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Il Regno delle Due Sicilie e le potenze europee

Eugenio Di Rienzo, Il Regno delle Due Sicilie e le potenze europee, Rubettino, Soveria Mannelli, 2012. Recensione


Questo volume è una versione molto ampliata della relazione (Il Mezzogiorno nella diplomazia europea: 1848-1860) dal prof Di Rienzo tenuta al Convegno di studi, “Mezzogiorno, Risorgimento e Unità d’Italia”, organizzato dall’Accademia Nazionale dei Lincei e dall’Istituto dell’Enciclopedia Italiana in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, svoltosi a Roma nelle giornate del 18,19, 20 maggio 2011 (p. 13).

Uno degli argomenti fondamentali per capire l’intera vicenda è quello degli interessi inglesi che dimostra il loro coinvolgimento nell’impresa dei Mille:


“grazie al protettorato politico-militare instaurato da William Bentick in Sicilia (D.Gregory, Sicily: the insecure base. A history of thè British occupation of Sicily, 1806-1815, Fairleigh Dickinson University Press, Rutherford-London 1988, pp. 88 ss.; J. Rosselli, Lord William Bentinck e l’occupazione britannica in Sicilia, 1811-1814, Sellerio, Palermo 2002. Sul punto, si veda anche G. Volpe, Come gli stranieri hanno sempre liberato l’ltalia. Allora nel 1814 e poi nel 1943, in «Rivolta Ideale», 8 maggio 1947, pp. 1-2, ora ripubblicato in appendice al mio Gioacchino Volpe, Lord Bentinck, Churchill e la Sicilia, in «Nuova Rivista Storica», 93,2009,3, pp. 925-936. Ricordiamo che la strategia mediterranea britannica portò nel 1806 all’occupazione dell’isola di Capri e la sua trasformazione nella «Piccola Gibilterra di Napoli». Sul punto, rimandiamo a F. Barra, Capri “inglese” e napoleonica da Hudson Lowe a Murat, 1806-1815, Terebinto, Avellino 2011), poi destinata a irrobustirsi nei decenni seguenti grazie all’attività delle grandi dinastie commerciali dei Woodhouse, degli Ingham, dei Whitaker e di altri (A. Bertolino, L’attività degli stabilimenti inglesi di Marsala durante il Risorgimento, in «Rassegna Storica del Risorgimento», 27,1940, 4, pp. 762-765; L.D. Neu, An English Businessman in Sicily, 1806-1861, in «The Business History Review», 31,1957, 4, pp. 355-374; f. Rigamonti, By chance or deliberate effort. Gli investimenti statunitensi di Benjamin Ingham e della sua ditta. 1840-50, in Studi storici dedicati a Orazio Cancila, a. Giuffrida, F. D’avenia, D. Palermo, Punto Grafica Mediterranea, Palermo 2011, 4 voli., IV, pp. 1369-1400)”. p. 28

E ancora:
“Molto indicativa, a questo riguardo era la presa di posizione dello stesso Castlereagh che, il 21 giugno 1821, alla Camera dei Comuni, pur respingendo la protesta di Bentinck sul mancato invio d’un corpo di spedizione britannico per appoggiare il moto separatista promosso dal governo provvisorio di Palermo (Sulla rivoluzione siciliana del 1820-1821 e sulla sua repressione, si veda G. Galasso, II Regno di Napoli, v. Il Mezzogiorno borbonico e risorgimentale 1815-1860, cit., pp. 184 ss. e pp. 234 ss.), aveva confermato, in ogni caso, che il dominio diretto o indiretto della Sicilia costituiva, ora come nel passato, un «indispensabile punto d’appoggio» per rendere possibile il controllo dell’Inghilterra sull’Europa meridionale e l’Africa settentrionale (Hansard’s Parliamentary Debates, Woodfall and Son, London 1821, Second Series, IX, coll. 1240-1247)”. pp. 28-29

E ancora:
“Come, infatti, avrebbe sostenuto Giovanni Aceto, nel volume del 1827, De la Sicile et de ses rapports avec l’Angleterre, «quest’isola non rappresenta per l’Inghilterra soltanto un importante avamposto strategico, da preservare, ad ogni costo, da una possibile occupazione della Francia che la minaccia dalle sue coste, ma costituisce anche il centro di tutte le operazioni militari e politiche che il Regno Unito intende intraprendere nell’Italia e nel Mediterraneo» (G. Aceto, De la Sicile et de ses rapports avec lAngleterre à l epoque de la Constitution de 1812, ou Mémoires historiques sur les principaux événemens de ce h’inps, par un membro de dijjerens Parlemens de Sicile, Ponthieu, Paris 1827, p. 103)”. p. 29

Una delle occasioni per gli inglesi per dimostrare la propria potenza fu l’incidente dell’isola Ferdinandea:


“Un lembo di terra di circa 4 chilometri quadrati e 60 metri d’altezza che, sorta dalle onde tra Sciacca e Pantelleria, alla fine del giugno 1831, venne annessa ai dominions inglesi, il 24 agosto, da un piccolo distaccamento di fanti di marina sbarcati dalla corvetta Rapid proveniente da Malta, condotta dal tenente ili vascello Charles Henry Swinburne, prima di inabissarsi nuovamente nei marosi nel dicembre successivo (Il possesso dell’isolotto, che intanto aveva provocato anche le brame della Francia, fu ufficialmente rivendicato dal governo napoletano, nell’ottobre del 1831, con una memoria indirizzata ai gabinetti di Londra e Parigi con la quale si ricordava che, a norma del diritto internazionale, la terra emersa, situata nelle acque territoriali delle Due Sicilie, apparteneva al Regno Borbonico. Sul punto si veda S.Mazzarella, Dell’isola Ferdinandea e di altre cose, Sellerio, Palermo, 1984; F.D’Arpa, L’isola che ne ne andò, Mursia, Milano, 2001)”. p. 29

Lo zolfo siciliano serviva agli inglesi per produrre polvere da sparo. Poi si presentò la questione egiziana:


“La conclusione della Sulphur War aveva palesato, senza margini di dubbio, lo stato di quasi sovranità limitata in cui il Regno borbonico doveva essere condannato a orbitare secondo i progetti delle Potenze europee e soprattutto della «perfida Albione» (Su questa espressione, che risale al tardo Medioevo, si veda M. D.Schmidt, The Idea and Slogan of “Perfidious Albion”, in «Journal of thè History of Ideas», 14, 1953, pp. 604-616). Napoli, infatti, a differenza del Regno di Sardegna, che fu fatto oggetto delle pressanti attenzioni di Palmerston (N.Bianchi, Storia documentata della diplomazia europea in Italia dall’anno 1814 all’anno 1861, cit., iv. 2, pp. 153 ss. e pp. 360 ss.), rimase estranea agli sviluppi e alla conclusione della cosiddetta «questione egiziana» (l’indipendenza dell’Egitto dai Turchi) e preferì parteggiare apertamente per la Monarchia di Luglio nell’intento di contenere, a un tempo, un maggiore accrescimento della supremazia austriaca nella Penisola e di quella inglese nel Mediterraneo (Le relazioni diplomatiche fra la Francia e il Regno delle Due Sicilie. Seconda serie 1810-1848. 11. 6 gennaio 1836 – 3 dicembre 1840, in “A.Saitta, istituto storico italiano per l’età moderna e contemporanea, Roma, 1973, pp. 304-305; 305-309). In quella congiuntura, Ferdinando II si preparò, addirittura, a difendere la Sicilia contro una ritorsione britannica causata dalla sua politica non ostile alla Francia. Durante questa crisi Parigi, schieratasi a sostegno delle pretese del Pascià del Cairo, Muhammad Alì, di annettersi la Siria e di iniziare in questo modo una vera e propria aggressione diretta contro l’Impero Ottomano a favore del quale Londra aveva schierato i nemici giurati della Francia (Austria, Prussia e Russia)”. p. 37

L’Inghilterra sffuttò la strategia del deterrente:


“Il trattamento riservato a Poerio è stato per alcuni anni l’oggetto di una violenta disputa tra i Governi liberali inglesi e quello delle Due Sicilie. In questo modo Palmerston e Gladstone hanno commesso l’errore di mettere in discussione i diritti sovrani di uno Stato dispotico senza considerare che, anche un regime assoluto possedeva le identiche prerogative di una Repubblica o della stessa Inghilterra di difendersi contro gli avversari che lo volevano rovesciare con la violenza. (…) Gli oppositori politici erano spesso detenuti per anni in attesa del processo e questo fu, appunto, il destino di Poerio. Ma le torture alle quali Poerio, si dice, sia stato sottoposto, furono, a mio parere, inventate di sana pianta. Nessun individuo, trattato in maniera tanto disumana, avrebbe potuto ristabilirsi così rapidamente in soli tre mesi e apparirmi in così florida salute, come Poerio che, quando mi fu presentato, nel 1859, alla Camera dei Lords dal conte di Shaftesbury, venne da me scambiato per un giovane Pari reduce da una salubre villeggiatura. (…) Ma i tempi della Regina Elisabetta erano, allora, tornati in Italia. Il Regno Unito si sentiva autorizzato a servirsi della spada e dell’intuito del grande bucaniere Garibaldi contro i suoi nemici, come nel passato aveva utilizzato Drake e Raleigh che gli Spagnoli giustamente chiamarono pirati.
I francesi hanno coniato una parola per questa politica assolutamente non ortodossa, chiamandola “opportunismo” (Memoirs of an ex-Minister, An autobiography by Right Honourable Earl of Malmesbury, Longmans, London, 1884, 2 voll, II, pp. 132-133), gli inglesi la chiamano “gunboat diplomacy” (Di Rienzo p. 10) o “strategia del deterrente”. Poerio fu rilasciato nel marzo del 1859, dopo 10 anni di detenzione, essendo stata la sua pena commutata in esilio in America Settentrionale. Durante la navigazione, Poerio e gli altri uomini di Sialo corruppero il capitano della nave, inducendolo a sbarcarli in Irlanda, ih dove più lardi raggiunsero il Piemonte. Sul punto si veda F. Curato, Il Regno Delle Due Sicilie nella politati evieni europea, cit., p. 176)”. p. 97

Per evitare l’isolamento internazionale il Regno delle Due Sicilie si avvicinò alla Russia zarista:


“Fu sempre grazie all’intervento del Foreign Office sulle Tuileries (il palazzo reale francese) che fu possibile sventare il disegno di San Pietroburgo di approfittare della crisi in atto (Seconda guerra d’indipendenza) per ottenere da Napoli il permesso di impiantare una stazione di rifornimento nel porto di Brindisi in grado di approvvigionare di carbone le imbarcazioni della marina zarista. Permesso che, una volta accordato, sia pure a titolo temporaneo, avrebbe sottratto all’Inghilterra il dominio sull’ingresso dell’Adriatico e, di conseguenza, avrebbe comportato l’adesione del Regno borbonico all’intesa francorussa (Memoirs of an ex-Minister. An autobiography by the right honourable earl of Malmestbury, Longmans Green and Co., London 1884, 2 voll., II, pp. 147-148). Fu, infine, ancora in virtù della ferma opposizione di Londra che venne rapidamente bloccata la manovra messa in opera da Cavour, tra il 24 marzo e il 17 aprile, finalizzata a stabilire un clima di distensione tra la Corte di Caserta e quella di Torino, in vista della stipula di una vera e propria alleanza contro l’Austria (Si veda rispettivamente Memoirs of an ex-Minister, II, pp. 169-171; Il carteggio Cavour-Nigra dal 1858 al 1861, a cura della R. Commissione editrice, Zanichelli, Bologna 19612, 4 voll., II, pp. 188 e 201)”. p. 103

Da Ferdinando II a Francesco II:


A giudizio del ministro spagnolo Salvador Bermùdez de Castro, Ferdinando II fu «solo, senza Camere, senza consiglieri, del tutto refrattario a far partecipi delle proprie decisioni i suoi ministri, era stato il braccio e la mente dello Stato, aveva conservato la pace per 29 anni, ripreso la Sicilia senza invocare l’aiuto straniero, risanato il Tesoro e creato un forte esercito e un’eccellente armata di mare» succedeva l’appena ventitreenne Francesco II (F.Curato, Il Regno delle Due Sicilie nella politica estera europea, Palermo, Lombardi, 1989, p. 194). Un giovane principe, condizionato dagli intrighi della Corte, esposto alla devastante influenza dell’arci-reazionaria matrigna, Maria Teresa Isabella d’Asburgo-Teschen. p. 109

La mozione Elcho:


“In questo clima si sviluppava un infuocato dibattito nella Camera dei Comuni inglese dove il 12 luglio e l’8 agosto 1859, l’opposizione, sposando le tesi contenute nella mozione presentata da un dissidente whig, Francis Richard Charteris (Lord Elcho), aveva già accusato il governo in carica di aver favorito Parigi e Torino nella fase finale del recente conflitto contro l’impero asburgico, abbandonando la stretta neutralità del ministero Malmesbury, e di volere operare ora per arrivare al «dismemberment of the Two Sicilies» secondo l’antico progetto di Palmerston” (Hansards Parliamentary Debates, Woodfall and Son, London 1859, Third Series, ci.iv, coll. 1052 .ss). p. 134

Intanto si rafforzava l’intesa tra Londra e Torino:


“Nella seduta del 2 marzo, il ministro degli Esteri britannico dichiarava che proprio la crescente aggressività della politica estera bonapartista rendeva indispensabile un avvicinamento di Londra al Piemonte che doveva essere considerato, da quel momento, come un necessario contrappeso all’aumento di potenza del Secondo Impero poiché «la creazione di uno Stato nel nord e nell’Italia centrale, con una popolazione di 9.000.000 abitanti, e forse più di 11.000.000 or 12.000.000, è una possibilità per il peggioramento della Francia, che invece di avere uno Staterello al di là delle Alpi, vorrebbe avere un considerevole alleato» (Hansard’s Parliamentary Debates, cit., coll. 2143-2147. Sui progressi dell’intesa anglo-piemontese, a partire dall’inizio del 1860, si veda Italia e Inghilterra durante il Risorgimento, cit., pp. 152 ss; D.Beales, Gladstone on the Italian question. January 1860, in “Rassegna storica del Risorgimento, 421, 1954, 2, pp. 96-104; Id., England and Italy, 1859-70: the making of a Liberal?, Nelson, London, 1961, p. 488ss). p. 136

I fatti di Marsala in nuce:


“Di lì a una settimana, il comandante in seconda della British Mediterranean Fleet, George Rodney Mundy, riceveva lordine di incrociare al largo delle coste orientali della Sicilia, effettuando frequenti scali nei porti dell’isola, per svolgere un’intensa attività di perlustrazione e per salvaguardare gli interessi britannici dalle “imminenti incursioni nel Sud Italia” e dai torbidi che potevano seguire all’imminente spedizione di Garibaldi (Rodney Mundy, La fine del Regno delle Due Sicilie e hi murino britannica. Diario di un ammiraglio, a cura di G. Rosada, Berisio, Napoli pp. 63 ss). La missione dell’ammiraglio Mundy, alla quale non era estraneo anche l’obiettivo di impedire l’azione di contrasto di altri Stati (Austria, Francia, Spagna) allo sbarco delle camicie rosse e di riaffermare il prestigio della massima Potenza marittima nel Mediterraneo (A. Santoni, Storia e politica navale dell’età moderna: xv-xix secolo, Ufficio storico della Marina militare, Roma 1998, p. 305 ss), riuscì, forse incidentalmente ma con maggiore probabilità deliberatamente, a paralizzare la reazione della flotta borbonica a Marsala. L’11 maggio, infatti, le fregate Argus e Intrepid inviate a proteggere la colonia commerciale del Regno Unito, insediata nella popolosa città portuale, si ponevano sulla linea di fuoco dei vascelli napoletani, con il pretesto di riprendere a bordo i loro ufficiali discesi per un ispezione sulla terraferma, e impedivano il cannoneggiamento dei volontari. Soltanto dopo il tardivo allontanamento dell’Argus e dell’lntrepid, le navi borboniche iniziarono il loro tiro sui garibaldini, che ormai si erano però allontanati dal molo, provocando il ferimento di una sola camicia rossa raggiunta da un colpo morto (M.Gabriele, Da Marsala allo Stretto. Aspetti navali della campagna di Sicilia, Giuffré, Milano 1961, pp. 11 ss. Il volume è stato successivamente ripubblicato in edizione invariata ma con diverso titolo: id., Sicilia 1860: Da Marsala allo Stretto, Ufficio Storico della Marina Militare, Roma 1991). pp. 140-141

Nota Garibaldi:


“Lo stesso Garibaldi riconoscerà, seppur con comprensibile reticenza, il ruolo cruciale della manovra dissuasiva compiuta dalla piccola formazione navale britannica, scrivendo nelle sue Memorie che: «La presenza dei due legni da guerra inglesi influì alquanto sulla determinazione dei comandanti de’ legni nemici, naturalmente impazienti di fulminarci, e ciò diede tempo a ultimare lo sbarco nostro. La nobile bandiera di Albione contribuì, anche questa volta, a risparmiare lo spargimento di sangue umano; e io, beniamino di cotesti signori degli Oceani, fui per la centesima volta il loro protetto. Fu però inesatta la notizia data dai nemici nostri che gl’inglesi avessero favorito lo sbarco in Marsala direttamente e coi loro mezzi. I rispettati e imponenti colori della Gran Bretagna, sventolando su due legni da guerra della potentissima marina e sullo stabilimento inglese, imposero titubanza ai mercenari del Borbone e dirò anche vergogna, dovendo essi far fuoco con imponenti batterie contro un pugno di uomini armati di quei tali fucili con cui la monarchia suole far combattere i volontari italiani (G.Garibaldi, Memorie autobiografiche, Barbera, Firenze 1920, p. 343. Del ludo omissive e svinnli sono, invece, le testimonianze degli altri protagonisti dell’impresa, Si veda, ad esempio, G.C.Abba, Da Quarto al Volturno. Noterelle d’uno dei Mille, Garzanti, Milano, 1991, pp. 21Ss; I.Nievo, Giornale della spedizione di Sicilia, Como-Pavia, Ibis, 1992, pp. 11-12)”. p. 141

Nota Vieil Castel:


“Del fatto che l’intervento della Mediterranean Fleet avesse fornito la copertura militare indispensabile ad assicurare la riuscita della spedizione partita da Quarto era perfettamente persuaso un esponente di rilievo della ristretta cerchia delle Tuileries, Horace de Vieil Castel. Questi, infatti, annotava nel suo diario, alla data del 15 maggio, che « l’Angleterre se trouvait à Marsala pompar alyser lesforces des Deux-Siciles etfavor iser lesfilibustiers que Mazzini envoie sous le commandement de Garibaldi» (Mémoires du Comte Horace de Vieil Castel sous le Règne de Napoléon III, Chez tous les Libraires, Paris 1864, 5 voll., IV, p. 63. Sul punto, si veda A.M. Ghisalberti, L’anno dei “Mille” in un memorialista del Secondo Impero, in Studi in memoria di Nino Cortese, Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, Roma 1976, pp. 193-216)”. p. 142

Phamplet anonimo:


“Anche un vecchio avversario dei Borboni sosteneva nell’anonima cronaca (Garibaldi o la conquista delle Due Sicilie) che l’azione di disturbo dei battelli inglesi era stata compiuta con perfetta cognizione di causa e che il rifiuto dei comandanti dell’Argus e dell’Intrepid di «raggiungere le loro imbarcazioni per consentire a queste di scostarsi e permettere a quelle napoletane di lasciar passare le loro palle aveva fatto sì che lo sbarco potè effettuarsi ordinatamente e senza alcun pericolo» (Garibaldi o la conquista delle Due Sicilie raccontata da un testimone oculare, presso l’Editore Santi Serraglini, Livorno 1861, pp. 141-142, dove si aggiungeva che: «Gli ufficiali inglesi respinsero la preghiera dei Napoletani, rispondendo di non volersi affrettare a lasciare la costa, perché si divertivano a guardare lo spettacolo»)”. p. 142

Tesi d’Azeglio


“Identico convincimento esprimeva Massimo d’Azeglio nella lettera inviata all’ammiraglio Carlo Pellion di Persano, in partenza per le Due Sicilie con il compito affidatogli da Cavour di condurre «una guerra non dichiarata, sotto neutralità apparente, contro Francesco II, per modo che resti sempre al governo del Re qualche appiglio per uscire d’inciampo». Secondo questo programma Persano era incaricato di fornire la massima assistenza a Garibaldi, «scortando a buon fine tutte le spedizioni che dovevano raggiungerlo», di ostacolare la reazione della flotta borbonica nell’isola e di favorirne, con largizioni di forti somme di denaro pari a «vari milioni di ducati», il passaggio sotto lo stendardo dei Savoia. Ai primi di luglio, Persano ricevette, infine, istruzioni per preparare, d’intesa con il conte di Siracusa, il nuovo prefetto di Polizia, Liborio Romano, esponenti dell’emigrazione politica e transfughi dell’esercito napoletano (come il generale Alessandro Nunziante, duca di Mignano), un «pronunciamento» in grado di anticipare l’ingresso di Garibaldi nella capitale e di prevenire un’insurrezione mazziniana. Per la riuscita del colpo di mano avrebbe dovuto fornire un apporto fondamentale «il signor Devincenzi, amico di Lord Russell e di Lord Palmerston, che avrà mezzo d’influire sul ministro Elliot e l’ammiraglio comandante della squadra inglese» (Diario privato politico-militare dell’Ammiraglio C. di Persano nella campagna navale degli anni 1860-1861, Civelli-Arnaldi, Firenze-Torino 1869-1871,4 voll., I, pp. 15-19; 87-92; li, pp. 19-27. Su Liborio Romano, si veda ora N. perrone, L’inventore del trasformismo. Liborio Romano, strumento di Cavour per la conquista di Napoli, Rubbettino, Soveria Mannelli 2009). Al futuro responsabile del disastro di Lissa, al quale era stato impartito l’ordine di sviluppare la sua azione, mantenendosi in stretto contatto con il nuovo incaricato d’affari sabaudo, Salvatore Pes di Villamarina e servendosi, alloccorrenza, della «benevola collaborazione» di Mundy (definito da Persano un «amico della nostra indipendenza e una cara conoscenza mia»)”. p. 142-143

Ruolo di Mundy (capitano della Hannibal):


“Numerosi furono gli episodi che, anche dopo lo sbarco di Marsala, dimostrarono l’atteggiamento di simpatia e di aperto favoreggiamento di Mundy per la causa italiana, in particolare durante la battaglia di Palermo, per tutta la campagna di Sicilia, alla vigilia e dopo l’ingresso di Garibaldi a Napoli. Questo comportamento, che non dipese unicamente da un’iniziativa personale del contrammiraglio, come spesso si è sostenuto, era stato concordato con Lord Russell, alle cui istruzioni Mundy si era snellamente attenuto (sul punto, si veda Diario privato politico-militare dell’Ammiraglio C. Di Persano nella campagna navale degli anni 1860-1861, cit, I, p. 25.27; 64; 100-101; II, pp. 33-34; 113-114; 127; 135; G.Rodney Mundy, La fine del Regno delle Due Sicilie e la marina britannica, cit, pp. 100ss , 115ss, 153ss, 200ss. Sull’azione di Villamarina si veda Il marchese Salvatore Pes di Villamarina. Memorie e documenti inediti, a cura di F.Bosio, Franchini, Torino, 1864, pp. 195ss)”. pp. 143-144

Nota Carafa:


“Queste considerazioni non incrinavano, però, il categorico e durissimo giudizio di condanna sulle responsabilità della Mediterranean Fleet espresso dal governo napoletano con la nota consegnata, il 12 maggio, da Carafa a Villamarina e a Hudson e contestualmente inviata in quella stessa data a tutte le Potenze. In essa si protestava per l’atto di «selvaggia pirateria consumato da un’orda di briganti» e si rendeva noto che «i Regi legni», pur avendo a tiro le navi degli invasori, «erano stati costretti a sospendere il fuoco per dar tempo a due vapori inglesi, colà giunti poche ore prima, di prendere a bordo dei loro ufficiali che si trovavano a terra, e per attendere che, imbarcati, gli stessi vapori riprendessero il largo, ed allora soltanto potè il fuoco ricominciare su quei pirati, senza però poterne più impedire lo sbarco in Marsala» (La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia. Carteggi di Camillo Cavour, a cura della Commissione editrice, Zanichelli, Mologna 1949-1954, 5 voli., i, p. 92)”. p. 146

Rapporto Marryat:


“Il memorandum napoletano (Nota Carafa) raccolse l’immediato sostegno della maggioranza degli Stati europei (Sul punto e per quel che segue, si veda N.Bianchi, Storia documentata della diplomazia europea in Italia dall’anno 1814 all’anno 1861, cit., vm, pp. 290-293; Le relazioni diplomatiche dell’Austria con il Regno delle Due Sicilie. Terza Serie: 1848 1861. II. 22 maggio 1859-19 febbraio 1861, cit., pp. 118-119). Per uscire da questa bufera diplomatica, il Foreign Office si muoveva tempestivamente, chiedendo al comandante in capo della Mediterranean Fleet, sir William Fanshawe Martin, di base a Malta, un urgente e particolareggiato rapporto dei capitani dell’Argus e dell’Intrepid (Ingram e Marryat) per fare luce su quanto effettivamente accaduto nelle acque di Marsala. Rapporto che fu recapitato il 15 maggio (v. M.Gabriele, Da Marsala allo Stretto. Aspetti navali della campagna di Sicilia, cit, pp. 13-18. Un largo estratto del memoriale Marryat era apparso sul New York Times del 9 giugno 1860)”. pp. 147-148

Rapporto Lettieri:


“Il 1° luglio, la commissione d’inchiesta, composta dal contrammiraglio Vincenzo Lettieri e dal capitano di vascello Alfonso Rodriguez, pur infliggendo agli ufficiali «un biasimo severo», decise per l’assoluzione (dei borbonici sospettati di tradimento) motivando la sentenza con il fatto che «lo sbarco di Garibaldi fu premeditato e protetto da estraneo intervento e che, di conseguenza, la condotta degli inquisiti doveva ritenersi irreprensibile in ogni senso». Si ritornava in questo modo alle conclusioni del 12 maggio, quando Castelcicala, scrivendo a Francesco II, aveva sostenuto di non nutrire alcun dubbio sulla «cooperazione manifesta dei vapori inglesi» (G. De Majo, La Crociera Borbonica dinnanzi a Marsala, cit., pp. 95-106)”. p. 150

“Con grande ipocrisia, Russell, pur essendo perfettamente a conoscenza che gli alti comandi della Marina delle Due Sicilie, posta sotto il controllo dell’inetto e infido Conte dAquila (il Conte d’Aquila, che deteneva la carica di Presidente del Consiglio di Ammiragliato, con il grado di viceammiraglio, era stato nominato, il 1° luglio, Comandante generale della Reai Marina. Nel passato, capo dell’ultrareazionaria camarilla di corte, per ostilità verso il nipote Francesco II, Luigi di Borbone si trasformò in liberale, appoggiò la nomina di Liborio Romano a ministro della Polizia e la concessione di una Costituzione. Riaccostatosi ai gruppi reazionari e accusato di preparare un Colpo di stato, il 14 agosto 1860 fu mandato in esilio in Francia), avevano ormai sposato la causa piemontese grazie all’opera di persuasione e di corruzione di Persano (Diario privato politico-militare dell’Ammiraglio C. di Persano nella campagna navale degli anni 1860-1861, cit., 1, pp. 67-69; 11, 96 ss. Sul tradimento della flotta, si veda anche il dispaccio del 16 luglio inviato da Széchényi a Rechberg, in Le relazioni diplomatiche dell’Austria con il Regno delle Due Sicilie. Terza Serie: 1848-1861.11. 22 maggio 1859-19 febbraio 1861, cit., pp. 184-186. Sul punto, importante è anche la testimonianza di G.Rodney Mundy, La fine del Regno delle Due Sicilie e la marina britannica, cit., pp. 169 ss. e quanto riportato, sulla base di attestazioni di prima mano, da R. De Cesare, La fine di un Regno, cit., pp. 853 ss)”. p. 168

Cavour falsario:


“A superare l’ostilità della sovrana, interveniva, allora, un’abile e spregiudicata manovra di Cavour, verosimilmente concordata con il governo inglese. Ai primi di agosto, Russell riceveva e faceva prontamente tradurre la lettera di Garibaldi inviata, il 27 luglio, a Vittorio Emanuele, in risposta ai due dispacci del sovrano del giorno 22 (nella riunione del gabinetto del 22 luglio, Cavour, dopo aver inoltrato queste missive, aveva reso nota la sua intenzione di «far scrivere dal Re una lettera ufficiale a Garibaldi nello scopo di calmare gli allarmi della diplomazia». Si vedano i verbali dei governi Cavour, 1859-1861, M. Bertoncini, A. G. Ricci, Libro Aperto, Ravenna 2008, p. 80): il primo di carattere ufficiale che lo invitava a non varcare lo Stretto; il secondo di natura confidenziale che smentiva categoricamente questo suggerimento. Nella sua replica, il «Dittatore della Sicilia», mentre riaffermava la sua intenzione di raggiungere la Calabria, dichiarava che, al termine della sua missione, avrebbe abbandonato i poteri provvisoriamente assunti per deporli ai piedi del monarca sabaudo. In realtà quel messaggio era stato personalmente dettato da Cavour, il quale aveva ordinato ai suoi emissari di fare scrivere all’avventuriero nizzardo che «egli, pervaso di devozione e di reverenza per il Re, avrebbe voluto seguire i suoi consigli di non abbandonare le coste siciliane ma che i suoi doveri verso l’Italia non gli permettevano di impegnarsi a non soccorrere i Napoletani» (la traduzione integrale della lettera di Garibaldi è conservata in Lord Russell Papers, Correspondence and memoranda relating mainly to Italian affairs, 1860, ff. 233-234. Del doppio gioco di Cavour era perfettamente al corrente la diplomazia britannica, come risulta da H.G. Elliot, Some Revolutions and Other Diplomale Experiences, cit., p. 35. Su tutto l’intricato affaire, si veda Diario privato politico-militare dell’Ammiraglio C. di Persano nella campagna navale degli anni 1860-1861, cit., I, pp. 88-89; curatolo, Garibaldi, Vittorio Emanuele, Cavour nei fasti della patria, Zanichelli, Bologna 1911, pp. 162-164; J.Ridley, Garibaldi, Mondadori, Milano mj/s. pp. 552-553. M.Milani, Giuseppe Garibaldi: biografia critica, Mursia, Milano 1982, p. 331; R.Romeo, Cavour e il suo tempo, cit, III, pp. 742-743; A.Scirocco, Garibaldi. Battaglie, amori, ideali di un cittadino del mondo, Laterza, Roma-Bari, 2001, p. 280)”. p. 171

L’affare “Napoli”:


Secondo Pope Hennessy con il già ricordato speech del 4 marzo 1861 (Hansard’s Parliamentary Debates, Woodfall and Son, Third Series, London, 1861, CLXI, coll. 1332-1440) “Lord Clarendon aveva “senza alcun pretesto, trascinato il papa e il re di Napoli al congresso di Parigi e poi indotto gli italiani alla rivolta”. Il solo fine di quest’offensiva diplomatica era stato quello di preparare la strada alla conquista piemontese della Penisola ispirata dai poco nobili motivi di risolvere la grave crisi finanziaria che attanagliava il regno di Vittorio Emanuele con l’acquisizione delle risorse degli altri Stati italiani che si trovavano tutti in una più florida situazione economica”. p. 193

Garibaldini e pirati:


“L’ultimo atto di questa strategia di aperto favoreggiamento alle mire espansionistiche dei Savoia era avvenuto nel 1860, quando la flotta britannica, dopo aver permesso l’approdo dei Mille in Sicilia, aveva tacitamente protetto i convogli che dalla Liguria trasportavano rinforzi dei «foreign buccaneers» (molti italiani ma anche più di 2.000 tra inglesi e ungheresi, insieme a centinaia di svizzeri, francesi, belgi, polacchi, russi), destinati a ingrossare le bande degli insorti. I corpi franchi garibaldini avevano potuto contare, infatti, solo in minima parte sull’afflusso di volontari regnicoli, anche nel momento del loro massimo incremento numerico, poiché, come appariva evidente dalle stesse comunicazioni del generale Cialdini, inviate a Torino subito dopo l’ingresso delle sue truppe nel territorio delle Due Sicilie, “mentre il re di Napoli recluta corpi volontari tra la sua gente e mentre meno di cento garibaldini, migliaia sono pronti a combattere per Francesco II”. Proprio il lealismo dimostrato dai reparti borbonici e dalla popolazione civile, in gran parte restati fedeli alla vecchia dinastia, aveva scatenato, continuava Pope Hennessy, la furiosa repressione dell’armata sarda che si era macchiata di crimini contro l’umanità ben più efferati di quelli che l’opinione pubblica europea aveva imputato a Ferdinando II e al suo sventurato erede. In seguito l’Europa aveva assistito esterrefatta allo scandalo dell’annessione giustificata dalla beffa del Plebiscito, alla cui correttezza il ministero Palmerston aveva fatto finta di credere con grande ipocrisia, sebbene la maggioranza degli abitanti del sud italia “non hanno partito nè votano”. E da tutto questo, infine, era nato il cosiddetto fenomeno del «brigantaggio politico», che non poteva definirsi, come proprio quest’ambigua espressione dimostrava, un episodio di criminalità comune ma che invece rappresentava un vasto e capillare movimento di resistenza contro l’invasione straniera dove militavano, insieme a nuclei di veri e propri fuorilegge, interi reparti del disciolto esercito borbonico, gruppi provenienti dall’opposizione liberale napoletana e persino numerosi garibaldini delusi. (La questione del brigantaggio è stata completamente e tendenziosamente
fraintesa sul piano storiografico dopo i saggi di Molfese, II brigantaggio meridionale post-unitario, in «Studi Storici», I, 1959-1960, 5, pp. 944-1007; 2,1961, 2, pp. 298-362; id., Lo scioglimento dell’esercito meridionale garibaldino, 1860-1861, in «Nuova Rivista Storica», 44, 1960, 1, pp. 1-53, poi rifusi in Id., Storia del brigantaggio dopo l’Unità, Feltrinelli, Milano 1964, in particolare pp. 130 ss dove Molfese, riprendendo la spiegazione dell’insorgenza post-unitaria avanzata dalla Commissione parlamentare d’inchiesta del 1862, come movimento di devianza sociale, nel quale il secolare fenomeno del banditismo agrario era stato esasperato dalla miseria delle plebi contadine, schiacciate dal sistema latifondista e incattivite dai ritardi nella ripartizione dei beni demaniali, aveva del tutto negato il carattere politico di una mobilitazione popolare basata, al contrario, sul patriottismo (napoletano) e la fedeltà dinastica. Sul «brigantaggio» come «guerra sociale», si veda anche G.Galasso, Unificazione italiana e tradizione meridionale nel brigantaggio del sud, in «Archivio Storico delle Province Napoletane», Terza Serie, 21, 1983, pp. 1-16 e ancora F.Molfese, La repressione del brigantaggio post-unitario nel Mezzogiorno continentale, ivi, pp. 33-64. Sull’insorgenza meridionale, come «guerra civile», rimandiamo, invece, a S.Lupo, Il grande brigantaggio, Interpretazioni e memoria di una guerra civile, In “Storia d’Italia. Annali, xviii. Guerra e Pace, Einaudi, Torino 2002, pp. 465-502″; J.A. Davis, Le guerre del brigantaggio, in Gli italiani in guerra. Conflitti, identità, memorie dal Risorgimento ai nostri giorni. 1. Fare l’Italia, Unità e disunità nel Risorgimento, a cura di M. Isnenghi, E. Cecchinalo, Utet, Torino, 2008, pp, 738-752; s, lupo, L’unificazione italiana. Mezzogiorno, rivolti.noni’, guniti t ivilc. Donzelli, Roma 2011, pp. 99 ss)”. p. 194

“Il «legno storto», dal quale si era voluto ricavare con la violenza, la frode e l’inganno, il Regno d’Italia, ammoniva poi, il 19 luglio, il parlamentare whigh, John Alexander Kinglake, rischiava di trasformarsi in un materiale facilmente combustibile che avrebbe finito per compromettere il già precario equilibrio del Continente e la stessa sicurezza del Regno Unito. Ancora molto debole sul piano militare, diviso da conflitti politici e sociali al suo interno, prostrato economicamente da una guerra triennale e ora dalla lotta contro l’insurrezione del Sud, che aveva assunto le fattezze di una vera e propria «civil war», il nuovo organismo politico non avrebbe potuto rinunciare, in caso di un probabile scontro con l’Austria, al soccorso francese, acquistandolo, forse, con la cessione della Sardegna al Secondo Impero. Se questo fosse avvenuto, concludeva Kinglake, la Gran Bretagna avrebbe perduto la sua tradizionale posizione di vantaggio strategico nel Mediterraneo non potendo le basi di Corfù e di Malta competere, per importanza, con i porti di Cagliari, Nuoro, Oristano e Sassari (Hansard’s Parliamentary Debates, cit., coll. 1190-1201)”. p. 195-196

L’insorgenza filoborbonica

“Le stesse preoccupazioni sulla capacità del giovane Stato a rappresentare per Londra un interlocutore affidabile, vista la frattura quasi antropologica che aveva spaccato in due la Penisola (C. Petraccone, Le due civiltà. Settentrionali e meridionali nella storia d’Italia dal 1860 al 1914, Laterza, Roma-Bari 2000, pp. 11 ss), erano ancora vive nella primavera del 1863. Nella seduta dell’8 maggio, George Cavendish-Bentinck sosteneva che, nonostante la proclamazione dello stato d’assedio nelle province meridionali dell’estate del 1862 e la sospensione di molte delle principali garanzie dello Statuto albertino (A.Scirocco, Governo e Paese nel Mezzogiorno nella crisi dell’unificazione italiana, 1860-61, Giuffrè, Milano 1963, pp. 218 ss.; r. martucci, L’invenzione dell’Italia unita, cit., pp. 315 ss. In sostanza, i provvedimenti decisi a Torino imponevano alle nuove province del Regno un governo militare. Ciò comportava, naturalmente, la manomissione e l’azzeramento dei diritti fondamentali sanciti dalla Carta del 5 marzo 1848: inviolabilità del domicilio, libertà individuale, di stampa e di riunione. A ciò si aggiungeva la sospensione dell’articolo 71 dello Statuto, a norma del quale nessun imputato poteva essere sottratto ai suoi giudici naturali poiché tale comma avrebbe impedito la creazione di Tribunali straordinari affidati alla giurisdizione dei comandi delle truppe impegnate nelle operazioni di contrasto alle insorgenze), l’insorgenza filoborbonica si era estesa dalla Capitanata ai confini del Lazio. L’incendio del Sud doveva, quindi, far comprendere all’attuale esecutivo quale grave errore fosse stato tollerare e incoraggiare “la più grave infrazione del diritto delle nazioni”, contando sul fatto che “la politica di Cavour era una panacea per tutti i disordini politici e che la pace e l’ilarità erano la necessaria conseguenza di tale successo” (Hansard’s Parliamentary Debates, Woodfall and Son, ‘Ihirti Series, London 1863, clxx, coll. 1399-1406)”. p. 196

Un gigantesco errore politico

“Nel dibattito era nuovamente intervenuto Pope Hennessy, per dichiarare, a brutto muso, che il Regno Unito appoggiando l’unificazione italiana non solo si era impegnato in un “affare sporco” ma aveva anche commesso un gigantesco errore politico, acquistando un malcerto alleato e perdendo, allo stesso tempo, un importante partner commerciale. I dati forniti dal Board of Trade Return contraddicevano, infatti, i rassicuranti rapporti inviati dal Console a Napoli, Edward Bonham, annunciando un secco decremento delle importazioni e delle esportazioni tra Inghilterra e Mezzogiorno che si erano praticamente dimezzate dal 1861 al 1862, a causa della rarefazione dei capitali circolanti taglieggiati dall’incremento della pressione fiscale e dalla repentina flessione della produzione agricola e industriale. Questa crisi strutturale era stata determinata soprattutto dalla rivolta dei political bandit e dalla spietata contro-guerriglia delle forze di occupazione. Sotto la guida di Cialdini, Alfonso La Marmora, Pietro Fumel, Raffaele Cadorna, Ferdinando Pinelli, le truppe del «Re galantuomo», nel tentativo di fare terra bruciata attorno ai focolai di resistenza, avevano deliberatamente provocato devastazioni nelle campagne, abbandono delle colture, danni irreparabili alla pastorizia, colpita dal moltiplicarsi dei fenomeni di abigeato e dalle misure di ordine pubblico del marzo 1863 che proibivano la transumanza (Sulle misure repressive promulgate dall’estate del 1862 e sulle loro conseguenze sul ciclo economico legato all’allevamento del bestiame, si veda M.D’addio, Politica e magistratura 1848-1876, Giuffré, Milano 1966, pp. 136 ss; R. martucci, Emergenza e tutela dell’ordine pubblico nell’Italia liberale, il Mulino, Bologna 1980, pp. 36 ss). Né erano mancati episodi di ritorsione terroristica da parte dei «Piemontesi» che avevano smantellato alcuni impianti industriali, i cui macchinari erano stati requisiti e trasportati nel Settentrione (Hansard’s Parliamentary Debates, cit., col. 1399. Il brusco calo della bilancia commerciale, denunciato da Pope Hennessy, era naturalmente imputabile anche ad altri fattori. Dall’inizio del 1862 le materie prime del Sud iniziarono a essere smerciate, prevalentemente, sul mercato unificato del Regno d’Italia e soprattutto nelle regioni settentrionali della Penisola, da dove ora affluivano i manufatti fino allora importati dall’Inghilterra e dagli altri Stati europei. Sulle conseguenze, senz’altro negative, almeno nel breve medio termine, dell’ingrcsso delle Due Sicilie nel sistema economico nazionale, prodotte soprattutto dall’introduzione della tariffa liberista, il giudizio storico è ancora controverso. Il Nord all’inizio drenò capitali dal Sud: il primo bilancio del Regno unificato era di 2402, 3 milioni di lire, di cui 1321 era il debito del Regno sabaudo, 657,8 quello del Regno delle due Sicilie, 219,3 della Toscana, 151,5 quello della Lombardia. Ma senza l’Unità, il Sud non avrebbe avuto quelle infrastrutture che gli permisero di integrarsi in un contesto economico più avanzato. D’altra parte, il Settentrione, in via d’industrializzazione, sarebbe restato privo del mercato meridionale che costituì un fattore indispensabile al suo sviluppo. Sulle diverse e spesso contrastanti interpretazioni, relative alla ricaduta dell’unificazione sull’economia meridionale, si veda R. Romeo, Risorgimento e capitalisrno, Laterza, Bari 1959; G. Pescosolido, Unità nazionale e sviluppo econornico 1750-1913, Laterza, Roma-Bari 1988; v. Daniele, P. Malanima, Il prodotto delle regioni e il divario Nord-Sud in Italia 1861-2004, in «Rivista di Politica Economica» n. 5, 2007, 3-4, pp. 267-315; G. Federico, Ma l’agricoltura meridionale era davvero arretrata?, ivi, pp. 317-339; S.Fenoaltea, I due fallimenti della storia economica: il periodo post-unitario, ivi, pp. 341-358; G.Pescosolido, La costruzione dell’economica unitaria, in L’unificazione italiana. cit., pp. 497, in particolare, pp. 418 ss.; Id., Una società immobile? Sviluppo pre unitario e questione meridionale, “Nuova Rivista Storica”, 95, 2011, 3, pp. 985-996; V.Daniele, P.Malanima, Il divario Nord Sud nella storia d’Italia, 1861-2011, Rubbettino, Soveria Mannella, 2011)”. pp. 196-197

Il ruolo della Camorra

“L’intesa cordiale tra quella che amava definirsi la «Bella Società Riformata» e il sovrano delle Due Sicilie s’interruppe dopo il 1849, quando questi decise di avviare una sistematica opera di repressione contro i camorristi. Da quel momento, la setta si trasformò in «Camorra liberale» e si pose al servizio del movimento costituzionale, proteggendone le riunioni clandestine, assicurando l’assistenza ai detenuti politici e facilitando la loro fuga dalle prigioni. Il passaggio di campo di una forza potentemente insediata nel tessuto della capitale, certo più temibile delle risibili attività cospirative dei gruppi liberali, non mancò d’impensierire Francesco II, che fu a tal punto intimorito dal pericolo costituito da questa «opposizione criminale» da riferire all’ambasciatore austriaco, Martini, il 7 novembre 1859, che molti degli sforzi del suo governo erano in quel momento concentrati a impedire che i suoi capi organizzassero una massa di manovra per attuare un’insurrezione (Le relazioni diplomatiche del’Austria con il Regno delle Due Sicilie. Terza Serie: 1848-1861.11. 22 maggio 1859-19 febbraio 1861, in R.Moscati, Istituto storico italiano per l’età moderna e contemporanea, Roma, 1964, pp. 60-62). Non si trattava di timori infondati. Il 31 luglio 1860, Elliot, bene al corrente del radicamento territoriale della consorteria delinquenziale, informava il Foreign Office che numerose bande camorristiche (i Lazzaroni) erano pronte a scendere in campo per contrastare, armi alla mano, la mobilitazione dei popolani restati fedeli alla dinastia borbonica (i Sanfedisti), per presidiare il porto in modo da facilitare uno sbarco delle truppe piemontesi e per controllare le vie d’accesso a Napoli al fine di rendere possibile l’ingresso dell’esercito dei volontari (H.G.Elliot, Some Revolutions and Other Diplotnatic Experiences, cit., pp. 8-10; 39-41). Proprio questo accadde, alla fine di agosto, quando i membri dell’«onorata società», già inquadrati in una sorta di Guardia nazionale da Liborio Romano, divennero i veri padroni della città in attesa dell arrivo di Garibaldi (N. Perrone, L’inventore del trasformismo. Liborio Romano, strumento di Cavour per la conquista di Napoli, Rubbettino, 2009, pp. 42 ss). Come avrebbe ricordato, il garibaldino russo, Lev Illic Mecnikov, soltanto l’intervento della Camorra (guidata dalla «sanguinaria», Marianna De Crescenzio, detta la Sangiovannara) riuscì a impedire una sommossa lealista con atti d’intimidazione violenta contro i sostenitori di Francesco n e ad assicurare il controllo sistematico delle zone strategiche della città. La terribile capoclan, «dotata dello stesso potere assoluto di un pascià turco», che Mecnikov descriveva come «un leone o una tigre stretti in gabbia, dagli occhi che brillavano rabbior samente», fece proprio il motto «Libertà-patria-democrazia» e convinse il sottoproletariato dei «Quartieri spagnoli» ad astenersi da ogni atto ostile per impedire l’ingresso a Napoli del capo dei Mille con minacce e largizioni di denaro, ricevendo come ricompensa per la sua opera «patriottica» l’onore di accompagnare Garibaldi nella visita alla Madonna di Piedigrotta e il diritto di voto (L.I..Mecnikov, Memorie di un garibaldino russo e altri testi, a cura di R. Risaliti, Centro interuniversitario di ricerche sul viaggio in Italia, Torino 2011, pp. 70 ss. Si veda anche G. Buttà, Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta, Memorie della Rivoluzione, 1860-1861, cit., pp. 107-109). Una testimonianza, questa di Mecnikov, che non contrastava con quella contenuta nella lettera del io settembre, scritta dal colonello garibaldino, LIugh Forbes, secondo il quale «le dimostrazioni di tripudio che accolsero il Generale nella bella Partenope altro non furono che una frenetica mascherata imposta da lenoni e camorristi» (Lettere dei combattenti del Risorgimento, La Regia posta Militare Sarda e dei Volontari 1848-1861, a cura di A. Pozzolini Gobbi, Vaccari, Modena 1973, p. 14). Nulla da stupirsi, allora, che «dopo aver reso questi servigi», come ancora Elliot annotava nelle sue memorie, la consorteria criminale acquistasse «una potenza e un’autorità spaventevole» destinata ad accrescersi esponenzialmente negli anni successivi (H.G.Elliot, Some Revolutions and Other Diplomatic Experiences, cit., pp. 90-91)”. 201-202

Pamphlet De Sangro


“L’opuscolo dell’esule borbonico, Michele de Sangro, duca di Casacalenda, intitolato significativamente: l’italianismo di Lord Parlmerston (Ufficiale degli Ussari della Guardia nell’esercito di Francesco n, Michele de Sangro fu autore di vari scritti di propaganda filo-borbonica: II passato e il presente. Quadro storico del Regno delle Due Sicilie, s. st., Trieste 1865; I Borboni nel Regno delle Due Sicilie, Cavalieri e Bazzi, Como 1884). Nel suo scritto, il nobile molisano elencava con amara ironia «i benefici che il Piemonte aveva arrecato al Regno di Napoli», stilandone un lungo catalogo. L’elenco comprendeva «le prigioni sovraccariche di detenuti, le isole riempite di deportati, i forti riboccanti di sospetti, le finanze depredate, le imposte decuplicate, il commercio diminuito, la stampa illegalmente oppressa, lo spionaggio eretto a sistema, le fucilazioni senza processo crescenti ogni giorno, diecine di paesi bruciati dopo aver sottoposto le popolazioni al sacco e alla licenza militare». Più atroce ancora era poi stata la sorte che l’armata dei Savoia, «pigliata la dittatura», aveva riservato a quanti, ufficiali e soldati, restati fedeli allo stendardo borbonico, avevano dovuto, abbassare le armi, dopo una lotta eroica condotta contro forze preponderanti. Fu allora, infatti, «che si videro, per la prima volta nella storia dei popoli, le convenzioni di guerra violate e le capitolazioni manomesse, quando i combattenti di Capua e Gaeta furono trascinati nelle piazze fra le urla della Camorra organizzata da Liborio Romano, insultati, percossi con mille sevizie e gettati poi in prigione, di dove ancora levano, invano, la voce per riavere la libertà». Questo vergognoso spettacolo era avvenuto sotto lo sguardo impassibile dei rappresentanti della Gran Bretagna, dei suoi agenti consolari, dei comandanti della sua flotta, del governo guidato da Palmerstone che si fregiava del titolo di protettore dei Poerio, dei Settembrini, degli Spaventa e al quale Michele de Sangro poneva questo provocatorio interrogativo”. p. 203

La rivolta di Palermo (16-22 settembre 1866):


“Che il pregiudiziale rifiuto dei precedenti governi di correggere le storture e i limiti della cosiddetta «unificazione a vapore» con un’ampia riforma federalista, almeno limitatamente al piano amministrativo e fiscale, fosse stata una delle cause principali della crisi di sistema che stava attraversando il nostro Paese, lo avrebbe dimostrato la rivolta di Palermo del 16-22 settembre 1866. Insurrezione che fu possibile sedare solo con il bombardamento della flotta, l’intervento di 40.000 soldati, la fucilazione di diecine d’insorti e la condanna alla prigione e al confino di varie altre migliaia. Per una nemesi storica, l’isola da cui era partito, nel 1848 e nel 1860, il moto di emancipazione contro il dominio dei Borbone riscopriva le sue pulsioni separatiste ed autonomiste per contrastare l’oppressione amministrativa dello Stato italiano. La cosiddetta «rivolta del sette e mezzo» non fu, infatti, come una radicata tradizione storiografica ha voluto accreditare, soltanto la manifestazione di cieca violenza del sottoproletariato palermitano, inasprito dalla soppressione delle congregazioni religiose che aveva portato a un aumento della disoccupazione, stimabile a circa 15.000 unità nella sola Palermo, e quindi pronto a fornire, come avrebbe stabilito la Commissione parlamentare d’inchiesta, una massa di manovra formata da «feroci antropofagi», facilmente inquadrabile dalle cosche mafiose, dai loro gregari e da una «cupola» di notabili «che preferivano una Sicilia feudale a una Sicilia moderna» (I moti di Parlemo del 1866. Verbali della Commissione d’inchiesta, M.Da Passano, Camera dei Deputati, Roma 1981, pp. 103 ss.; V. Maggiorana, Il sollevamento della plebe di Palermo e del circondario nel settembre 1866, Stamperia militare, Palermo 1866; F.Brancato, Origine e carattere della rivolta palermitana del settembre 1866, in «Archivio storico siciliano», 5,1952-1953,1, pp. 139-205; P.Alatri, Lotte politiche in Sicilia sotto il governo della Destra: 1866-74, Einaudi, Torino 1954, pp. 102 ss.; F.Brancato, Sette giorni di repubblica a Palermo. La rivolta del settembre 1866, Sicania, Messina 1970. Diversamente s. lupo, Storia della mafia: dalle origini ai giorni nostri, Donzelli, Roma 2004, pp. 58 ss.; L.Riall, La Sicilia e l’unificazione italiana. Politica liberale e potere locale, 1815-1866, Einaudi, Torino 2004, pp. 7.40 ss.; L.Riall, “Il Sud. I conflitti sociali”, in “L’unificazione italiana”, Enciclopedia Treccani, pp. 140-141). Alcuni documenti coevi agli avvenimenti testimoniavano, invece, che alla sollevazione parteciparono, in posizione di primo piano, anche mazziniani, garibaldini, liberali d’ispirazione federalista e patrioti borbonici, provvisoriamente accomunati dal comune disegno di allentare se non di spezzare i legami tra la Sicilia e lo Stato unitario. In quella composita alleanza militavano gli esponenti della vecchia emigrazione politica, i quali, fin dal 1859, avevano sostenuto che l’annessione al Regno Sardo doveva essere preceduta «dalle deliberazioni di un’Assemblea siciliana in grado di stabilire i patti della dedizione, onde pur entrando a far parte della famiglia italiana del Nord, fossero rispettate le speciali esigenze alle quali la Sicilia doveva da sé particolarmente provvedere». Accanto a loro, solidali nella protesta «contro i dottrinari di Torino e di Firenze che non avevano compreso che l’arte dell’amministrare non poteva consistere in concetti astratti e uniformi applicabili dappertutto senza temperamenti o modificazioni», altri gruppi della famiglia politica risorgimentale siciliana. In primo luogo, gli uomini del Partito d’azione, i seguaci di Francesco Crispi, Rosolino Pilo, Giovanni Corrao, i reduci dell’Aspromonte, i quadri del movimento liberale dell’isola. La brutalità che accompagnò e seguì la repressione della sommossa fu presentata come la volontà di dimostrare che non si poteva più mettere in discussione l’Unità (oltre 2000 arresti e circa 127 condanne capitali, fonte wikipedia)”. pp. 212-214

I lager di Fenestrelle e San Maurizio Canavese:


“La presa di Roma costituì, inoltre, anche un fattore d’indubbio miglioramento della posizione internazionale dell’Italia (W.Halperin, Italy and thè Vatican at War. A Study of Their Relations from thè Outbreak ofthe Franco-Prussian War to the Death of Pius IX, Greenwood Press, New York 1968, pp. 66 ss), se non altro perché aveva privato Francesco II di quel «santuario» politico-finanziario che fino a quel momento aveva alimentato le speranze di rivalsa del partito borbonico (si veda la testimonianza di Francesco Crispi nel discorso, La questione romana, pronunciato alla Camera dei Deputati, il 16 dicembre 1867, in Id., L’Italia e il Papa e altri scritti, Istituto Editoriale, Milano 1880, pp. 151-152). Anche prima di quella data, l’Italia, aveva ricevuto comunque un trattamento di favore da parte delle altre Potenze, almeno per quello che riguardava gli aspetti più deprecabili della sua politica interna. Inghilterra e Francia, nel passato così critiche verso il regime carcerario riservato da Ferdinando II ai suoi oppositori, chiusero a lungo ambedue gli occhi, quando il ministero Rattazzi decise di relegare, fuori dei confini del Regno (Eritrea, Patagonia e persino il Borneo ricevendo sempre dinieghi delle potenze europee), i circa 14.000 reclusi nei lager di Fenestrelle, Pinerolo, Sestriere, San Maurizio Canavese: prigionieri di guerra borbonici, detenuti politici, abitanti di interi paesi deportati sotto accusa di brigantaggio, renitenti alla leva, cospiratori repubblicani e garibaldini catturati in Aspromonte (G.Novero, I prigionieri dei Savoia. La storia della Caienna italiana nel Borneo, Sugarco, Milano, 2011)”. p. 217


Conclusioni


“A ognuno il suo compito, però. E se al massimo garante della nostra coesione nazionale tocca quello di riannodarne i vincoli storici da tante parti rimessi in discussione, allo studioso, molto più modestamente, compete l’umile e spesso ingrato lavoro non di celebrare il passato ma di presentarlo, come esso fu, con tutte le sue ombre e le sue contraddizioni (Cicerone, De Oratore, II, ix, 15). A chi ha scelto la professione di storico non si può domandare, infatti, di unire la sua voce al coro di «politici, giornalisti, scrittori e intellettuali di varie discipline che parlano del Risorgimento come se fosse un evento accaduto ieri, carico di valori da rispettare e osservare proprio come se fossero in perfetta sintonia con la nostra vita». Né è lecito imporgli di «parlare di Garibaldi, di Mazzini, di Vittorio Emanuele n o, se è per questo, anche di Francesco n, come di leader politici per cui schierarsi prò o contro, grosso modo, come ci si può schierare prò o contro Bossi o Vendola, Berlusconi o Bersani, D’Alema o Fini» (A.M. banti, Il Risorgimento non è un mito, in «la UopubMii .1», 16 novembre 2010). Né, meno che mai, gli si può chiedere di non ricordare che l’unione politica del Sud all’Italia avvenne senza il consenso ma anzi contro la volontà della maggioranza delle popolazioni meridionali. Né, infine, è opportuno spingerlo a passare sotto silenzio come quell’«unione», che per vari decenni successivi al 1861 non fu davvero mai «unità», sia stata, in primo luogo, il risultato di un complesso e non trasparente intrigo internazionale (definito icasticamente, nel maggio del 1863, un dirty affair da un parlamentare inglese), in cui la Potenza preponderante sullo scacchiere mediterraneo contribuì a porre fine, una volta per tutte, alle velleità di autonomia del più grande «Piccolo Stato» della Penisola, giustificando una delle prime e più gravi violazioni del Diritto pubblico europeo della storia contemporanea” (p. 12).

Valutazione

Coerenza tra titolo e contenuti: ottimo (la narrazione sviluppa la trama degli intrighi internazionali dell’epoca)
Organizzazione del testo: ottimo (si poteva migliorare l’alternanza tra testo e note)
Esposizione degli argomenti: buono (la maggior parte di dati sono costituiti da fonti attendibili)
Accuratezza dei dati: ottimo (per la parte biografica si poteva fare di più, a volte non si capisce di chi si sta parlando dandone per scontato l’identità)
Tesi dell’autore e sue dimostrazioni (suggerimenti, conclusioni, obiettivi, contribuzione effettiva alla conoscenza dell’argomento): buono (le conclusioni sono la premessa al testo)
Originalità dei contenuti: buono (un’indagine sugli archivi inglesi)
Leggibilità-accessibilità (illustrazioni, grafici, impostazione paragrafi-capitoli): discreto (considerando che all’epoca la fotografia era molto sviluppata, sembra strano che non vi siano negativi sulla spedizione dei Mille)
Tempestività della pubblicazione (in relazione alla conoscenza attuale): buono (l’autore prosegue quanto fatto da alcune riviste di categoria)
Esaustività (note, bibliografia, indici e glossari): ottimo (c’è anche un’esplicita dedica a Giuseppe Galasso)
Rilevanza dell’autore (cv, istituto di riferimento, prestigio accademico): buono
Valutazione finale complessiva (apprezzamenti e limiti): buono (una traccia fondamentale per ricostruire la storia del Risorgimento che apre a nuovi orizzonti di ricerca).

Storia economica d’Italia

Mario Romani, Storia economica d’italia nel secolo XIX 1815 – 1914 con una scelta di testi e documenti, Introduzione e parte prima, Milano, Giuffrè editore, 1970. Brani scelti

La situazione economica dopo il Congresso di Vienna (1815)

Tra le prime, mentre quella del cotone (esaltata dalle eccezionali circostanze del blocco) interessa il Regno di Napoli e la Sicilia (Niccoli V., Saggio storico e bibliografico dell’agricoltura italiana dalle origini al 1900, Torino, 1902, p. 217), quelle della canapa e del lino hanno una diffusione più ampia; come, tra le seconde, olive e agrumi in rapporto a viti e gelsi. Ma se la coltivazione delle olive, molto importante in Toscana, in Puglia e nelle Calabrie, in queste ultime zone malgrado l’abolizione della feudalità dei trappeti versa in difficoltà per gli ostacoli alla esportazione dell’olio (Ricchioni V., Un pioniere « forestiero » del risorgimento agrario meridionale, in Id., Studi storici di economia dell’agricoltura meridionale cit., pp. 135-136. Per una comunità calabrese, ved. Assante F., Calopezzati. Proprietà fondiaria e classi rurali in un comune della Calabria 1740-1886, Napoli, 1964, p. 86 e per difficoltà precedenti, ved. Lepre A., Una crisi olearia verso la fine del Settecento, in Id., Contadini, borghesi ed operai nel tramonto del feudalesimo napoletano, Milano, 1963, pp. 241-268), l’agrumicoltura nel Sud, specie in Sicilia, si trova in fase di espansione, anche a scapito della viticoltura (Demarco D., Il crollo del Regno delle due Sicilie cit., p. 19). Quest’ultima, però, ha un’importanza generale ben maggiore, assolvendo dalle zone di montagna a quelle di pianura, dalle Alpi alla Sicilia, un compito primario, sia per il diretto consumo che per il mercato, e trovandosi a poter beneficiare in modo notevole della posizione di avanguardia raggiunta dalla Francia scientificamente e tecnicamente nel campo viticolo ed enologico (V. Ghisleni P.L., Le coltivazioni e la tecnica agricola in Piemonte dal 1831 al 1861, Torino, 1961, pp. 145-146 e Romani M., L’agricoltura in Lombardia dal periodo delle riforme al 1859 cit., p. 227). Anche se viene praticata con grande prevalenza non in forma specializzata ma promiscua e se i rapporti più diffusi tra proprietari e contadini non inducono questi ultimi a considerare vantaggiosi gli sforzi per il suo miglioramento, il prodotto che se ne ottiene si colloca in tutta la Penisola molto vicino al frumento per l’ampiezza degli sbocchi (Berengo M., L’agricoltura veneta cit., pp. 291-292 e 300-301). Piuttosto diversa la posizione della gelsicoltura, che, mentre regge bene in complesso sulla spinta di una tendenza espansiva già in atto da parecchi decenni nel Nord e nel Centro, è in crisi nel Napoletano, nel Molise, in Puglia, nelle Calabrie, ossia nelle zone più interessate del Regno meridionale (Lo Re A., Sunto storico della agricoltura italiana, Foggia, 1902, p. 138). Il problema dei foraggi restando il problema principale di tutte le agricolture in questione (con la solita eccezione delle aree irrigue e con quella delle zone di montagna ricche di pascoli), non vi può trovare gran posto l’allevamento del bestiame. Nella già ricordata inchiesta statistica napoletana del 1811 alla voce “Pastorizia” si chiede: «Se la pastorizia si esegua in prati colti o incolti; in questo ultimo caso se sia errante o promiscua, o in terreni chiusi e terminati. … Se la pastorizia sia di sussidio all’agricoltura o pure di nocumento, riguardata sotto tutti gli aspetti; e quale reciproco rapporto siavi tra queste due industrie » (Ricchioni V., La statistica del Reame di Napoli del 1811 cit., p. 104). p. 26

Allevamenti e pascoli

Così non solo il bestiame bovino è quanto mai scarso, ma è considerato un male necessario per le esigenze del lavoro campestre ed un vero e proprio salto di qualità separa le aree irrigue padane dalle altre, oltre che pei metodi (Il caseifìcio o la fabbricazione dei formaggi, Memoria teorico-pratica, Milano, 1837, p. 59), per il significato economico ed agronomico dell’attività, non concepita a sè stante, bensì completamente integrata con lo sfruttamento del seminativo per esaltarlo e per arricchire di una vasta gamma di prodotti le possibilità dei poderi. Naturalmente diverso per le minori difficoltà di alimentazione (trascurando gli equini ovunque del tutto al margine) lo stato degli ovini, allevati secondo i tre tipi, stanziale, in prevalenza nelle colline; semi-stanziale, nelle pianure; transumante, dove lo sverno nelle pasture salde di pianura si combina col pascolo estivo alpino od appenninico. Se il Regno di Napoli (Puglie, Abruzzi, Basilicata) gode in proposito di una preminenza ampiamente collegata al regime colturale poco intensivo, altrove la pecora comincia però ad apparire in contrasto con i presupposti stessi del progresso agricolo, come in Piemonte, in Lombardia, nel Veneto, dove tuttavia falliscono gli sforzi per la propagazione del tipo “merinos” importati dalla Spagna anche pel miglioramento delle pecore indigene, sforzi effettuati nel quadro di una visione integrata dell’allevamento (V. Dandolo V., Del governo delle pecore spagnole e italiane e dei vantaggi che ne derivano, Milano, 1804, pp. 11-13 e Id., Sulle cause dell’avvilimento delle nostre granaglie e sulle industrie agrarie riparatrici dei danni che ne derivano, Milano, 1820, pp. 220-223; cfr. Bulferetti L., L’origine delle « ispane agnelle » introdotte da V. Dandolo in Lombardia, in AA.W., Scritti storici e giuridici in memoria di Alessandro Visconti, Milano, 1955. Per il Veneto: Berengo M., L’agricoltura veneta cit., pp. 332-334). Per converso, come per la coltivazione dei gelsi, ritorna molto più favorevole al Regno italico, al Piemonte, alla Toscana, la situazione della bachicoltura, perfettamente inserita nel tipo prevalente di impiego di quelle terre asciutte e ben più in grado della bachicoltura meridionale di far fronte ai nuovi rapporti venutisi a creare col mercato francese: la produzione dei bozzoli vi appare in aumento (Romani M., L’agricoltura in Lombardia dal periodo delle riforme al 1859 cit.. pp. 44-45 e Bulferetti L., L’economia del Piemonte nel periodo napoleonico cit., p. 320; Bulferetti L., Luraghi R., Agricoltura, industria e commercio in Piemonte dal 1790 al 1814 cit., pp. 53-58 e app. F, p. 108) e si può ben pensare (parafrasando un poco il Tarle) che i produttori, pur non traendone grandi vantaggi aggiuntivi, non la realizzino a loro grande e crescente discapito (sulla crisi del setificio italico sotto Napoleone conclude il Tarle: «I fabbricanti di seterie… ne soffrivano in maniera speciale senza che d’altra parte i produttori della materia prima ne traessero grandi vantaggi; in realtà, quando l’imperatore proibiva l’esportazione della seta greggia italiana in paesi stranieri all’infuori della Francia, gli industriali francesi, divenuti padroni del mercato, ne profittavano per far ribassare i prezzi a loro piacimento» v. La vita economica dell’Italia nell’età napoleonica cit., p. 379; Romani M., L’economia milanese nell’età napoleonica, in AA. W., Storia di Milano cit., v. XIII, 1959, p. 367). pp. 27-28

Industria tessile

Da una attività agricola così vasta e varia, ma soprattutto esercitata con metodi, tecniche, risultati agronomici ed economici tanto diversi pur nel confermato e generalizzato ordinamento proprietario individuale, fluiscono accanto alle derrate consumabili e commerciabili immediatamente o previo esercizio di lavorazioni effettuate nell’ambito delle strutture rurali (grani, risi, vini, olii, agrumi, latticini), prodotti (lini, canapa, lane, bozzoli, pelli) che, oltre ad essere oggetto di trasformazione ed impieghi diretti domestico-rurali, sostengono attività autonome di trasformazione, tra le quali, come s’è già notato, dominano quelle tessili ed in particolare il setificio e il lanificio. Molto sviluppato il primo specie per le prime fasi della sua tecnologia (trattura, ossia ottenimento del filo grezzo; filatura e torcitura, ossia ottenimento del filato per la tessitura) nei dipartimenti lombardi del Regno italico e in quelli piemontesi annessi all’impero, ma condizionato nello sbocco dalla tessitura francese, non registra miglioramenti, alTini’uori di quello rappresentato dall’accoglimento del sistema Gensoul di riscaldamento col vapore dell’acqua nelle bacinelle di trattura (in luogo del fuoco diretto tradizionale), sistema importante, però, agli effetti della definitiva conferma del carattere autonomo, di fabbrica, anche della trattura della seta (V. Bulferetti L., L’economia del Piemonte nel periodo napoleonico cit., p. 321).
In posizione relativamente migliore, il lanificio, per il significato non solo civile ma anche militare dei suoi prodotti, oltre alle localizzazioni venete e toscane vede affermarsi in modo particolare quelle biellesi, bergamasche, bresciane, rifornite dalle lane di Puglia e del Lazio. Canapa e lino, invece, sono in generale in condizioni di molto maggiore arretratezza, sia per la filatura che per la tessitura, esercitate nella forma del lavoro a domicilio. Anche il cotonificio, pur sollecitato dal Sud al Nord dalle conseguenze della politica di blocco, non manifesta mutamenti in quel senso. Tuttavia in qualche ambiente, come in vai d’Olona nell’alto milanese, gli sforzi non privi di qualche precedente per introdurre i nuovi congegni per la filatura meccanica (sforzi incoraggiati anche dal Governo italico a partire dal 1810) se non portano a successi immediati, alimentano una tendenza che non tarderà a recare buoni frutti (cfr. Bondioli P., Cotonificio di Solbiate, Milano, 1940, pp. 47-49 e Romani M., L’economia milanese nell’età napoleonica cit., pp. 370 e 383). p. 28

Industria mineraria

Senza dimenticare le varie manifatture del legno per costruzioni civili, per attrezzature domestiche, pei mezzi di trasporto terrestri e marittimi, come le concerie e i lavori di cuoio e pelli, le manifatture di materiali edilizi, di stoviglie, di vetri, quelle della carta, dei generi alimentari, sparse un po’ dovunque, per completare il quadro della produzione non agricola principale, manca solo un cenno alle attività di trasformazione dei minerali. Tra queste, quella delle ferriere risalta, si è osservato, nelle circostanze create dall’egemonia francese, per il suo vigore, che si riscontra in tutti i punti-chiave tradizionali: non solo gli impianti lombardi e valdostani, ma anche l’arco dei liguri, dei toscani e dei calabresi. Nel Regno di Napoli, oltre al pieno sfruttamento del minerale locale, si ricorre anche alla importazione del minerale elbano. I vantaggi della metallurgia, però, sono strettamente legati al favore tutto particolare di cui godono le tradizionali manifatture d’armi e non si traducono in sostanziali progressi tecnico-organizzativi (Frumento A., Imprese lombarde nella storia della siderurgia italiana cit., pp. 27-29). Su di un piano ben diverso, perchè di rilievo quasi esclusivo per la Sicilia, si appresta infine a far fronte alle nuove richieste scaturenti dalle applicazioni della “nuova chimica” lo sfruttamento dei terreni solfiferi (Squarzina F., Produzione e commercio dello zolfo in Sicilia nel secolo XIX, Torino, 1963, pp. 21-22).
In tali condizioni d’insieme, con gli interessi commerciali sconvolti dai continui colpi di testa politici e militari e dallo spirito di speculazione fiorito tra i generali divieti e contrabbandi, con le risorse finanziarie rese più che mai prudenti nei confronti di ogni impiego non terriero e non edilizio (una riprova si ha nel naufragio del tentativo di istituire nel Regno italico una “Banca di circolazione”, tentativo ricostruito da Bachi R., Una pagina di storia bancaria italiana; Tentativi di Giuseppe Prina per l’istituzione di una banca d’emissione nell’Italia napoleonica, in «Rivista di storia economica», II, 1937, n. 3), le economie della Penisola (ben diverse pur nella sostanziale omogeneità di struttura e di orientamenti), nella certezza di finirla con le preoccupazioni derivate dai sogni napoleonici, si dispongono a riprendere in pace il cammino dell’espansione agricola (L’espressione è del diarista milanese Mantovani, cfr. Romani M., L’economia milanese nell’età napoleonica cit., p. 389). p. 29

Altre fonti

Oltre ai contributi già citati, si vedano su questi anni (1800-1815) i seguenti: Barbero G., La vita economica del dipartimento dell’Agogna durante la dominazione napoleonica, in « Bollettino storico per la provincia di Novara», XLII (1951); Boccolari G., Aspetti dell’industria e del commercio a Modena dall’età napoleonica al 1859, in AA.VV., Aspetti e problemi del Risorgimento a Modena, Modena, 1963; Bulferetti L., L’economia piacentina nel periodo napoleonico, in « Studi parmensi », IX (1959), I; Caldora U., Calabria napoleonica (1806-1815), Napoli, 1960; Ciano C., La vita agrìcola e le culture sotto il Dipartimento del Mediterraneo (1808-1814), Milano, 1960; Cassese L., La «statistica» del Regno di Napoli del 1811. Relazioni sulla provincia di Salerno, Salerno, 1955; Corsini C.A., Aspetti demografici deU’Italia nel periodo napoleonico: la mortalità infantile, in c Genus », XXII (1966), n. 1-4, pp. 185-223; Cuccoli M. P., Artigiani, commercianti ed industriali a Bologna nell’età napoleonica, in « Bollettino del Museo del Risorgimento » di Bologna, V (1960).

L’agricoltura a nord e a sud

Di fronte a un equilibrio tanto stabile da non essere nel suo insieme neppur sfiorato da apprezzabili motivazioni al cambiamento, pur negli intensi, continui contatti coi principali paesi europei ormai in piena crisi di struttura, il pensiero corre spontaneo alle condizioni del suo permanere rappresentate dalle possibilità di consumo globalmente offerte e, più in generale, dalle condizioni di vita e di lavoro dei ceti popolari che lo sostengono. Nessun dubbio, malgrado gli ostacoli insormontabili che lo stato delle fonti oppone ad una valida e generale quantificazione, sulla grande prevalenza in questi ceti dei rurali in senso stretto, ossia degli addetti ai lavori agricoli ed alla pastorizia: secondo una statistica del 1824 relativa alla parte continentale del Regno delle due Sicilie, su cento maschi adulti (esclusi gli abitanti di Napoli, il clero, i militari e i puri possidenti) circa 85 erano addetti a tali attività (Petroni R., Censimento ossia Statistica de’ Reali Domini di qua dal Faro del Regno delle Due Sicilie, Napoli, 1826, cit. in Galasso G., Lo sviluppo demografico del Mezzogiorno prima e dopo l’unità, in Id., Mezzogiorno medievale e moderno, Torino, 1965, p. 313 e tab. 2, p. 420), la stessa percentuale stimata per il gruppo dei dipartimenti lombardi del Regno italico circa un ventennio prima e non certo mutata se Carlo Cattaneo nel 1836 la calcolava, sui dati della statistica ufficiale, nell’83% (Romani M., L’agricoltura in Lombardia dal periodo delle riforme al 1859 cit., p. 13 e note ivi). Nessun dubbio, pure, sulle condizioni di estrema miseria in cui queste masse contadine vivevano, in forza dei regimi fondiari e dei contratti agrari prevalenti, sia nelle zone di “piccola” che in quelle di “grande” coltura: dal contadino piccolo possessore, al mezzadro, al piccolo affittuario o subaffittuario, a quelli titolari di rapporti misti di affitto con canone in natura e partecipazione per alcuni prodotti, ai salariati fissi o agli avventizi, tutti riuscivano a stento a trarre dal loro lavoro di che alimentarsi scarsamente e malamente vestirsi ed abitare, oberati in continuità dalla posizione debitoria verso il padrone o dalla impossibilità di ottenere una occupazione ed un guadagno non saltuari. Le carestie degli anni 1816-1817 e la discesa seguente dei prezzi dei prodotti più importanti rivelano, col loro inevitabile incidere diretto ed indiretto (le rendite che diminuiscono, la necessità di svendere, i canoni in natura che aumentano, l’appesantimento delle clausole contrattuali, le anticipazioni che non si fanno, la caduta della domanda di giornate lavorative) la gravità di una situazione senza margini già accettata da tempo come parte dell’equilibrio generale o insorta più di recente in termini accentuati (v. Demarco D., Il crollo del Regno delle due Sicilie, pp. 124-133). pp. 55-56

Il nord

Il panorama che lo stato degli studi e delle fonti rende quanto mai arduo precisare, rivela desolanti tratti comuni, sia quanto al livello ed alla qualità dei consumi alimentari, che dei consumi essenziali di altra natura. Le malattie sociali come la pellagra colpiscono con intensità maggiore in Lombardia (Strambio G. jr., La pellagra, i pellagrologi e le amministrazioni pubbliche. Saggi di storia e di critica sanitaria, Milano 1890, pp. 540 sgg. V. anche Cherubini F., Considerazioni agrario-statistiche sulle cause rimote probabili della pellagra, in «Rivista Europea», Milano, 1846, 2° sem., pp. 426 sgg. e bibl. ivi), l’esposizione degli infanti legittimi appare in crescita (Secondo il medico Andrea Bufifini (specialista in materia avendo diretto la casa dei trovatelli in Brescia e la Pia Casa degli esposti di S. Caterina alla ruota in Milano) su 100 entrati in quest’ultimo ospizio, o per mezzo del « torno » o per diretta presentazione, il numero dei legittimi nel periodo 1830-1843 passa da 63 a 71 all’anno, con una continua crescita: Ragionamenti storici economico-statistici e morali cit., I, app. tav. XXIII e p. 145), l’accentuarsi dell’endemico scarso rispetto della proprietà altrui, porta in primo piano la pratica dei furti campestri, estrema manifestazione di resistenza contro l’affermarsi dell’individualismo agrario. Riferendosi alla Lomellina (provincia di Pavia), un socio dell’ « Associazione agraria » di Torino, Giovanni Josti, scriveva nel 1844: «Perchè l’agricoltura fiorisca in un paese, chi semina deve essere sicuro di raccogliere. Le grandi proprietà concentrate si difendono, ma le piccole sono preda di un barbaro vandalismo, e vi hanno Comuni dove non si pianta più per disperazione, e dove non si semina, o si raccoglie immaturo per tanto disordine. Noi tutti conosciamo la grandezza di questo disordine. Qui non ha luogo l’iperbole. Bisogna avere il coraggio di confessarlo; sappialo il governo, sappianlo i Comuni, sappialo il popolo, che il disordine sociale eccede la misura e che un simile stato di cose non può durare » (Josti G., Dello stato attuale dell’agricoltura in Lomellina, in « Gazzetta della Associazione agraria», Torino, II, 1844, n. 25, p. 210). p. 76

Il sud

« I contratti di migliorìa, coi quali fu attuata la trasformazione in agrumeti di molti terreni incolti o malcoltivati, erano quasi sempre molto pesanti per i contadini. In Calabria questo contratto durava in genere otto anni: nei primi tre il colono non pagava fitto o ne pagava uno bassissimo, aveva l’obbligo di piantare gli alberi e, in attesa che questi crescessero, viveva degli ortaggi che riusciva a coltivare temporaneamente nel fondo; negli anni successivi pagava un fitto in danaro, in natura o misto, alla fine restituiva il fondo al padrone e riceveva in cambio soltanto una frazione (in genere un terzo) della differenza tra il prezzo di stima del fondo prima del miglioramento e quello del fondo migliorato. Ma poiché quasi sempre durante gli otto anni il proprietario aveva dovuto fare al colono delle anticipazioni per l’acquisto di piante, di concime, o di altre cose necessarie per la coltivazione o per la vita del colono e della sua famiglia, avveniva che alla resa dei conti il proprietario stesso si compensasse detraendo le somme prestate, aumentate di elevati interessi, dalla somma dovuta al contadino per il miglioramento; perciò spesso restava ben poco al colono dopo otto anni di duro lavoro, mentre il padrone riceveva con poca spesa una proprietà grandemente aumentata di valore. Ancora più esteso era il contratto detto a godimento, molto diffuso in Terra di Bari, soprattutto nelle zone pietrose delle Murge. Esso durava dieci anni ed era caratterizzato dal fatto che il colono aveva l’obbligo di piantare olivi, viti e mandorli senza dovere alcun fitto al proprietario; alla fine, cioè proprio quando una parte delle piante cominciavano a rendere, il colono, che durante dieci anni aveva curato faticosamente la loro crescita sostenendosi a malapena col magro rendimento dei legumi o dei cereali coltivati fra gli alberi, doveva restituire il fondo al padrone, senza alcun compenso per il notevolissimo miglioramento apportato » (Candeloro G., Storia dell’Italia moderna cit., II, p. 315). p. 76

Lo sfruttamento della manodopera a nord e a sud

Mentre dal Piemonte all’Emilia queste preoccupanti espressioni di un disagio profondo si riteneva fossero per lo più collegate al diffondersi della “grande” coltura a conduzione proprietaria o con affitto a puro imprenditore ed impiego di mano d’opera salariale stabile ed avventizia, diffusione che rendeva evidente in concreto (liberando mano d’opera) il disimpiego di forza di lavoro occultato dalle varie forme semplici e miste di mezzadria e di piccolo affitto (Prato G., Fatti e dottrine economiche alla vigilia del 1848 cit., pp. 335-339. Per la questione nel Modenese, Poni C., Aspetti e problemi dell’agricoltura modenese cit., pp. .166-169; nel Bolognese, Poni C., Carlo Berti Pichat e i problemi economici e sociali delle campagne bolognesi cit., pp. 749-771 e Demarco D., Il tramonto dello Stato pontifìcio cit., pp. 58-59), in altri Stati lo stesso disagio si rivelava con prevalenza in altre forme, dominate dalla ancor vicina rottura dell’equilibrio fondiario-agrario di sfruttamento collettivo e dalle sue conseguenze pei contadini, nell’ambito della stazionarietà tecnico-produttiva prevalente. Per la stessa pianura lombarda (certamente non interessata a processi nuovi di diffusione della grande coltura) scriveva nel 1851 Stefano Jacini: «Tutta la Lombardia piana, specialmente ad oriente dell’Adda, è talmente colpita di questa calamità (i furti campestri), che, se si potesse esprimere con cifre la gravezza del male prodotto alla proprietà fondiaria da ciò, sembrerebbero incredibili. La foglia dei gelsi, il grano turco vicino a maturanza, la legna, l’erba dei prati, si considerano in molti territorii come perduti per metà dagli agricoltori a cagione dei furti. … Come mai basterebbero ad impedirlo pochi gendarmi e poche guardie comunali? In alcuni villaggi poi i furti campestri sono appena considerati come trasgressioni, e non ne fanno mistero nemmeno i colpevoli. Molti dei quali del resto in ogni altra cosa agiscono onestamente ». E in relazione al provvedimento del 1839 per l’alienazione dei terreni comunali nella zona di montagna : « Alcuni Comuni lo interpretavano male, o prendevano risoluzioni atte a renderne impossibile la vera applicazione; altri minacciavano di resistere perfino colla forza all’innovazione e si dichiaravano disposti ad incontrare qualunque calamità, piuttosto che a desistere dalle secolari consuetudini. … sembrava a quei valligiani che d’allora in avanti sarebbe stata tolta la concimazione ai loro campicelli, che essi non avrebbero più trovato foraggio per il loro bestiame in quei luoghi in cui, per essere le malghe affittate regolarmente ai mandriani, non rimane disponibile che il pascolo nei boschi. £ Si vendano pure i fondi comunali, dicevano essi, noi avremo il diritto di rubare la legna’» (La proprietà fondiaria cit., pp. 95 e 164-165). Nel Regno delle due Sicilie: « Le condizioni dei contadini, soltanto apparentemente migliorate dopo le prime quotizzazioni demaniali, sono peggiorate …: non adottato alcun provvedimento per affrontare le conseguenze derivate dalla limitazione dell’esercizio degli usi civici e per mettere i quotisti assegnatari nelle condizioni di coltivare le terre loro assegnate, si sono consentiti gli abusi dei ricchi galantuomini i quali, ricorrendo ad ogni mezzo, continuano, prepotentemente, ad accrescere i propri beni fondiari … Costretto a vivere una vita precaria, fatta di stenti e di apprensioni continue, ed impotente ad opporsi al sistema che caratterizza la vita economica e sociale …, il contadino, “avvilito sotto il peso della fatica e della miseria, è naturalmente spinto a gittarsi nel vizio per sopravvivere ai bisogni suoi e della sua famiglia” (Delle cose esposte da alcuni Intendenti delle Province del Regno di qua dal Faro ne’ discorsi tenuti ai Consigli Provinciali dell’anno 1837, in « Annali civili del Regno delle Due Sicilie », LXXI, settembre-ottobre 1837, pp. 8 ss). Prostrato da questo inumano sistema di vita, continua ad illudersi che soltanto il possesso della terra potrà migliorare le sue condizioni ed anziché pretendere migliori condizioni sociali che valgano a modificare quel sistema … aspira soltanto a divenire proprietario di quelle terre che l’avidità dei galantuomini gli ha sottratto e che non sarà mai nelle condizioni di conservare e di far produrre » (Pedio T., Contadini e galantuomini nelle provincie del Mezzogiorno d’Italia durante i moti del 1848, Matera, 1963, pp. 36-41). pp. 77-78

Lo sfruttamento della manodopera/2

Della tremenda capacità di blocco d’ogni sostanziale miglioramento agricolo insita in un simile stato di cose, si sono già avute in precedenza le prove in termini di produzione e di rendimenti unitari. Contadini e galantuomini (liberali) in radicale conflitto per la mera appropriazione dei suoli, senza risorse da investire o senza volontà di investirle e senza competenza per rendere più feconde le combinazioni produttive; proprietari tra i più avveduti che si limitano ad individuare in una ambigua restaurazione mezzadrile il rimedio principe al disimpiego del lavoro contadino (una restaurazione di quella mezzadria che altri avvedutissimi proprietari considerano ostacolo oggettivo all’aumento dei rendimenti ed alla riduzione dei costi unitari non più procrastinabili); proprietari dello stesso tipo che nel cuore delle aree di maggiore accumulazione (dove la natura dei patti agrari e la densità della popolazione rurale consentono un radicale sfruttamento della mano d’opera) non prestano la minima cura alle voci autorevoli che da tempo invocano riforme nei patti più in uso in nome di una ben intesa (e quindi non solo a breve andare) convenienza agronomica ed economica della proprietà terriera: da una sterilità simile di atteggiamenti certo sul piano economico-produttivo non può scaturire che il più o meno facile seguito delle ben diverse attitudini dei suoli di cui si è detto ripetutamente. Ma anche in termini economico-sociali le conseguenze di tali atteggiamenti si rivelano quanto mai negative. p. 78

Le rivolte contadine a nord e a sud

Mentre i singoli mercati interni continuano ad essere caratterizzati dalla stazionaria produttività e dal vuoto della domanda contadina, mentre la domanda estera continua a dominare il quadro complessivo degli sbocchi, i rapporti tra i gruppi che prevalgono nelle singole società in posizione egemonica ed in posizione subalterna, proprietari e contadini, tendono a deteriorarsi, avviando un processo non destinato a rapido esaurimento. Se continuano, anzi se si intensificano gli interventi di beneficenza sia sul piano delle idee (Cossa L., Saggio di bibliografia delle opere economiche italiane anteriori al 1849 sulla teoria della beneficenza, in Id., Saggi bibliografici di economia politica, Bologna, rist. 1963, pp. 97-102) che su quello dei fatti, si profila nel Regno delle due Sicilie una crescente partecipazione delle plebi rurali, per fini di mera sovversione dell’ordine proprietario ai moti che altri promuove per aspirazioni di rivolgimento politico ben lontane dalla comprensione contadina (Francovich C., L’azione rivoluzionaria risorgimentale e i movimenti delle nazionalità in Europa prima del 1848, in AA. VV., Nuove questioni di storia del risorgimento cit., I, pp. 504-506 e Ip., Il dibattito storiografico intorno alle correnti socialiste del Risorgimento, in AA. W., Il movimento operaio e socialista. Bilancio storiografico e problemi storici. Atti del Convegno promosso da « Mondo operaio », Firenze, 1963, Milano, 1965, p. 74. Sugli italiani che tra il Sette e l’Ottocento elaborarono proposte di riforma sociale incidenti nell’ordine proprietario v. Cantimori D., Utopisti e riformatori italiani. 1794-1847, Firenze, 1943, pp. 19-20; Bulferetti L., Socialismo risorgimentale, Torino, 1949, pp. 73 sgg.; nonché le notizie raccolte nell’app. A, “Le idee socialiste in Italia fra il 1815 e il 1860” di Salvemini G., Mazzini, in Id., Scritti sul Risorgimento, a cura di P. Pieri e C. Pischedda, Milano, 2a ed., 1963, pp. 241-245 e Berti G., La dottrina pisacaniana della rivoluzione sociale, II, in « Studi storici », I, 1959-1960, n. 2, pp. 303-308); assume forme violente il vagabondaggio nelle campagne bolognesi (Poni C., Carlo Berti Pichat e i problemi economici e sociali delle campagne bolognesi cit., pp. 751-755. Dal 1843-1845 sono i moti di Romagna e di Rimini, con bande armate che battono le campagne. Sull’indifferenza rurale verso quelli di Parma del 1831, Spaggiari P.L., Problemi dell’agricoltura e commercio dei grani negli Stati Parmensi nella prima metà dell’800 cit., p. 355); in Lombardia i tumulti annonari del febbraio 1847 rivelano ai sorpresi e preoccupati possidenti elementi di turbamento della facile prosperità agricola ai quali non si era mai voluto pensare (il riferimento è ai moti del 1846 dei contadini ruteni contro i feudatari polacchi, sfruttati dal governo di Vienna contro le aspirazioni nazionali di questi ultimi). pp. 78-79

La lotta di classe a nord e a sud

Questo delicato stato di cose non manca di rendere carica di ambiguità la condotta e la partecipazione dei due ceti nella grande crisi politica del 1848, sia nel Mezzogiorno che in Lombardia (Della Peruta F., I contadini nella rivoluzione lombarda del 1848, in « Movimento operaio », V, 1953, n. 4, pp. 525-575. Ivi, pp., 574-575), come non manca di accentuare quotidianamente l’avversione delle popolazioni di campagna verso i soli aspetti della vita pubblica e dell’ordinamento politico che sono capaci di sollecitare le possibilità di comprensione di quel mondo: gli arcaici tributi che lo colpiscono, dall’imposta personale (su questo tributo che colpiva gli abitanti dei comuni, non soggetti ai dazi di consumo, del Lombardo-Veneto tra i 14 e i 60 anni solo ai salariati della bassa pianura lombarda era pagato dai «fittavoli»; venne abolito il 31 maggio 1848 dal maresciallo Welden nel Veneto ed il 25 giugno dal Governo provvisorio di Milano, v. Della Peruta F., Le condizioni dei contadini lombardi nel Risorgimento cit., pp. 266-267 e Berengo M., L’agricoltura veneta cit., pp. 63-74. Per ii tributo personale nel Ducato di Parma, Spaggiari P. L., Economia e finanza negli Stati parmensi cit., pp. 141-142), a quella sulla macinazione dei grani (Zangheri R., L’imposta sul macinato nella finanza degli Stati italiani fino all’Unità, in « Rassegna storica del Risorgimento », XLIV, 1957, fase. II-III, pp. 514-521; circa il conflitto in Sardegna tra i pastori ed i proprietari che si erano affrettati ad avvalersi delle norme sulla chiusura delle terre v. Bulferetti L., Prefazione, in Del Piano L., Antologia storica della questione sarda cit., pp. VI-VII e Id. e Boscolo A., Profilo storico economico della Sardegna cit., pp. 127-129), al prezzo di monopolio del sale (il condimento di maggiore e necessario consumo). pp. 79-81

La miseria al nord

« Nei distretti ne’ quali la pellagra è più diffusa, i contadini trovansi a tale estremo di miseria, da non poter far uso neppure della polenta. Essi dicono che di questo cibo, perchè dolce, se ne farebbe consumo troppo largo, non compatibile coll’ordinaria penuria ch’essi hanno del grano turco; anzi aggiungono essere per lo stesso motivo che mettono gran copia di lievito nel loro pane. Una moderata copia di pane acido, dicono essi, basta a satollarci, … Il riso e le paste di farina bianca non sono conosciute che rarissima volta nell’anno: la loro zuppa è costituita dal pane acido, con cavoli o con fagiuoli quando ne possono avere dal loro campo. L’ordinario condimento è l’olio di ravettone, rarissime volte il lardo, qualche volta un poco di latte. Quando usano del lardo o del latte, fanno al tutto risparmio di sale; e quando mancano di lardo, di latte, di olio, il solo condimento della zuppa consiste nel sale » (Strambio G. e Ambrosoli G., Igiene, in AA. W., Milano e il suo territorio, Milano, 1844, I, p. 266, n. 1). p. 81

Beneficenza e mutualità

Ben 53 sono, ad esempio, le Casse di risparmio che sorgono tra il 1827 ed il 1848 un po’ dovunque, tranne che nel Meridione (v. Le Casse ordinarie di risparmio in Italia dal 1822 al 1904. Notizie storiche presentate all’esposizione di Milano del 1906 a cura del Ministero d’Agr., Ind. e Comm., Roma, 1906, quadro A, p. 605; sul fallimento dell’unico progetto di una Cassa riunita di risparmio, assicurazione ed incoraggiamento sotto forma di società anonima v. Spaggiari P. L., Una Cassa di risparmio progettata a Parma nel 1828, in «Archivio storico per le province parmensi », 4a s., VIII, 1956, pp. 129-155, v. in Piemonte Eandi G., Sulle Casse di Risparmio stabilite nei Regi Stati di Terraferma, sui loro risultamenti e suoi modi di favorirne l’incremento. Dissertazione, in « Memorie della Reale Accademia delle Scienze di Torino», II, VI, 1844, pp. 261-313; in Lombardia, Jacini S., La proprietà fondiaria cit., p. 385; nel Bolognese, Piscitelo E., Aspetti di vita economica bolognese cit., p. 731). Lo stesso si può osservare per l’altra principale manifestazione di beneficenza, gli asili o scuole d’infanzia (v. Greenfield G. K., Economia e liberalismo nel Risorgimento cit., pp. 328-336 e, più in generale, Gambaro A., Calò G., Agazzi A., Ferrante Aporti, Brescia, 1962, pp. 77-78; per un esempio di interventi sistematici tendenti a far fronte alle più crude esigenze del pauperismo, v. invece Manzotti F., Alcuni aspetti della politica economico-sociale di Francesco IV e Francesco V d’Este a Reggio, in « Rassegna storica del Risorgimento », XLIV, 1957, fase. II-III, pp. 440-442). pp. 78-79

I comunisti prima di Marx

Con il termine “comunisti” nel 1845 si denominano in Italia meridionale coloro che, senza proporsi la trasformazione dello Stato e la abolizione della proprietà privata, né il sopravvento di una classe sulle altre, aspirano semplicemente alla spartizione delle terre demaniali ed alla reintegrazione di quelle usurpate dagli antichi baroni, dagli enti religiosi possidenti e, soprattutto negli ultimi tempi, dalla nuova borghesia terriera. Non già quindi di ispirazione socialista, nel senso marxista della parola, quel movimento contadino dal quale i ricchi galantuomini si vedono minacciati nel possesso delle loro terre. … Nelle provincie meridionali non sempre, però, ci si avvale, durante i moti politici del 1848, dell’apporto che al movimento liberale potrebbero dare i contadini. …Di fronte alla eventualità che il movimento liberale si inserisca autorevolmente nelle manifestazioni contadine allo scopo di servirsene per i propri fini, gli esponenti del potere centrale nelle provincie intervengono per prospettare il pericolo che potrebbe derivare da questo atteggiamento. E mentre in alcune provincie l’elemento moderato, allo scopo di evitare le rivendicazioni dei contadini sulle terre demaniali usurpate, sollecita l’intervento delle autorità costituite per le immediate quotizzazioni delle terre demaniali che, se ancora ritardate, potrebbero provocare seri e gravi incidenti, da Napoli, quando già si vanno nettamente delineando nelle provincie i contrasti tra moderati e radicali di fronte al movimento contadino che va assumendo vaste ed incontrollate proporzioni, vengono impartite disposizioni per impedire che le richieste degenerino in inconsulte e violente manifestazioni popolari. … Delineatisi i contrasti tra le varie correnti liberali, i moderati, che, legati agli interessi della ricca borghesia, si sono preoccupati di assumere localmente il controllo della Guardia Nazionale per servirsene come massa repressiva contro chiunque possa opporsi alle loro aspirazioni, non nascondono più il profondo sentimento di diffidenza e di paura che nutrono nei riguardi delle masse contadine. E, quando queste iniziano le loro tumultuose agitazioni, assumono una posizione di netta ed aperta ostilità di fronte alle loro aspirazioni e, prospettando le conseguenze che anche sulla piccola borghesia provinciale potrebbero avere quelle rivendicazioni, riescono sostanzialmente ad isolare coloro che aspirano al possesso dei terreni usurpati dai ricchi proprietari » (Pedio T., Contadini e galantuomini nelle provincie del Mezzogiorno d’Italia durante i moti del 1848 cit., pp. 42-44. In proposito, v. anche: Basile A., Manifestazioni popolari nel 1848 in Calabria, in «Archivio storico per la Calabria e la Lucania», XXVIII, 1959, pp. 61-75; Id., Risoluzioni di grazia di Ferdinando di Borbone a favore degli abitanti di tre paesi di Basilicata, rei d’invasione di terre nel 1848, in id. id., pp. 245-255; Id., L’occupazione d’una miniera di sale in Calabria citra nel 1848, id. id., XXIX, 1960, pp. 37-45; Id., Il moto contadino nel Napoletano ed il ministero del 3 aprile 1848, in « Rivista storica del socialismo », III, 1960, pp. 789-805; Cassese L., Contadini e operai del salernitano nei moti del quarantotto, in « Rassegna storica salernitana », IX, 1948, pp. 5-74; Cestaro A., La questione delle terre « quarte » e le agitazioni contadine in Eboli dal 1835 al 1861, in «Rassegna storica salernitana», XIV, 1953, pp. 137-157; D’Alessandro A., Le occupazioni di terre in Basilicata nel 1848-1849, in « Società », XIII, 1957, pp. 95-101; De Giorgio D., Aspetti economici e sociali del moto del 1848 in Calabria, in « Historica », V, 1952, pp. 204-211, VI, 1953, pp. 16-20 e 74-79; Demarco D., Le rivoluzioni italiane del 1848, in AA. VV., Studi in onore di Gino Luzzatto, Milano, 1950, III, pp. 74-77; Palumbo P. F., Aspetti sociali dei moti del 1848 sul continente e in Sicilia, in AA.VV., Atti del congresso di studi storici sul ’48 siciliano, 12-15 gennaio 1948, Palermo, 1950; Quazza G., La paura del comuniSmo a Napoli nel 1848-49, spunti inediti, in « Nuova rivista storica», XXXII, 1948, pp. 217-231; Valente G., Le condizioni e i moti dei contadini in Sicilia nel 1848, in «Rassegna storica del Risorgimento», XXXVIII, 1951, pp. 679-690). pp. 79-80

La miseria in Lombardia

In tutta la pubblicistica del 1848 nel lombardo-veneto si cita la consapevolezza piena del rapporto tra rivoluzione nazionale e realtà contadina: « Mentre in Francia dove l’industria raggiunse un’alta importanza nella pubblica economia, la quistione sociale fra ricco e povero sorse prima e più imponente nelle città sotto aspetto di quistione del lavoro e delle mercedi ne’ rapporti dell’operaio col capitalista, in Lombardia all’incontro, dove l’agricoltura è precipua fonte di ricchezza, la controversia sociale potrebbe più presto pronunziarsi di mezzo al popolo di contado sotto aspetto di quistione delle affittanze ne’ rapporti del colono col proprietario. … Si consideri la loro (dei contadini) ignoranza, il loro idiotismo, la loro vita tutta meccanica, od al più animale senza che alcuno si occupi della loro istruzione, sotto la sferza d’un orgoglioso fittaiuolo presto a battere il bue come il contadino, e si vedrà chiaro, in tanto avvilimento e senza speranza di risorgere, come noi siamo ingiusti quando chiediamo ad essi sacrifici per la patria che conoscono tanto matrigna, e loro inspiriamo per essa il coraggio che hanno per sempre perduto » (Sulle condizioni economico-morali del contadino in Lombardia, in « Italia del popolo », 20 luglio 1848). pp. 80-81

Demografia al nord

Un altro piano su cui si riflettono le peculiari vicende della ruralità dominante, e con implicazioni di grande importanza per l’equilibrio generale, è quello demografico. Quasi nessun cambiamento sembra infatti verificarsi nel regime tradizionale. Le stime più attente e meglio fondate sulle risultanze delle fonti (non solo molto variamente consistenti ed attendibili, ma anche poco studiate) mentre inducono per quanto hanno già mostrato ad escludere la possibilità di interpretazioni radicalmente contrastanti (Travaglini V., La popolazione italiana nel secolo anteriore all’unificazione del Regno, Padova, 1933), rivelano una evoluzione non assimilabile ad una “esplosione” (…) Ben a ragione il Cattaneo così si esprimeva: «la mortalità in Lombardia è tuttavia maggiore assai che in Inghilterra, in Francia e nel Belgio» (Politecnico, I, 1939, pp. 29-52). p. 82

L’industria

Assente l’agricoltura, assenti i trasporti marittimi in cui dominano incontrastati il legno e la vela (Marchese U., L’industria ligure delle costruzioni navali dal 1816 al 1859, in «Archivio economico dèll’unificazione italiana», v. VII, f. 1, Roma, 1957, p. 11 e Gabriele M., L’industria delle costruzioni navali nei territori dello Stato Pontifìcio cit., p. 24), un contributo veramente efficace poteva venire in sostanza da un notevole aumento dell’impiego di macchine nel preponderante campo tessile. Ma è proprio a questo proposito che si deve registrare una cospicua mancanza di sviluppi, non venendo meno agli occhi dei più il carattere marcatamente eretico della filatura meccanica del cotone – “industria fittizia e forzata” secondo il Correnti (Correnti C., Sul lavoro dei fanciulli negli opifìci italiani. Voto della Commissione nominata nel V Congresso degli scienziati, in Scritti scelti cit., I, p. 314) – pur già introdotta in alcuni ambienti (Zaninelli S., L’industria del cotone in Lombardia cit., cap. II e Castronovo V., L’industria cotoniera in Piemonte nel secolo XIX cit., pp. 154-155 e 162-163. Sulla lana, Castronovo V., L’industria laniera in Piemonte nel secolo XIX cit, pp. 211-214 e 229-231). Per la Lombardia intorno al 1840 le risultanze di una apposita inchiesta governativa così sono state compendiate : « L’introduzione dei fornelli a vapore per la trattura della seta, delle macchine per la filatura meccanica del cotone, degli impianti per la produzione continua della carta sono ancora una eccezione, rilevante non tanto per il cotonificio (che rappresentava di per sè una novità per l’ambiente sia sul piano economico che tecnologico) quanto per il setificio, in quanto si trattava dell’attività che pure costituiva un punto di forza dell’edificio industriale e commerciale lombardo: nella provincia di Como, su 137 esercizi rilevati, solo 6 avevano adottato apparecchiature a vapore per la trattura dei bozzoli. L’esistenza di poche fabbriche, la maggior parte delle quali poste nella città di Milano ed una sola nei Corpi Santi della stessa, per la costruzione di macchine a vapore e di macchinari in genere per l’industria tessile, costituiva la prova più convincente di una situazione in cui la tradizione dominava ancora quasi incontrastata » (Zaninelli S., L’attività manifatturiera lombarda nel 1840, in « Archivio storico lombardo», XC, 1963, p. 507. Ivi, n. 50). E per gli altri Stati non si registrano differenze degne di nota. Le «… torri informi di legno che s’adoperano da quasi tutti i nostri torcitori per porre in moto i loro fusi… » denunciate nel 1847 dal conte di Cavour, ben testimoniano la stazionarietà tecnica del setificio piemontese (Scritti di economia 1835-1850, pp. 260-280), pure alla testa, con quello lombardo, dell’intera Penisola (per il setificio nel Regno meridionale, Demarco D., Il crollo del Regno delle Due Sicilie cit., pp. 53-56; Carano-Donvito G., Le manifatture del Reame nella esposizione del 1834 in Napoli, in AA. VV., Studi in onore di Gino Luzzatto cit., Ili, pp. 38-39; per lo Stato Pontificio: Volta A. M., Artigiani, commercianti e industriali a Bologna dal 1824 al 1859, in «Bollettino del Museo del Risorgimento», Bologna, V (1960), parte seconda, pp. 1163 e 1166; Boccolari G., Aspetti dell’industria e del commercio a Modena cit., p. 89; Bonelli F., Il commercio estero dello Stato pontifìcio cit., pp. 83-84). Così, se qualche aumento segna il numero dei « macchinisti » locali e degli audaci imprenditori in buona parte stranieri che cercano di inserirsi imitando le macchine importate più semplici (sui pionieri in Piemonte, ved. Abrate M., L’industria siderurgica e meccanica in Piemonte cit., pp. 173-180;), non mancano i filatori di cotone che devono provvedere direttamente alle loro esigenze diventando anche meccanici, mentre a quelle più immediate di riparazioni connesse alle prime costruzioni ferroviarie (il business del XIX secolo) devono provvedere gli appaltatori stranieri come l’inglese John Alfred Pattison a Napoli nel 1840 (Arch. di Stato, Napoli, f. Agricoltura, Industria e Commercio, fasc. 239, Industria manifatturiera ed Arti). pp. 102-104

Il ferro inglese

« La tendenza a una politica protezionistica più moderata negli anni ’40 può essere illustrata dal caso delle importazioni di ferro nel Lombardo-Veneto. Nel 1843 la ditta milanese Balleydier richiese alla Hofkammer il permesso di importare dall’Inghilterra del ferro fuso a dazio ridotto per costruire una fonderia e impianti per la produzione di attrezzi fuori Milano. La Hofkammer riconobbe che lo sviluppo di una industria meccanica nel Lombardo-Veneto era ormai indispensabile dato lo sviluppo industriale che la regione aveva raggiunto e dato il costante aumento delle importazioni di macchinari stranieri in Lombardia. La Hofkammer, in seguito, fece presente che la Monarchia non era in grado di fornire i macchinari alle industrie lombarde poiché le richieste di macchinari da altre parti della Monarchia erano di gran lunga superiori alle possibilità di produzione interna. I macchinari inglesi erano meno costosi e più facilmente disponibili. Il ferro prodotto in Lombardia era troppo fragile per la costruzione di macchinari e, d’altra parte, il ferro austriaco proveniente dalla Stiria e dal Tirolo aveva un prezzo troppo alto dovuto agli elevati costi di trasporto. La distanza da Klagenfurt a Milano era quattro volte la distanza da Milano a Genova e il ferro fuso inglese a Milano, beneficiando del minor costo di trasporto per mare fino a Genova, costava meno della metà del ferro fuso proveniente dalla Stiria e dalla Carinzia. Il prezzo del ferro inglese a Milano era di 16,18 Lire austriache per Zentner viennese contro le 35,64 Lire austriache per il ferro della Stiria e le 35,43 Lire austriache per il ferro della Carinzia. La Hofkammer quindi accordò che fra il 1843 e il 1848 fosse importato del ferro nel Lombardo-Veneto pagando la metà del dazio normale ». (Glazier I. A., Il commercio estero del Regno Lombardo-Veneto cit., pp. 24-25). Sulle riduzioni del 1846 nel Regno delle Due Sicilie per alcuni tipi di ferro lavorato, lamiere, fili, cerchi, dopo quella del decreto reale 24 giugno 1832 sul ferro greggio da ducati 5,50 a 4,50 il cantaio (Graziani A., Il commercio estero del Regno delle Due Sicilie cit., pp. 8, 15, 31 e 33). p. 102

«Nella provincia di Milano era registrata l’esistenza di 32 fabbriche di macchine a vapore per filatoj, filande idrauliche, astronomiche, geodetiche, fisiche e ad uso delle arti e dell’industria, con 180 addetti; in margine a tali cifre si annotava che ‘ i numerosi stabilimenti di industria che si vanno erigendo, specialmente le filande a vapore, i filatoj, le filature di cotone e di lino … hanno risvegliato il genio della meccanica onde provvedere gli stabilimenti del necessario corredo di macchine, ma che un maggior vantaggio si avrà quando ‘ s’intraprendessero da noi le fabbriche di macchine a vapore che ora con grave dispendio si hanno all’estero ’ e se ‘ l’I.R. Governo continuerà la bell’opera già incominciata di fornire il Gabinetto tecnico di quelle macchine che tanto giovano nelle fabbriche e manifatture inglesi ed anche francesi, e che ci sono ancora ignote ed estenderà la scuola alla istruzione veramente pratica… ’ (Elenco dei principali Stabilimenti industriali colia indicazione del personale impiegato, della estensione e della importanza degli Stabili-menti stessi, non chè dei vantaggi e degli inconvenienti che recano alla Città nella quale trovansi situati ’, Arch. di Stato, Milano, fondo Commercio, parte moderna, c. 17) ». p. 103

Le ferrovie

Limitatamente alle decisioni di intervento finanziario, è da notare, secondo il rilievo già fatto, l’importanza assunta dalla partecipazione del capitale straniero, francese in particolare, ampiamente controllato dalla casa Rothschild, con sedi a Vienna e a Parigi, e da gruppi a questa alleati, anche attraverso società concessionarie in apparenza di origine interna, come nel caso della citata “Vittorio Emanuele” la principale del Regno Sardo (Cameron R.E., op. cit., pp. 235-236. Ivi, per la partecipazione francese alle costruzioni ferroviarie nei vari Stati, pp. 284-289, e pp. 85 e 88 per le stime quantitative sugli investimenti francesi nella Penisola che vanno dai 550 milioni di franchi per il periodo 1816-1851, di cui 500 fondi pubblici e 50 privati, ai 5385 milioni del periodo 1852-1881 compresi però gli investimenti in Spagna e nel Portogallo. In proposito v. anche Gille B., Les capitaux frangais en Piemonte 1849-1859, Parigi, 1959), cui si aggregava qualche esponente dell’alta banca privata locale, come il Bastogi e il marchese Raffaele De Ferrari, genovese di nascita e giuridicamente cittadino sardo, divenuto, per acquisto nel 1837 di un piccolo ducato, duca di Galliera presso Bologna, che risiedeva a Parigi ed operava sia coi Rothschild che coi Pereire su scala molto ampia (Bouvier J., 1 Rothschild, Bari, 1968, pp. 170-171 e Sereni E., Capitalismo e mercato nazionale in Italia, Roma, 1966, pp. 160-163). pp. 140-141

La Roma-Frascati fu inaugurata nel 1856, la Roma-Civitavecchia nel 1859. Sulle ferrovie toscane del periodo, ved. anche Guidi E., Le ferrovie toscane dal 1849 al 1859, in «Rassegna storica toscana», II, 1956, n. 2, pp. 141-155, che conclude negativamente per l’attività governativa nel settore. Il traforo del Fréjus (dodici chilometri circa) venne inaugurato solennemente il 17 settembre 1871. La linea da Bologna per la valle del Reno e il passo della Porretta (galleria di circa tre chilometri presso Pracchia) a Pistoia fu aperta all’esercizio nel novembre 1864. Ved. anche An., Il traforo del Frejus nel centenario dell’inizio dei lavori. 1857-1957, Torino, 1957, e Lupi G., Le grandi gallerie alpine ed appenniniche, in AA.W., Evoluzione tecnica ed economica delle ferrovie nei cento anni dell’unità d’Italia. 1861-1961, Roma, 1961, pp. 57-66 estr. p. 139

Le banche e il credito

La preponderanza estera nelle intraprese ferroviarie, ulteriore conferma dell’atteggiamento interno non mutato di fronte ad impegni massicci e non tradizionali anche se dotati di prospettive favorevoli di reddito (nelle convenzioni, pur essendo normalmente esclusi i sussidi diretti dello Stato, erano contemplati in linea di massima il diritto di usufrutto delle linee dai cinquanta ai cento anni, condizioni ragionevoli di tariffa, esenzioni fiscali e talvolta garanzie per un minimo di introito o di interesse sul capitale impiegato), porta a considerare gli sviluppi nel decennio dell’attività creditizia, altro campo, accanto a quello mercantile, direttamente influenzato dall’inversione della tendenza nel movimento economico generale. Gli impulsi di quest’ultima, cui si aggiungono le peculiari esigenze di alcuni rami di commercio (basti pensare alle condizioni dell’importantissimo commercio serico), le decisioni implicanti eccezionali aumenti nella spesa pubblica, basti pensare alle opere pubbliche ed agli apprestamenti militari nel Regno Sardo (oltre alle ferrovie ed alle altre spese finanziate al di fuori del bilancio dello Stato, bisognava finanziare i disavanzi causati dalla salita continua degli oneri per l’indebitamento e specie degli oneri militari che, dopo il 1853, si sostituiscono a quelli per le opere pubbliche), l’aumento delle risorse disponibili connesso all’allontanamento dagli impieghi agrari, l’esempio belga e francese in fatto di pratiche di raccolta e di impiego del risparmio (ci si riferisce, oltre alle esperienze di credito commerciale del “Comptoir National d’Escompte” del 1848 e di credito fondiario del “Crédit Foncier de France” del 1852, al finanziamento delle costruzioni ferroviarie e delle attività industriali in genere mediante emissione di titoli obbligazionari, in aggiunta alla raccolta dei depositi, operato dai fratelli Emilio ed Isacco Pereire nel 1852 con la creazione in forma di società anonima della « Société Générale de Crédit Mobilier ». V. Gille B., La fondation du Crédit Mobilier et les idées financières des frères Pereire, in « Bullétin du Centre de Recherches sur l’histoire des entreprises », III, 1954), aiutano a capire l’aprirsi di qualche nuova prospettiva in materia, specie là dove da alcuni anni ci si era avviati ad ampliare la gamma delle pratiche antiche. p. 140

È a Genova e a Torino, quindi, che occorre soprattutto guardare, anzi, più a Torino che a Genova, poiché prima ancora di entrare in quel governo, uno dei principali promotori della già ricordata, nuova intrapresa bancaria torinese, il Cavour, cogliendo la favorevole occasione rappresentata dal corso forzoso dichiarato nel settembre 1848 pei biglietti della Banca di Genova in corrispettivo di un prestito bellico di venti milioni della Banca stessa al governo, sostiene l’impossibilità di operare dell’istituto torinese senza un pari regime pei suoi biglietti, la non convenienza dell’estensione del corso forzoso per le sue possibili conseguenze negative nel mercato e quindi la pratica necessità della fusione tra i due istituti. E riesce nel suo intento, grazie anche allintesa stabilita col direttore di quello di Genova, Carlo Bombrini, destinato a diventare (oltre che direttore della nuova banca, la Banca nazionale degli Stati sardi, approvata con decreto 14 novembre 1849) suo principale collaboratore finanziario (sulla fusione dei due banchi v. Banche, governo e Parlamento negli Stati sardi. Fonti documentarie 1843-1861, a cura di E. Rossi e G.P. Nitti, Torino, 3 voll., 1968). Con questo successo, non solo si ponevano le premesse dell’idea a lui cara della banca unica di emissione (Rendi G., La polìtica bancaria di Cavour, in «Moneta e Credito», XIII, 1960, n. 51, pp. 373-376), ma si realizzava una strumento robusta, inteso a mobilitare il risparmio inattivo, ad appoggiare il tesoro delio Stato, a fargli da tramite col mercato finanziario internazionale, stimolando anche quello interno ad uscire dal suo clima di attesa. Lo prova il continuo interessamento del Cavour per aumentare il capitale ed il campo d’azione della Banca (Prato G., Risparmio e credito in Piemonte nell’avvio dell’economia moderna, Torino, 1927, p. 117. Sulla vita della Banca nazionale sarda dopo il 1850, specialmente negli anni della crisi 1853-1854, della successiva espansione del credito e del felice 1859, cfr. Pautassi V., Gli istituti di credito e assicurativi e la borsa cit., pp. 353-356 e 377-380; Bachi R., L’economia e la finanza delle prime guerre per l’indipendenza cit., pp. 96-97). pp. 140-141

La banca nazionale sarda

L’impulso della Banca nazionale sarda, che trascinava all’imitazione anche le banche toscane, non poteva certo, dati i limiti oggettivi ambientali, trasmettersi in tutti i rami delle nuove esperienze. Permane impraticabile, malgrado ogni sforzo, la nuova via del credito fondiario (sull’esito negativo del progetto di legge per la società di credito fondiario presentato dal Cavour alla Camera elettiva il 2 giugno 1853, ved. Gabaleone di Salmour R., Del credito fondiario e del credito agricolo cit., pp. 262-271), qualche avanzamento si registra per il credito commerciale con le Casse di sconto di Torino e di Genova (grazie alla possibilità di diretto intervento della Banca nazionale del capitale di fondazione, ma le imitazione delle società di credito mobiliare in qualche modo teentate non reggono che a stento. p. 141-142

La banca nazionale toscana

«Fra le poche provvidenze finanziarie emanate nel 1857 e che meritar posson d’esser rammentate avvi quella per cui le due banche di sconto esistenti in Firenze e Livorno vennero fuse in una sola col nome di Banca Nazionale Toscana, avente due sedi ugualmente principali nelle due rammentate città. Le concessioni governative, donde quelle Banche traevan titolo legale, spiravano ugualmente con l’anno 1857, così che il Governo era libero di determinare le basi sulle quali avrebbele uniformemente rinnovate. Esse avevano ciascuna un capitale ristretto, procedevano con modi differenti ed i rispettivi loro biglietti erano disugualmente trattati dal Governo medesimo, così che quelli della Banca di Livorno erano appena conosciuti fuori di quella città. Chiamandole a fondersi in una sola Banca poteva aumentai sene il capitale, aversi un solo biglietto circolante per tutta la Toscana ed ottenere l’intento di formare un istituto di credito rispettabile, d’utilità maggiore per il Paese ed anco di comodo e di sussidio alle operazioni della Finanza. Bisognò vincere l’ostacolo degli interessi delle singole associazioni, ed anche i pregiudizi, temendo ciascuna d’esser sacrificata a beneficio dell’altra, ma … con Regio Decreto degli 8 luglio, [venne] ordinata la nuova Banca imponendo le basi sulle quali doveva esserne modulato lo Statuto, il quale venne in seguito approvato, con altro Decreto del 30 dicembre successivo. Questa misura, la quale trovava appoggio anche nell’esempio recente di quello che era stato fatto in Piemonte a riguardo delle Banche di Torino e di Genova, … riuscì benissimo … » (Baldasseroni G., Memorie cit., pp. 244-245). p. 141

Il debito piemontese

In capitale, un aumento di più di 150 milioni tra il 1852 ed il 1858 (guerra di Crimea, ferrovie, deficit di bilancio) e di circa 550 milioni per far fronte alla guerra del 1859 ed alle clausole finanziarie del trattato di pace di Zurigo del 10 novembre di quell’anno (100 milioni all’Austria e 60 alla Francia). V. Norsa P. e Da Pozzo M., Imposte e tasse in Piemonte cit., pp. 76-77. Valori di poco superiori (rispettivamente circa 212 milioni e circa 598 milioni) in Da Pozzo M. e Felloni G., La Borsa Valori di Genova nel secolo XIX cit., p. 63. Secondo un ammiratore: «Volendo essere obbiettivi, non si può non riconoscere che, in effetti, l’aumento subito dai debiti pubblici dello Stato fu veramente notevole, e ciò con grande danno delPerario che veniva ad essere gravato di un peso non indifferente per il pagamento dei relativi interessi. … Il Cavour fu costretto a tale aumento del debito, sia dalle cresciute spese militari …, sia dalle opere di fortificazione fatte costruire e sia, …, dal grandioso programma di lavori pubblici effettuato. Si pensi che la sola costruzione della rete ferroviaria richiese l’ingente somma di 200 milioni di lire e che per altre opere pubbliche furono necessari altri 50 milioni … E se si considerano ancora tutti gli altri milioni richiesti dal numero grandissimo di opere di difesa eseguite, o in corso di esecuzione, come le fortificazioni di Vinadio, di Casale e di Alessandria, dalle grandi caserme costruite fin dalle fonda-menta o restaurate, dai grandi ospedali eretti di nuovo o ampliati, si giungerà ad una rilevantissima cifra … » (Gulì V., Il Piemonte e la politica economica del Cavour cit., pp. 265-266; sui rapporti del conte con i Rothschild, gli Hambro, i Fould, i Pereire, ossia con l’alta banca internazionale per collocare al meglio le varie emissioni, cfr. Cameron R.E., France and thè economie development of Europe cit., pp. 438-448 e Da Pozzo M. e Felloni G., La Borsa Valori di Genova nel secolo XIX cit., p. 168; De Cugis C., Italia e Inghilterra un secolo fa. Il nuovo corso nelle relazioni economiche. Catalogo ecc., Milano, 1967, pp. 66-67). p. 147

Leggi eversive della feudalità: il nord

Nell’intenzione dei propugnatori della riforma antifeudale era certo lo scopo di favorire le classi lavoratrici e di conferire ai coltivatori un diritto più esteso sulla terra, di aumentare in una parola il numero dei piccoli proprietari. In Piemonte l’abolizione avvenne, per opera di Carlo Emanuele IV, col metodo dell’allodiazione, cioè liberando i beni da ogni vincolo feudale e rendendoli proprietà allodiale, sopprimendo senza compenso i diritti che avevano una natura chiaramente signorile e con compenso gli altri di origine contrattuale o di incerta natura. In Lombardia, nel Veneto e nello Stato pontificio la feudalità fu abolita, come in Francia in modo più rivoluzionario, senza ricorrere a singoli atti di riscatto, ma « con unico atto d’imperio che affermava un principio generale; e mentre eran stati sciolti da ogni vincolo i beni compresi nel feudo e lasciati ai possessori in proprietà libera e piena, si era richiamata allo Stato la facoltà di riscuotere qualsiasi diritto fiscale e si erano conservati o aboliti con idonea indennità quei diritti, che fossero stati acquistati per contratto civile od a titolo oneroso » (U.G. Mondolfo, L’abolizione del feudalesimo in Sardegna, Estratto dall’« Archivio Storico Sardo », 1906, p. 13)
Ma la legislazione del periodo francese, nonostante qualche apparenza che vi possa essere in contrario, si mostrò favorevole ai vecchi feudatari, ai quali attribuì in proprietà piena quello che prima essi avevano goduto come usufruttuari.
La rottura violenta dei rapporti tradizionali dovè poi creare una situazione intermedia di grave incertezza. A parte il fatto che l’uso conservò forse per qualche tempo ancora in certi luoghi la sostanza degli istituti feudali, bisogna osservare che il momento si prestò a creare qui, ad ingrandire altrove la funzione degli intermediari.
L’eversione del feudalesimo cadde appunto negli anni dell’aumento dei prezzi. Questo fatto premeva di certo anche sui ceti signorili. Necessità quindi di accrescere le rendite. Opportunità di rivedere i rapporti consuetudinari e i contratti coi lavoratori dipendenti. Ricerca di mezzi idonei e di persone capaci per migliorare le colture, per sistemare i contratti, per dare alle aziende un indirizzo conforme ai tempi, in una parola per far fruttare di più.
D’altra parte c’era nelle provincie un ceto di non nobili, che l’usura, l’affitto, le speculazioni, gli appalti, i pubblici uffici avevano arricchito. Costoro attendevano al varco gli affari ed erano affamati di terra. In un periodo nel quale l’offerta di terreni stava per divenire sovrabbondante e gli ex feudatari ricercavano imprenditori capaci, la funzione e l’importanza di costoro cresceva a dismisura (N. Rodolico, Il popolo agli inizi del Risorgimento nell’Italia meridionale, Firenze, Le Monnier, 1926, p. 11). p. 290

Leggi eversive della feudalità: il sud

Pochi decenni dopo il tramonto del sogno imperiale di Bonaparte, una grande inchiesta agraria attuata nel Regno di Napoli (1845), ci mostra questa gente in piena e rigogliosa attività. « Gli ex feudi — si legge ad esempio nel rapporto della Società economica di Caltanissetta — appartengono per lo più a famiglie che risiedono in Palermo, ed a qualche corpo morale. Vi ha quasi in tutti i comuni delusola un numero d’intraprenditori, detti borgesi, i quali sogliono prendersi a fitto gli ex feudi e coltivarli per loro conto ». Ora è possibile raffigurarsi un tanto turbamento di cose e di rapporti senza pensare a qualche suo riflesso sulle classi lavoratrici? Non ricordate quanto scrisse il Cuoco delle prime leggi antifeudali? Dei contratti spietatamente annullati e dei poveri coloni costretti a ricomprarsi con una lite o col denaro quel terreno che doveva formare l’unica ricchezza dei loro figli? «Si ricercarono per tutto il Regno i fondi che due, tre, quattro, dieci secoli prima erano stati posseduti dal fisco e si aprì una persecuzione contro le cose non meno crudele di quella contro le persone. Finchè questa persecuzione fu contro i soli feudatari ed ecclesiastici, fu tollerabile; ma gli agenti del fisco, dopo che ebbero assicurato il dominio, come essi dicevano, del re, annullarono spietatamente tutt’i contratti e, beffandosi di ogni buona fede, turbarono il povero colono, il quale fu costretto a ricomprarsi con una lite o col danaro quel terreno che era stata inaffiato dal sudore de’ suoi maggiori e che formar dovea l’unica sussistenza de’ figli suoi ». « Le municipalità presso di noi avevano molti fondi pubblici, che le stesse popolazioni amministravano, la rendita de’ quali serviva a pagare i pubblici pesi. Molti altri ve n’erano, sotto nome di « luoghi pii », addetti alla pubblica beneficenza, fin da que’ tempi ne’ quali la sola religione, sotto nome di « carità », potea indurre gli uomini a far un’opera utile a’ loro simili ed il solo nome di un santo potea raffrenar gli europei ancora barbari dall’usurparli. Mille abusi ivi erano, e nell’oggetto e nell’amministrazione di tali fondi; ma essi intanto formavano parte della ricchezza nazionale, ed il privarne la nazione, senza che altronde avesse avuto niun accrescimento di arti e di commercio onde supplirvi, era lo stesso che impoverirla. Il tempo, che tutt’i mali riforma meglio dell’uomo, avrebbe corretto anche questo. Una parte di questi fondi pubblici fu occupata dalla corte, e questo non fu il maggior male; l’altra, sotto pretesto di essere male amministrata dalle popolazioni, fu fatta amministrare dalla Camera de’ conti e da un tribunale chiamato « misto », ma che, nella miscela de’ suoi subalterni, tutt’altro avea che gente onesta. L’amministrazione dalle mani delle comuni passò in quelle de’ commessi di questi tribunali, i quali continuarono a rubare impunemente, e tutto il vantaggio, che dalle nuove riforme si ritrasse, fu che si rubò da pochi, dove prima si rubava da molti; si rubò dagli oziosi, dove prima si rubava dagl’industriosi; il danaro fu dissipato tra i vizi ed il lusso della capitale, dove che prima s’impiegava nelle province; la nazione divenne più povera, e lo Stato non divenne più ricco» (Cuoco, Saggio storico sulla Rivoluzione napoletana del 1799, Bari, Laterza, 1929, pp. 54-55). pp. 290-291

Si può dunque avanzare qualche supposizione legittima sulle conseguenze che il trasformarsi del feudo in allodio produsse sui coltivatori. Se ne andarono i diritti ed abusi feudali e questo indubbiamente li sollevò da gravami assai duri, ma, nello stesso tempo, la trasformazione della natura della proprietà ruppe i rapporti consuetudinari che passavano fra concessionari e concedenti e rese spesso più pesanti i patti colonici. La legge 2 agosto 1806 concedeva infatti ai possessori di espellere dai demani feudali gli affittuari e gli enfiteuti e coloni perpetui, prescrivendo tuttavia il permesso del magistrato per le due ultime categorie (cfr. in G. Savoja, Raccolta delle leggi e decreti ministeriali sull’abolizione della feudalità e sulla divisione dei demani, Campobasso, Colitti, 1874, p. 23. Il Savoja osserva poi che l’art. 16 è la conseguenza della libertà acquistata con l’abolizione della feudalità, per cui rimase assodato il diritto di espellere i fittuari terminato l’affitto, o concedere ad altri i propri fondi. Cfr. G. Savoja, I demanii comunali, Benevento, De Gennaro, 1880, p. 26). Si ha l’impressione che le leggi eversive — mentre permettono da un lato la formazione di nuovi proprietari, — diminuiscano poi il numero di coloro che godono di un possesso semi-indipendente riducendoli a coloni parziari e a giornalieri e consentendo un più facile aumento delle prestazioni dovute dai coloni. Nello stesso tempo una quantità di terre feudali, il cui possesso non fu dimostrato legittimo, entrarono nel mercato insieme ad altre terre di provenienza demaniale, come passiamo a precisare. p. 291

I demani e la loro ripartizione al sud

Un altro aspetto della trasformazione della proprietà fondiaria nel Settecento riguarda i demani. Anche per questi volgeremo lo sguardo alla situazione del Regno di Napoli. Fossero feudali o comunali, è certo che in complesso essi ricoprivano una grande estensione e con gli usi civici, cui gli abitanti avevan diritto, costituivano delle preziose risorse per le classi lavoratrici. La modificazione del regime demaniale non poteva dunque non rappresentare un peggioramento nelle condizioni dei ceti inferiori della campagna.
Ora noi assistiamo per tutto il periodo considerato ad un processo dissolutore dei demani il quale conduce ad una appropriazione privata di beni di utilità pubblica e alla progressiva eliminazione degli usi civici.
Non si può comprendere la storia dell’economia agraria dell’Italia meridionale se non si tien conto dei cambiamenti cui soggiaciono il demanio feudale e quello universale. Il demanio di qualunque specie è secondo il diritto del Regno inalienabile ed imprescrittibile. Tuttavia per tutti i secoli che precedono la promulgazione delle leggi eversive si osserva un lavorio continuo per l’apprensione del demanio sia da parte dei feudatari, sia da parte dei contadini. E questa usurpazione viene legittimata in alcuni casi dal diritto, e precisamente nel caso di difese legittimamente costituite e di colonie perpetue (F. Lauria, Feudi e demani, p. 399. Cfr. anche G. I. Cassandro, Storia delle terre comuni e degli usi civici nell’Italia meridionale, Bari, 1943; R. Vhxari, Per la storia rurale del Mezzogiorno nel secolo XVIII, in « Movimento Operaio », luglio-agosto 1954, p. 513).
Ma, al di fuori e al di sopra della legge, la feudalità napoletana riuscì spesso ad aver ragione dei diritti dei contadini come spesso riuscì a consumare impunemente l’usurpazione di parti del demanio universale.
La storia di questo processo, per cui fu assottigliato il demanio universale, è intessuta di prepotenze, di intrighi e di corruzioni a Napoli, presso la corte e nel foro; in provincia, presso gli amministratori delle università stesse.
Quando poi i ceti ricchi del Terzo Stato si affacciarono sul teatro della storia, si posero anch’essi in lizza per l’appropriazione dei demanio. E le leggi eversive legittimarono queste usurpazioni escludendo dal riparto le difese ad uso di pascolo e di semina, benché in altri tempi soggette al pascolo comune. (Decreto 8 giugno 1807, art. 3; G. Savoja, Raccolta cit., p. 30).
Così da due lati si premeva su quei beni di pubblica utilità ed ogni apprensione di loro porzioni precludeva l’uso comune ai membri delle università, restringeva il loro diritto, rappresentava per essi una diminuzione di utili.
Naturalmente baroni e galantuomini si trovarono in un certo senso uniti per frustrare le iniziative borboniche volte a far partecipi i coltivatori dei benefici delle riforme agricole.
Era stata — come vedremo — opinione diffusa degli scrittori di cose economiche, dal Genovesi al Briganti, dal Filangieri al Palmieri, dal Galanti al Longano, che si dovesse promuovere l’incremento dell’agricoltura meridionale, trasformando il coltivatore in enfìteuta o in piccolo proprietario.
E la legislazione di Ferdinando IV aveva cercato di attuare divisioni di terre, enfiteusi e censuazioni a favore dei lavoratori rurali, sia nella circostanza di incameramento di beni ecclesiastici, sia in occasione di redenzione di demani. Dal 1789 al 1792 fu affrontata la questione demaniale, iniziandosi quell’azione di rivendica di cui parla il Cuoco e che era diretta contro tutte le occupazioni e le usurpazioni « da qualsiasi persona fatta, magistrato, nobile, persona ecclesiastica e Comune ». p. 292

A parte le molestie che queste rivendiche portarono anche ai coltivatori che s’erano insediati sui demani, sta di fatto che la legge del 1791 si prefisse di dare a censo terreni demaniali di qualsiasi natura, preferendo nelle censuazioni i nullatenenti.
Ora tanto queste leggi, quanto le altre sui feudi devoluti e le proposte e i progetti elaborati dai ministri di Ferdinando furono sabotati sistematicamente dai ceti nobiliari e possidenti. I primi cercavano di sfuggire alle leggi che intendevano reprimere i loro abusi, rendendole inefficaci; gli altri di volgerle a loro esclusivo profitto, stornando le intenzioni del legislatore.
Così le classi lavoratrici, che perdevano un’utilità sicura e presente nell’uso civico, venivano raramente compensate da quelle censuazioni che erano state progettate per loro.
Ciò si vide più chiaramente ancora quando nel periodo francese si addivenne ad un vero e proprio riparto dei demani. Con la legge 1° settembre 1806 Giuseppe Bonaparte ordinava infatti la divisione dei demani « di qualsivoglia natura, feudali o di chiesa, comunali o promiscui » e la loro trasformazione in proprietà privata.
Il sistema adottato dal legislatore si fondava sul proposito di separare prima la parte spettante al barone (che veniva a lui assegnata in proprietà piena) da quella spettante all’università, reintegrando i demani comunali usurpati. Si volevano poi conservare in istato di demanio le terre poco adatte alla coltivazione e dividere in quote il rimanente assegnandole ai cittadini sotto il peso del canone (F. Lauria, Demani e feudi, p. 449 e segg. Cfr. la legge in Savoja, Raccolta cit., p. 25).
La divisione importava dunque la scomparsa di gran parte degli usi civici. Secondo il decreto 8 giugno 1807 coloro che fossero divenuti possessori delle posizioni (sic) derivanti dalla ripartizione dei demani, sarebbero restati pieni, liberi ed assoluti padroni delle proprietà loro toccate, sicché, ad eccezione del canone stabilito, avrebbero goduto dell’intera facoltà di disporre a loro piacimento o coll’alienarle o darle in affitto, o con coltivarle e riservarle al solo uso proprio, chiudendole e inibendo l’esercizio degli usi civici (Cfr. in Savoja, Raccolta cit., p. 31).
La ripartizione poteva farsi, secondo la legge, per testa o per offerta (G. Savoja, I demanii comunali, p. 143 e segg.). Qui si nascondeva un primo grave pericolo perchè si ammetteva la possibilità della vendita.
Comunque il legislatore si era preoccupato di salvare la posizione dei coloni perpetui nei demani ex feudali cd ecclesiastici dichiarandoli inamovibili (decreto 10 marzo 1808). Ciò però non valeva per i demani universali. Qui anche i terreni concessi a coloni dovevano essere posti in massa per venir poi divisi (G. Savoja, I demanii comunali, p. 143; A. Rinaldi, Delle colonie perpetue ■nella storia del diritto italiano, Napoli, 1878).
Lo sconvolgimento delle posizioni tradizionali è dunque evidente nel secondo caso. Ma crediamo che anche per le colonie dei demani del primo tipo l’applica-zione del nuovo canone potesse rappresentare un cambiamento non indifferente.
La legge incontrò enormi difficoltà nell’applicazione e sebbene al dire del Bianchini, molto coloni e comunisti divenissero piccoli proprietari (L. Bianchini, Della storia delle finanze del Regno di Napoli, Napoli, Stamperia reale, 1859, p. 404), sembra che i veri vantaggi finisse col goderli il gruppo dei ricchi del Terzo Stato.
Sintomatico è a tal riguardo quanto proponeva il Consiglio provinciale di Teramo nel 1808: che i demani dei Comuni si concedessero in enfiteusi, « ma non ai miserabili, i quali non avrebbero potuto coltivarli, nè ai possessori dei grandi fondi, i quali non ne avrebbero curato la cultura, sì bene soltanto a quelli che avevano mezzi e volontà di migliorarli, nè dividere in piccole parti per non occupare molta gente nella loro cultura, perchè il piccolo enfiteuta non avrebbe saputo adottare le buone regole… ». Ed aggiungeva : « Si dovrebbero persuadere con i più dolci modi i proprietari delle piccole proprietà che tramezzano le grandi a permutarle ed alienarle a beneficio dei proprietari del fondo maggiore » (Riportato in Angela Valente, Gioacchino Murat e l’Italia meridionale, Torino, Einaudi, 1941, p. 50). A tale giudizio si avvicina quello del Palmieri, il quale difende la grande proprietà e sostiene l’inutilità di concedere le terre ai contadini, quando questi non siano sufficientemente provvisti per affrontare le spese necessarie ad una buona coltivazione (G. Palmieri, Riflessioni sulla pubblica felicità, in Custodi, t. XXXVII, p. 95 e segg., Pensieri economici, p. 124).
In un primo tempo venne adottato il sistema francese di divisione per testa, poi, per esigenze fiscali, si favorirono le vendite a contanti, senza osservar nemmeno le modalità delle subaste (A. Valente, G. Murat cit., p. 334).
Siamo dunque in presenza d’una situazione aggrovigliata, che per la sua stessa complessità ed incertezza forniva un terreno propizio agli speculatori.
Finché non saranno effettuate indagini analitiche sulla proprietà, una parola definitiva sugli effetti immediati delle leggi eversive non potrà dirsi. Ma anche ora non s’è probabilmente lontani dal vero quando si pensi che, nell’operazione, i frutti maggiori andarono ai galantuomini e che pochi furono in definitiva i lavoratori che poterono avvantaggiarsene. Non solo durante il riparto si cercò di frodare la legge in ogni modo, ma anche quando questa raggiunse il suo fine, l’effetto spesso non fu duraturo. La trasformazione di molti coloni in proprietari non era infatti destinata a durare per una ragione economica. Le spese cui andavano incontro li ricacciavano nello stato di dipendenza, e questa era non di rado peggiore dell’antica. pp. 293-294

Altre trasformazioni della proprietà e conseguenze per i lavoratori della terra

Quanto s’è detto circa l’eversione della feudalità può in parte ripetersi per le altre trasformazioni che toccano la proprietà fondiaria, specie quella ecclesiastica. È cosa nota che durante l’età delle riforme ed il periodo napoleonico una parte della proprietà di enti ecclesiastici e di ordini religiosi sfuggì dalle mani dei suoi antichi padroni. Rifacendoci dal Regno di Napoli, di cui abbiamo trattato in particolare nei capitoli precedenti, ricorderemo subito l’incameramento dei beni dei gesuiti decretato in seguito all’espulsione della Compagnia (1767). Una parte di questi beni fu consacrata a scopi d’istruzione o di beneficenza, un’altra fu destinata a passare a privati mediante vendite o censuazioni. Ma anche qui si verificò che i coltivatori godessero il meno, mentre il più cadeva in mano di abili speculatori. Il Bianchini racconta di un personaggio, che teneva sommo ufficio di governo e godeva del maggior soldo che allora pagasse la tesoreria, oltre ad altre pensioni e benefìci, che ne acquistò per tenue prezzo una rilevantissima quantità (L. Bianchini, Della storia cit., p. 298). pp. 290-294

Le ferrovie napoletane

Da quali cause provenga quella specie di separazione, per non dire di segregazione assoluta, tra quella bellissima parte d’Italia ed il resto della Penisola, i di cui varii Stati hanno tra loro frequentissime relazioni, noi non diremo: e perchè non sapremmo indicare qual sia la giusta, e perchè estranea forse d’altronde al nostro argomento, nel quale non intendiamo trattare quistioni oziose, o che possano nel menomo modo allontanarci dal precipuo nostro obbietto. Per noi basta accertare un fatto notorio, e lamentevole; il quale serve a scusare le scarse notizie, forse imperfette ancora, che esporremo. Dopo quanto abbiamo accennato al capitolo 1° del discorso III preallegato, nessun altro provvedimento fu promulgato intorno alle strade ferrate del Regno. Nessuna relazione venne ancor fatta dagli ingegneri mandati a studiare i luoghi pe’ quali il governo desidererebbe condurre nuove strade ferrate. Se non che un provvedimento recentissimo però, del 15 settembre scorso, vuoisi accennare.
Con regio decreto S.M. il Re ha accordata alla stessa società costruttrice della strada ferrata da Napoli a Nocera e Castellamare la concessione di proseguire la strada medesima per altre otto miglia geografiche da Nocera per Cava a Salerno, città marittima importante, e capoluogo di provincia, attraversando l’Appennino in luogo assai alto, per modo, che o sarà necessario perforare il monte, o stabilire soltanto un piano inclinato con macchine fisse. Le condizioni della concessione sono state le medesime di quelle fatte per la già costruita strada. Se non che la durata della concessione per lo prolungamento da costruirsi, terminerà dopo anni 80, contando dal 4 ottobre 1839, affinchè il governo entri contemporaneamente in possesso di tutta la strada da Nocera a Castellamare, e per Cava sino a Salerno. Inoltre la compagnia permetterà al governo il passaggio gratuito de’ corpi del regio esercito e loro bagagli su tutta la strada, facendosi bensì i trasporti medesimi con macchine e carri appartenenti al governo. Cotesto provvedimento merita gran lode, perchè procura ad una parte così interessante del Regno il beneficio che si spera successivamente anche ad altre esteso.
Queste sono le notizie più recenti a noi pervenute da persone informatissime, le quali, ove fossero state accordate altre concessioni, dovrebbero necessariamente esserne informate, e ce le avrebbero in tal caso senza fallo partecipate. Ciò però non toglie che i fogli francesi si affrettino di promulgare manifesti di società ordinatesi per ottenere altre concessioni, o per far credere almeno che ne otterranno, senza lasciarsi arrestare dalla taccia di probabile scarso successo che potrebbe imputarsi loro. Ecco quella che leggiamo in uno di essi:

« Ferrovie del Regno delle Due Sicilie. Sotto la presidenza del signor de la Rochefoucauld, duca d’Estissac, aiutante di campo del re, fu costituita una società per l’esecuzione e l’esercizio per concessione diretta di linee ferroviarie nel regno delle Due Sicilie. Il capitale della 1ª serie di emissioni è di 25 milioni, suddiviso in 50.000 azioni, da 500 franchi ciascuna; il primo pagamento è di 25 franchi per azione. I numeri della 1ª serie saranno privilegiati per le serie successive. – L’abbonamento sarà aperto sabato 11 ottobre, presso la sede della società, rue Caumartin, 35. Il giorno successivo all’abbonamento, gli abbonati saranno avvisati dell’accoglienza effettuata su loro richiesta, e saranno nei tre giorni, sotto pena di decadenza, al pagamento del primo ventesimo, a MM. A. Goutin e C.e, banchieri della compagnia (Journal des Débats, 11 ottobre 1845)”..
E perchè probabilmente fosse men dubbio l’avviso, ecco che un altro giornale, più grave aticora, e men sdito a bandire notizie insussistenti, pochi giorni dopo afferma tosto francamente il buon esito del divisamento in questi termini:

« Una società ha appena ottenuto dal Re di Napoli la concessione di tutte le strade da realizzare nell’Italia meridionale.
“La rete concessa è suddivisa in sei linee, con due moli a Napoli, uno dei quali, già realizzato, appartiene al governo ed è utilizzato per l’esercizio della piccola strada di Capua. La seconda serve alle linee del Mezzogiorno, avendo un unico tronco comune da Napoli a Nola.
“Le linee concesse sono designate sotto le seguenti denominazioni:
“1° Linea Est, o Puglia, da Napoli a Otranto … chilometri 618
“2° Linea Ovest, da Capua agli Stati Napoletani. »130
N.B. Forse si riferisce al confini di quegli Stati, poiché Capua ancora ad essi appartiene, e da colà si viene al limite verso lo Stato pontificio.
“3° Linea Nord Ovest o Abruzzo……….” 277
“4° Linea Mediterranea da Nola a Taranto……….” 307
“5 Linea del Mezzogiorno, o dei Calabresi, da Nola a Reggio. . “568
“6° Linea Sicilia da Paierme a Messina …………” 342
Km totali 2.242
“Questa è la rete concessa alla società, di cui Gouin et C.e è il banchiere, e che ha i nomi più influenti nel suo consiglio di amministrazione (Moniteur Universel, 14 octobre 1845)».

Nel Monitore del 19 ottobre un nuovo articolo relativo a quest’impresa ne ripete all’incirca con qualche variante le indicazioni, se non che sono kilometri 2,302 invece di 2,242, ripetendo nuovamente molti errori. Arroge che ne’ due articoli neppur si fa motto della strada da Napoli a Castellamare ed a Nocera, indi a Salerno, conceduta alla società Bayard. — Arroge altresì che il duca di Cossé Brissac è presidente, il duca di Estissac vice-presidente, i Laferronaye, i Montesquiou ed altri gran nomi di Francia amministratori. L’ingegnere è il signor Survilie; si annunzia con una spesa minima una rendita massima; in somma lutto è combinato pel pronto profittevole spaccio delle azioni (Petitti di Roreto C., Delle strade ferrate italiane e del migliore ordinamento di esse. Cinque discorsi, Capolago, 1845, pp. 624-634). pp. 538-539

La Valigia delle Indie

Il Petitti nella sua lettera al Balbo inserita sulla gazzetta di Torino del 30 p.p. e ripetuta su quella di Genova d’ieri, dice: «infatti niuno potrà contendere, che quando dalle Alpi ad Otranto fosse aperta una non interrotta via ferrata, superate così tutte le cause di ritardo, che solitamente incontransi nei mari Adriatico, di Sicilia e di Lione, il passo da Alessandria d’Egitto ad Otranto riuscendo facilissimo, e più sicuramente pronto, ed il viaggio ulteriore lungo le vie ferrate italiane, dovendo presumersi rapidissimo, nè più soggetto ad alcuna eventualità, debbe necessariamente questa direzione ottenere la preferenza su qualunque altra comunicazione fra l’India e la massima parte d’Europa » (Un serio esame di Michele Erede, Dall’Eco dei giornali). pp. 570-571

Finalmente, tutta Italia è interessata alla realizzazione dell’unico progetto che possa farla rivivere ad una gran parte dell’antico splendore commerciale, e non è credibile che, mentre la Sardegna si accinge a domare in due punti le Alpi e forse presto anche in tre, non che 1’Appennino; Napoli, Roma e gli altri stati cui premere deve la buona riuscita dell’impresa, con ostacoli infinitamente minori da superare, vogliano mostrarsi animati da poco desiderio per la prosperità e la gloria comune. Genova, 5 aprile 1846. Michele Erede. p. 572

Enfin si les lignes napolitaines s’étendent jusqu’au fond du royaume, l’Italie sera appelée à de nouvelles et hautes destinées commerciales. Sa position au centre ds la Méditerranée, où, comme un immense promontoire, elle parait destinée à rattacher l’Europe à l’Afrique, la rendra incontestablement, lorsque la vapeur la traverserà dans toute sa longueur, le chemin le plus court et le plus commode de l’Orient à l’Occident. Dès qu’on pourra s’embarquer à Tarente ou à Brindisi, la distance maritime qu’il faut franchir maintenant pour se rendre d’Angleterre, de Franee et d’AUemagne en Afrique ou en Asie, sera abrégée de moitié. Il est donc hors de doute que les grandes lignes italiennes serviront alors à transporter la plupart des voyageurs et quelques-unes des marchandises les plus précieuses qui circuleront entre ces vastes contrée. L’Italie fournirà également le moyen le plus prompt pour se rendre d’Angleterre aux Indes et à la Chine; ce qui sera encore une source abondante de nouveaux profits. D’après tout ce qui précède, il nous paralt clairement démontré que les chemins de fer ouvrent à l’Italie une magni-fique perspective économique, et doivent lui fournir les moyens de reconquérir la brillante position commerciale qu’elle a occupée pendant tout le Moyen Age. pp. 579-580

Infine se le linee napoletane si estenderanno fino alle profondità del regno, l’Italia sarà chiamata a nuovi ed alti destini commerciali. La sua posizione al centro del Mediterraneo, dove, come un immenso promontorio, sembra destinato a riunire l’Europa all’Africa, ne farà senza dubbio, quando il vapore l’attraverserà in tutta la sua lunghezza, la più corta e comoda da oriente a occidente. Non appena potremo imbarcarci a Taranto o Brindisi, la distanza marittima che ora dobbiamo percorrere per arrivare dall’Inghilterra, dalla Francia e dalla Germania all’Africa o all’Asia sarà dimezzata. Non c’è quindi dubbio che le principali linee italiane saranno poi utilizzate per trasportare la maggior parte dei viaggiatori e alcune delle merci più preziose che circoleranno tra queste vaste regioni. L’Italia fornirà anche i mezzi più rapidi per arrivare dall’Inghilterra all’India e alla Cina che sarà ancora un’abbondante fonte di nuovi profitti. Da tutto quanto sopra ci risulta chiaro che le ferrovie aprono all’Italia una magnifica prospettiva economica, e devono fornirle i mezzi per riconquistare la brillante posizione commerciale che ha occupato in tutto il mondo (Benso di Cavour C., Des chemins de fer en Italie, Parigi, 1846. In “Scritti di economia. 1835-1850”, pp. 240-248). pp. 579-580

Industria borbonica

Notabilissimi progressi ha fatti il Regno delle due Sicilie dal 1830 in poi nei differenti rami d’industria manufattrice; e il supplemento al nostro Volume XI parla della illuminazione gassosa della capitale, e dell’attigua strada ferrata, Funa e l’altra prime ad apparire in Italia; rammenta gli opicifici di seta attivissimi in Napoli, in S. Leucio e in Catanzaro, e a luogo più acconcio additasi quello che fiorisce in Catania. In quel volume si prende ricordo dei migliorati pannilani ordinarli nel R. Albergo de’ poveri, e si rende ragione delle difficoltà di sperare uno eguale risultato nei panni fini. Lodasi l’attività di somiglianti opificii in S. A rpino ed in Polena, e si encomiano le belle preparazioni di lane filate per ricami e per scialli che si fanno nel mentovato R. Albergo de’ poveri. I filati e i tessuti di bambagia migliorati dopo il 1840, e le fabbriche analoghe in Piedimonte d’Alife, in Giovinazzo, Scafati ed Angri con distinta menzione si notano. Non vi si omettono i filatoi di lino e di canapa in Napoli, in Catanzaro, in Sarno, in Salerno ed in altri luoghi del regno divenuti prosperosissimi nel giro di un quindicennio; e vi trovano il dovuto ricordo i cuojami d’ogni specie che in Napoli preparansi egregiamente; e così pure i tappeti di S. Leucio, le cartiere del Fibreno, i cappelli di paglia, di feltro e di felpa in seta che dispensano i regnicoli dal ricorrere all’estero. Si accenna la floridezza della manifattura dei guanti, la perfezione dei fiori artificiali e dei ricami napolitani, la doratura elettro-plastica oltre quella che usualmente si pratica con foglie preparate dai battiloro di Solofra. Oltre la fonderia dei cannoni spettante al Governo, si registrano in quel volume i lavori di ferro provenienti dalla fonderia Zino ed Henry, non chè dal reale stabilimento di Pietrarsa destinato alla costruzione delle macchine a vapore; e si dà giusta lode agli eleganti lavori di acciajo di Campobasso, e alle armi da fuoco che ivi, nella R. Fabbrica della Torre e in altre di Napoli si manifatturano Non si dimenticano i pettini metallici pei tessuti d’ogni grandezza, nè le fabbriche di vetri e cristalli bianchi e colorati; nè le manifatture di stoviglie, ove s’imitano perfettamente i vasi antichi; nè finalmente le fabbriche di preparazioni chimiche, di candele steariche, di lampade meccaniche, di strumenti musicali e singolarmente di pianoforti. Tutte queste manifatture danno occupazione ad un estesissimo numero di persone in tutto il regno, ove i soli addetti alle arti meccaniche formavano nel 1834 oltre un diciassettesimo della popolazione (Zuccagni-Orlandini A., Corografia fisica, storica e statistica dell’Italia e delle sue isole, corredata di un atlante di mappe geografiche e topografiche e di altre tavole illustrative, Firenze, vol. I, 1845, pp. 158-168). p. 618

Le radici del razzismo italiano

La depravazione razzista in Italia fa capo a due gruppi di ipotesi: quella fiorentina che ha origine da Paolo Mantegazza (Monza, 31 ottobre 1831 – San Terenzo, 28 agosto 1910) e quella romana fondata da Giuseppe Sergi (Messina, 20 marzo 1841 – Roma, 17 ottobre 1936). L’opera delle due scuole fu integrata dall’attività di due sodalizi scientifici, la Società Italiana di Antropologia ed Etnologia fondata a Firenze nel 1870 (primo in Europa) editrice dell’Archivio per l’Antropologia e l’Etnologia e la Società Romana di Antropologia fondata dal Sergi a Roma nel 1892 editrice degli Atti della Società omonima. Precursore degli studi di antropologia fisica in Italia è considerato Luigi Calori (1809-1896) che distinse all’interno del ceppo italiano i tipi dolicocefalo e brachicefalo e ne riportò dei reperti nel suo museo antropologico. Cresciuto nella scuola filosofica di Galluppi e Prati, Giustiniano Nicolucci (1815-1905) si dedicò alla medicina e fu insegnante di fisiologia. Nel 1905 pubblicò “Delle razze umane” e “Saggio etnologico” (1857-58). Luigi Pigorini (1841-1925) fondatore del Museo nazionale di Etnografia e di Preistoria di Roma e del “Bollettino di Paletnologia italiana”. Tra gli antropologi della scuola fiorentina va ricordato Aldobrandino Mochi (1874-1913) che adottò il metodo morfologico e metrico e fu tra i promotori delle ricerche sulla paleontologia umana. Giuseppe Sergi (1841-1936) iniziò con la sua opera dal titolo “Usiologia, ovvero scienza dell’essenza” (1868) per approdare poi alla psicologia. «Egli fu il primo a concepire una stratificazione della personalità umana in rapporto alla delinquenza e a stabilire nel carattere la distinzione tra una parte fondamentale ed una avventizia. L’elemento fondamentale è quello ereditario congiunto a tutte le condizioni organiche individuali, l’avventizio è quello che sopraggiunge nel corso della vita dell’individuo» (Landra G., Gli studi della razza in Italia prima del razzismo, “La difesa della razza”, II, 8, 20-23, p. 22). Sviluppò una teoria fisiologica delle emozioni per la quale i sentimenti di piacere e di dolore non hanno una sede comune nel pensiero. Sostituì il metodo d’indagine carniometrico con quello cranioscopico per il quale i crani venivano classificati non in base a degli indicatori predeterminati ma alla loro forma come appariva all’osservatore. Nell’ambito dell’evoluzionismo poligenetico distingue cinque generi, undici specie e una quarantina di varietà e sottovarietà. Il più zelante discepolo del Sergi fu Vincenzo Giuffrida-Ruggeri (1872-1921) che dedicò gran parte della sua vita a dimostrare la teoria del neo-monogenismo che può essere considerata come una classificazione del maestro riadattata (Ibid, 22). Ridolfo Livi (1856-1920) fu medico militare che ordinò e diresse il lavoro di spoglio dei fogli sanitari militari adottati dal Ministero della guerra tra il 1859 e il 1863 su un campione di circa 300 mila persone i cui risultati furono pubblicati nel 1905 in “Antropologia militare”.

Il naturalista svedese Linneo (1707-1778) descrisse quattro delle varietà fondamentali di razze umane tra cui alcune “ferine e mostruose” (Landra G., Cogni G., Piccola bibliografia razziale, Vipiano, Roma, 1939, p. 39). Altre classificazioni furono proposte da Muller (1773), Hunter (1775) e Blimenbach (1806) a cui si deve il primo metodo cranioscopico. Nel 1756 Voltaire scriveva: “solo un cieco può dubitare che i balcani, i negri, gli albini, gli ottentotti, i lapponi, i cinesi, gli americani siano razze completamente diverse” (Landra, Cogni:12). Dal 1836 al 1842 intercorse un “periodo di preparazione” (Id, 13) in cui lo svedese Retzius scoprì l’indice cefalico a cui seguì un altro decennio di propagandisti della “filosofia razziale” (Id, 13) tra cui il De Gobineau (1853) per il quale comincia a farsi strada l’idea di razze differenti: non più solo evoluzionismo ma anche degenerazionismo (incroci tra specie diverse). In Italia accanto alla “Metodologia e tecnica” (Genna, Frassetto, Sergi, Niceforo, Camerano, Castaldi) si affiancò l’ “Antropologia” (Ridolfo Livi, Vincenzo Giuffrida Ruggieri, Marcello Boldrini, Renato Biasutti, Fabio Frassetto, Luigi Castaldi, Giovanni Marro). Alla “Craniologia e osteologia” (Giuseppe Sergi, Paolo Mantegazza, Giuffrida Ruggieri, Moschen, Bovero, Sittoni, Angelotti, Genna, Puccioni, Sera, De Giovanni, Viola) si oppose l’ “Entologia e paleontologia” (Gian Alberto Blanc, Alberto Carlo Blanc, Pettazzoni, Trombetti).

Un caso a parte fu Cesare Lombroso (1835-1909) che partecipò alle spedizioni militari nel Regno delle Due Sicilie apparentemente per motivi di studio ma in realtà per cercare dei cadaveri freschi da esporre per il suo museo degli orrori. I Savoia non solo non fecero nulla per fermarlo ma favorirono la diffusione delle sue teorie. Già il filologo Gaspare Gorresio portò a compimento nell’arco di un trentennio, dal 1843 al 1870, una grandiosa impresa editoriale, finanziata dal governo piemontese in cui alla visione dei semiti contrapponeva quella dei “degni eredi” degli ariani d’oriente che all’epoca avevano un significato tutt’altro che religioso: «Gli arya nei testi antichi appaiono come sinonimo di dvija che vuol dire “nato due volte” … gli arii corrispondono all’unità guerriera dei fedeli di Dio di luce, razza divina in lotta contro le forze oscure e elementari del Krshna» (Bibliografia fascista, 1939, vol. 1, p. 492).

Fin dalla tenera età Lombroso manifestava tratti caratteriali anomali: “Io ho osservato su di me tutti gli stadi delle manie più diverse: fin dai 4 anni io mi inquietai temendo d’andar coscritto. Poi invocai gli angioli a 8 anni. Ebbi ogni stimolo di paura andando a letto e spegnendo il lume. Paura dei ladri che non mi lasciavano dormire e a ogni scricchiolio. Credo aver tutti i mali di cui sento parlare e senza ragione credo di essere tisico, che devo morire in quel tale dì, e fo preparativi e so contemporaneamente che questa
condotta è assurda, credo di essere impotente, di aver un’ernia, di essere un idiota” (Pierpaolo Martucci, All’inizio era il male: determinismo biologico e destino nella criminologia di Cesare Lombroso, Rassegna Italiana di Criminologia, 1/2013, p. 55).

Nel 1863, a proposito del carattere degli abitanti della Calabria, Lombroso scriveva che la cattiva linea germinale ereditata dalla dominazione spagnola – molto più del clima – aveva prodotto abitudini malsane e una tendenza all’ozio. I ricchi mostrano questa disposizione conducendo una vita oziosa tra lussuria, piaceri e caccia mentre il povero si impegna in furti, danni alle cose o accattonaggio. In Sicilia, ad esempio, le influenze arabe e semitiche sarebbero la causa originaria delle tendenze criminali. Il sangue arabo – mobile, irrequieto, crudele e rapace – spiega in gran parte le ribellioni e le violenze nella Sicilia occidentale.
https://books.openedition.org/pufc/5198

Il museo criminologico fu inaugurato nel 1906 per esporre cimeli e altre scartoffie di Cesare Lombroso (vero nome “Marco Ezechia” di origini ebraiche). Tra l’altro vi sono esposti i cadaveri dei meridionali che subirono le torture peggiori di qualsiasi scenziato nazista. Recentemente il senatore del gruppo misto Saverio De Bonis ha lanciato un appello per la chiusura di questo scempio. Guarda caso chi difende Lombroso sono i gruppi di estrema destra (Torino tricolore, Lega Nord).

Secondo Antonio Gramsci, Lombroso era tra quelli che avevano contribuito a diffondere l’idea che i meridionali fossero di una razza inferiore (Antonio Gramsci, La questione meridionale, liberliber.it, p. 39); in una delle sue opere più famose, “L’uomo delinquente”, afferma che l’eziologia del delitto è dovuta a molteplici cause tra cui la razza e i fattori demografici. Il 3 ottobre 2012 il tribunale di Lamezia Terme ha condannato l’Università di Torino alla restituzione del cranio di Giuseppe Vilella al paese calabrese d’origine, nonchè al pagamento delle spese di trasporto. Alcuni hanno messo in dubbio il modo con cui sono stati raccolti i reperti dopo che lo stesso Lombroso aveva dichiarato di averli rubati nei cimiteri. Non a caso nel 1882 fu cacciato dalla Società italiana di antropologia ed etnologia.

Nelle “letture sulle razze umane” tenute nel 1865 a Pavia affermò:

“Se noi vogliamo proprio attenerci solo alle grandi differenze anatomiche, dobbiamo almeno distinguere tre grandi gruppi delle razze umane: il bianco, il nero, il boscimano. Del bianco sarà inutile parlare , come che i suoi modelli, più o meno eleganti, abbiano modo di studiarlo ad ogni passo nelle nostre città. […]; (quanto ai negri e alle negre ) ambedue vanno, sotto quella nera cute, fin troppo ricchi di ghiandole sudorifere, le quali emanano quell’odore particolare che troppo san distinguere i cani negrieri”.

E ancora:

“Lo sviluppo del bambino africano è tutto affatto differente dal nostro: […] le suture del capo, che da noi si saldano solo in tarda età, gli si ossificano prestamente, come nell’idiota e nelle scimmie […]. Lo stesso dicasi dello sviluppo morale: che il negro appunto come la scimmia, si mostra intelligentissimo fino alla pubertà; ma a quell’epoca in cui il nostro intelletto stende le ali ai voli più gagliardi, egli s’arresta si ravvoltola in una scimmiesca e stupida mobilità, quasi che il suo povero cervello stesse a disagio in quel cranio allungato e pesante e si perdesse in quel difforme inviluppo di ghiandole e di ossa”.

La depravazione razzista di Lombroso raggiunse il culmine con la pubblicazione di “L’uomo bianco e l’uomo di colore” (1871), basato in gran parte sulle letture di Pavia, in cui i ritratti delle persone sono stati ritoccati e manipolati (Carli M., Pugliese N., Artificial Man: Cesare Lombroso and the construction of the physical traits of atavism, “Contemporanea”, 3, 2001, pp. 537-552, p. 545)

E ancora:

“Gli animali domestici seguirono le vicende fisiologiche dell’uomo: così in Sardegna impicciolirono i cavalli, i buoi con l’uomo; e gli uni e gli altri ingrandirono invece in Toscana e in Friuli” (p. 94).
https://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k81538x.texteImage

Di palese orientamento razzista vi furono anche i “Padri della patria”. Il 25 giugno 1860, così il Cavour scriveva a Costantino Nigra:

«Villamarina (ambasciatore piemontese a Napoli) mi comunica che il Re di Napoli è disposto a seguire i consigli dell’imperatore (Napoleone III). Noi lo asseconderemo per ciò che riguarda il Continente, puisque les macaronis ne sont pas encore cuits, mais quant aux oranges qui sont déjà sur notre table, nous sommes bien décidés à les manager» – visto che i maccheroni non sono ancora cotti, ma per quanto riguarda le arance che sono già sulla nostra tavola, siamo determinati a mangiarle (Ganci M., Storia della nazione siciliana, Ediprint s.r.l., Siracusa 1986, p. 74).

In Giuseppe Mazzini vi è “l’intuizione anticipatrice della razza. Egli prosegue: In Italia fu il convegno di tutte le razze (…) Noi le vincemmo tutte. Quand’anche gli italiani parevano materialmente soggiogati, il Principio sopravviveva e conquistava tutti gli elementi che l’opprimevano. Eterno come il Diritto romano che si mantenne frammezzo al rovesciarsi dei barbari, il Principio italiano logorò poco a poco le razze greche, germaniche, illiriche, saracene. Nella grande unità romana si operò la fusione delle razze greco-latine; nella grande unità del cattolicesimo, durante il dramma dell’Impero, quella delle razze settentrionali (Scritti, Ed. Nazionale, III, pp. 293-302. In Armando Lodolini, Storia della razza da Augusto a Mussolini, Roma, Unione editoriale d’Italia, stampa 1939, pp. 218-219). Secondo l’autore “l’unità d’Italia si è formata nel Mezzogiorno (Lodolini, p. 231) più precisamente con la rivolta dell’esercito dei sanfedisti di Fabrizio Ruffo (la rivolta dei forconi) “che costò alla Calabria e all’Abruzzo 60 mila morti italiani, il doppio di tutte le guerre del Risorgimento” (Lodolini:188) e che dimostrò “che il senso della Nazione si era ormai affermato indistruttibilmente” (ibidem).

Giuseppe Garibaldi rubava cavalli e commerciò in schiavi:

《M’ha sempre portati i Chinesi del numero imbarcati e tutti grassi e in buona salute; perchè li trattava come uomini e non come bestie》 (Augusto Vittorio Vecchi. La vita e le gesta di Giuseppe Garibaldi, Zanichelli, Bologna, 1910, p. 73).

《Tra il 1850 e il 1853, l’uomo d’affari peruviano Pietro Denegri assunse Giuseppe Garibaldi per andare a Manila e Cantón sotto il comando della nave Carmen che trasportava una spedizione di guano e di ritorno con una spedizione di nuovi “trasferiti” cinesi al Porto di Callao. Da quello stesso porto la nave Mariluz partì per Macao nel maggio 1872, il cui obiettivo era di tornare nelle terre peruviane con 255 cinesi per le tenute settentrionali. Ma durante una sosta nel porto giapponese di Yokohama, uno dei cinesi trasferiti fuggì dalla nave e denunciò i maltrattamenti a cui lui e i suoi compatrioti furono sottoposti durante il viaggio, nonché le malattie che li affliggevano, a causa delle quali durante il viaggio aveva ucciso un terzo dei cinesi. In seguito, le autorità giapponesi hanno deciso di liberare i cinesi da Mariluz e l’episodio è stato considerato uno scandalo internazionale. Immediatamente dopo, fu concluso il Trattato di amicizia, commercio e navigazione tra Cina e Perù, che riuscì a regolare le relazioni tra i due paesi e che servì come punto di partenza per porre fine alla tratta di esseri umani nel 1887》(“La invasión silenciosa: El desembarco chino en América del Sur” di Diego Guelar)
https://books.google.it/books?id=iSkBAgAAQBAJ&lpg=PT161&ots=E6dFvOPr50&dq=garibaldi%20chinos%20carmen&pg=PT161#v=onepage&q=garibaldi%20chinos%20carmen&f=false

“Dagli scritti di Mino Milani risulta che la nave trasportava “coolies” ufficialmente immigrati cinesi ma in realtà povera gente arruolata con l’inganno e in condizione virtuale di schiavitù, la cui destinazione era il Perù, Cuba o le Antille”.
(Augusto Ferrero Costa, Presencia de Garibaldi en el Perú, Lienzo. Revista de la Universidad de Lima, 18, 1997, p. 205
https://revistas.ulima.edu.pe/index.php/lienzo/article/view/3742/3674)

E che dire dei primi campi di concentramento della storia? In proposito scrive Eugenio Di Rienzo: “l’Italia, aveva ricevuto comunque un trattamento di favore da parte delle altre Potenze, almeno per quello che riguardava gli aspetti più deprecabili della sua politica interna. Inghilterra e Francia, nel passato così critiche verso il regime carcerario riservato da Ferdinando II ai suoi oppositori, chiusero a lungo ambedue gli occhi, quando il ministero Rattazzi decise di relegare, fuori dei confini del Regno (Eritrea, Patagonia e persino il Borneo ricevendo sempre dinieghi delle potenze europee), i circa 14.000 reclusi nei lager di Fenestrelle, Pinerolo, Sestriere, San Maurizio Canavese: prigionieri di guerra borbonici, detenuti politici, abitanti di interi paesi deportati sotto accusa di brigantaggio, renitenti alla leva, cospiratori repubblicani e garibaldini catturati in Aspromonte” (G.Novero, I prigionieri dei Savoia. La storia della Caienna italiana nel Borneo, Sugarco, Milano, 2011. In Eugenio Di Rienzo, Il Regno delle Due Sicilie e le potenze europee, Rubettino, Soveria Mannelli, 2012, p. 217).

Tra gli allievi di Lombroso si segnala Alfredo Niceforo che in”L’Italia barbara contemporanea” (1898) sosteneva l’esistenza nel Mezzogiorno di popoli non evoluti, portatori di una civiltà barbara e inferiore a quella del nord Italia; in “Italiani del nord e italiani del sud” scrive che i meridionali sono organicamente degenerati. Cesare Paladini (Milano, 1820-1876), prefetto del Regno d’Italia, in “Scritti postumi” dice che le questioni di lingue sono diverse da quelle di razza (36) e che il “pelasgo” sarebbe una subspecie di razza ariana meridionale, tipica della Grecia e dell’Italia. Nel 1903 Enrico Morselli e Sante De Sanctis cercarono di spiegare la vicenda di Musolino con la sua provenienza dalla Calabria. Le teorie di Lombroso si diffusero anche all’estero come dimostra il drammatico linciaggio di 11 immigrati siciliani avvenuto negli Stati Uniti il 14 marzo 1891. Nel 1913, sotto la guida di Giuseppe Sergi e Alfredo Niceforo, si costituì il Comitato italiano per gli Studi di Eugenica che ebbe un ruolo decisivo nel dibattito sul razzismo.

Il museo Lombroso non fu l’unico del genere, già nel 1871 era stato fondato a Firenze il primo museo di Antropologia diretto da Paolo Mantegazza che pure ebbe da dubitare sul metodo utilizzato dallo pseudoscenziato scaligero insieme a Vilfredo Pareto, Napoleone Colajanni e molti altri che però non riuscirono ad arrestare le derive razziste e devianti del suo pensiero. Il medico veneto e deputato del Regno d’Italia Luigi Messedaglia nel 1913 descriveva la Libia come una terra semibarbara e primitiva. In “Lanima della donna” (1920) sua figlia Gina Lombroso criticava aspramente il femminismo, consigliando alle donne di svolgere al meglio il proprio ruolo domestico e familiare piuttosto che dedicarsi alla vita pubblica. Poi scrive: “La donna è sottomessa all’uomo perchè in fondo l’obbedienza non le è doloroso, specie quando l’uomo che comanda faccia parte delle persone che ama; gli è che, obbedendo, essa non solo ha la vaga intuizione di far il proprio interesse assai meglio che non se facesse di testa propria, ma anche perchè l’obbedire le risparmia un’infinità di indecisioni, di rimorsi, di pentimenti quali sono quelli cui va soggetta quando deve da sola prendere una decisione per proprio conto” (p. 42).

Paradossalmente il museo rimase chiuso durante il Fascismo nonostante il razzismo avesse fatto proseliti nell’ambiente accademico italiano (Nicola Pende, Paolo Orano, Sergio Sergi, Lidio Cipriani, Guido Cogni, Telesio Interlandi, Giuseppe Preziosi) fino al punto da promuovere il manifesto della razza e le leggi razziali. Non sorprende dunque che la Costituzione della Repubblica italiana, promulgata nel 1947, contenesse, e contiene tuttora, il termine “razza” (art. 3).

Il resto della storia la conosciamo attraverso tutti gli episodi che hanno contribuito ad alimentare i luoghi comuni contro determinate persone (dal “non si affitta ai meridionali” ai cori da stadio) e non da ultimo il fenomeno politico delle “leghe” (Lega Nord, Liga Veneta) “che ha riproposto di fatto il mito di Lombroso e con esso l’idea di due razze” (Gangemi G., Stato carnefice o uomo delinquente? La falsa scienza di Cesare Lombroso, Magenes, Milano, 2019).

Sebbene Lombroso, Cavour e Garibaldi fossero membri della massoneria non credo che esista una contrapposizione Massoneria-Neoborbonici almeno non quanto tra “persone che non conoscono la questione meridionale” e “persone che non conoscono quella settentrionale”. Eh già perchè dopo Codogno alcuni si sono chiesti “perchè a me?” e altri ne hanno approfittato per rigurgitare vecchi rancori come nel caso dei due luminari della scienza (Ascierto e Galli) per poi arrivare ai giornalisti disinformati (Giletti, Palombelli, Merlino, Feltri, Augias).

Ci hanno insegnato che Garibaldi era “l’eroe dei due mondi” ed oggi sappiamo che era un ladro e commerciava in schiavi. Ci hanno insegnato che Cavour fu il grande ministro dell’Unità quando oggi sappiamo che ordinò le missioni di corruzione del Persano. Ci hanno insegnato che Lombroso era il padre della criminologia mentre oggi sappiamo che era uno pseudoscenziato e che andava dietro gli spiriti di Eusapia Palladino. Questo ci hanno insegnato e questo abbiamo smentito.

Bibliografia

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La più grande fossa comune di meridionali esistente al mondo: il Museo Cesare Lombroso a Torino, “Briganti.info”, http://briganti.info/la-piu-grande-fossa-comune-di-meridionali-esistente-al-mondo-il-museo-cesare-lombroso-a-torino/

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Moe N., “Altro che Italia!” Il sud dei piemontesi, “Meridiana”, 15, 1992, pp. 53-89 http://www.rivistameridiana.it/files/Moe,–Altro-che-Italia–.pdf

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Novero G., I prigionieri dei Savoia. La storia della Caienna italiana nel Borneo, Sugarco, Milano, 2011.

Vecchi A.V., La vita e le gesta di Giuseppe Garibaldi, Zanichelli, Bologna, 1910.

Le mie prigioni

Nel 1911 fu pubblicato a cura del nipote Emanuele Rocco il diario di Giovanni Vacca, uno dei protagonisti dei moti del ’48. Il documento, scritto tra il 1840 e il 1850, fornisce una testimonianza interessante dell’epoca da parte di chi aveva vissuto personalmente l’esperienza penitenziaria sotto i Borbone. Il libro inizia con la narrazione degli avvenimenti che hanno visto la cattura dell’autore e la traduzione nel carcere di Santa Maria Apparente in Napoli dove emerge la constatazione delle durissime condizioni di vita dei detenuti costretti a vivere in una «tomba di viventi» (p. 6). Unica consolazione il fatto che in quegli stessi locali avevano alloggiato i padri della Rivoluzione napoletana (Cirillo, Pagano, Poerio, etc.) diventati celebri cinquanta anni prima. La seconda nota critica è rivolta alla criminalità organizzata che fu colpevole di gravi lesioni dei diritti dei detenuti, così come erano stati sanciti dalla Costituzione del 10 febbraio 1848 e subito dopo abrogati. L’autore ripercorre sinteticamente quegli avvenimenti nel terzo capitolo del suo libro tessendo le lodi al primo Parlamento eletto della storia degli stati preunitari che fu costretto a sospendere le sedute dopo l’irruzione dei mercenari svizzeri, al soldo del re di Napoli, ma gli ordini della corte austriaca primi fra tutti Maria Carolina, figlia della più famosa Maria Teresa perché, se anche sulla carta l’Austria aveva lasciato Napoli nel 1734, di fatto ne condizionava tutte le scelte politiche prima e dopo i napoleonidi. La Sicilia, invece, fu sconvolta dall’invasione inglese nel 1806 che, seppur di breve durata, condizionò la politica locale per gli anni a venire sulla base di quanto già fatto da Lord Malmesbury (Tessitore G., L’utopia penitenziale borbonica, Angeli, Milano, 2002, p. 9). Nonostante la nutrita presenza di uomini colti e capaci, il Parlamento, come tutte le democrazie, era diviso al suo interno tra apposte fazioni (progressisti e conservatori) ma era, tuttavia, distante dal popolo in quanto il suffragio universale non esisteva ancora. Una forma diversa di democrazia meno lecita ma non meno efficace era quella che regnava in carcere e che l’autore descrive nel IV capitolo del libro. Si trattava di un camorrista che forniva l’olio e le lampade, il pane ed il vestiario grazie ai proventi dell’attività criminale e non di rado fomentava vere e proprie rivolte come accadde nell’episodio di “Ricchizzi” che era una guardia penitenziaria celebre per i suoi metodi aspri che infliggeva ai prigionieri e che fu linciato dal popolo accorso in aiuto ai ribelli. A questo punto l’autore si lascia andare ad una lunga digressione politica in cui tratta di cesaropapismo, di comunismo, di Bonapartismo, di costituzionalismo e di tutte le vicende che hanno caratterizzato quel periodo storico nella prima metà del XIX secolo. Nell’ultimo capitolo, l’autore tratta della giustizia politica e della Magistratura di cui, nonostante la situazione politica, «in linea generale il governo borbonico rispettò l’indipendenza» (Scirocco A., Il Regno delle due Sicilie, in “Amministrazione della giustizia e poteri di polizia dagli stati preunitari alla caduta della destra, Atti del LII Congresso di storia del Risorgimento italiano, Pescara 7-10 novembre 1984, Roma, Istituto per la storia del Risorgimento italiano, 1986, p. 323). La giustizia, riprendendo Platone, anche se apparentemente avrebbe dovuto tutelare le libertà individuali in realtà era uno strumento di oppressione criminale ed il pensiero ricade inevitabilmente alle vicende personali quando, ad una prima esperienza di democrazia, ne seguì una di lotte e persecuzioni. Protagonisti di questi episodi furono il ministro di giustizia Raffaele Longobardi, il capo della polizia Gaetano Pecchenedda, il presidente della corte criminale Navarro ed il procuratore generale Filippo Agelillo. Tutti presenti nel “super processo” del 15 maggio 1848 che vide imputati lazzari e briganti (irridentisti) che avevano partecipato ai moti. La magistratura, forte del prestigio del foro partenopeo, comminò per la maggior parte pene detentive tra cui spiccavano illustri personaggi quali Carlo Poerio, figlio del Giuseppe martire del 1799, Samuele Cagnazzi, Luigi Settembrini, Silvio Spaventa e Michele Pironti. Le ultime pagine del libro sono le più toccanti perché evidenziano l’enorme tensione emotiva nonché il pathos dell’imputato durante il processo. Giovanni Vacca morì nel 1876 nello stesso anno in cui Lombroso diede alle stampe “L’uomo delinquente” ciò che sarebbe diventato il caso più discusso della criminologia.

Citazioni tratte da Giovanni Vacca, Le mie prigioni (1840-1850), Napoli, Console, 1911.