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Ritorno a Confucio

Negli ultimi anni in Cina sono aumentati vertiginosamente i reati della Pubblica Amministrazione (cd. “colletti bianchi”), perciò, il Partito Comunista ha deciso di seppellire il vecchio slogan “Religione oppio dei popoli” e di recuperare dottrine e ideali del proprio sistema di pensiero fino a poco tempo fa messi al bando perché ritenuti contrari all’edificazione di una moderna società socialista. La finalità è di sconfiggere la corruzione e il potere delle nuove caste formatesi nel corso degli anni. A partire dalla fine della Rivoluzione culturale lo studio della cultura tradizionale è andata intensificandosi e i centri di ricerca hanno investito numerose risorse al riguardo. Il fenomeno, circoscritto inizialmente a pochi intellettuali, è andato via via diffondendosi, arrivando a coinvolgere strati sempre più ampi della popolazione. Da qui ha preso avvio negli anni ’80 il movimento di rivisitazione dei valori etici, spirituali e religiosi confuciani e la più recente riforma dei programmi scolastici, ritenuti in parte obsoleti e del tutto inadatti a far fronte alla nuova situazione. Le religioni attualmente riconosciute in Cina sono il taoismo, il buddhismo, l’islam, il cattolicesimo, il protestantesimo ma il confucianesimo no è tra queste essendo ritenuto principalmente un sistema filosofico che definisce le relazioni sociali senza precisare fini ultraterreni. Ciò nondimeno la sua dimensione religiosa esiste e si manifesta nella ripresa delle cerimonie officiate in onore di Confucio e di Mencio rispettivamente a Qufu e Zuocheng. Nei primi anni del ‘900 il confucianesimo venne considerato un retaggio del passato, espressione di un sistema feudale nocivo. Demonizzato durante la Rivoluzione culturale, divenne oggetto di attacchi radicali, culminati tra il 1972 e il 1974 con l’obiettivo di attaccare coloro che all’interno del partito comunista cinese volevano contrastare la politica della Banda dei quattro. Morto Mao e archiviata la Rivoluzione culturale, la questione del confucianesimo tornò d’attualità. Il dibattito raggiunse il suo apice tra il 2000 e il 2004 grazie all’impulso dato da una serie di associazioni e personaggi influenti (Fondazione Confucio, Tu Weiming, il più influente studioso di confucianesimo, il sito Confucius2000.com e la fortunata serie di lezioni “L’essenza dei dialoghi” condotta da Yu Dan). Tra le personalità più impegnate spicca Kang Xiaoguang che ha riproposto la sostituzione del marxismo con le dottrine di Confucio nella scuola cinese e il riconoscimento del confucianesimo come religione di Stato. La tesi di fondo è che, senza un codice etico che lo sostenga, il sistema economico può produrre solo una società divisa e corrotta.

Approfondimenti su: Scarpari M., Ritorno a Confucio. La Cina oggi tra tradizione e mercato, Bologna, il Mulino, 2015.

Le persecuzioni per la fede in Russia

Le persecuzioni per la fede in Russia. In Alfeev I., La Chiesa ortodossa russa. Profilo storico, Bologna, EDB, 2013, pp. 267-336.
La Rivoluzione bolscevica fu un fenomeno che trova i primi sintomi almeno un secolo prima, quando le classi colte si distaccano dai valori tradizionali per avvicinarsi al nichilismo e all’ateismo sotto l’influsso del materialismo tedesco (Belinskij, Herzen, Tolstoj, etc.). Sono, quindi, da escludere le tesi che collegano il comunismo al sionismo. La Rivoluzione, inoltre, era stata profetizzata da «grandi menti» (p. 267) dell’epoca (Lermontov, Dostoevskij, Kronstadt) per cui «il fermento ideologico negli ambienti dell’intelligencija e nelle masse popolari, in aggiunta alla debolezza politica della monarchia e a una serie di sconfitte militari, condusse dapprima alla rivoluzione borghese del febbraio e poi a quella proletaria del 25 ottobre 1917» (p. 268) allorquando salirono al potere i bolscevichi, tra cui, Kamenev e Trockij, tutti di origine ebraica, che nutrivano «un odio patologico nei confronti della religione» (p. 269). Il 26 ottobre fu pubblicato il “Decreto sulla terra” che nazionalizzava tutti i terreni ecclesiastici, il 16 dicembre fu abolito il matrimonio religioso, il 23 gennaio 1918 fu decretata la separazione tra Chiesa e Stato in base al quale le organizzazioni religiose perdevano il diritto alla proprietà e alla possibilità di insegnare nelle scuole di ogni ordine e grado. «Subito dopo la Rivoluzione cominciarono le persecuzioni contro la Chiesa, arresti e uccisioni di esponenti del clero» (p. 270). Iann Kocurov, morto il 31 ottobre 1917, sacerdote di Pietroburgo, fu il primo di una lunga serie di martiri (non esistono statistiche ufficiali del numero di persone, laici e religiosi, che persero la vita per motivi religiosi durante il comunismo in Russia).
Il 19 gennaio 1918 il patriarca Tichon scomunicò i bolscevichi. Ben presto fucilazioni e arresti assunsero un carattere di massa. Il 17 luglio 1918 fu ucciso l’imperatore Nicola II, nonostante avesse abdicato la trono, e tutta la famiglia reale (eccidio di Ekaterinburg). «I sacerdoti venivano uccisi con raffinata crudeltà: venivano seppelliti vivi, esposti al gelo e ricoperti d’acqua fredda finché si congelavano, gettati in caldaie bollenti, crocifissi, frustati a morte, fatti a pezzi con accette (…) Chiese e monasteri vennero devastati e saccheggiati, moltissime icone furono profanate e bruciate. Una violenta campagna antireligiosa divampò sulla stampa» (p. 271). Il 14 febbraio 1919 il Commissario del popolo alla giustizia emanò un decreto sull’esumazione dei corpi dei santi al fine di screditare la Chiesa e a smascherarne trucchi e imposture. Il 29 luglio 1920 il Soviet dei commissari del popolo ordinò la distruzione di tutte le reliquie e solo alcune furono nascoste nel Museo di Leningrado. «La rovina economica, prodotta dalla Rivoluzione e dalla guerra civile e la siccità dell’estate del 1921 condussero ad una carestia nella regione del Volga che colpì circa 20 milioni di persone: perivano interi villaggi, i bambini restavano orfani, la gente moriva per strada» (pp. 272-273).
In seguito nacque una Commissione panrussa di aiuto alle vittime della carestia presieduta dal Patriarca Tichon che nel frattempo, però, aveva subito gli arresti domiciliari, ed era iniziata una colletta di denaro che giunse fino in Inghilterra. Tali iniziative, però, avevano suscitato lo scontento delle autorità, che sciolsero la commissione e ne nominarono un’altra sotto il controllo del Comitato esecutivo centrale che il 23 febbraio 1922 emanò un nuovo decreto per la confisca dei beni della Chiesa, compresi gli arredi sacri e gli addobbi liturgici. Durante un’operazione di polizia «nella cattedrale di Suja, intorno all’edificio si ammassò una folla di fedeli nel tentativo di difendere gli oggetti sacri, ma i soldati dell’Armata rossa spararono su quegli innocenti. Il 19 marzo 1922 Lenin inviò un dispaccio segreto ai membri del Politburò, proponendo di usare la carestia come pretesto per smantellare completamente l’organizzazione ecclesiastica in Russia» (p. 273).
Il 30 marzo il Politburo diede inizio ad una nuova iniziativa di contrasto della Chiesa ortodossa in cui molti religiosi furono soggetti a interrogatori, processi e torture, tra i quali vi erano Veniam Kazanskij, metropolita di Pietrogrado e l’archimandrita Sergij Sevic. A peggiorare la situazione fu la creazione per opera della GPU di un ente fantasma, la “Chiesa viva”, che rivendicava l’introduzione di alcune riforme tra cui il matrimonio per i vescovi (solo i preti si potevano sposare) e le dimissioni del patriarca Tichon che, in seguito, fu arrestato e piantonato al carcere della Lubjanka dove si rifiutò di firmare una dichiarazione in cui riconosceva la “Chiesa viva” quale ente ufficiale. Gli affiliati della Chiesa viva, per tutta risposta, convocarono un concilio a Mosca (1924) dove deposero Tichon. Nel 1920, intanto, si era costituita a Costantinopoli il “Sinodo episcopale della Chiesa russa all’estero” che si prodigava per l’assistenza ai religiosi ed ai laici ortodossi che erano fuggiti dalle persecuzioni sovietiche. Il 7 aprile 1924 morì Tichon e salì al soglio patriarcale il metropolita Petr che fu subito arrestato e incarcerato nel lager di Solovki insieme a molti altri vescovi. Il giorno dopo fu pubblicata sull’Izvestija una lettera falsa, a nome di Tichon, in cui «esprimeva la propria lealtà al potere sovietico e condannava il clero nell’emigrazione» (p. 279).
Il tentativo riprese nel 1928 tramite l’Unione degli atei militanti, costituitasi 3 anni prima, che si prefiggeva per il 1937 di risolvere una volta per tutte la questione religiosa. A tale scopo non esitarono a ricorrere a metodi subdoli quali, ad es., i processi a porte chiuse: «per fucilare una persona era sufficiente una sentenza pronunciata da 3 funzionari (trojka) (…) Negli anni ’30, quando il moloch del terrore staliniano colpì tutte le categorie di popolazione, vennero arrestati e fucilati indiscriminatamente tutti i ministri del culto, compresi gli innovatori» (p. 283) il quale scisma si era praticamente esaurito nel 1935. Il 10 ottobre 1937 fu ucciso anche il patriarca Petr da una trojka di Celjabinsk. A questo punto subentrarono 2 avvenimenti che determinarono una svolta nei rapporti tra sovietici ed ortodossi: il censimento del 1937 e l’invasione dei nazisti nel 1941. Nel 1937 il censimento demografico aveva registrato una popolazione di 162 milioni di abitanti a fronte dei 170 milioni pianificati: lo scontento delle autorità comuniste per i risultati del censimento del 1937 non era dovuto soltanto all’errore di calcolo nel computo della popolazione, ma anche al fatto che alla voce religione ben 55,3 milioni di persone, vale a dire il 56,7% degli abitanti dai 16 anni in su, si erano dichiarate credenti. Così, nonostante le massicce persecuzioni contro clero e fedeli, la chiusura e demolizione di chiese e monasteri, nonostante le minacce di fucilazione o di repressioni che incombevano su chiunque professasse apertamente la fede in Dio e sui suoi familiari, più della metà della popolazione adulta nel paese nel 1937 dichiarava apertamente la propria religiosità» (pp. 283-284).
La carità aveva vinto. Ma improvvisamente, all’orizzonte si stava materializzando una nuova minaccia: i tedeschi, tradendo i patti del ’39, avevano invaso la Russia (1941), giungendo nel giro di pochi anni fino alle porte di Mosca. Anni prima, infatti, Stalin si era messo d’accordo con Hitler per la spartizione dell’Europa dell’est tra cui l’Ucraina, i Paesi Baltici e parte della Polonia. Di fronte ai due “nemici”, il dittatore sovietico scelse di allearsi con coloro dai quali avrebbe potuto ottenere nell’immediato maggiori vantaggi. Il 22 giugno 1941, infatti, il metropolita Sergij aveva lanciato un appello per la resistenza del popolo russo all’invasore tedesco. Il 4 settembre 1943, l’ex seminarista georgiano, colui che per anni aveva perseguitato i cristiani e aveva causato la morte di milioni di uomini, si ritrovava palesemente in “imbarazzo” nei confronti degli esponenti della Chiesa ortodossa verso i quali aveva compiuto ogni sorta di crudeltà e che invece adesso voleva guadagnare a suo favore. Gli ortodossi, d’altronde, posero una serie di condizioni: la sospensione della propaganda ateistica, la cessazione immediata delle persecuzioni, il richiamo dei vescovi dal confino e la loro nomina a capo delle diocesi, il permesso di ricostituire il Sinodo, l’autorizzazione di riaprire gli istituti di istruzione teologica, la libertà di stampa, la creazione di un Consiglio per gli affari religiosi della Chiesa ortodossa presso il Commissariato popolare dell’URSS, la restituzione di alcuni immobili tra cui i monasteri e il palazzo Cistyj e, non da ultimo, il permesso di organizzare l’assistenza sanitaria ai soldati. «Il periodo che va dal settembre 1943 alla fine degli anni ’50, fu per la Chiesa ortodossa russa un’epoca di parziale ripristino di quanto era stato distrutto ed eliminato negli anni del terrore staliniano. Lo Stato conservava il proprio carattere ateo e la Chiesa restava in gran parte estromessa dalla vita sociale, ma le persecuzioni vennero sospese; molte parrocchie ortodosse avevano riaperto i battenti nei territori occupati dai tedeschi, ma anche quando l’Armata Rossa scacciò l’esercito invasore tali parrocchie non vennero più chiuse» (p. 286).
«Nonostante i numerosi problemi felicemente risoltisi in Russia tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo, oggi la Chiesa si trova di fronte a molte questioni ancora aperte. La Chiesa ortodossa ha il diritto di svolgere senza impedimenti attività caritativa; tuttavia le proporzioni tra il suo operato in questo campo e le proporzioni dei problemi sociali che richiedono un intervento della Chiesa sono incommensurabili. In buona parte questa situazione è spiegabile con il fatto che la Chiesa continua a non avere una base finanziaria stabile che le consenta di attuare un ampio programma di beneficenza. Prima del 1917 la Chiesa aveva immense proprietà terriere che dopo la rivoluzione vennero nazionalizzate, e che a tutt’oggi non sono state restituite. Lo Stato restituisce alla Chiesa molti edifizi di culto, ma semplicemente in uso e non in proprietà. Questo significa che la Chiesa deve ristrutturare a proprie spese gli edifici ridotti dal potere sovietico a un mucchio di rovine, e che anche gli edifizi ristrutturati restano di proprietà dello Stato (…) Il 30 novembre 2010, tuttavia, è stata definitivamente approvata la legge “Sulla restituzione alle organizzazioni religiose dei beni a destinazione religiosa, attualmente di proprietà dello Stato e dei municipi”» (pp. 310-311).

Se lo Stato può vincere il terrorismo

All’indomani del rapimento e dell’omicidio dell’on. Aldo Moro, si decise di riunire le personalità più importanti afferenti a varie discipline al fine di analizzare e discutere insieme lo stato dell’arte della criminologia in Italia. Il terrorismo aveva, infatti, inferto un colpo doloroso allo Stato ma allo stesso tempo aveva stimolato le forze politiche alla reazione ed alla valorizzazione delle proprie politiche di contrasto alla criminalità. Il congresso, tuttavia, non si limitò ai problemi di sicurezza ma mise in luce anche tutta una serie di questioni sociali che si trascinavano da tempo quali la delinquenza minorile, il trattamento penitenziario, il suicidio e altre criticità. Il congresso fu convocato anche con la finalità di far incontrare le diverse specialità della criminologia in modo da interpretare una visione olistica dei problemi, perciò oltre ai rappresentanti delle forze di polizia si contarono, tra l’altro, esperti di medicina legale, di psicologia penitenziaria, di diritto penale, di diritto penitenziario, di psicologia forense, di psichiatria forense, di criminalistica, di metodologia, di planologia, di Antropologia culturale antropologia, di Sociologia della devianza|sociologia, di Psicopatologia generale, di neuropsichiatria, di Scienze dell’amministrazione, di filosofia della scienza, di pedagogia e di Assistente sociale|assistenza sociale.

==Delinquenza dorata==
Gli autori riprendono qui un’espressione di Severin Carlos Versele per indicare il fenomeno criminale dei colletti bianchi che non riguarda solo i reati all’interno della pubblica amministrazione ma anche nell’accumulo illecito di beni patrimoniali ai danni dello Stato, l’evasione fiscale, le tangenti, etc. Si riprendono qui, ai fini dell’analisi del fenomeno, tre aspetti:
#esame sociologico: tiene conto dei rapporti tra sistema socio-economico e quello di stratificazione, cioè «il movimento degli individui nella gerarchia economica» (p. 10); gli elementi dinamici che permettono a tali individui di mutare posizione all’interno del sistema afferiscono a principi di mobilità sociale collettiva, ad es., la Cina, e individuale, ad es., Stati Uniti. In questo senso, secondo gli autori, le politiche di promozione del benessere forniscono benefici ingiustificati solamente a classi limitate di persone.
#esame analitico: il progresso esasperato e la corsa agli armamenti nell’ambito della competizione est-ovest ha fatto sorgere un fenomeno cd. di “neo materialismo” per il quale la massa che rappresenta l’elemento razionale di tale competizione si contrappone all’elite della casta politica e dei colletti bianchi di tipo irrazionale; in tale conflitto non ci sono vincitori ma è tutta la società ad uscire sconfitta relegando ciascuno ad una sorta di “anonimato fisionomico”.
#esame psicologico: riprendendo Cesare Lombroso la capacità criminale è determinata in base al rapporto tra ”io gnostico” ed ”io etico” intendendo la prima come la facoltà cognitiva e la seconda come senso della comunità sociale e delle sue norme. Ebbene, nei criminali comuni tale rapporto è sempre negativo a causa delle alterazioni che subiscono della propria auto stima, invece il rapporto nei colletti bianchi è sempre positivo per l’elevata considerazione del proprio prestigio e per il disprezzo della massa circostante.

==La misura dell’omertà ed un modello per la sua interpretazione==
Il concetto di omertà nel corso dei secoli si è andato sempre più trasformando da «retaggio mitizzante dell’uomo medievale» (p. 22) fino ad identificarsi quasi del tutto con la criminalità organizzata. Tuttavia indagini recenti hanno messo in luce di come, al fine di migliorare il sistema di difesa sociale, l’omertà sia riconducibile al rapporto tra tasso criminale e tasso di vittimizzazione ovvero al «grado di difficoltà delle forze dell’ordine di venire a conoscenza dei reati» (p. 24). Al fine di calcolare l’indice di omertà, gli autori utilizzano due tipi di dati: la percentuale di delitti denunciati, dei quali è noto l’autore, e quella degli imputati prosciolti. In base alle statistiche illustrate si evince che l’omertà è minore in Sicilia e in Sardegna e maggiore nelle regioni ad alta densità metropolitana quali Piemonte e Lombardia. In altre parole i reati si concentrano laddove sussiste un ampio spazio di anonimato rappresentato dai sistemi complessi municipali (La misura dell’omertà ed un modello per la sua interpretazione). Tuttavia oltre a codesti problemi strutturali si vengono ad incrociare anche questioni di carattere personale che inducono le vittime a non ribellarsi. Questione che gli autori cercano di affrontare tramite l’analisi costi-benefici per i quali l’individuo decide di assumere un determinato atteggiamento dopo aver prudentemente ponderato «i possibili costi in cui teme di poter incorrere e i probabili benefici che sperano di poter trarre» (p. 32). Uno dei limiti di tale indicatore è che non tiene conto dei costi sociali, di tipo economico, determinati dalla crescente forbice tra le due percentuali.

==Esame critico-psicologico in fatto di contestazione violenta==
A distanza di dieci anni dal movimento di contestazione studentesca, si cerca di effettuare un paragone con l’analogo movimento del ’77, questo ultimo periodo è caratterizzato per il fatto di inserirsi nella recente escalation criminale. Solamente nel periodo tra il 1 luglio 1976 ed il 30 giugno 1977, infatti, si sono verificati oltre due milioni di reati di cui molti compiuti da giovanissimi. Riprendendo Freud un fattore di criminogenesi può essere fatto risalire all’ipotesi da aggressione-frustrazione per il quale l’individuo reagisce in direzione di un capro espiatorio di fronte al mancato soddisfacimento di un bisogno come, ad es., l’assunzione di determinati stili di vita, l’espressione della sessualità, la somministrazione di sostanze, l’apprendimento dei ruoli, etc. Si è dimostrato inoltre di come nelle famiglie in cui vige un consolidato senso democratico vi siano maggiori percentuali di figli più stabili e conformi alle norme, invece nelle famiglie di tipo autoritario ci sono maggiori probabilità di sviluppare condotte devianti e disadattate. Tra le possibili soluzioni a tali problemi si propone di ricorrere alla “logoterapia” (p. 47) che si propone di far superare all’uomo la propria crisi esistenziale tramite una nuova percezione di senso di sé e della propria dignità.

==Un caso di de-socializzazione risolto attraverso il counseling==
Si intende con tale termine «una fase di storia clinica da cui possono svilupparsi molte forme di dissocialità o comunque irregolarità della condotta» (p. 55). In criminologia la dissocialità si manifesta nel sistema penale con tutte le conseguenze che ne derivano sia dal punto di vista detentivo sia in vista dell’eventuale recupero del soggetto. A tal proposito sono stati portati avanti una serie di esperimenti di counseling e di psicoterapia individuale e collettiva finalizzati alla risocializzazione dei casi. Dopo la riforma dell’Ordinamento Penitenziario che non trova ancora una facile realizzazione anche alla luce anche della recente legge antiterrorismo, emerge la necessità di adattare il trattamento penitenziario con gli interventi di counseling da espletarsi, possibilmente, in ambienti idonei esterni al carcere, magari traendo vantaggio dalla tanto auspicata integrazione sociosanitaria.

==L’esame della personalità dell’imputato==
Questa sezione del congresso riunisce alcuni degli elementi conclusivi della osservazione criminologica riferentesi al tipo di trattamento che è indicato come il più idoneo per ogni detenuto, ed alle formulazioni prognostiche relative al futuro comportamento carcerario ed al riadattamento sociale. Gli autori forniscono indicazioni di massima tenendo conto della differenziazione degli istituti di esecuzione attualmente esistenti e di quelli in programmazione, secondo il criterio della necessità di raggruppamento dei detenuti in categorie omogenee ai fini di uno specifico trattamento rieducativo; criterio appunto al quale si attengono i programmi dell’amministrazione penitenziaria e che caratterizza le riforme realizzate dal nuovo ordinamento penitenziario. Sono riportate pertanto le seguenti indicazioni: trattamento normale da eseguirsi secondo gli abituali moduli di esecuzione penale, distinguendo però quello riservato a soggetti con prognosi sociale sfavorevole (irrecuperabili), da quello per soggetti con prognosi favorevole (recuperabili); indicazioni di ordine ergo-terapico vero e proprio riunite sotto la voce lavoro di tipo speciale; trattamento per minorati fisici, per i casi nei quali le condizioni somatiche richiedono provvedimento sanitari speciali ed un ambiente idoneo; trattamento da attuarsi in manicomio giudiziario o in casa per minorati psichici; trattamento prevalentemente di tipo formativo ivi comprese scuole di ogni ordine e grado, scuole professionali e di qualificazione; trattamento in istituto di semi-libertà; trattamento da attuarsi negli istituti di prossima edificazione per personalità psicopatiche, caratteriali ed irregolari nella condotta; infine trattamenti di tipo psicoterapico e psicopedagogico da eseguirsi in appositi istituti dei quali è pure in programma la realizzazione.

==Considerazioni sull’efficienza intellettiva di un gruppo di criminali==
Gli studi sulla relazione tra criminalità e intelligenza hanno radici antiche. Già Cesare Lombroso si era espresso al riguardo dedicando un capitolo apposito nel suo capolavoro “L’uomo delinquente”. Tuttavia recente sviluppi teorici hanno messo in luce che il rapporto non è sempre proporzionale ovvero può anche diventare inverso. In altre parole, a delinquenti stupidi possono contrapporsi criminali geniali che hanno scelto razionalmente di porre i propri talenti naturali al servizio del male. A conferma di ciò, vi sono molti studi (Exner, Franchini, Pannain, Canepa, Glueck). D’altro canto, il soggetto con un minore quoziente intellettivo (QI) non diviene per forza un criminale, ma denota maggiori possibilità di diventarlo rispetto ad un altro collega con QI normale. Ciò perchè il QI interviene nello sviluppo dell’ego e, pertanto, sancisce il livello di stabilità tra impulsi “crimino-impellenti” che spingono al compimento del reato e quelli “crimino-repellenti” che inibiscono le condotte devianti.

==Il giudizio etico-morale in soggetti con precedenti penali==
Analogo problema all’efficienza intellettuale è quello morale la cui carenza è più frequente nei soggetti che delinquono. Anche qui, l’osservazione tra i due fattori non è sempre scontata poiché esistono numerosi fattori di compensazione che neutralizzano le pulsioni devianti rendendo possibile la socializzazione. Per calcolare il coefficiente di moralità gli autori ricorrono alle categorie di giudizio in rapporto all’umanità:

Legenda:JA: giudizio affettivo: indignazione istantanea della soluzione disumana adottata;JI: giudizio ingiusto: legge del più forte;JU: giudizio utilitarista: utilità immediata della società;CF: constatazione di fatto: ricerca dell’ingiustizia sottesa da una giustificazione;DJ: giudizio doppio: tentativo di eludere il problema;JS: giudizio sintetico: tentativo di conciliare le esigenze individuali e sociali.

==I giovani e la violenza politica: approccio interpretativo==
Si è già accennato a come durante gli anni settanta, ci sia stata una recrudescenza della criminalità giovanile di matrice politica, esplosa drammaticamente con la contestazione del ’77. Giova a tal punto aggiungere la definizione data dagli autori alla violenza politica intesa come una serie di «atti di disgregazione, distruzione e offesa, tali che il loro scopo, la loro scelta degli obiettivi o delle vittime, la loro esecuzione, i loro effetti abbiano ripercussioni politiche, cioè tendano a modificare il comportamento degli attori politici in una situazione di contrattazione che abbia conseguenze per il sistema sociale» (p. 93).

Ai fini della criminogenesi della violenza politica gli autori formulano due ipotesi:
*”rivoluzione delle aspettative crescenti”: nel caso in cui le possibilità di gratificazione offerte risultino insufficienti alle aspettative sociali, insorge un acuto sentimento di frustrazione che può degenerare in violenza;
*”teoria ascesa-caduta”: la frustrazione insorge nel caso in cui, ad un periodo di intenso benessere, ne segue uno di recessione in conseguenza del quale risulta diminuita la distribuzione delle risorse economiche.

Di fronte agli effetti traumatici del conflitto fra strutture rigide e la realtà mutante, i giovani subiscono una sorta di de-strutturazione del proprio ”ego” che, associato a fragilità emotica, rischia di oscillare tra il rifugio verso paradisi artificiali, ad es. nelle tossicodipendenze e tra l’adesione a ideologie utopistiche. Il fenomeno è particolarmente diffuso al nord, non tanto perchè ci sono più drogati o illusi, ma quanto per deficienze del sud. Il Mezzoggiorno, infatti, «non ha vissuto la Resistenza, non ha l’esperienza della fabbrica, non è in grado di politicizzare il conflitto. Nel sud i singoli problemi di migliaia di giovani non assurgono mai a problema collettivo; il conflitto è risolto non combattendo la controparte, ma ingraziandosela per godere di riflesso di una posizione di privilegio» (p. 101). A ciò bisogna aggiungere l’incapacità dei partiti di opposizione al governo di mediare efficacemente le istanze avanzate dalle classi sociali subalterne, giungendo quasi al compromesso politico, che ha indotto il popolo, o una porzione di esso, ad uno sforzo di auto-legittimazione.

==Il detatuaggio==
Il tatuaggio non è, come si crede, un indicatore di criminalità, anche se non si può negare che vi siano relazioni strette tra questi specialmente nella criminalità organizzata quando cioè l’appartenenza ad un dato gruppo deve essere riconosciuta da qualche marchio. I tatuaggi si riscontrano anche nella vita militare, religiosa e civile. Può capitare però che qualche membro decida di abbandonare prematuramente l’organizzazione alla quale appartiene, prima ancora di essere arrestato e decida allo stesso tempo di de-tatuarsi magari per sfuggire al riconoscimento delle forze di polizia. Al di là delle varie tecniche di de-tatuaggio (chirurgico, meccanico, crioterapico, termocauterico, ellettrocauterico, etc.), si evince che si tratta di un operazione chirurgica che richiede la competenza di operatori specializzati. A tal proposito il soggetto deviante può rivolgersi ad una struttura sanitaria o ad una clandestina. Siccome il medico non ha l’obbligo di referto non essendo a conoscenza di alcun delitto per il quale occorre procedere d’ufficio, la maggior parte di criminali si rivolge alle ASL. Una soluzione potrebbe essere di avvisare, magari appositi data base, le ASL dello stato di latitanza del soggetto in modo da procedere alla denuncia.

==Sulla criminogenesi del Brigatismo Rosso ==

L’origine, più che storica e politica, teoretica e filosofica delle Brigate Rosse (BR) è da rapportare al 1968, epoca in cui, con l’inizio del movimento studentesco, era stato posto in discussione, in forma perentoria, il “sistema” ed erano state rifiutate le istituzioni tradizionali. I legami, almeno al Nord, sono nelle fabbriche, dove, spesso, comunisti scontenti vanno alla ricerca di un consenso fra il proletariato; fra di loro ci sono anche degli intellettuali o, comunque, simpatizzanti di sociologia, economia e psicologia della comunicazione.

Quasi contemporaneamente, dinanzi alla vocazione terroristica delle BR e dei Nuclei Armati Proletari (NAP), Potere Operaio si discosta per una analisi ragionata sui gruppi che in Italia conducono la lotta clandestina, mentre Manifesto, Lotta Continua e Avanguardia Operaia assumono una posizione esterna di critica autentica, almeno sul piano operativo.
Nell’inverno 1970-71 si organizza il gruppo di Autonomia, che raccoglie alcuni gruppi clandestini, elementi di forze giovanili e di quadri intellettuali in dissenso o in aperta rottura con le formazioni ufficiali dell’ultrasinistra.

In prosieguo gruppi nuovi si affiancano a quelli identificati: «Prima linea, Squadre armate comuniste di combattimento, Lotta armata per il comunismo, Ronde comuniste per il contro potere territoriale, Nuclei combattenti rivoluzionari, Movimento per l’autodifesa del proletariato giovanile, Squadre armate proletarie, Gruppi femministi, Ronde femministe di quartiere, ecc.
Mettendo insieme le varie denominazioni di volta in volta raccolte gli autori hanno scoperto ben 137 organizzazioni o bande eversive che operano in tutta Italia, nelle metropoli e in provincia, quasi tutte verosimilmente composte da esigui elementi, però bene addestrati e in grado di compiere azioni con lo stesso perfezionismo dimostrato dalle BR.

Le BR, dunque, rappresentano il vertice di una piramide le cui basi si sono nel tempo allargate. Il gruppo eversivo più audace ed agguerrito si riserva le azioni più clamorose. Le altre formazioni operano invece delle sortite di minore impegno tattico ed organizzativo ed estendono il loro raggio di azione a zone dove il terrorismo è pressoché sconosciuto.

Se l’attentato compiuto nella grande città industriale o nella capitale ha indubbiamente una particolare risonanza nazionale (Kostantin Zaradov ufficiale del Kgb elaborò nel 1966 alcune tecniche di guerriglia che furono trovate nei covi delle BR e a Sofia nella centrale mondiale del terrorismo, v. Canavicci M., ”Piccolo dizionario di criminologia”, Roma, Edup, 1999, p. 39), quello meno vistoso effettuato in provincia, pur richiamando in misura minore l’interesse dei mass media, incide tuttavia più profondamente nel tessuto civile del Paese, in quanto disarticola le basi istituzionali e colpisce l’opinione pubblica più delle piccole e medie città.

Gli strumenti necessari all’organizzazione sono procurati seguendo regole pressoché costanti, gli immobili sono stati acquistati o presi in affitto, pagando a pronta cassa circa 70 milioni di lire; le automobili sono rubate o comunque sono proventi di reato, e sono camuffate con targhe e documenti falsi; i moduli dei documenti personali provengono tutti da furti. Le basi sono, tutte o quasi, dotate di apparecchi ricetrasmittenti, in genere di tipo militare, ma reperibili sul mercato come residui di guerra; sono costituite in alloggi modesti o modestamente arredati (a parte per il villino di Tortona destinato al sequestro Sossi e successivamente, forse, al giusto riposo dei direttivi; impianto moderno di termosifone a gas, un salottino da alloggio borghese, una macchina per cucire, molti libri della biblioteca di Renato Curcio). Si direbbero acquistati in serie, per tutte queste basi, brandine in ferro e armadi mobili costituiti da una intelaiatura metallica con copertura in materia plastica. Il loro finanziamento avviene essenzialmente mediante “espropri proletari”, vale a dire rapine ed estorsioni.

Un’altra costante degli organizzati è quella della schedatura dei nemici politici. In pressoché tutte le basi e tra i documenti sequestrati su gran parte degli imputati, sono stati trovati o semplici appunti o veri e propri elenchi di “fascisti”, “borghesi”, “capi reparto” e “dirigenti industriali”. Non mancano gli elenchi completi della dirigenza dei partiti politici, dei funzionari di Questura, ufficiali dei Carabinieri, magistrati di una certa città, etc.

Per quanto riguarda le strutture le BR sono organizzate per “colonne” e per “fronti”.
La colonna è l’unità organizzativa di base, autosufficiente da un punto di vista militare, dotata di un proprio apporto logistico. La formazione di una nuova colonna deve avvenire «per partenogenesi» (p. 176) e non per aggregazione di nuovi elementi. I fronti sarebbero tre: le grandi fabbriche; la lotta alla controrivoluzione e il fronte logistico.

È il terreno più facile per il progredire delle BR o per l’amplificarsi del terrorismo, per l’impiego sempre più professionistico delle P38, per l’uso sempre più diffuso delle Molotov, vera espressione di un’insofferenza sempre più crescente ed implacabile perchè insostenibile. Così nascono le bande armate, che rappresentano l’unica forma di socializzazione del mondo giovanile, che la scuola espelle e non forma, il sindacato non raggiunge perchè il contatto col mondo del lavoro è nullo e la dirigenza politica psicologicamente frantuma con facili promesse e mete irraggiungibili.

==Conclusioni==
#Le BR sono un fatto politico e bisogna combatterle politicamente.
#Sono un fatto dichiaratamente bellico e bisogna risponder loro con uno stato di guerra. Proclamano, teorizzano e praticano la morte come strumento di lotta politica, e con la morte bisogna fronteggiarle.
#La causa determinante delle motivazioni psico-sociali da cui scaturiscono il terrorismo e le BR che ne sono espressione contingente, risiede nell’ingresso della sinistra storica entro l’area parlamentare, e cioè dentro il sistema politico borghese, che è l’antitesi di tutta la matrice politica dei movimenti comunisti.
#Bisogna esser convinti dell’esigenza che quanto detto, non vada perduto, perchè chiunque ne prenda consapevolezza e sia spinto ad agire contro di esse, a prescindere dalla reazione politica.
#Solo nella presa di coscienza popolare si vedrà una possibilità di civile e democratica sollevazione contro le prevaricazioni della classe dirigente e dei suoi vecchi e nuovi alleati.

Bibliografia

Amministrazione provinciale di Agrigento, ”Primo congresso di criminologia”, Agrigento, 29-30 aprile, quaderno della rivista “Nuove ipotesi”, Industria grafica T. Sarcuto, Trapani, 1978.

Collegamenti esterni

http://www.associazionesicilianacriminologia.com/ Associazione Siciliana di Criminologia

==Rassegna stampa==

*Certo è che in Italia non abbiamo una percezione adeguata di quello che sta avvenendo. La crudeltà e la violenza che guadagnano terreno nella civiltà contemporanea sono probabilmente il portato di una selezione maligna che scoraggia la convivenza, la socievolezza e incoraggia l’aggressività belluina, la rabbia esplosiva, l’odio furibondo. I muri della Repubblica, gremiti di iscrizioni forsennate, sono la spia di un processo evidente di imbarbarimento che attinge nelle più oscure e perverse forze distruttive (Todisco A., Corriere della Sera, p. 177).
*In Europa i sindacati del crimine stanno ponendo le basi per un’attività di carattere multinazionale. Già hanno gruppi di ricettatori nelle varie città, dispongono di ricercatori di mercato che viaggiano per studiare le rapine e di delinquenti specializzati (gli operai), che vengono inviati in aereo da un paese all’altro per partecipare alle imprese criminose, proprio come i funzionari delle multinazionali, vanno da una capitale all’altra per firmare i contratti. Da noi in Germania, circa duemila persone lavorano per queste organizzazioni (Hans Jurgen Kerner, Corriere della Sera 28-11-1974, p. 143).
*Il nuovo criminale è molto giovane (l’età media va dai 16 ai 25 anni), appartiene al sottoproletariato e alla larga fascia degli immigrati e degli emarginati, o al giro un po’ distojevskiano degli studenti nichilisti e precocemente falliti, è brutalizzato dall’ambiente, è una personalità instabile che assimila e dilata i modelli di violenza che eredita dalla società: ma siamo proprio sicuri che si tratti solo di dilettanti rozzi e disadattati? Si citano tabelle ormai classiche: innanzitutto le rapine, quasi 4.000 nel ‘74, quattro volte quelle del ‘70; gli scippi, quasi decuplicati da allora; i sequestri di persona passati da 14 a 38 (1.355.000,000 di profitti nel ‘70, 8 miliardi e mezzo nel ‘74). Ognuno di questi reati presuppone un’organizzazione e l’organizzazione, viene fatto notare, è un concetto che fa a pugni con la teoria di una nuova delinquenza poco lontana dai ragazzi di vita di una volta, con in più il grilletto facile. Dice l’avvocato De Cataldo, un penalista di lunga esperienza: «Conosco dei giovani che applicano l’interscambio alle rapine con la disinvoltura degli industriali: loro vanno a rubare a Parigi e i colleghi francesi assaltano le banche a Milano. Ci sono esperti del crimine che sottolineano un altro elemento che avrebbe fatta compiere un vero e proprio «salto di qualità» al delinquente della nuova generazione facendone un professionista consapevole delle sue scelte: il senso della vendetta. Hanno alle spalle un’adolescenza che non gli ha dato nulla e davanti agli occhi un esercito di persone che ha avuto tutto e può permettersi di trasgredire la legge senza pagare nulla. Politici corrotti, truffatori, speculatori. Si sentono quindi dei ‘vendicatori’, che si riprendono solo quello che è giusto» (G. Catalano, L’Espresso 15-12-1974, p. 144).
*Quello che mi sorprende nei giovani — ci dice un educatore — è il loro senso di paura nei confronti della vita. A vederli insieme sono tutti sicuri, spavaldi. Ma conoscendoli, interrogandoli ad uno ad uno, ci si accorge che si sentono sopraffatti dai problemi e che cercano di rimuoverli con ogni mezzo, lo credo che nonostante tutto quanto è stato detto, l’aver raggiunto a diciotto anni il traguardo del voto abbia rappresentato per una parte di essi, fatta eccezione per quelli seriamente impegnati politicamente, un vero trauma.
Mentre i giovani tendono a prolungare il periodico deresponsabilizzato dell’adolescenza, mentre le stesse famiglie, più o meno consciamente, fanno da materasso contro l’urto della realtà, ecco che a diciotto si diventa maggiorenni. «La verità è che la società ha maglie strettissime. Un conto è il decidere che a diciotto si diventa adultj, un altro è dare a questi nuovi adulti la possibilità di inserirsi (Leonardo Vergani, Corriere della Sera 18-7-1975, p. 144).
*La dura battaglia contro il delitto è resa ancora più ardua dal troppo frequente succedersi di nuove norme: in circa sei anni sono state emanate ben dodici leggi. Non poche di esse, pur animate dal lodevole intento di circondare di valida garanzia la libertà del cittadino, hanno reso più complicato e farraginoso il già asmatico andamento dei procedimenti (Salvatore Paulesu, Corriere della Sera 8-1-1976, p. 144).
*La divisione in correnti, ove fosse necessaria, non deve in ogni caso ricondursi nella raffigurazione di altrettanti partitini, che si dilaniano nello scontro ideologico-generazionale fra spericolati giovani, privi di freni gerarchici in omaggio ad un malinteso principio, sol per altro verso assolutamente legittimo, della completa autonomia del giudice, e il più delle volte senza un prestigio culturale e tecnico che alla mancanza di gerarchia dovrebbe fare contrappeso.
Urge una giustizia ordinata e credibile in questa Italia squassata dagli scandali e dalle violenze. Questa soltanto potrebbe assolvere un compito preminente, una funzione risanatrice (Ugo Buscemi, La Sicilia 9-1-1977, p. 144).
*Fino a poco tempo fa esportavamo le nostre mandorle per parecchi miliardi all’anno. Oggi siamo costretti a importarle. Nella maggior parte dell’isola, sebbene vi si paghino salari non di rado superiori alle medie nazionali, non è d’altro lato facile trovare un muratore, un contadino disponibile, un artigiano. Nel Vietnam del Sud i comunisti stanno procedendo a deportazioni forzate dei non produttori dalle città sovraffollate nelle campagne. Qualcosa di simile accade anche in Cina. Non possiamo imitare questi metodi violenti, che sono stati o sono comuni al comunismo e al nazismo. Ma tra l’altro nei laureati inutili si potrebbe trovare la mano d’opera necessaria per il rimboschimento: un problema vitale per l’economia siciliana, del quale si continua a parlare, senza che di tante chiacchiere si veda mai un risultato concreto (Virgilio Titone, Giornale di Sicilia 18-3-1977, p. 145).
*La carica eversiva, la renitenza per principio, l’indulgenza regressiva, l’ignoranza e la violenza non vanno certo all’interno dei gruppi giovanili, come pidocchi o caramelle proibite, ma sono da cogliere e da considerare all’interno dei rapporti tra società organizzata e dominante e società giovanile e subalterna (Paolo Volponi, Corriere della Sera 9-4-1977, p. 145).
*A maggior ragione oggi, in Italia, nel gioco delle grandi potenze e proprio perchè vi è incertezza ed irrazionalità nel sistema politico ed economico, occorre diffidare dell’irrazionalismo e contrapporvi una azione politica razionale. È inutile nasconderlo: tutti sappiamo che le probabilità di una guerriglia di tipo sudamericano aumentano di giorno in giorno, che il sindacalismo è sempre più frantumato e corporativo, che i partiti politici tornano a perdere di credibilità. Chiunque spera di ricavare da questa situazione un vantaggio sbaglia di grosso così come i liberali e i socialisti sbagliarono nel ‘21. Se le cose vanno avanti ancora a lungo in questo modo né la Democrazia Cristiana né il PCI guadagneranno nulla perchè l’esperienza di un agire politico irrazionale, senza progetto, finirà per generalizzarsi, e allora quelle che oggi sono solo minoranze irrazionali potranno dominare il campo collettivo (Francesco Alberoni, Corriere della Sera 3 1-3-1977, p. 145).
*Tra tutte le categorie la maggiore vittima di questa situazione non vi è dubbio sia stata quella dei giovani. Sia per le maggiori difficoltà per essi di trovare un lavoro e di avere una effettiva prospettiva di inserimento sociale; sia per la più accentuata mancanza per essi di un vero entroterra di classe, specie per coloro che si potrebbero definire i tigli dell’emergenza sociale determinata dal processo di trasformazione degli anni Cinquanta-Sessanta ai quali è mancato quasi totalmente un minimo di permanenza nel nuovo status e contemporaneamente è venuto quasi sempre a cessare il rapporto con il vecchio; sia, infine, per la sciagurata insipienza e mancanza di senso di responsabilità di larghissimi settori della cultura, della informazione, della scuola e della classe politica che — soprattutto dalla seconda metà degli anni Sessanta — hanno in tutti i modi favorito il diffondersi tra di essi della più insulsa retorica giovanilistica e della convinzione che i giovani, perchè giovani, avessero (anche se talvolta giovanilmente eccedevano) sempre ragione e interpretassero le esigenze più nobili e positive della nuova società (Renzo De Felice, La Sicilia 17-4-1977, p. 146).
*La situazione generale è cambiata molto. A questo punto il movimento, l’autonomia, il movimento armato sono così diffusi da far sì che sia possibile alimentare costantemente lo scontro: non passa giorno che non ci sia un attentato (Sabino Acquaviva, Corriere della Sera, 23-1 1-1977, p. 147).
*La gente ha già psicologicamente assimilato il livello di conflittualità armata raggiunto finora: l’attentato non fa più notizia. Il che significa la disponibilità a un’ulteriore ”escalation”: l’esperienza di altri paesi insegna che, a questo punto, prima o poi, di norma si sale di livello. Da qui la conclusione: «Quanto avevo previsto alcuni mesi fa, si è verificato; ed è avvenuto anche, forse, con un certo anticipo sul prevedibile. A questo punto, poiché i termini dell’equazione non sembra che siano mutati, non c’è che da prevedere un’ulteriore – escalation e diffusione della guerriglia» (Sabino Acquaviva, Corriere della Sera, 23-1 1-1977, p. 148).
*Le grandi università di massa hanno cambiato funzione e ruolo: sono diventate punti di aggregazione del sottoproletariato giovanile «Conseguenza: nelle università c’è un terreno, se non ideale, certo propizio per l’arruolamento di nuovi proseliti della violenza». Una violenza che può esplodere contro gli altri, così come si manifesta nell’autodistruzione che non pochi giovani perseguono mediante la droga (Franco Ferrarotti, Corriere della Sera, 23-11-1977, p. 148).
*Le giovani generazioni, poiché si tratta della loro vita futura, sentono istintivamente e praticamente che non può essere e sopratutto non sarà così, che la società programmata dalle due ideologie, la società del compromesso storico, nonostante le buone intenzioni politiche, di ”Realpolitik”, avrà da fare i conti con le imprese, con il lavoro, con la produzione, con la fabbrica e con gli imprenditori e con i creditori: e che si aprirà invece per loro una società governata dalle leggi della concorrenza esistenziale (cioè il diritto di esistere), in altre parole dalle leggi della ”struggle for life” di cui parla Charles Darwin nell’Origine delle specie. E questa società li terrorizza (Goffredo Parise, Corriere della Sera 4-12-1977, p. 148).
*C’è un reato politico che costa a chi lo commette, l’ostracismo, la condanna ad essere escluso dalla vita pubblica. È il reato non di lesa maestà, ma di “leso Lama”. Quando gli autonomi di ultrasinistra fischiarono, beffeggiarono e costrinsero a una rapida ritirata il segretario generale della CGIL, che era andato a parlare nell’Università di Roma, questi giovani intemperanti e violenti furono colpiti da ostracismo e abbandonati al braccio secolare, cioè alle cariche della polizia. Quando altri autonomi (sindacati, questi, e non di sinistra) hanno bloccato lo Stretto di Messina con lo sciopero dei traghetti, il prefetto della città siciliana ha potuto precettarli ordinando loro di tornare al lavoro, sopratutto perchè le confederazioni sindacali lo consentivano e forse suggerivano (Domenico Bartoli, La Sicilia 15-12-1977, p. 149).
*La criminalità — sono parole di Ignazio Straniero, Procuratore Generale della Cassazione — non trova più il proprio ”humus” esclusivamente nella miseria, né trae alimento soltanto dalle immigrazioni e urbanizzazioni indiscriminate di interi nuclei familiari. Vi contribuisce la disoccupazione giovanile, i cui riflessi criminogeni, soprattutto tra giovani laureati o diplomati in possesso troppo sesso di un pezzo di carta, senza valore concreto, sono già noti; ma quel che purtroppo è doloroso constatare è che essa tende ormai ad allignare anche nelle classi sociali più elevate, indipendentemente dalle condizioni economiche, e che anzi la prosperità delle famiglie, la possibilità di appagare facilmente vizi e desideri, l’inesistenza di problemi economici o di necessità di studio o di lavoro determinano quel senso di astenia e di noia che in taluni soggetti eccita a trarre nuove sensazioni dalla violenza (Paolo Menghini, Corriere della Sera 6-1-1978, p. 149).
*La verità è che la società cambia come cambiano gli uomini e che in questi ultimi anni, alla spinta individuale, al delitto della criminalità tradizionale dovuta alla miseria, al progressivo rilassamento dei costumi e al consumismo, si è aggiunta una spinta criminogena molto più potente costituita dagli squilibri del sistema economico e sociale. Questa ondata di criminalità non può più ridursi ad un problema di sola efficienza della polizia e della magistratura ma occorre agire a monte del fenomeno, svuotando la spinta criminogena derivante dagli squilibri del sistema economico-sociale con la progressiva realizzazione delle riforme necessarie per l’avvento di una società più giusta (Giovanni Pizzillo, La Sicilia 11-1-1978, p. 149).
*Il dott. Pizzillo è passato quindi ad esaminare la cd. delinquenza dei colletti bianchi o come l’ha definita l’oratore criminalità affaristica. In questo settore rientrano gli abusivismi edilizi che nelle città e nelle campagne hanno portato avanti l’opera di deturpamento del paesaggio e dell’ambiente profittando della passiva e spesso colpevole tolleranza delle competenti autorità amministrative che non fanno quasi mai uso delle sanzioni discrezionali di loro competenza come la demolizione e la confisca (Giovanni Pizzillo, La Sicilia 11-1-1978, p. 150).
*Non siamo, o almeno non dovremmo essere, il Vecchio West. Da anni si chiede una legge dello Stato che sciolga una volta per tutte i nodi angosciosi dei sequestri. Lo Stato ha promesso, ha preso in esame, ha formato commissioni di studio, manda i suoi rappresentanti ai congressi internazionali di criminologia, raccoglie documenti, elabora dati. Poi, alla fine, lascia le cose come stanno. I fatturati dei sequestri raggiungono le decine di miliardi, c’è gente che viene uccisa, ma sembra che tutto questo avvenga in una remota provincia dell’impero (Giulio Nascimbeni, Corriere della Sera 23-1-1978, p. 150).
*Ci sono milioni di italiani che a volte pare non esistano, o almeno il ragionamento politico, economico, burocratico procede come se non esistessero. Vivono sull’enorme palcoscenico della commedia sociale che, come il ”cameramen” sulla scena televisiva, c’è e fatica, e suda, e ha i suoi problemi e le sue preoccupazioni, ma per il telespettatore non esiste. Il sociologo Erwin Goffman chiama questo ruolo ingrato: ”no-person”. Il meccanismo della scuola italiana, e la desolata terra di nessuno della disoccupazione giovanile stanno riducendo al ruolo di non-persona milioni di cittadini italiani. Non è una esagerazione. L’altro giorno abbiamo posto al Ministro del lavoro questa domanda: c’è speranza di trovar lavoro in tempi brevi per gli oltre un milione e duecentomila giovani disoccupati? La risposta è stata: «No, non ci sono molte speranze». Ed ha aggiunto: «è una disoccupazione che presenta la caratteristica patologica di non andare incontro alle necessità del mercato del lavoro» (G. Barbiellini Amidei, Corriere della Sera 28-1-1978, p. 150).
*Un panorama incredibile, alla Buzzati del “Deserto dei Tartari”: qua è la fortezza ben presidiata dell’industria, del commercio, della burocrazia, dentro la quale vivono, si amano, e si odiano, si contendono aumenti, scatti, promozioni, scale mobili gli altri, gli occupati, i maturi; là, oltre il breve tratto di deserto, si intravedono gli accampamenti dello straniero, luci che vanno e che vengono nella lontananza di questa notte della congiuntura economica; a volte sembra che qualche distaccamento possa raggiungere la fortezza, entrarci pacificamente per coabitare; è stata fatta persino una legge, per rendere traversabile il deserto, una legge fallita. Lo straniero, fuori di metafora il giovane alla ricerca del primo lavoro, non incontra le necessità del mercato. Per ragioni patologiche; cioè di malattia. Ma malattia di chi? (G. Barbiellini Amidei, Corriere della Sera 28-1-1978, p. 150).
*Per uscire dalla crisi l’Italia ha bisogno di coraggio e di moralità civile, le due cose sono profondamente connesse. Si tratta di un concetto presente — non a caso — nelle grandi coscienze individuali e collettive del paese (si veda la relazione di Luigi Berlinguer al recente congresso degli intellettuali, quelle di Achille Ardigò e Giuseppe De Rita al convegno ecclesiale di Roma, in novembre e certi scritti recenti di Norberto Bobbio, Bruno Bauer e Leo Valiani). Il modo in cui la classe dirigente affronterà questa escalation della criminalità degli affari, della delinquenza economica, risulterà, in questa prospettiva, decisivo per il nostro futuro a meno che non ci s voglia adagiare per sempre in una regressione levantina (A. Beria D’Argentine, Corriere della Sera 31-1-1977, p. 151).
*Tra i fattori specifici della disgregazione che favorisce la sedizione, l’esame è rivolto a due fenomeni principali, che si manifestano dalle periferie urbane ai recinti universitari: il dissesto del sistema economico e il collasso del sistema d’istruzione come cause di emarginazioni e alienazioni collettive, che offrono al neo-terrorismo vaste aree di complicità e consensi. Qui sono evidenti i più disastrosi abusi fatalistici di chi governava, ignorando i quali sarebbe ingiusto censire le stesse colpe della sinistra, sulle quali ora indaga L’Espresso: e noi di sinistra, dove abbiamo sbagliato? (Alberto Ronchey, Corriere della Sera 9-4-1978, p. 152).
*Sul modo in cui il sistema economico fu dissestato, senza la minima idea su ciò che avrebbe potuto sostituirlo e dissipando le risorse necessarie a modificarlo, basta ricordare le ammissioni di Luciano Lama, alle quali ora si aggiungono i riconoscimenti di Giorgio Benvenuto. Sulla degradazione delle scuole in aree di reclutamento della guerriglia urbana, Giorgio Amendola chiama in causa non solo la cronica e plebiscitaria tolleranza del reato, ma quel giustificazionismo sociologico che assolve qualsiasi atto partendo dalla condizione sociale di chi lo compie, e inoltre l’equilibrio della stessa istruzione superiore di massa: una scuola per tutti che dequalifica al livello più basso non serve a nessuno. Di simili esperienze ormai tutti dovranno tener conto, anche se non poco è irreparabile (Alberto Ronchey, Corriere della Sera 9-4-1978, p. 152).
*Chi accusa un modo di governare e un modo di fare l’opposizione, volendo chiarire tuttavia le cause oggettive di quei comportamenti, deve porre anche una questione generale. Da trent’anni l’Italia è senza ricambio di governo, con le conseguenze che un sistema politico bloccato comporta per il costume amministrativo e l’immagine stessa dello Stato, dal lassismo all’impunità, dallo scandalo Lockheed al processo di Catanzaro. Ma qual è la causa del mancato ricambio? La causa è che la massima opposizione, quella comunista, occupava in Italia lo spazio dei socialisti e delle altre forze alle quali generalmente in Europa è affidata l’alternativa, ma non poteva raccogliere i consensi della maggioranza, avendo proposto per decenni un’ideologia (quella leninista) e un modello politico (quello sovietico) che non avevano rapporto con le condizioni storiche d’una società dell’Europa occidentale. E infine, quando il PCI ha dato corso alla revisione, è apparso in larga misura evasivo, elusivo e reticente, lasciando sul campo non pochi dispersi, fedeli a un codice ideologico non demistificato e privi di espressione politica (Alberto Ronchey, Corriere della Sera 9-4-1978, p. 152).
*In una situazione di crisi verticale dello Stato, di crisi economica seria e prolungata nel tempo (la soluzione non sta dietro l’angolo) con una disoccupazione giovanile crescente e un terreno arato da un decennio di lavoro ideologico (dal ’68 in qua) che ha preparato una udienza assai vasta a tutta una tematica dirompente; in un quadro di equilibri precari, insidiati da riserve mentali, il disegno terroristico di determinare fratture nella DC e nel PCI e nel loro accordo appare tutt’altro che campato in aria (Alfredo Todisco, Corriere della Sera 22-4-1978, p. 153).
*Analizzando le cause di fondo del terrorismo, il Prof. Mario Libertini ha osservato che il fenomeno si manifesta soprattutto nei Paesi in cui le strutture sociali sono più fragili. Le premesse dell’attuale disgregazione della società italiana, sono da cercare nella debolezza del patto su cui si fondò la Costituzione del ‘48. In quest’ultimi trent’anni le minoranze hanno maturato attese molto forti e hanno coltivato speranze di trasformazioni radicali. Cadute le prospettive di mutamenti dei rapporti sociali, alcuni hanno pensato di cercare una scorciatoia nella lotta armata (Mario Libertini, La Sicilia 22-4-1978, p. 153).
*Le cause del terrorismo vanno quindi rintracciate nella divisione del Paese tra una classe dirigente che troppo spesso ha violato la legalità repubblicana e un’opposizione che ha visto nelle strutture istituzionali un obiettivo di lotta politica piuttosto che un valore da difendere (Mario Libertini, La Sicilia 22-4-1978, p. 154).
*Trovo pazzesco che si possa giudicare ed emettere una sentenza su un uomo usando come elementi alcuni (anzi una piccola parte) dei suoi scritti. Colpire al cuore dello Stato; se non fosse tanto tragico mi farebbe sgangherare dal ridere. Lo capirebbe anche un bambino di tre anni che così lo rafforzano il movimento. Lotta Continua compresa, hanno avuto il torto di non volere scomunicare nessuno neppure chi vorrebbe Curcio libero.
Sono parole del novembre scorso. Ora, in fondo, Curcio è inattivo; il suo posto cioè è stato rimpiazzato; le BR sono tornate ad alti livelli di efficienza. Hanno mirato il più alto possibile, colpendo la DC, ma nel contempo non hanno dimenticato gli obiettivi intermedi. Ogni sette giorni un delitto: il giudice Palma, il maresciallo Berardi, le cinque guardie della scorta di Moro, l’agente di custodia Cotugno, l’agente di custodia De Cataldo (Lucio Galluzzo, Giornale di Sicilia 22-4-1978, p. 154).
*Inoltre Aldo Moro è vittima d’una virulenta iconoclastia politica, insorta in Italia contro le immagini che personificano il potere dopo trent’anni di governi senza ricambio, per difetto di una alternativa realistica e accettabile alla maggioranza. Era toccato a lui, un anno fa, avvertire che non sarebbe stato conveniente né semplice per nessuno, in simili circostanze, affrontare gli scandali del suo partito e la questione del governo con un sommario processo in piazza. È toccato a lui subire un sommario processo in quel Gulag, che le Brigate Rosse anticipano sulla immaginaria conquista del potere (Alberto Ronchey, Corriere della Sera 23-4-1978, p. 154).
*È la grande occasione, per gli italiani e la loro classe dirigente, di stipulare un nuovo patto sociale. Non c’è in Europa e forse nel mondo, oggi, una società così viva, alla base, così mobile e ansiosa di partecipazione e di riconoscimento, come quella italiana. Ma sino ad oggi il vertice socio-politico è sembrato tardo nel cogliere i segni della novità, il bisogno di cambiamento. Si nota una divaricazione fra i tempi in cui la crisi è vissuta alla base della società e quella in cui gli impulsi dal basso si traducono in volontà politica esplicita. Se questa divaricazione sarà colmata in un tempo ragionevole, la democrazia italiana sarà salva e la sofferenza di questi giorni tetri non sarà stata inutile (Franco Ferrarotti, Corriere della Sera 26-4-1978, p. 156).

 

Servizi e operatori sociali nell’URSS

A partire dal 1966 la rivista “Centro sociale” dedica dei numeri speciali allo studio dei servizi sociali in alcuni paesi “europei”: Svezia, Norvegia, Danimarca, Inghilterra, Francia, Belgio, Olanda, Germania Ovest, fermo restando la difficoltà di annoverare come “europea” l’Unione Sovietica. Tutti gli studi sono finanziati dal Consiglio Nazionale delle Ricerche di concerto con l’Unione Europea che si è offerta di concedere 3 borse di studio. Tra queste figura un’assistente sociale italiana, Fiora Luzzatto, «anche se purtroppo il fronte delle amministrazioni locali in Italia (…) non è quanto di meglio possa offrirsi per ora allo scatto di un’illuminata energia» (p. III). Lo studio è suddiviso in sette capitoli con una premessa ed una conclusione. Ogni capitolo esprime una categoria dell’assistenza sociale sovietica: previdenza/sicurezza sociale, sanità, minori, scuola, delinquenza, salute mentale e mondo del lavoro. Il presente studio si propone di «dare al lettore validi elementi di obiettiva valutazione» (p. IV) in un periodo (il ’68) di turbolenze in Italia (rivolte studentesche, terrorismo, femminismo, sindacalismo, etc.) e di ripensamenti ad est (Cina).



Prima di affrontare la trattazione di ciascun capitolo, l’autrice descrive brevemente l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche che, per estensione, risulta il paese più grande ed il terzo più popoloso (dopo Cina e India), nonché agglomerato di etnie, lingue (66 tipi) e nazionalità (un centinaio). Dal punto di vista giuridico, l’Urss appare come una gigantesca burocrazia di dipendenti pubblici, impiegati equamente nell’industria (35%), nell’agricoltura (32%) e nel terziario (28%). «In senso generale non esiste disoccupazione» (p. 2), ma quasi tutti i lavoratori percepiscono salari infimi. Se si considera che 1 rublo corrisponde a 700 lire italiane e considerando che ogni operaio guadagna in media 100 rubli, allora lo stipendio medio mensile risulta pari a 70 mila lire, con punte massime di 115 e minime di 45 rubli! Molti operai sono impiegati nell’edilizia: «il ritmo di costruzione è impressionante ma nelle grandi città è ancora assai diffusa la coabitazione (…) Il livello culturale è tra i più grandi al mondo» (p. 3) ma solo il 5% possiede un’istruzione universitaria. Tutti gli organi politici sono democratici (Soviet supremo, soviet dell’Unione, soviet delle nazionalità, Presidium, deputati dei lavoratori, comitati esecutivi), ma non vi è che un solo partito tra cui scegliere (PCUS).



Nel primo capitolo si tratta dell’organizzazione della sicurezza sociale. Essendo una “superpotenza” sono inevitabili i paragoni con la sua principale “rivale”, gli Stati Uniti d’America (SUA) che basa il proprio sistema previdenziale sul “fabbisogno individuale” mentre in Urss è sufficiente essere titolari di un rapporto di lavoro o di studio. I lavoratori impiegati nell’agricoltura, tuttavia, percepiscono un trattamento previdenziale sfavorevole rispetto a coloro che sono inseriti nei centri urbani. Nel 1918, furono estese le assicurazioni contro i sinistri sul lavoro e le malattie professionali, già tutelati prima della Rivoluzione d’Ottobre, ad una più ampia “fetta” della popolazione, «furono istituiti l’assicurazione per inabilità temporanea e disoccupazione involontaria, nonché cantieri-scuola e corsi professionali: fu introdotta l’assistenza medica, chirurgica e ostetrica» (p. 6). Tra il 1956 ed il 1961 si incrementarono ulteriormente i beneficiari nonché il quantum delle pensioni, tuttavia solo nel 1964 i contadini dei “kolkoz” (cooperative agricole) furono equiparati alle altre categorie di lavoratori.



Complessivamente l’Urss spende per le pensioni il 6% del suo PIL. Il sistema previdenziale sovietico prevede 3 tipi di trattamenti: vecchiaia, invalidità e superstiti. I termini minimi per andare in pensione sono di 60 anni per gli uomini e 55 anni per le donne, rispettivamente dopo 25 e 20 anni di servizio (10-15 per i ciechi, gli anormali, le madri con prole numerosa e i mestieri usuranti). Chi abbia maturato un’anzianità di servizio inferiore o non avesse documenti sufficienti per dimostrarlo, sebbene basti una prova testimoniale, può usufruire di un sussidio mensile ridotto. Il quantum della pensione è proporzionale alla retribuzione percepita durante la carriera lavorativa (30-120 rubli) con le dovute eccezioni che possono determinarne delle maggiorazioni: eventuali familiari a carico, regioni depresse, mestieri usuranti. I pensionati possono continuare a lavorare anche dopo aver superato i requisiti minimi nei seguenti termini: se guadagnano più di 100 rubli al mese, perdono il diritto alla pensione che si riacquista una volta cessata l’attività; se guadagnano meno di 100 rubli, perdono lo stesso la pensione ma possono usufruire di un sussidio di 15 rubli al mese; se l’attività svolta è compresa «in certi tipi di lavoro» (p. 8), il titolare conserva pensione e stipendio, a prescindere dal salario percepito. 



Le pensioni di invalidità tutelano la perdita completa della capacità lavorativa «fermo restando la possibilità di svolgere un qualche lavoro in condizione protetta» (p. 9). Gli inabili congeniti sono ricoverati in istituto dove vi restano vita natural durante; in alcune repubbliche, es. Russia, questo tipo di persone, se orfane di entrambi i genitori o del capofamiglia, ricevono un sussidio mensile. È  se qualcuno è affetto da patologie degenerative o aggravamenti dell’invalidità; in ogni caso l’ufficio di assistenza effettua dei controlli periodici sulle pratiche. Per alcuni tipi di invalidità (cecità, sordomutismo, nanismo) sono previsti corsi professionali di recupero della capacità lavorativa, oltre ad una serie di benefici in materia fiscale e finanziarie. Per godere della pensione superstiti basta essere stati un parente prossimo del defunto a qualsiasi titolo, anche partner convivente, purché si dimostri «che il superstite si trovava a carico del defunto» (p. 12) e sempre che questi ne avesse diritto altrimenti era assegnato un assegno ridotto. In ogni caso l’ammontare erogato non può superare i 120 rubli mensili (80 mila lire nel 1968). 



Oltre alle pensioni, sono elargiti dei sussidi per malattia che variano a seconda delle cause (metà stipendio o salario integrale), per maternità, per prole numerosa (4 o + figli) e per «bisognosi che si trovino in situazioni cronicamente disagiate» (p. 17). L’assistenza sovietica, infatti, dispone di circa un migliaio di Istituti di accoglienza socio-assistenziale nelle quali sono custoditi i malati mentali, i malati cronici e i minori ritardati. Ogni istituto accoglie 300-500 persone in camere singole, doppie o camerate, ciascuna dotata di servizi propri. Oltre ai refettori ed alle lavanderie, vi sono dei laboratori per l’attività lavorativa ed un’infermeria per il pronto soccorso. «Bambini idrocefali dall’aspetto esteriore mostruoso, assolutamente privi di capacità di rapporto affettivo, vengono accuditi da infermiere con retribuzione più elevata e con turni di servizio più brevi» (p. 15).  

Per ottenere la pensione, il richiedente deve presentarsi all’Ufficio rionale di Previdenza sociale, diramazione del Ministero della previdenza sociale presso ogni repubblica, ed esporre il proprio caso ad un impiegato, cd. “ispettore”, il quale “gira” la pratica ad una Commissione formata da medici, esperti del lavoro e sindacalisti che entro 5 giorni devono acconsentire alla richiesta o rigettare la domanda, nel qual caso è ammesso ricorso ai Patronati e alle Consultazioni giuridiche gestite da avvocati volontari. Oltre a questi, i Consigli di Volontariato presso gli Uffici rionali di previdenza sociale si occupano di esaminare i documenti, controllare i pagamenti, effettuare le visite a domicilio o in ospedale, appoggiare le domande di alloggio e tutto ciò che serve ad integrare l’opera degli ispettori. 



«Per la nostra mentalità è senz’altro difficile accettare che su una domanda di assistenza decidano i vicini di pianerottolo; ma nell’Unione Sovietica, abituata a tutt’altro tipo di rapporto tra concittadini, questa prassi è abituale e non provoca nell’assistito particolari reazioni negative. Il controllo da parte del collettivo è notoriamente uno dei cardini dell’etica sovietica: in autobus non c’è bigliettaio e il biglietto si esibisce agli altri passeggeri; chi alloggia alla Casa dello studente si vede comparire in camera senza preavviso, la commissione sanitaria costituita da compagni di scuola che hanno il potere di giudicare le condizioni di pulizia assegnando una votazione ufficiale e additando i peggiori alla pubblica vergogna (…) Da quanto si è detto si comprende come mai i russi sovente, sentita una illustrazione dell’attività dell’assistente sociale in Italia, concludano: “obscestvennik!” (“come i nostri volontari”)» (p. 22). 



Se negli Uffici di previdenza sociale mancano gli assistenti sociali, non va meglio negli ospedali dove «troviamo poi una figura che è stata assimilata a quella dell’assistente sociale chiamata “sorella con compiti di patronato”. Presso i consultori materni essa visita le gestante a casa, prende conoscenza delle sue condizioni di vita e di lavoro, le dà consigli, provvede, con opera di convincimento e di educazione, a che essa sia visitata dal medico, ecc» (p. 29). Oltre agli ospedali (oltre 2 milioni di posti letto), in Urrs vi erano 1000 sanatori (istituzioni profilattiche di vario tipo), colonie climatiche, ambulatori pediatrici, centri di maternità, consultori e poliambulatori che da soli gestiscono l’80% dei casi clinici ciascuno dotato di quadri (equipe) di 30-35 medici generici o specialistici (¾ dei medici sono di genere femminile). Come in Italia, in Urrs esistono le sezioni mediche di fabbrica (DM 27.08.1957 n. 329) con funzioni di igiene del lavoro, profilassi, accertamento e assistenza sociale. «Per altre malattie (tubercolosi, tumori, sifilide, neuropsicosi) funzionano circa 3 mila dispensari specializzati di diagnosi precoce e prevenzione» (p. 28). 



Così come per la previdenza sociale, ogni repubblica dispone di un Ministero della sanità da cui dipende l’Ufficio rionale sanitario che si occupa dei minori di 3 anni. L’Ufficio rionale della pubblica istruzione può procedere, dietro segnalazione, nei confronti di coloro che si rendono responsabili di abusi o di inadempienza nei confronti dei figli. Al di sopra degli Uffici rionali c’è il Comitato esecutivo del soviet dei deputati con poteri decisionali in materia amministrativa e consultivi in materia giurisdizionale dove, invece, la competenza spetta al giudice tutelare che, una volta emesso il decreto, può demandare alla milizia, una via di mezzo tra polizia e vigili urbani, la facoltà di comminare multe e sanzioni ai genitori negligenti. «Infine anche in questo settore è enorme la rilevanza degli operatori volontari. Presso l’ufficio di protezione dell’infanzia è espressamente prevista la figura dell’ispettore volontario, senza il cui aiuto sovente l’ispettore di ruolo addirittura non sarebbe in grado di far fronte a tutti i suoi compiti» (p. 42).



Bibliografia



Servizi e operatori sociali nell’Unione Sovietica, “Centro sociale”: periodico bimestrale del Centro di Educazione Professionale per Assistenti Sociali – Università di Roma, diretto da Anna Maria Levi, anno XV, 1968, 79-80, pp. III-92.

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