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La legge 104 e i servizi sociali: a che punto siamo?

L’emergenza sanitaria (pandemia da Covid 19) ha creato non pochi disagi alle famiglie con disabili e portatori di handicap specialmente nei giorni di scuola dedicati alla didattica a distanza. Il governo presieduto da Mario Draghi, a trent’anni dall’approvazione della L. 104/92, è intervenuto più volte per offrire agevolazioni dall’acquisto di dispositivi multimediali all’automobile, dalla detrazione fino al 19% delle spese mediche all’acquisto di arredi speciali o sistemi domotici dai permessi lavorativi all’anticipo della pensione. Vediamo nel dettaglio di che si tratta. Il DL 13 marzo 2021 n. 30 prevede che i genitori o gli affidatari di figli minorenni con certificazione L. 104/92, o affetti da grave disabilità, possano accedere al congedo parentale straordinario di trenta giorni. Le detrazioni fiscali di base riconosciute ai figli minori di tre anni (220 euro) o superiori ai tre anni (950 euro) aumentano di 400 euro con un handicap certificato. Inoltre le detrazioni per addetti all’assistenza sono pari al 19% per una spesa non superiore ai 2100 euro e per un reddito non superiore ai 40 mila euro. Gli interventi per rimuovere le barriere architettoniche possono beneficiare di una detrazione del 50% su un importo massimo di 96 mila euro. I portatori di handicap o i loro familiari (caregivers) possono beneficiare di tre giorni di permesso retribuito ogni mese e di ulteriori due ore di permesso quotidiano con un figlio minore di tre anni. Il DL 22 marzo 2021 n. 69 (cd. “decreto sostegni”) e il DL 23 luglio 2021 n. 105 (nuovo decreto covid) hanno stabilito la proroga dello smartworking per i disabili gravi (lavoratori fragili). Un’altra agevolazione consente di acquistare un PC o uno smartphone a prezzo scontato usufruendo di una detrazione del 19% su una spesa fino a 2840 euro ed un’Iva al 4% anzichè al 22%. Sugli acquisti online vale la regola del rimborso: si paga normalmente con l’Iva al 22% per poi ottenere la restituzione della differenza. La documentazione va presentata direttamente al venditore con la specificazione che il prodotto acquistato serve a migliorare la vita dell’acquirente. Il DM lavoro dell’8 luglio 2021 ha rifinanziato lo sgravio contributivo per l’assunzione dei lavoratori disabili a tempo indeterminato grazie alla disponibilità del Fondo per il diritto al lavoro dei disabili che per l’anno corrente ammonta a oltre 77 milioni di euro.

Le modalità di presentazione della domanda per la certificazione L. 104 sono le stesse per l’invalidità eccetto nel caso dei genitori di minorenne portatore di handicap che devono rivolgersi al servizio di Neuropsichiatria infantile. A volte la segnalazione parte dalla scuola per poi passare ai servizi sociali che possono rinviare il caso al Consultorio familiare o al Centro di Assistenza Fiscale (patronato). La scuola tuttavia può muoversi autonomamente per quanto riguarda le sue competenze (assegnazione dell’insegnante di sostegno, attività integrative, trasporto scolastico, etc.). La certificazione non è quasi mai un mero adempimento burocratico ma l’inizio di un cammino di coinvolgimento dell’utente e della comunità di persone e del suo territorio verso i bisogni delle categorie più fragili specialmente in previsione di un eventuale ingresso nel mondo del lavoro. Per tali motivi la certificazione non si limita a contenere informazioni clinico-scientifiche ma sottolinea gli interventi necessari per favorire l’inserimento scolastico (sostegno, ausili ortopedici e protesici, trasporto agevolato, etc.). Scrive Canevaro: «il rapporto fra scuola e servizi socio-sanitari, per le funzioni di segnalazione e certificazione non può dunque essere affidato né a un’azione di routine né a un’azione spontanea non concordata ma richiede una messa a punto di strategie operative che controllino gli eventuali effetti negativi e che siano di aiuto per entrambe le parti nella conoscenza del bambino» (Canevaro A., Handicap e scuola manuale per l’integrazione scolastica, Nis, Roma, 1983, p. 378). Giusto per la delicatezza del problema molto spesso scuola e servizi mettono a punto dei protocolli che prevedono ruoli e modi predefiniti di segnalazione e intervento. Dopo la segnalazione si procede alla diagnosi e quindi alla riabilitazione che risponde ad un programma di attività, es. per i deficit neuromotori interviene il fisioterapista o l’ortofonista mentre il neuropsichiatra è chiamato per tutti i casi di deficit mentali infine l’assistente sociale può sostenere la presa in carico affiancando tutte le altre figure professionali ed occupandosi degli aspetti familiari e sociali. In mancanza di protocolli o di esperienze dei servizi possono emergere problemi interpersonali, professionali o discrepanze tra obiettivi istituzionali e direzione dei servizi e l’impossibilità di mettere in campo tutti gli strumenti di cui dispone il servizio sociale (passaggio di consegne, ricostruzione della storia di vita, provvidenze economiche, etc.). Scrive Canevaro: “Ne consegue che le informazioni utili al proseguimento di formazione e integrazione rimangono nella “memoria” del singolo operatore e sono trasmissibili unicamente secondo il canale verbale (…) comportando l’inevitabile paura e dispersione” (Canevaro:380). Il rischio è l’irrigidirsi degli ambiti professionali che danno una sicurezza tecnica. Nel caso della L. 104 dunque il punto di forza dei servizi è la possibilità di integrare le conoscenze e di raggiungere degli obiettivi nel medio e lungo termine. La L. 104 cioè non richiede solo un lavoro meramente specialistico, non si limita all’expertise dei servizi ma chiama in causa tutti gli attori della rete nell’ottica dell’integrazione delle competenze e la costruzione di un quadro metodologico di rete (community care).

Un esempio di intervento sociale per un portatore di handicap (L. 104/92)

La scuola rileva i bisogni del minore affetto da handicap e invita i genitori a presentarsi ai servizi sociali oppure direttamente al servizio di neuropsichiatria infantile che, in base ad una specifica commissione, può formulare varie ipotesi: un handicap organico o un grave ritardo nello sviluppo cognitivo o gravi alterazioni di personalità; un caso a rischio ma non certificabile; un bisogno educativo speciale (bes). La scuola intanto trasmette la certificazione al Provveditorato agli studi che formalizza al Ministero una richiesta di insegnamento di sostegno (L. 270/1982), da assumere attraverso specifiche graduatorie, eventualmente intimando la scuola ad effettuare una riduzione di alunni della classe per una più agevole integrazione del soggetto. L’Asl trasmette ai servizi sociali eventuali richieste in merito alle prestazioni offerte dagli enti locali: assistenza domiciliare integrata, aiuto domestico, sostegno economico, associazioni sportive o di tempo libero, servizi residenziali e semi-residenziali (centri socio-educativi, comunità alloggio, gruppi appartamento), volontariato, eventuale denuncia e segnalazione di barriere architettoniche, etc. A questo punto sorge una domanda: perchè la scuola rinvia ai servizi sociali e non direttamente all’Asl? Perchè al servizio sociale spetta la “programmazione coordinata” delle attività sul territorio tra cui rientra anche la scuola magari anche attraverso specifici accordi di programma (L’assistente sociale, Edizioni Simone, Napoli, 1996, p. 143). Alcune associazioni private o cooperative di educativa domiciliare offrono determinate prestazioni previo invio dei servizi sociali mentre il sostegno psicologico è offerto dal Consultorio dell’Asl presso il quale si svolgono periodicamente degli incontri di gruppo che consentono di condividere e capire meglio i vissuti dei genitori (Ghezzi D., Vadilonga F., La tutela del minore. Protezione dei bambini e funzione genitoriale, Cortina, Milano, 1996, p. 386). Il Consultorio inoltre custodisce ed aggiorna una banca dati intesa come “anagrafe dinamica dei bisogni”. Non sempre però è possibile rinviare al Consultorio, specialmente nei piccoli centri che hanno organici limitati e che molto spesso si appoggiano agli enti più grandi (Comprensori, Città metropolitane, Comunità di Valle, Comunità Montane, etc.). I centri di riabilitazione hanno pure la figura dell’assistente sociale ma non sono coinvolti nel processo di aiuto se non dall’Asl o dal Consultorio. In base alla LP 30/78 le Comunità di Valle (ex Comprensori) hanno il compito di agevolare l’inserimento e l’integrazione degli alunni disabili e portatori di handicap nella Provincia di Trento tramite la disposizione di assistenti educatori, sussidi specifici e attività di tempo libero.

L’arrivo di un figlio disabile o portatore di handicap mette a dura prova i fragili equilibri familiari e i problemi si complicano quando c’è di mezzo un provvedimento della magistratura minorile magari in relazione ad una separazione o un ordine di limitazione della potestà di uno dei genitori nel quale caso il giudice fa riferimento esclusivamente ai servizi sociali della giustizia, se il minore ha commesso un reato, oppure ai servizi sociali municipali a cui compete la relazione da inviare in Tribunale (cfr. DPR 616/77 art. 23; L. 184/83 artt. 10/1 e 12/4). In tal senso il servizio sociale si rende interlocutore non del Tribunale ma della famiglia di origine ed eventualmente anche quella di affido o adozione. L’assistente sociale inoltre concorre al lavoro di equipe da non confondere con l’Unità Valutativa Multidisciplinare che è uno strumento amministrativo con lo scopo di fornire un aiuto personalizzato all’utente disabile o portatore di handicap mediante l’indicazione di un referente del caso (Raineri M.L., Corradini F., Linee guida e procedure di servizio sociale. Manuale ragionato per lo studio e la consultazione, Erickson, Trento, 2019, p. 126). Da questo punto di vista la vera novità della L. 184/83 rispetto al vecchio istituto dell’affiliazione sta nell’indagine conoscitiva che diventa “ufficiosa” perché in un certo senso si sostituisce ai poteri di accertamento del Tribunale sia nei casi di affidamento ad uno dei genitori che a terzi e, ove questo non fosse possibile, di collocamento in comunità di accoglienza. In ogni caso: «Il giudizio di identità educativa è sempre relativo e non assoluto: si deve scegliere tra i due genitori, non stabilire se essi sono in senso assoluto validi o meno, perché in questa sede si deve rispettare il diritto del minore a essere educato nella sua famiglia o in quel che ne resta» (Saraceno-Pradi:128). In altre parole il giudizio della magistratura verte sul contesto educativo e non sulla capacità genitoriale.

Il giudizio di decadenza comporta il venir meno delle figure adulte di riferimento necessarie alla sua cura e rappresentanza (Cerato M., La potestà dei genitori. I modi di esercizio, la decadenza e l’affievolimento, Giuffrè, Milano, 2000, p.173). Nei casi in cui invece il giudice non ravvisi una ragione sufficiente per la decadenza della potestà ma ipotizzi un disagio familiare conclamato allora può ordinare l’allontanamento del minore dalla residenza familiare (affievolimento della potestà). Il genitore può essere reintegrato della potestà perduta quando siano cessate le ragioni per le quali è stata pronunciata (art. 332 c.c.). I servizi sociali sono sempre chiamati a relazionare sullo sviluppo del caso alla magistratura. Così come si presume la verifica di un grave pregiudizio in sede di decadenza, così si presume che sia escluso tale pregiudizio per il minore (art. 330 c.c.). Competente a riesaminare la situazione è il tribunale per i minorenni che aveva pronunciato la decadenza mentre sono chiamati a promuovere l’istanza di reintegrazione lo stesso genitore, l’altro genitore, i parenti e il pm (art. 336 co 1 c.c.). Il provvedimento di reintegro è reclamabile in Corte di Appello-sezione minorenni (art. 739 cpc) mentre la revisione (art. 710 cpc) è l’istituto con cui una parte (genitore o tutore) può chiedere di rivedere i provvedimenti relativi ai figli (esercizio della potestà, problemi educativi, diritti e obblighi dei coniugi, scelte circa la salute, l’istruzione, diritto di visita, contribuzione, etc.). La decisione è assunta dal Tribunale in camera di consiglio sentite le parti.

Che succede dopo la reintegrazione? L’art. 316 c.c. fissa le modalità di esercizio della potestà in regime di comune accordo secondo le esigenze preminenti della famiglia e del minore (mantenimento, istruzione ed educazione). In caso di disaccordo sovviene la norma contenuta nell’art. 145 c.c. che conferisce il potere al giudice di “convocare i coniugi e i figli ultrasedicenni per raggiungere una soluzione concordata”. Se i genitori non sono sposati o vengono da una precedente convivenza, allora «l’esercizio della potestà spetta al genitore presso il quale il figlio vive stabilmente. Se il figlio convive con altri, l’esercizio spetta al genitore che per primo haeffettuato il riconoscimento» (Cerato:129); se il genitore non ha compiuto almeno 16 anni non può riconoscere il figlio. Saraceno e Pradi fanno giustamente notare che molte delle norme che regolano la vita famigliare nel campo delle separazioni sono più teoriche che pratiche, es. il dovere del tribunale di vigilare sull’osservazione delle condizioni stabilite sull’esercizio della potestà (art. 337) molto spesso si concretizza in una delega ai servizi sociali di controllare la situazione familiare. Ne consegue che se il giudice dovesse venire a conoscenza di un deficit in almeno uno della “triade dei doveri” (mantenimento, istruzione ed educazione), allora si potrebbe pensare ad una nuova sospensione della potestà? No, occorre che vi sia anche un pregiudizio del minore. Inoltre le pronunzie del giudice minorile cessano nelle ipotesi in cui il minore acquisti la maggiore età oppure l’emancipazione (art. 390 c.c.). Il mantenimento implica il mangiare, il dormire e le cure sanitarie. L’istruzione implica la scuola, il doposcuola e il trasporto. L’educazione implica l’accettazione dei bisogni, la salvaguardia degli interessi e il desiderio di autonomia. Il provvedimento del giudice pertanto è volto solo a prevenire le cause di pregiudizio per il minore e pertanto non richiedono alcun ravvedimento, espiazione o riparazione a carico del genitore decaduto. Perdere la potestà non significa perdere la responsabilità. Si perdono alcune prerogative sulla stipula dei contratti e sulla gestione degli assegni previdenziali ma rimane il ruolo di genitore.

In passato, specie nel campo dell’affiliazione, il compito di informare il giudice o di esercitare il controllo sui suoi provvedimenti era affidato alla polizia. Oggi si richiede “altra” (e “alta”) professionalità, deontologia, progettualità, criteri operativi che non possono essere assimilati al ruolo di un “carabiniere” (Saraceno, Pradi:146). Ne consegue che la giustizia non può utilizzare i servizi con “raccoglitori di informazioni” né possono pretendere di coprire tutto il territorio dei controlli. In altre parole giustizia e servizi devono arrivare ad un “procollo di rapporti” che prevede l’integrazione delle competenze e delle risorse. La peculiarità dei servizi è, e sarà sempre, lo studio del caso mentre la decisione spetta alla magistratura, che è al di sopra delle parti e che agisce nell’interesse del minore. I genitori però hanno dei tempi psicologici diversi da quelli giuridici, hanno bisogno di essere ascoltati, capiti, sostenuti ed in ciò possono essere d’aiuto i servizi sociali in particolare il Consultorio e la Neuropsichiatria. Al contempo non si può pensare di delegare il processo di aiuto alla sola componente specialistica. In tal senso i servizi sociali assolvono a ciò che Saraceno-Pradi chiamano “intreccio di tre livelli” (Saraceno, Pradi:152): per ogni prestazione si ricerca non tanto la rimozione di un problema ma ciò che concorre al cambiamento della persona affinchè possa affrontare i propri problemi e superarli; “ricomporre la contrapposizione assistenza-terapia” e “ricomporre gli interventi degli operatori” significa che il lavoro di equipe diventa un modo per non disperdere le risorse; “costruzione di un programma con finalità evolutive” consentendo ad ogni operatore della rete “di acquisire la capacità di collaborare con operatori di altri servizi e di auto-osservarsi nelle relazioni” (Saraceno, Pradi:153). Questo ultimo livello è forse il meno diffuso ma il più importante in quanto l’operatore non si identifica con il suo servizio ma interagisce nell’ambito di ruoli, gerarchie e vincoli che rappresenta (l’assistente sociale è molto più autoreferenziale della magistratura che rappresenta la giustizia). Quello tra operatore e utente è un rapporto di fiducia mentre tra giudice e genitore c’è mera soggezione. I servizi sociali, però, non aiutano i genitori a fare i genitori, in quanto a ciò ci pensa l’educativa, ma possono contribuire e agevolare i tribunali nei loro giudizi. Il giudice può chiedere, ordinare, disporre mentre l’assistente sociale può solo informare e sostenere qualcuno che molto spesso disattende le sue richieste. Una volta emessa la sentenza, termina il compito del giudice ma l’assistente sociale può chiedere di rinviare le sentenze presidenziali in modo da preparare una relazione più dettagliata: «l’attività del servizio sociale è sempre proiettata su valutazioni più ampie e su proposte da attuarsi» (Saraceno-Pradi:167).

Il tribunale per i minorenni è in stretto rapporto coi servizi sociali (fin dal 1962 e poi con il DPR 616/77 art. 23) mentre il tribunale ordinario il più delle volte si affida alle consulenze di parte che però esprimono un giudizio a posteriori. Può anche presentarsi il caso di un giudice istruttore che chiede una relazione al servizio sociale mentre poi la sentenza presidenziale ne richiede un altra. In ogni caso molte delle possibilità del servizio sociale possono variare in base all’offerta dell’ente locale ove risiede il servizio, ad es. la “Guida informativa per orientare la persona disabile” preparata dalla Provincia Autonoma di Trento indica espressamente il “percorso assistenziale finalizzato all’accertamento” il che implica che in entrambi i casi (invalidità civile e handicap) conviene passare attraverso i servizi sociali. La L. 104 art. 9 poi indica tra l’altro l’offerta di un servizio di aiuto personale presso “comuni o unità sanitarie locali” che può includere varie prestazioni (assistenza domiciliare, interventi educativi, trasporto, etc.) oppure l’art. 39 che tratta dei “progetti di vita indipendente” (alloggio domotico, servizi residenziali e semiresidenziali, mobilità in e fuori casa, etc.). L’invalidità infatti impedisce alla persona di svolgere i compiti e le funzioni proprie dell’età dello sviluppo (se minorenne) o dell’età lavorativa (se maggiorenne o in procinto di esserlo). Una persona menomata può ottenere sia la certificazione di invalidità civile (L. 68/99; L. 118/71) sia quella di disabilità o handicap (L. 104/92). Bisogna inoltre tenere conto dello svantaggio sociale che l’handicap comporta e degli effetti conseguenti all’emarginazione in quanto i benefici variano sia per l’una che per l’altra:

Benefici finanziari per l’invalidità

 Indennità di frequenza per invalidi minorenni (ex assegno di frequenza; LP 7/1998).
 Pensione di invalidità parziale per invalidi maggiorenni ai quali è riconosciuta una invalidità pari o superiore al 74% (LP 7/1998)
 Pensione di invalidità integrale per invalidi maggiorenni ai quali è riconosciuta una invalidità pari o superiore al 100% (LP 7/1998)
 Indennità di accompagnamento per invalidi sia minorenni che maggiorenni con difficoltà persistenti a svolgere i compiti e le funzioni dell’età propria e l’impossibilità di deambulare in autonomia ovvero senza un accompagnatore

Benefici assistenziali per l’invalidità

 Fornitura di protesi e ausili tecnici (DM sanità 27 agosto 1999 n. 332; Dlb GPT 15 giugno 2007 n. 1245)
 Esenzione dal ticket delle prestazioni sanitarie (per invalidi >67%) rilasciata dal Distretto sanitario
 Collocamento mirato al lavoro (per invalidi >46%) previa iscrizione ai Centri per l’impiego
 Assegno di cura (LP 6/98)
 Agevolazioni previdenziali (per lavoratori) prevede due mesi di contribuzione figurativa che si sommano all’anzianità contributiva per ottenere la pensione
 Servizio di trasporto (per invalidi >74%, privi della vista o nell’impossibilità di deambulare) che implica l’offerta di un autoveicolo gestito da una società terza o in convenzione; non si deve confondere con le agevolazioni per il trasporto pubblico che prevedono uno sconto o l’esenzione sul biglietto di viaggio o sull’abbonamento.

La visita davanti alla commissione medica

A seguito della visita della commissione medica si possono configurare varie soluzioni:

 per minorenni: non invalido fermo restando la possibilità di fare ricorso; invalido al 46%; invalido non in grado di deabulare in autonomia
 per maggiorenni: non invalido fermo restando la possibilità di fare ricorso; invalido al 45% (assistenza tecnica e protesica); invalido al 66% (collocamento mirato al lavoro); invalido al 73% (esenzione parziale ticket); invalido al 99% (agevolazioni previdenziali e trasporto); invalido al 100% (esenzione totale ticket)
 per ultra65enni: non invalido fermo restando la possibilità di fare ricorso, invalido al 45% (esenzione parziale ticket e trasporti); invalido al 100% (esenzione totale ticket)

Il riconoscimento dell’invalidità civile ai fini dei benefici finanziari presuppone l’accertamento sanitario dell’Asl e un accertamento amministrativo dell’Agenzia per l’assistenza e la previdenza integrativa con diramazioni provinciali in tutto il paese. La richiesta dei benefici può essere avanzata al soggetto interessato (se maggiorenne), dai genitori (se minorenne) o chi ne fa le veci (tutore, amministratore si sostegno o curatore speciale). In Trentino la domanda per l’invalidità civile può essere presentata direttamente all’Ufficio di medicina legale di Trento, per via telematica dal sito dell’azienda sanitaria, tramite i caf o patronati, tramite gli Sportelli periferici di informazione e assistenza al pubblico della PAT (cd. sportelli “come fare per”, es. a Pergine Valsugana in Via Dante 4). Successivamente alla presentazione della domanda l’Ufficio di Medicina legale trasferisce il protocollo e i dati anagrafici nel sistema informativo locale in attesa di convocare la commissione medica per le valutazioni del caso. La commissione che si riunisce entro sei mesi dalla presentazione della domanda è composta da un medico specialista di medicina legale, da un medico del Distretto sanitario e da altri medici di medicina legale e delle assicurazioni, da un assistente sociale dell’Asl e da eventuali periti del caso. Di ogni commissione viene redatto un verbale con l’esito dell’esame da inviare al soggetto interessato e all’Agenzia del lavoro (se maggiorenne o in grado di lavorare); ovviamente non viene inviato tutto il verbale ma solo l’esito (modello A/SAN) con le indicazioni dei benefici finanziari e assistenziali correlati; in tal modo gli aventi diritto sono già informati su come procedere e cioè: recarsi al Centro per l’impiego per gli adempimenti per l’accesso al collocamento obbligatorio; recarsi all’Agenzia per l’assistenza e la previdenza integrativa per l’erogazione dei benefici finanziari; recarsi all’Ufficio invalidi del Distretto sanitario per ottenere gli ausili tecnici o protesici; recarsi al Distretto sanitario per l’esenzione del ticket; recarsi ai servizi sociali per il trasporto agevolato e per l’assegno di cura (o l’invio alle associazioni di categoria, es. all’Anfass vedi infra). La L. 104 prevede varie forme di handicap: permanente, grave e gravissima. I benefici per l’handicap, a differenza dell’invalidità, possono essere erogati non solo in favore dei soggetti interessanti ma anche dei loro familiari:

Benefici finanziari per l’handicap

 Agevolazioni per i figli a carico (detrazione di imposta fino a 1020 euro con aumento di 220 euro per ogni altro figlio con handicap permanente
 Agevolazioni fiscali per la guida e il trasporto agevolato
 Agevolazioni fiscali per gli ausili tecnici e protesici
 Agevolazioni ergonomiche che consentono ai portatori di handicap di scegliere la sede di lavoro più vicina al proprio domicilio
 Tempi aggiuntivi per le prove d’esame e i concorsi pubblici
 Permessi lavorativi e congedi parentali (L. 104 art. 33)
 Cure odontoiatriche (Dlb GPT 25 maggio 2007 n. 1059; LP 12 dicembre 2007 n. 22; Dlb GPT 25 giugno 2009 n. 1585).
 Altri contributi: la PAT ha istituito un Fondo provinciale per gli interventi a favore dei portatori di handicap (LP 7/2003) che prevede l’erogazione di contributi finanziari integrativi delle prestazioni già in essere finalizzati all’autonomia e alla vita indipendente, es. la rimozione delle barriere architettoniche e l’assistenza domotica.
 Altri progetti: l’Agenzia per il lavoro di Trento offre l’inserimento lavorativo di minorenni portatori di handicap e maggiorenni che prevedono l’accesso di tirocini e borse-lavoro fino a 3 anni; per i maggiorenni è previsto l’inserimento nelle cooperative di tipo B (L 381/912). L’Anfass di Trento offre, a chi ha concluso il percorso scolastico obbligatorio o a chi ne è uscito prematuramente, l’accesso alla formazione professionale tramite tirocini aziendali oppure per un periodo determinato di frequenza (3 o 5 anni) nei centri diurni socio-occupazionali e di apprendistato finalizzati al potenziamento e al miglioramento delle competenze lavorative; l’accesso è offerto previo invio da parte dei servizi sociali. L’Anfass offre anche l’assistenza di una educatore scolastico previo invio da parte del Dirigente scolastico. L’associazione “Cantare suonando” di Trento offre l’accesso ai corsi musicali. L’Appm di Trento offre l’accesso ai centri giovanili e tutto ciò che concerne il sostegno genitoriale e l’educativa territoriale. La cooperativa Arcobaleno 98 di Pergine Valsugana offre sostegno scolastico e aiuto compiti. Il “Centro don Ziglio” di Levico (Apsp Levico Curae) offre formazione professionale, tirocini e riabilitazione in regime residenziale. La comunità di valle “Alta Valsugana e Bersntol” ha avviato il progetto “Famiglia presente!” con l’obiettivo di affiancare le famiglie fragili, attraverso un patto definito e attraverso la rete di famiglie presenti sul territorio, per un periodo determinato (Comunità Alta Valsugana e Bernstol, Piano sociale 2018-2020, Documento elaborato dal tavolo territoriale ai sensi degli artt. 12 dei Piano sociali di comunità e art. 13 dei Tavoli territoriali della LP 27 luglio 2007 n. 13, p. 82).

Bibliografia

Canevaro A., Handicap e scuola manuale per l’integrazione scolastica, Nis, Roma, 1983.

Cerato M., La potestà dei genitori. I modi di esercizio, la decadenza e l’affievolimento, Giuffrè, Milano, 2000.

Cicala A., Legge 104: Draghi riforma tutto. Novità su pensioni e lavoro, 17 settembre 2021 consultato su https://www.trend-online.com/pensioni-alovoro/legge-104-draghi-pensioni-lavoro il 27 settembre 2021.

Ghezzi D., Vadilonga F., La tutela del minore. Protezione dei bambini e funzione genitoriale, Cortina, Milano, 1996.

Provincia autonoma di Trento, Azienda provinciale per i servizi sanitari, Invalidità civile e handicap. Guida informativa per orientare la persona disabile, Trento, 2010.

Raineri M.L., Corradini F., Linee guida e procedure di servizio socaile. Manuale ragionato per lo studio e la consultazione, Erickson, Trento, 2019

Norme nazionali sull’invalidità

Legge 30 marzo 1971, n. 118 Conversione in legge del decreto legge 30 gennaio 1971, n. 5 e nuove norme in favore dei mutilati ed invalidi civili. Legge 11 febbraio 1980, n. 18 Indennità di accompagnamento agli invalidi civili totalmente inabili. Legge 21 novembre 1988, n. 508 Norme integrative in materia di assistenza economica agli invalidi civili, ai ciechi civili e ai sordomuti. Decreto legislativo 23 novembre 1988, n. 509 Norme per la revisione delle minorazioni e malattie invalidanti nonché dei benefici previsti dalla legislazione vigente per le medesime categorie, ai sensi dell’articolo 2, comma 1, della legge 26 luglio 1988, n. 291. Legge 11 ottobre 1990, n. 289 Modifiche alla disciplina delle indennità di accompagnamento di cui alla legge 21 novembre 1988, n. 508, recante norme integrative in materia di assistenza economica agli invalidi civili, ai ciechi civili ed ai sordomuti e istituzione di un’indennità di frequenza per i minori invalidi. Decreto del Ministero della Sanità 5 febbraio 1992 Approvazione della nuova tabella indicativa delle percentuali d’invalidità per le minorazioni e malattie invalidanti. Decreto del Ministero della Sanità 27 agosto 1999, n. 332 Regolamento recante norme per le prestazioni di assistenza protesica erogabili nell’ambito del Servizio sanitario nazionale: modalità di erogazione e tariffe”).

Norme provinciali sull’invalidità

Legge provinciale 15 giugno 1998 Disciplina degli interventi assistenziali in favore degli invalidi civili, dei ciechi civili e dei sordomuti. Deliberazione della Giunta provinciale di Trento 29 dicembre 1988, n. 17724 Regolamento di esecuzione della legge proviciale 18 novembre 1988 n. 39, recante norme concernenti l’accertamento sanitario delle condizioni di minorazione ai sensi delle leggi 26 maggio 1970, n. 381, 27 maggio 1970, n. 382 e 30 marzo 1971, n. 118. Deliberazione della Giunta provinciale di Trento 9 aprile 1999, n. 2704 Indirizzi per la valutazione dello stato di invalidità civile nei riguardi dei soggetti ultra-65enni. Deliberazione della Giunta provinciale di Trento 21 febbraio 2003, n. 386 Prime direttive per lo snellimento e la semplificazione dei processi di accertamento medico-legale e l’erogazione dei benefici di legge alle persone invalide e/o disabili. Deliberazione della Giunta provinciale di Trento 15 giugno 2007 1245 Nuove direttive in materia di assistenza protesica; revoca delle deliberazione n. 10235 del 23 luglio 1993 e n. 7961 del 30 dicembre 1999 e modifica deliberazione n. 1301 del 24 giugno 2005. Deliberazione della Giunta provinciale di Trento n. 2831 del 31 ottobre 2008 Indirizzi per la valutazione dello stato di invalidità civile nei riguardi di soggetti ultra-65enni affetti da demenza: integrazione e modifica della deliberazione n. 2704 di data 9 aprile 1999.

Norme nazionali sull’handicap

CM 28 novembre 1977 n. 313 ripartizione di competenze tra scuola ed enti locali (supporto assistenziale e clinico-riabilitativo); CM 31 luglio 1978 n. 178 (integrazione tra servizi sociali e sanitari); CM 28 giugno 1979 n. 159 (lavoro di euipe tra docenti e specialisti). Legge 5 febbraio 1992, n. 104 Legge quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale ed i diritti delle persone handicappate. Legge 21 maggio 1998, n. 162 Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 104, concernenti misure di sostegno in favore di persone con handicap grave. Legge 23 dicembre 2000, n. 388 Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2001). Legge 8 marzo 2000, n. 53 Disposizioni per il sostegno della maternità e della paternità, per il diritto alla cura e alla formazione e per il coordinamento dei tempi delle città. Legge 27 dicembre 2002, n. 289 Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2003).

Norme provinciali sull’handicap

Legge provinciale 10 settembre 2003 n. 8 Disposizioni per l’attuazione delle poht1che sociali a favore delle persone in situazione di handicap. Deliberazione della Giunta provinciale di Trento 21 febbraio 2003, n. 386 Prime direttive per lo snellimento e la semplificazione dei processi di accerta-mento medico-legale e l’erogazione dei benefici di legge alle persone invalide e/o disabili. Deliberazione della Giunta provinciale di Trento 3 ottobre 2003, n. 2503 e successive modifiche Approvazione del nuovo progetto del servizio di trasporto e accompagnamento a favore dei portatori di minorazione. Deliberazione della Giunta provinciale di Trento 10 dicembre 2004, n. 2961 Modalità di accesso e di gestione del “Fondo provinciale per gli interventi in favore delle persone in situazione di handicap” (art. 7 legge provinciale 10 set-tembre 2003, n. 8). Modifiche ed integrazioni della deliberazione n. 2961 del 10 dicembre 2004. Deliberazione della Giunta provinciale di Trento 10 febbraio 2006, n. 216 Modalità di accesso e di gestione del “Fondo provinciale per gli interventi in favore delle persone in situazione di handicap” (art. 7, legge provinciale 10 settembre 2003, n. 8). Modifiche ed integrazioni della deliberazione n. 2961 del 10 dicembre 2004. Deliberazione della Giunta provinciale di Trento 25 maggio 2007, n. 1059 Assistenza odontoiatrica: Livelli essenziali ed aggiuntivi di assistenza garantiti dal Servizio Sanitario Provinciale. Deliberazione della Giunta provinciale di Trento 15 giugno 2007, n. 1245 Nuove direttive in materia di assistenza protesica-revoca deliberazione n. 10235 del 23 luglio 1993 e n. 7961 del 30 dicembre 1999 e modifica deliberazione n. 1301 del 24 giugno 2005. Legge Provinciale 12 dicembre 2007, n. 22 Disciplina dell’Assistenza odontoiatrica in provincia di Trento. Deliberazione della Giunta provinciale di Trento 16 maggio 2008, n. 1217 Approvazione nuovo testo delle direttive per l’assistenza protesica -sostituzione e delle direttive approvate con le deliberazioni n. 10235 dd. 23 luglio 1993, n. 7961 dd. 30 dicembre 1999 e n. 1245 dd. 15 giugno 2007 nonché modifiche della deliberazione n. 2576 dd. 23 novembre 2007 recante “Direttive all’Azienda Provinciale per i Servizi sanitari per l’erogazione di prestazioni sanitarie aggiun-tive -anno 2007. Deliberazione della Giunta provinciale di Trento 25 luglio 2008, n. 1886 Legge Provinciale 12 dicembre 2007, n. 22 recante “Disciplina dell’assistenza odontoiatrica in provincia di Trento” -Direttive per l’attuazione anno 2008. Deliberazione della Giunta provinciale di Trento 19 settembre 2008, n. 2321 Indirizzi applicativi in materia di assistenza protesica aggiuntiva provinciale di cui alla deliberazione n. 1217 di data 16 maggio 2008 e adozione delle modalità operative per il monitoraggio delle attività di assistenza protesica e l’adeguamento delle relative procedure operative. Deliberazione della Giunta provinciale di Trento 25 giugno 2009, n. 1585 Legge Provinciale 12 dicembre 2007, n. 22 recante “Disciplina dell’assistenza odontoiatrica in provincia di Trento” -Direttive per l’attuazione anno 2009.

Circolari e pareri interpretativi

Circolare INPDAP (Direzione Centrale Personale Ufficio IV) 10 luglio 2000 n. 34 Legge quadro n. 104 del 5/02/1992 per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate. La disciplina di cui agli artt. 1, 3, 4, 33 e le innovazioni introdotte dagli artt. 19 e 20 della Legge n. 53 del 8/03/2000. Circolare INPS 17 luglio 2000, n. 133 Benefici a favore deUe persone handicappate, Legge 8 marzo 2000, n. 53. Art. 33, commi 1, 2, 3 e 6 della Legge n. 104/1992. Circolare INPS 15 marzo 2001, n. 64 Legge 23/12/2000 n. 388, all’art. 80, comma 2. Congedi per gravi e documentati motivi familiari. Indennizzabilità fino a 2 anni delle relative assenze dei genitori o, in caso di loro decesso, ai fratelli o sorelle conviventi di soggetti handicappati in situazione di gravità. Circolare INPS 10 luglio 2001, n. 138 Provvidenze a favore di genitori di disabili gravi. Circolare INPS 11 luglio 2003, n. 128 Permessi ai sensi delta Legge 104/1992-Disposizioni varie. Circolare INPS 23 maggio 2007, n. 90 Permessi ex art. 33 legge 5 febbraio 1992, n. 104. Questioni varie. Circolare INPS 29 aprile 2008, n. 53 Nuove disposizioni in materia di diritto alla fruizione dei permessi di cui all’articolo 33 della legge n. 104/92. Parere del Dipartimento funzione Pubblica-Ufficio Personale Pubbliche Amministrazioni-Servizio trattamento del Personale 18 febbraio 2009, n. 13 Legge 5 febbraio 1992, n. 104 e successive modificazioni ed integrazioni-permessi ex art. 33, c. 3.

L’assistenza e il rimpatrio dei feriti nella prima guerra mondiale

Giornate di studio ”Dalla parrocchia alla trincea. I preti nella Grande Guerra”, Biblioteca Diocesana “Vigilianum”, via Endrici 12, Trento.
 
Interviene Giorgio Vecchio della ”Fondazione Primo Mazzolari” che discute una relazione introduttiva. Si tratta di un argomento fondamentale del XX secolo e che oggi discutiamo a proposito dell’esperienza dei preti al fronte. La prospettiva ecclesiastica sta contribuendo in maniera marginale nell’ambito delle celebrazioni del centenario della grande guerra. La fondazione, che è impegnata da anni per lo studio scientifico di questo personaggio, oltre a custodire materiale e pubblicare ogni anno la rivista “Impegno” nonché la riedizione delle opere del sacerdote e di convocare periodicamente dei convegni di studi alternando quelli minori coi maggiori (Milano, Brescia, Modena, Verona) anche in sinergia con gli istituti trentini che si sono aggiunti, es. Il 27 magio ci sarà un’altra tappa a Vicenza e Asiago con Gabriele De Rosa in cui si parlerà di Chiese e popoli della grande guerra privilegiando gli impegni. Nella prima parte del convegno di discuterà del panorama europeo e domani del clero italiano (Mazzolari, Endrici).

Interviene Paolo Pombeni professore dell’Istituto Italo-germanico che discute una relazione sull’impatto della Grande Guerra in Europa. Da un punto di vista della cultura cristiana come la Chiesa cattolica ci si è trovati dinanzi al rapporto tra potere e modernità con le varie chiese legate alle varie situazioni nazionali anche se il cattolicesimo era più legato al papato. Qui a Trento la fede cattolica non mitigò il conflitto tra la parte italiana e quella tedesca il cui clero parteggiava per l’una e l’altra parte. Il fenomeno fu più accentuato nelle chiese con forte valenza nazionale, es. quella luterana e ortodossa e ciò portò ad alcuni conflitti interni. La prima guerra mondiale fu un evento inatteso ma l’opinione pubblica pensava che l’equilibrio politico si stava logorando e gli eventi bellici sarebbero stati brevi e non impattanti, le stesse guerre balcaniche del 1912-13 erano sembrate un evento marginale. Ciò che faceva paura era il mutamento politico-sociale, es. i socialisti, gli anarchici, il futurismo erano rivelatori che qualcosa stava cambiando. La Chiesa cattolica viveva il dibattito con il modernismo e la sua repressione nonché il tentativo di uscire dal “non expedit”. Sul quotidiano “Il Trentino” Alcide De Gasperi, riprendendo il dibattito francese sull’obbligo di leva, scrisse che negli ultimi anni c’era stata un’attenzione crescente sullo Stato sociale ma la minaccia francese stava emergendo tanto da far prefigurare un’era imperialista. In Val di Non si tenne un incontro sulla legislazione sociale nel luglio del 1912 a cui partecipò lo stesso De Gasperi. Il governo austriaco chiese a Celestino Endrici di condannare l’irredentismo italiano ma questi si rifiutò. All’indomani dell’attentato dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo-Este, avvenuto il 28 giugno 1914 a Sarajevo, De Gasperi scrisse che in mezzo al materialismo i richiami sulla Provvidenza stavano diventando sempre più rari (“ci si basa più all’ordine esteriore che a quello morale”). Anche il Trentino il 3 agosto 1912 titolò l’inizio della guerra e De Gasperi scrisse di essere ad una svolta nella storia. In un fondo del 6 agosto scrisse: “le dottrine pacifiste che speravano nella fratellanza mondiale devono cedere le loro ragioni supreme di fronte alla guerra che persuade gli odi sopiti delle nazioni”. Si tratta di retorica dell’800 dove domina lo sgomento di un evento che si annuncia di dimensioni drammatiche. E ancora: “gli uomini non contano più ed è giunta l’ora di Dio” che sembra quasi apocalittico (scoglio di mali per redimere l’umanità corrente). Il 12 agosto scriveva ad onta della censura tedesca: “nella situazione odierna si assiste alla rinascita cristiana perché Dio ristabilisca la giustizia”. Citando Mosè scrisse: “in tutti i paesi gli spiriti generosi devono purificare il pensiero (…) la vittoria si otterrà con la verità e l’onore”. Commentando l’enciclica del papa scrive che l’evento bellico è l’iniziatore di un nuovo frangente religioso.

Interviene Daniele Menozzi docente della Scuola normale di Pisa che discute una relazione sulla relazione tra religione e prima guerra mondiale. Il tema della religione di guerra negli ultimi anni ha avuto sempre più attenzione specialmente nella gestione del consenso sulla popolazione e l’approccio alle fonti che ha messo in luce la dimensione sacrale. Ciò rispondeva a bisogni propagandistici per mobilitare sempre più persone ma è anche vero che la motivazione di crociata indicava nei caduti i nuovi martiri. Gli studi si sono interessati sulla letteratura (D’Annunzio) e sul valore religioso della guerra in campo cattolico. Benedetto XIV scrisse che le ragioni della guerra dipendevano dalla punizione divina sull’umanità a causa del socialismo e del liberismo che avevano fatto pensare all’uomo di essere indipendente da Dio. Si tratta di una lettura che lasciava intendere il trionfo medievalistico della Chiesa che avrebbe governato più forte di prima. Evitando la sacralizzazione della guerra ma senza escludere un’attività religiosa: le chiese nazionali non esitarono a istigare i fedeli a combattere e la gestione papale della società pensava alla sconfitta della Francia rivoluzionaria. Principio della guerra giusta era che solo i governi nazionali potevano risolvere le controversie internazionali: i fedeli se obbedivano, si assicuravano i meriti della vita eterna ma senza odiare il nemico né eccedere nell’uso della violenza. Il Vaticano, inizialmente neutrale, si confermò al governo nazionale savoiardo con la possibilità di dare la vita della patria come concreta possibilità di testimonianza cristiana. Anche Agostino Gemelli scrisse: “fare il nostro dovere affinché gli uomini giudichino ciò che è utile e necessario per essere cattolici”. Il coinvolgimento bellico della Chiesa implicava il pieno riconoscimento della Chiesa nelle istituzioni politiche e sociali. Tale impostazione fu messa in discussione nel corso della guerra tanto che Giovanni Severini barnabita scrisse che c’erano soldati che solo esteriormente partecipavano alla guerra e c’erano altri che vi mettevano tutto il cuore fino a diventare dei perfetti guerrieri. In tale ottica si travalicava il principio di esecuzione degli ordini e l’accento cadeva sul cattolicesimo come cultura religiosa di guerra. Angelo Bartolomei e padre Semeria nel 1915 dissero “la santità della bandiera assicura i santi propositi che avrebbero portato alla vittoria perché benedetti dal Dio degli eserciti” e “il soldato che si sacrifica per la patria entra di diritto nell’immortalità”. La presentazione del conflitto come guerra santa portò la Chiesa a fare una precisazione: la santità del soldato sarebbe stata garantita solo se in stato di grazia e dei sacramenti. La nota dell’agosto 1917 metteva in discussione la dottrina della guerra giusta perché le armi utilizzate non erano più adeguate ai fini che si proponevano. Il 7 ottobre 1917 il segretario di Stato Vaticano disse che la nota voleva essere un tentativo di mediazione per la pace e, se la nazioni non l’avessero accolta, il papa avrebbe chiesto ai fedeli di sciogliere il vincolo di obbedienza ai propri governanti. Alla base di questa scelta c’era la paura che non vi sarebbero stati esiti risolutivi della guerra. Padre Agostino Gemelli dopo la promozione del culto del Sacro Cuore, aveva sviluppato un progetto per coinvolgere anche le nazioni dell’Intesa e il cardinale Gasparri disse che sarebbe stato difficile continuare sull’idea della guerra giusta a lungo andare. Ma il papa cambiò ancora idea e dopo l’intensificarsi dei bombardamenti e dopo la disfatta di Caporetto, propose la figura dei martiri italiani come icone della riscossa. Il resto della storia è risaputo: il 3 novembre 1918 le truppe italiane entrarono in Trento e nel 1919 fu fondato il partito popolare italiano.

Interviene Maurilio Guasco professore universitario del Piemonte Orientale che discute una relazione su papa Benedetto XV. Nel 1914 la Civiltà Cattolica aveva contestato la dottrina della guerra giusta ma siccome il semplice soldato non aveva un’adeguata grammatica del discernimento (non sapeva distinguere il bene dal male) doveva obbedire all’autorità. La prima vittima della guerra giusta è Pio X perché muore pochi giorni dopo l’esplosione del conflitto pur sapendo che i suoi appelli alla pace non avevano avuto effetto. Gli succede Bendetto XV che fu avvisato di una questione: quando Italia, Francia e Inghilterra si incontrarono nel 1914 per mettersi d’accordo che, nell’eventualità della vittoria, non sarebbe stato coinvolto il Vaticano. Per una curiosa coincidenza, tre mesi prima dell’elezione, il futuro papa Giovan Battista Della Chiesa era stato nominato cardinale. Tra il 1916 ed il 1917 il Vaticano si attivò nell’assistenza e nel rimpatrio dei feriti, specialmente in Svizzera, per essere curati grazie all’abnegazione di persone di Chiesa quali il cardinale Gasparri ed Eugenio Pacelli. Il 1 agosto il papa pubblicò un documento basato su tre punti: imparzialità verso i belligeranti, sforzo sul benessere sociale ed una pace giusta basata sull’arbitrato internazionale nella previsione di una società delle nazioni: rispetto ai punti del presidente americano Wilson, quelli del papa sono meno ideologici ma concordano entrambi nel sostituire il dominio della forza con le ragioni del diritto. 


Approfondimenti 


Fondazione Primo Mazzolari


Locandina 


Percorsi espositivi “Le gallerie di Piedicastello”

 

Grande guerra e Stato sociale in Italia

Recensione su Pironti P., Grande guerra e Stato sociale in Italia. Assistenza a invalidi e superstiti e sviluppo della legislazione, “Italia contemporanea”, aprile 2015, 1, pp. 63-89.

Durante la prima guerra mondiale, i paesi coinvolti nel conflitto hanno dovuto affrontare degli sforzi immensi non solo per garantire l’efficienza produttiva ma anche per garantire la stabilità interna. Si è visto di come la Russia sia collassata al suo interno, già prima della conclusione del conflitto, sotto il colpi della Rivoluzione d’Ottobre e di come l’Impero Asburgico sia praticamente scomparso sopratutto a causa dei movimenti nazionalisti interni (ungheresi, slovacchi, romeni). L’Italia, d’altronde, constatate le cifre tra morti (oltre 600 mila, circa 200 mila in più rispetto a quelli della seconda guerra mondiale) e feriti (circa 1 milione e mezzo fra invalidi, mutilati, vedove e orfani) dovette affrontare l’enorme carico della spesa previdenziale per evitare che alcune categorie di persone cadessero in miseria.

Nella prima parte (legislazione postbellica) l’autore illustra le origini della previdenza sociale in Italia e all’estero. Un primo banco di prova furono le tre guerre d’indipendenza per le quali il Regno Sabaudo aveva dovuto sostenere la maggior parte dei costi ma solo nel 1898 (38 anni dopo l’Unità) si decise di assegnare un sussidio di 100 lire ai reduci ed alle vedove dei caduti. Alla guerra di Crimea, dove si prodigarono alcune organizzazioni internazionali (CRI e Cavalieri di Malta), risalgono i primi comitati civili per l’assistenza alle famiglie dei combattenti (p. 66). All’epoca il governo Giolitti introdusse delle pensioni in base al merito dei militari con la possibilità di beneficiare di ulteriori indennità in presenza di menomazioni gravi (mutilazioni o cecità). Nacque, inoltre, l’assistenza agli orfani di guerra gestita dagli «Enti provinciali di assistenza e coordinata dall’Opera Emanuele Filiberto» (p. 66).

La guerra russo-giapponese nel 1905 fu un occasione effettuare i primi esperimenti di psichiatria di guerra. Nonostante ciò nel 1909 la sesta relazione della Commissione d’inchiesta per l’esercito valutava insufficienti gli sforzi finora compiuti per garantire un sistema efficiente di competenze assistenziali (p. 67; cfr. Commissione d’inchiesta per l’esercito, Sesta relazione concernente i temi: Corpo e servizio militare, servizio farmaceutico ecc, Roma, Mantellate, 1910): «la pensione restava un atto morale di gratitudine, piuttosto che uno strumento giuridico di compensazione socioeconomica» (p. 67). Mancava in particolare qualche forma di coordinamento tra pubblico e privato, molto diffuso all’epoca, sia nelle grandi città (filantropia) sia nelle campagne (Chiesa).

Nella seconda parte dell’articolo (L’emergenza sociale e la crisi di Caporetto), l’autore entra nel merito del welfare dopo la dichiarazione di guerra (24 maggio 1915). Nel biennio 1915-17 il crescente interesse da parte del governo per le politiche sociali fu dovuto a due ragioni: la riparazione della ferita causata dalla divisione tra interventisti e neutralisti e «per compensare i danni prodotti da una guerra per la quale non si era sufficientemente preparati» (p. 69). Furono stipulate convenzioni con gli enti di assistenza privati e con le opere pie, anche di confessione cattolica; furono costruiti dei laboratori per il recupero dei disabili (terapia del lavoro) a cui parteciparono anche Riccardo Galeazzi, primario del Pio istituto dei rachitici di Milano, ed Ettore Levi che più tardi ipotizzò la creazione di scuole per assistenti sociali (cfr. Un centro di studi e di attività sociali: il primo quadriennio di vita dell’Istituto italiano di igiene previdenza e assistenza sociale, le condizioni attuali del paese e le vie del progresso futuro, Roma, Istituto italiano di igiene, previdenza ed assistenza sociale, 1925). Sottolineva Galeazzi:

«Col termine della cura medica del ferito in guerra, a cui è rimasto un indebolimento più o meno grave della capacità lavorativa, non cessa il compito della società, anzi, si può dire incomincia allora soltanto la funzione più delicata dell’assistenza sociale, la quale soltanto è compiuta, quando ogni soldato storpio o mutilato è messo in condizioni di fare a meno di ogni ulteriore assistenza, perché tutti gli storpi e mutilati dalla guerra, anche i più gravemente danneggiati, debbono lavorare» (p. 70).

La terapia del lavoro ebbe tanto successo che si volle proseguirla anche dopo il congedo (D. luogot. 10.08.1916 n. 1012), per sei mesi, durante i quali l’invalido usufruiva di un sussidio e di assistenza medica; fu inoltre predisposta una formazione professionale per individuare il nuovo ambito lavorativo dei beneficiari. L’anno successivo (1917) vide la realizzazione di alcune importanti iniziative sia di tipo legislativo (dl.lgt. 29.04.1917 n. 670 “Norme per il riassetto dell’assicurazione obbligatoria d’invalidità e vecchiaia”; dl.lgt. 10.05.1917 n. 876 “Modifica del sistema pensionistico”; dl.lgt. 23.08.1917 n. 1450 “Assicurazione obbligatoria per i lavoratori nel settore agricolo) sia di tipo istituzionale (Onig, Onog) sotto forma di patronato a livello nazionale e di comitati, coordinati dal prefetto, distribuiti a livello provinciale. Tale forma istituzionale a doppio livello (nazionale-provinciale), che fu il risultato di un dibattito acceso in Parlamento, caratterizzò tutti gli enti di assistenza nei successivi 50 anni della storia d’Italia (Fascismo e Repubblica).

Nel 1918 fu creato il Ministero per l’assistenza militare e le pensioni di guerra con il compito di gestire tutte le pratiche pensionistiche durante la guerra (warfare); si trattava di un’iniziativa efficace per ristabilire il consenso interno deteriorato dopo la sconfitta di Caporetto. La guida del ministero fu affidata a Leonida Bissolati (1857-1920), il teorico dello “Stato giuridico-sociale” ovvero del “Welfare state”, per il quale «lo Stato deve tutelare e proteggere gli interessi dei singoli e della società tutta» (p. 74). Ciò lasciava intendere ad un intervento più ampio dello Stato nell’assistenza a guerra finita. Furono inoltre introdotte le assicurazioni sulla vita per i militari e i loro familiari e le pensioni di reversibilità anche per le donne conviventi.

Nella terza e ultima parte dell’articolo, l’autore tratta del dopoguerra e delle pensioni dal punto di vista giuridico. Dopo la resa dell’Austria vi furono due importanti congressi: quello nazionale a Milano nel dicembre 1918 e la III conferenza internazionale per l’assistenza agli invalidi di guerra a Roma dal 12 al 17 ottobre 1919 (le prime due si erano svolte a Parigi nel 1917 e a Londra nel 1918). Il congresso nazionale fu organizzato da Riccardo Galeazzi in cui furono dichiarati i punti del Manifesto della pace e che coincidevano con l’idea dello Stato giuridico-sociale di Bissolati: «pensioni variabili per garantire protezione dal carovita, assistenza sanitaria e riabilitazione professionale gratuite; assunzione obbligatoria di un certo numero di invalidi in tutte le imprese; riforma agraria privilegiante l’insediamento degli invalidi di guerra» (p. 79). 

Conclusioni

 

Nelle celebrazioni del centenario della Grande Guerra (1915-2015) sono sempre più gli studi che tendono a riscoprire il ruolo dell’assistenza sociale in questo frangente (si noti nella bibliografia l’eterogeneità degli studi). Sottolineo il termine “riscoprire” perché ormai siamo abituati a leggere sui manuali accademici quasi sempre argomenti e personaggi che rimandano le origini del servizio sociale alla seconda metà del XX secolo come se prima vi fosse stato il nulla. Nonostante si tenda spesso a porre il Convegno di Tremezzo come confine tra assistenza sociale e servizio sociale, è quasi impossibile porre una cesura netta tra i due fenomeni almeno dal punto di vista cronologico.

L’autore conclude che «il Warfare fu lo specchio fedele di un deficitario sviluppo dello Stato sociale italiano» (p. 88). Certamente fu un fenomeno dettato dalle contingenze della guerra finalizzato dalla necessità di raggiungere il più ampio consenso tra le masse. In futuro sarebbe interessante studiare il warfare della seconda guerra mondiale (1940-45) senza dover necessariamente attendere la celebrazione di un nuovo centenario.


Prospetto riepilogativo 


Coerenza tra titolo e contenuti: buono. Organizzazione del testo: buono Esposizione degli argomenti: ottimo. Accuratezza dei dati: buono. Tesi dell’autore e sue dimostrazioni (suggerimenti, conclusioni, scopo, contribuzione effettiva alla conoscenza): buono. Originalità dei contenuti: buono Leggibilità-Accessibilità (chiarezza illustrazioni-grafici, impostazione paragrafi-capitoli): buono. Tempestività della pubblicazione (in relazione alla conoscenza attuale): buono. Esaustività (note, bibliografia, indici e glossari): ottimo. Rilevanza dell’autore (cv, istituto di riferimento, posizione lavorativa): buono. Valutazione finale complessiva (apprezzamenti e limiti): bibliografia e note esaustive, attualità dell’argomento; non considera la letteratura sugli stati preunitari. 

Approfondimenti 


Atti della III conferenza interalleata per l’assistenza agli invalidi di guerra. Roma 12-17 ottobre 1919, Roma, La Rapida, 1919. 
Boeckh K., Stegmann N., Veterans and war victim in Eastern Europe during the 20th century. A comparison, “Comparativ”, 2010, 5. 
Cohen D., The war come home. Disabled veetrans in Britain and Germany, 1914-1939, Berkley, University of California press, 2001. 
De Maria W., Combat and concern. The warfare-welfare nexus, “War & Society”, 1989, 1, pp. 71-86. 
Ferrera M., Fargion V., Jessuola M., Alle radici del welfare all’italiana. Origini e sviluppo di un modello sociale, Marsilio, Venezia, 2012. 
Galeazzi R., Le moderne provvidenze sociali per i mutilati in guerra, Rava, Milano, 1915. 
Groppali A., Le pensioni di guerra, Treves, Milano, 1916. 
Klausen J., War and welfare. Europe and the United States, 1945 to the Present, New York, Palgrave Macmillan, 1998. 
Ministero per l’assistenza militare e pensioni di guerra, L’assistenza di guerra in Italia. Assistenza militare, pensioni di guerra, Sapi, Roma, 1919. 
Procacci G., Warfare-welfare. Intervento dello Stato e diritti dei cittadini (1914-1918), Roma, Carocci, 2013. 
Sabatucci G., I combattenti nel primo dopoguerra, Bari, Laterza, 1974. 
Salvante M., Italian disabled veterans between representation and experience. In Cooper N., McVeigh S., Men after war, New York, Routledge, 2013. 
Toja G., Giusti U., L’assistenza civile in Italia nei primi quattordici mesi di guerra, Barbera, Firenze, 1917.

 

Riabilitazione, la lotta continua

L’8 aprile circa 2 mila persona manifestarono davanti al Palazzo della Regione. Tra questi c’è l’Aias che gestisce una trentina delle oltre 150 strutture accreditate nella regione. I manifestanti lamentano la riduzione degli investimenti in disappunto con i dati forniti dall’Osservatorio sulla condizione delle persone con disabilità in Campania che, invece, ha sottolineato l’aumento della spesa nel biennio 2012-14; chiedono, tra l’altro, l’applicazione della sentenza del Consiglio di Stato sull’aggiornamento delle rette e il rimborso dei crediti pregressi. Un’altra associazione “Tutti a scuola” denuncia i tagli di 1530 posti nei semiconvitti per disabili mentali così come previsto dal DR 108/2014 ma la regione precisa che la programmazione finanziaria (280 milioni) ha dovuto far fronte ai parametri stabiliti dal Ministero della Salute. Rimangono integri, invece, gli assegni previdenziali erogati dall’INPS che, considerando tutto il meridione, riguardano oltre un milione di pensioni di invalidità civile (¼ del totale). L’INPS, inoltre, ha prorogato in un mese l’accesso al progetto “Home Care Premium”. È in corso, inoltre, un’indagine nell’Asl NA1 e NA3 dove è stata riscontrato un tasso di fatturato oltre il 70% in più dei parametri normali. Se appurata, tale anomalia costituirebbe senza dubbio uno spreco della spesa pubblica che andrebbe corretto. La serie di articoli, come già detto, appaiono casualmente a ridosso delle elezioni regionali 2015: solo una coincidenza? Non manca chi, proveniente dal mondo della politica, decide di cavalcare l’onda della protesta: ad Anna Maria Carloni, deputata PD e moglie dell’ex sindaco Antonio Bassolino, è dedicata una colonna in fondo pagina (7 aprile), a Valeria Ciarambino, candidata del M5S sono dedicate un paio di righe sull’argomento (9 aprile).

Il nodo delle rette

La Campania è una delle ultime regioni in Italia per l’assistenza ai disabili non autosufficienti (Sla, gravi demenze, cerebrolesi, etc.) la cui spesa pro capite è di 563 euro all’anno contro i 2886 d’Italia (17 mila euro in Trentino). Perciò il governo regionale ha previsto un assegno di cura di 700 euro in alternativa all’assistenza domiciliare (38,4 milioni di euro in tutto). In altre parole è concessa una somma di denaro alle famiglie che poi dovranno rivolgersi al terzo settore, in tal modo la regione rinuncia ad assumere direttamente il personale di assistenza che è già gestito dal terzo settore. Si tratta di una politica già in vigore nella maggior parte dei paesi europei (welfare mix) per la quale gli enti locali assolvono il ruolo di finanziamento mentre gli enti privati quello della gestione dei servizi: è in gioco un giro di affari di diverse centinaia di milioni di euro. Anche il Comune si sta attrezzando attraverso una sperimentazione che coinvolgerà 350 famiglie, fermo restando i criteri dell’Isee sociosanitario (Indicatore situazione economica equivalente). Per evitare sperequazioni e abusi, gli stessi criteri prevedono che gli enti beneficiari dei finanziamenti debbano rendere conto al governo di quanto e come spendono (accounting). Il nodo critico della vertenza tra associazioni di categoria e regione, tuttavia, riguarda il computo delle rette, cioè, la giusta remunerazione delle prestazioni erogate ai pazienti dai centri accreditati (assistenza domiciliare, ambulatoriale, residenziale e semiresidenziale).

Un’inesistente urgenza

La regione, a dire il vero, non è l’unico interlocutore delle associazioni di categoria poiché l’apparato burocratico coinvolge tutti i livelli, dal locale al nazionale come, ad es., il Ministero della sanità che tramite il ruolo del subcommissario governativo ha l’ultima parola nella trattativa finanziaria tra le parti. C’è inoltre la nuova Città Metropolitana che, a causa del passaggio di consegne con l’ex provincia, ha determinato la sospensione di molti servizi come, ad es., il trasporto scolastico dei minori disabili oppure la convenzione con l’Istituto Martuscelli (attivo sin dal 1873). Ma se il decreto regionale risaliva al 2014, perché la vertenza si è aperta solo adesso? Alla fine della protesta il coordinamento delle sigle sindacali (Aiop, Anisap, Anpric, Aspat, Confapi, Confindustira sanità, Fras, Nova campania, Aris e Foai), che rappresenta però solo 2/3 dell’intero comparto, è riuscito a strappare un assegno di 60 mila euro come conguaglio dei crediti arretrati e a rinunciare a ricorrere in tribunale, ridotti poi a 57 mila nell’intesa stipulata il 29 aprile (Decreto Commissariale 49/2015). Ciò, però, a causato la reazione del restante partito del comparto (Aias, Anfass e Federlab), escluso dalla trattativa, che si è fatto sentire “a colpi di comunicati e di intere pagine di pubblicità acquistare sui quotidiani” denunciando tutta l’anomalia della vertenza “a poche ore dal voto regionale e quindi per ragioni di mero vantaggio elettorale privilegiando gli interessi economici di poche imprese e dichiarando un’inesistente urgenza” (dal 25 marzo al 1 giugno sono apparsi su “il Mattino” una serie di articoli sulla riabilitazione degli ex pazienti psichiatrici).

Bibliografia

Appunti per una storia dei movimenti psichiatrici in Campania.
http://www.inps.it/portale/default.aspx?iMenu=1&iNodo=9781
Decreto Dirigenziale n. 884 del 29 settembre 2014

Fai clic per accedere a decdir884_2014.pdf

Deliberazione regionale n. 531 del 10 novembre 2014
http://www.campaniaeuropa.it/archives/4399

Mautone E., Welfare, duecento milioni annegati nella burocrazia, “il Mattino”, 25 marzo 2015, p. 36.
Pirro M., Ecco il welfare negato: pochi fondi, disservizi e assistenza nel caos, “il Mattino”, 26 marzo 2015, p. 38.
Marra C., Martuscelli senza soldi, 23 bambini ciechi a rischio assistenza, “il Mattino”, 26 marzo 2015, p. 39.
La Penna M., Disabili, domani la protesta contro la chiusura dei centri, “il Mattino”, 7 aprile 2015, p. 27.
La Penna M., Riabilitazione a rischio, duemila in piazza, “il Mattino”, 9 aprile 2015, p. 37.
Pirro M., Riabilitazione, è scontro su costi e procedure, “il Mattino”, 10 aprile 2015, p. 39.
Peluso C., Pensioni d’invalidità, Meridione sempre in testa sono un quarto del totale, il doppio del Nord, “il Mattino”, 11 aprile 2015, p. 12.
Mautone E., Riabilitazione, duello commissario-Caldoro, “il Mattino”, 21 aprile 2015, p. 29.
Raggiunto un accordo storico per il rilancio della macroarea assistenziale, “il Mattino”, 30 aprile 2015, p. 8.
Riabilitazione è scontro sull’intesa con i centri, “il Mattino”, 1 maggio 2015, p. 27.
La Penna M., Vertenza disabili, applicata la legge, “il Mattino”, 23 maggio 2015, p. 31.
La Penna M., Riabilitazione, guerra continua tra i centri, “il Mattino”, 1 giungo 2015, p. 24.

Campania – Crisi della riabilitazione, assemblea a Città della Scienza (30.04.15)
https://www.youtube.com/watch?v=vf2-iQIs2xY

Ottava giornata nazionale della disabilità intellettiva e/o relazionale

Seminario di credito. Progetto individuale e vita indipendente – strumenti per la promozione dei diritti e l’inclusione delle persone con disabilità – Fondazione Salernum Anfass Onlus, Cooperativa Napoli Integrazione. Università degli studi di Salerno “Suor Orsola Benincasa”, sabato 28 marzo 2015.
 
Oggi in tutta Italia ci sono decine di associazioni Anfass che si stanno confrontando per capire come i cittadini con disabilità sono chiamati in causa quando si parla di esigibilità di diritti in un momento in cui la maggior parte di persone sono molto vicine a questo problema. A partire dagli anni ’70 sono state adottate una serie di iniziative legislative (diagnosi precoce, normativa scolastica, provvigioni economiche, etc.), e non c’è luogo dove si dice che la nostra normativa è all’avanguardia ma ognuno agisce in maniera autoreferenziata. Che significa vita indipendente? Le persone devono poter decidere dove e con chi vivere, es. un adulto di 30-40 anni decide di andare a vivere in una casa-famiglia con altre persone ma possono usufruire delle stesse condizioni dei normodotati? L’art. 14 L. 328/2000 co. 1 dice che i comuni predispongono, su richiesta dell’interessato, un progetto individuale per la piena integrazione della persona disabile; tale progetto ha bisogno di valutazioni dal punto di vista funzionale come, ad es., quella sanitaria per una persona malata, le prestazioni di cura e riabilitazione, tutti i provvedimenti del comune per il reinserimento sociale, provvedimenti per il nucleo familiare (art. 14 co. 2). Quanti progetti sono stati prodotti finora? Non vi sono dati definitivi ma, secondo Angelo Cerracchio (comitato tecnico scientifico Anfass), la L. 328/00 nel meridione è stata disattesa. Lo scopo è di garantire la qualità della vita, non la cura, non discriminazione ma pari opportunità e diritti di cittadinanza. Quando si può chiedere al comune di elaborare un progetto individuale? In maniera più o meno esplicita la famiglia fin da subito inizia ad elaborare un progetto su di sé per un domani essere autonomo. Chi sono le persone con disabilità? La definizione legislativa di persona con disabilità non esisteva fino al 2009: si tratta di persone che soffrono una serie di limitazioni che sono proporzionali alla capacità del contesto sociale e ai relativi fattori facilitatori od ostacolanti (L. 3 marzo 2009 n. 18). La qualità della vita (benessere) appartiene alla persona e non ad un’equipe di valutazione, quindi, ogni volta che si progetta su qualcuno, bisogna essere partecipi (“I servizi che gli enti locali pagano per chi può scavalcare la buca”). In letteratura si distinguono un welfare relazionale ed un welfare prestazionale. Nel primo caso l’accompagnamento è fondamentale, nel secondo caso l’utente deve ricominciare da capo, es. una commissione Asl che deve valutare un progetto per un caso di invalidità civile e deve compiere un lavoro insieme ai componenti della commissione materno-infantile. Che fare? La comunicazione deve essere fluida, anche mediante strumenti appositi (carte di servizi) e il settore pubblico non deve sostituirsi alle persone.
 
Secondo Vincenzo Falabella (presidente FISH) si è passati da un concetto di interazione fisica ad uno di ambientamento esterno che ha portato alla rettifica della convenzione ONU 2009 sulla disabilità. Il fondo sulla non autosufficenza è stato rivendicato dai sindacati per coloro che non potevano avere un sostentamento dopo una vita di lavoro. L’associazione FISH (Federazione Italiana per il superamento dell’Handicap) è riuscita a individuare dei capitoli di spesa della legge di stabilità per giungere a circa 400 milioni di euro dopo una trattativa di partenza di 250 milioni. In sordina è passato il fatto che il finanziamento su detto è solo una quota a parte di ciò che le regioni dovrebbero aggiungere. Che fare? Bisogna rivedere il “fiscal compact” perché nel 2015 avremo un taglio pari a 6 miliardi di euro. Occorre, inoltre, che vi sia più sinergia tra le istituzioni, es. nel 2014 è stata approvata la Legge Del Rio (L. 7 aprile 2014 n. 56) che rimodulava le competenze delle ex province (Città metropolitane), che accusa già diversi ritardi con evidenti ricadute su alcuni servizi (trasporto scolastico).
 
Salvatore Gargiulo (Corso di laurea in scienze del servizio sociale – Università Suor Orsola) esprime una relazione sull’integrazione sociosanitaria. Il primo nodo è di ordine finanziario (esigibilità). La L. 328/2000 prevede un percorso personalizzato che riconosce il paradigma della vita indipendente dentro un percorso di autonomia e di realizzazione di vita. Il limite, però, è che all’interno del tetto di spesa nel limite delle risorse il piano individuale deve essere condizionato alla disponibilità finanziaria (art. 14). Nella legge regionale 11/2007 artt. 32-37, invece, c’è un punto chiaro e fermo, in cui è stabilito che tutta l’area della non autosufficenza, nella quale rientra la disabilità permanente, è coperta da risorse finanziarie (L. 15/2007). Oggi non è possibile che un ambito per la parte sociale possa non garantire un diritto esigibile per mancanza di fondi. Una volta posta tale garanzia, come si coniugano gli interessi fra loro? Ci si trova dinanzi un doppio binario in cui le titolarità (ASL e Comune) sono bilanciate secondo il criterio della prevalenza, es. risponde l’ASL se l’utente non si trova in una fase di stabilizzazione del suo percorso. Un secondo nodo è la complessità degli interventi che sono in mano all’UMI (Unità multidisciplinare integrata) composta dai rappresentanti dei piani di zona e degli utenti ma in questo rapporto la prevalenza è sanitaria a discapito di quella sociale e tutto si riduce ad un discorso di integrazione socio-sanitaria. Che fare? Occorre un nuovo documento “Svamdi” (scheda di valutazione multidimensionale per disabili) che permetta di concentrare l’aiuto sulla persona che non può rimanere chiusa tra gli “addetti ai lavori” ma riguarda tutta la società (professioni, sussidiarietà, volontariato, etc.) perché oggi le cartelle tradizionali sono sproporzionate sulle informazioni clinico-sanitarie. Un terzo punto è l’agibilità. Alla fine della compilazione della scheda “Svamdi”, bisogna che sia messo a disposizione una banca dati elettronica e delle modalità accessibili (regole) per gli operatori. Un altro problema è l’asimmetria sui LEA tra Asl e Comuni perché l’agibilità finanziaria dipende dalla definizione del fabbisogno della PA (Legge di stabilità): l’ASL riceve risorse grazie a LEA conosciuti, diversamente dai Comuni che sono impediti dall’agibilità finanziaria, perciò, il governo eroga un contributo irrisorio (250 milioni nell’anno scorso) mentre sarebbe auspicabile la copertura totale degli interventi (L. 833/1978).
 
Conclude Salvatore Parisi (coordinatore regionale Anfass) con una relazione sulle politiche sociali nel meridione. Da alcuni anni è iniziato il “Progetto Anfass Sud” per mettere in movimento le 5 regioni del Sud che pagano lo scotto del divario con il nord Italia. Si parte con un piano formativo per le famiglie per avere un approccio sui problemi diverso. Pur vivendo una partecipazione attiva sui tavoli regionali, occorre vedere come cambierà lo scenario politico nei prossimi anni, es. in Campania sono state adottate da poco le indicazioni per l’erogazione degli assegni di cura (Decreto Dirigenziale 29 settembre 2014 n. 884) ma, intanto, il mutamento culturale è in corso: non si parla più di handicappati ma di “portatori di handicap”. In conclusione questa giornata non è stata solo un atto celebrativo ma un momento di confronto per capire a che punto è lo stato dell’arte e le prospettive sull’inclusione sociale dei cittadini con disabilità.

Approfondimenti

Piano Sociale Regionale 2013-15

Osservatorio regionale per le disabilità

Quarant'anni da quel 5 marzo 1971

Che cosa è successo 40 anni fa? Mi domando di come sia possibile al giorno d’oggi celebrare la violenza come forma di rivendicazione di diritti sociali. Ci vuole davvero del fegato, magari condito con un pizzico d’ipocrisia, per poi sbandierare ovunque la pace e il progresso. Quei studenti cechi sono stati strumentalizzati per pochi interessi di partito, sull’onda di un opposizione che ha sempre sbandierato ”la lotta sociale” anziché la ”pace sociale”. Si parla di una data storica quando tutti sanno benissimo che la legge sul collocamento obbligatorio fu promulgata nel 1968 cioè ben prima di quel 5 marzo ’71. Nel 1979 al Cavazza si svolse il primo corso di informatica grazie alle tecnologie della IBM, una multinazionale alla quale, quindi, la manifestazione di 8 anni prima non aveva sortito alcun effetto. L’ambiguità della professione si manifesta anche quando alcuni assistenti sociali impegnati politicamente vogliono « fare la rivoluzione strumentalizzando gli utenti senza impegnarsi a coinvolgere nel processo di giuste rivendicazioni, le forze democratiche e sindacali che possono concretamente sostenere e difendere i diritti di chi è emarginato» (Getrevi M.T., Problemi e prospettive del servizio sociale, Trento, Scuola superiore di servizio sociale, 1973, p. 6). Non si pensi però che anteriormente non ci fosse alcuna tutela. Per tutto il Regno e sin dal Fascismo, ai ciechi era riconosciuta la capacità giuridica e il diritto a un sussidio (art. 415 c.c.). Ancora, vi furono una serie di enti parastatali che sopravvivevano grazie ai finanziamenti pubblici e che furono cancellati dalla legge 70/75: la costituzione nel 1921 della Federazione Nazionale delle Istituzioni Pro Ciechi, la fondazione nel 1924 della Associazione Nazionale Mutilati ed Invalidi di Guerra, l’impegno dal 1934 dell’Ente Nazionale Lavoro per Ciechi, anche grazie agli studi di Leone Cimatti sulla psicotecnica, il contributo degli ECA negli anni ’60 e ’70, l’affissione di un albo per centralinisti nel 1957, la 1463/52 per le scuole speciali, la 632/54 che assestava l’indennità civile. Sono tutte tappe fondamentali nella storia all’assistenza ai non vedenti perché costruite dall’impegno di chi le leggi le faceva e non di chi, come il 5 marzo, le violava.