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Pensieri

Pensieri di Cesare Correnti dai suoi scritti editi e inediti a cura di Adelaide Correnti e di Eugenia Levi nel centenario della sua nascita (3 gennaio 1815 – 3 gennaio 1915) con una biografia di Cesare Correnti e il suo ritratto in fotocopia, Milano, Treves, 1915 (da 148 a 163, pp. 76-83; da 240 a 244, pp. 117-119; da 303 a 311, pp. 145-148; da 472 a 473, pp. 227-228).
 
    148. Il Cristianesimo, come tutte le altre religioni vediche e bibliche, anzi più che altre, nacque coll’istinto della carità spinta fino all’assoluta comunione economica, conseguenza della Comunione dei Santi, che fu uno dei principali articoli. del Credo apostolico. Il primitivo Cristianesimo era una perfetta associazione economica o spirituale, e la beneficenza e la carità erano la forma del suo governo. Indi l’assorbimento di tutti gli istituti soccorrevoli nella Chiesa, divenuta amministratrice e dispensatrice dell’economia sociale. I secoli barbarici turbarono il processo di trasformazione iniziato dal Cristianesimo, ma non sì che non ne serbassero i principali caratteri. Ma gli amministratori elettivi della società cristiana, a mano a mano costituiscono una classe separata. Il decreto di Lotario imperatore, che comandava, ai chierici di consacrare due terzi delle rendite loro affidate ad opere di beneficenza, era già un atto costitutivo della feudalità ecclesiastica, la quale amministrò poi a suo senno gli immensi beni ad essa affidati e che fluivano sempre più copiosi nelle sue mani; tanto che intorno ai tempi della Riforma, anche i redditi degli ospizi e delle limosinerie anutaronsi spesso in .commende e benefizii. Nel secolo XVI e nei successivi cominciò l’opera di rivendicazione; furono soppresse le usurpatrici amministrazioni ecclesiastiche, e richiamati à mano a mano i loro beni alla società. Le necessità politiche e le avidità fiscali diedero a questa rivendicazione l’aspetto di spogliazioni e di detorsioni. Molti Stati però, confessarono il carico a cui si erano assoggettati sostituendosi alle malversatici amministrazioni clericali. Indi la conversione della carità chiesastica in carità legale. Le leggi d’Elisabetta, celebri nella storia del pauperismo, ebbero questa origine: e un’origine analoga, per non ricordar tutto, ebbero le patenti di Maria Teresa in Lombardia quando primamente ella mise mano alla soppressione degli Ordini religiosi. Così come l’ebbe la legge del 19 marzo 1793, che pone le basi delle norme dell’Assistenza pubblica in Francia, considerata come un dovere dello Stato, entrato nella, successione degli immensi beni del clero francese. 
  Ora questo punto di vista storico e poco men die giuridico non vuol essere trascurato, ms. 1882.
   149. Il Cristianesimo è, come il classicismo, guasto dai pedanti e dai sofisti. Ma è ancora l’antica dottrina. ms. s.d.
   150. Il Cristianesimo lo insegnava, la filosofia non l’insegna più, non lia più mezzi per insegnarlo. Non si’fa l’eroe per gusto d’esserlo: sì quando v’è ragione di farlo. Il Cristianesimo clava la ragione d’essere eroi, d’essere grandi, d’essere santi. Noi non diamo alcuna ragione, fuorchè l’estetica. La poesia diventa tutta la religione del secolo. ms. s.d.
   151. Il Cristianesimo pratico della Chiesa latina, riprende il suo senso metafisico in mano delle popolazióni nordiche. Esempio il Biblismò degli Inglesi, il logicismo e razionalismo germanico. ms. ant. al 1848.
   152. Il Cristianesimo, questo sacerdote iniziatore della civiltà europea, e che ora la civiltà europea sacrifica sull’ajtiare dell’avvenire, ha combattuto come un gigante: l’eloquenza, il genio, la poesia, l’audace sofisma, la virtù, il delitto, nulla fu trascurato. La grandezza delle questioni agitate, la potenza degli oppositori, la costanza, la profondità e l’entusiasmo elei difensori, ne fanno senza alcun dubbio la lotta più drammatica e più feconda che presenti la storia delle idee umane. Dello sfato gen. degli studi filosof. 1840.
  153. Il Cristianesimo storico insegna che ogni male d’origine si parò espiare, cioè volgere in bene, e che ogni anima’d’uòmo e di popolo è redimibile. Stirpi italiche. 1657.
  151. Il destino delle cose è la decadenza e la morte, e il destino dell’anima è il progresso e l’immortalità. 4 ms. s.d.
  155. Il diavolo, dicono, non è sì brutto come si dipinge. Certo è che nessun diavolo è così patente come vorrebbe parere: e certissimo clic quando un diavolo esce dai gangheri e mostra gli unghioni e la forza, è segno che non gli riuscirono le moine e le contumelie. Verità vecchie. 1853.
   156. Il diritto all’elemosina, come il diritto al, lavoro, sono errori sociali e morali: perchè non v’ha diritto dove non v’è un obbligato, contro il quale possa farsi valere il diritto, il diritto a soccorsi economici, come il diritto a lavorare sono precisamente come il diritto di vivere. Le condizioni della vita e del lavoro sono innanzi tutto individuali, e la società, die è un complesso di viventi laboriosi, non può senza trascendere oltre la propria natura e la propria forza, garantire la vita e il lavoro.
  L’illusione del Socialismo, e peggio del Comunismo, è in questo appunto, di pretendere che la società umana, la quale non può esistere, e non esiste normalmente, se non a condizione che i soci sieno attivi e produttivi, sia ordinata in modo, non solo di tutelare la libera attività – che è il vero e proprio suo compito -, ma di assicurare la produzione. È un vero capovolgimento d’idee ohe mette capo ad infiniti assurdi, prima di tutto alla soppressione della libertà umana. ms. 1880-1887.
157. Il dramma nazionale si svolse nelle adelfie, nelle congiure, nelle famiglie. La storia intima è molte vòlte più importante della storia piazzai ola. Ed è ignorata come la virtù.
ms. post. al 1880.
158. Il fine supremo d’ogni buona educazione è l’instauramento dell’ordine morale. Sapere non basta: si richiederebbe la ginnastica della volontà e l’esperienza dell’amore.
L’appannaggio della scienza. 1856.
 159. Il genio dei nostri antichi, se pur ci sia dato trovarlo ancora, noi lo potremo incontrare là dove più ferve la vita. Mal lo cerca chi voglia ripescarlo per entro lo ceneri dei sepolcri, o peggio chi spora di nasconderlo soffiando sulla polvere dei libri! Solo vivendo s’impara e s’intendi la vita. Badiamo ad esser nomini e vivi. Le Diversità nazionali. 1856-57.
   160. Il gran teologo del Medio Evo, e l’ultimo Dottore della Chiesa, una delle più vaste intelligenze filosofiche che si possano imaginare, San Tomaso d’Aquino, nella laboriosa, sintesi di tutto lo scibile de’ suoi tempi, che cosa ha fatto? San Tommaso d’Aquino ha detto: « La filosofia procedo con un metodo inquisitivo e libero; essa non palò risolvere i grandi ed ultimi problemi della vita universale, ma appena può adombrarli. Arrivata sulla soglia, delle verità assolute, essa presagisce e invoca e spera le soluzioni, ispirandosi alle necessità intellettuali e morali della mente e della natura umana. Ma quando dal presentimento vuol passare alla certezza, quando, guidata, dalla speranza, vuol giungere alla fede, non vi ò altro che entrare nels mondo mistico, nel mondo della grazia, porgersi umili alunni della teologia positiva, che ò la filosofia rivelata, e allora cessano i dubbi e le indagini angosciose, comincia il tranquillo lavoro di deduzione, e si trova quella quiete a cui-aspirano molte anime….La mirabile, profonda e naturale distinzione di San Tomaso d’Aquino fu adottata anche dalla Chiesa. Dai teologi che successero al Dottore Angelico, durante il Medio Evo fino ai dì nostri, si ammise questo ottimo principio didattico: potere la filosofia essere come un’introduzione e un avviamento alla fede. Disc. sulla soppres. delle fac. teolog. 25 aprile 1872.
  161. Il lavoro della mano misura, il tempo, avvezza alla pazienza. Glorifichiamo il lavoro della mano. ms s.d.
  162. Il lavoro è la legge divina, o la legge della natura, è la legge dell’anima umana. L’anima ha bisogno d’attività, come il corpo di nutrimento. Il Lavoro. 1855.
  163. Il lavoro può riuscire salubre, morale, educatore e anche piacevole: può invece essere disordinato, disperditore di forze, produttore di cose inutili o peggio, noioso, materializzatore, omicida…. Studio fecondissimo sarebbe quello proposto dal dottor Besozzi, quello della corrispondenza fra il genere dei lavori e le inclinazioni morali: tesi questa di suprema importanza per la riforma della educazione popolare. Egli crede alla possibilità non solo di distribuire il lavoro dietro lo studio della costituzione c del temperamento degii operai, ma eli feudo attói diventar in molti casi un vero mezzo igienico. Sul lav. dei fanc. negli opif. 1844.
 164. Il Leopardi giunge spesso alla necessità e alla logicità del Male
           Disprezza ….. il brutto
Poter che ascoso a comun danno impera.
  Nel Cantico del Gallo Silvestre, verso la fine, preannunzia la morte dell’Universo e la quiete assoluta e la liberazione d’ogni oosa, e la morte della morte. Perocché in ogni sua opera la natura è intenta e indirizzata alla morte. Cesserà la vita e allora cesserà la morte. Ma nelle note, il Leopardi confessa che questa è una conclusione poetica, ma non scientifica. Perchè l’esistenza continuerà sempre colle sue fasi. ms. 1881.
  165. Il mondo è grande. Tanto meglio. Noi sapete voi? Ciò che vedete fuori si riflette in fondo al vostro occhio. Quando trovate grande il mondo, gii è che voi ingrandite. Più vasto e vario lo spettacolo, e più bello il quadro che ci si dipinge dentro, più viva la memoria dell’anima.
  Su! Su! Dunque, a dispetto dei dispetti, guardiamo fuori, guardiamo lontano, slarghiamo la prigione, slarghiamo il cuoreI Conoscere il mondo. 1853.
  166. Il mondo è mezzo di chi l’ha ereditato, è a sperarsi il miracolo, se non Forse aiutando una palingenesi cosmica, aprendo colla trivella, come spera il nostro Paladini, le vene dei fiumi sotterranei, o conducendo, come propone il Lavigne, le acque del mare a traboccar sulle bassure del deserto. Disc. alla Soc. Geogr. Ital. 35 luglio 1874.
  234. L’Africa La per l’Italia un fascino irresistibile. Affacciati sulle stesse acque, a distanza ormai di poche ore, e con sì sfolgorante diversità di cielo, di clima, e di popoli, la curiosità, non ch’altro, vi ci dovrebbe tirare.
 Quattro salti e potremmo trovarci in mezizo a una natura nuova, e vivere in un’età preistorica.
  A chi non deve piacere sentirsi allargar l’universo e raddoppiare il tempo e l’anima? Vero che è difficile indovinare ìli questo momento quello che spiaccia o piaccia agli Italiani: ma appunto perciò si può provare. Parliamo loro dunque dell’Africa. L’Africa. 1875.
  235. L’anima è naturalmente cristiana, disse un gran Dottore della Chiesa primitiva. E noi possiamo dire: l’anima è naturalmente profetica.  ms. s.d.
 236. L’anima, può colla contemplatone della bellezza, col culto della sapienza, calmarsi e ingrandirsi; ma, poi rimane fredda nella sua pace, come una, limpida aurora che aspetta il sole.
In un solo modo la villa cfeU’animai si raddoppia, si “centuplica, s’immilla: specchiandosi cioè in altre anime, riverberando la sua coscienza nelle loro coscienze, illuminando ad altri pensieri la luce dei suoi pensieri.  Lacuna 1855.
   237. L’antica virtù politica era fondata sul diritto e sulla giustizia: la nuova virtù politica è fondata sulla carità e sulla solidarietà. ms. s.d.
   238. L’apparenza ha l’inganno davanti e la verità di dietro. Non si deve fermarsi sulla prima apparenza; ma nè per questo si deve lasciare di studiarla. E se non bastano gli occhi, ci valgano gli occhiali, le lenti, i microscopi, i telescopi. Verità vecchie. 1853.
    239. L’arte del volere è l’arte stessa del vivere. Quando tutta la tua forza si consuma nel lottare contro la tiua stessa volontà, e nel sorreggerla, non ti avanza più di che far altro: come uomo che appena si regge con tutto lo sforzo in piè, se appena riesce a portar se stesso non può portare altro. Perciò vuoisi a pòco a poco dar forgia alla volontà, e avvezzarla a comandare.
sieri la luce del suo pensiero. ms. 1858.
   240. L’Assistenza pubblica si distingue dalla Carità – parola cristiana trovata però prima da Cicerone: “charitas immani generis” – e dalla Beneficenza».
 L’Assistenza pubblica, neologismo francese del tempo della Repubblica, indica il complesso delle istituzioni e disposizioni legali per cui lo Stato e il pubblico, nel vecchio senso italiano, soccorre materialmente ed economicamente i privati cittadini.
  Carità, da grazia, amore gratuito, indica il sentimento, l’istinto che ci porta fuor di noi e, come dice San Paolo, non cerca le cose sue.
  Beneficenza è l’istinto di far comunque il bene, di giovare.
  L’una è una necessità politica, l’altra una necessità spirituale, l’ultima una funzione morale ed economica. ms. s.d.
  241. La bellezza è nella espressione. Pittori e maestri, quanti siete, non vi paia di soverchio ripetuta una cosa tanto semplice e tanto volgare. La bellezza naturale è un’espressione d’intelligenza e d’amore; la bellezza artistica non pùo esser diversa.
Della com. sorg. della Poesia nelle Arti belle. 10 nov. 1847.
  242. La beneficenza, in tutti i paesi civili, consta d’un complesso d’istituzioni svariatissime, originate quasi sempre da un’ispirazione religiosa, e dirette, piuttosto a soddisfare gli istinti della misericordia e della tenerezza fraterna verso i sofferenti, che a ravviare e rinsaldare le forze produttive della società. Il sentimento, e soprattutto la carità spirituale, che crearono le.antiche istituzioni pie, ora. vengono, rattemperandosi ai consigli dell’esperienza e ai precotti delle scienze economiche. All’istinto della compassione succede l’intelletto della carità. ms. post. al 1880.
 243. La beneficenza è la spiritualità della questione sociale, la quale non può esser risoluta che sulla base della giustizia, ma può esser sublimata dall’opera della carità. ms. s.d.
  244. La beneficenza umilia e debilita. Fatevi la carità da voi: guadagno, risparmio, lavoro; industriatevi. ms. post. al 1880.
  245. La Civiltà è la Grecia, quando disse: L’intelligenza sia la regina del mondo, e la ragione sia la natura dell’uomo.
  La Civiltà è Roma, quando disse: Fra eguali,, leggi eguali, e la forza di tutti faccia rispettare il diritto dì ciascuno, e la forza di ciascuno faccia rispettare il diritto di tutti.
  La Civiltà è il Vangelo, quando dice: Dio Padre in Cielo, e gli uomini, figli Suoi, sulla terra; gloria a Lui in Cielo e pace in terra agii Uomini di buona volontà.
  La Civiltà infine è San Paolo, quando insegna: Se l’uomo parlasse tutte le lingue, e tìonos,cesse ì segreti degli angeli, ima non avesse carità, sarebbe come bronao sonante e copie cembalo tintinnante.
 
  300. La scuola dell’interesse è pur essa una scuola, e spesso più efficace di quella dei libri.
        ms 1882.
  301. La scuola di Cavour si teneva sicura di guidar la cosa pubblica quasi per diritto tradizionale. Ma la grandezza di Cavour non era nell’amministrazione. Tutta l’amministrazione sua era stata politica, e volta al gran fine d’accattar grazia e credito in Europa, e d’alimentare le sperarne nazionali; e la speranza era allora, una. forza grandissima.
  Grandezza di Cavour nella politica: valersi delle opposizioni e delle discordie; scopo unico evidente, e concordia necessaria sotto la discordia stessa: Garibaldi.
  Ma questo giuoco aveva i suoi pericoli; Aspromonte e Montana ve lo mostrano. Lo: Stato correva rischio di discardinarsi tutti i momenti. V’era ancora una grande, una insolubile questione: Roma ‘chiave dell’ Unità. Cavour stesso ebbe il coraggio e l’abilità di proclamarlo in faccia all’Europa. Ma avvenimenti straordinari dovevamo rendere possibile quest’ideale: – i tatti miracolosi ili Garibaldi. L’annessione non meno miracolosa di Toscana e di Emilia rendevamo esigenti le aspirazioni, giustificate le esagerazioni. – Dopo i Mille, l’Italia correva rischio di diventare ariostesca, si era perduto il senso della realtà, eravamo ancora alle dimostrazioni mazziniane.
 Pure due politiche, due scuole erano naturali; due partiti in Parlamento. Gli uomini ohe volevano continuare la rivoluzione, gli uo|m;ini che volevano raffermare, regolarizzare lo Stato… 
ms. s.d.
  302. La scuola filosofica e la libera speculazione ebbero in Italia miracolosi inizi, in un tempo in cui le altre naiz,ioini sion avevano neppure 1’idea d’una filosofia originale: chè dal pensoso Cavalcanti al Ficino, a1 Pomponaccio, al Bruno, al Galileo, fu un luminoso solco di luce nelle tenebre delle età mistiche. Alla vera nota caratteristica della tradizione civile tra noi, da Dante fino ai dì nostri, fu, sotto varie forme — ora ghibelline, ora principesche, ora municipali, — il pertinace intento di creare di mezzo a quelle due vaste e confuse compagini che costituivano la confederazione imperiale e la repubblica cattolica, eli creare, dico, di alimentare e di mantenere una speranza almeno di uno Stato autonomo, italiano e laico.
Discuss. per la soppr. delle Fac. teol. 29 aprile 1872.
  303. La scuola popolare, ecco l’utopia ohe voi siete chiamati a tradurre in realtà. Il sesto senso, o per dir meglio il senso sociale, che voi dovete dare al popolo. Questo, lasciatemela dire una santa eresia, questo importa più che lo stesso diritto elettorale. Questo sogno che, lo giuro pei gloriosi, visionari che da tre secoli sognarono la possibilità d’un’Italia grande, questo sogno…. sarà una realtà. Gli orfani dell’intelligenza troveranno ì loro tutori. L’infanzia accolta nei giardini educativi darà germi sani e anime liete, preparate dalla convivenza dei giuochi ginnastici alla fratellanza equanime e amorosa. La puerizia alternerà i primi esercizi del lavoro manuale coi primi esercizi mentali…. ms. s. a.
  804. La scuola traccia la via e mostra la luce. La famiglia, la società, le ispirazioni individuali hanno a fare il resto. Educatori vogliono essere i maestri, anche quelli delle prime scuoluccie…. coll’esempio di un governo amorevole e soprattutto ragionevole, il quale agli scolaretti in quel loro primo affacciarsi ad una vita diversa, e più varia, della domestica, faccia fede della giustizia e della benevolenza onde devono essere informate le relazioni sociali. Questi i primi precetti pedagogici da raccomandare ai maestri elementari, e che si risolvono tutti in quel precetto supremo della morale in azione. E su ciò vorremmo che fossero rigidissimi censori i magistrati scolastici. Relaz. sull’obbl. scol. 10 giugno 1874.
  305. La seconda vista è uno sgomento. Rivedere coloro che abbiamo amato, coloro che hanno portato con sè nella tomba la miglior parte dell’anima nostra, e provare il rimorso di non averli amati abbastanza, riascoltare le parole di speranza e di amore che traverso a tanta distanza pigliano suono di rimprovero e di condanna…. La seconda vista h uno sgomento. Hanno ragione d’aver paura dei morti. Il Battes. del Nuovo Presagio. 1880.
  306. La società è paragonabile a un ente individuo. Sia pessimo, corrotto, incorreggibile: punitelo, dico, la Giustizia; sopprimetelo, dice la Necessità sociale. La Carità ha tutt’altro modo di guardare il cattivo: convertitelo al bene, guaritelo, salvatelo.
  E così per i mali fisici. L’utilità sociale vorrebbe gente sana. I malvivi, i parassiti, gli infetti, gli impotenti, si avrebbero a sopprimere. La Carità ha tutt’altro modo di ragionare e di fare, cura gli incurabili, medica gli immedicabili, spera pei disperati. ms. post. Al 1880.
  307. La sola gioventù è l’ispirazione, ma la virilità può essere l’esecuzione. ms. post. al 1880.
  308. La sproporzione tra l’uomo e l’universo, la ragione e il problema infinito, non ci permetterà forse d’arrivare sino a Dio fàccia a faccia, ma ci permette di sentire la divinità. ms. s.d.
  309. La statistica, dall’una parte promette alle questioni sociali quella medesima chiarezza e positività, che l’applicazione delle matematiche introdusse nell’astronomia; dall’altra sembra conoludere ad un disperante fatalismo, che annichila la potenza degli elementi morali e mostra l’uomo schiavo delle circostanze, e incatenato nel rigore di formule matematiche. Perciò non è raro sentir da un lato i pubblicisti appellarsi all’evidenza, delle cifre e all’irresistibile eloquenza delle progressioni numeriche, ed accorgersi intanto che il cuore, e la stessa severa ragione rifuggono da codesta ‘materializzazione delle scienze più nobili e più spirituali, e bestemmiano la luce infeconda, dei fatti, che sono perchè sono, ma non divengono perciò nè giustificati nè desiderabili. Di una nuova teoria della Statistica. 1842.
 
  310. La storia della donna è difficile a scriversi: essa è una storia segreta, inesauribile; ma portarla fuori è impossibile. Uomini, che volete dire ohe non vi faccia torto? ms. s.d.
  311. La storia delle prime età di Roma è, più che altro, una leggenda poetica, tutta piana, naturale e credibile. Argomenti perpetui di ammirazione, di lode e di esempio sono l’eroismo cittadino, l’amor patrio, la grandezza d’animo. Tre idee soprattutto, tre lezioni troviamo ripetute e glorificate in questo mirabile romanzo storico che educò per tanti secoli la gioventù-romana, e che avrebbe potuto educare anche la nostra, se i pedanti non sapessero troppo bene innestare
la noia ed il ghiaccio fino nell’ammirazione e nell’amore. Queste tre idee, ohe sono quasi a dire le virtù teologali degli antichi, eccovele: Dignità e castità nelle donne, sacerdotesse dell’onore e della santità domestica; negli uomini, sacrificio d’ogni affetto di famiglia ai doveri di cittadino; ne’ soldati, scrupolosa devozione alla disciplina. Queste arti, e il non lasciarsi vincer mai nell’animo, e l’aspettar tempo e occasioni, valsero a Roma l’imperio del Mondo, un po’ di storia. 1849.
  312. La Storia Italiana è fatta per rafforzare le speranze, anzi la, fede profonda nella forza ideale. Gli è ciò che gli stranieri non capiscono. ms. s.d.
  313. La Storia Italiana è la storia di una nazione che si fa e non si disfa: questo è l’importante. V’è un continuo propendere verso l’idea nazionale. ms. s.d.
  314. La storia, narrandoci il passato non ci mette già innanzi l’immagine dell’avvenire, ma ci rivela la forza produttrice d’ogni avvenimento, ci aiuta a comprendere il creatore della storia: l’uomo. E chi dice l’uomo, intenda gii uomini: in grammatica coinè in filosofia. Voi sapete il proverbio: non tutto il cervello in una testa, nè tutta l’anima in ciascuna anima.
Sogni di chi non ha domito. 1852.
 472. Prima che Smith proclamasse la legge del lavoro, dalla quale i discepoli sembra che abbiamo tirato la conseguenza che il lavoro è la felicità, od il fine supremo dell’uomo, Genovesi aveva dotto: il lavoro può pareggiarsi ad una pena: nondimeno bisogna amarlo perchè il lavoro onesto è Tunica sorgente della ricchezza; e Paoletti aveva aggiunto: la peggiore povertà è l’ignoranza; e Beccaria aveva concluso: non clevesi aver riguardo al lavoro in sè stesso, ma, al lavoro utile. Se alcuno si fosse curato di sciogliere il problema dell’utilità sociale, dell’ utilità morale, dell’utilità durevole e vera, avrebbe veduto quanto lai legge trovata dal Beccarla sia superiore a quella di Smith. La scienza inglese proclamò il lavoro produttivo; la scienza italiana aveva già detto il lavoro utile e onesto. Solo quando si sarà dimostrato che ogni produzione ed ogni modo di produzione ponno esser utili alla società, noi confesseremo che la teoria smithiana ha definitivamente costituita l’economia. Per ora, noi ci ostiniamo a desiderare che la vecchia scuola italia-aa trovi dei coraggiosi continuatori. Storia dell’econ. polit. 1843.
473. Prima del 1796 l’elemento storico prevaleva ancora nella nostra geografia politica; appiattati ancora dietro a un fossa taccio, una siepe, mi diploma, v’erano i ducati, i principati, le contee, i marchesati, le baronie, le pievi, le castellarne del Medio Evo. Quest’imbratto, degenerazione delle antiche verità etnografiche, fu spazzato via dai governi napoleonici, e vi furono sostituiti i scompartimenti topografici, che in tutta la settentrionale e la media Italia vennero sperimentati per molti anni, e ora dovrebbonsi rimettere a studio. Col 1815 lo spettro storico ripicchiò all’uscio. Milano, stata diciott’anui capitale della nuova Italia, riparlava ct’Insubria, di Lombardia, fin del vecchio Ducato: qua e là a Massa, a Piombino, a Lucca, a Monaco ricomparivano le Signorie gentilizie, i domimi esili, riscontro possi imi delle tribù c degli statarelli comunali. Le monarchie patrimoniali di Sardegna e di Sicilia si sognavano a sciorinare le barbare leggende dei titoli ereditarli, dotali, feudali, deditizi. Ma la terra stava salda, le tradizioni storiche parevano anche a quelli che le avevano ricollocate a capo del diritto pubblico, superstizione ed arcaismi. E però mutati i nomi e le proporzioni, le Prefetture napoleoniche rimasero Delegazioni e Intendenze, e i Dipartimenti con più italiano, ma poco fausto vocabolo chiamarono Provincie; le quali si ridussero in più angusti confini quasi tutte, o per necessità di proporzionarle ai nuovi Stati, o per gelosia di divisione e di contrappeso. Topografìa italiana 1863.
474. Prima di tutto lasciatemi dire che questo nostro 1876 è tempo da altro che da giornali. Si vive, si legge, si sa, si può, dì per dì, ora per ora: e que’ che veggon meglio sono i miopi. Dunque lasciate i libri ai topi e ai posteri, e fate giornali a fidanza, che è la stagione delle cicale. Programma per l’Arch. di Stato. 10 marzo 1876.
  475. Provincia dicono i vecchi filologi, da pro-cul vincere, e nessuna provincia v’era nell’Italia romana dove la conquista venne decorata col nome di società e di federazione: “foedus et societas”. Il Forcellini definisce la provincia: “regio armis deviata in potestatem romani populi reducta, et imperio subjecta”. E brutti e umilianti anche nell’uso sono i vocaboli di provinciale, provincialità, provincialismo. Nondimeno i più recenti studi danno a questa parola un’origine manco odiosa, e secondo il Mommsen orsa potrebbe equivalere quasi a parti unite, compartimento.  Topografia italiana. 1863.
  476. Pur troppo le virtù che fanno la fortuna e la forza d’un tempo, poimo riuscire la mina d’altro tempo. Per questo, unica sapienza vera è la sapienza viva, la sapienza che sente e ragiona in ineziao alle moltitudini. La prima e più valida esperienza è quella del presente. Sul Nono Congr. degli Scienz. Ital. a Venezia. 1817.

Il primo Istituto per sordomuti in Italia

Vecchione E., Assistenza e beneficenza a Napoli, Premiata Scuola Tipografica dei Sordomuti, Napoli, 1908. Il primo Istituto per sordomuti in Italia, pp. 22-24.
 
Fedinando IV volendo istituire a Napoli una scuola regia di sordomuti, incaricò il 1783 l’abate Cozzolino da Resina di recarsi a Roma per studiare l’impianto della scuola privata per i sordomuti fondata dall’avv. Pasquale Di Pietro. Nel 1785, avutisi buoni risultati dalla scuola, Re Ferdinando deliberò di tra­sformarla in pubblica, trasferendola con apposita do­tazione, nel locale “del Salvatore” all’Università (via Mezzocannone 16 ndr). La direzione della scuola fu affidata allo stesso Coz­zolino, che la tenne per molti anni. Fu la prima scuola governativa per i sordomuti sorta in Italia.
L’istituzione fu in seguito trascurata dal Governo e dalla Università. Fu riordinata poi da Giuseppe Napoleone con decreto del 7 novembre 1806, che ne stabiliva la sede nel Gesù Vecchio e fissava gli stipendi al personale, il pa­gamento di uno stipendio al Direttore Cozzolino (36 ducati) per l’acqui­sto degli oggetti necessari. Nel 1812 si assegnò la somma di ducati 80 al mese per sussidi agli alunni poveri e fu compilato uno speciale regolamento. Furono poi assegnati 50 ducati mensili al Direttore e 20 ducati per ciascuno a quattro maestri. Al 25 settembre 1816 venne pubblicato il regolamento per la scuola dei sordomuti, la quale fu divisa in due clas­si, una per i maschi e l’altra per le femmine.
Agli alunni era concesso un sussidio mensile variabile da ducati tre ad uno. Vi erano ammessi i giovanetti dai 7 ai 15 anni. Al 7 aprile la scuola, dietro proposta della Commis­sione della Pubblica istruzione, fu trasferita nell’Albergo dei Poveri e sottoposta all’amministrazione del governo di quel Pio Istituto. L’Istituto rifiorì dopo il 1860 con l’aiuto del Governo italiano. Il 1863 l’on. Bellazzi parlò alla Camera a favore dell’Istituto, chiedendo per esso un sussidio proporzionato ai bisogni degli 8000 sordomuti delle provincie meridionali, proponendo inoltre il trasferimento provvisorio di esso al quarto piano dell’Albergo e l’emancipazione dall’amministrazione di questo, salvo a renderlo in seguito del tutto au­tonomo. La proposta non ebbe seguito. Anche il Consiglio Provinciale nel 1867 aveva espresso li suo parere per la separazione.
Gli inconvenienti intanto perdurarono. Il Ministro Scialoia propose la chiusura dell’Istituto, che fu poi ordinata con R.D. del 24 luglio 1873. La chiusura, fatta per preparare il riordinamento dell’istituto, durò parecchi anni per mancanza di accordo con l’Amministrazione dell’Albergo. Il dicembre 1876 fu stipulata una convenzione tra il Ministro della Pubblica istruzione ed il Soprintendente del R. Alber­go dei Poveri, approvata con R.D. 5 aprile 1877 per la ricosti­tuzione della scuola che doveva essere composta di un convitto per 60 alunni ed altrettante alunne, di una scuola esterna, e di una clinica acustica per i sordomuti curabili. Nel 1878 fu compilato il regolamento interno prescritto dalla convenzione.
Il 15 novembre 1888 fu stipulata una nuova convenzione, approvata con R.D. del 7 febbraio 1889 ed in seguito il re­golamento speciale, approvato dal Ministero della Pubblica istruzione il 6 dicembre 1894 in forza del quale il diritto di vigilanza ed ispezione nella Scuola-Convitto era riservata a detto Mi­nistero. Con R.D. 18 giugno 1898 fa aggregato al VI gruppo delle Opere Pie; ma con R.D. 8 novembre 1903 fu dichiarata l’autonomia, facendo obbligo al Real Albergo dei Poveri di curare la trasforma­zione dell’Ospizio «da un semplice asilo in un vero e proprio istituto educativo dei poveri ciechi».

Maria Gaetana Agnesi

Colica G., Recensione su “Anzoletti L., Maria Gaetana Agnesi, Milano, Cogliati, 1900. In “Hesperia. Rivista mensile letteraria e scientifica”, 11, novembre 1901, pp. 160-161.
È un grosso volume nitidamente stampato e ricco d’incisioni, che illustrano i tempi in cui visse una così nobile e grande figura di donna, ed illuminano tanta parte della sua vita.
La scrittrice è nota per altri importanti lavori d’indole morale e religiosa, in cui manifesta i suoi ideali civili e cristiani e lotta per la loro diffusione. Ed a questo ideale è inspirato il libro su Gaetana Agnesi.
Nella prefazione, intitolata, a chi scrive, l’autore ritorna sulle sue idee con forma elevata, con vivo entusiasmo e con fede sincera ed illuminata. I limiti della recensione non mi permettono di seguirla in tutto il suo cammino, e mi fermo soltanto a mettere in rilievo alcune idee, che si collegano più strettamente con lo scopo di questa biografia, dettata con intento di offrire alle anime bramose di sane e serie letture un libro veramente morale ed educativo. Viviamo in un periodo, in cui la coscienza del mondo sente il bisogno di ripiegarsi sopra sé stessa per rivendicare diritti o conculcati o mal difesi, ed in cui s’impongono a tutti quanti i maggiori doveri. Una prepotente ed ineluttabile forza avanza sempre più nella sua marcia ed agita e travolge tutti gli spiriti; una grande idea commuove e trascina insieme co’tristi i buoni ed i generosi, e appare come una causa santa degna di atti eroici e di non comuni sagrifizi. Ma quest’idea, osserva l’autrice è senza Dio, è un’idea, d’origine materialista, è nelle dottrine del Vangelo ch’ella vede la fonte di ogni sana, giusta e santa rivendicazione. Ma di queste idee appunto se non vi è penuria, vi è scarsa efficacia, scarsa virtù, scarsi frutti.
Inoltre il sentimento, senza di cui nessun buono impulso può diventare forza viva e operosa, è depresso e stremato, e bisogna risuscitarlo. E col sentimento è scomparsa anche dagli animi la poesia, divenuta oramai una superfluità inutile, esclusa comunemente dalla vita seria; e considerata come un passatempo o uno scherzo non più come mezzo di educazione civile. Insieme con la poesia, divenuta oramai una superfluità inutile, esclusa comunemente dalla vita seria; e considerata come un passatempo o uno scherzo non più come mezzo di educazione civile. Insieme con la poesia manca la vita del poeta, che sente in sé le grandi esaltazioni, l’estasi creatrice, il culto delle cose più nobili e più alte.
In tali condizioni di cose sorge giustamente il dubbio: a che può mai servire un libro buono in una società senza carattere? I libri sono inutili senza uomini buoni e di carattere: uomini ci voglion e non volumi, i quali «con la virtù messa in pratica, con la vita stessa resa espressione di un tipo morale perfetto, inculchino per mezzo dell’esempio quello che sulla nostra bocca rimane un’infruttuosa declamazione».
Se si potessero il libro e l’uomo immedesimare e diventare una cosa sola? Se l’anima contemporanea è avida e chiusa alla poesia, vengano i nostri grandi morti a far scaturire in questo deserto fonte di quella poesia, che in altri tempi fu così possente ad educare il popolo, e di cui oggi più che mai esso ne ha potente bisogno. Oggi che si predica l’altruismo, le vite de’ santi, meglio che quelle degli eroi di Plutarco, che sembrano favolose ai nostri tempi, ci offrirebbero esempi di vera generosità si sagrifizio e di eroismi oscuri ed ignorati. Ma l’idea di ricorrere alle vite dei santi potrebbe far sorridere, onde se pur si voglia far qualche cosa bisogna sostituire qualche altra vita, «la quale abbia nel libro che descrive l’efficacia delle idee, dei sentimenti, della poesia, che lo scrittore o non ha di suo, o non gli vengono menati buoni da chi non li comprende». Da queste parole, dopo l’analisi, che abbiamo fatto del pensiero dell’autrice, si rilevano nettamente lo scopo e gl’intenti ch’ebbe nel dettare la vita dell’Agnesi.
Non v’è creazione di fantasia, che eguaglia la forza del vero «Una creatura vera, umana insieme e celeste mi si affacciò al pensiero quasi in dolce atto d’amore, quasi aspettasse uno sguardo d’amore, che volgendosi a lei e riconoscendola accogliesse umilmente la sua luce immortale». Ed è questa una figura storica, a noi vicina, non velata dalle nebbie del tempo lontano, né svisata da leggende.
L’Anzoletti innamorata della figura dell’Agnesi divenuta per lei come un simbolo, la carezza amorosamente, la contempla estatica, la considera in tutto il cammino della sua vita morale. Il lavoro è condotto tuttavia con acume critico, con magistero di arte storica, e con coscienza sicura del vero fondato su indagini scrupolose e su documenti. L’interesse nasce non solo da’ fatti narrati, ma dall’entusiasmo e dalla ricchezza di sentimento, che è diffusa in tutto il volume; e quando l’entusiasmo ed il sentimento dominano, qualsiasi opera diventa viva, vera e bella.
Maria Gaetana Agnesi è per l’Anzoletti quasi la precorritrice delle maggiori e più benefiche rivendicazioni sociali, che dobbiamo alla libertà cristiana, «Il suo tipo di scienziata, di eroina, di santa dovrebbe parlare la piena espressione di quell’eccellenza femminile, che pur tra le più discordi e intemperanti opinioni e agitazioni è uno dei primi ideali dei nostri giorni».
Il volume è venuto fuori in occasione della celebrazione del centenario della illustre e serafica donna, nata il 1718 e morta in Milano sua patria nel 1799.
È una storia fedele e completa dello spirito di questa donna singolare «la quale sopra la scienza edificò la carità, fino a toccare il sommo della filosofia cristiana».
Oltre la persona dell’Agnesi sono illuminate e poste nella miglior luce le figure di coloro che la circondarono, ed insieme co’personaggi sono illustrati tutti quanti i luoghi, che furono teatro della sua vita.
L’Agnesi ebbe fama tra gli scienziati del suo tempo e tenne per 48 anni cattedra di geometria analitica alle qualità della mente ed all’esame delle opere scientifiche di lei consacra l’Anzoletti due lunghi capitoli, cercando di determinare il posto che veramente le spetta.
La biografia si chiude con un inno entusiastico a questa vergine austera e solitaria, che ascese il colle della verità, vuoto d’illusioni, tacito e deserto come le vie del firmamento» irradiata di luce celeste.
Seguono in appendice la pubblicazione di un manoscritto inedito dell’Agnesi: Il cielo mistico ed un Saggio di Bibliografia intorno all’Agnesi.
Senza entrare nell’apprezzamento delle idee, che hanno inspirato l’illustre scrittrice nel celebrare con tanto entusiasmo e con tanta fede la vita, la virtù e l’ingegno non comune di una così singolare figura muliebre, non possiamo non renderle l’omaggio dovuto per un’opera di non piccola mole e per l’interesse, che ha saputo destare.

«La patria e la fama non avevano prodigato lauri né inni alla solitaria scienziata; da viva non seppe le glorificazioni del Parnaso, quando morì non v’era famedio per raccoglier le ceneri».

Abituati a sentir ripetere nelle scuole sempre gli stessi nomi di poche poetesse, la cui vita non può esser certo ricordata come modello di virtù domestiche e di opere egregie, impariamo anche a conoscere il nome di altre non poche illustri donne italiane ed ammirarne le opere.
Fu dunque ottimo quello del circolo di cultura femminile M.Gaetana Agensi di organizzare un’Esposizione di Memorie di donne illustri italiane e che fu aperta in Milano nel maggio dell’anno scorso, togliendo così da un ingiusto oblio il nome di tante donne veramente illustri.

Maria Lorenza Longo. Donna della Napoli del ‘500

Toppi F.S., Maria Lorenza Longo. Donna della Napoli del ‘500, Pompei, Pontificio Santuario di Pompei, 1998.

Capitolo X. Tra i raggi del divino amore, pp. 165-175.
1. Maria Longo tra le figure del Divino Amore 2. Sua formazione spirituale 3. Conclusioni sul Divino Amore 4. … e sul periodo pretridentino a Napoli.
1. Intorno alla figura di Maria Longo presto si raccolse un plebiscito unanime di devozione e di lodi. Aureolata di prodigi e di culto popolare, «Madama Longa» divenne come la personalizzazione della beneficenza ispirata al più profondo spirito cristiano. Accanto ai suoi capolavori: l’ospedale degli Incurabili e il monastero delle Cappuccine, venne a formarsi un nucleo di tradizioni e di ricordi, che rese la fondatrice come una apparizione da leggenda nella storia. Si tramandarono con preferenza gli aneddoti straordinari della sua biografia: Maria Longo rimase come la miracolata al Santuario di Loreto, la pia matrona, che compiva prodigi nell’ospedale di Santa Maria del Popolo, la abbadessa cappuccina, che scopriva le intime lotte delle sue religiose. Si ricordarono episodi sparsi e non si pensò a scriverne una vera storia. E capitato di Maria Longo quel che spesso avviene nella vita: nel dissetarsi a un limpido rivolo d’acqua è raro che ci si domandi dove sia la fonte e per quali faticosi meandri il benefico corso giunga a rinfrescare le riarse labbra. Si loda con entusiasmo, ma si trascura di conoscerne le scaturigini. Di Maria Longo — constatava P. Bonaventura da Sorrento — molti e molti hanno scritto, ma la sua storia non è stata mai fatta. I secoli intanto sono passati e l’edace corso del tempo ha reso impossibile una piena ricostruzione della sua personalità storica, come ha fatto smarrire persino le vestigia della sua spoglia mortale. Ritenendo, pertanto, di secondaria importanza le notizie biografiche, possiamo contentarci che la storia documenti lo sviluppo delle opere e si soffermi con ampiezza di respiro sui risultati ancora oggi ammirabili. Per questi Maria Longo è da porsi tra le figure più notevoli del Divino Amore.
Accanto a lei operano personalità di primo piano nella vita pretridentina: Ettore Vernazza, l’animoso apostolo degli Incurabili, che la riconosce creatura destinata dalla Provvidenza a realizzare il programma del Divino Amore a Napoli; S. Gaetano Thiene — cuore della Riforma Cattolica — che, lanciandola a coronare una vita spesa nel servizio del prossimo con l’istituzione d’un monastero di rigida osservanza, ne resta affascinato per la consumata virtù e per la sublime elevazione dello spirito; Gian Pietro Carafa, «il padre di tutte le riforme», che, inviando nella vasta metropoli mediterranea i suoi teatini; a lei li affida, senza rivolgersi né a parenti né ad amici.
A lei ugualmente si rivolgono i primi Cappuccini giunti a Napoli, che la riconobbero preparata a comprendere e ad attuare nel campo femminile il loro ideale di riforma serafica. Insigni religiosi cooperano alla sua intraprendente attività: il domenicano Girolamo da Monopoli, che con la sua predicazione l’aiuta a fondare l’ospedale di S. Maria del Popolo; il canonico regolare di S. Agostino, P. Callisto da Piacenza, che affida la restaurata Compagnia dei Bianchi alle sue cure materne, il B. Giovanni Marinoni, l’angelico confratello del Thiene, col quale condivide la stima per la generosa benefattrice e il servizio sacerdotale per il suo nascente monastero.
«Protettrice di ogni moto di riforma che sorga o si presenti in Napoli», Maria Longo attira uno stuolo di umili e grandi anime, che subiscono il fascino del suo esempio: Maria Ajerbo, Duchessa di Termoli, fondatrice dell’opera delle Convertite, che si dedica ad una vita di perfezione sotto la sua spinta e ne diviene come una figliuola spirituale; Maria Carafa, la riformatrice delle Domenicane, che a lei si rivolge quando ha bisogno d’una opera di caritatevole ospitalità per i religiosi inviati a Napoli dal fratello Gian Pietro; Vittoria Colonna, la celebre poetessa d’Italia, che la segue accanto allo sposo, governatore degli Incurabili, nell’assistenza agli ammalati e pensa di seguirla un giorno anche nella rigida clausura del monastero di S. Maria in Gerusalemme.
Maria Longo fa degno riscontro sulle rive incantate di Napoli a Caterina dei Fieschi-Adorno che opera sulla splendida costiera di Genova. Entrambe grandi ugualmente nell’apostolato sociale e nella santità, entrambe madri di anime. Stefana Quinzani, Angela Meriti, Laura Mignani, figure tipiche del movimento pretridentino it a liano 6, trovano un’emuia di pari levatura nella nobildonna catalana, che preludia con la sua attività pubblica e con la sua riforma delle Clarisse alla grande Teresa d’Avila.
2. Non intendiamo sopravvalutare il nostro argomento. L’opera di Maria Longo non si eleva al rango di una restaurazione religiosa generale, ma si circonscrive all’ambiente napoletano, in cui immette un vasto centro di beneficenza e accende un focolaio di anime contemplative. La sua stessa figura nel campo mistico, pur delineandosi notevole, resta per molli riguardi indietro alle suaccennate contemporanee (o quasi), che producono e impersonano un proprio movimento spirituale.
Sarebbe, pertanto, fuori luogo entrare in merito alla dibattuta questione se in Ispagna o in Italia abbia avuto origine la restaurazione cattolica, pretendendo di veder segnato nella vita della nostra protagonista il corso della riforma pretridentina. Maria Longo ci appare soltanto come un eloquente tipo di quella perenne anima cristiana, che, erede delle migliori tradizioni del passato, assimila e sviluppa con uno sforzo personale quanto di meglio produce il proprio ambiente. Nasce nella seconda metà del secolo XV e si forma nel flusso di energie spirituali della Spagna d’allora. L’oscurità che avvolge il primo periodo della sua vita non deve indurre ad escludere un decisivo influsso sulla sua personalità di quelle potenti forze che precedettero la cattolica riforma del cardinale Ximenez. Il tradizionale attaccamento alla religione, la sensibilità ai problemi dello spirito, fino all’appassionante tendenza alla mistica, il bisogno di espandersi e di creare spontaneo in una nazione rinnovantesi, furono gli elementi più vivi nella Spagna del tempo e che la Longo non mancò di assorbire. Non è da dimenticare che viene a Napoli in età già adulta e psicologicamente già formata. Nella sua vita non vi sono conversioni improvvise, ma tappe ascensionali ili uno sviluppo costante. La prima deve porsi nella guarigione a Loreto: per riconoscenza al Signore si dedica ad opere di carità. La seconda è nell’incontro con Ettore Vernazza, l’apostolo degli Incurabili. Alle pressioni del notaio genovese, che la vuole a capo dell’erigendo ospedale, risponde nella sua anima una profonda crisi, s’è visto in che senso e per quali ovvie ragioni. Il contatto col Vernazza va posto in prima linea nell’indirizzo spirituale di Maria Longo. Le sicure tenaci parole: «Signora, voi sete quella, che Dio ha ordinato che debba governare il nostro hospitale […]. Così è ordinato da Dio, non si può fare altrimenti, bisogna che così sia», si incidono profondamente nella sua volontà e l’ingaggiano a quell’opera cui legherà il suo nome. Il richiamo interiore del Cristo, che le chiede per ben tre volte di essere amato nei poveri infermi, la decide alla missione di dirigere il nuovo istituto degli Incurabili. Si convince che quell’uomo deve essere pieno dello Spirito di Dio, giacché l’illustrazione superna coincide col disegno che lui le svela e le impone quasi. Insieme a lui Si accinge a lavorare per l’erigendo ospedale e va per le case di Napoli «domandando strapontini, per fornire gli letti degli infermi». Avrà ascoltato certamente da lui le realizzazioni che il Divino Amore già contava nelle varie città d’Italia; avrà, senza dubbio, udito narrare della vita eroica di Caterina dei Fieschi-Adorno da lui, il discepolo prediletto, l’erede e figliuolo spirituale della Santa genovese. Anima aperta al fascino del bene, sente di aver trovato l’ideale della sua vita. Si comprende allora il suo atteggiamento verso quella nobile figura di apostolo: «Se voi mi diceste che mi tagliassi le proprie carni, lo farei» e non sorprende la quasi drammatica forma di congedo, che rivela tra le due anime un legame di purissimo affetto: «Una mattina per tempo, [il Vernazza] non volendo che la Signora Longa lo vedesse, si mise a cavallo; ed ella per buona sorte lo vide e gli disse: “Ove andate?”. Egli diede una speronata alla mula dicendo: “a Genova”; e volò via, né mai più lo vide».
Da Ettore Vernazza Maria Longo è immessa nell’aureo filone del Divino Amore. In questo medesimo flusso di energie spirituali prende forma e si sviluppa la terza tappa della sua vita. Il monastero di S. Maria in Gerusalemme sorge per completare a Napoli la trilogia del Divino Amore. Assiste alle origini S. Gaetano Thiene, l’esponente principale degli Oratori italiani e che sarà per anni il Padre spirituale della fondatrice. Gli scrittori teatini hanno, in genere, esagerato l’influsso’di S. Gaetano sulla formazione spirituale di M. L. Non intendiamo minimizzare i meriti del Santo, ma ci sembra ovviamente inesatto presentare la Longo come una «semplice figlia spirituale del Thiene», da cui avrebbe ricevuto, come dice il Silos,«primordia spiritus». Quando il santo venne a Napoli, M. L. era ormai al tramonto della sua lunga vita: già la sua formazione spirituale era completa, già eroismo di virtù e gloria di prodigi aureolavano la sua fronte e S. Gaetano – come riconoscono gli stessi scrittori teatini – ne nutriva una grande stima.
Accanto a tali anime Maria Longo attinge e vive in profondità lo spirito proprio del Divino Amore. A base della sua azione sociale pone la carità intesa come attività soprannaturale ed esercitata fino all’eroismo. Trasferisce la sua abitazione nell’ospedale degli Incurabili e si prodiga tanto nel servizio degli ammalati, da eccitare lo stupore dei contemporanei. La carità fiorisce nello zelo per la salvezza delle anime e l’intemerata matrona non esita a recarsi nei luoghi di peccato per ritrarne le vittime infelici.
Nello spirito della Comunione dei Santi istituisce la pia pratica del De Profundis, per ricordare i fratelli riposanti nel bacio del Signore, Maria Longo sa che si nasconde il Cristo nel volto smunto del povero e nelle membra doloranti dell’infermo e dedica tutte le sue energie al servizio di questi. L’esclusiva passione per il Cristo costituisce il filo ideale che unifica la trama varia delle sue opere. La sua prima creatura — l’ospedale — è generata dall’amore per il Cristo, che vuole essere servito nei fratelli bisognosi; la seconda — il monastero di vita contemplativa — nasce dalla brama ardente di seguire il «Cristo in Persona».
La linea cristocentrica della sua vita è altrettanto visibile quanto la fiamma della sua carità operosa: motivi propri del Divino Amore coincidenti con la più genuina ed essenziale corrente della spiritualità francescana. Di qui il suo incontro con la Riforma Serafica.
Purtroppo è da lamentarsi una assoluta mancanza di scritti della Nostra, che ci darebbero la possibilità di scrutar più da vicino la profondità della sua anima. Quel che si conosce è però sufficiente a far delineare così la sua figura spirituale. L’arte, che ha l’intuito della storia, ha pure interpretato così l’anima di Maria Longo. Ha tradizionalmente rappresentato la fondatrice degli Incurabili nel colloquio amoroso col Cristo e dinanzi al Crocifisso, additante la Regola alle figlie, la madre delle Cappuccine. Non vi può essere immagine più espressiva o sintesi più piena della sua personalità storica.
3. La rievocazione storica di Maria Longo ci ha messo a contatto col movimento del Divino Amore a Napoli. Se ci si è soffermati sulla figura centrale nella fondazione degli Incurabili, delle Convertite e delle Cappuccine, non si è inteso però escludere l’efficacissima collaborazione degli uomini dell’Oratorionapoletano. E chiaro che opere di tanta mole se furono promosse e dirette dalla Longo principalmente, non poterono essere realizzate che col concorso di una larga cerchia di persone. Vi erano indispensabili un forte contributo finanziario, un notevole contingente di personale e, sopratutto, un ambiente preparato, che muovesse l’opinione pubblica e sostenesse moralmente le iniziative. Tutto ciò si ebbe nella Compagnia dei Bianchi, che a buon diritto poteva per questo ritenersi fondatrice dell’ospedale degli Incurabili, dell’opera delle Convertite e del monastero di S. Maria in Gerusalemme.
La Compagnia dei Bianchi di Napoli viene ad allinearsi per tali realizzazioni accanto agli altri Oratori del Divino Amore in un posto degno di rilievo: non ebbe la originalità di quello di Genova, né diede come quello di Roma un sensibile contributo alla riforma della Chiesa, ma ebbe fra gli altri il più vasto e duraturo sviluppo. L’Oratorio napoletano può riportarci, pertanto, a una più comprensiva rivalutazione del movimento del Divino Amore.
Non a torto, forse, lo Jedin pensa che se ne è esagerata l’importanza nel contributo arrecato alla restaurazione cattolica.
Gli Oratori del Divino Amore si riallacciano in una continuità visibile alla tradizione di pie confraternite laicali. La vita religiosa pubblica fu sempre organizzata in larga misura da associazioni le più varie. La storia di questa è ancora da farsi, eppure i loro archivi conservano documenti interessantissimi per la vita interna della Chiesa. Un ampio studio è stato pubblicato da Gennaro M. Monti, che, in una rapida rassegna di confraternite medievali dell’Alta e Media Italia, fa intravedere la mole e l’importanza di una simile storia. E un susseguirsi continuo di compagnie, un moltiplicarsi di associazioni, che cercano di rispondere ai bisogni di ciascun tempo e di ciascun luogo, che si trasformano e si evolvono secondo lo spirito prevalente di ciascuna epoca.
Da tale evoluzione sorgono al tramonto del sec. XV le Compagnie del Divino Amore, che, succedendo a quelle piuttosto penitenziali del Medio Evo, improntano del loro spirito di apostolato sociale le altre confraternite contemporanee.
Per comprendere perciò il fenomeno del Divino Amore è fuori luogo rifarsi a un movimento generale riformatore o al bisogno di opporre un argine alla rivoluzione protestante. Bisognerà invece riandare alla storia delle precedenti compagnie, confraternite e simili, per valutarne in giusta misura l’originalità e spiegarne l’influenza esercitata.
Se nel forte e religioso Medio Evo si ebbero in prevalenza associazioni a carattere penitenziale e contemplativo, nella raffinata epoca moderna s’imposero invece compagnie dedicate specificamente ad opere di assistenza sociale. «L’Oratorio — dice lo Jedin — pose fin dall’inizio l’attività caritativa verso il prossimo quale mezzo di santificazione personale: esso vuol non tanto agire per mezzo della santità quanto formare anime sante per mezzo dell’azione». Si volle, insomma, dare una testimonianza cristiana, che fosse insieme un sollievo alle miserie di una età, che smarriva la fede e corrompeva i costumi. In questa rispondenza ai bisogni del tempo fu la ragione del sorgere e del fiorire degli Oratori del Divino Amore.
Forse è stato il prescindere da questo inquadramento storico il motivo in cui ad un punto si è visto questo fenomeno interamente nuovo e originale. In realtà le Compagnie del Divino Amore non sono altro che la forma particolare che in un determinato momento assunsero le associazioni laicali sempre vive ed operanti nella Chiesa. Sorsero spesso dal seno di compagnie precedenti. Così a Vicenza la Compagnia segreta di S. Girolamo, che fu forse il primo Oratorio del Divino Amore, si sviluppò da una confraternita detta di S. Maria e di S. Cristoforo; a Roma il celebre Oratorio trasteverino nacque in seno all’antica confraternita di S. Maria del Popolo; così a Napoli il Divino Amore si innestò a una associazione anteriore fondata da S. Giacomo della Marca.
Gli Oratori del Divino Amore risposero ad una esigenza particolare del momento: l’assistenza agli ammalati Incurabili; presero u-na forma di cautela, la più opportuna in quella società laicista e are-ligosa; seppero assimilare e vivere la corrente spirituale più in voga del tempo: la Devozione Moderna. Forse fu in questo spirito il segreto della fecondità degli Oratori.
L’influsso della Devozione Moderna è constatabile ovunque. Gli Statuti del Divino Amore, spesso elaborati, come s’è visto per Napoli, da religiosi appartenenti all’Ordine dei Canonici regolari di S. Agostino, cui quella corrente faceva capo, rispecchiano i lati caratteristici della Devozione Moderna: risveglio dell’imitazione di Cristo, la carità posta come principio, mezzo e fine della vita interiore, l’importanza data alla frequenza dei Sacramenti.
Nell’Europa centrale dove sorse, la Devozione Moderna avviò ad approfondire la vita spirituale, ma assunse in genere un atteggiamento ostile alla Gerarchia, il che non fu senza ripercussioni sulla fortuna del protestantesimo. In Italia, invece, si concretizzò o, meglio, diede incremento agli Oratori del Divino Amore, che ne estrinsecarono l’interiorità attinta in opere di cristiana beneficenza. Accolsero nel loro seno ferventi sacerdoti, che, quali Correttori e Padri Spirituali, rappresentarono la Chiesa e salvaguardarono nei confratelli l’ortodossia.
E qui che non si giustificano le opinioni del Ranke, del Rodocanachie d’altri che hanno voluto assimilare gli Oratori ai movimenti protestantici. In tutti gli Statuti finora noti risalta vigile lo spirito di soggezione alla Chiesa. Certamente di questi circoli non fu promotrice la Gerarchia, che si limitò soltanto a dare qualche benevolo appoggio o a largire qualche privilegio spirituale. Non era, d’altronde, necessario, come ad esempio al tempo di Papa Gregorio VII, che si assunse l’iniziativa di riformare la Chiesa spingendo e organizzando gruppi rinnovatori.
Negli uomini del Divino Amore era assente il proposito d’una riforma della Chiesa: essi si accingevano ad opere caritative per tendere alla santificazione personale senza alcuna pretesa nei riguardi degli altri. Se sorsero tra di loro dei pionieri della Riforma cattolica non fu in conseguenza d’un programma abbracciato, ma per una naturale estrinsecazione delle energie attinte nella vita intensa degli Oratori.
4. Il significato, pertanto, del Divino Amore, più che da ricercarsi in un inizio di riforma ecclesiastica, è da porsi nella dimostrazione della perenne vitalità della Chiesa. Il movimento degli Oratori si sviluppò e fiorì nell’Italia della Rinascenza: ambiente notoriamente malfamato, in cui una sensibile diminuzione dello spirito religioso diede luogo a un accentuato paganesimo nei costumi. Al primo scorrere la letteratura del tempo e le fonti documentarie coeve, s’impone la constatazione d’una grave e generale decadenza, accumulatasi nella lunga crisi sofferta dalla Chiesa nei secoli XIV e XV.
Tristi esempi e fattacci s’incontrano ad ogni piè sospinto nella vita privata come nella pubblica e più gravemente negli stessi responsabili della gerarchia ecclesiastica. Note dolorose che influirono sul corso degli eventi e fecero precipitare la catastrofe che maturava da tempo.
Per l’ambiente napoletano la cosa non andò diversamente. Il Gothein, delineandone la vita religioso-morale, l’ha vista polarizzata intorno a due estremi: superstizione nel popolo e incredulità nel ceto umanistico. Linee sostanzialmente vere e alle quali si è accennato all’inizio. L’umanesimo a Napoli raggiunse, con il beffardo scetticismo del Pontano, la critica eterodossa del Galateo e la satira atroce di Masuccio Salernitano, le più audaci posizioni di contrasto con la fede tradizionale, mentre la trascuratezza del clero gettò il popolo in uno stato miserando d’ignoranza, fomite di superstizioni e di vizii.
Ma il giudizio del Gothein, se in parte è vero, è però evidentemente incompleto. Non abbiamo seguito che un solo movimento spirituale ed abbiamo potuto incontrare tante figure che, pur viste solo di scorcio, ci facevano intravedere un altro non meno notevole aspetto del medesimo ambiente. Quelle anime generose della Compagnia dei Bianchi erano pur figlie del loro tempo e nella stessa misura degli umanisti irreligiosi, dei politici spregiudicati e dei chierici degeneri. Nell’elenco che resta dei primi confratelli se ne incontrano di tutte le categorie: nobili come il Conte di Montorio, politici come il Gazzella, ecclesiastici come Girolamo da Monopoli. E dietro, una folla di oscuri operai della carità, volontari consapevoli d’un moto spirituale santificatore. Venivano anch’essi dallo stesso ambiente, si reclutavano fra le classi della stessa società, che dovè perciò avere un secondo e pur migliore volto. La ragione per cui questo rimane nascosto è quel velo di modestia e di silenzio che avvolge sempre il bene e che è impossibile scoprire quando ci si basa esclusivamente su una letteratura a tinte satiriche e su una novellistica boccaccesca. Bisogna rivolgersi a ben altre fonti. Il giudizio del Gothein nasce dalla facile antitesi, scelta a canone interpretativo, tra Rinascimento e Controriforma: l’uno sorgente da uno spirito nuovo illuminato, l’altra imposta dalla forza politica e-sterna.
Il Rinascimento avrebbe ignorato il problema religioso, o almeno avrebbe indotto una diffusa indifferenza in materia. Dai circoli umanistici a Napoli sarebbe stata confinata la religione a mera pratica popolare, degna di essere posta alla berlina. Ma fu nella stessa Napoli, e appunto in un ambiente umanistico, che si manifestò il significativo fenomeno del valdesianesimo. La profonda religiosità della dottrina unita alla purezza della morale fu l’esca che attrasse tante anime: si seppe mostrare con passione e serietà come venisse vissuto a Napoli il problema della fede anche in quei settori, che si vorrebbero classificare tra i più refrattari.
La reazione, che seguì in un secondo momento per scongiurare una frattura religiosa, non soffocò alcun libero sviluppo del pensiero. A Napoli sorgeranno poco dopo col Bruno, col Telesio, col Campanella e infine col Vico, figure d’avanguardia della filosofia moderna. Le forze coattive del governo spagnolo non fecero trionfare l’oscurantismo della Controriforma sull’illuminismo di un Rinascimento affratellato alla rivoluzione protestantica. L’ortodossia del popolo non fu salvata dall’inquisizione spagnuola, reiteratamente respinta a Napoli, ma dalle forze della tradizione cattolica da tempo in cammino.
Queste forze potranno dirsi anche retrograde, ma si dovrà riconoscere che ebbero per ogni miseria un soccorso, per ogni dolore un sollievo, per ogni bisogno un rimedio.
Una storiografia, che costruisca per pregiudiziali aprioristiche, può dar luogo a una “Controriforma” compressiva, ma insieme si pone fuori di quello che dovrebbe essere il nucleo essenziale della storia: la vita nella sua quotidiana sofferta umanità e la Chiesa nel suo faticoso perenne elevare le anime al Cristo.
È la linea d’oro che continua, in cui s’inseriscono la figura di Maria Longo e l’opera del Divino Amore.