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Le origini del servizio sociale internazionale

Webinar organizzato dalla Fondazione Bruno Kessler di Trento nell’ambito del ciclo di seminari “Storia in costruzione”.

Interviene Francesca Piana, assegnista alla Scuola normale di Pisa e docente di Storia delle relazioni internazionali dell’Università di Ginevra, che discute una relazione sull’attività dell’International migration service in Italia. Si presentano qui i risultati di una ricerca che usciranno a breve nel volume intitolato “The Global Governance of Refugee Protection. Forced Diplacements and Humanitarian Aid after WWI” scritto sulla base dell’International migration service creato nel 1924 da un gruppo di assistenti sociali diplomate a Londra e New York con lo scopo di riunire le famiglie separate dalle migrazioni e di studiare le conseguenze di questo fenomeno sulla famiglia e sulla società. È una storia di donne che alla fine della prima guerra mondiale decidono di dare il proprio contributo per una vocazione globale. L’Ims aveva base a Ginevra e si basava su una serie di filiali distribuite per l’Europa che potevano carpire informazioni sui migranti. Il metodo era basato sul casework che fu sviluppato negli Stati Uniti all’interno del movimento riformista e del Settlement, che era considerato un metodo affidabile per l’epoca. L’Ims nl 1932 creò una filiale in Italia per la riunificazione delle famiglie italo-americane, prigionieri di guerra, civili dispersi per cause varie. Le ipotesi sono: come l’Ims ha soddisfatto i bisogni dei migranti? Quali stereotipi sulla marginalità sociale? Quali collaborazioni col Regime Fascista? Per quanto riguarda la storiografia dobbiamo cercare nei seguenti campi di ricerca: welfare, assistenza sociale e migrazione dove troviamo i seguenti autori: Heide Fehrenbach ha scritto il capitolo “From Aid to Intimacy: The Humanitarian Origins and Media Culture of International Adoption” in “Dilemmas of Humanitarian Aid in the Twentieth Century” di Johannes Paulmann e “Children as Casework: The Problem of Migrating and Refugee Children in the Era of World War.” In “Handbook on Migration and Childhood” di Jacqueline Bhabha, Daniel Senovilla Hernandez e Jyothi Kanics; Pamela Ballinger ha pubblicato “The World Refugees Made: Decolonization and the Foundation of Postwar Italy”; Rita Cutini ha scritto “Promuovere la democrazia: storia degli assistenti sociali nell’Italia del secondo dopoguerra (1944-1960)”; Stefano Gallo ha analizzato le migrazioni interne “Il Commissariato per le migrazioni e la colonizzazione interna (1930-1940). Per una storia della politica migratoria del fascismo”. Ulteriori fonti sono gli archivi della Croce Rossa Internazionale, agli archivi dell’International social service di Ginevra, gli archivi dell’International organization of labour, l’Archivio centrale dello Stato in Roma, gli archivi privati della famiglia Dallolio, interviste di storia orale. Agli inizi del 2000 l’Ims è andata in bancarotta e non è stata trovata alcuna documentazione. I movimenti riformisti americani all’inizio del secolo si interessano della protezione delle donne che effettuano lunghi viaggi all’estero per lavoro. Per tali motivi la World christian association crea l’Ims ma il governo americano decide di limitare fortemente l’immigrazione adottando i passaporti che diventarono obbligatori. Nel 1924 la sezione Ims diventa indipendente con una struttura speculare con un comitato internazionale e un comitato esecutivo su questioni finanziarie. Dal 1924 al 1932 l’Ims non ha una sede italiana ma è diffusa in Europa e negli Sua insieme ad altre organizzazione americane che si occupano di casi di diserzione, di rimpatrio, di recupero dei documenti, di naturalizzazione e di divorzio. Durante questo periodo la sede americana dell’Ims viene contattata per fare delle ricerche in Italia. Le assistenti sociali americane dell’Ims erano però costrette a tradurre prima le richieste e la corrispondenza dall’italiano all’inglese e poi dovevano riferire coi corrispondenti italiani al fine di carpire le necessarie informazioni per il lavoro sul caso. Nelle relazioni il migrante è visto come una vittima, culturalmente svantaggiata e proveniente da un contesto problematico. Si presenta il caso di un uomo italiano considerato mentalmente instabile residente negli Usa da venti anni a cui si chiede di ritornare in Italia. La National catholic welfare conference si propone di contattare la famiglia rimasta in Italia per capire come coprire le spese di viaggio. Molto spesso le famiglie di origine si rifiutavano di accogliere il proprio caro e la pratica si estingueva. La relazione di circa 80 pagine non riporta né il governo italiano né istituzioni politiche fasciste e sugli italiani gravavano numerosi luoghi comuni e pregiudizi che continuarono anche nel periodo tra le due guerre. Il governo italiano dal canto suo non cambiò posizione sulle politiche migratorie e si concentrò sulla colonizzazione delle terre italiane d’oltremare tuttavia mantenne i contatti con le comunità italiane all’estero. Intanto l’Ims decise di inviare Suzanne Farriere in Italia nel 1929 per studiare l’ambiente sociale ed economico e per capire se ci fossero le condizioni per aprire una sede succursale in questo paese. La Farriere prende tempo e propone di creare delle convenzioni con alcune organizzazioni locali (Opera Cardinal Ferrari, CRI, Società Umanitaria, etc.) che avrebbero lavorato caso per caso. Finalmente fu creata la sede italiana nel 1932 su iniziativa di Filippo Cremonesi presidente della CRI che prese il nome di “Segretariato di informazioni private” con scopi umanitari e al di fuori di orientamenti ideologici. La presidenza fu affidata ad Elsa Dallolio che era la figlia del generale Alfredo, ministro della guerra, scelto da Mussolini per ricoprire la carica di commissario per le munizioni. La figlia Elsa fu infermiera durante la prima guerra mondiale ed intrattenne amicizie con Benedetto Croce, Gaetano Salvemini e altri antifascisti. Dal 1932 al 1945 la sede italiana dell’Ims si occupò di prigionieri di guerra, esuli della guerra civile spagnola e dell’impresa etiopica. Il metodo scelto fu quello dell’international casework definito come “lo studio scientifico del caso applicato a famiglie e individui i cui problemi richiedono la collaborazione in due o più paesi”. Durante la guerra diverse famiglie italiane contattarono l’Iss per intercedere presso i prigionieri di guerra ed Elsa, grazie anche al ruolo del padre e di numerose amicizie, tra cui la regina del Belgio, riuscì ad aiutarle. Dopo la seconda guerra mondiale l’Iss si appoggiò all’Unrra (United nations relief and rehabilitation agency) per continuare l’attività assistenziale. Intanto l’Ims cambiò nome in “International social service” pur mantenendo gli scopi e le motivazioni originarie. Segue dibattito:

Che qualifica aveva il personale dell’Ims in Italia, dove si trovava la sede fisica e dove si possono reperire le relazioni?

Il lavoro veniva svolto prevalentemente dalle presidentesse che contattavano i referenti a livello internazionale per il rilascio dei prigionieri. Elsa Dallolio era un infermiera e non aveva qualifiche di assistente sociale. La Ferriere invece aveva studiato al Columbia school di social work ma il suo compito era solo di sondare l’ambiente italiano ed una volta tornata in America non si fece più vedere. La documentazione relativa ai 2700 casi trattati e che hanno prodotto circa 12 mila lettere sono andate al macero nel 2000. La sede fisica era a Roma con distaccamenti a Napoli, Aversa e Trieste. Nell’Archivio centrale dello Stato c’è una documentazione non inventariata relativa agli anni ’60 – ’80. Gli archivi della sede americana dell’Ims si trovano in Minnesota.

L’Ims si attivò per salvare i bambini ebrei dalle persecuzioni razziali?

Quando la Ferriere giunge in Italia entra in contatto con alcune organizzazioni locali tra cui l’Omni e i Fasci Femminili che potevano tornare utili ai fini di una collaborazione caso per caso. Presso l’Iss, inoltre, c’era una sezione per minorenni non accompagnati ma non si può dire se abbiano trattato casi del genere.

Come si è svolta la ricerca dal punto di vista metodologico?

Dopo una prima selezione della letteratura si è passati alla consultazione dei materiali di archivio; nelle diocesi ci possono essere molti di questi casi grazie all’interessamento dei parroci alle richieste delle famiglie per i propri cari reclusi all’estero.

Perché fu scelta Elsa Dallolio e non altri?

Elsa Dallolio faceva parte di una famiglia altoborghese e nel 1931 il suo nome appare in un convegno.

Approfondimenti

Le organizzazioni di soccorso ebraiche in età fascista

«Le comunità ebraiche presenti in Italia potevano vantare ricche ed antichissime tradizioni nel campo assistenziale che si estrinsecavano nei settori più svariati» (p. 21). Nel ‘700 la comunità romana aveva fondato una trentina di associazioni di assistenza, quella di Livorno almeno il doppio. Sempre a Roma, dove viveva la più grande comunità italiana, operavano molte organizzazioni ebraiche: «la “Compagnia della Carità e Morte” che si prefiggeva lo scopo di sussidiare con medicinali e visite mediche i bisognosi, e di provvedere alle onoranze funebri nonché alla sepoltura dei correligionari; la compagnia detta dello “Studio della Legge” esistente già già inizi del ‘600 dedita all’istruzione primaria dei bambini; quella detta “Aiuta i poveri” di cui si ha notizia come esistente nel 1673, avente lo scopo di sussidiare, particolarmente con generi alimentari, gli indigenti della comunità, sopratutto nei giorni festivi ed al sabato; infine quella detta dell’”Ospizio dei vecchi” avente il compito di consentire una vecchiaia dignitosa e serena agli anziani della comunità» (p. 28).



«Accanto a queste quattro principali, operavano a Roma parecchie altre organizzazioni minori: quella detta delle Donne della cui attività si ignorano i particolari; quella detta Libera i prigionieri di antichissima origine col compito di sussidiare i carcerati e versare multe e cauzioni per la loro liberazione; quella detta delle Vergini che provvedeva alle doti delle ragazze povere; quella detta dei Custodi del mattino, a carattere eminentemente religioso e prefiggentesi il compito di recitare le preghiere del mattino; quella pure antichissima, risalente, pare, al I sec. d.C. detta Palestina dedita alla raccolta di fondi per la Terrasanta; quelle ancora dette degli Ospiti e della Vita e Misericordia, dedite, la prima all’ospitalità dei pellegrini, la seconda allo studio della Legge ed alle opere di carità» (p. 28). Dopo la Legge Crispi subentrò il rischio di indemaniamento (p. 23) che «mise in pericolo l’autonomia delle opere pie ebraiche sorte per iniziativa privata» (p. 24). Nel nacque il Consorzio delle comunità israelitiche italiane e nel 1930 fu creata l’Unione delle comunità israelitiche italiane (Ucii).



A cavallo tra il XIX ed il XX secolo (dal 1881 al 1914) quasi 3 milioni di ebrei emigrarono nelle Americhe, perciò, sorsero nuove attività di assistenza indirizzate agli emigranti. Tra queste vi fu il Comitato italiano di assistenza agli emigranti ebrei sorto a Trieste nel 1921 con lo scopo di facilitare il transito degli emigranti verso la Palestina. L’assistenza si divideva in attività politica e di tipo pratico. Dal punto di vista politico, furono avviate una serie di iniziative quali l’attenuazione delle misure sanitarie, la gratuità del visto consolare e senza l’obbligo della richiesta del nulla-osta da Roma, la stampa di speciali carte di transito a spese delle compagnie di navigazione. L’attività di assistenza, tra l’altro, comprendeva la vigilanza sanitaria, l’assistenza agli studenti ebrei, la gestione e direzione della Casa dell’Emigrante e quella del Refettorio (pp. 41-42). I viaggi erano garantiti da 3 navi con cucina e servizi (fino alla IV classe), nel 1927 la popolazione emigrata europea in Palestina superava il 20% del totale (p. 37).



La crisi del ’29 non fermò gli imbarchi che passarono dai 1235 del 1928 ai 3649 dell’anno dopo sino a raggiungere i 5055 nel 1939 (p. 51). I passeggeri in attesa dell’imbarco potevano disporre di una serie di alloggi a seconda delle destinazioni: la Casa degli Emigranti in via Del Monte 7 per coloro che erano diretti in Palestina, l’alloggio popolare di via G. Gozzi per i viandanti e la villa Stock adibita ai fuggiaschi (p. 47). «Non sempre infatti i documenti in loro possesso erano in regola» (p. 48). Eppure il governo italiano, almeno inizialmente, instaurò rapporti di collaborazione col Comitato: nel 1927 vi era stata l’istituzione della Camera di Commercio Italo-Palestinese, la creazione di un Comitato Italo-Palestinese «con il compito di incrementare tutti i tipi di scambi» (p. 45); nel 1933 vi erano state spontanee iniziative mussoliniane «tendenti a facilitare al massimo non solo il transito dei profughi ma anche il soggiorno ed in certi casi addirittura l’esercizio da parte loro di alcune professioni in Italia» (p. 56); nel 1934 si giunse a concedere «3 mila visti speciali da riservare a scienziati e tecnici ebrei tedeschi che volessero stabilirsi in Italia» (p. 57).



Nel 1934 nacque a Trieste un Comitato speciale di assistenza che agì parallelamente a quello fondato nel 1921. Il finanziamento dell’assistenza avveniva mediante le sovvenzioni della Jewish Agency ma non mancarono iniziative locali come la sottoscrizione nazionale che fruttò circa 750 mila lire (p. 57) per una spesa media a passeggero di 1,25 lire nel 1926-27 (p. 60). Le spese aumentarono criticamente dopo il 1933, specialmente nei confronti dei viandanti provenienti dalla Germania, fino al 300% del periodo precedente, basti pensare che il refettorio che nel 1926 distribuiva 45 pasti al giorno, giunse nel 1934 a prepararne 80! Un ulteriore onere per l’assistenza era costituita dall’immigrazione clandestina che aumentò considerevolmente dopo che l’Inghilterra, che deteneva il mandato palestinese, «si orientò verso un restringimento sempre maggiore della soglia d’ingresso» (p. 62).

«Un volantino illustrativo della sua attività nel ’35, stampato in occasione della Pasqua del ’36, consente di individuarne lo sviluppo generale: in quell’anno per la città giuliana transitarono 21782 emigranti ebrei, 4875 turisti e 538 profughi per un totale di 27195 unità. Distribuì inoltre 4959 razioni alimentari presso la mensa amministrata dall’ADEI e fornì sussidi per 38 mila lire ai viandanti ed 11557 lire ai profughi. Nei due anni successivi invece, come risulta da un altro opuscolo simile al precedente, il numero dei transiti per Trieste diminuì fino a 13 mila unità circa, ma quello dei profughi rimase sostanzialmente costante passando a 426 unità nel ’36 ed a 476 nel ’37; comportando spese pari a 37676 lire nel primo, e 23063 lire nel secondo. Anche le spese di alloggio non variarono troppo passando dalle 39999 lire del ’35 alle 30396 lire del ’36 fino alle 34652 lire del ’37» (p. 126).



Tra il 1934 ed il 1937 l’Ucii entrò in crisi e nel novembre 1936 si annunciava «la preparazione del progetto di una ristrutturazione dell’attività assistenziale delle Comunità con particolare riferimento ad una più equa ripartizione dell’onere finanziario di questa; la creazione di uno schedario degli assistiti, etc.» (p. 108). Si cercava, in tal modo, di evitare il sistema di sprechi che si era creato negli anni precedenti, es. nel 1937 la Comunità di Firenze preferiva pagare il biglietto per i passeggeri sulla linea Firenze-Roma piuttosto che Livorno-Roma che era più breve e più economica (p. 109). A Milano, ad es., era stato possibile stampare un libretto per ogni passeggero nel quale erano scritti tutte le provvidenze in suo favore. Il Comitato di questa città era sorto nel 1933 per favorire il transito degli emigranti tedeschi dall’entroterra verso i principali porti italiani. Nel 1938 prese il nome di Comitato di assistenza per gli ebrei in Italia (COMASEBIT).



«Fu creato subito un ufficio di collocamento consistente sostanzialmente in alcuni registri su cui venivano segnate le domande di lavoro e le offerte d’impiego con tutte le informazioni di dettaglio relative sia l’offerente che al richiedente. In tal modo fu possibile sistemare in breve periodo una trentina di disoccupati; questo aspetto dell’assistenza fu però presto abbandonato per la pressoché assoluta mancanza d’offerte d’impiego. Per quanto concerne l’attività di rieducazione ed adattamento degli ebrei profughi ad attività artigianali od agricole, mancano indicazioni (…) per quanto riguarda la divulgazione di informazioni utili per gli aspiranti all’emigrazione, il loro orientamento e tutto il lavoro di assistenza consolare, si può dire che l’attività del Comasebit non differisca in sostanza e sotto il profilo qualitativo da quello del comitato del quale era la trasformazione; comunque c’è da osservare che furono stabiliti per la prima volta contatti specifici con organizzazioni e comunità tedesche ed austriache per coordinare l’afflusso dei profughi» (pp. 154-155).



Nel 1938 il rapporto tra Fascismo e Sionismo, che fino ad allora era stato di collaborazione e fiducia, entrò in crisi. Quali ne furono le cause?

a) «il fallito tentativo di utilizzare il sionismo in funzione anti-inglese per battere la minaccia delle sanzioni» (p. 133);

b) «le prese di posizione antifasciste di singoli ebrei italiani e stranieri» (p. 134);

c) l’apartheid praticato in Abissinia;

d) l’avvicinamento alla Germania;

e) il compromesso tra Stato e Chiesa.



A prescindere dalle motivazioni, il Comasebit poté continuare la propria attività indisturbata fino al 15 settembre 1939 quando ne fu ordinata la sospensione. Rinacque un paio di mesi più tardi a Genova sotto altro nome “Delegazione Assistenza agli Emigranti Ebrei” (Desalem) le cui finalità erano indicate «nella facilitazione con ogni mezzo dell’emigrazione ebraica dall’Italia e nella completa assistenza ai profughi in attesa dei visti o della soluzione dei loro casi» (p. 176).



«Le forme dell’assistenza della Delasem non differiscono troppo da quelle praticate dal disciolto Comasebit. Si trattava principalmen­te di poter provvedere all’alloggio ed al vitto degli assistiti in toto, ed alle particolari specifiche esigenze degli assistiti saltuariamente. Si organizzò inoltre un sistema di assistenza medico-farmaceutica ed un magazzino per la conservazione e distribuzione di vestiario in­vernale. Le spese necessarie per queste forme di assistenza, per le quali si riuscì ad usufruire in genere delle strutture appartenenti al disciolto Comasebit o alle varie comunità ed organizzazioni preesi­stenti, unitamente alle spese necessarie per l’emigrazione, ed a quelle Nel complesso dal dicembre del ’39 al giugno del ’40 fu assi­stita in toto una media mensile di 3.000 profughi mentre un totale di circa 9.000 unità ricevette un’assistenza di carattere saltuario o speciale. Le spese per questo rilevante sforzo furono pari a circa mezzo milione di lire mensili per un totale di 3.500.000 lire per l’intero periodo. Come si diceva poc’anzi la copertura finanziaria di questa imponente cifra fu garantita oltre che dalle raccolte in­terne, dall’invio mensile da parte del Joint di 15.000 dollari, un totale cioè di 105.000 dollari, pari a 2.100.000 lire, per i sette mesi considerati» (pp. 183-184).



«Per l’aspetto finanziario l’assistenza consistette nell’invio di somme che i responsabili presso ogni campo utilizzavano in modo tale da sopperire nel modo più razionale alle esigenze collettive locali; negli sforzi fatti ad ogni livello per supe­rare le difficoltà nell’erogazione degli assegni e poi, dopo il 21 maggio 1941, degli aumenti concessi; nelle controversie con le am­ministrazioni locali e centrali nel caso frequente di errori o di in­terpretazioni restrittive o capziose delle norme sull’assegnazione delle somme. Presso i campi si organizzarono anche cucine collettive che consentivano agli associati di risparmiare qualche cosa grazie agli acquisti più massicci ed all’utilizzo più razionale delle derrate: è interessante osservare come si riuscì a soddisfare anche richieste un po’ particolari come quelle di ferri da stiro, di occhiali completi dì lenti, di una macchina dattilografica, di attrezzature da falegname, calzolaio, fabbro ed addirittura una sedia dentistica con buona parte delle attrezzature ed un trapano, un apparecchio per sordi, attrez­zature sportive e musicali di vario genere» (pp. 209-210).



Un’altra iniziativa importante è quella dell’organizzazione di un reparto di assistenza infantile con sede a Firenze, in Via dei Rustici 2, denominato “Delasem dei piccoli”, col compito di assi­stere l’infanzia addirittura dalla fase prenatale sino a quella adole­scenziale, in tutti i settori: alimentare, sanitario, culturale e mo­rale. La modificazione dell’ordinamento degli uffici fu fatto allo scopo di dare maggiore impulso ad un settore così importante della assistenza per il quale si lanciò un appello speciale alle sezioni fem­minili dell’ADEI presso le varie comunità perché si impegnassero nella raccolta di indumenti, biancheria, scarpe, libri di studio, me­dicine e giocattoli. Tra le prime iniziative di questa nuova sezione della Delegazione è il caso di ricordare la pubblicazione di un fascicoletto intitolato: “Delasem dei piccoli” dedicato appunto ai fan­ciulli, che si sperava di far diventare periodico. La pubblicazione conteneva una rubrica di corrispondenza con i piccoli — sono segna­late 553 lettere arrivate in un mese — la messa in palio di premi di studio, la pubblicazione di indovinelli, giochi, piccoli problemi et similia. Fu inoltre organizzata una piccola biblioteca per i piccoli che si sperava di poter fare girare per i campi di interna­mento» (p. 222).



«A Roma in particolare, dove coloro che necessitavano di un aiuto quotidiano erano saliti nel maggio del ’44 a quasi 3.000 unità, fu il famoso padre Benedetto ad accentrare nelle sue mani l’opera della Delasem avendo già fatto nel ’43 una grossa esperienza sulla Costa Azzurra dove, in seguito alla ritirata dell’Esercito Italiano, i tedeschi avevano dato vita ad una delle più feroci cacce all’uomo che abbiano avuto luogo nell’Occidente europeo. Nel suo lavoro pa­dre Benedetto trovò l’appoggio del clero secolare e regolare roma­no, tanto che la Casa Generalizia dei Cappuccini in Via Sicilia di­venne il suo quartiere generale, ma non fa certo l’unica sua base. La Casa delle Clarisse francescane in via Vicenza, la parrocchia del S. Cuore a via Marsala e quella di S. Maria degli Angeli, nonché decine e decine di altre parrocchie e centri ecclesiastici divennero luoghi di assistenza e rifugio per gli ebrei di Roma. La loro attività fu abilmente coordinata ed interrelata con l’indefessa azione a molti altri livelli cui padre Benedetto seppe dar vita e che gli valse giu­stamente la medaglia d’oro della riconoscenza da parte dell’Ucii. Con padre Benedetto si devono ricordare anche don Paolo Caresama e don Giovanni Brossa per citare solo due nomi tra le centinaia e centinaia di religiosi che non si sottrassero, malgrado i rischi, al­l’opera assistenziale. Né l’appoggio dei cattolici si limitò a questa forma di assistenza; la S. Sede funse anche da centro di deposito per il denaro proveniente dalle organizzazioni ebraiche estere e spesso anticipò o prestò forti somme garantite dagli stessi enti. A questo proposito corsero varie voci e nel dopoguerra si è accesa qualche polemica nella quale padre Benedetto è intervenuto assicu­rando la provenienza ebraica della assoluta maggioranza dei fondi distribuiti pur senza sminuire il ruolo svolto dalla S. Sede e dal Catholic Refugees Committee» (pp. 249-250).



Nell’autunno si riorganizzò l’assistenza sanitaria, si aprì una mensa collettiva per 300 posti ed un club con biblioteca, sala di lettura, scrittura e così via. In sostanza agli inizi del ’45 la Dela­sem poteva dire di aver ritrovato il suo ritmo migliore ed anzi di aver rinnovato pienamente il suo vasto prestigio e consolidato il ruolo che aveva svolto negli anni precedenti fino al settembre del ’43. Man mano che le truppe alleate procedevano verso Nord libe­rando un numero crescente di province sempre nuovi gruppi di ebrei poterono uscire dall’ombra in cui avevano vissuto nascosti sino a quel momento e, privi come erano nella stragrande maggio­ranza dei casi, di ogni cosa, trovarono ancora una volta nella ritrovata Delegazione di Assistenza dell’Ucii un appoggio ed un’assi­stenza che col passare dei mesi venne facendosi sempre più artico­lata e completa» (pp. 253-254).



«Oggi quasi in ogni comunità esiste una compagnia di carità e beneficenza per il soccorso ed i riti funebri; ambulatori medici a disposizione dei non abbienti (a Roma c’è un intero ospedale); in tre centri (Roma, Torino e Mantova) vi sono ospizi per i vecchi invalidi; in altri (Milano, Firenze, Venezia e Trieste) vi sono case di riposo per anziani non invalidi;a Roma e Venezia funzionano orfanotrofi; quasi ovunque ci sono asili infantili e scuole elementari; in alcune città sedi delle comunità più numerose funzionano scuole medie o professionali tutte parificate; ovunque poi agiscono circoli di cultura e di studi religiosi e scientifici. Numerose sono anche le fondazioni culturali ed i lasciti alimentanti i fondi per borse di studio, nonché gli interventi delle singole comunità e dell’Ucii tendenti a sussidiare studenti italiani e stranieri presso le università statali» (p. 29).



Citazioni tratte da Leone M., Le organizzazioni di soccorso ebraiche in età fascista, Roma, Cacucci, 1983.


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Questioni di storia



Le origini del servizio sociale in Italia affondano le radici nell’istituto italiano di assistenza sociale di Milano nel 1920. Nel 1928, per interessamento della Confederazione degli Industriali la formazione fu trasferita presso il Partito Nazionale Fascista nella sede romana del collegio di San Gregorio al Celio. Nel 1944 l’ONARMO prese in consegna la documentazione della scuola ed il corpo insegnanti (Nappi, 2001:34) ma per evitare gli  schemi autoritari del passato, fu esplicitamente richiesto al Convegno di Tremezzo che la formazione fosse affidata alle scuole private oltre a sottolineare «il carattere democratico del lavoro dell’assistente sociale» (Nappi, 2001:36). 



Promosso dall’UNRRA, il convegno di Tremezzo, che si svolse nel corso di tre settimane, era dedicato all’approfondimento di tre tematiche: legislazione sociale, minori e dopo guerra. Uno dei risultati del convegno, tra l’altro, fu di rivendicare il riconoscimento legale del titolo professionale; non è chiaro, però, su come le scuole avessero potuto fornire un titolo riconosciuto, essendo tali enti di natura privata, «per altro pur in assenza di un riconoscimento formale, il titolo di assistente sociale è richiesto dalle normative di partecipazione ai concorsi pubblici» (Nappi, 2001:43). 



Le scuole a fini speciali, tra l’altro, erano già previste dalla normativa fascista (L. 1592/33); tra queste c’è da segnalare il CEPAS, di area progressista, nata nel 1947, poi dal 1966 passata nell’offerta didattica dell’Università di Siena. Le istanze di categoria non insistettero subito per la “via accademica” quanto piuttosto per il riconoscimento delle scuole già esistenti (Nappi, 2001:44), cosa che non fu mai possibile ottenere sia per incapacità della classe dirigente (Ibid.), sia per la peculiare configurazione del sistema scolastico che «esclude canali di istruzione paralleli allo Stato» (Nappi, 2001:45). 



Nel corso degli anni ottanta si verificarono alcune occasioni per le rivendicazioni professionali. In primis il Convegno di Pescara nel 1982 dal quale emerse il bisogno del conferimento della formazione dell’assistente sociale agli enti accademici ed il DPR 14/87 (già DPR 382/80) che completava tale passaggio. L’art. 7 in particolare prevede la possibilità da parte degli enti accademici di introdurre nuove scuole nel proprio ambito. Il passaggio, tuttavia, non fu privo di ostacoli. Le scuole, infatti, che già vivevano un periodo di profonde trasformazioni sociali, in un primo momento si opposero al decreto in quanto vedevano i propri concorrenti non solo privi di autonomia, in quanto dipendenti da corporazioni pubbliche, ma sopratutto escludevano qualsiasi speranza di raggiungere un livello qualitativo di veri e propri corsi di laurea come, invece, accadeva per le professioni tradizionali. 



Pertanto, il coordinamento nazionale Eiss promosse un ricorso al TAR del Lazio che con ordinanza 27-05-87 n. 235 sospendeva il decreto del governo. Si giunse così ad un nuovo decreto DPR 05-07-87 n. 280 “Modificazioni al DPR 14/87” che – unica concessione – permetteva il completamento dei corsi delle scuole ricorrenti fino all’anno accademico 1988-89 ma che sostanzialmente ricalcava la volontà di trasferimento presso gli enti accademici.
Citazioni tratte da “Linee di sviluppo del servizio sociale in Italia dal dopo guerra agli anni novanta“, in Nappi A., Questioni di storia, teoria e pratica del servizio sociale in Italia, Napoli, Liguori, 2001, pp. 31-70, ISBN 88-207-3159-2.


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Lo Stato sociale nel Ventennio



Per questa recensione occorre fare una premessa terminologica perchè quando trattiamo di qualcosa che è accaduto più di 70 anni fa giocoforza si commettono degli errori paragonando gli eventi trascorsi con quelli attuali. Il Legislatore degli anni ’30 e ’40 indica espressamente persone dedite all’assistenza sociale e non di assistenti sociali. Strano, ma vero. Andando a leggere la Costituzione Italiana (alternativamente gli artt. 2114 e 2123 c.c.) all’art. 38 co. II sta scritto: «ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale». Ciò però non significa che il cittadino inabile al lavoro doveva rivolgersi al servizio sociale quanto piuttosto all’Inps che avviava la procedura per l’erogazione della pensione. Quanto detto serve per fare chiarezza sui termini  ”ruolo e inquadramento professionale”. Questo ultimo è stato raggiunto dopo anni di lotte sindacali tramite l’Esame di stato e il riconoscimento dell’Ordine professionale. Ma cosa sappiamo dell’inquadramento di 70 anni fa? Se non sbaglio gli Ordini durante il fascismo risultavano soppressi sebbene tutti i candidati, dopo gli studi accademici, dovevano sostenere un esame di stato. E allora bisogna che utilizziamo delle definizioni per cercare di capire di cosa stiamo trattando, e all’uopo mi sembra più che mai adeguata quella indicata da Baranelli e Sancipriano nel 1944: «dovere dello Stato e quindi di tutti i cittadini di contribuire ad aiutare e a sostenere le masse lavoratrici e fra esse gli elementi più bisognosi e meno validi per la lotta esistenziale». Baranelli e Sancipriano non sono due legislatori né assistenti sociali, ma sono due accademici. Quindi la terminologia contenuta nel libro è certamente verace ma riduttiva perchè non tiene conto di altre fonti.   

Al capitolo sull’istruzione, nulla si dice circa la scuola al Celio che, ricordiamolo, tra il 1928 e il 1943 ha diplomato più di 500 assistenti sociali. Non si cita nemmeno la Carta della scuola (che al tit. III ha anticipato l’art. 34 Cost.) né quella della gioventù. Al capitolo sul sistema sanitario, nulla appare sulle assistenti sanitarie visitatrici. Al capitolo sulla previdenza, nulla si dice dell’assistente sociale di fabbrica. Per il resto ci si ritrova in tutto ciò che si afferma specialmente sulla questione siciliana e della commistione ”mafia-liberazione”, tuttavia trovo opportunistico quanto scritto sulla questione ebraica a p. 251. È probabile che il Duce non da subito fosse razzista, ma che lo sia stato è fuori dubbio (condizionato forse dagli ambienti accademici) ed era sua intenzione ferma e convinta di condurre una politica razzista. Lo dimostrano anche i progetti di apartheid per le nuove metropoli coloniali. Capisco la sua intenzione di favorire la ”rettung”, ma la dichiarazione di innocenza è decisamente poco credibile.

L’autore non cita fonti bibliografiche ma esclusivamente fonti giuridiche; certo le norme sono importanti, ma ci sono anche delle memorie che comunque rappresentano delle evidenze (Delmati, Tarugi) ad es. Aurelia Florea negli anni ’60 cita una terza generazione di assistenti sociali, ti dice nulla? La ricerca giuridica è utile, per quanto lacunosa, ad es. è logico pensare che se è esistito un Ufficio distrettuale di servizio sociale, questi non si esprimeva tramite leggi o decreti legge, piuttosto tramite altri atti (circolari e sulla giurisprudenza), che però non conosciamo perchè non sono accessibili al pubblico. 



Tuttavia rileggendo il libro mi sovviene un dubbio: cosa intende per «non si parla della figura giuridica dell’assistente sociale»? Che forse non era ritenuta tale durante il Fascismo? Beh, certamente c’è stata un’attenzione diversa verso altre figure come ad es. le assistenti sanitarie visitatrici che avevano un proprio albo, ma in fondo anche queste effettuavano un certo tipo di ”servizio sociale”. Probabilmente l’assistente sociale era un tipo di lavoro che assumeva una funzione propria solo presso enti privati (es. Olivetti) o comunque parastatali (es. Onmi): «presso ogni consiglio di patronato è ubicato un “Ufficio di assistenza sociale” retto da un assistente sociale».



Naturalmente nessuno andrà a controllare i cedolini di paga con i quali erano retribuite (e credo neanche esistano perchè all’epoca la consegna dello stipendio credo avvenisse a mano, un po’ come si è fatto fino agli anni’60 da parte dei dirigenti), ma semplicemente è logico pensare che gli Uffici distrettuali di servizio sociale (che era un organo del Ministero di Grazia e Giustizia) si occupassero dell’osservazione dei minori e delle relazioni da presentare al tribunale così come indicato dalla legge istitutiva del Tribunale per i minorenni e il Regolamento penitenziario del 1931. Come molti sanno, inoltre, presso ogni Corte di Appello era funzionante un Consiglio di Patronato che si occupava dell’assistenza ai liberati dal carcere, tale consiglio in qualche maniera era coordinato dall’Omni, ovvero da un rappresentante dell’ente, forse una patronessa o forse giusto la figura che stiamo trattando. Poi bisogna anche capire che il cd. ”inquadramento giuridico” naturalmente soffriva la competizione con le altre professioni, ad es. con quella delle assistenti visitatrici sanitarie. Non credo neanche che la scuola del Celio sia stata un ”merito” del Duce, sebbene il governo abbia investito moltissimo complessivamente per il sistema di politiche sociali, all’epoca definita la migliore al mondo. Credo piuttosto che poiché già esistevano delle iniziative precedenti, ad es. l’Istituto di igiene, assistenza e previdenza di Ettore Levi e le cd. ”segretarie del popolo” (anche solo inquadrate nelle modalità di corsiste anziché collegiali, un po’ come per le cattedre ambulanti di puericultura), sia stato deciso di trasferire e centralizzare tutto nella capitale, non a caso le assistenti sanitarie visitatrici facevano le lezioni negli stessi locali al Celio. È anche vero però che l’assistente sociale a causa della propria natura individuale (ereditata dai sistemi anglosassoni) mal si conciliava con lo spirito fascista della socializzazione delle attività produttive, ma ritengo che le accuse che si rivolgono attualmente negli ambienti professionali a quella figura del passato di assistente sociale ”paternalista” o ”propagandista” siano assolutamente infondate. Ma la Storia, come ce lo dicono anche due grandissimi maestri che sono Renzo De Felice e Ugo Spirito, è fatta non solo dai vincitori ma anche di evidenze e queste ”evidenziano” che a Roma e Milano c’erano due scuole che nel ventennio hanno diplomato circa 500 assistenti sociali, lavorando con zelo e abnegazione e, specialmente dopo l’8 settembre, anche a titolo gratuito. Che poi ci fossero dei gruppi di interesse ad aver voluto a tutti i costi fondare l’Istituto di Levi (non a caso in concomitanza col biennio rosso), questo è un altro discorso, ma resta il fatto che la scuola al Celio abbia permesso di compiere quel salto di qualità intellettuale che prima non era stato possibile raggiungere. Potrei ancora dilungarmi molto su questo affascinante periodo della storia italiana ma mi preme soltanto aggiungere che fare ricerca oggi è molto più difficile che in passato, per il fatto che viviamo in un’epoca che tende a negare qualsiasi cosa sia accaduta in quegli anni e, non di rado, capita di incontrare molti professionisti del sociale disposti a negare l’evidenza storica e cioè che la prima scuola per assistenti sociali (quella al Celio) è nata grazie al fascismo.



Citazioni tratte da BONTEMPO T., Lo stato sociale nel ventennio, Roma, Edizioni de Il borghese, 2010, ISBN: 978-88-7557-365-2.

Genesi delle scuole di servizio sociale in Italia

Quando è nata la prima scuola per assistenti sociali in Italia? Nel 1912 era stata fondata a Milano da Luigi Devoto ed Ersilia Majno Bronzini la Clinica del lavoro con il compito di studiare le malattie umane principalmente operai e contadini ma ben presto anche di infermieri e soldati. Nel 1918 le conseguenze della Grande Guerra erano state disastrose per l’economia nazionale con l’incremento spropositato della disoccupazione e la presenza di un sistema previdenziale decisamente immaturo per affrontare tutti i bisogni della popolazione. Vi era un’infinità di Ipab che sfruttavano del personale a titolo volontario e con una minima preparazione di base. Nel 1919 l’ing. Mario Giani aveva introdotto a Roma un ufficio di collocamento tra impresa e lavoro, quello che in seguito divenne l’Opera nazionale dopolavoro. A Milano, intanto, per iniziativa del dott. Correggiari si impartivano lezioni per la preparazione di segretarie sociali destinate a diffondere la loro opera in ambienti operai; ben presto la Cassa Nazionale per le assicurazioni sociali si propose, sia a Roma che a Milano, di finanziare dei corsi integrativi per la preparazione di assistenti sociali sanitarie di fabbrica con speciale riguardo alla maternità (Levi Ettore, Un centro studi e di attività sociale, Istituto italiano di igiene, previdenza e assistenza sociale, Roma, 1925, p. 89). 


Nel 1920 un gruppo di accademici e imprenditori filantropi, tra i quali spiccava Paolina Tarugi, decise di fondare l’Istituto di Igiene ed Assistenza Sociale (IIAS) in via Piatti, 4 a Milano con lo scopo di avviare agli studi dei giovani con compiti di segretariato sociale «in reminiscenza dei segretariati del popolo allora in uso» (Tarugi Paolina, Appunti di servizio sociale, Milano, Unsass, 1954, p. 67) presso le fabbriche e le manifatture locali; prima del 1920 a Milano presso l’Unione Femminile Nazionale e Umanitaria vi erano solo degli uffici di indicazione e assistenza (Tarugi Paolina, Appunti di servizio sociale, Milano, Unsass, 1954, p. 66). L’IIAS non si deve confondere con l’Istituto di Igiene, Previdenza e Assistenza Sociale (IPAS) sorto a Roma nel 1922, per iniziativa di Elena Fambri ed Ettore Levi, che pure preparava del personale assistenziale (Tisci C., Immagini di Igea. La propaganda sanitaria in epoca fascista in De Ceglia F.P., Di Battista L., Il bello della scienza, Milano, Angeli, 2007, pp. 93-113). 


Nel 1928, sulla spinta del primo congresso internazionale di servizio sociale a Parigi, si decise di istituire a Roma una scuola per assistenti sociali, la prima di fondazione pubblica, organizzata a livello convittuale dalla Segreteria dei Fasci Femminili ed affidata alla direzione didattica dell’Università Bocconi di Milano. Alla scuola si poteva accedere dopo la laurea o con il diploma di scuola media tramite un esame di sbarramento, aveva una durata complessiva di 10 mesi, dall‘ottobre al luglio successivo e comprendeva 25 materie di insegnamento tra cui la psicologia applicata, la legislazione del lavoro, la patologia e la fisiologia del lavoro, etc. Al termine del corso le candidate affrontavano un esame di stato di abilitazione professionale presso una commissione ministeriale (Andreoli M., Le tre scuole superiori del Partito in Roma, Roma, Tip. F.lli Pallotta, 1937, p. 3). La Tarugi è concorde nel ritenere che la prima scuola è sorta a Roma nel 1928 e che fino al 1943 fu l’unica in Italia (Tarugi Paolina, Appunti di servizio sociale, Milano, Unsass, 1954, p. 67). 


Dopo la sconfitta bellica nel 1945 e la divisione del mondo in due blocchi ideologici, le associazioni private di assistenza sopravvissute diedero vita a delle nuove scuole sotto forma di consorzi. Le scuole Onarmo erano dipendenti dalla sacra Congregazione dei Seminari e Università degli Studi e sottoposte alla vigilanza dell’episcopato. Il Cepas fu sostenuto dal Ministero dell’assistenza post-bellica che a sua volta era sorto in seno al Comitato di liberazione nazionale dell’alta Italia (Florea A., Per un bilancio delle esperienze delle Scuole di Servizio Sociale in Italia negli anni ’50 e ’60, in Materiali per una ricerca storica sulle scuole di servizio sociale, 1978, p. 190). 


In mezzo alla guerra ideologica vi erano delle realtà che si attestarono su posizioni neutrali. Tra queste si ebbe nel 1946 l’ENSISS punto d’incontro di alcuni enti di ispirazione moderata tra cui la Scuola italiana di servizio sociale (SISS) di Jean Cattaui De Menasce, le Associazioni cattoliche dei lavoratori italiani (Acli), l’Opera nazionale maternità e infanzia (Onmi), l’Ente nazionale di protezione morale del fanciullo (Enpmf), l’Azione Cattolica, l’AAI, la Lega nazionale donne italiane (LNDI), l’Associazione assistenti sanitarie d’Italia (AASI) e la Federazione italiana religiose assistenti sociali (Usmi-Firas) di cui furono rappresentanti onorevoli Odile Vallin e Nicoletta Velardi (Busnelli E.F, De Menasce, Roma, Studium, 2000, p. 95). 


In alcuni casi le scuole Ensiss sorsero su iniziative delle amministrazioni locali, es. a Trieste da parte del Comando Militare alleato. L’UNSAS si costituì come consorzio da parte di alcuni enti di ispirazione liberale: l’Istituto Nazionale Previdenza Sociale (INPS), la Confederazione generale dell’industria italiana (CGII), l’Istituto Nazionale Assicurazioni (INA), la Società Umanitaria (SU), la Confederazione Generale Italiana del Lavoro (CGIL), l’Istituto Nazionale Cattolico di Assistenza (INCA), l’Ente Nazionale Assistenza sul Lavoro (ENAL), l’Unione Donne Italiane (UDI), il Centro economico per la ricostruzione (CER), la Confederazione italiana degli agricoltori (CIA), il Centro italiano femminile (CIF), la Camera di Commercio, l’Assolombarda e la Cassa di risparmio (Materiali per una ricerca storica sulle scuole di servizio sociale, 1978, p. 29). 


Le scuole UNSAS (Unione Nazionale per le Scuole di Assistenti Sociali) rispetto a quelle ENSISS (Ente Nazionale Scuole Italiane di Servizio Sociale) non godevano di «propria autonomia ma dipendevano da un Consiglio di Amministrazione Centrale» (Bernocchi R., Diomede Canevini M., Cremoncini M., Ferrario F., Gazzaniga L., Ponticelli M., Le scuole di servizio sociale in Italia, Padova, Fondazione Zancan, 1984, p. 29). Solo nel 1962 le scuole Ensiss accettarono il coordinamento di una federazione centrale. Le scuole di servizio sociale si diffusero e si moltiplicarono rapidamente facendo emergere delle discrepanze sulla omogeneità e sulla qualità dei programmi degli insegnamenti offerti culminando nel 1987 col riconoscimento legale degli assistenti sociali e l’istituzione dell’Albo professionale. Da questo punto in poi le scuole furono progressivamente assorbite dalle facoltà universitarie e sostituite dai Corsi di laurea in scienze del servizio sociale.

Fonti sulle scuole di servizio sociale in Italia

Scuola Anno Sede Fonti
Istituto italiano di assistenza sociale 1920 via Piatti 4, Milano Villani Rimassa Serena, Esperienze e formazione degli operatori sociali negli anni precedenti alla seconda guerra mondiale, in Materiali per una ricerca storica sulle scuole di servizio sociale, 1978, p. 13.
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Scuola superiore fascista di assistenza sociale 1928 via di San Gregorio 3, Roma AaVv., Le scuole di servizio sociale in Italia: aspetti e momenti della loro storia, Padova, Fondazione Emanuela Zancan, 1984, p. 20.
// // // Canella M., Giuntini S., Sport e fascismo, Milano, Angeli, 2009, p. 224.
// // // Dellavalle M., s.v. “Assistente sociale”. In Nuovo dizionario di servizio sociale, Roma, Carocci, 2013, pp. 64-73, p. 67.
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// // // Imperadori L., Ferrandi G., Antoniacomi G., Una scuola per la vita. Storia dell’Istituto regionale di studi e ricerca sociale: dalla scuola superiore di servizi sociali di Trento alla Fondazione Franco Demarchi, Trento, Alcione, 2014, p. 9.
// // // Lupi M.C., Evoluzione ed affermazioni dell’assistenza sociale di fabbrica, Quaderni di informazione per assistenti sociali, 7-8, 1951, p. 48.
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// // // Florea A., Per un bilancio delle esperienza delle scuole di servizio sociale in Italia negli anni ’50 e ’60, in Materiali per una ricerca storica sulle scuole di servizio sociale, 1978, p. 183.
“Unica scuola gi� esistente in Roma” “prima della guerra” via di San Gregorio 3, Roma Rapporto italiano alla IX Conferenza internazionale di servizio sociale, �Bollettino CISS�, 1958, aprile, pp. 7-9, p. 8.
Universit� Bocconi 1943 Milano Bernocchi Nisi R., Le scuole UNSAS dalla loro nascita alla loro crisi, in Materiali per una ricerca storica sulle scuole di servizio sociale, 1978, p. 37.
Scuola superiore di assistenza sociale (ONARMO) 1944 via di San Gregorio 3, Roma AaVv., Materiali per una ricerca storica sulle scuole di servizio sociale, Padova, Fondazione Emanuela Zancan, 1978, p. 46.
Scuola pratica di assistenza sociale // via Mercalli 23, Milano Cutini R., Il ruolo del’AAI nella formazione delle scuole di servizio sociale, “Rivista di servizio sociale”, 2000, 4, pp. 53-76, p. 57.
// 1945 // Canali Gambardella A., Caratteristiche, origini e vicende delle scuole e di servizio sociale del gruppo Ensiss, in Materiali per una ricerca storica sulle scuole di servizio sociale, 1978, p. 84.
Scuola superiore specializzata // via di San Gregorio 3, Roma Benvenuti P., Gristina D.A., La donna e il servizio sociale, Milano, Angeli, 1998, p. 97.
Scuola superiore di assistenza sociale (ONARMO) // // G.C. s.v. Assistenti sociali, �Enciclopedia italiana�, appendice II A-H, Roma, Treccani, 1948, p. 291.
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Scuola nazionale per assistenti sociali del lavoro (UNSAS) 1946 via Daverio 7, Milano AaVv., Le scuole di servizio sociale in Italia: aspetti e momenti della loro storia, Padova, Fondazione Emanuela Zancan, 1984, p. 34.
Centro di educazione professionale per assistenti sociali (CEPAS) // P.zza Cavalieri di Malta 2, Roma AaVv., Le scuole di servizio sociale in Italia: aspetti e momenti della loro storia, Padova, Fondazione Emanuela Zancan, 1984, p. 34.
Scuola di servizio sociale (Associazione educatrice italiana) // via Tagliamento 12, Milano c/o Canossiane AaVv., Le scuole di servizio sociale in Italia: aspetti e momenti della loro storia, Padova, Fondazione Emanuela Zancan, 1984, p. 34.
// // C.so Vittorio Emanuele 51, Roma AaVv., Le scuole di servizio sociale in Italia: aspetti e momenti della loro storia, Padova, Fondazione Emanuela Zancan, 1984, p. 34.
Scuola italiana di servizio sociale // via A.Depretis 86, Roma AaVv., Le scuole di servizio sociale in Italia: aspetti e momenti della loro storia, Padova, Fondazione Emanuela Zancan, 1984, p. 34.
Scuola nazionale per dirigenti del lavoro sociale 1947 p.zzale delle Scienze, Roma c/o Universit� La Sapienza Scuola universitaria nazionale per dirigenti del lavoro sociale (1947-1965), �La rivista di servizio sociale�, 2008, 1, pp. 71-76; Id., 2, pp. 67-69; Id., 3, pp. 64-65.
Corso superiore di assistenza sociale (Consorzio provinciale per l’istruzione tecnica) // Caserta AaVv., Le scuole di servizio sociale in Italia: aspetti e momenti della loro storia, Padova, Fondazione Emanuela Zancan, 1984, p. 35.
Scuola italiana di servizio sociale (ENSISS) // Palermo AaVv., Le scuole di servizio sociale in Italia: aspetti e momenti della loro storia, Padova, Fondazione Emanuela Zancan, 1984, p. 35.
Scuola per assistenti sociali del lavoro (UNSAS) // Torino AaVv., Le scuole di servizio sociale in Italia: aspetti e momenti della loro storia, Padova, Fondazione Emanuela Zancan, 1984, p. 35.
Scuola superiore di assistenza sociale (ENSISS) // P.zza Santa Maria Maggiore 7, Trento AaVv., Le scuole di servizio sociale in Italia: aspetti e momenti della loro storia, Padova, Fondazione Emanuela Zancan, 1984, p. 35.
Scuola italiana di servizio sociale (ENSISS) // Venezia AaVv., Le scuole di servizio sociale in Italia: aspetti e momenti della loro storia, Padova, Fondazione Emanuela Zancan, 1984, p. 35.
Scuola per esperti del lavoro e del servizio sociale (ENSISS) // Firenze AaVv., Le scuole di servizio sociale in Italia: aspetti e momenti della loro storia, Padova, Fondazione Emanuela Zancan, 1984, p. 35.


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