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Il racconto del servizio sociale

Recensione su Maria Cacioppo, Mara Tognetti Bordogna, Il racconto del servizio sociale. Memorie, narrazioni, figure dagli anni Cinquanta ad oggi, Angeli, Milano, 2008, ISBN 978-88-568-0141-5.

Nel primo capitolo gli autori ripercorrono rapidamente l’evoluzione del servizio sociale italiano passando per il corso per “segretarie sociali” tenuto a Milano negli anni ’20 dall’Istituto italiano di assistenza sociale fondato da Paolina Tarugi e Carla Lavelli Celesia (p. 20), i Segretariati del Popolo, gli enti pubblici fascisti, la Repubblica e i metodi di lavoro anglosassoni. La scuola Femminile di San Gregorio al Celio “fu la prima ad avere un carattere continuativo ed una precisa impostazione didattica” (p. 22). Inoltre “la figura dell’assistente sociale venne inserita all’interno dei servizi dell’Onmi” (p. 22).

Il dopoguerra doveva rappresentare una “svolta” ed invece «le metodologie inserite ed insegnate nelle scuole erano tutte d’importazione, originate in Paesi culturalmente e politicamente differenti dell’Italia. Ciò portò loro ad un inserimento non immediato e ad una non facile applicazione pratica. La difficoltà di accettazione e la messa in discussione di tali metodi e di tutto l’impianto organizzativo delle scuole produsse, verso la fine del ’68, la prima crisi della scuola di servizio sociale» (p. 34).

Secondo gli autori tale crisi si risolse in 24 mesi (p. 37) in realtà durò molto più tempo almeno per tutti gli anni ’70 e per buona parte degli ’80 quando il ricambio della classe dirigente, di concerto con l’istanza politica del momento, consentì di ottenere il riconoscimento legale del titolo di studio, l’inclusione nei percorsi accademici e l’istituzione dell’albo professionale. In altre parole il servizio sociale italiano usciva dall’impasse protrattasi negli anni e si preparava al cambiamento che stava avvenendo nelle politiche sociali nazionali culminato all’inizio del secondo millennio con la legge di riforma dei servizi sociali (L. 328/00).

Tralasciando il secondo capitolo che riporta volti già noti del servizio sociale italiano (Guido Calogero, Maria Comandini, Guido Colucci, Anna Giambruno, Fausta Molinaroli, Giovanni De Menasce, Paolina Tarugi, Odile Vallin e Alba Canali) e il terzo capitolo che riporta cose già risapute sulle scuole si giunge al quarto capitolo (pp. 115-271) che effettua una panoramica su alcuni dei più recenti protagonisti della storia del servizio sociale. Si tratta di persone che hanno avuto delle esperienze professionali significative ma non tanto da essere inserite nei primi capitoli. Ciò non vuole sminuire la scelta del campione che, tra l’altro, vanta un ventaglio di personalità rinomate anche a livello internazionale con una formazione derivante dalla frequentazione di apposite scuole. In rari casi l’istruzione si arricchisce di una seconda laurea. Molti di essi hanno assunto ruoli rilevanti nelle associazioni di categoria e/o nell’Ordine professionale.

Ciascuno profilo è corredato da una mappa di rete che indica le “persone citate” ovvero il livello di trasmissione della memoria professionale di generazione in generazione. La didascalia a dire il vero tradisce una forma di “etichettamento”, ad esempio l’azzurro rimanda alla categoria “nostro protagonista”, il rosa rimanda alla categoria “persona citata durante l’intervista”, l’arancione rimanda alla categoria “persona citata durante l’intervista e nostro protagonista”, infine, il giallo rimanda alla categoria “persona citata durante l’intervista e pioniere/figura significativa del servizio sociale”. Ad esempio Tina Amadei cita Ferco (rosa), Contini (rosa), Franco Ferrario (rosa) e Gazzaniga (rosa). Lorenza Anfossi cita Emanuela Zancan (rosa), D. Modda (rosa), Annamaria Cavallone (arancione) e Aurelia Tassinari (arancione). Rosa Bernocchi Nisi cita Paolina Tarugi (giallo), F. Molinaroli (giallo), C.Ranchetti (arancione), M.Secchi (rosa), Franco Ferrario (rosa), A.M.Orlando (rosa), R.Dutto (rosa), L.Bolocan (rosa). Graziella Brex cita Pappalardo (rosa), S.Pianta (rosa) e A.Ricciardello (rosa). Si tratta di un panorama “pittoresco” con una prevalenza di toni chiari e tanti vissuti. Lo scopo non è solo quello di scoprire le tracce di altri personaggi forse meno noti ma anche di indurre il lettore a raccontarsi e a riconoscersi in questa grande comunità professionale.

Conclusioni e valutazione

Il libro si distingue per il metodo dell’approccio biografico dei protagonisti del servizio sociale. Fin dall’introduzione gli autori mettono in guardia da una storiografia ancora in ritardo su certi aspetti della ricerca (rapporto nord-sud, contributo multidisciplinare, accesso alle fonti). Il testo però presenta anche diversi limiti. Innanzitutto si tratteggia la Legge Crispi come “il primo riconoscimento sull’assistenza pubblica” (p. 19) dimenticando che questo provvedimento in realtà interveniva sugli enti privati “scimmiottando” quanto già previsto dalla Legge 30 agosto 1862 n. 733. Altre contraddizioni si riscontrano con il concordato del 1929 con cui lo Stato affidava alla Chiesa le competenze sui poveri per poi affermare subito dopo che l’Eca si prefigeva il sostentamento dei poveri (p. 29); nel 1928 fu istituita la prima scuola per assistenti sociali (p. 22) per poi affermare l’esigenza di istituire le prime scuole per assistenti sociali (p. 26); il Convegno di Tremezzo è rappresentato come “il luogo ove si gettarono le basi per la trasformazione dell’assistenza” (p. 28) per poi affermare che il casework fu introdotto in Italia da Anne King (p. 32), il groupwork da Dorothea Sullivan (p. 32) e il communitywork da Miss Trinchero (p. 33) che però non parteciparono al convegno!

Coerenza tra titolo e contenuti: ottimo (la narrazione come elemento fondamentale per la trasmissione della memoria identitaria professionale)
Organizzazione del testo: ottimo (si poteva migliorare l’alternanza tra scritto e parlato)
Esposizione degli argomenti: buono (la maggior parte di dati sono costituiti da fonti di prima mano)
Accuratezza dei dati: buono (ottimo per la parte biografica, eccetto i diagrammi: in base a cosa una persona è più importante e “colorata” di un’altra?)
Tesi dell’autore e sue dimostrazioni (suggerimenti, conclusioni, obiettivi, contribuzione effettiva alla conoscenza dell’argomento): ? (le conclusioni sembrano un’appendice avulsa dal contesto)
Originalità dei contenuti: buono (mancava un’indagine sulle ultime generazioni di assistenti sociali)
Leggibilità-accessibilità (illustrazioni, grafici, impostazione paragrafi-capitoli): buono (interessanti e pittoreschi i diagrammi contenuti nel compact disc allegato al libro)
Tempestività della pubblicazione (in relazione alla conoscenza attuale): buono (gli autori proseguono quanto fatto da alcune riviste di categoria)
Esaustività (note, bibliografia, indici e glossari): ottimo (c’è anche un compact disc allegato)
Rilevanza dell’autore (cv, istituto di riferimento, prestigio accademico): buono
Valutazione finale complessiva (apprezzamenti e limiti): buono (una traccia fondamentale per ricostruire la storia dell’assistenza in l’Italia che apre a nuovi orizzonti di ricerca).

Le organizzazioni di soccorso ebraiche in età fascista

«Le comunità ebraiche presenti in Italia potevano vantare ricche ed antichissime tradizioni nel campo assistenziale che si estrinsecavano nei settori più svariati» (p. 21). Nel ‘700 la comunità romana aveva fondato una trentina di associazioni di assistenza, quella di Livorno almeno il doppio. Sempre a Roma, dove viveva la più grande comunità italiana, operavano molte organizzazioni ebraiche: «la “Compagnia della Carità e Morte” che si prefiggeva lo scopo di sussidiare con medicinali e visite mediche i bisognosi, e di provvedere alle onoranze funebri nonché alla sepoltura dei correligionari; la compagnia detta dello “Studio della Legge” esistente già già inizi del ‘600 dedita all’istruzione primaria dei bambini; quella detta “Aiuta i poveri” di cui si ha notizia come esistente nel 1673, avente lo scopo di sussidiare, particolarmente con generi alimentari, gli indigenti della comunità, sopratutto nei giorni festivi ed al sabato; infine quella detta dell’”Ospizio dei vecchi” avente il compito di consentire una vecchiaia dignitosa e serena agli anziani della comunità» (p. 28).



«Accanto a queste quattro principali, operavano a Roma parecchie altre organizzazioni minori: quella detta delle Donne della cui attività si ignorano i particolari; quella detta Libera i prigionieri di antichissima origine col compito di sussidiare i carcerati e versare multe e cauzioni per la loro liberazione; quella detta delle Vergini che provvedeva alle doti delle ragazze povere; quella detta dei Custodi del mattino, a carattere eminentemente religioso e prefiggentesi il compito di recitare le preghiere del mattino; quella pure antichissima, risalente, pare, al I sec. d.C. detta Palestina dedita alla raccolta di fondi per la Terrasanta; quelle ancora dette degli Ospiti e della Vita e Misericordia, dedite, la prima all’ospitalità dei pellegrini, la seconda allo studio della Legge ed alle opere di carità» (p. 28). Dopo la Legge Crispi subentrò il rischio di indemaniamento (p. 23) che «mise in pericolo l’autonomia delle opere pie ebraiche sorte per iniziativa privata» (p. 24). Nel nacque il Consorzio delle comunità israelitiche italiane e nel 1930 fu creata l’Unione delle comunità israelitiche italiane (Ucii).



A cavallo tra il XIX ed il XX secolo (dal 1881 al 1914) quasi 3 milioni di ebrei emigrarono nelle Americhe, perciò, sorsero nuove attività di assistenza indirizzate agli emigranti. Tra queste vi fu il Comitato italiano di assistenza agli emigranti ebrei sorto a Trieste nel 1921 con lo scopo di facilitare il transito degli emigranti verso la Palestina. L’assistenza si divideva in attività politica e di tipo pratico. Dal punto di vista politico, furono avviate una serie di iniziative quali l’attenuazione delle misure sanitarie, la gratuità del visto consolare e senza l’obbligo della richiesta del nulla-osta da Roma, la stampa di speciali carte di transito a spese delle compagnie di navigazione. L’attività di assistenza, tra l’altro, comprendeva la vigilanza sanitaria, l’assistenza agli studenti ebrei, la gestione e direzione della Casa dell’Emigrante e quella del Refettorio (pp. 41-42). I viaggi erano garantiti da 3 navi con cucina e servizi (fino alla IV classe), nel 1927 la popolazione emigrata europea in Palestina superava il 20% del totale (p. 37).



La crisi del ’29 non fermò gli imbarchi che passarono dai 1235 del 1928 ai 3649 dell’anno dopo sino a raggiungere i 5055 nel 1939 (p. 51). I passeggeri in attesa dell’imbarco potevano disporre di una serie di alloggi a seconda delle destinazioni: la Casa degli Emigranti in via Del Monte 7 per coloro che erano diretti in Palestina, l’alloggio popolare di via G. Gozzi per i viandanti e la villa Stock adibita ai fuggiaschi (p. 47). «Non sempre infatti i documenti in loro possesso erano in regola» (p. 48). Eppure il governo italiano, almeno inizialmente, instaurò rapporti di collaborazione col Comitato: nel 1927 vi era stata l’istituzione della Camera di Commercio Italo-Palestinese, la creazione di un Comitato Italo-Palestinese «con il compito di incrementare tutti i tipi di scambi» (p. 45); nel 1933 vi erano state spontanee iniziative mussoliniane «tendenti a facilitare al massimo non solo il transito dei profughi ma anche il soggiorno ed in certi casi addirittura l’esercizio da parte loro di alcune professioni in Italia» (p. 56); nel 1934 si giunse a concedere «3 mila visti speciali da riservare a scienziati e tecnici ebrei tedeschi che volessero stabilirsi in Italia» (p. 57).



Nel 1934 nacque a Trieste un Comitato speciale di assistenza che agì parallelamente a quello fondato nel 1921. Il finanziamento dell’assistenza avveniva mediante le sovvenzioni della Jewish Agency ma non mancarono iniziative locali come la sottoscrizione nazionale che fruttò circa 750 mila lire (p. 57) per una spesa media a passeggero di 1,25 lire nel 1926-27 (p. 60). Le spese aumentarono criticamente dopo il 1933, specialmente nei confronti dei viandanti provenienti dalla Germania, fino al 300% del periodo precedente, basti pensare che il refettorio che nel 1926 distribuiva 45 pasti al giorno, giunse nel 1934 a prepararne 80! Un ulteriore onere per l’assistenza era costituita dall’immigrazione clandestina che aumentò considerevolmente dopo che l’Inghilterra, che deteneva il mandato palestinese, «si orientò verso un restringimento sempre maggiore della soglia d’ingresso» (p. 62).

«Un volantino illustrativo della sua attività nel ’35, stampato in occasione della Pasqua del ’36, consente di individuarne lo sviluppo generale: in quell’anno per la città giuliana transitarono 21782 emigranti ebrei, 4875 turisti e 538 profughi per un totale di 27195 unità. Distribuì inoltre 4959 razioni alimentari presso la mensa amministrata dall’ADEI e fornì sussidi per 38 mila lire ai viandanti ed 11557 lire ai profughi. Nei due anni successivi invece, come risulta da un altro opuscolo simile al precedente, il numero dei transiti per Trieste diminuì fino a 13 mila unità circa, ma quello dei profughi rimase sostanzialmente costante passando a 426 unità nel ’36 ed a 476 nel ’37; comportando spese pari a 37676 lire nel primo, e 23063 lire nel secondo. Anche le spese di alloggio non variarono troppo passando dalle 39999 lire del ’35 alle 30396 lire del ’36 fino alle 34652 lire del ’37» (p. 126).



Tra il 1934 ed il 1937 l’Ucii entrò in crisi e nel novembre 1936 si annunciava «la preparazione del progetto di una ristrutturazione dell’attività assistenziale delle Comunità con particolare riferimento ad una più equa ripartizione dell’onere finanziario di questa; la creazione di uno schedario degli assistiti, etc.» (p. 108). Si cercava, in tal modo, di evitare il sistema di sprechi che si era creato negli anni precedenti, es. nel 1937 la Comunità di Firenze preferiva pagare il biglietto per i passeggeri sulla linea Firenze-Roma piuttosto che Livorno-Roma che era più breve e più economica (p. 109). A Milano, ad es., era stato possibile stampare un libretto per ogni passeggero nel quale erano scritti tutte le provvidenze in suo favore. Il Comitato di questa città era sorto nel 1933 per favorire il transito degli emigranti tedeschi dall’entroterra verso i principali porti italiani. Nel 1938 prese il nome di Comitato di assistenza per gli ebrei in Italia (COMASEBIT).



«Fu creato subito un ufficio di collocamento consistente sostanzialmente in alcuni registri su cui venivano segnate le domande di lavoro e le offerte d’impiego con tutte le informazioni di dettaglio relative sia l’offerente che al richiedente. In tal modo fu possibile sistemare in breve periodo una trentina di disoccupati; questo aspetto dell’assistenza fu però presto abbandonato per la pressoché assoluta mancanza d’offerte d’impiego. Per quanto concerne l’attività di rieducazione ed adattamento degli ebrei profughi ad attività artigianali od agricole, mancano indicazioni (…) per quanto riguarda la divulgazione di informazioni utili per gli aspiranti all’emigrazione, il loro orientamento e tutto il lavoro di assistenza consolare, si può dire che l’attività del Comasebit non differisca in sostanza e sotto il profilo qualitativo da quello del comitato del quale era la trasformazione; comunque c’è da osservare che furono stabiliti per la prima volta contatti specifici con organizzazioni e comunità tedesche ed austriache per coordinare l’afflusso dei profughi» (pp. 154-155).



Nel 1938 il rapporto tra Fascismo e Sionismo, che fino ad allora era stato di collaborazione e fiducia, entrò in crisi. Quali ne furono le cause?

a) «il fallito tentativo di utilizzare il sionismo in funzione anti-inglese per battere la minaccia delle sanzioni» (p. 133);

b) «le prese di posizione antifasciste di singoli ebrei italiani e stranieri» (p. 134);

c) l’apartheid praticato in Abissinia;

d) l’avvicinamento alla Germania;

e) il compromesso tra Stato e Chiesa.



A prescindere dalle motivazioni, il Comasebit poté continuare la propria attività indisturbata fino al 15 settembre 1939 quando ne fu ordinata la sospensione. Rinacque un paio di mesi più tardi a Genova sotto altro nome “Delegazione Assistenza agli Emigranti Ebrei” (Desalem) le cui finalità erano indicate «nella facilitazione con ogni mezzo dell’emigrazione ebraica dall’Italia e nella completa assistenza ai profughi in attesa dei visti o della soluzione dei loro casi» (p. 176).



«Le forme dell’assistenza della Delasem non differiscono troppo da quelle praticate dal disciolto Comasebit. Si trattava principalmen­te di poter provvedere all’alloggio ed al vitto degli assistiti in toto, ed alle particolari specifiche esigenze degli assistiti saltuariamente. Si organizzò inoltre un sistema di assistenza medico-farmaceutica ed un magazzino per la conservazione e distribuzione di vestiario in­vernale. Le spese necessarie per queste forme di assistenza, per le quali si riuscì ad usufruire in genere delle strutture appartenenti al disciolto Comasebit o alle varie comunità ed organizzazioni preesi­stenti, unitamente alle spese necessarie per l’emigrazione, ed a quelle Nel complesso dal dicembre del ’39 al giugno del ’40 fu assi­stita in toto una media mensile di 3.000 profughi mentre un totale di circa 9.000 unità ricevette un’assistenza di carattere saltuario o speciale. Le spese per questo rilevante sforzo furono pari a circa mezzo milione di lire mensili per un totale di 3.500.000 lire per l’intero periodo. Come si diceva poc’anzi la copertura finanziaria di questa imponente cifra fu garantita oltre che dalle raccolte in­terne, dall’invio mensile da parte del Joint di 15.000 dollari, un totale cioè di 105.000 dollari, pari a 2.100.000 lire, per i sette mesi considerati» (pp. 183-184).



«Per l’aspetto finanziario l’assistenza consistette nell’invio di somme che i responsabili presso ogni campo utilizzavano in modo tale da sopperire nel modo più razionale alle esigenze collettive locali; negli sforzi fatti ad ogni livello per supe­rare le difficoltà nell’erogazione degli assegni e poi, dopo il 21 maggio 1941, degli aumenti concessi; nelle controversie con le am­ministrazioni locali e centrali nel caso frequente di errori o di in­terpretazioni restrittive o capziose delle norme sull’assegnazione delle somme. Presso i campi si organizzarono anche cucine collettive che consentivano agli associati di risparmiare qualche cosa grazie agli acquisti più massicci ed all’utilizzo più razionale delle derrate: è interessante osservare come si riuscì a soddisfare anche richieste un po’ particolari come quelle di ferri da stiro, di occhiali completi dì lenti, di una macchina dattilografica, di attrezzature da falegname, calzolaio, fabbro ed addirittura una sedia dentistica con buona parte delle attrezzature ed un trapano, un apparecchio per sordi, attrez­zature sportive e musicali di vario genere» (pp. 209-210).



Un’altra iniziativa importante è quella dell’organizzazione di un reparto di assistenza infantile con sede a Firenze, in Via dei Rustici 2, denominato “Delasem dei piccoli”, col compito di assi­stere l’infanzia addirittura dalla fase prenatale sino a quella adole­scenziale, in tutti i settori: alimentare, sanitario, culturale e mo­rale. La modificazione dell’ordinamento degli uffici fu fatto allo scopo di dare maggiore impulso ad un settore così importante della assistenza per il quale si lanciò un appello speciale alle sezioni fem­minili dell’ADEI presso le varie comunità perché si impegnassero nella raccolta di indumenti, biancheria, scarpe, libri di studio, me­dicine e giocattoli. Tra le prime iniziative di questa nuova sezione della Delegazione è il caso di ricordare la pubblicazione di un fascicoletto intitolato: “Delasem dei piccoli” dedicato appunto ai fan­ciulli, che si sperava di far diventare periodico. La pubblicazione conteneva una rubrica di corrispondenza con i piccoli — sono segna­late 553 lettere arrivate in un mese — la messa in palio di premi di studio, la pubblicazione di indovinelli, giochi, piccoli problemi et similia. Fu inoltre organizzata una piccola biblioteca per i piccoli che si sperava di poter fare girare per i campi di interna­mento» (p. 222).



«A Roma in particolare, dove coloro che necessitavano di un aiuto quotidiano erano saliti nel maggio del ’44 a quasi 3.000 unità, fu il famoso padre Benedetto ad accentrare nelle sue mani l’opera della Delasem avendo già fatto nel ’43 una grossa esperienza sulla Costa Azzurra dove, in seguito alla ritirata dell’Esercito Italiano, i tedeschi avevano dato vita ad una delle più feroci cacce all’uomo che abbiano avuto luogo nell’Occidente europeo. Nel suo lavoro pa­dre Benedetto trovò l’appoggio del clero secolare e regolare roma­no, tanto che la Casa Generalizia dei Cappuccini in Via Sicilia di­venne il suo quartiere generale, ma non fa certo l’unica sua base. La Casa delle Clarisse francescane in via Vicenza, la parrocchia del S. Cuore a via Marsala e quella di S. Maria degli Angeli, nonché decine e decine di altre parrocchie e centri ecclesiastici divennero luoghi di assistenza e rifugio per gli ebrei di Roma. La loro attività fu abilmente coordinata ed interrelata con l’indefessa azione a molti altri livelli cui padre Benedetto seppe dar vita e che gli valse giu­stamente la medaglia d’oro della riconoscenza da parte dell’Ucii. Con padre Benedetto si devono ricordare anche don Paolo Caresama e don Giovanni Brossa per citare solo due nomi tra le centinaia e centinaia di religiosi che non si sottrassero, malgrado i rischi, al­l’opera assistenziale. Né l’appoggio dei cattolici si limitò a questa forma di assistenza; la S. Sede funse anche da centro di deposito per il denaro proveniente dalle organizzazioni ebraiche estere e spesso anticipò o prestò forti somme garantite dagli stessi enti. A questo proposito corsero varie voci e nel dopoguerra si è accesa qualche polemica nella quale padre Benedetto è intervenuto assicu­rando la provenienza ebraica della assoluta maggioranza dei fondi distribuiti pur senza sminuire il ruolo svolto dalla S. Sede e dal Catholic Refugees Committee» (pp. 249-250).



Nell’autunno si riorganizzò l’assistenza sanitaria, si aprì una mensa collettiva per 300 posti ed un club con biblioteca, sala di lettura, scrittura e così via. In sostanza agli inizi del ’45 la Dela­sem poteva dire di aver ritrovato il suo ritmo migliore ed anzi di aver rinnovato pienamente il suo vasto prestigio e consolidato il ruolo che aveva svolto negli anni precedenti fino al settembre del ’43. Man mano che le truppe alleate procedevano verso Nord libe­rando un numero crescente di province sempre nuovi gruppi di ebrei poterono uscire dall’ombra in cui avevano vissuto nascosti sino a quel momento e, privi come erano nella stragrande maggio­ranza dei casi, di ogni cosa, trovarono ancora una volta nella ritrovata Delegazione di Assistenza dell’Ucii un appoggio ed un’assi­stenza che col passare dei mesi venne facendosi sempre più artico­lata e completa» (pp. 253-254).



«Oggi quasi in ogni comunità esiste una compagnia di carità e beneficenza per il soccorso ed i riti funebri; ambulatori medici a disposizione dei non abbienti (a Roma c’è un intero ospedale); in tre centri (Roma, Torino e Mantova) vi sono ospizi per i vecchi invalidi; in altri (Milano, Firenze, Venezia e Trieste) vi sono case di riposo per anziani non invalidi;a Roma e Venezia funzionano orfanotrofi; quasi ovunque ci sono asili infantili e scuole elementari; in alcune città sedi delle comunità più numerose funzionano scuole medie o professionali tutte parificate; ovunque poi agiscono circoli di cultura e di studi religiosi e scientifici. Numerose sono anche le fondazioni culturali ed i lasciti alimentanti i fondi per borse di studio, nonché gli interventi delle singole comunità e dell’Ucii tendenti a sussidiare studenti italiani e stranieri presso le università statali» (p. 29).



Citazioni tratte da Leone M., Le organizzazioni di soccorso ebraiche in età fascista, Roma, Cacucci, 1983.


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L’altro ‘900

Presentazione del libro “L’altro ‘900 nella testimonianza di Duccia Calderari” di Ilaria Pedrini. Fondazione De Marchi, Trento, p.zza Santa Maria Maggiore, 14 marzo 2016.

Introduce Giuseppe Ferrandi, direttore del Museo storico trentino, che discute una relazione sul contesto storico-politico del ‘900. “È un privilegio introdurre questo libro non solo perché la fondazione ha concesso il patrocinio alla pubblicazione ma per la lettura molto viva del libro che restituisce alla storia questo personaggio impegnato in ogni campo (sociale, politico e religioso)”. Perché “l’altro ‘900”? Perché si tratta di un periodo di contraddizioni, di fratture, di tragedie ma anche di tentativi di mettersi in gioco. Attraverso di lei si intravedono le visioni, le culture e le letture di una donna del mondo che ha avuto la possibilità di vivere una serie di esperienze che le hanno permesso di uscire dai cliché di questo periodo. Proveniva dalla borghesia che era molto vicina agli ideali risorgimentali con una vitalità e grande valore culturale. Ha avuto la sfortuna di doversi misurare con la ripetizione di due guerre mondiali che hanno influito molto sull’identità del Trentino. La prima nasce in un contesto dove la città di Trento è inserita nel confine tra Italia e Austria, la seconda è una conseguenza della prima e Duccia Calderari è stata attenta a cogliere le esigenze della città senza alcun atteggiamento intellettualistico ma con la capacità di misurarsi con la dura realtà sociale, es. quando decide di interessarsi ai temi dell’immigrazione dove si scoprono delle pagine commoventi sulle ingiustizie sul lavoro. Chi ha l’occasione di leggere il libro potrà riabilitare questo secolo e riscoprire una tradizione che non può essere liquidata coi soliti miti di sempre.

Interviene Lucia Fronza Crepaz che discute una relazione sui rapporti della protagonista con i Focolarini. Oggi si celebra l’anniversario della scomparsa di Chiara Lubich che ha assunto un ruolo fondamentale nella formazione di Duccia Calderari. La prima volta che Duccia vede Chiara fu quando Gino Lubich cercò di coinvolgerla nella guerra civile e Chiara gli rispose di essere già impegnata in un’altra avventura. Nel suo libro Duccia scrive: “alla fine è stata lei a conquistare me e dopo un po’ di tempo (aprile ’44) l’ho vista presso il Convento dei cappuccini in occasione di una sirena d’allarme e sono rimasta colpita del comportamento insolito di un gruppo di ragazze le quali, invece di arrivare al rifugio, indugiavano nel portare aiuto a delle persone in difficoltà. Sono rimasta colpita dalla carità tanto che ho pensato di entrare in contatto con lei e di non perderla più di vista. Da quel giorno cominciai a frequentare la “casa della carità”, quella che chiamavano tutti la “casetta”. Ero sopratutto attirata dal fatto che mi mettevano al corrente di ciò che si leggeva nel Vangelo che vi confesso non lo avevo mai letto sebbene andassi sempre in Chiesa. Quelle ragazze non solo lo leggevano ma lo mettevano in pratica, alla lettera, senza riduzioni e ciò mi affascinava”. La vicinanza con Chiara la portò a far nascere una realtà nuova: insieme alle sue compagne decide di prendere i voti di castità, povertà e obbedienza. Tutti i giorni portava il pranzo e la cena ai poveri del rifugio di San Martino e una folla di ragazzi la seguiva ai quali diceva “non volare ma tuffare”. In altre parole non fare castelli in aria o sognare utopie irrealizzabili ma entrare completamente nei problemi quotidiani mischiandosi con quanto è più vilipeso dalla società. Un giorno un giovane andò a chiedere a Chiara una paio di scarpe e passò dalla chiesa, ma non le trovò, poi, dopo essere uscita, incontrò per caso Duccia con un pacchetto nel quale c’era il paio di scarpe agognato. In un’altra lettera Chiara la chiama “la buon samaritana” e incoraggia a seguire Santa Caterina in un’epoca in cui la Chiesa faceva politica per combattere la minaccia comunista. Mentre un giorno leggevano il Vangelo insieme si dissero di essere pronte per dare la vita l’una per l’altra ed è bello immaginare che “chi vola” e “chi si tuffa” lo fa per stare insieme a qualcuno. Queste donne non hanno avuto timore di penetrare il Vangelo e condividerlo in tutte le pagine (amatevi gli uni gli altri, siate perfetti, etc.) puntando a tirare fuori il proprio talento senza piegarsi alla paura. A chi le chiedeva di entrare in politica lei rispondeva che era suo dovere partecipare alla vita della città senza barriere ideologiche né partiti di potere.

Interviene Ilaria Pedrini, autrice del libro, che discute una relazione sulla redazione del libro. Le fonti sono costituite dal carteggio tra Chiara Lubich a Duccia Calderari che si compone di 90 lettere dal 1944 al 2008 (Duccia è scomparsa l’anno dopo). A dicembre si è svolta una conferenza a Parigi in cui si chiedeva di mantenere una temperatura accettabile sul pianeta attraverso lo slogan “decarbonizziamoci” che significa non tornare all’uso dei combustibili fossili che producono l’effetto serra. Duccia negli anni ’50 aveva intuito il problema all’indomani dell’accordo europeo sul carbone e sull’acciaio (CECA) e si oppose a chi sfruttava i minatori a quali spettava di fare delle materie prime un bene comune sottraendole al profitto di pochi privilegiati. In Duccia si vede la storia della famiglia trentina, una parte di un mondo aristocratico che sta per finire, quasi ottocentesca, perché si vede l’amore per il risorgimento e di chi con orgoglio teneva in casa una copia del “proclama Alexander” per ricordare i bei tempi della Resistenza. In una lettera alla madre scrive di battaglie che le fanno soffrire, di inutilità della guerra, di non senso della vita e una sensibilità fortissima nel futuro che l’aspettava ma non riesce a pensare solo a sé stessa vedendo tante famiglie povere che conducevano vita grama tanto da indurla a farsi crocerossina. Vive controcorrente tutta la vita insieme a quelli come lei che si sono trovati in un mondo che stava cambiando. “L’altro ‘900” è nato da una telefonata con un’amica (il titolo provvisorio era “per te numero 42” ricordando l’episodio del paio di scarpe) per ricordare che in quegli anni, al di là dell’odio e della distruzione, c’era chi faceva il bene non per eroismo ma per senso del dovere:

«Si iscrisse alla Scuola superiore regionale di servizio sociale, attiva a Trento in piazza S.Maria Maggiore già dal 1947. La frequentò nel biennio 1951-53. Vi si studiava diritto, psicologia, economia, pedagogia, statistica e, naturalmente, assistenza medica e sociale. Molto intenso era l’impegno nel lavoro formativo come tirocinante: 700 ore distribuite nei due anni. Anzi, per l’impostazione molto orientata al lavoro sociale, tutto il curriculum era centrato sull’operatività, tanto che le discipline di studio venivano raggruppate in moduli didattici a corredo dei momenti di servizio esterno alla scuola. Scorrendo le pagine del suo Libretto dello studente, oltre alle numerose ottime valutazioni, i 30/30 spesso con lode, si viene a conoscere il tirocinio svolto presso enti impegnati in tutto il ventaglio delle problematiche del tempo: carceri, madri nubili, disabilità, emigrazione. La scuola ha custodito le note informative sulle tirocinanti ed è quindi possibile oggi constatare il giudizio sull’impegno dell’allieva nelle valutazioni della scuola. (…) Per quanto riguarda la scelta dei campi d’azione, Duccia si rivelò particolarmente attratta dalle tematiche legate all’emigrazione. Con i buoni auspici della preside della scuola, Antonia Pruner, una donna colta e determinata, chiese e ottenne di sostenere un tirocinio presso il Centro di Emigrazione di Milano, dipendente dal Ministero del lavoro. Iniziò lì a studiare le dinamiche migratorie e il funzionamento degli enti che assistevano le famiglie dei senza lavoro in partenza per l’estero. Ne divenne esperta a1 punto da fare di questo tema l’oggetto della sua tesi di diploma: Aspetti e problemi dell’emigrazione italiana nelle miniere in Belgio. Occorre sapere che, per effetto dell’accordo italo-belga del 1946, l’Italia aveva promesso al Belgio lavoratori in cambio di carbone. L’accordo determinava in tre tonnellate il quantitativo di carbone da inviare in Italia ogni mese, per ogni lavoratore immigrato, e la possibilità di trasferire i due terzi del salario in patria. Negli anni seguenti, consistenti flussi migratori partirono dall’Italia alla volta dei distretti minerari della zona dell’Hainaut, raggiungendo le quasi 50 mila presenze di italiani emigrati. Essi costituivano i due terzi dei lavoratori stranieri, essendo venuta meno nel tempo la disponibilità di manodopera belga e quella dei prigionieri del tempo di guerra. Si alleggeriva così in Italia la pressione della disoccupazione e si procurava l’energia necessaria alla ripresa produttiva. Non di meno si garantiva una risorsa alle fasce più povere della popolazione, frutto delle rimesse dei familiari emigrati: ossigeno per i consumi. I costi umani di quell’esodo furono pesantissimi e ben se ne avvide Duccia, che li documentò nella sua tesi. Per raccogliere materiale utile alla ricerca, nell’estate del 1953 si trasferì in Belgio, ospite di una famiglia emigrata da Treviso nel bacino carbonifero di Borinage, uno dei cinque principali del Paese, che comprendevano un totale di 57 miniere. Mediante un accordo con la Fédération des Associations Charbonnières de Belgique (Fedechar), viaggiò in treno, a sue spese, partendo da Milano con un convoglio di minatori. Rimase segnata dalla constatazione delle loro condizioni di vita e di lavoro. Non esitò a definirle “infernali”. Non si dava pace. Volle che le autorità italiane le conoscessero e arrivò un giorno a stazionare davanti al Consolato italiano a Bruxelles per ore, finché venne ricevuta e poté esporre la questione. Del resto, ebbe sempre una spiccata capacità di tenere insieme la sensibilità al rapporto interpersonale, l’intelligenza di leggere nelle situazioni la dimensione sociale e istituzionale e la determinazione di impegnarsi per ogni possibile soluzione tramite l’agire politico. Traspare nel testo della tesi la volontà di utilizzare le scoperte fatte anche come mezzo per rendere più consapevoli i connazionali e di farne supporto a un auspicato intervento riformatore. Rientrata in Italia, carica di tabelle statistiche, appunti e foto, lavorerà diversi mesi alla compilazione della tesi che costituisce un poderoso lavoro di documentazione sulla popolazione italiana emigrata, svolto con rigore scientifico e con capacità di penetrare la questione nelle sue molteplici implicazioni» (pp. 98-101).

Interviene Monica Ronchini, ricercatrice del Museo storico trentino, che esprime una relazione sul lavoro sociale della protagonista. A Trento nel 1954 fu aperto un consultorio familiare fino al 1956 e Duccia fu l’assistente sociale incaricata e che gestì un’esperienza che si inserisce bene nei vasti movimenti del servizio sociale in Italia (Giovanni De Menasce, Antonia Pruner, Paolo Liggeri, Rosetta Stasi). Da qui nasce la connessione tra l’esperienza nostrana e le innovazioni europee che si tradusse in un sistema di servizi sociali strutturati che portano a sperimentare anche forme avanzate come il consultorio. Grazie alla rete di connessioni stabilite dalla scuola trentina si potè anche esportare il modello trentino fuori dalla regione. A Trento nacque il primo tentativo di una struttura dedicata al disagio familiare non per motivi economici ma per difficoltà interne insieme alle quali si decideva di intraprendere un percorso comune insieme ad un’equipe multidisciplinare tra cui anche un’igienista e un consulente teologico. Per ragioni di personalità legate alle vicende della scuola, il consultorio chiuse nel 1957 ma Duccia non si rassegnò d’animo e mai come in questi casi si rimboccò le maniche:

«Duccia, rimasta senza lavoro, venne assunta allora nel Centro sociale alle dipendenze della Regione autonoma Trentino-Alto Adige, con sedi a Trento e a Bolzano. Lì negli anni ’60 si andò impostando con criteri moderni la relazione professionale di aiuto alle persone e alle famiglie, in una dimensione pubblica, dando altresì una prospettiva e una regolamentazione alla figura dell’assistente sociale. Non si può dire con quali sentimenti Duccia si inserì nel nuovo ambiente, dopo la soppressione non certo indolore del Consultorio a cui aveva dato tutta se stessa. Può darsi che non le fosse facile ricominciare da capo, a 47 anni. Chissà! Solo alle nipoti un giorno confidò che vi si sentiva “stretta”. E tuttavia non mancò di conquistarsi la stima di tanti. Aveva ormai un bagaglio ricco di esperienza e una sua metodologia di lavoro ben impostata. Immetteva in quell’ambiente la sensibilità naturale, affinata dalla considerazione per il povero” appresa alla “casetta”, insieme alla rettitudine e al coraggio che avevano fatto di lei, al dir di tanti, “una signora”. Chi usa con forza questa espressione, anche pubblicamente, e Paolo Cavagnoli, entrato nel Centro un po’ casualmente perché gli piaceva stare con i ragazzi sbandati ospitati in una casa di correzione, precisamente al riformatorio di Levico, in provincia di Trento. Lì lavorava la notte mentre di giorno frequentava i corsi della Scuola superiore di servizio sociale. Al Centro conobbe Duccia. «Le piaceva ascoltarmi mentre le raccontavo dei miei ragazzi, delle loro bravate, delle loro fughe – racconta Paolo Cavagnoli – e a me piaceva parlare con lei. La ricordo con gratitudine perché mi ha dato il taglio professionale, serio, del lavoro sociale, che è: “non giudicare”. Di fronte a lei la mia vivacità dei vent’anni trovava comprensione e indirizzo. Non c’era confronto fra lei e le altre assistenti. Non occorreva quasi che parlasse. La sua eleganza, potenziata dalla sua statura fisica, trasmetteva solidità insieme ai rudimenti di una professione che mi coinvolse in modo totale. Quando arrivavo al lavoro solitamente salutavo tutti con spavalderia, da ragazzo qual ero; ma con lei no. Quando discutevamo dei casi affidati al nostro ufficio, con le altre assistenti si poteva scivolare nella superficialità, nel pressappochismo o, peggio, nel paternalismo. Mi dava fastidio, lo sentivo profondamente sbagliato. Con lei non succedeva. Accostava i casi con valutazioni oggettive, con rigore, con rispetto per le persone e stima per le loro potenzialità. Guardava alla persona che ha bisogno. Del resto allora le competenze del servizio pubblico erano ben poche, né c’erano risorse a parte i sussidi familiari a favore delle ragazze madri e dei figli illegittimi. Lei non faceva 1’insegnante, dava l’esempio. Non diceva: “impara questo o quello”, ma chi le era vicino capiva cosa fare. Senza insegnare, insegnava. Era una figura rappresentativa e autorevole, era l’esempio di una pedagogia imitativa. Ricordo quando arrivava qualcuno, una donna anziana ad esempio: lei la introduceva nell’ufficio e richiudeva la porta; alla fine si alzava con lei e l’accompagnava all’uscita: un tratto di grande rispetto e professionalità. Ho copiato da lei tante cose, è stata il mio modello di riferimento» (pp. 113-115).

Approfondimenti


Lettere e immagini di Duccia Calderari

Locandina

Pedrini I., L’altro ‘900 nella testimonianza di Duccia Calderari, Città Nuova, Roma, 2016.

I socialisti e il dibattito sull’assistenza nell’Assemblea Costituente

Recensione su Paniga M., I socialisti e il dibattito sull’assistenza nell’Assemblea Costituente, “Le carte e la storia”, 2, 2015, pp. 111-128.
 
Le elezioni dell’Assemblea Costituente il 2 giugno 1946 avevano sancito la vittoria dei partiti di sinistra che, però, adottarono ciascuno una strategia diversa: secondo il partito comunista la nuova Costituzione avrebbe dovuto contenere i principi della Rivoluzione francese (p. 112) mentre secondo i socialisti sarebbe bastato dotare i lavoratori di più potere. La prima commissione, che si occupava di elaborare i principi generali (le altre due si occuparono dell’organizzazione dello Stato e dei rapporti economici), presentava una composizione eterogenea: Leonetto Amadei (partito socialista); Lelio Basso, Pietro Mancini e Giovanni Lombardi (Partito socialista italiano di unione proletaria); Giacinto Froggio, Giuseppe Micheli, Angela Gotelli, Camillo Corsanego, Umberto Merlin, Carmelo Caristia, Giorgio La Pira, Giuseppe Dossetti, Aldo Moro (Democrazia Cristiana); Vito Reale (Unione Democratica); Mario Cevolotto (Partito della Democrazia del Lavoro); Nilde Iotti, Concetto Marchesi, Palmiro Togliatti (partito Comunista); Roberto Lucifero; Francesco De Vita (Partito Repubblicano); Orazio Condorelli, Roberto Lucifero d’Aprigliano (partito Liberale); Ottavio Mastrojanni (Fronte dell’Uomo Qualunque).
 
Alcuni come Togliatti parlavano del ruolo direttivo che doveva assumere lo Stato nell’esercizio dei diritti, altri come Lucifero propendevano per una più ampia libertà individuale. Tra i democristiani vi era una particolare corrente, scaturita dall’Azione Cattolica e dalla Fuci, che propugnava uan sorta di pianificazione economica ai fini del benessere sociale. Nella seduta del 9 e del 10 ottobre Lelio Basso propose di superare l’idea per la quale ogni persona riceveva un livello di assicurazione in base ai contributi maturati nel lavoro in favore di un nuovo sistema universale senza distinzioni di sorta. Lo scopo di Basso era di separare l’assistenza dalla beneficenza e dalla previdenza (cosa che fu fatta dalla terza commissione che iniziò i lavori il 26 luglio 1946). La prima era elargita dallo Stato ed era rivolta a tutti i cittadini, mentre la previdenza contemplava solo i lavoratori, infine, la beneficenza non avrebbe dovuto gravare sul bilancio dello Stato. I democristiani, però, a differenza dei progressisti, non volevano che l’assistenza diventasse un monopolio dello Stato anche perchè ciò avrebbe determinato derive autoreferenziali e, a lungo andare, strumentalizzazioni.
 
Il testo risultava così formulato:
 

Il lavoro nelle sue diverse forme è protetto dallo Stato. Chiunque è inabile o, per qualsiasi ragione e senza sua colpa, è incapace al lavoro ha diritto ad avere la sua esistenza assicurata dallo Stato. Tutti i cittadini hanno diritto all’assicurazione sociale contro gli infortuni, le malattie, l’invalidità, la disoccupazione involontaria e la vecchiaia. La legge protegge in modo particolare il lavoro delle donne e dei minori, stabilisce la durata della giornata lavorativa e il salario minimo individuale e familiare. È organizzata una speciale tutela del lavoro italiano all’estero” (p. 126).

 
La redazione finale invece si evince nel celebre art. 38:
 

Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale. I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria. Gli inabili ed i minorati hanno diritto all’educazione e all’avviamento professionale. Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato. L’assistenza privata è libera.

 
Rispetto alla precedente versione scompare il continuo richiamo allo Stato se non solo nel quarto comma dell’art. 38 e sopratutto scompare il riferimento ai lavoratori all’estero. Scompare anche il riferimento al lavoro minorile e femminile nonostante i progressisti (Noce-Ghidini) avessero insistito per l’attribuzione delle competenze educative in seno allo Stato qualora la famiglia non avesse avuto i mezzi per farlo. I democristiani (Merlin-Federici) erano riusciti ad evitare tale deriva autoritaria ponendo al centro dell’attenzione la famiglia e insistendo sul fatto che lo Stato non si sarebbe dovuto sostituire completamente ad essa (la questione era già sufficientemente trattata dal codice civile tramite l’istituto dell’affiliazione che consentiva l’alienazione dei figli e l’affidamento ad un istituto o un parente).
 
Il voto del 18 settembre determinò una vera e propria spaccatura tra i due blocchi ideologici che si sarebbero contesi la vita politica italiana per circa mezzo secolo (1946-1994). I diritti di cittadinanza sono riassunti nel più ampio diritto all’assistenza sociale alla quale è accompagnato il “mantenimento” che non compariva espressamente prima ma che implicitamente si riferisce ad una sorta di “assistenza vita natural durante” senza quindi alcun riferimento alla logica di liberazione dal bisogno dei cittadini (p. 115). Da notare che in entrambi i testi il metro di paragone per determinare il bisogno dei cittadini è il lavoro nel pieno rispetto dell’art. 1 “l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro” il che non esprime un obbligo a lavorare ma assume solo un principio generale. In altre parole chi non lavora, pur essendo in grado di farlo, non ha diritto ad alcuna rivendicazione. Chi invece non poteva per invalidità, di guerra o civile, o incapacità mentale o malattia o ogni altro impedimento conclamato poteva ricevere una pensione per tutta la vita a meno che il soggetto non avesse riacquistato la capacità lavorativa ma il testo non dice nulla al riguardo.
 
Il 6 maggio il socialista Arrigo Cairo tentò di modificare l’art. 38 al quinto comma laddove si dice “organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato” in quanto a suo dire ciò avrebbe potuto determinare la sopravvivenza di quegli enti parastatali, creati dal Fascismo, che erano il risultato del consorzio di enti pubblici e privati (ONMI, ECA, etc.). Perciò propose di sostituire quella dicitura con la citazione dei soli “organi pubblici” ma il provvedimento fu respinto. Non sappiamo l’esatta composizione delle votazioni ma è chiaro che ciò doveva seguire il leitmotiv della contrapposizione ideologica tra “bianchi” e “rossi” e che furono rari i casi di voti incrociati e su argomenti di secondaria importanza come, ad es., nel caso della seduta del 10 maggio quando si decise di sostituire “organi ed istituti predisposti e integrati dallo Stato” con “organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato” (p. 119). Volendo azzardare un’ipotesi si potrebbe calcolare così la maggioranza di voto nella prima subcommissione considerando 9 (DC), 7 (PSI, PSIUP, PCI), 3 (PLI-UQ), 2 (UD-PDL), 2 (PR) risulta 12 (DC-PLU-UQ) contro 11 (PSI, PSIUP, PCI, UD-PDL, PR).
 
Anche volendo riunire i democristiani solo con liberali e qualunquisti contro tutti risultano comunque in vantaggio i primi. Ciò non significa che avessero sempre ragione. I progressisti, ad es., riuscirono a bloccare una norma che disponeva una speciale tutela alle famiglie numerose il che poteva ricordare vagamente un ente di assistenza soppresso l’anno prima. Un altro caso si verificò con Mario Merighi (PSI) che fece approvare un inciso al secondo comma che recitava “in ragione del lavoro che prestano” ma evidentemente questa norma fu bocciata in seguito perchè non compare nel testo finale. Nel clima infiammato della guerra ideologica ci fu chi come Francesco Saverio Nitti che ipotizzò un “progetto socialcomunista” teso a sovvertire il sistema democratico (p. 121). In realtà, pur facendo riferimento a modelli stranieri e ad onta degli slogan propagandistici (secondo comunisti e socialisti «le istituzioni sociali dovevano essere distrutte e sostituite da un assetto imperniato sulla socializzazione dei mezzi di produzione», p. 113), tutti erano consapevoli di voler sostenere un progetto “made in Italy” che quindi fosse avulso dalle esperienze d’oltreoceano (gli esponenti socialisti non fanno mai riferimento al welfare inglese, p. 122). Da questo punto di vista si voleva creare un sistema che fosse alternativo sia al dirigismo sovietico sia al lassismo americano (cd. “terza via).
 
Conclusioni
 
Nel complesso i partiti sostennero un ruolo importante dello Stato ma mai sostitutivo delle istituzioni: lo Stato non si sostituisce alla famiglia semmai la sostiene, non si sostituisce alla Chiesa né al mercato dei beni e servizi. Ciò che il Fascismo aveva tutelato viene preservato anche dalla Repubblica: «I costituenti attribuirono la gestione e il finanziamento dell’assistenza alla responsabilità primaria, ma non esclusiva, dello Stato che, anche per carenza di mezzi e risorse, non poteva certo rispondere in maniera efficace all’intera gamma di bisogni presenti nella società» (p. 119). Veniva così a crearsi quello scarto tra principi attesi e risultato dei servizi offerti che il paese soffre tutt’ora. Che cosa si differenzia la Costituzione Repubblicana rispetto al fascismo? Certamente il primato della persona umana sullo Stato e l’insistenza sui diritti inviolabili dell’uomo (artt. 2,3). L’autore conclude che il PSI divenne «il grande assente nell’ambito dei lavori costituenti» (p. 122) principalmente a causa del fallimento della linea della “rottura della continuità” che aveva isolato il partito rispetto alle strategie da adottare. Il Psi d’altro canto accusò la DC di aver condizionato gli altri partiti in senso alla guerra ideologica. Negli anni seguenti il tema assistenziale non fu particolarmente sentito nel dibattito politico e fu relegato nell’attività sindacale e nelle organizzazioni femminili almeno fino agli anni ’70 quando in seguito all’ondata dei movimenti di opinione si potè giungere ad un più ampio processo di riforma dell’assistenza sociale.
 
Valutazione 
 
Coerenza tra titolo e contenuti: ottimo. Organizzazione del testo: ottimo. Esposizione degli argomenti: ottimo. Accuratezza dei dati: buono. Tesi dell’autore e sue dimostrazioni (suggerimenti, conclusioni, scopo, contribuzione effettiva alla conoscenza dell’argomento): ottimo. Originalità dei contenuti: buono. Leggibilità-accessibilità (illustrazioni-grafici, impostazione paragrafi-capitoli): buono. Tempestività della pubblicazione (in relazione alla conoscenza attuale): buono. Esaustività (note, bibliografia, indici e glossari): ottimo. Rilevanza dell’autore (cv, istituto di riferimento, prestigio accademico): buono. Valutazione finale complessiva (apprezzamenti e limiti): bibliografia e note esaustive, attualità dell’argomento.

 

Storia dei servizi sociali



ConL’autore inizia questa storia del servizio sociale a partire dal popolo ebraico che prevede espressamente delle norme in materia di assistenza sociale: «Se vi sarà … non chiuderai la mano al bisognoso» – si tratta dei primi cenni di carità elemosiniera – «in una delle città del paese» (Dt 15, 7-11; v. anche Is 1, 10-17) si riferisce alla città ebraiche in quanto l’assistenza non era contemplata per i gentili. Il cristianesimo ha avuto certamente il merito di estendere l’assistenza sociale verso tutte le popolazioni a prescindere dall’appartenenza di etnia o di classe. Nel Medio Evo la Regola di San Benedetto stabilì l’assistenza ai pellegrini: nacquero i primi ospedali, non ancora intesi come reparti di degenza, ma come luoghi dove gli immigrati potevano trovare vitto e alloggio per qualche notte, di questi però solo alcuni sopravvissero nei secoli come il Brolo di Milano (p. 25). L’ospedale era così organizzato: un rettore a capo, un camerlengo che deteneva la cassa ed un pellegriniere che si occupava dei servizi di base. 



Con l’Umanesimo nasce una corrente di pensiero in Italia che disprezza la povertà intesa come dipendenza dalla carità ed esalta l’impiego coatto nel lavoro (Leonardo Bruni, Lorenzo Valla, L.B. Alberti, etc.). In tale cornice si posiziona la Congregazione di Orsanmichele di Firenze dove le elemosine sono concesse in base a registri precompilati e sotto condizioni particolari di regole morali: si cercava di seguire i poveri nel loro percorso morale e materiale, aiutandoli a fare da soli. 



Nel Rinascimento lo Stato inizia a comminare sanzioni penali ai poveri inadempienti ed a costruire istituzioni vere e proprie nei quali possono essere regolati i loro comportamenti una volta per tutte, escludendoli dalla vita urbana. Nel 1526 l’ebreo convertito J.L. Vives ipotizza la sottrazione dei compiti di assistenza dalla Chiesa allo Stato. Le guerre e le pestilenze favoriscono tale politica. A Roma sorgono diverse compagnie che si specializzano ciascuna nell’assistenza; nascono così gli “Alberghi dei poveri” a Genova, Napoli e Torino e si cerca al contempo di costruire città ideali senza poveri. 



Con l’Illuminismo si sviluppa l’idea non solo di assistenza laica ma anche di indagine sulle cause della povertà che proseguirà nel ‘800 col Positivismo a grandi linee tramite Malthus per il quale la povertà è determinata dall’aumento della popolazione. Nei paesi riformati si aboliscono gli ordini monastici, accusati di creare dipendenza e l’assistenza si secolarizza cioè è monopolizzata dallo Stato sotto forma di burocrazia, es. in Germania nascono le prime assicurazioni sociali d’invalidità. 



Con la Rivoluzione francese cessa la segregazione istituzionale e si introducono i diritti fondamentali dell’uomo inteso nella sua dignità ad integrarsi nel tessuto sociale qualunque ne sia la condizione sociale ed economica. Il povero in tal caso è visto come unità produttiva, utile cioè allo sviluppo del capitalismo industriale. L’aumento vertiginoso della classe operaia dà modo ad essi di organizzare in sindacati e leghe di rivendicare una politica sociale più incisiva che in Italia sarà recepita prima da Giolitti e poi dal Fascismo che farà dell’Italia «la legislazione sociale più avanzata al mondo» (p. 77). 



«Nella costituzione italiana si riscontra una contraddizione tra l’art. 38 e l’art. 32 che configura modelli diversi di Stato sociale» (p. 10).



Con la Repubblica rimangono intatte le istituzioni precedenti, mentre si crea una ambiguità nella costituzione tra l’art. 38 di orientamento reazionario (separazione tra previdenza per i lavoratori e assistenza per gli inabili) e tra l’art. 32 “diritto alla salute” di orientamento progressista.



«Con la sua Nota aggiuntiva al bilancio dello Stato, il Ministro La Malfa propose un nuovo progetto di Welfare State che contemplava il prelievo delle imposte erariali di tutte le categorie produttive» (p. 11).

Citazioni tratte da SALASSA A., Storia dei servizi sociali, Brescia, La scuola, 2003

Il servizio sociale italiano nel secondo dopoguerra



La seconda metà del ‘900 vede il «passaggio dalla civiltà contadina a quella industriale» (p. 9). Un mutamento epocale dato che il fascismo aveva fatto della vita rurale uno dei punti principali della sua politica sociale fino al punto di ipotizzare la scomparsa dell’economia di mercato nella speranza della Vittoria. Analogamente si può fare la stessa comparazione col servizio sociale giacché si legge espressamente di «rinascita» e NON di «nascita» (p. 11) come erroneamente è stato presentato in altri contesti. Si vuole, cioè, sottolineare l’elemento di discontinuità col passato senza però rinunciarvi come entità storica. Si riconosce, finalmente, il contributo dato dal fascismo al servizio sociale, sebbene senza condividerne i principi fondanti (cfr. pp. 17, 47, 48, 59, 67, 79).



La cronologia è quella solita degli eventi storici: i paesi anglosassoni dopo un’incessante campagna militare di bombardamento e di occupazione dell’Italia, dove si lasciano andare ad ogni sorta di saccheggi e di violenze nei confronti di donne e bambini, fanno affidamento all’UNRRA col compito di assistere le proprie vittime. Gli Usa e l’Inghilterra in tal modo, anticipano notte-tempo, la propaganda sovietica che, tramite il suo portavoce Palmiro Togliatti, si prepara ad affrontare le prossime elezioni politiche. L’UNRRA ben presto si trasforma in AAI di concerto con alcune organizzazione ecclesiastiche, con a capo Giovanni Baldelli, un religioso che venti anni prima aveva fondato l’Onarmo. 



L’alleanza tra il mondo liberale anglosassone e quello cattolico in Vaticano non è casuale. Si ricordi, infatti, che a seguito della sconfitta dei paesi dell’Asse, il mondo, prima a Casablanca e poi a Yalta, era stato diviso in due blocchi ed il nuovo nemico per l’Italia si affacciava ad oriente, nonostante sopravvivesse il governo di unità nazionale PCI-PSI-DC. Il finanziamento di tali attività era costituito da un “Fondo Lire”, istituito il 29 maggio 1946, che a sua volta era alimentato dal commercio da parte delle forze occupanti di materie prime all’estero, principalmente carbone e petrolio. Il tesoro italiano era all’epoca completamente vuoto, razziato dalle parti belligeranti e la stessa moneta utilizzata fu l’am-lire, che si poggiava esclusivamente sul dollaro americano.



Il Comitato di Controllo del Fondo Lire pubblico un “Progetto Educativo” che finanziava il pluralismo delle scuole di servizio sociale (440 milioni di am-lire) per immettere da subito sul mercato del lavoro un folto gruppo di assistenti sociali per porre in pratica i nuovi metodi derivati dal mondo anglosassone in relazione ai nuovi piani di ricostruzione edilizia e civile. Il documento, custodito presso l’Archivio di Stato di Roma, porta la firma di Giorgio Molino, responsabile dell’AAI e di Phoebe Bannister, consulente della Missione Keeny. Nel documento «troviamo il termine lavoratore sociale per indicare gli assistenti sociali che oltre ad essere una traduzione dall’inglese “social worker” corrisponde anche alla volontà di attribuire a questa figura, nuova nel contesto italiano, una dignità ed uno spessore che alcuni ritenevano forse sminuiti dal termine assistente sociale o segretarie sociali» (p. 20). 



Il secondo principio ispiratore del documento, dopo il pluralismo, era l’autonomia delle scuole, cioè evitare di ricadere nel regime precedente allorquando vi era un’unica scuola che ne accentrava tutte le funzioni. Il terzo principio è la qualità dell’insegnamento che doveva rispondere alla linee guida predeterminate al Convegno di Tremezzo e che furono affidate al monitoraggio dell’AAI svolto dai suoi funzionari che «ne riferivano agli uffici di Roma» (p. 21). Occorre ribadire che l’AAI non esercitava un vero e proprio condizionamento, come lo era per il PNF, ma era determinante per il finanziamento e per la prosecuzione della vita scolastica. La scuola al Celio prevedeva il tirocinio sotto la supervisione di chi fosse già in servizio, dunque per le nuove scuole si dovette accettare l’insegnamento di chi si era diplomato al Celio almeno fino al 1949 quando le nuove monitrici poterono prendere servizio (Program organizer = supervisore). Il Regime Fascista, infatti, aveva stabilito le promozioni di carriera in più ruoli: di concetto, direttivo ed ispettivo.



Il primo scaglione di finanziamenti nel 1947 giunse dalle casse dell’AAI per un totale di circa 17 milioni di am-lire e fu ripartito fra le prime sette scuole: la scuola pratica di servizio sociale in via Mercalli 23 a Milano diretta da Odile Vallin (nata francese ma naturalizzata italiana), presso l’Opera Cardinal Ferrari definita dall’autore «la prima scuola di servizio sociale nel secondo dopoguerra» (p. 51), la scuola di servizio sociale delle canossiane a Milano in via Lanzone 53, il Corso Biennale di assistenza sociale diretta da Lucia Corti (aderente al movimento della Sinistra Cristiana), in via Daverio 7 a Milano preso la Società Umanista, la Scuola nazionale per assistenti sociali del lavoro a Roma in via IV Novembre 144 diretta da Paolina Tarugi (fondatrice negli anni venti insieme ad Ettore Levi la scuola per segretarie sociali in via Piatti 4 a Milano) (cfr. I corsi per assistenti fasciste del lavoro, “L’assistenza sociale agricola”, 11-12, p. 431), la scuola Onarmo a Roma in via San Gregorio al Celio diretta da Vera Lombardi (già direttrice della scuola fascista di Gregorio al Celio), la scuola per l’Educazione Professionale di assistenti sociali presso il Cepas di Roma in piazza Cavalieri di Malta 2 diretta da Guido Calogero (autori di alcuni articoli sul periodico fascista Critica Moderna), ed infine la scuola italiana di servizio sociale in via De Pretis 86 a Roma diretta da Jean Cattui De Menasce (ebreo convertito che aveva rifiutato la cittadinanza italiana). In totale sono tre scuole e Milano e quattro a Roma, quattro scuole dell’Ensiss di ispirazione cattolica e tre dell’Unsass di ispirazione liberale.



Ben presto il numero di scuole si moltiplicò a dismisura: nel 1960 ve ne erano 56 tra cui una scuola italiana di servizio sociale del lavoro a Napoli diretta da Vincenzo Maria Palmieri, criminologo e medico (p. 27). Nel 1953 fu rinnovato il Progetto Educativo per altri cinque anni con una novità di rilevo: l’AAI non avrebbe più direttamente finanziato le scuole che si sarebbero dovute rivolgere agli enti co-finanziatori (Confindustria, POA, INAIL, Ministero dell’Interno, Società Umanitaria, etc.). Ad affrontarsi nell’imminente guerra fredda furono il comunista Emilio Sereni ed il cattolico Ludovico Montini che era presidente della Delegazione governativa per i rapporti con l’UNRRA: «il clima che si viveva negli ovattati spazi dell’albergo era lo stesso che si respirava nel paese» (p. 39): il 2 giugno 1946 la storica data del trionfo della Repubblica ed il tramonto della dinastia reale che aveva riunificato l’Italia. Si trattava di un epoca di transizione con molte realtà del nord ancora in fermento e che abbisognavano di iniziative di riconciliazione nazionale.



La polemica si arenò tra i comunisti che volevano l’istituzione di un Ministero dell’assistenza sociale sulla scia del defunto Ministero di Assistenza Postbellica, fondato durante la Resistenza, e che fosse accentratore e coordinatore delle numerose scuole e di tutti gli enti privati di assistenza, d’altra parte vi erano i cattolici che, invece, volevano mantenere l’attuale impostazione organizzativa che affidava il coordinamento a livello provinciale agli ECA ed ai prefetti. A latere ci fu anche un conflitto tra Unsass e Cepas conclusosi con la fuoriuscita di questi ultimi a causa «della presenza di docenti considerati comunisti» (p. 32). L’autrice afferma che la scelta di Tremezzo si deve al fatto che in principio gli organizzatori volevano radunare solo i rappresentanti delle istituzioni assistenziali del Nord Italia, in armonia con le radici del CNLAI, e come segnale politico laddove, nella Tremezzina, si era consumata l’esecuzione di Benito Mussolini. A Tremezzo, tuttavia, aleggiava un alone di amarezza per la misteriosa incursione di un raid aereo nel maggio 1945 che causò diversi morti e di cui non sono state ancora appurate le responsabilità.



In realtà risulta quanto mai ostico stabilire un termine alla guerra civile: alcuni la anticipano all’assemblea del Gran Consiglio il 25 aprile, altri all’amnistia di Togliatti il 22 giugno 1946, anche se si potrebbe posticiparla ”ad libitum” o, quanto meno, sino all’adesione alla Nato avvenuta il 8 marzo 1949 o alla promulgazione della legge Scelba il 28 luglio 1951. Non si può neppure dichiarare con certezza se tra il 14 e il 16 luglio 1948, dopo l’attentato al leader comunista, vi sia stato effettivamente un “tentativo insurrezionale” come disse Scelba<ref>Ricci A. G. (2007) I timori di guerra civile e i governi del dopoguerra, “Nuova storia contemporanea”, 5, pp. 87-98, p. 94; cfr. Direttive generali a carattere politico-militare emanate dalla Direzione Centrale del Pci agli organismi regionali e provinciali, ACS, PS, a.1950, b.8 in Sechi S. (2003) I comunisti ed il centrismo, “Nuova storia contemporanea”, 6, pp. 67-116, p. 74</ref> magari ordito dal Cominform<ref>Ricci A. G. (2007) I timori di guerra civile e i governi del dopoguerra, “Nuova storia contemporanea”, 5, pp. 87-98, p. 95</ref>, tuttavia il PCI rimase diviso al suo interno tra chi come Secchia voleva la rivoluzione subito e chi come Togliatti che voleva, invece, conquistare il potere attraverso un processo lento ed incerto di “democrazia progressiva”, che raggiunse il suo culmine con il risultato di 34,4% di voti alle elezioni politiche del 28 giugno 1978 e al sorpasso nelle successive europee. 



Tali cifre non lasciano dubbi sulle tesi del complotto. In un memorandum firmato dal presidente dell’azione cattolica Vittorino Veronese si legge dei secondi fini contemplati fin da Tremezzo «tenuto allo scopo di presentare come espressione di una volontà univoca di progettazione di unificazione di tutta l’assistenza» (p. 43) e ciò era in aperto contrasto con quella libertà di assistenza in corso di discussione alla Assemblea Costituente e trovò soddisfazione all’art. 38 della Carta. Ed ancora nel documento si legge che «le opere cattoliche si trovano in pericolo di essere controllate e sostituite da opere che non hanno il nostro spirito» (p. 43). Anche la relazione di Gian Pietro Giordana cita delle due correnti (cattolica e marxista) ma l’urto, tanto atteso, non si verificò perchè la mozione dei comunisti non fu soggetta a voto, forse per evitare l’imminente spaccatura ed eventuali iniziative reazionarie. Il convegno di Tremezzo che, nelle intenzioni degli organizzatori, doveva servire ad aprire una nuova stagione democratica, in realtà ebbe valore solo consultivo.



Del resto, di tutto si può dire ma non che a Tremezzo regnasse l’armonia tra le parti. Tra una discussione e l’altra non si poté fare a meno di accennare al passato assistenziale italiano: Maria Calogero ad es. citò provocatoriamente dati e cifre dell’assistenza sociale di fabbrica esercitata durante il ventennio, non considerando però le descrizioni contenute nel periodico “L’assistente sociale nell’industria” dove emerge una figura professionale tutt’altro che burocratizzata (cfr. L’assistenza sociale nell’industria n. 2/1935 p. 38, 3/1935 p. 53, 5-6/1935 pp. 90-91). Rosetta Stati che aveva lavorato come crocerossina e poi come assistente sociale rispose alla collega Calogero per le righe. L’autrice stessa si lascia andare a considerazioni personali improprie e strafalcioni redazionali tacciando la Tarugi come «rappresentante del passato» (p. 49) non ricordandosi che nel 1921 aveva fondato insieme all’ebreo Ettore Levi l’Istituto di igiene, previdenza ed assistenza sociale. L’ultimo capoverso a pag. 49 del libro è maldestramente ripetuto dieci pagine! L’ultimo capoverso a pag. 48 si rilegge di nuovo a pag. 70! Il secondo paragrafo a pag. 43 è ripetuto a pag. 83!



Non erano calme le acque però neanche all’interno del movimento cattolico: monsig. Baldelli della Pontifica Opera di Assistenza (POA) voleva la riconciliazione nazionale coi fascisti, mentre Montini, vicino a De Gasperi, li voleva allontanare dalla politica, così come di lì a poco accadde con la Legge Scelba. La stessa Odile Vallin, entrò nella Resistenza nel 1944 ma sei anni dopo si ritrovò a dirigere la Federazione Italiana Religiose Assistenti Sociali in via dei Bresciani 32 a Roma. Lei stessa aveva partecipato alla scuola pratica di servizio sociale aprendo la possibilità agli studenti di svolgere tirocini all’estero, come ad es. a Mosca dove, dato il clima ideologico dell’epoca, gli allievi venivano indottrinati secondo l’uso del Partito. La Vallin, tuttavia, anche a Tremezzo si mise in luce per la propria attitudine carismatica, orientata non tanto all’urto tra le contrapposte ideologie quanto piuttosto alla proposta di una terza via «di tipo prevalentemente sociale» (p. 61) già presente in altri paesi che avevano instaurato rapporti con l’Italia tra cui la Spagna, l’Ungheria e la Svizzera.



Adriano Ossicini, neuropsichiatria, nella prefazione al testo, cita la presenza al Convegno di Tremezzo di altre professioni d’aiuto: psicologi quali Musatti, Perrotti, Ponzo, docenti di filosofia quali Guido Calogero, Maria Calogero, giusvaloristi quali la Tarugi, antropologi quali Tullio Tentori. Al convegno vi erano anche Rosetta Stasi che aveva lavorato prima alla Croce Rossa Internazionale e poi come assistente sociale dal 1948 e Itta Stellutti Scala Frascara che è stata ispettrice dei fasci femminili. Ciò lascia intendere il desiderio da parte dell’ente promotore (Ministero di assistenza postbellica) di estendere il discorso di rinnovamento a tutte le professioni d’aiuto.

Citazioni tratte da CUTINI R., Il servizio sociale italiano nel secondo dopoguerra: contributi per una ricerca storica, Roma, Ars Nova, Quaderni n. 16 de La rivista di servizio sociale, 2000.

 

50 anni nell’utopia il resto nell’aldilà

Recensione di Luigi Badolati su Zucconi A., 50 anni nell’utopia, il resto nell’aldilà, Napoli, L’ancora del sud, 2000, ISBN 88-8325-020-6.

Dal 16 settembre al 6 ottobre 1946 un convegno si tenne a Tremezzo, in provincia di Como, in un periodo storico particolare: la Monarchia era caduta e il governo si poggiava su una coalizione tra partiti ideologicamente molto distanti tra loro di concerto con l’Assemblea Costituente che assolveva le funzioni parlamentari. La scelta della località non fu casuale giacchè si pensava che con la fine di Mussolini, avvenuta a Dongo a 18 km di distanza, sarebbe iniziata una nuova era politica del paese. Tuttavia con l’inizio della Guerra Fredda e la divisione del mondo in due blocchi ideologici, si acuiva sempre più la distanza tra coloro che erano orientati a valori tradizionali e coloro che spingevano verso obiettivi più radicali (es. ONARMO e CEPAS), non tradendo quel caso italiano di cui aveva parlato persino il De Felice. Il convegno era stato voluto dall’Amministrazione Aiuti Internazionali (AAI), dalla Pontificio Opera di Assistenza (POA) e dall’Unite Nation Relief and Rehabilitation Administration (UNRRA), che lo aveva impostato in base a programmi anglosassoni sull’onda del New Deal e del Beveridge Plan (p. 85). Un primo conflitto di attribuzioni nacque in seno al governo per stabilire quale organo avrebbe dovuto occuparsi dell’assistenza: «quattro mesi dopo le competenze del Ministero di assistenza post bellica passarono al Ministero dei lavori pubblici» (p. 86) il che però era un paradosso dato che se ne era sempre occupato il Ministero degli Interni. Ulteriori scismi colpirono il sindacato (scissione di Palazzo Barberini) e lo stesso convegno di Tremezzo:

«A rileggere le pagine degli Atti del Convegno di Tremezzo si nota una cosa straordinaria: per molti problemi c’era allora pacchetti di proposte concrete, praticabili e aggiornate sull’esperienza di Paesi più avanzati del nostro. L’Europa era allora davvero vicina. Ogni relazione era chiaramente frutto di varie settimane dedicate alla raccolta di dati e di idee. Ebbe un ruolo fondamentale il tema della formazione professionale. Cinque delle relazioni più significative riguardarono la formazione degli assistenti sociali. Poiché pareva imminente l’istituzione dei vari servizi sociali si riteneva ovvio occuparsi della formazione del personale professionale che li avrebbe gestiti. Alcune scuole erano già nate, altre stavano per nascere. Altre ancora si riaffacciavano per riprendere il posto che avevano avuto al tempo del fascismo. La voce più autoritaria era quella di una nobildonna che aveva diretto la scuola per Assistenti sociali di fabbrica del Partito nazionale fascista, una delle tre scuole di partito (insieme alla scuola per puericultrici e quella di economia domestica) e che allora dirigeva a Milano la scuola per Assistenti sociali del lavoro, fondata e finanziata dalla Confindustria. In aperto contrasto con il paternalismo di quella relazione, parlò Maria Calogero Comandini che aveva diretto il movimento femminile del Partito d’Azione e si preparava insieme a Guido Calogero a fondare il Centro d’educazione professionale per assistenti sociali che sarà inaugurato nel febbraio del 1947. II doloroso scioglimento del Partito d’Azione era già avvenuto un anno prima. Il Convegno era nettamente diviso tra chi voleva e chi non voleva le riforme e l’istituzione dei servizi sociali. Prevalsero i secondi. La “piantina non sarebbe cresciuta” e l’utopia non diventò “la politica di domani”. Prevalse la politica assistenziale demagogica del giorno per giorno, di cui tuttora paghiamo i debiti e degli Atti di Tremezzo non restò che l’odore di quelle notti passate a cantare» (pp. 85-86).

Il convegno di Tremezzo aveva stabilito che la formazione delle assistenti sociali fosse imperniata sul “programma Fullbright” di tipo “neighborhood” anglosassone, “microrajon” sovietico e “kibbutz” ebraico. In tal modo l’Istituto Nazionale Assicurazioni (INA) affidò al CEPAS la gestione del centro sociale del quartiere di Tormarancio in Roma e di La Martella in Basilicata dove operava l’Unione per la lotta contro l’analfabetismo (UNLA). Agli inizi del 1947 la vita a Roma era ancora soggetta a dure privazioni con un alto costo della vita e la lira inflazionata ma le istituzioni fasciste quali l’ECA, l’INPS e l’INAIL non avevano mai interrotto l’assistenza (p. 87). Il Comitato centrale per l’educazione popolare (CCEP) affidò al Cepas una serie di corsi da tenere al centro sociale:

«Il primo compito affidato alla scuola, nel contesto di questa convenzione, fu l’istituzione di un vero servizio sociale nel nuovo villaggio de La Martella, a cinque chilometri da Matera. Il Centro sociale era oramai diffuso in quasi tutti i villaggi dell’Unrra-Casas; avrebbe dovuto alleviare il fatto che i villaggi nuovi non erano dei veri villaggi e sorgevano alla periferia del paese vero, morto, ma sempre presente con lo spettro delle sue rovine. Toccava infatti alle amministrazioni comunali cedere gratuitamente le aree su cui dovevano sorgere le nuove case, e questo privò l’Unrra-Casas della possibilità di scegliere le ubicazioni e di adeguare le costruzioni ai terreni. Così questi villaggi, che a confronto con il paese vecchio e distrutto sembravano di cartone, «rivelano ancora oggi l’ideale onestamente rurale, ma arcaico e socialmente primitivo al quale anche per necessità di cose si attennero quei premurosi costruttori». L’Unrra-Casas aveva sempre accompagnato l’insediamento degli assegnatari con un servizio di assistenti sociali, organizzato in vari distretti che facevano capo a Roma all’ufficio Incremento economico e sociale. L’incremento economico era sempre rimasto al livello di un’aspirazione. Paolo Volponi, che per un certo tempo fu destinato da Olivetti a questo servizio (per poi passare alla direzione dei servizi sociali della Società Olivetti), dopo aver girato per i vari nuovi villaggi Unrra-Casas, uscì con una frase scherzosa ma amara, diceva che si sarebbe dovuto distribuire a tutte le famiglie degli assegnatari almeno un bollitore con il fischio per dare l’impressione ai numerosi visitatori che esisteva nel villaggio una qualche attività economica. L’appartamento destinato a Centro sociale era «una specie di grazioso orticello per coltivare i propri assistiti». Certo la realtà spesso era ancora assai modesta. «Quanto alla cura fisica del corpo, l’Unrra-Casas ci ha fornito un pallone che passa di villaggio in villaggio», leggiamo nella relazione di un assistente sociale (p. 115).

Tali centri sociali erano molto diversi da quelli che conosciamo oggi, in quanto orientati al modello utopista di Adriano Olivetti e di Frederick Friedmann. L’esperienza dell’autrice si estese anche in Sud America dove Olivetti stava preparando la “scienza di orientamento” che non era molto diversa da quella psicotecnica già introdotta da Agostino Gemelli. Lo stesso Olivetti aveva fondato il Movimento comunità così come definito nel documento ONU “Social progress through community development” che fu il pretesto per la fondazione nel 1956 della Federazione italiana dei centri sociali ispirati al modello anglosassone (nel 1943 era stato arrestato con l’accusa di essere una spia degli americani). Nel 1958 vi erano 72 Centri solo nel Canavese da cui era partito il Movimento. Lo stesso Adriano Olivetti divenne vicepresidente dell’UNRRA e, di lì a poco, entrò in politica ma non ebbe proseliti (p. 154).

Nel 1957 l’Unesco finanziò con 25 milioni di lire un progetto di sviluppo della Valle dell’Aventino in Abruzzo, in provincia dell’Aquila (Pescocostanzo, Rivisondoli, Ateleta, Roccapia e Roccaraso) sui grandi altopiani situati a 1200-1300 metri di altitudine, e in provincia di Chieti (Colledimacine, Lettopalena, Montenero-domo, Palena, Taranta Peligna, Lama dei Peligni e Torricella Peligna) alle falde della Maiella, che aveva riportato ingenti danni nell’ultimo conflitto:

«Il Progetto pilota per l’Abruzzo fu presentato all’Unesco nel marzo del ’57 dall’Unrra-Casas e dal Cepas. La richiesta all’Unesco era motivata soprattutto dal riferimento al lavoro di Comunità di Portorico, che l’Unesco aveva largamente illustrato e al quale il nostro progetto si ispirava. Nel gennaio del ’58 l’Unesco approvò ufficialmente il progetto concedendo l’assistenza tecnica di un esperto di educazione degli adulti, il finanziamento di stage per l’addestramento del personale, un contributo per attrezzature audio-visive. Come esperto dell’Unesco fu nominata Florita Botts. Il Cepas scelse un gruppo di assistenti sociali» (p. 156).

Il territorio, infatti, attraversava la ex “Linea Gustav”, teatro di scontri tra tedeschi e americani:

«I paesi erano stati tutti evacuati, alcuni distrutti oltre il 75%. Il sessantaquattro percento della popolazione del nostro comprensorio era dedito all’agricoltura. Ma si trattava oltretutto di un’agricoltura disperata, con una disperata cerealicoltura, che nella fame trovava la sua origine e al tempo stesso la perpetuava. Uno sbocco doveva essere l’incremento degli allevamenti di bestiame. Ma il livello di partenza era disastroso. Il 30% dei bovini era affetto da brucellosi, il 10% da tubercolosi; era difficile parlare di razza, perché il bestiame era stato portato via o ucciso dai tedeschi e tra i primi esemplari bovini arrivati in dono dai vari enti stranieri per il ripopolamento, c’era di tutto, con la conseguenza che una serie di incroci e reincroci aveva confuso del tutto le razze. La produzione di latte comunque si aggirava fra i tre, quattro litri giornalieri per capo. Come campione la nostra zona era indovinata. Qui si ha la ventura di poter toccare con mano quasi tutti gli aspetti più patologici e negativi dell’agricoltura di sussistenza. Si potrebbe quasi dire che i diversi aspetti della questione meridionale si manifestino in un simile ambiente in tutta la loro completezza e tragicità. Ai nostri studi preliminari della zona, si aggiunse uno studio che Adriano Olivetti promosse, affidato a un noto sociologo della cooperazione. La mancanza di spirito di collaborazione nelle cooperative, cosa che Albert Meister notò nella sua relazione, non era un episodio isolato, ma caratterizzava tutta la regione. Negli Atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla disoccupazione sì notava come i velleitarismi locali coltivati dai politici del luogo, costituissero «il più grave ostacolo ad una concorde azione di tutte le forze economiche della Regione» (pp. 157-158).

Le assistenti sociali dell’Ina e del Cepas, chiamate ad operare, dovettero effettuare il primo colloquio con il nucleo familiare e poi custodire le richieste tramite l’allocazione dei figli a scuola appoggiandosi agli Enti Comunali di Assistenza (ECA) e all’Ente Nazionale Prevenzione Infortuni (ENPI):

«Ogni assistente sociale si presentava formalmente alle famiglie del paese dove era destinato a atteneva con loro sui temi che potevano essere oggetto di un nostro eventuale intervento. Partivamo già con gli stati di famiglia che avevamo avuto dai Comuni, per cui era più facile avviare il dialogo e trattare i vari argomenti: scuola, emigrazione, salute, bestiame, casa, artigianato eccetera. Le tante pagine delle interviste furono raccolte in un volume, comune per comune, nel giro di un mese. Dai colloqui con le famiglie risultò un primo punto essenziale: tutte davano un’importanza enorme alla scuola, le attribuivano un tale valore che allora ci sorprese e oggi, messo a confronto con il mondo presente, ci umilia. La scuola per loro era la sola via perché i figli, maschi e femmine, non avessero la sorte che avevano avuto loro, isolati nei lunghissimi inverni di quei paesi di montagna, senza sbocco che non fosse quello di lasciare tutto e andare a lavorare all’estero. Quattro anni prima che venisse istituito per legge l’obbligo di frequentare la scuola fino a quattordici anni, il Progetto riuscì a far proseguire gli studi a un centinaio di ragazzi che avevano la licenza della scuola elementare. Vivevano in piccoli comuni isolati e inaccessibili in inverno, lontano dai tre comuni più grandi provvisti di scuola media: Casali, Rivisondoli e Castel di Sangro. Si discusse anzitutto con le famiglie di Pietransieri (frazione di Roccaraso distante 5km), l’eventualità di organizzare un piccolo pensionato a Rivisondoli dove tredici bambini potevano risiedere e frequentare la scuola media» (pp. 158-159).

Durante e dopo la guerra molti contadini avevano trovato rifugio in alloggi di fortuna in campagna con delle case costituite da monolocali privi di servizi:

«Le famiglie in un baleno si accordarono, presero tutte insieme un appartamento in una casa vicino al parroco (perché anche lui avrebbe potuto darle un’occhiata e una mano), portarono da casa letti, materassi, legna, viveri, e sistemarono ogni cosa con l’assistente sociale che le aiutò a fare i conti e a trovare una maestra di loro fiducia che tenesse il doposcuola e vivesse con i bambini. Il successo fu tale che l’anno dopo, con lo stesso entusiasmo, le famiglie degli altri paesi crearono con noi i pensionati o piuttosto i doposcuola residenziali a Casoli, Palena, e Castel di Sangro. Era chiaro dai colloqui con le famiglie, che uno dei motivi seri per cui desideravano che i bambini continuassero per altri tre anni a studiare, era in vista dell’emigrazione che oramai pareva inarrestabile. “Così si presenteranno meglio” dicevano umilmente le mamme. In un paese come Lettopalena la grande scuola elementare appena costruita non funzionava oramai che per dieci bambini, tanto il paese si era andato spopolando e tanto male procedeva la programmazione in Italia. La spesa che le famiglie affrontavano era tra le cinque e le sette sulle venti al mese, mentre la retta del collegio più misero a Sulmona era allora di cinque, trentamila lire mensili. Ma l’atmosfera non era certo quella del collegio. Vivevano in normali appartamenti, ciascuno dei quali accoglieva da dieci a venti bambini. Dove i bambini erano più numerosi, come a Casali e a Castel di Sangro, venivano suddivisi in più appartamenti riunendoli poi in un unico locale per i pasti. Era un’organizzazione di vita di tipo familiare dove il bambino sentiva vicino anche il calore della propria famiglia, con le madri che venivano con il bucato lavato con il sacco delle patate o il pane fresco, e andavano a trovare il bambino a qualunque ora del giorno. A organizzare la vita dei bambini nelle ore extrascolastiche, come pure ad assisterli nella preparazione dei compiti, provvedeva uno dei maestri elementari (o una maestra quando si trattava di bambine). Erano maestri in attesa del posto e per i quali avevamo richiesto invano il famoso punteggio che li avrebbe avvantaggiati nelle altrettanto famose graduatorie. Invano perché si trattava di un’istituzione così anomala. L’iniziativa è rimasta dal principio alla fine in mano alle famiglie che si sono cimentate ad amministrarla. Nelle riunioni mensili discutevano il bilancio e l’andamento del pensionato con gli assistenti sociali, e sempre collaboravano per risolvere le questioni non soltanto pratiche. Il Progetto come tale non sborsò una lira per i pensionati, ma fu attivissimo lo sforzo per mettere insieme i mezzi che ne consentivano il buon funzionamento» (pp. 160-161).

La Cassa per il Mezzogiorno istituì un gruppo tecnico che si riuniva ogni settimana sotto la supervisione del partenopeo Manlio Rossi Doria. Grazie all’UNLA nel ’66 erano attivi circa 90 centri di cultura popolare: 87 al Sud, una al Centro e due al Nord che sopravvissero fino 1971 quando furono assorbiti dalle Regioni.

«Fu una vera mobilitazione concorde di tutti a favore della scuola. L’ Amministrazione aiuti internazionali ci fornì altri letti e materassi. Il Cepas con dei fondi raccolti costituì una biblioteca circolante scolastica per il prestito gratuito per tutto l’anno scolastico dei libri di testo acquistati in più copie. Speravano così di dare un esempio di come si poteva risolvere il problema della gratuità dei libri di testo per tutta la scuola dell’obbligo. Dai Provveditorati agli studi di Chieti e dell’Aquila non avemmo che complimenti e la raccomandazione ai locali Patronati scolastici di collaborare con il Progetto pilota, ma la collaborazione consisteva nel non porre ostacoli. I politici poi già pensavano forse agli edifici scolastici da costruire per la scuola media in paesi, di cui era già allora così incerta la sopravvivenza, o magari agli appalti per il trasporto in elicottero degli scolari. I criteri assistenziali, che contribuirono a rallentare la nascita di un costume democratico nel nostro paese, erano di una insidiosa ingegnosità. Per esempio in un Comune particolarmente povero, il modo di far bastare le ottanta razioni della refezione scolastica (limitata alla scuola elementare naturalmente) per una popolazione composta di circa quattrocento bambini, era quello di diffondere la voce (così diceva il presidente del Patronato scolastico) che è vergognoso usufruire della refezione scolastica. In tutti gli altri paesi la preoccupazione era di contentare tutti facendo mangiare quindici giorni un gruppo di bambini e quindici giorni l’altro. Alla gente l’esperienza dei pensionati servì non solo a far proseguire ai figli gli studi (tutti promossi alla licenza media tranne uno), ma anche a imparare ad amministrare insieme un bene comune; servì a togliersi dall’isolamento in cui vivevano nei loro paesi semideserti, e soprattutto, a stabilire un nuovo tipo di rapporto tra un paese e l’altro. Ci accorgemmo di questo mutato rapporto quando, nell’inverno del ’62, si riunirono tutti i sindaci per fare insieme a loro un piano di lavoro. Pescocostanzo con tutta la zona circostante era sepolta sotto la neve, tanto che i sindaci furono costretti a servirsi delle slitte per il lungo percorso dalla stazione ferroviaria al paese. Era un incontro pieno di cordialità e di idee per l’avvenire, ma purtroppo la missione Unesco si concludeva di lì a poche settimane, e l’Unrra-Casas si apprestava a liquidare il Progetto» (pp. 161-162).

Il progetto prevedeva anche l’introduzione di un cinematografo ambulante donato dal “Cooperativa internazionale per l’aiuto americano” (CARE) con annesso cineforum in cui si discutevano i temi rilevanti delle proiezioni:

«Stare insieme per vedere un film era un’esperienza nuova e memorabile; i film che il Progetto aveva scelto non erano i soliti film che si proiettavano il sabato sera nell’unico cinema che esisteva a Castel di Sangro, dove pochissimi erano andati qualche rara volta. Qui si trattava di film che stimolavano La riflessione e la discussione e contenevano messaggi forti. L’esperta dell’Unesco aveva addestrato il gruppo a utilizzare i messaggi del film, alla compilazione della scheda, a come introdurre il film e all’ipotesi di discussione, oltre naturalmente all’uso e perfino all’eventuale riparazione del proiettore. I valori da scoprire tutti insieme nella discussione riguardavano la solidarietà, la cooperazione, la partecipazione democratica, l’emigrazione, la famiglia, la guerra e il fascismo, o magari le spese del pranzo di nozze. Più alto era il valore artistico del film, più forte il messaggio che lasciava e più naturale la discussione che se ne faceva nei giorni seguenti. Abbiamo visto che gli abitanti della frazione di Pietransieri si erano rivolti ai compaesani in America per acquistare un televisore per il loro centro sociale. A Pescocostanzo c’erano allora già quindici televisori quasi tutti nelle case dei signori, altri nei bar. Doveva essere l’età dell’oro della televisione italiana: La televisione italiana – si legge nel rapporto all’Unesco – migliora di giorno in giorno, offre molti programmi impegnati, documentari, film, pezzi di teatro, corsi di alfabetizzazione e corsi post-elementari» (p. 164).

E infine:

«Quanto più il Progetto cresceva nella stima dei vari organismi internazionali, tanto più si deteriorava il rapporto con l’Ente. Così tutto era diventato occasione di attrito: per esempio l’aver fatto prendere agli assistenti sociali la patente di guida, perché non arrivassero nei paesi con l’autista; l’Unesco che inviava un illustre fotografo per documentare per vari giorni le attività del Progetto; l’Unesco che finanziava un bel documentario cinematografico e rinnovava per un altro anno il contratto dell’esperta; il Care che invia in dono la jeep e i proiettori non passando dalla sede centrale e sfuggendo così all’occhiuto strapotere della sua burocrazia: tutto era occasione di gelosie e di accuse di mancato rispetto delle vie gerarchiche e delle regole amministrative. Ma il colpo mortale fu l’invito fatto direttamente agli operatori da parte del Dipartimento Comunità di Portorico. Era la prima volta nella storia dell’Unrra-Casas che di tale invito (viaggio e soggiorno tutto pagato) non usufruivano i dirigenti funzionari della mitica sede centrale. Così alla fine il Cepas fu estromesso dal Progetto. L’Unrra-Casas incamerò i venticinque milioni che l’Unesco aveva assegnato al Progetto, e arrivò perfino a vendere a nostra insaputa la jeep e l’attrezzatura cinematografica che il Care aveva donato. Un motto scolpito in una delle belle pietre di Pescocostanzo dice: “Oblivio contumaeliae medela, l’oblio risana l’offesa”» (p. 166).

Conclusioni e valutazione

Angela Zucconi entrò in servizio all’Unione Nazionale Scuole di Assistenza Sociale (UNSAS) fin dai primi anni di attività ma se ne dovette allontanare nel febbraio 1952 allorquando, in pieno maccartismo, scoppiò una vertenza tra UNSAS e il Centro di Educazione Professionale per Assistenti Sociali (CEPAS) sull’utilizzo della scuola per assistenti sociali di cui la Zucconi divenne direttrice nel 1953. L’autrice ha trascorso un periodo di studio nel 1938 a Monaco in Germania e nel ’39 a Napoli presso il domicilio di Benedetto Croce. Laureata in filosofia e già redattrice di alcune riviste durante il Fascismo quali “Omnibus”, “Storie d’oggi”, ebbe modo negli anni ’60 di viaggiare molto nei paesi socialisti sia come inviata dell’Unione Donne Italiane (UDI) che come iscritta al Partito Socialista Italiano (PSI): Cuba, Repubblica Democratica Tedesca (DDR), Portorico, Messico ma dopo Tremezzo non si era parlato più di servizio sociale almeno fino al Progetto ’80 che fu promosso dall’Unione Donne Italiane (UDI), anche questo destinato a rimanere “sulla carta”. La tesi dell’autrice è che, nonostante gli sforzi intrapresi dalle forze di occupazione anglosassone, i modelli di servizio sociale rimasero inutilizzati sia per la volontà politica della DC di favorire il proprio modello di ispirazione cristiana sia per la frammentazione delle istituzioni assistenziali che, sebbene fossero state create dal precedente Regime, di fatto subirono gli interessi clientelari dei partiti. Non si tratta di un saggio storico in senso stretto ma di una sorta di autobiografia in cui l’autrice, però, si lascia a volte andare a commenti troppo personali con il rischio di appesantire la lettura e di perdere il filo logico della narrazione. Il libro tuttavia offre un quadro interessante sui centri sociali dell’epoca e sui progetti-pilota che avrebbero dovuto imprimere una svolta nello sviluppo delle aree più povere.

Coerenza tra titolo e contenuti: ottimo
Organizzazione del testo: buono
Esposizione degli argomenti: discreto
Accuratezza dei dati: buono
Tesi dell’autore e sue dimostrazioni (suggerimenti, conclusioni, obiettivi, contribuzione effettiva alla conoscenza dell’argomento): discreto
Originalità dei contenuti: buono
Leggibilità-accessibilità (illustrazioni, grafici, impostazione paragrafi-capitoli): buono
Tempestività della pubblicazione (in relazione alla conoscenza attuale): buono
Esaustività (note, bibliografia, indici e glossari): scarso
Rilevanza dell’autore (cv, istituto di riferimento, prestigio accademico): buono
Valutazione finale complessiva (apprezzamenti e limiti): discreto.

Acronimi – Acronyms

AAI (Amministrazione aiuti internazionali – International relief administration), 1945-1962.
ANAS (Associazione nazionale assistenti sociali – National association of social workers), 1946.
ASISS (Associazione scuole italiane di servizio sociale – Italian association of schools of social work), 1964.
CARE (Cooperativa internazionale per l’aiuto americano – Cooperative for american relief everywhere), 1945.
CEPAS (Centro di educazione professionale per assistenti sociali – Education center for professional social workers), 1946-1966.
CGI (Confederazione generale industria italiana – Italian general confederation of industry), 1910.
CGIL (Confederazione generale italiana del lavoro – Italian general confederation labour), 1944.
CISS (Comitato italiano servizio sociale – Italian board of social work), 1958.
DC (Democrazia cristiana – Christian democracy party), 1942-1994.
DDR (Repubblica democratica tedesca – German democratic republic), 1949-1989.
ECA (Ente comunale di assistenza – Municipal welfare agency), 1937-1978.
EISS (Ente italiano di servizio sociale – Italian social work corporation), 1966.
ENPI (Ente nazionale prevenzione infortuni – National accident prevention agency), 1932-1975.
ENSISS (Ente nazionale scuole italiane di servizio sociale – National schools of social work corporation), 1944-1980.
FIDAPA (Federazione donne arti professioni e affari – Federation of Italian women in the arts professions and business), 1930.
IIAS (Istituto italiano per l’assistenza sociale – Italian institute of social assistance), 1920-1990.
INA (Istituto nazionale assicurazioni – National insurance agency), 1912.
INAIL (Istituto nazionale assicurazione e infortuni lavoro – National insurance and work accident agency), 1933.
INPS (Istituto nazionale previdenza sociale – National social security institute), 1933.
IPAS (Istituto italiano di igiene, previdenza e assistenza Sociale – Italian institute of health, welfare and social assistance), 1922-1992.
ISSCAL (Istituto di sevizio sociale per le case dei lavoratori – Social work institute for worker’s houses) ex EGSS, 1954-1974.
ISTISS (Istituto italiano di servizio sociale – Italian institute of social work), 1960.
MAPB (Ministero per l’assistenza post-bellica – Ministry of Post-War Relief), 1943-1947.
ONARMO (Opera nazionale assistenza religiosa e morale operai – National organization of religious and moral assistance to blue collars), 1923-1971.
ONU (Organizzazione delle nazioni unite – United nation organization), 1945.
PCI (Partito comunista italiano – Italian communist party), 1921-1991.
POA (Pontificia opera di assistenza – Pontifical assitance organization), 1944-1970.
PSI (Partito socialista italiano – Italian socialist party), 1892-1994.
SNDLS (Scuola nazionale per dirigenti del lavoro sociale – National school for managers of social work), 1947-1965.
UDI (Unione donne italiane – Italian women union), 1893.
UNLA (Unione per la lotta contro l’analfabetismo – Union for the fight against illiteracy), 1947.
UNRRA (Amministrazione aiuti e soccorso delle nazioni unite – United nations relief and rehabilitation administration), 1943-1945.

La grande ricostruzione

Il settennale “Piano per l’edilizia operaia” approvato dal Parlamento il 24 febbraio 1949 e rinnovato due volte, ha impegnato oltre 40000 lavoratori su circa 20000 cantieri per un totale di 355000 alloggi (1920000 vani) con una spesa complessiva di quasi mille miliardi di vecchie lire, un’intera finanziaria riservata al proletariato (Di Biagi, 2001). Il Piano, proposto dal ministro della Previdenza Sociale Amintore Fanfani, del V governo De Gasperi, si era reso necessario a fronte dei gravi danni causati dai bombardamenti anglosassoni durante l’ultimo conflitto mondiale. Risultano così realizzati il quartiere Tiburtino a Roma, il Santa Rosa a Lecce, Forte di Quezzi a Genova, Harrar a Milano, La Logetta a Napoli, etc. 



Il Piano segue la scia di quanto già fatto durante il Fascismo e cioè la nazionalizzazione delle compagnie energetiche, la bonifica delle aree improduttive, la lotta alla disoccupazione ed il riscatto della proprietà. La realizzazione del Piano, infatti, è affidata ad Arnaldo Foschini, dirigente dell’Istituto Nazionale Assicurazioni ed esperto della ex Corporazione Fascista dell’Edilizia il quale richiama a sé due celebri architetti quali Adalberto Libera e Giò Ponti. A differenza del precedente regime, però, le nuove case si caratterizzano per una ricerca esasperata dell’omologazione, della spersonalizzazione e della cementificazione selvaggia. Precedentemente il ministero delle Corporazioni aveva messo a punto un piano (Piano Miniati) per la costruzione di 600 mila vani in 20 anni finanziato in parte dagli operai (25%), dalla Confindustria, dall’Inps e dall’Ina che, però, non fu possibile realizzare per via della guerra. I disoccupati al 31.01.33 sono 1˙225˙470 di cui 305˙000 godono del sussidio di disoccupazione, mentre al 31.01.1953 sono 1˙200˙000.



In questa cornice si inserisce il ruolo delle assistenti sociali assunte dall’INA per far fronte alla domanda di servizi dei primi abitanti dei quartieri appena costruiti. Si trattava di nuclei appartenenti al grande proletariato provenienti da baracche o da abitazioni di fortuna occupate dopo la fine della guerra. L’assistenza si concentra essenzialmente sull’inserimento sociale di queste famiglie nel nuovo tessuto urbano attraverso l’allocazione dei figli a scuola, l’eventuale invio in colonie estive, la consegna di assegni in denaro o in buoni pasto, l’assistenza agli inabili al lavoro, l’informazione sui propri diritti, l’orientamento sulle istituzioni locali e sulle modalità di espletamento delle pratiche burocratiche, il monitoraggio delle norme igieniche. Tale servizio sociale affonda le radici in alcuni modelli internazionali (neighbourhood anglosassone, microrajon sovietico e kibbutz ebraico) rivolto cioè a stimolare la partecipazione democratica della popolazione.



Non è dato sapere, tuttavia, in cosa consistesse tale partecipazione se non per il fatto forse di chiedere preventivamente il parere degli utenti dato che le assistenti sociali avevano una funzione essenzialmente di orientamento e monitoraggio. Analogamente non si può accennare ad un’adeguata partecipazione politica sia perchè siamo ben lontani dall’istituzione dei comitati di quartiere (anni ’70), sia perchè l’art. 46 Cost. risultava – e risulta – ancora inapplicato integralmente, sia perchè una reale commistione tra politica e partecipazione ebbe ripercussioni posteriori con l’esplosione del voto di scambio negli anni ’80. Le riviste dell’epoca (“Assistenza oggi” e “Maternità ed Infanzia”) confermano tali dati insistendo, tra l’altro, sul modello operativo del “case work” a discapito del “group work” che fu importato dai paesi anglosassoni ma che in Italia fu applicato effettivamente solo a partire dagli anni ’70.



Le assistenti sociali dell’epoca avevano una serie di competenze molto differenziate rispetto a quelle di oggi. Il tipo di lavoro così come il tipo di utenza dipendevano, infatti, dal tipo di ente che assumeva l’assistente: Omni, Ina, Inail, Eca, Patronato, etc. Non da ultimo occorre considerare le assistenti sociali che lavoravano presso gli istituti scolastici. Queste avevano un compito non indifferente di integrazione tra gli autoctoni e i figli dei meridionali emigrati al nord che, sebbene non presentavano gravi deficienze rispetto ai loro coetanei, erano visti con diffidenza dalle popolazioni locali. In molte aree metropolitane, infatti, sussistevano pregiudizi e residui di razzismo lombrosiano che hanno dato adito alla costituzione posteriore di campanilismi e localismi tipici del più bieco leghismo.



Cambiano le case, muta anche la società. Il fascismo, da come si evince dall’impostazione delle città dell’Agro Pontino (Guidonia, Aprilia, Latina, etc.) insisteva su un modello residenziale che ricalcava la “domus” romana cioè dotata di un ampio soggiorno e di servizi accessori minimi. Ciò era dovuto allo scopo di favorire la socializzazione della famiglia nella propria integrità, considerata cellula fondamentale della società e dello Stato. Si utilizzavano in pieno le “carte solari” per conferire la massima illuminazione possibile all’abitato, magari impiegando materiali speciali come il vetrocemento per le parti comuni. L’idea di sfruttare al massimo lo spazio abitato, inteso come organizzazione unitaria, si rifletteva nel sacrificio di alcune aree private come ad es. i poggioli ed i balconi, in favore di altre allocate in aree comuni di incontro popolare quali le piazze, i giardini, le chiese, gli uffici pubblici (gli uffici postali in stile futurista presentavano una facciata in blu cobalto che rappresentava il colore della casa reale dei Savoia simbolo di unità nazionale). I fabbricati costituiscono unità a se stanti e sono sviluppati in altezza. Ciò permette agli inquilini di guadagnare un piccolo spazio in contro-soffittatura per l’allocazione di piccoli oggetti. 



La città democratica cerca di guadagnare sulla quantità a discapito della qualità. Le case sono unite l’una con l’altra in una sorta di agglomerato gigantesco di cemento con tanto di parti in comune: un solo condominio può contenere al suo interno fino a cinque scale. Gli inquilini condividono molti più spazi rispetto a ieri (scala, ballatoio, garage) con tutti i problemi di conflittualità che ne conseguono. Scompare la “piazza italiana” con tutti i suoi accessori (bar, biliardini, cinema) ma rispuntano i balconi ed i poggioli, anche le camere sono più spaziose così come la cucina “all’americana” dotata di elettrodomestici. L’idea è quella di sviluppare l’individualismo ed il consumismo in famiglia e di affidare la socializzazione alle agenzie istituzionali (Partito, Centro sociale, Scuola) che però falliscono nel proprio intento, rassegnate come sono a favorire gli interessi delle élite politiche. Col passare del tempo tali quartieri si impoverirono sempre più fino a diventare aree depresse e ricettacolo di delinquenza e criminalità (Pilastro di Bologna, Zen di Palermo, Vele di Scampia). Gli spazi verdi, seppur presenti, non rappresentano un continuum dell’abitato, spesso relegati sul ciglio della strada o in aiuole abbandonate a se stesse ed all’incuria.  

Citazioni tratte da CANIGLIA RISPOLI C., SIGNORELLI A., L’esperienza del piano Ina-Casa: tra antropologia ed urbanistica in Di Biagi P. (a cura di) La grande ricostruzione, Roma, Donzelli, 2001, pp. 187-204, ISBN 88-7989-656-3.
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Lo Stato sociale nel Ventennio



Per questa recensione occorre fare una premessa terminologica perchè quando trattiamo di qualcosa che è accaduto più di 70 anni fa giocoforza si commettono degli errori paragonando gli eventi trascorsi con quelli attuali. Il Legislatore degli anni ’30 e ’40 indica espressamente persone dedite all’assistenza sociale e non di assistenti sociali. Strano, ma vero. Andando a leggere la Costituzione Italiana (alternativamente gli artt. 2114 e 2123 c.c.) all’art. 38 co. II sta scritto: «ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale». Ciò però non significa che il cittadino inabile al lavoro doveva rivolgersi al servizio sociale quanto piuttosto all’Inps che avviava la procedura per l’erogazione della pensione. Quanto detto serve per fare chiarezza sui termini  ”ruolo e inquadramento professionale”. Questo ultimo è stato raggiunto dopo anni di lotte sindacali tramite l’Esame di stato e il riconoscimento dell’Ordine professionale. Ma cosa sappiamo dell’inquadramento di 70 anni fa? Se non sbaglio gli Ordini durante il fascismo risultavano soppressi sebbene tutti i candidati, dopo gli studi accademici, dovevano sostenere un esame di stato. E allora bisogna che utilizziamo delle definizioni per cercare di capire di cosa stiamo trattando, e all’uopo mi sembra più che mai adeguata quella indicata da Baranelli e Sancipriano nel 1944: «dovere dello Stato e quindi di tutti i cittadini di contribuire ad aiutare e a sostenere le masse lavoratrici e fra esse gli elementi più bisognosi e meno validi per la lotta esistenziale». Baranelli e Sancipriano non sono due legislatori né assistenti sociali, ma sono due accademici. Quindi la terminologia contenuta nel libro è certamente verace ma riduttiva perchè non tiene conto di altre fonti.   

Al capitolo sull’istruzione, nulla si dice circa la scuola al Celio che, ricordiamolo, tra il 1928 e il 1943 ha diplomato più di 500 assistenti sociali. Non si cita nemmeno la Carta della scuola (che al tit. III ha anticipato l’art. 34 Cost.) né quella della gioventù. Al capitolo sul sistema sanitario, nulla appare sulle assistenti sanitarie visitatrici. Al capitolo sulla previdenza, nulla si dice dell’assistente sociale di fabbrica. Per il resto ci si ritrova in tutto ciò che si afferma specialmente sulla questione siciliana e della commistione ”mafia-liberazione”, tuttavia trovo opportunistico quanto scritto sulla questione ebraica a p. 251. È probabile che il Duce non da subito fosse razzista, ma che lo sia stato è fuori dubbio (condizionato forse dagli ambienti accademici) ed era sua intenzione ferma e convinta di condurre una politica razzista. Lo dimostrano anche i progetti di apartheid per le nuove metropoli coloniali. Capisco la sua intenzione di favorire la ”rettung”, ma la dichiarazione di innocenza è decisamente poco credibile.

L’autore non cita fonti bibliografiche ma esclusivamente fonti giuridiche; certo le norme sono importanti, ma ci sono anche delle memorie che comunque rappresentano delle evidenze (Delmati, Tarugi) ad es. Aurelia Florea negli anni ’60 cita una terza generazione di assistenti sociali, ti dice nulla? La ricerca giuridica è utile, per quanto lacunosa, ad es. è logico pensare che se è esistito un Ufficio distrettuale di servizio sociale, questi non si esprimeva tramite leggi o decreti legge, piuttosto tramite altri atti (circolari e sulla giurisprudenza), che però non conosciamo perchè non sono accessibili al pubblico. 



Tuttavia rileggendo il libro mi sovviene un dubbio: cosa intende per «non si parla della figura giuridica dell’assistente sociale»? Che forse non era ritenuta tale durante il Fascismo? Beh, certamente c’è stata un’attenzione diversa verso altre figure come ad es. le assistenti sanitarie visitatrici che avevano un proprio albo, ma in fondo anche queste effettuavano un certo tipo di ”servizio sociale”. Probabilmente l’assistente sociale era un tipo di lavoro che assumeva una funzione propria solo presso enti privati (es. Olivetti) o comunque parastatali (es. Onmi): «presso ogni consiglio di patronato è ubicato un “Ufficio di assistenza sociale” retto da un assistente sociale».



Naturalmente nessuno andrà a controllare i cedolini di paga con i quali erano retribuite (e credo neanche esistano perchè all’epoca la consegna dello stipendio credo avvenisse a mano, un po’ come si è fatto fino agli anni’60 da parte dei dirigenti), ma semplicemente è logico pensare che gli Uffici distrettuali di servizio sociale (che era un organo del Ministero di Grazia e Giustizia) si occupassero dell’osservazione dei minori e delle relazioni da presentare al tribunale così come indicato dalla legge istitutiva del Tribunale per i minorenni e il Regolamento penitenziario del 1931. Come molti sanno, inoltre, presso ogni Corte di Appello era funzionante un Consiglio di Patronato che si occupava dell’assistenza ai liberati dal carcere, tale consiglio in qualche maniera era coordinato dall’Omni, ovvero da un rappresentante dell’ente, forse una patronessa o forse giusto la figura che stiamo trattando. Poi bisogna anche capire che il cd. ”inquadramento giuridico” naturalmente soffriva la competizione con le altre professioni, ad es. con quella delle assistenti visitatrici sanitarie. Non credo neanche che la scuola del Celio sia stata un ”merito” del Duce, sebbene il governo abbia investito moltissimo complessivamente per il sistema di politiche sociali, all’epoca definita la migliore al mondo. Credo piuttosto che poiché già esistevano delle iniziative precedenti, ad es. l’Istituto di igiene, assistenza e previdenza di Ettore Levi e le cd. ”segretarie del popolo” (anche solo inquadrate nelle modalità di corsiste anziché collegiali, un po’ come per le cattedre ambulanti di puericultura), sia stato deciso di trasferire e centralizzare tutto nella capitale, non a caso le assistenti sanitarie visitatrici facevano le lezioni negli stessi locali al Celio. È anche vero però che l’assistente sociale a causa della propria natura individuale (ereditata dai sistemi anglosassoni) mal si conciliava con lo spirito fascista della socializzazione delle attività produttive, ma ritengo che le accuse che si rivolgono attualmente negli ambienti professionali a quella figura del passato di assistente sociale ”paternalista” o ”propagandista” siano assolutamente infondate. Ma la Storia, come ce lo dicono anche due grandissimi maestri che sono Renzo De Felice e Ugo Spirito, è fatta non solo dai vincitori ma anche di evidenze e queste ”evidenziano” che a Roma e Milano c’erano due scuole che nel ventennio hanno diplomato circa 500 assistenti sociali, lavorando con zelo e abnegazione e, specialmente dopo l’8 settembre, anche a titolo gratuito. Che poi ci fossero dei gruppi di interesse ad aver voluto a tutti i costi fondare l’Istituto di Levi (non a caso in concomitanza col biennio rosso), questo è un altro discorso, ma resta il fatto che la scuola al Celio abbia permesso di compiere quel salto di qualità intellettuale che prima non era stato possibile raggiungere. Potrei ancora dilungarmi molto su questo affascinante periodo della storia italiana ma mi preme soltanto aggiungere che fare ricerca oggi è molto più difficile che in passato, per il fatto che viviamo in un’epoca che tende a negare qualsiasi cosa sia accaduta in quegli anni e, non di rado, capita di incontrare molti professionisti del sociale disposti a negare l’evidenza storica e cioè che la prima scuola per assistenti sociali (quella al Celio) è nata grazie al fascismo.



Citazioni tratte da BONTEMPO T., Lo stato sociale nel ventennio, Roma, Edizioni de Il borghese, 2010, ISBN: 978-88-7557-365-2.

Le radici del servizio sociale



L’attività compiuta dalle visitatrici della Casa di Soccorso di San Paolo (CIA) nel XVII secolo fu un chiaro esempio di assistenza dove le donne svolgevano compiti di tipo ausiliario e gli uomini di patronato e direzione (p. 24). Tale orientamento fu migliorato dalla Legge Crispi quando furono autorizzate delle “quote rosa” nei consigli di amministrazione delle Congregazioni di Carità. Una spinta verso istanze di riconoscimento giunse dall’Unione Femminile Italiana (UFI) fondata a Milano nel 1899 e che due anni dopo fondò l’Ufficio Indicazioni ed assistenza col compito di fornire informazioni sulle Provvidenze del Regno ed ebbe a disposizione anche un organo di stampa.

Nell’autunno 1944 presso le effimere repubbliche partigiane, su iniziativa dei Gruppi di Donne (GDD), sorsero i “Comitati Provinciali di Assistenza” col compito di raccogliere i fondi e di distribuirli sul territorio. Non è dato sapere quale fosse la motivazione di tali elementi se non il desiderio, quanto mai recondito, di una rivoluzione imminente. Da un lato, infatti, vi erano gli eserciti anglosassoni fattori di un sistema razzista specialmente oltreoceano dove vigeva l’apartheid, almeno fino alla sentenza Brown del 1954 (il primo matrimonio misto in America si celebrò solo nel 1968). D’altra parte si affacciava all’orizzonte la dittatura stalinista che non solo concentrava i dissidenti dentro i gulag sovietici ma si preparava ad una nuova repressione: la chiusura del comitato antifascista ebraico. L’insurrezione finale sembrava vicina ma il Proclama Alexander, ancora una volta, fece cessare ogni speranza. Così come durante il Risorgimento il repubblicano Garibaldi aveva sfruttato cinicamente la monarchia per conquistare il Sud, tanto dopo la guerra il compagno Ercoli accettò la democrazia per fare proseliti al Nord.
Non è chiaro se offrissero assistenza solo ai propri affiliati o anche alla popolazione locale, in questo ultimo caso sarebbe grottesco immaginare di assistere coloro che erano danneggiati dai loro stessi alleati ovvero gli eserciti anglosassoni impegnati nella campagna d’Italia e responsabili dei bombardamenti a tappeto, di eccidi indiscriminati e delle violenze sessuali alle donne: «il coinvolgimento nell’esperienza resistenziale non si limitava all’uso delle armi (…) il carattere di molteplicità è particolarmente evidente nella partecipazione delle donne alla lotta di liberazione, stante la loro presenza nelle bande, anche con grado militare elevato, nelle attività di collegamento e di informazione, di propaganda, di sabotaggio e in quella di organizzazione di scioperi e sommosse» (p. 37).

I gruppi di difesa della donna (GDD) operavano nell’ambito del CNLAI e del PCI. Tale movimento si impegnò per il riconoscimento dei diritti delle donne durante la Repubblica, che fino al 1963 (Legge 09.02.1963 n. 66) non potevano accedere ai concorsi per uffici pubblici in magistratura (p. 20). Il femminismo si era sviluppato in USA nell’800 e da qui in Italia a Milano nel 1861 sdoppiandosi nella corrente radicale e in quella riformista dalla quale era nata l’Unione Femminile Italiana (UFI). Una di queste Maria Maddalena Rossi trovò il coraggio di denunciare i misfatti dei “liberatori anglosassoni” nella seduta parlamentare del 7 aprile 1952: circa 60000 donne attendevano ancora un risarcimento per la violenza subita (v. Atti parlamentari). Molti di coloro che avevano collaborato col nemico, fecero carriera in politica o nella pubblica amministrazione, dopo che, grazie al fascismo, erano stati posti fuori legge «gli ultimi gruppi borghesi ancora in vita» (p. 23). 

Il governo fascista, infatti, aveva conferito alla donna un ruolo di primo piano nell’assistenza sociale: «il passaggio della filantropia allo Stato assistenziale avviene nel 1928 con la prima scuola per assistenti sociali» (p. 31); l’Unione Femminile Italiana fondò nel 1926 il primo servizio di assistenza domiciliare sanitaria (p. 27); il Duce nel discorso del 20 giugno 1937 alla Mostra sull’assistenza sociale di fabbrica e delle colonie «saluta le donne come protagoniste dell’opera di assistenza nazionale e sociale» (p. 33) quello stesso sistema di assistenza sociale che fu definito “il migliore al mondo” (cfr. Salassa A., Storia dei servizi sociali, Brescia, La scuola, 2003, p. 77). La ricerca a tutti i costi del primato assoluto, tuttavia, non facilitava la ricerca storica che si venne a trovare di fronte ad nuovo imbarazzo: «la nascita del servizio sociale è generalmente collocata nel secondo dopoguerra in concomitanza con la fondazione delle prime cinque scuole per assistenti sociali, avvenuta tra il 1945 ed il 1946» (p. 13).

Nel marzo 1945 fu istituito presso il CNLAI l’Alto Commissariato per l’Assistenza ai reduci che mutò in Ministero per l’assistenza postbellica (MAPB), presieduto dal comunista Aldo Sereni, che nel 1947 si fuse in seno all’AAI (già UNRRA), organo della Presidenza del Consiglio dei Ministri, diretto da Ludovico Montini, fratello del prossimo Papa. Il MAPB promosse nel 1946 la nascita della scuola Unsass a Milano diretta da Lucia Corti, membro del Movimento della Sinistra Cristiana e fondatrice del GDD e l’altra scuola a Roma presso il Cepas: «decentramento, autonomia e coordinazione» (p. 78) fu lo slogan della Repubblica effimera dell’Ossola, che però fallì miseramente sia perchè dipendeva spudoratamente dagli aiuti provenienti dalla Svizzera sia perchè non aveva un vero e proprio piano di assistenza (p. 63).

La popolazione italiana subì grandi danni durante la guerra civile e la penisola fu devastata dal passaggio del fronte e dalle incursioni aeree; circa 64000 civili morirono a causa dei bombardamenti, circa 10000 persone furono uccise dai tedeschi e dalle truppe della RSI nelle rappresaglie e nelle operazioni di repressione, circa 5000 persone subirono la vendetta dei partigiani a fine guerra (Eric Morris, La guerra inutile. La campagna d’Italia 1943-45, Milano, Longanesi, 1993, p. 492).

 
Nel dopoguerra, a causa del clima ideologico dell’epoca diviso in due blocchi ideologici contrapposti, il movimento delle donne si scisse in Unione Donne Italiane (UDI), di ispirazione progressista, e il Centro Italiano Femminile (CIF), di ispirazione cattolica. Appare ambiguo di come tra le competenze dei GDD risultassero «il disbrigo di pratiche e la presentazione di istanze» (p. 60) giacché se il GDD operava in regime di clandestinità, è altrettanto vero che i membri non potevano in via ufficiale avvicinarsi agli enti preposti all’erogazione delle prestazioni previdenziali, essendo dei semplici volontari che agivano privatamente. Ben presto, però, ci si rese conto di essere ben lungi dall’implementazione di quel modello funzionale di servizio sociale imposto, e mai assimilato, dai vincitori del conflitto.

 

 

Citazioni tratte da DELLAVALLE M., Le radici del servizio sociale, l’azione delle donne. Dalla filantropia politica all’impegno nella Resistenza, Torino, Celid, 2008, ISBN 88-7661-778-7.

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