il subordinazionsimo è un tentativo di chiarimento nella controversia con il modalismo e il sabellianismo, particolarmente marcato nell’arianesimo e negli pneumatomachi. Dopo i concili di Nicea (325) e di Costantinopoli (383) non fu più sostenibile in senso ortodosso ma, nella discussione odierna, vi sono alcuni teologi che hanno richiamato l’attenzione su tale problematica, tra cui Karl Barth e Jürghen Moltmann. Il patripassianismo è un termine di origine latina che fu impiegato in senso polemico per combattere il modalismo. I principali rappresentanti di questa eresia furono Noeto di Smirne (170) e Prassea (189-198) secondo cui le tre persone (Padre, Spirito, Cristo) sono sì la realtà divina, ma in maniera parziale: così, nella passione ha patito soltanto la carne di Gesù, mentre il Padre-Spirito ha “con-patito”. In gioco vi era il problema della passibilità di Dio. Sabellio (inizio III secolo), era un patripassiano che, per difendere la monarchia monoteista, contro le speculazioni sul Logos e le ipostasi, modificò la dottrina di Noeto di Smirne nel senso che l’unico Dio si sarebbe, appunto, rivelato nell’AT come Padre, nel NT come Figlio e nel mondo presente come Spirito Santo. Circa mille anni dopo le sue idee furono riprese da Gioacchino da Fiore (1130-1202) per il quale non ci sarebbe stata più bisogno della mediazione della Chiesa gerarchica soppiantata da quella spirituale. Se è vero che in più punti Kiko parla di Gesù come costituito di puro spirito (OEC per la fase di conversione, p. 144), è anche vero che non discute sulla Trinità e che in tutte le celebrazioni i fratelli si segnano nella maniera più corretta.
La teologia trinitaria, già presente nelle prime controversie cristologiche del III secolo, ritornò in auge nel 1492 allorquando, dopo la “Reconquista” spagnola della penisola iberica, si pose il problema della conversione di arabi ed ebrei educati al più rigido monoteismo. Della questione se ne occupò anche il frate e teologo di origine partenopea Giordano Bruno (1548-1600) che fu perseguitato e arso sul rogo dalla Chiesa. Gli ultimi anni della sua vita Bruno li trascorse in carcere dove fu interrogato dal “santo” Roberto Bellarmino intorno alla natura divina di Cristo, alla verginità di Maria, alla transustanziazione e all’immortalità dell’anima. Bruno riprende la filosofia parmenidea con tratti significativi di Nicolò Cusano che non ricusa l’ignoranza in sé ma l’uso spropositato della retorica definita come “l’arte dei pedanti” che spinge l’interlocutore a ripetere la lezione, senza renderlo partecipe né farlo riflettere. Chi sono i pedanti e gli ignoranti? Sono gli scolastici che usavano formule farraginose ma anche quelli che credono nelle verità “rivelate” (asini) tra cui c’è l’apostolo Paolo di Tarso a cui dedica la “Cabala del cavallo pegaseo”. Bruno contesta ai protestanti la salvezza “sola fide” e ritiene che le opere e le pratiche devozionali possano contribuire a riscattare gli uomini dalla propria bestialità. Tutti attraverso la ragione possono giungere alla verità nonostante la Chiesa tenti in tutti i modi di impedirlo. Bruno non parla della fede come in Lutero nel quale c’era la separazione tra arbitrio ed esperienza: non nega che la fede si possa esperire ma neppure afferma che la religione possa essere una soluzione. Il confronto tra Bruno e Kiko consente di riconoscere la differenza tra autore e dottrina. Un conto è l’uomo per ciò che è e che fa, un altro conto è ciò che dicono di lui. Un conto è leggere Bruno direttamente sui suoi libri, un altro conto è studiarlo a scuola (o al cinema nella straordinaria interpretazione di Gianmaria Volontè). Un conto è discettare sui mamotreti di Kiko, un altro conto è partecipare alle sue catechesi. Bruno nasce e cresce nel Vicereame di Napoli, governato dagli spagnoli del “siglo de oro”. Kiko nasce dalla guerra civile e cresce nella dittatura franchista ispirata al fascismo italiano. Bruno si oppone ma non si espone, Kiko si espone ma non si oppone. Bruno non ha fondato un movimento essendo consapevole che tradurre è tradire. Kiko ha fondato i neocatecumenali che sono circa mezzo milione nel mondo. Bruno è un vero filosofo e un infedele teologo che dialoga con la scienza. Kiko è un predicatore che litiga con i fantasmi della Chiesa. Bruno è un materialista ma non giunge ancora a negare Dio. Kiko è un moralista ma non giunge ancora a negare il male. La vicenda umana di Bruno si conclude non con la fine di un martire ma con la celebrazione di un furioso. La vicenda umana di Kiko si concluderà non con il martirio ma con la celebrazione di una messa.
I catari rappresentano uno dei movimenti più conosciuti nel campo delle eresie medievali tanto da diventare un best seller nella letteratura mondiale (si possono rinvenire delle tracce nelle opere di Dan Brown oppure nelle speculazioni su Rennes-le-chateux). Assunsero diversi nomi a seconda della regione in cui si insediarono (Albigesi in Francia, Patarini in Italia) e tradirono alcuni elementi delle sette orientali di tipo dualistico (bogomili, manichei, caldei). Si tratta dell’eresia che più delle altre ha somiglianze con il Cammino Neocatecumenale. La società catara si distingueva in due categorie: i “perfetti” che avevano il compito di insegnare la verità e gli “uditori” che erano obbligati a obbedire e a fornire loro di che vivere. Per diventare “perfetti” bisognava superare una prova o “consolamentum” che un documento di Lione descrive in dettaglio. La cerimonia iniziava con la confessione pubblica dei peccati (servitium), poi si procedeva ad uno scrutinio (melioramentum) durante il quale il candidato doveva rispondere ad una serie di domande infine si formulava il giuramento con la rinuncia agli idoli. Tuttavia la maggior parte di loro riceveva il consolamentum solo in punto di morte e alcuni si lasciavano morire di fame o di autodafè, piuttosto che rischiare di cadere in peccato mortale. In campo morale i catari predicavano il distacco dal mondo e dai suoi valori in vista in un futuro luminoso e celeste perciò il rigoroso ascetismo fu motivato dalla necessità di mantenere incontaminato lo spirito con la materia. In teoria i catari non solo negavano la resurrezione individuale intesa come ricongiungimento dell’anima al corpo ma rifiutavano l’idea di un giudizio universale dato che non è possibile redimere la carne che è materialmente e definitivamente corrotta. Da qui nasce l’idea, secondo Kiko, che la morte di Cristo in croce non fosse propriamente un sacrificio ma solo un modo per dimostrare che l’anima poteva sopravvivere alla morte ontologica dell’uomo. Ne consegue che, se Dio non può essere offeso dal peccato degli uomini, allora non ha senso un sacrificio di espiazione (si noti il Cristo con gli occhi aperti nella Croce astile neocatecumenale che ricorda il mancato sacrificio di Isacco). Il fallimento di una missione di pace da parte dei monaci cistercensi indusse papa Innocenzo III a bandire una crociata nel 1208.
Il mercante francese Pierre Valdes (1140-1206), dopo una vita tra agi e ricchezze, si spogliò dei suoi beni e, insieme ad alcuni seguaci, iniziò a predicare nelle campagne francesi, facendo proseliti tra i contadini e gli sbandati. Furono interdetti dall’arcivescovo di Lione nel 1184 e scomunicati da papa Lucio III che li equiparò ai catari. I “fratelli” e le “sorelle” valdesi, perciò, furono costretti alla vita clandestina, dedicandosi alla preghiera e all’assistenza dei malati. I valdesi raccomandavano caldamente la lettura delle Sacre Scritture in lingua volgare, la negazione del Purgatorio e delle messe per i defunti, il rifiuto del culto delle immagini, dei santi e delle pratiche devozionali. I valdesi si allontanarono sempre più dalla Chiesa mostrando affinità dapprima con i catari, e poi con i calvinisti e i protestanti. Su questo movimento l’unica fonte bibliografica è una summa antiereticale dei primi decenni del XIII secolo scritta dal laico Salvo Burci. A differenza di altri movimenti, le loro idee non implicano scelte pauperistiche o ascetiche ma una sostanziale comunione col mondo, con le famiglie e i propri beni. La salvezza si realizza nell’interiore santificazione e nella preghiera; ne consegue una religiosità intimistica che non lascia spazio a pratiche esteriori, a penitenze e ai sacramenti. In Italia, il giurista piacentino Ugo Speroni, aveva teorizzato l’inanità della distinzione tra chierici e laici e tra padroni e schiavi, rivendicando il ruolo della Chiesa primitiva e il ritorno alla vita apostolica (Ugo Speroni apparteneva al ceto dei giuristi che a partire dal XI secolo si posero in concorrenza sleale contro la Chiesa). Se è vero che all’inizio della predicazione Kiko era orientato ad un protagonismo del ruolo dei laici, oggi si è definitivamente convinto dell’importanza del sacerdozio ordinato altrimenti non avrebbe senso la fondazione di circa un centinaio di seminari “Redemptoris Mater” sparsi per il mondo.
Tra i precursori della Riforma vi furono Jan Hus (1371-1415) rettore dell’Università di Praga e il teologo inglese John Wycliffe (1331-1384) il cui pensiero si può così sintetizzare: libertà di predicare nella lingua madre, povertà del clero e rinuncia ai beni temporali. Tuttavia colui che diede una voce e un programma organico all’esigenza di riforma religiosa fu il monaco tedesco Martin Lutero che cercò di porre un freno agli abusi ecclesiastici sulle indulgenze. Non gli sembrava possibile che la salvezza potesse avvenire mediante determinate opere di remissione o mediante l’osservanza dei comandamenti perché questo gli pareva che fosse in contrasto con la Scrittura la quale afferma con Paolo che la giustificazione avviene per mezzo della fede e non con le opere. In “Sermone sull’indulgenza e la grazia” Lutero sostiene che la sola fede giustifica per i meriti di nostro signore Gesù Cristo. È l’onnipotenza divina che è in grado di fare questo: rendere giusto ciò che per sua natura è profondamente ingiusto. L’uomo non può lusingare Dio con le buone opere, tanto più che il peccato originale lo porterà di nuovo irrimediabilmente a peccare. Non c’è più bisogno che il sacerdote faccia da mediatore tra Dio e l’uomo, ma è Dio che nella sua onnipotenza salva chi ha deciso “ab aeterno”. Occorre specificare che in linea di massima, la Grazia di per sé è priva di qualsiasi merito perché è donata gratuitamente. Nella dottrina cattolica, però, è presente una “seconda Grazia” che dipende dalle opere di penitenza del credente (digiuni, pellegrinaggi, elemosine, etc.) ma mentre il cattolico, tramite i sacramenti, può presumere di avere ottenuto il perdono ed essere in grazia di Dio, il luterano non dispone di segni che gli possano far ritenere probabile di essere stato predestinato alla salvezza, da qui il grande risalto conferito all’animazione liturgica e all’estetica dei luoghi di culto. Lutero non nega la presenza reale nell’eucaristia ma non ammette nemmeno la transustanziazione: la persona di Cristo nel pane e nel vino consacrati è sì presente, ma la natura divina non può coesistere con la sostanza delle due specie (prototipo), in quanto realizzazione contingente del modello esistente eternamente in Dio (archetipo); in altre parole, Lutero tradisce la concezione aristotelica per la quale gli accidenti non possono sussistere senza la sostanza. Da qui anche il rifiuto a custodire le sacre specie dopo l’eucaristia. I capisaldi della dottrina di Lutero, che rientrano a pieno titolo nella predicazione di Kiko, possono così essere riassunti:
1 Sola Fide: la salvezza non si ottiene per mezzo delle buone opere ma solamente avendo fede in Dio; l’uomo compie azioni buone non per propri meriti ma come conseguenza della grazia di Dio che salva a suo insindacabile arbitrio (OEC per la fase di conversione, p. 147).
2 Sola Gratia: per ricevere la grazia divina non occorre la mediazione di un clero istituzionalizzato perché tra l’uomo e Dio c’è un rapporto diretto (OEC, pp. 189-190).
3 Sola Scriptura: chiunque, illuminato da Dio, può sviluppare una conoscenza completa ed esatta delle Scritture senza mediazione di terzi (OEC per la fase di conversione, p. 372).
4 Sola Gloria: la missione della Chiesa ha una natura carismatica e non giuridica (OEC per la fase di conversione, p. 81).
5 Sola Christo: Dio Padre ha affidato a suo Figlio Gesù Cristo il compito di far conoscere il perdono dei peccati; da qui la necessità di abolire le strutture superflue della Chiesa, le congregazioni religiose, il culto della Madonna e dei santi (OEC per la fase di conversione, pp. 329-330).
L’eresia che prende il nome da Giansenio (Jansenn Cornelius 1585-1638) si propone di recuperare il carisma della vita comune. Il vescovo belga-olandese, che nell’”Augustinus” indagava sui rapporti tra grazia e libero arbitrio, ritirò le sue affermazioni di fronte alle proteste della Chiesa ma furono i suoi discepoli a porre le premesse per la nascita di questa corrente ereticale. Il problema nasce perché il concilio di Trento aveva sostenuto che la grazia e la libertà sono compresenti nell’uomo, però non aveva specificato i rapporti tra le due occorrenze: la grazia lascia immutata la libertà o viceversa, quando interviene, non è più tale? Su questo punto a Port Royal, vicino Parigi, si confrontarono un certo numero di intellettuali ed altri uomini di governo fino al punto da far pensare ad una chiesa parallela: quelli che volevano una Chiesa cattolica francese autonoma da Roma spesso abbracciavano le idee gianseniste. I giansenisti negano il libero arbitrio: l’uomo di fronte alla grazia non è libero di scegliere. La libertà dell’uomo c’è, ma la grazia si impone alla libertà. Secondo i cattolici la grazia sostiene l’uomo che collabora con essa e vi aderisce liberamente. Invece i Giansenisti sostengono che la grazia è così forte che prevale sull’uomo inducendolo ad agire in modo automatico come se la sua libertà fosse soggiogata. Da qui alla predestinazione il passo è breve. Ma se la grazia spinge l’uomo ad agire necessariamente bene, l’uomo non dovrebbe peccare più, e di conseguenza quelli che fanno il male non hanno ricevuto la grazia necessitante e quindi non sono degni di salvezza. Il rischio di una simile teologia è giustificare tutto in nome della fede, finanche la guerra santa. Per questo il Giansenismo è una Chiesa di pochi eletti, teologi e mistici, tale da non essere valida per tutti. Il Giansenismo rifiuta la pietà popolare, il devozionismo, i pellegrinaggi tacciati come “turismo” confessionale, le processioni delle offerte, ma propone un’ascesi che è esercizio e fatica della fede che si conquista con duri scrutini. Per i Giansenisti un peccatore può convertirsi, ma poi bisogna vedere gli effetti della conversione: più un adepto avanzerà nel cammino di fede, più sarà alta la sua reputazione nella comunità. I sacramenti per i Giansenisti non sono un aiuto alla vita dell’uomo e quindi non vanno praticati spesso, ma sono il premio della virtù e vanno conquistati e praticati ad intervalli regolari: non ci si accosta al Battesimo appena nati se non dopo un cammino ventennale (la vera sfida non è tanto l’attesa quanto il subire lo sguardo in cagnesco dei catechisti); non ci si accosta all’Eucaristia se non se ne è degni (nel gergo neocatecumenale si dice che quando non c’è eucaristia, “c’è messa” per sottolineare la distanza con i “cristiani della domenica”); non ci si accosta alla penitenza da soli perché è la comunità che perdona (il “ratto del saluto” dura finchè la vittima non trova un nuovo sponsor).
Gianbattista Vico (1668-1744) fu il massimo esponente dell’illuminismo napoletano. Alcune pagine della “Scienza nuova” attirarono l’attenzione dell’Inquisizione in particolare sulla “dottrina degli erranti ferini” (1727). Nella sua illustrazione del progresso umano Vico fa coincidere la selva con il cristianesimo. La dea Venere rappresenta la bellezza degli uomini e delle donne civilizzate rispetto a quelli ancora erranti nella selva. Il diluvio universale ha creato una crisi senza precedenti e la stessa umanità risulta degenerata. Riprendendo Bruno, Vico ritiene che la diffusione della religione giudaica prima e poi di quella cristiana sia stata causa del decadimento sociale dell’Occidente. I termini “ara” e “ador” dimostrano l’associazione tra agricoltura e religione: il primo è il recinto dei pascoli, il secondo è il “debbio” (l’incendio dei boschi per creare nuove terre fertili). Ciò costringe le creature a uscire dalla selva e a civilizzare il mondo.
Il Modernismo è un’eresia condannata dalla Chiesa nel 1907 (enciclica “Pascendi”) che nasce come reazione all’arretratezza degli studi ecclesiastici in campo cattolico nell’area biblica, storica e filosofica. Nel campo della filologia biblica furono adottati nuovi criteri di lettura dei Vangeli, che sono la base anche delle attuali interpretazioni cristologiche, mentre invece gli studi cattolici erano rimasti all’interpretazione letterale o allegorica cercando di conciliare la verità dogmatica contenuta nella Bibbia con le nuove nozioni emergenti (concordismo). Anche negli studi storici si assiste ad una notevole arretratezza: la disciplina era impostata su criteri apologetici, perché all’epoca si riteneva prioritario il dovere di dimostrare la santità della Chiesa. In campo filosofico l’unica filosofia tollerata era il Neotomismo che rendeva il pensiero cattolico impenetrabile ad altre impostazioni filosofiche, come il positivismo, l’idealismo che si erano diffuse nella seconda metà del ‘800. Questa arretratezza in campo biblico, storico, filosofico era evidente nei manuali utilizzati nelle facoltà di teologia, che si presentavano come delle effimere ripetizioni o reinterpretazioni della tradizione (psittacismo). Il Modernismo cerca di rispondere a questa arretratezza ma si spinge troppo oltre negando alcuni dogmi della Chiesa e scadendo nell’eresia. Tre gli altri si possono citare Alfred Loisy, George Tyrrell, ed Ernesto Buonaiuti. Loisy era un sacerdote francese docente di Sacra Scrittura che nel 1893 scrisse degli articoli in cui metteva in discussione l’autenticità mosaica del Pentateuco e sosteneva che alcuni libri biblici si potevano considerare propriamente storici, mentre altri meno. Per questo fu allontanato dall’insegnamento e confinato in un convento di monache. Loisy accettò il trasferimento, ma all’inizio del ‘900 vinse un concorso statale e cominciò ad insegnare nell’università di Parigi, sottraendosi alla censura ecclesiastica. In “La Chiesa e il Vangelo” (1903) affermava che Gesù ha predicato il Regno ma non ha fondato la Chiesa. Loisy non vuol dire che la Chiesa non sia di fondazione divina, ma dice che è nata da uno sviluppo successivo alla predicazione di Gesù. La Chiesa, cioè, non è stata fondata direttamente da Lui ma è nata dall’interpretazione che gli Apostoli hanno dato alle sue parole. La conseguenza è che il dogma non è una verità immutabile, data per sempre, ma è soggetto ad evoluzione (tradizione), come sviluppo della Rivelazione. La Chiesa per Loisy sarebbe legata alla comprensione della fede in un dato momento storico. Qui si manifesta il limite e l’esasperazione del Modernismo: non c’è un dato rivelato per sempre, ma tutta la verità è soggetta ad interpretazione, che può essere anche una rottura traumatica rispetto a quella precedente. Sostenere l’evoluzione del dogma significa non avere più la certezza della verità perché introduce nella Chiesa un dubbio radicale (equiparazione dell’errore alla verità). È evidente l’influsso dell’evoluzionismo di Darwin su Loisy, che recepisce ciò che viene dalla cultura laica, portando a pensare che la Chiesa è il risultato di una lotta per la sopravvivenza tra l’ortodossia e l’eresia. Il libro fu subito messo all’indice e Loisy condannato, cosicché decise di uscire dalla Chiesa dandosi agli studi di storia delle religioni. George Tyrrell, calvinista irlandese convertitosi radicalmente e repentinamente al cattolicesimo, entrò nei gesuiti, cominciando a riflettere sul pensiero laico e cercare una sintesi con quello cattolico. Tyrrell afferma che la fede non è un dato oggettivo ma è un dono che si concretizza nell’esperienza. Di conseguenza anche il dogma è la comprensione comunitaria di un’esperienza di fede, ed è quindi soggetto a repentini cambiamenti, per cui un’altra comunità può anche comprendere diversamente quello stesso dato di fede. Questo significa che non c’è più oggettività, non si aderisce più ad un credo comune ed oggettivo e quindi la fede non può essere né comunicata né controllata, cosicché viene meno la necessità del magistero della Chiesa. Questo è anche uno dei motivi per cui Kiko per anni ha denunciato quella che lui riteneva fosse una “Chiesa senza parola di Dio” (OEC per la fase di conversione, p. 42). L’esperienza di fede è libera, personale o al massimo è di una comunità di credenti, ma non ha senso una gerarchia ecclesiastica che controlla la fede che, quindi, non può dipendere da dottrine teologiche immutabili perchè la religione è uno stile di vita in cui l’autorità è un “consensus fidelium” cioè una sorta di discernimento istintivo o senso spirituale per mezzo del quale i cristiani riescono a percepire intuitivamente ciò che è conforme alla Parola di Dio. Il magistero pertanto deve intervenire solo per ratificare l’orientamento della comunità di fedeli che però rimane sempre un’opinione nell’insieme delle varie confessioni. Per queste idee Tyrrell venne condannato, espulso dai gesuiti e privato dei sacramenti. L’ultimo modernista che ci interessa è Ernesto Bonaiuti (1881-1946) che fu ordinato sacerdote nel 1903 e fondò la “Rivista storico-critica delle scienze teologiche” e “Ricerche religiose” che furono messe subito all’Indice. Scomunicato e dimesso dallo stato clericale fu prima esonerato e poi privato della cattedra universitaria. Nelle sue opere (più di 3 mila scritti) si lascia andare a interpretazioni di ordine storico e filosofico: le religioni non sono visioni del mondo ma indicazioni normative di precompresioni razionali e spirituali, ad es. la Riforma di Lutero fu interpretata come espressione dell’individualismo nella cultura europea che non aveva assimilato la cultura pauperistica tradotta dalla Chiesa nel medioevo (non è un caso che nel Cammino Neocatecumenale si esalta il lavoro remunerato i cui frutti sono rappresentati dalle decime). Il modernismo politico si presentava dunque come il tentativo di dare ai credenti il diritto di adottare scelte politiche senza la direzione ecclesiastica. Anche per questo motivo Pio X fermò le derive del partito socialista all’Opera dei congressi (sorta a Venezia nel 1874) e stipulò il “patto Gentiloni” (1913) che portò all’elezione di 21 deputati cattolici nel partito liberale.
Conclusioni
Attraverso un lungo excursus abbiamo visto che vi sono diverse analogie tra il Cammino Neocatecumenale e alcuni movimenti ereticali che si sono avvicendanti nel corso dei secoli ma vi sono anche delle distanze. Le varie persecuzioni poste in atto dalla Chiesa hanno determinato la frammentazione, se non addirittura la scomparsa di tali movimenti ma non hanno fermato la propaganda dottrinale eretica che si è riciclata di volta in volta. Abbiamo anche visto che la “scelta” non dipende da chi la possiede ma da chi la comunica e, per quanto possibile, la traduce ai lettori. Probabilmente Kiko non è un eretico in senso stretto o almeno non è ancora stato dichiarato tale dal Vaticano ma è fuori di dubbio che nella sua predicazione realizza delle scelte su cosa dire in ambito teologico (Lutero, Pascal, Tillich, Barth, Bonhoeffer) e morale (femminicidio, omofobia), nonché cosa omettere in campo artistico (Rublev, Ushakov) e musicale (Filippucci, Carlebach). Kiko è stato condizionato dall’ambiente del suo tempo (l’antifascismo franchista) o forse si è formato con del materiale di dubbia liceità? Proveniva da una famiglia dell’alta borghesia e ciò sicuramente lo ha favorito negli studi ma non possiamo soffermarci solo a far riemergere nel Cammino ciò che appartiene al suo passato pena il rischio di cadere nel solipsismo. Tuttavia in anni recenti ci sono state della reazioni dell’autorità ecclesiastica che fanno pensare ad un conflitto di ampie proporzioni. Nel 1997 il vescovo di Clifton in Inghilterra proibì il Cammino nella sua diocesi e lo stesso avvenne in Giappone nel 2010. Il fatto stesso che, secondo i fondatori del Cammino, la Bibbia si possa interpretare da sola tramite parallelismi, è indicativo di una teologia speculativa tipica dei movimenti ereticali. Le statistiche inoltre dimostrano che il numero dei fuoriusciti dal Cammino è molto più ampio del numero dei “martiri” della Chiesa, con dati inequivocabili ed oggi da tutti accettati, per cui non si può parlare del Cammino Neocatecumenale come di un ritorno alla Chiesa delle origini piuttosto come di un tentativo di recuperare alla fede quanti sono fuoriusciti dalla Chiesa o da altri movimenti ad essa affini (teologia del ritorno o Nuova evangelizzazione). Paradossalmente, però, anche il Cammino ha i suoi “eretici” (Augusto Faustini, Daniel Lifschitz, Pablo Herrera) che hanno avuto l’ardire di contestare la leadership di Kiko. Se il Cammino si dichiara ufficialmente in sintonia con la Chiesa cattolica, allora non ne tradisce forse anche la disciplina (sedia bollente, lucernario, isolamento)? Enrico Zoffoli le chiama “eresie” perché li considera una minaccia per la Chiesa. Invece ritengo più appropriato il termine “manie” che riflette anche l’anomalia psichica di coloro che le praticano.
C’è un’eresia che non rientra in nessuno dei movimenti descritti e che risponde ad un libro che apparve in Italia nel 1787 col titolo “Patto della teologia moderna con la filosofia per rovesciare la religione di Cristo” (notizia riportata dall’agenzia “Antyk Foundation”). L’idea di massima era di individuare due o tre persone che avrebbero fatto da tramite attraverso una serie di strategie. Prima di tutto quella di non pubblicare le proprie conversazioni. Inserirsi gradualmente nella Chiesa fino al punto di rendere impossibile la distinzione tra amici e nemici. Adottare confessioni frequenti, anche pubbliche per dare più risalto alla comunità, penitenze facili e insistere sul confronto tra verità e menzogna. Enfatizzare l’idea di decadenza sociale, del bene e della morale insinuando il convincimento di restaurare la Chiesa delle origini magari inventando un capro espiatorio che poteva essere Costantino oppure il Concilio di Trento. Isolare, lentamente, i vincoli dei cattolici con la Chiesa alienandoli dalla vita parrocchiale. Ingraziarsi le simpatie dei vertici curiali ma allo stesso tempo spargere zizzania mettendo l’uno contro l’altro, parroci contro parroci, vescovi contro vescovi. Eliminare l’opposizione interna attraverso una rigida disciplina e un pressante condizionamento mentale. Non sappiamo chi fosse l’autore ma si tratta probabilmente di un falso afferente alla letteratura apocrifa moderna così come il “Piano massonico per la distruzione della Chiesa Cattolica”, apparso nel 1998 sulla rivista “Teologica”, che riporta le direttiva di un gran Maestro della Massoneria ai vescovi cattolici nello stesso periodo in cui Kiko frequentava il circolo “Gremio 62” che si occupava di tutto fuorchè di complotti e cospirazioni. L’esempio più eclatante è costituito dalla “nuova estetica” per la quale ispirazione Kiko si richiama alle icone della chiesa ortodossa fino al punto di rasentare il plagio! La “Vergine del Cammino” (dipinta da Kiko nel 1973) è la brutta copia della “Nostra Signora  Eleousa” di Simon Ushakov vissuto nel XVII secolo e persino il “Cristo assiso in gloria” (Deesis) che fa bella mostra di sé nella maggior parte delle sale neocatecumenali (Corona Misterica) è un’imitazione di un’opera di Andrej Rublev (XV secolo). Evidentemente la storia della Chiesa di questo periodo non doveva essere poi tanto noiosa!
-Perchè limitarsi al “restyling” delle icone russe quando l’arte è un patrimonio mondiale universale?
-Perchè registrare dei mamotreti con il rischio di essere scoperti?
-Perchè copiare la musica ebraica se si poteva comprarla?
Evidentemente la storia di coloro che vantano “diritti di proprietà” (di qualsia tipo) rende l’idea di una teologia estrosa, provocatoria e gravida di rischi. Lungo i secoli la vicenda cristiana ha costituito il semenzaio di molte forme eretiche di filosofia e di teologia. La chiesa ortodossa ha coltivato un inconscio monofisismo in cui Gesù non è solo considerato senza peccato ma onnisciente, ieratico e apatico (iconografia ortodossa). Oggi la concorrenza tra le chiese non si gioca più sul piano dottrinale come accadeva tra Oriente e Occidente, ma sul piano etico e a dominare la scena non sono più le scuole teologiche ma i mass media che un giorno esaltano l’eroe di turno e subito dopo lo umiliano. Così accade, ad esempio, che i valdesi professino la separazione tra Stato e Chiesa (laicismo) fino al punto di sostenere la liceità dell’aborto e dell’eutanasia mentre i mormoni e i cattolici li contrastano con veemenza. Così accade, ad esempio, che un direttore di un noto periodico è costretto a dimettersi dopo lo scandalo sul proprio orientamento sessuale (“Boffo dà le dimissioni, Bagnasco le accetta”, 3 settembre 2009) o che un cardinale venga assolto dalle accuse di pedofilia (“Il cardinale Pell prosciolto dalle accuse di abusi: verdetto unanime dei giudici”, 7 aprile 2020). La prova di verità del Kiko dissidente è stata la decisione della Chiesa di metterlo sullo stesso piano degli “acchiappafantasmi” e ciò significa che la chiesa vive nella tensione costante di qualcosa che non è facilmente accettabile nella vita quotidiana (trade-off Magistero vs Sensus fidelium). Lo stesso è successo con gli Statuti in forza di una decisione sofferta. Così la Chiesa ha trovato negli scritti arguelliani un argine contro gli abusi del passato mentre le comunità neocatecumenali trovano nell’autorità del capo un modo di proteggersi dinanzi alle pretese stravaganti proferite in nome della morale. Noi cattolici siamo giunti a comprendere il ruolo del papa come voluto da Cristo ma il ruolo di Kiko continua a destare meraviglia anche tra gli scettici. Il ministero ordinato deve salvaguardare l’unità dei fedeli anche se la degradazione di autorità dei vari ministeri laici non corrisponde alla scala di valori dell’amore cristiano? Se da una parte la sua voce lancia strali contro l’OMS e a favore della somministrazione in mano della comunione, d’altra parte la più grande conquista di Kiko non è quella di avere una “carica” ma di essere ancora “carico” a 80 anni suonati e nessuno può fermarlo!
Bibliografia
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Brown R.E., Giovanni. Commento al vangelo spirituale, I-II, Assisi 1979.
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Erba A., Guiducci P.L., La Chiesa nella storia, LDC, Torino, 2008.
Garzia Ortiz J.M., Expulsado dal camino neocatecumenal por defender la fe, “Adelante la fe”, 27 luglio 2018, http://adelantelafe.com/expulsado-dal-camino-neocatecumenal-por-defender-la-fe
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Iakob, Kiko Arguello’s Neocatechumenal Way is…, 31 marzo 2017 https://gloria.tv/post/K7Z9M9uJg7Kj6nmJN2mgzZEp
Il discusso discorso sul femminicidio di Kiko Arguello, “Il post”, 23 giugno 2015, https://www.ilpost.it/2015/06/23/kiko-arguello-femminicidio
Il piano massonico per la distruzione della Chiesa Cattolica, Teologica, 14 marzo-aprile 1998, pp. 2225, ed. Segno, Udine. http://cibo-spir.blogspot.com/2013/11/piano-massonico.html
Merlo G.G., Eretici ed eresie medievali, il Mulino, Bologna, 1989.
Onofri A., Cruccas G., Eresie di Kiko Arguello sulla Santissima Trinità…ma la santa sede si rende conto a chi ha affidato la cosidetta “Nuova evangelizzazione”? Evidentemente no…, “Non Possumus”, 18 dicembre 2011, http://nullapossiamocontrolaverita.blogspot.it/2011/12/eresie-di-kiko -arguello-sulla.html
Vaccarella A., Icona e preghiera, EDB, Brescia, 2018.

Pensioni, mercedi e limosine

La storia della previdenza sociale si inquadra nello sviluppo più ampio della borghesia. Il clero, che da sempre beneficiava del sostegno pubblico dapprima sotto forma di vitalizi e poi di un apposito fondo previdenziale, costituì da sempre il principale sostegno della monarchia borbonica e pertanto fu lautamente remunerato. Nonostante ciò il re cercò di regolare la previdenza ecclesiastica, per esempio vietando il cumulo di pensioni, anche se il sistema rimase integerrimo, soprattutto dopo i moti del ’21 e del ’48 quando la monarchia si prodigò alacremente per premiare i lealisti.
Il governo carolino aveva previsto degli strumenti indispensabili per evitare gli eccessi di spesa: il controllo della Corte dei conti, la prescrizione triennale delle rate scadute e l’incedibilità della pensione. Tutte riforme che furono abolite dai francesi che, d’altronde, favorirono la borghesia sviluppando ulteriormente la pubblica amministrazione e il diritto positivo (le raccolta periodiche di leggi sostituirono le obsolete prammatiche). I Borbone se da una parte preservarono lo status quo, d’altra parte concentrarono gli sforzi sulla spesa amministrativa che nel 1850 assorbiva già un terzo del bilancio.

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Che cos’è un asilo d’infanzia

 

Persico F., Scritti e lettere scelte di Alfonso della Valle di Casanova, Napoli, Marghieri, 1878, pp. 79-87.

Avete mai visto un Asilo d’infanzia? Se non avete mai visto, andateci domani, e vi sentirete commuovere dentro, fino alle lacrime; vi parrà una cosa nuova, questa che chiamano: Asilo d’Infanzia. Ci prenderete amore, ci tornerete spesso. E allora, facendoci 1’occhio, sapete che altro avverrà ?
Voi ci troverete mille difetti, mille ragioni che vi faranno maravigliare dell’ amore che ci avete preso; e, nonostante, li amerete ancora. Perche tanto innamorarsene tutti? e poi anco venuto quasi il disinganno amarli ancora? Ecco: io credo che lo Asilo d’infanzia innamori tanto di se, non per se, ma per un pensiero novo che ci si trova; si trova in esso soltanto, ma come forma a cui l’Asilo non è materia che basti. E però tutti ameranno gli Asili; e coloro che più s’intenderanno ol’Asili, più si domanderanno: ma che cosa c’è insomma ? E, frattanto, più gli ameranno.
Che cosa è questa forma nuova che sì manifesta nell’Asilo d’infanzia?
Io premetto che dirò liberissimamente ciò che penso intorno a questa materia, e senza intenzione d’ offendere nessuno. Dico liberamente, per due ragioni: la prima è ch’io sono pienamente convinto di ciò che dico; la seconda è ch’ io sono anco convinto di non essere autorevole in queste materie. Le ho sempre avute care, da giovinetto; ma solo per il bene che mi producono in me, per la pace che mi davano all’anima. Non temo d’offendere alcuno, e anco questo per due ragioni: la prima, che essendo 1’educazione de’ figli la cosa più importante che sia al mondo; e non essendoci ancor al mondo, dopo seimila anni, nessuna cosa più incerta e più varia di questa, ciò prova che chi accusa di non sapere educare, dice ciò di che ogni uomo onesto dev’essersi accorto; la seconda clr io non parlo della tale o tal’ altra scuola, nò del tale o fcil’altro padre, che, per loro buona ventura, abbiano saputo educare, ma d’ima necessità paterna o scolastica che partorisca la buona educazione.
E questo appunto, io dicevo, mi pare che abbiano fatto gli Asili.
L’ Asilo, si può dire, è buono in tutti gli Asili. Perchè ?
L’Asilo prende 1’anima del bambino, appena che incomincia a parlare, tanto presto che 1’aggiunto che si dà a questi Asili esprime il tempo che il bambino non parla ancora, e la dà ad una donna, a un cuore di donna, di madre. Io non ho visto Asilo dove la donna, che chiamano così malamente maestra e direttrice, e che noi con senso più giusto chiamiamo educatrice, dove, dico, non ami i suoi bambini. Qual’è il codice educativo di queste donne? Qual’è? domandate alla madre che ha il suo carino in braccia, perchè lo ama? perchè, amandolo, vuole che doventi buono, che sia felice ? Come fa, volendolo buono e felice, per riuscirci ? Ecco il codice della donna d’ Asilo. Io so che dei doveri materni s’è lutto de’libri; e de’dovéri, delle Educatrici d’Asilo s’è fatto migliaja d’ articoli di regolamento. Ma que’ libri e que’regolamenti o sono cosa da ridere, o li ha dettati il cuore più interno e quasi una inconsapevole divinazione della madre e dell’ educatrice. Il codice ond’educa la madre in famiglia, e l’educatrice in Asilo, è il suo cuore; cioè la natura; cioè Dio.
Andiamo avanti. La madre che ama suo tìglio, e che lavora in esso gli estri del suo amore, è contenta se uno le possa dire: ecco tuo figlio ti verrà ingegnoso, oppure erudito, oppure immaginoso?
È possibile che quel suo amore pensi i confini del desiderio che desidera ai figli? Ci sono confini all’amore di madre? Anzi, ci sono confluì di quelle cose tra sé? Chi spezza in parti lo spirito? Chi ha detto che le facoltà dello spirito sieno insieme come le dita della mano, o l’altre parti del corpo? Il senso del bene che persuade la volontà e l’innamora, non è pensiero? La verità che persuade e innamora la mente, non è affetto?
Ecco la forma educativa che traluce, fuori della famiglia, nell’Asilo, e non traluce che all’Asilo. Educa la natura, educa tutto l’uomo. La natura, cioè Dio; tutto l’uomo, cioè la creatura di Dio, creata a pensare il bello, ad intendere il vero, a volere il bene, che sono, bello e vero e bene, una cosa cioè Dio.
La bontà di questa forma educativa non è voluta da chi l’ordina o 1’esegue; ma è necessità dell’Asilo. E come carta accostata al foco, la brucia. La madre che educa sta con l’orecchio teso sopra il suo cuore , e quando amore spira notti, ed a quel modo ch’ei detta dentro, va significando. Quel suo amore che ne deriva nell’atto dell’educare, è così pieno, così molteplice, così immenso; abbraccia, alimenta e riscalda e ricrea tutta l’anima! È un amore che venera l’amato. È radice del vero rispetto della dignità umana: non di quello che rispetta la propria, ma l’altrui. Uno fa rispettare la dignità d’Adamo in se; un altro rispetta quella di Cristo nè fatto, da coloro che fanno gli Asili: ma sta nella buona realtà dell’Asilo considerato in se medesimo. L’anima umana ne’ bambini si presenta, non ancora come individua, ma come specifica. Quel cuore, quell’ingegno tenerelli non hanno un volto in ciascuno, ma sono come uno in tutti. E non hanno, nemmeno come uno in tutti, un volto d’oggi; ma sono come una divinazione e un incognito indistinto, d’ un pensiero ed una volontà indefinita, indefinita ed insieme attuale: sono il pensiero, la volontà. Anzi sono pensiero volente, e volontà pensante, e da questi due termini di questa imagine umana della Trinità divina procede la bellezza. Questo è 1’anima umana, quand’ella esce l’altrieri dalle mani di Dio. Ora sentite. Avete mai visto ima bella fanciulla che poi, dopo dieci anni, avete visto bella donzella? Vi ricordate che quando uscì di puerizia le si scomposero nel viso quelle fattezze che, non bene sicure nè certe nessuna, pure armonizzavano insieme, e aveano come un senso e una divinazione d’ una bellezza certa e diffìnita e proporzionale, che poi le ritornò, ponghiamo, ai diecisett’armi? Ma allora, iodico, si scomposero tutte, e l’ama crebbe a danno dell’ altre, e vi fu chi vergendola allora la disse brutta? Ora altrettanto avviene delle facoltà dell’ anima umana. Quell’essere, in quanto al termine loro, non individuali ma specie, quel1’essere non mutabili e successive ma atto, è come la sapienza dell’anima fanciulla; sapienza non avvertita, non riflettuta. Poi si rompe quella loro armonia divinatrice, e l’una facoltà si svolge a danno dell’ altre.
Sapete chi sono i sapienti veri? Coloro che, ai loro diecisett’anni dell’anima, ricompongono quella armonia iniziale; quel, vorrei dire, ultimo vestigio della mano di Dio che ha lavorata l’anima umana a sapienza. Ma non la volle bella come il fiore e 1’aurora che son belli solo per lui: volle che l’uomo si ricreasse da se, sì riarmonizzasse da se, e gli diede 1’arbitrio. Gli disse: vedi in te stesso bambino la sapienza augurata: compila, adulto.
Ora tutta 1’ educazione umana è indiritta a quell’ora. All’ora che la coscienza dell’uomo si desta, e sente l’arbitrio: e cade da quella armonia e composizione di facoltà attive dell’anima che sono come luce d’ aurora al sole die succede, e deve volerla rifare da se. Capire quel1’ufficio dell’ educazione, cioè questo debito avvenire dell’ uomo, aiutarlo a compiere, ecco il problema.
Sventuratamente proprio allora, allora che incomincia la separazione intima delle facoltà , allora che il verbo educativo più dovrebbe secondar la natura cioè Dio, ajutar tutto l’uomo cioè tutta la creatura di Dio, allora avviene il contrario: e il problema non saputo sciorre dal maestro, fa difficile la soluzione allo scolare.
Solo il sapiente è 1’educatore quel giorno: la verità di chi insegna, la bellezza, s’egli non è sapiente, non sono bontà. E un vero ed un bello che non sieno bene, seno un coltello anatomico che taglia in pezzi lo spirito: e lo spirito tagliato in pezzi muore, e lo spirito morto (e il mondo n’ è un cimitero) attestano che il mondo, dopo seimila anni, non sa educare.
Che possono in questo gli Asili? Una sola, utilità hanno gli Asili: una sola, solissima. Quella d’impedire che gli anni, ch’io chiamerei divini dell’uomo quelli della sapienza istintiva, naturale, divinatoria, augurale , non sieno innanzi tempo minacciati di morte da un seme che guasti e corroda le radici dell’ albero futuro. E questo lo fanno gli Asili; e se non facessero che questo, basterebbe pure. (Benché molti non intendano nemmeno questo: e dico coloro che non s’appagano deir Asilo, se non quando è numeroso, ed è scuola; cioè quando invece di allontanare e d’indugiare il male, lo anticipa e se ne fa interprete esso medesimo). Ma 1’Asilo fa qualcosa di meglio non solo impedisce il tarlo che si genera a piedi del tronco, ma prepara il solco ed il seme della sapienza seconda; abitua la coscienza che sorge, come la parala della balia abitua e quasi crea la favella del lattante.
Questo fanno gli Asili. Sono strumento, perciò, della mente di Dio, e rispondono all’ ordine morale dell’ universo. E da ciò la quiete e l’amore che svegliano in chi va e li rimira. Quiete ed amore che non sarebbero succeduti da quel secondo momento eli’io ho detto di sopra, se gli altri gradi dell’educazione dell’uomo fossero armonizzati con questo: ma non essendo, accade come a chi avesse incominciati mille metri di una strada ampia o arborata, e ha smesso l’opera: dice chi li percorre col piede, va per spingere avanti lo sguardo, e lo sguardo gliele rimandano addietro un vicoletto che ci si lega, o il muro che traversa 1’uscita. Io non pretendo che 1’uomo debba avere un solo maestro, e questo una sola scienza; cioè la sapienza. Anzi dico che la sapienza è conclusione: è un’idea sola, che abbraccia tutte 1’altre, ma alla quale s’arriva dall’altre. Ci s’arriva diversamente; chi da una, chi da dieci; chi da queste, chi da quelle. Quello che pretendo, e mi pare indispensabile, è questo: che ciascuno che insegna sia per se sapiente, cioè sia arrivato a quella conclusione; o per la via del vero delle matematiche, o delle metafìsiche, o del bello letterario, o dell’ artistico. Ci sia arrivato, dico; ed è anche troppo. Sicché mi limito a pretendere che egli arrivatoci o no, non impedisca altrui d’arrivarci. E questo mi pare cosa facilissima a ottenere; giacché io stimo che niente impedisca, se non la coscienza di stare impedendo e la volontà d’ impedire. Il resto no: chi si svia a caso, chi dubita con sincerità di animo, quegli non tarderà a rimettersi in via da se, nè ad affermar la conchiusione da sé.

Le mie prigioni

Nel 1911 fu pubblicato a cura del nipote Emanuele Rocco il diario di Giovanni Vacca, uno dei protagonisti dei moti del ’48. Il documento, scritto tra il 1840 e il 1850, fornisce una testimonianza interessante dell’epoca da parte di chi aveva vissuto personalmente l’esperienza penitenziaria sotto i Borbone. Il libro inizia con la narrazione degli avvenimenti che hanno visto la cattura dell’autore e la traduzione nel carcere di Santa Maria Apparente in Napoli dove emerge la constatazione delle durissime condizioni di vita dei detenuti costretti a vivere in una «tomba di viventi» (p. 6). Unica consolazione il fatto che in quegli stessi locali avevano alloggiato i padri della Rivoluzione napoletana (Cirillo, Pagano, Poerio, etc.) diventati celebri cinquanta anni prima. La seconda nota critica è rivolta alla criminalità organizzata che fu colpevole di gravi lesioni dei diritti dei detenuti, così come erano stati sanciti dalla Costituzione del 10 febbraio 1848 e subito dopo abrogati. L’autore ripercorre sinteticamente quegli avvenimenti nel terzo capitolo del suo libro tessendo le lodi al primo Parlamento eletto della storia degli stati preunitari che fu costretto a sospendere le sedute dopo l’irruzione dei mercenari svizzeri, al soldo del re di Napoli, ma gli ordini della corte austriaca primi fra tutti Maria Carolina, figlia della più famosa Maria Teresa perché, se anche sulla carta l’Austria aveva lasciato Napoli nel 1734, di fatto ne condizionava tutte le scelte politiche prima e dopo i napoleonidi. La Sicilia, invece, fu sconvolta dall’invasione inglese nel 1806 che, seppur di breve durata, condizionò la politica locale per gli anni a venire sulla base di quanto già fatto da Lord Malmesbury (Tessitore G., L’utopia penitenziale borbonica, Angeli, Milano, 2002, p. 9). Nonostante la nutrita presenza di uomini colti e capaci, il Parlamento, come tutte le democrazie, era diviso al suo interno tra apposte fazioni (progressisti e conservatori) ma era, tuttavia, distante dal popolo in quanto il suffragio universale non esisteva ancora. Una forma diversa di democrazia meno lecita ma non meno efficace era quella che regnava in carcere e che l’autore descrive nel IV capitolo del libro. Si trattava di un camorrista che forniva l’olio e le lampade, il pane ed il vestiario grazie ai proventi dell’attività criminale e non di rado fomentava vere e proprie rivolte come accadde nell’episodio di “Ricchizzi” che era una guardia penitenziaria celebre per i suoi metodi aspri che infliggeva ai prigionieri e che fu linciato dal popolo accorso in aiuto ai ribelli. A questo punto l’autore si lascia andare ad una lunga digressione politica in cui tratta di cesaropapismo, di comunismo, di Bonapartismo, di costituzionalismo e di tutte le vicende che hanno caratterizzato quel periodo storico nella prima metà del XIX secolo. Nell’ultimo capitolo, l’autore tratta della giustizia politica e della Magistratura di cui, nonostante la situazione politica, «in linea generale il governo borbonico rispettò l’indipendenza» (Scirocco A., Il Regno delle due Sicilie, in “Amministrazione della giustizia e poteri di polizia dagli stati preunitari alla caduta della destra, Atti del LII Congresso di storia del Risorgimento italiano, Pescara 7-10 novembre 1984, Roma, Istituto per la storia del Risorgimento italiano, 1986, p. 323). La giustizia, riprendendo Platone, anche se apparentemente avrebbe dovuto tutelare le libertà individuali in realtà era uno strumento di oppressione criminale ed il pensiero ricade inevitabilmente alle vicende personali quando, ad una prima esperienza di democrazia, ne seguì una di lotte e persecuzioni. Protagonisti di questi episodi furono il ministro di giustizia Raffaele Longobardi, il capo della polizia Gaetano Pecchenedda, il presidente della corte criminale Navarro ed il procuratore generale Filippo Agelillo. Tutti presenti nel “super processo” del 15 maggio 1848 che vide imputati lazzari e briganti (irridentisti) che avevano partecipato ai moti. La magistratura, forte del prestigio del foro partenopeo, comminò per la maggior parte pene detentive tra cui spiccavano illustri personaggi quali Carlo Poerio, figlio del Giuseppe martire del 1799, Samuele Cagnazzi, Luigi Settembrini, Silvio Spaventa e Michele Pironti. Le ultime pagine del libro sono le più toccanti perché evidenziano l’enorme tensione emotiva nonché il pathos dell’imputato durante il processo. Giovanni Vacca morì nel 1876 nello stesso anno in cui Lombroso diede alle stampe “L’uomo delinquente” ciò che sarebbe diventato il caso più discusso della criminologia.

Citazioni tratte da Giovanni Vacca, Le mie prigioni (1840-1850), Napoli, Console, 1911.

Il primo Istituto per sordomuti in Italia

Vecchione E., Assistenza e beneficenza a Napoli, Premiata Scuola Tipografica dei Sordomuti, Napoli, 1908. Il primo Istituto per sordomuti in Italia, pp. 22-24.
 
Fedinando IV volendo istituire a Napoli una scuola regia di sordomuti, incaricò il 1783 l’abate Cozzolino da Resina di recarsi a Roma per studiare l’impianto della scuola privata per i sordomuti fondata dall’avv. Pasquale Di Pietro. Nel 1785, avutisi buoni risultati dalla scuola, Re Ferdinando deliberò di tra­sformarla in pubblica, trasferendola con apposita do­tazione, nel locale “del Salvatore” all’Università (via Mezzocannone 16 ndr). La direzione della scuola fu affidata allo stesso Coz­zolino, che la tenne per molti anni. Fu la prima scuola governativa per i sordomuti sorta in Italia.
L’istituzione fu in seguito trascurata dal Governo e dalla Università. Fu riordinata poi da Giuseppe Napoleone con decreto del 7 novembre 1806, che ne stabiliva la sede nel Gesù Vecchio e fissava gli stipendi al personale, il pa­gamento di uno stipendio al Direttore Cozzolino (36 ducati) per l’acqui­sto degli oggetti necessari. Nel 1812 si assegnò la somma di ducati 80 al mese per sussidi agli alunni poveri e fu compilato uno speciale regolamento. Furono poi assegnati 50 ducati mensili al Direttore e 20 ducati per ciascuno a quattro maestri. Al 25 settembre 1816 venne pubblicato il regolamento per la scuola dei sordomuti, la quale fu divisa in due clas­si, una per i maschi e l’altra per le femmine.
Agli alunni era concesso un sussidio mensile variabile da ducati tre ad uno. Vi erano ammessi i giovanetti dai 7 ai 15 anni. Al 7 aprile la scuola, dietro proposta della Commis­sione della Pubblica istruzione, fu trasferita nell’Albergo dei Poveri e sottoposta all’amministrazione del governo di quel Pio Istituto. L’Istituto rifiorì dopo il 1860 con l’aiuto del Governo italiano. Il 1863 l’on. Bellazzi parlò alla Camera a favore dell’Istituto, chiedendo per esso un sussidio proporzionato ai bisogni degli 8000 sordomuti delle provincie meridionali, proponendo inoltre il trasferimento provvisorio di esso al quarto piano dell’Albergo e l’emancipazione dall’amministrazione di questo, salvo a renderlo in seguito del tutto au­tonomo. La proposta non ebbe seguito. Anche il Consiglio Provinciale nel 1867 aveva espresso li suo parere per la separazione.
Gli inconvenienti intanto perdurarono. Il Ministro Scialoia propose la chiusura dell’Istituto, che fu poi ordinata con R.D. del 24 luglio 1873. La chiusura, fatta per preparare il riordinamento dell’istituto, durò parecchi anni per mancanza di accordo con l’Amministrazione dell’Albergo. Il dicembre 1876 fu stipulata una convenzione tra il Ministro della Pubblica istruzione ed il Soprintendente del R. Alber­go dei Poveri, approvata con R.D. 5 aprile 1877 per la ricosti­tuzione della scuola che doveva essere composta di un convitto per 60 alunni ed altrettante alunne, di una scuola esterna, e di una clinica acustica per i sordomuti curabili. Nel 1878 fu compilato il regolamento interno prescritto dalla convenzione.
Il 15 novembre 1888 fu stipulata una nuova convenzione, approvata con R.D. del 7 febbraio 1889 ed in seguito il re­golamento speciale, approvato dal Ministero della Pubblica istruzione il 6 dicembre 1894 in forza del quale il diritto di vigilanza ed ispezione nella Scuola-Convitto era riservata a detto Mi­nistero. Con R.D. 18 giugno 1898 fa aggregato al VI gruppo delle Opere Pie; ma con R.D. 8 novembre 1903 fu dichiarata l’autonomia, facendo obbligo al Real Albergo dei Poveri di curare la trasforma­zione dell’Ospizio «da un semplice asilo in un vero e proprio istituto educativo dei poveri ciechi».

La condizione operaia al Lane-Rossi

La condizione operaia al Lane-Rossi. In Avagliano L., Alessandro Rossi e le origini dell’Italia industriale, Napoli, Libreria scientifica editrice, 1970, pp. 45-63.

1. Le istituzioni sociali. — Le case economiche.

L’asilo di maternità fondato nel 1878 per bambini dai 15 giorni ai 3 anni, completamente a spese del Rossi contava 248 posti nel 1878 del tutto gratuiti e giunse fino a un massimo di 120 nel 1886, Quello fondato nel 1867 ebbe invece un maggiore sviluppo. Riservato ai bambini dai 3 ai 7 anni e con un numero di iscritti che passano dai 95 del 1873 ai 470 del ’88, esso traeva impulso dalla necessità di migliorare le condizioni fisiche degli operai, affetti da linfaticismo, scrofola, rachitismo ecc., per cui sin dall’inizio comprese un medico amico del Rossi nella sua direzione, il dr. G.B. Letter. L’asilo, che si estendeva su 4.000 metri quadri ed era fornito di tutti, i servizi, comprese palestre, sale da bagno e di giochi e un gran parco di tre mila metri quadri, nasceva in contrapposizione ai cosiddetti « giardini Frobel » destinati in genere alla borghesia e impostati sull’astratta didattica — a parere del Rossi — del famoso pedagogista tedesco. L’asilo Rossi che ospitava i figli degli operai, non solo dipendenti dal Lane Rossi, tendeva invece a mettere a contatto il fanciullo con fenomeni ed ambienti naturali e insisteva inoltre nella cura del fisico, oltre che della mente. « Non frobelianismo, ma spirito materno; non pedanterie, ma ordine, non isfarzo di metodi, ma nutriente minestra e sana istruzione col mezzo di oggetti, di quadri, e di raccontini famigliati; non lezioni di igiene, ma cure preventive e ricostituenti ». Tale l’impostazione di un istituto che intendeva porsi a modello di altri simili a carattere nazionale e popolare. Alle spese di gestione piuttosto elevate, nel 1883 pari quasi alla metà di tutti i sussidi previsti dal Ministro della P.I. per gli asili infantili3, corrispondono però eccellenti risultati: la percentuale dei riformati nel comune di Schio passò dal 40% del ’74 al 15 96 dell’84. Per gli operai Rossi istituì anche delle scuole elementari in comuni che ne erano sprovvisti, e cioè a Rocchette per 180 allievi, ad Arsiero per 300, a Piovene e Torre, mentre a Pieve e a Rocchette e Schio furono organizzate scuole serali, che portarono come risultato a una sensibile riduzione del numero degli analfabeti nella zona, che anche in questo caso compensò l’altezza notevole delle spese di gestione.
Un grande impegno fu inoltre portato dal Rossi nella costruzione di case popolari a Schio-, ma anche a Roma, dove dietro suggerimento del sen. Vitelleschi, assessore comunale, egli andò dal Sindaco, che offrì il suolo. L’iniziativa fu ostacolata da interessi speculativi non ben precisati (Ruspoli, il « partito degli ebrei »). Era stato Vitelleschi a proporre al collega veneto di fare a Roma una seconda edizione delle casette operaie che egli aveva costruite con felicissimo esito a Schio sovra 16 ettari di terreno (…) perché anche la città capitale d’Italia avesse a circondarsi di sobborghi industriali » malgrado fosse opinione del senatore che la città mai avrebbe ecceduto oltre il limite segnato dai pubblici impieghi e dal consumo locale. Al Rossi furono concesse delle aree dell’Esquilino prive di qualsiasi valore (la «speculazione militante» tendeva verso i terreni di Prati), mentre un anno dopo anche la ben nota Società veneta di costruzioni di Breda otteneva gratuitamente 7000 metri, in posizione migliore tra la Merulana e le Case Rossi. Questi — come sempre in tali sue iniziative, il che dimostra la diversa qualità della sua filantropia non riconducibile al tipo schematico tradizionale — agiva non sotto l’impulso della beneficenza, ma per dimostrare « coll’esempio ai più ricchi, specie ai privati cittadini e non soltanto alle Società Anonime, che si poteva costruire casette comode, pulite, e sane per i meno abbienti, pure impiegando ad onesto interesse il capitale ». Le case furono richieste anche dagli impiegati in gran numero, per cui il tipo di costruzione fu migliorato e inoltre alcuni villini andarono anche a persone agiate. (In Nota. Malgrado la solitudine del luogo e la mancanza di luce, le casette furono prese « d’assalto », per il prezzo delle pigioni inferiori a quelle correnti dalle 38 alle 72 lire, cioè della metà o di 1/3 per le costruzioni per 2-3 famiglie. La speculazione si scatenò ben presto, coll’accaparramento e il subaffitto. Rossi fu accusato di affarismo e nel consiglio comunale del 5 dicembre del 1883 si accennò all’espropriazione. Cfr. Relazione al Sindaco di Roma del Cav. ing. A. Rovessi, costruttore ed amministratore delle case Rossi sull’Esquilino, s. d. (Probabilmente della fine del 1883. Cfr. anche lettera di Rossi a Rovessi, 9 dicembre 1883, che ripete gli stessi concetti con accuse a speculatori proprietari di Roma vecchia e dei Prati e costruttori di « casermoni » a 5-6 piani. Il male d’origine della speculazione risiedeva per Rossi nella mancanza di industrie e di lavoro. Rossi offrì successivamente al Comune di riprendersi l’area e di risarcirlo solo delle spese sostenute, lasciandogli solo in proprietà una casa da lui regalata all’amico P. Lodovico da Casoria. Cfr. A un collega, St. Orso, Pasqua 1885. Sembra che il Comune abbia accettato. Cfr. Lettera di Rossi, 10 luglio 1885).
Carattere schiettamente operaio assunsero invece le analoghe iniziative prese nel Veneto. Sin dal 1864 Rossi aveva istituito una Cassa fitti per Artieri che coi suoi contributi riduceva del 20% il fitto di casa a 80 capi di famiglia bisognosi e appartenenti alla Società di mutuo soccorso. Ma la prima grossa iniziativa in questo settore venne nel 1873, con l’inizio della costruzione del Nuovo Quartiere Operaio a Schio. Esso ha origine oltre che dallo spirito filantropico, dalla necessità di legare alla fabbrica l’operaio che in questo periodo è anche un piccolo agricoltore che integra il salario coi piccoli lavori dei campi, e che fa registrare le maggiori assenze dal lavoro.
Nel 1879 le case assegnate erano già 61 n. « A Schio — egli nota nel 1884 — il mio sistema è applicato sovra 16 ettari, dove il risparmio popolare collocò in brevissimi anni L. 170.000 finora; altro che le Banche popolarti Son case che costano da 2.100 l’una, da 4 m., da 6 m., da 8 m. e fino da 12 mila l’una. Le minori hanno cantina e 4 stanze e una soffitta, corticella di dietro, e 15 metri d’orto tra la casa e la strada, divisa da ringhiera di un metro. E sono a piccoli gruppi alternati, frastagliati, anzi da 6 mila in avanti tutte a case isolate. Di regola non si fittano, si vendono. L’aspirante entrandovi paga il 15% dell’importo per lo meno; poi si capitalizzano al 4% gli interessi, e dell’uno e degli altri si fanno tante rate di 5-10-15 anni secondo i guadagni delle famiglie colle tasse in più. I contratti sono uniformi, non si concede la rivendita se non in, casi determinati, né spacci di vino e liquori che già abbondano nella, vecchia Schio. È la popolazione più sana e più morale questa della città. Adulti e bambini, fanno sinora 1000 proprietari nuovi. Questo sistema misto esclude l’apparenza casermale e giova a fondere le classi sociali. Se le può adottare Macerata cancell’Ella dal titolo: case operaie e dica case economiche. Nel mio quartiere v’hanno 4 o 5 case signorili che do in affitto, in una di esse andò ad abitare un altro mio figlio che se la costruisse ed ha con sé 1.800 operai e dove dimorò un dì e pranzò la Regina quand’era Principessa. Nel quartiere vi stanno le scuole elementari, asilo di maternità, convitto di pomologia, lavatoi, bagni, fontane, ghiacciaia ecc. ». Complessivamente nell’area di Schio, Rossi spese oltre un milione, capitalizzandolo in fate d’ammortamento al 4%, mentre gli operai vi investirono coi loro risparmi L. 450.000. Le case costruite con le relative infrastrutture (5 km di strade e 42 lampade elettriche al ’96) risultano essere 202 nel 1888 con 1178 abitanti e 260 nel 1896 con 1264 abitanti: il capitale impiegato rispettivamente 1.421.852 nel ’88 e 1.546.148 nel ’96. Richieste di consigli sulla costruzione di case economiche gli pervengono da Torino, Napoli e altre città minori, cui egli risponde con suggerimenti che rivelano una straordinaria modernità di vedute nel settore urbanistico. Ai napoletani, ad esempio, egli consiglia, per evitare nel quartiere l’uniformità di classe degli inquilini, di « costruire nei diversi quartieri della città. Non conviene però dimenticare le abitudini — egli raccomanda in particolare — gli usi, i piccoli vecchi centri di commercio e di consumo ecc. onde non fare degli strappi violenti. Conviene in parte secondare i mercati consueti, in parte invogliare il popolo a farsi più in là. Assai meglio che a Roma possono a Napoli sorgere i sobborghi industriali — era il mio concetto di Roma — come a Vienna, Berlino, Parigi, ed anche a Torino e Milano. E dico sobborghi industriali, artigianali di produzione perché il popolo di Napoli vive più del consumo che della produzione. Le officine e le botteghe ai piani terreni vanno benissimo purché non si facciano case-pozzi come quelle tristissime di Roma nuova ». (In Nota. Cfr. Lettera di Rossi al Circolo operaio liberale di Torino, 16 giugno 1884. Anche a Torino occorreva fare delle case economiche non « casermali » come a Genova o all’estero, non in fila e dotate di servizi comunitari: « Poiché l’operaio non ha i compensi del contadino, gli occorre la natura, l’orto, gli occorre l’acqua da bere e da lavare e magari bagnarsi, gli occorre un po’ di ghiacciaia, la piccola cantina, gli occorre un sito da osteria ». Nel 1883 Il Secolo aveva fatto una rassegna delle case operaie costruite in Europa, tralasciando a bella posta quelle del Rossi).
Anche a Milano due società, col patrocinio del governo e del Secolo, cercarono di attuare queste nuove idee, ma i risultati, secondo quanto riferisce l’industriale veneto, furono nettamente inferiori a quelli da lui conseguiti. A Piovene invece, col patrocinio di un figlio del Rossi, sorse una Società Anonima cooperativa per la costruzione di case operaie con capitale sociale iniziale di L. 30.000 misto (ottenuto cioè dal credito prima, con ipoteche dopo) con criteri simili a quelli di Schio. La Società, aperta a tutti, aveva già nel 1884 costruito appartamenti per 53 famiglie (quartini di 3-4 stanze, costo L. 1100, fitto annuo L. 68-80).

3. La Società di mutuo soccorso e altri istituti.

L’altro settore fondamentale di iniziativa nel campo delle istituzioni sociali del Rossi fu la Società di mutuo soccorso, con gli istituti ad essa collegati. Le Società di mutuo soccorso furono dal Rossi costantemente favorite, ma sempre col medesimo intendimento del self-help, e quindi coi consigli e quasi mai con denaro. Numerose quelle con cui è in corrispondenza e di cui contribuisce a risolvere i problemi, come il Circolo operaio di Vicenza, quello di Torino, la Società di mutuo soccorso di Piovene, Marostica, la Società operaia di Ponti sul Mincio, quella giovanile di Corato per la produzione di calzature, e numerose altre, anche meridionali, alle quali tutte egli cerca di inculcare il principio del fare da sé, del rifiuto della beneficenza e delle collette, della rinuncia a ogni riconoscimento giuridico, della diffidenza verso le leggi sociali. Per quanto concerne le sue fabbriche ventimila lire vengon stanziate per « le cure dei bagni marini, le cure d’acque minerali — le cure del latte — le cure di montagna — le degenze nelle cliniche ed altri simili trattamenti che non ponno aversi dalle Società di mutuo soccorso ».
Tali idee egli aveva cominciato ad applicarle dal 1861, con la fondazione della prima Società di mutuo soccorso per la sua azienda comprendente 524 soci. Questa, che fu in disavanzo per un decennio a causa delle numerose e lunghe malattie dei soci, si fondava sul principio che « il vero aiuto dobbiamo trovarlo in noi medesimi; dobbiamo riflettere che le offerte dei soci onorari vestono il carattere della beneficenza, non sono il frutto del libero lavoro, non sono il patrimonio del volontario risparmio ».
In seguito a tale politica e all’aumento del contributo degli iscritti, la Società, di cui il fondatore lasciò la presidenza nel ’73, appunto perché essa facesse da sé, aveva accumulato nel 1880 L. 45.062 di capitale. Analoghe Società furono fondate nei centri in cui vi erano le altre fabbriche Rossi, e cioè a Pieve dal 1887, a Torre, a Piovene, sotto la guida di un figlio del Rossi, Gaetano, ad Arsiero. Da esse solitamente scaturivano altre iniziative come il Magazzino cooperativo e il Magazzino merci, e la Unione operaia di consumo, la Biblioteca circolante e il Circolo operaio, il Fondo pensioni e la Società fra operai veterani. A Schio l’importante Magazzino cooperativo venne fondato nel 1873 sotto forma di Società le cui azioni erano in prevalenza in possesso degli stessi operai. Esso, sorto allo scopo di combattere il monopolio nella vendita di generi alimentari (nel ’74 ad es., le farine venivano poste in vendita al 25% in meno del prezzo corrente) poteva contare nel 1884 su un capitale di 14.960 lire e un giro di vendite di L. 118.000 annue. Identica funzione svolgeva l’Unione operaia di consumo, fondata nel 1883, ma con vendite notevolmente inferiori, mentre il Magazzino merci sorto nel 1875, spacciava libri e abiti per la scuola e in seguito gli altri tessuti occorrenti, e riversava i suoi utili al Circolo operaio, alla Biblioteca e soprattutto al Fondo pensioni, creato nel 1880 e che si giovava anche di interessi sul capitale della Società di mutuo soccorso. La Biblioteca circolante, nata nel 1873 risulta dotata nel 1860 di 846 libri, metà dei quali donati dal Rossi. I lettori ammontano in quell’anno a 266 e le letture a 1706. Anche il Circolo operaio era dotato di libri e giornali ed era sede di incontri e conferenze.
Iniziative minori furono prese dal Rossi anche nel settore del credito, con la creazione a Schio nel 1883 di una Cassa-prestiti per gli operai per il pagamento di fitti di abitazione e altre necessità e che erogava in media L. 5.500 annue. A Piovene e ad Arsiero tali crediti erano gratuiti e sull’onore, per evitare l’altissimo tasso di usura nei confronti dei piccoli proprietari. Il senatore sciedense contribuì inoltre anche alla fondazione della Banca mutua di Schio e della Banca popolare di Val d’Astico, con sede a Piovene-Rocchette, sottoforma di anonima cooperativa, e alla diffusione tra gli operai dei libretti della Cassa di risparmio postale. Altre iniziative di rilievo furono la istituzione nel 1873 di case convitto per operaie a Schio e a Rocchette, sulle quali però siamo scarsamente informati, e a Piovene nel 1883, dove risultano alloggiate nel 1888 centotrenta operaie, che pagano 40 cents. al giorno per vitto, istruzione serale, assistenza medica, e infine l’istituzione di importanti forni rurali.

4. Operai e sciopero a Schio.

Ma quale fu il rapporto di Rossi con gli operai delle sue fabbriche? Come reagiscono questi alle sue iniziative? Quali le loro effettive condizioni di vita? Inizialmente e per lungo tempo, Rossi si vantò di non avere mai avuto scioperi nella sua azienda e di avere dato a Schio un felice esempio di collaborazione tra capitale e lavoro, anzi di soluzione addirittura della questione sociale. Un’eccezione sì, egli ribatteva, ma dimostrata tra cinquemila operai 26. Effettivamente sembra che gli scioperi dei tessili di cui abbiamo notizia, nel ’67 e un decennio più tardi non abbiano avuto alcuna ripercussione a Schio.
Agli operai egli non ha ritegno — ma lo stile cambierà quindici anni dopo con il suo espresso rifiuto del paternalismo — a parlare « qual padre (…) che raccoglie intorno a sé i propri figli. (…) Sapete anche voi — egli scrive nel 1867 — che per le indicate ragioni, da non molto, fu a Biella uno sciopero grande e minaccioso. Venni io in proposito consultato da quei signori; mi si chiese anche il mio regolamento. Io con un po’ di orgoglio potei rispondere loro che non ho regolamento scritto (…) Non uno sciopero, ma un desiderio di lavoro diminuito si manifestò, non ha guari, leggiermente tra voi. Io non mi feci brutto, invitai una Commissione di voi a discutere meco sull’argomento. Breve fu la conferenza e ci lasciammo pienamente d’accordo ». Egli è in realtà convinto che « se si potesse far andare le industrie coi vaniloqui di Luzzatti. come egli tenta. di fare per l’istruzione tecnica e le questioni operaie, le cose sarebbero facili. Dove si curano a fondo le questioni economiche, cioè con rettitudine e col senso morale (…) le questioni sociali non attecchiscono ».
Dieci anni più tardi il movimento degli scioperi assume maggiore consistenza. Scioperi si registrano a Vaimosso, dove si appianano mediante arbitrato29 e a Biella, contro la introduzione della tessitura meccanica (Biella — osserva Rossi — ha triplicato la produzione per il consumo popolare — per « aver pigliato il posto di altrettante produzioni toscane, romane, napoletane, che per insufficiente corredo tecnico indietreggiarono»). Ma in questa fase il laniere ha più paura del socialismo della cattedra che degli scioperi: « La questione industriale in Italia è complessa; lo sciopero di Biella è un fenomeno che non conta molto. Un gran male ,è la vanità di Luzzatti, col quale ho dovuto rompere, perché mi ripugna il falso » . Non molto diversa la situazione anche nel 1885: « Gli operai di Schio, finora almeno, di socialismo di Stato alla Luzzatti non ne vogliono sapere — tutti nel diritto comune, anche negli scioperi; né monopoli, né privilegi. A Bologna dissero che loro non importa il riconoscimento giuridico della loro Società di mutuo soccorso. Pel magazzino cooperativo fecero lite al fisco e vinsero; la Cassa d’Assicurazione la ritengono una speculazione di consorti e cosmopoliti riuniti ».
L’idillio non durerà però a lungo. Anche se nel 1890 Rossi afferma che le Società operaie di Schio « non pigliano parte a Congressi, vivono di vita propria, del lavoro, non vedono quali benefici allo stato attuale portino i Congressi », mentre l’Alvisi gli scrive ricordandogli che il suo filantropismo ha salvato le sue fabbriche dalle agitazioni34, abbiamo notizie per lo stesso anno di due scioperi a Pieve, nel luglio e nell’agosto, che irritano enormemente il « padrone » e finiscono ben presto con ottanta licenziamenti: « Così si migliorerà tutto il resto e sarà una lezione », commenta il « padre degli operai » duramente. Gli scioperi comunque saranno ancora scarsi e disorganizzati, fino agli inizi del nuovo secolo. L’osserva Rossi stesso: « La Revue économique passava mesi or sono in rassegna gli scioperi del 1893 in Francia, n. 634, che da noi in nostra missione negli stabilimenti industriali d’Italia per conoscere le cause degli’scioperi, la loro importanza, e la convenienza dei rimedi per prevenirli e reprimerli. E quel magistrale tuo scritto (un manifesto pubblicato su stampa locale) conteneva molti apprezzamenti di fatto nei quali fummo concordi d’esporre ai scioperanti di Biella e, specialmente il calcolo dei capitali inutilmente sciupati che avrebbero potuto servire alle associazioni operaie sia per l’acquisto degli opifici e delle macchine perfezionate, sia a costituire una interessenza sociale coi padroni e diventare a un tempo cooperative del capitale e della mano d’opera, compartecipazione ai guadagni dei due grandi fattori della prosperità nazionale ».

5. Il salario. Le condizioni igieniche.

Il passaggio alla grande industria segna anche un profondo mutamento nella figura dell’operaio, il quale smette quel lavoro a domicilio, che gli consente di integrare il suo bilancio dedicandosi al lavoro dei campi, per diventare una parte stabile, legata alla fabbrica, di un processo produttivo che ha inizio e termine fuori di lui. La sua resistenza al cambiamento è grande e ce lo testimoniano gli sforzi personali che l’industriale sciedense dovette compiere, a tale proposito.
La miseria del lavoro salariato in agricoltura gli facilita del resto il compito. Di fronte alla esiguità dei , salari agricoli, come abbiamo notato, che segnano il passo o diminuiscono nel primo trentennio unitario, non raggiungendo in media la lira, il Rossi nel 1872, per un’azienda che era passata dai 58 dipendenti degli inizi, ai 170 circa del 1846, ai 1300 di tale anno, poteva pagare un salario medio giornaliero di L. 3.50 per i 550 filatori, tessitori ed operai meccanici, di L. 2.25 per i 350 scardassatori, sodatori, apparecchiatori, tintori, cardatori, e addetti vari. Il salario medio delle 250 donne e dei 150 ragazzi era invece di L. 1. Ma nel complesso, intorno al 1870, i salari pagati al Lane Rossi risultano sensibilmente superiori a quelli delle altre industrie tessili, per le quali il salario medio per ogni operaio adulto varia dalle 1.50 alle 2 lire. Nel 1872 al Lanificio Sella di Croce Mosso i salari per operai adulti filatori variano da L. 1.20 a L. 2.80, per i tessitori da 0.90 a 3; al Laclaire di Caselle i filatori percepiscono L. 2.70 e i cardatori L. 1.25; al Lanificio Conte di Schio il salario medio si aggira sulle 2.50, al Garbili di Schio dalle 1.60 alle 4 lire, alla tessitura Audretta di Follina da 1.50 a 2.50.
I salari nominali in genere dal 1862 al 1873-75 aumentano nelle industrie tessili e della carta del 25%; ma i salari reali diminuiscono per il maggior incremento dei prezzi, meni re dal 73-75 al ’96 i salari reali aumentano e si stabilizzano sulle due lire di media generale nelle industrie manifatturiere, essendo accresciuto il loro potere d’acquisto grazie alla discesa dei prezzi. Le condizioni variano però molto da industria a industria e da regione a regione. A Schio, secondo la statistica delle « Mercedi degli operai addetti alle fabbriche del Lanificio Rossi in Schio (Provincia di Vicenza) nel periodo 1867-1886 » appare confermata la tendenza al raddoppio dei salari nel primo cinquantennio unitario. Nel 1883 la paga per operaio adulto va da un minimo di 2.40 per gli addetti alle lane, a un massimo di 5.50 per i filatori e di 4.95 per i tessitori abili. I salari per donne e ragazzi si mantengono invece su cifre notevolmente più basse.
Per la valutazione del costo della vita in questo periodo si è costretti a basarsi sul solo potere di acquisto nei confronti di un ettolitro di frumento. Tale confronto però non tien conto del fatto che il prezzo del pane presso i fornai non segue nella stessa misura le diminuzioni di quello del frumento, ed è difficilmente calcolabile dato che i Bollettini della Direzione generale dell’Agricoltura cominciano a riportarne il prezzo soltanto dal 1880. Da tale anno, al 1889, quello di prima qualità diminuisce da 49.7 cents a 40.6 il Kg., mentre quello di seconda passa da 42.2 a 33.5. Anche i prezzi dei generi coloniali e del vestiario risultano notevolmente diminuiti, mentre il costo dell’alloggio, migliorato qualitativamente, a Schio e a Biella, dal 1855 al 1885 risulta invece più che raddoppiato: da 55 a 120 lire l’anno, per una famiglia operaia di cinque persone. Si calcola però che la spesa per l’alloggio rappresenti solo la sesta parte della spesa annuale di una famiglia operaia, che si può considerare ripartita a Schio secondo le seguenti percentuali:

in calzature e vesti 12%
in fitto 12%
in vitto e bevande 68,75%
nel gioco del Lotto 1,25%
Cassa mutuo soccorso 1,73%
Cassa risparmio 4,27%

Il risparmio consentito dai salari risulta pertanto al Lane Rossi di circa il 6%, percentuale indubbiamente notevole se si pensa a tutte le altre facilitazioni godute dagli operai.
Queste cifre farebbero effettivamente pensare a un eccessivo pessimismo del Morandi sulle condizioni del proletariato di fabbrica in Italia, tenuto conto anche del basso prezzo dei generi alimentari, rapportati ai prezzi odierni: 100 lire al Kg.
Circa il pane, 75 lire al litro il latte, 300 lire la carne, 4000 lire la stoffa per un abito di lana, 4000 lire al mese di fitto di casa per un salario che va dalle 20.000 alle 40.000 lire mensili. Innegabile è però la sperequazione che c’è tra industria e industria, in quanto non tutte sono ugualmente attrezzate, tra reparto e reparto, tra uomini e donne e fanciulli. Al Lanificio Rossi, i salari dei tessitori furono sempre superiori di due terzi, o della metà a quello delle tessitrici, che aumentarono dalla fine-dei secolo, senza superare però le L. 2.20 in media nel 1.907. Nel reparto filatura il rapporto è di 5 a 1 (5.50 al giorno contro 1.43 nel 1888).
Nel 1871 lo stesso lanificio impiegava il 66% di uomini, il 29% di donne e il 5% di ragazzi, « mentre nel 1900 la percentuale degli uomini si era ridotta al 55.5%, quella delle donne era salita al 43% e quella dei ragazzi ridotta al 1.5% dopo una punta dell’11% nel 1878 ». La mancanza dei contratti collettivi favorisce il persistere di tale disparità: « Vi erano al massimo dei regolamenti, interni di fabbrica validi per tutti i dipendenti, ma che contenevano soprattutto norme disciplinari di lavoro, ed orari, e non facevano mai cenno alle retribuzioni. Mentre l’orario di lavoro era generalmente uguale per tutti, i salari venivano stabiliti dagli industriali a seconda della capacità singola del lavoratore, del suo grado di istruzione, del reparto in cui lavorava, della macchina che era a lui affidata, del sesso e dell’età ». Il Regolamento del 1909 precisava che il lavoro era a giornata o a contratto, che la retribuzione veniva determinata dalla Direzione, che la paga veniva fatta al 10 e 2.5 di ogni mese.
Dal 1891 a fine secolo i salari dei tessitori diminuiscono: i tessitori percepiscono il 15.1% in meno, i filatori il 19% gli altri addetti percentuali minori. Inalterati o con diminuzioni meno gravi i salari femminili.
Le ore di lavoro giornaliero non superano le dodici, con intervalli di un’ora d’inverno e una e mezza d’estate, fino al 1889, quando scendono a 11, ma esse corrispondono per la produttività a 9, 9 ore e mezza di un operaio inglese. Le giornate di lavoro annue nell’industria laniera sono in media 290-300, cioè una media molto alta, superiore a quella di 253 calcolata da Lenin per la grande fabbrica, che significa « che il capitalismo industriale italiano nelle sue punte più alte crea una classe operaia stabile, permanentemente legata alla fabbrica ».
In un’epoca di crisi come questa, tale sfruttamento intensivo della mano d’opera e delle macchine trova il suo motivo d’essere nella lotta per la conquista del mercato nazionale e cioè nella liquidazione di industrie concorrenti, specie quelle meridionali, e delle piccole industrie. Malgrado lo sfruttamento a ogni modo sembra che migliorino progressivamente le condizioni generali di salute: nel 1816 su 26.439 abitanti del mandamento sciedense, 549 erano gli invalidi, 593 i pellagrosi, 3.986 i disoccupati, e pessime sembrano siano state le condizioni sanitarie della popolazione sciedense per il successivo decennio, mentre un lento e progressivo miglioramento si verifica dopo la metà del secolo. Nel 1878-79 l’asilo registrava 112 malati su 357 iscritti, ma dieci anni dopo i malati erano 62 su 471 ammessi. Nel 1900 i riformati alle visite di leva a Schio ammontavano al 15% contro il 40% di venti anni prima. La durata media delle malattie presso le Società di mutuo soccorso passa da 35,6 giorni tra gli anni 1862-1870 a 28,4 nel decennio successivo. Quanto al tipo di malattia si nota nel 1862 la grande incidenza rispetto ad oggi di malattie reumatiche (25 casi su 180). Nettamente superiore rispetto ad oggi il tasso di mortalità:

Anni
Mutuati
Casi malattie
Mortalità globale
Mortalità x1000
1862-1880
620
216
5,9
9,5
1958-1960
9350
8408
11,6
1,2

I decessi degli anni 1862-64 e 1866-70 riguardano nella proporzione di 26 a 36, operai e operaie al di sotto dei 30 anni. Nel 1868-69 la maggioranza delle malattie riguardava uomini tra i 21 e i 40 anni, e le donne tra i 16 e i 20.
In conclusione, malgrado l’alto numero di ore lavorative, con il progredire della grande .industria migliorano anche in maniera evidente le condizioni igieniche generali. Per tale aspetto, non si può negare al capitalismo industriale italiano il suo carattere decisamente progressista.
In realtà tutto il periodo 1873-1895, detto della Grande Depressione, dello spartiacque tra un capitalismo vigoroso, e uno1 già esitante e senile56 fece registrare un aumento dei salari reali, dovuto alla caduta, dei prezzi, connessa, secondo la opinione del Dobb, più che alle note vicende monetarie e bancarie, ai grandi miglioramenti tecnici introdotti nel processo produttivo e al collegamento con le zone interne americane dovute alle ferrovie e al rapido miglioramento del trasporto oceanico. In Inghilterra la crisi del 1873 determinò una contrazione degli investimenti all’estero e una concentrazione di quelli all’interno. La produzione di beni capitali continuò pertanto quasi immutata. La produzione di ferro nel mondo aumenterà dell’82% tra il 1870 e il 1884, mentre i prezzi del ferro e del carbone cadono rispettivamente del 60 e del 40%. Germania, Stati Uniti e Italia, cioè i paesi allora meno industrializzati, risentirono molto meno della crisi per la vastità del loro inutilizzato mercato interno. Ma l’industria italiana non potè giovarsi dei bassi salari che il basso prezzo delle derrate e un favorevole mercato del lavoro avrebbero potuto assicurargli, perché la necessità dell’adozione del protezionismo per far fronte alla crisi, determinò un rialzo di tutti i prezzi, e quindi anche del costo del lavoro, né ci sembra che, in linea di massima, si possa rilevare che in questa fase di origine della grande industria in Italia, la produttività aumenti ad un tasso superiore a quello dei salari. Non possiamo quindi parlare, nel periodo dei « padri fondatori », di un surplus tolto alla forza lavoro a favore del capitale. Nelle lanerie, dove i salari erano maggiori per la maggiore importanza e intelligenza degli operai, la produzione per operaio viene calcolata a L. 4.330 di fronte a quella di fr. 6000 per un operaio di Varsavia e Lotz, paesi a forte protezione doganale. « Esaminammo allora le condizioni dei salari di Varsavia e di Schio, e trovammo non esistere grandi differenze perché il russo è segnato a 268 rubli in un anno (L. 1072) alla qual cifra si agguagliano i salari del Lanerossi (60% di uomini e 40% di donne e ragazzi.) e così presso a poco i salari lanieri in Italia, editi dal Bodio. Vuol dire che il sovrappiù della produzione dell’operaio polacco va devoluta al capitalista per l’aumento dei prezzi prodotti dall’alta tariffa doganale. Sotto questo aspetto la tariffa doganale moderata, per uno Stato che non sia ai primordi industriali, è socialmente più equa che noi sia una tariffa altissima in uno Stato che non sa o non può accompagnarla dalle guarentigie che offrono gli S.U. d’America ».
Non meraviglia in conclusione che alle origini della grande impresa in Italia proprio nell’industria leader del settore leader sia dato di trovare l’esempio di uno sfruttamento del lavoro salariato senza dubbio molto attenuato rispetto a quello che si aveva in precedenza, e che va migliorando la sua posizione a causa dell’aumento progressivo del potere di acquisto e per i vantaggi di istituzioni operaie create sotto la spinta di un alacre paternalismo, tanto più benefico, quanto più reale, al di là delle declamazioni, era il disinteresse delle classi proprietarie per i problemi delle masse. Qui l’operaio lavora poco più di dieci ore effettive al giorno per circa 300 giorni all’anno, possiede la casa, un orto, vive in un quartiere dotato di tutti i servizi, dall’asilo ai magazzini cooperativi, è assicurato contro gli infortuni. Le condizioni di lavoro all’interno della fabbrica sono con tutta probabilità ugualmente dure e a volte insopportabili, ma il livello generale di vita, paragonato a quello di quanti sono fuori, alla massa miserabile di braccianti, piccoli proprietari in rovina, sottoproletariato urbano che già esisteva con la formazione della proprietà borghese (e in parte anche prima di questa) si può considerare senza alcun dubbio superiore. È certo questa sovrabbondanza di mano d’opera l’arma principale che rende possibile lo sviluppo industriale del paese. Ma Rossi, al momento dell’introduzione e dell’affermazione della grande industria in Italia, non fa che avvalersi di una preesistente situazione, pur nella consapevolezza dei mali enormi che l’industrialismo porta con sé, e che egli cerca di lenire colle sue istituzioni sociali. Del resto delle possibilità immediate di alternative, per la crisi che va dal 1873 al 1895 e date le generali condizioni di arretratezza dell’Italia nei confronti degli altri paesi e la posizione di minorità del movimento operaio internazionale, non si davano se non nella coscienza di un sempre meno nutrito gruppo di liberisti irriducibili, o di internazionalisti anarcheggianti.

Il sistema preventivo di Don Bosco

Don Bosco ci parla di educazione. Il sistema preventivo nell’educazione della gioventù (ed. orig. 1877). La lettera da Roma del 10 maggio 1884, Torino, Elledici, 1999.

Premessa


Più volte fui richiesto di esprimere verbalmente o per iscritto alcuni pensieri attorno al cosi detto Sistema Preventivo, che si suole usare nelle nostre case.
Per mancanza di tempo non ho potuto finora appagare questo desiderio, e precedentemente volendo stampar il regolamento che finora si è quasi sempre usato tradizionalmente, credo opportuno darne qui un cenno che però sarà come l’indice di un’operetta che vo’ preparando, se Dio mi darà tanto di vita da poterla terminare, e ciò unicamente per giovare alla difficile arte della giovanile educazione. Dirò adunque: in che cosa consiste il Sistema Preventivo, e perché debbasi preferire; sua pratica applicazione, e suoi vantaggi.


1. In che cosa consiste il Sistema Preventivo

Due sono i sistemi in ogni tempo usati nella educazione della gioventù: Preventivo e Repressivo. II sistema Repressivo consiste nel far conoscere la legge ai sudditi, poscia sorvegliare per conoscerne i trasgressori ed infliggere, ove sia d’uopo, il meritato castigo.
In questo sistema le parole e l’aspetto del Superiore debbono sempre essere severe, e piuttosto minaccevoli, ed egli stesso deve evitare ogni familiarità coi dipendenti.
II  direttore  per  accrescere  valore  alla sua autorità dovrà trovarsi di rado tra i suoi soggetti e per lo più solo quando si tratta di punire o di minacciare.
Questo sistema è facile, meno faticoso e giova specialmente nella milizia e in generale tra le persone adulte ed assennate che devono da se stesse essere in grado di sapere e ricordare ciò che è conforme alle leggi e alle altre prescrizioni.
Diverso, e direi, opposto è il Sistema Preventivo.
Esso consiste nel far conoscere le prescrizioni e i regolamenti di un Istituto e poi sorvegliare in guisa, che gli allievi abbiano sempre sopra di loro l’occhio vigile del direttore o degli assistenti, che come padri amorosi parlino, servano di guida ad ogni evento, diano consigli ed amorevolmente correggano, che a quanto dire: mettere gli allievi nella impossibilità di commettere mancanze.
Questo sistema si appoggia tutto sopra la ragione, la religione, e sopra l’amorevolezza; perciò esclude ogni castigo violento e cerca di tener lontano gli stessi leggeri castighi.
Sembra che questo sia preferibile per le seguenti ragioni:

L’allievo preventivamente avvisato non resta avvilito per le mancanze commesse, come avviene quando esse vengono deferite al Superiore. Né mai si adira per la correzione fatta o pel castigo minacciato oppure inflitto, perché in esso vi è sempre un avviso amichevole e preventivo che lo ragiona, e per lo più riesce a guadagnare il cuore, cosicché l’allievo conosce la necessità del castigo e quasi lo desidera.
 La ragione più essenziale è la mobilità giovanile, che in un momento dimentica le regole disciplinari, i castighi che quelle minacciano. Perciò spesso un fanciullo si rende colpevole e meritevole di una pena, cui non ha badato, che niente affatto ricordava nell’atto del fallo commesso e che avrebbe per certo evitato se una voce amica l’avesse ammonito.

I1 Sistema Repressivo può impedire un disordine, ma difficilmente farà migliori i delinquenti; e si e osservato che i giovanetti non dimenticano i castighi subiti, e per lo più conservano amarezza con desiderio di scuotere il giogo e anche di farne vendetta. Sembra talora che non ci badino, ma chi tiene dietro ai loro andamenti conosce che sono terribili le reminiscenze della gioventù; e che dimenticano facilmente le punizioni dei genitori, ma assai difficilmente quelle degli educatori. Vi sono fatti di alcuni che in vecchiaia vendicarono brutalmente certi castighi toccati giustamente in tempo di loro educazione. Al contrario il Sistema Preventivo rende amico l’allievo, che nell’assistente ravvisa un benefattore che lo avvisa, vuol farlo buono, liberarlo dai dispiaceri, dai castighi, dal disonore.

I1 Sistema Preventivo rende avvisato l’allievo in modo che l’educatore potrà tuttora parlare col linguaggio del cuore sia in tempo della educazione, sia dopo di essa. L’educatore, guadagnato il cuore del suo protetto, potrà esercitare sopra di lui un grande impero, avvisarlo, consigliarlo ed anche correggerlo allora eziandio che si troverà negli impieghi, negli uffici civili e nel commercio. Per queste e molte altre ragioni, pare che il Sistema Preventivo debba prevalere al Repressivo.

2. Applicazione del Sistema Preventivo

La pratica di questo sistema è tutta appoggiata sopra le parole di san Paolo che dice: Charitas benigna est, patiens est; omnia sufferet, omnia sperat, omnia sustinet: La carità è benigna e paziente; soffre tutto, ma spera tutto e sostiene qualunque disturbo». Perciò soltanto il cristiano può con successo applicare il Sistema Preventivo. Ragione e religione sono gli strumenti di cui deve costantemente far uso l’educatore, insegnarli, egli stesso praticarli se vuol essere ubbidito ed ottenere il suo fine.

II direttore pertanto deve essere tutto consacrato ai suoi educandi, né mai assumersi impegni che lo allontanino dal suo ufficio, anzi trovarci sempre coi suoi allievi tutte le volte che non sono obbligatamente legati da qualche occupazione, eccetto che siano da altri debitamente assistiti.

I maestri, i capi d’arte, gli assistenti devono essere di moralità conosciuta. Studino di evitare come la peste ogni sorta di affezioni od amicizie particolari cogli allievi, e si ricordino che il traviamento di un solo può compromettere un istituto educativo. Si faccia in modo che gli allievi non siano mai soli. Per quanto possibile gli assistenti li precedano nel sito dove devonsi raccogliere; si trattengano con loro fino a che siano da altri assistiti; non li lascino mai disoccupati.

Si dia ampia libertà di saltare, correre, schiamazzare a piacimento. La ginnastica, la musica, la declamazione, il teatrino, le passeggiate sono mezzi efficacissimi per ottenere la disciplina, giovare alla moralità ed alla sanità. Si badi soltanto che la materia del trattenimento, le persone che intervengono, i discorsi che hanno luogo non siano biasimevoli. Fate tutto quello che volete – diceva il grande amico della gioventù san Filippo Neri, – a me basta che non facciate peccati».

La frequente confessione, la frequente comunione, la messa quotidiana sono le colonne che devono reggere un edificio educativo, da cui si vuole tener lontana la minaccia e la sferza. Non mai obbligare i giovanetti alla frequenza dei santi Sacramenti, ma soltanto incoraggiarli e porgere loro comodità di approfittarne. Nei casi poi di esercizi spirituali, tridui, novene, predicazioni, catechismi si faccia rilevare la bellezza, la grandezza, la santità di quella Religione che propone dei meni così facili, cosi utili alla civile società,alla tranquillità del cuore, alla salvezza dell’anima, come appunto sono i santi Sacramenti. In questa guisa i fanciulli restano spontaneamente invogliati a queste pratiche di pietà, vi si accosteranno volentieri con piacere e con frutto.

Si usi la massima sorveglianza per impedire che nell’Istituto siano introdotti compagni, libri o persone che facciano cattivi discorsi. La scelta d’un buon portinaio è un tesoro per una casa di educazione.

Ogni sera dopo le ordinarie preghiere, e prima che gli allievi vadano a riposo, il direttore, o chi per esso, indirizzi alcune affettuose parole in pubblico dando qualche avviso, o consiglio intorno a cose da farsi o da evitarsi; e studi di ricavare le massime da fatti avvenuti in giornata nell’Istituto o fuori; ma il suo sermone non oltrepassi mai i due o tre minuti. Questa è la chiave della moralità, del buon andamento e del buon successo dell’educazione.

Si tenga lontano come la peste l’opinione di taluno che vorrebbe differire la prima comunione ad un’età troppo inoltrata, quando per lo più il demonio ha preso possesso del cuore di un giovanetto a danno incalcolabile della sua innocenza. Secondo la disciplina della Chiesa primitiva si solevano dare ai bambini le ostie consacrate che sopravanzavano nella comunione pasquale. Questo serve a farci conoscere quanto la Chiesa ami che i fanciulli siano ammessi per tempo alla santa comunione. Quando un giovanetto sa distinguere tra pane e pane, e palesa sufficiente istruzione, non si badi più all’età e venga il Sovrano Celeste a regnare in quell’anima benedetta.

I catechismi raccomandano la frequente comunione, san Filippo Neri la consigliava ogni otto giorni ed anche più spesso. II Concilio Tridentino dice chiaro che desidera sommamente che ogni fedele cristiano quando va ad ascoltare la santa Messa faccia eziandio la comunione. Ma questa comunione non sia solo spirituale, ma bensì sacramentale, affinché si ricavi maggior frutto da questo augusto e divino Sacrificio.
 

 

 

 

 

 

3. Utilità del Sistema Preventivo

 

 

 

Taluno dirà che questo sistema è difficile in pratica. Osservo che da parte degli allievi riesce assai più facile, più soddisfacente, più vantaggioso. Da parte poi degli educatori racchiude alcune difficoltà che però re stano diminuite, se l’educatore si mette con zelo all’opera sua. L’educatore (un individuo consacrato al bene dei suoi allievi), perciò deve essere pronto ad affrontare ogni disturbo, ogni fatica per conseguire il suo fine, che la civile, morale, scientifica educazione dei suoi allievi.

 

Oltre ai vantaggi sopra esposti si aggiunge ancora qui che:

 

  • L’allievo sarà sempre pieno di rispetto verso l’educatore e ricorderà con piacere la direzione avuta, considerando tuttora quali padri e fratelli i suoi maestri e gli altri superiori. Dove vanno questi allievi per lo più sono la consolazione della famiglia, utili cittadini e buoni cristiani.
  • Qualunque sia il carattere, l’indole, lo stato morale di un allievo all’epoca della sua accettazione, i parenti possono vivere sicuri che il loro figlio non potrà peggiorare, e si può dare per certo che si otterrà sempre qualche miglioramento. Anzi certi fanciulli che per molto tempo furono il flagello dei parenti e perfino ri-fiutati dalle case correzionali, coltivati secondo questi principi, cangiarono indole, carattere, si diedero ad una vita costumata, e presentemente occupano onorati uffici nella società, divenuti così il sostegno della fami-glia e il decoro del paese in cui dimorano.
  • Gli allievi che per avventura entrassero in un Istituto con tristi abitudini non possono danneggiare i loro compagni. Né i giovanetti buoni potranno ricevere nocumento da costoro, perché non vi sarebbe né tempo, né luogo, né opportunit8, perché l’assistente che supponiamo presente, vi porrebbe tosto rimedio.

 

4. Una parola sui castighi

 

Che regola tenere nell’infliggere castighi? Dove è possibile, non ci faccia mai uso di castighi; dove la necessità chiede la repressione, si ritenga quanto segue:

 

  • L’educatore tra gli allievi cerchi di farsi amare, se vuole farsi temere. In questo caso la sottrazione di benevolenza è un castigo che esalta l’emulazione, dà coraggio e non avvilisce mai.
  • Presso ai giovanetti 6 castigo quello che si fa servire per castigo. Si e osservato che uno sguardo non amorevole sopra taluni produce maggior effetto che non farebbe uno schiaffo. La lode quando una cosa è ben fatta, il biasimo, quando vi è trascuratezza, è già un premio o un castigo.
  • Eccettuati rarissimi casi, le correzioni, i castighi non si diano mai in pubblico, ma privatamente, lungi dai compagni, e si usi massima prudenza e pazienza per fare che l’allievo comprenda il suo torto con la ragione e con la religione.
  • Il percuotere in qualche modo, il mettere in ginocchio con posizione dolorosa, il tirar le orecchie ed altri castighi simili debbonsi assolutamente evitare, perché sono proibiti dalle leggi civili, irritano grandemente i giovani ed avviliscono l’educatore.
  • I1 direttore faccia ben conoscere le regole, i premi e i castighi stabiliti dalle leggi di disciplina, affinché l’allievo non si possa scusare dicendo: Non sapevo che ciò fosse condannato o proibito.

 

Se nelle nostre case si metterà in pratica questo sistema, io credo che potremo ottenere grandi vantaggi senza venire né alla sferza, né ad altri violenti castighi. Da circa quarant’anni tratto con la gioventù, e non mi ricordo d’aver usato castighi di sorta, e con l’aiuto di Dio ho sempre ottenuto non solo quanto era di dovere, ma eziandio quello che semplicemente desideravo, e ciò da quegli stessi fanciulli, pei quali sembrava perduta la speranza di buona riuscita.

 

5. Per vivere oggi il sistema preventivo

 

Pensiamo alla famiglia in cui siamo inseriti, alla scuola che frequentiamo, alla parrocchia di cui facciamo parte… Come vivere in questa realtà uno stile educativo che abbia il Sistema Preventivo come punto di riferimento? Tentiamo di riscrivere nell’oggi quanto un secolo fa don Bosco praticò e lasciò come preziosa eredità alla sua Famiglia Salesiana e alla Chiesa.

 

Parleremo di quattro dimensioni, quattro stili di presenza sotto le immagini di:

 

– casa

 

– scuola

 

– parrocchia

 

– cortile.

 

Ciascuna di queste dimensioni deve essere presente, perché l’educazione risulti efficace e armonica. Vivere oggi lo stile educativo di don Bosco significa far in modo che la nostra famiglia, la nostra classe, il nostro gruppo ecclesiale, il nostro Oratorio sia o diventi casa.

 

I. Casa di accoglienza Cioè:

 

  1. luogo in cui ciascuno è considerato come persona, come un valore. Questo atteggiamento si fonda sulla convinzione (che viene dalla fede) che in ogni giovane Dio è presente, che la sua stona, il suo vissuto è terra di Dio».Per accogliere occorre essere presenti, di una presenza significativa ed educatrice, che crea un «clima», fatto di rispetto delle cose e delle persone, di cordialità di rapporti, di progressivo coinvolgimento. Se non c’è un ambiente educativo, l’accoglienza è solo a parole!
  2. Luogo di amicizia e l’amicizia nasce la dove c’è possibilità di dialogare, di essere ascoltati e compresi. «I giovani desiderano che gli educatori stiano accanto a loro, accettandoli così come sono e amandoli sul serio».

 

Occorre essere per i giovani: mano tesa, che con semplicità sa andare in-contro e farsi vicina a chi più ne ha bisogno; e mano adulta, che sa intervenire per indicare un cammino (guida), per incoraggiare e, laddove occorra, per correggere e «sapersi amati» che porta alla «comunione dei CUORI».

 

c) Luogo dove si «cresce» perché ci sono proposte: non c’è educazione 1à dove mancano proposte di vario tipo (teatro, musica, sport, catechesi, servizio, volontariato…), che aiutino i giovani a portare a maturazione le capacità che si portano dentro. L’assenza di proposte è la morte dello spirito di don Bosco. Là dove non c’è vita, voglia di fare, è perché non ci sono uomini e donne propositivi.

 

d) Luogo di gioia: la gioia era per don Bosco l’undicesimo comandamento. Una gioia che nasce dal rapporto di fiducia e di collaborazione tra i giovani e i loro educatori e si fonda sulla presenza del Signore nella vita di tutti i giorni e sulla materna assistenza di Maria.

 

II. Parrocchia che evangelizza Cioè un ambiente:

 

a) che si qualifica per i valori cristiani che vive (testimonianza) e che propone (annuncio) a tutti i giovani, prima che per le cose che fa;


b) che propone cammini di educazione e di catechesi adeguati, ben differenziati, con una certa continuità; c) che aiuta i giovani a scoprire la propria vocazione in una serena e sincera ricerca del progetto di Dio, ricerca permeata di ascolto della Parola di Dio e di preghiera; d) che lavora per creare una vera Comunità,riunita attorno all’unico Signore che perdona (Riconciliazione), che si offre (Eucaristia), che chiama al suo servizio e alla testimonianza in tutti gli ambienti; e) che con coraggio va in cerca dei lontani e sa correre dei rischi e porre segni eloquenti; f) che presenta un «Dio simpatico», vicino ad ogni persona, interessato alla vita di ognuno, innamorato del vostro essere giovani; il Dio della vita di tutti i giorni, tra le pieghe dei fatti che succedono.

 

 

 

III. Cortile dove avere l’amicizia e l’allegria

 

  1. Non si può pensare a don Bosco senza abbinarlo all’immagine di un cortile, dove i giovani hanno ampia libertà di saltare, correre, schiamazzare a piacimento». Sport- musica- teatro…«Sono metodi efficacissimi per ottenere la disciplina, giovare alla moralità e alla sanità». Il pericolo è scindere queste realtà dal discorso educativo e formativo.
  2. Nel cortile si vive lo «spirito di famiglia», distintivo dello spirito di don Bosco. «La familiarità porta qffetto e l’affetto porta confidenza». Il maestro visto solo in cattedra è maestro e non più, ma se va in ricreazione con i giovani, diventa come fratello… I cuori si aprono e fanno conoscere il loro bisogno e palesano i loro difetti».
  3. Il cortile è il luogo primario di educazione: si conoscono i ragazzi, si stringono nuove amicizie…
  4. Il cortile è aperto al territorio in cui si trova, proprio perché è punto di incontro di tanti giovani, è attento ai loro problemi di lavoro, studio, divertimento, devianza…). È un modo di vivere la missionarietà.

 

IV. Scuola che avvia alla vita

 

Anzitutto scuola, cioè ambiente in cui:

 

  • circolano valori condivisi e rispettati;
  • c’è uno sforzo pedagogico per far interiorizzare questi valori;
  • si crede al dialogo, al confronto, al maturare progressivo del senso critico dentro la cultura di oggi;
  • non si ha paura di richiesta di maggior partecipazione nella corresponsabilità.

 

Che avvia alla vita, una scuola cioè che:

 

  • aiuta il giovane a trovare una strutturazione armonica della sua personalità, rendendolo cosciente delle sue capacità;
  • offre la possibilità di elaborare un progetto personale nel quale prendono forma i valori acquisiti e in base ai quali si sanno fare scelte di vita;
  • è attenta al mondo del lavoro e, sull’esempi problemi che in esso vi scorge;
  • punta alla formazione globale della persona (buoni cristiani e onesti cittadini).

 

Tutto questo nella consapevolezza che non c’è scuola senza maestri, cioè non c’è servizio educativo senza testimonianza e presenza di modelli.

I ricchi e i pellagrosi

Vanzetto L., I ricchi e I pellagrosi. Costante Gris e la fondazione del primo pellagrosario italiano, Mogliano Veneto, Francisci Editore, Albano Terme (PD), 1985.
DOCUMENTI (pp. 209-227)
  Doc. 1 – Promemoria sulla questione dei Coloni Ditta Da Re.
  (Fonte: ACM, B 1883 – I, senza data ma marzo 1883, senza firma ma Gris).
  La Ditta Da Re è conduttrice da oltre 16 anni di circa 5 mila ettari di terreno di proprietà dei Signori Barone Bianchi, Conte Giulaj, Coletti Dionisio ecc., sparsi la maggior parte nei Comuni di Mogliano, Casale e Marcon ed il resto in Preganziol, Roncade, Zelarino e Chirignago.
  Il canone annuo di fitto varia fra le lire 21 al campo pagate al Barone Bianchi e L. 25 pagate al Conte Giulaj. Il sistema di conduzione è con sub-affittanze annue verbali, salvo qualche eccezione pei pochi coloni forniti di boveria propria, i quali hanno contratti scritti per cinque o nove anni e pei quali pure talvolta ad onta della scrittura sono imposte variazioni nelle pattuizioni. Le condizioni delle affittanze verbali sono specificate parte in modulo a stampa od anche nella prima pagina dei libretti e non hanno alcun carattere di stabilità nei patti convenuti; in tutte poi è fatto cenno di capitoli normali depositati presso pubblico Notajo, i quali sono ignorati dai coloni. Le condizioni di fitto non sono uniformi — c’è chi paga a denaro e chi a generi.
  Tutti però devono vendere i prodotti alla Ditta a favore della quale sono obbligati di prestare a titolo onoranze, oltre a buon numero di pollerie, presciutti, agnelli, lana, ecc. anche molti carriaggi ed opere giornaliere e per qualcuno di essi senza limite di cifra, ed inoltre la prestazione a lavorare alcune tenute per conto della Ditta con boveria e persone a sconto debito.
  Il fatto dei carriaggi trova giustificazione nella circostanza che la Ditta Da Re non è puramente agricola ma anche industriale e commerciale. Difatti essa ha uno stabilimento laterizi del “sistema Hoffonan” che produce milioni di pietre, sito in Mestre dove difetta la materia prima la quale è provveduta in località lontane anche 18 chilometri ca.; fa commercio ed ha varie forniture di paglie, foraggi, grani, legna ecc.
  Tutto questo movimento viene fatto con le boverie delle campagne condotte ad economia ed anche con quelle dei coloni. Si sfruttano quindi le forze che dovrebbero essere destinate all’agricoltura ed a tutto danno dei coltivatori. In generale è a lamentarsi che il sistema di contabilità nei rapporti coi coloni sia per lo meno irregolare (p.e. le quantità dei prodotti consegnati dai contadini alla Ditta non corrispondono alle volte a quelle esposte a loro credito in libretti. La chiusura dei conti si fa mesi dopo l’anno agricolo; mancano dettagli in alcune partite di addebito; gli addebiti non sempre corrispondono alle quantità pattuite nelle affìttanti, ecc.).
Le boverie in generale sono consegnate al colono a soccida difetto, rimanendo per carico dello stesso il deperimento degli animali da lavoro, prodotto essenzialmente dal servizio dei carriaggi. Il movimento degli animali nei mercati o fra le stalle della Ditta è fatto a tutto arbitrio di questa, e tante volte i prezzi vengono stabiliti dall’Agente senza il concorso del colono. Il corrispettivo delle boverie è fissato per alcuni al 7% sul valore di stima, ed altri ad una cifra assoluta per titolo fitto boveria. Oltre a ciò la Ditta ha istituito un’assicurazione detta Mutua, con la quale i contadini pagano alla Ditta stessa un tasso annuo che varia dal 2,5 al 3%. Le mortalità degli animali non sono frequenti; quelli che ammalano, si uccidono, e sono per lo più capi da lavoro, esauriti da soverchie fatiche. La carne, se non è in alcun modo smerciabile, viene distribuita ai coloni al prezzo di Centesimi 80 al Chilo, addebitandone l’importo nei rispettivi libretti.
    Circa gli affitti: Tutte le derrate di frumento, bozzoli, vino, molte volte avena e parte del granoturco, vengono consegnate alla Ditta. Il foraggio si consuma nelle bovarie. Le risultanze attive e passive delle stalle sono riportate al conto corrente. Ai coloni quindi, in generale, non resta se non parte del prodotto del granoturco ed i piccoli utili del cortile dopo prelevato le onoranze e con questo residuo devono mantenere le famiglie e provvedere alle riparazioni ed acquisto attrezzi rurali e restando debitori verso il padrone.
   Alcuni anni la Ditta portò via anche tutto il raccolto del granoturco a titolo pagamento debiti, e quindi con una rilevante eccedenza di prezzo lo somministra ai coloni in quantità determinata ogni 15 giorni a titolo di sovvenzione sino al nuovo raccolto, e non sempre sano.
    Quanto ai prodotti a mezzadria di vino e bozzoli si nota; Tutto il raccolto bozzoli è ritirato dalla Ditta, ed il colono viene accreditato di resa conto.
   Alcune volte la Ditta tiene per suo conto la foglia dei gelsi, obbligando anche alcuni dei coloni che pagano il fitto a denaro a non venderla, e quindi nel caso al padrone non faccia più di bisogno, non vien loro corrisposto alcun compenso, quantunque la foglia sia di assoluta loro proprietà.
   In quanto al vino: la Ditta per alcuni continua a mantenerlo a metà prodotto, e per altri invece ha imposto un fitto fisso in denaro, che in genere rappresenta oltre la metà del prodotto, lasciando tutto il rischio di mancato raccolto al colono.
    Dal complesso dei fatti esposti e da una serie di altre circostanze che si potrebbero citare risulta essenzialmente:
 — che il sistema d’Amministrazione agricolo della Ditta ha un carattere speciale che non trova confronto, né presso i possidenti, e neppure presso altri affittanzieri; e specialmente pel sistema affatto unico delle prestazioni imposte a coloni, estranee alla lavorazione dei fondi, le quali rappresentano veramente quasi un fitto personale ad essi inviso come una schiavitù;
 — che il sistema presenta carattere di instabilità nei rapporti fra la Ditta e coloni;
 — che eccessivamente pesa su questi la misura degli aggravi. E ad aumentare questa misura contribuisce la fiscalità con la quale la Ditta esercita i suoi diritti per riscossione crediti, sequestri e sloggi.
 Per es. ad un colono debitore si fa contemporaneamente la citazione per debito, intimazione di sloggio e sequestro, caricandolo in qualche caso delle spese di tali atti, i quali sono frequentissimi verso i coloni, allo scopo specialmente di intimorirli e di obbligarli alcune volte a modificazione delle condizioni del contratto, o ad esportare tutte le derrate raccolte nei granai del padrone.
   Un altro fatto che ridonda allo scoraggiamento dei coloni e poco loro affetto ai fondi è la trasposizione da una terra all’altra, notandosi che in alcuna di esse nel corso di pochi anni si succedettero anche 8 famiglie.
   Tutte queste circostanze influirono all’impoverimento dei contadini, ai cattivi rapporti fra essi e la Ditta, ed all’odio dei primi per questa, il quale odio mm a esplicò fino adesso per il sistema terrorista col quale li tenne soggetti.
   Conosciutesi però le circostanze di questi coloni dal Barone Bianchi, principale proprietario dei fondi (2000 ettari circa) ed aggiungendosi ad esse alarne infrazioni dei patti contrattuali da parte della Ditta verso esso proprietario, fu intanala da questi la risoluzione del Contratto d’affittanza, il quale non andrebbe a scadere che nel 1891.
   Saputosi ciò dai coloni, si risvegliò in essi la speranza di poter ritornale alle dipendenze dei loro padroni anteriori, e lo dimostrarono recandosi in massa a rendere semplice omaggio al Sig. Barone.
   La ditta Da Re, forse inasprita da tale fatto, e forse anche per non esporre un capitale per sovvenzioni nel corrente anno, negò a tutti indistintamente gli affittuali qualunque somministrazione di granoturco. Tante famiglie quindi ridotte nella più squallida miseria e molte di esse, dopo aver pel passato cedute a sconto debiti alla Ditta le boverie di cui erano proprietarie, dopo replicate e sempre inutili domande al loro padrone, si rivolsero all’Autorità Prefettizia in Treviso, acciò prendesse in seria considerazione la loro sorte.
   Il Prefetto non potendo entrare nella questione privata fra il Da Re e Coloni, promise però intromettersi amichevolmente, e lo fece chiamando a concorso anche i Sindaci di Mogliano e Casale sul Sile.
   Le pratiche riuscirono inutili, non avendo la Ditta mai risposto alle lettere dei Sindaci.
   I coloni per vari giorni pazientemente ed umilmente continuarono a rivolgersi alla Ditta per sussidio la quale li respinse anche con parole provocanti (consigliando alcuno ad annegarsi coi figli).
   II Sindaco di Mogliano con altra lettera sollecitò la Ditta ad un provvedimento, e questa allora rilasciò ad alcuni dei coloni una dichiarazione con la quale, dopo prelevato tutto il prodotto bozzoli, onoranze ed affitti in natura o valori equivalenti, lasciava libero ai coloni quanto restasse sui prodotti dell’annata. Nello stesso tempo però faceva una quantità d’intimazioni giudiziali per debiti in cifre superiori a quelle risultanti dagli stessi libretti e qualche sloggio e sequestro.
   I contadini con tali documenti non trovarono credito alcuno presso terzi sovventori di granoturco e dopo vari giorni di inutili ricerche esacerbati ricorsero al deplorevole fatto del 13 febbraio percuotendo in Treviso il fuoco, il più inviso fra gli agenti della Ditta ed inseguendo il Da Re.
   Furono arrestati i 4 che percossero il Perocco e nel seguente giorno il Tribunale dietro domanda del Presidente accolta dal P.M., vennero rilasciati in libertà provvisoria.
   Due giorni dopo i coloni affamati, ricorsero allo spediente di uccidere un bue. Scelsero quindi quello che si trovava ammalato in una stalla nel Comune di Casate del peso di Kg. 150. Uccisolo, lo divisero fra di essi facendo assistere come testimonio il Presidente della Congregazione di Carità il quale, costrettovi, tenne nota della quantità a ciascuno ripartita essendosi dichiarati essi coloni debitori verso la Ditta del rispettivo importo come usava addebitarli la Ditta stessa pegii animali malati uccisi dall’Amministrazione.
   In seguito a questo fatto, allarmata l’Autorità Prefettizia inviò a Mogliarso un drappello di Bersaglieri con Delegato di P.S., il quale procedette all’arresto di alcuni fra i coloni colpevoli, che pure dal Tribunale furono rimessi in libertà provvisoria.
   I contadini si dimostrarono sempre tranquilli e lo sono tuttora. Dopo il fatto del bue ucciso, ricorsero, come prima, parte alla carità pubblica e parte privata a prestito granoturco dai Parroci ed altre persone di cuore.
  Il Delegato fece indagare per rilevare le cause che produssero i fatti suaccennati e scoprire eventuali mestatori. S’interessò, in accordo coll’Autorità Comunale ed altre private persone, a vincere gli ostacoli che poneva innanzi la Ditta per la somministrazione del granoturco ai coloni bisognosi. In generale da tutta la pubblica opinione è manifestato il desiderio che un accordo possa effettuarsi fra la Ditta arrendataria Da Re ed i proprietari dei fondi, cosicché cessando il contratto i contadini con sensibile miglioramento nella loro condizione, possano essere direttamente alle dipendenze dei proprietari.
  E questo desiderio è giustificato dalla supposizione: che difficilmente la Ditta Da Re sia disposta a venire ad un sistema più equo e conveniente di trattamento verso i coloni, e che per l’esacerbazione di questi verso essa Ditta (esacerbazione tanto più forte quanto più a lungo appunto fu soffocata) sarà sempre difficile un ristabilimento dei rapporti che possono dare garanzia di durata.
Doc. 2 – Una circolare della Società Italiana di Patronato pei Pellagrosi di Mogliano Veneto
  (Fonte: AIG, Bl).
 A tenore dello scopo prefisso con l’ari. 21 del suo statuto.
 Considerando
 Che una volta il pane di frumento formava parte essenziale dell’alimentazione del contadino e veniva confezionato direttamente dalla famiglia di esso in forni, di cui molte delle case coloniche erano provvedute;
 Che quindi con l’estensione dell’uso del mais a poco a poco fu abbandonato il pane, essendosi in alcune Provincie quasi del tutto, ed in alcune località del tutto, limitato il cibo a polenta, e conseguentemente i forni furono trascurati o demoliti;
 Che con tale alimentazione meno nutriente e talvolta malsana, si ridussero in esse Provincie e località meno sani e robusti i contadini, progredendo così il deperimento di questa classe di lavoratori;
 Che a ritornare il pane sul desco del contadino come parte del nutrimento di questi e con miglioramento quindi della sua salute e forza, si presentano ora le più favorevoli circostanze (quali p. es. deprezzamento del frumento, allarme nei contadini pei progressi della pellagra e maggior filantropia nei Proprietari);
 Considerando
  Che dai forni cooperativi sono da attendersi lontani risultati per la difficoltà del loro impianto ed estensione, e che intanto le idee più semplici e facili sono le più pratiche ed attuabili;
                                    fa voti
  acciocché i Sigg. Possidenti vogliano far riattare i forni ancora esistenti presso le loro case coloniche o costruirne di nuovi, (comuni anche ad un gruppo di case) ed usare di tutti i mezzi che possono essere in loro potere a facilitare nel corr. anno ai loro contadini la confezione e l’uso del pane di frumento.
Mogliano Veneto li 23 Luglio 1883
 Doc. 3 – Cerimonia di inaugurazione del Pellagrosario (21-10-1883). Discorso del Prof. Cesare Lombroso
   (Fonte: “Il contadino”, n 20, 31-10-83).
 Signori!
   Uso a trovare nella mia lunga carriera pellagrologica delusioni crudeli, vi confesso che non credetti sulle prime al buon esito di questa impresa che era il più caldo, il più sognato dei miei desideri. Ho creduto si trattasse di uno di quei soliti giochetti d’ottica pseudo-filantropica, in cui si balocca e s’illude miseramente l’odierna vanitosa ed imbelle mediocrità italiana.
   Ma qui venuto, dovetti ricredermi. Ho dovuto convincermi che il mirabile accordo di un Sindaco, di medici ricchi di sapienza e d’amore, di un clero che sente veramente la sua nobile missione sulla terra, di ricchi che compresero come il miglior privilegio della ricchezza sia quello di fare più largamente del bene, di contadini cui le grandi sofferenze non indussero a reagire, e che hanno capito essere nella cooperazione la via della loro salvezza, di una provincia infine in cui per mirabile fortuna alla sapienza degli amministratori si sposa quella di quattro insigni pellagrologhi, Alpago Novello, Zamboni, Benzi, Cuboni — questo accordo fortunato ha prodotto i suoi frutti.
   Non si tratta qui infatti di uno di quei pellagrosari in cui tutto si riduce al ricovero di pochi e che sono come la goccia d’acqua in un deserto.
   Qui, come avete sentito, s’incomincia da quella cura profilattica preventiva che è l’essiccazione dei cereali, l’allattamento dei bimbi pellagrosi e la confezione dei buoni pani, senza cui ogni altra misura terapeutica sarebbe illusoria perché non impedirebbe negli individui la recidiva, e nella popolazione il ripullulare di nuovi casi; — cura appoggiata al principio ormai non messo più in discussione che la pellagra si origini dall’avvelenamento del mais guasto, e che abbia come molti avvelenamenti cronici i suoi antidoti.
   Il perno della cura si sposta così dall’antico col sostituire agli argomenti utili ma troppo costosi della cucina, quelli di alcuni rimedi, Arsenico, Cocculo, ecc. il cui minimo prezzo ne permette la più vasta applicazione.
   Così possiamo con una tenue retta mantenere un numero maggiore di malati, estendere la cura a domicilio, solo che si riesca ad ottenere che il cibo migliori, non in quantità né in varietà, ma nella sua condizione di perfetta maturità, il che diventa accessibile a qualunque magra finanza.
   Rinnoviamo così, bisogna dire il vero, solo in più vasta scala, uno sperimento felice già intrapreso nella sua clinica dall’egregio prof. Tebaldi di Padova, e nelle loro condotte mediche dal Brunetti, dall’Alpago Novello, dallo Zambon. dal Casoli, Pavesio.
   Così questa cara Provincia di Treviso, che ben può dirsi la Brescia del Veneto, mentre tutti gridano alla necessità dei provvedimenti per la pellagra e poi come i cori dell’opere si contentano solo alla voce se fu colpita più crudelmente delle altre dal morbo, seppe prendere prima di tutte contro essa la sua rivincita. Fece anzi di più; assunse una iniziativa che imitata porrà forse un argine al grande flagello
   So bene che uomini i quali nei mali del popolo non vedono che uno strumento ai trionfi d’una idea, o d’un partito, ci andranno sogghignando: “Che il male è troppo esteso, troppo grave perché vi possano delle misure di polizia o ricette di medico: ci vuole il feroce cauterio della guerra sociale e della legge agrana”. Ma no» che sappiamo come nulla in natura proceda per salti, ma per successivi e commi c lenti svolgimenti — pur deplorando che chi più potrebbe non iscuota lui la più colpevole inerzia e si balocchi come Amleto nei soliloqui in “isteria deskien” sotto forma di progetti, noi sappiamo rispondere: “Ma intanto noi tacciamo quinto
dipende da noi; se i nostri attuabili ed onesti esperimenti riuscissero a nulla, allora avrete ragione di gettare innanzi le vostre audaci utopie. E poi le vostre son parole i nostri son fatti; le vostre sono ciancie, le nostre sono opere”.
    Doc. 4 – Cerimonia di inaugurazione del Pellagrosario (21-10-1883). Discorso di Mons. Jacopo Bernardi, presidente della Congregazione di Carità di Venezia
    (Fonte: “Il contadino”, n 20, 31-10-1883).
    Sono ben lieto di trovarmi presente, per cortesissimo invito fattomi, alla inaugurazione di opera sì benefica fra voi, per le speciali condizioni dei lavoratori della terra, eminentemente popolare, e godo pure comunicare a nome della Congregazione di carità di Venezia che dell’averla in qualche modo agevolata, come accennarono le gentili parole dell’egregio Sindaco di Mogliano, ne sarà contentissima, che le opere di beneficenza si devono porgere fra loro la destra amica e sopra di esse deve spirare un’aura comune vivificatrice. Questa istituzione benefica non poteva sorgere in epoca più opportuna. Abbiamo un morbo crudele logoratore che pernuda le condizioni popolari, massimamente le agricole, e che ai nostri giorni, per molte cause che qui non concede il tempo di enumerare, diffondesi in proporzioni veramente paurose, perché essendo l’Italia essenzialmente produttrice, e richiedendo la terra, per essere fatta produttrice, le braccia vigorose dei coltivatori, ove queste vengano a mancare, ove si aggravino le misere condizioni dei coloni, una crudele vendetta della stessa necessità delle cose viene a reagire contro dei Governi, dei ricchi, di tutti, che tutti insieme ne soffrono.
    L’Istituzione adunque che qui primieramente in Italia si fonda, e diventerà, speriamo, mondiale, per quei paesi dove se ne manifesti il bisogno è anche un atto di riconciliazione tra la povertà e la ricchezza, tra il lavoratore indefesso ed infermo e il padrone benefico che non deve credere di aver provveduto ai suoi interessi allora che abbia a proprio vantaggio smunto dalla terra e dalle braccia faticose dei coloni il più che gli sia dato, se queste braccia per mancato sostentamento e per le insidie del morbo micidiale svigoriscono miseramente. Il nostro popolo, e qui in ispecie ricorderò l’agricolo, che piglia sì viva parte a questa istituzione igienicamente, economicamente e moralmente utile deve sentire e noi dobbiamo adoperarci di farlo sentire, deve sentire che i ricchi, gli addottrinati, gli uomini di cuore, i governi pensano a lui e non a novità di parole, ma con la voce efficacissima dei fatti.
    Perché poi questa benefica istituzione, creata al rimedio di un male che diviene di giorno in giorno più minaccioso, produca quel frutto cui è destinata e diventi proprio popolare, come richiede il bisogno, e meriti che si adoperino tutti i mezzi che valgano ad ottenere l’effetto desiderato, e anche quello fra tutti assai valido nelle popolazioni massimamente rurali dei maestri e delle maestre del comune, (e permettetemi pure questa parola per la speciale mia condizione) e del clero, fa duopo porre ogni impedimento, prevenire, sanare una malattia che s’allarga, che strugge le forze, che offusca la ragione, che miseramente uccide; occorre una voce che s’insinui dappertutto, che persuada e che faccia accettare volonterosamente i rimedi proposti, tanto più allora che, come qui, nell’opera santa che oggi inauguriamo, sono resi alla portata di tutti. E’ questo dunque l’augurio, è questa la consolazione grandissima ch’io provo di trovarmi oggi in mezzo a voi e in tanta frequenza di persone degnissime qui convenute. Ed auguro che questo benefico accordo tra la ricchezza e l’operosità colonica, questo accordo di governi, di ricchi, di clero, di popolo produca nell’Italia nostra queirintiera unione, da cui la vera forza, la vera grandezza, e faccia la patria nostra diletta meritamente degna di sé.
Doc. 5 – Relazione sommaria sull’istituzione, ad illustrazione del concorso al-l’Esposizione Nazionale di Torino (1884)
 (Fonte: AIG, Bl).
                                  Storia dell’istituzione
 Un vivo sentimento di pietà verso tanti poveri coltivatori del suolo che si lasciavano languire da tanto e troppo tempo nelle vie o morire pazzi nei manicomi, animò un giorno alcuni filantropi nel piccolo Comune di Mogliano Veneto.
 Operiamo, salviamo i nostri coloni, fu il loro moto d’ordine.
 Costituire un Comitato aggregandovi alcune Signore allo scopo di fondare una Società di Patronato pei pellagrosi, fu pensato e fatto.
 Le adesioni non mancarono tosto nel Comune in ogni ceto di persone e pure fra gli stessi Coloni.
 Si fece appello anche al Chiarissimo Prof. Lombroso che fu prodigo di incoraggiamenti ed aiuti, inscrivendosi fra i Soci, divenendo quindi uno dei più validi cooperatori.
 L’idea era modesta da prima e limitata soltanto a beneficio del Comune.
 Una casetta con poco terreno, dove stabilire la cucina economica a beneficio della popolazione, una mandria di una o due mucche per l’allattamento di bambini figli di pellagrosi, due stanze pel ricovero di qualche pellagroso più aggravato  o che non si potesse curare a domicilio; ecco il sognato piccolo Ospizio.
 Al 26 Novembre 1882 con soli 112 Soci contribuenti e con un capitale di scorta di L. 3.500 si costituì la Società (Vedi Supplemento al Giornale il Contadino n 2).
 Formatasi la Presidenza ed approvato lo Statuto, si attivò subito l’allattamento dei bambini con latte acquistato da privati; si aggregò all’istituzione la Cucina economica già preesistente a cura di altro Comitato; s’intrapresero cure a domicilio; si attivò in via esperimentale un forno essicatojo ceduto nella proprietà del Cav. Coletti.
 Si fece quindi ricerca del piccolo fabbricato o terreno per l’installamento dell’istituzione ed Ospizio di cura, ma vane riuscirono le ricerche.
 Si pensò quindi ad assumere in locazione il vasto fabbricato ex Villa Tomi con terreno sovrapposto in possesso della Congregazione di Carità di Venezia, quantunque l’estensione di esso e l’importanza dell’affare fossero di tanto superiori alle viste ed ai mezzi della Società.
 L’aumentare continuo delle adesioni ed il coraggio ispirato dalla fede nella santa idea, spinsero la Direzione fino all’azzardo.
 Si avviarono le pratiche dell’affittanza che, colla adesione e facilitazione dell’illustre Prelato Mons. Bernardi di Venezia, era pressoché combinata.
 Senonché il Bar.e Treves di Venezia fecesi aspirante presso la Congreg. di Canti dell’acquisto di quella Villa.
 Si era quindi nell’alternativa o di rinunciare all’aspirazione dell’affittanza, o venirne all’acquisto dall’ente, colla prospettiva di tale concorrenza e senza mezzi adeguati.
 In tale frangente, eliminatasi la concorrenza per generoso atto al Bar e Treves ed avutasi ogni possibile facilitazione nella contrattazione del prezzo di acquisto
 da parte della Congregazione di Carità, fu stabilito il preliminare contratto di acquisto in data 24 Marzo 1883 pel prezzo di It. Lire 23.700 fra essa ed il Signor Gris, Presidente della Società.
  Si fecero quindi pratiche presso alcuni ricchi ad avere sovvenzione in denaro a prestito ed alla negativa di alcuni, succedette l’adesione di altri fra i quali lo stesso Bar. e Treves.
  Il giorno quindi 5 Luglio 1883 fu stipulato il regolare contratto, sovvenendo il capitale a mutuo con l’interesse del 3,5% i Signori Coletti, Tornielli, Trevisanato e Treves.
  Ad ulteriori bisogni per le prime spese d’impianto, sovvenne il capitale con credito cambiario allo stesso interesse verso la persona del Presidente, la Signora Antonini di qui.
   Fatti i primi lavori di adattamento dei locali e stabilitavi l’istituzione della Cucina economica, mandria, forno e poche piazze di cura, si inaugurò l’Ospizio nel giorno 21 Ottobre con l’intervento del R. Prefetto e Rappresentanze dei Ministri di Agricoltura ed Interni, della Deputazione Provinciale, molti Comuni delle Provincie di Venezia e Treviso ecc. ecc. (Vedi Giornale “Il Contadino”, n. 20).
  Aumentato ognora più il numero dei Soci nel Comune, fuori di esso e fuori ancora della Provincia e venuti da ogni parte incoraggiamenti ed aiuti, l’istituzione crebbe gradatamente di sviluppo fino al suo attuale nel quale conta 303 Soci con azioni 514, fra i quali parecchi Corpi morali, essendosi nei dintorni resa popolare e bene accetta essa istituzione; essendo essa designata come modello di provvedimento contro la pellagra da qualche altra Provincia; ed inviando all’Ospizio in cura i loro pellagrosi vari Comuni delle Provincie di Venezia e Treviso ed alcuni privati.
Notizie di dettaglio sui mezzi dell’istituzione
   Ospizio
  Si accolgono i pellagrosi in I e II stadio di qualunque Comune e Provincia d’ambo i sessi dagli anni 8 fino ai 60 colle norme indicate nel Regolamento esposto.
  La cura medica è fatta gratuitamente dal Medico Comunale D. Manara con l’assistenza dell’altro Medico D. Bianchi.
   I mezzi di cura terapeutici sono quelli suggeriti dall’Egregio Prof. Lombroso. I medicinali si ricevono direttamente dagli Stabilimenti di Milano e Torino. L’Ospizio è fornito di apparato elettrico-dinamico ed in seguito sarà provveduto di bagni e doccia coll’opportunità del fiume Zero che lambe il podere.
   La dieta normale dei curati è nel mattino di pane e latte; nel mezzogiorno di minestra di paste e brodo, carne e polenta di granoturco tre volte la settimana e minestra di legumi condita con lardo, uova e pane negli altri giorni, ed in tutti i giorni con vino nella razione di un decilitro pegli adulti, diminuita per i ragazzi. Alla sera pane ed uova e formaggio e la stessa porzione di vino.
   Per quei curati poi che entrano nell’Ospizio in condizioni più aggravate e specialmente pei primi giorni di cura viene modificata a giudizio dei medici.
   Le paste per la minestra ed il pane vengono confezionati nell’Ospizio dai salariati con l’assistenza dei pellagrosi, prestando essi la loro opera in altre attribuzioni.
   Le donne poi prestano l’opera in assistenza alla Direttrice, nella cucina, nella pulizia dello Ospizio, nella cucitura della lingeria, al bucato ed altre faccende domestiche con alternativa distribuzione dell’opera fra loro, essendo tutto ciò regolato da appositi orari e regolamenti interni.
 I letti sono costruiti da affusto in ferro semplicissimo con pagliariccio e paglia, materasso e guanciale di crina vegetale, lenzuola di cotonina e coperte di lana.
 Il mobilio si compone di modestissimi laterali di abete e sottopiedi accanto il letto.
 Le cure vengono registrate ad opera dei medici in appositi registri che si trovano esposti e nelle Tabelle pure esposte dimostranti graficamente il peso (ed ora pure la forza misurata al dinamometro) ottenuto nei curati.
 L’amministrazione è regolata con appositi registri e stampati dei quali vengono offerti modelli.
 Viene tenuto regolare protocollo degli atti, di cui è offerta copia, come pure copia di alcuni degli atti stessi.
 Cura a domicilio
 Furono intraprese le cure a domicilio a principio dell’istituzione in soggetti appartenenti al Comune di Mogliano e furono esse continuate a tutto Dicembre.
 Si somministravano settimanalmente in determinate dosi i medicinali nelle Domeniche presentandosi i curati alla visita medica in Ospizio e si somministrava pure un sussidio di pane nella misura di kg. da uno a due per curato.
 Si ebbero risultati soltanto parzialmente soddisfacenti per la difficoltà di sorveglianza nell’uso dei rimedi e per la distrazione del sussidio alimentare assegnato al curato verso gli altri della famiglia.
 Tali circostanze consigliarono alla Direzione di sospendere tale sistema di cura, estendendo invece maggiormente pei pellagrosi del Comune la cura in Ospizio senza pernottazione.
 Allattamento bambini
 Ai. bambini figli di madri pellagrose viene fornito in quantità determinate dal Medico giornalmente il latte e nell’età più avanzata dei bambini (orca ai 6 mesi) viene fornito pure del pane in quantità progrediente in relazione alla età e fino ai mesi dai 15 ai 20.
 Le norme sono determinate da apposito regolamento offerto.
 Cucina economica
 La Cucina funziona come da Regolamento offerto in copia.
 L’Opera è disimpegnata dai salariati con l’assistenza dei pellagrosi e le minestre per l’Ospizio ed a disposizione della Congregazione di Carità sono confezionale nei modi sopra citati per l’Ospizio.
 Alla Congregazione di Carità sono distribuite al prezzo di centesimi 10 netta misura di un litro verso ritiro di apposite marche delle quali si offre modello
 Le paste impiegate nelle minestre sono fabbricate a macchina coll’assistenza dei ricoverati e di esse viene offerto il campione.
 Nell’ultimo bollettino sono fomiti dettagli sul numero delle minestre confezionate.
 Forno
 11 pane destinato all’Ospizio e ceduto a prezzo di costo alla Congregazione di Carità, si confeziona egualmente coll’assistenza dei ricoverati.
 Le farine destinate al pane ed alle paste vengono separate dalla sola crusca •
alimentazione delle mucche, majali e polli.
 Il costo del pane fino ad ora col prezzo medio del frumento di L 22 il quintale, risulta di centesimi 32 il Kilo ed i dettagli sulla quantità sono esposti nel sopraddetto bollettino.
  Viene pure offerto un campione del pane.
  Mandria
  La mandria attualmente si compone di quattro mucche il di cui latte è destinato all’allattamento dei bambini, ai ricoverati in Ospizio ed alla confezione del formaggio.
  Il foraggio viene somministrato dal podere ed il servizio di stalla si fa alternativamente da uno dei ricoverati.
  Nel ripetuto bollettino si rileva la quantità di latte consumato.
  Podere
  Il podere, Ettari 6 circa, fu in parte con radicali riduzioni trasformato ad ortaglia, in altra parte a vivajo di piante e nel resto coltivato a frumento e foraggio con sopra suolo di viti e fruttai.
  Una piccola parte pure viene ora destinata ad uso sperimentale pei maestri ed alunni delle scuole del Comune.
  Venne pure attivato un semenzajo di viti americane ed ora si intraprende un esperimento di coltivazione di barbabietole da zucchero.
  Al podere è annesso un pollajo di 400 polli e porcile con sei separati comparti-menti per majali.
  Il tutto è costruito a sistema razionale con pavimenti in cemento, con volte superiori di muratura, e con porticale chiuso pei majali.
  Il prodotto del pollajo in galline ed uova va consumato in Ospizio. I majali sono destinati alla vendita.
  La man d’opera per la lavorazione del podere è affidata ai salariati coadivuati in alcune epoche di maggior lavoro da operai avventizi e nei minuti lavori dai ricoverati.
  Forno essicatojo
  Fu già deliberato dal Consiglio di Amministrazione l’acquisto di un forno essicatojo nello scorso anno.
  Siccome però pendeva tuttora incerta la scelta sul sistema e siccome per l’andamento asciutto dell’annata nei dintorni non si presentava il bisogno dell’asciugamento artificiale del mais, venne differito l’acquisto, che si andrà a fare tosto per rendere possibile l’esercizio nel prossimo raccolto.
  Conferenze igieniche
  Le varie cure che assorbirono l’opera della Direzione in tanta opera fin qui nel breve tempo di pochi mesi non permisero fino ad ora l’attuazione di questo provvedimento che è pure negli scopi della Società.
  Si attivarono però pratiche col Comizio Agrario di Treviso, Socio dell’istituzione, il quale è impegnato a far tenere intanto due conferenze qui nella sede dell’istituto, essendo intendimento della Direzione nelle prossime stagioni autunnale ed invernale (come le più propizie delle abitudini ed occupazioni dei contadini) di stabilire un dato numero di conferenze periodiche.
  Alla presente relazione fa seguito la relazione medica sulle cure intraprese e sui risultati di esse.
  Mogliano Veneto Aprile 1884
  Il Presidente
Doc. 6 – Estratto del Regolamento generale (1884) – Ospizio di cura
  (Fonte: A.I.G., B 1 e B 3)
Art. 1. Nell’Ospizio di accettano in cura i pellagrosi in I e II stadio d’ambo i sessi, dall’età di anni 8 fino ai 60 di qualunque Comune e Provincia provengano.
  Art. 2. Si sono perciò istituite delle piazze di cura, delle quali il Consiglio d’Amministrazione determina gradualmente il numero a seconda dei mezzi di cui può disporre la Società per l’adattamento necessario dei locali.
  Art. 3. Le piazze hanno la durata di un anno, durante il quale a cura di chi ha acquistato la piazza, sono alternati i pellagrosi.
  Art. 4. Esse possono acquistarsi dai Comuni, Provincie, Governo e privati, mediante domanda alla Presidenza.
  Art. 5. La retta giornaliera da pagarsi è di Cent. 50 pei ragazzi dagli anni 8 ai 15 e Cent. 75 per gl’individui compresi fra i 15 e 60 anni; ed il pagamento sarà fatto in rate bimensili posticipate pei Comuni e mensili anticipate pei privati. – Di anno in anno il Consiglio d’Amministrazione passerà alla conferma o modifica della retta.
  Art. 6. Il Consiglio d’Amministrazione, fino acché il Comune di Mogliano-Veneto contribuisce il sussidio di annue L. 1500, riserverà un numero di piazze gratuite per la cura dei pellagrosi del paese, i quali saranno accolti in base a domanda del Municipio accompagnata dalla tabella medica.
  Art. 7. In via eccezionale soltanto, specialmente nella primavera, ed in particolare modo per quei Comuni che hanno acquistato piazze annuali, potranno essere accolti temporaneamente altri pellagrosi oltre il numero delle piazze, compatibilmente però all’adattabilità dei locali e sempre previa domanda alla Presidenza. Per queste, la retta però viene aumentata a Cent. 90 pegli adulti e Cent. 60 pei ragazzi. Invece a quei Comuni i quali acquistassero un numero di piazze non inferiore alle cinque, potrà essere accordata una retta di favore da convenirsi.
  Art. 8. Nella retta stabilita s’intendono comprese tutte le spese di cura, mantenimento e bucato, fatta solo eccezione per quelle di vestimenti, trasporti, ed in caso di morte per seppellimento.
  Art. 9. I pellagrosi devono essere presentati con accompagnatoria del Comune o chi li manda e da tabella medica.
  La direzione farà esaminare i malati dai Medici dell’Ospizio e respingerà quelli che si riscontrassero affetti da pellagra in condizione avanzata incurabile, oppure se còlti da altre forme morbose.
  Art. 10. I curati devono tener sempre contegno docile e morale, assoggettandosi a tutte le discipline dell’Ospizio. Non potranno quindi allontanarsi mai senza il permesso della Direzione. Dovranno osservare l’orario stabilito, e quando le loro forze lo permettano, sentito il voto medico, si presteranno gradualmente ai lavori dell’ortaglia gli uomini ed alle faccende domestiche le donne. Per tale lavoro od occupazione, non potranno essi pretendere compenso alcuno, restando solo in facoltà della Direzione di retribuirli in piccola parte qualora le loro prestazioni siano riuscite di utile all’Ospizio.
  All’entrata nell’Ospizio dovranno essere provveduti dai parenti della necessaria biancheria e vestiario e ciò pure per tutto il tempo della cura. Sarà permesso toro di ricevere la visita dei parenti in tutte le Domeniche in via ordinaria, ed in circostanze eccezionali, previo permesso della Direzione.
  In caso d’insubordinazione, se specialmente grave, e qualora alcuno di essi curati sia col mal esempio d’inciampo al buon ordine interno, la Direzione potrà licenziarlo dall’Ospizio.
   Art. 11. Quelli fra i curati che non pernottano nell’Ospizio, dovranno trovarsi al mattino al suono della campana di apertura per sortire al suono della stessa alla sera, uniformandosi nella giornata a tutte le disposizioni pegli altri curati.
   Dopo trascorsa l’ora d’apertura dell’Ospizio, non si accetteranno per quei giorno i curati che senza giustificazione attendibile si presentassero in ritardo.
   Art. 12. L’orario di apertura e chiusura deii’Ospizio è: Novembre, Dicembre e Gennaio dalle 81/2 ant. alle 41/2 p. Febbrajo. Marzo, Settembre ed Ottobre dalle 8 Otti, alle 5 p. Aprile ed Agosto dalle 7 1/2 ant. alle 5 1/2 pom. Maggio, Giugno e Luglio dalle 7 ani. alte 6 pom.
   Art. 13. Il licenziamento dei curati seguirà sentito il voto del Medico dell’Ospizio, e previo avviso ai Comuni o privati.
   Art. 14. I Comuni hanno facoltà di mandare i loro Medici Condotti nell’Ospizio a prender conoscenza dell’andamento di cura dei loro pellagrosi, dei resultati della cura stessa, e nonché per accordarsi col Medico dell’Ospizio sul loro licenziamento.
   Art. 15. Il cibo da somministrarsi ai curati viene stabilito in accordo dal Presidente, Direttore e Medico. Sarà per tutti eguale in qualità e solo sarà fatta modificazione temporanea per singoli individui, ove le condizioni loro lo reclamassero sempre sul voto del Medico.
   Art. 16. I curati divisi per sesso sono costantemente tenuti separati di locali e piani, in modo da evitare la comunanza loro.
   Mogliano-Veneto lì 15 Marzo 1884 PEL CONSIGLIO DIRETTIVO
   Il Presidente Ing. COSTANTE GRIS
Doc. 7 – Regolamento interno per gli ospiti del Pellagrosario (1884 circa)
   (Fonte: G. Strambio, La Pellagra … cit., p. 727)
 Art. 1. E’ proibita qualunque comunanza fra i ricoverati di sesso differente, sia nei piani dei dormitoi, che nei refettoi e stanze al terreno dell’Ospizio.
   Art. 2. E’ proibito nell’interno dell’Ospizio qualunque ricreazione clamorosa, dovendo aver luogo nei cortili e porticati esterni nelle ore stabilite.
   Art. 3. Tutti i ricoverati devono uniformarsi all’orario, regolato dal suono della campana dell’Ospizio.
   Art. 4. Nelle ore di lavoro gli uomini, quando le loro forze lo permettano, dovranno prestarsi a quelle mansioni, che saranno loro indicate dall’attendente, e le donne e ragazze a quei lavori, che saranno loro assegnati dalla Direttrice.
   In determinate ore del giorno potranno tanto gli uomini che le donne prestarsi a lavorare per loro conto.
   Art. 5. E’ proibito a tutti i ricoverati di usare nell’Ospizio di zoccoli con chiodi di ferro.
   Art. 6. Qualsiasi lagno sui cibi od altro dovrà dai ricoverati esser fatto alla Direzione.
   Art. 7. E’ proibito a tutti i ricoverati di esportare dall’Ospizio o donare altrui la minima parte degli alimenti loro somministrati.
   Art. 8. Al mattino tutti i ricoverati dovranno recitare la preghiera speciale del-l’Ospizio.
   Art. 9. Non potranno allontanarsi dall’Ospizio senza il permesso della Direzione.
   Doc. 8 – Norme per l’acquisto di piazze nella sezione casa di ricovero (fine ottocento).
   (Fonte: A.I.G., B 1)
   1 — Le piazze sono di due specie: Vitalizie e perpetue.
   a) Le vitalizie si acquistano mediante versamento antecipato di L. 100.- per un’azione e con l’obbligo di pagare all’istituto la retta trimestrale stabilita al momento di un ricoverato fino alla sua morte.
   b) Le perpetue si acquistano col versamento una volta tanto di un capitale io denaro o rendita pubblica, fruttante l’interesse annuo netto corrispondente all’importo dozzine di un anno, valutato sulla retta in vigore al momento dell’acquisto della piazza.
   2 — Le piazze possono essere acquistate da Comuni, Corpi Morali e da Privati. I Comuni e Corpi Morali dovranno produrre regolare deliberazione del Consiglio approvata dalla Giunta Provinciale Amministrativa. I Privati dovranno offrire solide garanzie e firmare apposita convenzione. Coll’acquisto di una sola azione da L. 100.- i Comuni e Corpi Morali restano investiti del diritto di far ricoverare anche in avvenire uno o più vecchi se vi saranno piazze disponibili. Per i privati invece le piazze non possono essere accordate che una per azione.
   3 — La retta giornaliera viene ora stabilita a L. 1.10 pagabile a trimestre posticipato, riservandosi la Presidenza dell’istituto di portarvi quelle varianti in relazione al costo delle derrate alimentari. Per ciascun ricoverato però resterà fissa la retta convenuta all’epoca d’ingresso.
   4 — Le piazze sono destinate per vecchi d’ambo i sessi appartenenti ai Comuni rurali del Regno non malati, né in condizioni da richiedere speciale trattamento ed assistenza. In via d’eccezione potranno essere accolti anche richiedenti speciale trattamento od assistenza, ma con retta speciale da convenirsi prima colla Presidenza.
   5 — Ai ricoverati sarà fornito vitto, alloggio, vesti, assistenza, medicinali.
 L’Istituto provvederà anche a proprio carico alle spese di funerale e di seppellimento.
   6 — Per l’accettazione dei vecchi deve essere fatta alla Presidenza dell’istituto domanda scritta corredata dall’atto di nascita, attestato medico e certificato di buona condotta. La Presidenza, esaminati i documenti e sentito il voto del Direttore Sanitario, si pronuncia sulla domanda e nel caso di accettazione invita il Corpo Morale a produrre la deliberazione di cui è cenno all’art. 2 e pei Privati a firmare regolare convenzione.
   7 — L’invio di vecchi alla Casa di Ricovero viene fatta a cura e spese dei mittenti.
   8 — La Presidenza in casi eccezionali nei quali qualche ricoverato venga riconosciuto inadatto all’istituto od indisciplinato con danno morale dell’ambiente, si riserva il diritto di licenziamento dopo esperite tutte le pratiche benevoli verso il ricoverato stesso. In tali casi però e pure nel caso in cui un ricoverato sera concordamento colla Presidenza abbandoni la Casa Ricovero, non potrà aver luogo ulteriore accoglimento.
 Il Presidente
 Ing. C. GRIS
Doc. 9 – Lo statuto dell’istituto Pio Patronato pellagrosi (1890)
UMBERTO I per grazia di Dio e per volontà della Nazione RE D’ITALIA
  Sulla proposta del Nostro ministro segretario di Stato per gli affari dell’interno presidente del consiglio dei ministri.
VISTA la domanda presentata dal presidente dell’istituto Pio Patronato pei pellagrosi e Casa di Ricovero in Mogliano Veneto per ottenere l’erezione in Ente morale dellistituto stesso e l’approvazione del relativo Statuto organico.
  VISTI gli altri atti dai quali risulta che i mezzi di cui dispone l’istituto suddetto sono sufficienti a garantirne l’esistenza, verificandosi già nel suo stato patrimoniale una eccedenza attiva di Lire 43.996,34, e sussistendo fra le altre disposizioni a suo favore il legato Astori per una piazza perenne gratuita a beneficio di un vecchio del Comune di Mogliano.
  VISTA la deliberazione del 23 Settembre 1889 con la quale la Giunta Provinciale di Treviso ha espresso parere favorevole all’esaudimento della detta domanda.
  VISTA la legge 3 Agosto 1862 n. 753.
  UDITO il parere del consiglio di Stato
  Abbiamo decretato e decretiamo;
  Art. 1 – L’Istituto Pio Patronato pei pellagrosi e Casa di Ricovero in Mogliano Veneto è eretto in ente morale.
  Art. 2 – E’ approvato lo Statuto organico del Pio Luogo composto di 32 articoli che sarà visto e sottoposto d’ordine Nostro dal Nostro ministro proponente.
  Ordiniamo che il presente decreto, munito del Sigillo dello Stato, sia inserito nella raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti del Regno d’Italia, mandando a chiunque spetti di osservarlo e farlo osservare.
  Dato a Roma addì 12 Giugno 1890
 Firmato UMBERTO
  Contro segnato CRISPI
STATUTO ORGANICO Dell’Istituto Pio PATRONATO PEI PELLAGROSI E CASA DI RICOVERO in MOGLIANO VENETO
Origine, scopo, mezzi
  I – L’Istituto venne fondato nel 1880 (sic) ad opera privata dell’Ing. Costante Gris e mediante associazione e cooperazione di privati, Comuni e Corpi Morali.
  II – Ha per iscopo la cura dei malati ed alienati per pellagra ed il Ricovero dei vecchi ed impotenti dei Comuni rurali di condizione agricoltori, destinandovi le sezioni separate fra loro, ma costituenti un solo tutto morale ed amministrativo.
  a) PELLAGROSARIO – destinato alla cura dei pellagrosi nei primi stadi;
  b) MANICOMIO – sezione destinata per pellagrosi alienati;
  c) CASA DI RICOVERO – sezione destinata ad accogliere i vecchi ed impotenti al lavoro dei Comuni rurali.
  IlI – A tale scopo l’istituto provvede mediante:
  a) appositi fabbricati acquistati e costruiti a nuovo e terreni sottoposti, ed ogni             accessorio stabile e mobile già adibito alle varie sezioni e tutto ciò costituente il patrimonio dell’istituto;
             b) con le rette che vengono pagate dai Comuni, altri corpi monti e privali per la cura dei pellagrosi e ricovero vecchi dei Comuni e privati; e dalle Province peggi alienati;
            c) con oblazioni e legati di beneficenza.
  Commissione Amministrativa
            IV – La rappresentanza e direzione dell’istituto e sua amministrazione vengono affidate ad una Commissione composta di quattro membri ed un presidente
            V – II presidente viene nominato dal Consiglio comunale di Mogliano od suo seno ed anche fuori di esso, e col concorso di non meno di due terzi dei consacri assegnati al Comune.
             I membri vengono eletti, uno dalla Provincia di Venezia, uno dalla Provincia di Treviso, uno dal Consiglio comunale di uno dei Comuni che più largamente seno ad approfittare dell’istituto, ed il quarto si ritiene costantemente il presidente della Congregazione di carità di Mogliano Veneto.
             Il presidente dura in carica quattro anni e potrà essere riconfermato, i membri durano in carica due anni e vengono rinnovati per metà in seguito ad estrazione dopo il primo biennio e quindi nei bienni successivi per anzianità. Possono essere riconfermati.
            VI – Qualora alcun’altra Provincia convenisse in accordo per un numero di piazze nella Sezione Manicomio sarà essa pure rappresentata da un membro della Giunta amministrativa, che per tal modo verrà ad aumentarsi.
            VII – Nel caso di impedimento del presidente viene esso surrogato dal membro della Commissione che sarà da lui designato, ed in mancanza dall’anziano.
           VIII – La Commissione si raccoglie di regola due volte all’anno — in Marzo ed in Novembre — ed ogni qualvolta venga convocata dal presidente e sta richiesta (da due membri.
            Nelle sedute ordinarie esamina ed approva il conto preventivo e consuntivo, ed in queste e nelle straordinarie tratta gli affari tutti pei quali occorre prendere una deliberazione.
             IX – Per la validità delle deliberazioni occorre oltre il presidente o chi per esse l’intervento di altri due membri, e che ottengano la maggioranza assoluta da voti, ritenendo decisivo quello del presidente in caso di parità.
            X – Per altre formalità sono da osservarsi le norme della legge comunale e provinciale.
           XI – Spetta alla Commissione:
             a) deliberare in tutti gli atti e contratti interessanti l’istituto;
            b) provvedere a termini di legge al regolare andamento della propria gestione.
            c) nominare, sospendere e revocare gli impiegati.
           XII – Non si ritengono esecutorie le deliberazioni soggette all’approvazione dell’autorità tutoria, se non quando sia quella impartita, e ciò sono responsabilità degli amministratori.
          XIII – Ove malgrado la convocazione della Commissione non passa 4W luogo, per divergenza di vedute fra i membri e per qualsia» causa, alcuna deliberazione, il presidente ne informa l’autorità superiore pei provvedimenti del caso.
            XIV – La Commissione tiene il suo ufficio nella sede dell’istituto di Mogliano Veneto.
           XV – Il presidente convoca la Commissione, presiede e regola le adunanze, cura l’eseguimento delle deliberazioni, dirige la Segreteria, provvede all’osservanza delle leggi, regolamenti ed istruzioni superiori, al pagamento delle spese deliberate in appositi mandati, provvede pure a provviste alimentari d’ogni genere in via economica, se autorizzate dalla Commisione, ed anche dall’autorità tutoria per importi superiori a lire 500.- Rappresenta in giudizio l’istituto, stipula a nome di esso contratti. In caso d’urgenza prende tutte le misure conservative necessarie, benché riservate all’intera Commissione, coll’obbligo di riferire ad essa nella prima adunanza. Può anche delegare speciali servizi ai singoli membri della Commissione.
Del Segretario
 XVI – La Commissione elegge un segretario con gli attributi stabiliti nel regolamento interno. Esso dovrà prestarsi all’esatta osservanza degli obblighi relativi sotto la dipendenza del presidente.
Cassiere
 XVII – Dalla stessa Commissione viene eletto un Cassiere, il quale dovrà dare idonea cauzione.
Del pellagrosario
 XVIII – In esso sono accolti tutti i pellagrosi d’ambo i sessi nei primi stadi, inviati in cura di qualunque Comune, corpo morale o privato verso il pagamento della retta e colle norme fissate dal regolamento.
Della sezione manicomio
 XIX – In questo vengono accolti pellagrosi alienati innocui, ed in via eccezionale di qualunque altra forma maniaca, ed inviati dalle Provincie, colla retta e norme determinate dal regolamento stesso e speciali accordi.
Della casa di ricovero
 XX – In questa vengono accolti vecchi d’ambo i sessi ovvero impotenti al lavoro di condizione agricoltori, provenienti da qualunque Comune rurale.
 Le piazze sono di due specie vitalizie e perpetue, e possono essere acquistate dal Governo, Comuni, Corpi morali e Privati. Le vitalizie si acquistano mediante l’obbligo del pagamento della retta stabilita all’ingresso di un ricoverato fino alla sua morte. Le perpetue mediante la costituzione di un capitale fruttifero l’annua rendita corrispondente all’importo di un anno della retta fissata al momento dell’accoglimento.
 Tutto ciò colle norme di apposito regolamento. A cura dell’esecutore testamentario signor Candiani Dr. Carlo venne già istituita dall’eredità Astori una piazza perenne, mediante la consegna di un titolo di rendita di L. 250 annue al portatore, che sarà convertito in titolo nominativo a nome dello Istituto eretto in Ente morale.
 XXI – Qualora dovesse cessare per qualsiasi motivo l’uso e destinazione delle altre sezioni al primo scopo originario dell’istituto, ossia alla cura dei pellagrosi, in questo caso non tenuto conto alcuno dell’eccezione sull’accoglimento di maniaci non pellagrosi di cui all’art. 19, tutti i mezzi di cui dispone l’istituto saranno devoluti alla Casa di Ricovero a beneficio delle classi rurali.
Personale interno
 XXII – La direzione interna, vigilanza, cura, assistenza e custodia ai malati e vecchi a tutte le sezioni viene affidata ad alcune suore di una Associazione religiosa autorizzata per legge ed in numero quale sarà determinato dalia Commissione a seconda del bisogno.
  Una di esse assumerà il nome di superiora le altre di sorelle.
  XXIII – Le norme pel disimpegno e distribuzione delle loro attribuzioni vengono determinate da apposito regolamento interno.
  XXIV – La pianta degli impiegati e salariati viene stabilita nel modo seguente, quale corrisponde alle condizioni attuali e prevedibili dell’istituto.
  I – Segretario con stipendio annuo di Lire 750.-
  II – Cassiere con stipendio annuo di Lire 250.-
  III – Attendente all’azienda agricola con vitto, alloggio e stipendio annuo dì Lire 300.-
  IV – Fornaio con vitto alloggio e stipendio di Lire 240.-
  V – Una cuoca con vitto alloggio e stipendio di Lire 180.-
  VI – Una serva con vitto alloggio e stipendio di Lire 120.-
  VII – Capo mandria con vitto alloggio e stipendio di Lire 180.
  Ritenuto che lo stipendio delle suore sia fissato a seconda dei regolamenti dell’ordine religioso scelto.
  XXV – Il servizio medico viene fatto ordinariamente dai medici comunali di Mogliano. Quello particolare alla Sezione alienati da un medico specialista, retribuito dalle Provincie interessate.
  I medici comunali saranno retribuiti a visita nella misura di Lire 2.00 (due) per ogni visita fatta all’una ed all’altra delle Sezioni separate, e Lire 3.00 (tre) per ogni visita cumulativa alle Sezioni stesse.
  XXVII – L’assistenza spirituale dei ricoverati verrà affidata ad un sacerdote eletto dalla Commissione e preferibilmente fra il clero di Mogliano.
  Ad esso sarà pure affidato il culto dell’oratorio annesso all’istituto e dò tutto verso quell’emolumento e norme determinate nel regolamento.
                            Disposizioni generali transitorie
  XXVIII – E’ demandato alla Commissione di introdurre nei regolamenti interni tutte quelle modificazioni che fossero richieste dal bisogno e suggente dall’esperienza salvo l’approvazione di legge.
  XXIX – Il presente statuto andrà in vigore dopo ottenuta la suprema approvazione ed eretto l’istituto ad ente morale con la riserva di cui all’an. 32.
  XXX – Esso potrà venire modificato a maggioranza assoluta di voti e soltanto col concorso di tutti i membri della Commissione, salvo sempre le disposizioni di legge e quelle vitali di fondazione.
  XXXI – I beni immobili attualmente intestati al fondatore passeranno tosto a Ditta dell’ente morale costituito.
  XXXII – Viene poi espressamente riservato alla persona del presidente attuale/fondatore Gris Costante il diritto di tenere personalmente, e fino a che lo creda, sua vita durante la direzione ed amministrazione dell’istituto con dispensa dalle formalità di legge, ma assistito da una Commissione eletta come è stabilito nello statuto, ed aumentata di due membri scelti da esso fondatore fra i suoi cooperatori.
                                                               Visto d’ordine di SM il ministro
CRISPI
    Doc. 10 – Circolare agli onorevoli Consiglieri Comunali di Mogliano Veneto (Fonte: AJ. G., B 3)
    Essendosi in Consiglio Comunale da uno dei Consiglieri asserito che questo Istituto non porta vantaggi economici al paese né agli esercenti, a meglio illuminare il Consiglio (dispiacente di non aver potuto assistere all’adunanza) di fronte a quella gratuita asserzione, notizio nel seguente prospetto tutte le somme spese dall’istituto nel decennio ultimo nel paese di Mogliano:
    In medicinali dal Sig. Centelli Attilio L. 21995.—
    In istoffe, lingerie e vetrerie dal Sig. Ceselin Gualtiero L. 15546.93 In materiali laterizi dal Sig. Della Giovanna Dionigi L. 30030.21 In sale, tabacco ecc. dai Sigg. Milani Giuseppe e Bonaventura Fratelli L. 10861.—
    In lavori di fabbro, meccanico e bandaio, carradore e calderaio dai Sigg. Benvegnù, Foffano, Ceschel, Vanin, Scaramuzza, Valongo, Giubilato Melchiorri, Ballotta e Feschiutta L. 25836.36 In trasporti e noli da Vendramin Giacomo e Longo Luigi e ferrature cavalli e bovi dal Sig. Callegari e Ceschel L. 1767.10 In latte dai coloni del Barone Bianchi L. 9063.30 In macine dal mugnaio Sig. Berizzi L. 3680.24 In mano d’opera muratori, falegnami operai L. 73406.03 In macelleria nel quinquennio dal 1895 al 1899 dai Sigg. Fratelli Tonolo L. 42244.81
    (Notasi che dal 1899 l’istituto istituì un macello proprio acquistando animali a mezzo del fornitore qui in Comune Sig. Sante SandriperL. 102767.-con progressivo aumento, arrivando nel 1904 ad oltre L. 24000).
    E ciò quanto agli esercenti, artisti, operai.
    Quanto poi ad altri benefici che vengono al Comune, senza Accennare a quello secondario del personale stipendiato di assistenza sanitaria e di amministrazione; senza dire d’una scuola tenuta per 3 anni, togliendo d’imbarazzo il comune, per il solo stipendio di L. 600 alla maestra, senza dire di apparati elettrici, docce, bagni, tante volte messi a disposizione dei Comunisti; senza dire del collocamento in casi disperati d’urgenza di ragazzi ricoverati gratuitamente e di infermi con retta modica in confronto dell’Ospitale, accenno a quello più importante del dazio pagato che progredendo arriva solo nel corrente anno a quasi L. 2000, ed all’altro del mantenimento di vecchi del Comune a retta ridotta da cent. 75 a cent. 50, che portò fino ad ora un beneficio al Comune, in confronto degli altri, di ben L. 12,375.00 di fronte a L. 2000 avute dalla Congregazione di Carità (oltre ad altri 3 vecchi nelle piazze private e due mantenuti gratuitamente dall’istituto).
    Da quel Consigliere, come da ogni altro, potranno essere controllati tutti i dati qui esposti presso la Ragioneria di questo Istituto.
 Quanto poi a tutto il resto che fu detto in quella adunanza in mia assenza ed all’ordine del giorno approvato, dippoiché il Comune di Mogliano non vuole riconoscere i tanti vantaggi materiali dell’istituto e non pure quello morale di un Istituto il quale apre le braccia al ricovero di tanti poveri vecchi abbandonati dai Comuni limitrofi, che non hanno modo di ricoverarli; e nega ad essi la sepoltura o vuol farsi pagare (dopo anche vari anni di degenza qui in Comune) dichiaro che l’istituto provvederà a sensi di legge come vuole il Consiglio.
 Mogliano Veneto, 7 novembre 1905
                                                                     Il Presidente  Gris
* Notasi che nel 18% il cimitero fu ampliato per mq. 1284.44 ossia per 1/3 di quanto basta pei vecchi morti fuori Comune e che l’istituto ha concorso con oltre l/3 della spesa in denaro e materiale, in modo che la sepoltura sarebbe quasi anche già pagata in pane.
  Doc. 11 – Il commiato di Costante Gris
   (Fonte: documento conservato dagli eredi di Pavan Gildo)
   “Al Segretario del Pellagrosario Pavan Gildo,
   perché ne dia notizia e copia alla Rev.ma Superiora ed agli impiegati d’ufficio ed al personale tutto e ai medici.
   Nel pensiero di dover lasciare e forse presto l’amato Istituto al quale ho data tanta parte della mia attività e del mio cuore sento il bisogno e dovere di una parola a quanti cooperarono con me e mi furono prodighi di stima ed affetto. Ringrazio la Superiora e le buone suore e ad esse tutte raccomando di continuare eguale l’amore e la fede ed il lavoro nella Opera Santa ed ammirevole di carità sempre da Esse prodigata a tanti infelici qui accolti e la cooperazione al bene anche materiale dell’istituto.
   E particolarmente ricordo con vera emozione il Segretario Pavan il quale fu sempre a mio lato per tanti anni sempre laborioso rispettoso obbediente e vivamente a me affezionato. A lui pure raccomando di continuare e più ancora se fosse possibile senza di me l’opera nell’amato Istituto nostro. E pure ringrazio i colleghi di amministrazione pella benevola cooperazione a me prestata, particolarmente il Comm. Pazienti, coll’intervento nelle nostre adunanze.
   Ringrazio tutto il personale d’ufficio e ad esso raccomando di continuare nell’opera diligente, volenterosa, assidua, affettuosa. Ringrazio e molto i medici i quali con vera cordialità prestarono continua ed utile prova.
   E finalmente mando il mio saluto a tutto il personale secondario e a capo di esso nell’azienda agricola l’attivo agente agricolo e benemerito. Un saluto agli infermieri tutti. A tutti ripeto: amate l’istituto adempiete sempre il vostro dovere volonterosi e ricordatevi di me.
Costante Gris
11-6-1923

Teoria e storia del servizio sociale

Il servizio sociale è un residuo del sistema capitalista perché interviene in favore solo di alcune categorie di individui, in particolare, secondo quanto scritto da Adam Smith le politiche pubbliche avrebbero dovuto garantire i servizi di sicurezza, giustizia e lavori pubblici. Invece secondo Herbert Spencer il benessere si aggrappa alla possibilità di taluni individui di raggiungere livelli più alti in quanto non esistono solo livelli di benessere diversi quanto piuttosto livelli inferiori e superiori: è la logica più tragica del capitalismo che porterà il mondo alla Grande depressione del ’29.

Il servizio sociale denota delle peculiarità diverse per ogni paese nel quale si è sviluppato, ma senza dubbio il mondo anglosassone ha condizionato più degli altri i modelli di servizio sociale, specialmente dopo l’ultimo conflitto mondiale. Le motivazioni di tale successo risalgono all’epoca vittoriana sulla base dell’utilitarismo e del darwinismo secondo i quali «il benessere sociale si sarebbe potuto raggiungere solo tramite quello individuale» (p. 63) conferendo ampi margini di libertà all’iniziativa privata (laisser faire) e lasciando allo Stato la possibilità di intervenire «solo in dati casi» (p. 64).

Laddove non c’era molta sperequazione tra le classi, il nubilato era un’ottima occasione per iniziare un esperienza di volontariato magari in un quartiere popolare di una grande metropoli dove Octavia Hill e Denison Maurice iniziarono ad allestire spazi urbani adibiti al verde pubblico per favorire la socializzazione (1865). In Francia, invece, la Comune di Parigi (1870) destò la preoccupazione dei ceti borghesi inglesi impressionati dall’avanzare del proletariato che avrebbe potuto nuocere i loro interessi. Contemporaneamente al movimento massimalista, però, si sviluppò anche un socialismo riformista impegnato a costruire dei servizi sociali alternativi alla Chiesa (cartisti, socio-cristiani, Commons society, trade unions, etc.) mentre in Italia raccoglievano proseliti Don Bosco e Cesare Correnti.

Non tutti i movimenti nacquero contemporaneamente né in maniera ordinata, ad es. i socialisti cristiani sorsero nel 1848 dopo il fallimento del cartismo che si era ritirato nella cooperazione e sulla scia dei frangenti rivoluzionari del ’48. L’esperienza, infatti, aveva dimostrato che non poteva esistere un’assistenza fondata solo sulla proclamazione dei diritti senza, dunque, un sistema di servizi organizzati sul territorio in base ad operatori qualificati. D’altro canto il proliferare di servizi avrebbe richiesto al più presto una legislazione di tutela e di controllo di tali enti. Solo a Londra nel 1869 c’erano circa 640 istituzioni caritative, da qui sorse la necessità di un coordinamento delle attività di assistenza. Ma fu una vera riforma, o dietro la maschera dei buoni propositi si nascondeva il cinismo del controllo sociale?

Oltreoceano c’erano dei servizi che si erano organizzati già da molto tempo prima. In riferimento all’edilizia popolare, «gli ebrei avevano creato una sorta di organizzazione parallela e alternativa a quella delle poor law» (p. 72). Le origini del servizio sociale ebraico risalgono ai primi stanziamenti degli emigranti ebrei negli Stati Uniti d’America nel XIX secolo favorito dalle persecuzioni religiose avviate in Europa e in Asia, specialmente in Russia (Pogrom). A seguito di ciò, gli stessi ebrei crearono degli uffici di assistenza con il compito di accogliere i nuovi giunti e di provvedere loro le prime necessità della vita. Oltre alle sedi locali vi era un consiglio a livello superiore che coordinava l’attività su almeno cinque città. Al 1940 si contavano 84 uffici che offrivano assistenza a 6286 persone per un totale di ”budjet” di circa due milioni di dollari. La prima Conferenza nazionale di servizio sociale ebraico fu stabilita a Boston nel 1895 e nel 1936 se ne tenne una di tipo Internazionale a Londra. Il servizio sociale ebraico dimostra come potesse svilupparsi un’assistenza intesa come “servizio” pur in assenza di una legislazione sociale americana in favore degli immigrati.

Il problema delle istituzioni pubbliche, a questo punto fu di capire quali fossero i reali bisogni della popolazione. A tal proposito un gruppo di filantropi (Charles Booth, Edwin Chadwik, Beatrice Webb) iniziò ad effettuare dei sondaggi sulla popolazione i quali risultati furono pubblicati nel celebre “Rapporto della commissione Bentham” nel 1834 in base al quale circa un terzo dei residenti di Londra vivevano al di sotto della soglia della povertà. In Inghilterra erano state introdotte già le poor law basate su un sistema di legislazione sociale pubblica che affidava alle parrocchie il compito di organizzare l’assistenza agendo in autonomia seppur in base ai controlli della Commissione Reale.

Al contrario in America il controllo fu affidato ad un’associazione privata la “Charitable Organising Society for Relief and Repressing Mendicity” (COS) che nominava e stipendiava un agent per ogni distretto. Sulle origini di tale associazione aleggiano molti misteri (pp. 75-76), es. il COS si diede da fare fin da subito per organizzare un servizio di ricerca e formazione di propri allievi? Grazie all’apporto di una banca dati custodita presso la sede centrale e dell’esperienza di docenza del “Department of Social Science and Administration” presso la “London School”, fu possibile sviluppare delle procedure ben precise di intervento sul “case work” (p. 75).

Un primo quesito riguarda l’etica di riferimento giacché nutrivano una certa sfiducia nell’ambiente sociale ritenuto «immodificabile» (p. 77) attribuendo la responsabilità del successo o del fallimento dell’assistenza interamente all’individuo tanto da comportare delle distinzioni tra “povero meritevole” ed “abile povero” e di organizzare l’assistenza in base a giudizi di valore sul comportamento più che sulla sua effettiva capacità di gestire il proprio reddito. L’incapacità poteva derivare anche da cause selettive, tanto che persino gli invalidi e gli handicappati erano privati dell’assistenza in quanto ritenuti incapaci di raggiungere un beneficio permanente (p. 81).

Un altro quesito riguardava i rapporti con gli enti pubblici giacché si riteneva che lo Stato dovesse avere una funzione puramente residuale nell’assistenza: alla COS sarebbe spettato il compito di assistere il povero meritevole, mentre l’abile povero sarebbe rimasto vincolato nelle strutture coercitive dello Stato in quanto, data la natura irrecuperabile dell’individuo, solo la minaccia della sanzione avrebbe potuto avere un esito deterrente verso la popolazione (prevenzione generale). Ciò indusse il Governo ad optare per politiche repressive piuttosto che per quelle preventive, anche in accordo con le teorie criminologiche che iniziarono a diffondersi dall’Italia.

In un certo senso le COS nascono come entità complementare al servizio ebraico ma in un certo senso ne segue le sorti perché non possono accettare che i propri utenti siano assistiti da altre organizzazioni specialmente in riferimento a Chiese concorrenti. In realtà, le COS non ebbero quasi mai una vera e propria supremazia a causa dell’impossibilità di intervenire con autorità nei conflitti e nelle rivalità che sorgevano tra gli enti privati. Ciò indusse loro ad intervenire ancora una volta sul piano della formazione istituendo una scuola che uniformasse tutte le conoscenze secondo principi laici e democratici. Ne furono create a New York (1899) ed Amsterdam (1900).

Purtroppo queste scuole, sebbene abbiano assorbito e diffuso la scienza positiva imperante, hanno anche ereditato tutti i mali dell’epoca finendo per considerare l’assistente sociale come colui che doveva solo prendere atto della situazione dell’utente senza mobilitare le risorse che avrebbero potuto affrontare il bisogno, occorreva cioè che tutta la comunità si facesse carico dei bisogni delle categorie svantaggiate (p. 88). Ciò dimostrava ancora una volta che non poteva esistere un servizio sociale, sebbene ben organizzato, senza un sostegno adeguato di legislazione sociale, il che fu realizzato in Europa a partire dagli anni ’20.

In Europa all’inizio del XX secolo si svilupparono dei servizi finalizzati al recupero della devianza: in Inghilterra grazie alla Toynbee Hall, in America grazie alla Hull House e in Italia grazie ai Patronati per i liberati dal carcere. In Italia in particolare nasceva il servizio sociale penitenziario, grazie alla criminologia scienza schiettamente italiana, basato sull’osservazione del condannato piuttosto che sugli arbitri dell’amministrazione penitenziaria. Fin dall’introduzione del Codice Zanardelli erano stati previsti degli organi di coordinamento, i Consigli di Patronato, con competenze di rieducazione dei carcerati e di assistenza ai liberati ai quali erano preposti funzionari pubblici e privati.

Più tardi nel 1896 furono previsti organi di coordinamento e di controllo anche negli altri settori di assistenza sociale grazie alla legge sulle Ipab, mentre l’uniformità delle scuole fu possibile avviare solo dopo la Grande Guerra che ebbe conseguenze drammatiche sulla situazione economica, politica e sociale d’Italia: «la guerra servì alla psichiatria ad essere accettata» (p. 109) in quanto sia durante che dopo emersero nei confronti dei soldati che avevano combattuto al fronte tutte le sindromi tipiche della vita militare; anche in Italia, infatti, la prima associazione di assistenza sociale nacque in seno alla medicina.

Non sappiamo se la Mildford Conference fu indetta in risposta, o semplicemente ignorando, la Conferenza di Parigi che si svolse nel medesimo periodo (1928), però già a Mildford emerse una terminologia molto diversa da quella continentale: le citazioni sul “cliente” piuttosto che sull“utente”, sul “servizio” piuttosto che sull’assistenza, sulla psicologia piuttosto che sul diritto, etc. In particolare con la psicologia si tendeva a spiegare i comportamenti devianti in base a condizioni esterne mentre in Europa si dava più credito alla legislazione ed alla biologia. In Italia, in particolare, si sperimentò con successo la psicotecnica.

Dopo il ’29 in America, che più degli altri paesi subì gli effetti della crisi, si ebbe una scissione in seno all’ambiente del servizio sociale tra scuola diagnostica (Mary Richmond, Zilpha Drew Smith, Porter Raymond Lee) che enfatizzava il ruolo dell’infanzia come causa determinante delle disfunzioni individuali e tra quella funzionale (Jessie Taft, Virginia Robinson) secondo la quale occorreva intervenire a livello strutturale per risolvere i problemi in quanto il processo di aiuto non dipendeva tanto dai traumi inelaborati quanto a problemi contingenti dettati dall’impossibilità di raggiungere il proprio benessere.

Un’altra differenza tra le due scuole era che per i funzionalisti assumeva molta importanza il ruolo del “servizio” rispetto all’assistente. Grazie anche al ruolo delle scuole, alla fine prevalse il modello funzionalista che nel secondo dopoguerra si diffuse anche in Europa grazie ai programmi di ricostruzione dell’ONU da dove provenne l’evoluzione del Case Work in Group Work negli anni ’60 e in Community Work negli anni ’70. Ad un periodo di intenso sviluppo, tuttavia ne seguì uno di crisi e di progressivo decadimento culminato negli anni ’90 con il crollo del Muro di Berlino e la fine della divisione del mondo in due blocchi ideologici.

Il limite del modello funzionale, infatti, era stato di enfatizzare la burocrazia nel servizio sociale come avevano fatto del resto molti paesi basati sul socialismo reale. In tal modo i paesi occidentali furono costretti ad adottare delle politiche di contenimento finanziario e di decentramento amministrativo. In Italia, in particolare, i centri sociali si trasformarono in covi per spacciatori e clandestini. Quale futuro della legislazione e del servizio sociale? Gli sviluppi del Welfare Mix lasciano immaginare un’espansione della sfera privata a discapito di quella pubblica con l’offerta di servizi professionali a pagamento o comunque in convenzione con la pubblica amministrazione, tuttavia il fallimento delle politiche monetarie comunitarie e la strategia di alcuni stati (Grecia, Islanda) fanno pensare ad un ritorno al passato verso cioè politiche pubbliche assistenzialiste.

Bibliografia

Bortoli B, Teoria e storia del servizio sociale, NIS, Roma, 1997.