Archivi tag: Beneficenza

Sulla beneficenza pubblica in Venezia

XXII. Sulla beneficenza pubblica in Venezia prima e durante la operosità benefica di Girolamo. InLandini G., San Girolamo Miani. Dalle testimonianze processuali dai biografi, dai documenti editi e inediti fino ad oggi, Roma, Ordine dei chierici regolari somaschi, 1945″, pp. 203-207.


È stata avvertita più volte la mancanza di una vera storia della beneficenza in Italia, dove più che altrove la Religione Cristiana ha promosso in tutti i tempi, non esclusi quelli del tanto deprezzato medioevo, innumerevoli istituzioni di carità. Bisogna rifarsi al Panlor, al Tacchi Venturi, al Paschini, per averne notizie seriamente documentale, e per Venezia in modo speciale al Sanato e al Cicogna, il quale ultimo si valse egregiamente di altre fonti prima inesplorate.

In generale, ai primi del ’500, in ogni terra fiorivano gli ospedali, le cui entrate, frutto della generosa carità degli avi, eran tante che « distribuite con senno, se ne aveva – dice il Vives – abbastanza per sovvenire ai bisogni dei cittadini, agli ordinari non meno che ai subitanei e straordinari ».

 

Purtroppo gli amministratori se ne servivano largamente anche, per sè e per le proprie famiglie. Il Concilio di Costanza avea tentato di porre un argine al sacrilego peculato, ma gli effetti non» corrisposero allora alla aspettativa.

 

Si iniziò però un’efficace campagna contro il detestabile abuso, principalmente ad opera del Giberti, le cui opportune provvidenze ebbero larga considerazione poi nel Concilio di Trento, che attese anche a disciplinare l’importante materia.

 

Ciò era frutto dei principi del Divino Amore che, promuovendo la riforma del clero, procurava conseguentemente un miglior uso da parte dei chierici amministratori del patrimonio destinato alla beneficenza e dava luogo anche a nuove istituzioni, come quella degli Incurabili e delle Convertite, create in ordine ai bisogni nuovi dell’epoca. Insieme poi ispirava provvida emulazione in gentiluomini laici d’illustri casati e in nobilissime gentildonne che non disdegnavano neppure di mendicare personalmente per i fratelli diseredati dalla fortuna.

 

Del patrimonio destinato alla beneficenza, che la Chiesa ha considerato sempre patrimonio dei poveri, cominciarono nel ’500 a fruire anche nuove istituzioni destinate a raccogliere e ricoverare i fanciulli derelitti e orfani, i carcerati, le fanciulle pericolanti, i catecumeni, i pellegrini, i trovatelli, i poveri vergognosi, i pazza, i mondici di professione.

 

Tutta dunque una fioritura di carità, non nuova rispetto all’età precedente, ma che fluisce, allargandosi, in più numerose e particolari iniziative, sempre emanante dallo spirito del Vangelo, che l’istituto del Divino Amore s’industriava di diffondere, meglio compreso e attuato, nella umana società.

 

In Venezia una rassegna degli Ospedali più importanti ci è data dal Sanuto nel 1528. Ma questa non è la data iniziale.

 

Invero sin dal 1515, per lo meno, lo stesso, cronista ci fa memoria dell’ospedale di S. Iob e di S. Boldo (Ubaldo); nel 1522 di quello della Pietà per i trovatelli; nel febbraio dello stesso anno (1522) ci segnala la fondazione dell’Ospedale degli Incurabili. Nel 1524 poi nota che dai Procuratori degli Incurabili si progetta la costituzione d’un Monte di Pietà: il quale però non riuscì – pare – per l’opposizione dei banchieri e degli Ebrei.

 

Queste sono le istituzioni di beneficenza che ricorrono nei diari del Sanuto sino al 1528: ma non si esclude però che qualcuna delle, .altre ricordate in seguito abbiano avuto principio anche precedente.

 

Il Sanuto ci dà altresì notizie benché sommarie circa la loro vita e il loro sostentamento: in complesso risulta che questo più che altro proveniva dalla iniziativa privata.

 

Ad esempio: l’Ospedale degli Incurabili cominciò a poter contare pel suo finanziamento, subito, l’anno seguente 1523, sul lascito di Messer Benetto Gabrieli di 150 ducati d’oro d’entrata ogni anno da fruirsi però dopo 5 anni; su quello di 40 ducati di sier Bertuzi Zorzi qu sier Marcho da San Severo; cui poi seguirono nel 1524 quello di don Girolamo Regino eremita, consistente in dieci ducati per una messa e un ducato annuo, e quello di sessanta carri all’anno di legna lasciato da Lorenzo, quondam Michele Cappello.

 

Nessun’altra entrata fissa si registra e « lutto si fa con elemosine, qual sono grandissime »; giacche, a profitto dell’Ospedale, Clemente VII concede straordinarie indulgenze che procurano oblazioni molte e vistose. Nel perdono del lunedì e martedì santo, di quell’anno 1524 ci dice il Sanuto che sì raccolsero 130 ducati, tanto che afferma: « questo hospedal è cossa meravigliosa, in do anni sia venuto in tanto agumento ».

 

Quando dunque il suddetto cronista afferma in ordine alla piaga dell’accattonaggio e della miseria imperversante per le vie e per le piazze di Venezia che « tamen per il pubblico non si fa provvisione alcuna a questo » egli espone un suo giudizio’ estensivo a tutta una situazione cui allora lo Stato non soccorreva di sua autoritaria iniziativa. Mancava insomma l’opera assistenziale sistematica dello Stato.

 

Pertanto erano i nobili che ci pensavano: i nomi loro che si registrano in più luoghi dei Diari son questi; sier Vincenzo Griinani, figlio del Doge; sier Sebastiano Contarmi el cavalier; sier Nicolò Michiel dotor; sier Benetto Gabriel; sier Antonio Venier qu. sier Marin proeurator; sier Zuan Antonio Dandolo; Francesco da la seda; Zuan di lacomo toscan; sier Piero da Molin qu. sier laeonio dotor; sier Pietro Badoer qu. sier Albertin dotor; sier Agustin da Mula qu. sier Polo; Sier Pietro Contarmi qu. Zacharia el cavalier; Francesco di Zuan toschan; sier Sebastian Iustiniani el cavalier; sier lacomo Michiel; Nicolò Dodo; Domenico Honorandi; procuratori o protettori dei vari ospedali, nobili i più, o qualificati: tutti, come dice il cronista, « zenthilomeni, di primi di la terrai coadiuvati da a sentii done, doiie da conto ».

 

Quando ben presto le istituzioni di beneficenza si resero evidenti pel bene che producevano e apparvero seriamente consistenti, anche lo Stato da parte sua cominciò a interessarsene direttamente.

 

Ma fu un’opera di sovvenzionamento occasionale fatto per via di devoluzioni di pene o di multe, o di elargizioni di farina e di legna assegnate partitamente ai vari ospedali, o d’istanze al Papa perchè concedesse benefici redditizi da attribuirsi ad essi, specialmente a quello della Pietà, « qual’è in grandissima povertà et ha cresciuto il numero de puti », o per via di somme date a titolo di elemosina e tolte dai denari raccolti per il Giubileo o da altra fonte lasciata ignota dal Cronista.

 

Lo Stato tuttavia, anche così elargendo, non rinunziava ai suoi diritti di esigere le decime dagli Ospedali; e, contuttoché in pieno Consiglio si dichiarasse trattarsi di cose « de laici lassada ad pias causas» il Collegio nel 1527 deliberò che «sia concesso ai X Savi che in termine di questo mexe di Zugno debiano veder et intender la intrada et spexa di ditti hospedali, et poi portarla in Colegio aziò si possi far quello parerà ».

 

Questo era il panorama delle iniziative di pubblica beneficenza in Venezia quando Girolamo iniziò l’opera sua.

 

Nel 1528, come abbiam detto, il Sanuto registra esistenti, oltre i ricordati, questi Ospedali: San Zane Polo, San Zuane Bragola, Santo Antonio, a la Zuecha in ca’ Donado et altri; fra cui, di seguito nomina quelli di San Lazzaro, di Santa Maria di la Misericordia, di S. Piero e S. Polo, da la ca’ de Dio, di San Iob.

 

E si arriva così al 1533. Cresciuto il numero, evidentemente in ordine al cresciuto bisogno, aumenta e si fa più frequente la serie ile’ lasciti dei privati cittadini. Ma le cose, quanto alla parte che vi piglia lo Stato, non procedono gran che differentemente. Tale partecipazione alla loro vita e funzionamento si limita come prima quasi tutta a provvidenze d’origine fiscale: erogazioni di elemosine, devoluzioni di multe per disobbedienze a ordini d’autorità, proventi da condanne applicate per contrabbandi diversi; come continuano altresì le elemosine di farina, largite a amore Dei».

 

A tutela bensì dei propri diritti di civico potere lo Stato interviene per ragioni di catasto nelle mutazioni patrimoniali dei singoli ospedali sanzionandole; come in quella del Priore dell’Ospedale di S. Maria della Misericordia riferita dal suddetto diarista in data 6 novembre 1530. Ma lo stesso non ci dà notizie di iniziative statali nella creazione loro, né d’ingerenza dei pubblici poteri nelle nomine dei preposti al governo di essi, e neppure nella compilazione dei loro statuti: i quali d’altronde dovean riprodurre singolarmente, quasi conforme, la fisionomia di quello degli Incurabili, derivato per parentela di motivazione e somiglianza di finalità dal precedente del Divino Amore.

 

Tutto ciò, nei riflessi della vita e dell’azione benefattrice dii Girolamo, mostra la facilità e la possibilità, senza temer impacci dallo Stato, delle sue personali iniziative in S. Basilio e in S. Rocco; la verosimiglianza dell’induzione, anche se non si hanno sommativi, ch’egli abbia trovato per ciò un appoggio morale in quell’elemento patrizio e pio, registrato dal Sanuto, nel quale debbonsi contare di certo molti appartenenti al Divino Amore; la sua fervida brama di farsi, come nella fondazione del Bersaglio, loro cooperatore, d’emularli per un sempre più crescente desìo di cristiana perfezione, di averli in breve sorpassati nella pratica attuazione di quell’ideale ch’ei vedeva in pieno nella luce del Vangelo, d’esserne ben presto divenuto segno d’eccezionale stima, loro maestro.

 

E spiega altresì il fatto dell’essersi ritratto, solo dei suoi fratelli, a mano a mano, alcun po’ dopo la sua conversione, dalla vita pubblica, nell’indifferenza prima, nello sprezzo poi dogli onori e degli emolumenti che si conquistano nel disimpegno delle civili mansioni, quando, in luogo di servir così alla Repubblica, gli apparve più bello e desiderabile servire poveramente a Cristo ci riferiscono le Epigrafi Veronesi in volgare; e il Sanuto elenca casi di peste nel 1526 e in questo 1527, per cui dai « Provveditori sora la Sanità » furono prese le solite provvisioni del caso; fra le altre, con decreto 9 marzo 1527, fu sospesa la fiera dell’Ascensione. In verità il flagello d’importazione levantina si riacutizzava ogni tanto: il lazzaretto funzionava si può dire in permanenza.

 

S’allargava dunque il campo d’azione alla carità di Girolamo, e a un tempo il suo vigoroso progredire nella spirituale perfezione.

 

XIII. La gran carestia a Venezia – Fondazione di San Basilio (1528). In “Landini G., San Girolamo Miani. Dalle testimonianze processuali dai biografi, dai documenti editi e inediti fino ad oggi, Roma, Ordine dei chierici regolari somaschi, 1945″, pp. 316-324.

 

L’anno seguente (1528) ….. « perseverante la ditta carestia et confluendo molti poveri in questa inclita cita i quali facevano (sic) et morivano per le strade fu per li m.ei Signori Provveditori sopra la Sanità ordinato dici si avesse a far un altro texon in ditto berci saglio apresso il preditto et per edificazion di quello detero da du. 800 in circa, quali forno spesi, si in ditta fabrica come etiam in subsi dio di ditti poveri di ordine di sue signorie, et perchè in questa opera si vedeva ogni giorno concorrer maggior grazia del signor Dio utilità de poveri della cita et satisfaction di tutto il popolo, perciò questo pietosissimo dominio, acciò ditto hospital avesse a continuar permesse chel fusse fabbricato et fondato di piera, et con elimosine et mandati publici quello ha continuamente sostentato et augumentato fino al presente, servendosi esso Illmo dominio di ditto «suo hospital a tutti besogni de suoi poveri di terrieri come etiam di quelli che venivano di fuora zoè galleoti, soldati, marinari, infermi et altri poveri della città come infermi, pupilli, orfanelli, vedoe et derelitti di ogni qualità et sexo, li quali da esso sudetto loco sono sta’ benignamente recetti et subvenuti. Itachè concludendo dicemo el ditto Loco olim bersaglio et nune hospital de poveri esser sta’ occupato da essi poveri necessitate urgente deo sic providente dominio permittente universo populo favente con le quotidiane sue elemosine con le quali ditto povero loco senza alcuna entratta, imo senza alcuna premeditata deliberation fu erecto et augumentato et fina bora mantenuto più presto per divino miracolo, et per divina providencia, che per industria hnmana, per tanto nui exigui et inutili ministri di quella non potemo recognosce altro auctor de ditto hospital salvo chel signor dio et questo Ill.mo dominio con el favor et ajuto delli quali havemo fino fiora servito et ministralo in ditto Loco a beneficio delli sui poveri ecc. ecc. ».

 

La dichiarazione, come già abbiam detto, è del 1542 ed è fatta evidentemente pour cause, volendo i dichiaranti tenersi buoni i soprastanti alla sanità per non perderne le eventuali elargizioni; quindi, a parte la verità elementare di quando riconoscono che, come d’ogni altra cosa buona, cosi di esso è autore Dio, si capisce del resto l’interesse che essi aveano ad affermare che non poteano riconoscere dopo Dio altro autore del Bersaglio che il governo della Repubblica. Come poteano invero dir ciò di una istituzione siffatta, un piccolo Cottolengo anticipato, che ospitava infermi, orfani, orfane, vedove, derelitti d’ogni età, d’ogni sesso, galeotti, soldati, marinai, sorto senza alcuna statale deliberazione, senza entrate, cioè senza fondi stabili, sovvenuto solo in un secondo tempo dallo stato semplicemente col sussidio di circa 800 ducati per la trasformazione in pietra della fabbrica in legno e poi sostentato con « elimosine et mandati publici »….. e nel capo XXII delle Notizie supplementari io ho mostrato di qual entità essi fossero …..

 

Pertanto, pur sapendosi che il Doge Andrea Gritti fu personalmente tra i primi a favorire l’incominciamento del provvidenziale ricovero, dobbiamo attribuirne l’iniziativa e il finanziariamento alla carità cittadina e principalmente a quei pietosi gentiluomini che dal Divino Amore traevano stimolo a promuovere siffatte benefiche istituzioni semprechè il bisogno le ispirava.

 

Il Divino Amore e l’Ospedale degli Incurabili erano il centro di ogni benefica attività. Poiché era tornato Gaetano essa era divenuta anche più fervida e intensa. Intorno a lui s’erano stretti di nuovo i confratelli della prima ora, altri nuovi se n’erano aggiunti, tra i quali ormai possiamo annoverare anche Girolamo. Non abbiamo – è vero –, come invece per la Compagnia sorella di Genova, elenchi di membri del Divino Amore di Venezia in questo tempo. Ma è verosimile che quelli segnalati come iniziatori degli Incurabili siano altresì da ritenere fratelli del Divino Amore, da cui quello, come «frutto da arbore », era derivato. Ed è verosimile dunque che con essi v’abbiano fatto parte Pietro Contarmi, Sebastiano Contarmi, Pietro Capelio, Girolamo Cavalli, Pier Luigi Lippomano, poi vescovo di Bergamo, e il fratello suo, Andrea, dal quale il Carafa in una lettera a Gaetano dice « che non si stanca di ministrare a Cristo ».

 

Il nome del Cavalli ci richiama alla mente la registrazione che fa il Sanuto in quest’anno dei soprastanti a vari ospedali, fra i quali, la prima volta, compare il’nome di Girolamo. Ecco la importante segnalazione :

 

« MDXXVII, Avril. A dì 2 — È da saper. In 4 luoghi son hospedali: a San Zane Polo, a San Zuane Bragola et a Santo Antonio, et a la Zueca in cha’ Donado, ne li qual sono da numero ……….. di villa poveri, di quali, ne moreno assai al zorno. È sopra l’hospedal di San Zane Polo sier Hironimo di Cavalli qu. sier Corado, et « sier Hronimo Miani qu. sier Anzolo, et su quel de la Zuecha sier « Piero Capello qu. sier Francesco el cavalier; et altri su altri. Tamen « molti villani et done et femene non voleno andar, et vanno per la « terra cercando elemosine ».

 

La notizia conferma quanto avevamo asserito sulla partecipazione di Girolamo alla fondazione del Bersaglio. È facile immaginare che lo stimolo gli sia venuto dal Thiene e dal Carafa, coi quali oramai Girolamo era entrato in diretto contatto.

 

Varia peraltro dev’essere stata l’influenza su l’animo di lui dei due infaticabili promotori d’ogni benefica attività cittadina. Gaetano, anima mite, tutta infervorata di pietà e di zelo per il rinnovamento della coscienza del clero, dovette, ora che personalmente lo conobbe, apparire a Girolamo, che era tutto preso dalla brama d’attuare praticamente il programma d’azione cui s’era impegnato, siccome un essere molto distante da lui, novizio tuttora nel tirocinio della perfezione. Penso dunque che dovette nutrire per il Thiene grande ammirazione, devota venerazione come a un santo vivente. Si dovette invece sentire più attratto verso il Carafa, « alto, magro, solido, d’aspetto severo, « imponente, anche minaccioso secondo alcuni, col viso ascetico ed « imperioso; gli occhi infossati e ardenti, la voce sonora, il gesto largo; « focoso di carattere ed anche violento, pronto alla collera… arguto, a « volte piacevole… ». Nelle condizioni di spirito in cui si trovava a questo punto Girolamo egli aveva bisogno d’una guida dinamica che gii si imponesse drasticamente, — e senza ambagi gli mostrasse la via dritta dell’operare. II Cai:afa, che univa a quelle sopra descritte qualità fisico-morali così d’accordo con le sue, anche un’ineccepibile evidente virtù, era la guida, il consigliero intimo, sicuro, per l’azione, che gli ci voleva, senza per questo rinunziare per le cose di coscienza alla guida, alla direzione spirituale del suo vecchio canonico. La diversa condizione in cui si vennero a trovare i due direttori di Girolamo d’ora in p’oi credo si spieghi così e io ne ho fatta speciale dimostrazione nel Capo YIII delle Premesse, nè qui la ripeto per non. soverchiamente tediare. Argomento del resto della diversa influenza che su Girolamo ebbero il Thiene e il Carafa ho in essa segnalato, il fatto che, mentre uegli scritti del Thiene non si rinviene cenno alcuno di Girolamo, il Carafa lo rammenta nei suoi e in una lettera a lui proprio più tardi diretta, dimostra quella grande autorità che su lui esercitò poi che l’ebbe personalmente conosciuto.

 

Tornando al Bersaglio, dobbiamo tener conto che la relazione surriferita è del 1542 anche per immaginarci quel che esso dovette essere da principio, cioè a dire nell’anno in cui siamo giunti della vita di Girolamo. Pensiamo che allora fu un rimedio organizzato d’urgenza,, essendo urgente la carestia, pei poveri della città e di fuori, che morivan di fame per le strade. Quindi ad ammettere che vi si ricoverasse tanta varietà di miserabili (galeotti, soldati, marmai, infermi,, pupilli, orfanelli, orfanelle, vedove e derelitti d’ogni età e sesso) bisogna dar tempo al tempo e procedere di vari anni da questo 1528. In. cui, ripeto, dovette essere un ricovero di fortuna come anche ai nostri giorni ne sorgono nei quartieri più eccentrici delle grandi città, e de’ quali come allora molti poveri non amano profittarsi preferendo la libertà del girovagare, anche elemosinando e patendo, a quella dell’esser rinchiusi.

 

Si sa bensì che vi era curata adeguatamente l’assistenza spirituale e morale; e che, l’opera mostrandosi subito notevole, era intervenuta in proposito l’autorità ecclesiastica, essendo allora Patriarca di Venezia il veneziano Girolamo Querini. Il quale si interessò per la costruzione di una cappella e vi deputò quale cappellano il sacerdote secolare D. Pellegrino Asti con l’incarico di amministrare i sacramenti ai ricoverati e ai benefattori. È facile in questa nomina pensare a una designazione fatta da Gaetano, essendo, come lui, anche l’Asti vicentino.

 

Ma oramai la carestia, che fin qui aveva avuto il carattere d’urgenza, cioè di imminenza, e i cui prodromi già eransi paurosamente avvertiti, esplose finalmente in modo gravissimo. Da tutti i biografi, a cominciar dall’Anonimo, è segnalata antonomasticamente per distinguerla dalle precedenti; e la descrizione che quegli ne fa è davvero rispondente all’aggettivo «tanta» che le attribuisce. La ho riportata in nota al Capo X delle Premesse, cui per brevità rimando. In quella dissertazione ho discusso anche sui verosimili termini di tempo della sua durata, valendomi di citazioni tolte dai biografi; e la ho circoscritta tra lo scorcio di questo anno 1528 e gran parte del 1529, dando per ragione di questi limiti di tempo l’asserzione, per l’inizio, del De Rossi che essa fu prodotta perchè per le guerre di quattro anni precedenti i contadini non avevan potuto seminare, e l’altra, per la fine, del Tortora che essa durò quasi un intiero anno, fin cioè al nuovo raccolto che venne ad attenuarla alquanto.

 

Il governo ducale, che in contingenze del genere fu sempre previdentissimo, aveva fatto del suo meglio ammassando grano e vettovaglie per affrontare l’orrendo disagio. Ma non si trattava di provvedere ai soli poveri della città, chè, come succede ai nostri giorni in Roma, molti erano gli accorsi a Venezia sfollati dalle città limitrofe, fiduciosi, di ivi trovarsi meglio. Le provvidenze eran dunque, .come quasi sempre succede, insufficienti.

 

S’intuisce che a Girolamo s’accrebbe intensamente il lavoro cui ;s’era ornai applicato con tutto il fervore d’un ardente neofito. Poteva più bastargli l’opera che esercitava agli Incurabili e al Bersaglio ora che alla miseria da soccorrere non bastavano quei ricoveri ed essa facea compassionevole spettacolo di sé a ogni passo per le vie e per le piazze di Venezia?….

 

« Il qual spettacolo— scrive appunto l’Anonimo — veggendo il nostro Miani punto da un’ardente carità si dispose quant’era in lui di sovvenirgli. Onde fra (?) pochi giorni spese quelli denari che si ritrovava in cotal opra, vendute le vesti, et i tappeti con l’altre robbe di casa, il tutto in questa pia, et santa impresa consumino. Poiché egli alcuni nutriva, altri vestiva, perchè era verno, altri riceveva nella casa propria, et altri animava, et consigliava a patienza, et a voler morir volentieri per amor di Dio, ricordandogli che da una simil patienza, et fede era proposta vita eterna. In questi esserciti spendeva egli tutto il giorno, et quante volte non gli bastavano il giorno, andava anco la notte vagando per la città, et i corpi de’ morti che alle volte ritrovava per la città, et quelli eh’erano infermi, et vivi a suo poter sovveniva, et i corpi de’ morti che alle volte ritrovava per le strade come se fossero stati balsamo, et oro postisi sopra le spalle, occulto isconosciuto portava a’ cimiterij, et luoghi sacri. Né tutto ciò bastava all’insaziabile brama di soccorrere ai bisogni dei miseri. Dionora, la nipote, riferì al suo pronipote Giov. Francesco Basadonna, teste al Processo Veneto, che la notte per il più in casa sua si faceva il pane et lui in persona la mattina a « buon bora con le proprie mani l’andava distribuendo a quei poveri, che lui sapeva haverne gran bisogno et essere in necessità ».

 

Si vede che lo spirito del Divino Amore s’era trasfuso in pieno nell’animo di Girolamo e che egli si lasciava da esso guidare con assoluta dedizione di se nel compiere il mirabile programma spirituale e temporale da esso bandito.

 

Ponendo in questo stesso tempo Luca Molino, altro parente di Girolamo e teste anche al Processo Veneto, la fondazione del Bersaglio, dice che cominciò « ad adunar (vi) figliuoli che per la città andavano dispersi morabiando et facendo cose che chi haveva timor di Dio bisognava che nell’intimo del cuore se ne risentisse ».

 

Evidentemente il Molino, portavoce anche lui di Dionora come il Basadonna, non ricordava bene e faceva tutt’uno di due luoghi e di due istituzioni diverse.

 

Tutto fa ritenere, ripeto, che al Bersaglio si provvide in un primo tempo a ricoverare poveri, infermi e non infermi, che non potevano essere ospitati negli altri ospedali già rigurgitanti. Che insieme vi si accogliessero fin da allora confusamente anche ragazzi dispersi e vagabondi, come già era in atto agli Incurabili ed era un po’ uso comune, è probabile; ma non con un intuito speciale di assistenza particolare educativa e temporale: ciò che invece in processo di tempo avvenne effettivamente come è detto nella precitata analoga relazione del 1542.

 

Quanto invéce il Molino più sopra riferisce ci fa pensare alla istituzione, nuova a quei tempi, ohe la genialità di Girolamo seppe produrre, frutto a un tempo d’una esperienza matura e d’una carità che aveva ornai acquisite tutte le tenerezze d’un padre.

 

Egli era da nove anni (1519-1528) il tutore, cioè il padre di adozione, dei figli di Luca, da due (1526-1528) altresì dei figli di Marco. Per quanto la sua tutela, legalmente intesa, avesse un compito piuttosto amministrativo (la cura cioè degli interessi economici dei pupilli, bastando, finché essi eran piccoli, le due vedove a vigilare la loro educazione spirituale e morale), tuttavia è da ritenere certissimo che nei più o meno frequenti suoi ritorni a Venezia egli si interessò sempre anche dei loro piccoli progressi nella pietà e nel sapere. Il suo cuore quindi, che avea rinunziato ad aver figli suoi della sua carne e del suo sangue, si espandeva in un affetto paterno sempre più crescente verso questi nipoti che i due fratelli gli avevano affidati morendo. Crescendo essi cogli anni e manifestandosi conseguentemente maggiore il bisogno della sua presenziale vigilanza e assistenza, deve essersi più frequentemente (l’abbiamo già precedentemente arguito) portato da Castelnuovo a Venezia per esercitare con più frutto il suo impegno di tutore. Naturalmente è verosimile lo coadiuvasse nelle cose di spirito e — perché no? — nella formazione pedagogico-intellettuale degli adolescenti il buon Canonico, che ripeteva per i nipoti le cure che avea avuto per lo zio e pei padri loro.

 

Era dunque un’esperienza ben solida quella che Girolamo avea effettuata già nell’ambiente domestico con quei buoni frutti che a suo tempo si noteranno.

 

Tale esperienza s’era poi allargata fuori di casa con piccoli derelitti, non suoi parenti, di sangue, ma parenti per quel vincolo dell’amore divino che ci fa tutti fratelli in Cristo, con Cristo, figliuoli di Dio. Agli Incurabili invero con gli altri confratelli avea effuso la sua carità di padre verso quei derelitti che già v’erano raccolti e ospitati. Al Bersaglio, coi poveri randagi adulti, forse senza forse anche i loro figli s’eran venuti promiscuamente riparando; e qui pure, come degli adulti, avrà dovuto prendersi cura moralmente e materialmente di questa giovine messe che il Signore gli dava a coltivare.

 

Quale difficoltà ammettere che, uomo di ordine, di governo e di buono spirito quale sin qui ci è realmente apparso, abbia pensato che qualcosa di meglio si poteva fare più particolarmente per quei piccoli poveri reietti dalla sorte, senza famiglia, abbandonati da tutti, esposti alle peggiori insidie del male? Dio l’ispirava: egli docilmente seguiva la voce che gli parlava al cuore. Chissà quante volte avea esclamato per l’innanzi nelle sue preghiere al Signore: « Notum fac inilii, qua via incedam » (Sal 142,8). Or ecco che Dio gli faceva nota la via così: dai ‘si tutto ai poveri orfani, farsi padre degli orfani e dei derelitti, assumendo le veci in terra di Lui, padre universale di tutte le umane; creature.

 

Cominciò a raccoglierne dalle strade alcuni che vedeva totalmente abbandonati e a condurseli in casa. Li lavava, li rivestiva, li nutriva, insegnava loro i primi elementi della cristiana pietà, li applicava ai più elementari lavori dell’arte della lana, ch’era l’industria della famiglia. Attuava così ciò che forse avrà letto in Isaia 58,7: «Egenos vagosque induc in domum tuam; si videris nudimi operi eum…. ».

 

Ma il numero cresceva e la casa d’altronde non era troppo grande e forse anche questa straordinaria intrusione dovea dar fastidio, dopo la prima piacevole novità, alla signora cognata.

 

E allora prese in affitto una bottega a S. Basilio e ve li trasferì « procurando di allevarli col timor di Dio, con farle insegnare, dell’oration, et anco ad agucchiare, acciò potessero guadagnando, qualche gazzetta, portare il tempo avanti con l’agiuto di altri » come riferisce il teste Molino.

 

Attribuendo queste parole del Molino a S. Basilio, laddove egli parla invece del Bersaglio, io mi sono preso un arbitrio di cui intendo giustificarmi. Ecco come:

 

Ambedue, le deposizioni, quella del Basadonna e quella del Molino, provengono da una unica fonte: Dionora, figlia maggiore di Luca. Pregiudicialmente poniamo il fatto che anche il Basadonna non ricordava bene tutti i particolari della testimonianza dì Dionora. Invero riferendone quanto ella accenna circa la fondazione degli Incurabili, usa il termine «credo»…. e dunque sapeva di non poter affermare con sicurezza; ed in effetto realmente sbagliava. Ci soccorre poi a dipanar la matassa quel dato del pane che Girolamo faceva fare e poi andava fuori di casa a distribuire. Dionora dice al Basadonna che il pane si faceva in casa e poi la mattina di buon’ora lui (Girolamo) l’andava a distribuire in persona con le proprie mani a quei poveri che sapeva averne grande bisogno ed, essere in necessità. Qui la destinazione del pane è a poveri bisognosi senza discriminanti d’età. Al Molino invece la stessa Dionora dice che Girolamo facea venire ogni sera in casa il fornaio della contrada a tuor farina: il quale hi mattina seguente, all’alba, portava in casa il pane belle cotto: e allora Girolamo chiamava li facchini e andava con essi al luogo dove erano adunati li figliuoli. Qui la destinazione del pane è a figliuoli: non è indicato se non genericamente il luogo, ma si capisce che è un luogo particolare per essi quello dov’essi erano adunati. È vero che secondo tutto il contesto parrebbe che questi figliuoli sarebbero stati al Bersaglio. Ma io credo che il Basadonna, alla distanza di tempo in cui riferiva, confondesse i luoghi e il tempo, come errava confondendo gli Incurabili col Bersaglio; e che quindi in un primo tempo si facesse il pane in casa e si distribuisse ai poveri in genere, dove Girolamo sapeva esservene necessità (e pertanto non solo al Bersaglio ma anche — perché no? — nelle case private); in un secondo tempo, fondato S. Basilio, a evitare disturbi domestici, Girolamo dava la sera la farina al fornaio, e del pane che la mattina seguente questi, gli riportava, andava lui personalmente a farne la distribuzione (quanto gli pareva potesse bastare, cioè con occhio esperto di padre che tien conto diverso dell’età e delle fisiche condizioni dei singoli) ai figliuoli di S. Basilio. Così a parer mio si compongono verosimilmente le due deposizioni per ciò che ne differiscono, provenendo da una unica istessa fonte. Del resto che Girolamo abbia fondata per prima casa S. Basilio nulla di più certo, benché nè l’Anonimo, nè il Dorati, nè l’Albani, nè alcuno dei testi al processo apostolico ne facciano esplicitamente il nome; v’accenna infatti lui stesso nell’atto di donazione al nipote Gian Alvise del 6 febbraio 1531, come si vedrà in seguito. Anch’essa semplicemente un ricovero in quel suo primo inizio, creato per sopperire al bisogno urgente; suggerito, è lecito crederlo, dalle direttive provvidenziali del Thiene e dagli autorevoli consigli del Carafa; cui s’associava, anche questo è verosimile, il concorso dell’assistenza religiosa e morale del canonico lateranense.

 

Era la cellula embrionale di tutte le altre istituzioni a venire, che usciranno, e saran molte, dalla mente e dal cuore di Girolamo: la prima casa di quell’Ordine che poi fonderà per dare ad esse e alle successive fondazioni, che l’Ordine in seguito eresse, la necessaria consistenza in un avvenire che, Deo favente, dura tuttora.

Le 10 giornate di Napoli

Celano C., Notitie del bello, dell’antico e del curioso della città di Napoli per i signori forastieri date dal canonico Carlo Celano napoletano, divise in dieci giornate, Napoli, stamperia di Giacomo Raillard, 1692.

Giornata prima

Notitie della religione di Napoli, p. 34.
Hor qui è bisogno di dare un saggio del divoto affetto de’ nostri napoletani verso la nostra vera ed incontrastabile religione. Vi sono in Napoli, nella nostra città e borghi, 304 chiese tutte da potersi veder per belle e per divote, e fra queste vi sono quindeci formatissimi conventi di domenicani; de francescani, inclusi i reformati cappuccini e minori conventuali, 17; d’augustiniani, inclusi i scalzi, 8; carmelitani, inclusi i scalzi, 9; de certosini, camaldensi ed altri benedettini, 9; de canonici regolari del Salvatore, o lateranensi, 4; de minimi di san Francesco di Paula, 4; de Servi della Madonna, 3; d’eremitani di san Geronimo, uno; de basiliani, uno; de buon fratelli, uno; de frati spagnoli, cinque; de giesuiti una Casa Professa e cinque colleggi; de padri teatini, sei case; de chierici regolari minori, 3; de barnabiti, due; de minimi dell’infermi, 3; de padri dell’oratorio, uno; de pii operari, 3; delle scole pie, due; de padri lucchesi, due; de monasterii claustrali di donne, sotto diverse regole, 33; de conservatori di donne inclusi i tempj ed i colleggi, 33. Vi sono sei famosi spedali per l’infermi e due per i pellegrini. Vi sono quattro seminaij per l’orfanelli ed uno per i poveri vecchi, come di tutti si darà notitia nelle giornate che faremo. Hora la maggior parte di queste chiese, luoghi pii, monasterii e conventi ricevono la loro fondatione dalla pietà de’ napoletani, e particolarmente da donne nobili.
Il Monte delle Sette Opere della Misericordia, pp. 62-63.
Vedesi poscia il ricco Monte delle Sett’Opere della Misericordia, qual hebbe questa fondatione: nell’anno 1601 alcuni pii e divoti gentil’huomini napoletani si diedero all’esercitio della carità, nel servire i poveri infermi nell’Ospedale degl’Incurabili, e per ricreare detti infermi andavano questorando per la città. Hebbe quest’opera in brieve tanto incremento che i detti gentil’huomini, al numero di venti, stabilirono di mantenere in detto ospedale quaranta pulitissimi letti, con tutto quello che vi fusse stato di bisogno, et anco facean celebrare molte messe per l’anime derelitte del Purgatorio. Nell’ anno poi 1602 crebbero talmente le limosine che si trovarono haver di rendita annua 486 scudi, e con questa stabilirono di erigere un monte, alla sovventione non solo degl’infermi ma d’altri poveri, e fatte alcune capitolationi approvate dalla santa memoria di Clemente Ottavo, et anche con l’assenso del Conte di Benevento, l’eressero in questo luogo, sotto il titolo di Santa Maria delle Misericordie. Da questo monte si sovvengono gl’infermi, et anco in ogn’anno s’apre un ospidale nell’isola d’ Ischia per i poverelli ch’han di bisogno di remedii di quei bagni; e si sovvengono ancora con limosine i poveri infermi per la città; fanno celebrare una gran quantità di messe per l’anime del Purgatorio; visitano i carcerati, liberando molti prigioni per debiti, pagando per loro; redimono i cattivi da mano d’infedeli; sovvengono con larghe limosine i poveri vergognosi, e particolarmente gentil’huomini che non ponno andare accattando; albergano i peregrini, ma non essendovi luogo capace et atto per questo qui lo fanno per opera d’un’altra compagnia, detta della Trinità. Et il tutto lautamente si fa, per essere stato il detto monte accresciuto dalla pietà de’ napoletani con amplissime heredità, arrivando hoggi ad havere 30 mila scudi di rendita.
Il Monte e Banco de’ Poveri, pp. 65-68.
Di questo sacro luogo e banco (che hoggi è de’ più ricchi della nostra città) è di bisogno darne minuta notitia per dimostrare quanto il Signor Iddio sa prosperare quelle opere di pietà che tendono agli ajuti de’ poverelli. Circa gli anni 1563, mentre calavano dal tribunale gli avvocati ed i negotianti, un povero prigione, havendo cacciato da’ cancelli un giubbone, stava gridando: “Signori pietosi, per cinque carlini che non ho, non posso uscir da queste carceri; vi supplico, in nome di Giesù Christo, ad improntarmeli, col tener questo in pegno”. Un avvocato, inteneritosi, li donò i cinque giulii in limosina, lasciandoli il giubbone. Con questo esempio poi, molti carcerati dagli cancelli facevano lo stesso, offerendo robba in pegno. Lo stesso huomo da bene che havea fatta la limosina al primo s’unì con altri curiali, e con la limosina che ciascheduno contribuì secondo le proprie forze fecero una picciola somma di danaro, e stabilirono che fusse impiegata alla commodità de’ poveri prigioni che, per sovvenire alle loro necessità, volevano impegnare qualche cosa; ed a tale effetto ottennero dal regente della Vicaria una picciola stanza nel piano dello stesso cortile presso delle scale per le quali si va sù nella sala del conseglio, dove anche si conservavano i pegni.
Ma questi buoni e pii cristiani non si fermarono in questo; nello stesso anno, ottenuta dagli padri di Santi Apostoli nella loro casa una stanza, vi fondarono una compagnia o congregatione sotto il titolo di Santa Maria Monte de’ Poveri, e con ferventissimo zelo di carità andavano questurando per mantenere non solo l’impegno già detto, ma per sovvenire altre necessità. A tale effetto nell’ultima domenica d’agosto eligevano nove governatori, secondo le nove ottine, ed ogn’uno di questi governatori deputava tre o quattro persone nel giorno del sabbato ad andar questurando per l’ottina che li stava incaricata. Da questi nove governatori, in ogni mese, s’eligeva a sorte uno che havesse havuto pensiero d’introitar le limosine, aprendosi in ogni prima di mese le cassette della questura, ed ancora per tener conto dell’introito ed esito che si faceva in quel mese, e chiamato veniva Menzario. Nell’anno poscia 1571, dovendosi rifare la casa dei Santi Apostoli, li fratelli sodetti passarono ad unirsi in alcune stanze che nella chiesa di San Giorgio v’havevano l’estauritarii di quella chiesa, ed ivi attesero con maggiore fervore non solo all’opera de’ carcerati, ajutando a discarcerare coloro che stavan ritenuti per debiti, ma ancora a sovvenire i poveri vergognosi, visitadoli nelle loro case quattro volte in ogn’anno per tutta la città. E vedevasi che il Signore vi concorreva con modi speciali, essendo che le limosine erano abondantissime. Desiderando poscia i fratelli d’havere un luogo proprio da congregarsi, nell’anno 1575 ottennero dal canonico abbate di San Giorgio il portico della chiesa ed una cappella che li stava nel lato, intitulata San Severo il Vecchio; e qui diedero principio ad una famosa cappella per lo publico, e sopra ad un ampio oratorio dove si congregavano in ogni festa a recitare i divini officii et ogn’altra cosa che per detta opera era di necessario; e questa fabrica fu fatta a spese de’ medesimi fratelli, senza toccare il danaro dell’opera, e non havendo tutto il danaro pronto, ne presero una somma ad interessi, obligandosi ogni fratello nomine proprio. Essendosi nell’anno 1579 terminata la fabrica, vi passò la Compagnia, et ivi con nuove regole s’assodò; e fra l’altri fu stabilito che non s’eligesse governatore che fratello non fusse. Impetrarono larghe indulgenze dalla santità di papa Gregorio XIII e si diedero con maggior fervore alle di già principiate opere di pietà.
S’assodò il monte per l’impegno non solo per li carcerati della Vicaria, ma per altri poveri, con ampio privilegio di don Pietro de Giron duca d’Ossuna, viceré. Nell’anno 1585 s’ampliò il luogo già detto dell’Impegno, dentro del cortile della Vicaria, dove ancora eressero una cappella, che fin hora vedesi in piedi; ed in ogni mese eliggevano un fratello, con titolo di Menzario, che havesse dovuto assistervi e tener peso del danajo, un altro per Guardarobba, che custodiva i pegni, ed un altro con titolo di Secretario, che notava i pegni, i dispegni e tenea conto delle spese del Menzario e del Guardarobba. S’ottenne ch’ i fratelli sudetti potessero ricevere depositi per servirsene, bisognando, per l’opra sudetta e per cautela de’ depositanti, farne fede che havesse forza di scrittura publica. Hor dopo molte e molte contrarietà incontrate su questo (come è solito ne’ principii dell’opere di Dio) per la somma diligenza, valore ed assistenza zelante de’ fratelli, e particolarmente di Lnrenzo de Franchis, figliuolo di Vincenzo, insigne presidente del Sacro Consiglio, in quel tempo avvocato fiscale di Vicaria e priore di questo luogo, huomo d’una eccessiva carità, restò in tutto sodamente stabilito in modo che viddesi crescere a momenti e principiò ad haver forma di publico banco, havendo di già sodisfatti tutti i debiti che contratti haveano, chiamandosi bensì per molto tempo Casa di Depositi, continuando il modo de’ conti nella forma come sopra, in modo che stimossi maraviglia che gente inesperta nella materia de’ conti, perché tutti eran quasi della profession legale e dottori, non fussero caduti in errori e disordini. Bisogna dire che così sa fare il Signore, ch’elegge poveri pescatoi al gran ministerio dell’evangelizzare. Nell’anno poi 1608 essendo cresciuta l’opera, vi si posero ministri stipendiati, come negli altri banchi; cioè cassiero, libro maggiore, pandettario e giornali, e così si mutò nell’anno 1609 il nome di Cassa di Depositi in quello di Banco, e doppo degli stessi fratelli vi si fecero sodissime costitutioni circa 1’amministratione che approvate vennero poi dal regio Collaterale, e con privilegio confirmate dal signor viceré.
Cresciuta a tal segno l’opera, incapace si rendeva l’antico luogo della Vicaria, che però nell’anno 1616 comprarono per diecimila scudi da Gasparo Ricca questo palagio, ed havendolo reso atto all’opera de’ pegni e per lo banco, vi si trasferirono a’ 9 di marzo del 1617. Hoggi, per la vigilante accuratezza di chi lo governa, è de’ più ricchi e de’ più sodi luoghi della nostra città, in modo che ne’ tempi calamitosi della nostra patria, quando gl’altri banchi vacillavano, questo si mantenne sempre fermo.
S’intitula questo banco del Monte de’ Poveri del Nome di Dio, e questo aggiunto del Nome di Dio l’hebbe così. Nell’anno 1583 formata venne una compagnia di 29 gentil’huomini dentro la chiesa di San Severo, sotto la guida del padre maestro fra Paulino da Lucca de’ predicatori, religioso per la bontà della vita venerabile; ed i fratelli di questa compagnia attendevano non solo alle cose appartenenti alla buona via dell’anime loro, ma all’ajuto del prossimo, visitando i carcerati e sovvenendo i poveri vergognosi et altre opere di misericordia. Ma perché questa compagnia s’esercitava in opere di pietà consimili a quelle del Monte de’ Poveri, con questo s’unì nell’anno 1588 e chiamossi la Compagnia del Nome di Dio del Monte de’ Poveri. Poscia questa unione, per gelosia di precedenze, si disunì non essendo durata più che per nove mesi. Nel gennajo poi dell’anno 1599 si riunirono di nuovo formando nuove regole e statuti fra di loro, quali furono assodati con decreto dell’ordinario, chiamandosi il Monte de’ Poveri del Nome di Dio. La chiesa, poi, e l’oratorio che stavano eretti, come si disse, nella porta maggiore della chiesa di San Giorgio, con l’occasione che i padri pii operarii diedero principio alla nuova chiesa, furono trasportati nell’anno 1643 nella casa del banco, dove rimediarono un oratorio al meglio che si poté, sopra del guardarobba de’ pegni; indi fabricarono col disegno di don Giuseppe Caracciolo, nobile molto virtuoso, dentro la cappella del cortile, un nuovo oratorio, che per l’ampiezza, politia ed ornamenti è degli più belli di Napoli. E nel cavarsi per far le fondamenta vi si trovarono maravigliose vestigia dell’antico ginnasio e delle terme. Le dipinture che in questo si vedono, così ad oglio come a fresco, sono del pennello del nostro Luca Giordani, e sono delle studiate; i sedili son tutti di finissimo legname di noce; il quadro che sta nella cappella di fuori è di mano del nostro Giovan Antonio d’Amato.
L’ Ospedale degl’Incurabili, pp. 89-90.
Presso di questa vedesi la porta del cortile del nostro famoso Ospedale degl’Incurabili detto, dalla parte di Sant’Anello. È luogo questo degno veramente d’essere osservato per meditarvi l’opere di Dio e la gran pietà de’ napoletani, nella magnificenza dell’edificio e nel mantenimento di tanti poveri. Conosce la sua fondatione da una donna, per verificarsi che molte volte il Signore eligge i più fiacchi a far cose grandi. Francesca Maria Lnnga, moglie di Giovanni Lnngo, regio consigliero e poi regente di cancellaria, nell’anno 1519 fu ella soprapresa da una fiera infermità che torpandoli le mani et i piedi la rendeva ihhabile al moto; disperando ogn’ajuto dagl’humani rimedii, ricorse agli divini, entrandoli nel cuore che per intercessione solo della Vergine ella poteva ricevere la gratia della salute dall’onnipotenza divina; però si risolse di volere andare a supplicarla nella sua propria e santa Casa di Lnreto. Pertanto si fe’ portare in lettica in quel miracoloso santuario. Giuntavi nel giorno della Pentecoste, con una viva speranza della salute si fe’ introdurre in quell’officina de’ miracoli, in quella santa casa dove principiò il miracolo de’ miracoli; ma havendo pregato54 prima un nobile suo genero che l’accompagnava, che havesse detto al suo sacerdote che celebrasse la messa nella quale si legge quell’Evangelio di Christo signor nostro che sanò il paralitico, il gentil’huomo rispose che nella sollennità di quel giorno non si poteva leggere quell’Evangelio, assignato nel venerdì doppo la Pentecoste. Si quietò Francesca, ma entrata nella cappella, come si disse, trovò un sacerdote che principiava la messa, et era appunto quella che desiderava; onde piena d’una fiducia consolata della sua salute nell’udire quelle parole “paralitico, tibi dico, surge” si sentì di fatto sciogliere le membra e s’alzò libera. Si prostrò in rendimento di gratie avanti 1’imagine della Vergine, e fe’ voto di servire gl’infermi in tutto il tempo che l’avanzava di vita. Stupito ogn’ uno all‘evidenza di così gran miracolo, rendeva gratie alla Madre delle Misericordie, e tanto più vedendo Francesca tornarsene in casa a piedi. Fu cercato da per tutto il sacerdote che celebrato haveva, ma non fu possibile haverne novella. Un divotissimo sacerdote che serviva quella Santa Casa ricorse all’ orationi, e nell’ orationi li fu rivelato essere stato il principe degli apostoli san Pietro, comandando ch’ avertisse la donna ad adempire il voto già fatto. Francesca avanti l’imagine della Vergine sollennemente lo ratificò. Tornata in Napoli con meraviglia d’ogn’uno sana e vigorosa, si diede con una carità da serafina a servire gl’infermi nell’Ospedale di San Nicolò della Carità, presso del molo. Vi continuò il servitio per un anno, ma conoscendolo la fervorosa serva di Dio campo troppo angusto alla grandezza del suo fervore, deliberò di fondare a proprie spese una casa più ampia, et in luogo più ameno; che però, col parere dei primi medici della città, non trovando aria più salutevole e confacente di questa detta di Sant’Anello, qui vi comprò alcune case, e nell’anno 1521, con breve del sommo pontefice Leone Decimo, diede principio alla nuova fabrica, et in brieve ne ridusse una parte habitabile. Havendo di già speso Francesca tutto il suo havere, per non far restare l’opera imperfetta, confidata nella divina provvidenza, principiò a chiedere elemosine a quei caritativi che venivano a visitare gl’infermi. Un giorno vi capitò un gentil’huomo per nome Inrenzo Battaglini bergamasco; Francesca li chiese qualche elemosina per la fabrica di quella santa casa. Il divoto Lnrenzo, chiesto da scrivere, li fece una polisa bancaria di dieci mila scudi e gliela diede. Francesca credendosi burlata, stiede in punto per lacerarla; un familiare di Lnrenzo che se n’ avidde l’impedì dicendo: “Signora, mandate hora nel banco che havrete il denajo”. E così appunto fu, onde ricevuto quest’impensato soccorso, rese gratie infinite alla divina pietà che non manca mai d’ajuto a’ suoi poverelli. Si diede a perfettionare l’opera, et havendovi instituito un modo di governo di laici, ella essendo di già vecchia, si ritirò nel monasterio delle Cappuccinelle, da lei medesima fondato, et ivi santamente morì, come nella seguente giornata si dirà.
I napoletani poi inclinatissimi all’opere di pietà coll’esempio di Francesca Maria, concorsero a gara all’ aiuto e mantenimento del luogo e, con molte ampie heredità lasciateli, in brieve si vidde non solo perfettionato et ampliato anche nella chiesa, ma arricchito in modo che non ha in che cedere a qualsisia ospedale dell’Europa. L’opere di questa santa casa sono queste: ricevono tutti gl’infermi incurabili, così huomini come donne (le quali hanno ospedale a parte); mantengono tutti i matti della città, vestendoli di panno bianco; ricevono e governano tutti i ragazzi tignosi, et in tempo di necessità ricevono ancora i febricitanti. Nè solo questo, ma tengono un luogo per curare le piaghe dell’anime che vengono fatte dal peccato, che però, attaccato all’ospedale, vi è un ampio monasterio per quelle donne che lasciar vogliono le laidezze del mondo, e vivono sotto la regola di san Francesco. Sotto di questo vi è un altro monasterio per quelle che, entrate nel primo, vogliono poscia vivere con più strettezza di regole, e da riformate. Le monache del primo hanno cura di governare le donne inferme e le donne matte, potendo dal di loro monasterio passare nell’ospedale nel quale non vi ponno entrare se non i medici, barbieri e sacerdoti che vi son di bisogno, e le dame delle più principali della nostra città, che in alcuni giorni della settimana vi si portano con indicibile carità a servire quelle miserabili, nettando loro con le proprie mani il capo, facendoli i letti e somministrando loro il cibo, come anco si vede l’ospedale degl’huomini con pietà christiana in ogni giorno fraquentare da congregationi di mercadanti, di gentil’huomini e di cavalieri, servendo quei poveri infermi, somministrando loro a proprie spese pulitissimi e commodi pranzi. E veramente questa grand’opera pia è degna per l’esemplarità et edificatione d’essere da’ signori forestieri osservata. Mantiene questa santa casa un altro spedale nella Torre del Greco, per li poveri ettici, essendo quest’aria esperimentata per ottimo rimedio a simili malori. Un altro spedale apre a Pozzuoli, quando si danno i remedii de’ bagni.
Vedesi in questa santa casa formata un’ampia e commoda chiesa, servita da venti preti e dodeci chierici, agli quali, oltre del solito salario, loro si dà stanza, pane, vino e carne et il companatico nelle giornate di magro; e questi soggiacciono al di loro superiore che detto viene correttore, il quale anco presiede nelle cose spirituali agli già detti monasteri. In detta chiesa vi sono le seguenti reliquie: il braccio di san Mauro abbate, il braccio di sant’Agata vergine e martire, la testa di santa Dorodea, similmente vergine e martire. Su la porta dalla parte di dentro di detta chiesa vi era una bellissima tavola nella quale stava espressa la Trasformatione del Signore nel Monte Tabor che fu dipinta da Giovan Francesco Fattore, carissimo discepolo e allievo di Raffael d’Urbino, dal quale fu insieme con Giulio Romano lasciato herede; ma hora non vi è più, essendo che da’ signori governatori del luogo fu donata ad un viceré. Vi si vedono molti sepolcri e fra questi quelli d’Andrea di Capua e di Maria Aierba d’ Aragona, le statue degli quali et i mezzi rilievi sono opera di Giovanni di Nola. Nel cortile poi vi si vede una famosa farmacopea, macello, forno, cantina et ogn’altra officina necessaria al mantenimento di detto spedale.

Giornata seconda

Farmacopea della Carità, p. 3.
Segue poscia la famosa piazza detta della Carità, di cui veder forse non si può simile in tutta l’Europa, essendo che in essa, in ogni tempo, in ogn’hora, vi si può havere quanto si sa desiderare di comestibile, e particolarmente di frutta, che in tutto l’anno vi si trovano freschi, e talvolta se ne vedono e nuovi e vecchi. Non vi mancano mai fiori, e quanto in somma può dilettare il gusto humano. Prende il nome da una chiesa che in detta piazza si vede, dedicata alla Vergine col titolo della Carità; e la sua fondatione l’hebbe così: molti pii napoletani, vedendo che molti poverelli miserabilmente morivano, essendo impotenti a spendere a medici et a medicine, instituirono una compagnia, con istituto d’andar continuamente attorno per il loro quartiere osservando dove erano poveri infermi per sovvenirli; et a tale effetto eressero la detta chiesa, dove si fussero potuti adunare; e presso di detta chiesa un’ampia e ben proveduta farmacopea, appunto dove al presente si vede. Fu l’istituto approvato da Paolo Terzo, che l’arricchì d’infinite indulgenze, inviandoli una tavola dalla Santità Sua benedetta, dove sta espressa la Santissima Vergine col suo Figliuolo in seno e san Giovanni Battista, opera di Giulio Romano, che è l’istessa che sta situata con molta veneratione nell’altare maggiore. Poco doppo Paola Acquaviva lasciò, nell’ultimo suo testamento, a detta confraternita docati 3000 con obligo di fondare un conservatorio per le povere donzelle che non havevano modo di potersi collocare in qualche monasterio, e per le miserabili che portavano qualche pericolo in casa de’ parenti. Fu puntualmente eseguito, ma poi, essendo stati fondati nella città ampii famosi e commodi ospedali per l’infermi, la prima opera fu dismessa; et essendo mancate le rendite nel già detto conservatorio, si risolse d’accettarvi donzelle con l’elemosine dotali, et al presente è uno de’ famosi collegii che sia in Napoli, dove non s’ammettono che figliuole de’ primi et honorati cittadini di Napoli.
Nell’anno 1626 vi furono introdotti i padri della congregatione de’ pii operarii a governarle, ma doppo molt’anni per alcuni degni rispetti se ne partirono. Questa chiesa era prima governata da nove governatori, che s’eliggevano dalla detta confraternita, ma hora ha mutato forma e si eliggono dal signor viceré in numero di cinque con un delegato, restando il detto colleggio sotto la regia protettione.
La tribuna di detta chiesa vedesi dipinta da Pietro d’Arena.
In questa chiesa, nell’anno 1597, dal signor cardinale Alfonso Gesualdo di buona memoria vi fu
appoggiata una delle 15 parocchie dal detto signore fondate, essendosi ampliata la città, e
particolarmente in questa parte, con la acennata nuova strada detta di Toledo. A sinistra, passata
questa chiesa, vedesi la casa dell’antica famiglia Della Porta, dove nacque il nostro Giovan Battista
della Porta.
Conservatorio al Paradisiello, pp. 5-6.
Nel mese di novembre dell’anno 1555 alcuni pii napoletani illuminati dallo Spirito Santo, per ajuto del prossimo, formarono una confraternita e principiarono a congregarsi nella chiesa de’ Santi Apostoli, colla direttione del padre maestro Ambrosio Salvio, apostolico predicatore domenicano, che poi fu assunto al vescovato di Nardò. Riuscendo il luogo già detto incapace, passarono a congregarsi nella chiesa di San Giorgio Maggiore; ma il concorso grande di persone d’ogni qualità che venivano ad ascriversi et a frequentare i santissimi sacramenti fece risolvere la compagnia a cercare un luogo più ampio e più commodo, che però elesse quello di San Domenico, dove a’ 6 di novembre dell’anno 1557 si trasferì. Ma tuttavia maggiormente crescendo, risolsero di fabricare una chiesa, et a tale effetto comprato un territorio detto il Paradiso, che stava fuori la Porta Reale Vecchia, appunto dove è il giardino della casa de’ signori Duchi di Monteleone hora de’ Duchi di Cantalupo, quivi in breve l’eressero, dove nell’anno 1562, colla guida del medesimo maestro Salvio, fecero alcune capitolationi, approvate e confirmate dalla santa memoria di Pio Quarto, concedendo alla detta confraternita molte indulgenze, privilegiandola col farla capo di tutte l’altre confraternita di Napoli. Si stabilì ancora d’erigere due conservatorii: uno per le figliuole vergini de’ poveri confrati, l’altro per le figliuole et altre donzelle che stavano in potere di donne prostitute, con pericolo di perdere la verginal pudicitia.
Conservatorio degli orfanelli poveri di Gesù Cristo, p. 25-26.
Hor caminando avanti verso San Lorenzo per la strada anticamente detta del Sole, vedesi a sinistra un vicolo detto de’ Panettieri, perché qui dentro anticamente s’ammassava il pane, che publicamente si vendeva; vedesi a questo vicolo attaccato un seminario o conservatorio d’orfanelli detti i poveri di Giesù Christo, et hebbe la sua fondatione nell’anno 1589 nel qual tempo fu una gran carestia in Napoli, et i poveri ragazzi morivano per la fame e per lo freddo nelle strade: onde mosso a pietà un tal Marcello Fossararo terziario di san Francesco l’andò raccogliendo, e gli ridusse in una casa appiggionata; andando per sovvenirli accattando per la città, e precisamente di notte, dicendo: “Fate carità agli poveri di Giesù Christo”. I napoletani prontissimi ad ogn’opera di pietà cominciarono ampiamente a sovvenirli in modo che presto si comprarono più case, dove si fondò un commodo conservatorio, et anco fu proveduto di rendite al mantenimento de’ detti ragazzi che vivono sotto la protettione dell’arcivescovo, il quale vi destina un canonico per protettore. Quivi imparano a leggere e scrivere, e la grammatica, et anco attendono alla musica, nella quale ne sono usciti ottimi sogetti. Vestivano prima questi ragazzi di panno bigio di san Francesco. Il signor cardinale Caracciolo poi volle che vestissero con la sottana rossa e con la zimarra azurra, come appunto sogliono dipingere vestito Giesù Christo. Questo luogo è stato hora ridotto in bella e commoda forma essendo protettore il canonico Michel Angelo Cotignola havendoci speso molto del suo.

Giornata terza

Ospedale di San Michele, p. 48.
Attaccato poi alla chiesa di Sant’Andrea, che vedremo appresso, vi era un hospedale per i poveri studenti in tempo d’infermità. Questo hospedale poi, o per le continue guerre de’ tempi andati, o per altre disgratie accadute nella nostra città, fu dismesso. Rainaldo Brancaccio, creato nel 1384 cardinal diacono del titolo di San Vito e Modesto, fundò questa chiesa juspatronato della famiglia Brancaccia, la dedicò all’arcangelo San Michele, e la cagione fu questa: vi era una chiesa dedicata al glorioso arcangelo chiamata San Michele a Marfisa, conceduta (come si disse) da’ monaci benedettini a’ frati domenicani; la chiesa predetta mutò titolo; il cardinal predetto, ciò vedendo, fundò questa e la dedicò al detto arcangelo San Michele; ed essendo io ragazzo, da un vecchio mi fu detto che vi havesse trasportata la stessa tavola dove stava dipinto l’Arcangelo della chiesa di Marfisa, che è quella che si conserva nella sacristia.
Fundata questa chiesa, sapendo che in questo luogo vi stava l’antico hospedale de’ poveri studenti, perché non fusse mancata a’ miserabili quest’opera di pietà, si fece concedere dal sommo pontefice le case e le rendite che all’antico hospedale stavano addette, e, con altre che v’aggiunse delle sue, ne fundò un altro a questa chiesa attaccato, che finhora con ogni attentione e puntualità si è mantenuto e si mantiene, e volle che il governo della chiesa e del detto hospedale fusse esercitato da due cavalieri eligendi in ogn’anno dalla piazza di Nido, e che uno delli due sempre fusse della casa Brancaccio.
Ospizio di Sant’Andrea, pp. 52-53
E per darne qualche notitia: la prima, che sta a man destra quando si va, è l’antichissima chiesa dedicata al primo apostolo Sant’Andrea, eretta in tempo dell’imperator Costantino, come si ha per traditione, e questa fu una delle 6 chiese greche; poscia fu degli studenti, perché presso di questa stava la Publica Università, e nel giorno natalitio del santo v’andavano in processione con i loro lettori, portando ogn’uno una candela di cera in honore del glorioso Apostolo, e se uccideva un porco, e dividevasi agl’istessi lettori; e scrivono alcuni, come si disse, che questo fusse un rito antico de’ Gentili, che sacrificavano il porco a Cerere, il di cui tempio stava dove poch’anzi40 fu dimostrato. Presso di questa chiesa si manteneva un hospedale per li poveri studenti infermi, quale hoggi sta trasportato, come si disse, nella chiesa di Sant’Angelo.
Ospedale di Santa Maria a Selice, p. 83
Il vico dirimpetto a destra, che va giù, anticamente dicevasi degl’Orimini, famiglia spenta nel seggio di Cimbri; hora dicesi del Campanile di San Giorgio, e questo vicolo termina hora nella chiesa di San Severo, governata da padri domenicani, che vi hanno un ampio e commodo convento fabricato nell’antichissima casa (che anco ne serba la facciata) dell’antica casa Cuomo, benché altri vogliono che fosse stata prima di Lucretia d’Alagni, amata dal re Alfonso I, ma non è così. Questa era un’antica chiesa sotto il titolo di Santa Maria a Selice, con un hospedale per li poveri, edificata da Pietro Caracciolo, canonico et abbate di San Giorgio, e fu juspatronato della famiglia Caracciola de’ signori conti di Biccari e duchi d’Airola; essendo poscia ruinata, fu concessa ad alcuni devoti del quartiere, quali, havendola riedificata, la dedicorno a San Severo vescovo di Napoli, il corpo del quale sta collocato nella vicina chiesa di San Giorgio. A’ dì 3 di maggio poi dell’anno 1575, coll’assenso di Paolo Tasso, canonico napoletano e rettore beneficiato di detta chiesa, fu conceduta a fra Paolino da Lucca della famiglia Berardina, che ridusse la sua religione nella provincia d’Apruzzo nell’osservanza antica della regola, et ad altri suoi frati compagni. Questi, presone il possesso con ampie elemosine de’ napoletani, e particolarmente con quelle del Marchese d’Umbriatico, in brieve la riedificò di nuovo col disegno di Giovan Battista Conforto, e con questa anco il convento, come si disse. Sta bene officiata e comoda d’argenti et apparati.
Ospedale di San Camillo, p. 83-84.
Seguitando il camino dalla Piazza delle Crocelle, la quale prende il nome dalle croci di panno leonato che portano in petto e nel mantello i padri ministri degl’infermi, la chiesa e casa de’ quali, che qui si vedono, hebbero questo principio. Il padre Camillo de Lellis, nato nel castello di Bucchianico della provincia d’Apruzzo, diocesi di Chieti, doppo d’havere emendata la vita, per prima menata tra le mondane scialacquatezze, si ridusse veramente a Dio, e si diede a tanto fervore di spirito che fundò con utile grande del prossimo una congregatione di chierici con instituto et obligo di voto di servire gl’infermi anco appestati; e questa fundatione fu nell’anno 1584, e confirmata et approvata dal pontefice Sisto Quinto a’ 18 di marzo del 1586, et anco da Clemente Ottavo, e privilegiata con molte esentioni. Il dottor Mira, spagnuolo, che fu vescovo di Castell’a Mare di Stabia, grand’amico del padre Camillo, trattò coll’istesso padre che fundasse in Napoli una casa della sua congregatione, per l’utile che potevano ricevere i poveri infermi et agonizanti dalla carità di quei padri. Fu conchiusa la fundatione, et a’ 28 d’ottobre del 1588 il padre Camillo con altri suoi compagni vennero in Napoli, e per qualche tempo si trattennero in una casa a pigione. Passarono poi nella chiesa di Santa Maria d’Agnone (monasterio dismesso), poi donna Ruberta Carrafa, donna Costanza del Carretto e donna Giulia delle Castella donarono alli padri scudi 15 mila, colli quali comprarono molti palazzi in questo Vico de’ Mandesi, e particolarmente quello della famiglia Galeota, di Mario, molto grande, et ivi fundarono e la loro habitatione e la chiesa dove al presente si vede. Nell’anno poscia 1638 in circa, coll’ajuto de’ complatearii e d’altri devoti, furono buttate giù le case che stavano avvanti la chiesa, e si formò questa piazza.
Santa Casa dell’Annunziata, pp. 93-94.99-100.
Hora veder si può le famosissime chiesa e casa della Santissima Annuntiata, nelle quali più che in ogn’altro luogo della56 nostra città spicca l’eccessiva pietà de’ napoletani. Hebbe questo gran luogo principii molto deboli, et in questo modo. Nel tempo di Carlo Secondo, re di Napoli, nella guerra ch’hebbe in Toscana, in una battaglia rimasero prigionieri Nicolò e Giacomo Sconditi, fratelli nobili della piazza di Capuana. Era per sett’anni durata la loro prigionia nel castel di Montecatino, né modo trovavano di libertà. Invocarono la Vergine Santissima, supplicandola d’impetrarla da Dio facendo voto, se liberi nella patria ritornavano, di edificare ad honor suo una chiesa. Miracolosamente nel vegnente giorno ottennero la sospirata gratia, apparendoli l’istessa Vergine con l’angelo Gabriele a consolarli. Giunti liberi e lieti in Napoli nell’anno 1304, in un luogo donatoli da Giacomo Galeota nobile dell’istessa piazza, quale luogo chiamato veniva il Male Passo, essendo che spesso vi si commettevano maleficii, v’edificorno una picciola chiesa in honore della Santissima Vergine dall’angelo Gabriele annuntiata, in conformità dell’apparitione havuta nella loro prigionia; e questa chiesetta fu edificata nel luogo già detto dove hora è la chiesa della Maddalena. Vi fundorono ancora una confraternita, detta de’ Battenti Ripentiti, nella quale vi si ascrissero, oltre quelli del sangue regale, i primi signori e baroni del Regno in quel tempo, in modo che crebbe a tal segno che in brieve vi edificarono un commodissimo hospedale per li poveri infermi. Nell’anno poscia 1324 havendo ricevuto in iscambio (come si disse) dalla regina Sancia e con licenza dell’arcivescovo e del suo capitolo questo suolo di maggior grandezza, e con questo tutto quel denaro che bisognava a fabricare la nuova chiesa et hospedale, diedero fervorosamente principio alla fabrica. Havendo poi la stessa regina ottenuto dal re Roberto suo marito cinque mila oncie d’oro in ogn’anno per poterli impiegare a sua dispositione ad opere di pietà, ne dispose una gran parte al sussidio di questo santo luogo.
Nell’anno poscia 1438 la regina Giovanna la Seconda vedendo il luogo incapace alla moltitudine
degl’infermi che vi concorreva, a sue proprie spese lo riedificò da’ fondamenti nell’ampiezza nella
quale si vede, et havendolo ridotto a fine, lo dotò di molti beni stabili, consistenti in case dentro della città et in territorii nella terra di Somma. La regina Margherita di Durazzo, madre del re Ladislao, ottenne dal figliuolo di poter disponere della città di Lesina presso il Monte Gargano a beneficio di qualche chiesa, non ostante che fusse passata ad manus mortua. S’infermò Margherita, si ridusse agl’estremi, né giovandoli punto humana medicina, ricorse alla divina, invocando la Santissima Vergine che si fusse degnata d’impetrarle la salute, facendo voto, se l’otteneva, d’applicare la città di Lesina a qualche chiesa al suo nome dedicata. Fatto il voto, nella notte seguente l’istessa Vergine li comparve, et assicuratala della salute, accettando l’offerta, l’ordinò che l’havesse applicata all’hospedale eretto sotto la sua protettione. La buona regina vedendosi di fatto già sana, in adempimento del voto, a’ 6 di novembre del 1411 donò a questo luogo la già detta città che al presente si possiede, ancorché dal tremuoto nel tempo d’Alfonso Primo sia stata da’ fundamenti ruinata.
Vi sono concorsi poi ad arricchire questo luogo e nobili e cittadini con ampie donationi di molti feudi e con opulentissime heredità, in modo che questa santa casa si può stimare la più ricca non solo in Napoli, ma in tutta Italia. Basterà solo dire, per argomentare la sua ricchezza, che alimenta in ogni giorno più di 2500 persone in tante figliuole esposite, che sono arrivate talvolta al numero di 600 dentro del conservatorio, in tanti bambini similmente espositi, che si danno a lattare per la città, pagandosi in ogni mese la nutrice; in tanti infermi, de’ quali sempre l’hospedale abbonda; in tanti sacerdoti e chierici che servono così in questa casa e chiesa come nell’altre delle quali ne ha pensiero; in tanti e tanti ministri così della casa come del banco, et in quelli che servono gl’hospedali; oltre le spese delle doti che si danno alle figliuole esposite che si trovano a maritare, alle fabriche, a tante sovventioni de’ poverelli, alla ricca sopellettile della chiesa, che simile non ha chiesa d’Italia. E per dare qualche notitia del bello e del curioso che qui si vede in particolare, si principiarà dalla chiesa.
Questa circa l’anno 1540 fu riedificata da’ fundamenti col model[308]lo e disegno di Ferdinando Mallio, insigne architetto e matematico napoletano, nella forma che al presente si vede, perché l’antica era incapace al concorso de’ devoti. (…) Tornando nel cortile maggiore, a lato di detta fontana vedesi il luogo del publico banco da detta santa casa eretto, e l’ampia scala, per la quale vassi all’hospedale, che si può dire il più bello che sia in Europa, e per l’ampiezza e per la situatione, essendo che può mantenere da 2000 infermi, et io posso dire d’havervene veduto in certo tempo da 1200. In questo si ricevono febricitanti e feriti, né vi manca commodità che si possa o sappia desiderare, e sono l’infermi con ogni puntualità et attentione serviti, et oltre di questo mantengono nel borgo della Montagnola un altro hospedale per li convalescenti, et in ogn’anno a suo tempo ne aprono un altro nella città di Pozzuoli per dare i remedii a’ poverelli delle stufe e de’ bagni. Dentro di questo cortile medesimo vi sono tutte le officine e per ammassare il pane e per lo macello. Vi è anco una farmacopea, che è delle belle e ricche di Napoli, non mancando in essa quanto si può dar di rimedio.

Giornata quarta

Sant’Honofrio de’ Vecchi, pp. 11-12
Poco da qui distante vedesi un’ampia chiesa dedicata al santo anacoreta Honofrio. Era prima detta Santa Maria del Carmine, ma da alcuni confrati essendovi stata trasportata una divota imagine del santo, si degnò il Signore, per mezzo di questa, di concedere a’ napoletani infinite gratie; per lo che diluviorno l’elimosine et l’oblationi, in modo che nell’anno 1606 si principiò quest’ampia chiesa comprandovi un famoso palazzo, che era della famiglia Di Gennaro, nobile del seggio di Porto, e vi s’introdusse un’opera di pietà, che è di alimentare e mantenere i poveri vecchi, inhabili, e chiamasi Sant’Honofrio de’ Vecchi.
Ospedal di Cola di Fiore, p. 37
Tirando avanti a sinistra, si veggono alcuni archi sopra d’alcune boteghe, e questo luogo vien chiamato l’Hospedal di Cola di Fiore, et è bene haverne notitia per essere gratiosa. Essendo questo Cola un huomo ricco ma pio e da bene, fondò quivi un hospedale a proprie spese per li poveri infermi, e servir li faceva con ogni carità e diligenza. In un giorno trovandosi Cola nella Pietra del Pesce, trovò un miserabile scarpinello che a concorrenza si comprò un pesce per tre carlini.
Interrogò lo scarpinello perché lo comprava. Rispose: “Per mangiarmelo”. “E quando stai infermo (soggiunse Cola), come fai?” “Ecco vicino (replicò l’altro) l’Hospedale di Cola di Fiore”. Il buon huomo a queste risposte, riflettendo che la carità che faceva dava motivo alla gente bassa di crapulare e di non pensare a quello che accader li poteva, con un modo stravagante dismise l’hospedale et attese ad altre opere di pietà.
Ospedale della Nave, pp. 52-53
Carlo Terzo re di Napoli fece ingratamente morire la regina Giovanna Prima, la morte della quale fu malamente sentita da’ napoletani, e però se ne vedeva espressione di dolore. Il Re, politico, cercò di divertire gli animi appassionati con feste e giuochi d’armi per più giorni nella Strada delle Correggie, instituendo ancora l’ordine de’ cavalieri della Nave, cioè della nave d’Argo, per animare i cavalieri che a quest’ordine ammessi venivano ad imitare il greco Giasone, che con i suoi compagni i primi furono a porre nel mare la nave per andare alla conquista del vello d’oro: spiegavano questi per insegna nella sopraveste una nave con l’onde sotto d’argento, e nel mezzo di detta nave vi si vedeva un albero con una palla nella cima, e su la palla una croce, nel mezzo di quest’albero una antenna, come in marmo si vedono scolpite nelle sepolture e Cappella di Petraccone Caracciolo, che stan situate presso le scale del maggior altare della Cattedrale, dalla parte dell’Epistola, e di Tomase Boccapianola, situati nella stessa Cattedrale presso la porta della chiesa di Santa Restituta, ed altri. Havendo instituito quest’ordine, volle darli prottettore san Nicolò di Bari, ed a tale effetto presso la marina fondò una chiesa ed al detto santo la dedicò, ed il luogo fu non molto lontano dal torrione maggiore del Castelnuovo che guarda il molo: ed in questa chiesa i cavalieri sudetti ricevevano l’habito e facevano li loro spirituali esercitii. E questa fondatione fu circa gli anni 1381; la dotò ancora di molte rendite.
Nell’anno poscia 1425 la regina Giovanna Seconda l’ampliò e l’accrebbe la dote; e perché era quasi dismesso l’ordine della Nave, vi fondò un ospedale per i poveri marinari infermi, e volle che fusse governato da due nobili del seggio di Porto e da otto cittadini, assegnando l’ottine dalle quali elegger si doveano.
Nell’anno poscia 1527 fu la chiesa predetta diroccata per ordine del viceré don Pietro di Toledo, con l’occasione d’ampliare la Piazza del Castello, ed a spese regie assieme con lo spedale fu redificata dove al presente si vede: ed in questo spedale servì per molto tempo Maria Francesca Longo, che poi fondò l’Ospedale dell’Incurabili, come si disse. Hora per esser mancate le rendite sta dismesso. La chiesa sta ben governata, ed essendo stato, per opera de’ governatori, san Nicolò ammesso per protettore della città per le continue gratie che a sua intercessione alla giornata riceve, la statua, che fu fatta d’argento col modello del cavalier Cosimo, si conserva nel nostro Santo Tesoro; e nel suo giorno natalitio con solennissima processione si porta in questa chiesa e viene associata a gara dagli habitanti di quella ottina alla quale tocca in sorte. La chiesa sta al possibile modernata ed abbellita con istucchi dorati e dipinture del Binasca.

Giornata quinta

Monte de’ Poveri Vergognosi, pp. 2-3
Strada di Toledo, prendendo il camino a sinistra verso il Regio Palazzo, dall’una mano e l’altra vi troveranno bellissime habitationi palatiate, tutte quasi d’un’istessa altezza, e fra queste a man destra un famoso palazzo con una chiesa dentro che intitolata viene del Monte de’ Poveri Vergognosi.
Hebbe questo la sua fundatione dalla congregatione detta de’ Nobili, fundata dentro la Casa Professa, detto il Giesù Nuovo, de’ padri della Compagnia, e la fundatione fu in questo modo: circa gl’anni 1600, essendo in Napoli una gran carestia, s’andava da quei buoni fratelli quando si congregavano col cappello, ricercando qualche limosina per soccorrere in quelle correnti calamità qualche povero che si vergognava d’accattare; conoscendosi quest’opera necessaria, la pietà d’alcuni dell’istessi fratelli per istabilirla fece che alcuno di essi contribuisse qualche somma di denaro per ciascheduno, e fecero un capitale di quattro mila scudi, con obligo che i frutti s’havessero dovuto solo impiegare alla soventione de’ poveri vergognosi. Passò poscia a miglior vita Giovan Antonio Borrelli, nostro divotissimo cittadino e fratello antico della stessa congregatione, e lasciò herede del suo havere, che ascendeva alla somma di cento mila scudi, questo monte, con obligo d’impiegare i frutti alla stessa opera. Con questa heredità, e con altri legati pii ricevuti, vollero l’istessi fratelli edificare una chiesa col titolo del Monte de’ Poveri Vergognosi; che però nell’anno 1614 comprarono questa casa che fu del presidente de Curtis, che stava esposta venale, per docati 17 mila, e vi edificarono, dalla parte del giardino, la chiesa col disegno e modello
di Bartolomeo Picchiatti, et il rimanente del palazzo l’appiggionavano.
Ospedale di Santa Maria Incoronatella, pp. 9-10
Segue a questa l’antica chiesadetta Santa Maria della Incoronata, nella quale vi si cala per tredice scale, quando per prima vi si saliva, e questo per la causa accennata di sopra.
Questa chiesa è memoranda per la cagione della sua fondatione.
In questo luogo dagli regii Angioini vi fu eretto il tribunale per decidere le liti, e credo bene che in quei tempi fusse stato detto il Tribunal della Bagliva, atteso che doppo i passati travagli ricevuti da Lodovico re d’Ungaria, quale passò nel Regno per vendicar la morte d’Andrea suo fratello, tornò Giovanna in Napoli col marito a’ 21 di maggio del 1351; furono dal vescovo bragarense, legato apostolico, solennemente coronati, e la funtione fu fatta in questa strada delle Coregge, ed il palco regale fu eretto avanti del palazzo sudetto della giustitia. La Regina, in memoria d’un così lieto giorno volle che il tribunal sudetto fusse cambiato in una chiesa dedicata alla Vergine col titolo d’Incoronata, per la sua coronatione, come in effetto fu eseguito; né solo la chiesa vi fondò, ma ancora uno ospedale per i poveri, ed havendolo dotato di larghissime rendite lo diede alla cura de’ padri certosini o cartusiani, hora detti di San Martino; fece tutta dipingere la chiesa da Giotto, fiorentino dipintore insigne in quei tempi, tanto lodato dal Petrarca – fu questo discepolo de Cimabue, che fe’ ripatriare la dipintura in Italia –, e vi fece esprimere diverse istorie, e particolarmente la sua coronatione, nella quale si vedevano i ritratti al naturale della Regina, del marito, del Legato e di quei signori che intervennero alla funtione; hoggi stanno quasi tutti ruinati, sì per opera d’alcuni che han cercato di raderne il colore azurro oltramarino, che vi sta posto senza sparambio, sì anco per l’humido che è trapelato nelle mura, non havendo curato i monaci di mantenerle asciutte; è veramente compassionevole il caso. Essendo stata dismessa l’opera pia fondata dalla Regina, lo spedale è stato trasformato in magazino dove si vende vino; la parte superiore per ospitio de’ procuratori e d’altri monaci che vengono nella città, come anco per habitatione del sacrista e de’ preti che officiano nella chiesa; ma quel che è peggio, nel’alzarsi, come si disse, la strada intorno le mura della chiesa, vi si fecero alcuni ripari a modo di fossi perché
la terra accostata alle mura sudette non l’havesse inhumidite; i monaci, havendovi aperto un magazino5 di legname, l’hanno coverti de travi che espongono venali, cosa che la finisce di ruinare.
E qui è d’avertire una cosa: le dipinture sudette vanno dall’intendenti comunemente stimate del pennello de Giotti, i nostri scrittori l’asseriscono, Petrarca in una sua epistola ne fa mentione che anco in tempo della regina Giovanna si ritrovava in Napoli, e queste dipinture vennero fatte doppo la coronatione di Giovanna, che succedé nell’anno 1351; ed il Vasari porta nelle Vite de’ pittori fiorentini che Giotti passò a miglior vita nell’anno 1336, dello che si può credere che sia sbaglio del Vasari.
Brefotrofio alla Pietà dei Turchini, p. 11
In questa strada, che havendo lasciato il nome delle Correggie havea preso quello dell’Incoronata, nell’anno 1352 Lodovico in memoria della sua coronatione e per honorar questa chiesa vi stabilì in ogn’anno nel giorno della Pentecoste una festa reale, ed instituì l’ordine de’ cavalieri del Nodo, nel quale furono ricevuti i primi signori del Regno, e professavano di star sempre uniti al servitio della fede e del di loro re; portavano la loro divisa, e nel petto un nodo ben stretto, ancor che altri dicano nel braccio, di seta e d’oro, adornato di perle.
Dirimpetto a questa chiesa ve ne è un’altra similmente alla Vergine dedicata, sotto il titolo della Pietà de’ Turchini, per lo seminario che vi è de’ poveri orfanelli che di questo colore portano sottane e zimarre, e qui sono ricevuti e mantenuti con gran carità da’ governatori del luogo che vi mantengono preti secolari per maestri e rettori, dalli quali vengono eruditi prima nel santo timor di Dio, poi nelle buone lettere e nell’altre virtù, e particolarmente nella musica, nella quale riescono molti soggetti degni.
Quest’opera uscì dalla pietà de molti napoletani confrati bianchi di Santa Maria dell’Incoronatella, che sta nella Rua Catalana. Questi per alcune sciagure accadute nella nostra città nell’anno 1583, vedendo molti poveri ragazzi orfani andar dispersi di qua e di là senza agiuto, per far cosa grata a Dio nel sovenimento del prossimo, ne raccolsero molti e loro diedero ricetto in una casa contigua alla chiesa dove si congregavano; ma essendo cresciuto il numero, il luogo si rendeva angusto; che però, accumulate molte limosine, stabilirno di fundare una chiesa ed una casa più ampia, e comprato questo luogo vi diedero principio nel’anno 1592, e fu terminata nel 1607 nel modo nel quale si vede, tanto che va stimato de’ megliori in questo genere che s’habbia la nostra città.
Ospedale Santi Giacomo e Vittoria, p. 14
La chiesa è servita da un numeroso clero, e vi sono molte belle sepolture di diversi nobili spagnuoli, come si può vedere; vi si conservano di sante reliquie un pezzo del santo legno della Croce ed un osso della spalla di santa Barbara vergine e martire.
Da questa si può passare a vedere il cortile, nel mezzo del quale vi è una perenne fontana; vi è il parlatorio delle monache della Concettione, e da questo si può salire a vedere lo spedale, il quale è molto ampio, comodo e ben servito, ed in questo non si ricevono che poveri infermi della natione, così febricitanti come per ogn’altro accidente; e presso di questo ospedale è il pubblico banco, quale fu eretto nell’anno 1597.
Questa casa, banco e chiesa viene intitolata San Giacomo e Vittoria, atteso che vi fu unito nell’anno 1590 lo spedale già detto di Santa Maria della Vittoria, eretto nell’anno 1572 dalla buona memoria di don Giovanni d’Austria nelle case di Lucrezia d’Afflitto.

Giornata sesta

Ospedale dei Pellegrini, pp. 26-27
Entrando per questa porta vedesi una bella strada, che hora dicesi di Porta Medina, prima del Pertugio, ed ancho de’ Pellegrini perché a sinistra vedesi, fra li comodi palazzi che vi sono, un vicolo che va a terminare nel nobilissimo oratorio della Santissima Trinità, dal quale detta viene de’ Peregrini, ove s’albergano per tre giorni i poveri peregrini, e questo è il più bello che sta in Napoli e forse fuori, e maestoso, ed allegrissimo; nella parte esteriore comune a tutti vi si vede un bellissimo altare magiore con la Santissima Trinità intagliata in legno da Giovanni Conti; vi sono sei altari, tre da una parte e tre dall’altra, con quadri dipinti da nostri artefici; si stima però per cosa di molta consideratione quello che sta nella prima cappella dalla parte dell’Evangelio dove sta espressa la Morte di san Giuseppe in mezzo di Maria e Giesù, e questo con molta diligenza fu dipinto dal nostro Francesco Fraganzani. La soffitta e le mura stan tutte poste in oro, e con vaghi lavori; nella parte interiore, dove s’adunano i frati per li divini officii e per altre funtioni, sta ben disposta col suo altare e con sedili di legname di noce; i fratelli nelle publiche funtioni vestono un habito col suo cappuccio cremesi. Vien composta questa compagnia da nobili, da gentilhuomini, ed anco da honorati arteggiani, ed è bene dar qualche notitia della fundatione. La pietà d’alcuni nostri buoni cittadini cercarono di promovere una delle 7 opere della misericordia, qual è d’albergare i peregrini, che però nell’anno 1579 a questo effetto fundorno una compagnia nel monasterio di Sant’Arcangelo a Bajano, ma riuscendo il luogo scomodo, passorno l’opera nel monasterio di San Pietro ad Aram, dove stiede fino al’anno 1583. Don Fabritio Pignatello, cavalier gierosolimitano, fratello del Duca di Monteleone, possedeva in questo luogo un delitioso giardino, che per la sua amenità detto veniva lo Bianco Mangiare (che è una dilicatissima e regalata vivanda che si fa in Napoli, e particolarmente ne’ monasterii); essendosi fatte le nuove mura una gran parte di questo giardino fu chiuso dentro la città; la pietà di don Fabritio vi fabricò una chiesa in honor della Vergine, intitolandola Santa Maria Mater Domini, e la dotò d’annui scudi 1500. Don Camillo Pignatello duca di Monteleone, nipote del fundatore don Fabritio, nel’antedetto anno 1588 concedé alla confraternita già detta de’ Pellegrini la chiesa con le sue rendite e giardini, con obligo di mantenervi lo spedale e pagare i preti, non riserbandosi altro che il deputare i preti a suo arbitrio nella chiesa. Havuta questa concessione, la compagnia vi fabricò ampii stanzioni e per l’huomini e per le donne, separatamente, ed il famoso oratorio già detto; per degni rispetti poi la compagnia retrocedé parte delle rendite, né volle havere altro pensiero che dell’opera, quale hoggi si tratta con somma diligenza e decoro al pari di quella di Roma, con la quale ha comunicatione. Si ricevono qui i peregrini d’ogni natione, e sono da’ fratelli con ogni carità serviti, assistendo per edomada, e nell’anno santo vi è sera che danno alloggio a 300 persone.
Conservatorio di Santa Maria del Rosario, p. 27
Caminando avanti per detta Strada di Porta Medina, s’arriva in una piazza che a sinistra have due strade che cingono la chiesa e la casa dello Spirito Santo, ed a destra altre strade che tirano su verso la Trinità del Monte, ed anco un conservatorio sotto il titolo di Santa Maria del Rosario, eretto circa gli anni 1568 dai confrati che edificorno la chiesa dello Spirito Santo per collocarvi le figliole de’ poveri confrati medesimi. Hora ha mutato instituto, ma vi si ricevono quelle che vi portano la dote, e vien governato da’ frati predicatori.
La piazza già detta vien chiamata la Pignasecca; questo era luogo fuori della città compreso in quello dello Bianco Mangiare, essendo poi stato chiuso dentro dalle mura, e principiatosi ad habitare, vi restò un antico albero di pigna, che però la Pigna chiamavasi; essendosi poi seccata, dicevasi “alla pigna secca”, come fin hora.
Conservatorio di Santa Maria del Presidio delle Pentite, p. 28
In questo quatrivio, in quella a sinistra, dalla destra però della detta strada, vedesi un conservatorio intitolato Santa Maria del Presidio delle Pentite, ed hebbe questo principio: nell’anno 1633, che fu l’horrenda eruttione del Monte Vesuvio, la maggiore di quante state ne sono, come a suo luogo si dirà, s’affatigorno molti zelanti religiosi di ridurre a penitenza l’anime per placare lo sdegno divino; fra questi i padri pii operarii si diedero a predicare ne’ prostriboli, e particolarmente il padre don Francesco Celentano; da questi semi sparsi della divina parola presto raccolsero messe grandi de pentimento, vedendosi molte donne delle più prostitute e scialaccquate strapparsi tutti i capelli ed detestare in publico le loro invecchiate colpe; la providenza di questi accorti operari della vigna di Christo, perché queste piante novellamente innestate a’ frutti di Paradiso non fussero tornate ad inselvatichire, con le limosine di molti pii napoletani procurarono presso la chiesa di San Giorgio una casa, e ridottola in forma di conservatorio con una picciola chiesuccia, ivi le chiusero vestite con l’habito di san Francesco; stiedero in questo luogo con qualche strettezza d’habitatione fin doppo i rumori populari. All’ora che il conservatorio di Santa Maria di Visitapoveri, stando sotto il cannone del Castel Nuovo, fu ruinato per dislogiarne i populari, fu necessario trasportare in questo palazzo le monache e le figliole, che era dello stesso conservatorio lasciatoli da Giuseppe Vernaglia, ed in questo [detto] grand’huomo habitava, conservandosi la sua famosissima libraria; essendo quietate le già dette sollevationi, per rifare le ruinate habitationi di Santa Maria di Visitapoveri, fu di bisogno vender questo palazzo. Fu com[96]prato dall’esemplarissimo sacerdote don Antonio Pironti, e donato alle pentite per loro habitatione, come si legge da una memoria erettali con l’effigie in marmo del donante nella chiesa, e qui al presente santamente habitano governate e guidate dalli stessi padri pii operarii. Caminando per la strada di mezzo della Pignasecca, come si disse ricca de continuati palazzi e comodi, da un lato e l’altro, e de molti vichi per li quali si va ad altre strade di sopra, a questa non inferiori per l’unità delle habitationi, s’arriva alla gran Piazza della Carità, dove si può dar fine alla giornata, col ritirarsi nelle solite posate.

Giornata settima

Opera dei padri Scolopi, p. 4
Tirando avanti e passato il palazzo che fu fundato dal consigliere Antonio d’Angelis, ed hora è del Priore della Bagnara della casa Ruffo, con altre comode habitationi, vedesi una chiesa sotto il titolo della Natività della Madre di Dio, delli padri detti delle scuole pie. Questi buoni padri, essendo venuti in Napoli, aprirono una chiesa nel quartiere della Duchesca dedicata al Natale del Signore, et v’aprirono anco una casa per insegnare a’ poveri ragazzi bisognosi non meno le lettere che le virtù christiane. Molti habitanti di questo quartiere, capo de’ quali fu Felice Pignella rationale della Regia Camera, vollero questi padri in questo luogo; et adunate molte limosine, fundarono la presente chiesa ed habitatione, dove nell’anno 1627 con molta carità e diligenza aprirono le scuole, come al presente vi si mantengono con frutto non ordinario.
Lazzaretto di San Gennaro, pp. 18-19
Hora, essendo assentatissimo che questo sia stato l’antico cimiterio di Napoli, e prima di dar notitia delle sue forme e grandezze, diamola della chiesa. Havendo, come si disse, fatto cavare dentro del monte una chiesa che era come una grotte ampia, ed ivi collocatovi il corpo di san Gennaro, la divotione de’ napoletani cominciò a renderlo frequentato, e tanto più che spesso vi si portavano i vescovi col clero, e ivi divotamente celebravano. E circa gli anni 873 sant’Attanasio, nostro vescovo, presso di quella eretta da san Severo vi fabricò questa che hora si vede, benché in altra forma, e v’eresse un monasterio sotto la direttione dell’abbate perché la chiesa fusse stata di continuo officiata; e fu conceduta a’ monaci benedittini, che stavano immediate sogetti all’ordinario. Il motivo di fabricare questa nuova chiesa fu perché, essendo stato tolto nell’anno 817
il corpo del santo dal Principe di Benevento, la chiesa era rimasta quasi in abandono, e li corpi degli
altri santi vescovi, che vi stavano, senza quasi veneratione. Si trova memoria che questi monaci benedittini l’havessero servita fino all’anno 1445, trovandosi in questo tempo abbate del monasterio di San Gennaro ad Foris Nicolò da Napoli. Fu questo monasterio poi lasciato da’ monaci, né si è potuto saper la cagione; restò quasi in abandono, e di già le fabriche del monasterio ed anche della chiesa, per non essere habitate, andavano in ruina. Nell’anno 1468 il provido cardinale Oliviere Carafa vi fundò una confraternita de laici sotto la protettione del santo, con uno hospedale per i poveri infermi della peste; e questo fu eretto nel vecchio monasterio de’ benedettini. Questa confraternita fu fundata da’ nobili e dal popolo, ma perché non poté haver sussistenza, perché di raro si confanno questi due generi, lo stesso cardinale concedé solo alla piazza del Popolo e la chiesa ed il monasterio, con peso di presentare all’arcivescovo due porci e due castrati in ogn’annoin ricognitione del diretto dominio, che poscia fu transatto in ducati undeci in ogn’anno, e si stabilì che i governatori s’eligessero da quattro piazze popolari, cioè da quella di Capovana, della Sellaria, di San Giovanni a Mare e del Mercato; e questi governatori erano obligati d’intervenire a’ sinodi, quando si facevano. Questi con molte limosine restaurorno la chiesa, e per rifare il pavimento si servirno (come si disse) de’ marmi dove ne stavano intagliate pretiosissime inscrittioni e memorie, così nella chiesa come nel cimiterio, come se ne vedono le lettere in diverse parti del pavimento.
Don Pietro Antonio d’Aragona, viceré di Napoli, circa gli anni 1669 pensò di fundare un ospedale per tutti i poveri che andavano mendicando per la città, così huomini come donne, e doppo di molti pareri elesse questo luogo, che nel’horrenda peste dell’anno 1656 servì per lazzaretto degli appestati nel principio, poiché nel mezzo tutta la città fu lazzaretto. Con licenza del sommo pontefice Clemente Nono, l’ottenne dal cardinale arcivescovo Innico Caracciolo, ed havendolo accresciuto di tutte quelle fabriche che nuovamente vi si vedono, vi chiuse da’ seicento tra poveri e povere, e di questi, famiglie intere miserabili. Ma con la partenza del viceré vennero anche a mancare le limosine e le soventioni alle quali s’erano tassati molti cittadini e religiosi, che cotidianamente facevano limosine a’ poveri; così l’opera è in parte cessata, né vi si veggono che alcuni poveri ed un conservatorio di donne misere.
Ospedale dei Vergini, p. 34
Per questa strada s’arriva alla gran Strada de Santa Maria de’ Vergini. Questo luogoanticamente fu detto il Campo de’ Carmignani perché era territorio di questa famiglia; dicesi hoggidelli Vergini perché nell’anno 1326 dalla pietà de’ napoletani vi fu fondata una chiesa conquesto titolo, e con questa chiesa un commodo spedale per i poveri infermi. Nell’anno poscia 1334dalle famiglie Carmignana e Vespoli, che in questo luogo habitavano, fu conceduta con le sue rendite alli padri cruciferi, con patto di dovervi mantenere l’ospedale. Mancando poi le rendite, edessendo stati fundati nuovi spedali, fu questo dismesso. Essendo poi dal sommo pontefice UrbanoOttavo stata annullata la religione de’ crociferi, dal cardinal Giesualdo nella chiesa fu collocata laparocchia che stava appoggiata nella chiesa della Misericordia; e le rendite e l’habitatione de’ padri furono addette ed applicate al Seminario di Napoli.
Ospizio di Santa Maria della Misericordia, p. 35
Dirimpetto a questa chiesa ve ne è un’altra, intitolata Santa Maria della Misericordia. Di questa chiesa non si sa altro che da molto tempo si governa da cinque governatori; e de questi, uno s’elegge dalla piazza di Montagna, essendo questo luogo della regione di detta piazza, e gli altri s’eligon dal quartiere de’ gentil’huomini che v’habitano. Questa chiesa, poi, nell’anno 1585 dalli stessi habitanti del borgo fu ampliata, e vi fundorno uno spedale per li poveri sacerdoti infermi; ed alloggiano per tre giorni continui anche sacerdoti pellegrini. Questa chiesa fu concessa al padre Caetano Tiene, hora ascritto nel catalogo de’ santi, quando con i suoi compagni venne a propagare il suo instituto in Napoli.

Giornata ottava

Ospedale di San Giuliano, p. 12
Poco lungi è un luogo che chiamasi da noi Capo di Chino, cioè Caput Clivii, “principio della salita”, e per questo anco si va a molti famosi casali di Napoli, come di Casoria, dell’Afragola e Siconigliano, ed altri.
Nel principio di questa salita vedesi una chiesa dedicata a San Giuliano; hebbe la sua fundatione dalla pietà de’ napoletani nell’anno 1333, e vi fundorno ancora uno spedale per i poveri contadini. Hoggi la strada vedesi alzata, e la chiesa sta come in un fosso. È però di molta divotione.
Prima d’arrivare a questa chiesa, a sinistra vedesi come una valle che fa strada a Santa Maria de’ Monti, quale è una pulita chiesa, fatta col modello e disegno del cavalier Cosimo Fansaga, che serve hoggi per casa di novitiato de’ nostri buoni padri pii operarii, e questa fu fundata nell’anno 1607 dal padre don Carlo Carafa, fundatore, come si disse, di questa sì utile congregatione.

Poveri, opere pie e assistenza

Dopo l’Unità d’Italia, il primo timido tentativo di riforma dell’assistenza fu grazie alla Legge Rattazzi (L. 03.08.1862 n. 753 “Legge fondamentale organica della beneficenza”) che aveva ribadito ciò che era stato fatto 3 anni prima in occasione dell’annessione della Lombardia (L. 20.11.1859 n. 3779) dove «l’assistenza era stata sottratta alla giurisdizione delle amministrazioni locali, rompendo una tradizione risalente al XIV secolo» (Farrell-Vinay G. Povertà e politica nell’Ottocento. Le opere pie nello Stato liberale, Torino, 1997, p. 41). Il sistema lombardo, infatti, fu ritenuto inaccettabile dal Consiglio di stato piemontese, «proprio a causa dell’ingerenza statale, considerata eccessiva» (Farrell-Vinay, op. cit., p. 325).

Le Opere Pie erano costituite da tutte quelle fondazioni laiche o congregazioni religiose che si occupavano di assistenza e beneficenza (ospedali, ospizi di maternità, manicomi, brefotrofi, cronicari, asili infantili, monti di pegno, etc.) e la cui normativa variava da Stato a Stato (vedi approfondimenti): Ducati di Modena e di Parma (Statistica del Regno d’Italia, Le Opere Pie nel 1861. Compartimento dell’Emilia, Firenze, Le Monnier, 1869, pp. VI, VIII-XIII),  Granducato di Toscana (Gozzini G., Il segreto dell’elemosina. Poveri e carità legale a Firenze 1800-1870, Firenze, Olschki, 1993), Regno delle Due Sicilie (Farrell-Vinay, op. cit., pp. 95-124), Regno di Sardegna (Piccialuti Caprioli M., Opere pie e beneficenza pubblica: aspetti della legislazione piemontese da Carlo Alberto all’unificazione amministrativa, “Rivistra trimestrale di diritto pubblico”, 1980, 3, pp. 963-1051), Repubblica Serenissima di Venezia (Pullan B., La politica sociale della Repubblica di Venezia, Roma, il Veltro, 1982), Stato Pontificio (Monticone A., Poveri in cammino. Mobilità e assistenza tra Umbria e Roma in età moderna, Milano, Angeli, 1993).

Come non bastasse, alla Legge Rattazzi seguirono una numerosa serie di circolari ministeriali finalizzate alle indagini ed alle ricerche approfondite su ciò che fu definito un «vanto ben meritato dell’Italia» (Fiori A., Poveri, opere pie e assistenza dall’Unità al Fascismo, Roma, Studium, 2005, p. 56). I risultati di queste indagini furono pubblicate in una statistica generale in quindici volumi (Piccialuti Caprioli, Il patrimonio del povero. L’inchiesta sulle Opere pie del 1861, “Quaderni storici”, 45, 1980, pp. 918-941). Le circolari, tra l’altro, contenevano delle disposizioni, tramite le Deputazioni provinciali, per redigere un apposito rapporto speciale da trasmettere al Ministero sull’andamento delle opere e per rivedere, tramite i prefetti, quegli statuti che non si fossero uniformati alle leggi di “Torino Capitale”. Le Deputazioni provinciali, inoltre, avrebbero dovuto vigilare sulle deliberazioni delle opere in materia finanziaria (contrattazione dei debiti, mutui, rendite e divisione dei beni). Qualora si fosse dimostrato che una qualche opera non seguiva più le finalità originali, si concedeva il potere alla Pubblica Amministrazione di trasformarle in istituzioni idonee al soddisfacimento dei bisogni della popolazione.

Dopo l’Unità d’Italia, sorsero numerosi asili di ispirazione laica che, però, lasciavano molto a desiderare sulla qualità dell’assistenza, tanto che un’inchiesta ministeriale condotta nel 1910 a Roma dimostrò che «le condizioni igieniche e sanitarie erano disastrose, che il cibo distribuito ai ricoverati era in alcuni casi insufficiente (…) che il personale della Società era nella grande maggioranza una raccolta di pregiudicati, di condannati, di persone di moralità sospetta» (Fiori, op. cit., p. 8). Sarebbe veramente riduttivo vedere nella legge Crispi del 1890 una pura e semplice manifestazione della volontà anticlericale del governo (…) ma vi erano in essa alcuni dettati, come l’esclusione dei parroci dalla Congregazione di Carità, che portavano necessariamente a uno scontro con la Chiesa» (Fiori, op. cit., p. 11). In tale conflitto, che non conobbe né vincitori né vinti, le vittime principali furono sopratutto gli assistiti (Fiori, op. cit., p. 12).

Complessivamente i governi di destra (Rattazzi, Farini, Minghetti, Bonghi) diedero una forte impulso alla politica in ambito assistenziale, nonostante vi fosse stata «una certa inerzia da parte degli enti locali» (Fiori, op. cit., p. 63) ai fini dell’applicazione della legge e delle circolari e nonostante la letteratura consolidata voglia farla passare come «un’assenza di una ferma volontà del governo di arrivare a forme di controllo più incisive» (Fiori, op. cit., p. 62). Cosa che, invece, fu perseguita dai governi di sinistra che attuarono una vera e propria «lotta contro le Opere Pie, accusate di costituire quasi uno Stato nello Stato» (Fiori, op. cit., p. 63). Nel 1880, su proposta di Agostino Depretis, fu nominata una Commissione d’inchiesta, cd. “Inchiesta Correnti” dal nome del suo presidente, che fu da stimolo al governo per presentare una nuova legge di riforma sulle opere pie «raggruppando e trasformando quelle che non rispondessero alle esigenze della civiltà moderna, senza ledere lo spirito di carità che le aveva istituite» (Fiori, op. cit., p. 64). Durante la discussione parlamentare, Silvio Spaventa, senatore del Regno d’Italia e ministro dei lavori pubblici, così si esprimeva in proposito: «c’è un sistema di carità come il nostro, il quale si affida all’impulso naturale, alla benevolenza umana (…) Lo Stato interviene colle sue leggi, con i suoi ordinamenti a disciplinare quest’ultimo impulso benefico (…) ma esso non fa di più, non attinge alle tasche dei contribuenti i mezzi per questo soccorso. Vi è poi un altro modo di carità, ed è quello che è fondato sull’obbligo dello Stato di soccorrere i poveri. Questo modo non è il nostro ed io spero che non lo sarà mai» (Fiori, op. cit., p. 64).

Nel 1870, intanto, anche Roma era entrata a far parte del nuovo Regno e si presentò ben presto il problema delle confraternite, cioè, «un insieme di sodalizi di natura assai varia, strettamente legati alla pietà religiosa, ma con campi di attività che spesso vanno al di là della beneficenza» (Fiori, op. cit., p. 67); tra queste vi erano anche molte compagnie ebraiche (Fiori, op. cit., p. 68). Se la Legge Rattazzi aveva previsto la trasformazione del fine delle opere pie, pur rispettando la loro natura privata, allora la nuova legge, conosciuta come “Legge Crispi” ma che in realtà fu interamente scritta dall’on. Luchini (L. 17.07.1890 n. 6972), rappresentò un ulteriore passo verso la supremazia dello Stato in quanto prevedeva il raggruppamento e la trasformazione in enti pubblici. Le confraternite, invece, furono sottoposte al controllo del Ministero dell’interno (culto e beneficenza) e del Ministero di Grazia e Giustizia (solo beneficenza) ed i loro beni incamerati (art. 11).

Al di là delle premesse ideologiche (liberalismo, anticlericalismo, giacobinismo), la Legge Crispi era mossa da motivazioni di carattere squisitamente economico dovendo far fronte alle esigenze di spesa pubblica delle amministrazioni municipali come, ad es., a Roma dove il bilancio preventivo per l’anno 1890 raggiungeva la somma di 1 milione 600 mila lire a fronte di un totale di rendite delle congregazioni cattoliche di 1.639.260,06 lire e di quelle ebraiche di 42.094,86 lire (Fiori, op. cit., p. 76). A dispetto di ciò, subito dopo l’approvazione della Legge Crispi, si levarono proteste e tumulti in ogni parte d’Italia. I primi a pronunciarsi furono gli esponenti dell’opposizione in Parlamento (Tajani, Papa, Cambray-Digny, Bonghi, Bonasi), poi venne il turno dei conflitti di attribuzione (Ministero dell’Interno) che accese una lite col Demanio sulle modalità di indemaniamento dei beni, il quale termine, a dire il vero, «non aveva precedenti nella legislazione italiana» (Fiori, op. cit., p. 78).

Se negli stati preunitari l’assistenza, in varie forme, era esercitata dalle Opere Pie, dopo l’Unità d’Italia vi fu una progressione dell’intervento dello Stato sempre più invadente. Basti pensare che la L. 03.08.1862 n. 753 autorizzava l’intervento del prefetto in caso di anomalie amministrative (Fiori, op. cit., p. 5) alla quale seguì la soppressione delle congregazioni religiose (1866). Per poi giungere alla Legge Crispi che operò una laicizzazione radicale su tale materia. Ma quali furono gli effetti reali di tali riforme sulla salute della popolazione? Analizzate le condizioni dei poveri in Roma, si è dimostrato che la legislazione liberale italiana non produsse gli effetti sperati, specialmente a Roma dove si era registrata una catastrofe per tanti emarginati (Fiori, op. cit., p. 6-7; cfr. Le confraternite romane tra Crispi e Giolitti, “Archivio della Società romana di storia patria”, 1990, 113, pp. 285-346).

Fioccarono i ricorsi all’autorità giudiziaria come, ad es., alla Corte di Appello ed alla Corte di Cassazione che avevano respinto le istanze delle confraternite ebraiche in quanto essendo «scomparsa da tanti secoli la nazione ebraica, coloro che ne facevano parte, essendosi sparpagliati per tutto il mondo, avevano perso la loro originaria nazionalità e avevano acquistato, invece, quella del paese di cui erano divenuti cittadini» (Fiori, op. cit., p. 81). Anche la stampa cattolica gridò allo scandalo, in particolare l’Osservatore Romano e Civiltà Cattolica che scelsero «la linea di difesa da adottare contro lo Stato» (Fiori, op. cit., p. 80). Non tutti gli organi dello Stato, però, applicarono “alla lettera” le disposizioni della Legge Crispi come, ad es., la Giunta Provinciale Amministrativa, l’Avvocatura Erariale Generale ed alcuni prefetti. Alla fine, «la giurisprudenza ordinaria adottò il concetto che si dovessero indemaniare soltanto i beni delle confraternite romane destinate al culto; tuttavia ritenne che esse non potessero essere private delle loro chiese» (Fiori, op. cit., p. 79).

Altre conseguenze della legge Crispi furono di tipo politico. Il 6 luglio 1890 vi fu lo scioglimento del consiglio di amministrazione della Congregazione di carità di Reggio Emilia a causa di infiltrazioni di esponenti socialisti che l’avevano «subordinata agli interessi del partito» (Fiori, op. cit., p. 14). Simili casi di malversazione, di approssimazione e di negligenza si verificarono a Cesena, Imola, presieduta da Andrea Costa, sciolta anch’essa il 13 settembre 1893. (Fiori, op. cit., p. 14). Un altro esempio fu quello del morotrofio romano di Santa Maria della Pietà che visse un periodo florido fino al 1890 e che poi subì alcuni problemi derivanti dall’eccessiva burocratizzazione, ingerenza del controllo amministrativo, carenza nella direzione (Fiori, op. cit., p. 15). Cfr. Trevisan C., Recensione su Ceriani-Sebregondi G., Sullo sviluppo della società italiana, ”Assistenza oggi”, 1965, 6, pp. 129-132, dove si legge di una ”caccia alle streghe” contro i sostenitori dell’azione sociale cattolica.

Vi fu un proliferare di pubblicazioni sulla questione sociale di tipo economico-finanziario cercando di evidenziare l’insufficienza del sistema assistenziale privato al quale il papa rispose con la Rerum Novarum (1891) che come disse Bernanos “faceva tremare la terra sotto i piedi” perché esprimeva il passaggio dalla carità informale a quella legale. Il testo è composto da un’introduzione suddivisa in due paragrafi. La prima parte si intitola “Socialismo falso rimedio” perché schiavizza la persona e non può essere la soluzione dei problemi sociali: «il socialismo è ingiusto nella sostanza perché disconosce l’identità umana e impone in modo sbagliato i rapporti tra Stato e famiglia». Si proponeva un “capitalismo giusto” in cui nessuno si sarebbe arricchito alle spalle degli altri ma garantendo un equilibrio tra gli interessi del singolo ed i bisogni della società. Allo stesso tempo si difendeva la funzione sociale dello Stato: se la proprietà serve allo Stato per utilità pubblica, lo Stato ha il diritto di espropriarlo, però, ricompensando il proprietario. Nell’ultima parte dell’enciclica intitolata “Il vero rimedio è l’unione delle associazioni” si afferma che lo Stato deve farsi carico dei problemi sociali e, quindi, deve assumersi il compito di rimuovere le cause dalle quali si ritiene possa nascere il conflitto indicando una serie di doveri dell’autorità pubblica (vigilanza, salario, riposo, sicurezza, etc.). L’iniziativa di Leone XIII fu importante perché apriva ai cattolici la strada della politica.

Intanto le questioni sulla Legge Crispi non si placarono. Sorse il problema se il Demanio dovesse incamerare i beni delle confraternite romane e passarle alle Congregazioni di Carità o se dovesse prima venderli e poi passare le rendite. Il governo, allora, emanò una nuova legge (L. 30.07.1896 n. 343 “Legge Rudinì) con la quale sanciva il trasferimento “de jure” dei beni delle confraternite alle Congregazioni di Carità. La legge, inoltre, vietava qualsiasi appello all’autorità giudiziaria, eccetto «ricorso straordinario al Re, sentito il Consiglio di Stato» (Fiori, op. cit., p. 84). Sorse il problema se il pagamento delle doti dovesse essere attribuito al Ministero del Tesoro, costretto alle anticipazioni, o alla Congregazione di Carità di Roma; in mancanza del diritto di appello, il giudizio fu attribuito alla Direzione Generale del Tesoro che diede ragione al Ministero, obbligando la Congregazione a farsi carico anche delle doti decadute.

«L’applicazione delle leggi del 1890 e del 1896 nel primo decennio del Novecento va inquadrata nell’opera svolta con tenacia da Giolitti per il riordinamento del servizio della beneficenza. Convinto che una più incisiva azione dello Stato nel settore avrebbe accresciuto in maniera rilevante le sostanza da devolvere agli emarginati e creato, pertanto, il consenso delle classi popolari, fondamentale per la sua politica, lo statista diede disposizioni energiche per risolvere il problema degli arretrati nel riscontro contabile sui bilancio delle pie istituzioni, promosse una serie di inchieste e di statistiche sull’assistenza all’infanzia, sugli ospedali, sugli inabili al lavoro e sulla beneficenza ospedaliera e attuò, infine, una riforma legislativa con alcune leggi, fra le quali spicca per importanza quella del 18 luglio 1904 n. 390, sull’istituzione delle commissioni provinciali, del Consiglio Superiore e del Servizio ispettivo di assistenza e beneficenza pubblica» (Fiori, op. cit., p. 88).

Il Consiglio superiore di assistenza e beneficenza, la cui istituzione era stata sollecitata fin dal 1877, si basava sul modello ispirato dall’omonimo organismo creato in Francia nel 1888 per fini di coordinamento, indirizzo e ricerca sociale sull’azione amministrativa. Ne facevano parte: 6 parlamentari (tre del Senato e tre della Camera), 8 membri di diritto scelti nella pubblica amministrazione, un rappresentante del Consiglio superiore del lavoro, 10 membri nominati dal Re sentito il Ministero dell’interno. Ne furono presidenti: Gaspare Finali (1905), Urbano Rattazzi (1909), Carlo Astengo (1917) e Alberto Dallolio (1922). Organo di stampa fu il “Manuale degli amministratori comunali e provinciali delle opere pie” con tiratura quindicinale. Nei primi 3 anni di attività del Consiglio furono discussi e approvati i modelli statutari, i progetti di regolamento, i regolamenti generali ed i pareri sulle proposte di trasformazione. L’iniziativa si inquadrava in un disegno politico volto al controllo pubblico di tutti i settori della vita sociale italiana (cfr. Scialoja A., L’Ina e il progetto giolittiano di un monopolio di Stato delle assicurazioni sulla vita, “Studi storici”, 1971, 18, pp. 971-1027).

«Assai intenso fu il lavoro del Consiglio superiore di assistenza e beneficenza sui ricorsi presentati dalle Opere Pie. In seguito alla promulgazione della legge del 1890 esse avevano trovato nella Sezione per la difesa legale degli Enti e Legati pii, sorta a iniziativa dell’Opera dei Congressi Cattolici, una istituzione che forniva gratuitamente indirizzo e consiglio contro la prepotenza dello Stato ateo. Dopo lo scioglimento dell’Opera nel 1904 la tendenza al contenzioso non diminuì, anzi tese ad aumentare. I ricorsi erano di varia natura, ma sopratutto in tema di bilancio. Numerosi quelli di parroci a proposito di spese di culto e di privati per l’assegnazione di borse di studio o di sussidi dotali» (p. 183). Fino al 1910 il Consiglio tenne in media 26 adunanze all’anno e discusse almeno 3600 casi ma dopo la Grande Guerra la sua attività diminuì notevolmente fino alla soppressione avvenuta nel 1923.

Quali sono state le motivazioni che hanno determinato l’estinzione del Consiglio superiore di assistenza e beneficenza?

  • «ebbe una notevole capacità di mediazione tra gli interessi dello Stato, dei poveri e delle Opere pie, ma fu condizionato dal fatto di essere, in notevole misura, dipendente dal ministro dell’Interno» (Fiori, op. cit., p. 16);
  • si trattava solo di un organo consultivo che sopperiva al lavoro svolto dalla III divisione per l’assistenza e la beneficenza della Direzione generale dell’amministrazione civile;
  • la gran mole di lavoro svolto nei primi anni era dovuta agli arretrati della III divisione per l’assistenza e la beneficenza, quindi, una volta esaurite le richieste di pareri, non c’era neppure più niente da fare;
  • la coesione e l’integrità del Consiglio erano messi a dura prova dalle lotte intestine che si creavano in Parlamento, specialmente tra “statalisti” e “tradizionalisti” (Fiori, op. cit., p. 179);
  • si rendeva necessaria una riforma che fosse più rispondente ai mutamenti intervenuti dopo la Grande Guerra ed ai bisogni dei destinatari dell’assistenza.
 Resta il fatto che la legge 17.06.1926 n. 1187 (Legge Federzoni) rappresentò una svolta non solo rispetto ai decreti del 1923 (976 e 2841) ma anche rispetto alla Legge Crispi in quanto contemplava «il rispetto della volontà dei fondatori delle Opere pie e dell’autorità ecclesiastica» (Fiori, op. cit., p. 17). 
 Bibliografia
Fiori A., Poveri, opere pie e assistenza dall’Unità al Fascismo, Roma, Studium, 2005.

La marchesa Gemma Guerrieri Gonzaga

Pachera L., La marchesa Gemma Guerrieri Gonzaga nata de Gresti di San Leonardo, Edizioni Osiride, Rovereto, 2008, pp. 82-83. 

 
Delle migliaia di soldati partiti per il fronte orientale, tanti muoiono o scompaiono nel nulla già nelle prime battaglie dell’agosto del 1914, in quei massacri che continuano, con alterne vicende, fino al 1916. Tra i sopravvissuti ci sono molti per mesi, e poi, all’improvviso, smettono e interrompono ogni contatto. Alcuni di questi, dopo una pausa più o meno lunga, si rifanno vivi per scrivere una cartolina da qualche campo di concentramento russo, poche righe spesso scarabocchiate a matita e quasi illeggibili, poi, ancora una volta torna il silenzio. La gente da casa spedisce lettere che non arrivano da nessuna parte e i prigionieri fanno altrettanto, scrivono cartoline che si perdono nel nulla. È a questo punto che molte famiglie ricorrono alla marchesa, le scrivono per chiedere aiuto, fanno appello alla sua bontà e alla sua autorevolezza per sapere l’indirizzo di un parente a cui mandare notizie, indumenti e magari dei soldi. Spesso le inviano delle lettere perché lei stessa le spedisca ai loro cari in Russia, ormai non si fidano più del sistema postale che collega l’Impero asburgico a quello dello zar. In cambio non possono offrirle niente, se non la loro riconoscenza e le loro preghiere. Promettono di pregare per lei e per tutta la sua famiglia, fanno appello al Signore perché la ricompensi di quanto fa per loro. Qualcuno allega dei francobolli e si offre di rimborsare le eventuali spese da lei sostenute, ma di più non può fare. Anche i soldati da lei rintracciati in Russia le scrivono per ringraziarla di quello che fa, qualcuno comincia a chiamarla madre o madrina dei prigionieri, oppure liberatrice, tutti appellativi che le fanno molto piacere. Alla fine della guerra sono circa 25.000 gli austriaci di lingua italiana catturati sul fronte orientale e internati nei campi di raccolta russi, ma già nei suoi primi mesi il loro numero è molto elevato e pare superare le 10.000 unità. È su questi soldati scomparsi nel nulla che la marchesa punta la sua attenzione, che formula ipotesi di ricerca e compila i suoi primi elenchi di ritrovati. Lei scrive a uno e le rispondono in tanti. Le cartoline postali spedite dai prigionieri contengono precise richieste di intercessione e di aiuto. Spesso sono formate da poche frasi brevi e concise che non lasciano trasparire nulla di ciò che realmente sta succedendo. Quasi sempre chi scrive ricorre a formule di rito, dice di stare bene e di sperare altrettanto della sua famiglia, di essere stufo e di non vedere l’ora di tornare a casa. Molti prigionieri scrivono con un tono uniforme e piatto che in parte è dovuto al timore della censura, usano frasi brevi di semplice struttura e di facile comprensione, che non attirano l’attenzione dei russi e che, nel contempo, chiedono qualche libro per scacciare la noia, degli indumenti per superare l’inverno e denaro per comperare quello di cui hanno bisogno. Nel campo la vita è più facile per chi ha dei rubli in tasca, coi soldi si possono alleviare molte pene, si può chiedere alle guardie di acquistare cibo, abiti, calzini e scarpe, per esempio, non è poco. Nel complesso, comunque, i prigionieri non si lamentano troppo e cercano di mostrarsi sereni, si dicono contenti di essere vivi e sicuri di tornare presto a casa. La loro scrittura è spesso un esercizio di equilibrio tra il desiderio di non preoccupare le famiglie e quello di non insospettire la censura, che viene attuata non solo dalle guardie russe, ma anche dagli ufficiali austriaci in cerca di possibili traditori. È a causa di quest’ultimo controllo che molte lettere sono scritte in tedesco, alcune nascondono nei risvolti interni delle buste una breve frase in cui si raccomanda di non rispondere in italiano … C’è disagio e diffidenza, ma non solo, in alcune cartoline si avverte anche l’alienazione emotiva dei prigionieri, l’appiattimento psicologico creato dal loro stato di cattività. E in qualche lettera si percepisce pure il bisogno di stabilire un contatto umano con chi scrive, di ricostruire i legami spezzati e di alleviare il dolore e il senso di estraneazione attraverso la condivisione dei ricordi. Questo è quanto si riscontra nella posta che proviene dai campi di concentramento, ma non tutti i prigionieri vivono lì, molti lavorano nei posti più disparati della Russia europea e asiatica, dove l’esistenza è spesso dura e difficile, ma di sicuro meno alienante di quella trascorsa in cattività.

Il sistema preventivo di Don Bosco

Don Bosco ci parla di educazione. Il sistema preventivo nell’educazione della gioventù (ed. orig. 1877). La lettera da Roma del 10 maggio 1884, Torino, Elledici, 1999.

Premessa


Più volte fui richiesto di esprimere verbalmente o per iscritto alcuni pensieri attorno al cosi detto Sistema Preventivo, che si suole usare nelle nostre case.
Per mancanza di tempo non ho potuto finora appagare questo desiderio, e precedentemente volendo stampar il regolamento che finora si è quasi sempre usato tradizionalmente, credo opportuno darne qui un cenno che però sarà come l’indice di un’operetta che vo’ preparando, se Dio mi darà tanto di vita da poterla terminare, e ciò unicamente per giovare alla difficile arte della giovanile educazione. Dirò adunque: in che cosa consiste il Sistema Preventivo, e perché debbasi preferire; sua pratica applicazione, e suoi vantaggi.


1. In che cosa consiste il Sistema Preventivo

Due sono i sistemi in ogni tempo usati nella educazione della gioventù: Preventivo e Repressivo. II sistema Repressivo consiste nel far conoscere la legge ai sudditi, poscia sorvegliare per conoscerne i trasgressori ed infliggere, ove sia d’uopo, il meritato castigo.
In questo sistema le parole e l’aspetto del Superiore debbono sempre essere severe, e piuttosto minaccevoli, ed egli stesso deve evitare ogni familiarità coi dipendenti.
II  direttore  per  accrescere  valore  alla sua autorità dovrà trovarsi di rado tra i suoi soggetti e per lo più solo quando si tratta di punire o di minacciare.
Questo sistema è facile, meno faticoso e giova specialmente nella milizia e in generale tra le persone adulte ed assennate che devono da se stesse essere in grado di sapere e ricordare ciò che è conforme alle leggi e alle altre prescrizioni.
Diverso, e direi, opposto è il Sistema Preventivo.
Esso consiste nel far conoscere le prescrizioni e i regolamenti di un Istituto e poi sorvegliare in guisa, che gli allievi abbiano sempre sopra di loro l’occhio vigile del direttore o degli assistenti, che come padri amorosi parlino, servano di guida ad ogni evento, diano consigli ed amorevolmente correggano, che a quanto dire: mettere gli allievi nella impossibilità di commettere mancanze.
Questo sistema si appoggia tutto sopra la ragione, la religione, e sopra l’amorevolezza; perciò esclude ogni castigo violento e cerca di tener lontano gli stessi leggeri castighi.
Sembra che questo sia preferibile per le seguenti ragioni:

L’allievo preventivamente avvisato non resta avvilito per le mancanze commesse, come avviene quando esse vengono deferite al Superiore. Né mai si adira per la correzione fatta o pel castigo minacciato oppure inflitto, perché in esso vi è sempre un avviso amichevole e preventivo che lo ragiona, e per lo più riesce a guadagnare il cuore, cosicché l’allievo conosce la necessità del castigo e quasi lo desidera.
 La ragione più essenziale è la mobilità giovanile, che in un momento dimentica le regole disciplinari, i castighi che quelle minacciano. Perciò spesso un fanciullo si rende colpevole e meritevole di una pena, cui non ha badato, che niente affatto ricordava nell’atto del fallo commesso e che avrebbe per certo evitato se una voce amica l’avesse ammonito.

I1 Sistema Repressivo può impedire un disordine, ma difficilmente farà migliori i delinquenti; e si e osservato che i giovanetti non dimenticano i castighi subiti, e per lo più conservano amarezza con desiderio di scuotere il giogo e anche di farne vendetta. Sembra talora che non ci badino, ma chi tiene dietro ai loro andamenti conosce che sono terribili le reminiscenze della gioventù; e che dimenticano facilmente le punizioni dei genitori, ma assai difficilmente quelle degli educatori. Vi sono fatti di alcuni che in vecchiaia vendicarono brutalmente certi castighi toccati giustamente in tempo di loro educazione. Al contrario il Sistema Preventivo rende amico l’allievo, che nell’assistente ravvisa un benefattore che lo avvisa, vuol farlo buono, liberarlo dai dispiaceri, dai castighi, dal disonore.

I1 Sistema Preventivo rende avvisato l’allievo in modo che l’educatore potrà tuttora parlare col linguaggio del cuore sia in tempo della educazione, sia dopo di essa. L’educatore, guadagnato il cuore del suo protetto, potrà esercitare sopra di lui un grande impero, avvisarlo, consigliarlo ed anche correggerlo allora eziandio che si troverà negli impieghi, negli uffici civili e nel commercio. Per queste e molte altre ragioni, pare che il Sistema Preventivo debba prevalere al Repressivo.

2. Applicazione del Sistema Preventivo

La pratica di questo sistema è tutta appoggiata sopra le parole di san Paolo che dice: Charitas benigna est, patiens est; omnia sufferet, omnia sperat, omnia sustinet: La carità è benigna e paziente; soffre tutto, ma spera tutto e sostiene qualunque disturbo». Perciò soltanto il cristiano può con successo applicare il Sistema Preventivo. Ragione e religione sono gli strumenti di cui deve costantemente far uso l’educatore, insegnarli, egli stesso praticarli se vuol essere ubbidito ed ottenere il suo fine.

II direttore pertanto deve essere tutto consacrato ai suoi educandi, né mai assumersi impegni che lo allontanino dal suo ufficio, anzi trovarci sempre coi suoi allievi tutte le volte che non sono obbligatamente legati da qualche occupazione, eccetto che siano da altri debitamente assistiti.

I maestri, i capi d’arte, gli assistenti devono essere di moralità conosciuta. Studino di evitare come la peste ogni sorta di affezioni od amicizie particolari cogli allievi, e si ricordino che il traviamento di un solo può compromettere un istituto educativo. Si faccia in modo che gli allievi non siano mai soli. Per quanto possibile gli assistenti li precedano nel sito dove devonsi raccogliere; si trattengano con loro fino a che siano da altri assistiti; non li lascino mai disoccupati.

Si dia ampia libertà di saltare, correre, schiamazzare a piacimento. La ginnastica, la musica, la declamazione, il teatrino, le passeggiate sono mezzi efficacissimi per ottenere la disciplina, giovare alla moralità ed alla sanità. Si badi soltanto che la materia del trattenimento, le persone che intervengono, i discorsi che hanno luogo non siano biasimevoli. Fate tutto quello che volete – diceva il grande amico della gioventù san Filippo Neri, – a me basta che non facciate peccati».

La frequente confessione, la frequente comunione, la messa quotidiana sono le colonne che devono reggere un edificio educativo, da cui si vuole tener lontana la minaccia e la sferza. Non mai obbligare i giovanetti alla frequenza dei santi Sacramenti, ma soltanto incoraggiarli e porgere loro comodità di approfittarne. Nei casi poi di esercizi spirituali, tridui, novene, predicazioni, catechismi si faccia rilevare la bellezza, la grandezza, la santità di quella Religione che propone dei meni così facili, cosi utili alla civile società,alla tranquillità del cuore, alla salvezza dell’anima, come appunto sono i santi Sacramenti. In questa guisa i fanciulli restano spontaneamente invogliati a queste pratiche di pietà, vi si accosteranno volentieri con piacere e con frutto.

Si usi la massima sorveglianza per impedire che nell’Istituto siano introdotti compagni, libri o persone che facciano cattivi discorsi. La scelta d’un buon portinaio è un tesoro per una casa di educazione.

Ogni sera dopo le ordinarie preghiere, e prima che gli allievi vadano a riposo, il direttore, o chi per esso, indirizzi alcune affettuose parole in pubblico dando qualche avviso, o consiglio intorno a cose da farsi o da evitarsi; e studi di ricavare le massime da fatti avvenuti in giornata nell’Istituto o fuori; ma il suo sermone non oltrepassi mai i due o tre minuti. Questa è la chiave della moralità, del buon andamento e del buon successo dell’educazione.

Si tenga lontano come la peste l’opinione di taluno che vorrebbe differire la prima comunione ad un’età troppo inoltrata, quando per lo più il demonio ha preso possesso del cuore di un giovanetto a danno incalcolabile della sua innocenza. Secondo la disciplina della Chiesa primitiva si solevano dare ai bambini le ostie consacrate che sopravanzavano nella comunione pasquale. Questo serve a farci conoscere quanto la Chiesa ami che i fanciulli siano ammessi per tempo alla santa comunione. Quando un giovanetto sa distinguere tra pane e pane, e palesa sufficiente istruzione, non si badi più all’età e venga il Sovrano Celeste a regnare in quell’anima benedetta.

I catechismi raccomandano la frequente comunione, san Filippo Neri la consigliava ogni otto giorni ed anche più spesso. II Concilio Tridentino dice chiaro che desidera sommamente che ogni fedele cristiano quando va ad ascoltare la santa Messa faccia eziandio la comunione. Ma questa comunione non sia solo spirituale, ma bensì sacramentale, affinché si ricavi maggior frutto da questo augusto e divino Sacrificio.
 

 

 

 

 

 

3. Utilità del Sistema Preventivo

 

 

 

Taluno dirà che questo sistema è difficile in pratica. Osservo che da parte degli allievi riesce assai più facile, più soddisfacente, più vantaggioso. Da parte poi degli educatori racchiude alcune difficoltà che però re stano diminuite, se l’educatore si mette con zelo all’opera sua. L’educatore (un individuo consacrato al bene dei suoi allievi), perciò deve essere pronto ad affrontare ogni disturbo, ogni fatica per conseguire il suo fine, che la civile, morale, scientifica educazione dei suoi allievi.

 

Oltre ai vantaggi sopra esposti si aggiunge ancora qui che:

 

  • L’allievo sarà sempre pieno di rispetto verso l’educatore e ricorderà con piacere la direzione avuta, considerando tuttora quali padri e fratelli i suoi maestri e gli altri superiori. Dove vanno questi allievi per lo più sono la consolazione della famiglia, utili cittadini e buoni cristiani.
  • Qualunque sia il carattere, l’indole, lo stato morale di un allievo all’epoca della sua accettazione, i parenti possono vivere sicuri che il loro figlio non potrà peggiorare, e si può dare per certo che si otterrà sempre qualche miglioramento. Anzi certi fanciulli che per molto tempo furono il flagello dei parenti e perfino ri-fiutati dalle case correzionali, coltivati secondo questi principi, cangiarono indole, carattere, si diedero ad una vita costumata, e presentemente occupano onorati uffici nella società, divenuti così il sostegno della fami-glia e il decoro del paese in cui dimorano.
  • Gli allievi che per avventura entrassero in un Istituto con tristi abitudini non possono danneggiare i loro compagni. Né i giovanetti buoni potranno ricevere nocumento da costoro, perché non vi sarebbe né tempo, né luogo, né opportunit8, perché l’assistente che supponiamo presente, vi porrebbe tosto rimedio.

 

4. Una parola sui castighi

 

Che regola tenere nell’infliggere castighi? Dove è possibile, non ci faccia mai uso di castighi; dove la necessità chiede la repressione, si ritenga quanto segue:

 

  • L’educatore tra gli allievi cerchi di farsi amare, se vuole farsi temere. In questo caso la sottrazione di benevolenza è un castigo che esalta l’emulazione, dà coraggio e non avvilisce mai.
  • Presso ai giovanetti 6 castigo quello che si fa servire per castigo. Si e osservato che uno sguardo non amorevole sopra taluni produce maggior effetto che non farebbe uno schiaffo. La lode quando una cosa è ben fatta, il biasimo, quando vi è trascuratezza, è già un premio o un castigo.
  • Eccettuati rarissimi casi, le correzioni, i castighi non si diano mai in pubblico, ma privatamente, lungi dai compagni, e si usi massima prudenza e pazienza per fare che l’allievo comprenda il suo torto con la ragione e con la religione.
  • Il percuotere in qualche modo, il mettere in ginocchio con posizione dolorosa, il tirar le orecchie ed altri castighi simili debbonsi assolutamente evitare, perché sono proibiti dalle leggi civili, irritano grandemente i giovani ed avviliscono l’educatore.
  • I1 direttore faccia ben conoscere le regole, i premi e i castighi stabiliti dalle leggi di disciplina, affinché l’allievo non si possa scusare dicendo: Non sapevo che ciò fosse condannato o proibito.

 

Se nelle nostre case si metterà in pratica questo sistema, io credo che potremo ottenere grandi vantaggi senza venire né alla sferza, né ad altri violenti castighi. Da circa quarant’anni tratto con la gioventù, e non mi ricordo d’aver usato castighi di sorta, e con l’aiuto di Dio ho sempre ottenuto non solo quanto era di dovere, ma eziandio quello che semplicemente desideravo, e ciò da quegli stessi fanciulli, pei quali sembrava perduta la speranza di buona riuscita.

 

5. Per vivere oggi il sistema preventivo

 

Pensiamo alla famiglia in cui siamo inseriti, alla scuola che frequentiamo, alla parrocchia di cui facciamo parte… Come vivere in questa realtà uno stile educativo che abbia il Sistema Preventivo come punto di riferimento? Tentiamo di riscrivere nell’oggi quanto un secolo fa don Bosco praticò e lasciò come preziosa eredità alla sua Famiglia Salesiana e alla Chiesa.

 

Parleremo di quattro dimensioni, quattro stili di presenza sotto le immagini di:

 

– casa

 

– scuola

 

– parrocchia

 

– cortile.

 

Ciascuna di queste dimensioni deve essere presente, perché l’educazione risulti efficace e armonica. Vivere oggi lo stile educativo di don Bosco significa far in modo che la nostra famiglia, la nostra classe, il nostro gruppo ecclesiale, il nostro Oratorio sia o diventi casa.

 

I. Casa di accoglienza Cioè:

 

  1. luogo in cui ciascuno è considerato come persona, come un valore. Questo atteggiamento si fonda sulla convinzione (che viene dalla fede) che in ogni giovane Dio è presente, che la sua stona, il suo vissuto è terra di Dio».Per accogliere occorre essere presenti, di una presenza significativa ed educatrice, che crea un «clima», fatto di rispetto delle cose e delle persone, di cordialità di rapporti, di progressivo coinvolgimento. Se non c’è un ambiente educativo, l’accoglienza è solo a parole!
  2. Luogo di amicizia e l’amicizia nasce la dove c’è possibilità di dialogare, di essere ascoltati e compresi. «I giovani desiderano che gli educatori stiano accanto a loro, accettandoli così come sono e amandoli sul serio».

 

Occorre essere per i giovani: mano tesa, che con semplicità sa andare in-contro e farsi vicina a chi più ne ha bisogno; e mano adulta, che sa intervenire per indicare un cammino (guida), per incoraggiare e, laddove occorra, per correggere e «sapersi amati» che porta alla «comunione dei CUORI».

 

c) Luogo dove si «cresce» perché ci sono proposte: non c’è educazione 1à dove mancano proposte di vario tipo (teatro, musica, sport, catechesi, servizio, volontariato…), che aiutino i giovani a portare a maturazione le capacità che si portano dentro. L’assenza di proposte è la morte dello spirito di don Bosco. Là dove non c’è vita, voglia di fare, è perché non ci sono uomini e donne propositivi.

 

d) Luogo di gioia: la gioia era per don Bosco l’undicesimo comandamento. Una gioia che nasce dal rapporto di fiducia e di collaborazione tra i giovani e i loro educatori e si fonda sulla presenza del Signore nella vita di tutti i giorni e sulla materna assistenza di Maria.

 

II. Parrocchia che evangelizza Cioè un ambiente:

 

a) che si qualifica per i valori cristiani che vive (testimonianza) e che propone (annuncio) a tutti i giovani, prima che per le cose che fa;


b) che propone cammini di educazione e di catechesi adeguati, ben differenziati, con una certa continuità; c) che aiuta i giovani a scoprire la propria vocazione in una serena e sincera ricerca del progetto di Dio, ricerca permeata di ascolto della Parola di Dio e di preghiera; d) che lavora per creare una vera Comunità,riunita attorno all’unico Signore che perdona (Riconciliazione), che si offre (Eucaristia), che chiama al suo servizio e alla testimonianza in tutti gli ambienti; e) che con coraggio va in cerca dei lontani e sa correre dei rischi e porre segni eloquenti; f) che presenta un «Dio simpatico», vicino ad ogni persona, interessato alla vita di ognuno, innamorato del vostro essere giovani; il Dio della vita di tutti i giorni, tra le pieghe dei fatti che succedono.

 

 

 

III. Cortile dove avere l’amicizia e l’allegria

 

  1. Non si può pensare a don Bosco senza abbinarlo all’immagine di un cortile, dove i giovani hanno ampia libertà di saltare, correre, schiamazzare a piacimento». Sport- musica- teatro…«Sono metodi efficacissimi per ottenere la disciplina, giovare alla moralità e alla sanità». Il pericolo è scindere queste realtà dal discorso educativo e formativo.
  2. Nel cortile si vive lo «spirito di famiglia», distintivo dello spirito di don Bosco. «La familiarità porta qffetto e l’affetto porta confidenza». Il maestro visto solo in cattedra è maestro e non più, ma se va in ricreazione con i giovani, diventa come fratello… I cuori si aprono e fanno conoscere il loro bisogno e palesano i loro difetti».
  3. Il cortile è il luogo primario di educazione: si conoscono i ragazzi, si stringono nuove amicizie…
  4. Il cortile è aperto al territorio in cui si trova, proprio perché è punto di incontro di tanti giovani, è attento ai loro problemi di lavoro, studio, divertimento, devianza…). È un modo di vivere la missionarietà.

 

IV. Scuola che avvia alla vita

 

Anzitutto scuola, cioè ambiente in cui:

 

  • circolano valori condivisi e rispettati;
  • c’è uno sforzo pedagogico per far interiorizzare questi valori;
  • si crede al dialogo, al confronto, al maturare progressivo del senso critico dentro la cultura di oggi;
  • non si ha paura di richiesta di maggior partecipazione nella corresponsabilità.

 

Che avvia alla vita, una scuola cioè che:

 

  • aiuta il giovane a trovare una strutturazione armonica della sua personalità, rendendolo cosciente delle sue capacità;
  • offre la possibilità di elaborare un progetto personale nel quale prendono forma i valori acquisiti e in base ai quali si sanno fare scelte di vita;
  • è attenta al mondo del lavoro e, sull’esempi problemi che in esso vi scorge;
  • punta alla formazione globale della persona (buoni cristiani e onesti cittadini).

 

Tutto questo nella consapevolezza che non c’è scuola senza maestri, cioè non c’è servizio educativo senza testimonianza e presenza di modelli.

Teoria e storia del servizio sociale

Il servizio sociale è un residuo del sistema capitalista perché interviene in favore solo di alcune categorie di individui, in particolare, secondo quanto scritto da Adam Smith le politiche pubbliche avrebbero dovuto garantire i servizi di sicurezza, giustizia e lavori pubblici. Invece secondo Herbert Spencer il benessere si aggrappa alla possibilità di taluni individui di raggiungere livelli più alti in quanto non esistono solo livelli di benessere diversi quanto piuttosto livelli inferiori e superiori: è la logica più tragica del capitalismo che porterà il mondo alla Grande depressione del ’29.

Il servizio sociale denota delle peculiarità diverse per ogni paese nel quale si è sviluppato, ma senza dubbio il mondo anglosassone ha condizionato più degli altri i modelli di servizio sociale, specialmente dopo l’ultimo conflitto mondiale. Le motivazioni di tale successo risalgono all’epoca vittoriana sulla base dell’utilitarismo e del darwinismo secondo i quali «il benessere sociale si sarebbe potuto raggiungere solo tramite quello individuale» (p. 63) conferendo ampi margini di libertà all’iniziativa privata (laisser faire) e lasciando allo Stato la possibilità di intervenire «solo in dati casi» (p. 64).

Laddove non c’era molta sperequazione tra le classi, il nubilato era un’ottima occasione per iniziare un esperienza di volontariato magari in un quartiere popolare di una grande metropoli dove Octavia Hill e Denison Maurice iniziarono ad allestire spazi urbani adibiti al verde pubblico per favorire la socializzazione (1865). In Francia, invece, la Comune di Parigi (1870) destò la preoccupazione dei ceti borghesi inglesi impressionati dall’avanzare del proletariato che avrebbe potuto nuocere i loro interessi. Contemporaneamente al movimento massimalista, però, si sviluppò anche un socialismo riformista impegnato a costruire dei servizi sociali alternativi alla Chiesa (cartisti, socio-cristiani, Commons society, trade unions, etc.) mentre in Italia raccoglievano proseliti Don Bosco e Cesare Correnti.

Non tutti i movimenti nacquero contemporaneamente né in maniera ordinata, ad es. i socialisti cristiani sorsero nel 1848 dopo il fallimento del cartismo che si era ritirato nella cooperazione e sulla scia dei frangenti rivoluzionari del ’48. L’esperienza, infatti, aveva dimostrato che non poteva esistere un’assistenza fondata solo sulla proclamazione dei diritti senza, dunque, un sistema di servizi organizzati sul territorio in base ad operatori qualificati. D’altro canto il proliferare di servizi avrebbe richiesto al più presto una legislazione di tutela e di controllo di tali enti. Solo a Londra nel 1869 c’erano circa 640 istituzioni caritative, da qui sorse la necessità di un coordinamento delle attività di assistenza. Ma fu una vera riforma, o dietro la maschera dei buoni propositi si nascondeva il cinismo del controllo sociale?

Oltreoceano c’erano dei servizi che si erano organizzati già da molto tempo prima. In riferimento all’edilizia popolare, «gli ebrei avevano creato una sorta di organizzazione parallela e alternativa a quella delle poor law» (p. 72). Le origini del servizio sociale ebraico risalgono ai primi stanziamenti degli emigranti ebrei negli Stati Uniti d’America nel XIX secolo favorito dalle persecuzioni religiose avviate in Europa e in Asia, specialmente in Russia (Pogrom). A seguito di ciò, gli stessi ebrei crearono degli uffici di assistenza con il compito di accogliere i nuovi giunti e di provvedere loro le prime necessità della vita. Oltre alle sedi locali vi era un consiglio a livello superiore che coordinava l’attività su almeno cinque città. Al 1940 si contavano 84 uffici che offrivano assistenza a 6286 persone per un totale di ”budjet” di circa due milioni di dollari. La prima Conferenza nazionale di servizio sociale ebraico fu stabilita a Boston nel 1895 e nel 1936 se ne tenne una di tipo Internazionale a Londra. Il servizio sociale ebraico dimostra come potesse svilupparsi un’assistenza intesa come “servizio” pur in assenza di una legislazione sociale americana in favore degli immigrati.

Il problema delle istituzioni pubbliche, a questo punto fu di capire quali fossero i reali bisogni della popolazione. A tal proposito un gruppo di filantropi (Charles Booth, Edwin Chadwik, Beatrice Webb) iniziò ad effettuare dei sondaggi sulla popolazione i quali risultati furono pubblicati nel celebre “Rapporto della commissione Bentham” nel 1834 in base al quale circa un terzo dei residenti di Londra vivevano al di sotto della soglia della povertà. In Inghilterra erano state introdotte già le poor law basate su un sistema di legislazione sociale pubblica che affidava alle parrocchie il compito di organizzare l’assistenza agendo in autonomia seppur in base ai controlli della Commissione Reale.

Al contrario in America il controllo fu affidato ad un’associazione privata la “Charitable Organising Society for Relief and Repressing Mendicity” (COS) che nominava e stipendiava un agent per ogni distretto. Sulle origini di tale associazione aleggiano molti misteri (pp. 75-76), es. il COS si diede da fare fin da subito per organizzare un servizio di ricerca e formazione di propri allievi? Grazie all’apporto di una banca dati custodita presso la sede centrale e dell’esperienza di docenza del “Department of Social Science and Administration” presso la “London School”, fu possibile sviluppare delle procedure ben precise di intervento sul “case work” (p. 75).

Un primo quesito riguarda l’etica di riferimento giacché nutrivano una certa sfiducia nell’ambiente sociale ritenuto «immodificabile» (p. 77) attribuendo la responsabilità del successo o del fallimento dell’assistenza interamente all’individuo tanto da comportare delle distinzioni tra “povero meritevole” ed “abile povero” e di organizzare l’assistenza in base a giudizi di valore sul comportamento più che sulla sua effettiva capacità di gestire il proprio reddito. L’incapacità poteva derivare anche da cause selettive, tanto che persino gli invalidi e gli handicappati erano privati dell’assistenza in quanto ritenuti incapaci di raggiungere un beneficio permanente (p. 81).

Un altro quesito riguardava i rapporti con gli enti pubblici giacché si riteneva che lo Stato dovesse avere una funzione puramente residuale nell’assistenza: alla COS sarebbe spettato il compito di assistere il povero meritevole, mentre l’abile povero sarebbe rimasto vincolato nelle strutture coercitive dello Stato in quanto, data la natura irrecuperabile dell’individuo, solo la minaccia della sanzione avrebbe potuto avere un esito deterrente verso la popolazione (prevenzione generale). Ciò indusse il Governo ad optare per politiche repressive piuttosto che per quelle preventive, anche in accordo con le teorie criminologiche che iniziarono a diffondersi dall’Italia.

In un certo senso le COS nascono come entità complementare al servizio ebraico ma in un certo senso ne segue le sorti perché non possono accettare che i propri utenti siano assistiti da altre organizzazioni specialmente in riferimento a Chiese concorrenti. In realtà, le COS non ebbero quasi mai una vera e propria supremazia a causa dell’impossibilità di intervenire con autorità nei conflitti e nelle rivalità che sorgevano tra gli enti privati. Ciò indusse loro ad intervenire ancora una volta sul piano della formazione istituendo una scuola che uniformasse tutte le conoscenze secondo principi laici e democratici. Ne furono create a New York (1899) ed Amsterdam (1900).

Purtroppo queste scuole, sebbene abbiano assorbito e diffuso la scienza positiva imperante, hanno anche ereditato tutti i mali dell’epoca finendo per considerare l’assistente sociale come colui che doveva solo prendere atto della situazione dell’utente senza mobilitare le risorse che avrebbero potuto affrontare il bisogno, occorreva cioè che tutta la comunità si facesse carico dei bisogni delle categorie svantaggiate (p. 88). Ciò dimostrava ancora una volta che non poteva esistere un servizio sociale, sebbene ben organizzato, senza un sostegno adeguato di legislazione sociale, il che fu realizzato in Europa a partire dagli anni ’20.

In Europa all’inizio del XX secolo si svilupparono dei servizi finalizzati al recupero della devianza: in Inghilterra grazie alla Toynbee Hall, in America grazie alla Hull House e in Italia grazie ai Patronati per i liberati dal carcere. In Italia in particolare nasceva il servizio sociale penitenziario, grazie alla criminologia scienza schiettamente italiana, basato sull’osservazione del condannato piuttosto che sugli arbitri dell’amministrazione penitenziaria. Fin dall’introduzione del Codice Zanardelli erano stati previsti degli organi di coordinamento, i Consigli di Patronato, con competenze di rieducazione dei carcerati e di assistenza ai liberati ai quali erano preposti funzionari pubblici e privati.

Più tardi nel 1896 furono previsti organi di coordinamento e di controllo anche negli altri settori di assistenza sociale grazie alla legge sulle Ipab, mentre l’uniformità delle scuole fu possibile avviare solo dopo la Grande Guerra che ebbe conseguenze drammatiche sulla situazione economica, politica e sociale d’Italia: «la guerra servì alla psichiatria ad essere accettata» (p. 109) in quanto sia durante che dopo emersero nei confronti dei soldati che avevano combattuto al fronte tutte le sindromi tipiche della vita militare; anche in Italia, infatti, la prima associazione di assistenza sociale nacque in seno alla medicina.

Non sappiamo se la Mildford Conference fu indetta in risposta, o semplicemente ignorando, la Conferenza di Parigi che si svolse nel medesimo periodo (1928), però già a Mildford emerse una terminologia molto diversa da quella continentale: le citazioni sul “cliente” piuttosto che sull“utente”, sul “servizio” piuttosto che sull’assistenza, sulla psicologia piuttosto che sul diritto, etc. In particolare con la psicologia si tendeva a spiegare i comportamenti devianti in base a condizioni esterne mentre in Europa si dava più credito alla legislazione ed alla biologia. In Italia, in particolare, si sperimentò con successo la psicotecnica.

Dopo il ’29 in America, che più degli altri paesi subì gli effetti della crisi, si ebbe una scissione in seno all’ambiente del servizio sociale tra scuola diagnostica (Mary Richmond, Zilpha Drew Smith, Porter Raymond Lee) che enfatizzava il ruolo dell’infanzia come causa determinante delle disfunzioni individuali e tra quella funzionale (Jessie Taft, Virginia Robinson) secondo la quale occorreva intervenire a livello strutturale per risolvere i problemi in quanto il processo di aiuto non dipendeva tanto dai traumi inelaborati quanto a problemi contingenti dettati dall’impossibilità di raggiungere il proprio benessere.

Un’altra differenza tra le due scuole era che per i funzionalisti assumeva molta importanza il ruolo del “servizio” rispetto all’assistente. Grazie anche al ruolo delle scuole, alla fine prevalse il modello funzionalista che nel secondo dopoguerra si diffuse anche in Europa grazie ai programmi di ricostruzione dell’ONU da dove provenne l’evoluzione del Case Work in Group Work negli anni ’60 e in Community Work negli anni ’70. Ad un periodo di intenso sviluppo, tuttavia ne seguì uno di crisi e di progressivo decadimento culminato negli anni ’90 con il crollo del Muro di Berlino e la fine della divisione del mondo in due blocchi ideologici.

Il limite del modello funzionale, infatti, era stato di enfatizzare la burocrazia nel servizio sociale come avevano fatto del resto molti paesi basati sul socialismo reale. In tal modo i paesi occidentali furono costretti ad adottare delle politiche di contenimento finanziario e di decentramento amministrativo. In Italia, in particolare, i centri sociali si trasformarono in covi per spacciatori e clandestini. Quale futuro della legislazione e del servizio sociale? Gli sviluppi del Welfare Mix lasciano immaginare un’espansione della sfera privata a discapito di quella pubblica con l’offerta di servizi professionali a pagamento o comunque in convenzione con la pubblica amministrazione, tuttavia il fallimento delle politiche monetarie comunitarie e la strategia di alcuni stati (Grecia, Islanda) fanno pensare ad un ritorno al passato verso cioè politiche pubbliche assistenzialiste.

Bibliografia

Bortoli B, Teoria e storia del servizio sociale, NIS, Roma, 1997.