Archivi categoria: Anni ’80

Il racconto del servizio sociale

Recensione su Maria Cacioppo, Mara Tognetti Bordogna, Il racconto del servizio sociale. Memorie, narrazioni, figure dagli anni Cinquanta ad oggi, Angeli, Milano, 2008, ISBN 978-88-568-0141-5.

Nel primo capitolo gli autori ripercorrono rapidamente l’evoluzione del servizio sociale italiano passando per il corso per “segretarie sociali” tenuto a Milano negli anni ’20 dall’Istituto italiano di assistenza sociale fondato da Paolina Tarugi e Carla Lavelli Celesia (p. 20), i Segretariati del Popolo, gli enti pubblici fascisti, la Repubblica e i metodi di lavoro anglosassoni. La scuola Femminile di San Gregorio al Celio “fu la prima ad avere un carattere continuativo ed una precisa impostazione didattica” (p. 22). Inoltre “la figura dell’assistente sociale venne inserita all’interno dei servizi dell’Onmi” (p. 22).

Il dopoguerra doveva rappresentare una “svolta” ed invece «le metodologie inserite ed insegnate nelle scuole erano tutte d’importazione, originate in Paesi culturalmente e politicamente differenti dell’Italia. Ciò portò loro ad un inserimento non immediato e ad una non facile applicazione pratica. La difficoltà di accettazione e la messa in discussione di tali metodi e di tutto l’impianto organizzativo delle scuole produsse, verso la fine del ’68, la prima crisi della scuola di servizio sociale» (p. 34).

Secondo gli autori tale crisi si risolse in 24 mesi (p. 37) in realtà durò molto più tempo almeno per tutti gli anni ’70 e per buona parte degli ’80 quando il ricambio della classe dirigente, di concerto con l’istanza politica del momento, consentì di ottenere il riconoscimento legale del titolo di studio, l’inclusione nei percorsi accademici e l’istituzione dell’albo professionale. In altre parole il servizio sociale italiano usciva dall’impasse protrattasi negli anni e si preparava al cambiamento che stava avvenendo nelle politiche sociali nazionali culminato all’inizio del secondo millennio con la legge di riforma dei servizi sociali (L. 328/00).

Tralasciando il secondo capitolo che riporta volti già noti del servizio sociale italiano (Guido Calogero, Maria Comandini, Guido Colucci, Anna Giambruno, Fausta Molinaroli, Giovanni De Menasce, Paolina Tarugi, Odile Vallin e Alba Canali) e il terzo capitolo che riporta cose già risapute sulle scuole si giunge al quarto capitolo (pp. 115-271) che effettua una panoramica su alcuni dei più recenti protagonisti della storia del servizio sociale. Si tratta di persone che hanno avuto delle esperienze professionali significative ma non tanto da essere inserite nei primi capitoli. Ciò non vuole sminuire la scelta del campione che, tra l’altro, vanta un ventaglio di personalità rinomate anche a livello internazionale con una formazione derivante dalla frequentazione di apposite scuole. In rari casi l’istruzione si arricchisce di una seconda laurea. Molti di essi hanno assunto ruoli rilevanti nelle associazioni di categoria e/o nell’Ordine professionale.

Ciascuno profilo è corredato da una mappa di rete che indica le “persone citate” ovvero il livello di trasmissione della memoria professionale di generazione in generazione. La didascalia a dire il vero tradisce una forma di “etichettamento”, ad esempio l’azzurro rimanda alla categoria “nostro protagonista”, il rosa rimanda alla categoria “persona citata durante l’intervista”, l’arancione rimanda alla categoria “persona citata durante l’intervista e nostro protagonista”, infine, il giallo rimanda alla categoria “persona citata durante l’intervista e pioniere/figura significativa del servizio sociale”. Ad esempio Tina Amadei cita Ferco (rosa), Contini (rosa), Franco Ferrario (rosa) e Gazzaniga (rosa). Lorenza Anfossi cita Emanuela Zancan (rosa), D. Modda (rosa), Annamaria Cavallone (arancione) e Aurelia Tassinari (arancione). Rosa Bernocchi Nisi cita Paolina Tarugi (giallo), F. Molinaroli (giallo), C.Ranchetti (arancione), M.Secchi (rosa), Franco Ferrario (rosa), A.M.Orlando (rosa), R.Dutto (rosa), L.Bolocan (rosa). Graziella Brex cita Pappalardo (rosa), S.Pianta (rosa) e A.Ricciardello (rosa). Si tratta di un panorama “pittoresco” con una prevalenza di toni chiari e tanti vissuti. Lo scopo non è solo quello di scoprire le tracce di altri personaggi forse meno noti ma anche di indurre il lettore a raccontarsi e a riconoscersi in questa grande comunità professionale.

Conclusioni e valutazione

Il libro si distingue per il metodo dell’approccio biografico dei protagonisti del servizio sociale. Fin dall’introduzione gli autori mettono in guardia da una storiografia ancora in ritardo su certi aspetti della ricerca (rapporto nord-sud, contributo multidisciplinare, accesso alle fonti). Il testo però presenta anche diversi limiti. Innanzitutto si tratteggia la Legge Crispi come “il primo riconoscimento sull’assistenza pubblica” (p. 19) dimenticando che questo provvedimento in realtà interveniva sugli enti privati “scimmiottando” quanto già previsto dalla Legge 30 agosto 1862 n. 733. Altre contraddizioni si riscontrano con il concordato del 1929 con cui lo Stato affidava alla Chiesa le competenze sui poveri per poi affermare subito dopo che l’Eca si prefigeva il sostentamento dei poveri (p. 29); nel 1928 fu istituita la prima scuola per assistenti sociali (p. 22) per poi affermare l’esigenza di istituire le prime scuole per assistenti sociali (p. 26); il Convegno di Tremezzo è rappresentato come “il luogo ove si gettarono le basi per la trasformazione dell’assistenza” (p. 28) per poi affermare che il casework fu introdotto in Italia da Anne King (p. 32), il groupwork da Dorothea Sullivan (p. 32) e il communitywork da Miss Trinchero (p. 33) che però non parteciparono al convegno!

Coerenza tra titolo e contenuti: ottimo (la narrazione come elemento fondamentale per la trasmissione della memoria identitaria professionale)
Organizzazione del testo: ottimo (si poteva migliorare l’alternanza tra scritto e parlato)
Esposizione degli argomenti: buono (la maggior parte di dati sono costituiti da fonti di prima mano)
Accuratezza dei dati: buono (ottimo per la parte biografica, eccetto i diagrammi: in base a cosa una persona è più importante e “colorata” di un’altra?)
Tesi dell’autore e sue dimostrazioni (suggerimenti, conclusioni, obiettivi, contribuzione effettiva alla conoscenza dell’argomento): ? (le conclusioni sembrano un’appendice avulsa dal contesto)
Originalità dei contenuti: buono (mancava un’indagine sulle ultime generazioni di assistenti sociali)
Leggibilità-accessibilità (illustrazioni, grafici, impostazione paragrafi-capitoli): buono (interessanti e pittoreschi i diagrammi contenuti nel compact disc allegato al libro)
Tempestività della pubblicazione (in relazione alla conoscenza attuale): buono (gli autori proseguono quanto fatto da alcune riviste di categoria)
Esaustività (note, bibliografia, indici e glossari): ottimo (c’è anche un compact disc allegato)
Rilevanza dell’autore (cv, istituto di riferimento, prestigio accademico): buono
Valutazione finale complessiva (apprezzamenti e limiti): buono (una traccia fondamentale per ricostruire la storia dell’assistenza in l’Italia che apre a nuovi orizzonti di ricerca).

Convegno di Napoli 14 giugno 1988

All’indomani del riconoscimento della professione di assistente sociale (DPR 14/88), fu organizzato a Napoli il 14 giugno 1988 un convegno per discutere sul tema “Quale assistente sociale in Campania?” ovvero sullo stato dell’arte del servizio sociale e sugli effetti che tale provvedimento avrebbe comportato nella regione. Al convegno, promosso dal Centro di servizio sociale per adulti di Napoli, parteciparono le principali istituzioni sociali e politiche: la Direzione generale degli Istituti Penitenziari, il Ministero di Grazia e Giustizia, l’Ufficio dell’Ispettorato distrettuale di Napoli, la Provincia ed il Comune di Napoli, la Regione Campania ed i relativi assessorati all’assistenza ed ai servizi sociali, l’Associazione nazionale di assistenti sociali (ANAS), l’Istituto per lo sviluppo e l’istruzione nel meridione (ISVEIMER), l’Associazione nazionale centri IRI formazione e addestramento professionale (ANCIFAP), e molti altri personaggi del mondo accademico e politico dell’epoca. 



Nella prima relazione, pronunciata dal presidente della provincia di Napoli Salvatore Piccolo (DC), si evidenziano le lacune che ancora investono la professione nonostante l’ambito riconoscimento. In primis la concezione nell’immaginario collettivo della figura di assistente sociale inteso ancora come un «portavoce di una assistenza fine a sé stessa, che lo Stato dovrebbe garantire» (p. 8), secondariamente si riscontra tutta l’insufficienza della preparazione fornita dalle scuole private che diplomano degli operatori dotati, specialmente nel meridione, di «un livello di qualificazione normalmente scadente» (p. 8), infine, si denuncia lo status della legislazione sociale«alquanto confusa (…), che non tiene conto dei cambiamenti della società, rispetto ai nuovi bisogni e alle nuove domande che emergono» (p. 7). 



Nella seconda relazione, pronunciata dal Dirigente del Centro servizi sociali per adulti Luciano Sommella, si illustrano i risultati di una ricerca sul campo che sarebbero serviti da base di discussione per i lavoro di gruppo. Il campione degli intervistati comprendeva 100 assistenti sociali (settore penitenziario, municipale e sociosanitario), 7 responsabili e 3 operatrici domiciliari. La scelta della metodologia è ricaduta su una soluzione mista quanti-qualitativa: questionari, interviste e analisi di caso. I risultati dell’analisi quantitativa permettono di riassumere in sintesi il profilo medio dell’assistente sociale nell’area regionale campana: metà degli intervistati ha preso servizio da poco tempo (anzianità tra i 5-10 anni), quasi la totalità ha conseguito il diploma presso una scuola privata (il 13% dichiara altri titoli di studio), la maggior parte non segue dei corsi di aggiornamento o li segue in maniera frammentata e discontinua. 



I risultati dell’analisi qualitativa hanno messo in luce una diffusa insoddisfazione, forti «difficoltà realizzative, spazi operativi ridotti (…) gestione dei rapporti non omogenei» (p. 14), sebbene le difficoltà diminuiscano con il progredire dell’anzianità di servizio. L’analisi di caso ha permesso di analizzare da vicino il rapporto intercorrente tra l’utente e l’assistente visto come «il tutore, il difensore di diritti affievoliti e disattesi, il consolatore di afflizioni, l’arbitro di contese relazionali, il punto di riferimento nei ricorrenti momenti di disgrazia (…); l’assistente sociale è accettato e riconosciuto più per le doti di umanità, sensibilità e pazienza che per quelle di metodo» (p. 21). Laddove previsto, il ruolo di dirigente appare «stemperato e disorganico, fatalmente proteso all’assolvimento di compiti routinari e formalistici» (p. 19); non meglio va per il servizio municipale che, non avendo un proprio quadro dirigente, soffre la carenza di un modello organizzativo adeguato. 



Interviene Lia Sanicola, docente di Metodologia del servizio sociale presso l’Università di Parma, che conferma la fase di crisi che sta vivendo la professione, anche se accompagnata da segnali positivi che promettono bene per il futuro. Se, infatti, c’è «una prima tendenza alla conservazione della tradizione», l’assistente sociale è una professione che «riesce a cogliere le urgenze nuove» (p. 24), cioè, riesce a vivere, e a far vivere, l’esperienza del cambiamento. A tal proposito la relatrice utilizza la metafora dell’alpinista: «se faccio lo scalatore, non posso aver paura del vuoto, così se faccio l’assistente sociale non posso andare in panico di fronte al cambiamento degli altri» (p. 25). Tale fenomeno si esprime sia all’esterno che all’interno della professione. Gli elementi che incidono sul versante esterno sono: la dipendenza sempre più marcata dalla politica che si traduce nelle leggi che «hanno una ricaduta sul lavoro (L. 184/83, LR 1/86); la delega della specializzazione ad altre professioni (psicologia, sociologia, pedagogia, etc.); le nuove acquisizioni delle scienze umane che permettano di «uscire dall’approssimazione» (p. 27). Gli elementi che incidono sul versante interno sono: l’impatto con l’utenza (analisi dei bisogni); le aspettative emergenti verso il mondo accademico (dal diploma alla laurea); l’aggiornamento professionale: «il bisogno è il segno di una realtà più grande, noi non conosciamo i bisogni, ma incontriamo le domande, misuriamo le domande perché il bisogno è una realtà altamente insondabile. Noi incontriamo il fenomeno della domanda e conosciamo il bisogno per quella emergenza che esso è nella domanda» (p. 28); «non credo che noi vogliamo l’università perché le scuole attuali siano delle cattive scuole (…) può darsi che lo siano, ma se le scuole attuali sono della cattive scuole, bastava creare dei controlli. Non credo che noi vogliamo l’inserimento delle scuole di servizio sociale nell’università per questo» (p. 31). 



Interviene Giuseppe Acocella, docente di filosofia all’Università di Napoli “Federico II”, secondo il quale il termine “crisi” si addice ad una professione che si trova costantemente «sul crinale» (p. 35)  e, paradossalmente, l’ingresso nel mondo accademico, accelererà ancora di più questa tendenza a causa della forte dinamicità di tale istituzione e lo dimostra la questione sulla specializzazione: «l’assistente sociale che si lascia tentare dalla prospettiva di assolvere funzioni generiche perché le crede più importanti, più generalizzanti nella realtà sociale, con ciò stesso depotenzia la sua specificità e, quindi, apre le porte a considerare i servizi sociali terreni di caccia per l’occupazione» (p. 37). Ciò non significa per forza ipotizzare delle pessimistiche prospettive, perché l’incertezza è insita più nelle politiche sociali che in quelle accademiche, o meglio, nelle modalità di inserimento del servizio sociale nella cultura sociale visto ancora come qualcosa di “residuale” (p. 38) e lo dimostra il fatto che le competenze assistenziali dello Stato si sono progressivamente estese a più categorie della popolazione fino ad abbracciare tutto l’ambito del benessere, ad es. lo Stato oggi compie interventi di servizio sociale anche attraverso i tentativi di regolare il mercato del lavoro. 



Interviene Ersilia Salvato (PCI), vicepresidente della Commissione Giustizia del Senato, secondo la quale, in risposta al prof. Acocella sul problema del lavoro, afferma che «i lavori socialmente utili sono una strada da percorrere» (p. 41) pur superando le «vecchie visioni di assistenzialismo» (p. 41).  Al di là dei buoni propositi (approdo accademico, riconoscimento, riqualificazione, etc.) ciò che serve è «una volontà politica di dare a questa parola crisi un segno positivo (…) a cominciare da quelle istituzioni che sono a ROMA» (p. 43). La citazione è velatamente critica non solo verso il panorama politico dell’epoca dominato dal centrosinistra ormai al potere da più di 20 anni ma anche verso una degenerazione della democrazia verso forme perverse di gestione del potere (clientelismo, assenteismo, connivenza con la criminalità, etc.). 



Interviene il sindaco di Napoli Pietro Lezzi (PSI) il quale ribadisce il ruolo centrale della politica nell’effettuare scelte più incisive nelle politiche sociali: «sono fermamente convinto e persuaso che nell’attività politica, se non si nasce imparati, bisogna ricevere, indicazioni, consigli, suggerimenti per poi cercare di elaborare delle politiche sociali» (p. 45) in riferimento alla situazione europea che offriva più opportunità rispetto all’Italia, specialmente per quanto riguarda l’apporto del volontariato, il che non significa “distrarre” le istituzioni dai propri doveri, «ben convinto che se queste “signore” si rivolgessero agli assessori competenti, certamente avrebbero delle risposte più esaurienti» (p. 46). Di fatto la relazione di Pietro Lezzi mette in evidenza un processo di progressivo avvicinamento della professione alla politica fino a subire una vera e propria dipendenza affinché queste assistenti sociali (signore) possa occuparsi di più di proselitismo «nelle scuole, nelle istituzioni e nell’opinione pubblica» (p. 46). 

Interviene l’assistente sociale Marianna Giordano che pone l’accento sulla mancanza a livello regionale di una legislazione dedicata all’assistenza sociale dopo il DPR 616/77 polemizzando con l’amministrazione di Nando Clemente«che continua ad agire con interventi a pioggia, assistenziali e privi di logica (…) Il simbolo scelto per il convegno, la freccia con il suo movimento a spirale, la figura aperta, il chiaroscuro, è un segno di ciò che si intende proporre, un percorso di ricerca» (p. 53). Il senso della crisi in cui versa il servizio sociale si esprime nell’interrogativo espresso dal titolo del Convegno “Quale assistente sociale?” e che passa attraverso 3 elementi: la formazione, la collocazione istituzionale e l’impegno per il cambiamento. 



«A livello istituzionale, emerge, dopo la stagione di apertura degli anni Settanta, una tendenza alla difesa sociale, che si esprime con la burocratizzazione degli interventi. Si richiede una forte funzione di controllo sociale orientata più alla repressione, che alla promozione o all’aiuto. L’assistente sociale si sente schiacciato in un ingranaggio e spesso non riesce ad esprimere tutte le potenzialità del suo ruolo, perché isolato, privato di mezzi, a volte effettivamente in crisi di identità. Il quadro offerto dagli operatori dei servizi campani è eloquente. Si descrive una situazione in cui 1’Assistente sociale, pur consapevole del suo ruolo, non riesce ad esprimere nell’ente in cui lavora la sua funzione, viene escluso dalla programmazione, non ha voce sulle politiche, è il servizio più povero di strumenti e risorse nell’ambito di Amministrazioni più complesse (sanità, giustizia etc.), che pure spendono per altri settori» (pp. 56-57).



«Negli anni Ottanta si è registrata però una forte fase di stallo tra gli assistenti sociali, il prevalere, per mille circostanze e cause diverse, di un ruolo burocratico sulla funzione di promozione, o, anche, la riduzione dell’attività alla risoluzione di casi singoli, piuttosto che ad un’azione globale sulle cause dei problemi. Si registra una difficoltà ad esprimere la propria professionalità a livello di gestione dei servizi e di orientamenti politici. Si è rimasti coinvolti nelle maglie più strette della legislazione istitutiva dei servizi, così che gli assistenti sociali esprimono spesso in modo “soft” una politica repressiva: nel campo delle tossicodipendenze, nel settore penitenziario, con i minori, etc» (pp. 57-58).



«Mentre 1’obiettivo del servizio sociale implica un forte coinvolgimento con i cittadini per il miglioramento dei servizi, gli assistenti sociali si ritrovano molto spesso a rappresentare 1’aspetto autoritario dello Stato che interviene per controllare, reprimere, ma non agisce per rimuovere le cause del disagio. Un intervento che non mira alla crescita della società, ma piuttosto ad una normalizzazione. Gli assistenti sociali finiscono per rappresentare le istanze di difesa e funzionamento dello Stato piuttosto che i bisogni dei cittadini. (…) A Napoli, in Campania manca una cultura del sociale e dei servizi, mentre è molto presente un sistema assistenziale su cui il sistema politico basa il consenso (…); sta crescendo tra gli assistenti sociali la consapevolezza di dover riscoprire quest’ottica fondamentale di lavoro» (pp. 58-59). 



Interviene l’assistente sociale Rosanna Rubino e segretaria dell’Anas Campania che rivendica il merito dell’ANAS nell’aver ottenuto il riconoscimento della professione. Ribatte inoltre alle accuse di chi riteneva che il servizio sociale non avesse propri metodi né che avesse contribuito a «fare assistenza in modo nuovo» (p. 64) e che, invece, i problemi sono da ricondurre «ad un sistema di clientelismo politico che contrasta fortemente coi valori di cui il servizio sociale è portatore» (p. 64). La colpa, in altre parole, è sempre degli altri: « in primo luogo lo Stato il quale, dopo aver emanato il DPR 14 a seguito delle “lotte” dell’associazione, ne ritarda di fatto l’attuazione (…) poi gli Enti in cui operano gli assistenti sociali che debbono superare la tendenza ad utilizzare l’assistente sociale come produttore di pratiche o mediatori di conflitti (…) il Sud» (pp. 64-65).     



Interviene Ambretta Rampelli, dirigente del Coordinamento Assistenti Sociali della Campania, la quale afferma che l’errore del servizio sociale è stato di non aver fatto nulla per rivendicare posizioni di potere all’interno delle istituzioni, nonostante la “forza ideologica” della professione (il termine è ripetuto 2 volte: pp. 69 e 71). La professione, del resto, si è sempre caratterizzata per rappresentare le istanze del mondo femminile sul quale, da troppo tempo ormai, grava il carico del lavoro di cura e del controllo dei reietti. Nonostante ciò, è stato possibile offrire «interventi tutti di ottimo livello», seppur relegati nell’ambito residuale «della società capitalistica» (p. 67). Un altro errore è stato quello di non aver rivendicato ruoli direttivi in realtà diverse da quelle deputate al controllo sociale (sanità, municipio, scuola) sebbene vi sia una forma di controllo “buona” se «si inserisce nel processo di aiuto come momento di assunzione di responsabilità da parte dell’utente» (p. 69).



«In questa sede mi sembra opportuno denunciare ancora una volta la responsabilità morale e politica di chi ha gestito per anni la Pubblica Istruzione e con la sua ignavia e malafede ha permesso il perpetuarsi dello scandalo di pessime o inesistenti scuole di servizio sociale, fornitrici solo di titolo di studio, cui non corrispondeva una reale preparazione professionale ed abbassando quindi il livello culturale degli assistenti sociali (…) e valutare l’inesistenza di livelli di preparazione, di rapporti di supervisione, l’incongruità dei tirocini» (p. 70). «Ecco noi ora rivendichiamo il potere di gestione dei servizi e non vogliamo che tale gestione sia affidata ad altri (…) per evitare che altre professionalità, di cui alcune emergenti, che cercavano di entrare nel mercato del lavoro o di contrattare potere, si approprino del servizio sociale in via strumentale» (p. 72). 



Interviene l’assistente sociale Rosmina Viscusi che mette in luce alcune deficienze del DPR 14/87: «Le scuole dirette a fini speciali si sono viste gravare dall’immane compito di convalidare decine di migliaia di diplomi pur non avendo né le strutture né i mezzi adatti e senza ricevere dal Ministero le necessarie istruzioni metodologiche da seguire (…) Tra gli assistenti sociali che lavorano è stata creata un’assurda discriminazione: chi è occupato in un ente pubblico si è visto riconoscere di diritto la validità del titolo, mentre chi è occupato nel privato deve provvedere alla convalida (…) Gli assistenti sociali disoccupati hanno visto nella propria condizione, non una sfortuna, ma una colpa punibile con l’esclusione dai concorsi per non avranno sostenuto altri 8 esami né aver discusso la tesi (…) Le più recenti interpretazioni dell’art. 6 del decreto mettono in discussione la validità giuridica del diploma così conseguito (…) Le scuole di servizio sociale private (96 in tutto) si sono viste “premiate” con il disconoscimento di tutti i diplomi rilasciati finora» (pp. 73-74).



Interviene Giuliana Buonopane, direttore di servizio sociale presso la scuola di formazione del personale civile penitenziario per adulti di Roma, che illustra le iniziative di aggiornamento della scuola: lo stage sulla criminalità organizzata (ottobre 1987) sulla L. 663/86 (legge Gozzini), l’incontro inter-professionale sul tema “L’interazione dell’intervento trattamentale con le esigenze di controllo dopo la legge 10.10.1986 n. 663”, il seminario sul “Trattamento dei tossicodipendenti detenuti” in cui sono stati indicati i metodi del trattamento intra moenia e gli obiettivi dell’intervento farmaco-psicologico mediante l’equipe sociosanitaria esterna. Per quanto riguarda il discorso sulla specializzazione della professione, si ritiene che l’obiettivo prioritario sia di valorizzare le professionalità che già sussistono in modo da «offrire un modello di operatore sociale inserito pienamente nell’area socio-culturale politica» (p. 93). 



Intervengono gli assistenti sociali Paola Celentano, Olga Fusella e Giovanni Spasiano del Tribunale per i diritto del malato, secondo i quali la crisi del welfare ha investito anche gli ospedali che sono diventati delle “fabbriche di consenso”: allocazione di personale raccomandato dai partiti politici, affidamento a terzi di forniture e servizi tramite appalti pilotati, “sequestro” dei pazienti «per costringere la comunità a cedere sempre più risorse e più potere» (p. 101). La relazione degli assistenti sociali, tuttavia, presenta degli aspetti ambigui. Se da una parte si denuncia la commistione dei servizi con la politica: «il servizio sociale finisce in tal modo per essere considerato ed utilizzato come una specie di servizio burocratico a favore dell’amministrazione dell’ospedale, utile più a risolvere problemi dell’ospedale che del malato» (p. 102), d’altra parte si rivendica un ruolo di protagonismo: «il primo compito del servizio sociale professionale è certamente quello di partecipare alla formazione della politica sociale dell’ente e di contribuire a determinarla» (p. 103), non disprezzando eventuali alleanze con «altri volenterosi operatori di base» (p. 103) che avrebbero il compito di sondare i nuovi bisogni della popolazione. L’occasione propizia si è presentata con la “Legge quadro per i diritto del malato”, all’esame del Parlamento, su proposta dal Movimento federativo democratico che, insieme alla “Carta dei diritti del malato”, avrebbe dovuto rappresentare un valido contributo per l’affermazione dei diritti sociali in Italia. «La Carta, inoltre, proprio per la sua concretezza, può rappresentare l’ideale appendice ad un codice deontologico professionale, che è necessariamente destinato ad esprimere principi astratti e a fornire indicazioni generiche» (p. 105). 



Interviene l’assistente sociale Silvia Rovito del CSSA di Napoli secondo la quale, nonostante la legge di riforma dell’ordinamento penitenziario e i successivi aggiornamenti, «il compito del servizio sociale rischia di ridursi esclusivamente al controllo ed al rispetto della prescrizione di legge (…) tutto ciò ha generato oggi un senso di frustrazione con sindrome di “burn out” alla fuga dalla professione, all’assunzione di un ruolo burocratico» (p. 114). Allo stesso tempo nel corso degli anni si è giunti ad una nuova consapevolezza professionale, venendo a mancare il “mito” per cui «il progressivo sviluppo capitalistico porta automaticamente ad un progresso per tutti» (p. 115), che si concluderà a breve con il crollo delle barriere ideologiche e la fine delle utopie socialiste (il convegno precede di un anno la caduta del Muro di Berlino e di 5 anni Tangentopoli).



Interviene l’assistente sociale Isabella Mastropasqua dell’Ufficio distrettuale servizio sociale per minorenni di Napoli che, riprendendo l’intervento della collega Rovito, denuncia «le condizioni di lavoro preesistenti degli assistenti sociali nonché le attribuzioni inadeguate, la mancanza di una cultura della solidarietà» (p. 119), e sopratutto la latitanza delle istituzioni che si esprime nella «mancanza di una politica nei confronti della fascia giovanile» (p. 118). A differenza della collega Rovito, tuttavia, smentisce la «mancanza di strutture nella realtà esterna» (p. 114) che, invece, andrebbero coinvolte tramite «l’avvio di progetti sperimentali» (p. 118). 



Gli assistenti sociali Maria Luisa Minieri e Luigi Bucci del presidio territoriale per le tossicodipendenze (Usl 42) denunciano la mancata integrazione sociosanitaria a 10 anni dall’approvazione della L. 833/78 sul Servizio sanitario nazionale. La proliferazioni di leggi e “leggine” di settore hanno contribuito, infatti, a diffondere la frammentazione dei servizi: L 685/75, L. 194/78, L. 405/75, L. 180/80, L. 730/83, DPCM 08.08.1985, LLRR 11/84 e 1/88. Le divisioni, inoltre, serpeggiano negli stessi assistenti sociali che «non riescono a creare un unico panorama di iniziative e di progetti integrati da proporre con forza agli organismi istituzionali» (p. 123). Mentre in alcuni settori come, ad es., nella giustizia c’è una buona organizzazione con tanto di formazione e direzione, il ruolo professionale nel settore clinico-sanitario «risulta confuso tra la negazione delle capacità gestionali e dirigenziali e la richiesta di prestazioni tanto numerose quanto diversificate e poco definite» (p. 124). 



«anche lo scarno profilo professionale enunciato nel DPR 821/84, relegando la posizione dell’assistente sociale in soli due livelli – collaboratore e coordinatore -, si inquadra nella stessa visione restrittiva. Il livello contrattuale derivato dal DPR 761/79 e riportato nel DPR 270/86 è ben lontano da quelli corrispondenti per formazione, responsabilità e funzioni, dei ruoli sanitario, para-sanitario, amministrativo e tecnico. Nemmeno 1’approvazione del DPR 14/87, che ha riconosciuto quale titolo abilitante il solo diploma conseguito presso Scuole Universitarie, sanando la posizione degli operatori già in servizio nel Pubblico, e che ha interrotto il dominio privatistico della formazione, ha sortito sino a questo momento sostanziali effetti positivi in campo lavorativo e contrattuale» (p. 124). 



Interviene l’assistente sociale Fiorella Cava responsabile del settore riabilitazione dell’Usl 39 che concentra l’analisi in base a 3 livelli: la situazione globale, le risorse disponibile ed eventuali ipotesi d’intervento. Prima di tutto si denuncia la «formazione disomogenea, effettuata in massima parte in scuole private con scarse tradizioni culturali, talvolta con scarsa collocazione contrattuale ai limiti più bassi della scala gerarchica e retributiva: in particolare 1’accesso nei vari comparti è collocato al 6° livello su 10 per gli Enti Locali, al 6° su 11 nella Sanità, al 6° su 8 nello Stato convivendo alla pari con infermieri, insegnanti ecc; invece nell’Ente Regione le colleghe non sono inquadrate come tali e non operano come tali ma, con “alchimie sindacali” e varie, il titolo di studio consente inserimenti ben più soddisfacenti che il 6° livello» (p. 126).



«il ricompattamento della categoria conseguente alla cocente delusione sindacale per i recenti rinnovi contrattuali degli Enti Locali, Sanità particolarmente penalizzanti. Autonomamente la categoria ha saputo esprimere circa 4.000 vertenze al TAR del Lazio contro tali contratti ed ora si appresta ad invadere i TAR locali con ricorsi contro le UU.SS.LL. per il trattamento economico da quei contratti derivante. È da dire che entrambe le iniziative sono partite da Napoli diffondendosi poi in tutta Italia anche con il sostegno dell’Associazione» (p. 127). 



«il Sindacato rispetti la delega affidata a favore della categoria, con il convincimento che la qualità e il riconoscimento degli operatori influisce sulla qualità dei servizi sociali, generalmente coinvolgenti le fasce di utenza più delicata e disagiata, e non contro la categoria come sta accadendo negli ultimi anni. Provveda urgentemente alla definizione dei profili professionali che negli Enti Locali non sono ancora stati costruiti, nella Sanità sono pressoché nulli e in via di definizione senza il richiesto apporto della categoria, nello Stato è appena accettabile. Provveda inoltre ad una collocazione contrattuale al pari dei laureati tecnici con i quali si condividono livelli di autonomia, responsabilità e funzioni. Apra in tutti i comparti lavorativi 1’accesso alla dirigenza: occorre qui sottolineare che il Servizio Sociale nell’Ente Locale è diretto da amministrativi nella Sanità, quando esiste, è diretto dai sanitari e nello Stato si può affidare ad assistenti sociali se laureate indirettamente desumendo che la dirigenza di un Servizio Sociale esiga, per la sua complessità, un doppio titolo di studio al contrario di tutte le altre carriere» (p. 128). 



Interviene l’assistente sociale Lucia Delicato del servizio municipale di Napoli che contesta la relazione di Maria Luisa Minieri e Luigi Bucci sul punto in cui si afferma di rivendicare un ruolo di «agente di cambiamento» (p. 124) mentre sarebbe più adeguato optare per un «operatore di processo» (p. 132). Tale considerazione si inquadra in una cornice, “dipinta” dal Laboratorio per le politiche sociali (Labos), che ritrae una serie di mutamenti: il passaggio «dall’assistenzialismo ad un un sistema più complessivo di sicurezza sociale» (p. 132); il passaggio – nel rapporto con l’utente – dalla risposta contingente (rammenda) alla progettualità di lungo termine; dal passaggio dai compiti di mera consulenza a quelli di facilitatore e coordinamento tra i servizi. La relazione coglie la sensazione, «sempre più crescente, di impotenza negli operatori, anche i più motivati, proprio perché, stante tale situazione, qualsiasi sforzo personale può risultare sproporzionato alla possibilità di ottenere successi (…) specialmente nei servizi di base dove l’incertezza istituzionale determina l’oscillazione tra una condizione di libertà creativa e tra un’eccessiva assunzione di responsabilità e di rischio» (p. 131). 



Interviene l’assistente sociale Gilda Biffa del servizio municipale di Napoli che, intervenendo sulla lite sorta in merito al ruolo professionale (cfr. § XXIV e XXV), propone un ritorno alle origini nei panni di “operatore povero”, parafrasando l’analista Stefano Cirillo, cioè, «colui che deve esporsi in primo piano, che deve recarsi a fare la cd. visita domiciliare, dove trova quello che le altre professioni non vedono, quello che non vede il magistrato, non vede lo psicologo, non vede il sociologo» (p. 137) per non correre il rischio di rimanere «soli a coltivare il nostro orticello» (p. 138). Nel futuro non vi è certezza, specialmente dopo alcune riforme istituzionali come, ad es., il DPR 616/77, che ha trasfuso le competenze assistenziali dalla Provincia ai Comuni, che ha favorito la frammentazione dei servizi e la commistione con la politica: «non c’è un assistente sociale che può operare senza tener conto della politica sociale che viene svolta dal proprio ente da cui dipende. Per cui il ruolo dell’operatore sociale diventa estremamente difficile» (p. 135).  



Interviene Nicola Scaglione (PSI) assessore alla sanità della Regione Campania che, a proposito degli assistenti sociali, denuncia la mancanza di «quel senso di appartenenza, quel “esprit de corp”, quel tessuto connettivo di valori ideali, etici e pratici che possono fare di un gruppo sociale anche composito, un agglutinato di classe (…) l’assistente sociale sembra finora avere dispiegato poco le sue potenzialità professionali, assorbita com’è dal caso particolare, dalla pratica quotidiana e dall’emergenza (…) l’assistente sociale è un operatore che non decide o decide poco e che gestisce con alto rischio morale spezzoni e segmenti di problemi collettivi ed individuali» (p. 148). Concorda con la relazione di alcuni per i quali è finito il tempo delle utopie rivoluzionarie e che «bisogna riannodare i fili di quel grande disegno rinnovatore avviato da più versanti negli anni ’70 per svilupparlo in una visione moderna, flessibile ed efficiente di Stato sociale» (p. 149). 



Interviene l’avv. Walter Antonini su delega del Lorenzo De Vitto assessore alla formazione professionale della Regione Campania secondo il quale «esiste la necessità di esercitare una pressione nei confronti dell’Università perché siano superati gli ostacoli che ancora impediscono l’apertura della facoltà di servizio sociale già da tempo autorizzata dai competenti organi ministeriali e, una volta aperta la facoltà, l’assessorato ai servizi sociali dovrà fornire tutta la propria collaborazione sopratutto per lo svolgimento dei tirocini professionali. Anche in questo campo, infatti, la Regione, ha interesse e possibilità di intervento (…) e questo senza parlare di un compito specifico della Regione che è quello di un opportuno programma di seminari di aggiornamento, da attuarsi eventualmente attraverso i nostri centri di servizio sociale, su tempi professionali sia di ordine generale che per progetti specifici» (p. 153). 



Interviene Amato Lamberti (Verdi) presidente dell’Osservatorio sulla criminalità organizzata secondo il quale le situazioni di marginalità o devianza riguardano 1/3 della popolazione regionale venendosi a configurare una società “di serie B” dipendente e parassitaria a quella di “serie A” che produce e che lavora. Il servizio sociale, dal punto di vista strutturale, risponde alle esigenze della società più progredita, quella cioè che riesce ad esprimere in maniera più chiara i propri bisogni, mentre la società obsoleta rimane vincolata alle logiche distributive e di controllo sociale. Un esempio è il problema della tossicodipendenza dove diminuisce il consumo di eroina ma aumenta la detenzione in carcere dove le strutture dedicate, laddove esistenti, sono inglobate a quelle ospedaliere rendendo più difficile il recupero. Per quanto riguarda il dibattito sul ruolo professionale, «va prima definita la struttura del servizio e poi precisata e formata anche la professionalità dell’operatore (…) dizione che francamente preferisco a quella di assistente sociale» (pp. 158-59).



Interviene Giuseppe Simioli (DC) assessore ai servizi sociali della Provincia di Napoli che illustra le iniziative finora intraprese dall’ente provinciale. Una prima iniziativa degna di nota è stata l’istituzione dell’Osservatorio sulle politiche sociali che ogni anno fornisce dati e statistiche sull’emarginazione sociale, es. il rapporto Labos (cfr. § XXV). In secondo luogo si deve alla Provincia la capacità di aver messo in pratica la riforma dell’assistenza in favore degli illegittimi, dei minori in stato di abbandono e delle ragazze madri. Non da ultimo va menzionata la collaborazione con l’Università Federico II di Napoli per l’iscrizione degli assistenti sociali ai corsi di formazione e di ricerca. Per quanto riguarda le prospettive future bisogna investire nella programmazione con gli enti locali (Comuni e Regione), con i servizi (CSSA e Usl) e con i tecnici delle altre professioni. 



Secondo Ugo Pastena ispettore degli Istituti di prevenzione e di pena per il Mezzogiorno (Campania, Puglia e Molise), riprendendo il dott. Lamberti, se non si pone il problema del nome da dare all’assistente o dell’operatore o del tradizionalista o dell’innovatore il rischio è quello della direzione che manca o è carente. Nei CSSA, ad es., l’assistente sociale è alle dirette dipendenze del magistrato di sorveglianza che è un burocrate, invece, negli Istituti penitenziari, laddove sono previsti, gli operatori dipendono dal direttore che è un organizzatore: «dovunque esistono gerarchie perché tutti in qualche modo devono rispondere delle proprie azioni. (…) Forse quella autonomia tanto auspicata, io la vedo in parte soltanto nella libera professione. E l’attività dell’assistente sociale che opera alle dipendenze di un’amministrazione non è autonomia in senso pieno: è bene sgomberare questi dubbi» (p. 167). La relazione si conclude con 3 proposte: collegare il servizio sociale penitenziario con quello municipale; assumere in ruolo gli assistenti sociali nel carcere; rafforzare i servizi. 



Secondo Celso Coppola, dirigente del Ministero di grazia e giustizia, mentre negli altri settori vitali si è intervenuto attraverso delle politiche universalistiche (L. 833/78, L. 354/75), il “sociale” è visto ancora come un ambito privato riservato alla famiglia e alle relazioni primarie, quindi, l’assistente sociale interviene solo laddove le istituzioni tradizionali hanno fallito, mostrando tutto il proprio carattere residuale. Per tali motivi, negli ultimi anni, il servizio sociale italiano ha fatto tutto il possibile per uscire dall’ambito privato e per assoggettare la professione all’ambito pubblico: dalle Ipab alle municipalità, dalle scuole all’università, dal servizio di fabbrica al consultorio. Non sappiamo se si riuscirà nell’intento, però, è vero che ciò ha reso i servizi sociali sempre più dipendenti dalla politica con effetti, molto spesso, perversi ed autoreferenziali. 


Bibliografia



Ministero di Grazia e Giustizia. Direzione generale degli istituti di prevenzione e pena. Centro di servizio sociale per adulti di Napoli, Quale assistente sociale in Campania?, Convegno di studi, Napoli 14 giugno 1988, Poligrafica F.lli Ariello, Napoli, 1992.  



Nomografia



L. 22.12.1975 n. 685 “Disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope. Prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza”.

L. 29.07.75 n. 405 “Istituzione dei consultori familiari”.

L. 26.07.1975 n. 354 “Norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà”.

DPR 616/77 “Attuazione della delega di cui all’art. 1 della L. 22 luglio 1975, n. 382 “Norme sull’ordinamento regionale e sulla organizzazione della pubblica amministrazione”.

L. 23.12.1978 n. 833 “Istituzione del servizio sanitario nazionale”.

L. 22.05.1978 n. 194 “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”.

DPR 20.12.1979 n. 761 “Stato giuridico del personale delle unità sanitarie locali”.

L. 13.05.1978 n. 180 “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori”.

L. 27.12.1983 n. 730 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 1984)”.

L. 04.05.1983 n. 184 “Diritto del minore ad una famiglia”.

LR 31.08.1984 n. 11 “Introduzione di un tipo complementare di intervento di edilizia abitativa agevolata”.

DPR 07.09.1984 n. 821 “Attribuzioni del personale non medico addetto ai presidi, servizi e uffici delle unità sanitarie locali”.

DPCM 08.08.1985 “Atto di indirizzo e coordinamento alle regioni e alle province autonome in materia di attività di rilievo sanitario connesse con quelle socio- assistenziali, ai sensi dell’art. 5 della legge 23 dicembre 1978, n. 833”.

LR 03.01.1986 n. 1 “Formazione di medici specialisti”.

DPR 15.01.1987 n. 14 “Valore abilitante del diploma di assistente sociale in attuazione dell’art. 9 del decreto del Presidente della Repubblica 10 marzo 1982, n. 162”.

LR 11.01.1988 n. 1 “Autorizzazione all’esercizio provvisorio del bilancio per l’anno finanziario 1988”.



Acronimi



ANCIFAP (Associazione Nazionale Centro IRI per la Formazione e l’Addestramento Professionale – National Association of IRI Center for Education and Professional Training), 1936-1993.

CSSA (Centro di servizio sociale per adulti – Center of social service for adults), 1962-1974.

DC (Democrazia Cristiana – Cristian Democracy Party), 1942-1994.

IPAB (Istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza – Public assistance and charity), 1890.

IRI (Istituto ricostruzione industriale – Institute for Industrial Reconstruction), 1933-1992.

ISVEIMER (Istituto per lo Sviluppo Economico dell’Italia Meridionale – Institute for Economic Development of Southern Italy), 1938-1996.

LABOS (Fondazione laboratorio per le politiche sociali – Foundation laboratory for social policies), 1985.

PCI (Partito comunista italiano – Communist italian party), 1921-1991.

PSI (Partito Socialista Italiano – Italian socialist party), 1892-1994.

TAR (Tribunale amministrativo regionale – Regional administrative court), 1971.

USL (Unità sanitaria locale – Local health unity), 1978-1994.

UU.SS.LL. (Unità sanitarie locali – Local health unity), 1978-1994.



art. = articolo

artt. = articoli

c.c. = codice civile

D.P.R. = decreto del Presidente della Repubblica

L. = legge

L. cost. = legge costituzionale

L. R. = legge regionale

v. supra = vedi prima

 

Scarica l’intero articolo (italiano e inglese) o clicca sul post più recente

 

Convegno di Pescara 29-30 giugno 1982

 


Fin dagli anni ’60 si prospettava la possibilità di istituire un organo presso il Ministero Sanità del tipo “Consiglio Superiore di servizio sociale” con funzioni consultive sull’organizzazione e sul funzionamento della formazione e dell’assistenza (cfr. “Problemi minorili”, 1963, 3, pp. 350-51), tuttavia nel corso dei decenni successivi sono state emanate una serie di leggi settoriali indipendenti l’una dall’altra che, pur affermando l’esigenza di un cambiamento, non hanno costituito un quadro omogeneo dell’organizzazione, demandando ai relativi Enti di assistenza tempi e modi di realizzazione (L. 403/75, L. 180/78, L. 686/75, L. 833/78, etc.). Il DPR 616/77, in particolare, ha costretto i comuni ad assumere il medesimo ruolo degli enti parastatali disciolti (Enaoli, Omni, Eca, etc.) con un aggravio non indifferente dei carichi di lavoro e delle competenze su esigui gruppi di personale in dotazione delle amministrazioni municipali.



Venti anni di attività, tuttavia, hanno dimostrato che non è possibile costruire una professione senza un quadro specifico legislativo di riferimento per la formazione professionale. Per tali ragioni durante il Convegno si discusse della possibilità di avanzare rivendicazioni di riconoscimento del diploma di laurea in sede universitaria sia per le opportunità di ricerca offerte dall’ambito accademico sia per il valore legale del titolo che conferisce la possibilità di accedere a tutti i servizi pubblici. L’università rappresentava anche una sfida per gli stessi assistenti sociali nel cimentarsi nell’insegnamento, al pari dei loro colleghi docenti di altre facoltà. Tale riforma si inseriva nel quadro del decentramento delle competenze che devolve agli enti locali la responsabilità dell’assistenza e del comparto formativo che spetta, dunque, ad un ente indipendente (università), anche se corporativo, piuttosto che ad un ente politico (regione) ed autoreferenziale.



Alcune pregiudiziali vertono sull’autonomia delle singole facoltà che ospiteranno il diploma di laurea in servizio sociale. Si trattava in altre parole di capire quale sarebbe stato il ruolo discrezionale dell’Associazione Nazionale Assistenti Sociali (AssNas) nel contribuire alla formazione di su detti corsi e nelle modalità di svolgimento della pratica professionale. Presso la Libera Università D’Annunzio di Chieti, ad es., fu istituito uno dei primi corsi presso la Facoltà di Lettere: quali garanzie sarebbero state offerte per la scelta degli insegnamenti per rispondere ai criteri formativi di un’assistente sociale in una facoltà di lettere? Si prospettava, cioè, il concorso di altre facoltà nel predisporre un’offerta formativa complessa con la conseguenza inevitabile di alimentare vertiginosamente il numero di esami da sostenere che, se da una parte può concorrere a migliorare il profilo delle qualifiche professionali, d’altra parte rischiava di inflazionare il curriculum dell’aspirante che – nello spirito scolastico delle origini – è orientato principalmente a coltivare l’esercizio della pratica. 



Un altro problema della riforma universitaria riguardava le prospettive di lavoro che si sarebbero trovati ad affrontare i neo diplomati aspiranti assistenti sociali. A fronte dell’evoluzione del sistema socio-sanitario integrato a seguito della L. 833/78 e dell’istituzione delle Unità Locali Socio-Sanitarie, infatti, lo Stato era in una posizione pressoché di monopolio della domanda, inducendo gli enti formativi a predisporre dei vincoli all’accesso di tipo programmato. Anche tale criterio rispondeva alla logica ereditata dal sistema scolastico costituitosi in Italia sin dagli anni ’20 e perfezionatosi nel secondo dopoguerra. L’offerta di servizi, d’altro canto, si stava riducendo sempre più verso esigue aree d’intervento (socio-sanitario, scolastico e penitenziario) rischiando di compromettere l’allocazione lavorativa dei neo diplomati. Se è vero, infatti, che le professioni tradizionali di aiuto godono di un percorso formativo già radicato nel sistema universitario (medicina, psicologia, diritto), è anche vero che questi ammettono la possibilità di esercitare la professione nel libero mercato. Una reale equiparazione con le altre professioni d’aiuto, quindi, non poteva essere raggiunta senza considerare tale aspetto.



Uno spunto interessante sulla specializzazione professionale dell’assistente sociale giunse dalla relazione della Prof.ssa Maria Dal Prà Ponticelli secondo la quale la riforma del sistema sanitario 833/78 prevedeva l’istituzione di una figura apposita di coordinamento all’interno della Direzione dell’Unità Locale Socio Sanitaria (ULSS), dotato di propria autonomia funzionale, rispetto al collega con analoghe competenze nel reparto sanitario (USL) sebbene oggi si tenda a preservare entrambe le figure di coordinamento (sanitario e sociale), prevedendo delle occasioni di confronto e di programmazione come ad es. ha stabilito la Regione Basilicata (LR 4.12.1980 n. 50). 



A tal proposito giova ricordare la polemica sorta in seguito alla proposta di introdurre una scuola di direzione del servizio sociale a Padova il 23.02.1978 nella quale si contestavano i requisiti minimi di accesso, l’introduzione di «nuove posizioni gerarchiche» e «la formazione slegata dalle scelte politiche». La contestazione, avanzata dagli assistenti sociali del Veneto, si concluse drammaticamente con la sospensione dei corsi in quella scuola (Dal Pra Ponticelli Maria, La posizione istituzionale delle scuole e la questione del riconoscimento giuridico, in Bernocchi et al, Le scuole di servizio sociale in Italia, Padova, Zancan, p. 309, pp. 263-310). Del resto a nulla servì la L. 30.03.1971 n. 118 che prevedeva l’istituzione di scuole per la formazione di assistenti sociali specializzati né la delega contenuta nella legge di riforma della docenza universitaria 21.02.1980 n. 28 art. 12 comma II che permetteva di rivedere le norme sulle scuole dirette a fini speciali la cui istituzione risaliva addirittura al Fascismo (T.U. 31.08.1933 n. 1592 art. 20).



La mancanza di un percorso formativo accademico si fece drammaticamente sentire in seguito alla sentenza 19.11.1980 della Corte dei Conti Sezione III Pensioni Civili con la quale si riteneva il diploma rilasciato dalle scuole di servizio sociale non equipollente al titolo universitario tale da non poter applicare il diritto di riscatto del periodo di studio in base all’ordinamento CPDEL. In altre parole gli assistenti sociali che avrebbero voluto proseguire gli studi anche dopo il superamento di un concorso lavorativo, non potevano beneficiare di alcun permesso di studio né di alcuna licenza per frequentare le lezioni. Oggi, invece, grazie al proficuo lavoro di rivendicazione dei diritti (job bargaining), è possibile per ciascuno beneficiare fino a 150 ore di formazione extra lavorativa.



Fin dal Convegno di Tremezzo (1946) si discusse sull’istituzione del corso di laurea a ciclo unico quadriennale presso le facoltà universitarie. A tal proposito la relazione di Maria Calogero, compagna di Guido Calogero, docente di filosofia e fondatore del Cepas, si soffermò sulla possibilità di utilizzare tali corsi per preparare il personale dirigente «di tipo non burocratico» mentre «le scuole di grado inferiore avrebbero formato il personale di tipo esecutivo» (AssNass, 1982). Anni prima in una altro convegno (Roma, 1958) si era denunciata l’eccessiva frammentarietà nella preparazione professionale dovuta alla notevole distanza che si era venuta a creare tra le scuole di antica data, dotate cioè di un’esperienza consolidata nel sociale (Roma, Trento, Siena, Palermo) e quelle scuole più recenti che «non sono in grado di dare una preparazione seria che può reggere il confronto» (AssNass, 1982). 



Il dibattito sulle scuole di servizio sociale si scontrava inevitabilmente con la concezione geo-politica dell’epoca suddivisa in due grandi blocchi: il polo liberale anglosassone ad occidente verso il quale si ispiravano le scuole radunate sotto le sigle di Onarmo e Unsas ed il polo progressista sovietico ad oriente verso il quale era orientato il Cepas. La costituzione di una moltitudine di scuole nel 1945 fu la risposta naturale al convitto per assistenti sociali di Gregorio al Celio avvenuta durante il Fascismo. Tuttavia, dopo qualche anno, fu evidente a tutti che la diversità degli standard formativi scolastici mal si conciliava col bisogno di una figura professionale pubblica, orientata cioè all’impiego in enti istituzionali nazionali quali Eca, Onmi, Inail, Ina, TpM (prima), ULSS, servizi territoriali, Sert, Uepe (dopo).



Lo sviluppo professionale si è accompagnato ad una serie di leggi che ampliavano le competenze degli assistenti sociali: L. 16.07.1962 n. 1085 che attribuisce attività di ricerca e statistica presso gli Uffici di assistenza sociale, L. 18.03.1968 n. 432 che attribuisce funzioni di assistenza generica nei confronti di sofferenti psichici, DPR 27.03.1969 n. 128 art. 43 che conferisce agli assistenti sociali delle Saub la facoltà di collaborare col personale sanitario di altri servizi, L. 12.02.1968 e DPR 27.03.1969 n. 130 che introduce la figura dell’assistente sociale presso i Presidi Ospedalieri. Nonostante ciò, il servizio sociale mancava ancora di un riconoscimento legale e di una normativa omogenea a livello nazionale, tale che gli assistenti sociali rispondevano, in genere, ad un “mansionario” che conteneva tutti i compiti stabiliti dall’Ente presso il quale erano impiegati. 



Le medesime leggi, nonostante fossero migliorative della professione, allo stesso tempo, e può sembrare paradossale, erano peggiorative dell’intero sistema di Welfare State. L’aver ricondotto, infatti, alla titolarità di un unico Ente tutte le funzioni assistenziali (DPR 616/77) senza aver peraltro provveduto ad una contestuale definizione dell’organizzazione generale, di fatto ha costretto i Comuni a svolgere lo stesso lavoro degli enti nazionali e locali disciolti (ex ANMIL, ex ENAOILI, ex ECA, etc). In pratica nel servizio sociale municipale predomina ancora la vecchia impostazione assistenzialistica con l’aggravante, malgrado la competenza territoriale formalmente unificata, della consapevolezza da parte del cittadino del permanere di discriminanti diversità di trattamento (AssNASS, 1982:16).



Ma com’è possibile, dunque, che la professione di assistente sociale nel 1982 non aveva ancora un Ordine che la tutelasse? Il prof. Lessona, nella sua relazione al Convegno di Pescara, afferma che il termine “professione” è sinonimo di lavoro autonomo (AssNAS, 1982) per il quale la Costituzione e, prima di questa il Codice Civile, prevede l’iscrizione ad un Albo nonché il superamento di un esame di Stato. In particolare l’art. 33 V comma prevede un doppio Esame di Stato sia per la conclusione degli studi sia per l’abilitazione professionale. L’assistente sociale del 1982 non era costretto a superare alcuno di questi esami ma era obbligato a superare un concorso per l’impiego nella Pubblica Amministrazione (art. 97 Cost.); da ciò si evince che all’epoca l’assistente sociale non era considerata una professione come le altre, piuttosto un “ufficiale esercente funzioni di pubblica utilità”. Alla medesima conclusione giunse la Corte Costituzionale con una celebre sentenza nel 7.07.1974 n. 77 secondo la quale «uno dei criteri per stabilire se una professione fosse libera ai fini dell’applicazione dell’art. 33 è quello basato sulla tradizionale disciplina delle leggi anteriori alla Costituzione» (AssNAS, 1982:66). 



In conclusione, il Convengo di Pescara non sortì l’effetto sperato del riconoscimento del corso di laurea in servizio sociale perchè vi erano troppe diffidenze interne sul sistema universitario ancora permeato da logiche reazionarie e tradizionaliste. Appare strano, tuttavia, la preferenza per le Scuole Dirette a Fini Speciali (L. 1592/33), già realizzate durante il Fascismo per le professioni sanitarie e recuperate negli anni’80. Nacque così il diploma universitario in servizio sociale (DUSS) che dominerà la scena formativa per circa venti anni. Tra le norme transitorie fu prevista l’opportunità, per coloro che si erano diplomati nelle scuole precedenti, di acquisire il DUSS mediante il completamento di appena tre esami qualificanti presso una qualsiasi università. Nonostante le buone intenzioni, tuttavia, non si riuscì ad evitare il rischio che ciascuna Facoltà Universitaria predisponesse un proprio Piano di Studi «con grave danno per l’uniformità della formazione degli assistenti sociali» (AssNAS, 1982:129).



Citazioni tratte da ASSOCIAZIONE NAZIONALE ASSISTENTI SOCIALI, L’assistente sociale: problematica sociale, politica e giuridica, Atti del convegno nazionale, Pescara 29-30 giugno 1982.

 


Scarica l’intero articolo (italiano e inglese) o clicca sul post più recente


 

Genesi delle scuole di servizio sociale in Italia

Quando è nata la prima scuola per assistenti sociali in Italia? Nel 1912 era stata fondata a Milano da Luigi Devoto ed Ersilia Majno Bronzini la Clinica del lavoro con il compito di studiare le malattie umane principalmente operai e contadini ma ben presto anche di infermieri e soldati. Nel 1918 le conseguenze della Grande Guerra erano state disastrose per l’economia nazionale con l’incremento spropositato della disoccupazione e la presenza di un sistema previdenziale decisamente immaturo per affrontare tutti i bisogni della popolazione. Vi era un’infinità di Ipab che sfruttavano del personale a titolo volontario e con una minima preparazione di base. Nel 1919 l’ing. Mario Giani aveva introdotto a Roma un ufficio di collocamento tra impresa e lavoro, quello che in seguito divenne l’Opera nazionale dopolavoro. A Milano, intanto, per iniziativa del dott. Correggiari si impartivano lezioni per la preparazione di segretarie sociali destinate a diffondere la loro opera in ambienti operai; ben presto la Cassa Nazionale per le assicurazioni sociali si propose, sia a Roma che a Milano, di finanziare dei corsi integrativi per la preparazione di assistenti sociali sanitarie di fabbrica con speciale riguardo alla maternità (Levi Ettore, Un centro studi e di attività sociale, Istituto italiano di igiene, previdenza e assistenza sociale, Roma, 1925, p. 89). 


Nel 1920 un gruppo di accademici e imprenditori filantropi, tra i quali spiccava Paolina Tarugi, decise di fondare l’Istituto di Igiene ed Assistenza Sociale (IIAS) in via Piatti, 4 a Milano con lo scopo di avviare agli studi dei giovani con compiti di segretariato sociale «in reminiscenza dei segretariati del popolo allora in uso» (Tarugi Paolina, Appunti di servizio sociale, Milano, Unsass, 1954, p. 67) presso le fabbriche e le manifatture locali; prima del 1920 a Milano presso l’Unione Femminile Nazionale e Umanitaria vi erano solo degli uffici di indicazione e assistenza (Tarugi Paolina, Appunti di servizio sociale, Milano, Unsass, 1954, p. 66). L’IIAS non si deve confondere con l’Istituto di Igiene, Previdenza e Assistenza Sociale (IPAS) sorto a Roma nel 1922, per iniziativa di Elena Fambri ed Ettore Levi, che pure preparava del personale assistenziale (Tisci C., Immagini di Igea. La propaganda sanitaria in epoca fascista in De Ceglia F.P., Di Battista L., Il bello della scienza, Milano, Angeli, 2007, pp. 93-113). 


Nel 1928, sulla spinta del primo congresso internazionale di servizio sociale a Parigi, si decise di istituire a Roma una scuola per assistenti sociali, la prima di fondazione pubblica, organizzata a livello convittuale dalla Segreteria dei Fasci Femminili ed affidata alla direzione didattica dell’Università Bocconi di Milano. Alla scuola si poteva accedere dopo la laurea o con il diploma di scuola media tramite un esame di sbarramento, aveva una durata complessiva di 10 mesi, dall‘ottobre al luglio successivo e comprendeva 25 materie di insegnamento tra cui la psicologia applicata, la legislazione del lavoro, la patologia e la fisiologia del lavoro, etc. Al termine del corso le candidate affrontavano un esame di stato di abilitazione professionale presso una commissione ministeriale (Andreoli M., Le tre scuole superiori del Partito in Roma, Roma, Tip. F.lli Pallotta, 1937, p. 3). La Tarugi è concorde nel ritenere che la prima scuola è sorta a Roma nel 1928 e che fino al 1943 fu l’unica in Italia (Tarugi Paolina, Appunti di servizio sociale, Milano, Unsass, 1954, p. 67). 


Dopo la sconfitta bellica nel 1945 e la divisione del mondo in due blocchi ideologici, le associazioni private di assistenza sopravvissute diedero vita a delle nuove scuole sotto forma di consorzi. Le scuole Onarmo erano dipendenti dalla sacra Congregazione dei Seminari e Università degli Studi e sottoposte alla vigilanza dell’episcopato. Il Cepas fu sostenuto dal Ministero dell’assistenza post-bellica che a sua volta era sorto in seno al Comitato di liberazione nazionale dell’alta Italia (Florea A., Per un bilancio delle esperienze delle Scuole di Servizio Sociale in Italia negli anni ’50 e ’60, in Materiali per una ricerca storica sulle scuole di servizio sociale, 1978, p. 190). 


In mezzo alla guerra ideologica vi erano delle realtà che si attestarono su posizioni neutrali. Tra queste si ebbe nel 1946 l’ENSISS punto d’incontro di alcuni enti di ispirazione moderata tra cui la Scuola italiana di servizio sociale (SISS) di Jean Cattaui De Menasce, le Associazioni cattoliche dei lavoratori italiani (Acli), l’Opera nazionale maternità e infanzia (Onmi), l’Ente nazionale di protezione morale del fanciullo (Enpmf), l’Azione Cattolica, l’AAI, la Lega nazionale donne italiane (LNDI), l’Associazione assistenti sanitarie d’Italia (AASI) e la Federazione italiana religiose assistenti sociali (Usmi-Firas) di cui furono rappresentanti onorevoli Odile Vallin e Nicoletta Velardi (Busnelli E.F, De Menasce, Roma, Studium, 2000, p. 95). 


In alcuni casi le scuole Ensiss sorsero su iniziative delle amministrazioni locali, es. a Trieste da parte del Comando Militare alleato. L’UNSAS si costituì come consorzio da parte di alcuni enti di ispirazione liberale: l’Istituto Nazionale Previdenza Sociale (INPS), la Confederazione generale dell’industria italiana (CGII), l’Istituto Nazionale Assicurazioni (INA), la Società Umanitaria (SU), la Confederazione Generale Italiana del Lavoro (CGIL), l’Istituto Nazionale Cattolico di Assistenza (INCA), l’Ente Nazionale Assistenza sul Lavoro (ENAL), l’Unione Donne Italiane (UDI), il Centro economico per la ricostruzione (CER), la Confederazione italiana degli agricoltori (CIA), il Centro italiano femminile (CIF), la Camera di Commercio, l’Assolombarda e la Cassa di risparmio (Materiali per una ricerca storica sulle scuole di servizio sociale, 1978, p. 29). 


Le scuole UNSAS (Unione Nazionale per le Scuole di Assistenti Sociali) rispetto a quelle ENSISS (Ente Nazionale Scuole Italiane di Servizio Sociale) non godevano di «propria autonomia ma dipendevano da un Consiglio di Amministrazione Centrale» (Bernocchi R., Diomede Canevini M., Cremoncini M., Ferrario F., Gazzaniga L., Ponticelli M., Le scuole di servizio sociale in Italia, Padova, Fondazione Zancan, 1984, p. 29). Solo nel 1962 le scuole Ensiss accettarono il coordinamento di una federazione centrale. Le scuole di servizio sociale si diffusero e si moltiplicarono rapidamente facendo emergere delle discrepanze sulla omogeneità e sulla qualità dei programmi degli insegnamenti offerti culminando nel 1987 col riconoscimento legale degli assistenti sociali e l’istituzione dell’Albo professionale. Da questo punto in poi le scuole furono progressivamente assorbite dalle facoltà universitarie e sostituite dai Corsi di laurea in scienze del servizio sociale.

Fonti sulle scuole di servizio sociale in Italia

Scuola Anno Sede Fonti
Istituto italiano di assistenza sociale 1920 via Piatti 4, Milano Villani Rimassa Serena, Esperienze e formazione degli operatori sociali negli anni precedenti alla seconda guerra mondiale, in Materiali per una ricerca storica sulle scuole di servizio sociale, 1978, p. 13.
// 1921 // Balzani N., Training for social work, First international conference on social work, July 8th-13th, 1928, Le Play House Press, 1929, vol. I, pp. 79-84, p. 79.
Scuola superiore fascista di assistenza sociale 1928 via di San Gregorio 3, Roma AaVv., Le scuole di servizio sociale in Italia: aspetti e momenti della loro storia, Padova, Fondazione Emanuela Zancan, 1984, p. 20.
// // // Canella M., Giuntini S., Sport e fascismo, Milano, Angeli, 2009, p. 224.
// // // Dellavalle M., s.v. “Assistente sociale”. In Nuovo dizionario di servizio sociale, Roma, Carocci, 2013, pp. 64-73, p. 67.
// // // Evoluzione della formazione degli assistenti sociali in Italia, “Assistenza d’oggi”, 1960, 5,  pp. 64-71.
// // // Fargion S., Il servizio sociale, Laterza, Bari, 2009, p. 22.
// // // Funaro P., Maria de Unterrichter e i servizi sociali in Italia, Guida, Napoli, 2011, p. 50.
// // // Galli D., Il servizio sociale per minori, Milano, Angeli, 2005, p. 26.
// // // Il servizio sociale dell�ONMI, �Maternit� e infanzia�, 1966, 1, Roma, pp. 9-28, p. 18.
// // // Imperadori L., Ferrandi G., Antoniacomi G., Una scuola per la vita. Storia dell’Istituto regionale di studi e ricerca sociale: dalla scuola superiore di servizi sociali di Trento alla Fondazione Franco Demarchi, Trento, Alcione, 2014, p. 9.
// // // Lupi M.C., Evoluzione ed affermazioni dell’assistenza sociale di fabbrica, Quaderni di informazione per assistenti sociali, 7-8, 1951, p. 48.
// // // Milana-Lisa G., Il Cepas un modello di intervento per gli operatori sociali, in Materiali per una ricerca storica sulle scuole di servizio sociale, 1978, p. 62.
// // // Passera A.L., Il servizio sociale professionale in Italia: aspetti storici ed evolutivi, in L’assistente sociale: manuale di servizio sociale professionale, CieRre, Roma, 2002, p. 37.
// // // Terranova F., Il potere assistenziale, Roma, Editori riuniti, 1975, p. 96.
// // // Tiberio A., s.v. “Servizio sociale”, in Dizionario di servizio sociale, Angeli, Milano, 2001, pp. 468-71, p. 470.
// // // Vanni E., Le scuole di servizio sociale nella situazione italiana, “Il nuovo osservatore”, 13 febbraio 1959, pp. 21-26, p. 21.
Scuola femminile di assistenza sociale // // Grossmann M., Il servizio sociale aziendale in Germania, Tipografia Babuino, Roma, 1950, p. III.
// 1929 // Delmati V., Storia del servizio sociale aziendale in Italia e all’estero, �Incontriamoci�, 1958, p. 12.
// // // Florea A., Per un bilancio delle esperienza delle scuole di servizio sociale in Italia negli anni ’50 e ’60, in Materiali per una ricerca storica sulle scuole di servizio sociale, 1978, p. 183.
“Unica scuola gi� esistente in Roma” “prima della guerra” via di San Gregorio 3, Roma Rapporto italiano alla IX Conferenza internazionale di servizio sociale, �Bollettino CISS�, 1958, aprile, pp. 7-9, p. 8.
Universit� Bocconi 1943 Milano Bernocchi Nisi R., Le scuole UNSAS dalla loro nascita alla loro crisi, in Materiali per una ricerca storica sulle scuole di servizio sociale, 1978, p. 37.
Scuola superiore di assistenza sociale (ONARMO) 1944 via di San Gregorio 3, Roma AaVv., Materiali per una ricerca storica sulle scuole di servizio sociale, Padova, Fondazione Emanuela Zancan, 1978, p. 46.
Scuola pratica di assistenza sociale // via Mercalli 23, Milano Cutini R., Il ruolo del’AAI nella formazione delle scuole di servizio sociale, “Rivista di servizio sociale”, 2000, 4, pp. 53-76, p. 57.
// 1945 // Canali Gambardella A., Caratteristiche, origini e vicende delle scuole e di servizio sociale del gruppo Ensiss, in Materiali per una ricerca storica sulle scuole di servizio sociale, 1978, p. 84.
Scuola superiore specializzata // via di San Gregorio 3, Roma Benvenuti P., Gristina D.A., La donna e il servizio sociale, Milano, Angeli, 1998, p. 97.
Scuola superiore di assistenza sociale (ONARMO) // // G.C. s.v. Assistenti sociali, �Enciclopedia italiana�, appendice II A-H, Roma, Treccani, 1948, p. 291.
? // ? Perino A., Il servizio sociale: strumenti, attori e metodi, Milano, Angeli, 2010, p. 16.
Scuola nazionale per assistenti sociali del lavoro (UNSAS) 1946 via Daverio 7, Milano AaVv., Le scuole di servizio sociale in Italia: aspetti e momenti della loro storia, Padova, Fondazione Emanuela Zancan, 1984, p. 34.
Centro di educazione professionale per assistenti sociali (CEPAS) // P.zza Cavalieri di Malta 2, Roma AaVv., Le scuole di servizio sociale in Italia: aspetti e momenti della loro storia, Padova, Fondazione Emanuela Zancan, 1984, p. 34.
Scuola di servizio sociale (Associazione educatrice italiana) // via Tagliamento 12, Milano c/o Canossiane AaVv., Le scuole di servizio sociale in Italia: aspetti e momenti della loro storia, Padova, Fondazione Emanuela Zancan, 1984, p. 34.
// // C.so Vittorio Emanuele 51, Roma AaVv., Le scuole di servizio sociale in Italia: aspetti e momenti della loro storia, Padova, Fondazione Emanuela Zancan, 1984, p. 34.
Scuola italiana di servizio sociale // via A.Depretis 86, Roma AaVv., Le scuole di servizio sociale in Italia: aspetti e momenti della loro storia, Padova, Fondazione Emanuela Zancan, 1984, p. 34.
Scuola nazionale per dirigenti del lavoro sociale 1947 p.zzale delle Scienze, Roma c/o Universit� La Sapienza Scuola universitaria nazionale per dirigenti del lavoro sociale (1947-1965), �La rivista di servizio sociale�, 2008, 1, pp. 71-76; Id., 2, pp. 67-69; Id., 3, pp. 64-65.
Corso superiore di assistenza sociale (Consorzio provinciale per l’istruzione tecnica) // Caserta AaVv., Le scuole di servizio sociale in Italia: aspetti e momenti della loro storia, Padova, Fondazione Emanuela Zancan, 1984, p. 35.
Scuola italiana di servizio sociale (ENSISS) // Palermo AaVv., Le scuole di servizio sociale in Italia: aspetti e momenti della loro storia, Padova, Fondazione Emanuela Zancan, 1984, p. 35.
Scuola per assistenti sociali del lavoro (UNSAS) // Torino AaVv., Le scuole di servizio sociale in Italia: aspetti e momenti della loro storia, Padova, Fondazione Emanuela Zancan, 1984, p. 35.
Scuola superiore di assistenza sociale (ENSISS) // P.zza Santa Maria Maggiore 7, Trento AaVv., Le scuole di servizio sociale in Italia: aspetti e momenti della loro storia, Padova, Fondazione Emanuela Zancan, 1984, p. 35.
Scuola italiana di servizio sociale (ENSISS) // Venezia AaVv., Le scuole di servizio sociale in Italia: aspetti e momenti della loro storia, Padova, Fondazione Emanuela Zancan, 1984, p. 35.
Scuola per esperti del lavoro e del servizio sociale (ENSISS) // Firenze AaVv., Le scuole di servizio sociale in Italia: aspetti e momenti della loro storia, Padova, Fondazione Emanuela Zancan, 1984, p. 35.


Scarica l’articolo (italiano-english)