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Le comunità educanti: una rete al servizio dei giovani

Convegno organizzato nell’ambito del Festival dell’economia di Trento con la collaborazione della Fondazione Franco Demarchi di Trento presso la Fondazione Caritro (ex Camera di Commercio) via Calepina, Trento. Le motivazioni di questo incontro risiedono nel tentativo di analizzare la povertà educativa che fa da sfondo alla più generale povertà economica. Sono presenti: Elisa Bortalomedi, ricercatrice della Fondazione Demarchi, Chris Richmond responsabile di “Mygrants”, Federico Samaden presidente della Fondazione Demarchi e Noelia Garcia economista spagnola.

Interviene Federico Samaden che discute una relazione sulle strategie in atto di fronte all’incertezza globale. C’è una voce che viene da chi lavora sul campo educativo e che grida alla capacità di far diventare i giovani delle persone di valore. Questa attività attraverso i processi educativi ci porta a considerare la mancanza della capacità di porre in essere dei modelli educativi efficaci che però molto spesso molte affermazioni rimangono sulla carta. Come si traduce in pratica? Ci siamo concentrati sui territori che sono più capaci di trasformare le conoscenze in competenze che possono servire alla vita di tutti i giorni. Abbiamo cercato di ragionare in termini pragmatici per fornire un pacchetto di strumenti educativi che ci porterà presto a stipulare un protocollo con le principali istituzioni politiche territoriali ed oltre. Ogni territorio infatti ha un patrimonio a sé fatto di usi, storie e tradizioni locali. Abbiamo perciò cercato di capire l’ambiente educativo di ciascun territorio e abbiamo adottato la nostra piattaforma che si rivolge ad un target più ampio.

Interviene Chris Richmond che discute una relazione sulla start up “Mygrants” che ha l’obiettivo di mappare le competenze dei migranti in favore del loro ingresso nel mondo del lavoro. Oggi ci sono centinaia di milioni di immigrati nel mondo specialmente provenienti dall’Africa e dall’Europa dell’est. Come possiamo fare in modo che i migranti possono essere utili alle comunità sociali e civili sapendo che l’Italia è uno dei paesi con il tasso di natalità più basso al mondo. Un altro rischio è che il lavoro per cui uno ha studiato non venga poi svolto. Perciò abbiamo sviluppato una piattaforma digitale che potesse mappare le competenze pregresse, le working skills, sulla base del fabbisogno occupazionale. Il percorso si è sviluppato sulla base di decine di migliaia di dati che ci servono per il matching per l’inserimento lavorativo.

Interviene Elisa Bortolamedi che discute una relazione sui risultati del progetto “Verso una comunità educante” che indica il cammino alla ricerca delle caratteristiche per una comunità educante. Non esistono formule magiche risolutive ci sono però degli elementi che ci consentono di capire cosa facciamo. Cos’è la comunità educante? La comunità è il nostro spazio vitale, il famoso villaggio che fa crescere il bambino, ci stiamo dentro a volte ristretti a volte adagiati. L’educazione è “portare fuori”. Abbiamo scelto Pergine Valsugana che presenta aspetti ambivalenti dell’ambiente urbano e rurale. Abbiamo somministrato delle interviste esplorative secondo un “modello a trivella” che rende bene l’idea di andare a fondo in più punto per comprendere il territorio. La prima evidenza ha a che fare con la comunità educante che nessuno aveva mai sentito parlare (il questionario prevedeva undici categorie di compilatori, il campione era suddiviso in giovani e adulti). Chi fa parte del territorio è inconsapevole della comunità educante di cui fa parte. La seconda evidenza riguarda i promotori (scuola, genitori e associazioni culturali). Come si spiega l’associazione culturale tra i promotori di competenze educative? Evidentemente ci sono molti volontari che hanno lavorato per costruire delle reti sociali e ciò ci ha permesso di creare un indice universale delle competenze da utilizzare nel mercato del lavoro.

Interviene Noelia Garcia che discute una relazione sulla comunità educante in Spagna. Da noi la comunità educante è per alcuni aspetti simile a quella italiana ad esempio la percentuale di inadempienza scolastica (giovani sotto i 25 anni che non lavorano e non studiano) ma sul piano internazionale la pandemia ha velocizzato i programmi di formazione e digitalizzazione. Si passa dalle competenze necessarie al mercato del lavoro appartengono alle nuove professioni (up skills) ad un apprendimento long life learning ed entro il 2030 avremo nuovi tipi di lavoro. Tutto ciò senza dimenticare il merito: la società deve rispondere a livello lavorativo a chi è capace di soddisfare determinati requisiti. In prima posizione ci sono le competenze scientifiche che sono anche le meglio pagate ma allo stesso tempo ci sono meno donne che vi fanno parte e che riscontrano difficoltà nell’accesso del lavoro. In Italia gli iscritti ai corsi di materia esterna sono solo il 18% e pure le bambine fanno difficoltà a credere in sé stesse fin dai primi anni di scuola. Si tratta di materie in cui ci sarà un maggiore investimento e questi ambiti cresceranno di più grazie alla transizione ecologica. Se non abbiamo ragazze preparate in tali settori avremo più problemi a garantire la parità di genere. A livello europeo siamo al 60%.

Interviene Federico Samaden che discute una relazione sul sistema scolastico italiano e come si può aprire all’esterno. La scuola da sempre fa progetti che vanno oltre le mura e si rivolgono al territorio ma molto spesso rimangono aleatori. Lo scopo del nostro progetto è di dare stabilità alle idee e produrre risultati nel tempo. Le scuole devono aprirsi non con i progetti ma con la valutazione. Le scuole difendono coi denti il sistema tradizionale di trasmissione della cultura italiana e ciò produce delle “gabbie” di disvalore (gabbia dei consigli di classe, gabbia delle verifiche, etc.). La vera rivoluzione che proponiamo sta nei concetti: non la rappresentanza ma le competenze. Il nostro ruolo è di obbligare le scuole ad aprirsi facendoci entrare il territorio (associazioni culturali, associazioni sportive, associazioni di volontariato). Più il mondo va avanti nelle tecnologie, più la scuola resiste con la paura che la cultura italiana possa essere messa a repentaglio. A fronte di migliaia di convegni l’attenzione sui giovani deve provenire dalla comunità che si fa “educante” perché entra finalmente nelle scuole. Quando parliamo di accompagnamento alla vita parliamo di un atteggiamento nuovo che deve essere trasmesso nel nostro sistema educativo fatto di proposte concrete ed ambiziose.

Interviene Chris Richmond che discute una relazione sulle opportunità lavorative della nuova piattaforma. I giovani devono scegliere cosa studiare e cosa imparare. La scuola deve diventare un centro di empowerment di modo che chiunque possa riscoprire le abilità che possiede in potenza e che non conosce perché ha vissuto in un sistema che trasmette ma che non educa. Parliamo di “continuous evalutation” senza dare peso alle cose ma facendo in modo che l’effort sia ridotto. Facciamo in modo che tutte le conoscenze che si sviluppano in modo naturale possono essere messe al servizio degli altri. Potremo entrare nel nostro database ed estrarre le persone che hanno le giuste competenze e che si candidano per un concorso possono sapere in tempo reale che valore ha avuto il suo profilo. Grazie al digitale facciamo in modo che le due parti possano parlarsi e valorizzare le richieste di ciascuno. Le persone che fanno il lavoro per cui hanno studiato saranno più felici e ci saranno meno problemi in relazione alla fuoriuscita dal mercato del lavoro e quindi meno povertà.

Interviene Elisa Bortolamedi che discute una relazione sulla fattibilità degli indici di ricerca nel progetto “Verso una comunità educante”. Abbiamo trovato degli indicatori sugli operatori sociali che spesso sono sottopagati dagli enti locali in cui lavorano ma anche sminuiti dai loro colleghi più giovani. Altri indicatori riguardano i gruppi dei pari, lo studio delle reti sociali, l’inserimento del mondo del lavoro e relativo supporto. Le attività culturali, l’abitare, le pari opportunità, le politiche di sostegno alla genitorialità sono tutti settori di ricerca che confermano l’esistenza di nodi e connessioni di una rete che però risulta frammentata che non consente una scelta adeguata per ciò che un giovane vorrebbe fare “da grande”. Un’altra risorsa sono gli indicatori di “Save the children” tra cui la copertura dei posti nei nidi e asili comunali o convenzionati che vede, sopratutto la nord, una maggioranza di mamme che lavorano. I risultati della ricerca confermano la conoscenza e l’importanza dei progetti contro la dispersione scolastica e l’organizzazione delle biblioteche pubbliche e dei musei. La conseguenza è la possibilità di aumentare la consapevolezza della cittadinanza sul problema educativo dei giovani e di poter aiutare la creazione di un sistema educativo che consenta loro di vivere la transizione all’età adulta in maniera sana e coinvolgente.

L’Anaps e l’insegnamento della religione cattolica

Assemblea sindacale live a cura dell’Associazione Nazionale Autonoma Professionisti della Scuola con Angela Rolito, segretario nazionale dell’Anaps, che discute una relazione su alcuni problemi rilevanti dell’irc.

Parliamo di una normativa che è la conseguenza di un concordato tra Stato e Chiesa che prevede l’irc facoltativo dal 1985. Ci arrivano notizie di docenti con comportamenti da tenere sugli alunni che decidono di ritirarsi nel corso dell’anno che è una decisione che il dirigente assume in autonomia perché ci sono state delle sentenze che lo hanno autorizzato anche se nel nostro ordinamento non sempre i risultati delle sentenze di applicano ai casi successivi. Il concordato prevede che il docente abbia un riconoscimento da parte della Diocesi sull’idoneità cioè l’autorizzazione ad insegnare la religione cattolica. L’idoneità prevede alcuni requisiti stabiliti dal can. 804: retta dottrina, testimonianza di fede e abilità pedagogica. Su tale idoneità l’Anaps ha portato avanti la battaglia sul dibattito sui concorsi specialmente dopo il parare del Consiglio di Stato che ha riconosciuto l’idoneità come valore abilitante. Inoltre i docenti sono equiparati ai docenti a tempo indeterminato. L’intesa del 2012 individua i titoli utili all’accesso che consistono al corso di laurea magistrale o al Bacellierato in sacra teologia. Fino al 2017 c’è stato tempo per completare i titoli posseduti ed adeguarsi alla nuova normativa. Il titolo di studio consente al docente di ricoprire l’incarico nell’anno solare (18 ore nella scuola elementare e 12 ore per le altre) e non le supplenze che pur essendo riconosciute non concorrono alla ricostruzione di carriera (circolare del 2001). In questo quadro il docente di religione si pone come figura mista tra pubblico e privato proposto dalla Diocesi ma stipendiato dallo Stato. L’Anaps ritiene che l’irc non sia un insegnamento catechistico ma interdisciplinare aperto a tutte le religioni. Non sempre le scuole hanno dei programmi adeguati per la ricostruzione di carriera che comporta tempo e conoscenza della normativa perciò consigliamo di rivolgersi alle associazioni sindacali. La documentazione deve contenere il decreto firmato dal dirigente, i certificati di servizio, la domanda protocollata, il documento di idoneità, il titolo di studio. La Ragioneria di Stato risponde con il visto di conformità e se non riconosce la domanda allora il docente non può considerarsi stabilizzato. I docenti passati di ruolo nel 2004 hanno avuto l’accesso alla piattaforma Sidi nel 2007 mentre i docenti stabilizzati avranno un’altra ricostituzione di carriera che non segue le stesse indicazioni del docente a tempo indeterminato. La battaglia sul concorso per insegnanti di religione batte sul fatto che ci sono delle fasce svantaggiate ad esempio la fascia intermedia che recupera qualcosa solo allo scatto successivo. Molte scuole quando il docente compie i 4 anni di servizio gli danno i contributi previdenziali che non è del tutto corretto. La scuola primaria nella ricostituzione di carriera avviene più facilmente nella scuola primaria poiché essendo sufficienti le 12 ore anche se il docente ne fa 6 nella scuola secondaria comunque la ricostituzione di carriera avviene sulla scuola primaria. Abbiamo avuto dei docenti che hanno dovuto completare l’orario tra scuola primaria e secondaria. Per quanto riguarda la DAD gli insegnanti di religione sono quelli che hanno sofferto di meno perché da anni utilizzano le strategie didattiche migliori. In realtà è la scuola che si è trovata impreparata perché la DAD esiste da anni e la scuola non la utilizzava forse perché si tende più a subire la burocrazia che a produrre la didattica. Nel momento in cui l’epidemia ha portato a dover affrontare la DAD, allora si è capito che non se ne sarebbe più fatta a meno, es. la Diocesi di Brescia si è attivata con il supporto e la didattica anche sull’educazione civica. Un’altra conseguenza della DAD è stata la necessità di rimodulare i programmi e di convocare le assemblee a distanza. Forse andrebbe rivisto il margine normativo temporale, es. lo sforamento di ore di lezione, e quello spazio-geografico di modo che non ci siano sperequazioni tra regioni anche perché la pandemia ha creato una fascia di povertà non indifferente con famiglie che faticano ad arrivare a fine mese ed un indice di inadempienza scolastica alle stelle. Invece di buttare soldi in banchi e girelli bisognava dare a tutti la possibilità di connettersi ad internet anche tramite la distribuzione di dispositivi in comodato d’uso con la compatibilità dei software, es. “Google meet”. Un altro problema è di mandare i ragazzi a scuola d’estate il che non tiene conto delle associazioni che già si organizzano per la stagione estiva e che richiede un ulteriore esborso di denaro che però non soddisfa le esigenze dei docenti precari. Non sappiamo quando finirà il concorso straordinario né quando inizierà quello ordinario che è già stato bandito. O eliminiamo le classi pollaio o aumentiamo l’organico. Molti hanno lavorato con le MAD perché nelle scuola mancava il personale ed oggi stanno partendo le informazioni su come presentare le MAD a settembre. Chiediamo la stabilizzazione che non è la sanatoria ma riconoscere la dignità del lavoro fatto attraverso i decenni. Per non impedire ai giovani di partecipare ad un concorso ordinario bisogna stabilizzare docenti precari con 15-20 anni di servizio poi bisognerà garantire un concorso ogni 2-3 anni. Quello dei concorsi ordinari è un depistaggio politico perché si danneggiano i precari che chiedono di essere stabilizzati. L’ultimo punto da affrontare è l’educazione civica (DM 35/2020) che ha allarmato molti docenti ma che in realtà serve a rendere più inserita la nostra figura professionale nei consigli di classe. Gli stessi docenti si sono resi conto di quanto l’irc sia predisposta a qualsiasi insegnamento trasversale e i gli stessi non si sentono più soli. Inoltre la persona, l’educazione, l’ambiente sono argomenti già trattati dall’irc. Nel momento in cui l’irc viene scelta come materia di studio, il docente si inserisce nel consiglio di classe e segue gli orientamenti del coordinatore di educazione civica che non c’è in tutte le scuole pur essendo una disciplina non obbligatoria. Ci sono molti docenti di religione che sono vicari, responsabili di plesso, vicepresidi e quindi l’irc rimane una delle discipline più apprezzate.


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Per una didattica partecipata

“La progettazione del corso e della lezione per una partecipazione attiva degli studenti: incontro introduttivo e discussione di alcune esperienze”. Webinar organizzato dal “FormId” (Centro di competenza per la formazione dei docenti e l’innovazione didattica) e l’Università di Trento.

In questo periodo la didattica a distanza (dad) e la didattica interattiva (did) non sono solo delle alternative ma delle strategie chiave per riuscire ad entrare in relazione con gli studenti che altrimenti non si potrebbe avere in una classe in presenza. Ne parliamo con Susanna Sancassani, Direttrice del Centro di formazione docenti del Politecnico di Milano, che discute una relazione su alcuni esperimenti realizzati per una nuova didattica partecipata. Quando ci troviamo a dover cominciare una lezione bisogna capire come rendere efficace l’incontro didattico. La pandemia ci ha consentito di iniziare un processo di trasformazione della didattica e di riflessione della scuola e delle tecnologie che procede per 4 fasi: la sostituzione (la tecnologia che sostituisce il processo didattico tradizionale), aumentazione (la nuova didattica organizzata), modificazione (il nuovo contesto tecnologico porta alla nuova didattica) e la ridefizione (ripensare il processo nel suo insieme). Recenti esperimenti hanno dimostrato che l’elettroencefalogramma degli studenti è il medesimo quando fanno lezione in classe e guardano la tv mentre cambia quando stanno in relazione, fanno i compiti o dormono. Ciò induce a mettere in discussione il metodo di insegnamento tradizionale. La prima cosa da fare nella progettazione è di avere come guida l’allineamento dei risultati attesi e il set didattico a disposizione. La seconda cosa è di lavorare sui risultati attesi della singola lezione. Se rispetto ad una lezione il docente si pone in termini di elenco di contenuti, molto difficilmente sarà stimolato a creare delle interazione con gli studenti. Si consideri il seguente esperimento svolto al Politecnico di Milano: aula estesa in cui un gruppo di studenti è in presenza e un’altra online insieme al docente. La rilevazione è stata ottenuta videoregistrando la lezione e con l’aggiunta di microfoni ambientali. La lezione era legata alle strategie di valutazione. Se il docente fosse partito da un elenco di contenuti, si sarebbe dovuto sforzare per inventarsi delle attività. Se invece si progetta delle informazioni di risultato atteso, la lezione non può essere un racconto del docente ma un momento in cui il racconto individuale diventa abilitante al raggiungimento dei risultati di apprendimento. La didattica tradizionale è basata sulla narrazione del docente che non è in grado di modificare subito le conoscenze degli studenti che solo possono farlo in un secondo momento. La nuova didattica si propone di raggiungere dei risultati durante la lezione stessa tramite le interazioni degli studenti in classe. Bisogna essere consapevoli che la didattica non è basata su un trasferimento di contenuti ma su una narrazione reciproca con delle attività specifiche che possano agire da incubatori di trasformazione. Come un’operazione che a prima vista sembra del tutto burocratica come la formazione didattica risultato-apprendimento è il vero driver di attivazione della classe perché la formazione attesa dal discente impegna il docente a integrare il suo racconto con attività che mobilitino l’interesse di mettersi in gioco. Per progettare una classe attiva bisogna scegliere adeguatamente i canali di comunicazione tra docente e discente, il modo in cui coinvolgere il mondo esterno e i contenuti da veicolare (struttura narrativa, formato, fonti, etc.). Una comprensione corretta della provenienza degli studenti può servire a costruire una progettazione didattica che non sia completamente sbilanciata sui contenuti ma sia integrata con tutte le variabili. Un esperimento ha cercato di rilevare l’attività basata sull’analisi dei video sulla serie tv “Big Bang theory” in cui ci sono dei protagonisti “nerd” in cui c’è un genio di docente ma pessimo nel rapporto con gli studenti. I risultati dell’esperimento hanno dimostrato che gli strumenti digitali non sono un’alternativa al dialogo umano ma sono degli strumenti di mediazione che aiutano a interpretare e stimolare le risposte; sono degli “sfondi integratori” tra un’aula in presenza e un’altra online in cui tutti lavoravano ciascuno nel suo ambito. Segue il dibattito.

Che ruolo può avere la teoria del media all’uso dei media dal lato del docente e del discente? Dentro la teoria dei media si trovano tante risposte che possono superare il problema dello schema passivo per cui i mass media rendono passivi chi li riceve?

Se usati bene i mass media possono diventare uno strumento chiave per la didattica attraverso cui “co-costruire” il significato. Un esperimento si è svolto su un incontro dedicato alla didattica che si è svolto dopo una serie di workshop in cui il docente ha messo a loro disposizione gli esiti dei percorsi precedenti svolti dai discenti di modo da ritornare su quelle attività chiedendo loro di mapparle secondo i propri criteri. I risultati hanno dimostrato una varietà delle rappresentazioni attraverso cui gli studenti hanno categorizzato i contenuti rispetto alle quali non c’era la risposta giusta o sbagliata come sarebbe stato in un quiz tradizionale ma semmai c’era la risposta più o meno utile. Si è scoperto che la costruzione del contenuto didattico è induttiva facendo lavorare il discente per poi discutere insieme al docente su quanto fatto. Ad un certo punto qualcuno che aveva bisogno di un contenuto se lo era incollato come promemoria e tutti andavano da lui ad attingere il contenuto. La fluidità tra il contenuto proposto e quello che viene costruito consente di creare un rapporto coi media che procede verso l’interpretazione collaborativa della costruzione di significato.

Nel momento in cui una persona fa didattica “blend” (metà in presenza e metà online) l’utilizzo di strumenti informatici non sbilancia l’apprendimento verso l’uno a discapito dell’altro?

Il fatto di avere una classe estesa implica che tutti abbiano a disposizione degli strumenti di ricezione omologati (tablet, smartphone, etc.), poi ci sono i banchi mobili che consentono il distanziamento. In ogni caso gli studenti che vengono in aula devono essere motivati e certamente non solo perché lo vogliono i genitori o perché avranno un brutto voto in pagella. In questo caso sarebbe deleterio fare attività individuali perché non valorizza la loro presenza fisica.

Considerando che molto di ciò che viene riportato viene dagli whatsapp degli studenti, quanto è importante convogliare gli strumenti e il dialogo durante gli incontri e quanto è importante riportare quanto appreso in un secondo momento (sincronia e asincronia)?

Rispetto alla questione sincronia-asincronia la guida sono i risultati di apprendimento. Un esperimento ha individuato i risultati chiave su cui lavorare in modo interattivo chiedendo agli studenti dei lavori di approfondimento al di fuori dell’aula. Su altri contenuti si fa un “mook” il cui completamento è richiesto per accedere all’esame in cui si ragiona su tutti i contenuti non trattati in aula. Il rapporto tra sincronia e asincronia è molto importante è va curato nel tempo perché l’attivazione al di fuori dell’aula rappresenta per i ragazzi il momento più libero e creativo attraverso cui possono dare il meglio di sé. La didattica in aula rimane centrale per riflessioni fugaci e semplici da approfondire poi in un secondo momento. Il problema è bilanciare lo sforzo dell’uso dello strumento mediatico e il risultato conseguito. Wooclap.com e Miro.com, che prevede anche delle licenze gratuite, possono essere delle proposte didattiche concrete.

Allineamento tra obiettivi formativi e formazione. Lo studente come partner. Nel coinvolgere gli studenti si può farlo in parte sugli obiettivi di apprendimento e in parte sulla loro valutazione?

Il co-design dell’apprendimento sarebbe l’ideale a patto di fare il monitoraggio continuo perché favorisce l’autonomia degli studenti perciò bisogna controllare il processo pena il rischio di perdere per strada chi non possiede abbastanza autonomia (deliverable frequenti, responsabilizzazioni chiave, task individuali).

La scuola del sociale: dialogo tra pubblica istruzione e politiche sociali

Seminario di credito promosso dall’associazione Oltre L’Orizzonte Onlus, Palazzo di Città, Sala dei marmi, Salerno.
 
Perchè “la scuola del sociale”? La scuola deriva dall’emozionalità perchè insegnare non è solo impartire nozioni teoriche ma anche gioco e cocializzazione. L’obiettivo è disciplinare gli alunni con attività stimolanti e ricreative, non solo una “scuola babysitter” ma che possa orientare il discente, prossimo cittadino di domani. La possibilità di aprire le scuole alle esperienze sociali ed alle opportunità del terzo settore è iniziata grazie al progetto “città educativa” (“ci vuole un intero villaggio per educare un bambino”, Eva Avossa, assessore all’istruzione di Salerno) dove gli operatori possono godere delle professionalità del terzo settore per metterle a disposizione delle scuole al fine di educare la popolazione scolastica alla gestione delle emozioni (dal 2015 la città di Salerno avrà una sezione sperimentale Montessori, prima in Italia). E se anche la scuola viene meno? Secondo Luigi Barnabè, presidente della commissione politiche sociali di Salerno per conto dell’assessore Savastano, se volessimo fare una classificazione di priorità forse metteremmo le famiglie al primo posto e la scuola al secondo, in realtà la scuola oggi rappresenta un momento di sviluppo del minore che lo caratterizza per tutta la vita, ciò significa che la scuola può intervenire anche laddove vi fossero delle criticità nella formazione che come tutti gli attori sociali subisce le conseguenze della crisi economica.
 
Secondo Luciana Iosca, docente di psicologia sociale dell’Università Suor Orsola Benincasa di Salerno, i disturbi associativi, che affliggono l’infanzia con problemi nella lettura-scrittura, sono subdoli perchè si presentano presto: dislessia e discalcolia sono sintomi che impediscono il bambino ad apprendere perchè non sono veri e propri handicap e se l’audlto cerca di comuunicare con loro non ci riesce perchè quel bambino si approccia in maniera diversa. Dietro ogni bambino dislessico c’è quasi sempre un membro familiare con un problema o con un sintomo che richiede una risposta clinica, es. il bamino che chiede aiuto dice all’operatore “aiuta la miafamiglia a comunicare”. Le statistiche ci dicono che al primo e secondo anno di scuola, i bambini dislessici fanno proprio un modello di approccio laterale (come già Leonardo da Vinci) che è un pensiero cretivo e intuitivo per il quale le parole sono percepite in manier diversa. Qualche tempo fa se a scuola non si scriveva con la mano giusta erano botte, mentre oggi essere mancino non è più un problema anche se l’emisfero destro lavora meglio e i dislessici riescono a leggere perfetamente ciò che facciamo anche con quello sinistro ma il bambino non è trattato in tempo, non riuscirà a leggere bene nè fare pace col segno grafico.
 
Il ruolo dell’insegnante è di formare e non educare lasciando al genitore il compito di educare. La prima regola è l’onestà specifica tipica di una figura professionale apposita laddove il genitore proietta nel bambino una parte del prorio vissuto non risolto. Il docente deve comprendere la diversità e deve poter supporre il percorso del bambino rispetto al recupero (non pianificare il recupero pechè altrimenti si porrebbe il bambino di fronte ad aspettative irrealizzabili) ma offrendo possibilità diverse di apprendere proporzionalmente alle modalità che egli ci indica. Come si può insegnare al genitore come fare il genitore? Spesso si esercitano dei modelli acquisiti, frutto del retaggio culturale, adattando ciò che si è capiti al bambino col rischio di far scomparirlo al proprio interesse (educazione presunta e formale). Il rapporto col bambino, invece, deve essere dinamico perchè deve attarversare il suo mondo complesso. Ciò che serve è lo studio del fenomeno e l’intervento di personale di sostegno qualificato. La situazione attuale della scuola è di abbandono perchè è un tema che non interessa più a nessuno anche forse a causa dell’expertise che permette alle persone di acquisire competenze nel tempo. Cosa accade a livello emotivo quando il sintomo è negato o mal gestito? Il rifiuto dell’altro perchè a quel punto il bambino tenderà fare ciò che gli viene ordinato dall’adulto e non essere più sè stesso. Alla domanda “che cosa vuoi fare da grande”, il bambino dislessico non risponde come tutti gli altri farebbero, es. medico o polizziotto ma semplicemente con “essere felice”.
 
Cosa c’è che non va? Il primo problema è il disagio scolastico: man mano che i bambini crescono saranno selezionati dalle condizioni economiche della famiglia d’origine, d’altronde nelle scuole private si è ancora troppo piccoli e certi problemi si manifestano tra gli 11 e 12 anni mentre la disabilità si riconosce prima. La procedura impone che una volta scoperto il caso, si indirizza il bambino all’Asl che, spesso, non riconosce la disabilità. La L. 104 ha introdotto il docente di sostegno ma non è più attuale e deve essere agggiornato in quanto oggi vi sono molti bambini stranieri con tutte le difficoltà di accettazione da parte degli autoctoni. Poi ci sono i bisogni educativi speciali (BES) che comprendono diverse categorie tra cui i disturbi specifici di apprendimento (DSA) che non è un problema celebrare ma ad una disfuzione delll’emisfero sinistro (“e non andano avedere il livello di problemi perchè non è una vera e propria diagnosi seppur rivelata da uno specialista, Laura Bruno docente di sostegno scuola Monterisi di Salerno”), es. scrivere a lettere invertite, in altri casi non decodificano i calcoli matematici (discalculia). Le difficoltà cognitive inducono a quelle comportamentali perchè spesso il bambino dislessico è emarginato dalla classe (anche l’iperattività può essere associata alla dislessia). La scuola deve permettere al discente di esprimere sè stesso (“ogni disciplina deve essere per il bambino un aspetto della propria anima da far crescere”, Id.) e a tal proposito il piano educativo individua delle sezioni specifiche: area del sè, della comunicazione e della sensorialità.
 
Il disagio familiare, come già detto, nasce dal mancato riconoscimento del ruolo familiare e della trasformazione verso nuove forme non ancora riconosciute, es. famiglia di fatto e unioni civili. La scuola non è l’unica agenzia educativa e bisogna lavorare in rete. Perciò ci deve essere interazione tra scuola e famiglia che non sempre ha i mezzi educativi adatti (“l’alunno è una spugna e quanto più si dà amore, più si riceve e si cresce”, Concetta Ascione, vicaria della scuola Leopardi di Torre Annunziata). Nei contesti dove c’è un forte disagio bisogna dare di più perchè il primo bisogno del bambino è affettivo poi formativo e, infine, cognitivo (autostima e senso critico). Le regole sono fondamentali anche se oggi la società evolce velocemente e non si ha neppure il tempo di adeguarsi ai tempi, es. in passato se c’era un problema si convocava il genitore a coloquio mentre oggi sembra quasi un “affronto”, perchè spesso il docente si sente rispondere “e tu che hai fatto per provocarlo?” con i sensi di colpa che ne seguono, quindi il primo passo è di stabilire un rapporto fiduciario coi genitori. La scuola è come una torta: ha bisogno di vari ingradienti (conoscenze, competenze, abilità e valori) non solo per educare o istruire ma per formare anche la cittadinanza attiva. Come si fa a capire se la torta è buona? “Non importa quanto si da, ma con quanto amore si riesce a dare” (Id., M. Teresa di Calcutta).
 
C’è un progetto di legge sulle “scuole aperte” su modello anglosassone dove l’istruzione privata è molto avanti mentre in Italia la scuola è un servizio pubblico che, con la nuova legge, pederebbe la concorrenza sul mercato. La L. 328/00 non è sempre stata rifinanziata in modo giusto e i piani di zona hanno perso afficacia. Occorre creare uno sportello sociale, presideuta da un assistente sociale, perchè la scuola oggi è sempre più un istituto di frontiera cercando di conciliare l’apprendimento con la socializzazione (educazione sessuale e dialogo interreligioso). Secondo Gilda Panico non sarebbe una cattiva idea introdurre uno spazio neutro a scuola dove il bambino o il genitore non si sentano giudicati e accenna alla collaborazione in corso tra il Cnoas e il garante nazionale dell’infanzia (“non vorrei che i giovani vivessero le mortificazini che abbiamo sofferto noi”, Gilda Panico, segretario Sunas). Il PEI non è sempre condiviso coi docenti non solo in senso informativo ma anche cognitivo-culturale nel senso che i genitori non riconoscono il modello culturale scolastico nei contesti urbani difficili dove per comunicare bisogna dimostrare di possedere gli stessi valori (“di fronte alle leggi siamo tutti uguali ma non siamo tutti uguali nell’applicarle“, Pasquale Basso, dirigente scuola Basso di Torre Annunziata) e la pianificazione serve giusto a compensare tali situazioni di svantaggio (“il malato più difficile da curare è quello che non sa di essere malato”, Id.) e ciò non significa andare a scuola tutti i giorni o a tutte le ore ma fare in modo che tutti possano andare a scuola.
 
Nel 2004 c’è stato il progetto “Gruppo di piano per adolescenti” (GPA) a Napoli tra Asl, Comune e scuole che aveva sede presso ogni municipalità con lo scopo di pianificare sul territorio, con sedute periodiche sebbene non sia stato sempre possibile garantire la presenza di tutti, tra cui molti dirigenti che cambiavano spesso sede. Nella pianificazione rientarva anche la salute. In una classe c’è stato un caso di coma etilico. I risultati del progetto dimostrano che nell’ambito di uno spazio neutro, i minori si confrontano e si aprono al cambiamento. Ogni anno si sceglie un tema e gli operatori cercano di trovare i giusti argomenti per “rompare il ghiaccio”, mettendosi in discussione e favorire i lavori di gruppo (“abbiamo una visione di noi stessi troppo rigida e quando ci confrontiamo cogli altri siamo diversi”, Massimo Corrado, docente di pedagogia generale all’Università SUN di Napoli). Secondo Nicola Fummo, pedagogista e mediatore familiare, la solitudine dell’assistente sociale non dipende solo dalla mancanza di personale ma anche dall’assenza di supervisori qualificati ma quando il disagio nasce tra le mura domestiche non basta neppure questo, es. a Pugliano (SA) alcune famiglie non hanno potuto comprare i libri di testo. 
Approfondimenti

Prima di tutto cittadini

Convegno organizzato nell’ambito del “Forum delle culture”, Convento San Domenico Maggiore di Napoli.
 
Si è svolto lunedì 17 novembre 2014, presso il Convento San Domenico Maggiore di Napoli, il convegno di presentazione dei risultati della ricerca “Le radici ed il futuro” da parte dell’Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT) in collaborazione con il Comune di Napoli e la Regione Campania. Si tratta di una ricerca che ha coinvolto un centinaio di scuole e oltre 500 minorenni italiani e stranieri che hanno compilato un questionario on line. Daniele Pitteri, responsabile del Forum delle Culture, ha accennato alle motivazioni della scelta del titolo della ricerca “Le radici e il futuro” che si inserisce nel discorso più ampio delle varietà culturali e della ricchezza e del confronto tra persone di provenienza diversa e candidati alla cittadinanza italiana e napoletana. L’incontro si basa su due tematiche principali: diversità culturale e sviluppo sostenibile che non è solo tutela ambientale ma contempla anche il mutamento sociale. La stampa locale persegue una strategia minatoria verso il Forum delle Culture che, in verità, non è solo un programma di spettacoli e divertimenti ma anche apprendimento e crescita, come dimostra il meeting dei rappresentanti dei paesi mediterranei. Il dott. Franzese, dirigente scolastico, ritiene che conoscere la dimensione dell’integrazione può servire per capire i mezzi per intervenire meglio sui problemi: nel 2011 la popolazione straniera è triplicata specialmente nel nord ovest mentre è diminuita nel sud. Gli immigrati rappresentano le forza emergente del paese, perciò, non bisogna solo lavorare per il “dopo” ma anche per favorirne l’ingresso; se il reddito è diverso, c’è un esposizione maggiore al rischio di povertà, un altro problema è la dispersione scolastica nonostante gli alunni di seconda generazione siano incrementati, perciò, il MIUR ha scelto l’integrazione culturale perché si vuole creare una reale esperienza d’apprendimento ponendo al centro non solo i minori ma anche le famiglie perché senza di esse non si possono avere dei risultati. Secondo il dott. Saverio la presenza straniera non è così ingente da “far paura” agli autoctoni anche perché c’è una sensibilità, specialmente da parte dei giovani, che promette bene ed oggi grazie all’osservatorio si è potuto iniziare a lavorare per supportare l’Istat (rilevazione e analisi) che già da 2 anni sta effettuando rilevazioni sul popolamento del territorio e comparandolo a livello nazionale anche grazie ai fondi europei. Secondo Emma Valenza, dirigente del liceo Pasquale Villari, nelle scuole tutti i giorni si lavora per costruire una società diversa che si fondi su certi valori e su certe politiche sociali rivolte al raggiungimento di due obiettivi: l’introduzione dei corsi di lingua italiana, es. sul liceo Villari insieme al terzo settore e il sondaggio effettuato confermerà tale obiettivo. È riprodotto un filmato con alcuni minori che raccontano come si vive nella scuola italiana, la maggior parte proviene dall’est europeo ed è di genere femminile. Interviene l’assessore Palmieri secondo la quale l’osservatorio permanente sull’accesso alla scuola vuole capire se la presenza straniera in Italia è una risorsa o un problema: di per sé il minore straniero è una sfida perché si pone come “ponte” tra due generazioni: i giovani – se riusciranno a trasformare le risorse umane in opportunità anche se vige un senso diffuso di diffidenza, che rischia di peggiorare se non si pone l’inclusione nelle condizioni migliori – e gli anziani che confondono le difficoltà linguistiche con le carenze strutturali. Il 50% delle scuole ospita almeno un minore straniero ma la poca dimensione può essere di aiuto per sperimentare nuovi modelli d’integrazione. L’assessore cita esplicitamente la differenza tra “distinguere” e “comprendere” così come tra stranieri e immigrati. La prima fase della ricerca ha visto la rilevazione tramite un questionario laddove è emerso un problema di “distinzione” perché essere nati in Italia non equivale a essere stranieri così come gli apolidi non sono per forza nomadi, escludendo cosa loro pensano di noi (analisi dei bisogni). Secondo Padre Cataldo, ex docente al liceo Vittorio Veneto, tutto dipende dalle strategie politiche: se non c’è lavoro non c’è neppure progresso perché i giovani non usano molte parole ma preferiscono i “fatti”, es. il convegno su Saddam Hussein che ha dimostrato come questi si fosse pentito (i pentiti non si possono condannare alla pena capitale). Interviene Stefano Molina della Fondazione Agnelli che accenna al libro uscito 2 anni fa “Le seconde generazioni in Italia” in cui si formulavano delle previsioni sulla base dei dati del 2004 quando la popolazione dei figli d’immigrati sarebbe cresciuta, quando l’immagine dei minori stranieri dipendeva da quella dei genitori (lavavetri senegalesi e badanti polacche), quando la cronaca nera era piena di notizie allarmanti, quando la scuola sembrava riuscire ad adattarsi alle differenze etniche, quando il consenso politico era in ritardo su eventuali iniziative legislative. Che è successo dopo 10 anni? La popolazione scolastica è cresciuta da 400 mila minori a 1 milione e mezzo di cui la maggior parte nati in Italia ma non ancora maggiorenni, questa ondata di nuove generazioni non ha investito l’Italia in modo uniforme, es. 46,8% si trovano a Brescia con almeno un genitore straniero, mentre a Napoli il tasso cala di 6,6%, in totale ci sono 690 mila minori stranieri in Italia, poi ci sono i “naturalizzati”, cioè, che sono divenuti cittadini dopo i 18 anni di età, che sono 800 mila, 75-80% di coppie miste con maschi italiani e femmine straniere, ed essendo la madre straniera l’inculturazione è più forte. In totale i minori sono 1 milione e mezzo. Il campione scelto per la ricerca è in riferimento a minori nati all’estero e in parte quelli nati in Italia, si sono presi gli estremi del campione. Come è cambiata l’immagine degli stranieri dopo 10 anni? Prevale l’energia fisica se si vedono alcuni giocatori di calcio (Balotelli ed El Sharawy), mentre Khalid Couki è un parlamentare del PD che recentemente è salito agli onori delle cronache per non aver versato i contributi al partito e che compare nella copertina di un libro con la prefazione di Magdi Allam. In tutti i gradi di scuola ci sono dei gradi diversi di conoscenza della lingue italiana tra chi è nato in Italia e chi no, perciò, le scuole devono lavorare sull’Italiano scritto pena il rischio di non poter accedere alle scuole superiori (orientamento al ribasso). Nel governo “del fare” (Enrico Letta) c’era una norma per la quale si riconosceva la presentazione di pagelle o referti medici per avere la cittadinanza, oltre ad essere elevata il limite di età a 19 anni, ma non c’è stata una legge vera e propria perché c’è confusione tra “cittadinanza” e “nazionalità”: la prima rinvia ad un diritto (civili, politici e sociali), la seconda rinvia all’appartenenza alla comunità etnica di provenienza (nell’800 cittadinanza e sudditanza coincidevano). In questo momento le seconde generazioni non sono discriminate sia perché sono troppo giovani sia perché sono “parcheggiati” a scuola, pertanto, bisognerà vedere se il modello “bamboccioni” funzionerà anche per loro. In Francia, intanto, stanno scomparendo gli italiani intesi come seconda generazione perché non più interessanti per le istituzioni politiche: si sono perfettamente integrati e non c’è bisogno più di occuparsi di loro. Salvatore Strozza, docente universitario del dipartimento di sociologia e membro dell’osservatorio, esprime una relazione sul quadro dei minori stranieri a Napoli. L’osservatorio è attivo da due anni. In 10 anni i minori stranieri sono passati da 1,7% al 9% di cui nel 50% nati in Italia e questi aumentano molto di più verso i nati all’estero. Nel 2014 su 182 mila persone su 50 mila frequentano la scuola superiore di secondo grado, un altro problema è che nel centro nord la metà dei minori è nata in Italia, mentre nel Sud è il 32,6% dove, però, ci sono meno strutture, quindi, maggiore dispersione (solo il 66% di minori tra 14 e 18 anni frequenta la scuola a Napoli, con incidenza maggiore nelle scuole di medie piccole dimensioni, su 1600 minori dello Sri Lanka ne vanno a scuola solo in 200). Luciana Quattrociocchi dell’Istat descrive procedure della ricerca il cui obiettivo è di analizzare le diverse opportunità di accesso tra minori stranieri e italiani. Oltre al questionario on line si è utilizzato i focus group, il Limesurvey e il software Cawi. Nella compilazione è stato messo a disposizione un mediatore culturale. Uno dei risultati emersi è la forte incidenza di classi composte per nazionalità e comunque di scarsa eterogeneità; un altro problema è la forte mobilità tra una classe e l’altra; non in tutte le scuole c’è un mediatore culturale e non tutte le scuole offrono comunicazioni in multilingue, es. materiale informativo, orientamento, regolamenti. Come popolazione target si è scelto i nati in Italia e all’estero. Come gruppo di controllo: anche adottati e figli di copie miste. Il questionario era diviso in 7 parti tra cui anche la carriera migratoria della famiglia d’origine. La ricerca si concluderà l’anno prossimo. Le attività extra scolastiche più frequenti sono i laboratori interculturali (assemblee, forum, dibattiti) seguiti dagli incontri con le famiglie (in pochi casi i minori vi partecipano solo se è presente un loro connazionale). Gli item scelti sono: “trattano tutti allo stesso modo”, “non capire la lezione”, “fidarsi dei docenti”, “sentirsi apprezzati”, “avere entusiasmo per ciò che si sta facendo”. Rispetto al passato, c’è un maggiore apprezzamento degli stranieri del lavoro offerto loro da docenti e dirigenti italiani. I minori italiani godono di maggiore percezione positiva della scuola, meno gli asiatici e quelli “in ritardo” che presentano una valutazione negativa del gruppo di pari (“quando mi trovo in classe e i compagni non mi aiutano”). Il ritardo non è dovuto alle bocciature (solo 1 su 4) ma nell’essere inseriti in una classe non adeguata alla propria età. Anche se c’è povertà, il problema vero è il livello di stimolo che la scuola deve promuovere attraverso la frequenza di attività didattiche ed extra scolastiche.
 
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