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World social work day 2022

Webinar organizzato dall’Ordine degli assistenti sociali in collaborazione con la Diocesi di Napoli e la Regione Campania dedicato alla giornata internazionale del servizio sociale.

Introduce don Luigi Merola, fondatore del centro sociale “A voce de creature” che opera nel campo dei minorenni a rischio. La pandemia ha messo in discussione il tradizionale modo di lavorare. Non a caso il nuovo vescovo don Mimmo Battaglia ha invitato i sacerdoti ad essere “assistenti sociali” che non significa sostituirsi a loro ma essere di sostegno e aiuto. Lo scopo del webinar di oggi, come dice il titolo, p quello di “costruire un nuovo mondo” specialmente alla luce degli eventi bellici di questi giorni in Ucraina. La solitudine è la nostra debolezza, l’unione fa la forza. In Campania ci sono 20 mila unità tra polizia, carabinieri e guardiani di finanza il che lascia molto a desiderare sulla qualità della prevenzione. Bisogna costruire un “esercito” di assistenti sociali affinché la pace non sia solo uno slogan ma un obiettivo concreto per tutti.

Viene riprodotto un filmato con Annamaria Campanini, presidente dell’Associazione internazionale delle scuole di servizio sociale. Come può il servizio sociale a prendersi cura della pace se ciascuno di noi pensa solo a sé stesso? Se si costruisce anche nella formazione la cultura sulla competizione e non sulla cooperazione? È necessario essere consapevoli della nostra unicità ma anche del fatto che per realizzarci come persone dobbiamo metterci al servizio degli altri. I problemi ci consentono di allearci per raggiungere obiettivi più grandi, si costruisce insieme negoziando, anche imparando a “litigare” in maniera costruttiva senza prevaricare l’uno sull’altro. Le rivendicate identità nazionali rischiano di scivolare nel populismo. Se invece i capitali impiegati venissero riconvertiti in servizi sociali si potrebbe risolvere il problema della povertà nel mondo. Il processo per raggiungere gli obiettivi di sostenibilità aveva già subito un rallentamento per il covid-19 e non troverà uno sbocco dopo la guerra. La lotta alla povertà deve andare di pari passo con una strategia economica che vada a favore dell’istruzione, della salute e dell’inclusione sociale che richiama la nozione di “empowerment”. Si riflette sulla promessa di non lasciare nessuno indietro e su un mondo socialmente inclusivo in cui le visioni del mondo siano compatibili. Si insiste sul coinvolgimento di tutti gli attori che insieme agli assistenti sociali possono giocare un ruolo per ripensare le strategie di sviluppo e il modo in cui le politiche sono concepite e realizzate. Insieme a tali politiche, bisogna identificare e rimuovere le barriere che impediscono l’accesso alle risorse e sostenere i gruppi emarginati. Per fare ciò è necessario un forte impegno nella politica e nella costruzione della partecipazione democratica. Per tali motivi le reti hanno lanciato l’idea di un summit che si svolgerà nei mesi di giugno-luglio prossimi per costruire un dialogo fondato sui valori socialmente condivisi e offrirà una piattaforma comune per una dichiarazione comune che sarà consegnata all’Onu. Le iscrizioni sono già aperte online (newecosocialword.com).

Interviene Bruna Fiola, consigliere della Regione Campania, che discute una relazione sulle politiche sociali della Regione. Si sta lavorando sull’organizzazione dei servizi e delle cooperative per dare un futuro diverso alle nuove generazioni. Non è una questione di finanziamenti ma di organizzazione. I comuni dovrebbero iniziare dalla quota di compartecipazione degli ambiti, affidando i tavoli di concertazione a persone qualificate fino al punto di formulare un albo apposito di periti.

Interviene Filippo Santoro, tesoriere dell’Ordine degli assistenti sociali e presidente del Tavolo Giustizia, che esprime i saluti di rito del Consiglio nazionale. Il convegno di oggi serve a delineare un nuovo sistema di welfare che sta vivendo una fase di trasformazione. Se prima ci spaventavamo della riduzione dei budget degli enti locali per i servizi sociali oggi viviamo una situazione inversa in cui il nostro paese potrà beneficiare di una serie di finanziamenti (recovery plan) che dovrebbero essere stanziati per i servizi sanitari e sociali. Il Consiglio nazionale chiede di poter sedere a tutti i tavoli di concertazioni a livello politico e accademico e già nella legge di bilancio 2022 si parla di determinazione e implementazione dei livelli essenziali di assistenza e del rafforzamento dei servizi, ad es. un assistente sociale ogni 5 mila abitanti per arrivare a uno a 4 mila, il fondo di solidarietà comunale che consente alle amministrazioni più deboli di poter acquisire dei fondi per assumere a tempo indeterminato, il fondo povertà che consentirà di garantire l’assistenza alle fasce più estreme di bisogno. Un’altra iniziativa è la creazione delle “case di comunità” in cui l’ambito sanitario convive con quello sociale. Stiamo lavorando per un percorso a tappe con tutta la comunità professionale per essere protagonisti del cambiamento. Stiamo di fronte ad un nuovo “piano Marshall” che ci impone a riattivare le reti della governance e a interagire con la società civile per promuovere la partecipazione democratica dell’utenza e della cittadinanza.

Interviene Ermete Ferraro, già segretario della Lega degli obiettori di coscienza ed ex operatore della Casa dello scugnizzo, che discute una relazione sull’ecologia sociale per costruire un mondo più giusto, sostenibile ed eco-compatibile. Nella lingua italiana “cobuilding, cocostruire” sono termini che rimandano all’idea di modificare insieme un modello di sviluppo dal basso. Si tratta di un’impostazione non scontata né blasonata ma che deriva dal mondo anglosassone e che si sta inserendo in ritardo nel nostro paese. Si tratta di un mondo, quello anglosassone, che ha fatto scuola del capitalismo esasperato ma che ha saputo rimediare ai suoi errori. Un mondo fondato sull’individualismo difficilmente permette a tutti di realizzarsi perché elimina ed esclude altri. La conflittualità esiste ma può essere trasformata in risorsa. Un’azione del genere richiede attori plurimi, collegati da reti di partnerschip. Co-costruire un nuovo mondo che abbia un’impronta eco-sociale prevede azioni condotte a più livelli che colleghino gli interventi in ambito specificamente sociale ed assistenziale con quelli sul piano dell’istruzione, della salute e della tutela delll’ambiente. Co-costruire significa uscire dall’individualismo, dalla settorialità e dalla burocratizzazione del lavoro sociale, perseguendo l’impegno collettivo con la cooperazione, l’interdisciplinarietà, la progettazione comune degli interventi. Se è vero che nessuno si salva da solo è ancor più vero che nessuno può salvare o quanto meno aiutare gli altri se non insieme. L’ecologia sociale si fonda su una visione del mondo alternativa a quella dominante, che mette al centro lo sviluppo umano, l’interdipendenza, il decentramento, la democrazia, la cittadinanza, una tecnologia liberante ed una visione sociale del lavoro. In tal senso un’impostazione ecosociale deve tenere conto della sostenibilità degli interventi non solo come risposta di equità e solidarietà ai bisogni sociali e di prevenzione della marginalità ma anche come contributo al cambiamento degli stili di vita. Il pacifismo non può essere un opzione generica e moralistica ma è il frutto dell’integrazione delle dimensioni fondamentali della dignità umana: dinamismo, sviluppo e cultura. In questi giorni abbiamo scoperto che si può essere pacifisti inviando le armi in Ucraina oppure distinguendo tra immigrati cattivi (provenienti dall’Africa magrebina) e buoni (provenienti dall’Ucraina). Ci sono autori che dimostrano che negli ultimi cento anni le guerre sono state risolte al 60% con metodi non violenti. La scelta non è tra l’arrendersi al nemico o al fargli violenza ma tra l’ignoranza e il dialogo. Mario Borrelli diceva che la solidarietà di per sé è fuorviante perché si limita al rapporto tra pari mentre invece bisogna guardare a tutti i livelli, sia verticali che orizzontali. Dobbiamo superare l’idea di gerarchia perché nella “non violenza” non esistono vincitori né vinti ma persone che guardano avanti.

Reddito di Cittadinanza e assegno unico

Seminario organizzato dall’Università di Trento nell’ambito del Seminario sul lavoro, impresa e welfare nel XXI secolo.

Introduce Chiara Saraceno che tratta una relazione sul Reddito di cittadinanza e l’assegno unico. Si tratta di due istituti che meriterebbero un seminario proprio per ciascuno perciò in questa sede analizzeremo le criticità riscontrate nell’attuazione. Specialmente il RdC che è quello che ha subito più critiche e un forte ridimensionamento dal governo. L’assegno unico non partirà prima del marzo 2022 e quindi non ha dati che possono dire qualcosa sui suoi risultati eccetto l’assegno “ponte” del secondo semestre di quest’anno che pure è stato criticato da più parti. In comune c’è l’obiettivo redistributivo l’uno quantificato a livello amministrativo l’altro sulla base delle condizioni familiari. Si tratta di due strumenti innovativi tendenzialmente universali che sostituiscono le misure categoriali (assegno al nucleo familiare, assegno sociale, bonus bebè, varie detrazioni per i figli a carico, etc.) e le misure di sostegno al reddito per le categorie in estremo status di povertà. L’Italia viene tuttora da un sistema di welfare frammentato laddove la povertà è tipica di famiglie numerose con tre o più figli minorenni. Potrebbero essere considerati anche come complementari in quanto l’assegno unico può essere un modo per ridurre la povertà delle famiglie con tassi di povertà superiori ai tassi degli adulti e degli anziani perciò l’assegno per i figli può essere un elemento che serve a far uscire la povertà senza passare per i servizi. La povertà infatti è sottesa allo squilibrio tra reddito disponibile e numero di membri familiari. L’assegno unico in particolare viene da un percorso non facile, una legge presentata a marzo scorso che doveva incentivare l’occupazione delle madri anche se ogni misura legata alle condizioni economiche di fatto è un forte disincentivo ad un secondo reddito. Il decreto approvato a fine novembre doveva definire le norme di attuazione ma non è riuscito a trovare un compromesso tra la selettività e l’universalità redistributiva per cui si può parlare di una via di mezzo (universalismo temperato). Alcuni studiosi tra cui l’associazione Ariel hanno proposto un orientamento più spinto che in ogni caso non è messo in discussione perché supera la frammentazione preesistente come già detto. La legge non è esente da limiti: c’è un premio alla fecondità che parte dal terzo figlio e ciò può sembrare paradossale visto che in Italia il tasso di fecondità è sceso a 1,27; c’è un importo ridotto per i figli minori di 21 anni; ci guadagnano solo i lavoratori autonomi e incapienti; rimane aperta la questione del reddito al secondo percettore anche se entrambi i genitori lavorano. Sul Reddito di cittadinanza c’è stato un acceso dibattito e non è un caso che sia arrivato così tardi in un paese dove il salario minimo ha sempre avuto un a certa diffidenza specialmente dai più tradizionalisti che vedevano in questa misura un incentivo all’assistenzialismo. In Italia si è fatta difficoltà a riconoscere che la povertà fosse un problema non tanto alla mancanza di lavoro ma al disagio che c’è dietro e alla manovalanza della criminalità organizzata. Si tratta di una misura composita dotata cioè da un assegno economico e da altre misure di accompagnamento rivolto a persone in status di nullatenenza: è povero solo chi non riesce a consumare un paniere di bene essenziale (gli indicatori sono piuttosto frammentari suddivisi in 9 ambiti ciascuno per diverse ampiezze familiari e diversi contesti territoriali). Uno dei problemi del RdC è stato capire la differenza tra povertà assoluta e relativa in quanto il provvedimento iniziale era stato pensato per persone in cerca di occupazione a prescindere dalla situazione economica e non a caso era stato previsto un sistema di mediazione (navigator) per la ricerca di lavoro. In realtà per raggiungere tale sistema era stato previsto un finanziamento enorme (17 mila miliardi) che a causa dell’emergenza sanitaria non è stato possibile coprire perciò da una parte è stato ridotto l’importo specialmente per chi aveva la casa di proprietà e d’altra parte è stata introdotta una scala di equivalenza che penalizza le famiglie con figli minorenni (anche nell’Isee c’è la scala di equivalenza senza però raggiungere i criteri di squilibrio del RdC). Un altro limite è stato il requisito della residenza in Italia da almeno 10 anni il che ha escluso il 30% di poveri stimati in Italia. Il RdC è stato presentato come uno strumento di politica attiva del lavoro che però è improprio perché tra i percettori non ci sono solo coloro interessati a entrare nel mercato del lavoro e poi perché mancano ancora le competenze nei Centri dell’impiego per sviluppare tutto il sistema. Secondo i dati 2/3 dei beneficiari non sono occupabili nel breve termini sia perché sono cagionevoli sia perché l’emergenza sanitaria non consente un dispiegamento uniforme di forza lavoro. Accanto alle politiche attive del lavoro ci doveva essere anche un altro percorso coordinato e gestito dai servizi sociali territoriali diretto all’inclusione sociale per coloro che non possono essere assunti. Infine se si dovesse pensare a persone che rifiutano il lavoro, alcune norme disincentivano dal lavoro regolare specialmente per chi già lavora “a nero” (per ogni 10 euro che guadagna, 8 sono alienati dal RdC) e poi quando devono fare la rendicontazione (DSU) tutto viene ricalcolato secondo criteri amministrativi e non reali. La commissione governativa di proposta di modifica del RdC ha proposto di abbassare l’aliquota marginale che è poi sparita dalla finanziaria stessa. Oggi è passata l’idea di guardare all’Isee come strumento più equo in realtà contiene dei dati obsoleti ed inoltre è suscettibile di svalutazione da parte delle banche, es. chi ha non ha reddito ma gode di un certo margine di risparmio. Il governo chiede di spendere tutto il RdC nell’arco temporale del mese solare e ciò può sembrare paradossale in un tempo come quello che stiamo vivendo dove domina il risparmio perché alcune spese non cadono per ogni mese, es. un paio di scarpe per i figli. Qui c’è un problema morale e c’è chi pensa che chi non spende tutto poi non dimostra di essere così povero come sembra in realtà le politiche sociali dovrebbero incentivare al risparmio e non viceversa. La soglia di reddito al RdC e che definisce agli importi è uniforme per tutto il paese anche se il costo della vita è diverso da città a città. L’obiezione è che differenziare le soglie non consente di livellare le diseguaglianze, es. Milano e la Brianza. Inoltre se è vero che il costo della vita è più alto nel centro-nord, è anche vero che la distribuzione di beni pubblici (scuola, servizi sociali, ospedali, trasporti) è molto diversificata con picchi di inefficienza al sud. Segue dibattito:

La complementarietà tra AU e RdC: come vincere gli ostacoli per l’integrazione?

Queste due misure vanno nella direzione di un welfare universalista che in Italia gode di una lunga tradizione sebbene molto rimaneggiata negli ultimi anni dalle politiche di “austerity”. Anche nel caso dell’AU si esce da una frammentazione e da logiche contraddittorie che usavano il criterio del reddito per fini categoriali. Entrambe rappresentano delle buone soluzioni almeno in teoria inoltre l’AU in termini fiscali pone l’Italia in controtendenza rispetto a ciò che sta accadendo in Europa dove da trasferimenti diretti si è giunti ad un uso inflattivo di detrazioni fiscali che sono meno eque perché abbassano le aliquote. La legge istitutiva del RdC prevedeva inizialmente una certa varietà di obiettivi non tanto per contrastare la povertà ma per il sostegno all’occupazione delle categorie più deboli (neomamme, appena maggiorenni, etc.) nell’idea che il figlio è un valore aggiunto al bilancio familiare. Tutto sommato la scelta “universalistica” è salvaguardata anche nell’obiettivo di valorizzare il tasso di prolificità della popolazione e non solo nella redistribuzione della ricchezza.

La scala di equivalenza è la stessa dell’Osce? Come superare il problema della standardizzazione degli indicatori?

Tra le due scale (0,3 e 0,2) c’è solo apparentemente una certa somiglianza ma in realtà c’è molta differenza per gli utenti dei servizi che devono affrontare la quotidianità. Il livello di copertura finanziaria non consente di scremare l’importo anche perché il sistema italiano è più favorevole a proteggere le famiglie con adulti anziani a carico mentre danneggia le madri che lavorano. I motivi di esclusione riguardano il reddito, il risparmio e le proprietà immobiliari. L’Osce ci chiede di approvare una ricerca dell’impatto delle misure sulla popolazione ma se vediamo le prese in carico dei Centri per l’impiego si scoprono cifre irrisorie il che ci fa dubitare non tanto se le persone hanno trovato lavoro o meno ma che addirittura non siano state profilate a livello statistico-metodologico. I famosi Progetti di utilità collettiva (Puc), che dovrebbero riguardare sia i lavoratori che i fuoriusciti, sono stati definiti inefficaci perché solo il 37% dei progetti è stato finanziato.

Il RdC è stato tacciato di assistenzialismo, cosa sappiamo delle misure di universalità a fondo perduto?

Il requisito di universalità non risolve il problema della povertà perché offre solo una quota sganciata dalla realtà del bisogno che varia da persona a persona. Da una parte ridurrebbe l’integrazione del reddito ma non risolverebbe il problema della spesa effettiva.

Calcolando le soglie differenziate, la distribuzione del rischio ne risente?

Non è solo un problema delle diversa dotazione di beni pubblici perché non interviene nella quota base di RdC che di fatto è altissima laddove le Regioni possono integrare sia in termini di accesso che di importo, es. in Germania l’integrazione è applicata al canone di locazione mentre in Spagna fanno solo integrazioni sul reddito.

In che modo il fattore Covid come può condizionare le politiche di sostegno al reddito?

I fautori del RdC si proponevano di trovare una soluzione ad una scala di equivalenza che danneggiava i minorenni ma in realtà il RdC è aggiunto al reddito a prescindere da chi è nullatenente. Se il RdC deve garantire il soddisfacimento dei bisogni non si capisce del perché dovrebbe essere tolto a chi già gode di un certo reddito. Se l’AU funzionerà, lo sarà per chi riesce a entrare nel mercato del lavoro mentre chi ne esce, perché malato o invalido, rimarrà povero per sempre.

Approfondimenti

Pacifico D., Assegno unico per i figli molti guadagnano pochi perdono
https://www.lavoce.info/archives/91310/assegno-unico-per-i-figli-molti-guadagnano-pochi-perdono

Storia economica d’Italia

Mario Romani, Storia economica d’italia nel secolo XIX 1815 – 1914 con una scelta di testi e documenti, Introduzione e parte prima, Milano, Giuffrè editore, 1970. Brani scelti

La situazione economica dopo il Congresso di Vienna (1815)

Tra le prime, mentre quella del cotone (esaltata dalle eccezionali circostanze del blocco) interessa il Regno di Napoli e la Sicilia (Niccoli V., Saggio storico e bibliografico dell’agricoltura italiana dalle origini al 1900, Torino, 1902, p. 217), quelle della canapa e del lino hanno una diffusione più ampia; come, tra le seconde, olive e agrumi in rapporto a viti e gelsi. Ma se la coltivazione delle olive, molto importante in Toscana, in Puglia e nelle Calabrie, in queste ultime zone malgrado l’abolizione della feudalità dei trappeti versa in difficoltà per gli ostacoli alla esportazione dell’olio (Ricchioni V., Un pioniere « forestiero » del risorgimento agrario meridionale, in Id., Studi storici di economia dell’agricoltura meridionale cit., pp. 135-136. Per una comunità calabrese, ved. Assante F., Calopezzati. Proprietà fondiaria e classi rurali in un comune della Calabria 1740-1886, Napoli, 1964, p. 86 e per difficoltà precedenti, ved. Lepre A., Una crisi olearia verso la fine del Settecento, in Id., Contadini, borghesi ed operai nel tramonto del feudalesimo napoletano, Milano, 1963, pp. 241-268), l’agrumicoltura nel Sud, specie in Sicilia, si trova in fase di espansione, anche a scapito della viticoltura (Demarco D., Il crollo del Regno delle due Sicilie cit., p. 19). Quest’ultima, però, ha un’importanza generale ben maggiore, assolvendo dalle zone di montagna a quelle di pianura, dalle Alpi alla Sicilia, un compito primario, sia per il diretto consumo che per il mercato, e trovandosi a poter beneficiare in modo notevole della posizione di avanguardia raggiunta dalla Francia scientificamente e tecnicamente nel campo viticolo ed enologico (V. Ghisleni P.L., Le coltivazioni e la tecnica agricola in Piemonte dal 1831 al 1861, Torino, 1961, pp. 145-146 e Romani M., L’agricoltura in Lombardia dal periodo delle riforme al 1859 cit., p. 227). Anche se viene praticata con grande prevalenza non in forma specializzata ma promiscua e se i rapporti più diffusi tra proprietari e contadini non inducono questi ultimi a considerare vantaggiosi gli sforzi per il suo miglioramento, il prodotto che se ne ottiene si colloca in tutta la Penisola molto vicino al frumento per l’ampiezza degli sbocchi (Berengo M., L’agricoltura veneta cit., pp. 291-292 e 300-301). Piuttosto diversa la posizione della gelsicoltura, che, mentre regge bene in complesso sulla spinta di una tendenza espansiva già in atto da parecchi decenni nel Nord e nel Centro, è in crisi nel Napoletano, nel Molise, in Puglia, nelle Calabrie, ossia nelle zone più interessate del Regno meridionale (Lo Re A., Sunto storico della agricoltura italiana, Foggia, 1902, p. 138). Il problema dei foraggi restando il problema principale di tutte le agricolture in questione (con la solita eccezione delle aree irrigue e con quella delle zone di montagna ricche di pascoli), non vi può trovare gran posto l’allevamento del bestiame. Nella già ricordata inchiesta statistica napoletana del 1811 alla voce “Pastorizia” si chiede: «Se la pastorizia si esegua in prati colti o incolti; in questo ultimo caso se sia errante o promiscua, o in terreni chiusi e terminati. … Se la pastorizia sia di sussidio all’agricoltura o pure di nocumento, riguardata sotto tutti gli aspetti; e quale reciproco rapporto siavi tra queste due industrie » (Ricchioni V., La statistica del Reame di Napoli del 1811 cit., p. 104). p. 26

Allevamenti e pascoli

Così non solo il bestiame bovino è quanto mai scarso, ma è considerato un male necessario per le esigenze del lavoro campestre ed un vero e proprio salto di qualità separa le aree irrigue padane dalle altre, oltre che pei metodi (Il caseifìcio o la fabbricazione dei formaggi, Memoria teorico-pratica, Milano, 1837, p. 59), per il significato economico ed agronomico dell’attività, non concepita a sè stante, bensì completamente integrata con lo sfruttamento del seminativo per esaltarlo e per arricchire di una vasta gamma di prodotti le possibilità dei poderi. Naturalmente diverso per le minori difficoltà di alimentazione (trascurando gli equini ovunque del tutto al margine) lo stato degli ovini, allevati secondo i tre tipi, stanziale, in prevalenza nelle colline; semi-stanziale, nelle pianure; transumante, dove lo sverno nelle pasture salde di pianura si combina col pascolo estivo alpino od appenninico. Se il Regno di Napoli (Puglie, Abruzzi, Basilicata) gode in proposito di una preminenza ampiamente collegata al regime colturale poco intensivo, altrove la pecora comincia però ad apparire in contrasto con i presupposti stessi del progresso agricolo, come in Piemonte, in Lombardia, nel Veneto, dove tuttavia falliscono gli sforzi per la propagazione del tipo “merinos” importati dalla Spagna anche pel miglioramento delle pecore indigene, sforzi effettuati nel quadro di una visione integrata dell’allevamento (V. Dandolo V., Del governo delle pecore spagnole e italiane e dei vantaggi che ne derivano, Milano, 1804, pp. 11-13 e Id., Sulle cause dell’avvilimento delle nostre granaglie e sulle industrie agrarie riparatrici dei danni che ne derivano, Milano, 1820, pp. 220-223; cfr. Bulferetti L., L’origine delle « ispane agnelle » introdotte da V. Dandolo in Lombardia, in AA.W., Scritti storici e giuridici in memoria di Alessandro Visconti, Milano, 1955. Per il Veneto: Berengo M., L’agricoltura veneta cit., pp. 332-334). Per converso, come per la coltivazione dei gelsi, ritorna molto più favorevole al Regno italico, al Piemonte, alla Toscana, la situazione della bachicoltura, perfettamente inserita nel tipo prevalente di impiego di quelle terre asciutte e ben più in grado della bachicoltura meridionale di far fronte ai nuovi rapporti venutisi a creare col mercato francese: la produzione dei bozzoli vi appare in aumento (Romani M., L’agricoltura in Lombardia dal periodo delle riforme al 1859 cit.. pp. 44-45 e Bulferetti L., L’economia del Piemonte nel periodo napoleonico cit., p. 320; Bulferetti L., Luraghi R., Agricoltura, industria e commercio in Piemonte dal 1790 al 1814 cit., pp. 53-58 e app. F, p. 108) e si può ben pensare (parafrasando un poco il Tarle) che i produttori, pur non traendone grandi vantaggi aggiuntivi, non la realizzino a loro grande e crescente discapito (sulla crisi del setificio italico sotto Napoleone conclude il Tarle: «I fabbricanti di seterie… ne soffrivano in maniera speciale senza che d’altra parte i produttori della materia prima ne traessero grandi vantaggi; in realtà, quando l’imperatore proibiva l’esportazione della seta greggia italiana in paesi stranieri all’infuori della Francia, gli industriali francesi, divenuti padroni del mercato, ne profittavano per far ribassare i prezzi a loro piacimento» v. La vita economica dell’Italia nell’età napoleonica cit., p. 379; Romani M., L’economia milanese nell’età napoleonica, in AA. W., Storia di Milano cit., v. XIII, 1959, p. 367). pp. 27-28

Industria tessile

Da una attività agricola così vasta e varia, ma soprattutto esercitata con metodi, tecniche, risultati agronomici ed economici tanto diversi pur nel confermato e generalizzato ordinamento proprietario individuale, fluiscono accanto alle derrate consumabili e commerciabili immediatamente o previo esercizio di lavorazioni effettuate nell’ambito delle strutture rurali (grani, risi, vini, olii, agrumi, latticini), prodotti (lini, canapa, lane, bozzoli, pelli) che, oltre ad essere oggetto di trasformazione ed impieghi diretti domestico-rurali, sostengono attività autonome di trasformazione, tra le quali, come s’è già notato, dominano quelle tessili ed in particolare il setificio e il lanificio. Molto sviluppato il primo specie per le prime fasi della sua tecnologia (trattura, ossia ottenimento del filo grezzo; filatura e torcitura, ossia ottenimento del filato per la tessitura) nei dipartimenti lombardi del Regno italico e in quelli piemontesi annessi all’impero, ma condizionato nello sbocco dalla tessitura francese, non registra miglioramenti, alTini’uori di quello rappresentato dall’accoglimento del sistema Gensoul di riscaldamento col vapore dell’acqua nelle bacinelle di trattura (in luogo del fuoco diretto tradizionale), sistema importante, però, agli effetti della definitiva conferma del carattere autonomo, di fabbrica, anche della trattura della seta (V. Bulferetti L., L’economia del Piemonte nel periodo napoleonico cit., p. 321).
In posizione relativamente migliore, il lanificio, per il significato non solo civile ma anche militare dei suoi prodotti, oltre alle localizzazioni venete e toscane vede affermarsi in modo particolare quelle biellesi, bergamasche, bresciane, rifornite dalle lane di Puglia e del Lazio. Canapa e lino, invece, sono in generale in condizioni di molto maggiore arretratezza, sia per la filatura che per la tessitura, esercitate nella forma del lavoro a domicilio. Anche il cotonificio, pur sollecitato dal Sud al Nord dalle conseguenze della politica di blocco, non manifesta mutamenti in quel senso. Tuttavia in qualche ambiente, come in vai d’Olona nell’alto milanese, gli sforzi non privi di qualche precedente per introdurre i nuovi congegni per la filatura meccanica (sforzi incoraggiati anche dal Governo italico a partire dal 1810) se non portano a successi immediati, alimentano una tendenza che non tarderà a recare buoni frutti (cfr. Bondioli P., Cotonificio di Solbiate, Milano, 1940, pp. 47-49 e Romani M., L’economia milanese nell’età napoleonica cit., pp. 370 e 383). p. 28

Industria mineraria

Senza dimenticare le varie manifatture del legno per costruzioni civili, per attrezzature domestiche, pei mezzi di trasporto terrestri e marittimi, come le concerie e i lavori di cuoio e pelli, le manifatture di materiali edilizi, di stoviglie, di vetri, quelle della carta, dei generi alimentari, sparse un po’ dovunque, per completare il quadro della produzione non agricola principale, manca solo un cenno alle attività di trasformazione dei minerali. Tra queste, quella delle ferriere risalta, si è osservato, nelle circostanze create dall’egemonia francese, per il suo vigore, che si riscontra in tutti i punti-chiave tradizionali: non solo gli impianti lombardi e valdostani, ma anche l’arco dei liguri, dei toscani e dei calabresi. Nel Regno di Napoli, oltre al pieno sfruttamento del minerale locale, si ricorre anche alla importazione del minerale elbano. I vantaggi della metallurgia, però, sono strettamente legati al favore tutto particolare di cui godono le tradizionali manifatture d’armi e non si traducono in sostanziali progressi tecnico-organizzativi (Frumento A., Imprese lombarde nella storia della siderurgia italiana cit., pp. 27-29). Su di un piano ben diverso, perchè di rilievo quasi esclusivo per la Sicilia, si appresta infine a far fronte alle nuove richieste scaturenti dalle applicazioni della “nuova chimica” lo sfruttamento dei terreni solfiferi (Squarzina F., Produzione e commercio dello zolfo in Sicilia nel secolo XIX, Torino, 1963, pp. 21-22).
In tali condizioni d’insieme, con gli interessi commerciali sconvolti dai continui colpi di testa politici e militari e dallo spirito di speculazione fiorito tra i generali divieti e contrabbandi, con le risorse finanziarie rese più che mai prudenti nei confronti di ogni impiego non terriero e non edilizio (una riprova si ha nel naufragio del tentativo di istituire nel Regno italico una “Banca di circolazione”, tentativo ricostruito da Bachi R., Una pagina di storia bancaria italiana; Tentativi di Giuseppe Prina per l’istituzione di una banca d’emissione nell’Italia napoleonica, in «Rivista di storia economica», II, 1937, n. 3), le economie della Penisola (ben diverse pur nella sostanziale omogeneità di struttura e di orientamenti), nella certezza di finirla con le preoccupazioni derivate dai sogni napoleonici, si dispongono a riprendere in pace il cammino dell’espansione agricola (L’espressione è del diarista milanese Mantovani, cfr. Romani M., L’economia milanese nell’età napoleonica cit., p. 389). p. 29

Altre fonti

Oltre ai contributi già citati, si vedano su questi anni (1800-1815) i seguenti: Barbero G., La vita economica del dipartimento dell’Agogna durante la dominazione napoleonica, in « Bollettino storico per la provincia di Novara», XLII (1951); Boccolari G., Aspetti dell’industria e del commercio a Modena dall’età napoleonica al 1859, in AA.VV., Aspetti e problemi del Risorgimento a Modena, Modena, 1963; Bulferetti L., L’economia piacentina nel periodo napoleonico, in « Studi parmensi », IX (1959), I; Caldora U., Calabria napoleonica (1806-1815), Napoli, 1960; Ciano C., La vita agrìcola e le culture sotto il Dipartimento del Mediterraneo (1808-1814), Milano, 1960; Cassese L., La «statistica» del Regno di Napoli del 1811. Relazioni sulla provincia di Salerno, Salerno, 1955; Corsini C.A., Aspetti demografici deU’Italia nel periodo napoleonico: la mortalità infantile, in c Genus », XXII (1966), n. 1-4, pp. 185-223; Cuccoli M. P., Artigiani, commercianti ed industriali a Bologna nell’età napoleonica, in « Bollettino del Museo del Risorgimento » di Bologna, V (1960).

L’agricoltura a nord e a sud

Di fronte a un equilibrio tanto stabile da non essere nel suo insieme neppur sfiorato da apprezzabili motivazioni al cambiamento, pur negli intensi, continui contatti coi principali paesi europei ormai in piena crisi di struttura, il pensiero corre spontaneo alle condizioni del suo permanere rappresentate dalle possibilità di consumo globalmente offerte e, più in generale, dalle condizioni di vita e di lavoro dei ceti popolari che lo sostengono. Nessun dubbio, malgrado gli ostacoli insormontabili che lo stato delle fonti oppone ad una valida e generale quantificazione, sulla grande prevalenza in questi ceti dei rurali in senso stretto, ossia degli addetti ai lavori agricoli ed alla pastorizia: secondo una statistica del 1824 relativa alla parte continentale del Regno delle due Sicilie, su cento maschi adulti (esclusi gli abitanti di Napoli, il clero, i militari e i puri possidenti) circa 85 erano addetti a tali attività (Petroni R., Censimento ossia Statistica de’ Reali Domini di qua dal Faro del Regno delle Due Sicilie, Napoli, 1826, cit. in Galasso G., Lo sviluppo demografico del Mezzogiorno prima e dopo l’unità, in Id., Mezzogiorno medievale e moderno, Torino, 1965, p. 313 e tab. 2, p. 420), la stessa percentuale stimata per il gruppo dei dipartimenti lombardi del Regno italico circa un ventennio prima e non certo mutata se Carlo Cattaneo nel 1836 la calcolava, sui dati della statistica ufficiale, nell’83% (Romani M., L’agricoltura in Lombardia dal periodo delle riforme al 1859 cit., p. 13 e note ivi). Nessun dubbio, pure, sulle condizioni di estrema miseria in cui queste masse contadine vivevano, in forza dei regimi fondiari e dei contratti agrari prevalenti, sia nelle zone di “piccola” che in quelle di “grande” coltura: dal contadino piccolo possessore, al mezzadro, al piccolo affittuario o subaffittuario, a quelli titolari di rapporti misti di affitto con canone in natura e partecipazione per alcuni prodotti, ai salariati fissi o agli avventizi, tutti riuscivano a stento a trarre dal loro lavoro di che alimentarsi scarsamente e malamente vestirsi ed abitare, oberati in continuità dalla posizione debitoria verso il padrone o dalla impossibilità di ottenere una occupazione ed un guadagno non saltuari. Le carestie degli anni 1816-1817 e la discesa seguente dei prezzi dei prodotti più importanti rivelano, col loro inevitabile incidere diretto ed indiretto (le rendite che diminuiscono, la necessità di svendere, i canoni in natura che aumentano, l’appesantimento delle clausole contrattuali, le anticipazioni che non si fanno, la caduta della domanda di giornate lavorative) la gravità di una situazione senza margini già accettata da tempo come parte dell’equilibrio generale o insorta più di recente in termini accentuati (v. Demarco D., Il crollo del Regno delle due Sicilie, pp. 124-133). pp. 55-56

Il nord

Il panorama che lo stato degli studi e delle fonti rende quanto mai arduo precisare, rivela desolanti tratti comuni, sia quanto al livello ed alla qualità dei consumi alimentari, che dei consumi essenziali di altra natura. Le malattie sociali come la pellagra colpiscono con intensità maggiore in Lombardia (Strambio G. jr., La pellagra, i pellagrologi e le amministrazioni pubbliche. Saggi di storia e di critica sanitaria, Milano 1890, pp. 540 sgg. V. anche Cherubini F., Considerazioni agrario-statistiche sulle cause rimote probabili della pellagra, in «Rivista Europea», Milano, 1846, 2° sem., pp. 426 sgg. e bibl. ivi), l’esposizione degli infanti legittimi appare in crescita (Secondo il medico Andrea Bufifini (specialista in materia avendo diretto la casa dei trovatelli in Brescia e la Pia Casa degli esposti di S. Caterina alla ruota in Milano) su 100 entrati in quest’ultimo ospizio, o per mezzo del « torno » o per diretta presentazione, il numero dei legittimi nel periodo 1830-1843 passa da 63 a 71 all’anno, con una continua crescita: Ragionamenti storici economico-statistici e morali cit., I, app. tav. XXIII e p. 145), l’accentuarsi dell’endemico scarso rispetto della proprietà altrui, porta in primo piano la pratica dei furti campestri, estrema manifestazione di resistenza contro l’affermarsi dell’individualismo agrario. Riferendosi alla Lomellina (provincia di Pavia), un socio dell’ « Associazione agraria » di Torino, Giovanni Josti, scriveva nel 1844: «Perchè l’agricoltura fiorisca in un paese, chi semina deve essere sicuro di raccogliere. Le grandi proprietà concentrate si difendono, ma le piccole sono preda di un barbaro vandalismo, e vi hanno Comuni dove non si pianta più per disperazione, e dove non si semina, o si raccoglie immaturo per tanto disordine. Noi tutti conosciamo la grandezza di questo disordine. Qui non ha luogo l’iperbole. Bisogna avere il coraggio di confessarlo; sappialo il governo, sappianlo i Comuni, sappialo il popolo, che il disordine sociale eccede la misura e che un simile stato di cose non può durare » (Josti G., Dello stato attuale dell’agricoltura in Lomellina, in « Gazzetta della Associazione agraria», Torino, II, 1844, n. 25, p. 210). p. 76

Il sud

« I contratti di migliorìa, coi quali fu attuata la trasformazione in agrumeti di molti terreni incolti o malcoltivati, erano quasi sempre molto pesanti per i contadini. In Calabria questo contratto durava in genere otto anni: nei primi tre il colono non pagava fitto o ne pagava uno bassissimo, aveva l’obbligo di piantare gli alberi e, in attesa che questi crescessero, viveva degli ortaggi che riusciva a coltivare temporaneamente nel fondo; negli anni successivi pagava un fitto in danaro, in natura o misto, alla fine restituiva il fondo al padrone e riceveva in cambio soltanto una frazione (in genere un terzo) della differenza tra il prezzo di stima del fondo prima del miglioramento e quello del fondo migliorato. Ma poiché quasi sempre durante gli otto anni il proprietario aveva dovuto fare al colono delle anticipazioni per l’acquisto di piante, di concime, o di altre cose necessarie per la coltivazione o per la vita del colono e della sua famiglia, avveniva che alla resa dei conti il proprietario stesso si compensasse detraendo le somme prestate, aumentate di elevati interessi, dalla somma dovuta al contadino per il miglioramento; perciò spesso restava ben poco al colono dopo otto anni di duro lavoro, mentre il padrone riceveva con poca spesa una proprietà grandemente aumentata di valore. Ancora più esteso era il contratto detto a godimento, molto diffuso in Terra di Bari, soprattutto nelle zone pietrose delle Murge. Esso durava dieci anni ed era caratterizzato dal fatto che il colono aveva l’obbligo di piantare olivi, viti e mandorli senza dovere alcun fitto al proprietario; alla fine, cioè proprio quando una parte delle piante cominciavano a rendere, il colono, che durante dieci anni aveva curato faticosamente la loro crescita sostenendosi a malapena col magro rendimento dei legumi o dei cereali coltivati fra gli alberi, doveva restituire il fondo al padrone, senza alcun compenso per il notevolissimo miglioramento apportato » (Candeloro G., Storia dell’Italia moderna cit., II, p. 315). p. 76

Lo sfruttamento della manodopera a nord e a sud

Mentre dal Piemonte all’Emilia queste preoccupanti espressioni di un disagio profondo si riteneva fossero per lo più collegate al diffondersi della “grande” coltura a conduzione proprietaria o con affitto a puro imprenditore ed impiego di mano d’opera salariale stabile ed avventizia, diffusione che rendeva evidente in concreto (liberando mano d’opera) il disimpiego di forza di lavoro occultato dalle varie forme semplici e miste di mezzadria e di piccolo affitto (Prato G., Fatti e dottrine economiche alla vigilia del 1848 cit., pp. 335-339. Per la questione nel Modenese, Poni C., Aspetti e problemi dell’agricoltura modenese cit., pp. .166-169; nel Bolognese, Poni C., Carlo Berti Pichat e i problemi economici e sociali delle campagne bolognesi cit., pp. 749-771 e Demarco D., Il tramonto dello Stato pontifìcio cit., pp. 58-59), in altri Stati lo stesso disagio si rivelava con prevalenza in altre forme, dominate dalla ancor vicina rottura dell’equilibrio fondiario-agrario di sfruttamento collettivo e dalle sue conseguenze pei contadini, nell’ambito della stazionarietà tecnico-produttiva prevalente. Per la stessa pianura lombarda (certamente non interessata a processi nuovi di diffusione della grande coltura) scriveva nel 1851 Stefano Jacini: «Tutta la Lombardia piana, specialmente ad oriente dell’Adda, è talmente colpita di questa calamità (i furti campestri), che, se si potesse esprimere con cifre la gravezza del male prodotto alla proprietà fondiaria da ciò, sembrerebbero incredibili. La foglia dei gelsi, il grano turco vicino a maturanza, la legna, l’erba dei prati, si considerano in molti territorii come perduti per metà dagli agricoltori a cagione dei furti. … Come mai basterebbero ad impedirlo pochi gendarmi e poche guardie comunali? In alcuni villaggi poi i furti campestri sono appena considerati come trasgressioni, e non ne fanno mistero nemmeno i colpevoli. Molti dei quali del resto in ogni altra cosa agiscono onestamente ». E in relazione al provvedimento del 1839 per l’alienazione dei terreni comunali nella zona di montagna : « Alcuni Comuni lo interpretavano male, o prendevano risoluzioni atte a renderne impossibile la vera applicazione; altri minacciavano di resistere perfino colla forza all’innovazione e si dichiaravano disposti ad incontrare qualunque calamità, piuttosto che a desistere dalle secolari consuetudini. … sembrava a quei valligiani che d’allora in avanti sarebbe stata tolta la concimazione ai loro campicelli, che essi non avrebbero più trovato foraggio per il loro bestiame in quei luoghi in cui, per essere le malghe affittate regolarmente ai mandriani, non rimane disponibile che il pascolo nei boschi. £ Si vendano pure i fondi comunali, dicevano essi, noi avremo il diritto di rubare la legna’» (La proprietà fondiaria cit., pp. 95 e 164-165). Nel Regno delle due Sicilie: « Le condizioni dei contadini, soltanto apparentemente migliorate dopo le prime quotizzazioni demaniali, sono peggiorate …: non adottato alcun provvedimento per affrontare le conseguenze derivate dalla limitazione dell’esercizio degli usi civici e per mettere i quotisti assegnatari nelle condizioni di coltivare le terre loro assegnate, si sono consentiti gli abusi dei ricchi galantuomini i quali, ricorrendo ad ogni mezzo, continuano, prepotentemente, ad accrescere i propri beni fondiari … Costretto a vivere una vita precaria, fatta di stenti e di apprensioni continue, ed impotente ad opporsi al sistema che caratterizza la vita economica e sociale …, il contadino, “avvilito sotto il peso della fatica e della miseria, è naturalmente spinto a gittarsi nel vizio per sopravvivere ai bisogni suoi e della sua famiglia” (Delle cose esposte da alcuni Intendenti delle Province del Regno di qua dal Faro ne’ discorsi tenuti ai Consigli Provinciali dell’anno 1837, in « Annali civili del Regno delle Due Sicilie », LXXI, settembre-ottobre 1837, pp. 8 ss). Prostrato da questo inumano sistema di vita, continua ad illudersi che soltanto il possesso della terra potrà migliorare le sue condizioni ed anziché pretendere migliori condizioni sociali che valgano a modificare quel sistema … aspira soltanto a divenire proprietario di quelle terre che l’avidità dei galantuomini gli ha sottratto e che non sarà mai nelle condizioni di conservare e di far produrre » (Pedio T., Contadini e galantuomini nelle provincie del Mezzogiorno d’Italia durante i moti del 1848, Matera, 1963, pp. 36-41). pp. 77-78

Lo sfruttamento della manodopera/2

Della tremenda capacità di blocco d’ogni sostanziale miglioramento agricolo insita in un simile stato di cose, si sono già avute in precedenza le prove in termini di produzione e di rendimenti unitari. Contadini e galantuomini (liberali) in radicale conflitto per la mera appropriazione dei suoli, senza risorse da investire o senza volontà di investirle e senza competenza per rendere più feconde le combinazioni produttive; proprietari tra i più avveduti che si limitano ad individuare in una ambigua restaurazione mezzadrile il rimedio principe al disimpiego del lavoro contadino (una restaurazione di quella mezzadria che altri avvedutissimi proprietari considerano ostacolo oggettivo all’aumento dei rendimenti ed alla riduzione dei costi unitari non più procrastinabili); proprietari dello stesso tipo che nel cuore delle aree di maggiore accumulazione (dove la natura dei patti agrari e la densità della popolazione rurale consentono un radicale sfruttamento della mano d’opera) non prestano la minima cura alle voci autorevoli che da tempo invocano riforme nei patti più in uso in nome di una ben intesa (e quindi non solo a breve andare) convenienza agronomica ed economica della proprietà terriera: da una sterilità simile di atteggiamenti certo sul piano economico-produttivo non può scaturire che il più o meno facile seguito delle ben diverse attitudini dei suoli di cui si è detto ripetutamente. Ma anche in termini economico-sociali le conseguenze di tali atteggiamenti si rivelano quanto mai negative. p. 78

Le rivolte contadine a nord e a sud

Mentre i singoli mercati interni continuano ad essere caratterizzati dalla stazionaria produttività e dal vuoto della domanda contadina, mentre la domanda estera continua a dominare il quadro complessivo degli sbocchi, i rapporti tra i gruppi che prevalgono nelle singole società in posizione egemonica ed in posizione subalterna, proprietari e contadini, tendono a deteriorarsi, avviando un processo non destinato a rapido esaurimento. Se continuano, anzi se si intensificano gli interventi di beneficenza sia sul piano delle idee (Cossa L., Saggio di bibliografia delle opere economiche italiane anteriori al 1849 sulla teoria della beneficenza, in Id., Saggi bibliografici di economia politica, Bologna, rist. 1963, pp. 97-102) che su quello dei fatti, si profila nel Regno delle due Sicilie una crescente partecipazione delle plebi rurali, per fini di mera sovversione dell’ordine proprietario ai moti che altri promuove per aspirazioni di rivolgimento politico ben lontane dalla comprensione contadina (Francovich C., L’azione rivoluzionaria risorgimentale e i movimenti delle nazionalità in Europa prima del 1848, in AA. VV., Nuove questioni di storia del risorgimento cit., I, pp. 504-506 e Ip., Il dibattito storiografico intorno alle correnti socialiste del Risorgimento, in AA. W., Il movimento operaio e socialista. Bilancio storiografico e problemi storici. Atti del Convegno promosso da « Mondo operaio », Firenze, 1963, Milano, 1965, p. 74. Sugli italiani che tra il Sette e l’Ottocento elaborarono proposte di riforma sociale incidenti nell’ordine proprietario v. Cantimori D., Utopisti e riformatori italiani. 1794-1847, Firenze, 1943, pp. 19-20; Bulferetti L., Socialismo risorgimentale, Torino, 1949, pp. 73 sgg.; nonché le notizie raccolte nell’app. A, “Le idee socialiste in Italia fra il 1815 e il 1860” di Salvemini G., Mazzini, in Id., Scritti sul Risorgimento, a cura di P. Pieri e C. Pischedda, Milano, 2a ed., 1963, pp. 241-245 e Berti G., La dottrina pisacaniana della rivoluzione sociale, II, in « Studi storici », I, 1959-1960, n. 2, pp. 303-308); assume forme violente il vagabondaggio nelle campagne bolognesi (Poni C., Carlo Berti Pichat e i problemi economici e sociali delle campagne bolognesi cit., pp. 751-755. Dal 1843-1845 sono i moti di Romagna e di Rimini, con bande armate che battono le campagne. Sull’indifferenza rurale verso quelli di Parma del 1831, Spaggiari P.L., Problemi dell’agricoltura e commercio dei grani negli Stati Parmensi nella prima metà dell’800 cit., p. 355); in Lombardia i tumulti annonari del febbraio 1847 rivelano ai sorpresi e preoccupati possidenti elementi di turbamento della facile prosperità agricola ai quali non si era mai voluto pensare (il riferimento è ai moti del 1846 dei contadini ruteni contro i feudatari polacchi, sfruttati dal governo di Vienna contro le aspirazioni nazionali di questi ultimi). pp. 78-79

La lotta di classe a nord e a sud

Questo delicato stato di cose non manca di rendere carica di ambiguità la condotta e la partecipazione dei due ceti nella grande crisi politica del 1848, sia nel Mezzogiorno che in Lombardia (Della Peruta F., I contadini nella rivoluzione lombarda del 1848, in « Movimento operaio », V, 1953, n. 4, pp. 525-575. Ivi, pp., 574-575), come non manca di accentuare quotidianamente l’avversione delle popolazioni di campagna verso i soli aspetti della vita pubblica e dell’ordinamento politico che sono capaci di sollecitare le possibilità di comprensione di quel mondo: gli arcaici tributi che lo colpiscono, dall’imposta personale (su questo tributo che colpiva gli abitanti dei comuni, non soggetti ai dazi di consumo, del Lombardo-Veneto tra i 14 e i 60 anni solo ai salariati della bassa pianura lombarda era pagato dai «fittavoli»; venne abolito il 31 maggio 1848 dal maresciallo Welden nel Veneto ed il 25 giugno dal Governo provvisorio di Milano, v. Della Peruta F., Le condizioni dei contadini lombardi nel Risorgimento cit., pp. 266-267 e Berengo M., L’agricoltura veneta cit., pp. 63-74. Per ii tributo personale nel Ducato di Parma, Spaggiari P. L., Economia e finanza negli Stati parmensi cit., pp. 141-142), a quella sulla macinazione dei grani (Zangheri R., L’imposta sul macinato nella finanza degli Stati italiani fino all’Unità, in « Rassegna storica del Risorgimento », XLIV, 1957, fase. II-III, pp. 514-521; circa il conflitto in Sardegna tra i pastori ed i proprietari che si erano affrettati ad avvalersi delle norme sulla chiusura delle terre v. Bulferetti L., Prefazione, in Del Piano L., Antologia storica della questione sarda cit., pp. VI-VII e Id. e Boscolo A., Profilo storico economico della Sardegna cit., pp. 127-129), al prezzo di monopolio del sale (il condimento di maggiore e necessario consumo). pp. 79-81

La miseria al nord

« Nei distretti ne’ quali la pellagra è più diffusa, i contadini trovansi a tale estremo di miseria, da non poter far uso neppure della polenta. Essi dicono che di questo cibo, perchè dolce, se ne farebbe consumo troppo largo, non compatibile coll’ordinaria penuria ch’essi hanno del grano turco; anzi aggiungono essere per lo stesso motivo che mettono gran copia di lievito nel loro pane. Una moderata copia di pane acido, dicono essi, basta a satollarci, … Il riso e le paste di farina bianca non sono conosciute che rarissima volta nell’anno: la loro zuppa è costituita dal pane acido, con cavoli o con fagiuoli quando ne possono avere dal loro campo. L’ordinario condimento è l’olio di ravettone, rarissime volte il lardo, qualche volta un poco di latte. Quando usano del lardo o del latte, fanno al tutto risparmio di sale; e quando mancano di lardo, di latte, di olio, il solo condimento della zuppa consiste nel sale » (Strambio G. e Ambrosoli G., Igiene, in AA. W., Milano e il suo territorio, Milano, 1844, I, p. 266, n. 1). p. 81

Beneficenza e mutualità

Ben 53 sono, ad esempio, le Casse di risparmio che sorgono tra il 1827 ed il 1848 un po’ dovunque, tranne che nel Meridione (v. Le Casse ordinarie di risparmio in Italia dal 1822 al 1904. Notizie storiche presentate all’esposizione di Milano del 1906 a cura del Ministero d’Agr., Ind. e Comm., Roma, 1906, quadro A, p. 605; sul fallimento dell’unico progetto di una Cassa riunita di risparmio, assicurazione ed incoraggiamento sotto forma di società anonima v. Spaggiari P. L., Una Cassa di risparmio progettata a Parma nel 1828, in «Archivio storico per le province parmensi », 4a s., VIII, 1956, pp. 129-155, v. in Piemonte Eandi G., Sulle Casse di Risparmio stabilite nei Regi Stati di Terraferma, sui loro risultamenti e suoi modi di favorirne l’incremento. Dissertazione, in « Memorie della Reale Accademia delle Scienze di Torino», II, VI, 1844, pp. 261-313; in Lombardia, Jacini S., La proprietà fondiaria cit., p. 385; nel Bolognese, Piscitelo E., Aspetti di vita economica bolognese cit., p. 731). Lo stesso si può osservare per l’altra principale manifestazione di beneficenza, gli asili o scuole d’infanzia (v. Greenfield G. K., Economia e liberalismo nel Risorgimento cit., pp. 328-336 e, più in generale, Gambaro A., Calò G., Agazzi A., Ferrante Aporti, Brescia, 1962, pp. 77-78; per un esempio di interventi sistematici tendenti a far fronte alle più crude esigenze del pauperismo, v. invece Manzotti F., Alcuni aspetti della politica economico-sociale di Francesco IV e Francesco V d’Este a Reggio, in « Rassegna storica del Risorgimento », XLIV, 1957, fase. II-III, pp. 440-442). pp. 78-79

I comunisti prima di Marx

Con il termine “comunisti” nel 1845 si denominano in Italia meridionale coloro che, senza proporsi la trasformazione dello Stato e la abolizione della proprietà privata, né il sopravvento di una classe sulle altre, aspirano semplicemente alla spartizione delle terre demaniali ed alla reintegrazione di quelle usurpate dagli antichi baroni, dagli enti religiosi possidenti e, soprattutto negli ultimi tempi, dalla nuova borghesia terriera. Non già quindi di ispirazione socialista, nel senso marxista della parola, quel movimento contadino dal quale i ricchi galantuomini si vedono minacciati nel possesso delle loro terre. … Nelle provincie meridionali non sempre, però, ci si avvale, durante i moti politici del 1848, dell’apporto che al movimento liberale potrebbero dare i contadini. …Di fronte alla eventualità che il movimento liberale si inserisca autorevolmente nelle manifestazioni contadine allo scopo di servirsene per i propri fini, gli esponenti del potere centrale nelle provincie intervengono per prospettare il pericolo che potrebbe derivare da questo atteggiamento. E mentre in alcune provincie l’elemento moderato, allo scopo di evitare le rivendicazioni dei contadini sulle terre demaniali usurpate, sollecita l’intervento delle autorità costituite per le immediate quotizzazioni delle terre demaniali che, se ancora ritardate, potrebbero provocare seri e gravi incidenti, da Napoli, quando già si vanno nettamente delineando nelle provincie i contrasti tra moderati e radicali di fronte al movimento contadino che va assumendo vaste ed incontrollate proporzioni, vengono impartite disposizioni per impedire che le richieste degenerino in inconsulte e violente manifestazioni popolari. … Delineatisi i contrasti tra le varie correnti liberali, i moderati, che, legati agli interessi della ricca borghesia, si sono preoccupati di assumere localmente il controllo della Guardia Nazionale per servirsene come massa repressiva contro chiunque possa opporsi alle loro aspirazioni, non nascondono più il profondo sentimento di diffidenza e di paura che nutrono nei riguardi delle masse contadine. E, quando queste iniziano le loro tumultuose agitazioni, assumono una posizione di netta ed aperta ostilità di fronte alle loro aspirazioni e, prospettando le conseguenze che anche sulla piccola borghesia provinciale potrebbero avere quelle rivendicazioni, riescono sostanzialmente ad isolare coloro che aspirano al possesso dei terreni usurpati dai ricchi proprietari » (Pedio T., Contadini e galantuomini nelle provincie del Mezzogiorno d’Italia durante i moti del 1848 cit., pp. 42-44. In proposito, v. anche: Basile A., Manifestazioni popolari nel 1848 in Calabria, in «Archivio storico per la Calabria e la Lucania», XXVIII, 1959, pp. 61-75; Id., Risoluzioni di grazia di Ferdinando di Borbone a favore degli abitanti di tre paesi di Basilicata, rei d’invasione di terre nel 1848, in id. id., pp. 245-255; Id., L’occupazione d’una miniera di sale in Calabria citra nel 1848, id. id., XXIX, 1960, pp. 37-45; Id., Il moto contadino nel Napoletano ed il ministero del 3 aprile 1848, in « Rivista storica del socialismo », III, 1960, pp. 789-805; Cassese L., Contadini e operai del salernitano nei moti del quarantotto, in « Rassegna storica salernitana », IX, 1948, pp. 5-74; Cestaro A., La questione delle terre « quarte » e le agitazioni contadine in Eboli dal 1835 al 1861, in «Rassegna storica salernitana», XIV, 1953, pp. 137-157; D’Alessandro A., Le occupazioni di terre in Basilicata nel 1848-1849, in « Società », XIII, 1957, pp. 95-101; De Giorgio D., Aspetti economici e sociali del moto del 1848 in Calabria, in « Historica », V, 1952, pp. 204-211, VI, 1953, pp. 16-20 e 74-79; Demarco D., Le rivoluzioni italiane del 1848, in AA. VV., Studi in onore di Gino Luzzatto, Milano, 1950, III, pp. 74-77; Palumbo P. F., Aspetti sociali dei moti del 1848 sul continente e in Sicilia, in AA.VV., Atti del congresso di studi storici sul ’48 siciliano, 12-15 gennaio 1948, Palermo, 1950; Quazza G., La paura del comuniSmo a Napoli nel 1848-49, spunti inediti, in « Nuova rivista storica», XXXII, 1948, pp. 217-231; Valente G., Le condizioni e i moti dei contadini in Sicilia nel 1848, in «Rassegna storica del Risorgimento», XXXVIII, 1951, pp. 679-690). pp. 79-80

La miseria in Lombardia

In tutta la pubblicistica del 1848 nel lombardo-veneto si cita la consapevolezza piena del rapporto tra rivoluzione nazionale e realtà contadina: « Mentre in Francia dove l’industria raggiunse un’alta importanza nella pubblica economia, la quistione sociale fra ricco e povero sorse prima e più imponente nelle città sotto aspetto di quistione del lavoro e delle mercedi ne’ rapporti dell’operaio col capitalista, in Lombardia all’incontro, dove l’agricoltura è precipua fonte di ricchezza, la controversia sociale potrebbe più presto pronunziarsi di mezzo al popolo di contado sotto aspetto di quistione delle affittanze ne’ rapporti del colono col proprietario. … Si consideri la loro (dei contadini) ignoranza, il loro idiotismo, la loro vita tutta meccanica, od al più animale senza che alcuno si occupi della loro istruzione, sotto la sferza d’un orgoglioso fittaiuolo presto a battere il bue come il contadino, e si vedrà chiaro, in tanto avvilimento e senza speranza di risorgere, come noi siamo ingiusti quando chiediamo ad essi sacrifici per la patria che conoscono tanto matrigna, e loro inspiriamo per essa il coraggio che hanno per sempre perduto » (Sulle condizioni economico-morali del contadino in Lombardia, in « Italia del popolo », 20 luglio 1848). pp. 80-81

Demografia al nord

Un altro piano su cui si riflettono le peculiari vicende della ruralità dominante, e con implicazioni di grande importanza per l’equilibrio generale, è quello demografico. Quasi nessun cambiamento sembra infatti verificarsi nel regime tradizionale. Le stime più attente e meglio fondate sulle risultanze delle fonti (non solo molto variamente consistenti ed attendibili, ma anche poco studiate) mentre inducono per quanto hanno già mostrato ad escludere la possibilità di interpretazioni radicalmente contrastanti (Travaglini V., La popolazione italiana nel secolo anteriore all’unificazione del Regno, Padova, 1933), rivelano una evoluzione non assimilabile ad una “esplosione” (…) Ben a ragione il Cattaneo così si esprimeva: «la mortalità in Lombardia è tuttavia maggiore assai che in Inghilterra, in Francia e nel Belgio» (Politecnico, I, 1939, pp. 29-52). p. 82

L’industria

Assente l’agricoltura, assenti i trasporti marittimi in cui dominano incontrastati il legno e la vela (Marchese U., L’industria ligure delle costruzioni navali dal 1816 al 1859, in «Archivio economico dèll’unificazione italiana», v. VII, f. 1, Roma, 1957, p. 11 e Gabriele M., L’industria delle costruzioni navali nei territori dello Stato Pontifìcio cit., p. 24), un contributo veramente efficace poteva venire in sostanza da un notevole aumento dell’impiego di macchine nel preponderante campo tessile. Ma è proprio a questo proposito che si deve registrare una cospicua mancanza di sviluppi, non venendo meno agli occhi dei più il carattere marcatamente eretico della filatura meccanica del cotone – “industria fittizia e forzata” secondo il Correnti (Correnti C., Sul lavoro dei fanciulli negli opifìci italiani. Voto della Commissione nominata nel V Congresso degli scienziati, in Scritti scelti cit., I, p. 314) – pur già introdotta in alcuni ambienti (Zaninelli S., L’industria del cotone in Lombardia cit., cap. II e Castronovo V., L’industria cotoniera in Piemonte nel secolo XIX cit., pp. 154-155 e 162-163. Sulla lana, Castronovo V., L’industria laniera in Piemonte nel secolo XIX cit, pp. 211-214 e 229-231). Per la Lombardia intorno al 1840 le risultanze di una apposita inchiesta governativa così sono state compendiate : « L’introduzione dei fornelli a vapore per la trattura della seta, delle macchine per la filatura meccanica del cotone, degli impianti per la produzione continua della carta sono ancora una eccezione, rilevante non tanto per il cotonificio (che rappresentava di per sè una novità per l’ambiente sia sul piano economico che tecnologico) quanto per il setificio, in quanto si trattava dell’attività che pure costituiva un punto di forza dell’edificio industriale e commerciale lombardo: nella provincia di Como, su 137 esercizi rilevati, solo 6 avevano adottato apparecchiature a vapore per la trattura dei bozzoli. L’esistenza di poche fabbriche, la maggior parte delle quali poste nella città di Milano ed una sola nei Corpi Santi della stessa, per la costruzione di macchine a vapore e di macchinari in genere per l’industria tessile, costituiva la prova più convincente di una situazione in cui la tradizione dominava ancora quasi incontrastata » (Zaninelli S., L’attività manifatturiera lombarda nel 1840, in « Archivio storico lombardo», XC, 1963, p. 507. Ivi, n. 50). E per gli altri Stati non si registrano differenze degne di nota. Le «… torri informi di legno che s’adoperano da quasi tutti i nostri torcitori per porre in moto i loro fusi… » denunciate nel 1847 dal conte di Cavour, ben testimoniano la stazionarietà tecnica del setificio piemontese (Scritti di economia 1835-1850, pp. 260-280), pure alla testa, con quello lombardo, dell’intera Penisola (per il setificio nel Regno meridionale, Demarco D., Il crollo del Regno delle Due Sicilie cit., pp. 53-56; Carano-Donvito G., Le manifatture del Reame nella esposizione del 1834 in Napoli, in AA. VV., Studi in onore di Gino Luzzatto cit., Ili, pp. 38-39; per lo Stato Pontificio: Volta A. M., Artigiani, commercianti e industriali a Bologna dal 1824 al 1859, in «Bollettino del Museo del Risorgimento», Bologna, V (1960), parte seconda, pp. 1163 e 1166; Boccolari G., Aspetti dell’industria e del commercio a Modena cit., p. 89; Bonelli F., Il commercio estero dello Stato pontifìcio cit., pp. 83-84). Così, se qualche aumento segna il numero dei « macchinisti » locali e degli audaci imprenditori in buona parte stranieri che cercano di inserirsi imitando le macchine importate più semplici (sui pionieri in Piemonte, ved. Abrate M., L’industria siderurgica e meccanica in Piemonte cit., pp. 173-180;), non mancano i filatori di cotone che devono provvedere direttamente alle loro esigenze diventando anche meccanici, mentre a quelle più immediate di riparazioni connesse alle prime costruzioni ferroviarie (il business del XIX secolo) devono provvedere gli appaltatori stranieri come l’inglese John Alfred Pattison a Napoli nel 1840 (Arch. di Stato, Napoli, f. Agricoltura, Industria e Commercio, fasc. 239, Industria manifatturiera ed Arti). pp. 102-104

Il ferro inglese

« La tendenza a una politica protezionistica più moderata negli anni ’40 può essere illustrata dal caso delle importazioni di ferro nel Lombardo-Veneto. Nel 1843 la ditta milanese Balleydier richiese alla Hofkammer il permesso di importare dall’Inghilterra del ferro fuso a dazio ridotto per costruire una fonderia e impianti per la produzione di attrezzi fuori Milano. La Hofkammer riconobbe che lo sviluppo di una industria meccanica nel Lombardo-Veneto era ormai indispensabile dato lo sviluppo industriale che la regione aveva raggiunto e dato il costante aumento delle importazioni di macchinari stranieri in Lombardia. La Hofkammer, in seguito, fece presente che la Monarchia non era in grado di fornire i macchinari alle industrie lombarde poiché le richieste di macchinari da altre parti della Monarchia erano di gran lunga superiori alle possibilità di produzione interna. I macchinari inglesi erano meno costosi e più facilmente disponibili. Il ferro prodotto in Lombardia era troppo fragile per la costruzione di macchinari e, d’altra parte, il ferro austriaco proveniente dalla Stiria e dal Tirolo aveva un prezzo troppo alto dovuto agli elevati costi di trasporto. La distanza da Klagenfurt a Milano era quattro volte la distanza da Milano a Genova e il ferro fuso inglese a Milano, beneficiando del minor costo di trasporto per mare fino a Genova, costava meno della metà del ferro fuso proveniente dalla Stiria e dalla Carinzia. Il prezzo del ferro inglese a Milano era di 16,18 Lire austriache per Zentner viennese contro le 35,64 Lire austriache per il ferro della Stiria e le 35,43 Lire austriache per il ferro della Carinzia. La Hofkammer quindi accordò che fra il 1843 e il 1848 fosse importato del ferro nel Lombardo-Veneto pagando la metà del dazio normale ». (Glazier I. A., Il commercio estero del Regno Lombardo-Veneto cit., pp. 24-25). Sulle riduzioni del 1846 nel Regno delle Due Sicilie per alcuni tipi di ferro lavorato, lamiere, fili, cerchi, dopo quella del decreto reale 24 giugno 1832 sul ferro greggio da ducati 5,50 a 4,50 il cantaio (Graziani A., Il commercio estero del Regno delle Due Sicilie cit., pp. 8, 15, 31 e 33). p. 102

«Nella provincia di Milano era registrata l’esistenza di 32 fabbriche di macchine a vapore per filatoj, filande idrauliche, astronomiche, geodetiche, fisiche e ad uso delle arti e dell’industria, con 180 addetti; in margine a tali cifre si annotava che ‘ i numerosi stabilimenti di industria che si vanno erigendo, specialmente le filande a vapore, i filatoj, le filature di cotone e di lino … hanno risvegliato il genio della meccanica onde provvedere gli stabilimenti del necessario corredo di macchine, ma che un maggior vantaggio si avrà quando ‘ s’intraprendessero da noi le fabbriche di macchine a vapore che ora con grave dispendio si hanno all’estero ’ e se ‘ l’I.R. Governo continuerà la bell’opera già incominciata di fornire il Gabinetto tecnico di quelle macchine che tanto giovano nelle fabbriche e manifatture inglesi ed anche francesi, e che ci sono ancora ignote ed estenderà la scuola alla istruzione veramente pratica… ’ (Elenco dei principali Stabilimenti industriali colia indicazione del personale impiegato, della estensione e della importanza degli Stabili-menti stessi, non chè dei vantaggi e degli inconvenienti che recano alla Città nella quale trovansi situati ’, Arch. di Stato, Milano, fondo Commercio, parte moderna, c. 17) ». p. 103

Le ferrovie

Limitatamente alle decisioni di intervento finanziario, è da notare, secondo il rilievo già fatto, l’importanza assunta dalla partecipazione del capitale straniero, francese in particolare, ampiamente controllato dalla casa Rothschild, con sedi a Vienna e a Parigi, e da gruppi a questa alleati, anche attraverso società concessionarie in apparenza di origine interna, come nel caso della citata “Vittorio Emanuele” la principale del Regno Sardo (Cameron R.E., op. cit., pp. 235-236. Ivi, per la partecipazione francese alle costruzioni ferroviarie nei vari Stati, pp. 284-289, e pp. 85 e 88 per le stime quantitative sugli investimenti francesi nella Penisola che vanno dai 550 milioni di franchi per il periodo 1816-1851, di cui 500 fondi pubblici e 50 privati, ai 5385 milioni del periodo 1852-1881 compresi però gli investimenti in Spagna e nel Portogallo. In proposito v. anche Gille B., Les capitaux frangais en Piemonte 1849-1859, Parigi, 1959), cui si aggregava qualche esponente dell’alta banca privata locale, come il Bastogi e il marchese Raffaele De Ferrari, genovese di nascita e giuridicamente cittadino sardo, divenuto, per acquisto nel 1837 di un piccolo ducato, duca di Galliera presso Bologna, che risiedeva a Parigi ed operava sia coi Rothschild che coi Pereire su scala molto ampia (Bouvier J., 1 Rothschild, Bari, 1968, pp. 170-171 e Sereni E., Capitalismo e mercato nazionale in Italia, Roma, 1966, pp. 160-163). pp. 140-141

La Roma-Frascati fu inaugurata nel 1856, la Roma-Civitavecchia nel 1859. Sulle ferrovie toscane del periodo, ved. anche Guidi E., Le ferrovie toscane dal 1849 al 1859, in «Rassegna storica toscana», II, 1956, n. 2, pp. 141-155, che conclude negativamente per l’attività governativa nel settore. Il traforo del Fréjus (dodici chilometri circa) venne inaugurato solennemente il 17 settembre 1871. La linea da Bologna per la valle del Reno e il passo della Porretta (galleria di circa tre chilometri presso Pracchia) a Pistoia fu aperta all’esercizio nel novembre 1864. Ved. anche An., Il traforo del Frejus nel centenario dell’inizio dei lavori. 1857-1957, Torino, 1957, e Lupi G., Le grandi gallerie alpine ed appenniniche, in AA.W., Evoluzione tecnica ed economica delle ferrovie nei cento anni dell’unità d’Italia. 1861-1961, Roma, 1961, pp. 57-66 estr. p. 139

Le banche e il credito

La preponderanza estera nelle intraprese ferroviarie, ulteriore conferma dell’atteggiamento interno non mutato di fronte ad impegni massicci e non tradizionali anche se dotati di prospettive favorevoli di reddito (nelle convenzioni, pur essendo normalmente esclusi i sussidi diretti dello Stato, erano contemplati in linea di massima il diritto di usufrutto delle linee dai cinquanta ai cento anni, condizioni ragionevoli di tariffa, esenzioni fiscali e talvolta garanzie per un minimo di introito o di interesse sul capitale impiegato), porta a considerare gli sviluppi nel decennio dell’attività creditizia, altro campo, accanto a quello mercantile, direttamente influenzato dall’inversione della tendenza nel movimento economico generale. Gli impulsi di quest’ultima, cui si aggiungono le peculiari esigenze di alcuni rami di commercio (basti pensare alle condizioni dell’importantissimo commercio serico), le decisioni implicanti eccezionali aumenti nella spesa pubblica, basti pensare alle opere pubbliche ed agli apprestamenti militari nel Regno Sardo (oltre alle ferrovie ed alle altre spese finanziate al di fuori del bilancio dello Stato, bisognava finanziare i disavanzi causati dalla salita continua degli oneri per l’indebitamento e specie degli oneri militari che, dopo il 1853, si sostituiscono a quelli per le opere pubbliche), l’aumento delle risorse disponibili connesso all’allontanamento dagli impieghi agrari, l’esempio belga e francese in fatto di pratiche di raccolta e di impiego del risparmio (ci si riferisce, oltre alle esperienze di credito commerciale del “Comptoir National d’Escompte” del 1848 e di credito fondiario del “Crédit Foncier de France” del 1852, al finanziamento delle costruzioni ferroviarie e delle attività industriali in genere mediante emissione di titoli obbligazionari, in aggiunta alla raccolta dei depositi, operato dai fratelli Emilio ed Isacco Pereire nel 1852 con la creazione in forma di società anonima della « Société Générale de Crédit Mobilier ». V. Gille B., La fondation du Crédit Mobilier et les idées financières des frères Pereire, in « Bullétin du Centre de Recherches sur l’histoire des entreprises », III, 1954), aiutano a capire l’aprirsi di qualche nuova prospettiva in materia, specie là dove da alcuni anni ci si era avviati ad ampliare la gamma delle pratiche antiche. p. 140

È a Genova e a Torino, quindi, che occorre soprattutto guardare, anzi, più a Torino che a Genova, poiché prima ancora di entrare in quel governo, uno dei principali promotori della già ricordata, nuova intrapresa bancaria torinese, il Cavour, cogliendo la favorevole occasione rappresentata dal corso forzoso dichiarato nel settembre 1848 pei biglietti della Banca di Genova in corrispettivo di un prestito bellico di venti milioni della Banca stessa al governo, sostiene l’impossibilità di operare dell’istituto torinese senza un pari regime pei suoi biglietti, la non convenienza dell’estensione del corso forzoso per le sue possibili conseguenze negative nel mercato e quindi la pratica necessità della fusione tra i due istituti. E riesce nel suo intento, grazie anche allintesa stabilita col direttore di quello di Genova, Carlo Bombrini, destinato a diventare (oltre che direttore della nuova banca, la Banca nazionale degli Stati sardi, approvata con decreto 14 novembre 1849) suo principale collaboratore finanziario (sulla fusione dei due banchi v. Banche, governo e Parlamento negli Stati sardi. Fonti documentarie 1843-1861, a cura di E. Rossi e G.P. Nitti, Torino, 3 voll., 1968). Con questo successo, non solo si ponevano le premesse dell’idea a lui cara della banca unica di emissione (Rendi G., La polìtica bancaria di Cavour, in «Moneta e Credito», XIII, 1960, n. 51, pp. 373-376), ma si realizzava una strumento robusta, inteso a mobilitare il risparmio inattivo, ad appoggiare il tesoro delio Stato, a fargli da tramite col mercato finanziario internazionale, stimolando anche quello interno ad uscire dal suo clima di attesa. Lo prova il continuo interessamento del Cavour per aumentare il capitale ed il campo d’azione della Banca (Prato G., Risparmio e credito in Piemonte nell’avvio dell’economia moderna, Torino, 1927, p. 117. Sulla vita della Banca nazionale sarda dopo il 1850, specialmente negli anni della crisi 1853-1854, della successiva espansione del credito e del felice 1859, cfr. Pautassi V., Gli istituti di credito e assicurativi e la borsa cit., pp. 353-356 e 377-380; Bachi R., L’economia e la finanza delle prime guerre per l’indipendenza cit., pp. 96-97). pp. 140-141

La banca nazionale sarda

L’impulso della Banca nazionale sarda, che trascinava all’imitazione anche le banche toscane, non poteva certo, dati i limiti oggettivi ambientali, trasmettersi in tutti i rami delle nuove esperienze. Permane impraticabile, malgrado ogni sforzo, la nuova via del credito fondiario (sull’esito negativo del progetto di legge per la società di credito fondiario presentato dal Cavour alla Camera elettiva il 2 giugno 1853, ved. Gabaleone di Salmour R., Del credito fondiario e del credito agricolo cit., pp. 262-271), qualche avanzamento si registra per il credito commerciale con le Casse di sconto di Torino e di Genova (grazie alla possibilità di diretto intervento della Banca nazionale del capitale di fondazione, ma le imitazione delle società di credito mobiliare in qualche modo teentate non reggono che a stento. p. 141-142

La banca nazionale toscana

«Fra le poche provvidenze finanziarie emanate nel 1857 e che meritar posson d’esser rammentate avvi quella per cui le due banche di sconto esistenti in Firenze e Livorno vennero fuse in una sola col nome di Banca Nazionale Toscana, avente due sedi ugualmente principali nelle due rammentate città. Le concessioni governative, donde quelle Banche traevan titolo legale, spiravano ugualmente con l’anno 1857, così che il Governo era libero di determinare le basi sulle quali avrebbele uniformemente rinnovate. Esse avevano ciascuna un capitale ristretto, procedevano con modi differenti ed i rispettivi loro biglietti erano disugualmente trattati dal Governo medesimo, così che quelli della Banca di Livorno erano appena conosciuti fuori di quella città. Chiamandole a fondersi in una sola Banca poteva aumentai sene il capitale, aversi un solo biglietto circolante per tutta la Toscana ed ottenere l’intento di formare un istituto di credito rispettabile, d’utilità maggiore per il Paese ed anco di comodo e di sussidio alle operazioni della Finanza. Bisognò vincere l’ostacolo degli interessi delle singole associazioni, ed anche i pregiudizi, temendo ciascuna d’esser sacrificata a beneficio dell’altra, ma … con Regio Decreto degli 8 luglio, [venne] ordinata la nuova Banca imponendo le basi sulle quali doveva esserne modulato lo Statuto, il quale venne in seguito approvato, con altro Decreto del 30 dicembre successivo. Questa misura, la quale trovava appoggio anche nell’esempio recente di quello che era stato fatto in Piemonte a riguardo delle Banche di Torino e di Genova, … riuscì benissimo … » (Baldasseroni G., Memorie cit., pp. 244-245). p. 141

Il debito piemontese

In capitale, un aumento di più di 150 milioni tra il 1852 ed il 1858 (guerra di Crimea, ferrovie, deficit di bilancio) e di circa 550 milioni per far fronte alla guerra del 1859 ed alle clausole finanziarie del trattato di pace di Zurigo del 10 novembre di quell’anno (100 milioni all’Austria e 60 alla Francia). V. Norsa P. e Da Pozzo M., Imposte e tasse in Piemonte cit., pp. 76-77. Valori di poco superiori (rispettivamente circa 212 milioni e circa 598 milioni) in Da Pozzo M. e Felloni G., La Borsa Valori di Genova nel secolo XIX cit., p. 63. Secondo un ammiratore: «Volendo essere obbiettivi, non si può non riconoscere che, in effetti, l’aumento subito dai debiti pubblici dello Stato fu veramente notevole, e ciò con grande danno delPerario che veniva ad essere gravato di un peso non indifferente per il pagamento dei relativi interessi. … Il Cavour fu costretto a tale aumento del debito, sia dalle cresciute spese militari …, sia dalle opere di fortificazione fatte costruire e sia, …, dal grandioso programma di lavori pubblici effettuato. Si pensi che la sola costruzione della rete ferroviaria richiese l’ingente somma di 200 milioni di lire e che per altre opere pubbliche furono necessari altri 50 milioni … E se si considerano ancora tutti gli altri milioni richiesti dal numero grandissimo di opere di difesa eseguite, o in corso di esecuzione, come le fortificazioni di Vinadio, di Casale e di Alessandria, dalle grandi caserme costruite fin dalle fonda-menta o restaurate, dai grandi ospedali eretti di nuovo o ampliati, si giungerà ad una rilevantissima cifra … » (Gulì V., Il Piemonte e la politica economica del Cavour cit., pp. 265-266; sui rapporti del conte con i Rothschild, gli Hambro, i Fould, i Pereire, ossia con l’alta banca internazionale per collocare al meglio le varie emissioni, cfr. Cameron R.E., France and thè economie development of Europe cit., pp. 438-448 e Da Pozzo M. e Felloni G., La Borsa Valori di Genova nel secolo XIX cit., p. 168; De Cugis C., Italia e Inghilterra un secolo fa. Il nuovo corso nelle relazioni economiche. Catalogo ecc., Milano, 1967, pp. 66-67). p. 147

Leggi eversive della feudalità: il nord

Nell’intenzione dei propugnatori della riforma antifeudale era certo lo scopo di favorire le classi lavoratrici e di conferire ai coltivatori un diritto più esteso sulla terra, di aumentare in una parola il numero dei piccoli proprietari. In Piemonte l’abolizione avvenne, per opera di Carlo Emanuele IV, col metodo dell’allodiazione, cioè liberando i beni da ogni vincolo feudale e rendendoli proprietà allodiale, sopprimendo senza compenso i diritti che avevano una natura chiaramente signorile e con compenso gli altri di origine contrattuale o di incerta natura. In Lombardia, nel Veneto e nello Stato pontificio la feudalità fu abolita, come in Francia in modo più rivoluzionario, senza ricorrere a singoli atti di riscatto, ma « con unico atto d’imperio che affermava un principio generale; e mentre eran stati sciolti da ogni vincolo i beni compresi nel feudo e lasciati ai possessori in proprietà libera e piena, si era richiamata allo Stato la facoltà di riscuotere qualsiasi diritto fiscale e si erano conservati o aboliti con idonea indennità quei diritti, che fossero stati acquistati per contratto civile od a titolo oneroso » (U.G. Mondolfo, L’abolizione del feudalesimo in Sardegna, Estratto dall’« Archivio Storico Sardo », 1906, p. 13)
Ma la legislazione del periodo francese, nonostante qualche apparenza che vi possa essere in contrario, si mostrò favorevole ai vecchi feudatari, ai quali attribuì in proprietà piena quello che prima essi avevano goduto come usufruttuari.
La rottura violenta dei rapporti tradizionali dovè poi creare una situazione intermedia di grave incertezza. A parte il fatto che l’uso conservò forse per qualche tempo ancora in certi luoghi la sostanza degli istituti feudali, bisogna osservare che il momento si prestò a creare qui, ad ingrandire altrove la funzione degli intermediari.
L’eversione del feudalesimo cadde appunto negli anni dell’aumento dei prezzi. Questo fatto premeva di certo anche sui ceti signorili. Necessità quindi di accrescere le rendite. Opportunità di rivedere i rapporti consuetudinari e i contratti coi lavoratori dipendenti. Ricerca di mezzi idonei e di persone capaci per migliorare le colture, per sistemare i contratti, per dare alle aziende un indirizzo conforme ai tempi, in una parola per far fruttare di più.
D’altra parte c’era nelle provincie un ceto di non nobili, che l’usura, l’affitto, le speculazioni, gli appalti, i pubblici uffici avevano arricchito. Costoro attendevano al varco gli affari ed erano affamati di terra. In un periodo nel quale l’offerta di terreni stava per divenire sovrabbondante e gli ex feudatari ricercavano imprenditori capaci, la funzione e l’importanza di costoro cresceva a dismisura (N. Rodolico, Il popolo agli inizi del Risorgimento nell’Italia meridionale, Firenze, Le Monnier, 1926, p. 11). p. 290

Leggi eversive della feudalità: il sud

Pochi decenni dopo il tramonto del sogno imperiale di Bonaparte, una grande inchiesta agraria attuata nel Regno di Napoli (1845), ci mostra questa gente in piena e rigogliosa attività. « Gli ex feudi — si legge ad esempio nel rapporto della Società economica di Caltanissetta — appartengono per lo più a famiglie che risiedono in Palermo, ed a qualche corpo morale. Vi ha quasi in tutti i comuni delusola un numero d’intraprenditori, detti borgesi, i quali sogliono prendersi a fitto gli ex feudi e coltivarli per loro conto ». Ora è possibile raffigurarsi un tanto turbamento di cose e di rapporti senza pensare a qualche suo riflesso sulle classi lavoratrici? Non ricordate quanto scrisse il Cuoco delle prime leggi antifeudali? Dei contratti spietatamente annullati e dei poveri coloni costretti a ricomprarsi con una lite o col denaro quel terreno che doveva formare l’unica ricchezza dei loro figli? «Si ricercarono per tutto il Regno i fondi che due, tre, quattro, dieci secoli prima erano stati posseduti dal fisco e si aprì una persecuzione contro le cose non meno crudele di quella contro le persone. Finchè questa persecuzione fu contro i soli feudatari ed ecclesiastici, fu tollerabile; ma gli agenti del fisco, dopo che ebbero assicurato il dominio, come essi dicevano, del re, annullarono spietatamente tutt’i contratti e, beffandosi di ogni buona fede, turbarono il povero colono, il quale fu costretto a ricomprarsi con una lite o col danaro quel terreno che era stata inaffiato dal sudore de’ suoi maggiori e che formar dovea l’unica sussistenza de’ figli suoi ». « Le municipalità presso di noi avevano molti fondi pubblici, che le stesse popolazioni amministravano, la rendita de’ quali serviva a pagare i pubblici pesi. Molti altri ve n’erano, sotto nome di « luoghi pii », addetti alla pubblica beneficenza, fin da que’ tempi ne’ quali la sola religione, sotto nome di « carità », potea indurre gli uomini a far un’opera utile a’ loro simili ed il solo nome di un santo potea raffrenar gli europei ancora barbari dall’usurparli. Mille abusi ivi erano, e nell’oggetto e nell’amministrazione di tali fondi; ma essi intanto formavano parte della ricchezza nazionale, ed il privarne la nazione, senza che altronde avesse avuto niun accrescimento di arti e di commercio onde supplirvi, era lo stesso che impoverirla. Il tempo, che tutt’i mali riforma meglio dell’uomo, avrebbe corretto anche questo. Una parte di questi fondi pubblici fu occupata dalla corte, e questo non fu il maggior male; l’altra, sotto pretesto di essere male amministrata dalle popolazioni, fu fatta amministrare dalla Camera de’ conti e da un tribunale chiamato « misto », ma che, nella miscela de’ suoi subalterni, tutt’altro avea che gente onesta. L’amministrazione dalle mani delle comuni passò in quelle de’ commessi di questi tribunali, i quali continuarono a rubare impunemente, e tutto il vantaggio, che dalle nuove riforme si ritrasse, fu che si rubò da pochi, dove prima si rubava da molti; si rubò dagli oziosi, dove prima si rubava dagl’industriosi; il danaro fu dissipato tra i vizi ed il lusso della capitale, dove che prima s’impiegava nelle province; la nazione divenne più povera, e lo Stato non divenne più ricco» (Cuoco, Saggio storico sulla Rivoluzione napoletana del 1799, Bari, Laterza, 1929, pp. 54-55). pp. 290-291

Si può dunque avanzare qualche supposizione legittima sulle conseguenze che il trasformarsi del feudo in allodio produsse sui coltivatori. Se ne andarono i diritti ed abusi feudali e questo indubbiamente li sollevò da gravami assai duri, ma, nello stesso tempo, la trasformazione della natura della proprietà ruppe i rapporti consuetudinari che passavano fra concessionari e concedenti e rese spesso più pesanti i patti colonici. La legge 2 agosto 1806 concedeva infatti ai possessori di espellere dai demani feudali gli affittuari e gli enfiteuti e coloni perpetui, prescrivendo tuttavia il permesso del magistrato per le due ultime categorie (cfr. in G. Savoja, Raccolta delle leggi e decreti ministeriali sull’abolizione della feudalità e sulla divisione dei demani, Campobasso, Colitti, 1874, p. 23. Il Savoja osserva poi che l’art. 16 è la conseguenza della libertà acquistata con l’abolizione della feudalità, per cui rimase assodato il diritto di espellere i fittuari terminato l’affitto, o concedere ad altri i propri fondi. Cfr. G. Savoja, I demanii comunali, Benevento, De Gennaro, 1880, p. 26). Si ha l’impressione che le leggi eversive — mentre permettono da un lato la formazione di nuovi proprietari, — diminuiscano poi il numero di coloro che godono di un possesso semi-indipendente riducendoli a coloni parziari e a giornalieri e consentendo un più facile aumento delle prestazioni dovute dai coloni. Nello stesso tempo una quantità di terre feudali, il cui possesso non fu dimostrato legittimo, entrarono nel mercato insieme ad altre terre di provenienza demaniale, come passiamo a precisare. p. 291

I demani e la loro ripartizione al sud

Un altro aspetto della trasformazione della proprietà fondiaria nel Settecento riguarda i demani. Anche per questi volgeremo lo sguardo alla situazione del Regno di Napoli. Fossero feudali o comunali, è certo che in complesso essi ricoprivano una grande estensione e con gli usi civici, cui gli abitanti avevan diritto, costituivano delle preziose risorse per le classi lavoratrici. La modificazione del regime demaniale non poteva dunque non rappresentare un peggioramento nelle condizioni dei ceti inferiori della campagna.
Ora noi assistiamo per tutto il periodo considerato ad un processo dissolutore dei demani il quale conduce ad una appropriazione privata di beni di utilità pubblica e alla progressiva eliminazione degli usi civici.
Non si può comprendere la storia dell’economia agraria dell’Italia meridionale se non si tien conto dei cambiamenti cui soggiaciono il demanio feudale e quello universale. Il demanio di qualunque specie è secondo il diritto del Regno inalienabile ed imprescrittibile. Tuttavia per tutti i secoli che precedono la promulgazione delle leggi eversive si osserva un lavorio continuo per l’apprensione del demanio sia da parte dei feudatari, sia da parte dei contadini. E questa usurpazione viene legittimata in alcuni casi dal diritto, e precisamente nel caso di difese legittimamente costituite e di colonie perpetue (F. Lauria, Feudi e demani, p. 399. Cfr. anche G. I. Cassandro, Storia delle terre comuni e degli usi civici nell’Italia meridionale, Bari, 1943; R. Vhxari, Per la storia rurale del Mezzogiorno nel secolo XVIII, in « Movimento Operaio », luglio-agosto 1954, p. 513).
Ma, al di fuori e al di sopra della legge, la feudalità napoletana riuscì spesso ad aver ragione dei diritti dei contadini come spesso riuscì a consumare impunemente l’usurpazione di parti del demanio universale.
La storia di questo processo, per cui fu assottigliato il demanio universale, è intessuta di prepotenze, di intrighi e di corruzioni a Napoli, presso la corte e nel foro; in provincia, presso gli amministratori delle università stesse.
Quando poi i ceti ricchi del Terzo Stato si affacciarono sul teatro della storia, si posero anch’essi in lizza per l’appropriazione dei demanio. E le leggi eversive legittimarono queste usurpazioni escludendo dal riparto le difese ad uso di pascolo e di semina, benché in altri tempi soggette al pascolo comune. (Decreto 8 giugno 1807, art. 3; G. Savoja, Raccolta cit., p. 30).
Così da due lati si premeva su quei beni di pubblica utilità ed ogni apprensione di loro porzioni precludeva l’uso comune ai membri delle università, restringeva il loro diritto, rappresentava per essi una diminuzione di utili.
Naturalmente baroni e galantuomini si trovarono in un certo senso uniti per frustrare le iniziative borboniche volte a far partecipi i coltivatori dei benefici delle riforme agricole.
Era stata — come vedremo — opinione diffusa degli scrittori di cose economiche, dal Genovesi al Briganti, dal Filangieri al Palmieri, dal Galanti al Longano, che si dovesse promuovere l’incremento dell’agricoltura meridionale, trasformando il coltivatore in enfìteuta o in piccolo proprietario.
E la legislazione di Ferdinando IV aveva cercato di attuare divisioni di terre, enfiteusi e censuazioni a favore dei lavoratori rurali, sia nella circostanza di incameramento di beni ecclesiastici, sia in occasione di redenzione di demani. Dal 1789 al 1792 fu affrontata la questione demaniale, iniziandosi quell’azione di rivendica di cui parla il Cuoco e che era diretta contro tutte le occupazioni e le usurpazioni « da qualsiasi persona fatta, magistrato, nobile, persona ecclesiastica e Comune ». p. 292

A parte le molestie che queste rivendiche portarono anche ai coltivatori che s’erano insediati sui demani, sta di fatto che la legge del 1791 si prefisse di dare a censo terreni demaniali di qualsiasi natura, preferendo nelle censuazioni i nullatenenti.
Ora tanto queste leggi, quanto le altre sui feudi devoluti e le proposte e i progetti elaborati dai ministri di Ferdinando furono sabotati sistematicamente dai ceti nobiliari e possidenti. I primi cercavano di sfuggire alle leggi che intendevano reprimere i loro abusi, rendendole inefficaci; gli altri di volgerle a loro esclusivo profitto, stornando le intenzioni del legislatore.
Così le classi lavoratrici, che perdevano un’utilità sicura e presente nell’uso civico, venivano raramente compensate da quelle censuazioni che erano state progettate per loro.
Ciò si vide più chiaramente ancora quando nel periodo francese si addivenne ad un vero e proprio riparto dei demani. Con la legge 1° settembre 1806 Giuseppe Bonaparte ordinava infatti la divisione dei demani « di qualsivoglia natura, feudali o di chiesa, comunali o promiscui » e la loro trasformazione in proprietà privata.
Il sistema adottato dal legislatore si fondava sul proposito di separare prima la parte spettante al barone (che veniva a lui assegnata in proprietà piena) da quella spettante all’università, reintegrando i demani comunali usurpati. Si volevano poi conservare in istato di demanio le terre poco adatte alla coltivazione e dividere in quote il rimanente assegnandole ai cittadini sotto il peso del canone (F. Lauria, Demani e feudi, p. 449 e segg. Cfr. la legge in Savoja, Raccolta cit., p. 25).
La divisione importava dunque la scomparsa di gran parte degli usi civici. Secondo il decreto 8 giugno 1807 coloro che fossero divenuti possessori delle posizioni (sic) derivanti dalla ripartizione dei demani, sarebbero restati pieni, liberi ed assoluti padroni delle proprietà loro toccate, sicché, ad eccezione del canone stabilito, avrebbero goduto dell’intera facoltà di disporre a loro piacimento o coll’alienarle o darle in affitto, o con coltivarle e riservarle al solo uso proprio, chiudendole e inibendo l’esercizio degli usi civici (Cfr. in Savoja, Raccolta cit., p. 31).
La ripartizione poteva farsi, secondo la legge, per testa o per offerta (G. Savoja, I demanii comunali, p. 143 e segg.). Qui si nascondeva un primo grave pericolo perchè si ammetteva la possibilità della vendita.
Comunque il legislatore si era preoccupato di salvare la posizione dei coloni perpetui nei demani ex feudali cd ecclesiastici dichiarandoli inamovibili (decreto 10 marzo 1808). Ciò però non valeva per i demani universali. Qui anche i terreni concessi a coloni dovevano essere posti in massa per venir poi divisi (G. Savoja, I demanii comunali, p. 143; A. Rinaldi, Delle colonie perpetue ■nella storia del diritto italiano, Napoli, 1878).
Lo sconvolgimento delle posizioni tradizionali è dunque evidente nel secondo caso. Ma crediamo che anche per le colonie dei demani del primo tipo l’applica-zione del nuovo canone potesse rappresentare un cambiamento non indifferente.
La legge incontrò enormi difficoltà nell’applicazione e sebbene al dire del Bianchini, molto coloni e comunisti divenissero piccoli proprietari (L. Bianchini, Della storia delle finanze del Regno di Napoli, Napoli, Stamperia reale, 1859, p. 404), sembra che i veri vantaggi finisse col goderli il gruppo dei ricchi del Terzo Stato.
Sintomatico è a tal riguardo quanto proponeva il Consiglio provinciale di Teramo nel 1808: che i demani dei Comuni si concedessero in enfiteusi, « ma non ai miserabili, i quali non avrebbero potuto coltivarli, nè ai possessori dei grandi fondi, i quali non ne avrebbero curato la cultura, sì bene soltanto a quelli che avevano mezzi e volontà di migliorarli, nè dividere in piccole parti per non occupare molta gente nella loro cultura, perchè il piccolo enfiteuta non avrebbe saputo adottare le buone regole… ». Ed aggiungeva : « Si dovrebbero persuadere con i più dolci modi i proprietari delle piccole proprietà che tramezzano le grandi a permutarle ed alienarle a beneficio dei proprietari del fondo maggiore » (Riportato in Angela Valente, Gioacchino Murat e l’Italia meridionale, Torino, Einaudi, 1941, p. 50). A tale giudizio si avvicina quello del Palmieri, il quale difende la grande proprietà e sostiene l’inutilità di concedere le terre ai contadini, quando questi non siano sufficientemente provvisti per affrontare le spese necessarie ad una buona coltivazione (G. Palmieri, Riflessioni sulla pubblica felicità, in Custodi, t. XXXVII, p. 95 e segg., Pensieri economici, p. 124).
In un primo tempo venne adottato il sistema francese di divisione per testa, poi, per esigenze fiscali, si favorirono le vendite a contanti, senza osservar nemmeno le modalità delle subaste (A. Valente, G. Murat cit., p. 334).
Siamo dunque in presenza d’una situazione aggrovigliata, che per la sua stessa complessità ed incertezza forniva un terreno propizio agli speculatori.
Finché non saranno effettuate indagini analitiche sulla proprietà, una parola definitiva sugli effetti immediati delle leggi eversive non potrà dirsi. Ma anche ora non s’è probabilmente lontani dal vero quando si pensi che, nell’operazione, i frutti maggiori andarono ai galantuomini e che pochi furono in definitiva i lavoratori che poterono avvantaggiarsene. Non solo durante il riparto si cercò di frodare la legge in ogni modo, ma anche quando questa raggiunse il suo fine, l’effetto spesso non fu duraturo. La trasformazione di molti coloni in proprietari non era infatti destinata a durare per una ragione economica. Le spese cui andavano incontro li ricacciavano nello stato di dipendenza, e questa era non di rado peggiore dell’antica. pp. 293-294

Altre trasformazioni della proprietà e conseguenze per i lavoratori della terra

Quanto s’è detto circa l’eversione della feudalità può in parte ripetersi per le altre trasformazioni che toccano la proprietà fondiaria, specie quella ecclesiastica. È cosa nota che durante l’età delle riforme ed il periodo napoleonico una parte della proprietà di enti ecclesiastici e di ordini religiosi sfuggì dalle mani dei suoi antichi padroni. Rifacendoci dal Regno di Napoli, di cui abbiamo trattato in particolare nei capitoli precedenti, ricorderemo subito l’incameramento dei beni dei gesuiti decretato in seguito all’espulsione della Compagnia (1767). Una parte di questi beni fu consacrata a scopi d’istruzione o di beneficenza, un’altra fu destinata a passare a privati mediante vendite o censuazioni. Ma anche qui si verificò che i coltivatori godessero il meno, mentre il più cadeva in mano di abili speculatori. Il Bianchini racconta di un personaggio, che teneva sommo ufficio di governo e godeva del maggior soldo che allora pagasse la tesoreria, oltre ad altre pensioni e benefìci, che ne acquistò per tenue prezzo una rilevantissima quantità (L. Bianchini, Della storia cit., p. 298). pp. 290-294

Le ferrovie napoletane

Da quali cause provenga quella specie di separazione, per non dire di segregazione assoluta, tra quella bellissima parte d’Italia ed il resto della Penisola, i di cui varii Stati hanno tra loro frequentissime relazioni, noi non diremo: e perchè non sapremmo indicare qual sia la giusta, e perchè estranea forse d’altronde al nostro argomento, nel quale non intendiamo trattare quistioni oziose, o che possano nel menomo modo allontanarci dal precipuo nostro obbietto. Per noi basta accertare un fatto notorio, e lamentevole; il quale serve a scusare le scarse notizie, forse imperfette ancora, che esporremo. Dopo quanto abbiamo accennato al capitolo 1° del discorso III preallegato, nessun altro provvedimento fu promulgato intorno alle strade ferrate del Regno. Nessuna relazione venne ancor fatta dagli ingegneri mandati a studiare i luoghi pe’ quali il governo desidererebbe condurre nuove strade ferrate. Se non che un provvedimento recentissimo però, del 15 settembre scorso, vuoisi accennare.
Con regio decreto S.M. il Re ha accordata alla stessa società costruttrice della strada ferrata da Napoli a Nocera e Castellamare la concessione di proseguire la strada medesima per altre otto miglia geografiche da Nocera per Cava a Salerno, città marittima importante, e capoluogo di provincia, attraversando l’Appennino in luogo assai alto, per modo, che o sarà necessario perforare il monte, o stabilire soltanto un piano inclinato con macchine fisse. Le condizioni della concessione sono state le medesime di quelle fatte per la già costruita strada. Se non che la durata della concessione per lo prolungamento da costruirsi, terminerà dopo anni 80, contando dal 4 ottobre 1839, affinchè il governo entri contemporaneamente in possesso di tutta la strada da Nocera a Castellamare, e per Cava sino a Salerno. Inoltre la compagnia permetterà al governo il passaggio gratuito de’ corpi del regio esercito e loro bagagli su tutta la strada, facendosi bensì i trasporti medesimi con macchine e carri appartenenti al governo. Cotesto provvedimento merita gran lode, perchè procura ad una parte così interessante del Regno il beneficio che si spera successivamente anche ad altre esteso.
Queste sono le notizie più recenti a noi pervenute da persone informatissime, le quali, ove fossero state accordate altre concessioni, dovrebbero necessariamente esserne informate, e ce le avrebbero in tal caso senza fallo partecipate. Ciò però non toglie che i fogli francesi si affrettino di promulgare manifesti di società ordinatesi per ottenere altre concessioni, o per far credere almeno che ne otterranno, senza lasciarsi arrestare dalla taccia di probabile scarso successo che potrebbe imputarsi loro. Ecco quella che leggiamo in uno di essi:

« Ferrovie del Regno delle Due Sicilie. Sotto la presidenza del signor de la Rochefoucauld, duca d’Estissac, aiutante di campo del re, fu costituita una società per l’esecuzione e l’esercizio per concessione diretta di linee ferroviarie nel regno delle Due Sicilie. Il capitale della 1ª serie di emissioni è di 25 milioni, suddiviso in 50.000 azioni, da 500 franchi ciascuna; il primo pagamento è di 25 franchi per azione. I numeri della 1ª serie saranno privilegiati per le serie successive. – L’abbonamento sarà aperto sabato 11 ottobre, presso la sede della società, rue Caumartin, 35. Il giorno successivo all’abbonamento, gli abbonati saranno avvisati dell’accoglienza effettuata su loro richiesta, e saranno nei tre giorni, sotto pena di decadenza, al pagamento del primo ventesimo, a MM. A. Goutin e C.e, banchieri della compagnia (Journal des Débats, 11 ottobre 1845)”..
E perchè probabilmente fosse men dubbio l’avviso, ecco che un altro giornale, più grave aticora, e men sdito a bandire notizie insussistenti, pochi giorni dopo afferma tosto francamente il buon esito del divisamento in questi termini:

« Una società ha appena ottenuto dal Re di Napoli la concessione di tutte le strade da realizzare nell’Italia meridionale.
“La rete concessa è suddivisa in sei linee, con due moli a Napoli, uno dei quali, già realizzato, appartiene al governo ed è utilizzato per l’esercizio della piccola strada di Capua. La seconda serve alle linee del Mezzogiorno, avendo un unico tronco comune da Napoli a Nola.
“Le linee concesse sono designate sotto le seguenti denominazioni:
“1° Linea Est, o Puglia, da Napoli a Otranto … chilometri 618
“2° Linea Ovest, da Capua agli Stati Napoletani. »130
N.B. Forse si riferisce al confini di quegli Stati, poiché Capua ancora ad essi appartiene, e da colà si viene al limite verso lo Stato pontificio.
“3° Linea Nord Ovest o Abruzzo……….” 277
“4° Linea Mediterranea da Nola a Taranto……….” 307
“5 Linea del Mezzogiorno, o dei Calabresi, da Nola a Reggio. . “568
“6° Linea Sicilia da Paierme a Messina …………” 342
Km totali 2.242
“Questa è la rete concessa alla società, di cui Gouin et C.e è il banchiere, e che ha i nomi più influenti nel suo consiglio di amministrazione (Moniteur Universel, 14 octobre 1845)».

Nel Monitore del 19 ottobre un nuovo articolo relativo a quest’impresa ne ripete all’incirca con qualche variante le indicazioni, se non che sono kilometri 2,302 invece di 2,242, ripetendo nuovamente molti errori. Arroge che ne’ due articoli neppur si fa motto della strada da Napoli a Castellamare ed a Nocera, indi a Salerno, conceduta alla società Bayard. — Arroge altresì che il duca di Cossé Brissac è presidente, il duca di Estissac vice-presidente, i Laferronaye, i Montesquiou ed altri gran nomi di Francia amministratori. L’ingegnere è il signor Survilie; si annunzia con una spesa minima una rendita massima; in somma lutto è combinato pel pronto profittevole spaccio delle azioni (Petitti di Roreto C., Delle strade ferrate italiane e del migliore ordinamento di esse. Cinque discorsi, Capolago, 1845, pp. 624-634). pp. 538-539

La Valigia delle Indie

Il Petitti nella sua lettera al Balbo inserita sulla gazzetta di Torino del 30 p.p. e ripetuta su quella di Genova d’ieri, dice: «infatti niuno potrà contendere, che quando dalle Alpi ad Otranto fosse aperta una non interrotta via ferrata, superate così tutte le cause di ritardo, che solitamente incontransi nei mari Adriatico, di Sicilia e di Lione, il passo da Alessandria d’Egitto ad Otranto riuscendo facilissimo, e più sicuramente pronto, ed il viaggio ulteriore lungo le vie ferrate italiane, dovendo presumersi rapidissimo, nè più soggetto ad alcuna eventualità, debbe necessariamente questa direzione ottenere la preferenza su qualunque altra comunicazione fra l’India e la massima parte d’Europa » (Un serio esame di Michele Erede, Dall’Eco dei giornali). pp. 570-571

Finalmente, tutta Italia è interessata alla realizzazione dell’unico progetto che possa farla rivivere ad una gran parte dell’antico splendore commerciale, e non è credibile che, mentre la Sardegna si accinge a domare in due punti le Alpi e forse presto anche in tre, non che 1’Appennino; Napoli, Roma e gli altri stati cui premere deve la buona riuscita dell’impresa, con ostacoli infinitamente minori da superare, vogliano mostrarsi animati da poco desiderio per la prosperità e la gloria comune. Genova, 5 aprile 1846. Michele Erede. p. 572

Enfin si les lignes napolitaines s’étendent jusqu’au fond du royaume, l’Italie sera appelée à de nouvelles et hautes destinées commerciales. Sa position au centre ds la Méditerranée, où, comme un immense promontoire, elle parait destinée à rattacher l’Europe à l’Afrique, la rendra incontestablement, lorsque la vapeur la traverserà dans toute sa longueur, le chemin le plus court et le plus commode de l’Orient à l’Occident. Dès qu’on pourra s’embarquer à Tarente ou à Brindisi, la distance maritime qu’il faut franchir maintenant pour se rendre d’Angleterre, de Franee et d’AUemagne en Afrique ou en Asie, sera abrégée de moitié. Il est donc hors de doute que les grandes lignes italiennes serviront alors à transporter la plupart des voyageurs et quelques-unes des marchandises les plus précieuses qui circuleront entre ces vastes contrée. L’Italie fournirà également le moyen le plus prompt pour se rendre d’Angleterre aux Indes et à la Chine; ce qui sera encore une source abondante de nouveaux profits. D’après tout ce qui précède, il nous paralt clairement démontré que les chemins de fer ouvrent à l’Italie une magni-fique perspective économique, et doivent lui fournir les moyens de reconquérir la brillante position commerciale qu’elle a occupée pendant tout le Moyen Age. pp. 579-580

Infine se le linee napoletane si estenderanno fino alle profondità del regno, l’Italia sarà chiamata a nuovi ed alti destini commerciali. La sua posizione al centro del Mediterraneo, dove, come un immenso promontorio, sembra destinato a riunire l’Europa all’Africa, ne farà senza dubbio, quando il vapore l’attraverserà in tutta la sua lunghezza, la più corta e comoda da oriente a occidente. Non appena potremo imbarcarci a Taranto o Brindisi, la distanza marittima che ora dobbiamo percorrere per arrivare dall’Inghilterra, dalla Francia e dalla Germania all’Africa o all’Asia sarà dimezzata. Non c’è quindi dubbio che le principali linee italiane saranno poi utilizzate per trasportare la maggior parte dei viaggiatori e alcune delle merci più preziose che circoleranno tra queste vaste regioni. L’Italia fornirà anche i mezzi più rapidi per arrivare dall’Inghilterra all’India e alla Cina che sarà ancora un’abbondante fonte di nuovi profitti. Da tutto quanto sopra ci risulta chiaro che le ferrovie aprono all’Italia una magnifica prospettiva economica, e devono fornirle i mezzi per riconquistare la brillante posizione commerciale che ha occupato in tutto il mondo (Benso di Cavour C., Des chemins de fer en Italie, Parigi, 1846. In “Scritti di economia. 1835-1850”, pp. 240-248). pp. 579-580

Industria borbonica

Notabilissimi progressi ha fatti il Regno delle due Sicilie dal 1830 in poi nei differenti rami d’industria manufattrice; e il supplemento al nostro Volume XI parla della illuminazione gassosa della capitale, e dell’attigua strada ferrata, Funa e l’altra prime ad apparire in Italia; rammenta gli opicifici di seta attivissimi in Napoli, in S. Leucio e in Catanzaro, e a luogo più acconcio additasi quello che fiorisce in Catania. In quel volume si prende ricordo dei migliorati pannilani ordinarli nel R. Albergo de’ poveri, e si rende ragione delle difficoltà di sperare uno eguale risultato nei panni fini. Lodasi l’attività di somiglianti opificii in S. A rpino ed in Polena, e si encomiano le belle preparazioni di lane filate per ricami e per scialli che si fanno nel mentovato R. Albergo de’ poveri. I filati e i tessuti di bambagia migliorati dopo il 1840, e le fabbriche analoghe in Piedimonte d’Alife, in Giovinazzo, Scafati ed Angri con distinta menzione si notano. Non vi si omettono i filatoi di lino e di canapa in Napoli, in Catanzaro, in Sarno, in Salerno ed in altri luoghi del regno divenuti prosperosissimi nel giro di un quindicennio; e vi trovano il dovuto ricordo i cuojami d’ogni specie che in Napoli preparansi egregiamente; e così pure i tappeti di S. Leucio, le cartiere del Fibreno, i cappelli di paglia, di feltro e di felpa in seta che dispensano i regnicoli dal ricorrere all’estero. Si accenna la floridezza della manifattura dei guanti, la perfezione dei fiori artificiali e dei ricami napolitani, la doratura elettro-plastica oltre quella che usualmente si pratica con foglie preparate dai battiloro di Solofra. Oltre la fonderia dei cannoni spettante al Governo, si registrano in quel volume i lavori di ferro provenienti dalla fonderia Zino ed Henry, non chè dal reale stabilimento di Pietrarsa destinato alla costruzione delle macchine a vapore; e si dà giusta lode agli eleganti lavori di acciajo di Campobasso, e alle armi da fuoco che ivi, nella R. Fabbrica della Torre e in altre di Napoli si manifatturano Non si dimenticano i pettini metallici pei tessuti d’ogni grandezza, nè le fabbriche di vetri e cristalli bianchi e colorati; nè le manifatture di stoviglie, ove s’imitano perfettamente i vasi antichi; nè finalmente le fabbriche di preparazioni chimiche, di candele steariche, di lampade meccaniche, di strumenti musicali e singolarmente di pianoforti. Tutte queste manifatture danno occupazione ad un estesissimo numero di persone in tutto il regno, ove i soli addetti alle arti meccaniche formavano nel 1834 oltre un diciassettesimo della popolazione (Zuccagni-Orlandini A., Corografia fisica, storica e statistica dell’Italia e delle sue isole, corredata di un atlante di mappe geografiche e topografiche e di altre tavole illustrative, Firenze, vol. I, 1845, pp. 158-168). p. 618