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L’impresa di Basiliade

 

A questo punto vale la pena accennare brevemente ad una delle istituzioni assistenziali più grandi dell’antichità cristiana anche se, purtroppo, la sua conoscenza non è molto diffusa: Basiliade, la cittadella ospedaliera fondata da San Basilio Magno a Cesarea di Cappadocia in Asia minore. «Alla periferia di Cesarea – per motivi di ordine pubblico e di disponibilità di spazi – Basilio edificò (372-374) quella cittadella per il sostegno al bisogno e al dolore che fu chiamata Basiliade il cui nome suona in continuità con le fondazioni di città imperiali. L’assunzione dei problemi concreti del dolore e della povertà (diremmo – in termini moderni – la “promozione umana”) diventa un modo di realizzazione del regno dei cieli che va oltre la pietà devozionale tradizionale. Gregorio di Nissa, magnificando la bellezza di questa istituzione caritativa, sembra relativizzare al confronto le tante meraviglie del mondo antico e lo stesso splendore dei templi che la cristianità, col favore imperiale, stava erigen­do dovunque, vincendo le riserve di alcuni (pochi) eccle­siastici e anche di quei notabili cittadini invidiosi dell’at­tività pubblica di Basilio che metteva in ombra il loro evergetismo tradizionale» (Basilio di Cesarea, La cura del povero e l’onere della ricchezza. Testi dalle Regole e dalle Omelie, Milano, Figlie di San Paolo, 2013, p. 125).
«Con Basilio la funzione sociale diventava sintonica alla formazione e alla devozione religiosa; e ne veniva contestato quell’evergetismo che talora aveva costruito le proprie fortune sulla spogliazione del po­vero e che poi lo risarciva con estemporanee donazioni: “Tu fai guadagno con le disgrazie, fai soldi con le lacrime, strozzi chi è spogliato, percuoti chi soffre la fame; non hai pietà di nessuno, non consideri che sei della stessa razza di chi soffre, e i guadagni che ne derivano li chiami umanità”. La pratica di aprire “alloggi per stranieri” (xenodocheia: nome che richiamava la prassi istituzionalizzata dell’ospitalità [xenia] tipica già della Grecia classica) si stava diffondendo presso alcune Chiese. Queste fondazioni compaiono nelle fonti cristiane dopo il 350, nelle province orientali; e nel 362 sono riguardate con ammirata invi­dia da un imperatore filantropo come Giuliano. Esse so­no presenti anche in Chiese prossime a Cesarea e Basilio della loro sussistenza si fa a volte intercessore presso le au­torità locali» (pp. 125-126).
«Tali istituzioni di ospitalità assunsero anche il nome di “ospizi per mendicanti” (ptóchotropheia), legato alla loro funzione sociale, ormai più spiccata di quella medica, e di­ventarono la risposta più specifica ai bisogni di sostegno ai dislocati (per vagabondaggio, per miseria e per malattia). eliminando le paure dell’estraneità e del contagio. Tale no­me – che sarà anche quello di Basiliade – l’istituzione aveva assunto per la prima volta probabilmente nella Seba­ste di Armenia di Eustazio, così attento ai bisogni sociali, soppiantando il termine “xenodocheta”, più usuale in am­biente antiocheno. Esso sancisce la presenza dei poveri come gruppo nel linguaggio greco del patronato e dell’o­spitalità, mentre essi precedentemente – quando contava solo l’essere cittadini – non erano definibili come apparte­nenti ad alcun raggruppamento sociale. I mendicanti, extraterritoriali per necessità, in questa istituzione assumo­no il volto di una classe prima scotomizzata (oscurata) e giungono a giocare un ruolo potente nell’immaginario» (pp. 126-127).
«Indizi premonitori dell’iniziativa di Basiliade sono già insiti nella sensibilità e nell’attività della famiglia d’origine di Basilio, che da sempre impegnava le sue non indifferen­ti ricchezze nell’opera di sostegno ai bisogni sociali Si ricordi che la sorella Macrina e il fratello Pietro ebbero ruoli esecutivi di rilievo nel corso della carestia del 368-369 che Macrina si distinse per l’assistenza alle donne disagiate, spesso raccattate lungo le strade; che un altro fratello di Basilio, Naucrazio, a 21 anni si ritirò a vita eremitica nei boschi e raccolse attorno a sé un gruppo di anziani bisognosi, inaugurando un’attenzione alla vec­chiaia che tardò a svilupparsi nel mondo antico, anche cristiano Se, per quanto attiene alla cura dei malati, il suo spirito assistenziale era stato anticipato nell’ambiente monastico basiliano, l’idea di Basiliade trovò gestazione e anticipazione effettive nella organizzazione messa in atto da Basilio durante la carestia del 369, di cui divenne am­pliamento e strutturazione stabile» (pp. 127-128).
«Basilio diede inizio a quest’opera sociale di vasta porta­ta appena creato vescovo. Pare attendibile la notizia che vi abbia dato valida spinta la donazione di un terreno dema­niale da parte dell’imperatore Valente, in occasione della sua visita a Cesarea agli inizi del 3725°5. gj parte del territorio della Cappadocia Prima insistevano va­ste proprietà imperiali5’° e probabilmente la divisione del­la Cappadocia in due parti, operata da Valente nel 372, rispondeva – più che ai motivi di ordine ecclesiastico e teologico – al desiderio di concentrare in mani imperiali i vasti territori disabitati della Cappadocia Prima, sottraendoli all’influsso di quella parte più urbanizzata della Cappadocia, diventata Cappadocia Secunda, che li avrebbe po­tuti appetire per gli sviluppi di un’economia cittadina. II progetto basiliano diede vita a una casa di preghiera (chiesa o, meglio, cappella memoriale, chiamata “memoria­le” (mnēmē) per via della presenza di reliquie di martiri), alla dimora del vescovo, ad altri alloggi di ospitali­tà. Prevedeva la presenza di artigiani, di medici, d’infermieri, di ateliers e di bestie da soma con i loro conducenti per i trasporti» (pp. 128-129).
«L’istituzione – amministrata dai vescovi suburbicari – era destinata originariamente agli stranieri, ai sen­za dimora, ai vagabondi, anche ai lebbrosi. Poi crebbe fino a rispondere a lungo a una più vasta gamma di biso­gni delle povertà nel territorio. È significativo che Basilio provvedesse a tutte le forme di povertà, a cominciare da quella fisica per finire con quella del disadattamento lo­cale. Parallelamente alle funzioni di immagazzinamento e distribuzione di beni primari e di cura di malattie partico­larmente discriminanti, essa espletò funzioni di addestramento al lavoro e divenne centro di produzione economica di grande rilievo e nei fatti contrastò la piaga dell’usura. Tanto che ben presto la città di Cesarea finì con lo spostare il suo cuore pulsante verso il sito di Basiliade e venne da questa sostituita, sicché, quando Giustiniano (nel VI seco­lo) provvide di mura molte città d’Oriente, ne munì non la vecchia Cesarea ma la nuova, incentrata su Basiliade, che diventerà il modello delle tante “cittadelle di Basilio” che nel corso della storia cristiana fiorirono attorno ai monasteri» (pp. 129-130).

Basilio di Cesarea, La cura del povero e l’onere della ricchezza. Testi dalle Regole e dalle Omelie, Milano, Figlie di San Paolo, 2013, pp. 125-130.

L’avvento del Cristianesimo

Colla vittoria del Cristianesimo, come religione di Stato (313 d.C.), cominciò una nuova era nella storia dell’assistenza sociale. L’idea semitica che solo l’israelita avesse la terra in usufrutto e che avesse il dovere di far parte al popolo ebraico di ciò che Dio gli aveva concesso, fu ripresa ed ampliata dal Cristianesimo in modo da farne partecipe tutta l’umanità affinché l’assistenza non fosse circoscritta a limiti di classe o di razza, facendo obbligo a ciascuno di dare ai poveri il superfluo sul quale i poveri avevano diritto. Nella Chiesa cristiana lo scopo del soccorso, del mantenimento del prossimo, presto cedette il posto alla considerazione del merito dell’elemosina come atto con cui si rinuncia a un bene terreno in favore di quello spirituale. Da questo punto di vista ne conseguì che la Chiesa non solo prescrivesse coi suoi precetti la distribuzione delle elemosine, ma anche avocasse a sé, come materia spettante a lei, tutto ciò che riguardava l’assistenza sociale. 



Ciò, già fin dai primi secoli esercitata ed organizzata dai vescovi, condusse, già nel secolo IV, alla fondazione di ricoveri d’ogni maniera per i poveri e per gli infermi, parte istituiti dalla Chiesa stessa, parte fondati, per suo impulso, da principi e privati e posti sotto l’amministrazione e la sorveglianza della Chiesa. Dall’Oriente queste istituzioni si diffusero, nei secoli VI e VII, anche nell’Europa occidentale. 



Una spinta decisiva verso l’adozione di principi comuni di carità cristiana derivò dal monachesimo che sorse nel IV secolo d.C. in diversi paesi (Egitto, Palestina, Siria) laddove, essendo l’economia più prospera e non essendoci pericolo di invasioni barbariche, fu più facile organizzare forme adeguate di assistenza. Gregorio di Nazianzio scrisse il “De pauperum amore” nel quale fa una descrizione dei gradi del bisogno, tenendo considerazione per chi decadeva da nobile rango e della conseguente necessità di donare, proporzionalmente, ciascuno secondo le proprie forze. Giovanni Crisostomo aggiunse che non si doveva insistere troppo nella rilevazione dei bisogni altrui pena la tentazione ed il rischio per l’intervistato di diventare falso e bugiardo. Tale riluttanza all’indagine fu una costante negli altri Padri della chiesa in quanto si riteneva di non dover fare la carità alla condotta dell’uomo (Mt 7, 1) ma all’uomo stesso in virtù del principio di uguaglianza che vuole gli uomini tutti destinatari, a pari merito, delle provvidenza sociali. Un’altra peculiarità del concetto di carità per i Padri della Chiesa fu la concentrazione dell’attenzione sui fattori dell’elemosina, ciò non certo per giustificare i metodi di chi, non essendo bisognoso, si fingesse tale, ma di chi, per giustificare la carenza di zelo e risorse, ricorresse senza sufficiente fondamento a simili invettive. In occidente l’autore che tratta sapientemente del problema dell’assistenza è Ambrogio di Milano nell’opera “De officis” nel quale primo libro accenna alla giustizia e alla beneficenza assegnandone e coordinandone i compiti di entrambe non solo secondo principi di giustizia sociale ma anche di solidarietà reciproca. La stessa Chiesa è una forma di giustizia sociale perchè prevede apposite figure (diaconi) responsabili di simili compiti. La beneficenza, invece, si distingueva in benevolenza e liberalità, la prima giudiziosa e sincera, l’altra elevata e morale che però poteva scadere nella prodigalità se non fosse accompagnata dalla discrezione. All’uopo, Ambrogio introduce la distinzione tra poveri vergognosi (indigentes) e abili poveri (importunes) che tendevano a mentire o depredare gli assistenti. Ambrogio esortò i fedeli anche a dare il proprio sostentamento e non solo il superfluo, mentre Girolamo e Agostino si mostrarono più prudenti nel determinare l’ammontare di tale superfluo. Tra la fine del IV secolo e l’inizio del V, Roma vide una grande quantità di patrizi che erano grandi cristiani e generosi benefattori, discepoli di Girolamo e Rufino, es. Melania e Pissiano Valerio che, dopo aver perduto i loro figliuoli, dedicarono la loro vita ai miseri ed ai carcerati, affrancando gli schiavi e vendendo i propri beni.



Fonti



“Assistenza pubblica”, in AaVv, Il Digesto Italiano. Enciclopedia metodica ed alfabetica di legislazione, dottrina e giurisprudenza, vol. IV, parte prima, Torino, Unione Tip. Editrice Torinese, 1896, p. 1196.

L'assistenza pubblica ad Atene

La mercede giornaliera comune in Atene essendo, così al tempo della guerra del Peloponneso come più tardi ai tempi della dominazione romana, di 3 oboli, faceva in modo che lo Stato ateniese si fosse assunto l’obbligo di assicurare i mezzi di sussistenza a tutti i suoi cittadini che non potevano guadagnarsi la vita e non avevano una sostanza sufficiente per vivere, e di renderli così indipendenti dalla beneficenza privata. Non si deve però dimenticare che la stessa democrazia ateniese, come del resto tutte le organizzazioni dell’antichità, non era altro che una aristocrazia degli uomini liberi di rincontro alla quale stava la massa degli schiavi privi di ogni diritto (S.V. “Assistenza pubblica”, in AaVv, Il Digesto Italiano. Enciclopedia metodica ed alfabetica di legislazione, dottrina e giurisprudenza, vol. IV, parte prima, Torino, Unione Tip. Editrice Torinese, 1896, p. 1195).
Questo ordinamento aveva la sua radice non tanto nelle idee e nei sentimenti di umanità e di amore del prossimo, quanto nell’antico modo di concepire lo Stato: come l’individuo non era considerato che come membro dello Stato e solo nel servizio dello Stato poteva pervenire alla vera moralità, così anche doveva lo Stato fornirgli, in caso di necessità, i mezzi per vivere come ad un cittadino di Atene si conveniva. Per contro, non erano istituzioni appartenenti all’assistenza dei poveri né le distribuzioni di grano, né il thericon che si dava al popolo in sostituzione dell’ingresso, una volta libero, al teatro, dopo che questo fu dato in appalto, né l’allevamento a spese dello Stato degli orfani dei cittadini morti in guerra. Erano questi diritti civili, appartenenti a tutti i cittadini, ricchi o poveri. Sebbene tali diritti facilitassero ai poveri il proprio sostentamento ed i ricchi spesso non se ne valessero, ciò nulla mutava alloro carattere giuridico e politico (S.V. “Assistenza pubblica”, in AaVv, Il Digesto Italiano. Enciclopedia metodica ed alfabetica di legislazione, dottrina e giurisprudenza, vol. IV, parte prima, Torino, Unione Tip. Editrice Torinese, 1896, p. 1195).
In seguito il diritto ad essere soccorsi dallo Stato tu attribuito a tutti i cittadini, che per difetti corporali o per debolezza fossero impotenti a guadagnarsi la vita (αδγνατοι) e possedessero meno di 3 mine (30 euro circa). Essi ricevevano dapprima un obolo al giorno, poi due. Il soccorso era accordato solo per la durata di una pritania, cioè per 35 giorni, trascorso il qual termine la concessione doveva venir rinnovata. La concessione era fatta dal “Consiglio dei Cinquecento”, previa inchiesta. Ogni cittadino poteva, contro il rifiuto di un soccorso, sollevare opposizione (S.V. “Assistenza pubblica”, in AaVv, Il Digesto Italiano. Enciclopedia metodica ed alfabetica di legislazione, dottrina e giurisprudenza, vol. IV, parte prima, Torino, Unione Tip. Editrice Torinese, 1896, p. 1195). 
Una organizzazione sistematica dell’assistenza dei poveri per opera dello Stato e della sua legislazione fu, nei paesi d’Europa, attuata solo nei tempi moderni. L’antichità e il medio evo non presentano a questo riguardo che disposizioni isolate e rudimentali. Solo la democrazia ateniese aveva posto ed attuato il principio che ogni cittadino inabile al lavoro, e non avente una sostanza sufficiente per vivere, dovesse ricevere dallo Stato un soccorso con cui potesse mantenere sé e la sua famiglia. Già Pisistrato aveva organizzato una assistenza pubblica a pro dei mutilati in guerra che non avessero mezzi sufficienti per vivere (S.V. “Assistenza pubblica”, in AaVv, Il Digesto Italiano. Enciclopedia metodica ed alfabetica di legislazione, dottrina e giurisprudenza, vol. IV, parte prima, Torino, Unione Tip. Editrice Torinese, 1896, p. 1195). 

L’assistenza pubblica a Roma

Atene è il solo Stato dell’antichità in cui fosse organizzata, almeno per i cittadini,una assistenza pubblica. A Roma ben troviamo già di buon’ora disposizioni aventi per oggetto l’assistenza dei cittadini poveri. Quello di provvedere al principale mezzo di sostentamento del popolo romano, il grano, ora già ai tempi della Repubblica considerato dallo Stato come uno dei suoi compiti. 



A partire dall’epoca dei Gracchi (la prima Lex Frumentaria fu proposta da Caio Gracco nell’anno 123 prima di Cristo), lo Stato comincia a mantenere la cittadinanza, prima con vendite di grano a basso prezzo, poi addirittura con distribuzioni gratuite. Le distribuzioni di grano fatte al popolo a basso prezzo furono in uso principalmente durante i sette primi secoli di Roma. I prezzi a cui erano fatte variavano da 1 asse (5 centesimi) a 2,4 assi il modio (8,64 litri). Esse diventarono frequenti specialmente dopo la istituzione del tribunato, i tribuni servendosene come di mezzo potente per influire sul popolo. Originariamente, era il Senato che fissava il prezzo del grano; i tribuni trasferirono questa attribuzione al popolo, cui proponevano, in forma di legge, la tassazione del grano che gli si doveva distribuire. Naturalmente, le proposte di questi magistrati popolari, fatte sempre sulla base di tassi minimi, erano sempre accettate dai plebei, i quali così trovavano modo di farsi mantenere quasi gratuitamente dalla repubblica (Tito Livio, si, 34; Cicerone, Pro Sexto, 48; Tuscul., in, 20). Una volta messosi per questa via, il popolo e i suoi tribuni varcarono ben presto la breve distanza che ancora rimaneva fra una distribuzione a basso prezzo e una distribuzione quasi gratuita. Fin’allora, di distribuzioni gratuite non si videro che quelle fatte da semplici cittadini sia in occasione delle loro candidature, sia in seguito a giochi e trionfi. Ma nell’anno 629 di Roma, Gaio Elracco, pervenuto al tribunato, volle nella sua sete di popolarità superare i suoi predecessori, e propose senz’altro di distribuire ai plebei poveri un modio di frumento al mese, a spese del pubblico tesoro; e la proposta fu convertita in legge (Appiano, De bello 41v., , 23). La spesa per queste distribuzioni di grano crebbe ben presto a tal segno che Cesare dovette limitarle. Il numero degli aventi diritto di partecipare a tali distribuzioni fu fissato dapprima a 150 mila, poi sotto Augusto a 200 mila; di guisa che non se ne ammettevano di nuovi se non a misura che, per morte di inscritti sulle liste, si rendevano vacanti dei posti. Condizioni per essere inscritti sulle liste essendo soltanto la pienezza dei diritti civili e la residenza in Roma, le distribuzioni di grano non ebbero mai se non un carattere di misura politica, e solo indirettamente potevano influire sull’indigenza. E tale influenza non poteva non essere in sommo grado perniciosa, in quanto le “frumentazioni” non facevano che sanzionare l’indolenza e il lassismo dei cittadini romani e favorire nella peggior guisa possibile l’immiserimento della popolazione. 



Carattere di vere e proprie istituzioni per gli indigenti avevano invece le “alimentazioni” introdotte da Traiano: fondazioni, le quali avevano per scopo di favorire i matrimoni col soccorrere i vecchi e provvedere agli orfani. Sembra che anche avessero per istituto di prestare capitali a modico interesse. L’imperatore prestava ad interesse assai tenue capitali ragguardevoli a proprietari, i quali li garantivano con ipoteca sui loro fondi; gli interessi dovevano pagarsi non a lui, ma alla cassa municipale (asta pubblica) per essere poi erogati nella alimentazione dei fanciulli poveri d’ambo i sessi. Secondo la tavola di Veleia, in virtù di questa felice combinazione ideata da Traiano, ogni fanciullo povero riceveva un soccorso annuo di 192 sedersi, ed ogni fanciulla di 144 (se illegittimi 144 e, corrispondentemente, 120). 



Numerose medaglie, iscrizioni e sculture fanno testimonianza della splendida istituzione. In uno dei bassorilievi della colonna Traiana la riconoscenza delle città per questa istituzione è simboleggiata da quattro donne, cinte il capo. di corona murale, che, recando sulle spalle dei bambini, rendendo omaggio all’imperatore. Né queste fondazioni erano limitate alla città di Roma, bensì erano diffuse per tutta l’Italia ed erano alimentate dalla cassa imperiale. Nelle provincie, come in Italia, esistevano, sul modello delle alimentazioni imperiali, numerose fondazioni congeneri poste sotto la sorveglianza dello Stato. 



Se, come si vede, le istituzioni di Stato per l’assistenza degli indigenti non erano, nel mondo antico, che poche e di non grande portata, si volle però aver presente che la gran massa della popolazione inferiore era formata di schiavi, ai quali doveva pensare il padrone (in forza di un rescritto dell’imperatore Claudio lo schiavo i abbandonato dal padrone acquistava la libertà latina). Che se la sorte degli schiavi vecchi ed infermi era spesso miserevole, la schiavitù ad ogni modo impediva che cadessero a carico dell’assistenza pubblica. 



Citazioni tratte da S.V. “Assistenza pubblica”, in AaVv, Il Digesto Italiano. Enciclopedia metodica ed alfabetica di legislazione, dottrina e giurisprudenza, vol. IV, parte prima, Torino, Unione Tip. Editrice Torinese, 1896.