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World social work day 2022

Webinar organizzato dall’Ordine degli assistenti sociali in collaborazione con la Diocesi di Napoli e la Regione Campania dedicato alla giornata internazionale del servizio sociale.

Introduce don Luigi Merola, fondatore del centro sociale “A voce de creature” che opera nel campo dei minorenni a rischio. La pandemia ha messo in discussione il tradizionale modo di lavorare. Non a caso il nuovo vescovo don Mimmo Battaglia ha invitato i sacerdoti ad essere “assistenti sociali” che non significa sostituirsi a loro ma essere di sostegno e aiuto. Lo scopo del webinar di oggi, come dice il titolo, p quello di “costruire un nuovo mondo” specialmente alla luce degli eventi bellici di questi giorni in Ucraina. La solitudine è la nostra debolezza, l’unione fa la forza. In Campania ci sono 20 mila unità tra polizia, carabinieri e guardiani di finanza il che lascia molto a desiderare sulla qualità della prevenzione. Bisogna costruire un “esercito” di assistenti sociali affinché la pace non sia solo uno slogan ma un obiettivo concreto per tutti.

Viene riprodotto un filmato con Annamaria Campanini, presidente dell’Associazione internazionale delle scuole di servizio sociale. Come può il servizio sociale a prendersi cura della pace se ciascuno di noi pensa solo a sé stesso? Se si costruisce anche nella formazione la cultura sulla competizione e non sulla cooperazione? È necessario essere consapevoli della nostra unicità ma anche del fatto che per realizzarci come persone dobbiamo metterci al servizio degli altri. I problemi ci consentono di allearci per raggiungere obiettivi più grandi, si costruisce insieme negoziando, anche imparando a “litigare” in maniera costruttiva senza prevaricare l’uno sull’altro. Le rivendicate identità nazionali rischiano di scivolare nel populismo. Se invece i capitali impiegati venissero riconvertiti in servizi sociali si potrebbe risolvere il problema della povertà nel mondo. Il processo per raggiungere gli obiettivi di sostenibilità aveva già subito un rallentamento per il covid-19 e non troverà uno sbocco dopo la guerra. La lotta alla povertà deve andare di pari passo con una strategia economica che vada a favore dell’istruzione, della salute e dell’inclusione sociale che richiama la nozione di “empowerment”. Si riflette sulla promessa di non lasciare nessuno indietro e su un mondo socialmente inclusivo in cui le visioni del mondo siano compatibili. Si insiste sul coinvolgimento di tutti gli attori che insieme agli assistenti sociali possono giocare un ruolo per ripensare le strategie di sviluppo e il modo in cui le politiche sono concepite e realizzate. Insieme a tali politiche, bisogna identificare e rimuovere le barriere che impediscono l’accesso alle risorse e sostenere i gruppi emarginati. Per fare ciò è necessario un forte impegno nella politica e nella costruzione della partecipazione democratica. Per tali motivi le reti hanno lanciato l’idea di un summit che si svolgerà nei mesi di giugno-luglio prossimi per costruire un dialogo fondato sui valori socialmente condivisi e offrirà una piattaforma comune per una dichiarazione comune che sarà consegnata all’Onu. Le iscrizioni sono già aperte online (newecosocialword.com).

Interviene Bruna Fiola, consigliere della Regione Campania, che discute una relazione sulle politiche sociali della Regione. Si sta lavorando sull’organizzazione dei servizi e delle cooperative per dare un futuro diverso alle nuove generazioni. Non è una questione di finanziamenti ma di organizzazione. I comuni dovrebbero iniziare dalla quota di compartecipazione degli ambiti, affidando i tavoli di concertazione a persone qualificate fino al punto di formulare un albo apposito di periti.

Interviene Filippo Santoro, tesoriere dell’Ordine degli assistenti sociali e presidente del Tavolo Giustizia, che esprime i saluti di rito del Consiglio nazionale. Il convegno di oggi serve a delineare un nuovo sistema di welfare che sta vivendo una fase di trasformazione. Se prima ci spaventavamo della riduzione dei budget degli enti locali per i servizi sociali oggi viviamo una situazione inversa in cui il nostro paese potrà beneficiare di una serie di finanziamenti (recovery plan) che dovrebbero essere stanziati per i servizi sanitari e sociali. Il Consiglio nazionale chiede di poter sedere a tutti i tavoli di concertazioni a livello politico e accademico e già nella legge di bilancio 2022 si parla di determinazione e implementazione dei livelli essenziali di assistenza e del rafforzamento dei servizi, ad es. un assistente sociale ogni 5 mila abitanti per arrivare a uno a 4 mila, il fondo di solidarietà comunale che consente alle amministrazioni più deboli di poter acquisire dei fondi per assumere a tempo indeterminato, il fondo povertà che consentirà di garantire l’assistenza alle fasce più estreme di bisogno. Un’altra iniziativa è la creazione delle “case di comunità” in cui l’ambito sanitario convive con quello sociale. Stiamo lavorando per un percorso a tappe con tutta la comunità professionale per essere protagonisti del cambiamento. Stiamo di fronte ad un nuovo “piano Marshall” che ci impone a riattivare le reti della governance e a interagire con la società civile per promuovere la partecipazione democratica dell’utenza e della cittadinanza.

Interviene Ermete Ferraro, già segretario della Lega degli obiettori di coscienza ed ex operatore della Casa dello scugnizzo, che discute una relazione sull’ecologia sociale per costruire un mondo più giusto, sostenibile ed eco-compatibile. Nella lingua italiana “cobuilding, cocostruire” sono termini che rimandano all’idea di modificare insieme un modello di sviluppo dal basso. Si tratta di un’impostazione non scontata né blasonata ma che deriva dal mondo anglosassone e che si sta inserendo in ritardo nel nostro paese. Si tratta di un mondo, quello anglosassone, che ha fatto scuola del capitalismo esasperato ma che ha saputo rimediare ai suoi errori. Un mondo fondato sull’individualismo difficilmente permette a tutti di realizzarsi perché elimina ed esclude altri. La conflittualità esiste ma può essere trasformata in risorsa. Un’azione del genere richiede attori plurimi, collegati da reti di partnerschip. Co-costruire un nuovo mondo che abbia un’impronta eco-sociale prevede azioni condotte a più livelli che colleghino gli interventi in ambito specificamente sociale ed assistenziale con quelli sul piano dell’istruzione, della salute e della tutela delll’ambiente. Co-costruire significa uscire dall’individualismo, dalla settorialità e dalla burocratizzazione del lavoro sociale, perseguendo l’impegno collettivo con la cooperazione, l’interdisciplinarietà, la progettazione comune degli interventi. Se è vero che nessuno si salva da solo è ancor più vero che nessuno può salvare o quanto meno aiutare gli altri se non insieme. L’ecologia sociale si fonda su una visione del mondo alternativa a quella dominante, che mette al centro lo sviluppo umano, l’interdipendenza, il decentramento, la democrazia, la cittadinanza, una tecnologia liberante ed una visione sociale del lavoro. In tal senso un’impostazione ecosociale deve tenere conto della sostenibilità degli interventi non solo come risposta di equità e solidarietà ai bisogni sociali e di prevenzione della marginalità ma anche come contributo al cambiamento degli stili di vita. Il pacifismo non può essere un opzione generica e moralistica ma è il frutto dell’integrazione delle dimensioni fondamentali della dignità umana: dinamismo, sviluppo e cultura. In questi giorni abbiamo scoperto che si può essere pacifisti inviando le armi in Ucraina oppure distinguendo tra immigrati cattivi (provenienti dall’Africa magrebina) e buoni (provenienti dall’Ucraina). Ci sono autori che dimostrano che negli ultimi cento anni le guerre sono state risolte al 60% con metodi non violenti. La scelta non è tra l’arrendersi al nemico o al fargli violenza ma tra l’ignoranza e il dialogo. Mario Borrelli diceva che la solidarietà di per sé è fuorviante perché si limita al rapporto tra pari mentre invece bisogna guardare a tutti i livelli, sia verticali che orizzontali. Dobbiamo superare l’idea di gerarchia perché nella “non violenza” non esistono vincitori né vinti ma persone che guardano avanti.

La dottrina sociale di papa Francesco

Incontro di formazione organizzato dall’Arcidiocesi di Salerno sulla piattaforma virtuale Cisco Webex.

Interviene Lorella Parente, docente dell’Istituto di scienze religiose “San Matteo” di Salerno, che discute una relazione sull’enciclica di papa Francesco “Laudato sii” (24 maggio 2015) che risulta un testo profetico e urgente all’interno dell’emergenza sanitaria che stiamo vivendo. Il sinodo dell’Amazzonia aveva sancito il vivere in armonia con sé stessi, con Dio e con gli altri e più volte il pontefice è intervenuto per esortare tutti a tornare alla normalità del Regno di Dio basato sulla condivisione e sulla moltiplicazione delle risorse. La “Laudato sii” affonda le radici nella “Lumen Fidei” n. 55 secondo cui la fede cristiana ci fa rispettare meglio la natura (grammatica divina) e nella “Evangelii Gaudium” cap. IV “La dimensione sociale dell’evangelizzazione” dove si delinea il modello del “poliedro” secondo cui il modello non è la sfera dove ogni punto è equidistante dal centro ma qualcosa che riflette la congruenza di tutte le parzialità che mantengono la loro originalità. es. un cittadino che ha delle idee proprie e difformi dal pensiero dominante non si annulla nel tutto ma mantiene le proprie peculiarità. Il poliedro deriva nella teoria dell’ “opposizione polare” in cui c’è l’idea della polarità della vita i cui principi dominanti sono: il tempo è superiore allo spazio, l’unità è superiore al conflitto, la realtà è superiore all’idea e il tutto è superiore alla parte. Lo scopo è il raggiungimento di una pluriforme unità data dalle potenzialità delle unità in contrasto ed anche in “Lumen Fidei” si legge che bisogna farsi carico del conflitto per trasformarlo in uno sviluppo verso l’unità. “Laudato sii” percepisce questi principi che orientano lo sviluppo della convivenza sociale in cui le differenze si armonizzano e non si combattono, un’autentica via verso la pace e il destino del mondo. Il poliedro è pensato come rapporto poliedrico Chiesa-mondo ovvero una Chiesa concepita come parte di un mondo a cui offre il proprio contributo non unico e risolutivo ma di concerto con la scienza e la tecnologia che non sono le uniche detentrici della realtà. In questa cornice la “Laudato sii” si può leggere come un appello di conversione ecologica: vocazione di essere custodi dell’opera di Dio non come opzionale dell’esperienza cristiana ma come invito al cambiamento personale e sociale (“i problemi più complessi del mondo attuale non si possono affrontare a partire da un solo punto di vista”, n. 10). Per vedere il mondo nuovo bisogna cambiare dentro di sé. La “Laudato sii” è rivolta a tutti gli uomini e già in questo indirizzo si percepisce una fonte comune da cui deriva tutto (Dio creatore) da cui parte la convinzione che per salvare il mondo bisogna partire dall’uomo. Da qui l’esigenza di una promozione umana in tutte le sue forme passando gradualmente dal consumo individuale al bisogno globale. Tale passaggio deve avvenire a livello di coscienza per poi riflettersi nella realtà sociale. Ghandi esortava i suoi interlocutori ad essere essi stessi il cambiamento di ciò che volevano per il cambiamento. L’universo non è il risultato di un onnipotenza arbitraria ma di un atto di amore che si evince fin dall’incipit dell’enciclica: “Noi non siamo Dio, la terra ci precede” (67). Il mondo non ce lo siamo meritati ma l’abbiamo ricevuto dalla nascita ma quando l’uomo si vuole sostituire a Dio allora iniziano i problemi. Coltivare e custodire che rimandano al lavoro e alla cura. Il primo è un dovere, il secondo un diritto. Da questi due pilastri ne conseguono 3 corollari: la relazione con Dio, con il prossimo e con la natura. Se una di queste si guasta, allora anche le altre ne saranno condizionate. L’esempio biblico è quello di Caino e Abele in cui l’uno uccidendo l’altro rovina la relazione con il prossimo, con Dio e con la natura perché tradisce il compito che gli era stato assegnato. Qual’è il primo passo da compiere? Bisogna cambiare la prospettiva dell’uomo verso la natura, le proprie abitudini di vita tra cui il rispetto e la sobrietà contro il disvalore del consumismo. La felicità richiede di limitare alcune necessità che ci stordiscono (223) tra cui la cultura dello scarto che obbliga l’uomo a scartare le cose che non servono.

Interviene Francesco Del Pizzo, docente della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, che discute una relazione sull’enciclica di papa Francesco “Fratelli tutti” (firmata il 3 ottobre sulla tomba di san Francesco) che si presenta come compendio di tutta la dottrina sociale in continuità con il magistero della Chiesa. L’ispirazione del documento è san Francesco di Assisi che sapeva di essere unito agli animali e alle piante così come alla povera gente. Ciò che unisce gli esseri umani è la fratellanza e l’amicizia rendendoli fratelli e sorelle. Fratelli tutti mette insieme la fraternità e l’amicizia che aristotelicamente è quella più importante. Rispetto alla “Ludato sii” si parte dalla consapevolezza e dal tema del tutto connesso. La fratellanza indica una Chiesa in uscita che presuppone però la responsabilità di ogni relazione. La fraternità consente agli uguali di essere diversi. La fraternità non è solo il risultato delle libertà individuali e della tutela dei diritti. Non la libertà e l’uguaglianza sono i presupposti della fraternità ma è la fraternità che esprime diritti e doveri. L’amicizia non è una reciproca benevolenza ma si poggia sull’eguaglianza di natura e sul fatto di essere figli di Dio creati a sua immagine e somiglianza. Fatte queste premesse passiamo alle tre prospettive contenute nel documento: andare oltre, generare risorse e l’appello. Andare oltre significa andare oltre un mondo di “soci” poiché il mercato ci ha sedotti con la logica del consumo a cui si lega l’immagine di una società autoreferenziale. Andare oltre un linguaggio che riduce il prossimo ad un socio che fonda la relazione in base all’interesse che possono portare alla vita. Si tratta di andare oltre ogni frontiera ideologia attraversando barriere culturali e storiche. La fraternità non esiste solo dentro la cerchia dei propri simili ma va oltre e si incontra coi diversi. Bisogna gettare ponti e progettare qualcosa che coinvolga tutti. Quante guerre nascono sul concetto di identità da difendere a tutti i costi? Una sana apertura non si pone mai in contrasto con l’identità. Il mondo cresce e si riempie di bellezza grazie a nuove sintesi e a culture aperte. Bisogna tornare al riconoscimento della dignità umana inteso come valore non negoziabile e qui c’è un richiamo al magistero di papa Ratzinger (Caritas in veritate). La ricerca della verità non può mai portarci alla vendetta motivo per cui la fraternità si costruisce sul perdono e sulla memoria: bisogna affrontare il male subito in maniera trasparente e paziente. L’enciclica si chiude con un capitolo dedicato alle religioni che, attraverso il pluralismo, possono essere il collante delle società secolarizzate.

Interviene Mons. Andrea Bellandi, arcivescovo di Salerno, che conclude l’incontro. Nel 2013 papa Francesco alla GMG in Brasile parlò di un cambiamento epocale e si richiamò ad una Chiesa in uscita cioè capace di dialogare col mondo ed entrare nelle questioni sociali più urgenti. Emerge il giudizio realistico di una fede che coglie le possibilità per lo sviluppo del mondo e spegne l’illusione di una sanità a tutti i costi a discapito di quella degli altri. Le due encicliche di cui abbiamo parlato oggi sono importanti perché pongono delle domande non solo ai cattolici ma anche agli scettici. Le cronache di questi giorni ci mettono di fronte non solo ad una emergenza sanitaria ma ad una catastrofe educativa con tutti i problemi derivanti dalle carenze strutturali della scuola, della didattica a distanza e dei ragazzi che stanno per strada. Certamente il governo deve pensare alla scuola pubblica ma non deve dimenticare il diritto di scelta di ogni famiglia.

Termovalorizzazione e bonifica ambientale

Nel 1995 in Italia vi erano 51 impianti di termovalorizzazione che smaltivano il 6,3% del totale dei rifiuti solidi urbani (RSU), in linea con gli altri paesi europei (Francia, Germania e Olanda). La termovalorizzazione è una specializzazione della scienza delle costruzioni che si alimenta dell’apporto di più materie insieme (chimica, ingegneria, ecologia, diritto, merceologia) e di più istituzioni (pubblico e privato). Le prime esperienze di termovalorizzazione risalgono al XIX secolo quando, a causa dell’industrializzazione e della conseguente immigrazione della popolazione verso i centri urbani, si rese necessario adottare delle strategie per ridurre il volume dei rifiuti. Allora come oggi: «Il principale obiettivo di un inceneritore di rifiuti è quello di convertire la frazione combustibile di rifiuto iniziale in prodotti di combustione completa quali biossido di carbonio (CO2) ed acqua (H2O)» (p. 18).

In 30 anni (1960-90) molta strada si è percorsa per contenere le emissioni nocive (tab. 1 p. 55). Basti pensare che se nel 1960 l’indice delle polveri era di 500 mg al metro cubo, nel 1990 lo stesso valore era diminuito a 10 mg al metro cubo (p. 18). Negli anni’80, infatti, erano state introdotte nuove tecnologie quali la rimozione delle polveri con sistemi ad elettro-filtri e la separazione di polveri (ciclone). Risalgono a questi anni le prime indagini sull’incenerimento dei rifiuti per la produzione di energia elettrica e più precisamente nel 1982 e nel 1987 entrambi realizzati dall’Ente Nazionale per l’Energia e l’Ambiente (ENEA). Negli anni ’90 fu possibile raggiungere un potere calorifico medio di circa 10MJ/kg consentendo in tal modo di mineralizzare (inertizzare) i rifiuti «senza l’ausilio di altre fonti di combustibile» (p. 17) consentendo di risparmiare molta energia. Gli scienziati negli ultimi anni si sono concentrati sulla «diminuzione della tossicità dei residui solidi provenienti dall’incenerimento (scorie e ceneri) e nel recupero di sottoprodotti dal processo quali acido solforico e gesso» (p. 19, fig. 3 p. 237).
«I sistemi di incenerimento di moderna tecnologia permettono una combustione completa tale che il contenuto in carbonio nelle scorie sia inferiore all’1% mentre le scorie ottenute da sistemi di incenerimento tradizionali sono caratterizzate da un contenuto di carbonio che raggiunge valori del 3-4%. La sinterizzazione delle scorie su griglie a 1000 °C permette una riduzione fino al 50% del contenuto di carbonio (…) un ulteriore riduzione della tossicità delle ceneri volanti può essere ottenuta attraverso: processi di fusione più elevati, processi di estrazione in soluzioni debolmente acide» (pp. 19-20). La termovalorizzazione, comunque, non elimina del tutto le discariche ma si avvale di queste per ottimizzare il sistema di smaltimento dei rifiuti nel rispetto delle leggi e dell’ambiente. Per fare un es., nel 1995 per ogni 200 mila tonnellate di RSU venivano prodotti 60 mila tonnellate di scorie e mille tonnellate di inquinanti concentrati che erano stoccati in discarica. Altri composti quali 60 t di zinco (ZN), 1,5 di Cadmio (Cd), 1 di Cu, mezza t di Hg e 3 mila t di Sali possono essere riutilizzati. Infine oltre 1 milione di metri cubi di gas risultava purificato (p. 21).
Controlli effettuati su inceneritori di RSU hanno evidenziato che i gas primari, prelevati dopo la caldaia, contengono di solito livelli molto bassi di diossine la quale formazione può essere la conseguenza di una combustione incompleta del gas primario e delle ceneri volanti nelle zone a minore temperatura (p. 25).
«Un bilancio di massa relativo alle diossine per un impianto di incenerimento di RSU a moderna tecnologia, alimentato con 200 mila t di RSU dimostra che meno dell’1% delle diossine presenti nel rifiuto in entrata, rientra nuovamente nell’ambiente attraverso le emissioni gassose e attraverso i residui solidi del processo. La maggior parte dei contaminanti sono distrutti ed i rimanenti vengono concentrati nelle ceneri. È un dato ormai assodato che le scorie, che in Germania vengono utilizzate nella costruzione di strade, presentano una bassa concentrazione di diossine» (p. 24, tab. 2 p. 59). In alcuni casi, le diossine sono già presenti nel rifiuto in entrata, specialmente quando questi non è stato differenziato: polistirene, cellulosa, lignina, carbone, etc. (p. 23). «Dalle attuali conoscenze relative ai meccanismi di formazione e agli approfonditi studi che hanno investigato incidenti rilevanti avvenuti in passato, è possibile rilevare come l’industria chimica, ed in misura minore l’industria per la produzione di pasta per la fabbricazione di carta e le cartiere, siano state ritenute la principale fonte di diossine e la causa della presenza dei numerosi siti contaminati rilevati ad oggi in molti paesi» (p. 28).
L’ecobilancio (life cycle analsysis) è lo studio dei flussi di materiali, energetici ed anche economici. Ciò «permette una visione globale delle masse coinvolte ed al contempo un controllo del destino finale dei residui e le possibilità di riduzione o di ottimizzazione dello smaltimento ed inertizzazione dei residui Tossico-Nocivi (…) le potenzialità energetiche dell’impianto, i rendimenti ottenuti e quelli ancora possibili, le convenienze economiche derivanti dalla produzione ed utilizzo dell’energia» (…). Il Sistema informativo ambientale (SIA) prevede un confronto tra i vari impianti che può portare all’ottimizzazione delle condizioni per un minore carico inquinante, alla proposta di un impianto TIPO futuro ance attraverso un aggiornamento scientifico continuo, sino a poter dare un contributo per la pianificazione dello smaltimento dei rifiuti nel territorio considerato» (pp. 46-49).
L’UE ha previsto due normative differenti per la termovalorizzazione dei RSU e dei rifiuti solidi speciali (RSS) sia della frazione organica dei rifiuti solidi urbani (FORSU). I rifiuti pericolosi rappresentano il 2-20% del totale dei rifiuti prodotti (scheda 2 p. 62). Inoltre ha previsto una seconda modalità di smaltimento: il co-incenerimento che consente di smaltire i rifiuti in impianti diversi da quelli tradizionali. In Italia la normativa europea è stata recepita con il DPR 203/88 e la L. 16.04.1987 n. 183. In Italia esiste un’ulteriore differenziazione tra impianti di incenerimento (DM 12.07.1990) e quelli nei quali sono impiegati rifiuti come combustibile alternativo (DM 16.01.1995). Per quanto attiene le caratteristiche progettuali ed architettoniche la normativa italiana è contenuta in due deliberazioni del comitato interministeriale (17.07.1984 e 13.12.1984) integrate dalla L. 441/87. Gli standard di qualità dell’aria sono stabiliti dal DPR 322/71 (modificato dal DPCM 28.03.1983 e DPR 203/88), mentre i fattori di calcolo della tossicità equivalente (TEF) sono regolamentati dal DM 16.01.1995 (pp. 107-108).
Al 31 dicembre 1994 in Italia esistevano 53 impianti di incenerimento di RSU dei quali più della metà sono stati costruiti negli anni ’60 e ristrutturati negli ultimi 10 anni. Le regioni più fornite risultavano essere la Lombardia, l’Emilia-Romagna e la Toscana. La principale tecnologia di incenerimento era costituita dal forno a griglie a gradini (42%) per un risultato di quasi 2 milioni di tonnellate di rifiuti inceneriti (9,5% del totale) e di 425 mila 154 Mwhe di energia prodotta (0,18% del totale). Solo 29 impianti su 52 avevano una capacità di incenerimento superiore o uguale a 100 t/giorno con una potenza installata di 76 Mwhe (p. 67). Nel resto d’Europa le percentuali di incenerimento aumentano sensibilmente (p. 76): Francia (35-40%), Germania (40%), Svezia (50-60%), Giappone (65-70%) e Svizzera (80%).
«Il potere calorifico degli RSU, in un’area mediamente urbanizzata, varia tra 1500 e 2500 Kcal/Kg mentre quello degli RSS aumenta fino a 3 volte di più. Com’è noto, dai RSU si può ottenere un concentrato di materiali di recupero, Refuse Derivated Fuel (RDF) che può essere impiegato quale combustibile ausiliario nell’alimentazione dei forni. Tali materiali di recupero vengono selezionati sulla base della loro migliore capacità nei confronti della combustione e del più elevato potere calorifico (materiali cartacei, plastiche leggere, materiali tessili e in legno) con una quantità di materiale recuperato che può variare tra il 20 ed il 50%» (pp. 79-80). «Esistono anche rifiuti o miscele di rifiuti non o poco combustibili ma altamente tossici che possono però essere termodistrutti ugualmente in inceneritori per rifiuti pericolosi ai fini di una riduzione delle loro caratteristiche di pericolo» (p. 86).
«Il recupero energetico può costituire un elemento essenziale di valutazione. Infatti, con riferimento ai rifiuti di un’area mediamente urbanizzata, con un potere calorifico medio di 1800 Kcal/Kg in un impianto che presenti un rendimento complessivo pari a circa il 18%, si possono ottenere 1,4 Kg di vapore per Kg di rifiuti tal quali inceneriti. Considerando l’utilizzo di turbine a condensazione, con consumo specifico di circa 5Kg di vapore per kwh prodotto, ne consegue che per la produzione di 1 Kwh elettrico sono necessari 3 kg di rifiuti. Col rendimento del 18% e la potenzialità di trattamento tra 150+200 t/giorno, si ha una produzione specifica di circa 390 Kwh/t di rifiuto trattati, 40 dei quali vengono destinati all’autoconsumo dell’impianto e 350 disponibili per l’immissione nella rete» (p. 86, fig. 2 p. 102).
Il recupero energetico dei rifiuti si ottiene mediante diversi tipi di tecnologie: incenerimento che è ideale per le aree urbane densamente popolate; compostaggio che presenta il vantaggio di un miglior rendimento termico ma presenta dei «problemi connessi con la movimentazione e lo stoccaggio oltre alla scarsità di centrali termiche a carbone dove poter effettuare la co-combustione» (p. 94); la gassificazione «consiste nella combustione parziale di un materiale, in difetto di ossigeno, che dà luogo ad un gas combustibile ricco di ossido di carbonio ed idrogeno» (p. 94), come ve ne sono in Finlandia. Un altra tecnologia di incenerimento è la “pirolisi” che consiste «in un riscaldamento indiretto in atmosfera priva di ossigeno che conduce alla scissione della maggior parte delle sostanze organiche dando luogo, per mezzo di reazioni di cracking termico e di condensazione, a frazioni gassose, liquide, solide» (p. 95). Un’altra tecnologia, molto frequente in Italia, è quella a “letto fluido a ricircolazione interna” che può incenerire sia RSU pre-trattato che indifferenziato (tal quale) con una temperatura variabile tra 800 e 875°C.
«Un’utenza di particolare interesse è quella della produzione del cemento, perché in grado di attenuare od annullare del tutto gli inconvenienti di inquinamento attraverso i reflui, i problemi di corrosione alle installazioni, i problemi legati alla variabilità qualitativa e quantitativa dell’approvvigionamento. Gli elevati tempi di permanenza ad alte temperature, sia delle miscele che dei fumi, determinano, infatti, le condizioni ideali per la completa termodistruzione delle sostanze organiche; inoltre, l’enorme disponibilità di miscele basiche nel processo di cottura è in grado di neutralizzare efficacemente i gas acidi che si sviluppano durante la combustione. I metalli pesanti, fissati nelle ceneri o nelle polveri abbattute dai depolveratori, non hanno alcuna possibilità di interferire con l’ambiente, perché entrambi i residui sono totalmente utilizzati nel processo: le ceneri sono infatti inglobate nel clinker, mentre le polveri confluiscono al mulino del cotto per la produzione del cemento. Le acque di lavaggio sono agevolmente depurabili con gli usuali sistemi di trattamento per l’eliminazione dei metalli» (pp. 98-99).
Nel 1995 era possibile ottenere dall’incenerimento dei rifiuti un rendimento energetico variabile dal 20 all’80% incrementabili ulteriormente tramite «l’adozione di cicli combinati turbina gas/vapore nei quali i gas di scarico sono utilizzati per il surriscaldamento del vapore saturo prodotto dalla caldaia abbinata all’inceneritore e successivamente utilizzati come fluido comburente per la combustione dei rifiuti» (p. 100). Il rifiuto indifferenziato (tal quale) è trattato in inceneritori a griglia, mentre le tecnologie alternative (letto fluido, gassificazione) richiedono delle operazioni accessorie (bricchettatura, p. 101). La legislazione distingue tra rifiuti veri e residui, costituiti da quelle sostanze e da quei materiali che, pur derivanti da un procedente processo di produzione e consumo, siano suscettibili di una riutilizzazione (…) purché dotati di quelle precise merceologiche, proprietà e caratteristiche indicate nel DM 05.09.1994 (cass pen sez 3 17.05.1996 n. 01726). Lo stoccaggio provvisorio, diversamente dall’accumulo temporaneo, costituente il risultato finale della produzione del rifiuto stesso, precariamente ammassato, sotto il diretto controllo del produttore, in attesa di smaltimento, si qualifica per il carattere non precario dell’ammasso, non più direttamente controllato dal produttore e oggettivamente destinato alle ulteriori fasi di smaltimento contemplate del DPR 915/82 (cass pen sez 3 12.02.1996 n. 00310).
L’incenerimento, così come qualsiasi altro sistema di smaltimento, non elimina del tutto la discarica che appartiene a tutti gli effetti al sistema integrato di gestione dei rifiuti perché consente un recupero del 25% di energia tramite il biogas che si genera dalla digestione anaerobica dei rifiuti anche se i tempi sono piuttosto lunghi (20 anni). Smaltimento e discarica sono attività diverse, pur avendo in comune talune operazioni come il conferimento degli oggetti da parte dei proprietari e la loro raccolta. Per smaltimento di rifiuti si deve intendere la fase di raccolta, spostamento, cernita, trasporto e trattamento. Lo smaltimento, quindi, rappresenta il momento dinamico attraverso il quale, dopo una serie di passaggi, si tende alla riutilizzazione degli oggetti, mentre la discarica evidenzia l’aspetto statico, poiché i beni vengono depositati ed ammassati nel luogo prescelto, a tempo indeterminato (cass. Pen. Sez. 3 18.12.1990 n. 16474). Il trattamento deve essere inteso come l’operazione necessaria di trasformazione per il riutilizzo, la rigenerazione, il recupero, il riciclo e l’innocuizzazione dei medesimi. Di conseguenza i residuati di attività industriale potranno essere considerati rifiuti solo qualora essi non possano più essere riutilizzati dal produttore, ricavandone altri utili (cass pen sez 3 31.03.1987 n. 00134). Per impianto di innocuizzazione deve intendersi qualsiasi complesso di strutture, anche rudimentali, dirette pur se in via accessoria, ad assicurare la tutela delle esigenze igienico-sanitarie. Ne deriva che l’installazione di contenitori nei quali immettere i rifiuti speciali di un ospedale, previa disinfezione e sterilizzazione, rientrando nei suddetti impianti, richiede l’autorizzazione (cass pen sez 3 22.01.1993 n. 00511).
«I dati riportati in letteratura relativi ai costi di trattamento mediante incenerimento con recupero di energia sono dell’ordine di 200 Lit/Kg. Il costo di investimento degli impianti, indipendentemente dall’esistenza della sezione di recupero energetico, aumenta con l’adozione di sezioni di trattamento fumi capaci di assicurare le prestazioni richieste dal rispetto dei limiti alle emissioni fissati dai recenti sviluppi della normativa. Per impianti da 200 t/g la voce dei costi associati alla depurazione fumi raggiunge un valore pari a circa il 50% del costo dell’intero impianto (…) Per tali ragioni gli impianti di incenerimento di piccola taglia (capacità inferiore a 100 t/g) non hanno senso economico e pratico e non dovrebbero essere autorizzati, sopratutto per gli alti costi connessi con i sistemi di abbattimento degli inquinanti nei fumi» (p. 105). Mentre i dati sulle emissioni sono ben documentati e classificabili, quelli relativi alle discariche sono ancora in fase di elaborazione, es. «le sostanze smaltite in discarica non possono essere utilizzate e sono meno stabili delle scorie provenienti dall’incenerimento» (p. 106).
Al giorno d’oggi esistono strumenti idonei ed efficaci per smaltire gli effluenti della termovalorizzazione. Basterebbe, quindi, che il legislatore fissi delle normative restrittive in materia. Il problema, quindi, è di tipo politico perché è da qui che può partire un progetto di certificazione, valutazione della qualità e controllo degli impianti. Ciò è già stato fatto in Europa «secondo la quale l’incenerimento dei rifiuti costituisce una delle pratiche raccomandate» (p. 116). Gli effluenti possono essere di tipo solido (scorie, ceneri, particolato solido) e di tipo fluido (acido cloridrico, biossido di zolfo, ossidi di azoto, ossido di carbonio, metalli pesanti, tracce di diossine e furani). Le tecnologie di smaltimento prevedono la riutilizzazione di tali effluenti per applicazioni geo-ambientali (opere geotecniche di contenimento, sottofondazioni, rilevati, p. 117).
Per impianto di eliminazione di rifiuti si intende una struttura caratterizzata da una continuità nel funzionamento e da una complessità tecnica (…) La distinzione tra rifiuti speciali e quelli tossici consiste nel fatto che le operazioni riguardanti i rifiuti speciali creano pericolo per la salubrità ambientale solo quando la eliminazione degli stessi effettuata in proprio presenti i caratteri della continuità o ripetitività evidenziati dalla presenza di una effettiva struttura a ciò destinata (cass pen sez 3 18.12.1986 n. 00067). L’UE, perciò, ha redatto un elenco di rifiuti che possono essere inceneriti o meno. L’UE, inoltre, ha stabilito che le scorie da incenerimento siano scaricate in siti idonei al fine di tutelare il terreno circostante, la falda acquifera e l’atmosfera. Il ruolo della politica oggi è di predisporre l’omologazione delle apparecchiature di misura, della certificazione delle procedure e della qualificazione del personale (Morselli, p. 117; cfr. fig. p. 48).
Il governo italiano ha recepito la normativa europea in materia di termovalorizzatori (direttiva CEE 337.85) a partire dal 1994 che prevede il via libera alla procedura VIA (valutazione da impatto ambientale) per tutti i tipi di impianti. Tale procedura, realizzata dal Ministero dell’Ambiente, si sviluppa secondo 3 fasi: acquisizione dei dati (equipe di esperti), valutazione di conformità (comitato pubblico) e ammissibilità dell’opera (dirigenza). Tutte le relazioni finali sono corredate da approfondimenti progettuali, ipotesi di emissioni inquinanti, inserimento paesaggistico dei manufatti, scelte tecnologiche operate, riferimenti ad esperienze operative precedenti, eventuale cessazione dell’attività e dismissione degli impianti. Gli errori più frequenti nella procedura di valutazione riguardano le pubblicazioni (trasparenza), la sintesi tecnica (accessibilità), l’esaustività (determinatezza), auto-referenzialità (neutralità).
Per superare gli errori di valutazioni gli studi di impatto ambientale (SIA) ricorrono ad apposite branche della scienza: climatologia (aria), meteorologia (atmosfera), idrologia (acqua), geologia (terra), biologia (vegetazione), ecologia (ecosistema), epidemiologia (malattie), estetica (paesaggio), acustica (rumori e vibrazioni). Gli indicatori che garantiscono il successo degli studi e delle valutazioni (SIA/VIA) sono: il rispetto degli standard di qualità, la protezione del paesaggio, il rapporto tra impatti residui e benefici indotti, il rispetto dei limiti di incompatibilità, la tutela delle condizioni ambientali. Tali indicatori non sono i medesimi per tutti gli impianti, es. Acerra tratta solo RSU mentre Casandrino tratta quelli speciali. In tutti i casi, comunque, gli impianti devono sottostare alle norme sulla discarica delle scorie e sull’abbattimento dei fumi.
Paradossalmente, il legame tra emissioni (scorie e fumi) ed immissioni (RSU e RSS) non dipende dal livello tecnologico dell’impianto ma dai fattori meteorologici della regione in cui è localizzato (vento, pioggia, qualità dell’aria). Le soluzioni di combustione non investono solo la geometria della camera, ma anche le «condizioni di turbolenza, gli eccessi d’aria, i tempi di residenza e i regimi di temperature» (p. 136). Il sistema di abbattimento dei fumi «prevede una serie di successivi stadi di trattamento con modalità di processo ed architetture ottimizzate alle problematiche di riformazione dei composti organici o all’influenza dei livelli di temperatura sugli abbattimenti» (p. 136).
Le analisi effettuate nel 1995 (1 ottobre – 31 marzo) hanno dimostrato che per un impianto di media taglia (200 t/g) che serve una popolazione di 200 mila persone, localizzato in un’area di pianura coltivata, considerando un camino posto a 60 m di altezza, una velocità del vento di 11 m/s e di temperatura del fumo di 120°C risulta un emissione di polveri di 1,35 Kg/h, di SO2 (biossido di zolfo) di 2,25 Kg/h ed IPA (idrocarburi policiclici aromatici) di 2,25 g/h (p. 133). Un termovalorizzatore inquinava, quindi, molto meno di qualsiasi altro impianto industriale. Se nel 1995 un impianto da 200 t/g di RSU rilasciava nell’aria 6,75 mg/Nm³ di SO2 (biossido di zolfo), allora un centro urbano con un traffico veicolare di 100 mila auto ne rilasciava 120 mg/Nm³, mentre una raffineria di petrolio da 10 mila t/g ne rilasciava 650 mg/Nm³! (p. 139). Tutte queste valutazioni sono state compiute confrontando i valori delle emissioni con quelli imposti dalla normativa; un altro metodo di valutazione è quello “percentuale” che considera come termine di valutazione, non la norma astratta, quanto piuttosto l’incremento percentuale delle sostanze inquinanti (p. 140).
«Dalla logica che dice “NO” all’inceneritore perché pericoloso occorre passare a quella che, se l’impianto va fatto in siti adiacenti ad un’area urbana perché discende dall’ottimizzazione tecnico-economico-ambientale a livello di pianificazione globale del territorio, esso va visto a livello di sistema, e a livello di sistema ne vanno minimizzati gli impatti; il sistema è qui il complesso delle attività antropiche in una determinata area e quindi il carico complessivo su di essa» (p. 142). D’altro canto «l’incenerimento di rifiuti non può essere considerato una soluzione a sé stante in tema di smaltimento dei rifiuti, ma rappresenta una delle componenti di un moderno ed efficiente sistema di gestione dei rifiuti; la grande evoluzione che questa tecnologia ha subito negli ultimi tempi fa sì che essa meriti nuova attenzione e l’utilizzazione di nuovi strumenti per una valutazione ambientale che permetta di superare penalizzazioni, spesso ingiustificate» (p. 174, v. schema p. 175).
La distruzione dei policlorobifenili (PCB) è possibile mediante 3 metodi: incenerimento, degradazione chimica e degradazione microbiologica. Questi ultimi due metodi si prestano bene per il trattamento di miscele di PCB puri e dispersi in olii, ma non per la decontaminazione di matrici ambientali inquinate, quali suoli, acque naturali o industriali, e sedimenti di fiumi o di laghi, per i quali l’unica soluzione sembra essere la degradazione microbiologica. Nel 1995 il Consorzio INCA di Bologna era riuscito a mettere a punto dei buoni metodi nella mineralizzazione totale di numerosi tipi di PCB e la trasformazione di questi in biossido di carbonio, acqua e ioni cloruro costituendo una valida alternativa alla termodistruzione di RSS (p. 228). Una ricerca dell’Arpa Emilia-Romagna, il Politecnico di Milano e l’Università di Bologna (progetto Moniter) condotta nel 2010 nel termovalorizzatore di Bologna ha dimostrato che le concentrazioni di microinquinanti organici «sono pari a qualche centesimo del limito normativo» (L’analisi delle emissioni dell’inceneritore di Bologna, Ecoscienza, 2010, 2, p. 2).
Le ceneri provenienti dagli elettrofiltri (silicati, ossido di alluminio e composti di calcio), possono essere riutilizzati per correggere la miscela cruda che serve a fabbricare il cemento per l’edilizia civile. I criteri che garantiscono l’accuratezza del riuso comprendono la compensazione del calcio, la predisposizione di calcare puro, un tenore elevato di alluminio, la velocità di combinazione, la volatilità dei metalli, la quantità di metalli pesanti, la presenza di anioni (cloruri, alcali). «Il processo consiste nel trasformare un prodotto tossico in un residuo non tossico, riutilizzabile senza alcuni rischio per l’ambiente» (p. 136) attraverso una serie di trattamenti: estrazione, decantazione, test di cessione, precipitazione (aggiunta di NaOH o,1N alla soluzione lasciviante), controllo. «Le ceneri leggere provenienti dagli impianti da termodistruzione RSU possono essere inertizzate con processi a base di cemento Portland, utilizzando le ceneri di carbone come additivo» (p. 139). Ciò avviene mediante tre fasi: riduzione della quantità d’acqua, reazione tra ioni solubili delle ceneri e alluminati di calcio del cemento, reazione pozzolanica tra la silice e l’allumina delle ceneri.
L’Italia recepisce varie direttive CEE in materia di sicurezza ed igiene sul posto di lavoro, in particolare il D.lgvo 626/94 che impone una serie di misure in merito: l’elaborazione dei documenti di valutazione delle fonti potenziali di rischio, la nomina del responsabile al servizio di prevenzione e protezione, la nomina del medico competente, l’adozione di misure necessarie alla sicurezza e alla salute degli operai, l’adozione di misure contro i rischi dorsolombari e contro gli agenti biologici. In un termovalorizzatore i principali fattori di rischio includono: le caratteristiche strutturali (cubatura, illuminazione, generatori di emergenza, scale antincendio, etc.), il microclima (temperatura, umidità, aerazione, etc.), acustica (frantoi, mulini, trituratori, etc.), agenti biologici (batteri, virus, insetti), circuiti elettrici (isolamento, messa a terra, etc.), macchine (elevatori, deferrizzatore, utensili, etc.). Lo strumento pratico di garanzia è il “Piano di monitoraggio e controllo” ma in alcune città (Acerra) sono stati assunti degli impegni precisi con le autorità locali (http://www.protezionecivile.gov.it/cms/attach/editor/protocollo_dintesa.pdf).
«La pratica del recupero energetico tramite incenerimento dei rifiuti avrà un futuro tanto più grande e sicuro quanto più saranno noti i rifiuti da incenerire. In parte gli strumenti di conoscenza già esistono, ma non vengono utilizzati a tal fine (…) da tutto ciò emerge che, per ridare slancio all’applicazione di una tecnologia riconosciuta valida su base comunitaria e necessaria anche in Italia, serve preparare a monte del forno un “parco rifiuti” anziché una fossa di raccolta (…) Il risultato è che, per es. la carta, il macero italiano è considerato di scarsa qualità dalle cartiere e spesso intere partite vengono scartate per andare direttamente in discarica. Per la plastica si appalesano limiti del tutto analoghi. Non ha futuro, per es., il recupero di plastica a condizione che il conferitore ritiri panchine fatte di plastica riciclata senza, spesso, che ne abbia una concreta esigenza (…) con questo approccio sarebbe il mercato stesso a canalizzare i materiali: la riduzione di offerta del macero ne innalzerebbe la qualità e quindi il prezzo» (pp. 254-258).
La rottamazione di autoveicoli per il recupero dei materiali ferrosi determina una produzione di residui (fluff), a livello europeo, pari a circa 650 mila t/a (1990). Tale quantità è destinata a crescere fortemente, in considerazione dell’incremento del tenore di plastica nelle autovetture di recente concezione, (65Kg nel 1980, 100 Kg nel 1990), raggiungendo un valore di 1 milione 300 mila t/a entro il 2000. Nel 1995 in Italia il quantitativo prodotto era pari a circa 300 mila 7/a. Il residuo di rottamazione è caratterizzato da un buon potere calorifico (circa 3 mila Kcal/Kg) che ne giustifica l’utilizzo nell’ambito di un sistema di recupero energetico. L’impiego sempre più ampio delle plastiche nelle autovetture, comporta anche un incremento del potere calorifico destinato ad attestarsi su valori pari a circa 4 mila Kcal/Kg. Il “fluff” è definito come una miscela di materiali quali pneumatici, guarnizioni, profili di gomma, materie plastiche, fibre sintetiche, etc (p. 261). Una delle tecnologie più utilizzate in merito è la gassificazione che consiste nella parziale ossidazione del materiale con una miscela ridotta di ossigeno, consentendo il recupero del gas in uscita per il funzionamento delle turbine e «assicurando efficienze superiori a qualsiasi altro impianto di recupero energetico dei rifiuti» (p. 262).
Nel 2012 la quantità di pneumatici da smaltire in Italia era di circa 400 mila t/a (nel 1995 era di 200 mila t/a). La composizione per questo tipo di rifiuto speciale è la seguente: battistrada, camera d’aria e copertone (gomma naturale o sintetica) pari al 41-48% del peso; cariche rinforzanti (nerofumo) pari al 21-28% del peso; cerchione (acciaio) pari al 10-25% del peso; borchie (plastica, alluminio o carbonio); additivi vari in tracce (plastificanti, vulcanizzanti, accelleranti e stabilizzanti vari). «La componente elastomerica è costituita da gomma naturale, polimero stirolo-butadiene, polibutadiene e poliisobutilene-isoprene. Il carbon black è composto sostanzialmente da carbonio. Il prodotto vulcanizzato include, insieme a carbonio e idrogeno, anche zolfo e azoto» (p. 265). Le direttive europee (91/156/CEE e Target 2000) sono state recepite dal governo italiano con DL 07.01.1995 n. 3 e con DM 16.01.1995 che stabiliscono i criteri di termovalorizzazione per questo tipo di rifiuti (contenuto in ferro pari al 22% della massa, contenuto di ossidi di zinco max pari al 3,5% della massa e p.c.i. Minimo di 6000 kcal/kg).
I pneumatici sono a tutti gli effetti dei rifiuti speciali (classe 2) e come tali possono subire 3 tipi di trattamento: ricostruzione, recupero e termovalorizzazione. «Il processo di ricostruzione è oneroso in quanto richiede l’esecuzione manuale da parte di personale specializzato; questo incide sul prezzo del ricostruito che pertanto non tende a discostarsi molto da quello del pneumatico nuovo e dovrà sottostare ai criteri di sicurezza. La ricostruzione dei pneumatici usati, pertanto, non può essere la risoluzione globale del problema in quanto tratta quantità intorno al 25% e perché, in ogni caso, tende solo a spostare la soluzione di smaltimento nel tempo. I sistemi adottati per il recupero consistono in trattamenti meccanici-fisici di macinazione dei rifiuti in gomma, con riutilizzo dei prodotti del processo della gomma, ridotta in opportuno pezzatura (polverino, granulato) tramite triturazione meccanica, processi criogenici, devulcanizzazione e rigenerazione che, però, presentano sempre elevati problemi di mercato per la collocabilità dei subprodotti ottenuti» (pp. 267-268).
Per termovalorizzazione si intendono una serie di processi attraverso i quali le molecole organiche del rifiuto sono demolite: per via termica (combustione o incenerimento), per ossidazione (gassificazione) o per riscaldamento (pirolisi). «Il trattamento termico ha lo scopo di decomporre i rifiuti che non possono essere ulteriormente separati meccanicamente ottenendo frazioni di materiali da poter riciclare o deporre in discarica» (p. 375). Nell’incenerimento la reazione chimica comporta un aumento di temperatura con lo scopo di ossidare le sostanze di tipo organico e trasformarle in CO2 e H2O (vapore acqueo). Gli impianti basati su questo tipo di tecnologia sono di 3 tipi: a griglia mobile, a tamburo rotante o a letto fluido. La griglia mobile è comandata a impulsi (v. fig. 1 p. 390): «la velocità di avanzamento e di ritorno delle file mobili è sempre la stessa, però, si possono modificare i tempi di pausa fra una corsa e l’altra in modo da poter influenzare in modo mirato il processo di combustione» (p. 379). Il bonus della griglia mobile è di poter produrre sia energia elettrica che teleriscaldamento, quindi, è ideale per i RSU. Il malus, d’altronde, è di essere poco versatile per i RSS, es. nel caso dei pneumatici quando la parte metallica tende a fondersi (p. 270); questo tipo di impianto è il più diffuso e, perciò, presenta una grande esperienza in tutto il mondo, ne sono stati costruiti ad Herning in Danimarca, a Quimper Brittany in Francia, a Palin in Taiwan, a Guanzhou in Cina.
L’impianto a tamburo rotante è costituito da un cilindro (tamburo) dove i rifiuti sono riscaldati a 450°C in assenza di ossigeno. L’inclinazione del tamburo (1,5°) e la bassa velocità di rotazione (1-4 giri/min) permettono una buona miscela dei rifiuti. Il sistema di trattamento residui permette di produrre una frazione grossolana del 30% (carbonio, ossido di silicio, ossido di alluminio) che viene incenerito ad elevate temperature (1300°C) consentendo la totale distruzione delle sostanze nocive. Per tali motivi il principale bonus del tamburo rotante è di produrre un maggior numero di «scorie con minor contenuto di incombusti» (p. 393) di modo che solo il 1-3 per mille in peso del totale di residuo è conferito in discarica (p. 412, fig. 4 p. 414). Un altro vantaggio del tamburo rotante è di «utilizzare i rifiuti di qualsiasi pezzatura, evitando costosi trattamenti di triturazione» (p. 270, v. fig. 2 p. 392). Il malus, d’altronde, si riscontra negli elevati costi di investimento e di manutenzione. Anche qui, come nel caso della griglia mobile, sono stati riscontrati dei problemi nel trattamento dei RSS, es. nella «combustione dei residui dei pezzi di carbone presenti nelle ceneri provenienti dai caminetti delle abitazioni private» (p. 391). Ne sono stati costruiti a Bruary in Francia, a Copenaghen in Danimarca e a Nord Rhein Westfalia in Germania.
L’impianto a letto fluido è costituito da «una colonna di 41mm di diametro interno, alta circa 6,1 mt che prevede l’immissione di aria secondaria e/o terziaria ed è munito di una valvola di regolazione della portata di solido ricircolante dalla colonna di ricircolo al riser (…) caricato il materiale inerte (sabbia silicea) l’impianto viene portato alla temperatura di esercizio (850°C) tramite forni in fibra ceramica. Regolando opportunamente i flussi gassosi e la valvola di reimmissione, si stabilisce il profilo di grado di pieno lungo il riser e si provvede all’alimentazione del TDF che viene caricato in una tramoggia al fondo della quale una coclea ne stabilisce il dosaggio» (p. 286). Il bonus del letto fluido è di presentare «ottime caratteristiche di miscelamento tra i vari materiali ed elevati tempi di contatto, con conseguente aumento dell’efficienza di combustione e quindi di riduzione di emissioni dannose (…) è senz’altro il processo più pulito e con le efficienze energetiche maggiori» (p. 270); è ideale, quindi, per i RSS e per le biomasse, es. il legno, cioè una materia riproducibile che è assimilata alle fonti rinnovabili per la produzione di energia pulita (Corona G., Fortini D., Rifiuti. Una questione non risolta, Roma, XL ed., 2010, p. 79). Il malus, d’altronde, si riscontra negli elevati costi di gestione e nel pretrattamento dei rifiuti. Ne sono stati costruiti a Casalnuovo in provincia di Napoli e a Macomer in Sardegna. Alcune varianti sono costituite dal letto fluido bollente che «comporta bassi costi di manutenzione ma non consente di operare a velocità di fluidizzazione elevate» (p. 283, fig. 1 p. 284) e dal letto fluido rotante che «permette di trattare anche rifiuti “tal quali” ed in pezzatura varia, senza ricorrer a mezzi meccanici di pre-trattamento» (p. 440).
Il sistema di combustione “Von Roll” combina componenti affidabili con idee innovative. Tale sistema, basato sul principio della insufflazione centrale, permette di intervenire in grande stile su 3 obiettivi di impatto ambientale: scorie, gas di scarico e ceneri volatili. Il trattamento delle scorie è ottenuto mediante il «pilotaggio mirato del processo di combustione sulla griglia con temperature elevate e tempi di permanenza lunghi» (p. 376) consentendo un tenore minimo di carbonio, di minimizzare e incorporare i metalli pesanti. Il trattamento dei gas di scarico è ottenuto mediante il «carico uniforme della griglia e la riduzione dei gas derivanti da combustione a bassa temperatura, grazie alla combustione controllata sulla griglia; ciò permette la combustione il più possibile completa delle sostanze solide e dei gas nella camera di postcombustione, mediante miscelazione uniforme, temperature elevate e tempi di permanenza sufficientemente lunghi» (p. 377).
Il caricamento dei rifiuti del sistema “Von Roll” avviene tramite una tramoggia di alimentazione dotata di un pozzo profondo la cui conformazione impedisce che i rifiuti si adagino sul fondo del pozzo, permettendo il controllo del dosaggio. La parte inferiore del pozzo di alimentazione è dotata di una parete con intercapedine, in cui circola acqua di raffreddamento, sul quale è installato un sistema di controllo del livello. I rifiuti sono dosati mediante uno spintone idraulico a velocità regolabile. La griglia di incenerimento ha un inclinazione di 18° ed è dotata di corpi cavi di acciaio al cromo (barrotti) dotati di alette di raffreddamento (quattro file mobili e quattro file fisse). «Ogni elemento della griglia ha una lunghezza di 2mt e una larghezza di 1,8 mt. Dimensioni diverse influiscono nel flusso dei rifiuti, nel potere calorifico e nella quantità di residuo. Le file di barrotti mobili sono montate su un carrello a rulli azionato da due cilindri installati al di fuori della tramoggia (…) per compensare la dilatazione termica della griglia, le pareti laterali sono munite di compensatori. L’aria primaria di combustione fuoriesce attraverso l’apertura ricavata nel lato frontale della griglia già in fase di colata, di conseguenza l’aria è insufflata direttamente sui rifiuti (…) la velocità di avanzamento e di ritorno delle file mobili è uniforme, variando i tempi di pausa, durante i quali i barrotti restano in posizione arretrata, evitando che si saldi l’un l’altro» (p. 379, v. fig. p. 385).
Negli impianti basati sulla tecnologia “Von Roll”, «l’aria è alimentata separatamente in ogni zona delle griglia (…) ciò permette di alimentare alle ultime zone della griglia una quantità minima di aria, quanto basta per garantire la combustione completa delle scorie (…) l’alimentazione mirata dell’aria e la combustione regolare permettono di ottenere un’elevata durata della griglia e di ridurre notevolmente la quantità di ceneri volatili (p. 380). Il materiale caduto attraverso la griglia può essere raccolto separatamente, mediante un trasportatore pneumatico o a catena raschiante intubata (altrimenti) i pozzi del materiale possono arrivare direttamente all’estrattore di scorie (…) Il principio della combustione a media corrente offre vantaggi sia quando il potere calorico è elevato che quando è basso: (…) nelle prime zone della griglia la portata elevata di aria e il preriscaldamento dell’aria primaria permettono di ottenere un’essiccazione preliminare dei rifiuti. Quando i rifiuti raggiungono la zona di post-combustione, l’irraggiamento termico della camera di post-combustione ne provoca l’immediata accensione. Si evitano così combustioni a bassa temperatura, con conseguente insufficiente ossidazione dei gas nella camera di post-combustione» (p. 381).
Per evitare la formazione di incrostazioni, le pareti laterali della caldaia sono ricoperte di una massa costipata con buona conducibilità. Negli impianti a basso potere calorico, invece, le pareti laterali sono costituite da pannelli di SiC (carburo di siclicio) raffreddati ad aria sulla faccia posteriore (p. 382). La misurazione della temperatura nella sezione superiore della camera di combustione genera un segnale di tendenza che regola la posizione della fiamma sulla griglia. Questo permette di ottenere sulla griglia un processo di combustione il più possibile ottimale, con un buon grado d’incenerimento delle scorie (…) La “Von Roll” dà la preferenza al sistema con caldaia orizzontale (2-3 o 4 giri di fumo) che offre il grosso vantaggio di eliminare le polveri scuotendole dai tubi. Se le polveri cascano verso il basso e se vengono tolte dalla zona calda dei gas di combustione, allora non si formeranno le diossine (p. 387). Una variante della griglia mobile prevede il raffreddamento ad acqua grazie alla quale si ottengono una serie di vantaggi: riduzione delle sostanze pericolose, miglioramento della protezione del forno, eliminazione dell’usura dei barrotti, diminuzione dei periodi di fermata dell’impianto e conseguente incremento dell’efficienza operativa; ne sono stati costruiti ad Acerra (NA) e a Ferrara.
Un altro modello, più evoluto ma più costoso, è quello al plasma che «prevede la degradazione a livello molecolare della sostanza trattata. Il plasma, definito “quarto stato della materia”, poiché caratterizzato da distanze intermolecolari maggiori di quelle dei gas, è generato mediante scariche elettriche ad alto voltaggio in un gas fluente tra due elettrodi o mediante radiazione con microonde o onde radio. La tipologia e la pressione del gas determina la temperatura e le proprietà di trasporto di ciascun plasma, permettendo così di “progettare” il plasma in funzione dell’applicazione prevista. La tecnologia al plasma è ormai consolidata, a scala industriale, nel settore siderurgico e metallurgico. Il processo si basa sulla demolizione a livello elementare di molecole complesse in tempi brevissimi a causa della temperatura che localmente può superare 10000 °C».
Citazioni tratte da Inail, La sicurezza per gli operatori degli impianti di termovalorizzazione e incenerimento, 2013, p. 24.
«Il prodotto finale del processo di vetrificazione-pirolisi dipende dalla tipologia di rifiuti di partenza. Dai rifiuti solidi eterogenei si ottiene una scoria vetrificata non lisciviabile; dai rifiuti organici pericolosi, si ottengono atomi ionizzati che si ricombinano formando composti non pericolosi e combustibili. La tecnologia del plasma è molto complessa e richiede una gestione ancora onerosa per l’applicazione su larga scala nel settore di trattamento dei rifiuti. Ad oggi, sono stati realizzati pochi impianti dedicati al trattamento dei PCB (policlorobifenili, utilizzati in passato come fluidi dielettrici per condensatori e trasformatori, fluidi per scambio termico, fluidi per circuiti idraulici, ecc.)».
Citazioni tratte da Inail, La sicurezza per gli operatori degli impianti di termovalorizzazione e incenerimento, 2013, p. 24.
Il termine “diossine” si riferisce ai 75 congeneri di composti policlorurati dibenzo-p-diossine (PCDD) ed ai 135 congeneri dei policlorurati dibenzofurani (PCDF); la diossina di Seveso (TCDD) è considerata la più tossica. Le diossine possono sprigionarsi da processi industriali e di combustione (fonti primarie) o da processi biologici, compost e siti contaminati (fonti secondarie). I fattori che favoriscono la formazione di diossine in natura sono le elevate temperature, le alcalinità, le radiazioni UV e la presenza di radicali in miscele di reazione e in processi chimici (p. 22). Le ipotesi di formazione di diossine nell’industria sono di 3 tipi: sono immessi dall’esterno; sono prodotti dai relativi precursori clorurati (PCB, fenoli clorurati e benzeni clorurati); sono formati attraverso processi di pirolisi di composti chimici polimerici come polivinicloruro (PVC) o dalla combustione di materiale organico non clorurato come polistirene, cellulosa, lignina, carbone e particolari composti di carbonio (p. 23). Per impedire la formazione delle diossine è necessario intervenire sulla quantità di ossigeno presente nella combustione dei rifiuti: «riducendo il tenore di O2 nella zona di combustione mediante la ricircolazione dei gas, si riduce la formazione di diossina nella caldaia e nell’elettrofiltro» (p. 384). Nel 1995, per un impianto di media portata (200 mila t/a), la quantità di diossina rilasciata nell’ambiente era meno dell’1% (p. 24). Nel 2013, gli impianti di Bologna, Ferrara, Padova e Trieste, hanno fatto registrare delle emissioni di diossine e furani inferiori allo 0,1% (http://www.gruppohera.it/gruppo/responsabilita_sociale/bs2013/ambiente_generazioni_future/emissioni/emissioni_termovalorizzatori/081.html).
«I RSU sono costituiti da materiale eterogeneo che contiene merci di origine domestica e commerciale (…) Il contenuto di elementi tossici, quali metalli pesanti, può variare ampiamente in funzione delle caratteristiche merceologiche del rifiuto» (p. 304, fig. 2 p. 41-42). «Il mercurio è presente in prodotti di largo consumo come pile a secco, lampadine fluorescenti, termometri, manometri e in equipaggiamenti elettrici. Viene inoltre impiegato come fungicida e come componente di cosmetici e medicinali. Il cadmio è un componente essenziale delle pile ricaricabili ed è presente come pigmento o stabilizzante nelle plastiche. Si trova inoltre all’interno di leghe metalliche o per la loro cadmiatura. Il piombo è utilizzato in tubazioni, accumulatori, come pigmento bianco e come ossido in vetri e smalti ceramici. È presente come minimo nelle vernici antiruggine e nelle saldature di barattoli per uso alimentare. Anche i rifiuti derivanti dallo spazzamento delle strade sono ricchi di questo metallo dovuto alla sua presenza nelle benzine come piombo tetraetile» (p. 303).
Nel processo di incenerimento i rifiuti subiscono una trasformazione chimico-fisica che porta alla produzione di una massa solida, di massa fase gassosa e di una massa liquida (fanghi) dovuti allo spegnimento delle scorie o da sistemi di depurazioni fumi. I residui solidi sono di 3 tipi: le scorie raccolte all’uscita del forno, le ceneri volanti trattenute dai sistemi di depurazione, il materiale particolato volatile emesso al camino insieme ai fumi; dai sistemi di depurazione i residui si possono differenziare per sistemi di abbattimento a secco o semisecco. La quantità e le caratteristiche qualitative dei residui prodotti dipendono dalla natura del rifiuto combustibile, dalla sua composizione merceologica, dalle condizioni di esercizio dell’impianto, dallo status fisico e dalla volatilità degli elementi contenuti nel rifiuto, dalla tipologia del sistema di abbattimento e controllo delle emissioni. Le scorie sono costituite da materiale inerte di pezzatura grossolana, da materiale organico incombusto e da ceneri pesanti. Le ceneri volanti sono più leggere e di granulometria più uniforme e sono costituite prevalentemente da residui inorganici; sono trasportate dal flusso e si raccolgono nella sezione di abbattimento dei fumi e in parte si depositano nella superficie di scambio termico dei fumi e sul fondo della sezione di recupero termico. Il particolato solido è costituito da particelle di dimensioni inferiori al micron che sono trasportate all’esterno dal flusso gassoso (p. 305).
«Allo scopo di limitare al massimo le emissioni, le tecnologie di abbattimento si sono progressivamente perfezionate fino a raggiungere livelli elevati. Il punto di condensazione dei composti di cadmio (Cd), cromo (Cr), piombo (Pb) e zinco (Zn) è superiore a 300°C; pertanto l’efficienza di rimozione dipende notevolmente dall’efficienza del sistema di abbattimento polveri. Per composti quali i cloruri, che hanno punti di condensazione inferiori ai 300°C è molto importante, ai fini della rimozione, la temperatura dei fumi» (pp. 307-308). Negli anni ’60 le emissioni di metalli pesanti potevano essere non trascurabili a causa della bassa efficienza di rimozione del particolato. Nel 1995 furono introdotti dei nuovi sistemi di abbattimento, come i filtri a tessuto, che registravano rimozioni superiori al 99% per la maggior parte dei metalli. Attualmente vi sono dei sistemi (ciclone, ESP, filtro a maniche) che eliminano del tutto la fuoriuscita di metalli ed emissioni nocive. «Gli studi effettuati hanno evidenziato la necessità di utilizzare metodiche analitiche quali l’attivazione neutronica, un metodo di analisi che ha il vantaggio di avere alta sensibilità e accuratezza consentendo l’analisi multi-elemento sulla fase particellare. Questo metodo presenta anche il vantaggio di poter analizzare elementi non direttamente correlati alla presenza di sorgenti urbane ed industriali quali Scandio, Europio, Lantanio, Torio e Cesio; la concentrazione dei metalli pesanti può essere così normalizzata rispetto alla concentrazione di questi elementi e quindi individuare, mediante la caratterizzazione delle particelle, i metalli pesanti traccianti di una sorgente quale un inceneritore» (pp. 309-310).
Il Centro di ricerca valorizzazione e trattamento residui di Brindisi (ENEL) ha realizzato nel 1995 due sperimentazioni per l’inertizzazione delle ceneri volanti prodotte dai sistemi di abbattimento fumi. Il primo esperimento ha dimostrato che «le ceneri da RSU possono essere inertizzate in una matrice cementizia costituita da cemento e ceneri leggere di carbone» (p. 320) con il risultato di immobilizzare gli elementi inquinanti con percentuali superiori al 95% (piombo e rame) ovvero entro 10 volte i limiti di legge (selenio e cromo). «Nella seconda sperimentazione, i materiali ottenuto dopo il trattamento termico di sinterizzazione sono caratterizzati da una struttura ceramica tipo gres in cui restano immobilizzati i metalli pesanti» (p. 320). Nel 2013 è stato presentato un metodo che riutilizza le ceneri leggeri mediante biosilice da lolla di riso. Se non è possibile eliminare del tutto gli elementi inquinanti, allora è possibile isolarli in discariche di tipo B «con particolari requisiti di impermeabilizzazione del fondo» (p. 320).
Le unità mobili di termodistruzione. L’assenza o la carenza di un sistema integrato di gestione dei rifiuti favorisce l’insorgere di comportamenti opportunistici. Nel 1988, secondo il Ministero dell’Interno, esistevano in Italia oltre 6 mila discariche abusive. Nel 2010, secondo <a href=”http://www.ecoo.it/articolo/discariche-rifiuti-mappa-di-quelle-abusive-e-autorizzate-in-italia/8329/&#8221; title=”Ecoo.it” target=”_blank”>ecoo.it</a> erano 3846. La bonifica di tali siti richiede costi e tempi esorbitanti sia per quanto riguarda il trasporto del rifiuto in piattaforme attrezzate sia per il dissodamento del terreno e la ricostruzione del manto erboso. Nel 1995 la società americana “Vesta” ha messo a punto un brevetto innovativo per il trattamento “in situ” di terreni altamente inquinati (diossine, PCB e pesticidi) con risultati positivi superiori al 99,9999% (p. 335). Da come si vede in figura (v. fig. p. 342) il forno è composto da un tamburo rotante alimentato da una tramoggia in cui viene scaricato il materiale solido da incenerire, mentre in controcorrente vengono alimentati il combustibile addizionale, l’ossigeno e i rifiuti liquidi. Dal fondo del tamburo vengono scaricate le ceneri direttamente in un sistema di insacco automatico; dalla testa i fumi passano al post-combustore (1200°C) per mezzo di un combustibile addizionale ed aria. I fumi in uscita sono depurati in un quench di raffreddamento prima, in un Venturi a sezione variabile e, dopo una camera di espansione, in una torre a riempimento. L’acqua di lavaggio viene addizionata con soda per neutralizzare l’azione degli acidi contenuti nei fumi ed immessa in un pacco lamellare in cui avviene la separazione della fase solida (in nastropressa) da quella liquida (in circolo). I fumi in uscita dalla torre di lavaggio sono dispersi dal camino (pp. 335-336).
Nel 1994 la società Mengozzi srl di Forlì ha realizzato un esperimento sullo smaltimento dei rifiuti ospedalieri trattati (ROT) analizzando i pro e i contro dell’incenerimento. Il primo problema riscontrato risiede nella fase di trasporto dal quale dipendono la maggior parte di emissioni nocive (p. 346) che è possibile prevenire tramite l’utilizzo di contenitori in acciaio (innocuizzazione). Un altro risultato conferma che il ricorso all’incenerimento è preferibile ad altri sistemi di smaltimento (sterilizzazione) in quanto permette di recuperare degli utili sui costi e sulle spese. Il direttore dell’impianto di incenerimento autorizzato, nel ricevere i contenitori destinati alla termodistruzione, ha l’obbligo di verificare la loro provenienza e integrità, controllando che i dati riportati nelle certificazioni di accompagnamento corrispondono a quelli esposti all’esterno dei menzionati involucri (cass pen sez 3 03.05.1996 n. 04442). I rifiuti prodotti dagli studi medici ed in particolare da quelli dentistici, provenendo da attività di servizi sanitari e comunque da impianti materialmente affini, alle case di cura ed agli ospedali, rientrano tra quelli speciali e sono soggetti a censimento catastale (cass pen sez 3 06.10.1993 n 09086). Ai fini della distinzione della responsabilità penale nell’USL, al direttore sanitario spetta la vigilanza igienico-sanitaria, nonché l’organizzazione tecnico-sanitaria; al presidente della stessa compete il controllo su tutta l’organizzazione amministrativa e gestionale (Cass pen 22.01.1993 n. 00511). Anche i rifiuti ospedalieri sono soggetti alla tenuta del registro di carico e scarico perché sono considerati rifiuti non assimilabili ai rifiuti urbani (cass pen sez 3 27.09.1993 n 10154).
Una variante della gassificazione è stata sperimentata con successo a Verbania (NO) nel 1992. Si tratta di un impianto con 2 linee di incenerimento da 10 t/h ciascuna (150 mila t/a) con possibilità di crescita fino a 300 mila t/a, capace di trattare sia RSU che RSS per la produzione di energia elettrica. I rifiuti in entrata sono stoccati in una vasca di cemento armato tenuta in leggere depressione mediante ventilazione forzata. L’eventuale percolato è raccolto in un pozzetto ed inviato direttamente al canale di degassificazione (p. 427, fig. 2 p. 429). La presenza di una sistema di compressione dei rifiuti in fase di compattazione permette la riduzione dell’aria e l’incremento della conducibilità termica. I rifiuti pressati, in forma quadrata (1500x500x35 cm), subiscono la successiva «degradazione della frazione organica in ambiente anossico» a 600°C (p. 428). I gas prodotti dal canale di degassificazione (monossido e biossido di carbonio, idrogeno, idrocarburi) sono convogliati al reattore di gassificazione costituito da un cilindro verticale in acciaio alto 15 mt con 4 mt di diametro.
Il reattore è dotato di bruciatori a metano che, grazie alle elevate temperature (1200°C), garantisce «la rottura di tutte le catene organiche e, quindi, l’eliminazione di diossine e furani» (p. 431). Il gas depurato subisce ulteriori passaggi di sicurezza (quench, lavaggio acido, colonne di Sulferox, coke attivo) prima di essere avviato alle turbine per la produzione di energia elettrica. I vantaggi dei gassificatori includono la versatilità di trattare rifiuti di tutti i tipi (RSU, RSS, ROT), riducendo al minimo l’impatto ambientale e prevedendo la possibilità di riciclare i residui, es. il granulato minerale può essere riutilizzato in edilizia (calcestruzzo e manto stradale). I problemi della gassificazioni dipendono dal carico ridotto dell’impianto, l’elevato consumo di energia per il funzionamento ed il limitato recupero energetico (p. 103). Esempi di gassificatori si trovano a Malagrotta (Roma) e a Pavia.

Citazioni tratte da Morselli L., Viviano G., L’incenerimento dei rifiuti. Atti del convegno nazionale, Bologna 16-17 marzo 1995, Padova, Maggioli, 1996.

Rifiuti una questione non risolta

Può sembrare paradossale il fatto che l’Italia è, oggi, uno dei paesi esportatori di tecnologie di termovalorizzazione, ma allo stesso tempo non riesca a sfruttare il mercato dei rifiuti al proprio interno: «l’inceneritore con recupero di energia (senza Cip 6) ha un costo medio tra le 100 e le 130 lire (0,05-0,07 centesimi di euro) per Kg (…) gli impianti di trattamento e biostabilizzazione costano intorno alle 90 lire (0,05 centesimi di euro) per kg, mentre gli impianti di selezione e produzione di CDR costano sulle 140 lire (0,07 centesimi di euro) per kg (…) gli impianti di selezione del multimateriale costano sulle 120 lire (0,06 centesimi di euro) per kg mentre gli impianti di compostaggio del FORSU, e verde, costano sulle 90 lire/kg» (p. 4). L’analisi dei costi lordi e di quelli netti dipende dal volume effettivo di CDR che rappresenta un costo a tutti gli effetti in quanto non si è ancora creato un mercato del CDR alla pari degli altri paesi europei. L’analisi effettuata su un impianto di selezione e produzione CDR (tritovagliatura) e frazione umida di 100 mila t/anno ha rilevato un costo totale pari a 119 lire/kg (solo il personale incide per 22 lire per kg), mentre su un altro impianto di minore entità (66 mila t/anno) e quindi con minore personale si è rilevato un costo di 166 lire (0,09 centesimi di euro) per kg (Francia, p. 14).

Com’è possibile che l’impianto piccolo, pur essendo dotato di pochi impiegati, costa più soldi? Il problema principale, secondo gli autori dello studio, consiste nel fatto che in Italia «non si è ancora creato un mercato del CDR» (Francia, p. 14) perciò l’impianto maggiore riesce a coprire i costi grazie alle sue grandi potenzialità di trattamento, mentre l’impianto minore è costretto a sostenere gli stessi costi di trasporto degli altri impianti, pur con quantità minori di rifiuto e, quindi, con minor profitto. Analogamente si può rilevare che per gli impianti di altri tipi (biostabilizzazione e compostaggio) «si realizzino delle economie di scala all’aumentare della taglia degli stessi» (Francia, p. 17; cfr. p. 22), es. un impianto da 90 mila t/a ha un costo operativo di circa il 79% del totale, con un costo dell’energia consumata del 9%, mentre un impianto più grande da 160 mila t/a ha un costo operativo del 71% con solo il 5% dell’energia consumata. Per quanto riguarda, invece, lo smaltimento delle scorie in discarica non si riscontrano grandi variazioni di costo che per l’impianto grande è di 36 lire/kg, mentre per quello piccolo è di 33 lire/kg. Alla discarica, spesso e volentieri sono preferite le “miniere abbandonate” perché i rifiuti derivanti dall’attività mineraria sono esclusi dall’applicabilità della normativa relativa allo smaltimento dei rifiuti tossici e nocivi perché questi comportano, per l’ambiente, rischi piuttosto estetici e geomorfologici che non d’inquinamento vero e proprio (cass pen sez 3 31.03.1987 n. 00134).

L’impianto di compostaggio serve a produrre fertilizzante da RSU (avanzi di cucina, fogliame del giardino, scarti da mercato, etc.) ed è preferibile che si trovi in zone rurali (Corona G., Fortini D., Rifiuti. Una questione non risolta, Roma, XL ed., 2010, p. 82). La raccolta stradale della frazione umida putrescibile deve avvenire a cadenza breve, con le dovute precauzioni igieniche e con automezzi appositamente dedicati (Corona G., op.cit., pp. 123-124). L’impianto di compostaggio, quindi, pur offrendo un costo minore, deve necessariamente “fare i conti” con l’ampiezza dei locali, con la quantità di rifiuti trattati e con le emissioni nocive (rumore ed esalazioni). Spesso, infatti, non si considerano i costi di “tamponamento”, cioè dell’isolamento dei locali in cui sono ubicati i macchinari per la produzione di compost e per la conservazione del FORSU, che incidono sui costi totali e che sono necessari in termini di accettazione della popolazione. Diverso il discorso per il compost “verde” che presenta il vantaggio di utilizzare frazioni verdi già selezionate, provenienti dai mercati rionali o dai parchi pubblici, con un conseguente abbattimento dei costi operativi (29 lire/kg) oltre ad una minore incidenza sugli ammortamenti e oneri finanziari (p. 25). «Per un buon compostaggio si può far valere la regola empirica che i rifiuti da usare dovrebbero essere per il 30-50% ricchi di carbonio (foglie secche, paglia, filtri di caffè) e per il 50-70% ricchi di azoto (frutta, fiori, concime)» (Guidotti GR., Produzione e gestione dei rifiuti urbani in Austria, Danimarca, Francia, Germania, Olanda e Svezia: rapporto di sintesi, Roma, Federambiente, 1997, p. 48).

I termovalorizzatori presentano un notevole costo iniziale (progettazione, acquisizione dei siti, installazione degli impianti) che diminuiscono man mano col tempo grazie al recupero dell’energia. In particolare, bisogna distinguere tra costi fissi e quelli variabili. Se sono costi fissi le retribuzioni del personale, la manutenzione degli impianti, gli ammortamenti e gli oneri finanziari, e se i costi variabili dipendono dai materiali e dall’energia consumata, allora, un impianto grande spende di più per il personale, con evidenti ricadute sull’occupazione, ma risparmia sull’energia consumata e sui rifiuti termotrattati. Una considerazione a parte occorre per l’utilizzo del CIP6 che permette di incrementare notevolmente i profitti (p. 34) che, in un impianto da 75 mila t/a, variano da 45,5% (senza CIP6) a 68,4% (con CIP6), mentre in uno da 350 mila t/a variano da 44,4% (senza CIP6) a 76,1% (con CIP6). Ancora, si noti come i costi per il personale variano da 30 lire/kg per l’impianto da 75 mila t/a a 14 lire/kg per l’impianto da 350 mila t/a. Notevole è anche la riduzione del costo per le manutenzioni esterne che passano da 32 lire/kg a 16 lire/kg (Francia, p. 35). Solo per fare un esempio, il termovalorizzatore di Acerra in 4 anni ha venduto energia per ben 500 milioni di euro i cui ricavati sono devoluti per metà della società di gestione (A2A) e per metà agli enti locali (Stato, Regione e Comune di Acerra)!

«L’analisi dei costi di gestione di una discarica si è presentata particolarmente complessa a causa della frammentarietà dei dati a disposizione. Le configurazioni di costo operativo e di gestione alle quali si è pervenuti indubbiamente risentono dell’impossibilità di normalizzare i dati, che pertanto fanno riferimento ad anni differenti, circostanza che ha influito sulla possibilità di confrontare fra loro i risultati economici delle differenti discariche esaminate. In linea di massima il costo totale di gestione di una discarica oscilla dalle 53 lire/kg alle 28 lire/kg» (Francia, p. 43). Le discariche, quindi presentano un costo lordo tra i più bassi nel sistema di gestione integrata dei rifiuti. Occorre, pero, considerare che i costi al netto dell’ecotassa determinano un aumento di 20-30 lire/kg e che non hanno nulla a che vedere con i “prezzi” di discarica che possono ammontare fino a 200 lire/kg (p. 45). Il costo stimato, infine, non tiene conto del danno ambientale (biogas e percolato) conseguente al ciclo di vita di una discarica (30-50 anni).

Il termovalorizzatore inquina molto meno di qualsiasi impianto domestico. I principali fattori di inquinamento urbano, infatti, sono il traffico automobilistico, il riscaldamento che emettono polveri sottili o Pm10 (Corona-Fortini, p. 11, 90). Una terza fonte di inquinamento è costituita, paradossalmente, dai fuochi d’artificio perché rilasciano diossina nella bassa atmosfera, specialmente in una realtà, come quella partenopea, dove i giochi pirotecnici sono un business. «I termovalorizzatori non sono antagonisti del riciclaggio. Dovunque, nel mondo, chi ricicla ha una larga disponibilità di impianti di trattamento termico. E laddove ci sono buoni livelli di riciclo e disponibilità di termovalorizzatori, sono le discariche ad alleggerirsi» (Corona-Fortini, p. 12). Un altro elemento importante del sistema integrato di smaltimento dei rifiuti è la raccolta differenziata che permette di gestire la qualità del rifiuto in entrata negli impianti. Una variante della raccolta differenziata è il “porta a porta” che presenta il vantaggio di offrire lavoro alla popolazione ma, d’altro canto, costa all’amministrazione municipale quasi l’80% in più (Corono-Fortini, p. 11).

Nella storia del popolo italiano c’è stato un evento storico che rappresenta un punto di rottura nelle politiche ambientali e nella coscienza di ciascun napoletano, gettato improvvisamente alla gogna del mondo intero: la crisi dei rifiuti 2007-08. A prescindere dalle colpe effettive di quel disastro, la gestione commissariale non può certo nascondere la sconfitta di un’intera classe politica: un sindaco ex democristiana (Rosa Russo Jervolino), un presidente della Provincia verde (Di Palma), un governatore regionale ex comunista (Antonio Bassolino), un ministro verde (Alfonso Pecoraro Scanio), un presidente del consiglio ex democristiano (Romano Prodi), un presidente della Repubblica ex comunista (Giorgio Napolitano), per citarne solo alcuni, tutti questi “signori” non sono stati capaci di gestire l’emergenza dei rifiuti in Campania.

Il termovalorizzatore nella città di Napoli, stabilito in base al DL 23.05.2008 n. 90 art. 7. (Maglia S., Codice dell’ambiente, Piacenza, La Tribuna, 2013, pp. 1997-2008; cfr. Fortini p. 76, nonostante le menzogne di Wikipedia che nega il termine nella normativa italiana, come risulta nella voce “inceneritore”) non fu mai realizzato ma sarebbe auspicabile in armonia con le indicazioni degli autori: «la realizzazione di una ben strutturata dotazione impiantistica industriale e la raccolta differenziata implicherebbe un potenziamento delle linee di termovalorizzazione nell’area metropolitana di Napoli e un apposito impianto di smaltimento delle ecoballe qualora le linee aggiuntive non siano in grado di accoglierle» (Corona-Fortini, p. 23).

Quell’agglomerato urbano a ridosso del Golfo di Napoli, che comprendeva 92 unità municipali e che nel 2015 diventerà “Città metropolitana”, è tra le aree a più elevato rischio ambientale in base a quanto scritto dalla Relazione della Commissione Antimafia: «l’altra densità demografica, la bassissima dotazione di verde, l’inquinamento delle acque interne superficiali, l’elevato numero di discariche abusive, la congestione del traffico, i rischi legati alla contiguità tra zone industriali e residenziali» (Corona-Fortini, p. 35). Oltre 3 milioni di persone, racchiuse in appena un migliaio di kmq, produce ogni anno più di 1 milione e mezzo di tonnellate di rifiuti (2010). «La provincia di Milano che si avvicina a quella di Napoli per numero di abitanti e per quantità di tonnellate di rifiuti prodotta, ha una estensione più ampia» (Corona-Fortini, p. 32); «è l’altissima concentrazione demografica, legata a un’inadeguata struttura abitativa, il nodo intorno al quale si dipanano i problemi che hanno fatto della provincia di Napoli quel modello di area degradata sul quale si è costruita l’immagine di città insostenibile» (Corona-Fortini, p. 33).

Il “piano Rastrelli “(1997) dal nome del Presidente della Regione Campania all’epoca in carica, prevedeva di «dotare la regione di 7 impianti di lavorazione dei rifiuti urbani tal quali, cioè, “trattamento meccanico-biologico” (TMB) al fine di estrarne due flussi di materia riutilizzabile: da una parte il cd. combustibile derivato da rifiuti (CDR) e, dall’altra, la frazione organica stabilizzata (FOS). La materia combustibile secca (CDR) avrebbe avuto come destinazione la termovalorizzazione in due impianti per la produzione di energia elettrica a ciò dedicati (Acerra e Santa Maria la Fossa). La FOS, invece, avrebbe dovuto essere utilizzata come materiale idoneo al riempimento di cave» (Corona-Fortini, p. 41), e non come erroneamente si pensa come fertilizzante compost in agricoltura. «La pianificazione regionale ipotizzava il fabbisogno di discariche solo per le frazioni residuali del trattamento meccanico-biologico e di quello termico dei rifiuti negli impianti di termovalorizzazione» (Corona-Fortini, p. 42). Il “piano Rastrelli” era decisamente innovativo all’epoca sia perché, primo al mondo, adottava un modello organizzativo unitario sia perché affidava «ad un unico soggetto industriale l’intera realizzazione del sistema impiantistico» (p. 46) ma sopratutto perché prevedeva «la pianificazione di un ciclo integrato dei rifiuti fondato sulla raccolta differenziata e sulla termodistruzione così come era previsto dal decreto Ronchi» (Corona-Fortini, p. 48).

«Dal processo di Trattamento meccanico-biologico (TMB) si estrae dai rifiuti trattati circa il 10% dei metalli, vetro e plastiche che sono inviate al riciclo. Tolto il CDR e la FOS resta, infine, una parte di rifiuti, chiamati “sovvalli” che non può avere altra destinazione che la discarica o l’incenerimento (Corona-Fortini, p. 43). Per ogni 100 t di rifiuto urbano consegnate a un impianto TMB si avranno circa 10 t di rifiuti da riciclare in impianti dedicati (metalli, plastiche, vetro), circa 15 t perdute in peso per effetto della stabilizzazione della frazione umida (evaporazione, sufflaggio), circa 30 t di combustibile (CDR) più o meno 30 t di FOS e 15 t di sovvalli non riciclabili, da bruciare o seppellire (Corona-Fortini, p. 44). Il processo di inertizzazione del FOS richiede almeno 4 settimane di giacenza della materia organica precedentemente triturata e vagliata in celle (…) il processo può essere aerobico o anaerobico, cioè con ossigeno o senza, può avvenire in ambiente umido o secco facendo uso o meno di acqua, con recupero di energia (biodigestione) o senza» (Corona-Fortini, p. 45) pur preservando una certa quantità di impurità che ne pregiudicano l’impiego al suolo.

In tutti paesi europei vi sono sistemi integrati per la gestione dei rifiuti che considerano il ruolo dei termovalorizzatori, «a Vienna ve ne sono ben 4 alimentando il riscaldamento di quasi tutta la città risparmiando un’immensa quantità di petrolio» (Corona-Fortini, p. 78). L’onere della raccolta differenziata degli imballaggi è posto a carico dei produttori mentre le imprese municipali gestiscono la rimozione e lo smaltimento dei rifiuti (Corona-Fortini, p. 78). Cosa si fa in Italia? Si risponde con le domeniche ecologiche, le targhe alterne, le ztl o addirittura i referendum contro la costruzione delle opere pubbliche (Corona-Fortini, p. 90). Male la magistratura che dopo una serie di inchieste (luglio 2007, maggio 2008 e giugno 2009) non ha risolto i problemi, perseguitando ingiustamente persone per scopi politici: «chi ha avuto una precisa cognizione della disgrazia incombente è stato Guido Bertolaso (…) che ha anche messo in temporanea sicurezza la regione grazie al fatto che si era circondato di professionalità adeguate» (Corona-Fortini, p. 117). Il vantaggio del porta a porta (PAP) è di aumentare sensibilmente la percentuale di raccolta differenziata ma non è indicato nelle grandi città dove è più complesso il riferimento urbanistico-sociale e meno efficace è la raccolta (Corona-Fortini, p. 124).

La costruzione del termovalorizzatore di Acerra ha richiesto uno sforzo titanico, non tanto per il reperimento dei finanziamenti, quanto per l’opposizione mostrata dalla popolazione locale: i comitati di quartiere, la lega dei sindaci, la commissione consiliare, la diocesi e le opposizioni politiche. Gli autori fanno notare che anche in altre grandi città europee vi furono movimenti di protesta come, ad es., a Isseane (Parigi) in Francia dove era in costruzione un nuovo termovalorizzatore. L’intento dei francesi, però, non era di sabotare il cantiere: dopo una fase di negoziato tra le parti è stato possibile ridurre la portata dell’impianto e apportare alcune modifiche al progetto. Se è vero che in Francia, rispetto all’Italia, c’è una maggiore consapevolezza dei vantaggi che derivano dalla termovalorizzazione, è anche vero che in Italia, e specialmente nel meridione, c’è una scarsa fiducia nelle istituzioni politiche, a causa di un disagio intellettuale e materiale «che sta a monte delle problematiche odierne sull’accettabilità di uno stabilimento industriale» (Corona-Fortini, p. 186).

Perché la Campania è la regione con le concentrazioni più alte di diossina? Secondo gli autori la colpa non è solo della criminalità organizzata (clan, rom e sen). La diossina è anche prodotta dalle cartiere per la fabbricazione della cellulosa oppure dalle pizzerie che hanno il forno a legna. In Campania, inoltre, la demonizzazione dei termovalorizzatori si è nutrita di superstizione, disinformazione, paura e panico. «Nel frattempo, ovviamente, in molti hanno tratto profitto dalle discariche illecite e dagli abbandoni illegali» (Corona-Fortini, p. 189). Dunque la criminalità organizzata è una conseguenza del problema dei rifiuti e non la sua causa. Già si è visto di come in Francia il processo di negoziato tra governo e popolazione è andato a buon fine perché si è concentrato sulle caratteristiche dell’impianto (norme di sicurezza e garanzie ambientali), mentre in Italia si continua inutilmente a discutere della qualità del rifiuto da trattare cioè «al cosa bruciare» (Corona-Fortini, p. 189) che riguarda «gli aspetti di funzionalità ed efficienza del ciclo, non certo la qualità e la quantità di sicurezza di un combustore» (Corona-Fortini, p. 189).

Su Acerra l’accanimento è stato tale da ridurne sensibilmente le potenzialità: «ci vorrà ancora del tempo prima che il termovalorizzatore raggiunga le sue massime potenzialità (…) ma non c’è dubbio che il contributo che già adesso l’impianto offre è consistente» (Corona-Fortini, p. 191). Al giorno d’oggi esistono delle associazioni (Nimby forum e Banana) che monitorano i conflitti locali di opposizione alle trasformazioni urbane, indipendentemente dalla presenza di seri movimenti di opinione, ad es., in Campania dal 2003 al 2004 si contarono decine di blocchi ferroviari, chiusura di scuole, mercati e uffici e l’imbottigliamento del traffico sulle principali arterie autostradali. Se in futuro si vorranno costruire nuovi impianti di smaltimento dei rifiuti, allora dovrà essere fatto sulla base di un progetto di comunicazione in modo da coinvolgere e stimolare la popolazione sulla base dei risultati già raggiunti nel presente: «la scommessa del sindaco Luigi de Magistris si gioca tutta su questo piano: incrementare la raccolta differenziata e il riciclaggio fino al punto di far bastare gli impianti esistenti per lo smaltimento dei rifiuti residui. Nessuno, infatti, mette più in discussione l’utilità del termovalorizzatore di Acerra» (Corona-Fortini, p. 258).

Fonti

Corona G., Fortini D., Rifiuti. Una questione non risolta, Roma, XL ed., 2010.

Francia C., Analisi dei costi degli impianti di trattamento dei RSU, Roma, Federambiente, 2000.

Guidotti GR., Produzione e gestione dei rifiuti urbani in Austria, Danimarca, Francia, Germania, Olanda e Svezia: rapporto di sintesi, Roma, Federambiente, 1997