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La Dad nel servizio sociale

Webinar organizzato dalla redazione della “Rivista di servizio sociale” e dall’Ordine degli assistenti sociali del Piemonte.

Introduce Antonio Attinnà, presidente Odaass Piemonte, che discute una relazione introduttiva sulle motivazioni e gli scopi del webinar. La nostra professione è esercitata in un contesto con ingenti carichi di lavoro, burocratizzazione, scarsità di risorse, forte impatto sull’operatività. Il rischio è di soffrire un eccesso di formalismo. Lo scopo del webinar è evidenziare la consapevolezza di quanto sia necessario promuovere e sostenere la riflessività nella pratica professionale e la sua collocazione all’interno di quadri teorici e confronto di esperienze cercando di connettere l’operatore con un mondo più ampio rispetto a ciò che si vive nel quotidiano. Le riviste in genere sono improntate a dare valore alla ricerca, offrire opportunità di coesione, spazi di condivisione all’interno dei quali costruire un sapere integrato. Non da ultimo occorre evidenziare il ruolo delle università e il forte legame che la lega all’Ordine degli assistenti sociali, un rapporto che deve essere mantenuto non solo per incrementare la dimensione scientifica ma anche quella deontologica. Ciò può essere raggiunto solo attraverso la ricerca e noi come “Rivista di servizio sociale” siamo impegnati in tal senso. Uno degli sforzi rilevanti è stato quello di cercare di mantenere un livello qualitativo adeguato dell’offerta formativa. L’emergenza sanitaria ci ha costretti ad approcciarci con una realtà nuova, ciò che era la specificità del servizio sociale, il servizio di prossimità è diventato impraticabile che solo in parte è stato possibile superare con l’uso ponderato degli strumenti informatici. Questa modalità interattiva ha influenzato tutti gli ambiti sociali compresa l’istruzione scolastica e universitaria. Non solo lo studio ma anche la socializzazione ne risulta compromessa. Il webinar di oggi presenta diverse esperienza dalle regioni italiane accomunate dall’obiettivo di cogliere lo sforzo di costruire la relazione andando oltre i luoghi comuni sulla didattica a distanza (dad) e valorizzando questo strumento che può essere molto utile per l’avvenire del servizio sociale.

Interviene Marilena della Valle presidente del corso di laurea di servizio sociale di Torino che discute una relazione sulla dad nel servizio sociale. L’esperienza di cui parleremo sono state realizzate durante la pandemia che ha introdotto una forte discontinuità rispetto alle tradizionali pratiche che ne hanno consentito la messa in discussione. Come hanno già accennava il direttore l’obiettivo del webinar è di coinvolgere la comunità degli assistenti sociali non solo sulla didattica a distanza ma su una nuova modalità di comunicazione che possa far vivere la relazione all’interno del distanziamento. Abbiamo coinvolto le università che debbono rispondere all’esigenza di trasformare in tempo reale tutte le attività non solo didattiche ma anche di sostegno e di tutela del diritto allo studio. Il timore è che gli studenti dovessero subire dei limiti o dei ritardi il che ha consentito di rivedere i servizi e valutarne la qualità (conduzione degli esami, formazione continua dei docenti, servizi accessori, etc.). Si è scoperto che molti elementi del personale non avevano tutte le nozioni nell’utilizzo delle tecnologie la cui efficacia non è garantita da un’operazione meccanica di adattamento al mezzo tecnologico perché l’efficacia implica una revisione costante della didattica tradizionale ma anche della formazione specifica per poter passare da una didattica a distanza ad una didattica innovativa. Il riscontro è stato di 25 abstract da cui sono stati approvati 15 articoli che saranno pubblicati nel prossimo numero della Rivista attraverso cui disponiamo di un “caleidoscopio” di contenuti definiti dallo sforzo congiunto accademico e professionale per seguire adeguati livelli di formazione per le future generazioni di assistenti sociali. Si è trattato di un investimento che è tuttora in vigore e che non risulta compromesso dall’emergenza sanitaria che rappresenta un momento difficile per tutti e che impone continue sperimentazioni e modalità per mettersi in discussione. Raffaella Annurchis docente di servizio sociale dell’Università di Firenze ha sviluppato le conoscenze sullo sfruttamento delle tecnologie nella dad. Il mediatore didattico è stato il film “Ovo sodo” di Virzì dopo il quale gli studenti si sono riuniti in gruppo per poi relazionare a tutta la classe. Il cinema si riappropriava della sua forza espressiva. I contributi sull’attività laboratoriale sono stati condotti dall’Università di Sassari e del Piemonte Orientale che mettono in luce il significato dell’apprendimento cooperativo all’interno dei percorso di ricerca azione finalizzati al lavoro di comunità e di come questa guida sia stata trasformata nel tempo. Laura Pinto fa riferimento all’esperienza del laboratorio convertito in modalità a distanza sulle competenze specialistiche dei procedimento giudiziali minorili (insegnamenti, laboratorio, tirocinio). Questo ultimo sembrava essere il dispositivo meno modificabile a distanza e l’impatto iniziale è stato scoraggiante invece le strategie di coping hanno consentito di rimanere fedeli al modello didattico senza essere reverenziali rispettando le garanzie costitutive ed al contempo entrare a tutti gli effetti nell’era digitale. Il tirocinio “da remoto” ha avvicinato il mondo accademico a quello professionale che al contempo hanno dovuto far fronte ai limiti esterni attraverso delle modalità di comunicazione fino ad allora considerate sussidiarie. Nei percorsi di tirocinio triennale e magistrale sono stati sperimentati gli strumenti del “diario di bordo” che sfrutta la risorsa della riflessività dello studente. Il triangolo relazionale (studenti, supervisori, tutor) è stato affrontato da Corinti, Masi che presentano i risultati di una ricerca sulle esperienze di tirocinio a distanza sotto differenti punti di vista. Fornero, Merlin dell’Università di Torino giungono agli stessi risultati ricorrendo al modello teorico della “Ghestalt” e del modello Swat. Ad emergere sono quelle componenti che potranno essere capitalizzate per progettare e realizzare una didattica innovativa che trascenda la didattica emergenziale e che si orienti sugli obiettivi di didattica innovativa nei termini necessari di una professione che cambia (Lena Dominelli). L’obiettivo è di suscitare curiosità, interessi ma anche motivazioni e investimenti nell’uso delle tecnologie digitali per migliorare la didattica di servizio sociale.

Interviene Barbara Casula dell’Università di Cagliari che discute una relazione sulla dad nel servizio sociale. La formalizzazione del progetto ha richiesto un incontro preliminare tra tutti gli attori a cui seguiva la scelta condivisa delle attività da svolgere sulla base di quanot ciascun supervisore riteneva possibile. Questa nuova dimensione di lavoro dei professionisti assistenti sociali nella sua criticità ha rappresentato in molti casi un valore aggiunto del tirocinio poiché ha offerto l’occasione di confrontarsi con qualcosa di diverso più intenso del solito. Se il tirocinio in modalità ingrativa sostitutiva ha valorizzato lo strumento del progetto, concentrandosi sui contenuti, i laboratori hanno offerto la dimensione adeguata a ricondurre la pratica ai capisaldi della professione. Attraverso il film si è proposto l’esercizio di colocare i propri vissuti personali in relazione con quelli dei protagonisti, i propri atteggiamenti rispetto alle tematiche proposte e in generale osservare da professionisti ciò che si doveva fare. Nel 2021 si è andati oltre l’esperienza emergenziale per affrontare la difficoltà dei supervisori per raccogliere in sede i tirocinanti e sperimentando nuove modalità di didattica. Evidenziare le criticità del tirocinio significa dire che i tirocini erano condizionati dalla routine e dalla staticità delle procedure. La pandemia ha svelato queste storture e ci ha consentito di eliminarle.

Interviene Barbara Bruschi dell’università di Torino che discute una relazione sulla dad nel servizio sociale. In particolare l’orientamento in ingresso, il tutorato, i tirocini ci aiuta a ripercorrere non solo l’esperienza di coping rispetto alla crisi pandemica e all’interruzione delle routine quotidiane che mettevano in discussione la possibilità di proseguire i tirocini ma è stata trasformata in un momento significativo di refraining e ripensamento della didattica facendo emergere criticità che ci hanno costretto a tornare sui nostri passi dei modi in cui le pratiche si realizzano. Ciò avviene normalmente prodotto dalla crisi ma è stato anche un modo attraverso cui sono emersi i risultati di quanto la rappresentazione della dad fosse riduttiva e che quanto si pensava non fosse così diffusa e pervasiva ma quanto invece si poteva mettere in comune. Come ben dicevano le colleghe che sono intervenute, ciò che è accaduto non riguarda solo l’innovazione della didattica ma anche dell’organizzazione delle informazioni che è stato possibile condividere anche grazie alle nuove piattaforme di comunicazione a distanza. Non si è trattato di un eccesso di creatività ma di rimessa a fuoco di tante possibilità già presenti in embrione nei luoghi di lavoro e di formazione. Ciò che si può fare è di proiettare online le esperienze di cui stiamo parlando in particolare quelle sul tirocinio da remoto. L’orientamento e il tutorato è stato affrontato tramite un progetto con un bando nazionale rivolto alle scuole superiori. Nel prossimo bando per i “Pot” l’auspicio è che si possa costruire una rete che non raccolga solo un campione di corsi di laurea ma tutte le realtà didattiche che lavorano nel campo del servizio sociale.

L’Anaps e l’insegnamento della religione cattolica

Assemblea sindacale live a cura dell’Associazione Nazionale Autonoma Professionisti della Scuola con Angela Rolito, segretario nazionale dell’Anaps, che discute una relazione su alcuni problemi rilevanti dell’irc.

Parliamo di una normativa che è la conseguenza di un concordato tra Stato e Chiesa che prevede l’irc facoltativo dal 1985. Ci arrivano notizie di docenti con comportamenti da tenere sugli alunni che decidono di ritirarsi nel corso dell’anno che è una decisione che il dirigente assume in autonomia perché ci sono state delle sentenze che lo hanno autorizzato anche se nel nostro ordinamento non sempre i risultati delle sentenze di applicano ai casi successivi. Il concordato prevede che il docente abbia un riconoscimento da parte della Diocesi sull’idoneità cioè l’autorizzazione ad insegnare la religione cattolica. L’idoneità prevede alcuni requisiti stabiliti dal can. 804: retta dottrina, testimonianza di fede e abilità pedagogica. Su tale idoneità l’Anaps ha portato avanti la battaglia sul dibattito sui concorsi specialmente dopo il parare del Consiglio di Stato che ha riconosciuto l’idoneità come valore abilitante. Inoltre i docenti sono equiparati ai docenti a tempo indeterminato. L’intesa del 2012 individua i titoli utili all’accesso che consistono al corso di laurea magistrale o al Bacellierato in sacra teologia. Fino al 2017 c’è stato tempo per completare i titoli posseduti ed adeguarsi alla nuova normativa. Il titolo di studio consente al docente di ricoprire l’incarico nell’anno solare (18 ore nella scuola elementare e 12 ore per le altre) e non le supplenze che pur essendo riconosciute non concorrono alla ricostruzione di carriera (circolare del 2001). In questo quadro il docente di religione si pone come figura mista tra pubblico e privato proposto dalla Diocesi ma stipendiato dallo Stato. L’Anaps ritiene che l’irc non sia un insegnamento catechistico ma interdisciplinare aperto a tutte le religioni. Non sempre le scuole hanno dei programmi adeguati per la ricostruzione di carriera che comporta tempo e conoscenza della normativa perciò consigliamo di rivolgersi alle associazioni sindacali. La documentazione deve contenere il decreto firmato dal dirigente, i certificati di servizio, la domanda protocollata, il documento di idoneità, il titolo di studio. La Ragioneria di Stato risponde con il visto di conformità e se non riconosce la domanda allora il docente non può considerarsi stabilizzato. I docenti passati di ruolo nel 2004 hanno avuto l’accesso alla piattaforma Sidi nel 2007 mentre i docenti stabilizzati avranno un’altra ricostituzione di carriera che non segue le stesse indicazioni del docente a tempo indeterminato. La battaglia sul concorso per insegnanti di religione batte sul fatto che ci sono delle fasce svantaggiate ad esempio la fascia intermedia che recupera qualcosa solo allo scatto successivo. Molte scuole quando il docente compie i 4 anni di servizio gli danno i contributi previdenziali che non è del tutto corretto. La scuola primaria nella ricostituzione di carriera avviene più facilmente nella scuola primaria poiché essendo sufficienti le 12 ore anche se il docente ne fa 6 nella scuola secondaria comunque la ricostituzione di carriera avviene sulla scuola primaria. Abbiamo avuto dei docenti che hanno dovuto completare l’orario tra scuola primaria e secondaria. Per quanto riguarda la DAD gli insegnanti di religione sono quelli che hanno sofferto di meno perché da anni utilizzano le strategie didattiche migliori. In realtà è la scuola che si è trovata impreparata perché la DAD esiste da anni e la scuola non la utilizzava forse perché si tende più a subire la burocrazia che a produrre la didattica. Nel momento in cui l’epidemia ha portato a dover affrontare la DAD, allora si è capito che non se ne sarebbe più fatta a meno, es. la Diocesi di Brescia si è attivata con il supporto e la didattica anche sull’educazione civica. Un’altra conseguenza della DAD è stata la necessità di rimodulare i programmi e di convocare le assemblee a distanza. Forse andrebbe rivisto il margine normativo temporale, es. lo sforamento di ore di lezione, e quello spazio-geografico di modo che non ci siano sperequazioni tra regioni anche perché la pandemia ha creato una fascia di povertà non indifferente con famiglie che faticano ad arrivare a fine mese ed un indice di inadempienza scolastica alle stelle. Invece di buttare soldi in banchi e girelli bisognava dare a tutti la possibilità di connettersi ad internet anche tramite la distribuzione di dispositivi in comodato d’uso con la compatibilità dei software, es. “Google meet”. Un altro problema è di mandare i ragazzi a scuola d’estate il che non tiene conto delle associazioni che già si organizzano per la stagione estiva e che richiede un ulteriore esborso di denaro che però non soddisfa le esigenze dei docenti precari. Non sappiamo quando finirà il concorso straordinario né quando inizierà quello ordinario che è già stato bandito. O eliminiamo le classi pollaio o aumentiamo l’organico. Molti hanno lavorato con le MAD perché nelle scuola mancava il personale ed oggi stanno partendo le informazioni su come presentare le MAD a settembre. Chiediamo la stabilizzazione che non è la sanatoria ma riconoscere la dignità del lavoro fatto attraverso i decenni. Per non impedire ai giovani di partecipare ad un concorso ordinario bisogna stabilizzare docenti precari con 15-20 anni di servizio poi bisognerà garantire un concorso ogni 2-3 anni. Quello dei concorsi ordinari è un depistaggio politico perché si danneggiano i precari che chiedono di essere stabilizzati. L’ultimo punto da affrontare è l’educazione civica (DM 35/2020) che ha allarmato molti docenti ma che in realtà serve a rendere più inserita la nostra figura professionale nei consigli di classe. Gli stessi docenti si sono resi conto di quanto l’irc sia predisposta a qualsiasi insegnamento trasversale e i gli stessi non si sentono più soli. Inoltre la persona, l’educazione, l’ambiente sono argomenti già trattati dall’irc. Nel momento in cui l’irc viene scelta come materia di studio, il docente si inserisce nel consiglio di classe e segue gli orientamenti del coordinatore di educazione civica che non c’è in tutte le scuole pur essendo una disciplina non obbligatoria. Ci sono molti docenti di religione che sono vicari, responsabili di plesso, vicepresidi e quindi l’irc rimane una delle discipline più apprezzate.


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Per una didattica partecipata

“La progettazione del corso e della lezione per una partecipazione attiva degli studenti: incontro introduttivo e discussione di alcune esperienze”. Webinar organizzato dal “FormId” (Centro di competenza per la formazione dei docenti e l’innovazione didattica) e l’Università di Trento.

In questo periodo la didattica a distanza (dad) e la didattica interattiva (did) non sono solo delle alternative ma delle strategie chiave per riuscire ad entrare in relazione con gli studenti che altrimenti non si potrebbe avere in una classe in presenza. Ne parliamo con Susanna Sancassani, Direttrice del Centro di formazione docenti del Politecnico di Milano, che discute una relazione su alcuni esperimenti realizzati per una nuova didattica partecipata. Quando ci troviamo a dover cominciare una lezione bisogna capire come rendere efficace l’incontro didattico. La pandemia ci ha consentito di iniziare un processo di trasformazione della didattica e di riflessione della scuola e delle tecnologie che procede per 4 fasi: la sostituzione (la tecnologia che sostituisce il processo didattico tradizionale), aumentazione (la nuova didattica organizzata), modificazione (il nuovo contesto tecnologico porta alla nuova didattica) e la ridefizione (ripensare il processo nel suo insieme). Recenti esperimenti hanno dimostrato che l’elettroencefalogramma degli studenti è il medesimo quando fanno lezione in classe e guardano la tv mentre cambia quando stanno in relazione, fanno i compiti o dormono. Ciò induce a mettere in discussione il metodo di insegnamento tradizionale. La prima cosa da fare nella progettazione è di avere come guida l’allineamento dei risultati attesi e il set didattico a disposizione. La seconda cosa è di lavorare sui risultati attesi della singola lezione. Se rispetto ad una lezione il docente si pone in termini di elenco di contenuti, molto difficilmente sarà stimolato a creare delle interazione con gli studenti. Si consideri il seguente esperimento svolto al Politecnico di Milano: aula estesa in cui un gruppo di studenti è in presenza e un’altra online insieme al docente. La rilevazione è stata ottenuta videoregistrando la lezione e con l’aggiunta di microfoni ambientali. La lezione era legata alle strategie di valutazione. Se il docente fosse partito da un elenco di contenuti, si sarebbe dovuto sforzare per inventarsi delle attività. Se invece si progetta delle informazioni di risultato atteso, la lezione non può essere un racconto del docente ma un momento in cui il racconto individuale diventa abilitante al raggiungimento dei risultati di apprendimento. La didattica tradizionale è basata sulla narrazione del docente che non è in grado di modificare subito le conoscenze degli studenti che solo possono farlo in un secondo momento. La nuova didattica si propone di raggiungere dei risultati durante la lezione stessa tramite le interazioni degli studenti in classe. Bisogna essere consapevoli che la didattica non è basata su un trasferimento di contenuti ma su una narrazione reciproca con delle attività specifiche che possano agire da incubatori di trasformazione. Come un’operazione che a prima vista sembra del tutto burocratica come la formazione didattica risultato-apprendimento è il vero driver di attivazione della classe perché la formazione attesa dal discente impegna il docente a integrare il suo racconto con attività che mobilitino l’interesse di mettersi in gioco. Per progettare una classe attiva bisogna scegliere adeguatamente i canali di comunicazione tra docente e discente, il modo in cui coinvolgere il mondo esterno e i contenuti da veicolare (struttura narrativa, formato, fonti, etc.). Una comprensione corretta della provenienza degli studenti può servire a costruire una progettazione didattica che non sia completamente sbilanciata sui contenuti ma sia integrata con tutte le variabili. Un esperimento ha cercato di rilevare l’attività basata sull’analisi dei video sulla serie tv “Big Bang theory” in cui ci sono dei protagonisti “nerd” in cui c’è un genio di docente ma pessimo nel rapporto con gli studenti. I risultati dell’esperimento hanno dimostrato che gli strumenti digitali non sono un’alternativa al dialogo umano ma sono degli strumenti di mediazione che aiutano a interpretare e stimolare le risposte; sono degli “sfondi integratori” tra un’aula in presenza e un’altra online in cui tutti lavoravano ciascuno nel suo ambito. Segue il dibattito.

Che ruolo può avere la teoria del media all’uso dei media dal lato del docente e del discente? Dentro la teoria dei media si trovano tante risposte che possono superare il problema dello schema passivo per cui i mass media rendono passivi chi li riceve?

Se usati bene i mass media possono diventare uno strumento chiave per la didattica attraverso cui “co-costruire” il significato. Un esperimento si è svolto su un incontro dedicato alla didattica che si è svolto dopo una serie di workshop in cui il docente ha messo a loro disposizione gli esiti dei percorsi precedenti svolti dai discenti di modo da ritornare su quelle attività chiedendo loro di mapparle secondo i propri criteri. I risultati hanno dimostrato una varietà delle rappresentazioni attraverso cui gli studenti hanno categorizzato i contenuti rispetto alle quali non c’era la risposta giusta o sbagliata come sarebbe stato in un quiz tradizionale ma semmai c’era la risposta più o meno utile. Si è scoperto che la costruzione del contenuto didattico è induttiva facendo lavorare il discente per poi discutere insieme al docente su quanto fatto. Ad un certo punto qualcuno che aveva bisogno di un contenuto se lo era incollato come promemoria e tutti andavano da lui ad attingere il contenuto. La fluidità tra il contenuto proposto e quello che viene costruito consente di creare un rapporto coi media che procede verso l’interpretazione collaborativa della costruzione di significato.

Nel momento in cui una persona fa didattica “blend” (metà in presenza e metà online) l’utilizzo di strumenti informatici non sbilancia l’apprendimento verso l’uno a discapito dell’altro?

Il fatto di avere una classe estesa implica che tutti abbiano a disposizione degli strumenti di ricezione omologati (tablet, smartphone, etc.), poi ci sono i banchi mobili che consentono il distanziamento. In ogni caso gli studenti che vengono in aula devono essere motivati e certamente non solo perché lo vogliono i genitori o perché avranno un brutto voto in pagella. In questo caso sarebbe deleterio fare attività individuali perché non valorizza la loro presenza fisica.

Considerando che molto di ciò che viene riportato viene dagli whatsapp degli studenti, quanto è importante convogliare gli strumenti e il dialogo durante gli incontri e quanto è importante riportare quanto appreso in un secondo momento (sincronia e asincronia)?

Rispetto alla questione sincronia-asincronia la guida sono i risultati di apprendimento. Un esperimento ha individuato i risultati chiave su cui lavorare in modo interattivo chiedendo agli studenti dei lavori di approfondimento al di fuori dell’aula. Su altri contenuti si fa un “mook” il cui completamento è richiesto per accedere all’esame in cui si ragiona su tutti i contenuti non trattati in aula. Il rapporto tra sincronia e asincronia è molto importante è va curato nel tempo perché l’attivazione al di fuori dell’aula rappresenta per i ragazzi il momento più libero e creativo attraverso cui possono dare il meglio di sé. La didattica in aula rimane centrale per riflessioni fugaci e semplici da approfondire poi in un secondo momento. Il problema è bilanciare lo sforzo dell’uso dello strumento mediatico e il risultato conseguito. Wooclap.com e Miro.com, che prevede anche delle licenze gratuite, possono essere delle proposte didattiche concrete.

Allineamento tra obiettivi formativi e formazione. Lo studente come partner. Nel coinvolgere gli studenti si può farlo in parte sugli obiettivi di apprendimento e in parte sulla loro valutazione?

Il co-design dell’apprendimento sarebbe l’ideale a patto di fare il monitoraggio continuo perché favorisce l’autonomia degli studenti perciò bisogna controllare il processo pena il rischio di perdere per strada chi non possiede abbastanza autonomia (deliverable frequenti, responsabilizzazioni chiave, task individuali).

Insegnamento del servizio sociale: competenza e professionalità

Con il termine “servizio sociale” si intende l’insieme delle competenze che consentono ad un sistema integrato (pubblico-privato) di organizzare e distribuire le risorse sociali, civili ed economiche di un determinato territorio e delle persone che presentano determinati bisogni e/o disfunzioni. La differenza fra “servizio sociale” e “lavoro sociale” è che il primo contempla le competenze e le strutture presenti sul territorio mentre il secondo afferisce alle teorie afferenti all’ambito disciplinare “SPS/07” di matrice fenomenologica in funzione della scelta degli agenti piuttosto che deterministica perchè tende a spiegare le cause del problema.
 
Il servizio sociale italiano, rispetto ad altri paesi, si caratterizza per una presenza fondamentale della legislazione sociale derivata dall’impostazione giuridica latina dalla quale i servizi ricevono impostazione e mission adottando una propria prassi. Da questo punto di vista i codici normativi (civile e penale), che già in sé contengono i principi cardine dell’assistenza sociale (art. 2114 c.c.; art. 358 c.p.), sono poi confluiti nella Costituzione repubblicana (art. 38). Le sfide del lavoro sociale si pongono su due piani: il lavoro sul campo (front line) e, a livello sovrastante, la politica sociale (governance), poi ci sarebbero un terzo livello a cavallo tra i due e cioè il “management”, da tali punti di vista il lavoro sociale è visto come qualcosa ad appannaggio di una serie di professionisti così che il “case manager” assolve la funzione di coordinatore tra questi.
 
Sul finire degli anni ’90 emerse l’esigenza di riformare il vecchio sistema basato sulla trasmissione delle conoscenza con uno centrato sull’acquisizione delle competenze. Il D.P.R. 15 Gennaio 1987, n. 14 (GU n. 029 del 05/02/1987) “Valore abilitante del diploma di assistente sociale in attuazione dell’ art. 9 del DPR 10 marzo 1982, n. 162” introduce il diploma rilasciato dalle scuole dirette a fini speciali universitarie costituisce l’unico titolo abilitante per l’esercizio della professione di assistente sociale (art. 1). Il decreto 11 ottobre 1994, n. 615 “Regolamento recante norme relative all’istituzione delle sedi regionali o interregionali dell’Ordine e del consiglio nazionale degli assistenti sociali, ai procedimenti elettorali e alla iscrizione e cancellazione dall’albo professionale” istituisce l’Albo professionale degli assistenti sociali e l’Ordine organizzato su base regionale. 

Il D.P.R. 5 giugno 2001, n. 328 “Modifiche ed integrazioni della disciplina dei requisiti per l’ammissione all’esame di Stato e delle relative prove per l’esercizio di talune professioni, nonchè della disciplina dei relativi ordinamenti (Pubblicato nel S.O. n. 212/L alla G.U. n. 190 del 17 agosto 2001)” suddivide l’Albo in due sezioni e stabilisce i criteri di accesso: per la sezione A, a cui spetta il titolo professionale di assistente sociale specialista, si accede, previo esame di Stato, con il titolo di laurea specialistica della classe 57/S – Programmazione e gestione delle politiche e dei servizi sociali; per la sezione B, a cui spetta il titolo professionale di assistente sociale, si accede, previo esame di Stato, con il titolo di laurea di Classe 6 – Scienze del servizio sociale.
 
L’insegnamento si esercita nella docenza universitaria, nella supervisione, nella scuola di secondo grado e nella formazione continua. Nel primo caso l’obiettivo non è solo di preparare nelle diverse discipline ma di stimolare la ricerca e la sperimentazione nel servizio sociale. Nel secondo caso si sostengono e promuovono le motivazioni dell’assistente sociale. Malgrado le caratteristiche e peculiarità dei percorsi accademici e le competenze acquisite dai rispettivi laureati, i titoli di accesso alle scuole di specializzazione per l’insegnamento secondario (Dm 9.02.2005 n. 22 tab. A), non comprendono le lauree di Scienze del servizio sociale né delle specialistiche. Gli obiettivi formativi cambiano a seconda del contesto: tirocinio, equipe e seminario di credito.
 
Gli obiettivi formativi includono: la capacità di governance, che viene qui intesa nella sua accezione più ampia di insieme dei principi, dei modi, delle procedure per la gestione e il governo di processi e fenomeni complessi, dalle rilevanti ricadute sociali; la formazione sul campo cioè nei luoghi di lavoro; lo sviluppo della formazione a distanza per consentire una diffusa ed agevole fruizione di percorsi formativi integrativi ed innovativi rispetto a quelli tradizionali; il rafforzamento delle competenze sulla valutazione; la valorizzazione delle attività di studio, di ricerca e dell’applicazione di modelli innovativi di intervento; l’acquisizione di specifiche ulteriori competenze professionali che suggeriscono una apertura a nuove possibilità in uno scenario mutevole ed in continua evoluzione; un ulteriore impulso alla pratica professionale esercitata nel rispetto del Codice deontologico, elemento trasversale in tutto il testo normativo (Circolare Esplicativa del Regolamento per la Formazione Continua degli Assistenti sociali). 

Il tirocinio consiste in un’esperienza professionale effettuata in un contesto professionale. Scopo del tirocinio è l’acquisizione delle fondamentali abilità professionali del servizio sociale tramite l’acquisizione graduale sul campo delle tecniche di lavoro sociale, assumendosi progressivamente la responsabilità nella gestione diretta dei casi o di porzioni dei progetti individuali. Il tirocinante è affiancato da un supervisore che assegna al discente i compiti da svolgere seguendo il piano di lavoro, restituendo un feedback al tirocinante nei modi e nei tempi concordati insieme. Il tutor assume la qualifica di educatore con il compito di offrire informazioni in merito al tirocinio, di monitorarne l’andamento e di sostenere gli studenti nel loro percorso di apprendimento e di valutarne le relazioni.

Per lavorare in equipe è necessaria l’attività di progettazione. Lo sviluppo del progetto comporta un percorso complesso durante il quale lo studente anticipa ed accompagna l’attività di studio con l’osservazione e la riflessione. Il progetto richiede la capacità di esaminare il presente e di sviluppare previsioni verso una destinazione futura. Progettare vuol dire definire uno strumento orientativo. Per formare un gruppo è necessario che il docente crei un clima di fiducia e di conoscenza tra le persone. È necessario che chiarisca l’oggetto dell’incontrarsi, che ponga gli obiettivi, coinvolga e stabilisca regole comuni. Fatto ciò ci si vincola attraverso un contratto di lavoro, un patto iniziale al quale i membri devono aderire. Attraverso questo patto i partecipanti concordano le attività, gli stili operativi, i momenti, le modalità ed i tempi di verifica.

La funzione del docente è quella di realizzare uno scambio comunicativo tra individui di una stessa comunità professionale e nello scambio si realizza uno scopo che si riflette sulla struttura stessa del corso. Il docente è obbligato a servirsi di un linguaggio, che non deve essere visto come campionario di nozioni astratte ma come generatore di modelli e tecniche applicabili al servizio sociale. Ogni discorso si elabora all’interno di una rete culturale complessa ed è sottoposto a regole e restrizioni. Nel servizio sociale la struttura comunicativa crea un senso di impegno, coinvolgimento e di responsabilità nei discenti laddove prendono corpo forme di comunicazione efficaci e durevoli che sono presenti nell’attività lavorativa. I corsi a distanza, ad esempio, creano nuove forme d’azione e interazione non più legate alle relazioni faccia a faccia, ciò comporta una grande rivoluzione che interessa la professione del servizio sociale.

La discrezionalità della scelta delle tematiche da approfondire è auspicabile che venga orientata all’interno di un percorso formativo individuale che possa tener conto sia degli ambiti di intervento sia degli obiettivi di crescita e di sviluppo professionali. In questa ottica è importante che il professionista possa non solo scegliere all’interno di una offerta formativa diversificata, ma che possa essere propositivo nella relazione dialogica con l’Ordine professionale, in armonia con l’espressione dei propri bisogni formativi (Circolare Esplicativa del Regolamento per la Formazione Continua degli Assistenti sociali).

Le nuove sfide del servizio sociale richiedono una formazione come processo permanente che vada oltre le attività specificamente realizzate nelle istituzioni tradizionali e formative, coinvolgendo sempre più gli stessi operatori o gli utenti al di fuori delle sedi cosiddette formali dell’istruzione. La formazione continua rinvia alla possibilità di uno processo di sviluppo e apprendimento che coinvolga gli individui lungo tutto il corso della loro vita abbracciandone i diversi ambiti: professionale, affettivo e spirituale.

 

Il fundraising e la formazione continua

Corso di formazione per volontari in cure palliative organizzato dall’associazione “Amici della Fondazione Hospice Trentino Onlus” in collaborazione con la Fondazione trentina per il volontariato sociale, Trento.
 
Introduce Cinzia Brentani, coordinatrice della Fondazione per il Volontariato, che discute una relazione sul “Foundraising nelle associazioni di volontariato”. Il foundraising non è solo una raccolta fondi ma un’attività relazionale che si approccia con le persone per raccontare la propria esperienza ovvero la rappresentazione dei bisogni per quella percentuale di fondi di cui si sta facendo la raccolta. Il sociale è un mondo pieno di problemi e che esprime infiniti bisogni che giocoforza richiedono finanziamenti. In Italia il foundraising è diventata una professione (il master a Forlì dura 9 mesi) per accompagnare le associazioni no profit a raccogliere fondi ma può essere esteso a qualsiasi agenzia per incrementare i propri fondi per lo sviluppo delle proprie attività e raggiungere la propria mission. Tutti hanno dei progetti, dalle grandi organizzazioni a quelle piccole che, per essere efficaci, devono essere finanziati e ciò può essere fatto avvicinando le persone e convincerli a donare. La sostenibilità guarda al futuro e più precisamente alla possibilità di programmare la raccolta e la gestione dei fonti. Come si fa a raccogliere fondi? La prima cosa da fare è la diversificazione delle fonti di finanziamento poiché una sola fonte non è sufficiente a garantire la sostenibilità. Si possono trovare finanziamenti da enti pubblici, magari attraverso dei bandi oppure dalla comunità mobilitandola sulla giusta causa. In questo caso gli strumenti adatti sono le giornate di visibilità, i banchetti solidali, cene sociali, tour in bicicletta o marce in difesa dei diritti, concerti musicali o altre performance. Altri strumenti sono il volantinaggio, i biglietti da visita, i social network. Il 5 per mille è la fonte principale di raccolta fondi attraverso il quale si attinge ad una porzione delle tasse per donarle alle associazioni, si tratta di una modalità non invasiva in quanto non implica uno scambio diretto con la gente. Un’altra modalità è il lascito solidale è una modalità di destinazione di una quota del testamento a società no profit. Le associazioni cercano di lavorare con le aziende che fanno beneficenza perchè ne hanno un ritorno positivo sul benessere aziendale, es. i supermercato Poli. Chi può fare la raccolta fondi? Si tratta di un lavoro molto faticoso che non è limitato solo al responsabile né alla segreteria ma sono coinvolti tutti essendone dei testimoni, es. il personale e le loro famiglie. La raccolta fondi va inserita in una strategia, es. ci sono organizzazioni che hanno istituito degli uffici appositi di foundraising ma anche le piccole entità se ne possono occupare. Nessuno può pensare di vivere esclusivamente di fondi pubblici perchè non è un diritto che si può esigere ma almeno una percentuale del fabbisogno va contemplata con il foundraising, es. gli hospice sopravvivono con il 30% di introiti derivanti da questo tipo di attività. Quando si va a chiedere soldi bisogna rispettare alcune regole fondamentali: avere una buona causa, es. acquistare un thermos per i senza fissa dimora; avere una “vision” cioè una visione del mondo ideale per il quale non ci sarebbe bisogno dell’attività associativa; conoscere il progetto per il quale si raccolgono fondi perchè il donatore vuole sapere dove andranno a finire i soldi, es. preparare una brossura informativa; saper rendicontare l’utilizzo dei fondi, es. il “meritafiducia” è un marchio etico che attribuisce un punteggio per ogni standard di qualità. In Inghilterra il 60% di chi si avvicina al volontariato si occupa di foundraising e ciò è un ottimo strumento per lo scopo perchè i volontari raccontano la propria esperienza e sono in grado di suscitare le giuste emozioni nel pubblico. I volontari hanno famiglie e amici e sono dei moltiplicatori di emozioni ed eccellenti dispensatori del classico “passaparola” (il foundraising si basa sul raccontare e raccontarsi). I volontari inoltre sono molto creativi ed hanno spirito di indipendenza. Che cosa serve per lavorare bene coi volontari? Renderli partecipi dell’attività associativa e progettuale, es. molti bisogni scaturiscono dalle loro esigenze. Il motivare i volontari significa anche saperli ringraziare per ciò che fanno valorizzando le buone intenzioni. È importante che ciascun volontario abbia una persona di riferimento che faccia da legame tra loro e l’unità amministrativa che può essere anche un volontario stesso magari predisponendo dei momenti in cui possano incontrarsi tra loro. La formazione è fondamentale non solo per fornire nuove competenze ma anche per ascoltare i propri bisogni e va espletata fin dall’ingresso nell’associazione e continua anche dopo, es. a Verona il CSV ha dedicato un’annualità sul fundraising, es. la festa del volontariato con i banchetti “allegri”. In Inghilterra la campagna “November” serve a sensibilizzare sul tumore alla prostata e consiste nel far indossare un paio di baffi finti alle persone. Lo scopo della formazione continua, però, non è di aumentare il sistema di finanziamento ma di cambiare la cultura del donatore che deve essere più trasparente possibile, es. il bilancio sociale, il bilancio economico, relazione annuale, internet, etc.
 
Interviene Mara Zussa, presidente dell’associazione “Il Papavero”, che discute una relazione sul “Volontariato del fare: impegno e creatività”. Ci sono 2 tipi di volontariato: “stare” e “fare”. Il primo è un’attività che attrae molto i volontari, es. stare accanto all’utente eppure un’associazione non potrebbe esistere senza il “fare” perciò è importante curare l’aspetto organizzativo che tenga conto di entrambe le dimensioni. Uno dei ruoli del “fare” è l’informazione allo scopo di vincere l’ignoranza che impedisce alle persone di conoscere un bisogno o un problema. Si tratta di un’attività che occupa più tempo dello “stare”. Un altro ruolo è la formazione perchè da sola la “buona volontà” non basta, meglio diversificarla, es. formazione di base e continua. Il “fare” infine esprime l’attività associativa che può avvenire nella struttura o all’esterno, es. a Bolzano l’associazione “Il Papavero” ha contribuito alla ristrutturazione di un ospedale con più di cento mila euro. Lo scopo del “formare” è di creare cultura che non significa solo sapere di cosa si occupa l’associazione ma anche come reagiscono le istituzioni, es. le fonti normative. I piani per la raccolta fondi stabiliscono cosa fare e come farlo, es. nel campo sociosanitario che cosa sono le cure palliative? Non si deve lavorare sul termine ma sul concetto, es. far capire come avviene l’accesso alle strutture per chi ne ha bisogno. Bisogna partire dall’idea che le attività sono degli investimenti e non dei costi ma sopratutto avere il feedback (riscontro) di ciò che si è fatto, es. il giorno di san Martino è stato indetto un “flash mob” in tutte le città italiane. Il metodo di lavoro deve prevedere: l’analisi delle risorse e dei vincoli, es. quanti soldi servono per comprare dei mobili che si adattino alle esigenze dei bambini?; gestione delle discussioni (giro tavola, brain storming) con una persona che sappia condurre e riconciliare le parti in caso di conflitti; gestione delle decisioni anche quando il gruppo non si possa riunire; pianificazione del tempo; gestione delle responsabilità per problemi o imprevisti. Saper parlare non significa saper “dire” una qualsiasi informazione ma qualcosa che ci coinvolge e che vogliamo che si sappia in maniera diffusa. Quando si parla ad una platea di persone generalmente si stabilisce una relazione in cui il mittente e, dopo aversi fatto un’idea di ciò che vuole comunicare, si cerca di inserire (codificare) il messaggio in un canale in modo che il destinatario possa riceverlo e a sua volta decodificarlo, interpretarlo e restituirlo al mittente (riscontro). Il processo formativo entra in crisi con ciò che l’altro deve ricordare o rispondere mentre si rafforza con ciò che si vuole “fare” o “stare” (il corpo è lo strumento più espressivo che abbiamo a disposizione). Nessuno fa il volontario per sé e tutti devono sentirsi parte di un’associazione di cui diffonderne i valori sul territorio. 
 
 

 

Che cos’è l’agologia?

Perché bisogna studiare il servizio sociale? Conoscenze e capacità servono a formare competenze: si pensi ad un automobilista che guida la macchina ed ad un certo punto si ferma il motore, dal primo sguardo si scopre che non funziona la batteria, allora il pilota che ha già un’infarinatura di come è fatto un motore (conoscenza), aggiunge le nozioni di “elettromeccanica” tramite la manipolazione dei morsetti che collegano la batteria al motore (competenza). Ma nel momento in cui si vuole insegnare qualcosa bisogna prima di tutto compiacere l’uditorio e non annoiarlo, fatto ciò si può anche insegnare qualcosa giungendo, infine, a fare in modo che sia accettato l’argomento della lezione. Perciò non è possibile studiare il servizio sociale se il discente si trova di fronte un docente noioso e severo, es. non c’è nulla di più perfetto del Codice deontologico eppure molti incappano in sanzioni, com’è possibile? La risposta è che molto spesso, assunta la nozione, spetta all’individuo metterla in pratica e molto spesso la si dimentica se non si è ricevuto un insegnamento particolare che accanto alla nozione porta anche una lezione di vita. Un altro esempio proviene da quelli che fanno assenze al lavoro o non spengono il telefonino durante le lezioni, quindi bisogna essere educati prima con sé stessi e poi è possibile educare gli altri. Allora la competenza in agologia è quella capacità di trasferire le conoscenze dello studente ad altre discipline perché una qualsiasi scienza, es. elettrotecnica o informatica, diventa particolare quando mira ad una conoscenza particolare, quindi l’oggetto del servizio sociale è il tutto (multidisciplinarietà). Esiste una agologia italiana? Si, perché nel nostro paese, in particolare nel servizio sociale e nei servizi, a partire dall’accettazione dell’altro, è inscritta una mission con la quale si vuole far chiarezza laddove è possibile “capire” la società, ecco perché nasce il feeling tra servizio e utente.
È possibile vivere solo di studio? Si, ma in questo caso non avremo più elementi per discutere, e qui occorre fare una distinzione tra docenti puri e docenti operatori, es. Maria Dal Pra Ponticelli ha esercitato la professione prima di insegnare. Ma l’agologia non significa navigare solo con la mente? No, perché occorre anche porre in considerazione il tirocinio laddove la somiglianza dell’operatore col servizio implica il riconoscimento del discente. Il servizio senza tirocinio sarebbe un “fideismo” col rischio di essere degli integralisti. Invece, la scienza senza servizio porta al “razionalismo” con il rischio di rendere tutto relativo e scontato (Burocrazia, Supermercato). L’incontro tra scienza e servizio allora avviene con la formazione continua che ci aiuterà a comprenderla meglio. Perciò lo studio dell’agologia significa trovare i nodi problematici con un continuo rincorrere di soluzioni che fanno sorgere delle altre problematiche, come un albero con tutte le sue ramificazioni e tramite nuova linfa la rigenera. La necessità della scienza non esclude il confronto con il lavoro conferendo la possibilità di esistere al servizio sociale. Non dobbiamo, quindi, meravigliarci del lemma “agologia”.
Fonti dell’agologia
Gli obiettivi dell’agologia acquistano consistenza nella vita scolastica e accademica proiettando lo studente verso scelte coerenti con i cambiamenti sociali. Analogamente il supervisore interviene sulla ragione dello studente per declinarla secondo competenze tecniche (laboratorio, tirocinio) affinchè possa giungere, dopo il conseguimento dell’abilitazione, all’esercizio della professione di assistente sociale. Perciò anche all’agologia si chiede di assumere un impegno concreto nell’elaborare modalità didattiche per il raggiungimento degli obiettivi formativi.

Manuali. Sono spesso preferiti dai docenti che li utilizzando per le loro relazioni. I più comuni sono “Il servizio sociale” di Elisabetta Neve, “Dimensioni del servizio sociale” di Francesco Villa, “Itinerari di servizio sociale” di Lia Sanicaola. Possono risultare interessanti anche le collane critiche che illustrano “in nuce” una categoria per ogni problema, es. disabili, immigrati, minori, etc.
Dizionari ed enciclopedie. Raccolgono, in modo ordinato e secondo criteri variabili, le definizioni dei termini specifici. I più comuni sono quelli di Maria Dal Prà Ponticelli e di Antonio Tiberio; alcuni testi possono stimolare la curiosità dello studente, es. linee guida e procedure.
Letteratura grigia (convegni, appunti, seminari). Presentano un aspetto specifico di uno o più problemi; si trovano di solito nelle biblioteche dipartimentali (università e scuole) o presso gli ordini regionali.
Filmati. La cinematografia e la televisione vantano diversi tentativi di trasportare la vita e il pensiero degli assistenti sociali sul grande schermo, es. My Name Is Joe o Elling.
Risorse on-line. Internet è una miniera vastissima di materiali didattici (Treccani, wikisource, Asit.it, As.org, you tube, S0S, etc.) da integrare con la ricerca personale.
Obiettivi dell’agologia
Avvicinare il discente al servizio sociale attraverso la presentazione di uno o più problemi concreti.
Individuare gli aspetti fondamentali dei metodi e delle tecniche di lavoro.
Consapevolezza dell’importanza dell’agologia nel proprio settore scientifico-disciplinare.
Capacità di confrontare l’agologia con altre discipline (letteratura, religione, ecologia, arte, etc.).
Approccio consapevole e critico con le nuove povertà.
Principi e metodi dell’agologia
L’agologia è la scienza della tradizione del pensiero, perciò, non si può studiarla come se gli autori fossero scissi l’uno dall’altro ciò non significa che bisogna studiarli tutti ma almeno quelli che hanno collegamenti più vicini tra loro (l’uno si tradisce con l’altro).
L’agologia è la scienza dei punti di vista, perciò, occorre studiarla da diversi testi in modo da confrontarli tra loro su come sono interpretati e criticati i singoli autori (visione olistica).
L’agologia nasce dai servizi sociali e arriva al popolo laddove la formazione continua rappresenta il mezzo per l’istruzione più adeguata: al docente spetta il compito, con esempi e risposte, di trasmettere l’amore del sapere e al discente spetta il compito, con domande e osservazioni, di tenere vivo questo amore. La didattica di gruppo può aiutare a favorire la comunicazione dialogica.
L’agologia utilizza spesso un lessico tecnico perché gli operatori nel corso della storia hanno dovuto adattare termini di uso comune al lavoro sul campo perciò chi vuole studiare l’agologia non deve dare per scontato nulla ma deve adattare i termini al contesto (neologismo semantico).
Leggere la biografia degli assistenti sociali può aiutare i discenti ad assimilare la dimensione umana e non solo quella dottrinaria.
Fonti
Kendall K.A., Dream or nightmare?, “International social work”, 1973, 2-3, pp. 5-15.

Come gestire un corso di formazione continua

Con il termine “formazione continua” si intende il modello procedurale per organizzare in modo organico e sistematico gli elementi della formazione professionale degli assistenti sociali. I fattori che intervengono nel processo formativo possono essere strategici (finalità, credibilità, operatori) ed educativi (dinamica comunicativa, relazione, apprendimento, strumenti). Nella pianificazione si incontrano l’offerta (agenzia, docenti) e la domanda (clienti, assistenti sociali, studenti). Nell’attuale contesto (circa 500 formatori accreditati a fronte di 30 mila assistenti sociali), la formazione continua nasce da un’operazione promozionale di offerta più che di domanda o meglio di “educazione alla domanda” facendo in modo che la richiesta di formazione ancora presente nella mentalità comune sia approfondita e vivificata: non è infatti pensabile che il cliente possa essere seguito mediante incontri saltuari (long life learning). Il drop-out è un fenomeno che riguarda il rapporto tra le condizioni che ostacolano (pressione sociale, controllo, coercizione) e le condizioni che favoriscono il percorso formativo (obbligo deontologico, movimenti di opinione). Pertanto il passaggio da una richiesta di tipo formativo ad una prospettiva di lungo termine si realizza mediante la contrattazione tra domanda e offerta e ciò normalmente si sviluppa mediante cinque fasi (formazione permanente): socializzazione affidata alla famiglia, preparazione affidata alla scuola e/o università, abilitazione affidata all’Ordine, prestazione affidata ai servizi, formazione affidata all’agenzia accreditata. I soggetti della pianificazione formativa, pertanto, sono la famiglia, l’assistente sociale, la scuola/università, l’opinione pubblica e il cliente. L’interazione tra i diversi agenti formativi si chiama “comunità di pratica”. L’iter formativo è formato dall’obiettivo (cosa, come, quando e chi), dalle esperienze (modalità operativa), dai contenuti (traduzione concettuale e verbale degli obiettivi), dai mezzi (materiali didattici) e dalla verifica (finalizzata a constatare se la comunicazione educativa sta avvenendo e se gli obiettivi siano stati raggiunti). Sebbene oggi viviamo una situazione di “formazione scrizofrenica” per la quale l’impostazione pedagogica o l’eccessivo pedagogismo, rende impossibile il raggiungimento dell’obiettivo formativo, al giorno d’oggi si sta vivendo una maggiore attenzione ai modelli di recupero delle origini (patronato e segretariato sociale). Alcuni progetti formativi sono stati proposti dal Sunas, dall’Aidoss e dagli enti locali.

Organizzazione dell’incontro formativo

Le leggi che regolano l’apprendimento si possono illustrare mediante 4 modelli: “totale” secondo cui l’individuo partecipa all’apprendimento con tutte le sue capacità; “globale” secondo cui le acquisizioni dipendono non solo dalle capacità ma anche dalla realtà circostante; “motivazionale” secondo cui l’individuo apprende dalle proprie motivazioni; “sviluppo e riorganizzazione” per cui le nuove acquisizioni si integrano con le precedenti venendo a coincidere coi processi di sviluppo della personalità. Fattori dell’apprendimento sono: lo stimolo (interiorizzazione delle risposte e fissazione), le condizioni innate individuali (modo di vedere la realtà), le motivazioni (processo di autorealizzazione), l’esercizio (pratica costante), l’ambiente (contesto di vita). Le fasi dell’apprendimento si sviluppano secondo 6 tappe: predisposizione ad imparare, presa di coscienza di fronte all’oggetto di apprendimento, scelta dei mezzi, eliminazione degli errori, fissazione dell’esperienza, integrazione dell’esperienza (realizzazione di modificazioni educative nel destinatario). L’esperienza può essere di 3 tipi: “cognitiva” che tende a orientare il personale progetto di vita, “affettiva” che tende ad ampliare i legami tra il destinatario e il gruppo, “operativa” che serve a maturare le capacità di vita cristiana. I ruoli degli agenti sono di 2 tipi: il docente introduce, pone l’obiettivo, organizza la ricerca (acquisizione delle informazioni), guida gli approfondimenti, allarga i contenuti, imposta le verifiche; il gruppo dei discenti offre le motivazioni, la partecipazione e l’adesione all’esperienza. Il servizio sociale ha dato origine a diverse forme di espressione formativa: “storico” in cui il contenuto della formazione è orientato alla storia del servizio sociale; “ricerca-azione” in cui l’obiettivo è la partecipazione al disegno di ricerca; “ergonomico” in cui ogni intervento è in funzione della comunità di pratica; “agologico” (scienza del servizio) che rimanda alla soluzione dei problemi. La formazione si compone di 3 dimensioni: sociale (conoscenza del territorio, parole chiave, dibattito), mista (relazione, convivio e riflessione) e individuale (coscienza di sé, ricerca e approfondimento). Sono da evitare quei modelli capaci di fuorviare le parole-chiave del servizio sociale: “autoritari” che riconoscono i modelli conosciuti solo dal gruppo dominante, “etnocentrici” che rifiuta ogni forma di dialogo con altre culture, “confessionali” che parlano del mondo futuro senza affrontarlo, “moralistici” che utilizza modelli obsoleti o anche inventati, “patriarcali” che evita la complementarietà di genere.

La comunicazione formativa e i suoi meccanismi

I soggetti della formazione sono il docente e il discente. Il docente è colui che dà inizio alla comunicazione che può essere un moderatore che lancia un tema lasciando gli altri esprimersi (domande, commenti, riflessioni) oppure un relatore che discute il tema limitando la possibilità di altri interventi. Il discente, o interlocutore, è colui al quale è indirizzata la formazione; può essere un gruppo o un individuo. La preparazione del discente (riti precedenti alla formazione vera e propria) segue 6 fasi: chiarire a sé stessi il messaggio per evitare di affollare la comunicazione; chiarire a sé stessi come “leggere” il discente per eliminare pregiudizi; chiarire il lessico non verbale anche se si è scelto di seguire un modello verbale; rassicurare il discente sul tipo di messaggio per favorire la comprensione; scegliere il tipo di codice (concettuale, simbolico, evocativo); organizzare il contenuto (contesto, struttura, rete) per favorire la condivisione. La preparazione del discente si limita alla comprensione delle intenzioni e alla metalinguistica (accompagnamento, interpretazione, regolazione). Il processo formativo, oltre alla preparazione, è costituito da 4 elementi: codificazione, decodificazione, contesto e bias. La codificazione è il processo attraverso il quale si passa dall’interiorità all’esteriorità e nel quale avviene la scelta dei codici (parole, immagini, suoni); può essere verbale, metalinguistico o visuale/sonoro. La decodificazione è il processo tramite il quale si passa dal simbolo all’interpretazione soggettiva. Il passaggio di informazioni avviene in un contesto ben definito che è dato dall’ambiente culturale in cui si vive, es. in un ufficio o un’azienda si utilizza un lessico professionale mentre nel gruppo di amici ce n’è uno di tipo più informale. I bias, infine, sono l’insieme di cose o idee che ostacolano la trasmissione corretta dei dati, es. un handicap, una subcultura deviante, etc. Le strutture di controllo sono la “ridondanza” con la quale si ripetono più volte concetti o parole e il “feedback” (sistema di ritorno dei dati) che permette di assentire al messaggio. Il feedback può essere incentrato sul contenuto, es. riformulando le domande o sulla persona con cui si cerca di collegare il messaggio ricevuto con una occorrenza adeguata (motivazioni, tratti personali, obiettivi, etc.). Il ponte comunicativo attraverso cui avviene la trasmissione dei dati da docente a discente si chiama “linguaggio” di cui ve ne sono vari tipi: orale (relazione, focus group, workshop), fotolinguaggio, cortometraggio (audiovisivi), audiomontaggio (videocassetta, dvd, cellulare, mp4, etc.) e arti grafiche (cartelloni, manifesti, poster). L’organizzazione di una sessione di lavoro segue la seguente traccia: “intervento” attraverso cui si pongono le premesse della comunicazione (es. avvisare dell’inizio della riunione, invitare al rispetto reciproco, assegnare un tema, etc.); “dibattito” (ping pong panel) che serve a rilevare punti di vista e a sollecitare il vissuto personale; “forum o colloquio” (chat line) in cui si offrono degli approfondimenti per ogni argomento che sottende il tema principale; “intervista” (questionario) che serve a formulare eventuali proposte di miglioramento; “ricreazione” (pausa caffè, pranzo o silenzio) che serve ad attutire eventuali disagi e a favorire la partecipazione.

Tracce per la gestione del gruppo

Troppo spesso il gruppo è pensato solo nel suo ruolo funzionale (discenti, colleghi) mentre sarebbe meglio se si formasse nella coscienza professionale l’immagine di piccolo gruppo formativo come immagine della società. Tuttavia il gruppo non è di facile gestione (non è la classe del catechismo). Perciò è necessario conoscerne le strutture e i dinamismi interni. Gli elementi strutturali di un gruppo educativo sono: l’identità, la dinamica e la rete comunicativa. L’identità di un gruppo coincide con le sue finalità, perciò, si suole distinguere tra gruppi istituzionali e informali. Nel primo caso la finalità è data dall’esterno, es. l’obbligo deontologico. Nel secondo caso la finalità è data dall’interno, es. bisogni affettivi, tempo libero, curiosità, rivendicazioni sociali, etc. I fattori che rendono dinamico un gruppo sono il modello comunicativo, la capacità decisionale e la gestione dei conflitti. I modelli comunicativi più comuni sono di 3 tipi: autoritario (incisivo ma disgregativo), democratico (relazionale ma dispersivo), lassista (aggregativo ma improduttivo) che si combinano coi ruoli del gruppo (moderatore, leader, gregario, facilitatore, etc.). La democraticità, in particolare, indica la disponibilità del docente a mettersi in discussione, mentre l’autorità sottolinea la capacità di mantenere chiare le finalità del gruppo con eventuali verifiche periodiche. Una buona dinamica decisionale si impara strada facendo invitando i membri a prendere posizione su un fine, rielaborando gli orientamenti e riformulando la decisione. La rete comunicativa è la formazione che si stabilisce in presenza del docente, mentre la struttura comunicativa è l’insieme di codici e simboli utilizzati tra i membri del gruppo. La rete comunicativa può essere di 3 tipi: centrata sul docente, circolare e a croce. Nella prima tipologia i contatti tra i membri sono filtrati dalla presenza del docente e la relazione può diventare precaria se non c’è feedback. Nel tipo circolare il flusso di dati è più dinamico ma limitato alle persone più prossime ai nodi. Nel tipo a croce la direzione degli interventi è rivolta a tutti, però, impegnando molto il docente nella moderazione e rielaborazione dei messaggi. La struttura comunicativa varia da età ad età ed è condizionata dalla percezione che i membri hanno di sé stessi e del gruppo: gli studenti (18-25 anni) vivono il gruppo come gioco e formazione, quindi, la rete comunicativa è difficilmente intenzionale in quanto centrata sul docente. Gli adulti (25-65 anni) trovano nel gruppo il luogo della controdipendenza e delle nuove identità (bisogno di separazione dal servizio), quindi, la rete è più intenzionale e libera. I pensionati (65 anni in poi) vivono il gruppo come un luogo di confronto e identificazione. I minori (13-17 anni) vedono il gruppo come una scelta di vita ormai attestata anche se ciò può essere messo in crisi da eventi esterni (scelta della facoltà, ingresso nel mondo del lavoro, fidanzamenti, etc.). Vi sono poi altri tipi (più rari ma da non trascurare) che vivono con difficoltà e diffidenza il gruppo preferendo un modello centrato sul fare e meno sulla relazione. A prescindere dall’età dei discenti, alcuni metodi possono favorire la partecipazione al corso:

Brainstorming

Si scrivono su biglietti adesivi diversi (post-it) alcune frasi relative al tema in oggetto. Si può trattare di citazioni, frasi provocatorie o di opinioni personali e si appendono i fogli in punti diversi della sala, distanti tra loro, in modo da permettere il formarsi di gruppetti di fogli. Inizialmente il docente legge tutte le opzioni e, a un suo segnale, i partecipanti dovranno dirigersi verso l’espressione che più li stimola. Quando tutti si saranno posizionati davanti a un foglio si dà ai sottogruppi così formati una decina di minuti per condividere le loro argomentazioni e identificare un portavoce che relaziona per tutti.

Il cestino della spazzatura

Si prepara un cartellone con 3 soggetti: una valigia, un comodino e un cestino della spazzatura che simboleggiano rispettivamente: cosa riportano le persone dell’esperienza di formazione, le cose non ancora chiare su cui si vuole tornare a riflettere, le cose che non sono piaciute. Si consegna a ogni persona tre biglietti adesivi (post-it) su cui scrivere, ciascuno per ogni soggetto. Quando tutti hanno terminato, il docente può concludere l’attività sintetizzando le osservazioni emerse, leggendone alcune e sottolineando la propria esperienza o quella altrui.

Il domino

Ci si dispone accanto ad un tavolo mettendo al centro un foglio su cui il docente scrive il tema dell’incontro. Ogni partecipante riceve un biglietto adesivo (post-it) e una penna. Prendendo spunto dal gioco del domino ogni persona a turno scrive sul suo foglietto la parola che quell’argomento più gli suggerisce. Quando tutti hanno finito di scrivere, se ne invita uno qualsiasi a porre il suo foglietto accanto al foglio centrale, spiegando la sua scelta. Poi come nel gioco del domino chi ha parole simili a quella posta le azzecca ad essa sempre motivando la scelta. Nel caso non ci siano più termini accoppiabili, si pone un foglietto su un altro lato del foglio centrale e si riprendono a collegare i foglietti simili per significato. Il risultato così ottenuto rappresenta l’immagine di gruppo che i partecipanti hanno dell’argomento.

Consigli per i docenti

Il gruppo nasce come passaggio dalla dispersione all’aggregazione laddove il compito di tutti i membri consiste nel darsi una motivazione per decidere insieme. Il fenomeno più comune in questa prima fase è l’ “assunzione della maschera” per superare i timori ed evitare imbarazzi. Il ruolo del docente in questo caso è di favorire l’interscambio comunicativo. Quando il gruppo ha fatto l’esperienza dell’aggregazione può cominciare il lungo e più articolato cammino della costruzione di appartenenza e ciò avviene quando subentra la fiducia interpersonale (accettazione delle finalità comuni e accettazione degli altri per ciò che sono). Le eventuali crisi di aggregazione possono essere vissute come dei fallimenti. Il ruolo del moderatore è di pacificatore evitando di radicalizzare gli scontri cogliendo tali frangenti per redistribuire le proprie competenze e stimolare la partecipazione dei discenti. La maturità di un gruppo coincide con la capacità di elaborare progetti, aderire alla vita della comunità, verificare iniziative pregresse, ciò implica necessariamente una gestione diversa dei conflitti, più responsabile e consapevole. Il ruolo del docente è di coordinamento e garante ultimo delle finalità del gruppo. Forse, in qualche caso, è auspicabile il suo allontanamento e il rinvio verso nuovi soggetti responsabili.

Bibliografia

Bonaiuti G., Le strategie didattiche, Roma, Feltrinelli, 2014.
Bonaiuti G., Calvani A., Ranieri M., Fondamenti di didattica. Teoria e prassi dei dispositivi formativi, Roma, Carocci, 2016.
Calvani A., Come fare una lezione efficace, Roma, 2Carocci, 2016.
Cattaneo P., Progettare situazioni formative. Tra vincoli, risorse e creatività, Cascine Vica (Rivoli) – Torino, Capitello, 2011.
Cicatelli S., La scuola delle competenze, Cascine Vica (Rivoli), Torino, Capitello, 2011.
Damiano E., Il sapere dell’insegnare. Introduzione alla Didattica per Concetti con esercitazioni, Milano, Angeli, 2007.

Come creare un corso di formazione continua

Cosa c’è dietro l’insegnamento? C’è la vita di tutti noi perchè tutti in qualche modo siamo stati allievi. Non c’è nessuno che sia negato per insegnare sebbene l’insegnamento sia anche una scienza. Per prima cosa bisogna avere un’idea e bisogna crederci fermamente. Chi insegna porta agli altri delle informazioni che molte volte non si conoscono perchè nulla è scontato. L’assistente sociale porta un valore aggiunto alla formazione continua e senza di questa l’utente sarebbe perduto. Quante volte abbiamo sentito dire di non essere portati per l’insegnamento perchè per insegnare bisogna essere dei saputelli o dei secchioni. Il mondo del servizio sociale ci consente di avere una formazione continua, gratuita o a pagamento, e dobbiamo in qualche modo essere grati di questo perchè qualche anno fa non era neanche immaginabile. Certo, c’era il diploma universitario ma quanta strada ha compiuto la professione sociale da allora! Il mondo della formazione sta cambiando e può cambiare ancora nella misura in cui sempre più persone potranno partecipare alla creazione della formazione. Ciò si ottiene potendo cambiare la percezione nella gente di ciò che si impara. La natura ci insegna ad apprendere così come il bambino appena nato impara a respirare ma è sopratutto il bambino che insegna alla madre come comunicare con lui. L’importante è essere convinti di ciò che si fa e saper trasmettere qualcosa. L’agenzia di formazione di successo è quella che riesce a trasmettere il concetto per il quale tutti possono insegnare.

Prima di tutto occorre capire il tipo di formazione che si vuole proporre: sarà un corso di formazione a distanza (FAD) o con la didattica frontale? Nel primo caso gli investimenti sono più contenuti magari utilizzando le tecnologie multimediali più diffuse (facebook, skype o qualsiasi altro sito internet) oppure si può scegliere la tradizionale didattica frontale (face to face) che all’inizio comporta grandi spese (affitto locali, materiale di cancelleria, promozione, etc.) ma che poi sono ammortizzate dalle quote di partecipazione. Un’altra domanda da chiedersi è se si vuole organizzare dei corsi lunghi o brevi. Nel primo caso si può decidere di convocare degli incontri periodici (settimanali, mensili, etc.) per un paio di mesi o un anno, nel secondo caso basterà predisporre la formazione in un’unica giornata o 2-3 giorni consecutivi (full immersion). Una volta stabilito questi punti principali occorre conoscere la concorrenza ovvero le altre agenzie di formazione del territorio che offrono servizi simili di formazione. Questa ricerca è importante per evitare “accavallamenti” di più corsi insieme e può essere compiuta consultando gli ordini professionali o la Camera di commercio oppure partecipando come discenti ai corsi degli altri. Molto spesso questa ultima modalità è la strategia più efficace per ottenere un elevato numero di informazioni come, ad es., a quanto ammonta la quota di partecipazione e il tipo di target.

Il nostro obiettivo è prima di tutto cercare di coinvolgere la gente a venire ai nostri corsi e ciò può essere fatto attraverso diversi modi. Ipotizziamo di promuovere una campagna pubblicitaria con grandi investimenti finanziari. Poichè abbiamo detto che il valore dell’assistente sociale docente è di offrire un valore aggiunto ai discenti, allora l’obiettivo della campagna pubblicitaria non è di arrivare per forza a tutti ma di trasmettere il messaggio giusto. Non scoraggiamoci se all’inizio vengono poche persone ai nostri corsi: le persone saranno tanto incoraggiate a partecipare quanto più saranno consapevoli di poter fare un’esperienza di apprendimento con altre persone con cui condividono gli stessi interessi. Bisogna convincersi che oggi conviene più che mai aprire un’agenzia di formazione non solo perchè è un obbligo deontologico dell’assistente sociale ma anche, e sopratutto, perchè permette di imparare e migliorarsi attraverso i riscontri dei discenti. Molto spesso il semplice “passaparola” è un ottimo strumento per propagandare la nostra attività. Altri fattori che contribuiscono ad aumentare la qualità di un corso sono l’utilizzo di locali adeguati (spaziosi, ben illuminati ed arieggiati), il materiale didattico (cartellina, brochure, dispense), l’organizzazione (puntualità, servizio di accoglienza, consegna dell’attestato), il taglio didattico (esercitazioni pratiche, lavoro di gruppo, feedback).

Il target di riferimento (i discenti che vogliono iscriversi ai nostri cosi) si rivolge non solo al settore pubblico ma anche a molti altri liberi professionisti che desiderano apprendere dalla nostra attività oppure molti neoabilitati assistenti sociali in attesa di vincere qualche concorso. Al giorno d’oggi sono sempre di più gli enti pubblici che si affidano ai liberi professionisti per scrivere un progetto di servizio sociale oppure nel caso in cui, a progetto approvato, l’ente richiede i docenti o i consulenti per mettere in pratica il progetto o per valutarlo. Si può iniziare da soli ed in seguito reclutare altri docenti e, quindi estendere la propria attività anche ad altre discipline poiché offrire una o più attività rientra nella tipica interdisciplinarietà del servizio sociale. Se poi la concorrenza è agguerrita si può iniziare normalmente e poi specializzarsi in un determinato settore (minori, anziani, immigrati, etc.). Il ruolo fondamentale dell’assistente sociale non è solo quello di risolvere i problemi degli altri ma di sostenere delle relazioni efficaci affinchè la rete sociale produca risorse ma se il concetto trasmesso è quello di “appioppare” delle nozioni allora è molto probabile che la gente prima o poi si annoi e si metta a fare altro. Il discente non è pronto ad imparare quando noi vogliamo insegnare.

Veniamo adesso alla parte più noiosa della nostra impresa: le faccende burocratiche. Gli adempimenti dipendono dal tipo di impresa che si vuole aprire: se si vuole iniziare tramite una cooperativa bisognerà ascriversi all’Albo delle società cooperative presso il Ministero dello sviluppo economico oppure all’Agenzia delle entrate per aprire una partita IVA. Dal 2010 tutte queste pratiche sono confluite nella “Comunicazione unica” che permette di effettuare tutti gli adempimenti in un’unica soluzione. Il modulo si trova presso le Camere di Commercio (Ufficio del Registro delle imprese) e può essere compilato anche on line. Altri due adempimenti sono la firma digitale e la casella di posta elettronica certificata (PEC). La prima serve a conferire validità ai documenti ed ai contratti e si ottiene facendone richiesta ad un ente accreditato presso la pubblica amministrazione (DigitPA). La Pec serve ad attribuire valore legale alle e-mail alla stregua di una raccomandata postale con ricevuta di ritorno ed è possibile ottenerla mediante una richiesta alla propria sede regionale dell’Ordine degli assistenti sociali che si presume abbia stipulato una convenzione con un internet provider (Aruba, Poste, Lycosmail, etc.). L’iscrizione al Registro delle imprese è a pagamento (variabile da 50 a 120 euro) eccetto nei casi di start-up innovative e incubatori certificati nel qual caso l’iscrizione è gratuita. Le start-up sono aziende che si caratterizzano per l’elevato contenuto tecnologico (e-learning) mentre gli incubatori di imprese sono società che si prodigano per far nascere nuove imprese e variano da regione a regione. Entrambe possono essere cercate negli appositi elenchi presso le Camere di Commercio. Gratuita è pure l’attribuzione della partita IVA (imposta sul valore aggiunto) che però non è necessaria se il reddito annuale dell’impresa non supera i 5 mila euro. Non bisogna spaventarsi per la mole delle pratiche burocratiche poichè solitamente gli uffici della Camera di Commercio sono abbastanza rapidi nelle risposte alla “Comunicazione unica” e si suppone che entro 5-7 giorni si possa presumere conclusa la pratica.

Abbiamo già scritto a proposito della convenienza di aprire un’agenzia accreditata che non risiede solo nell’obbligo deontologico ma anche nella possibilità di ottenere dei finanziamenti. Il governo italiano, infatti, ha stabilito un fondo di garanzia per le piccole e medie imprese (pmi) che può coprire fino all’80% del credito (max 2,5 milioni di euro). La richiesta, però, non va inoltrata direttamente al Fondo ma ad una banca o ad un agenzia di intermediazione (Confidi). Inoltre, in base al Decreto 08.07.2015 n. 140 (decreto “Invitalia”) il governo ha stabilito una serie di incentivi a tasso zero (max 1,5 milioni di euro) per quelle imprese che si caratterizzano per la prevalente partecipazione femminile (18-35 anni di età). La domanda può essere presentata sul sito di Invitalia (http://www.invitalia.it/). Un’altra opportunità di finanziamento deriva dal DL 21.06.2013 n. 69 (cd. “Decreto del Fare”) che consente di coprire i costi sostenuti per l’acquisto di capitale fisso (arredi, software, hardware) e di coprire una parte degli interessi sui finanziamenti (max 5 anni e non più di 2 milioni di euro).

A questo punto, una volta completate le pratiche burocratiche e la parte finanziaria, siamo pronti ad iniziare la nostra attività di insegnamento. Tuttavia manca ancora qualcosa: l’accreditamento presso l’Ordine degli assistenti sociali. L’obiettivo che ci siamo posti, infatti, è di aprire un’agenzia accreditata di formazione continua senza dimenticare che l’Ordine chiede una “comprovata e documentata esperienza nel settore della formazione”. Una volta acquisita una certa esperienza sarà possibile richiedere l’iscrizione al Registro dei formatori presso l’Ordine nazionale degli assistenti sociali. Il periodo che intercorre dall’inizio dell’attività all’iscrizione al Registro dei formatori può essere più o meno lungo e ciò dipende molto dalla capacità di attrarre investimenti e dalla fidelizzazione della clientela. Probabilmente i nostri iniziali clienti non saranno solo assistenti sociali ma altri professionisti o simpatizzanti di una determinata disciplina. In alternativa, piuttosto che avviare un’impresa individuale, ci si può appoggiare ad un’agenzia già esistente nel campo della didattica o una cooperativa sociale o un’associazione che opera nel volontariato e che espleta anche corsi di formazione. L’importante è iniziare e, chi ben comincia, è già a metà dell’opera.

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Dittiografia

Acceleratori e incubatori di impresa http://www.economyup.it/startup/2636_acceleratori-e-incubatori-dove-andare-per-far-nascere-un-impresa.htm

Confidi Campania http://www.confidiregionecampania.it/confidi/index.php/chi-siamo/il-confidi

Richieste di accreditamento http://www.cnoas.it/Formazione_Continua/Richieste_accreditamento.html