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Le origini del servizio sociale internazionale

Webinar organizzato dalla Fondazione Bruno Kessler di Trento nell’ambito del ciclo di seminari “Storia in costruzione”.

Interviene Francesca Piana, assegnista alla Scuola normale di Pisa e docente di Storia delle relazioni internazionali dell’Università di Ginevra, che discute una relazione sull’attività dell’International migration service in Italia. Si presentano qui i risultati di una ricerca che usciranno a breve nel volume intitolato “The Global Governance of Refugee Protection. Forced Diplacements and Humanitarian Aid after WWI” scritto sulla base dell’International migration service creato nel 1924 da un gruppo di assistenti sociali diplomate a Londra e New York con lo scopo di riunire le famiglie separate dalle migrazioni e di studiare le conseguenze di questo fenomeno sulla famiglia e sulla società. È una storia di donne che alla fine della prima guerra mondiale decidono di dare il proprio contributo per una vocazione globale. L’Ims aveva base a Ginevra e si basava su una serie di filiali distribuite per l’Europa che potevano carpire informazioni sui migranti. Il metodo era basato sul casework che fu sviluppato negli Stati Uniti all’interno del movimento riformista e del Settlement, che era considerato un metodo affidabile per l’epoca. L’Ims nl 1932 creò una filiale in Italia per la riunificazione delle famiglie italo-americane, prigionieri di guerra, civili dispersi per cause varie. Le ipotesi sono: come l’Ims ha soddisfatto i bisogni dei migranti? Quali stereotipi sulla marginalità sociale? Quali collaborazioni col Regime Fascista? Per quanto riguarda la storiografia dobbiamo cercare nei seguenti campi di ricerca: welfare, assistenza sociale e migrazione dove troviamo i seguenti autori: Heide Fehrenbach ha scritto il capitolo “From Aid to Intimacy: The Humanitarian Origins and Media Culture of International Adoption” in “Dilemmas of Humanitarian Aid in the Twentieth Century” di Johannes Paulmann e “Children as Casework: The Problem of Migrating and Refugee Children in the Era of World War.” In “Handbook on Migration and Childhood” di Jacqueline Bhabha, Daniel Senovilla Hernandez e Jyothi Kanics; Pamela Ballinger ha pubblicato “The World Refugees Made: Decolonization and the Foundation of Postwar Italy”; Rita Cutini ha scritto “Promuovere la democrazia: storia degli assistenti sociali nell’Italia del secondo dopoguerra (1944-1960)”; Stefano Gallo ha analizzato le migrazioni interne “Il Commissariato per le migrazioni e la colonizzazione interna (1930-1940). Per una storia della politica migratoria del fascismo”. Ulteriori fonti sono gli archivi della Croce Rossa Internazionale, agli archivi dell’International social service di Ginevra, gli archivi dell’International organization of labour, l’Archivio centrale dello Stato in Roma, gli archivi privati della famiglia Dallolio, interviste di storia orale. Agli inizi del 2000 l’Ims è andata in bancarotta e non è stata trovata alcuna documentazione. I movimenti riformisti americani all’inizio del secolo si interessano della protezione delle donne che effettuano lunghi viaggi all’estero per lavoro. Per tali motivi la World christian association crea l’Ims ma il governo americano decide di limitare fortemente l’immigrazione adottando i passaporti che diventarono obbligatori. Nel 1924 la sezione Ims diventa indipendente con una struttura speculare con un comitato internazionale e un comitato esecutivo su questioni finanziarie. Dal 1924 al 1932 l’Ims non ha una sede italiana ma è diffusa in Europa e negli Sua insieme ad altre organizzazione americane che si occupano di casi di diserzione, di rimpatrio, di recupero dei documenti, di naturalizzazione e di divorzio. Durante questo periodo la sede americana dell’Ims viene contattata per fare delle ricerche in Italia. Le assistenti sociali americane dell’Ims erano però costrette a tradurre prima le richieste e la corrispondenza dall’italiano all’inglese e poi dovevano riferire coi corrispondenti italiani al fine di carpire le necessarie informazioni per il lavoro sul caso. Nelle relazioni il migrante è visto come una vittima, culturalmente svantaggiata e proveniente da un contesto problematico. Si presenta il caso di un uomo italiano considerato mentalmente instabile residente negli Usa da venti anni a cui si chiede di ritornare in Italia. La National catholic welfare conference si propone di contattare la famiglia rimasta in Italia per capire come coprire le spese di viaggio. Molto spesso le famiglie di origine si rifiutavano di accogliere il proprio caro e la pratica si estingueva. La relazione di circa 80 pagine non riporta né il governo italiano né istituzioni politiche fasciste e sugli italiani gravavano numerosi luoghi comuni e pregiudizi che continuarono anche nel periodo tra le due guerre. Il governo italiano dal canto suo non cambiò posizione sulle politiche migratorie e si concentrò sulla colonizzazione delle terre italiane d’oltremare tuttavia mantenne i contatti con le comunità italiane all’estero. Intanto l’Ims decise di inviare Suzanne Farriere in Italia nel 1929 per studiare l’ambiente sociale ed economico e per capire se ci fossero le condizioni per aprire una sede succursale in questo paese. La Farriere prende tempo e propone di creare delle convenzioni con alcune organizzazioni locali (Opera Cardinal Ferrari, CRI, Società Umanitaria, etc.) che avrebbero lavorato caso per caso. Finalmente fu creata la sede italiana nel 1932 su iniziativa di Filippo Cremonesi presidente della CRI che prese il nome di “Segretariato di informazioni private” con scopi umanitari e al di fuori di orientamenti ideologici. La presidenza fu affidata ad Elsa Dallolio che era la figlia del generale Alfredo, ministro della guerra, scelto da Mussolini per ricoprire la carica di commissario per le munizioni. La figlia Elsa fu infermiera durante la prima guerra mondiale ed intrattenne amicizie con Benedetto Croce, Gaetano Salvemini e altri antifascisti. Dal 1932 al 1945 la sede italiana dell’Ims si occupò di prigionieri di guerra, esuli della guerra civile spagnola e dell’impresa etiopica. Il metodo scelto fu quello dell’international casework definito come “lo studio scientifico del caso applicato a famiglie e individui i cui problemi richiedono la collaborazione in due o più paesi”. Durante la guerra diverse famiglie italiane contattarono l’Iss per intercedere presso i prigionieri di guerra ed Elsa, grazie anche al ruolo del padre e di numerose amicizie, tra cui la regina del Belgio, riuscì ad aiutarle. Dopo la seconda guerra mondiale l’Iss si appoggiò all’Unrra (United nations relief and rehabilitation agency) per continuare l’attività assistenziale. Intanto l’Ims cambiò nome in “International social service” pur mantenendo gli scopi e le motivazioni originarie. Segue dibattito:

Che qualifica aveva il personale dell’Ims in Italia, dove si trovava la sede fisica e dove si possono reperire le relazioni?

Il lavoro veniva svolto prevalentemente dalle presidentesse che contattavano i referenti a livello internazionale per il rilascio dei prigionieri. Elsa Dallolio era un infermiera e non aveva qualifiche di assistente sociale. La Ferriere invece aveva studiato al Columbia school di social work ma il suo compito era solo di sondare l’ambiente italiano ed una volta tornata in America non si fece più vedere. La documentazione relativa ai 2700 casi trattati e che hanno prodotto circa 12 mila lettere sono andate al macero nel 2000. La sede fisica era a Roma con distaccamenti a Napoli, Aversa e Trieste. Nell’Archivio centrale dello Stato c’è una documentazione non inventariata relativa agli anni ’60 – ’80. Gli archivi della sede americana dell’Ims si trovano in Minnesota.

L’Ims si attivò per salvare i bambini ebrei dalle persecuzioni razziali?

Quando la Ferriere giunge in Italia entra in contatto con alcune organizzazioni locali tra cui l’Omni e i Fasci Femminili che potevano tornare utili ai fini di una collaborazione caso per caso. Presso l’Iss, inoltre, c’era una sezione per minorenni non accompagnati ma non si può dire se abbiano trattato casi del genere.

Come si è svolta la ricerca dal punto di vista metodologico?

Dopo una prima selezione della letteratura si è passati alla consultazione dei materiali di archivio; nelle diocesi ci possono essere molti di questi casi grazie all’interessamento dei parroci alle richieste delle famiglie per i propri cari reclusi all’estero.

Perché fu scelta Elsa Dallolio e non altri?

Elsa Dallolio faceva parte di una famiglia altoborghese e nel 1931 il suo nome appare in un convegno.

Approfondimenti

Assistenza sociale nell’industria (1927-1970)

“L’assistenza sociale” rivista della Confederazione Nazionale Lavoratori e Sindacati Fascisti poi “L’assistenza sociale nell’industria”, rivista bimestrale della Confederazione Generale Fascista dell’Industria Italiana, piazza Venezia 1, 1928-1943, Roma, Società editrice de “L’Organizzazione Industriale”, via Margutta 61, Roma. Poi “Quaderni d’informazione per assistenti sociali”, 1950-1954. Poi “L’assistenza sociale nell’industria italiana: rivista bimestrale della Confederazione Generale dell’Industria Italiana”, 1960-1968. Poi “Iniziative sociali nell’industria italiana”, Confederazione generale dell’industria italiana, 1969-1970 (Roma, Failli). Direttore responsabile: Guelfo Gobbi (anni ’20 – ’40); Rosario Toscanini (anni ’60 – ’70).

L’idea di un servizio sociale nelle fabbriche italiane fu introdotta nel primo dopoguerra per sopperire ai bisogni della popolazione operaia già duramente provata dal conflitto. L’esigenza di aggiornare il personale assistenziale e di propagare il servizio in tutto il paese indussero la Confindustria a pubblicare un periodico apposito affidandone la direzione a Guelfo Gobbi che proveniva dall’Associazione nazionale mutilati ed invalidi di guerra e, quindi, era la persona più competente in materia. Fin dal 1927 si dedicò all’istruzione ed alla formazione delle prime assistenti sociali di fabbrica. L’aggiornamento degli orientamenti produttivi e l’introduzione dei nuovi metodi razionali nelle imprese, richiedevano particolari cure a favore dell’elemento umano ed egli, attraverso le pagine della rivista, sviluppò una sistematica ed efficace opera di proselitismo (R.T., La scomparsa di un benemerito dell’assistenza sociale: Guelfo Gobbi, 1961, 2, p. 4).


La struttura editoriale è formata da una prima parte di articoli sul servizio sociale di fabbrica con esperienze sul campo non solo in ambito aziendale (Olivetti, Viscosa, Acciaierie Falck, Fiat, Buitoni, Radaelli, etc.) ma anche nei servizi di utilità pubblica (trasporti, gas, elettricità, etc.). La seconda parte include il calendario di convegni o congressi, notizie dalle scuole di servizio sociale, una selezione bibliografica e le recensioni. Il tutto corredato da riproduzioni degli impianti dell’epoca e fotografie a colori. La rivista che interessa gli industriali italiani, i capi del personale aziendale, gli esperti dei problemi sociali di fabbrica, gli assistenti sociali: illustra le realizzazioni dell’industria italiana nel settore dell’assistenza sociale di fabbrica; aggiorna sui principali problemi del servizio sociale aziendale; riporta notizie di studi, conferenze e convegni che riguardano le realizzazioni umane nell’ambito industriale (L’assistenza sociale nell’industria italiana, 1963, 1, p. 3). Nel decennio che vide pubblicare la rivista (1960-70) si alternarono articoli esplicativi sull’organizzazione dei servizi sociali per gli operai e per le loro famiglie; si tratta certamente di una valida testimonianza del “boom” economico dei “mitici” anni ’60.
La direzione inizialmente detenuta da Guelfo Gobbi (anni ’20 – ’40), fu poi affidata a Rosario Toscanini (anni ’60 – ’70). Il comitato di redazione era formato da docenti universitari quali Augusto Turati, Giovanni Balella, e naturalmente assistenti sociali quali Margherita Grossman, Elena Fambri e Paolina Tarugi. Di questa ultima sta scritto che si era distinta durante la prima guerra mondiale per le sue attività di assistenza ai combattenti e che nel dopoguerra si adoperò per inserire i reduci nella vita civile. Nel 1919 ottenne il riconoscimento dei diritti della donna nell’esercizio delle libere professioni con l’approvazione della legge Sacchi. Sta scritto, inoltre, che fu maestra delle prime assistenti sociali che si diplomarono presso la scuola di Sant’Alessio. Su questo punto occorre una precisazione. Infatti, tutti sanno che la prima scuola per segretarie sociali fu fondata nel 1921 a Milano in via Piatti 4 e che la scuola per assistenti sociali fu fondata nel 1928 a Roma a San Gregorio al Celio. Dunque, da dove spunta questa scuola di Sant’Alessio? (A.D., Paolina Tarugi pioniera del servizio sociale di fabbrica in Italia, 1969, 5, pp. 38-39).


L’istituto italiano per l’assistenza sociale sorto a Milano nel 1921 ebbe la sua consacrazione in forma ufficiale in una riunione tenuta presso la Camera di commercio di Milano dove era stato concepito e strutturato come un organismo tecnico e scientifico che con metodo rigoroso ricerca l’ausilio di tutte le moderne scienze che si applicano alla organizzazione umana del lavoro. Intercorsi i necessari preliminari accordi fra l’Istituto e l’azienda ed ottenuta l’autorizzazione ad iniziare il servizio sociale, la segretaria o l’assistente sociale si metteva in contatto con i dirigenti nonché i capi operai, i rappresentanti della commissione interna o con qualunque altro organismo che rappresentasse la maestranza. Dopo questi preliminari avevano inizio in forma regolare le visite dell’assistente allo stabilimento generalmente durate l’intervallo fra il lavoro del mattino e quello del pomeriggio: punto di ritrovo il refettorio oppure dove gli operai si intrattenevano. Nelle aziende ove l’istituto gestiva il servizio sociale funzionavano ambulatori con visita medica gratuita, allo scopo di compiere un utile opera di profilassi. In collaborazione con l’Istituto delle biblioteche popolari di Milano, l’Ente ebbe ben presto la possibilità di disporre di una biblioteca centrale di qualche migliaio di volumi che istituì a sua volta tante sedi zonali in altrettanti stabilimenti. Furono anche organizzate lezioni con proiezioni su argomenti culturali e tecnici per selezionare, fra tanti, i pochi che pur prestavano attenzione alle cose della cultura. Nel 1928 mentre a San Gregorio al Celio in Roma sorgeva la scuola per le assistenti sociali, l’istituto italiano per l’assistenza sociale passava alle dipendenze della confederazione generale dell’industria, continuando la propria esistenza fino al 1945 (Tarugi P., Le origini del servizio sociale di fabbrica in Italia, 1961, 1, pp. 14-18).
L’Istituto italiano per l’assistenza sociale di Milano, con corsi accelerati svoltisi negli anni 1921, 1923 e 1926, abilitava le allora segretarie sociali alla professione di assistenti sociali. Nel 1928 veniva istituita a Roma la scuola superiore per assistenti sociali di San Gregorio al Celio che doveva fornire la maggior parte del personale addetto ai servizi organizzativi dalle due Confederazioni degli industriali e dei lavoratori dell’industria. Per il settore dell’assistenza all’infanzia, invece, fu l’ONMI a diplomare diverse assistenti sociali con due corsi tenuti a Roma e a Milano nel 1933 e nel 1934. Dopo lo scioglimento delle due Confederazioni corporative che gestivano la maggior parte dei servizi sociali allora esistenti (Patronato Nazionale Assistenza Sociale e Istituto Italiano di Assistenza Sociale), sin dall’ottobre del 1945 un gruppo di assistenti sociali entrò a far parte del FIDAPA (Federazione Italiana delle Donne nelle arti, nelle professioni e negli affari), decise di organizzarsi come Centro nazionale assistenti sociali, giungendo nel 1948 alla costituzione dell’Associazione nazionale assistenti sociali (ANAS) ed al primo convegno nazionale del 29 giugno. Nell’art. 2 dello statuto si legge che il fine è di collegare gli assistenti sociali operanti nelle varie regioni d’Italia. Nel 1961 risulta ben ampia la distribuzione dei membri soci dell’ANAS con una percentuale lievemente superiore proveniente dalla sezione laziale che aveva optato per il servizio di fabbrica seguito dal comparto giustizia (Organismi rappresentativi italiani: l’ANAS, 1962, 5, pp. 27-29).


L’assistenza è “sociale” in quanto pubblica e gratuita (Travagli F., Assistenza sociale e Patronato Nazionale, 1, 1927, p. 551):
«Non avrei dato soverchia importanza ad una critica alquanto acerba comparsa sui numeri 7-8, 1927 della Rivista. Critica riguardante un mio articolo “Patronato Nazionale in rapporto alla profilassi sociale” se gli avvenimenti svoltisi in questi ultimi mesi fra cui, principalissimi, il Congresso degli Uffici Legali del Patronato Nazionale tenutosi a Bologna il 5 ottobre u.s. e l’interrogazione dell’on. Gay alla Camera dei Deputati, non fossero venuti a confermare tanto autorevolmente ciò che fu previsto da me non solo nel mio ultimo studio quanto in tutti i miei lavori precedenti. Da più di cinque anni, prima sotto la diretta guida del nostro Direttore Generale, poi quale consulente medico del Patronato Nazionale di Genova, ho sempre strenuamente combattuto il cosiddetto parassitismo a danno degli infortunati. L’azione potentemente moralizzatrice del Buffa, che ebbe proprio qui a Genova il suo primo svolgimento, le battaglie asperrime da Lui subito combattute con slancio magnifico di fascista e di sindacalista purissimo. videro il sottoscritto (quale medico, cultore fervente dei problemi sociali che la democrazia demagogica aveva trascurato e negletto) in linea per la lotta della quale oggi il Patronato Nazionale raccoglie i frutti più eletti, e se lo sfruttamento degli operai infortunati fu da me (e non da me solo, ma da altri ben più del sotto-scritto autorevoli) definito per parassitismo, non posso — oggi — clic confermare e proclamare con tutta la mia energia tale definizione. A meno che non si voglia definire con parola anche più cruda il numero enorme di «reati, di truffe nelle indennità, di creazioni di infortuni, di autolesioni, di sfruttamenti dell’infortunato con altissime percentuali ed inganni sulla valutazione del danno ed infine la sottile opera disgregatrice che viene compiuta con l’istillare nella mente dell’operaio stesso una illimitata fiducia sul patrocinio, con pretese talvolta esagerate ed assurde di danni non indennizzabili». Mi fermo ancora sulla parola: parassitismo. Vuole dirmi l’egregio «a.c.» se l’opera in genere dei patrocinatori privati, specialmente nei grandi centri industriali, può essere altrimenti definita? Quando individui di passato oscuro, di poca o scarsa coltura, di coscienza… elastica, assistiti purtroppo da professionisti che potranno anche lavorare in buona fede, ma con gli occhi bendati, si creano paladini presso le Società o gli Istituti di Assicurazione di operai infortunati o sorprendono la loro ingenuità (leggi: ignoranza) trattenendo sulla somma liquidata dell’infortunio persino il 50%? Può definirsi altrimenti che parassitismo il fatto che vengono sovente accettate quali prime liquidazioni le temporanee, inibendo all’infortunato il diritto alla revisione per erroneità e tendendo in tal modo a favorire il giuoco di qualche Istituto Assicuratore? E ancora… ma perché rimestare nuovamente il fango che si è accumulato in questi ultimi anni su tante questioni svoltesi fra patrocinatori privati, istituti assicuratori ed infortunati? Non intendo, con quando asserisco, coinvolgere nell’accusa di parassitismo la totalità dei patrocinatori privati, sia singoli, sia raccolti in Istituti. Ma non posso escludere che anche negli Istituti o nei singoli più seri ed onesti, il lucro non sia la principale molla che li animi nel tutelare gli interessi dell’infortunato. Infatti il sorgere ed il vittorioso affermarsi del Patronato Nazionale ha dato ai nervi a parecchia gente… dai grossi calibri ai minimi, dai grandi Istituti ai piccoli speculatori che si accontentano delle… briciole! Il principio invece sostenuto sin dal 1922 dal Buffa (e consacrato dalla Carta del lavoro) è basato essenzialmente sul patrocinio gratuito dell’operaio infortunato, vera audace innovazione pratica nel campo della previdenza ed assistenza sociale. Eminentemente etico ed umano — osserva a tale proposito il Brunetta — il concetto informatore di tale principio. Chè altrimenti si andrebbe contro lo stesso spirito informatore della legge sugli infortuni del lavoro, quello cioè di assicurare all’operaio colpito da infortunio la possibilità di vita nel periodo di inabilità temporanea, dargli il modo di completare i propri proventi nel caso di inabilità permanente, garantire alla famiglia un discreto peculio nella eventualità della morte. L’affermarsi del Patronato Nazionale (e vedremo più oltre quanto esso interessi ora la pubblica opinione) che presieduto dall’on. Rossoni può definirsi come purissima emanazione sindacale, rientra automaticamente nell’art. 28 della Carta del Lavoro che prevede: «la devoluzione alle associazioni sindacali legalmente riconosciute della difesa dei lavoratori anche per le procedure amministrative e giudiziarie relative agli infortuni sul lavoro ed alle assicurazioni sociali». Giustamente il Roberti asserisce in una sua interessante relazione sulla « Funzione delle Associazioni Sindacali e la legge infortuni » che [‘assistenza sindacale non si esaurisce nel creare o nel perfezionare il rapporto di lavoro, ma 01 estende a tutta la vita del lavoro, a tutti i rischi ai quali il lavoratore va incontro in conseguenza del lavoro. Tanto più pronta e gelosa tale assistenza quanto più il lavoratore è in condizione di inferiorità ed ha bisogno di difesa. Ora — continua ad interpretare il Roberti assai limpidamente — già la legislazione italiana si era messa su questa strada sottraendo con la legge del 1917 ai patrocinatori privati la rappresentanza e la difesa degli infortuni agricoli; essa è stata poi affidata esclusivamente al Patronato Nazionale. Dato questo stato di fatto, non ho certo io commesso tali errori nel mio studio sul Patronato Nazionale. Dato questo stato di fatto, non ho certo io commesso tali errori nel mio studio sul Patronato Nazionale in rapporto con la profilassi sociale, da meritarmi tutti gli inorriditi sic! e tutti gli abbondantissimi punti esclamativi dell’egregio «a.c.» della Rivista Critica d’Infortunistica. Comunque, (ed anche in questo non posso che sottoscrivere a quanto ha asserito, con ben più profonda competenza legale della mia il Roberti), non si tratta di abolire, per gli infortuni industriali, il patrocinio privato; si tratta di trasferire la scelta dei patrocinatori degli infortunati alla Organizzazione sindacale. Qui non è questione di libertà menomate e di controversie private; nelle controversie del lavoro (le cui garanzie e di esse l’applicazione delle disposizioni inerenti sono controllate dallo Stato) il lavoratore deve essere tutelato dalle proprie associazioni sindacali di categoria; e per esse — come è in fine ora ufficialmente riconosciuto — al Patronato Nazionale che è l’organo tecnico della Confederazione dei Sindacati Fascisti e che ha in tutta Italia predisposta una organizzazione perfettamente corrispondente allo scopo con un personale veramente selezionato ed eletto sia dal lato amministrativo che da quello medico e legale. Che questo sia ormai penetrato anche nella coscienza dei lavoratori e del pubblico in genere, lo dimostra il fatto che liberamente — spontaneamente — in molti centri industriali gli operai infortunati corrono alla tutela del Patronato Nazionale; in molte città ormai la mala pianta del patrocinio privato si è esaurita e spenta del tutto, per la mancanza della linfa più vitale: il denaro degli infortunati! Ma ormai non soltanto gli organi della pubblica opinione — la stampa politica in genere — si interessano del Patronato Nazionale; non solo le riviste legali hanno delle rubriche le quali seguono con viva attenzione (tanto più viva quanto più esse sono più o meno celatamente avverse) tutto quello che si svolge nel Patronato stesso; ma riviste tecniche sanitarie ne fanno oggetto del loro studio. Era del 27 settembre un interessante articolo del «Medico Italiano»; è del 28 novembre la riproduzione di esso ed il commento sulla “Sezione pratica” del Policlinico, la rivista più diffusa del ceto sanitario d’Italia. Ci piace, quale conclusione di questo nostro articolo, riportare di detto studio i due più interessanti periodi: «Se noi guardiamo alle cifre esposte per il ramo: assistenza dell’operaio infortunato sul lavoro, nella relazione al Consiglio Direttivo Nazionale del Direttore Generale comm. Aldo Buffa, comprendiamo facilmente quale imponente lavoro è stato compiuto e quale proporzione può assumere tale opera per l’avvenire: nel 1926 furono eseguite per gli infortunati delle industrie 18.847 visite chirurgiche; 462 neuropatologiche; 16.413 di controllo; 207 otorinolaringoiatriche; 2523 oculistiche; 688 mediche; 1373 radiografiche. E non contiamo le 8464 pratiche esperite per gli infortuni agricoli! Questo lavoro dà sempre più la sensazione che il Patronato Nazionale vuol raggiungere quella perfezione nelle indagini e nei responsi alla quale nulla debba e possa obbiettare la Società Assicuratrice e che il Patronato è centro d’effettivo elevamento nella pratica infortunistica. Di fronte a queste constatazioni di organi obbiettivi e sereni, al di fuori ed al di sopra di ogni carattere laudativo, di fronte a questa sicura ascensione del Patronato Nazionale verso la più perfetta ed universale costituzione, io credo che ogni altro commento debba essere superfluo. Potranno le mie vedute essere tacciate di teoriche e nebulose; ma la realtà dei fatti le consacra quali positive e realizzatrici, per eccellenza! De hoc satis! Sarà mia cura, in un altro articolo, controbattere la questione della procura che tanto ha disturbato l’egregio a. c. Per ora mi conforta la constatazione che non invano mi sono accanita contro gli inconvenienti del cosiddetto Parassitismo a danno degli infortunati. Ed è per me questo un grande legittimo conforto».


Accanto all’Istituto di Assistenza Sociale di Fabbrica si affiancavano i policlinici e le cliniche del lavoro. Le prime avviano i professionisti sul piano pratico, le seconde su quello teorico. Una terza realtà è costituita dalle Mutue di Fabbrica che offrivano accertamenti sanitari laddove i sanitari generici non riuscivano. I policlinici erano suddivisi in due sezioni: medicina preventiva e malattie professionali (Vigliani G.A., I policlinici del lavoro, 5, 1928, p. 3).


Una quarta realtà (dopo i policlinici e le mutue di fabbrica) era rappresentata dalla scuola di San Gregorio al Celio dove avveniva la formazione delle assistenti sociali. Il quinto numero del 1928 dedica un bel servizio su questa neonata realtà didattica (La scuola superiore femminile fascista di assistenza sociale, 5, 1928, pp. 6-8):
La nuova Scuola, istituita dal Partito Nazionale Fascista con il concorso morale e finanziario della Confederazione dell’Industria, ha già iniziato dai primi dello scorso ottobre l’opera, i cui riflessi sociali risulteranno certamente quanto mai benefici in un prossimo avvenire.
Intanto con questa nuova istituzione l’Italia realizza, con l’attività fascista, uno dei più importanti postulati da essa enunciati nel recente Congresso Sociale di Parigi e si pone a fianco delle Nazioni industrialmente più sviluppate; dando in più alla sua opera quel carattere di originalità e di praticità che è proprio del suo temperamento latino.
Questa nuova Scuola è infine il logico corollario alla Scuola Superiore di Economica Domestica, altra opera del Regime, promossa, come questa d’oggi, con larghezza di vedute e con squisita sensibilità dei bisogni delle classi lavoratrici della Segreteria Generale del Partito, specialmente per le intelligenti cure di Angiola Moretti, Segretaria dei Fasci Femminili, che realizzando il programma sociale con così viva fede lanciato e propagandato dalla mirabile parola di S.E.Turati, nulla ha lasciato mai intentato, perché anche alle donne giunga il soffio rinnovatore ed elevatore del Fascismo, vigile custode e potenziatore dei più intimi valori e delle più preziose energie della Stirpe.
La vasta portata sociale di questa nuova Scuola, risulterà chiara, quando si pensi che essa darà ai Segretariati di fabbrica il personale tecnico, specializzato a compiere le più delicate mansioni assistenziali in favore delle classi lavoratrici e delle loro famiglie. Infatti alle assistenti fasciste sarà commessa una vasta serie di attività, per cui essendo particolarmente preparate, potranno assolvere con un unico criterio direttivo tutte le branche che caratterizzano i suddetti Segretariati: cioè l’assistenza sanitaria, culturale, igienica, economica, l’assistenza alla maternità ed all’infanzia, ecc.
L’assistente sociale fascista potrà così soccorrere ai vari bisogni del lavoratore e dell’azienda, sorvegliando, promuovendo e indirizzando i suoi assistiti a tutti i seguenti bisogni:
a) Assistenza sanitaria: Igiene individuale e del lavoro. Acquisto di medicinali, profilassi delle malattie sociali e professionali, visite da medici specialisti, ambulatori, invio in sanatori, convalescenziari, colonie di cure e constatazioni domiciliari.
b) Assistenza culturale: Conferenze, proiezioni, biblioteche, scuole di lavoro.
c) Assistenza igienica: Mense di fabbrica a gestione diretta.
d) Assistenza economica: Risparmi, assicurazioni facoltative, assicurazioni sulla vita, casse mutue e sussidi.
e) Collaborazioni con: Mutue interne, poliambulanze, Istituto Previdenza Mutualità, Capi personale, Gruppi interni del Dopolavoro, Direzioni per impianti, andamenti, gestioni varie di fabbrica.
f) Assistenza alle madri e ai fanciulli: Sale di allattamento, Consultori materni, Invio in case di Cura, Ambulatori speciali, Colonie marine e montane.
Da questi brevi cenni dell’attività commessa alle assistenti sociali, che svolgono la loro opera delicata nell’interno della fabbrica, si può facilmente comprendere l’utilità grande del nuovo Istituto che è l’unico istituto italiano di preparazione ai suddetti compiti.
È perciò che la Confederazione dell’Industria, la quale fin dal suo sorgere si è acquistata i maggiori titoli di benemerenza nel campo dell’Assistenza Sociale, ha entusiasticamente raccolto le iniziative del Partito quale ambitissimo ordine ed ha anzi assunto su di sé per il funzionamento del nuovo Istituto, un grosso onore finanziario, mentre dall’altro lato ha offerto all’insegnamento della nuova Scuola di Assistenza sociale i suoi uomini di scienza più competenti. Ma non solo a quest’attività immediata ha mirato l’opera della Confederazione: essa ha bensì concorso, nel modo senza dubbio il più efficace, alle finalità della nobile istituzione, assicurando che avrebbe provveduto al collocamento nelle industrie delle diplomate di questa Scuola. E qui non è chi non veda essere questo provvedimento il crisma più sicura al fiorire del nuovo Istituto. Sita nell’ampio edificio di San Gregorio al Celio, ex convento dei frati Benedettini ed ora sede di altre opere buone, quali la Scuola di Assistenza all’Infanzia e quella già accennata di Economia Domestica, la nuova Scuola, sorta per volere del Partito e degli Industriali, occupa il piano nobile del palazzo ed ha come ambienti di soggiorno, di studio e di ricreazione, tutto quanto un beninteso e moderno criterio igienico e didattico può offrire.
La Scuola ha il carattere di un convitto a solo internato ed il corso per conseguire il diploma di assistente di fabbrica dura 8 mesi: dei quali sei sono di formazione teorica, mentre gli ultimi due sono totalmente dedicati al tirocinio pratico.
Organico e veramente completo ne è il programma didattico diviso nelle materie di studio sotto indicate e svolto da anche eminenti e competenti personalità che qui sotto nominiamo:

  1. Ordinamenti politici e sindacali: Augusto Turati;
  2. Legislazione Fascista: Giovanni Balella;
  3. Ordinamento amministrativo: Cesare Giannini;
  4. Organizzazione scientifica del lavoro dal punto di vista medico; Orientamento professionale; Selezioni della mano d’opera: Giovanni Antonio Vigliani;
  5. Nozioni di igiene generale ed industriale: D.Maza
  6. Malattie sociali e del lavoro; etica professionale; doveri e mansioni delle assistenti di fabbrica: D.Maza
  7. Cenni introduttivi di legislazione sociale: leggi protettive del lavoro ed organi di vigilanza: Giovanni Balella;
  8. Varie branche assicurative, loro ordinamento e finalità d’ordine sociale sanitario: Cesare Giannini;
  9. Cenni di infortunistica: ordinamento, assistenza, prevenzioni e cura: Giovanni Antonio Vigliani;
  10. Protezione della donna nel lavoro e dei fanciulli minorenni nella legislazione italiana; parte teorica: Giovanni Balella; parte pratica: D.Maza;
  11. Norme di puericultura: D.Maza;
  12. Nozioni sul servizio sociale in Italia e all’estero: D.Maza;
  13. Economia domestica: Paola Baronchelli.

Questo il programma di studio: accanto ad esso sono particolarmente curate sotto la guida della direttrice dottoressa Maza, le visite e le lezioni pratiche negli ambulatori di medicina sociale: cioè ambulatori Antitubercolari, Infortunistici, e Celtici, Consultori materni e per lattanti; Istituti di ricovero per deficienti, vecchi, anormali psichici e fisici.I titoli minimi d’ammissione al corso sono: a) la licenza di scuola media inferiore con accertamento di una maggiore preparazione culturale privata; b) il diploma di abilitazione magistrale quale titolo di pieni diritto; c) il diploma di infermiera.
Va notato però che vi sono anche delle alunne laureate come primo nucleo delle sopraintendenti sociali.
I limiti di età per l’ammissione al Corso sono fra il 21° e 45° anno: le alunne debbono per ovvie ragioni di profitto essere di sana costituzione fisica, di buona condotta morale e nubili o vedove senza prole.
Dopo gli otto mesi, di corso, le candidate si sottopongono all’esame per il conseguimento di diploma e le tre migliori ottengono il rimborso delle spese incontrate per la loro permanenza al convitto.
Il convitto, come abbiamo accennato, non accetta alunne esterne, ma vuole che queste vivano insieme, in disciplina spontanea e famigliare, perchè saggiamente si pensa che dal lungo periodo di soggiorno in comune debba sorgere quello spirito e quell’indirizzo unitario che faccia delle assistenti sociali fasciste le antesignane e le segnalatrici di un unico grande ideale: quello dell’elevamento sociale del popolo.
Fine che senza dubbio si realizza sotto l’area sicura di Enti quali il Partito e la Confederazione dell’Industria e di nomi quali S.E.Turati.
I principi del servizio sociale adottati possono così sintetizzarsi: osservazione del caso nel contesto di vita, eliminazione alla radice dei problemi che affliggono l’assistito, lavoro di rete in ambito socio-sanitario, prevenzione dell’insorgenza degli stessi o di nuovi problemi (Grossmann M., Concetti e metodi di assistenza sociale, 4, 1937, pp. 61-74):
«Tutta l’azione sociale che mira all’elevazione del tenore di vita delle masse è orientata ai giorni nostri su soluzioni che tendono a dare assetto organico e razionale alla tutela contro i rischi dell’esistenza ed in particolare alla protezione delle categorie lavoratrici, e ad eliminare nei, provvedimenti impostati su vasta scala, gli squilibri fisici economici e morali dei singoli. Nel riconoscere l’interdipendenza delle cause che generano tali squilibri e la difficoltà di ridurle ad un unico denominatore, possiamo tuttavia ravvisare in essi le cause determinanti generali (malattie sociali, disoccupazione involontaria, pauperismo, e le cause determinanti individuali (ignoranza, deficienza, vizio, rilassamento morale, ecc.). I provvedimenti che in forma legislativa si sono venuti via via concretando, attraverso le istituzioni di previdenza e di assistenza, di igiene e di profilassi sociale, se da un lato risolvono i problemi che per la loro portata non avrebbero potuto essere risolti dalle istituzioni ed iniziative private né affrontati con gli antichi metodi della beneficenza, dall’altro si inspirano per il loro stesso carattere a concetti d’ordine morale: riconoscimento della responsabilità e solidarietà sociale, salvaguardia della dignità umana col sottrarla nell’evento del rischio o del bisogno a soluzioni caritative ed elomosiniere. Il diritto acquisito o legalmente riconosciuto si sostituisce alla forma passiva del beneficio, da cui rifugge la più matura coscienza del lavoratore e da cui l’anno distolti quegli elementi che, per immaturità di spirito, possono tuttora aderirvi. Nel Regime fascista, in sui secondo il Capo “non le forme della vita umana, ma il contenuto, 1’uomo, il carattere… devono essere potenziati in Valori ideali superiori, per uniformarsi a quella forma più alta di personalità che si esprime come” volontà di potenza nello Stato fascista, noi dobbiamo tendere a che ogni prestazione assistenziale, fondata o no su diritti legali, volta comunque Verso l’eliminazione degli squilibri nell’individuo o nel nucleo familiare, s’imperni in basi in cui l’essenza morale dell’individuo possa essere salvaguardata non solo, ma tratta ad espressione dalle sue più profonde radici per concorrere alla sua stessa elevazione. È su questo postulato fon-aumentate che si basa fazione assistenziale individuale, da cui deve esulare la formula caritativa che avvilisce e deprime i migliori, anche quando si riveste del manto della solidarietà, mentre fomenta gl’istinti parassitari e l’inerzia nei peggiori. Ma la contenzione teorica non basta: bisogna tradurla in realtà. Bisogna additare e diffondere i metodi che soli consentono di agire in conformità ai concetti informativi di fronte all’evento del bisogno che si presenta con l’immediatezza dette sue sollecitazioni e con t imperiosità delle sue esigenze. Quali saranno dunque questi metodi con cui affronteremo i problemi del servizio sociale nella sua forma individuale sotto l egida dei concetti che soli possono giustificarsi nella nostra era è accederemo alle nuove vie abbandonando le vecchie?
La soluzione legale
Quante volte nell’ambito delle stesse istituzioni assistenziali alla soluzione legale di un caso assistenziale, perché burocraticamente più spinosa, più impegnativa, più ardua, per la somma di tempo di volontà, di considerazioni ed anche di responsabilità che involve, non si dà la preferenza a quella più semplice di aprire il battente della cassa o invocare il benefico intervento di terzi facendo appello ad argomentazioni sentimentali? O per incompetenza non si ravvisa la soluzione più adeguata tra le infinite possibilità di soluzione che offre un caso se inquadrato nei suoi rapporti di causa e di effetto e se affrontato con i veri metodi del servizio sociale? O ancora tra le incognite che, il quesito presenta non si sa riconoscere nelle pieghe del groviglio la possibilità di trar partito per la sua soluzione proprio da una determinata disposizione di legge, per cui esso può essere risolto, contrariamente alle apparenze, in forma ben diversa da quella comoda e caritativa che ci prospetta il postulante stesso? Occorre anzitutto saper “Vedere” il caso, non nell’incidente che determina la richiesta di assistenza ma nel quadro della personalità o del nucleo familiare, minorato nella sua efficienza da uno squilibrio che, quand’anche possa apparire a tutta prima economico, non lo è di fatto che nei suoi effetti, mentre nelle sue cause promana da una concatenazione di squilibri fisici materiali e morali. La miseria può, ad esempio, essere conseguenza di tare fisiche o psichiche: essa non si sanerà con 1’aiuto economico puro e semplice, ma con l’eliminare nel modo più appropriato la malattia o le tare psichiche concomitanti che la determinano. È questo l’ “abc” del servizio sociale individuale, ma occorre ripeterlo per ribadire l’asserzione: “senza una chiara visione della concatenazione delle cause e degli effetti l’obiettivo non può essere raggiunto”. L’aiuto deve quindi essere in funzione non dell’evento incidentale ma dell’obiettivo da raggiungere. Non è il lato umano sentimentale dell’incidente che deve interessarci, o magari straniarci dalla linea di azione che lo trascende e che, per la finalità da conseguire, possiamo anche praticamente ignorare. La prestazione cui noi dobbiamo mirare s’imposterà dunque, in quanto è possibile (e nella maggior parte dei casi lo è anche se non lo si sappia riconoscere), nel quadro della nostra legislazione sociale, delle nostre disposizioni legali, delle norme statutarie dei nostri Enti s’impernierà sulle leve delle amministrazioni pubbliche, cercherà di far breccia su tutto quanto è stato creato in logica concatenazione per non lasciar fuori dalle maglie della rete di protezione e tutela alcuna categoria di persone. L’azione condotta con abilità e competenza non si lascia sbaragliare dalle inevitabili inerzie o lentezze burocratiche. Nel campo igienico-sanitario essa s’inserirà nei quadri e nei gangli della fitta rete di provvedimenti sanitari, che dalla condotta e dagli ambulatori municipali va all’organizzazione dispensariale dei Consorzi antitubercolari, che dalle competenze degli organi mutualistici per i lavoratori si estende a quella dei centri di assistenza materna ed infantile; e del pari saprà valersi degli integramenti preventivi di Enti ed Istituti Nazionali. E se il soggetto da salvare sarà una bimba paralitica nessuno si domanderà a chi la competenza; se sarò il fanciullo anormale recuperabile non si esiterà nell’attribuirlo o meno all’O.N.M.I. o se si batterà di un ragazzo tubercolotico non si tentennerà tra la competenza dell’I.N.F.P.S. o del Consorzio antitubercolare, quando si conoscano a fondo i requisiti da cui dipende la prestazione; né tanto meno si ricorrerà a soluzioni empiriche di ordine caritativo, inadeguate e incomplete, e perciò inefficaci.
Azione integratrice
Le prestazioni inerenti alle assicurazioni sociali, o erogazioni mutualistiche o ad altre provvidenze legai: sono sempre basale su disposizioni schematiche, contenute nell’ambito di certi limiti: ora sono proporzionate alla misura del salario e dei contributi, sempre subordinate all’adempimento di determinate clausole o all’esistenza di determinati requisiti e, ad eccezione delle pensioni, si esauriscono entro un determinato tempo. Le categorie, fissate per necessità amministrativa, non sono fondate sulle effettive esigenze del bisogno che intendono fronteggiare, ma si basano su considerazioni estranee alla natura di esso, per es. sulla misura del salario, per cui danno al rischio sociale un indennizzo schematico che non sempre coincide con l’effettivo bisogno. Le leggi del bilancio ignorano le leggi dell’individualità; e questa, ancorché subordinata alle esigenze del tutto, ha nello stato di bisogno e di crescenza dell’individuo le sue particolari necessità che sole possono, se giustamente considerate e soddisfatte, rendergli la pienezza della sua efficienza. L’unità di misura ignora che il “troppo” dell’uno è il “poco” dell’altro e che, ad es. l’indennità giornaliera che va al malato, sufficiente in un caso, potrà essere insufficiente nell’altro se ragguagliata al carico di famiglia e al livello di vita del singolo o del nucleo familiare, che non può essere modificato ali istante. La sua portata varierà col variare di questi fattori, ed in particolare con le diverse complesse esigenze di speciali regimi prescritti ad integramento delle prestazioni medico-farmaceutiche. Ciò vale per tutti i campi della vita umana, in tutti i settori, per ogni categoria di bisogni. Come potremo allora adeguare i bisogni fisici o morali di un individuo, alle prese con tutti gli ostacoli dell’esistenza, agli schemi di un regolamento, alle disposizioni statutarie dì un Ente, di una Cassa, di un’Amministrazione qualsiasi, con le loro limitazioni, le loro carenze, le loro prescrizioni? Le “Leggi” che governano le leggi, le misure imposte dagli schemi, non possono variare per la loro stessa natura che, necessariamente, dev’essere inquadrata in limiti prestabiliti; quello che può e deve variare è il metodo dell’adattamento individuale ai fini dell’assistenza sociale. Con esso si potrà supplire a tali deficienze o lacune e solo l’azione integratrice, concepita ed espressa come “adattamento individuale”, può conferire alle prestazioni schematiche l’efficacia dei pieni risultati e concorrere al raggiungimento delle finalità: l’eliminazione compieta e definitiva dello stato di bisogno con la rivalutazione delle energie complessive dell’individuo o del nucleo famigliare. Non solo, ma nella stessa efficacia dell’intervento sta anche il segreto della più rapida azione sanatrice che ridonda poi a vantaggio delle amministrazioni stesse da cui le prestazioni derivano. Ma l’azione integratrice, occorre affermarlo, non è sempre un fatto esterno. Col metodo dell’adattamento individuale la mano abile dell’esperta, l’assistente sociale, agisce in profondità. Essa si Vale della conoscenza della personalità umana nella sua costituzione complessiva c nelle sue reazioni — fisiche, emotive, mentali e spirituali — onde trarre dalla stessa tutte le risorse che concorrano a potenziarla per la sua manifestazione individuale più appropriata in funzione della vita collettiva di cui è partecipe. Il rendimento dei mezzi è proporzionato all’intelligenza e all’accortezza con cui vengono impiegati, e le risorse individuali e familiari sfuggono molto più facilmente agli interessati che a chi, addestrato alle schermaglie del servizio sociale, sa ravvisare gli elementi da cui potrà trarre partito per la sua azione di bonifica umana.
Lo svolgimento dell’azione
Come bisognerà agire per salvaguardare i principi essenziali là dove necessariamente nessuna disposizione legale ben definita interviene per sanare un determinato stato di bisogno? In questo caso l’azione assistenziale più facilmente tende a rivestirsi degli antichi metodi della carità. Non vogliamo entrare nel merito dell’elevata etimologia della parola, dell’eminente /unzione ch’ebbe il sentimento cui s’inspira nell’evoluzione dell’umanità, né dei benefici influssi che, per essa, come movente dell’attività ridondano, soprattutto, su chi la esercita. Ma la forma attraverso cui essa si esprime, anche nell’attuale momento, non si armonizza sempre all’azione sociale educatrice e plasmatrice di anime ch’è il presupposto di ogni attività a fini sociali del regime fascista. Se noi vogliamo mantenere integro il carattere dell’azione assistenziale individuale inquadralo nella concezione etica fascista, noi dobbiamo dare all’azione l’indirizzo che solo giustifica. Essa si estrinseca in tre aspetti:
a) azione curativa organica
b) » preventiva
c) » plasmatrice ed educatrice.
Le tre fasi sono strettamente concatenate ed interdipendenti. Ogni azione assistenziale con cui si tende ad alleviare un determinato bisogno è curativa e organica in quanto si adegua alla natura ed all’entità del bisogno, considerato dal punto di vista soggettivo ed oggettivo, e tende ad eliminarlo nei suoi effetti con vari mezzi coordinati verse l’unico obiettivo. È preventiva, in quanto tende ad eliminarlo radicalmente nelle sue cause. Nell’uno e nell’altro caso, l’azione non consiste in un aiuto singolo ma in una serie di atti logicamente coordinati che tendono ad una determinata finalità. Essa si svolge infine come azione educatrice e plasmatrice in quanto si vale di nozioni da divulgare, pregiudizi da rimuovere, concetti da ribadire, e questi inculca stimolando le forze morali e spirituali, latenti o palesi dell’individuo. Ciò vale, ben inteso, non solo per obiettivi morali da raggiungere: il metodo non varia anche quando sia praticamente orientato nel campo della salute fisica. Qui l’osservazione e l’intuito concorreranno in misura eguale nel far riconoscere nel fattore fisico stesso e nei suoi squilibri l’effetto di altri fattori concomitanti su cui occorrerà agire: ambiente, perturbamenti morati e fisici, ignoranza. Tutto il resto che concorre allo sviluppo dell’azione assistenziale; tutti i mezzi messi in opera per eliminare i bisogni materiali contingenti — alimenti, indumenti, alloggio — sono dal punto di vista sociale, l’indispensabile ma anche meno interessante corollario di quest’azione, e dobbiamo decisamente orientare i pionieri o le pioniere dell’assistenza sociale a distogliere lo spirito dai fattori sentimentali che offuscano la vera e giusta visione dell’obiettivo sociale in un regime che dalle fibre della sua poderosa costituzione vuol esprimere l’individuo dei tempi, temprato per le più alte finalità ed obiettivato nella coscienza e nella volontà dello Stato.
Funzione e limiti dell’azione sociale privata
Prescindendo da quel più vasto coordinamento delle funzioni assistenziali che sta per attuarsi ai termini della recente legge 3 giugno 1937 in seguito all’istituzione in ogni Comune del Regno dell’Ente comunale di assistenza, possiamo soltanto rilevare quanto può presumersi come logica deduzione dai concetti stessi fin qui espressi. Ogni azione a fini assistenziali che emani dall’iniziativa privata non potrà esprimersi che come azione integratrice nei campi specializzati che esulano dall’azione assistenziale generica, ma come tale dovrà sempre coordinarsi agli obiettivi che in linea diretta emanano dalla politica sociale e dalla dottrina fascista e informare ai concetti fondamentali di questa le sue realizzazioni. Nel campo specifico dell’assistenza sociale nell’industria che, nel suo nuovo aspetto, si rivolge soprattutto al fattore umano nella fabbrica, i concetti inspiratori dovranno impostarsi sugli obiettivi “prevenzione e protezione del lavoratore sul lavoro” — “efficienza lavorativa” — “azione integratrice delle disposizioni di legge sull’igiene del lavoro nell’industria” — “sulla tutela del lavoro delle donne e dei fanciulli” — “sulla protezione dell’operaia galante” — affinché attraverso il toro particolare adattamento al fattore umano si realizzi in pieno l efficacia preconizzata: termini questi che se danno dignità di forma, nei rispetti del fattore morale umano, alle istituzioni assistenziali degli industriali, trovano anche la loro giusta linea d inserzione, il loro logico coordinamento e la loro opportuna forma integratrice nel quadro dell’azione sociale del Regime».
Nel 1948 l’Amministrazione Aiuti Internazionali aderì al consorzio UNSAS, un ente satellite di Confindustria, che decise di riprendere le pubblicazioni sotto nuove forme e nuovi fini: i “Quaderni d’informazione per assistenti sociali” nascevano con lo scopo di informare sotto tutti gli aspetti, non solo quindi dal punto di vista industriale, il mondo del servizio sociale specialmente dopo i cambiamenti intervenuti nel dopoguerra e con un occhio di riguardo verso la scena internazionale. All’uopo ottenne la collaborazione della neonata Associazione Nazionale Assistenti Sociali. Le pubblicazioni cessarono nel 1954 allorquando, per sopperire alle necessità finanziarie, l’AAI fu sostituita da altri enti: il Comune e la Provincia di Milano, la Cassa di Risparmio, il Consorzio dell’istituzione tecnica, la Camera di Commercio, la Società Montecatini e l’Istituto per l’assistenza sociale di fabbrica (Quindici anni di vita della scuola UNSAS di Milano, 1962, 5 pp. 30-31). Grazie e soprattutto all’interessamento di Guelfo Gobbi nel 1960 fu possibile riprendere le pubblicazioni della rivista con il vecchio nome “L’assistenza sociale nell’industria italiana”.
Nel biennio 1960-62 fu pubblicato un elenco delle scuole attive tra cui: la Scuola superiore regionale di servizio sociale di Trento diretta da Bruna Faccini, p.zza Santa Maria Maggiore 7, fondata nel 1946 per iniziativa di un gruppo di laureati cattolici sotto il patrocinio dell’ENSISS; la scuola di Firenze fondata e diretta dal prof. Giuliano Mazzoni (presidente dell’ISSCAL) nel 1947, vai Laura 48, insieme ad altri docenti dell’Università di Firenze; la scuola ENSISS di Palermo fondata dall’Ente Siciliano di servizio sociale nel 1947 e diretta da Livia Massaria alla quale si aggiunse nel 1952 la scuola “Santa Silvia” fondata dal cardinale Ernesto Ruffini per conto delle Opere Arcivescovili Siciliane di Assistenza in via Vittorio Emanuele 463; la scuola per dirigenti di lavoro sociale di Roma presso l’Istituto di Psicologia alla Sapienza fondata dall’ALSI nel 1946 e patrocinata dall’ENPI e diretta dallo psicologo Leandro Canestrelli; la scuola UNSAS di Milano in via Daverio 7 fondata nel 1946 e diretta da Paolina Tarugi; la scuola di Caserta in Corso Trieste 225 fondata da Ciro Vaccaro nel 1947 e gestita dal Consorzio provinciale per l’istruzione tecnica di Caserta; la scuola UNSAS di Torino in via Massena 20 fondata nel 1947 dalla Camera di Commercio e dall’Unione industriali diretta da Maria Luisa Sironi Addario; la scuola ONARMO di Napoli in via Ferdinando Acton 6 fondata e diretta nel 1948 dal criminologo Vincenzo Mario Palmieri insieme all’ingegnere Luigi Frunzio che fondò più tardi la scuola napoletana per dirigenti del lavoro in via Pigna; la scuola di Napoli in Corso Umberto 237 fondata dall’ANSI (associazione nazionale scuola italiana) nel 1954 e diretta da Pietro Verga; la scuola “Antonia Verna” di Napoli in Corso Malta 21 fondata nel 1955 dalle Suore di carità dell’immacolata concezione di Ivrea e diretta da suor Annunziata Califano. Le scuole servivano a diplomare le assistenti sociali che, poi, erano assunte dalle imprese, italiane e straniere, e dagli enti parastatali di assistenza (INAIL, INPS, INAM). Il titolo di diploma, pur non avendo valore legale, era sufficiente a garantire un posto di lavoro per i diplomati, invece di oggi dal momento in cui si è in presenza di una massa di neolaureati che non fa altro che rinfoltire il numero dei disoccupati. La Confindustria si faceva carico direttamente del servizio sociale di fabbrica grazie all’appoggio di una serie di enti gestori in modalità consorziata (in parte privata ed in parte pubblica). L’organizzazione del servizio sociale negli anni ’60 vide diverse novità rispetto al Ventennio fascista: fu deciso di affidare la direzione dei servizi ad ogni azienda industriale; alcuni servizi facevano parte del personale organizzativo associato alla Confederazione; altri ancora che non avevano stabilito alcun rapporto di lavoro furono considerati a tutti gli effetti “liberi professionisti” (I problemi dell’assistenza sociale di fabbrica, 1962, 3, pp. 3-6).
Si legge di un elenco esaustivo delle prestazioni erogate dal servizio sociale di fabbrica riconducibili a 7 gruppi di interventi: 1) prestazioni che mirano all’elevazione del livello di vita: refettori, spacci e cooperative di consumo, indumenti da lavoro, abitazioni costruite e concesse in uso dall’azienda, convitti per apprendisti, prestiti, sovvenzioni o anticipi per la costruzione di alloggi pubblici o privati; contributi o rimborsi delle spese di viaggio; 2) prestazioni che contribuiscono ad assicurare o promuovere la sicurezza sociale: sussidi e indennità integrative in caso di malattia, laboratori per i grandi invalidi, premi di anzianità, allocazione in casa di riposo, sussidi di nuzialità e natalità; 3) prestazioni aventi lo scopo di salvaguardare le forze produttive del lavoratore: psicotecnica, dopolavoro, servizi sanitari, case vacanze per adulti, ferie e riposo supplementari, servizio sociale aziendale; 4) formazione e addestramento professionale: corsi, borse di studio e laboratori; 5) assistenza ai figli dei lavoratori: scuole, refettori, doposcuola, allocazione dei figli minori in asilo nido, in colonia o in giardino d’infanzia; 6) provvedimenti aventi lo scopo di valorizzare ed elevare la persona umana: premi, gratifiche e borse di studio, attrezzature sportive, turismo sociale e attività culturali; 7) stanziamenti vari: anniversari, feste e lotterie (Grossmann M., Le prestazioni sociali aziendali, 1962, 6, pp. 27-31).
Sta scritto che aderiscono al Ciss: AAI, ANEA, UNEBA, Ministero della sanità, Ministero di grazia e giustizia, ANAS, ISCAL, INAIL, CIF, UNSAS, UNRRA-CASAS, ENPI ed ENSISS (Assemblea del CISS, 1962, 3, p. 25).
Sta scritto che Virginia Delmati fu docente di servizio sociale nell’industria alla scuola di San Gregorio al Celio, capo della sede provinciale romana di Confindustria, direttrice tecnica del dopolavoro e ispettrice per il Lazio (Un lutto per gli assistenti sociali, 1962, 4, p. 17).
C’è una bella foto del deputato DC e futuro presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro in occasione dell’inaugurazione della scuola superiore Onarmo di Benevento che nel suo discorso ha dimostrato di come il socialismo, inteso come materialismo, sia da considerare uno stato patologico delle società, la quale, essendo composta di uomini nelle loro due sostanze di anima e corpo, non può permettere un predominio del solo aspetto materiale perché significherebbe vedere i problemi dell’uomo escludendo proprio ciò che contraddistingue l’uomo nel mondo in cui viviamo. Il servizio vuole dire servire, donarsi, sacrificarsi, amare, essere cioè disposizione degli altri. Ragione per cui il servizio sociale deve avere un carattere di missione e deve essere svolto con grande pazienza ed umiltà (Attività della scuola superiore di assistenza sociale di Benevento, 1962, 4, p. 37).
La rivista non si soffermava solo alle opere assistenziali delle industrie ma contemplava la biografia e le opere delle singole assistenti sociali tra cui Eva Garatti che si era diplomata alla scuola di San Gregorio al Celio nel 1930 e che nel 1952, dopo aver raggiunto una valida esperienza in alcuni complessi industriali di Rovigo, Varese e Genova, fu assunta come dirigente alla Shell (Un lutto per gli assistenti sociali, 1962, 5, p. 31).
La rivista fin dalle origini riserva una rubrica permanente alle notizie provenienti dall’estero, ad es. nella Spagna franchista dove le assistenti sociali erano presenti non solo nelle maggiori aziende private tra le quali la Standard Electrica, la Cerceveria El Aguila, la Immobiliaria Urbis, la Costrucciones Colomina ma anche in quelle pubbliche quali il Commissariato per l’urbanesimo. L’associazione professionale nazionale l’ACASE pubblica un proprio bollettino. Esistono 24 scuole pubbliche delle quali solo una è gestita direttamente dal partito fascista, due scuole private e 21 scuole gestite dalla Chiesa tra cui la “San Vincenzo de Paoli” di Siviglia (Il servizio sociale in Spagna, 1962, 6, p. 35; L’assistenza sociale come fondamento del nostro tempo, 1963, 2, p. 21). Il servizio sociale nella Spagna franchista fu affidato dalle autorità locali alle donne, poiché, come fu riconosciuto dal decreto istitutivo del servizio sociale obbligatorio, in data 7 ottobre 1937, nessuno poteva ordinarlo meglio ed attuarlo con maggiore rendimento. La società chiede alle donne sei mesi di aiuto reciproco e organizzato. I primi tre sono dedicati alla formazione delle giovani, allo scopo di prepararle a vivere nella comunità. Durante gli altri mesi si passa dalla teoria alla pratica e le giovani, svolgendo le loro attività nelle mense, nelle cliniche, negli asili infantili, hanno la possibilità di conoscere aspetti della società che spesso avevano ignorato (Il servizio sociale della donna in Spagna, 1965, 2, p. 37).
A Napoli il 7 maggio 1963 si svolse un’assemblea degli assistenti sociali di fabbrica sulla funzione educatrice delle biblioteche aziendali. Le aziende rappresentate erano: l’Italsider di Bagnoli, Shell, Spica, Lepetit, Industrie cotoniere meridionali, Tubi Lux, SET, Remington, Olivetti, Gobain di Caserta, Montecatini, SME, RAI, Napletanagas, Olimpia, Fiat e Olivetti di Pozzuoli; a Napoli vi erano ben 29 aziende che offrivano una biblioteca appositamente per i propri dipendenti (Riunione di studio all’Unione industriali di Napoli, 1963, 4, p. 33).
Le prime tracce del servizio sociale in Italia si possono rinvenire al 1921 allorché sorse a Milano l’Istituto italiano per l’assistenza sociale, il quale, concepito e strutturato come un organismo tecnico e scientifico, ricercò, con metodo rigoroso, l’ausilio di tutte le moderne scienze che all’epoca cominciavano ad applicarsi sopratutto all’organizzazione umana del lavoro. Richiamandosi alla difesa sociale dell’individuo e del lavoratore in ispecie, il servizio sociale ebbe subito un particolare sviluppo agevolato dalla dedizione delle prime assistenti sociali che volontariamente si adoperarono nella ricerca di nuove forme di convivenza e di equilibrio, rese necessarie dall’espandersi delle iniziative industriali allo scopo di meglio conoscere ed interpretare i singoli bisogni umani e di contribuire al sollevamento delle forze fisiche e morali degli interessati. Queste iniziative furono incoraggiate e sostenute dagli industriali, da medici, da professionisti e da studiosi dei problemi degli operai. Le prime assistenti sociali furono preparate mediante corsi organizzati dallo stesso istituto e soltanto nel 1928 sorse in Roma la prima scuola superiore di assistenza sociale, finanziata dalla Confederazione dell’industria italiana. Che estese le esperienze maturate a Milano a tutte le zone industriali allora esistenti in Italia (…) Lo Stato, pur non riconoscendo ufficialmente il titolo professionale di assistente sociale, ha approvato una legge che riguarda l’ordinamento degli uffici di servizio sociale per minorenni che prevede l’impiego di 42 assistenti sociali nella carriera direttiva e di 230 in quella di concetto (…) si ritiene che in Italia operino circa 4500 assistenti sociali delle quali 1906 iscritte all’ANAS (Il servizio sociale in Italia, 1965, 2, pp. 24-25).
Nel 1942 le competenze del Patronato unico nazionale di assistenza sociale (1928-1942) furono trasferite nelle confederazioni sindacali che nel 1950 si frammentarono in tante entità quanti i partiti che li sostenevano: INCA (CGIL), ACLI (ACLI), ONARMO (ONARMO), INAS (CISL), ITAL (UIL), ENAS (MSI), EPACA (Coldiretti) ciascuno con un proprio organo di assistenza e un ufficio stampa: Assistenza sociale (INCA), Orientamenti sociali (ACLI), Rassegna di servizio sociale (ONARMO), Tutela del lavoro (ENAS), Problemi sociali (IMAN) (Gli istituti di patronato e di assistenza sociale in Italia, 1965, 2, p. 31).
Nell’Angola portoghese è stato fondato l’Istituto di educazione e servizio sociale Pio XII avente lo scopo di preparare cinque categorie di operatori sociali: assistenti sociali, educatori, educatori dell’infanzia, insegnanti e ausiliari familiari. I corsi per assistenti sociali hanno durata quadriennale: nel primo anno è impartito l’insegnamento delle teorie del servizio sociale, delle nozioni di medicina generale, psicologia, sociologia, filosofia e teologia. Nel secondo anno gli allievi sono orientati versi i principi della ricerca sociale con visite di studio e periodi di tirocinio presso istituzioni medico-sociali. Con il terzo anno sono completate le conoscenze di psicologia umana e gli allievi portano a termine i periodi destinati ai tirocini pratici. Il quarto anno è dedicato all’organizzazione di seminari su argomenti che riguardano i grandi problemi della cultura contemporanea e sono completate le nozioni teoriche di sociologia, economia, diritto, filosofia e igiene mentale. Per l’ammissione occorre il diploma di scuola media superiore ovvero il terzo ciclo di liceo delle scuole portoghesi. L’Istituto ha un proprio centro di ricerca che si occupa dello studio della popolazione e dell’applicazione delle tecniche di servizio sociale affinché possano contribuire ad una promozione globale ed armonica delle popolazioni africane dell’Angola (Il servizio sociale nell’Angola: l’istituto di educazione e di servizio sociale di Luanda, 1965, 5, p. 34).
Nella città di Santà Fè, in Argentina, fu fondata nel 1943 una scuola di servizio sociale dipendente dal Ministero della salute pubblica che, al termine di un corso triennale, abilitava all’esercizio professionale le assistenti sociali che furono poi impiegate su tutto il territorio nazionale. Vi potevano accedere i giovani di ambo i sessi che avessero superato il 17° anno di età e che siano in possesso del diploma di scuola media superiore. L’ammissione ai corsi è subordinata al superamento di una prova scritta ed all’esito di prove attitudinali. Per quanto riguarda il piano di studi si deve rilevare che nel primo anno è dato un certo risalto alla Storia del servizio sociale ed alla generalità sullo studio del caso individuale. Altre materie comprendono la psicologia applicata, l’igiene e la medicina sociale, alcuni elementi di diritto civile, penale, processuale e di economia politica. Durante il secondo anno è completata la preparazione dell’allievo sullo studio del caso individuale e sul lavoro di gruppo: la puericultura, la psico-patologia, l’igiene mentale, la statistica, la legislazione minorile e le tecniche per la ricerca sociale. Nel terzo anno sono studiate l’organizzazione e lo sviluppo di comunità, l’amministrazione dei servizi sociali, sociologia, diritto sociale e psico-pedagogia. Il piano di studi contemplava la preparazione di operatori polivalenti che avrebbero potuto poi in seguito svolgere altri corsi di specializzazione (La scuola di servizio sociale di Santa Fè, 1965, 6, p. 37).
Oltre all’impiego nelle fabbriche vi è un certo numero di assistenti sociali che svolgono una libera professione come consulenti di una o più aziende industriali (Toscani R., Struttura e funzionamento dell’assistenza sociale in Italia (II), 1966, 2-3, pp. 46-47).
L’esperienza compiuta a Baia di Bacoli (NA) dall’unione industriali in 20 anni nel campo dell’assistenza sociale in favore dei figli dei lavoratori ha permesso di pervenire ad un graduale miglioramento delle attrezzature e della conduzione della colonia. Tra le aziende che hanno aderito all’iniziativa vi sono: Pirelli, Antibiotici Lepetit, Fervet, Eternit, Santi Gobainn, Birra Peroni, SAE, Farmochimica Cutolo Calosi, Lancia, Remington Rand Italia, Cone e Sigma (Cesarino G., Vent’anni di assistenza sociale nell’industria napoletana: la colonia di Baia, 1966, 6-7, pp. 38-39).
Sono riportati i risultati di un questionario sugli assistenti sociali dei quali il 31,9% svolge la propria attività a livello direttivo; il 42% degli intervistati ritiene che i partiti non servono gli interessi del Paese; l’80% ha scelto la professione per attitudine; infine gli assistenti sociali si sentono accettati e compresi, nell’esercizio della loro attività professionale, nella misura più alta dai propri dirigenti, in misura minore dagli utenti ed in misura ancora inferiore dagli altri professionisti con i quali hanno rapporti di collaborazione (Zilli S., L’assistente sociale: analisi di una professione, 1967, 3, p. 38-39).
La rivista è sensibile ai mutamenti nella metodologia e nell’organizzazione dell’assistenza sociale. Sta scritto, infatti, che l’orientamento degli studiosi è favorevole alla sostituzione delle strutture esistenti, da considerarsi superate, con altre più razionali ed adeguate ai tempi. Considerando che i dati ufficiali parlano di circa 40000 enti che si occupano di problemi assistenziali, non si può non rilevare come una tele massa di istituzioni venga ad incidere negativamente sui costi di gestione delle singole iniziative determinando inevitabili sovrapposizioni di competenze, duplicati d’intervento e una differenziazione di interventi. Secondo alcuni esperti le categorie che abbisognano di maggiori cure sono: insufficienti mentali gravi circa 10000, disadattati e caratteriali circa 10000, sordomuti circa 25000, ciechi circa 18000, poliomelitici circa 75000, bambini illegittimi circa 70000 di cui 13000 residente nei brefotrofi, (G.A., I problemi dell’assistenza sociale in Italia, 1969, 6, pp. 28-31).
La rivista fu attenta osservatrice anche nei confronti di ciò che si verificava nei paesi all’estero anche quelli non riconducibili alla cultura occidentale e libero-capitalista. Il giornale francese “Le Monde” ha pubblicato un’interessante informazione sull’impiego del tempo libero in Russia: il “sabato comunista”. In sostanza durante questa giornata si trattava di lavare i vetri, i pavimenti e di pulire le macchine nelle imprese e nelle fabbriche. Inutile precisare che lo zelo dei volontari è stato fomentato da un’enorme propaganda ideologica: riunioni esplicative in seno alle imprese, articoli pieni di fervore sui giornali, esaltanti trasmissioni radiofoniche e televisive. Tutto ciò nel mondo occidentale avrebbe subito sollevato l’intervento unanime dei sindacati per una giusta ed equa retribuzione (Rassegna estera, 1970, 1 pp. 44-45).
La rivista fu disponibile sia ad “accogliere” il disagio degli operai sia di “cogliere” il cambiamento di mentalità che si stava verificando nella società dell’epoca. In base ad un sondaggio effettuato su due campioni di giovani studenti (scuole superiori e accademici) risultava che il 47% approva le iniziative di occupazione delle facoltà, ma solo il 35% degli intervistati ritiene che le motivazioni rifuggano dal solo miglioramento del sistema formativo; le percentuali salgono se si considerano gli accademici per i quali il consenso per l’occupazione sale al 65% e le motivazioni risultano al 45%. Significativo appare il dato secondo cui il 31% degli alunni e il 52% delle matricole ritiene che il ricorso alla violenza sia il sistema idoneo per cambiare la realtà attuale attraverso un’azione rivoluzionaria. Notevole è la sfiducia verso i sindacati, il governo, i dirigenti industriali. Oltre il 75% degli intervistati avrebbe voluto un accordo con la classe operaia in merito alle occupazioni delle fabbriche (Palma L., Questi giovani, 1970, 6, p. 42-46). Come tutti sanno, il tanto auspicato accordo tra studenti e operai, non vi fu come, invece, in altri paesi (Francia). Probabilmente non era stata vana l’opera di Guelfo Gobbi né quella dell’impresa italiana nel tentativo di realizzare una maggiore umanizzazione nelle relazioni di fabbrica. La sua opera e la sua idea sopravvivono immortali nella storia e nella memoria dell’Italia di oggi.

Quaderni d’informazione per assistenti sociali, Maggio-Agosto 1951, Servizio sociale di fabbrica

Le organizzazioni di soccorso ebraiche in età fascista

«Le comunità ebraiche presenti in Italia potevano vantare ricche ed antichissime tradizioni nel campo assistenziale che si estrinsecavano nei settori più svariati» (p. 21). Nel ‘700 la comunità romana aveva fondato una trentina di associazioni di assistenza, quella di Livorno almeno il doppio. Sempre a Roma, dove viveva la più grande comunità italiana, operavano molte organizzazioni ebraiche: «la “Compagnia della Carità e Morte” che si prefiggeva lo scopo di sussidiare con medicinali e visite mediche i bisognosi, e di provvedere alle onoranze funebri nonché alla sepoltura dei correligionari; la compagnia detta dello “Studio della Legge” esistente già già inizi del ‘600 dedita all’istruzione primaria dei bambini; quella detta “Aiuta i poveri” di cui si ha notizia come esistente nel 1673, avente lo scopo di sussidiare, particolarmente con generi alimentari, gli indigenti della comunità, sopratutto nei giorni festivi ed al sabato; infine quella detta dell’”Ospizio dei vecchi” avente il compito di consentire una vecchiaia dignitosa e serena agli anziani della comunità» (p. 28).



«Accanto a queste quattro principali, operavano a Roma parecchie altre organizzazioni minori: quella detta delle Donne della cui attività si ignorano i particolari; quella detta Libera i prigionieri di antichissima origine col compito di sussidiare i carcerati e versare multe e cauzioni per la loro liberazione; quella detta delle Vergini che provvedeva alle doti delle ragazze povere; quella detta dei Custodi del mattino, a carattere eminentemente religioso e prefiggentesi il compito di recitare le preghiere del mattino; quella pure antichissima, risalente, pare, al I sec. d.C. detta Palestina dedita alla raccolta di fondi per la Terrasanta; quelle ancora dette degli Ospiti e della Vita e Misericordia, dedite, la prima all’ospitalità dei pellegrini, la seconda allo studio della Legge ed alle opere di carità» (p. 28). Dopo la Legge Crispi subentrò il rischio di indemaniamento (p. 23) che «mise in pericolo l’autonomia delle opere pie ebraiche sorte per iniziativa privata» (p. 24). Nel nacque il Consorzio delle comunità israelitiche italiane e nel 1930 fu creata l’Unione delle comunità israelitiche italiane (Ucii).



A cavallo tra il XIX ed il XX secolo (dal 1881 al 1914) quasi 3 milioni di ebrei emigrarono nelle Americhe, perciò, sorsero nuove attività di assistenza indirizzate agli emigranti. Tra queste vi fu il Comitato italiano di assistenza agli emigranti ebrei sorto a Trieste nel 1921 con lo scopo di facilitare il transito degli emigranti verso la Palestina. L’assistenza si divideva in attività politica e di tipo pratico. Dal punto di vista politico, furono avviate una serie di iniziative quali l’attenuazione delle misure sanitarie, la gratuità del visto consolare e senza l’obbligo della richiesta del nulla-osta da Roma, la stampa di speciali carte di transito a spese delle compagnie di navigazione. L’attività di assistenza, tra l’altro, comprendeva la vigilanza sanitaria, l’assistenza agli studenti ebrei, la gestione e direzione della Casa dell’Emigrante e quella del Refettorio (pp. 41-42). I viaggi erano garantiti da 3 navi con cucina e servizi (fino alla IV classe), nel 1927 la popolazione emigrata europea in Palestina superava il 20% del totale (p. 37).



La crisi del ’29 non fermò gli imbarchi che passarono dai 1235 del 1928 ai 3649 dell’anno dopo sino a raggiungere i 5055 nel 1939 (p. 51). I passeggeri in attesa dell’imbarco potevano disporre di una serie di alloggi a seconda delle destinazioni: la Casa degli Emigranti in via Del Monte 7 per coloro che erano diretti in Palestina, l’alloggio popolare di via G. Gozzi per i viandanti e la villa Stock adibita ai fuggiaschi (p. 47). «Non sempre infatti i documenti in loro possesso erano in regola» (p. 48). Eppure il governo italiano, almeno inizialmente, instaurò rapporti di collaborazione col Comitato: nel 1927 vi era stata l’istituzione della Camera di Commercio Italo-Palestinese, la creazione di un Comitato Italo-Palestinese «con il compito di incrementare tutti i tipi di scambi» (p. 45); nel 1933 vi erano state spontanee iniziative mussoliniane «tendenti a facilitare al massimo non solo il transito dei profughi ma anche il soggiorno ed in certi casi addirittura l’esercizio da parte loro di alcune professioni in Italia» (p. 56); nel 1934 si giunse a concedere «3 mila visti speciali da riservare a scienziati e tecnici ebrei tedeschi che volessero stabilirsi in Italia» (p. 57).



Nel 1934 nacque a Trieste un Comitato speciale di assistenza che agì parallelamente a quello fondato nel 1921. Il finanziamento dell’assistenza avveniva mediante le sovvenzioni della Jewish Agency ma non mancarono iniziative locali come la sottoscrizione nazionale che fruttò circa 750 mila lire (p. 57) per una spesa media a passeggero di 1,25 lire nel 1926-27 (p. 60). Le spese aumentarono criticamente dopo il 1933, specialmente nei confronti dei viandanti provenienti dalla Germania, fino al 300% del periodo precedente, basti pensare che il refettorio che nel 1926 distribuiva 45 pasti al giorno, giunse nel 1934 a prepararne 80! Un ulteriore onere per l’assistenza era costituita dall’immigrazione clandestina che aumentò considerevolmente dopo che l’Inghilterra, che deteneva il mandato palestinese, «si orientò verso un restringimento sempre maggiore della soglia d’ingresso» (p. 62).

«Un volantino illustrativo della sua attività nel ’35, stampato in occasione della Pasqua del ’36, consente di individuarne lo sviluppo generale: in quell’anno per la città giuliana transitarono 21782 emigranti ebrei, 4875 turisti e 538 profughi per un totale di 27195 unità. Distribuì inoltre 4959 razioni alimentari presso la mensa amministrata dall’ADEI e fornì sussidi per 38 mila lire ai viandanti ed 11557 lire ai profughi. Nei due anni successivi invece, come risulta da un altro opuscolo simile al precedente, il numero dei transiti per Trieste diminuì fino a 13 mila unità circa, ma quello dei profughi rimase sostanzialmente costante passando a 426 unità nel ’36 ed a 476 nel ’37; comportando spese pari a 37676 lire nel primo, e 23063 lire nel secondo. Anche le spese di alloggio non variarono troppo passando dalle 39999 lire del ’35 alle 30396 lire del ’36 fino alle 34652 lire del ’37» (p. 126).



Tra il 1934 ed il 1937 l’Ucii entrò in crisi e nel novembre 1936 si annunciava «la preparazione del progetto di una ristrutturazione dell’attività assistenziale delle Comunità con particolare riferimento ad una più equa ripartizione dell’onere finanziario di questa; la creazione di uno schedario degli assistiti, etc.» (p. 108). Si cercava, in tal modo, di evitare il sistema di sprechi che si era creato negli anni precedenti, es. nel 1937 la Comunità di Firenze preferiva pagare il biglietto per i passeggeri sulla linea Firenze-Roma piuttosto che Livorno-Roma che era più breve e più economica (p. 109). A Milano, ad es., era stato possibile stampare un libretto per ogni passeggero nel quale erano scritti tutte le provvidenze in suo favore. Il Comitato di questa città era sorto nel 1933 per favorire il transito degli emigranti tedeschi dall’entroterra verso i principali porti italiani. Nel 1938 prese il nome di Comitato di assistenza per gli ebrei in Italia (COMASEBIT).



«Fu creato subito un ufficio di collocamento consistente sostanzialmente in alcuni registri su cui venivano segnate le domande di lavoro e le offerte d’impiego con tutte le informazioni di dettaglio relative sia l’offerente che al richiedente. In tal modo fu possibile sistemare in breve periodo una trentina di disoccupati; questo aspetto dell’assistenza fu però presto abbandonato per la pressoché assoluta mancanza d’offerte d’impiego. Per quanto concerne l’attività di rieducazione ed adattamento degli ebrei profughi ad attività artigianali od agricole, mancano indicazioni (…) per quanto riguarda la divulgazione di informazioni utili per gli aspiranti all’emigrazione, il loro orientamento e tutto il lavoro di assistenza consolare, si può dire che l’attività del Comasebit non differisca in sostanza e sotto il profilo qualitativo da quello del comitato del quale era la trasformazione; comunque c’è da osservare che furono stabiliti per la prima volta contatti specifici con organizzazioni e comunità tedesche ed austriache per coordinare l’afflusso dei profughi» (pp. 154-155).



Nel 1938 il rapporto tra Fascismo e Sionismo, che fino ad allora era stato di collaborazione e fiducia, entrò in crisi. Quali ne furono le cause?

a) «il fallito tentativo di utilizzare il sionismo in funzione anti-inglese per battere la minaccia delle sanzioni» (p. 133);

b) «le prese di posizione antifasciste di singoli ebrei italiani e stranieri» (p. 134);

c) l’apartheid praticato in Abissinia;

d) l’avvicinamento alla Germania;

e) il compromesso tra Stato e Chiesa.



A prescindere dalle motivazioni, il Comasebit poté continuare la propria attività indisturbata fino al 15 settembre 1939 quando ne fu ordinata la sospensione. Rinacque un paio di mesi più tardi a Genova sotto altro nome “Delegazione Assistenza agli Emigranti Ebrei” (Desalem) le cui finalità erano indicate «nella facilitazione con ogni mezzo dell’emigrazione ebraica dall’Italia e nella completa assistenza ai profughi in attesa dei visti o della soluzione dei loro casi» (p. 176).



«Le forme dell’assistenza della Delasem non differiscono troppo da quelle praticate dal disciolto Comasebit. Si trattava principalmen­te di poter provvedere all’alloggio ed al vitto degli assistiti in toto, ed alle particolari specifiche esigenze degli assistiti saltuariamente. Si organizzò inoltre un sistema di assistenza medico-farmaceutica ed un magazzino per la conservazione e distribuzione di vestiario in­vernale. Le spese necessarie per queste forme di assistenza, per le quali si riuscì ad usufruire in genere delle strutture appartenenti al disciolto Comasebit o alle varie comunità ed organizzazioni preesi­stenti, unitamente alle spese necessarie per l’emigrazione, ed a quelle Nel complesso dal dicembre del ’39 al giugno del ’40 fu assi­stita in toto una media mensile di 3.000 profughi mentre un totale di circa 9.000 unità ricevette un’assistenza di carattere saltuario o speciale. Le spese per questo rilevante sforzo furono pari a circa mezzo milione di lire mensili per un totale di 3.500.000 lire per l’intero periodo. Come si diceva poc’anzi la copertura finanziaria di questa imponente cifra fu garantita oltre che dalle raccolte in­terne, dall’invio mensile da parte del Joint di 15.000 dollari, un totale cioè di 105.000 dollari, pari a 2.100.000 lire, per i sette mesi considerati» (pp. 183-184).



«Per l’aspetto finanziario l’assistenza consistette nell’invio di somme che i responsabili presso ogni campo utilizzavano in modo tale da sopperire nel modo più razionale alle esigenze collettive locali; negli sforzi fatti ad ogni livello per supe­rare le difficoltà nell’erogazione degli assegni e poi, dopo il 21 maggio 1941, degli aumenti concessi; nelle controversie con le am­ministrazioni locali e centrali nel caso frequente di errori o di in­terpretazioni restrittive o capziose delle norme sull’assegnazione delle somme. Presso i campi si organizzarono anche cucine collettive che consentivano agli associati di risparmiare qualche cosa grazie agli acquisti più massicci ed all’utilizzo più razionale delle derrate: è interessante osservare come si riuscì a soddisfare anche richieste un po’ particolari come quelle di ferri da stiro, di occhiali completi dì lenti, di una macchina dattilografica, di attrezzature da falegname, calzolaio, fabbro ed addirittura una sedia dentistica con buona parte delle attrezzature ed un trapano, un apparecchio per sordi, attrez­zature sportive e musicali di vario genere» (pp. 209-210).



Un’altra iniziativa importante è quella dell’organizzazione di un reparto di assistenza infantile con sede a Firenze, in Via dei Rustici 2, denominato “Delasem dei piccoli”, col compito di assi­stere l’infanzia addirittura dalla fase prenatale sino a quella adole­scenziale, in tutti i settori: alimentare, sanitario, culturale e mo­rale. La modificazione dell’ordinamento degli uffici fu fatto allo scopo di dare maggiore impulso ad un settore così importante della assistenza per il quale si lanciò un appello speciale alle sezioni fem­minili dell’ADEI presso le varie comunità perché si impegnassero nella raccolta di indumenti, biancheria, scarpe, libri di studio, me­dicine e giocattoli. Tra le prime iniziative di questa nuova sezione della Delegazione è il caso di ricordare la pubblicazione di un fascicoletto intitolato: “Delasem dei piccoli” dedicato appunto ai fan­ciulli, che si sperava di far diventare periodico. La pubblicazione conteneva una rubrica di corrispondenza con i piccoli — sono segna­late 553 lettere arrivate in un mese — la messa in palio di premi di studio, la pubblicazione di indovinelli, giochi, piccoli problemi et similia. Fu inoltre organizzata una piccola biblioteca per i piccoli che si sperava di poter fare girare per i campi di interna­mento» (p. 222).



«A Roma in particolare, dove coloro che necessitavano di un aiuto quotidiano erano saliti nel maggio del ’44 a quasi 3.000 unità, fu il famoso padre Benedetto ad accentrare nelle sue mani l’opera della Delasem avendo già fatto nel ’43 una grossa esperienza sulla Costa Azzurra dove, in seguito alla ritirata dell’Esercito Italiano, i tedeschi avevano dato vita ad una delle più feroci cacce all’uomo che abbiano avuto luogo nell’Occidente europeo. Nel suo lavoro pa­dre Benedetto trovò l’appoggio del clero secolare e regolare roma­no, tanto che la Casa Generalizia dei Cappuccini in Via Sicilia di­venne il suo quartiere generale, ma non fa certo l’unica sua base. La Casa delle Clarisse francescane in via Vicenza, la parrocchia del S. Cuore a via Marsala e quella di S. Maria degli Angeli, nonché decine e decine di altre parrocchie e centri ecclesiastici divennero luoghi di assistenza e rifugio per gli ebrei di Roma. La loro attività fu abilmente coordinata ed interrelata con l’indefessa azione a molti altri livelli cui padre Benedetto seppe dar vita e che gli valse giu­stamente la medaglia d’oro della riconoscenza da parte dell’Ucii. Con padre Benedetto si devono ricordare anche don Paolo Caresama e don Giovanni Brossa per citare solo due nomi tra le centinaia e centinaia di religiosi che non si sottrassero, malgrado i rischi, al­l’opera assistenziale. Né l’appoggio dei cattolici si limitò a questa forma di assistenza; la S. Sede funse anche da centro di deposito per il denaro proveniente dalle organizzazioni ebraiche estere e spesso anticipò o prestò forti somme garantite dagli stessi enti. A questo proposito corsero varie voci e nel dopoguerra si è accesa qualche polemica nella quale padre Benedetto è intervenuto assicu­rando la provenienza ebraica della assoluta maggioranza dei fondi distribuiti pur senza sminuire il ruolo svolto dalla S. Sede e dal Catholic Refugees Committee» (pp. 249-250).



Nell’autunno si riorganizzò l’assistenza sanitaria, si aprì una mensa collettiva per 300 posti ed un club con biblioteca, sala di lettura, scrittura e così via. In sostanza agli inizi del ’45 la Dela­sem poteva dire di aver ritrovato il suo ritmo migliore ed anzi di aver rinnovato pienamente il suo vasto prestigio e consolidato il ruolo che aveva svolto negli anni precedenti fino al settembre del ’43. Man mano che le truppe alleate procedevano verso Nord libe­rando un numero crescente di province sempre nuovi gruppi di ebrei poterono uscire dall’ombra in cui avevano vissuto nascosti sino a quel momento e, privi come erano nella stragrande maggio­ranza dei casi, di ogni cosa, trovarono ancora una volta nella ritrovata Delegazione di Assistenza dell’Ucii un appoggio ed un’assi­stenza che col passare dei mesi venne facendosi sempre più artico­lata e completa» (pp. 253-254).



«Oggi quasi in ogni comunità esiste una compagnia di carità e beneficenza per il soccorso ed i riti funebri; ambulatori medici a disposizione dei non abbienti (a Roma c’è un intero ospedale); in tre centri (Roma, Torino e Mantova) vi sono ospizi per i vecchi invalidi; in altri (Milano, Firenze, Venezia e Trieste) vi sono case di riposo per anziani non invalidi;a Roma e Venezia funzionano orfanotrofi; quasi ovunque ci sono asili infantili e scuole elementari; in alcune città sedi delle comunità più numerose funzionano scuole medie o professionali tutte parificate; ovunque poi agiscono circoli di cultura e di studi religiosi e scientifici. Numerose sono anche le fondazioni culturali ed i lasciti alimentanti i fondi per borse di studio, nonché gli interventi delle singole comunità e dell’Ucii tendenti a sussidiare studenti italiani e stranieri presso le università statali» (p. 29).



Citazioni tratte da Leone M., Le organizzazioni di soccorso ebraiche in età fascista, Roma, Cacucci, 1983.


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Paolina Tarugi

Nata a Milano, laureata in legge nel 1912, fu relatrice al Congresso Internazionale delle donne e membro del Consiglio Nazionale Donne Italiane; nella Grande Guerra collaborò alla rivista “L’assistenza civile”. Insieme a Sofia Ravasi Garzanti diresse il settimanale “La voce nuova”. Come docente insegnò nell’Istituto Italiano di Assistenza Sociale che lei stessa aveva contribuito a fondare e presiedette all’organizzazione della prima scuola per segretarie sociali «in reminiscenza dei segretariati del popolo allora in uso» (Tarugi P., L’assistenza sociale di fabbrica, Milano, De Silvestri, 1953, p. 67) in via Piatti 4 a Milano fino al 1922. Durante il fascismo entrò nell’Ufficio Centrale di Assistenza Sociale di Confindustria dove si occupava di formazione professionale. A Parigi nel 1928 guidò la delegazione italiana «come fondatrice, con Margherita Grossmann, del servizio sociale italiano» (p. 28). Nel 1946 assunse la direzione della scuola Unsas di Milano fino a che le sue forze glielo consentirono.


Citazioni tratte da Della Valle M., Le radici del servizio sociale, l’azione delle donne. Dalla filantropia politica all’impegno nella Resistenza, Torino, Celid, 2008, ISBN 88-7661-778-7.


«Nel 1962 è invitata a Bruxelles dalla Comunità europea ad una riunione sul servizio sociale, come esperta in rappresentanza dell’Italia. Nel febbraio ’64 organizza presso l’USIS di Milano una tavola rotonda con la partecipazione del capo dei servizi europei per il benessere sociale e la delegazione italiana che aveva partecipato al seminario organizzato dalle Nazioni Unite in Olanda sulla formazione del personale direttivo dei servizi sociali; sempre nel 1964 è chiamata a far parte del Comitato promotore dell’Associazione nazionale delle scuole di servizio sociale per formularne lo statuto. Nel ’65 dà vita ad una serie di riunioni tra i rappresentanti degli enti preposti all’assistenza all’infanzia, presiedute dall’avv. A. Flora, presidente del Tribunale per minorenni di Milano, alla scuola, per esaminare, in un ambiente neutro, le competenze dei singoli enti, evidenziarne le eventuali sovrapposizioni ed interferenze e raggiungere un migliore coordinamento. Nell’aprile ’65 organizza una tavola rotonda con uomini politici ed esperti per esaminare le varie soluzioni proposte dalla legge Gui sul riordinamento degli studi universitari e sull’inserimento delle scuole di servizio sociale nelle facoltà universitarie». 

Citazioni tratte da Bortoli B., Materiali per una ricerca storica sulle scuole di servizio sociale. Atti del seminario sulla storia delle scuole di servizio sociale in Italia, Trento, 17 aprile – 31 maggio 1978, Scuola superiore regionale di servizio sociale di Trento con la collaborazione editoriale del Centro studi e formazione sociale “Emanuela Zancan”, Padova, 1978, pp. 36-37.

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Teresa Ossicini

Sebbene Adriano Ossicini avesse vissuto ed operato durante il Fascismo, non andò meglio alla sorella Teresa che operò durante gli anni del ’68 e della contestazione: «per gli studenti dopo il ’68 mancava ogni interesse nell’apprendimento della tecnica e della metodologia di servizio sociale, indicati come deviazioni americane e quindi politicamente sospette» (p. 33). Negli anni ’60 lavorò al Centro Sociale di Testaccio, fondato dal Cepas, dove era ubicato anche l’ospedale psichiatrico Santa Maria della Pietà presso il quale si era trasferita anche l’assistente sociale Paola Rossi. Già dal titolo si evince che il servizio sociale non è una mera scelta professionale ma un movimento “totale” che investe tutti gli aspetti di vita e, più che un movimento, è un modo di essere e pensare. 

Nella seconda parte del libro, l’autore si limita a riportare interi brani scelti in aggiunta ad alcuni personali commenti: «la L. 833/78 ha accentuato il paradigma medico a discapito di quello sociale» (p. 38); «la L. 184/83 ha smantellato le grandi istituzioni totali deputate al controllo (…) gli assistenti sociali, più degli altri, hanno assunto su di sé tali funzioni di controllo» (p. 62); «oggi nelle misure alternative l’attenzione è più rivolta al controllo che all’aiuto (…) perché siamo entrati in una società post-assistenziale» (p. 69). Il ’68, a posteriori, rimane un frangente inesorabilmente fallito perché legato ad un’altra esperienza a sua volta “tradita” e che rappresentò una giustificazione per il terrorismo di matrice politica. L’ottica con la quale gli studi sono stati selezionati, infatti, secondo il De Felice è restrittiva, come ad es. la Resistenza che è vista non in sé e per sé, ma essenzialmente in funzione della Repubblica Sociale Italiana (De Felice R., Biblioteca orientativa del Fascismo, Roma, Bonacci, 1991, p. ix).

 

Citazioni tratte da Certomà G., Il servizio sociale di Teresa Ossicini: una scelta di vita, Milano, Sensibili alle foglie, 2011, ISBN 978-88-89883-42-6. 

Un’isola sul Tevere

Nel più recondito quartiere dell’Urbe, al di là del Tevere, gli ebrei avevano il loro ghetto. Già da duecento anni, erano conosciuti a Roma; Pompeo, il conquistatore di Gerusalemme, vi aveva condotto schiere di prigionieri che aveva lasciati liberi dopo la celebrazione del suo trionfo. La politica romana era loro più favorevole che l’opinione pubblica e non vi furono massacri di ebrei come vi era stato nel 38 d.C. in Alessandria, ma vi furono semmai biasimi e scherni come testimoniatoci dai sommi poeti Orazio, Marziale e Giovenale.



Come già detto, l’opinione pubblica costituiva il giudice più severo di questi banchieri, commercianti e chiromanti. Molti sospetti si concentrarono sul tipo di religione che non aveva nulla in comune con il troppo scontato Olimpo dove, secondo la tradizione, gli Dei litigavano continuamente per un grammo di nettare di ambrosia. Senza templi, senza immagini, gli ebrei servivano il loro unico e invisibile Dio. Nei loro sermoni Lo esaltavano quale principale fattore della Creazione, donatore di quella Legge morale alla quale tutti gli esseri umani si dovevano conformare; tutto il resto, liturgia e culto, passava in secondo piano.



Gli ebrei, anche dopo la Diaspora, continuarono a raccogliere ed inviare il loro tributo al Tempio di Gerusalemme e, pertanto, avevano intessuto molte relazioni, non solo commerciali, col mondo ellenistico. Più dei loro colleghi della Madrepatria avevano assunto il carisma cosmopolita dell’Impero romano, sebbene con il dovuto distacco in quanto la loro religione vietava il matrimonio con appartenenti di altre razze. Non solo la curiosità, ma anche il cuore avido ed inquieto, spingeva dòmini e matrone sempre più numerosi alla Sinagoga dove udivano i rabbini discorrere di Mosè e dei profeti, accendevano ceri, osservavano il digiuno, il Sabato, le ceneri ed il sacrificio.



Vi erano in questi circoli diverse forme e gradi di aggregazione alla dottrina ed alle usanze della Sinagoga: la missione ebraica era paziente e se, ad esempio, giungeva qualche predicatore da lontano, il capo della Sinagoga non si faceva molti scrupoli ad invitarlo ad una conferenza. Oratori di tal genere, molto probabilmente, provenienti dalla Palestina, fra il 40 ed il 50 d.C., predicarono il messaggio di Gesù il Nazareno nel quale ritenevano fosse comparso il tanto atteso Messia. Su questo punto si divisero gli animi del giudaismo, generando un dissidio internno alla Sinagoga, tanto che l’imperatore Claudio fu costretto ad esiliare l’intera colonia.



Quando, poco tempo dopo, gli ebrei ritornarono sull’isola, la dottrina di quel “Chrestus” s’era molto diffusa, sopratutto nei circoli più popolari ed ora contro di essi si rivolgevano non solo epiteti dai gentili ma anche dai loro stessi connazionali scissionisti. I due opposti elementi si confrontarono nella fiorente comunità alla quale Paolo di Tarso, l’apostolo delle genti, indirizzò verso il 58 d.C. la sua Epistola ai Romani nella quale propagandava uno dei temi più scottanti sul dissidio sorto tra le due parti: la giustificazione dai peccati non dipende dall’osservanza della Legge mosaica, ma dalla fede in Gesù Cristo, resa viva dalle opere.



Sulla base di tali “opere” si decise di organizzare un servizio di assistenza sociale e di redigere un apposito «albo delle vedove» che comprendeva i nominativi di donne, selezionate secondo determinati requisiti che non si occupavano solo di elemosine, quanto piuttosto di «tutti i problemi connessi con l’indigenza così come si intende il servizio sociale». Si tratta del primo caso di assistenti sociali riconosciuti come «una sorta di professione stabile». Le vedove erano alle dirette dipendenze dei diaconi anch’essi dediti al servizio sociale (Colagiovanni E., Il servizio sociale, Malipiero, Bologna, 1960, pag. 34).



In realtà il cristianesimo non ha fatto altro che riproporre quanto già era in uso presso le sinagoghe. Attualmente si dice che il servizio sociale sia in buona parte oscurato dalla professione medica, risultato di quella mai applicata integrazione sociosanitaria contenuta nella 833/78. Si dice anche che il servizio sociale, almeno in Italia, sia stato condizionato dalla militanza politica di molti suoi membri nella sinistra extraparlamentare e, quindi, sia stata condizionata dal clima ideologico dell’epoca (resistenza e contestazione). Ciò che è certo è che il servizio sociale italiano ha attraverso tutto il XX secolo e come tale ha vissuto vari passaggi in relazione alle varie epoche che si sono succedute. Sui libri di storia, tuttavia il servizio sociale spesso lo si fa risalire alla seconda metà del ‘900, tralasciando la pubblicistica anteriore. 



Adriano Ossicini, medico romano, iniziò l’attività professionale all’ospedale “Fatebenefratelli” di Roma a partire dal 1937, successivamente si distinse nel campo della neuropsichiatria infantile. Di formazione cattolica (studiò al liceo pontificio di Sant’Apollinare) l’autore ripercorre il proprio percorso di un decennio a cavallo del primo e del secondo Novecento: dal Fascismo alla divisione del Mondo in due blocchi ideologici. L’occasione per diventare medico fu offerta dalla morte del padre, allorché il primario che lo aveva seguito fino all’ultimo sospiro, si offrì per farlo entrare all’Università. Nel dopoguerra aderì al Partito della Sinistra Indipendente e fu ministro alla famiglia del berlusconiano Dini. (pp. 48, 78). 

Citazioni tratte da OSSICINI A., Un’isola sul Tevere: il fascismo al di là del ponte, Roma, Ed. Riuniti, 2005, ISBN 88-359-5639-0.

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Le carceri nella Repubblica Sociale Italiana



Nel 1942 i detenuti nel sistema penitenziario italiano erano 67000 a fronte di circa 8000 agenti di custodia. Con l’avvento della RSI, furono presi in gestione buona parte degli istituti penitenziari del nord Italia, mentre la sede del Ministero di Grazia e Giustizia fu spostata a Brescia e la Direzione generale dell’amministrazione penitenziaria a Cremona. Ciò dimostra che la RSI non era solo un’entità politica a sé quanto piuttosto uno Stato vero e proprio con funzioni e servizi. Nonostante ciò, tuttavia, non mancarono i condizionamenti da parte del Reich tedesco. In particolare la possibilità da parte delle SS di monitorare la presenza dei prigionieri politici e di deportarne quantità a piacere in Germania per alimentare l’industria pesante.



In realtà tali condizionamenti facevano parte di un accordo ben preciso tra i rispettivi ministri della giustizia di entrambi i paesi a causa dei bombardamenti anglosassoni che imponevano continui sfollamenti dalle carceri. Le incursioni divennero particolarmente tragiche a partire dal 1941 con l’ingresso degli Stati Uniti in guerra, allorquando furono pianificati raid a tappeto anche di giorno in tutte le città italiane. A volte si creavano le condizioni per delle vere e proprie vendette, ad es., a Perugia quando il 13 giugno 1944 furono trucidati con bombe a mano circa 50 prigionieri inglesi. Particolarmente caotica fu la situazione durante l’autunno del 1944 quando, a fronte dell’avanzare dei nemici a sud del Po ed a fronte dell’emergenza delle effimere repubbliche ribellistiche, fu necessario effettuare una serie di trasferimenti in massa in molte regioni d’Italia. Il “proclama Alexander”, durante quello stesso inverno, servì a prolungare drammaticamente la durata della guerra.



La quantità di detenuti politici nelle carceri italiane rispetto a quelli comuni era in rapporto del 10%. Nonostante ciò, questi avevano un’influenza notevole sull’organizzazione della vita penitenziaria. Basti pensare che a Torino sussisteva un vero e proprio status di anarchia con la possibilità da parte dei detenuti di circolare liberamente per l’istituto convivendo quindi con gli agenti penitenziari che subivano forti pressioni anche dall’esterno. Le bande partigiane, infatti, specialmente Gap e Garibaldini, non indugiavano a preparare dei veri e propri assalti per liberare i propri compagni come accadde ad Apuania e a Fossano nel 1944 (De Vito, 2009:11). Anche per tali motivi la Direzione della RSI decise di spostare tutti i detenuti politici in attesa di espatrio nel carcere di San Vittore a Milano. Qui nel febbraio 1945 la situazione appariva assolutamente inadeguata per far fronte i bisogni dei detenuti a causa dei crolli e delle macerie, tanto che in un solo braccio risultavano rinchiusi fino a 900 persone come “polli in gabbia” (De Vito, 2009:8).



L’affollamento nelle carceri era tale che Mussolini dovette intervenire di persona attraverso la promulgazione di due amnistie rispettivamente nel 1944 e nel 1945. Tali provvedimenti, assunti in autonomia nonostante l’opposizione dei nazisti, riversarono sulle montagne centinaia di nuovi partigiani che presero le parti nella guerra civile. Tale era la situazione, infatti, in Italia in quegli anni, divisa nella lotta tra eserciti stranieri, cioè anglosassoni e tedeschi, ai quali facevano coda rispettivamente partigiani e fascisti, impegnati a combattersi nelle retrovie del fronte. Quando si ritrovavano in cella, però, l’atteggiamento era di medesima rassegnazione ed attesa di una quanto mai utopistica liberazione. Per loro come per tutti i detenuti, vi era il rancio di pane ed acqua, il giaciglio in paglia e lo stridore delle sirene che annunciavano l’arrivo degli aerei. 



L’assistenza in carcere era demandata ai Comitati di Patronato, istituto sorto a Vicenza nel 1907 su iniziativa del celebre scrittore Antonio Fogazzaro e regolato dall’Ordinamento Penitenziario del 1931 (L’opera del patronato pro liberati dal carcere, Vicenza, 1931, p. 5). Il Comitato si occupava della distribuzione di viveri, indumenti, oggetti personali, del mantenimento dei contatti con la famiglia e della vigilanza sui minorenni liberati dal carcere. 



Bibliografia



“Le carceri nella Repubblica Sociale Italiana” in De Vito C.G., Camosci e girachiavi. Storia del carcere in Italia, Bari, Laterza, 2009, pp. 3-33, ISBN 978-88-420-8838-7.

L’opera del patronato pro liberati dal carcere, Vicenza, 193


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Lo Stato sociale nel Ventennio



Per questa recensione occorre fare una premessa terminologica perchè quando trattiamo di qualcosa che è accaduto più di 70 anni fa giocoforza si commettono degli errori paragonando gli eventi trascorsi con quelli attuali. Il Legislatore degli anni ’30 e ’40 indica espressamente persone dedite all’assistenza sociale e non di assistenti sociali. Strano, ma vero. Andando a leggere la Costituzione Italiana (alternativamente gli artt. 2114 e 2123 c.c.) all’art. 38 co. II sta scritto: «ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale». Ciò però non significa che il cittadino inabile al lavoro doveva rivolgersi al servizio sociale quanto piuttosto all’Inps che avviava la procedura per l’erogazione della pensione. Quanto detto serve per fare chiarezza sui termini  ”ruolo e inquadramento professionale”. Questo ultimo è stato raggiunto dopo anni di lotte sindacali tramite l’Esame di stato e il riconoscimento dell’Ordine professionale. Ma cosa sappiamo dell’inquadramento di 70 anni fa? Se non sbaglio gli Ordini durante il fascismo risultavano soppressi sebbene tutti i candidati, dopo gli studi accademici, dovevano sostenere un esame di stato. E allora bisogna che utilizziamo delle definizioni per cercare di capire di cosa stiamo trattando, e all’uopo mi sembra più che mai adeguata quella indicata da Baranelli e Sancipriano nel 1944: «dovere dello Stato e quindi di tutti i cittadini di contribuire ad aiutare e a sostenere le masse lavoratrici e fra esse gli elementi più bisognosi e meno validi per la lotta esistenziale». Baranelli e Sancipriano non sono due legislatori né assistenti sociali, ma sono due accademici. Quindi la terminologia contenuta nel libro è certamente verace ma riduttiva perchè non tiene conto di altre fonti.   

Al capitolo sull’istruzione, nulla si dice circa la scuola al Celio che, ricordiamolo, tra il 1928 e il 1943 ha diplomato più di 500 assistenti sociali. Non si cita nemmeno la Carta della scuola (che al tit. III ha anticipato l’art. 34 Cost.) né quella della gioventù. Al capitolo sul sistema sanitario, nulla appare sulle assistenti sanitarie visitatrici. Al capitolo sulla previdenza, nulla si dice dell’assistente sociale di fabbrica. Per il resto ci si ritrova in tutto ciò che si afferma specialmente sulla questione siciliana e della commistione ”mafia-liberazione”, tuttavia trovo opportunistico quanto scritto sulla questione ebraica a p. 251. È probabile che il Duce non da subito fosse razzista, ma che lo sia stato è fuori dubbio (condizionato forse dagli ambienti accademici) ed era sua intenzione ferma e convinta di condurre una politica razzista. Lo dimostrano anche i progetti di apartheid per le nuove metropoli coloniali. Capisco la sua intenzione di favorire la ”rettung”, ma la dichiarazione di innocenza è decisamente poco credibile.

L’autore non cita fonti bibliografiche ma esclusivamente fonti giuridiche; certo le norme sono importanti, ma ci sono anche delle memorie che comunque rappresentano delle evidenze (Delmati, Tarugi) ad es. Aurelia Florea negli anni ’60 cita una terza generazione di assistenti sociali, ti dice nulla? La ricerca giuridica è utile, per quanto lacunosa, ad es. è logico pensare che se è esistito un Ufficio distrettuale di servizio sociale, questi non si esprimeva tramite leggi o decreti legge, piuttosto tramite altri atti (circolari e sulla giurisprudenza), che però non conosciamo perchè non sono accessibili al pubblico. 



Tuttavia rileggendo il libro mi sovviene un dubbio: cosa intende per «non si parla della figura giuridica dell’assistente sociale»? Che forse non era ritenuta tale durante il Fascismo? Beh, certamente c’è stata un’attenzione diversa verso altre figure come ad es. le assistenti sanitarie visitatrici che avevano un proprio albo, ma in fondo anche queste effettuavano un certo tipo di ”servizio sociale”. Probabilmente l’assistente sociale era un tipo di lavoro che assumeva una funzione propria solo presso enti privati (es. Olivetti) o comunque parastatali (es. Onmi): «presso ogni consiglio di patronato è ubicato un “Ufficio di assistenza sociale” retto da un assistente sociale».



Naturalmente nessuno andrà a controllare i cedolini di paga con i quali erano retribuite (e credo neanche esistano perchè all’epoca la consegna dello stipendio credo avvenisse a mano, un po’ come si è fatto fino agli anni’60 da parte dei dirigenti), ma semplicemente è logico pensare che gli Uffici distrettuali di servizio sociale (che era un organo del Ministero di Grazia e Giustizia) si occupassero dell’osservazione dei minori e delle relazioni da presentare al tribunale così come indicato dalla legge istitutiva del Tribunale per i minorenni e il Regolamento penitenziario del 1931. Come molti sanno, inoltre, presso ogni Corte di Appello era funzionante un Consiglio di Patronato che si occupava dell’assistenza ai liberati dal carcere, tale consiglio in qualche maniera era coordinato dall’Omni, ovvero da un rappresentante dell’ente, forse una patronessa o forse giusto la figura che stiamo trattando. Poi bisogna anche capire che il cd. ”inquadramento giuridico” naturalmente soffriva la competizione con le altre professioni, ad es. con quella delle assistenti visitatrici sanitarie. Non credo neanche che la scuola del Celio sia stata un ”merito” del Duce, sebbene il governo abbia investito moltissimo complessivamente per il sistema di politiche sociali, all’epoca definita la migliore al mondo. Credo piuttosto che poiché già esistevano delle iniziative precedenti, ad es. l’Istituto di igiene, assistenza e previdenza di Ettore Levi e le cd. ”segretarie del popolo” (anche solo inquadrate nelle modalità di corsiste anziché collegiali, un po’ come per le cattedre ambulanti di puericultura), sia stato deciso di trasferire e centralizzare tutto nella capitale, non a caso le assistenti sanitarie visitatrici facevano le lezioni negli stessi locali al Celio. È anche vero però che l’assistente sociale a causa della propria natura individuale (ereditata dai sistemi anglosassoni) mal si conciliava con lo spirito fascista della socializzazione delle attività produttive, ma ritengo che le accuse che si rivolgono attualmente negli ambienti professionali a quella figura del passato di assistente sociale ”paternalista” o ”propagandista” siano assolutamente infondate. Ma la Storia, come ce lo dicono anche due grandissimi maestri che sono Renzo De Felice e Ugo Spirito, è fatta non solo dai vincitori ma anche di evidenze e queste ”evidenziano” che a Roma e Milano c’erano due scuole che nel ventennio hanno diplomato circa 500 assistenti sociali, lavorando con zelo e abnegazione e, specialmente dopo l’8 settembre, anche a titolo gratuito. Che poi ci fossero dei gruppi di interesse ad aver voluto a tutti i costi fondare l’Istituto di Levi (non a caso in concomitanza col biennio rosso), questo è un altro discorso, ma resta il fatto che la scuola al Celio abbia permesso di compiere quel salto di qualità intellettuale che prima non era stato possibile raggiungere. Potrei ancora dilungarmi molto su questo affascinante periodo della storia italiana ma mi preme soltanto aggiungere che fare ricerca oggi è molto più difficile che in passato, per il fatto che viviamo in un’epoca che tende a negare qualsiasi cosa sia accaduta in quegli anni e, non di rado, capita di incontrare molti professionisti del sociale disposti a negare l’evidenza storica e cioè che la prima scuola per assistenti sociali (quella al Celio) è nata grazie al fascismo.



Citazioni tratte da BONTEMPO T., Lo stato sociale nel ventennio, Roma, Edizioni de Il borghese, 2010, ISBN: 978-88-7557-365-2.

Assistenza sanitaria sociale

Bernardino Ramazzini (1633-1714) in “Malattie degli artefici” intuì il legame tra sanità e lavoro e ipotizzò le prime rudimentali norme di assicurazione e protezione sociale. All’inizio del XX secolo l’assistenza era intesa a combattere la morbilità, la mortalità e l’invalidità. Gli scienziati sulla spinta di Lombroso e Ferri ritenevano che il carattere e la tempra di un popolo potessero condizionare le caratteristiche fisiche e biologiche, in questo senso le politiche sociali assunsero un orientamento eugenetico, insistendo sulla medicina sociale introdotta da Giuseppe Tropeano. Il concetto di assistenza era già presente prima del Fascismo per indicare attività sociali di beneficenza presso il domicilio dei bisognosi, poi fu distinto in previdenza, assicurazione, protezione e sicurezza.
«Le prime scuole professionali furono per infermiere» è più precisamente «a Roma nel 1919 sotto l’egida del Consiglio Nazionale delle Donne Italiane per iniziativa di un gruppo di infermiere americane che avevano prestato assistenza in Italia durante la prima guerra mondiale in favore dei soldati feriti» (p. 77) «a partire dal 1921 la scuola fu guidata alla Croce Rossa» (p. 77) che «inviò le assistenti sanitarie in tutti i rioni popolari delle città italiane» (p. 171).
Durante il fascismo il sistema sanitario era costituito su base mutualistica dalla Direzione Generale della sanità pubblica alle dirette dipendenze del Consiglio dei Ministri. Ne facevano parte l’Istituto superiore di sanità con competenze tecniche e il Consiglio superiore di sanità con funzioni consultive formato dai prefetti per ogni Provincia. A un livello inferiore vi erano le Direzioni Sanitarie Provinciali con a capo il Prefetto che si avvaleva della collaborazione di un Medico provinciale, del Laboratorio d’igiene e profilassi e di un Consiglio Provinciale Sanitario. L’ultimo livello era rappresentato dal podestà (sindaco) e dall’ufficio d’igiene municipale.
Il corso per assistenti sanitarie visitatrici aveva durata annuale e oltre alla disciplina teoriche conteneva anche un tirocinio pratico formativo. Gli insegnanti erano assunti col concorso della Facoltà di Medicina “La Sapienza” e del personale della Provincia, mentre le lezioni si svolgevano secondo il metodo della Didattica frontale unilaterale. Il tirocinio serviva a «rendersi conto del congegno del servizio» (p. 78) e per scegliere «a quale branca assistenziale preferirebbero dedicarsi le allieve» (p. 28). Per accedere alla scuola erano stabiliti dei periodi di prova di due mesi ciascuno, durante i quali si cercava di fare una cernita tra chi manifestasse «doti morali e spirituali» (p. 79) e chi invece appartenesse agli «spostati e agli scontenti della vita» (p. 78). Le sessioni d’esame erano tre con una singolare novità: l’accesso agli esami estivi era consentito solo per chi otteneva la media di 7/10 in tutte le materie, ma per chi risultasse respinto in una o più materie era consentito il recupero autunnale. In ogni caso la media di 7/10 era necessaria per conseguire il diploma, non si fa menzione di alcuna dissertazione orale di tesi o simili, mentre era obbligatorio l’esame di Stato per l’abilitazione professionale le cui tracce erano stabilite dalla Direzione Generale di Sanità Pubblica. L’esame di Stato si rendeva necessario al fine di equiparare le scuole private (es. Trento dal 1941) con quelle pubbliche (es. Gregorio al Celio in Roma dal 1928) dislocate sulla penisola, ognuna con programmi d’insegnamento diversi.
Le assistenti sanitarie visitatrici si occupavano prevalentemente di igiene, profilassi e puericultura. Le assistenti prendevano nota delle condizioni di salute della famiglia, effettuavano gli accertamenti sanitari (diagnosi) e provvedevano a formulare i necessari interventi (prognosi).
L’Onmi offriva un “premio di affiliazione” che consisteva nell’erogazione di assegni in denaro alla coppia sorteggiata che aveva preso in affido uno o più bambini (p. 270). Dopo il primo o secondo anno, il bambino abbandonato era dato in affido (affiliazione) o in adozione presso coppie o single. Previsto anche l’adozione all’estero, es. America. Dopo il 14 anni il fanciullo dell’istituto socio-assistenziale era riconsegnato alla famiglia d’origine o avviato al lavoro (p. 271)
Caratteriali, eretistici, instabili, immorali, deboli fisici, distratti, sono confinati in classi differenziali, mentre quelli che dopo un periodo di osservazione fossero riconosciuti recuperabili frequentavano gli “asili scuola” (p. 283)
Benigno Di Tullio, che ha fondato l’ENPFM nel 1944, si occupò di caratteriali tramite i centri provvisori di servizio sociale. Prendeva in carico i bambini dopo i sei anni che fossero stati licenziati dal Onmi specialmente se avessero tentato il suicidio, fossero stati vittime di abusi o fossero figli illegittimi.
Negli anni ’50 e ’60 le competenze delle assistenti sanitarie visitatrici andarono sempre più a coincidere con quelle dell”Onmi, scomparendo del tutto dopo la soppressione dell’ente nel 1975.

Citazioni tratte da Di Benedetto M., Pittini F., Assistenza sanitaria sociale, Roma, Armando, 1959.

Le radici del servizio sociale



L’attività compiuta dalle visitatrici della Casa di Soccorso di San Paolo (CIA) nel XVII secolo fu un chiaro esempio di assistenza dove le donne svolgevano compiti di tipo ausiliario e gli uomini di patronato e direzione (p. 24). Tale orientamento fu migliorato dalla Legge Crispi quando furono autorizzate delle “quote rosa” nei consigli di amministrazione delle Congregazioni di Carità. Una spinta verso istanze di riconoscimento giunse dall’Unione Femminile Italiana (UFI) fondata a Milano nel 1899 e che due anni dopo fondò l’Ufficio Indicazioni ed assistenza col compito di fornire informazioni sulle Provvidenze del Regno ed ebbe a disposizione anche un organo di stampa.

Nell’autunno 1944 presso le effimere repubbliche partigiane, su iniziativa dei Gruppi di Donne (GDD), sorsero i “Comitati Provinciali di Assistenza” col compito di raccogliere i fondi e di distribuirli sul territorio. Non è dato sapere quale fosse la motivazione di tali elementi se non il desiderio, quanto mai recondito, di una rivoluzione imminente. Da un lato, infatti, vi erano gli eserciti anglosassoni fattori di un sistema razzista specialmente oltreoceano dove vigeva l’apartheid, almeno fino alla sentenza Brown del 1954 (il primo matrimonio misto in America si celebrò solo nel 1968). D’altra parte si affacciava all’orizzonte la dittatura stalinista che non solo concentrava i dissidenti dentro i gulag sovietici ma si preparava ad una nuova repressione: la chiusura del comitato antifascista ebraico. L’insurrezione finale sembrava vicina ma il Proclama Alexander, ancora una volta, fece cessare ogni speranza. Così come durante il Risorgimento il repubblicano Garibaldi aveva sfruttato cinicamente la monarchia per conquistare il Sud, tanto dopo la guerra il compagno Ercoli accettò la democrazia per fare proseliti al Nord.
Non è chiaro se offrissero assistenza solo ai propri affiliati o anche alla popolazione locale, in questo ultimo caso sarebbe grottesco immaginare di assistere coloro che erano danneggiati dai loro stessi alleati ovvero gli eserciti anglosassoni impegnati nella campagna d’Italia e responsabili dei bombardamenti a tappeto, di eccidi indiscriminati e delle violenze sessuali alle donne: «il coinvolgimento nell’esperienza resistenziale non si limitava all’uso delle armi (…) il carattere di molteplicità è particolarmente evidente nella partecipazione delle donne alla lotta di liberazione, stante la loro presenza nelle bande, anche con grado militare elevato, nelle attività di collegamento e di informazione, di propaganda, di sabotaggio e in quella di organizzazione di scioperi e sommosse» (p. 37).

I gruppi di difesa della donna (GDD) operavano nell’ambito del CNLAI e del PCI. Tale movimento si impegnò per il riconoscimento dei diritti delle donne durante la Repubblica, che fino al 1963 (Legge 09.02.1963 n. 66) non potevano accedere ai concorsi per uffici pubblici in magistratura (p. 20). Il femminismo si era sviluppato in USA nell’800 e da qui in Italia a Milano nel 1861 sdoppiandosi nella corrente radicale e in quella riformista dalla quale era nata l’Unione Femminile Italiana (UFI). Una di queste Maria Maddalena Rossi trovò il coraggio di denunciare i misfatti dei “liberatori anglosassoni” nella seduta parlamentare del 7 aprile 1952: circa 60000 donne attendevano ancora un risarcimento per la violenza subita (v. Atti parlamentari). Molti di coloro che avevano collaborato col nemico, fecero carriera in politica o nella pubblica amministrazione, dopo che, grazie al fascismo, erano stati posti fuori legge «gli ultimi gruppi borghesi ancora in vita» (p. 23). 

Il governo fascista, infatti, aveva conferito alla donna un ruolo di primo piano nell’assistenza sociale: «il passaggio della filantropia allo Stato assistenziale avviene nel 1928 con la prima scuola per assistenti sociali» (p. 31); l’Unione Femminile Italiana fondò nel 1926 il primo servizio di assistenza domiciliare sanitaria (p. 27); il Duce nel discorso del 20 giugno 1937 alla Mostra sull’assistenza sociale di fabbrica e delle colonie «saluta le donne come protagoniste dell’opera di assistenza nazionale e sociale» (p. 33) quello stesso sistema di assistenza sociale che fu definito “il migliore al mondo” (cfr. Salassa A., Storia dei servizi sociali, Brescia, La scuola, 2003, p. 77). La ricerca a tutti i costi del primato assoluto, tuttavia, non facilitava la ricerca storica che si venne a trovare di fronte ad nuovo imbarazzo: «la nascita del servizio sociale è generalmente collocata nel secondo dopoguerra in concomitanza con la fondazione delle prime cinque scuole per assistenti sociali, avvenuta tra il 1945 ed il 1946» (p. 13).

Nel marzo 1945 fu istituito presso il CNLAI l’Alto Commissariato per l’Assistenza ai reduci che mutò in Ministero per l’assistenza postbellica (MAPB), presieduto dal comunista Aldo Sereni, che nel 1947 si fuse in seno all’AAI (già UNRRA), organo della Presidenza del Consiglio dei Ministri, diretto da Ludovico Montini, fratello del prossimo Papa. Il MAPB promosse nel 1946 la nascita della scuola Unsass a Milano diretta da Lucia Corti, membro del Movimento della Sinistra Cristiana e fondatrice del GDD e l’altra scuola a Roma presso il Cepas: «decentramento, autonomia e coordinazione» (p. 78) fu lo slogan della Repubblica effimera dell’Ossola, che però fallì miseramente sia perchè dipendeva spudoratamente dagli aiuti provenienti dalla Svizzera sia perchè non aveva un vero e proprio piano di assistenza (p. 63).

La popolazione italiana subì grandi danni durante la guerra civile e la penisola fu devastata dal passaggio del fronte e dalle incursioni aeree; circa 64000 civili morirono a causa dei bombardamenti, circa 10000 persone furono uccise dai tedeschi e dalle truppe della RSI nelle rappresaglie e nelle operazioni di repressione, circa 5000 persone subirono la vendetta dei partigiani a fine guerra (Eric Morris, La guerra inutile. La campagna d’Italia 1943-45, Milano, Longanesi, 1993, p. 492).

 
Nel dopoguerra, a causa del clima ideologico dell’epoca diviso in due blocchi ideologici contrapposti, il movimento delle donne si scisse in Unione Donne Italiane (UDI), di ispirazione progressista, e il Centro Italiano Femminile (CIF), di ispirazione cattolica. Appare ambiguo di come tra le competenze dei GDD risultassero «il disbrigo di pratiche e la presentazione di istanze» (p. 60) giacché se il GDD operava in regime di clandestinità, è altrettanto vero che i membri non potevano in via ufficiale avvicinarsi agli enti preposti all’erogazione delle prestazioni previdenziali, essendo dei semplici volontari che agivano privatamente. Ben presto, però, ci si rese conto di essere ben lungi dall’implementazione di quel modello funzionale di servizio sociale imposto, e mai assimilato, dai vincitori del conflitto.

 

 

Citazioni tratte da DELLAVALLE M., Le radici del servizio sociale, l’azione delle donne. Dalla filantropia politica all’impegno nella Resistenza, Torino, Celid, 2008, ISBN 88-7661-778-7.

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