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World social work day 2022

Webinar organizzato dall’Ordine degli assistenti sociali in collaborazione con la Diocesi di Napoli e la Regione Campania dedicato alla giornata internazionale del servizio sociale.

Introduce don Luigi Merola, fondatore del centro sociale “A voce de creature” che opera nel campo dei minorenni a rischio. La pandemia ha messo in discussione il tradizionale modo di lavorare. Non a caso il nuovo vescovo don Mimmo Battaglia ha invitato i sacerdoti ad essere “assistenti sociali” che non significa sostituirsi a loro ma essere di sostegno e aiuto. Lo scopo del webinar di oggi, come dice il titolo, p quello di “costruire un nuovo mondo” specialmente alla luce degli eventi bellici di questi giorni in Ucraina. La solitudine è la nostra debolezza, l’unione fa la forza. In Campania ci sono 20 mila unità tra polizia, carabinieri e guardiani di finanza il che lascia molto a desiderare sulla qualità della prevenzione. Bisogna costruire un “esercito” di assistenti sociali affinché la pace non sia solo uno slogan ma un obiettivo concreto per tutti.

Viene riprodotto un filmato con Annamaria Campanini, presidente dell’Associazione internazionale delle scuole di servizio sociale. Come può il servizio sociale a prendersi cura della pace se ciascuno di noi pensa solo a sé stesso? Se si costruisce anche nella formazione la cultura sulla competizione e non sulla cooperazione? È necessario essere consapevoli della nostra unicità ma anche del fatto che per realizzarci come persone dobbiamo metterci al servizio degli altri. I problemi ci consentono di allearci per raggiungere obiettivi più grandi, si costruisce insieme negoziando, anche imparando a “litigare” in maniera costruttiva senza prevaricare l’uno sull’altro. Le rivendicate identità nazionali rischiano di scivolare nel populismo. Se invece i capitali impiegati venissero riconvertiti in servizi sociali si potrebbe risolvere il problema della povertà nel mondo. Il processo per raggiungere gli obiettivi di sostenibilità aveva già subito un rallentamento per il covid-19 e non troverà uno sbocco dopo la guerra. La lotta alla povertà deve andare di pari passo con una strategia economica che vada a favore dell’istruzione, della salute e dell’inclusione sociale che richiama la nozione di “empowerment”. Si riflette sulla promessa di non lasciare nessuno indietro e su un mondo socialmente inclusivo in cui le visioni del mondo siano compatibili. Si insiste sul coinvolgimento di tutti gli attori che insieme agli assistenti sociali possono giocare un ruolo per ripensare le strategie di sviluppo e il modo in cui le politiche sono concepite e realizzate. Insieme a tali politiche, bisogna identificare e rimuovere le barriere che impediscono l’accesso alle risorse e sostenere i gruppi emarginati. Per fare ciò è necessario un forte impegno nella politica e nella costruzione della partecipazione democratica. Per tali motivi le reti hanno lanciato l’idea di un summit che si svolgerà nei mesi di giugno-luglio prossimi per costruire un dialogo fondato sui valori socialmente condivisi e offrirà una piattaforma comune per una dichiarazione comune che sarà consegnata all’Onu. Le iscrizioni sono già aperte online (newecosocialword.com).

Interviene Bruna Fiola, consigliere della Regione Campania, che discute una relazione sulle politiche sociali della Regione. Si sta lavorando sull’organizzazione dei servizi e delle cooperative per dare un futuro diverso alle nuove generazioni. Non è una questione di finanziamenti ma di organizzazione. I comuni dovrebbero iniziare dalla quota di compartecipazione degli ambiti, affidando i tavoli di concertazione a persone qualificate fino al punto di formulare un albo apposito di periti.

Interviene Filippo Santoro, tesoriere dell’Ordine degli assistenti sociali e presidente del Tavolo Giustizia, che esprime i saluti di rito del Consiglio nazionale. Il convegno di oggi serve a delineare un nuovo sistema di welfare che sta vivendo una fase di trasformazione. Se prima ci spaventavamo della riduzione dei budget degli enti locali per i servizi sociali oggi viviamo una situazione inversa in cui il nostro paese potrà beneficiare di una serie di finanziamenti (recovery plan) che dovrebbero essere stanziati per i servizi sanitari e sociali. Il Consiglio nazionale chiede di poter sedere a tutti i tavoli di concertazioni a livello politico e accademico e già nella legge di bilancio 2022 si parla di determinazione e implementazione dei livelli essenziali di assistenza e del rafforzamento dei servizi, ad es. un assistente sociale ogni 5 mila abitanti per arrivare a uno a 4 mila, il fondo di solidarietà comunale che consente alle amministrazioni più deboli di poter acquisire dei fondi per assumere a tempo indeterminato, il fondo povertà che consentirà di garantire l’assistenza alle fasce più estreme di bisogno. Un’altra iniziativa è la creazione delle “case di comunità” in cui l’ambito sanitario convive con quello sociale. Stiamo lavorando per un percorso a tappe con tutta la comunità professionale per essere protagonisti del cambiamento. Stiamo di fronte ad un nuovo “piano Marshall” che ci impone a riattivare le reti della governance e a interagire con la società civile per promuovere la partecipazione democratica dell’utenza e della cittadinanza.

Interviene Ermete Ferraro, già segretario della Lega degli obiettori di coscienza ed ex operatore della Casa dello scugnizzo, che discute una relazione sull’ecologia sociale per costruire un mondo più giusto, sostenibile ed eco-compatibile. Nella lingua italiana “cobuilding, cocostruire” sono termini che rimandano all’idea di modificare insieme un modello di sviluppo dal basso. Si tratta di un’impostazione non scontata né blasonata ma che deriva dal mondo anglosassone e che si sta inserendo in ritardo nel nostro paese. Si tratta di un mondo, quello anglosassone, che ha fatto scuola del capitalismo esasperato ma che ha saputo rimediare ai suoi errori. Un mondo fondato sull’individualismo difficilmente permette a tutti di realizzarsi perché elimina ed esclude altri. La conflittualità esiste ma può essere trasformata in risorsa. Un’azione del genere richiede attori plurimi, collegati da reti di partnerschip. Co-costruire un nuovo mondo che abbia un’impronta eco-sociale prevede azioni condotte a più livelli che colleghino gli interventi in ambito specificamente sociale ed assistenziale con quelli sul piano dell’istruzione, della salute e della tutela delll’ambiente. Co-costruire significa uscire dall’individualismo, dalla settorialità e dalla burocratizzazione del lavoro sociale, perseguendo l’impegno collettivo con la cooperazione, l’interdisciplinarietà, la progettazione comune degli interventi. Se è vero che nessuno si salva da solo è ancor più vero che nessuno può salvare o quanto meno aiutare gli altri se non insieme. L’ecologia sociale si fonda su una visione del mondo alternativa a quella dominante, che mette al centro lo sviluppo umano, l’interdipendenza, il decentramento, la democrazia, la cittadinanza, una tecnologia liberante ed una visione sociale del lavoro. In tal senso un’impostazione ecosociale deve tenere conto della sostenibilità degli interventi non solo come risposta di equità e solidarietà ai bisogni sociali e di prevenzione della marginalità ma anche come contributo al cambiamento degli stili di vita. Il pacifismo non può essere un opzione generica e moralistica ma è il frutto dell’integrazione delle dimensioni fondamentali della dignità umana: dinamismo, sviluppo e cultura. In questi giorni abbiamo scoperto che si può essere pacifisti inviando le armi in Ucraina oppure distinguendo tra immigrati cattivi (provenienti dall’Africa magrebina) e buoni (provenienti dall’Ucraina). Ci sono autori che dimostrano che negli ultimi cento anni le guerre sono state risolte al 60% con metodi non violenti. La scelta non è tra l’arrendersi al nemico o al fargli violenza ma tra l’ignoranza e il dialogo. Mario Borrelli diceva che la solidarietà di per sé è fuorviante perché si limita al rapporto tra pari mentre invece bisogna guardare a tutti i livelli, sia verticali che orizzontali. Dobbiamo superare l’idea di gerarchia perché nella “non violenza” non esistono vincitori né vinti ma persone che guardano avanti.

Servizio sociale e democrazia

Recensione su Certomà G., Guido Calogero e Maria Comandini Il servizio sociale in una democrazia moderna, Sensibili alle foglie, Dogliani (CN), 2005, ISBN 88-86323-42-5.

Il saggio di Giuseppe Certomà raccoglie un’antologia di scritti di Guido Calogero e Maria Comandini pubblicati tra il 1946 e il 1961. A Guido Calogero si deve senz’altro il merito di essere stato un “intellettuale” del servizio sociale “aperto alle grandi esigenze del passato e del presente dell’umanità” (p. 12), dirigendo e insegnando nella scuola da lui fondata: «istruire è condurre gli uomini al dominio tecnico delle cose, educare è condurre gli uomini al gusto etico delle cose» (p. 12).
Per Maria Comandini l’assistenza sociale non deve essere concepita come “semplice balsamo diffuso sul corpo dolente della società” ma deve essere un diritto e un dovere riconosciuto per legge: un diritto socialmente riconosciuto e un dovere ad aiutare gli altri ad aiutarsi da sé (pp. 13-14). L’assistente sociale dovrà essere filosoficamente orientato circa i problemi essenziali della morale e della società di una data cultura e tecnicamente allenato per cercare di cambiarla (p. 14). Questa rivoluzione non è “apolitica” ma è “apartitica” (p. 14); c’è quindi un ruolo tecnico che si riconosce nell’aiutare e ascoltare gli altri e un ruolo politico “affinché gli uomini possano diventare liberi, uguali e autonomi” (p. 14).

Lo scopo del lavoro di gruppo è di collaborare alla formazione di una comunità democratica di modo che “il debole messo alla pari coi forti produca assai di più sia per il gruppo che per la comunità” (p. 18). Secondo Maria Comandini il servizio sociale si compone di tre principi fondamentali: tecnica, etica e gioia. L’assistente sociale deve conoscere la tecnica: “Le tecniche (psicologia, sociologia, antropologia) ci diranno il come e il quando del nostro intervento ma la scelta dei problemi e le loro soluzioni dipendono dalla nostra scelta morale” (p. 18). L’assistente sociale deve conoscere l’etica che “viene prima della tecnica intesa come senso dell’altro, della consapevolezza dell’altro come di uno pari a noi e ad ogni altro” (p. 19). L’assistente sociale deve conoscere l’arte di saper sdrammatizzare: “L’assistente sociale, essendo uno spirito gettato verso gli altri e dimentico di sé, deve essere uno spirito fortemente gioioso perché solo chi ha in sé una profonda gioia sa poi sopportare i dolori della gente. Quindi l’assistente sociale deve avere serenità, pazienza e sicurezza di sé per poter sopportare il suo dolore in maniera tale da non potersene liberare senza anzitutto liberare gli altri dalla loro sofferenza” (p. 21).

Nel capitolo “Necessità di una cultura storico-umanistica per la formazione dell’assistente sociale in Italia: problemi di democrazia e di collaborazione civica” Maria Comandini introduce il modello Anglosassone del servizio sociale (pp. 54-55):

«Ecco il lavoro per l’instaurazione della comunità, che è uno dei temi più importanti del social work come l’intendono gli Anglosassoni. Sviluppare questo spirito, far sentire la necessità dell’unione e della discussione, far sentire che se ci si mette d’accordo per non sporcare una strada o per migliorare un servizio sarà tanto di guadagnato per tutti, insegnare a poco a poco a godere del lavoro comune, a non essere tetri col cliente che arriva al banco o col viaggiatore che compra il biglietto, inventare la gioia dello .sforzo comune capendo che in conclusione è meglio vedersi attorno visi allegri che musi tristi. Anche il problema della “collaborazione civica” particolarmente sottolineato dal M.C.C. (Movimento di Collaborazione Civica) o dei C.O.S. (Centri di Orientamento Sociale) iniziati da A. Capitini a Perugia può rientrare qui: è il problema di stabilire il nesso di discussione tra pubblico e autorità, rompendo ancora una volta il muro tra il basso e l’alto. E così, parallelamente, quello che gli Anglosassoni chiamano il group work, la creazione dello spirito di gruppo, ha lo scopo di determinare coesioni di volontà, non tanto per la soluzione di problemi amministrativo-politici, quanto per la formazione di gruppi di altra natura: ricreativi, sportivi, culturali, ecc. Si pensi ai club, al ricco tessuto associativo delle civiltà più evolute, e si paragoni ciò con la vita di una città o di un villaggio del mezzogiorno italiano: sì e no ci sarà, laggiù, il “circolo dei civili”, cioè dei signorotti benestanti; tutti gli altri saranno isolati, non sapranno organizzare i loro ozi, e al massimo si ubriacheranno all’osteria. Non è vero che il dolore e la sofferenza nobilitino l’uomo. I grandi spiriti caritatevoli, gli spiriti gettati verso gli altri e dimentichi di sé, sono sempre spiriti fortemente gioiosi: e solo chi ha in sé questa profonda gioia sa poi sopportare i dolori. Ma per ciò uno dei problemi fondamentali della convivenza è quello di creare uomini e donne che non abbiano, adulti, il senso di non essere stati giovani. A questa creazione di vita di gruppi (sport, dopolavori, scout, ecc. ecc.) si accompagna poi, nel lavoro dell’assistente sociale, il case work: la cura del caso individuale, il ricollegamento con la comunità, col lavoro, coll’armonia collettiva della vita del singolo che non riesce ad ingranarsi. Qui il social work confina sempre più con la casistica medica e psicologica. Si postula con ciò, utopisticamente, il perfetto assistente sociale? No, perché anch’esso avrà solo una funzione integratrice, e che dovrà a sua volta essere integrata: ma non v’è dubbio che un simile assistente sociale, capace di sentire questi profondi problemi della convivenza e di aiutare i singoli a gettare i ponti tra loro stessi, non può essere un semplice funzionario, dev’essere una specie di missionario civile moderno, e quindi la sua preparazione va adeguata a ciò. Dovrà conoscere molte cose particolari: legislazione sociale, assistenziale, previdenza, leggi dell’industria, psicologia del lavoro, magari psicotecnica, magari un po’ di psicanalisi, oltre che economia domestica, pronto soccorso, battere a macchina, magari guidare automobili, – ma, soprattutto, dovrà avere un solido fondamento di preparazione umanistico-civico-politica. Dovrà essere filosoficamente orientato circa i problemi essenziali della morale e della società. Insieme, dovrà conoscere la storia della civiltà in cui lavora; saper bene com’è nata, e quali sono le sue possibili linee di sviluppo; trarre dalla solida esperienza del passato la calma virtù preparatrice dell’avvenire. E, soprattutto, avere mente scevra di qualsiasi fanatismo. Chi è chiamato a svegliare la fiducia degli uomini nel loro destino dovrà veramente avere fiducia in essi: e questo significa spirito di ascolto, curiosità perenne, mai esser convinti di aver ragione fin da principio. Ma tutto questo vuol dire alto livello di preparazione generale: e pienamente corrisponde a quanto circa la preparazione degli assistenti sociali si è venuto sempre meglio chiarendo in Inghilterra, negli Stati Uniti d’America, in Svizzera, cioè nei paesi in cui è maggiormente sviluppato il social work in senso specifico (circa la preparazione degli assistenti sociali nell’U.R.S.S., che pure ha compiuto in questo campo una grande opera, non sono riuscita ancora ad avere elementi)».

Nel capitolo “Per la formazione di quadri assistenti sociali” Guido Calogero introduce alle motivazioni che lo hanno spinto a fondare il Cepas (pp. 62-63):

«La prima origine del Centro di Educazione Professionale per Assistenti Sociali è dovuta ad un progetto presentato da me al Ministro Sereni nel settembre scorso, prima del Convegno di Tremezzo. Questo progetto, che fu discusso e successivamente accettato, ha portato ad un accordo affinché il Centro potesse venire effettivamente istituito. A Milano era già stato istituito, tempo fa, un consorzio di Enti, tra cui l’I.N.A.I.L., I’I.N.P.S., l’I.N.A.; tale Consorzio aveva già promosso a Milano la Scuola Nazionale per assistenti sociali del lavoro, e pensava di costituirne un’altra a Roma ma limitatamente alla formazione di assistenti sociali del lavoro m senso stretto. Si è allora addivenuti a con il Ministero dell’Assistenza Post-bellica, nel senso che il predetto Consorzio si è trasformato in una “Unione Nazionale per le Scuole di Assistenza Sociale” e ha rinunciato a costituire una propria scuola a Roma, accettando invece come propria quella già pro-gettata dal Ministero. Questo, da parte sua, si è impegnato a finanziarla, conservandole, il nome di “Centro di Educazione Professionale per Assistenti Sociali”».

Nel capitolo “Compiti e preparazione dell’assistente sociale” Guido Calogero ipotizza un confronto tra modello italiano e quello Anglosassone (p. 69):

«All’assistente sociale che agisce negli uffici e nelle fabbriche, e che è sempre esposto al pericolo di decadere a funzionario burocratico, deve con ciò accompagnarsi l’assistente sociale che opera, per così dire, tra gli uomini della strada, per insegnar loro che cosa si può fare da sé, senza attendere eternamente l’intervento del Comune o la provvidenza del Governo. Questa è la radice di quel “lavoro di gruppo”, di quella “creazione dello spirito di comunità”, verso cui l’attività dell’assistente sociale si è sempre maggiormente orientata nei paesi anglosassoni, in cui essa ha avuto finora maggiore sviluppo. E anche l’assistenza ai casi individuali (che per un paese come il nostro serba tuttavia ancora un certo carattere di eccezione, e per così dire di lusso, giacché prima di poter disporre di assistenti sociali per i casi individuali, bisognerà che sia portata sufficientemente innanzi l’attività rivolta al lavoro di gruppo e di comunità) resta sempre dominata da questo stesso fondamentale spirito di inserzione dell’individuo nel suo ambiente sociale attraverso un migliore riconoscimento ed eccitamento delle capacità proprie dello stesso individuo, e non soltanto attraverso un aiuto che gli provenga dall’alto. Il migliore assistente sociale, come è stato ben detto, è colui che sa condurre gli altri a non avere bisogno di assistenti sociali».

Nel capitolo “Relazione sul primo anno di attività del Cepas” Guido Calogero tratta di alcuni problemi del diploma di servizio sociale (pp. 76-77):

«Il problema più importante, a mio parere, è quello dell’assorbimento professionale degli assistenti che escono dalle nostre scuole, e per il quale ciascuno di noi non deve preoccuparsi tanto di assicurare con mezzi empirici la sistemazione del maggior numero possibile degli allievi propri, quanto piuttosto di prospettare una opera comune che facendo spazio all’attività dei lavoratori sociali nel quadro di una nuova sistemazione dell’assistenza in tutto il Paese, risolva il problema in modo radicale. Noi organizzammo l’anno scorso, in vista della ripresa del flusso migratorio, un corso collaterale di emergenza per assistenti all’emigrazione, convinti che le capacità di coloro che ne uscivano diplomati sarebbero state presto utilizzate: confessiamo di essere rimasti delusi in questo, e pensiamo che il problema non sarà mai risolto, né per loro né per tutti quelli che usciranno così da questa come dalle altre scuole, se una nuova legislazione generale dell’assistenza non prevederà il numero degli assistenti sociali che dovranno essere assunti sia dagli uffici pubblici, in funzione della loro rinnovata struttura, sia dalle fabbriche private in proporzione della quantità dei loro operai, sia da ogni altra organizzazione che possa esser fatta rientrare in questo quadro: numero di assistenti sociali che dovrà essere molte decine di volte maggiore di quello impiegato presentemente, se vogliamo che l’Italia non resti troppo lontana, anche in questo campo, dalle nazioni più civili del mondo contemporaneo».

Nel capitolo “Protezione sociale e servizio sociale” Guido Calogero precisa il ruolo del servizio sociale in un mondo diviso tra due blocchi ideologici (p. 79):

«Ed è anzi possibile concepire, in questo senso, il servizio sociale come forma di attività democratica che si affianca alle altre con una fisionomia propria, distinguendosi dall’attività specificamente politica e dall’attività sindacale non meno di quanto ciascuna di queste due ultime si differenzi dall’altra. D’altronde, impostando il problema in questi termini, l’accento può essere variamente posto sul tema della protezione e su quello del servizio a seconda che chi tende a risolverlo sì orienti piuttosto secondo un ideale liberale, di incitamento delle energie individuali, o secondo un ideale collettivistico, di assicurazione più o meno egualitaria delle possibilità dì ognuno. Chi sente soprattutto quest’ultima esigenza può esser condotto a dare assai minore importanza al servizio sociale come opera di individui, caratterizzata da un continuo spirito dì novità o in un certo senso di avventura; che si orienta secondo l’ideale opposto può viceversa vedere in un troppo vasto estendersi della protezione sociale una sorta di addormentamento delle facoltà reattive dell’individuo, di fronte ai rischi e alle incertezze della vita».

Nel capitolo “Assistenti sociali” Guido Calogero parla ancora del modello Anglosassone (pp. 80-81):

«Nella tradizione inglese e americana (che è finora quella di gran lunga più ricca in questo campo) “il lavoro sociale”, cioè l’opera degli assistenti sociali, si suol perciò suddividere in tre grandi sezioni, il case work, il group work e la community organization: ossia il lavoro diretto a risolvere casi individuali di disadattamento sociale, quello che si riferisce ad esigenze di gruppi e quindi già implicante un problema di collettiva riunione di sforzi a fini determinati, e infine quello che più propriamente mira alla organizzazione di “centri di comunità” (community centers) comunali o rionali articolati in tutte le forme di vita collettiva, ricreativa, di discussione cd educazione democratica, ecc.) che essi possono comportare. Tutta questa attività presuppone naturalmente, nell’ambiente Anglosassone, la larghissima fioritura, ivi esistente, di associazioni volontarie a carattere assistenziale e il gran numero di circoli giovanili, di club per adulti, di centri di comunitari istituiti. Si spiega così come per es. soltanto negli Stati Uniti vi siano oltre quaranta Schools of social work (con questo nome, o con nome affine), cioè scuole di livello universitario, per lo più aggregate alle grandi università, per la formazione degli assistenti sociali (di ambo i sessi, mentre in un primo tempo la professione era riservata solo alle donne. come ancora è in alcuni paesi europei)».

Nel capitolo “L’assistenza sociale e la scuola” Maria Comandini propone la specializzazione dell’insegnamento (pp. 85-86):

«La preparazione del maestro – come viene fatta oggi in Italia – prepara un individuo a istruire un bambino e a riflettere, al più, sugli espedienti più adatti a conseguire questo scopo. Che il bambino sia membro di una società e di un nucleo familiare, che partecipi di un ambiente economico e sociale, che sia un problema sempre aperto dal punto di vista fisico, psicologico, psichico, soprattutto che debba essere il costruttore della società di domani, tutto questo in concreto, come sollecitazione della capacità di cogliere i diversi aspetti della vita e di materiarne l’insegnamento e di saperli organizzare, non pesa sulla preparazione del maestro. Vorremmo dire con ciò che gli insegnanti dovranno essere degli assistenti sociali specializzati in quel ramo dell’assistenza che concerne l’educazione infantile e giovanile? Se non ancora questo, intendiamo però indicare a quali compiti devono essere avviati e quindi preparati gli insegnanti. Basta analizzare un momento quella che è la situazione in cui viene a trovarsi un maestro rurale in un piccolo villaggio assai lontano – non solo per distanza fisica – dal luogo e dall’ambiente in cui l’insegnante si è formato. E utile che l’insegnante conosca la tecnica del suo mestiere, che egli dell’ambiente del suo lavoro conosca la struttura economica e la costituzione sociale il perché dei costumi, delle aspirazioni e dell’indifferenza, e le difficoltà del suo insegnamento e del suo stesso vivere riporti continuamente a quel più vasto e articolato mondo di conoscenze e di esperienze».

Nel capitolo “Il cittadino indifeso e l’assistenza” Maria Comandini spiega la differenza tra aiuto e controllo (pp. 89-90):

«Quando l’organizzazione dei servizi assistenziali è incomprensibile all’individuo, essa gli si presenta non già come un insieme di servizi, ma come un complesso di provvidenze a lui estranee, misteriosa, di cui non intende i meccanismi; qualcosa di cui egli resta sempre al di qua o al di là. Non è un servizio “suo” al quale, proprio in quanto è “suo”, egli deve collaborare perché risponde a un “suo” diritto, a una “sua” esigenza sociale, riconosciuta, in quanto tale, legittima da tutti. Ecco, allora la necessità di spiegare al cittadino indifeso (perché ignorante) perché deve stare davanti a quello sportello, riempire quei moduli, dare quelle informazioni; che cosa tutto questo significa e perché “lui stesso” deve pretendere che venga fatto e fatto in quel modo. “Aiutare ad aiutarsi da sé” (…) “Se manca la effettiva conoscenza fra i componenti (di una società) e, peggio, se manca la fiducia, allora la società è inficiata, disgregata” (…) Son due sentenze che si equivalgono e si integrano a vicenda. E in faccia alle quali l’assistente sociale o il funzionario e l’impiegato che tirano via a riempire moduli (per il “cliente”) cabalistici o (ma questo è un caso estremo anche se non del tutto infrequente) si mettono lì, come piccoli semidei che possiedono le chiavi di accadimenti incomprensibili sotto gli occhi spaventati, imploranti e riconoscenti del povero diavolo, sono non già dei funzionari addetti alla comunità, ma dei nemici della comunità».

Nel capitolo “Inconvenienti del lavoro di gruppo” Maria Comandini introduce al servizio sociale di gruppo (p. 104):

«II servizio sociale di gruppo opera con metodi che aiutano gli uomini a costruire non una società anarchica, né una società gerarchica, ma una loro comunità funzionante. In questo senso, anche le strutture gerarchiche e la collocazione delle competenze potranno essere capite e usate: tutti per esempio ci auguriamo che si studino minutamente e si approntino anche in Italia quelle organizzazioni per gli interventi di emergenza la cui presenza avrebbe certo risparmiato molti degli innumerevoli guai seguiti alle inondazioni del Nord e del Sud. Una persona che abbia esperienza della vita di gruppo, sa anche che in particolari circostanze è necessario prendere delle decisioni rapide: egli non si meraviglierà per nulla che una organizzazione con quei fini sia una organizzazione rigidamente gerarchica; sarà invece ben lieto, nel momento della emergenza, di mettersi ai suoi ordini».

Nel capitolo “Presupposti socio-culturali del groupwork, sue finalità e relazioni con gli altri insegnamenti e gli altri metodi di servizio sociale” Maria Comandini propone un confronto tra il modello italiano e quello Anglosassone (pp. 117-118):

«In Italia la professione, possiamo ben dire, è nata nelle scuole. Un quarto di secolo di dittatura, la mancanza di aggiornamento nel campo della psicologia e della sociologia, istituzioni assistenziali antichissime, mastodontiche istituzioni costruite dall’alto hanno gravemente ostacolato la formazione di una situazione assistenziale che favorisse, com’era accaduto negli Stati Uniti e in Inghilterra, la formazione di un personale che, pur senza preparazione scolastica, fosse portatore di certi principi e sperimentatore di certi metodi. La cultura americana in questo settore, attraverso l’opera delle organizzazioni culturali statunitensi e internazionali, le traduzioni di libri, gli scambi culturali ha senza dubbio influito sulla formazione dei programmi e sull’organizzazione delle nostre scuole più di quanto abbia fatto la cultura inglese; e, soprattutto, ha influito, assai più sulle scuole che non sulle strutture assistenziali. E ovviamente: le scuole erano lì in nascita, e le strutture assistenziali viceversa erano di età adulta se non decrepite, oppure, vuote di significato, in disfacimento. Una scuola che risponda negli Stati Uniti alle richieste della società americana e della cultura americana, ha dato la sua impronta alle scuole italiane e, attraverso le scuole, all’orientamento della professione e, solo in via mediale e scarsamente, dei servizi sociali».

Nel capitolo “L’insegnamento del lavoro di gruppo di una università statunitense” Maria Comandini descrive una lezione alla scuola di servizio sociale di Berkeley (p. 132):

Il corso base che tutti gli allievi, indipendentemente dalla loro specializzazione, debbono seguire è intitolato: “Crescita, cambiamento dell’individuo” (Growth and Change of the individual: due lezioni, cioè quattro ore settimanali per due semestri, 125 ore circa): di esso è responsabile un docente di servizio sociale, ed esecutori quattro altri docenti (un fisiologo, uno psicologo, uno psichiatra, un sociologo) ai quali spetta il compito di illustrare agli studenti fatti, teorie e problemi fondamentali nello sviluppo fisiologico, psicologico e sociale dell’individuo, con speciale riferimento all’adattamento e allo stress. La classe, molto numerosa, ascolta lezioni informative, discute in sede di sottogruppi, partecipa alla tavola rotonda con cui si conclude il semestre: sotto la presidenza del docente responsabile gli allievi interrogano i docenti del corso: di lì a pochissimi giorni, o forse l’indomani, dovranno fare l’esame scritto: le domande sono, quindi, precise e interessate (per i seminari, gli allievi, circa 80, venivano divisi in 4 gruppi di discussione secondo l’ordine alfabetico: ogni gruppo era guidato da un docente).

Nel capitolo “Principi e tecniche della discussione” Maria Comandini descrive le competenze educative dell’assistente sociale (p. 169):

«Integrazione significa tutto quel processo di scambio reale e profondo, per cui ogni decisione comune è una decisione reale, la somma di decisioni consapevoli, una decisione piena di tutte le partecipazioni consapevoli. In questo senso non è già l’unanimità che indica l’optimum, perché una decisione unanime può essere più vuota di una decisione presa non all’unanimità ma con la collaborazione e la dissidenza impegnata di tutti: o addirittura più vuota di una discussione che non riesca a concludersi con una delibera o un’opinione comune, ma in cui lo spirito della ricerca comune e della discussione si sia alimentato della maturazione di tutti. Così il compito di un buon responsabile di discussione è che le decisioni comuni siano il più possibile frutto di quello stesso processo di integrazione che deriva dalla saturazione del senso sociale dei partecipanti e che non lascia margine agli esclusi e agli escludentisi, ma include, anzi, anche i dissidenti. La maieutica la tecnica socratica di estrarre da ogni altra discussione l’opinione su ciò di cui si parla, resta dunque la tecnica più valida per tutti i tipi di discussione».

Nel capitolo “Assistenza e tolleranza” Guido Calogero introduce alla filosofia del dialogo (pp. 172-173):

«Ogni educazione è naturalmente assiologica e normativa, e quindi presuppone una scelta di valori, cioè una filosofia morale, condizionante tutto il resto (giacche solo la filosofia morale è in grado di giustificare le eventuali filosofie teoretiche e le logiche e le metafisiche e le religioni, e non viceversa). Di conseguenza, come non basta l’empirismo, non basta neppure l’agnosticismo, il quale è una specie di filosofia dello struzzo, che caccia il capo sotto la sabbia per non vedere il problema. Ma di quale filosofia, d’altra parte, dovrà trattarsi, per evitare di cadere nell’opposta difficoltà, cioè quella dell’unilaterale indottrinamento ideologico dell’educando? È evidente che, se si tratterà soltanto di una filosofia cattolica (o anche, più raffinatamente tomistico-maritainiana come quella di monsignore De Menasce), essa potrà ben preparare l’assistente sociale al suo lavoro con i cattolici, ma lo predisporrà meno favorevolmente al contatto con individui di ogni diversa religione. Allo stesso modo, un assistente sociale formato su base marxistica funzionerà bene con comunisti e sovietici (ammesso, tra parentesi, che tutti i sovietici siano comunisti e marxisti, cosa che non credo affatto), ma si troverà male con laburisti e socialdemocratici, non foss’altro perché li guarderà dall’alto in basso, che è il solo peccato capitale dell’uomo. Un assistente sociale educato sulla base della religiosità musulmana opererà male con induisti, e così un induista di fronte a musulmani. E via dicendo. Si obietterà: come si può avere una filosofia che non sia appunto una filosofia, una religione che non sia appunto una religione? Ma il problema fondamentale di chi, nel mondo contemporaneo, senta il bisogno di avere una filosofia o una religione, è proprio questo: trovare una filosofia che non sia soltanto una filosofia, credere in una religione che non sia soltanto una religione. E questa allora non può essere se non la filosofia della coesistenza delle filosofie, la religione della coesistenza delle religioni. Cioè la filosofia del dialogo, o comunque si voglia chiamarla (laicismo, secolarismo, religione della libertà, dottrina della tolleranza religiosa, teoria della libertà di coscienza, filosofia della coesistenza o della compresenza, ecc.): la quale ha abbastanza rappresentanti in tutto il mondo, e non solo da oggi ma da secoli, perché si debba temere che appartenga in proprio a qualcuno. Vieta d’altronde, questa filosofia della coesistenza delle filosofie, che ciascuno abbia poi, in proprio, la sua filosofia e la sua religione? Lo vieta tanto poco, che anzi il suo ideale, e il suo compito, è proprio quello di assicurarne la libertà, e anzi il pari diritto rispetto all’analogo diritto di ogni altro. La filosofia del dialogo non impedirà mai all’assistente sociale cattolico di essere cattolico, né al musulmano di essere musulmano, né al marxista di essere marxista. Gli dirà solo di dimenticare o anche soltanto di mettere tacitamente da parte quanto nella sua propria filosofia risulti incompatibile con le tesi fondamentali della filosofia della coesistenza delle filosofie».

Conclusioni e valutazione

Guido Calogero nasce a Roma nel 1904 e dal 1921 al 1925 studia alla Sapienza laureandosi in filosofia con una tesi su “I fondamenti della logica aristotelica”. Fu allievo di Ugo Spirito a cui successe alla cattedra di filosofia. Durante il Fascismo insegnò all’Istituto di Firenze e divenne ordinario a Pisa (nel 1931 giurò fedeltà al fascismo). Nel 1942 fu tra i fondatori del Partito d’Azione poi scioltosi nel ’47. Nel 1946 fonda il Centro di educazione professionale per assistenti sociali (Cepas) con lo scopo di “dare importanza a quelle materie di carattere storico-sociale e filosofico-sociale” (p. 12). Nel 1948 partecipa alla redazione della voce “Assistenti sociali” nell’Enciclopedia italiana frutto dello studio dei classici americani del servizio sociale (Gordon Hamilton). Dal 1949 al 1956 viaggia in America e iscrive la moglie all’università di Berkeley presso la School of Social Welfare dove apprende i principi del servizio sociale anglosassone (groupwork e community work). Dopo l’esperienza americana diresse l’Istituto italiano di cultura a Londra. Durante il suo soggiorno all’estero sorsero dei dissidi in seno al Cepas: l’Unsas, cui la scuola era associata, tentò di assumere la proprietà della biblioteca e l’uso dei locali. Per uscire dall’impasse si decise di trasformare il Cepas in Associazione. Nel 1961 intervenne al convengo di Fregene con una relazione su “Comunicazione sull’insegnamento di morale, religione e filosofia”. Dal punto di vista filosofico aderisce alla corrente dialettica e rifiuta il personalismo di Maritain. Dal punto di vista politico è uno dei tanti (Giorgio Napolitano, Dario Fo, Pietro Ingrao) che dal Fascismo passarono sul “carro dei vincitori”. Nel 1955 insieme a Marco Pannella fonda il Partito Radicale uscendone nel 1966 per aderire al PSI. Fu autore fecondo (scrisse articoli su varie riviste e persino nel n. 2-3 del 1939 su “Civiltà Moderna: Rassegna bimestrale di critica storica, letteraria, filosofica” diretta da Ernesto Codignola firmatario del “Manifesto degli intellettuali fascisti”) e non da ultimo si dedicò al servizio sociale. In Maria Comandini c’è sicuramente l’ombra di chi nel 1944 scrisse “L’abbiccì della democrazia” in cui si poneva il problema dell’educazione politica dei cittadini ma c’è anche l’abbaglio di una società americana che l’aveva impressionata molto, almeno durante il soggiorno a Berkley, tanto da spingerla a “travasare” il modello Anglosassone in Italia: aggregato e lavoro di equipe, serialità dell’azione, fusione di gruppo, rapporto duale-gruppale, legame di appartenenza, campo di gruppo, principi e regole della discussione, educazione sono solo alcuni dei termini che ricorrono spesso nei suoi scritti. Non c’è solo il bisogno di rifondare la società che, dopo due guerre mondiali, appariva frammentata ma c’è il desiderio di creare l’uomo nuovo di bruniana memoria, una società ideale in cui non ci fosse più povertà e problemi. Da qui anche i timori e i pregiudizi per il modello italiano visto come condizionato dalla burocrazia e dai grandi enti di assistenza dell’epoca (Inps, Inail, Inam). Purtroppo però una rivoluzione del genere non si sarebbe mai potuta realizzare senza cambiare anche le strutture sociali esistenti (Stato, Mercato, Chiesa, Famiglia) perciò il servizio sociale italiano è rimasto tutt’oggi un modello residuale in un paese capitalista che produce diseguaglianze senza la possibilità per alcuno di poter fare a meno dei servizi.

Coerenza tra titolo e contenuti: ottimo
Organizzazione del testo: sufficiente (periodi troppo lunghi con frequenti termini tecnici non immediatamente accessibili a tutti)
Accuratezza dei dati: buono
Tesi dell’autore e sue dimostrazioni (suggerimenti, conclusioni, obiettivi, esposizione): buono
Originalità dei contenuti: scarso (punto di vista dell’autore troppo sbilanciato verso il modello Anglosassone)
Leggibilità-accessibilità (illustrazioni, grafici, impostazione paragrafi-capitoli): scarso (i capitoli non seguono un ordine logico plausibile)
Tempestività della pubblicazione (in relazione alla conoscenza attuale): il libro esce a distanza di tempo di tre anni dal convegno a Palazzo Baldassarri in Roma l’8 novembre 2002 tradendone gli scopi e gli argomenti.
Esaustività (note, bibliografia, indici e glossari): ottimo
Rilevanza dell’autore (cv, istituto di riferimento, prestigio accademico): ottimo

Giudizio finale: sufficiente