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Rivista di diritto penitenziario – Rassegna di studi penitenziari (1931-1978)

Rivista di diritto penitenziario (dal 1931); Rassegna di studi penitenziari (dal 1951); Tipografia delle Mantellate, Roma, Dipartimento dell’amministrazione penitenziari presso il Ministero di Grazia e Giustizia. Direttore responsabile: Giovanni Novelli (anni ’30 e ’40), Luigi Ferrari, Giuseppe Lattanzi, Alfonso Falò, Pietro Manca (anni ’50 e ’60), Giuseppe Altavista (anni ’70).

I quasi cinquanta anni che procedono dal 1930 al 1978 rappresentano un arco di tempo fondamentale per la storia del servizio penitenziario italiano grazie anche a due eventi importanti quali il nuovo codice penale (1931) e la riforma penitenziaria (1974); dalle prime forme di volontariato fino alle moderne specializzazioni è possibile ricostruire lo sviluppo della figura professionale dell’assistente sociale. Già la legge 20.07.1934 n. 1404 art. 23, infatti, stabiliva che presso ogni Tribunale per i minorenni fosse custodito un registro di istituzioni di assistenza sociale e di persone benemerite che si dichiaravano disposti a provvedere all’assistenza e all’educazione dei minori sottoposti a libertà vigilata (Novelli G., La rieducazione dei minori dal punto di vista scientifico sociale e giuridico, 1938, 2, pp. 223-262). Per “benemerite” si intende il personale proveniente dai Fasci femminili per ogni Federazione provinciale e dalle assistenti sanitarie visitatrici (cfr. Eula E., Una nuova missione della donna fascista, “Echi e commenti”, 1939, 25). In tale cornice si inserisce la “Rivista di diritto penitenziario” (1930-1943) la cui struttura editoriale prevedeva una parte dedicata agli articoli ed una parte alle rubriche (dottrina, giurisprudenza, recensioni). Tra gli autori degli articoli si segnalano personaggi famosi quali il futuro presidente della Repubblica Enrico De Nicola (I progressi penitenziari, 1, 1935, pp. 121-154), il criminologo Benigno Di Tullio (L’articolo 241 nel nuovo regolamento penitenziario, 1, 1932, pp. 20-27), il sociologo Celso Coppola (Pianificazione e coordinamento dell’azione sociale a livello sociale, 1966, p. 401), lo psicologo Agostino Gemelli (Gemelli A., Le applicazioni della psicologia differenziale allo studio della delinquenza, 3, 1935, pp. 501-559),

L’osservazione dei minorenni era affidata all’Opera Nazionale Maternità e Infanzia (Istituti di osservazione di minori abbandonati o traviati fondato dall’ONMI, 4, 1931, pp. 1075-1076):

«L’Opera Nazionale per la protezione della Maternità e dell’infanzia, che sin dal suo primo anno di vita ha cercato di organizzare nelle singole provincie speciali reparti di osservazione per minorenni abbandonati o traviati, valendosi di istituti preesistenti già forniti dei necessari locali, ha impiantato direttamente, con mezzi propri, in Roma un istituto che è l’unico del genere in Italia e all’estero. Esso si distingue dagli ordinari istituti per minorenni traviati e delinquenti, giacché non mira alla rieducazione del ricoverato, ma all’accertamento delle sue condizioni psicofisiche e sociali, e lo trattiene per il solo periodo di tempo strettamente a ciò indispensabile. Si distingue dall’istituto Centrale di osservazione di Moli, perché questo serve per minorenni già presentati al giudice e che passano poi tutti, sino alla maggiore età, in altri istituti, mentre i minorenni ricoverati nell’istituto di Roma sono, in gran parte, restituiti alle famiglie o collocati al lavoro. Non può essere neppure assimilato agli ambulatori neuropsichiatrici, né ai reparti infantili delle cliniche psichiatriche. Anzi da questi si differenzia nettamente per gli scopi ai quali tende, e per i mezzi dì indagine di cui dispone. Non va infine confuso con una clinica per lo studio della condotta dei fanciulli (Child Guidance Clinique), di quelle tanto in onore nei paesi anglosassoni. Il periodo dì osservazione dura normalmente da 8 a 15 giorni. Al termine di esso il sanitario direttore del servizio, di intesa col direttore dell’istituto, coordina tutti gli elementi raccolti e dispone la compilazione della scheda individuale, nella quale è indicato se il minorenne possa essere riconsegnato alla famiglia e collocato al lavoro, con o senza vigilanza, o se invece debba essere internato in un istituto, e in quale tipo di istituto. La scheda è trasmessa all’Opera Nazionale Maternità e Infanzia, cui spetta la decisione definitiva. La direzione dell’istituto segue il giovanetto anche nel suo nuovo ambiente, fornendo all’Opera Nazionale nuovi elementi per assicurare veramente la di lui rieducazione ed utilizzazione sociale. Ecco i risultati ottenuti dall’istituto nel suo primo periodo di vita, cioè dal 1° dicembre 1930 al 30 aprile 1931; 94 minorenni ricoverati; 51 riconsegnati alle famiglie e collocati al lavoro; 9 trasferiti in istituti di rieducazione: 2 collocati in istituti di medicina pedagogica; 3 ricoverati in ospedali. Si va ora studiando la possibilità di affidare all’istituto un nuovo compito importantissimo; quello cioè di coordinare ed elaborare, sotto il diretto controllo delPOpera Nazionale, i dati che questa raccoglie circa i servizi di assistenza e di protezione dei minorenni traviati e delinquenti nelle altre provincie del Regno».

Ai minorenni erano concessi i benefici di sconto della pena (case di rieducazione), mentre i minori prosciolti per incapacità d’intendere e di volere erano rinviati nei riformatori giudiziari, infine i minori condannati in via definitiva erano destinati agli istituti penitenziari (Novelli G., Il primo esperimento delle misure amministrative di sicurezza in Italia, 1937, 1, pp. 17-18). La fine-pena dei minorenni prevedeva la liberazione condizionale presso uno speciale istituto dove il soggetto veniva ospitato e seguito in modo ottimale fino al compimento della maggiore età (I nostri stabilimenti: Il patronato dei minorenni condannati condizionalmente in Roma, 2, 1932, pp. 778-797):

«Il patronato dei minorenni condannati condizionalmente, in Roma, è stato fondato da Lucia Re-Bartlett nel 1906. A distanza di due anni sorgevano i patronati di Milano e di Firenze e prima del 1910 gli altri di Venezia, Bologna, Napoli, Palermo oltre quelli di città minori come Pinerolo, Chiusi, Alessandria. È opportuno ricordare l’origine di questi istituti. Nel 1905 Lucia Bartlett, giovane inglese, innamorata dell’Italia, lanciava negli ambienti aristocratici della società romana un foglietto volante dal titolo esotico: “Ufficiali probatori e il dono di una guida”. Difficilmente oggi si potrebbe trovare una copia di quello scritto, ma l’idea generosa doveva trovare un’eco larga e profonda, specialmente nel riguardo dei fanciulli per i quali, nella coscienza italiana, l’affetto e la sollecitudine erano già antiche e tradizionali, quando si affermava nel diritto romano il concetto lapidario “maxitna debetur puero reverentia”. Intorno a Lucia Bartlett si raccolsero insieme con sociologi, medici e giuristi, numerosi giovani che, pensosi e commossi dalle miserie del popolo agitato in sterili lotte civili, cercavano di acquetare l’animo desideroso di bene e di giustizia nell’offrire intelligenza e cuore all’elevazione materiale e morale della parte più cara, promettente e dolorante della Nazione: i fanciulli traviati. Un alto compito si delineava alle loro coscienze : restituire alla Patria, come giovani onesti e laboriosi, quei minori che avevano intrapreso la via della colpa, non tanto per innate forze nascoste, quanto per responsabilità dell’organizzazione sociale, sottrarre i fanciulli dalla galera e sostituire alla pena restrittiva de la libertà, alle fredde ed aride mura del carcere l’aiuto e la parola di persone buone che sapessero comprendere e perdonare gli errori dei fanciulli cresciuti in una atmosfera di povertà materiale e morale. Lo sviluppo dei patronati per minorenni condannati condizionalmente fu cosi rapido da consentire nel 1913 a Firenze un congresso di questi istituti, con lo scopo di fissare il risultato degli studi conclusi sul problema della delinquenza minorile e per muovere nuovi provvedimenti legislativi dettati non dal concetto della pena vendicativa e difficilmente emendatrice, ma da quello profondo dell’affetto e della rieducazione. Le parole con le quali l’illustre e compianto prof. Borri inaugurò il congresso di Firenze traducevano giustamente il concetto informatore di questi patronati. Pur oggi esse sono vere, esprimendo una realtà immanente alla coscienza e allo spirito umano in ogni tempo e fino a quando fanciullo e delitto saranno fatti che suonano in modo contrastante alla coscienza dei popoli più evoluti. Egli disse: “Non crediamo di errare se affermiamo che le finalità alle quali informano la propria azione i patronati dei minorenni delinquenti appartengono ai costrutti i più evoluti della coscienza sociale, ove questa venga concepita di limiti ben più ampi di quelli che circoscrivono i termini convenzionali, sì della coscienza giuridica che della coscienza morale. Imperocché sono costrutti spirituali ben superiori, come quelli che non perdendo il contatto del realismo sociologico — il che è quanto dire scansando il pericolo di vaporare nell’utopia — muovono il cittadino ad una azione integrativa e parallela, complementare della funzione statale in modi e forme per l’addietro non tentati. Mentre la gioventù del tempo correva dietro ad aspirazioni e idealità che segnassero lo scopo della vita morale, venne la guerra. I patronati furono disertati dai giovani che sognavano un’ Italia più grande e più nobile. Di essi rimase solo il ricordo del bene compiuto, nell’eco delle parole espresse dagli assistiti che divenuti devoti servi della Patria in armi combattevano e sapevano morire eroicamente a testimonianza della grande luce ideale che avi-va rischiarata l’anima loro. Sopravviveva solo quello di Roma, per la costanza e la fede di due operosi antichi soci, i signori A venali e Serantoni, che avevano trasformato l’istituto in un’opera assistenziale per gli antichi protetti partiti per la guerra. La stessa fondatrice Lucia Bartlet, dava tutta sé stessa, cogli scritti e colle opere, a fare più grande e gloriosa la Patria adottiva, tanto da essere fra i pochi giornalisti inglesi che anche dopo la mutilazione della vittoria italiana sostenevano la romanità della Dalmazia nostra. La rivoluzione fascista, raccogliendo quanto di buono era sopravvissuto al travaglio spirituale della Nazione, suscitando nelle coscienza un nuovo fermento ideale, affrontava in pieno i grandi problemi dell’educazione e della elevazione del popolo italiano, per dirigere le nuove generazioni a più alti destini. Mentre dava allo Stato un nuovo assetto consono ai bisogni immediati e alle idealità future, gettava le basi di una legislazione sociale, tale da porre l’Italia antesignana del progresso giuridico, morale e civile nel mondo. Colla fondazione dell’Opera per la protezione della maternità e dell’infanzia, coll’istituzione del tribunale per minorenni, coll’applicazione dei nuovi codici, il patronato romano per minorenni condannati condizionalmente vedeva non solo applicati i principi per i quali da tanti anni aveva combattuto, ma sentiva anche rinnovata la sua vita, cosicché nel 1930, coordinandosi colla Federazione provinciale dell’Opera maternità e infanzia (Onmi), iniziava una nuova vita di opere e di speranze. L’attività odierna del patronato minorenni in Roma può essere cosi riassunta. Il patronato riceve la segnalazione dei minori che hanno commesso un reato o sono stati tratti in arresto per motivi di P.S., dalla procura del Re, dalla Federazione provinciale dell’Opera nazionale per la protezione della maternità e infanzia, dai Commissari di P.S., dall’istituto di osservazione, che è un organo creato dall’Opera per raccogliere e studiare questa categoria di minori nell’intento di conoscerne la costituzione biopsichica e determinare la condotta educativa che loro meglio si addice. I soci volontari del patronato, in gran parte signore esperte e buone, le cui doti materne suscitano confidenza alle famiglie dei traviati eseguono le richieste domiciliari da riassumersi in particolari schede (allegato I e II) da trasmettersi alle autorità che hanno segnalato gli inquisiti per servire di guida al tribunale nella valutazione del reato, all’istituto di osservazione nello studio del minore, al patronato dell’assistenza rieducativa. Il patronato provvede alla difesa gratuita dei ragazzi tratti in giudizio a mezzo di un collegio di avvocati che hanno il compito di collaborare col tribunale minorile, non per trovare cavilli e scappatoie alla legge, ma per mettere in evidenza le cause del traviamento del fanciullo in causa e studiare il provvedimento educativo che meglio gli si addice secondo le risultanze processuali del fatto compiuto, dell’ambiente famigliare, della sua costituzione biopsichica. Fra questi difensori è giusto segnalare gli avvocati D. Carnevali e F. Lucifero perii loro costante zelo e la loro competenza. Alle udienze del tribunale assistono alcuni delegati volontari del patronato con lo scopo di raccogliere quegli elementi che possono essere utili all’opera di rieducazione del traviato, e per compilare un rapporto informativo da accludere alle cartelle personali che ogni imputato ha presso la segreteria del patronato. Dopo il giudizio, comincia la vera opera rieducativa del minore, sia che questo venga assolto, perdonato o condannato condizionalmente. Con una lettera (allegato III) diretta alle famiglie si invitano i ragazzi alla sede dell’istituzione. Per mezzo dei soci volontari se ne segue la condotta in casa e sul lavoro, cercando di svolgere un’azione di assistenza morale e materiale che va dal consiglio, dal rimprovero, alla ricerca di lavoro, alla distribuzione di sussidi in oggetti o in danaro. Le risultanze di quest’assistenza vengono fissate in appositi moduli (allegato IV) che fanno parte del curriculum individuale e vengono trasmessi per conoscenza all’Onmi. Accanto a questa assistenza domiciliare si svolge quella collettiva alla sede del patronato, dove affluiscono numerose le famiglie dei fanciulli protetti, bisognosi di conforto e di aiuto. Dalle 18 alle 21 funziona una segreteria per informazioni e consigli, una scuola sui generis dove si alternano le lezioni di cultura, di pulizia e di igiene, di religione, di disegno, di canto collettivo. Segue la lezione, frequentata da una media di trenta assistiti, una refezione calda preparata dalla cura affettuosa della vice presidente signora Ponzini. Indubbiamente il saziare lo stimolo della fame per tanti fanciulli poveri, equivale a compiere un’opera morale ben più pratica e profonda, che mille parole. Da queste lezioni, ad un educatore che guardi accuratamente, mille osservazioni preziose vengono suggerite. Citeremo fra tutte la potenza di suggestione che ha per 1’animo di questi ragazzi Parte nello sue più varie manifestazioni. Il canto e l’armonia spiegano e disciplinano gli irrequieti caratteri egocentrici in modo veramente inaspettato e meraviglioso. Sorge cosi una disciplina collettiva che non viene da imposizioni autoritarie, formali, poco sentite, ma dall’intimo di una sensibilità superiore, inavvertita, ma reale ed immanente, che non può non avere riflessi sulle altre manifestazioni dello spirito e del carattere. Il disegno libero o su modello, espressione di linguaggio grafico o di ubbidienza ad un campione di bellezza e di ordine, piega la irrequietezza fisica e consiglia la soggezione a un ordine prestabilito, personalmente pensato o amato attraverso la copia, e desta 1’interesse al lavoro materiale, come primo passo verso 1’accettazione serena delle manualità dell’officina e dei campi, dalle quali i giovinetti dovranno trarne domani i mezzi di vita. Fra le osservazioni di questa scuola non è senza importanza quella riguardante un giovinetto di 16 anni, vagabondo e ladruncolo, fermato più di trenta volte dalla P.S., che si è presentato una sera con disegnata sul petto a matita copiativa una graziosa testa di donna, riprodotta da una rivista per opera di un suo compagno di vita randagia. Il disegno, malamente nascosto e subito cercato di far scomparire al primo sguardo di interessamento e meraviglia del maestro, dimostrava forse la tendenza del soggetto al tatuaggio, rilevatasi nei suoi albori. Una potenza educativa che merita di essere studiata e più conosciuta è senza dubbio quella della musica e del canto corale, al quale i giovinetti si appassionano molto. Quando al patronato vi è lezione di musica, la frequenza è maggiore e nella scuola la disciplina, la serenità sono più grandi che nelle altre sere. I minorenni assistiti, dal patronato, dalla fondazione ad oggi sono 2054. Bisogna però rilevare che mentre fino al 1930, la protezione riguardava un numero ristretto di fanciulli cercati dall’attività privata della istituzione, da questo anno per la coordinazione coll’Opera maternità e infanzia, per l’applicazione di tutto il complesso di leggi, che riguardano i minorenni traviati, il patronato ha seguito quasi tutti i minorenni fermati dalla P.S. o tratti in giudizio di Roma e provincia. Così è avvenuto che di fronte a 935 protetti prima del 1930, in questi ultimi due anni ve ne sono 1119 di nuova iscrizione. La statistica ci insegna chi la media annuale dei minorenni tratti in giudizio oscilla intorno ai 350, cosicché la maggior cifra degli assistiti in ogni anno dal patronato è data da quei giovanetti segnalati alla istituzione perché fermati per misura di P.S. Sono questi ultimi discoli, difficili del carattere, irrequieti in senso generico per i quali 1’opera di rieducazione è veramente utile in quanto precorre la caduta in colpe più gravi. Fra essi numerosi sono quelli che pur avendo compiuto il reato di cui sono sospettati, non sono imputabili per la loro minore età o non possono essere denunziati per mancanza di elementi probatori, o perché il fatto compiuto non raggiunge gli estremi segnati dal codice. Dalla interessante relazione del comm. Amedeo Marini (La relazione è pubblicati in questa rivista, 1932, pag. 79) che con tanto amore e sapere presiede il tribunale minorile di Roma, si rileva infatti che nel 1931 i giudicati furono 344, dei quali 181 condannati e 163 assolti. Per chiarire l’attività del patronato è opportuno segnalare il numero dei reati più comuni: 194 contro la proprietà, 24 contro le persone, 10 contro il buon costume. Per molti fanciulli in libertà vigilata l’opera di assistenza e di rieducazione del patronato è impossibile perché essi sono privi di famiglia o, se l’hanno, questa è profondamente immorale. Essi abbandonati a loro stessi, giorno e notte, non possono che seguitare l’intrapresa via della colpa. L’ambiente corrotto li dominerà e i consigli, gli ammonimenti, i piccoli aiuti saranno inutili, come faville che si spengono presto nel buio della notte. Come può fare il traviato per redimersi, per trarre vantaggio da un possibile pentimento, quando uscito dalle aule del tribunale con il cuore pieno degli ammonimenti del Presidente, non ha una casa che l’accolga, una carezza che lo conforti, un pezzo di pane che lo sfami? Anche al patrono che lo segue e lo vigila manca il punto di appoggio per compiere la sua missione. Per queste considerazioni, il patronato di Roma per iniziativa del suo presidente, creava l’istituto medico pedagogico forense destinato a raccogliere i ragazzi che si trovano in simili condizioni. E fra questi né deficienti, né anormali gravi, né in genere soggetti per i quali la rieducazione sia complessa e difficile; ma tutti quei ragazzi preferibilmente sotto i sedici anni per i quali vi sia una fondata speranza di ravvedimento coi semplici mezzi dell’educazione paterna confortata da una studiata assistenza terapeutica indirizzata ad attuare una bonifica fisica come base di quella morale, mettendo contemporaneamente in atto quei metodi pedagogici che l’individualità del ragazzo potrà consigliare. Questi criteri medico-pedagogici sui quali l’istituto è fondato, sull’autorevole consiglio del prof. Benigno Di Tullio, rappresentano un geniale esperimento che potrà dare utili frutti non solo nell’interesse immediato dell’assistito, ma anche nel campo scientifico, oggi, che il concetto di una costituzione delinquenziale e delle possibili sue modificazioni con un opportuno trattamento medico-pedagogico, si è andato largamente affermando, specialmente in confronto dei minori delinquibili o già delinquenti. I pochi mesi di pratica non autorizzano a trarre delle conclusioni, ma indubbiamente la terapia applicata in casi particolari per migliorare le condizioni organiche, sia coi medicamenti usuali sedativi, ricostituenti o specifici, sia opeterapici, autorizza alle migliori speranze per i primi effetti che essa ha prodotto sul carattere e la condotta di chi ne ha usufruito. Quando un ragazzo viene raccolto, si dimentica quello che è il bagaglio delle sue colpe morali e sociali insieme con i precedenti giudiziari. Lo si considera come un essere — nel suo complesso organico e spirituale — bisognoso di accurato studio per conoscerne le eventuali deficienze strutturali e funzionali ed assicurarsi che goda una sufficiente salute fisica, passando quindi a rilevarne, in modo rigoroso, con la collaborazione del personale addetto, la condotta al fine di mettere in rilievo temperamento e carattere „ e cercare, attraverso il contegno in famiglia, in scuola, con i compagni, nell’ambiente passato e attuale, quali possono essere state le cause determinanti del comportamento irregolare. E ciò perché siamo profondamente convinti che fra i minorenni portati a compiere uno di quei fatti considerati delittuosi, sia necessaria una differenziazione fondamentale fra pseudo-anormali e veri anormali. I primi sono gli abbandonati morali, portati al delitto dalla sola mancanza di una adeguata assistenza e di un’efficace educazione, le cui forme di traviamento sono legate esclusivamente alle particolari loro condizioni famigliari, economiche, culturali (De Sanctis), i secondi quelli che invece hanno una condotta più o meno irregolare, a volta anche criminosa dovuta a particolari condizioni biopsichiche che trovano la possibilità di estrinsecarsi sotto la deleteria influenza dell’ambiente inteso nelle più vaste conseguenze dirette o indirette. Nel confronto dei rapidi buoni risultati citati della bonifica organica dell’Istituto medico pedagogico forense di Roma si potrebbe facilmente osservare — per la brevità dell’esperimento — che essi sono invece frutto del nuovo ambiente e dei sani ed appropriati principi educativi e pedagogici messi in atto. Questa obiezione viene stroncata dalla esperienza — maestra di vita — che insegna come la loro azione non abbia mai dato frutti immediati, e che di sovente, anche a lunga scadenza, è nulla, tanto che non pochi dimessi da istituti correzionali di ogni paese, appena liberi, ricadono nel delitto. Ciò conferma la bontà dei principi scientifici su cui si basa l’azione medico-pedagogica del nostro istituto che si è posto ad aprire con fatica, ma con mira precisa, una strada che dovrà essere battuta da chiunque voglia educare i ragazzi traviati. È facile dire che da tanti istituti correzionali, vecchio stile, sono usciti molti giovani che si sono comportati bene, e con onore nella vita ; è pieno di legittimo orgoglio citare che dal riformatorio di Milano è uscito Giovanni Segantini, ma non è altrettanto facile spiegare come da quegli stessi istituti siano anche stati immessi nella società, individui che, al primo contatto con la vita libera, sono ricaduti nei più svariati delitti, pure avendo subito, per tanti anni come gli altri, le stesse condizioni ambientali, gli stessi stimoli esterni, gli stessi principi pedagogici, le stesse norme educative. Egli è che Giovanni Segantini, e con lui tutti i migliori, anche se non hanno raggiunto le vette eccelse del genio, erano dei pseudo-anormali — a buona e regolare costituzione biopsichica, sui quali il mondo esterno aveva agito in modo deleterio, ma che non portavano nella loro personalità nessuna notevole tara, nessun marcato difetto organico e patologico. Gli altri avevano delle deficienze, delle disarmonie biopsichiche, delle alterazioni strutturali e funzionali, che in gran parte potevano essere corrette e modificate, quietate e deviate nelle loro conseguenze psico-morali, ma non con mezzi esclusivamente spirituali educativo-pedagogici, sibbene con provvedimenti medico-igienici, che agendo sul sistema della vita vegetativa modificassero la trama organica e quindi il modo di reagire agli stimoli esterni — e alle ondate psicofisiche da quella determinata. Tali sono i principi teorici e scientifici sui quali si basa l’istituto medico pedagogico forense di Roma e che costituiscono titolo per la sua originalità. Questa però è controsegnata da altri indirizzi che è bene ricordare. Uno è chiaramente espresso in alcuni articoli del suo regolamento interno che si riportano: “L’educazione dei ragazzi nell’istituto è fondata sulla simpatia, l’affetto, il rispetto, la libertà, nella disciplina serena dello studio, del lavoro come in una famiglia ordinata e sana che alleva i suoi figli nella religione cattolica per la patria rinnovata dal fascismo. Nell’istituto sono proibite le punizioni corporali, la segregazione, la sospensione dal vitto ordinario e tutte le altre che comunque offendono la dignità personale e sono capaci di destare non il pentimento, ma il giusto risentimento. Le punizioni sono: rimprovero dei dirigenti, divieto della ricreazione collettiva, sospensione dell’uscita domenicale e da eventuali svaghi, passeggiate, teatro, cinematografo ecc., ritiro del permesso di visita dei parenti, proibizione di rientrare in famiglia in occasione di festività, ritiro di una o più quote di salario, sospensione del premio di lavoro semestrale, note di biasimo scritte nelle cartelle personali da leggersi e commentarsi all’interessato, espulsione dall’istituto, denuncia alle autorità (Opera maternità e infanzia, pubblica sicurezza) secondo i casi, a giudizio del presidente dell’istituto. Altra caratteristica dell’istituto creato dal patronato dei minorenni condannati condizionalmente in Roma per gli assistiti materialmente o moralmente senza famiglia, è l’indirizzo in prevalenza agricolo che gli si è voluto dare in armonia alle direttive dettate dall’Opera nazionale maternità e infanzia. La bellezza e la bontà morale della vita dei campi insieme con 1’influenza benefica che essa esercita sul fisico, sul carattere e sulla condotta dei contadini sono note. Assumono poi un valore pratico elevatissimo in confronto di quei ragazzi a scarsa scolarità, spesso non di buona salute generale, irrequieti dal carattere con turbe psicorganiche, che determinano reazioni antisociali quanto più l’ambiente esterno è complesso e viziato. I dimessi dall’istituto in gran parte vittime dell’urbanesimo debbono esser in condizioni di poter guadagnarsi la via fuori da! chiuso di una bottega e di una pesante officina, lontano dai vincoli dei bassifondi della metropoli, veri angiporti del vizio tanto più che in essi già si sono dimostrati meno idonei, più reattivi agli influssi malefici dell’ambiente. L’avviamento al lavoro campestre mira a preparare non dei contadini ignoranti, ma dei buoni agricoltori fomiti di semplici cognizioni teoriche e pratiche così che il loro divenga un lavoro intelligente ed utile. La scuola agraria che sta sviluppandosi sotto la guida intelligente dei prof. G. Laurenti vuole precisamente mettere in grado l’istituto di poter fornire ai capi di aziende agricoli, ai sindacati fra orticoltori ed agricoltori un personale modesto, lavoratore, ma tecnicamente preparato. Esiste nell’istituto anche una scuola di arte tipografica e di legatoria di libri, in attesa di impiantare l’avviamento ad altri mestieri; ma questa è riservata solo a quei giovanetti che per la età inoltrata, la cultura, le tendenze già costituitesi in un ambiente relativamente evoluto non sarebbe facile, né utile, nel senso di una rieducazione sociale piegare al lavoro campestre, specialmente in una città come Roma, dove la tradizione agricola è scomparsa da secoli. Per avere una chiara idea dell’indirizzo educativo dell’istituto non è senza importanza ricordare anche quelli che ne sono i principi informativi nella vita interna. Questi li tradusse con parole semplici un ricoverato in questo dialogo: «Stai volentieri qui? Scapperai come hai fatto in altri collegi? No. E perché? Perché qui c’è la libertà, si mangia bene, e ci insegnano un mestiere». È infatti cura predominante nei dirigenti di lasciare la massima libertà compatibile ai ragazzi. È abolita la divisa che non deve segnare agli occhi di tutti l’apparenza dell’istituto e quindi i precedenti giudiziari lasciando al ragazzo la sensazione di non essere irreggimentato. È largo lo spazio che occupa l’istituto con il suo appezzamento di terreno da coltivare (complessivamente 3600 mq), dove solo il caseggiato è recinto a distanza da un muro non alto e opprimente per dare la sensazione del confine e non del carcere. Esso rappresenta un ostacolo alla fuga, più morale che materiale sufficiente a frenare il primo impulso e dar la sensazione materiale della infrazione al dovere. La fuga è impedita dalla sorveglianza paterna continua (un istitutore ogni dieci ricoverati), dall’interessamento destato nei ragazzi alle varie occupazioni giornaliere, dell’attività continua sul lavoro, in scuola, al giuoco; dall’affetto di chi lo assiste. I ragazzi ogni domenica vengono accompagnati a divertimenti adatti, come un cinematografo ben scelto, un teatro con spettacolo che li interessi e sia morale, a vedere giochi sportivi, a visitare qualche mostra o museo che possa interessarli, poiché non si vuole estraniarli nana vita sociale e far loro perdere il contatto con il mondo e con la folla, isolandoli e suscitando il rimpianto per la vita in assoluta libertà. L’istituto è posto su una di quelle belle e luminose alture che cingono la città di Roma, a Monteverde, presso il Casaletto. Il fabbricato che ha l’aspetto di una grande casa di campagna tutta linda e fasciata di luce, è circondata dal giardino ed ha annesso l’ampio terreno tenuto a orto. A piano terreno vi è il refettorio, la cucina, il parlatorio per i parenti, e separatamente la piccola cappella per le funzioni religiose che si svolgono regolarmente per la grande potenza morale e spirituale che esse hanno anche su questi ragazzi i quali è bene conoscano profondamente il senso del divino e imparino nei momenti di smarrimento e di incertezza a raccogliersi nelle preghiere semplici e confortatici della religione cattolica. Sempre a piano terreno, in locali separati, vi è la tipografia e la legatoria di libri con un capo d* arte e tre operai adulti ben scelti che insegnano ai ragazzi, i quali hanno un turno scambievole di sole quattro ore giornaliere, perché le restanti ore vengono occupai con la scuola ed altro. Al primo piano vi è la scuola, la sala di visita medica, una stanzetta di isolamento per possibili malati in osservazione prima di essere avviati in ospedale secondo il bisogno, ufficio di direzione. Qui è pure la così detta camerata di accettazione con annesso servizio di bagni. In questa camera, in comunicazione con quella da letto del direttore dormono i ragazzi nuovi giunti, prima di passare nelle camerate degli altri ricoverati che sono poste al secondo piano insieme con i servizi igienici adatti, e ciò per essere studiati e meglio conosciuti. L’istituto è perora capace di trenta ricoverati, ma consente uno sviluppo maggiore, se la beneficenza privata che lo ha creato seguiterà ad alimentarlo con le sue profonde e silenziose risorse. Fra le più cospicue e significative quella di S.E. Mussolini che, nello scorso ottobre, ricevendo il presidente del patronato dei minorenni condannati condizionalmente accettava di esser socio onorario dell’istituzione e faceva pervenire una personale oblazione, ambito riconoscimento e sprone a proseguire sulla via intrapresa. Sia consentito ricordare non solo a titolo d’onore, ma a dimostrazione del consenso col quale è sorta quest’operai maggiori benefattori: l’istituto per le case popolari; la società Casermaggi; gli ospedali riuniti di S. Spirito in Roma; l’ing. G. Persichetti; la sig. Gina Ferri Cassinelli, in memoria di Enrico Ferri; ai quali sono stati dedicati alcuni letti per doveroso tributo di riconoscenza dei giovinetti che tolti dalla strada si avviano a divenire uomini onesti ed operosi, cittadini degni di questa Italia rinnova a nel segno del Littorio, che mentre lotta per raggiungere i più alti ideali civili, ha saputo e voluto piegarsi anche come madre amorosa, sui figli più cari: i ragazzi derelitti e traviati del popolo; non con un atto di pietà, ma di imperativo dovere sociale».

Per gli adulti invece erano previste le “misure di sicurezza” che consistevano nell’allocazione del detenuto in una colonia penale, in una casa di lavoro, in un ricovero (casa di cura), in un ospedale giudiziario o in un riformatorio (L.C., La discussione al Senato del Disegno di Legge sulla riforma penitenziaria, 1931, 6, pp. 1471-1496). Le misure di sicurezza avevano il vantaggio di collocare il detenuto in un istituto diverso dalla segregazione cellulare. Un nuovo tipo di fabbricato penale fu la “cittadella giudiziaria” di Roma Rebibbia che comprendeva: il carcere giudiziario, la casa di reclusione, un istituto di osservazione, un sanatorio, un edificio per transitanti (imputati) e un edificio per le misure di sicurezza (La città penitenziaria in Roma, 1936, 4, pp. 795-803). Una volta terminata la pena, l’ex detenuto veniva assunto in una casa di lavoro dove prestava la propria opera dietro compenso (Novelli G., S.E. il capo del governo inaugura in Roma l’assistenziario per i liberati dal carcere e la mostra del lavoro carcerario, 5, 1933, pp. V-XXIII):

«Nel sistema moderno della lotta contro la criminalità si è dovuto riconoscere che, se contro la delinquenza primaria giova l’attività generica di rieducazione e di moralizzazione della nazione, contro la delinquenza recidivante occorre un’organizzazione di istituti giuridici c sociali che facciano cessare le condizioni che più facilmente adducono alla recidiva. Tali condizioni possono essere di ordine interno e di ordine esterno. Quelle di ordine interno si riassumono nella nozione di pericolosità del soggetto; quelle di ordine esterno si realizzano nelle condizioni ambientali, particolari o generali, che rendono agevole e quasi fatale la via che conduce alla recidiva. Il legislatore moderno deve preoccuparsi delle une e delle altre condizioni, se vuole che la funzione penale riesca veramente utile alla società. E questo ha fatto il legislatore italiano provvedendo alla difesa contro la pericolosità del soggetto mediante le misure di sicurezza, in molti casi complementi delle pene, e cercando di eliminare i pencoli ambientali con una forte organizzazione dell’assistenza postcarceraria. Centro di questa organizzazione è il Consiglio di patronato, istituto creato con l’articolo 149 cod. pen., sviluppato con larghezza di vedute con le disposizioni degli articoli 9, 10, n, 12, 13, 14, 15 e 16 del regolamento per gli istituti di prevenzione e di pena, e con la circolare 30 maggio 1932. Alle spese di funzionamento dell’istituto provvede la Cassa delle ammende, istituzione statale nella quale confluiscono fondi di varia natura come le somme dovute per sanzioni disciplinari in esecuzione di numerose disposizioni del codice di procedura penale e le cauzioni incamerate per inadempimento di obblighi assunti. Il legislatore italiano, tra coloro che sostengono l’esclusività della funzione statale nell’assistenza postcarceraria e coloro invece che optano per la esclusività della iniziativa privata, ha preso una via intermedia, ha, cioè, creato il Consiglio di patronato come organo centrale, propulsore, coordinatore di queste attività, ma non ha escluso che ad essa possono rivolgere la loro opera le benemerite iniziative private. Il sistema fascista si giustifica con tre considerazioni: la prima è che, rientrando 1’assistenza postcarceraria nella funzione di difesa sociale contro la delinquenza, appare di palmare evidenza che lo Stato non possa disinteressarsi di essa; la seconda si riassume nella constatazione della insufficienza dell’iniziativa privata in questa materia nei paesi latini e nella disordinata organizzazione dell’iniziativa stessa nei paesi, ove essa, almeno nell’apparenza, ha un carattere di grandiosità nei mezzi e nei programmi; la terza risiede nell’opportunità di non distogliere l’iniziativa privata da questa attività che ha in sé elementi di profonda umanità, come intesero i nostri maggiori che con le Compagnie della Misericordia furono i primi a creare istituti ispirati dalla pietà per i carcerati. Tra le finalità alle quali deve essere rivolta l’attività del Consiglio di patronato è in prima linea quella di prestare assistenza ai liberati dal carcere. Costoro, invero, respinti dagli onesti ed attratti dalle insidie dei disonesti, trovansi nel maggior numero dei casi, specialmente se hanno scontato una lunga pena e versano in tristi condizioni economiche, in uno stato di minorata idoneità a superare i pericoli della vita libera, e molto facilmente ricadono nel reato. È evidente che solo assicurando il lavoro ai liberati dal carcere è possibile metter questi in condizione di riprendere una vita onesta. Ma a far ciò si oppone la resistenza dei committenti, i quali, sopratutto nell’attuale periodo di notevole disoccupazione, trovandosi nella possibilità di scegliere tra operai di buoni precedenti ed operai di cattivi precedenti, propendono per ovvie ragioni senz’altro per i primi. È necessario pertanto, quando non si riesce a superare tale resistenza, organizzare, almeno nei grandi centri, alcune lavorazioni autonome, alle quali i liberati possano essere addetti sino a che non è loro possibile collocarsi in lavorazioni private. È questo appunto che stabilisce l’art. 13 n. 4 del regolamento per gli istituti di prevenzione e di pena. A tali organizzazioni per i liberati dal carcere è stato dato con la suddetta circolare il nome di « Assistenziari per i liberati dal carcere ». Gli Assistenziari non costituiscono un punto fermo nella vita dei liberati dal carcere ; essi servono a far superare al liberato le difficoltà che incontra nel periodo che segue immediatamente alla liberazione. Pertanto i Consigli di patronato non devono considerare definitivamente risoluto il problema del collocamento di un liberato con l’assegnazione all’Assistenziario, ma devono fare tutto il possibile perché il liberato trovi altrove stabile lavoro. L’assicurazione del lavoro e per dir così la finalità fondamentale dell’Assistenziario, e dev’essere realizzata nel modo più ampio creando varietà di lavorazioni corrispondenti a quelle tipiche delle località ove l’istituto sorge, perché così si rende più facile il successivo collocamento del liberato in altre aziende, ma sarà opportuno che l’istituto, ove è possibile, completi le condizioni ambientali, che sono utili a tener lontano il liberato dalle occasioni a delinquere, provvedendo a fornire quell’assistenza morale e materiale, di cui egli eventualmente difetti : intendiamo accennare all’alloggio ed al vitto. Per questa assistenza sussidiaria, e almeno per il vitto, il liberato deve versare una quota dei proventi del suo lavoro, e ciò perché non si abitui ad una facilità di vita, che non può essergli normalmente consentita. Per gli Assistenziari non sono state dettate norme particolari di organizzazione essendosi riconosciuta l’opportunità che questa muti da città a città a seconda delle diverse condizioni d’ambiente e in relazione alla possibilità che il nuovo istituto s’inserisca tra quelli preesistenti aventi per finalità l’assistenza ai liberati dal carcere. L’Assistenziario della capitale sorge in Via della Carità, nell’antico edifizio che fu già sede dell’insigne Arciconfraternita della Carità, e ove S. Filippo Neri abitò trentatré anni dando inizio all’istituzione dell’Oratorio. È noto che fin dal suo sorgere l’Arciconfraternita della Carità pose principale sollecitudine nel sovvenire i carcerati di Corte Savella e poi delle Carceri Nuove. La Confraternita fu anzi amministratrice delle dette prigioni e si occupò dell’assistenza dei carcerati e dei liberati dal carcere specie delle donne, per le quali aveva creato vari istituti di ricovero. Questa singolare circostanza conferisce all’Assistenziario romano clic sorge a S. Girolamo i caratteri di un provvidenziale ritorno alle funzioni di carità che ivi fiorirono nei tempi passati. Si accede all’Assistenziario por un porticato ove, con diverse iscrizioni, vengono ricordate le varie destinazioni del fabbricato nel corso dei secoli. Un bel cortile costituisce la parte centrale, intorno alla quale si svolgono i vari ambienti dell’istituto. Questo è attrezzato in modo di poter dare ai liberati lavoro, alloggio, vitto, istruzione civile, assistenza religiosa. Le lavorazioni organizzate sono: tipografia, officina meccanica, officina elettro-meccanica, calzoleria, falegnameria ed ebanisteria, legatoria. L’alloggio può essere dato in sei bellissimi dormitori, che possono ospitare fino a cinquanta liberati. La cucina e il refettorio consentono l’apprestamento del vitto in oltre cento liberati. L’istruzione civile sarà data negli ampi corridoi antistanti ai laboratori e ai dormitori, ove già sono preparati appositi scrittoi con una piccola biblioteca. L’assistenza religiosa sarà data nell’antica chiesa di S. Girolamo, ricca di marmi e di monumenti di insigni architetti e scultori. La gestione amministrativa dell’Assistenziario sarà tenuta dall’amministrazione degli istituti riuniti di S. Girolamo della Carità, i quali, nella persona del presidente comm. Giuseppe Franciosa, hanno tanto contribuito alla creazione dell’Assistenziario. La direzione morale c disciplinare resta al Consiglio di patronato, che a mezzo del suo presidente comm. Vaccari e del sostituto cav. Consalvo, ha dato opera veramente fervida cd efficacissima perché la finalità essenziale del Consiglio di patronato venisse realizzata nel nuovo istituto».

Nel 1933 fu inaugurato l’assistenziario di Napoli presso la Caserma Sani al Carmine (I nostri stabilimenti: L’assistenziario per i liberati dal carcere in Napoli, 6, 1933, pp. 1509-1517):

«Il 25 novembre ultimo, con l’intervento delle LL.AA.RR. i Principi di Piemonte, di S.E. il cardinale Ascalesi, di S. E. il Ministro di grazia e giustizia de Francisci, di tutte le autorità civili e militari e delle gerarchie fasciste, si è inaugurato in Napoli l’assistenziario per i liberati dal carcere. Questo istituto viene quinto nell’ordine cronologico delle aperture ufficiali degli assistenziari, ma fu il primo nel programma del Ministero, ed è il primo nella importanza della costruzione e della organizzazione dei servizi. Appena fu pubblicato il nuovo regolamento per gli istituti di prevenzione e di pena, ed appena si concretarono le idee intorno alla migliore realizzazione delle attività dei Consigli di patronato, il Ministero pensò alla creazione di un grande assistenziario in Napoli, ed aveva destinato alla bisogna i vasti locali del carcere del Carmine, situati nella zona industriale e marittima della città, tanto che, dovendosi riunire tutti i detenuti sparsi nelle varie carceri della città nel grande stabilimento di Poggioreale, si credette opportuno lasciarne alcuni nel carcere del Carmine, perché non sembrasse che questo edificio fosse disponibile, e venisse perciò ceduto ad altre amministrazioni. Senonché, nel novembre 1931, essendosi predisposto tutto quanto occorreva per dare esecuzione al grandioso progetto di bonifica del rione Carità, e dovendosi perciò ivi abbattere i magazzini militari, l’Alto Commissariato di Napoli richiese che i locali del carcere del Carmine fossero ceduti all’amministrazione militare per installarvi i magazzini stessi. Ma il Ministero di grazia e giustizia eccepì la già data destinazione dei locali per uso di assistenziario; e questo precedente valse ad ottenere che la finanza concedesse L. 450.000 per la costruzione del nuovo assistenziario, nonché il suolo ove la costruzione doveva sorgere. In primo tempo fu proposto di costruire l’assistenziario nei pressi del grande stabilimento carcerario di Poggioreale, ma il Ministero non approvò l’idea perché parve non opportuno tener vivo nei liberati il ricordo dello stato di detenzione, al quale erano stati sottoposti, mentre era necessario riavvicinarli alla vita sociale. S’insistette perciò per ulteriori ricerche, e queste, attivamente condotte dal procuratore del R. comm. Ferroni, portarono alla possibilità di occupare tutta la zona dove già esistevano capannoni e dormitori per gli emigranti. Laboriose furono le trattative, che il Ministero di grazia e giustizia dovette compiere per ottenere, da quello degli esteri, la cessione di quella zona, ma finalmente, per il personale interessamento del Guardasigilli on. de Francisci, si riuscì nell’intento. L’assistenziario dispone di ampi e luminosi dormitori per circa sessanta individui, di cucina, di refettorio, di assistenza medica, scuola e biblioteca. Vi sono organizzate sette lavorazioni, tutte già in piena attività: ferramenta, ebanisteria, valigeria, tipografia, apparecchi per illuminazione, legatoria, sartoria; mentre sono in via di attuazione la sezione calzoleria, la fabbrica di guanti ed il sacchettificio, che in questo anno inizieranno presto la loro attività. L’assistenziario di Napoli deve essere in modo speciale segnalato non solo per la sua ampiezza e per la completezza dei servizi, ma anche per un esperimento che ivi si va compiendo in ordine alla direzione morale dell’istituto. Questa, infatti, per disposizione del Guardasigilli S.E. de Francisci, che studia con intelletto d’amore le direttive dell’organizzazione dell’assistenza postcarceraria, è stata affidata ad un ordine religioso, cioè ai Padri Mercedari, che nel loro glorioso statuto e nella loro storica attività hanno precisamente, tra gli altri compiti, quello dell’assistenza dei liberati dal carcere. Perché questa direzione fosse permanente e riuscisse efficace, si è costruito addirittura, nel recinto dell’assistenziario, quasi un piccolo convento, con una bella chiesa, alla quale potrà accedere anche il pubblico. La seduta inaugurale fu veramente imponente; e stimiamo opportuno riportare i discorsi pronunciati dal procuratore del R. comm. Ferroni, che con vera passione si è occupato dell’importante istituto, e dal Ministro S.E. de Francisci, il quale con nobili parole, vibranti di sentimento entusiastico per l’attività di rieducazione a favore dei liberati dal carcere, riuscì a destare nell’animo di tutti il più vivo interessamento per questa nuova forma di assistenza istituita dal Regime. Ecco il testo del discorso del comm. Ferroni: « Altezze Reali, Eminenza, Eccellenza Guardasigilli, Eccellenze, Signore e Signori! « Il Consiglio di patronato presso il tribunale di Napoli, con vibrante commozione, con indicibile fierezza, saluta la Vostra visita a questo istituto, e, dell’inestimabile valore del dono che ci portate, esprime, anche in nome di tutti pii assistiti, la riconoscenza più fervida e devota. Il significato di cui l’Augusta presenza dei Principi Reali illumina la cerimonia inaugurale del nostro assistenziario sorpassa l’orizzonte della beneficenza. Che, se questo istituto, su cui l’Eminentissimo arcivescovo di Napoli ha testò invocato la celeste benedizione, dovesse collocarsi soltanto tra le opere di filantropia, non disconverrebbe l’osservazione che ad altre classi più meritevoli di pietà che a quella dei liberati dal carcere la Vostra misericordia potrebbe essere a preferenza indirizzata. Ma in proposito ci sentiamo perfettamente tranquilli. La riforma penale e penitenziaria, che in non equivoci segni porta scolpita la gagliarda impronta della rivoluzione fascista, non può subire suggestioni di morboso pietismo, se con più valide sanzioni ha rafforzato la difesa della società, e presidiato con le misure di sicurezza l’ordine pubblico. Anche la sistematica sua attuazione, che prende spirazione geniale e costante vigore dalla volontà stessa del Duce, non saprebbe deflettere di una sola linea dai concetti di forza e di giustizia che la nuova Italia affìssa nel simbolo del littorio. La riforma penale e penitenziaria, che in non equivoci segni porta scolpita la gagliarda impronta della rivoluzione fascista, non può subire suggestioni di morboso pietismo, se con più valide sanzioni ha rafforzato la difesa della società, e presidiato con le misure di sicurezza l’ordine pubblico. Anche la sistematica sua attuazione, che prende spirazione geniale e costante vigore dalla volontà stessa del Duce, non saprebbe deflettere di una sola linea dai concetti di forza e di giustizia che la nuova Italia affissa nel simbolo del littorio. Invece è precisamente nel quadro della incessante battaglia che il fascismo conduce vittoriosamente contro la delinquenza, che la nostra istituzione vuole essere piazzata. Combatterla questa battaglia non è soltanto segregare il reo, allontanare dalla circolazione il pericoloso, ma è altresì e sopratutto rigenerare, risanare l’uomo caduto nella colpa, fiaccando le ribelli forze del male, attuando nelle coscienze il durevole trionfo dei principi etici e religiosi che costituiscono la spirituale essenza del Fascismo. Il Consiglio di patronato sente così di servire, al di sopra di ogni pur umano suggerimento della pietà, gli interessi superiori della Nazione. L’isolamento fisico del reo dalla società è benefico nel periodo dell’espiazione; dopo la liberazione l’isolamento morale è innegabilmente dannoso. Necessita dunque di costituire, tra l’ordine sociale offeso dal delitto e l’uomo che ha pagato il tributo di sofferenze della pena, un tramite di riconciliazione, prima della quale non possiamo credere di avere esaurita la santa missione della giustizia. Al di sopra dell’abisso scavato dal delitto, gettare sulle robuste fondamenta dell’ordine sociale la vasta arcata di un ponte per ricondurre sotto le insegne sacre del lavoro e della probità coloro che se ne distolsero, è disegno e proposito del Governo fascista attraverso l’istituzione degli assistenziari. Ma all’opposta sponda la spalla del ponte deve trovare il suo appoggio sicuro sulla fiducia che la società oggi non sia più scettica e pigra, non più assertrice del gelido individualismo liberale. L’umanità tutta può oggi sorgere cooperatrice del magistero della giustizia, concepita nella ideale ampiezza della sua missione di risanamento sociale. Ed ecco, il grande atto di fede, ecco l’altissimo consenso, il generoso affidamento, oggi discende solennemente, Altezze Reali, dalla Vostra Augusta presenza nel rifugio dei più poveri e dei più abbietti, perché, fissando lo sguardo pieno di bontà sul tormentoso ed oscuro travaglio, attraverso il quale costoro vanno tentando di ritrovare e rinnovare in se stessi le devastate fibre del bene, Voi date certezza che a colui che saprà redimersi non saranno più chiuse le porte della società. Il Vostro gesto rende più sacra a noi la consegna. II Consiglio di patronato si è costituito il io luglio 1933. La sua attività si è iniziata e proseguita senza soste verso le due mete assegnategli: assistenza ai liberati dal carcere, assistenza alle famiglie dei reclusi. È superfluo sottolineare le difficoltà, se queste furono e saranno ancora superate. In Napoli la sezione lavoro del nostro patronato, cui il sincero zelo e la saggia esperienza del comm. Naddei, che la presiede, impressero un carattere di particolare fattività, riuscì a collocare ad onesto lavoro 204 liberati; e poiché i Comitati mandamentali promossi dai pretori del circondario seguirono l’esempio con slancio generoso, altri 144 liberati trovarono occupazione; così in totale 348 in poco più di un anno. Tra essi si segnalano le prime pattuglie di sterratori avviate nella bonifica pontina per la edificazione della nuova città di Sabaudia. Quale vastità e quale armonia in questo quadro del Fascismo risanatore della terra, rigeneratore delle coscienze! Per altri 29 il Consiglio di patronato fornì i ferri del mestiere per lavorazioni artigiane in casa propria. Infine 16 inabili e cronici trovarono ricovero presso istituti di beneficenza, per altri 70 furono concessi piccoli aiuti pecuniali per sollevarli dalle più gravi difficoltà. Mentre ininterrotta si svolgeva questa assistenza, si dava opera febbrile per la concessione di un’area e di adeguate disponibilità finanziarie per la costruzione dell’assistenziario. Al sorgere dell’anno nuovo l’area e i fondi erano ottenuti. Un selvaggio e scomposto campo di macerie e di rovi, su cui si elevava malsicuro qualche sordido edificio, attendeva il nostro lavoro di trasformazione. Tutto era da rifare, dai tetti al sottosuolo, in cui le acque impaludavano. Questo edificio è ricostruito ex novo su altro, che fu necessità abbattere fino alle fondamenta. Chi avesse cercato il simbolo dell’opera di rigenerazione a cui siamo chiamati, lo avrebbe già trovato nell’ambiente stesso di questa zona». Dopo alcuni particolari sulle costruzioni eseguite e sui mezzi adoperati il procuratore del Re soggiunse: «La nostra fede è sopratutto nella provvidenza divina. La religione presidia questo assistenziario. Il Governo fascista volle affidata allo zelo dei padri Mercedari l’assistenza spirituale dei ricoverati, che tra la massa dei liberati sono gli sbandati, i senza famiglia, i senza tetto; ed i Padri Mercedari con l’esercizio delle funzioni sacre, con il paterno consiglio, con l’insegnamento serale, con la biblioteca, si accingono a lavorare per la liberazione delle anime schiave del peccato, perpetuando simbolicamente la santa battaglia, che dal secolo XIII l’antichissimo ordine cavalleresco ha combattuto por spezzare altre catene e propagare la religione cattolica, diffondere opere di bene. A questi fasti di gloria e di sacrificio si intrecciarono l’eroismo e la pietà di Principi di Casa Savoia, che s’annoverano nelle schiere dei Martiri e dei Beati dell’Ordine, ultimo il Beato Lucio di Savoia, che, catturato in mare dai pirati turchi, e trascinato in catene a Tunisi, in Egitto, a Costantinopoli. ivi per la fede subì, dopo inaudite torture, l’estremo supplizio. Accanto all’opera per i liberati è quella ancor più laboriosa del soccorso alle famiglie dei reclusi. In poco più di un anno 1.422 famiglie, gran parte delle quali in uno stato di indicibile miseria e di preoccupante abbandono, invocarono l’aiuto di questo patronato. Nei casi eccezionalmente gravi abbiamo erogato sussidi pecuniari per un totale di 28 mila lire, forse più di quanto la prudenza finanziaria potesse consentire, ma ci auguriamo di invocare non invano la solidarietà di tutti i pietosi. Si deve arrivare non troppo tardi, perché i bambini non escano dai loro tuguri a mendicare per la via, perché le fanciulle non siano tratte ad ascoltare le perfide suggestioni che dal canto oscuro del vico malfamato tendono a trascinarle ad irreparabile rovina. Il nostro insistente richiamo, il nostro accorato allarme ha già trovato eco in un gruppo di elettissime darne» che in questi giorni, sotto la presidenza della principessa di Santomauro, sta organizzandosi un Comitato femminile col compito particolare di curare l’immediato rifugio e collocamento delle donne liberate dal carcere, la ricerca. l’assistenza, la protezione dei bambini delle famiglie dei reclusi. La coordinazione dei mezzi e degli intenti è doverosa e possibile perché ben consona alle direttive di azione del Regime fascista. Nella vastissima linea del fronte in cui all’operosa passione di ciascheduno è assegnato il suo posto d’avanzata, fiammeggia unico un punto davanti agli occhi di tutti: l’immagine santa d’Italia, quale il mondo la vide nella maestà della sua gloria millenaria, quale noi la vediamo nella immancabile certezza delle nuovissime aurore riservate alla civiltà che porta il segno invincibile del littorio». Si alzò quindi a parlare S.E. ne Francisci, il quale pronunziò il seguente discorso: «Altezze Reali, Eminenza, tutti coloro che con salda fede e tenace attività hanno operato per il sorgere di questo assistenziario non potevano sperare di vedere coronata la loro fatica da premio più alto di quello che Voi avete voluto loro concedere col partecipare a questa semplice, ma molto significativa cerimonia. Premio che è veramente meritato da chi è stato l’animatore e l’organizzatore di questa opera. Voglio dire il procuratore del Re Ferroni, ed insieme a lui da tutti coloro, come il Comune di Napoli, l’Opera dei Padri della Mercede, ed i membri del Consiglio di patronato, che hanno così amorosamente contribuito al sorgere di questo istituto e che certo continueranno a collaborare nel futuro. Questi benemeriti hanno penetrato tutto lo spirito della nuova legislazione italiana diretta non solo a difendere la società dalla delinquenza mediante la repressione, ma intesa pure a procurare nei modi più opportuni l’emenda, la rieducazione, ed il ritorno alla vita di coloro che hanno dovuto soggiacere alle severe, ma giuste conseguenze della loro colpa. Questo assistenziario, centro di lavoro, luogo di sosta temporanea, centro di rieducazione per un ritorno alla vita normale, non è che un saggio delle svariate previdenze che, ispirandosi ad un senso largo di comprensione umana, vogliono fare sì che questi infelici, che hanno espiato e sofferto, possano riacquistare la loro dignità, possano risentirsi fratelli tra fratelli, possano guardare ancora negli occhi le loro madri, le loro spose, possano con le mani purificate dal lavoro carezzare la fronte dei loro bambini aspettanti. Ma la Vostra presenza fa assumere a questo saggio il valore di un simbolo. Essa segna la consacrazione legale di un’opera di redenzione umana e di incitamento a quanti lavorano per questo ideale ed è di felice auspicio per le opere venture. A Voi viene non soltanto la nostra riconoscenza profonda, ma il sentimento commosso di coloro che qui aprono il cuore alla fede, l’animo alla speranza, gli occhi alla luce di una vita rinnovata. Vogliate accogliere la voce di questa umanità che sale sino a Voi benedicendo e che si unisce al coro di devozione e di amore che per Voi, Altezze Reali, si leva dall’animo di tutti gli italiani».

Il lavoro negli assistenziari si svolgeva per tutta la settimana eccetto la domenica e il sabato pomeriggio quando si potevano dedicare ad attività culturali e sportive (Il sabato fascista, 1935, 4, p. 1042). Già da tempo, comunque, i detenuti potevano beneficiare di un supervisore di psicotecnica competente sui problemi di lavoro e stress mentale per valorizzare la personalità ed incentivare la produzione (Banissoni F., La psicotecnica del lavoro negli istituti di prevenzione e di pena, 1936, 2, pp. 229-239). Più controversa, invece, fu la proposta di concedere la possibilità al condannato di avere rapporti sessuali in carcere (Cicala S., Sesso e pena, 1931, 1, pp. 53-59). Per i minorenni vittime di reati (maltrattamenti e abuso dei mezzi di correzione) la legge prevedeva la decadenza della patria potestà e l’affidamento del figlio a persone di fiducia (affiliazione); se dopo 3 anni, si provasse che l’allevatore aveva compiuto il proprio dovere, il giudice acconsentiva a dichiarare definitiva l’affiliazione con la possibilità di rinnovarla, lasciando libertà al soggetto, dopo il compimento di 21 anni, di tornare o meno in famiglia (Azara A., L’inquadramento giuridico della famiglia nello stato fascista secondo il nuovo codice civile, 1939, 2, pp. 357-378). Nel notiziario erano riportati anche la corrispondenza dall’estero (Una piaga negli SUA: i ragazzi di ventura, 1941, 3, pp. 534-535).

Nel 1934 fu inaugurata la colonia agricola di Napoli accanto al vecchio carcere minorile (La colonia agricola per minorenni in Nisida, 4, 1934, pp. 896-897):

«Questa isola, tra le più piccole del golfo di Napoli, dal diminutivo schiettamente classico di Nesis, che vuol dire appunto isoletta, ha poco più di tre chilometri di perimetro, con un’area di ventinove ettari circa. È di natura vulcanica e sorge a così breve distanza dalla terra ferma e precisamente dal promontorio di Posillipo, che fa pensare sia stata da questa divelta in epoca remotissima per sovvertimento tellurico. Ad est guarda Napoli ed il Vesuvio, ha in parte mare aperto cd è protetta dal molo denominato Cappellino. Al sud il mare è affatto aperto, in vista di Capri e dell’imboccatura del golfo. Da questo lato il monte degrada, aprendosi in forma di un gran circo od anfiteatro, la cui arena è costituita dal porto Pavone. A nord e ad ovest l’isola è protetta dalla catena di colline dei Campi Flegrei, che da Posillipo si estende fino al Capo Miseno in forma di semicerchio. Verso nord-est, su un canale largo trecento metri (nel punto più breve), è stato recentemente gettato un ponte che unisce l’isola al continente. Due moli, uno ad est già accennato, l’altro ad ovest del porto, si allungano verso il continente, sicché l’entrata del porto stesso rimane rimpetto la terra ferma. Il molo di ovest ha una fila di 4 piloni chiarì e distinti: l’architetto di Fazio che lo costruì vi scopri due piloni dell’epoca romana. Il molo del lato est confina con l’antico lazzaretto costruito sullo scoglio di Limon, detto anche Coppino per la sua forma. L’isola nel posto più elevato misura circa 120 metri. Il clima vi è temperato. Oltre al tenimento agricolo, che comprende tutto il territorio dell’isola, sono attivati attualmente, nell’interno del fabbricato centrale, che costituisce la costruzione principale dell’isola, e in altri edifici di minore mole, varie lavorazioni di cui le più importanti sono quelle: dei calzolai, dei fabbri meccanici, dei falegnami, dei sarti, dei tessitori, dei cestai, e cordai. Nell’isola fervono ora con singolare alacrità imponenti lavori per la trasformazione del penitenziario in colonia agricola per i minori. È da segnalare che i lavori di trasformazione sono compiuti dai detenuti che tuttora si trovano nell’isola, i quali cosi, prima di abbandonarla, preparano i locali per il riformatorio. Come risulta dalle fotografie che pubblichiamo vengono eretti sette nuovi padiglioni, di cui cinque sono destinati a dormitori e camere di soggiorno, uno comprenderà la scuola, e uno il refettorio e la cucina. La capienza complessiva è prevista per 350 posti. Oltre ai suddetti padiglioni verrà costruito un ampio campo di giuoco con palestre ginnastiche coperte e scoperte. Del vecchio fabbricato centrale sarà demolita tutta la sovrastruttura formatasi nel corso dell’ultimo secolo per sopperire a necessità carcerarie; resterà invece il nucleo principale e antico della costruzione che sarà adibito per uffici e per alloggi dei funzionari».

Nel decimo anniversario dell’Unione cattolica internazionale del servizio sociale si svolse a Bruxelles la quinta conferenza internazionale cattolica del servizio sociale (La quinta conferenza cattolica del servizio sociale a Bruxelles, 6, 1934, pp. 1485-1489):

«L’Unione cattolica internazionale del servizio sociale celebrerà, durante l’esposizione internazionale di Bruxelles, il suo decimo anniversario di vita, mediante un’importante manifestazione internazionale, che avrà luogo dal 29 al 31 luglio 1935: sarà questa la quinta conferenza internazionale dell’Unione stessa. Suo scopo è di mostrare la necessità del servizio sociale nel mondo e di attrarre la generale attenzione sulle finalità e sui metodi del servizio sociale cattolico. È invitato a parteciparvi chiunque si interessi all’espansione e al perfezionamento del servizio sociale. L’Unione cattolica internazionale del servizio sociale fu fondata in Milano nel 1925, e conta ora quaranta scuole di servizio sociale e gruppi di assistenti sociali in quattordici differenti Stati d’Europa e di America».

I Centri di osservazione per minorenni realizzavano una sorta di integrazione sociosanitaria (Relazione Fabbri, 4, 1935, pp. 953-961):

I Centri di osservazione per minorenni – già previsti dall’art. 170 del regolamento 15 aprile 1926 n. 718 per l’attuazione della legge 10 dicembre 1925 n. 2277 e meglio definiti dall’art. 8 del R. decreto-legge 20 luglio 1934 n. 1404 – sono organizzati dall’O.N.M.I. e sono destinati a raccogliere ed ospitare i minori dai 9 ai 18 anni, abbandonati, fermati per motivi di P.S. o, comunque, in attesa di un provvedimento giudiziario o di ricovero in un riformatorio giudiziario. Essi hanno lo scopo precipuo di fare l’esame scientifico del minorenne, stabilirne la vera personalità e segnalare i mezzi più idonei per assicurarne il recupero alla vita sociale. È perfettamente naturale che ogni minorenne in tali Centri debba essere sottoposto alle indagini antropo-psicologiche e sociali necessarie alla conoscenza della sua vera personalità e delle varie cause bio-sociologiche che hanno influito sul suo traviamento e sulla sua attività criminosa. L’organizzazione dei Centri e la vigilanza sul loro funzionamento sono affidate ai presidenti delle Federazioni provinciali dell’Opera esistenti nelle sedi di corte d’appello o di sezione di corte di appello presso le quali il Ministero della giustizia ha istituito ed istituirà i Centri di rieducazione dei minorenni. Tale organizzazione è ora in corso di sviluppo e si inspira alla eccellente esperienza del Centro già organizzato a Roma a titolo di esperimento. L’ordinamento ed il funzionamento tecnico dei Centri di osservazione prevede innanzi tutto un consiglio direttivo, formato: da un magistrato, presidente, designato dal Guardasigilli e nominato dal Ministero per l’interno; da due membri, nominati dalla Federazione provinciale dell’Opera traendo l’uno dai medici specializzati in antropologia e psicologia criminale, l’altro dai Comitati di patronato dell’Opera tra persone particolarmente versate in materia di assistenza minorile. Tale Consiglio ha funzioni tecniche, di coordinamento e di vigilanza. Di particolare rilievo è la funzione del medico specializzato in antropologia e psicologia criminale, il quale deve vigilare sull’indirizzo dei servizi igienico-sanitari e medico-pedagogici del Centro. Agli effetti del funzionamento tecnico il Centro è diviso in reparti ed in servizi.

A) I reparti sono tre: il primo per i fermati per misure di pubblica sicurezza ; il secondo per minorenni in attesa di provvedimento giudiziario: il terzo per minorenni in attesa di ricovero in riformatorio giudiziario.

1°) Il primo reparto raccoglie sopratutto minorenni raccolti dalla strada in istato di abbandono. Attraverso l’inchiesta domiciliare fatta dall’ufficio di assistenza sociale è possibile conoscere le abituali tendenze del minorenne e le condizioni dell’ambiente famigliare in cui vive, allo scopo di decidere se sia opportuno, agli effetti della sua educazione, restituirlo alla famiglia o ricoverarlo in appositi istituti. Da questo atto preventivo quasi sempre dipende la salvezza del minorenne.
2°) Nel secondo reparto sono raccolti gli adolescenti dai 14 ai 18 anni, inquisiti o denunciati a piede libero in attesa di essere giudicati dal tribunale dei minorenni, quando non abbiano domicilio nella città in cui ha sede il tribunale, o, avendolo, appartengono a famiglie (o sono costretti a vivere in ambienti) di scarsa moralità ed in istato di completo abbandono. Con il ricovero presso il Centro si impedisce la contumacia dei piccoli imputati, la quale è dovuta spesso a incuria delle famiglie, o a ragioni economiche, o ad ignoranza delle conseguenze derivanti dall’abbandono dei fanciulli stessi.
3°) Nel terzo reparto sono raccolti i minorenni durante il periodo di attesa (che talvolta per ragioni burocratiche è alquanto lungo), per il ricovero in un riformatorio giudiziario, o per essere consegnati alla famiglia: nel primo caso si evita di far rimanere il minore nell’ambiente carcerario, nel secondo caso si evita il pericolo che commetta altri reati.

B) I servizi sono due: sanitario e l’assistenza sociale.

I) Il servizio sanitario comprende:

1°) la visita medica generale per tutti i nuovi entrati, allo scopo di accertare lo stato di salute di ogni minorenne e di prendere i necessari provvedimenti igienici profilattici;
2°) l’esame antropo-psicologico-biografico dei minori ricoverati, allo scopo di potere avere di ciascuno una sufficiente conoscenza della loro personalità fisica, psichica e morale. Per tale esame viene riempita una speciale scheda biografica nella quale sono fissati i risultati dell’esane biografico-clinico ed antropo-psicologico, che viene fatto con l’aiuto anche di un assistente sociale, per quanto riguarda specialmente la conoscenza delle condizioni ambientali e sociali del minorenne. Tale scheda resta nell’istituto e può servire per eventuali notizie ed informazioni alle varie autorità di polizia, militari, della giustizia, che possono averne bisogno;
3°) l’esame antropo-psicohgico-biografico di quei minori che, dovendo essere giudicati da un tribunale per i minorenni, debbono presentarsi in giudizio con un esame completo della loro personalità psichica e fisica, che permetta al magistrato un giudizio in base alla conoscenza della personalità individuale dei minori stessi;
4°) l’esame antropo-psicologico-biografico di quei minori per i quali il tribunale dei minorenni ritenga indispensabile un accertamento rigoroso delle capacità di intendere e di volere, ai fini dell’applicazione della pena e delle misure di sicurezza;
5°) la cura e l’assistenza di tutti i minori che si ammalano durante il periodo di osservazione o si dimostrano bisognosi di cure per preesistenti affezioni morbose;
6°) il funzionamento di un consultorio di medicina pedagogica.

Tale consultorio, che ha funzione preventiva, viene a realizzare una forma di assistenza la quale può evitare che i minorenni con tendenze antisociali o criminose possano delinquere, e ciò mediante l’applicazione di tempestivi provvedimenti diretti al fine di bonificare la loro personalità fisica e psichica e di sanare le condizioni d’ambiente che si prestano ad agevolare la reazione antisociale e criminosa de! fanciullo, o a fargli facilmente subire forme più o meno gravi di traviamento, oppure a sviluppare nel suo temperamento, in modo più o meno grave, quella tendenza al delitto che si riscontra specialmente in alcuni di essi con costituzione psico-fisica anormale. Un organo di tale natura serve a facilitare la conoscenza delle cause antro-psicologiche e biologiche della criminalità: a diffondere nelle famiglie e nelle scuole specialmente quelle norme d’igiene fisica e morale che, più delle altre, sono atte ad evitare che varie forme di predisposizioni al delitto nei fanciulli, possano restare più o meno sconosciute ed incomprese e possano quindi svilupparsi alla prima triste occasione favorevole. Pertanto nel consultorio sono ammessi i ragazzi segnalati dalle famiglie, dalle scuole e dalle autorità interessate, per episodi, circostanze, atti che siano sintomatici di una capacità a delinquere superiore alla normale, di una predisposizione al delitto in genere capace di degenerare, sotto Fazione favorevole dell’ambiente, in forme più o meno gravi di pericolosità sociale. Nel consultorio il minorenne è sottoposto a tutte le indagini cliniche, antropologiche, psicologiche e biografiche che servano a mettere in rilievo le cause del suo traviamento e del suo comportamento antisociale – allo scopo di fissarne la natura (se ambientale o costituzionale) e di stabilire quindi i rimedi medico-pedagogici necessari alla sua rieducazione sociale.

II) Il servizio di assistenza sociale svolge la seguente attività: interrogatorio del minorenne recuperato e compilazione della scheda informativa; inchiesta domiciliare per accertare le condizioni famigliari ed ambientali in cui il minore è vissuto: formazione della posizione personale del minore mediante la raccolta di tutti i dati ed i documenti che lo riguardano; avviamento al tribunale dei minorenni; avviamento agli istituti per corrigendi, alle famiglie, agli istituti di rieducazione e l’attuazione di ogni altra forma di assistenza stabilita dagli organi dell’Opera; informazioni varie. Occorre aggiungere che il metodo di assistenza dei minori accolti nei Centri è inspirato ad un criterio paterno, persuasivo, educativo, con il divieto di ogni forma di punizione a base di afflizioni corporali, come la chiusura in cella, la riduzione dei pasti, le percosse, e con intento di non mortificare od annientare la personalità del minore, ma piuttosto di ricostruirla. I risultati offerti dall’esperienza del Centro di osservazione di Roma stanno ad attestare che i principi informativi di tali Centri rispondono pienamente allo scopo e che l’apporto dell’antropologia e della psicologia criminale alla redenzione di tanti giovani è efficacissimo e decisivo. Tale, in breve, il contributo dell’Opera nazionale maternità ed infanzia all’antropologia e psicologia criminale. E non è esagerato affermare che, sulla base di tali orientamenti, l’Opera può realizzare il suo vasto programma di recupero fisico e morale di migliaia e migliaia di individui ogni anno, attuando in tal modo, per la sua parte, i lungimiranti scopi fissati dal Duce per una più grande Italia.

Nel 1937 fu inaugurato il Centro di rieducazione per minorenni di Napoli (Greco P., Il centro di rieducazione di Napoli nell’Albergo dei Poveri, 6, 1938, pp. 1280-1283):

Il Reale Albergo dei Poveri fu cretto nel 1753 su disegni del Fuga e del Vanvitelli per ospitare i poveri di tutto il Regno delle Due Sicilie, secondo l’intenzione del mio magnifico fondatore Carlo III di Borbone. L’edificio ciclopico, concepito mi un piano grandioso, rimase però incompleto talchè mentre si sarebbe dovuto convogliarvi i poveri di tutto il Regno dello due Sicilie, in realtà, per deficienza di mezzi, esso dovette limitare la sua azione benefica al ricovero dei poveri (vecchi e giovani dei tino sessi) appartenenti alla città e provincia di Napoli, ed alla assistenza dei ciechi e sordomuti appartenenti a tutto l’antico Regno delle due Sicilie. Fu solo nel 1937 che nell’Albergo dei Poveri, sotto l’impulso del prefetto Marziali, antesignano della fede e delle opere del Regime, fu operato un radicale rinnovamento venendo incontro alle necessità segnalate dal Ministro Solmi e dal Direttore generale Novelli, in esecuzione alle direttive del Duce, fondatore dell’impero, a cui va reverente la nostra commossa riconoscenza. L’attività soccorritrice, due secoli or sono, veniva dalla volontà regia sintetizzata nel superbo motto che spicca sul frontone dell’edificio « Regium totius Regni pauperum Ospitium », compiva cosi, per opera del Fascismo, una rapidissima evoluzione verso il fine altissimo di una integrale solidarietà sociale. Realizzazione questa nettamente italiana, che si contrappone all’individualismo liberale, già immanente dappertutto in questo campo, e che mira, nel rinnovamento degli istituti, a costituire un nesso sociale che si identifica con lo Stato in un interesse di ordine superiore. La beneficenza, ristretta alla formula della morale legale, nei limiti del superfluo; la rarità dei ricchi verso i poveri, frammentaria e unilaterale, che importa una generosità degli uni e una rassegnazione degli altri, sub specie aeternitalis, nella promessa di un premio eterno nella vita futura, rimanendo lo Stato arbitro indifferente fra gli uni e gli altri; erano conce/ioni queste superate oramai dalla concezione dello Stato Sovrano, che dà corpo e figura all’attività soccorritrice come funziono sociale di umana c civile solidarietà. L’azione di assistenza e di beneficenza per compartimenti nettamente separati si trasforma così, attraverso la nuova attività, in un sincronistico movimento, che convoglia i molteplici rivi in un unico grande alveo. In esso la comprensione delle reciproche finalità s’identifica in una meta comune, che tende alla difesa della storia, attraverso il miglioramento economico e morale della società e la protezione delle nuove generazioni. L’assistenza ai minori abbandonati e a quelli delinquenti o traviati costituisco, in questo quadro, una delle attività più spiritualmente alta. La legislazione italiana, col preciso fine della prevenzione più che della repressione, ha affrontato in pieno questo problema creando, in un primo tempo istituzioni di carattere politico sociale per la tutela morale dell’infanzia e l’assistenza e la protezione dei minori abbandonati, e provvedendo, in un secondo tempo, a profonde innovazioni giuridiche dii rodici ed alla creazione del tribunale dei minorenni con l’annesso centro di rieducazione. L’Albergo dei Poveri, che già attraverso gravi servizi, ma sempre con munifica comprensione, esercitava la missioni di assistenza dei minori abbandonati, accoglie con entusiasmo i nuovi compiti cui era chiamato dalla fiducia «lei Regime, lì così esso convoglia i fanciulli traviati o delinquenti raccogliendoli nel Centro di rieducazione. Qui i piccoli sono sottoposti ad osservazione, selezionati, curati, e studiati in relazione alle condizioni ambientali ed economiche in cui sono nati e vissuti, ed alle cause fisiologiche e psicologiche che ne hanno determinato il traviamento. Essi poi sono avviati ai diversi istituti d’istruzione generale e professionale dell’Opera stessa. Si conseguono cosi risultati oltremodo mirabili, formandosi buoni cittadini, ottimi lavoratori e perfetti artigiani. Inoltre, l’Albergo dei Poveri continua a raccogliere anche i fanciulli della strada, non traviati, che vengono selezionati ed avviati al grande Istituto pei figli del popolo che il Banco di Napoli, per generosi iniziativa di S.E. Frignani, sta costruendo ai Campi Flegrei, per celebrare il suo 40 centenario di vita, con imponente erogazione ili 29 milioni di lire. l’Esercito, nell’Aeronautica, nella Marina o nelle industrie private. Il ciclo della educazione dei fanciulli traviati, abbandonati, o privi comunque di assistenza è completo in una imponente serie di provvidenze di carattere largo e generoso. Il tribunale dei minorenni, con annesso centro di rieducazione, occupa tutta l’ala occidentale dell’imponente edificio di Carlo III. Esso si compone di una fuga di grandiose sale che partono dal maestoso atrio principale, e comprendono tutti i locali destinati al tribunale dei minorenni : e cioè salone di udienza con annesso ufficio del presidente del tribunale, del procuratore del Re, sale degli avvocati, camera di consiglio, camera dei testimoni ed uffici annessi. Segue ad esso il Centro di osservazione che comprende una vasta sala di ricezione, una sala per la visita medica con annessa infermeria; una sala di esposizione dei lavori dei ricoverati, vastissimi locali per refettorio, cucina, dormitori, palestre coperte e scoperte, amplissimi giardini, officine e laboratori, cappella religiosa, scuole elementari e d’avviamento professionale. Vasti locali per la Direzione didattica e professionale completano la mole delle opere. L’assistenza è affidata, per quanto riguarda i dormitori, le cucine e l’infermeria, a Suore di carità; alla disciplina ed alla istruzione elementare sovraintende uno scelto personale didattico. L’anima del Re munifico che, antesignano generoso, volle l’Albergo dei Poveri, e non ebbe la gioia di vederlo compiuto nelle sue mura e nell’attività soccorritrice, può ora esulare dalla tomba remota che ne accoglie le spoglie nella Spagna cavalleresca, insanguinata dall’atroce tormenta della guerra, che è forse il lievito amaro di una nuova e più umana civiltà. La Monarchia Sabauda che, nel segno del Littorio Imperiale e Regio, ha condotto l’Italia alle nuove sue grandi fortune, anche in questo campo ha portato il potente soffio del Rinnovamento. Sotto la scritta superba che segna la missione dell’imponente edificio, noi potremo incidere con sicura ed alta coscienza civile il motto che guida, con insonne cura, la nostra opera educativa e sociale.

Un’altra opera di assistenza, dopo quella dell’Albergo dei Poveri, riguardò l’ex convento delle Cappuccinelle di Napoli che fu riattato a Centro di rieducazione per minorenni (I nostri stabilimenti: Alcuni dei miei leoncelli, La casa di rieducazione per minorenni “Gaetano Filangieri” di Napoli, 4, 1941, pp. 685-687):

La mia vita trascorre metodica e appassionata tra centinaia di fanciulli che si susseguono ininterrottamente nella casa di rieducazione per minorenni “Gaetano Filangieri” in Napoli. Tra di essi alcuni hanno maggiormente colpito la mia sensibilità di osservatore. Ecco questo di 12 anni: ha sopracciglia finemente delineate che ondeggiano sul viso delicatamente ovale, un po’ allungato, ciglia rigide e lunghe, sguardo pungente ed assalitore su occhi neri e profondi. I capelli armonizzano con la tinta abbronzata della carnagione: si direbbe un piccolo rappresentante della razza siciliana. Stringo quel visetto tra le mie mani, lo fisso; egli a sua volta sostiene magnificamente il mio sguardo come per leggervi nel pensiero. “Bravo, sei leale” – gli dico – “la tua animuccia sarà presto più bella, perché le tue colpe sono perdonabili; stai sicuro che riuscirai nell’arte che tu stesso hai scelta, anche se hai un temperamento così vivace, poiché sei intelligente”. Dopo di avermi ascoltato in silenzio, esce con questa espressione risentita: “Chi vi ha dato tanto ardire da entrare nelle cose mie?”. In verità, non mi aspettavo una così temeraria risposta. Era lo spirito di quelle terre dorate dal sole e infuocate dall’Etna che ho stretto fra le mie mani. Oh, granaio d’Italia, sii benedetto tu che produci così bei frutti! Ecco un altro, nuovo arrivato, che colpisce con la sua bella statura. Quale giovanottone! Ben si distingue dagli altri discoletti che, al mio entrare nello studio degli intagliatori, bisbigliano: “Zitti, zitti che c’è il maestro!”. Entro nel laboratorio di ebanisteria dove sostituisco in quell’insegnamento il titolare richiamato alle armi. Chiedo notizie del giovane. Tra l’altro mi viene detto che è un calabrese; mi accorgo che possiede parola facile e, con espressione signorile, descrive, con orgoglio, le genti del suo paese; dopo, manifesta il suo amore per la musica e il suo desiderio di impararla. Gli dico: “Qui abbiamo una scuola di musica in piena attività e il nostro ottimo censore ti permetterà certo di frequentarla” – “Oh mamma benedetta, sono felice perché è cessato d’incanto il mio tormento spirituale: tornerò a te musicista ed intagliatore; mamma, io sarò il tuo « artista »!” Più di tre anni sono trascorsi rapidissimi, ed oggi mi scrive dalla terra infuocata dal sole e mitragliata dalla guerra: il Maestro, mi è di conforto il pensarvi e il riflettere sempre sui vostri consigli. Sono trombettiere del mio reggimento; tornerò, sapete, ne sono certo, e con il lauro della vittoria, perché a Soriano Calabro vi è una Madonnina scolpita con le mie mani, innanzi alla quale la mia mamma cara depone ogni giorno le sue lagrime e i suoi fiori ». Sono contento di poter leggere queste parole e benedico ed esalto Te, o mio Dio, che mi procuri tanto bene e tanto conforto e sostieni ed incoraggi chi lavora a beneficio dei fanciulli d’Italia. Giunge a noi da Boscomarengo (Istituto di rigore per minorenni traviati), per l’ultima prova, una creatura che sembra abbrutita dal vizio. Viene assegnato al laboratorio degli intagliatori. Un giorno me lo trovo dinanzi e mi dice: “Maestro, non voglio disegnare” – Spiegati meglio – Mi scappa la pazienza – E la forza di carattere che volevi dimostrarmi? Provati a modellare con la plastica questo frutto, oppure questo giglio in gesso – Non ce la faccio – Allora piallami questo pezzo di legno e intaglia su di esso quattro rosette come questo semplice modello – Poco dopo, legno e sgorbia sono deformati ed il pezzetto di legno prende la fisionomia del suo volto: zigomi esageratamente in fuori; occhi piccoli ed alquanto sporgenti; fronte bassa tanto che i capelli quasi si confondono con le sopracciglia. Non parla, la sua anima è chiusa c il suo sguardo è pensieroso, triste e lontano. “Perchè i tuoi genitori ti hanno allontanato ?” – “Non me ne parlate, maestro, sono sinceramente pentito di averli fatto tanto soffrire”. I compagni lo guardano maliziosamente e quasi si burlano di lui, forse per la sua bruttezza. Faccio loro osservare che la vera bellezza di un fanciullo è nell’anima e non nelle sembianze del volto. A queste parole un lampo di gioia illumina gli occhi tristi del corrigendo; egli, incoraggiato, mi dice: “Vorrei diventare un bravo calzolaio” – “Bene” – rispondo e immediatamente stendo il mio rapporto, contento di avergli risparmiata l’umiliazione di farlo allontanare, per incapacità, dal laboratorio artistico. Ora il suo paesello pugliese conta un onesto e bravo calzolaio di più. Ci vuol poco a donare felicità a questi fanciulli che hanno quasi sempre l’animo buono. Stavo assegnando il lavoro ad ognuno dei miei leoncelli della scuola di «lavoro manuale» che, per la loro minore età, non possono frequentare le scuole industriali qui istituite, quando, all’improvviso, vedo entrare nell’aula un ufficiale artigliere, alto e quadrato. Subito lo riconosco e lo abbraccio. Non lo vedevo da tre anni. Era stato sempre il primo in disegno come nel modellare la figura. Mi dice: – Qui ho imparato ad amare Dio e la Patria ; ho deposto momentaneamente i ferri della mia arte per servire in armi la nostra bella Italia. Tornerò presto vittorioso e riprenderò gli studi ed imprimerò sulla materia i fatti più salienti dell’epopea che sto vivendo – Egli volge lentamente attorno al laboratorio il suo sguardo commosso; rivede alcuni suoi lavori, ma non i compagni, ora diciottenni, partiti anch’essi, volontari, a combattere per la grandezza della Patria. Con parole elevate, egli esorta alla perseveranza i giovanetti che lo stanno ad ascoltare intenti, con gli occhi umidi; e, quando ha finito, essi, nel loro focoso entusiasmo giovanile, lo salutano con un «Viva l’impero». L’ho riabbracciato poiché è di passaggio per Napoli, proveniente dal fronte balcanico. Riparte verso nuovi campi di battaglia, fregiato di gloriose ferite. Dopo aver trascorsa la mia intensa giornata nell’istituto di rieducazione, sovente, a tarda sera, rievoco gli episodi che mi sono capitati e concludo col ringraziare Dio della possibilità che mi ha donato, di poter far del bene a tanti giovani. Difatti, svegliando le facoltà del subcosciente e del cuore, ingentilendo il carattere coll’arte e facendo dolce pressione sui loro sentimenti più reconditi, io sono felice di poter vedere che attraverso l’opera dell’istitutore (lo scultore dell’anima infantile), quelle fronti, spesse volte chinate a terra per essere state o inasprite o malintese o, peggio, corrotte, riescono a poco a poco ad alzarsi e guardare l’azzurro del cielo d’Italia con l’occhio fiducioso, vivido e poi scintillante di gratitudine e di sicurezza in loro stessi, consci di essere apprezzati nello studio e nel lavoro, certi che i peccati commessi per forza di ambiente sono stati perdonati e sopratutto dimenticati.

Dal maggio 1943 al dicembre 1949 le pubblicazioni furono interrotte a causa degli eventi bellici:

«Il problema penitenziario è vivo nella mente degli studiosi e sentito dall’opinione pubblica. E l’importanza di esso è stata affermata anche dalla Costituzione Repubblicana: le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato (art. 27). E la Rassegna sarà certamente la fucina in cui le idee potranno svilupparsi e perfezionarsi; tanto più che si apre alla vita in un clima quant’altri mai favorevole, poiché nel XII Congresso internazionale penale e penitenziario tenutosi all’Aja nell’agosto 1950, nel II Congresso internazionale di criminologia svoltosi a Parigi nel mese successivo e ancora nel Ciclo di studi comparati sulla delinquenza minorile organizzato a Roma nello stesso anno, sono state gettate le basi e indicate le traccie per il futuro lavoro» (Piccioni A., Messaggio del Guardasigilli, 1951, 1, p. 2-3).

Il titolo cambiò da “Rivista di diritto penitenziario” a “Rassegna di studi penitenziari”:

«È diffusa convinzione che alcuni schemi tradizionali siano superati e che nuovi orizzonti debbano schiudersi agli studiosi ed al legislatore. Certo, come dalla segregazione cellulare che non più di cinquanta anni fa appariva la formula ideale, si è passati al sistema dell’esecuzione progressiva, così oggi anche in questa teoria si inseriscono concezioni più avanzate. La maggiore individualizzazione del trattamento, la terapia di gruppo, la rieducazione sociale in ambienti aperti, sono fra gli altri, i temi che si offrono alle indagini degli studiosi. È naturale perciò che da più parti si sia manifesta l’utilità di vedere trattato, in una pubblicazione adeguata, il problema penitenziario e che il Ministero di grazia e giustizia abbia creduto di realizzare una propria urgente esigenza. Già per il passato, riviste edite a cura del Ministero assolsero detto compito: la rivista di discipline carcerarie e successivamente la Rivista di diritto penitenziario portarono un contributo notevolissimo allo sviluppo della teoria e della pratica. (…) La Rassegna di studi penitenziari vuole essere un libero campo di discussione sia tramite i tradizionali strumenti di divulgazione che tramite i contatti coll’amministrazione centrale e con gli organi periferici, al fine di creare unità di indirizzo ed omogeneità di azione» (Editoriale, 1951, 1, p. 4-5).

A più riprese il Ministero decise di assumere del personale in ogni distretto di Corte di Appello, dove erano già presenti i Centri distrettuali di servizio sociale, destinato a coadiuvare gli organi giudiziari e rieducativi, sia raccogliendo elementi sulla personalità sociale dei minori e sulle caratteristiche del loro ambiente familiare, sia prendendo cura di coloro che sembrano recuperabili senza necessità d’internamento. Tale servizio era disimpegnato da personale particolarmente qualificato, addestrato professionalmente e diplomato in scuole di servizio sociale ed inquadrato in ruoli dipendenti dalla Direzione Generale degli istituti di prevenzione e pena. Il Centro provvedeva a soddisfare le richieste delle varie autorità, compiere indagini sulla personalità dei minori e riferire periodicamente sulla condotta di coloro che gli erano stati affidati da organi giudiziari o amministrativi. Non mancava altre sì di promuovere iniziative e provvidenze particolari come l’avviamento professionale ed il collocamento al lavoro dei dimessi e di tutti gli altri che, vivendo in libertà, dovevano provvedere al proprio sostentamento, prendendo contatto con le attività assistenziali del luogo e cercando di rendere più tempestiva l’opera dei volontari. La casistica del Centro di Roma, uno dei primi ad essere attivato, ha permesso di rilevare che l’attività del servizio sociale penitenziario fosse suscettibile di larghi sviluppi in vari settori di lavoro: «quando il PM o il Tribunale ritenessero che un minore fosse in grado di profittare maggiormente di un sistema rieducativo in libertà piuttosto che dell’internamento (carcere, riformatorio o casa di rieducazione) il Centro distrettuale potrà esercitare la propria sorveglianza mediante assegnazione all’istituto di osservazione o ad una casa di rieducazione (RD 20.07.1934 n. 1404 art. 27) ed essere poi dimesso mediante affidamento sperimentale alla famiglia, sotto il controllo dell’assistente sociale, o mediante licenza temporanea rinnovabile». Allegato all’articolo vi sono dei moduli per l’inchiesta sociale con tanto di tabelle statistiche (Istituzione di uno speciale servizio per le indagini sulla personalità sociale e per l’assistenza educativa ai minorenni, 1951, pp. 242-246); l’osservazione era necessaria ai fini del Piano individuale di trattamento (1960, pp. 177-377).

Non sappiamo con certezza quanti fossero gli assistenti sociali di ruolo presso il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. I dati dell’anno 1959 indicano 240 assistenti sociali specializzati in 24 Uffici distrettuali in seguito alle sollecitazioni della IV settimana di studi penitenziari svoltasi a Venezia dal 28 settembre al 4 ottobre 1958 (Fontanesi M., La figura dell’assistente sociale nell’Istituto di osservazione di Roma Rebibbia, 1959, pp. 581-586; II mostra documentaria di assistenza sociale a Napoli, 1959, pp. 601-602). Si trattava comunque di una sperimentazione di quanto già fatto in ambito minorile: lo studio sociale del caso di concerto con l’equipe di osservazione multidisciplinare (sociologo, psicologo, criminologo, antropologo, etc.), nominati dal direttore del carcere; la segnalazione alle istituzioni preposte all’assistenza (ECA, OPA, Consigli di Patronato, etc.); le collaborazioni con le loro famiglie; le tecniche di derivazione anglosassone quali il case work e il group work (Magli T., Esperimento di servizio sociale nella casa penale di Roma Rebibbia, 1959, pp. 729-746). Altri esperimenti furono realizzati a Messina, a Regina Coeli, Milano, Napoli, Firenze, Orvieto e Padova (Maglia T., Esperimento di servizio sociale penitenziario per adulti, 1961, pp. 65-75; Rizzo F., L’inserimento dell’assistente sociale nel carcere giudiziario femminile, 1962, pp. 479-486; Gioggi F., Assistenza penitenziaria e post penitenziaria, 1965, pp. 13-23; Castellano G., Malis S., Un anno di esperimenti nella Casa di lavoro di Soriano nel Cimino (VT), 1974, pp. 303-316).

Sta scritto di un assistenziario in Napoli dove sono stati introdotti due nuovi corsi di falegnameria e meccanica per liberati dal carcere e una scuola per i loro figli (Felici iniziative del Consiglio di Patronato di Napoli, 1952, pp. 130-132).

L’Ufficio distrettuale di servizio sociale, che si occupa di assistenza minorile, si insediò per la prima volta a Roma nel 1949 sostituendo di fatto le competenze che spettavano all’ONMI (v. I nostri stabilimenti: Il patronato dei minorenni condannati condizionalmente in Roma, 2, 1932, pp. 778-797). I cambiamenti non riguardarono solo la formazione del personale, l’orientamento al tirocinio e l’invio in colonia ma anche nella direzione con funzione di coordinamento e consulenza (Ruocco E., Gli uffici di servizio sociale del Ministero di Giustizia, 1954, pp. 737-743). Dunque l’Ufficio distrettuale di servizio sociale assunse le competenze e gli scopi del Patronato Re-Bartlett e cioè dei minori inquisiti o in attesa di trasferimento in riformatorio svolgendo, oltre alle attività suddette, osservazione, valutazione, vigilanza e affidamento in prova (cfr. ONMI, Origini e sviluppo, Roma, Colombo, 1936, p. 89; Barcellona L., Affidamento in prova ai servizi sociali e affidamento ai servizi sociali minorili: analogie e differenze, 1978, pp. 315-334). Negli anni ’60 si decise di specializzare la formazione degli operatori in ragione delle loro competenze in quanto l’insegnamento specifico delle tecniche di assistenza, divise in vari rami a seconda delle categorie e delle attività, è in considerazione del fatto che ogni categoria di bisogno richiede, da parte dell’assistente sociale, un particolare atteggiamento se a questi si vuole attribuire il più puro significato sociale e non soltanto quello di puro soccorso materiale (Pelaggi A., Recensione su Di Marco E., Per un moderno servizio sociale, 1963, pp. 658-661; Padoin F., La specializzazione dell’assistente sociale nell’attività giudiziaria, 1964, pp. 277-193). La Federazione Religiose Assistenti Sociali (Firas) istituì un corso nel 1963 a Roma per 70 assistenti già occupate nelle carceri italiane (Trasatti S., Il servizio sociale penitenziario, 1963, 4, pp. 62-64).

La Costituzione della Repubblica aveva voluto sottolineare così espressamente l’esigenza educativa inducendo a ritenere che si potesse pretendere qualcosa di più della così detta “rieducazione della pena”. Sembra che si sia voluto confermare un particolare orientamento, già attuato nella legislazione penitenziaria, mediante l’organizzazione del lavoro remunerato nelle carceri, l’istruzione culturale a mezzo di scuole, le biblioteche, l’assistenza religiosa, etc (…) Gli assistenti sociali dovranno con ogni mezzo di cura, spirituale e materiale, favorire tale opera di rieducazione, nel rispetto della persona, tutelata costituzionalmente nei suoi attributi morali e fisici (art. 32 Cost.) (…) E potranno altre sì essere promosse nuove attività di privati derivanti non direttamente dallo Stato, es. quello ecclesiastico (Grasso P.G., Sulle premesse costituzionali in ordine al problema dell’assistenza carceraria, 1955, pp. 743-750).

Il Comitato italiano di difesa morale e sociale della donna (CIDD) ha svolto il servizio sociale penitenziario presso il carcere di Messina fin dal 1958 in base alla legge 20.02.1958 n. 75. I casi seguiti dalle due assistenti sociali nel 1961 sono stati complessivamente 8 per un totale di 13 visite al carcere, di 54 colloqui con le detenute e 5 colloqui con la direzione. In un primo tempo l’assistente sociale era stata identificata come una “dama di carità” per cui nei primi colloqui si notava un contenuto quanto mai generico e privo di particolari significati. In seguito hanno dimostrato maggiore capacità di apprendimento e, stimolate e guidate, hanno potuto re-instaurare dei rapporti coi familiari, dimostrando di essere pentite del male che loro stesse si erano fatte (…) Nei confronti della loro colpo e della pena formulano quasi tutte lo stesso tipo di giudizio che rimanda ad una concezione essenzialmente fatalistica della vita. (…) I tipi di assistenza, oltre a quella tecnico-professionale, sono stati di natura economica, a questo proposito sono stati erogati sussidi per un totale di L. 27500, capi di vestiario e generi alimentari (…) L’organizzazione del lavoro artigianale ha avuto delle fasi di maggiore rendimento ed anche la vendita dei manufatti delle detenute ha avuto un maggiore incremento (Rizzo Paoletti F., L’inserimento dell’assistente sociale in un carcere giudiziario femminile, 1962, pp. 479-486).

Ripercorrendo la storia italiana, il prof. Gian Luigi Ponti scrisse: «sostanziali modificazioni in tema di servizi sociali furono introdotte dal Regolamento penitenziario del 1931 tutt’ora in vigore: vennero abolite le commissioni visitatrici demandando tali funzioni al Giudice di sorveglianza (…) constatato il fallimento delle associazioni filantropiche private e la loro inadeguatezza ad affrontare i multiformi problemi dell’assistenza sociale, veniva avvocata allo Stato la gestione dei Consigli di patronato cui erano demandate le funzioni previste dall’art. 149 del c.p. ovvero di prestare assistenza ai detenuti, ai liberati, alle famiglie al fine di prevenire la recidiva (…) Sorsero così gli assistenziari per i liberati dal carcere dove si poteva trovare lavoro, vitto e alloggio mediante il ricorso di ciò che sembrava il mezzo più efficiente ovvero l’assicurazione del lavoro al termine della pena» (Ponti G.L., I servizi sociali nell’ambito degli ordinamenti penitenziari, 1963, pp. 629-642).

Tra le varie istituzioni preposte alla rieducazione dei condannati, il Consiglio di Patronato si adoperava per l’avviamento al lavoro dei liberati dal carcere e per il superamento di difficoltà nei rapporti familiari derivanti dalla detenzione o dalla liberazione nonché per l’assistenza alle famiglie bisognose con sussidi in denaro e con posti di lavoro ai componenti delle famiglie medesime (…) Per quanto concerne le intese, è da segnalare quelle intervenute da alcuni anni fra il Ministero e l’ENPMF (Ente nazionale protezione morale del fanciullo fondato nel 1944 dal criminologo molisano Benigno Di Tullio) che, con i suoi uffici periferici, si è impegnato a curare l’assistenza sociale de figli dei detenuti e dei liberati attraverso accurate indagini eseguite dal proprio servizio sociale e, quando occorra, dai gabinetti medico psico-pedagogici (ONMI). Tali interventi, svolti mediante apposite assistenti sociali, comprendevano: prestazioni in favore dei minori in condizione di disagio o abbandono, l’assistenza economica verso la famiglia, il collocamento presso una famiglia adottiva, presso parenti o presso appositi istituti. Oltre ai Consigli di Patronato esistono anche delle istituzioni private che portano la propria esperienza assistenziale negli istituti di pena: le Sorelle di San Giuseppe Calasanzio, l’Opera dei Padri della Mercede, la Pontifica Opera di Assistenza e la Società di San Vincenzo de Paoli (Gioggi F., Assistenza penitenziaria e post-penitenziaria, 1965, pp. 13-23).

Relazione sull’attività dell’amministrazione penitenziaria per il 1970 (Relazione sull’attività dell’amministrazione penitenziaria per il 1970, 4-5, 1970, pp. 19-22.64-71).

Ruolo di servizio sociale nella carriera direttiva

La proposta revisione del ruolo comporta un maggior onere n. 249, di far luogo al riordinamento delle carriere sulla base di qualifiche funzionali, si è provveduto, ferma restando la dotazione organica complessiva del ruolo, a modificare la struttura come appresso:

— Ispettore generale capo di servizio sociale » » posti n. 1
— Ispettore generale di servizio sociale » » posti n. 2ù
— Dirigente capo di servizio sociale » » posti n. 10
— Dirigente e vice dirigente di servizio sociale » » posti n. 29

Al fine di far coincidere la denominazione del ruolo con le funzioni che il personale ad esso appartenente è chiamato a svolgere, e di differenziarlo da quello della carriera di concetto, si è modificata la denominazione stessa in quella di «ruolo dei dirigenti di servizio sociale».
Si è ritenuto, inoltre, di dover istituire le qualifiche di Ispettore generale capo e di Ispettore generale di servizio sociale, cui i corrispondenti parametri 742 e 530, in analogia a quanto previsto per i ruoli amministrativo e tecnico sanitario della stessa Amministrazione.

Ruolo di rieducazione della carriera di concetto

— Educatore capo posti n. .15
— Educatore principale » » 68
— Educatore » » 67

Il predetto incremento risulta necessario per far fronte alle accresciute esigenze degli Istituti rieducativi, presso i quali i minori ospitati hanno raggiunto negli ultimi anni la cifra di 6.300 unità, di cui:

— n. 2.600 negli istituti direttamente gestiti; n. 200 negli istituti dell’Amministrazione affidati in gestione a terzi;
— n. 3.500 negli istituti convenzionati.

Nell’analisi del fabbisogno di personale si è tenuto conto della necessità di ridurre gradualmente, e fino al massimo possibile, le convenzioni con Enti pubblici e privati che sono attualmente circa 80 e di affidare la rieducazione dei minori ad Istituti direttamente gestiti. Si sono, inoltre, tenute presenti le seguenti altre esigenze di primaria importanza:

— ad ogni educatore deve essere affidato un ristretto numero di minori; occorre inoltre prevedere ogni due, o al massimo ogni tre educatori, un sostituto per le festività, i congedi ordinari e straordinari, le assenze per malattia e la frequenza di Corsi di aggiornamento;
— in ogni istituto, oltre al direttore ed eventualmente al vice direttore, sono necessari almeno tre educatori col compito di organizzare e seguire lo svolgimento delle attività del settore gruppi, del settore scolastico e professionale e di quello del tempo libero;
— secondo quanto previsto dall’art. 1 del R.D.L. 20 luglio 1.934, n. 1404, modificato con legge 25 luglio 1.956, numero 888, vanno creati, dove non esistono ancora, ed affidati alla diretta conduzione di educatori, i focolari di semilibertà, i pensionati giovanili, le scuole, i laboratori ed i ricreatori speciali;
— si va sempre più affermando la necessità che ogni istituto disponga per tale compito di almeno due educatori;
— alcuni educatori sono attualmente, e lo saranno anche in futuro, utilizzati per mansioni tecniche nei servizi periferici e centrali dell’Amministrazione (Centri di rieducazione).

La proposta revisione del ruolo comporta un maggior onere complessivo di L. 367 J 72.990, da ripartire nei 3 anni fissati per l’attuazione del provvedimento.

Ruolo di concetto del servizio sociale

È previsto un incremento di 170 unità, così ripartite: La revisione, come sopra proposta, riguarda, da uri lato, l’aumento della dotazione organica, avuto riguardo all’assoluta insufficienza del personale rispetto ai compiti istituzionali, e, dall’altro, l’adeguamento della carriera, che si arresta all’ex coefficiente 402. Invero, l’attuale inadeguata consistenza del ruolo, oltre a condizionare gravemente l’efficienza di un settore di cosi vitale importanza nel campo dell’assistenza e del recupero sociale dei minori, impedisce di soddisfare integralmente le richieste di intervento da parte dell’Autorità giudiziaria minorile. A tal proposito, deve farsi presente che il carico potenziale del servizio (senza tener conto, peraltro, del forte aumento derivante dalla entrata in vigore delle norme sull’adozione speciale) ascende annualmente a 23 – 25 mila casi penali, a 10.000 casi amministrativi e a 10.000 casi civili, con una incidenza di 160 – 170 casi annui per ogni assistente sociale, cifra ben lontana dalla realtà.

— Assistente sociale capo posti n. 17
— Assistente sociale principale » » 77
— Assistente sociale » » 76

Si osserva, inoltre, a riguardo, che il rapporto tra assistenti sociali della giustizia e popolazione minorile è, nel nostro Paese, di 1 a 65 mila, ben diverso, quindi, da quello che si riscontra in altri Paesi europei (per es, : in Francia, da uno a seimilacinquecento, in Svizzera, da uno a mille). Ciò premesso, e tenuto conto che il carico di lavoro medio di un assistente sociale non può ragionevolmente superare i 50-60 casi annui, sarebbe stata necessaria una dotazione organica complessiva quadrupla di quella attuale; l’aumento proposto, che porta l’organico da 230 a 400 unità, attraverso un assorbimento di nuovo personale graduato in alcuni anni è, quindi, da considerarsi una soluzione solo parziale del problema. La revisione del ruolo comporta un maggiore onere complessivo di L. 454.290.415, da ripartire nei 3 anni fissati per l’attuazione del provvedimento.

Assistenza e servizio sociale

Per il coordinamento e il finanziamento di tutta l’attività assistenziale carceraria e post-carceraria è stato costituito, con D.M. in data 6 febbraio 1970, un Ufficio autonomo in seno a questa Direzione Generale che ha assunto la denominazione di “Ufficio VII – Assistenza e Servizio Sociale”.
I compiti, le attività svolte e i programmi di tale ufficio possono così riassumersi :

1) – Consiglio di patronato

Consigli di patronato previsti dall’art. 149 cod. pen. e 8 e segg. del Regolamento degli Istituti di prevenzione e di pena. Con essi collaborano oltre un centinaio di istituzioni private di rilevanza locale e nazionale. L’attività dei Consigli di patronato tende principalmente al conseguimento di due obiettivi distinti, ma complementari:

 prestare assistenza ai liberati dal carcere, agevolandoli, se occorre, nel trovare stabile lavoro;
 prestare assistenza alle famiglie di coloro che sono detenuti con ogni forma di soccorso e, eccezionalmente, anche con sussidi in denaro.

Se si considera che l’attività assistenziale prevista dalle vigenti disposizioni legislative abbraccia un campo vastissimo dell’assistenza pubblica e che gli stessi Consigli di patronato non dispongono, in genere, di altre risorse finanziarie al di fuori di quelle corrisposte sotto forma di contributi da parte di questo Ministero, si può ben comprendere come l’attività assistenziale si esaurisse, in passato, nella semplice concessione di modesti sussidi in denaro elargiti con una prassi decisamente burocratica che, invece di risolvere il grave problema del reinserimento, valevano ad accentuare sempre più la mentalità assistenziale degli assistiti. Pertanto, uno dei problemi affrontati dal nuovo ufficio in via prioritaria è stato quello relativo ad una migliore organizzazione dell’attività dei Consigli di patronato, al reperimento e ad una razionale distribuzione dei mezzi finanziari necessari per il normale svolgimento dell’attività assistenziale. Analogamente si è provveduto a disciplinare le erogazioni dei sussidi destinati agli Enti assistenziali collaboratori sia per quanto riguarda l’istruttoria delle richieste e sia per il versamento dei contributi agli Enti stessi. Al fine di sensibilizzare le altre Amministrazioni dello Stato che operano nel campo dell’assistenza, ai problemi specifici dei Consigli di patronato, sono stati stabiliti frequenti contatti in favore dei Consigli di patronato più impegnati in opere permanenti assistenziali. Efficace azione è stata, altresì, svolta presso il Ministero delle Finanze e la Presidenza del Consiglio dei Ministri per ottenere l’inclusione dei Consigli di patronato nella ripartizione degli utili delle Lotterie nazionali ai sensi della legge 4 agosto 1955, n. 722. Infine, l’Ente nazionale per la distribuzione dei soccorsi in Italia (ENDSI), su intervento di questa Amministrazione ha concesso un congruo numero di indumenti usati di provenienza americana che, successivamente rigenerati, attraverso la mano d’opera delle detenute ristrette nelle Carceri giudiziarie di Roma-Rebibbia, sono stati finora inviati ai Consigli di patronato della Sicilia, Sardegna e Calabria, mentre è in corso una assegnazione a Puglia e Campania.

2) – Assistenza ai figli dei detenuti.

Particolare impegno si è posto nel potenziamento dell’assistenza in favore dei figli dei detenuti.
Fin dal 1957 si sono stabilite delle intese con l’Ente protezione morale del fanciullo per un intervento su tutto il territorio nazionale secondo una metodologia uniforme e razionale e in stretta collaborazione con i Consigli di patronato competenti per territorio. Congiuntamente si è provveduto ad intensificare i contatti con l’Opera nazionale maternità e infanzia il cui intervento è esplicitamente previsto dalla legge istitutiva dell’Opera stessa. Purtroppo le limitate disponibilità finanziarie di cui questa Amministrazione dispone per tale settore assistenziale non hanno permesso di intervenire per ogni caso segnalato. Infatti, la somma di L. 200.000.000 prevista per tale attività fin dal 1957 è rimasta costantemente invariata nonostante che il numero degli assistiti e la diaria delle rette giornaliere di ricovero abbiano subito sensibili aumenti.

— nuclei assistiti nel corso dell’anno (compresi quelli segnalato: numero 1.009, per minori 2.918 (segnalazione media annuale numero 1.000 nuovi nuclei);
— nuclei assistiti nel corso dell’anno (compresi quelli segnalati negli anni precedenti) n. 3.237 per un totale di 8.863 minori. Di questi, 2.216 sono stati assistiti con fondi messi a disposizione da questo Ministero (819 ricoverati in Istituto, 1397 sussidi in famiglia); altri 3.032 sono stati seguiti con il solo trattamento di servizio sociale e i restanti 3.615 hanno beneficiato complessivamente di n. 7.385 prestazioni economiche ottenute da Enti assistenziali locali.

La spesa impegnata per gli affidamenti in Istituto ammonta a lire 184.839.270 mentre i sussidi erogati a favore dei 1.397 minori ammontano a L. 14.475.000. Pertanto, con i fondi a disposizione di questa Amministrazione si è potuto assistere con prestazioni economiche solo 1/4 dej minori segnalati mentre sono rimasti esclusi dall’assistenza, se pure seguiti dal trattamento del servizio sociale, n. 3.032 minori.

3) – Assistenza ai liberati dal carcere.

Il reinserimento dei liberati dal carcere nella vita lavorativa è alla base dei problemi dell’assistenza e del trattamento penitenziario e post-penitenziario alla cui risoluzione si va ponendo sempre maggior impegno. Il collocamento al lavoro dei liberati dal carcere risponde, oltre che alla comune esigenza derivante da un grave stato di bisogno, a quella più importante esigenza, connessa alla difesa della società dal delitto. È noto, infatti, che la mancanza di una occupazione retribuita costituisce una delle cause della ricaduta nel delitto. Ove, quindi, non si ponga in essere una efficiente opera di prevenzione del recidivismo, che principalmente il lavoro può garantire e sostenere, lo stesso sforzo produttivo, in una società in rapido cambiamento, potrebbe essere disturbato dall’inserimento senza supporto lavorativo. Tale è il concetto sottolineato di recente dagli studiosi della pianificazione sociale e più volte segnalato dai competenti organi dell’O.N.U. Da ciò la necessità che questo specifico problema sia fatto ascendere a livello di pianificazione e che il collocamento al lavoro degli ex carcerati sia favorito in massimo grado. Attuazione di tale nuova politica assistenziale possono essere considerati i provvedimenti adottati a seguito del recente provvedimento di amnistia ed indulto emanato con D.P.R. 22 maggio 1970, n. 283. Si è provveduto, anzitutto, ad accertare le possibilità finanziarie dei Consigli di patronato, sopperendo alle deficienze dei fondi con dirette anticipazioni e con l’interessamento presso la Direzione Generale dell’assistenza pubblica dipendente dal Ministero dell’interno. Si è provveduto, altresì, a concertare con i rappresentanti del Ministero dell’interno – Servizi ECA – un completo e coordinato piano di immediati interventi assistenziali degli ECA locali su indicazione degli stessi Consigli di patronato.
Si sono, inoltre, stabiliti particolari contatti con il Ministero del lavoro e della Previdenza sociale – Direzione Generale Collocamento mano d’opera – che a sua volta ha disposto provvidenze eccezionali che esorbitano dalla normale prassi usata dagli Uffici di collocamento, quali, tra l’altro, l’assunzione nominativa di liberati dal carcere, indipendentemente dalla qualifica prescritta anche in località diversa dai luoghi di residenza e l’avviamento degli stessi ai cantieri di lavoro e ai corsi di addestramento professionale subito dopo la dimissione. Dai dati statistici finora raccolti risulta che, per l’intervento degli Uffici provinciali del lavoro o per interessamento diretto degli stessi Consigli di patronato, la maggior parte dei liberati ha ottenuto immediata possibilità di lavoro. Purtroppo, l’entrata in vigore delle nuove norme sulla disciplina del collocamento della mano d’opera (legge 20 maggio 1970, n. 300) con la costituzione di Commissioni zonali, comunali e frazionali presso le sezioni degli Uffici di collocamento dei liberati dal carcere ai fini dell’inserimento nella graduatoria stessa. Infatti, tale graduatoria deve tener conto di titoli per la preferenza nell’avviamento al lavoro dei disoccupati e in essa non vi è alcun riferimento alla figura del liberato dal carcere se non attraverso la valutazione generica di un particolare stato di bisogno. Per ovviare a tale inconveniente, l’Ufficio ha preso contatto con il Ministero del lavoro affinché possano essere adottati gli interventi più idonei anche sul piano legislativo, perché la posizione degli ex detenuti venga autonomamente considerata con particolare riguardo alle provvidenze assistenziali di prima necessità, nonché alla valutazione, sia pur non integrale, del periodo di. carcerazione quale titolo di anzianità per l’iscrizione nelle liste di collocamento. Infine, le intese con il Ministero dell’interno, se pur raggiunte in vista del recente provvedimento di amnistia, sono proseguite ed hanno di recente trovato una favorevole definizione con la diramazione da parte di quel Dicastero di una circolare con la quale vengono autorizzati i Prefetti delle Provincie affinché, attraverso gli EOA e su indicazione dei Consigli di patronato, vengano disposti interventi assistenziali di prima sistemazione e sussidi finanziari non inferiori alle L. 10.000 in favore di tutti indistintamente i liberati dal carcere, all’atto della loro dimissione a qualunque titolo avvenuta. Particolari disposizioni sono state quindi diramate da questo Ministero ai Consigli di patronato e alle direzioni degli Istituti di prevenzione e di pena per una più efficace e reciproca collaborazione con gli Uffici periferici dei predetti Dicasteri,

4) – Servizio sociale penitenziario e assistenza ai detenuti.

Un altro settore al quale è stato dato particolare impulso è quello dell’assistenza e del servizio sociale penitenziario per adulti. L’attuazione dell’art. 27 della Costituzione, che ha indicato a tale fine della pena la rieducazione del condannato, ha mezzi curativi ed educativi diretti al rafforzamento morale e sociale del delinquente e per ottenere che lo stesso, una volta liberato sia, non soltanto desideroso, ma anche capace di vivere nel rispetto della legge e di provvedere a se stesso. Per l’attuazione di tale principio si è avvertita la necessità di inserire nel trattamento, tra i vari professionisti specializzati, anche gli assistenti sociali. Mentre è in corso di esame al Parlamento la riforma dell’Ordinamento penitenziario che prevede l’istituzione di un ruolo organico di servizio sociale per detenuti adulti, l’Ammininistrazione penitenziaria ha voluto saggiare in pratica la validità di taluni metodi di moderno trattamento, richiedendo la collaborazione di un ristretto numero di assistenti sociali diplomati, professionalmente e moralmente idonei a svolgere la loro attività sia nell’interno degli Istituti che fuori per i rapporti con le famiglie dei detenuti, e per iniziare, a scopo di studio, forme di trattamento nei confronti dei detenuti ed in particolar modo dei liberandi. Attualmente il servizio sociale penitenziario si svolge, in modo soddisfacente, in 13 Istituti ed, è intendimento di questa Amministrazione potenziare tale servizio estendendolo a tutte le città capoluoghi di regione e, nei limiti del possibile, ai maggiori centri penitenziari. Altre attività assistenziali direttamente svolte in favore dei detenuti :

— la ormai tradizionale distribuzione dei pacchi dono in occasione delle festività natalizie, in favore di tutti i detenuti ed internati;
— l’assistenza prestata in favore dei detenuti minorati fisici, con la concessione di protesi auditive e ortopediche.

Per quanto concerne le biblioteche carcerarie, proseguendo il piano pluriennale di ammodernamento, è stata disposta, per l’anno 1970, la fornitura di libri, tramite l’Ente nazionale per le Biblioteche popolari e scolastiche, per un ammontare di circa L. 10.000.000. Sono stati, altresì, particolarmente favoriti

5) – Disponibilità finanziarie e finanziamenti assistenziali.

Per il finanziamento dell’attività assistenziale carceraria e post-carceraria questa Amministrazione si è valsa fino all’anno 1970 di due cespiti: il primo di L. 300.000.000 stanziati in bilancio in virtù della legge 8 agosto 1954, n. 633, modificata con legge 23 maggio 1956, n. 491; il secondo di L, 200.000.000 circa, derivante dalle disponibilità annuali della Cassa delle ammende. Con detti fondi questo Ufficio ha dovuto provvedere alla concessione di contributi in favore dei Consigli di patronato per l’integrazione dei loro bilanci (L. 190.000.000 circa), alla concessione di sussidi agli Enti privati collaboratori (L. 70.000.000) al finanziamento dell’attività svolta dall’E.N.P.M.F. in favore dei figli dei detenuti (L. 200.000.000) e del servizio sociale penitenziario (L. 40.000.000).
Peraltro, i mezzi finanziari occorrenti a questa Amministrazione per provvedere al finanziamento di tutta l’assistenza carceraria e post-carceraria dovrebbero, allo stato, ammontare a L. 1.300.000.000 circa. Brevi considerazioni giustificano ampiamente tale asserto:

— per l’anno 1970 i Consigli di patronato hanno avanzato, per lo svolgimento della normale attività assistenziale, formali richieste di contributi per complessive L. 330.000.000;
— stante la situazione avanti specificata e cioè la mancata assistenza per carenza di fondi a 3.032 minori segnalati all’E.N.P.M.F. dai Consigli di patronato e considerato sia il costo medio dei minori assistiti e sia il numero medio annuale di quelli segnalati, consegue la necessità di disporre di una somma non inferiore a L. 500.000.000 annui per svolgere integralmente tale ramo di attività; alcuni Consigli di patronato, come è noto, gestiscono direttamente opere assistenziali permanenti e precisamente: Torino (assistenziario), Reggio Emilia (assistenziario), Firenze (laboratorio), Padova (assistenziario), Roma (assistenziario), Napoli (centro assistenziale), Salerno (istituto per minori), Termini Imerese (istituto per minori).

Negli anni ’70 vede la luce l’Ordinamento Penitenziario (De Maio B., Brunetti G., Nuovi orientamenti dell’assistenza ai detenuti e ai liberati, 1974, pp. 771-786; Gioggi F., Il nuovo ordinamento penitenziario, 1975, pp. 463-478) che dopo le prime lodi, ben presto rivela le falle (Granito A., Nuovi aspetti del regime penitenziario e problemi di applicazione della normativa, 1976, pp. 19ss) in particolare sulla figura dell’assistente sociale vista come una specie di “controllore” (Coco N., Rilievi e spunti critici sull’esecuzione penale in relazione alla riforma dell’ordinamento penitenziario, 1976, pp. 439-468; Nicolai A.M., Note sulla riforma penitenziaria, 1977, pp. 531-534) e sull’osservazione dei minorenni rimasta ferma ad una concezione ancora permeata da influenze lombrosiane piuttosto che di tipo psico-sociale (Di Maria G., Alcune note sull’art. 13 del nuovo ordinamento penitenziario, 1978, pp. 477-496).

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Verso un carcere più umano

Corso per volontariato penitenziario organizzato dall’Associazione di promozione sociale di Trento, presso l’Associazione AMA, via Taramelli.
 
Si tratta della terza edizione di un corso per 30 persone che non ha lo scopo di erudire gli aspiranti volontari ma trasmettere delle nozioni di base sull’Apas (Associazione di promozione sociale) e sul carcere in modo da capire se il penale può essere un campo su cui investire risorse. Ciò detto perché la maggior parte di persone vengono con molto entusiasmo ma col tempo emergono delle ragioni nuove di ri-orientamento che ne ridefiniscono il percorso spesso in maniera diversa rispetto alle aspettative iniziali. Il secondo scopo è di capire meglio come funziona il mondo del carcere magari anche sul piano lavorativo. L’Apas, attraverso cui ogni anno passano circa 220 utenti, è l’unica associazione trentina che si occupa di attività sociale in ambito penale e penitenziario e che ha avuto illustri antecedenti che ne hanno fatto parte. Negli ultimi anni la società trentina è molto cambiata sia sotto il profilo politico che professionale che legislativo. La sfida è di ridurre gli istituti penitenziari per evitare l’utilizzo dello strumento sanzionatorio (nel 2006 l’indulto è stato necessario nonostante le polemiche sui politici coinvolti in tangentopoli) ma in futuro bisogna ribadire l’obsolescenza del carcere. Ogni settimana del corso sarà dedicata ad un tema specifico. I temi sulla relazione d’aiuto saranno spostati nelle ultime due lezioni. Il volontariato penitenziario laico nasce nel 1954 quando il ministero di giustizia riconosce l’accesso al carcere del personale laico (dopo che i religiosi avevano caratterizzato l’assistenza penitenziaria per oltre 4 secoli) per dare un sostegno morale ai detenuti spesso provenienti da situazioni marginali. Nel 1967 nacque il primo coordinamento del Segretariato enti assistenziali per carcerati (Seac) per dare ai volontari una tutela e delle regole, che rappresenta il volontariato penitenziario a livello internazionale. Nel 1975 la L. 354 all’art. 17 coinvolge i privati e l’istituzione all’azione educativa e l’art. 78 al reinserimento sociale e introduce la figure dell’assistente volontario che fa da tramite ai familiari, piccole commesse ed è uno degli obiettivi di questo corso. Nel 2000 è stato introdotto il regolamento di esecuzione dell’ordinamento penitenziario. Nel 1985 arriva l’Apas che è Onlus (L. 266/91) che si prefigge di rimuovere le condizioni e gli stati di emarginazione, in particolare si cerca di aiutare i soggetti residenti in provincia o domiciliati in essa pur esterna, es. un utente rifiutato dai servizi sociali o uno straniero detenuto che deve rimanere in carcere e solo a fine pena ottiene il diritto al colloquio con un avvocato difensore. Una volta tornato libero ma senza permesso di soggiorno l’unica via d’uscita è l’espulsione e ciò vanifica le leggi di tutela (il 75% di persone detenute è straniero). Il Seac si concentra sul volontariato mentre la conferenza regionale ha più funzioni sindacali. Nel Cnee si parla di politiche sociali. Il tavolo per l’inclusione sociale per l’emergenza adulta è un tavolo a cui partecipa anche l’Apas per discutere sul problema sul carcere. Tra Trentino -Alto Adige e il Ministero di giustizia c’è un accordo (commissione tecnica per liberati dal carcere e in esecuzione penale esterna) che permette al territorio di avere più voce in capitolo sul problema del carcere ma non si occupa di entrare nelle questioni interne agli istituti penitenziari. La provincia sostiene gli uffici di amministrazione penitenziaria e ha contribuito a costruire il nuovo carcere (2010) senza pannelli solari. L’Apas è un ente di seconda fascia e perciò lavora solo su progetto (gli enti di prima fascia sono i dormitori e sono accessibili a tutti) accreditati allorquando i servizi sociali hanno definito i termini dell’impegno in cui una persona è ammessa a partecipare. Oltre e ciò l’Apas si occupa di organizzare campagne di sensibilizzazione e comunicazione (periodici “oltre il muro” e “Dentro”). Dal punto di vista etimologico la parola “pena” significa punire (pulire la macchia del reo e riportarlo ad integrum). La pena retributiva implica che il bene vada ricompensato col bene e il male col male perciò la pena trova in sé stessa le ragioni di giustificazione per cui non è ammesso l’estrema ratio ma è vista come un atto dovuto. Il termine “carcere” significa “recinto” in modo da trattenere una persona in un determinato luogo, a Trento c’è una casa circondariale con detenuti che devono scontare una condanna inferiore a 5 anni, a Pianosa c’è una colonia penale e infine gli OPG ancora da chiudere. Il paradosso è che il detenuto dopo attenta osservazione può avere un permesso premio di un mese ma dopo due settimane scompare per essere ritrovato sull’autobus dopo aver tentativo una rapina. Ciò significa che non tutti possono avere una vita normale e perciò non ci sono le risorse per tutelare tutti (monitoraggio 24h su 24). I progetti servono a: rimuovere gli stati di emarginazione, ridurre la recidiva, reperire e organizzare le risorse, informare e sensibilizzare la comunità. È inutile parlare di umanizzare le carceri se la gente non conosce nè pratica l’accoglienza e l’ascolto. Col primo si intende “prendere l’altro internamente a sè” qualunque cosa abbia fatto mentre nel secondo caso si intende costruire una relazione evitando l’atteggiamento giudicante. Altri servizi dell’Apas riguardano la consulenza (orientamento e appoggio) e il segretariato sociale (esercizio dei diritti). Le persone che entrano in carcere spesso non conoscono i loro doveri né diritti e il volontariato deve saper tradurre il lessico giuridico in un linguaggio comune, es. 9 utenti su 10 non sanno neppure come fare il biglietto del treno. Una recente sentenza della Corte europea ha concesso ai detenuti di ambulare per 8 ore nello spazio antistante il corridoio. Ci sono delle malattie che subentrano per motivi strutturali, es. scioriasi per mancanza di luce da cui non è sempre facile guarire. Un altro servizio dell’Apas è l’accoglienza residenziale temporanea che consente a 3-4 detenuti in esecuzione penale esterna di dimorare in un mini-appartamento custodito da volontari e la possibilità di lavorare presso un laboratorio convenzionato. Infine l’Apas interviene dentro il carcere con l’ascolto dei detenuti previa loro richiesta (mod. 393) per la quale occorrono 3-4 mesi (6 mesi per convocare una camera di consiglio del magistrato di sorveglianza). Nel 2012 è stato istituito lo sportello in carcere per i familiari (premio di solidarietà 2013) che si occupa di accoglienza e ascolto delle famiglie che entrano per la prima volta in carcere (la “Black house” è l’ufficio dove avviene il riconoscimento e il rilascio del tesserino d’ingresso). 

Servizio sociale e controllo sociale nel sistema penitenziario

L’articolo presenta i risultati di una ricerca sul carcere condotta tra il 2011 ed il 2013 sulla relazione tra crisi del welfare state e i mutamenti degli operatori sociali. Nella prima parte dell’articolo l’autore illustra per sommi capi l’evoluzione storica del servizio penitenziario in Italia. Negli ultimi 30 anni il sistema penitenziario italiano è passato da un modello custodialistico che delegava le funzioni alle istituzioni ad un modello riabilitativo che «affida compiti rilevanti alle professioni di aiuto» (p. 92). A partire dagli anni duemila c’è stata una ridefinizione delle politiche sociali contemporaneamente all’estinzione dell’età dell’oro dello Stato sociale che aveva consentito le grandi riforme in campo penale e sociale. Nella seconda parte dell’articolo l’autore entra nel merito dei risultati della ricerca. La metodologia di ricerca adottata è stata di tipo qualitativo tramite la somministrazione di interviste semi-strutturate basate sull’auto-rappresentazione degli intervistati. Il campione coinvolto riguarda 43 operatori sociali di cui 22 assistenti sociali di tre regioni italiane (Piemonte, Lombardia e Liguria). La scelta di queste località non è stata casuale in quanto si ritiene che il welfare meridionale «mostra una ridotta dotazione di risorse ai fini della riabilitazione sociale, esecuzione esterna, rispetto al nord Italia» (p. 96). Per la trascrizione delle risposte è stato utilizzato il software “Atlas-ti” progettato come strumento tecnico che consente l’applicazione della “Grounded theory” il cui paradigma è stato «uno dei principali riferimenti per accedere alle interpretazioni che gli intervistati hanno del loro mondo» (p. 97). Le risposte sono state codificate in tre macro aree: la percezione della crisi, mutamenti del modello riabilitativo e il rapporto benefici-svantaggi nel lavoro sociale. Gli intervistati lamentano la riduzione delle risorse finanziarie nonché la trascuratezza dell’agenda politica in materia penitenziaria, d’altra parte aumentano le connessioni col territorio e con le associazioni locali (lavoro di rete). Nonostante la crisi del modello riabilitativo non si registra un deficit di competenze anzi «emergono elementi incoraggianti in relazione al rispetto della metodologia» (p. 98). Infine gli operatori lamentano i rischi della burocratizzazione del lavoro, la distanza tra dirigenza e operatori di base, l’emergente potere assunto dalla polizia penitenziaria e il mancato ricambio generazionale (p. 100). Elementi di soddisfazione risultano essere la partecipazione ai progetti di reintegrazione sociale, il rapporto con l’utenza e il fatto che «il lavoro degli assistenti sociali penitenziari è caratterizzato da un’attività apolitica focalizzata sulla dimensione individuale del servizio sociale» (p. 101). Ne consegue che la professione non influenza i livelli di decisione politica che rimangono vincolati all’ambito del controllo nonostante il servizio sociale abbia una vocazione comunicativa: non rimanere chiusi nelle istituzioni ma generare risorse per la comunità.
 
Citazioni tratte da Cellini G., Social work and social control in the penitentiary system, European journal of social work, gen 2016, pp. 92-105.

Quali interventi etici e deontologici nel lavoro dell’assistente sociale?

Le emergenze sociali: anziani, minori, famiglia e detenuti in esecuzione penale esterna. Quali interventi etici e deontologici nel lavoro dell’assistente sociale?, Seminario di credito dell’Associazione Oltre L’Orizzonte Onlus, Auditorium Chiesa di S.Maria di Costantinopoli, Benevento.
Se la morale è l’insieme di principi morali che determinano le nostre azioni, allora l’etica è ascoltare la nostra propensione naturale a fare il bene, quindi, non è un’esortazione né buonismo ma è una scelta di vita, ad es. quando si giudica qualcuno è egoismo perché lo si condanna a non poter discutere sul suo errore. Oggi parlare di etica sembra fuori luogo e la crisi “non è tanto economica ma etica” (Benedetto XVI). Ci sono dei valori che non vanno negoziati: difesa della vita, accoglienza, bisogno di avvicinarsi col rispetto dovuto alla persona, il primato del bene comune sull’interesse personale, la responsabilità individuale e sociale, percepire la solidarietà, cioè, farsi carico dell’altro e dei suoi problemi anche se l’assistente sociale può aiutare o peggiorare la condizione di vita di un utente (“un docente mi disse: noi mica siamo dei missionari? No, ma non è l’abito a fare il monaco ma l’essere umani che ci porta a contatto con l’altro”, Mons. Cristino Pompilio, Diocesi di Benevento), e il servizio sociale è rivolto al bene comune e tale impegno si costruisce con i giusti valori (“è nell’uomo che bisogna cercare i valori della vita sociale”, Giovanni Paolo II). La parabola del buon samaritano indica un’etica religiosa che ci porta a vivere il servizio sociale con la convinzione che siamo tutti Figli di Dio.
Interviene Maria Rosaria Minieri che illustra l’excursus storico della professione: dopo la legge Crispi vi fu un certo movimento culturale (Capitale di Karl Marx e Rerum Novarum di Leone XIII) ma dopo la prima guerra mondiale, la società si trovò ad essere formata sopratutto da donne, essendo gli uomini impegnati al fronte. Durante il fascismo i servizi sociali sono stati accentrati in pochi grandi enti pubblici e sul finire degli anni ’20 sorse la prima scuola per assistenti sociali perché all’epoca tutte le professioni parastatali avevano un unico centro di formazione così come i maestri di educazione fisica o le assistenti sanitarie visitatrici; in quel periodo si diplomarono circa 500 assistenti sociali che comunque erano insufficienti al fabbisogno (oggi ce ne sono oltre 30 mila); dopo la seconda guerra mondiale, le politiche sociali si basarono sulla solidarietà e sui diritti di cittadinanza. Come si può classificare il servizio sociale oggi? È una professione intellettuale che risponde ad un riconoscimento di professionisti che perseguono fini amministrativi e che appartengono ad un unico albo che possiede un organo centrale ed alcuni decentrati, es. i consigli di disciplina sono stati gli ultimi costituiti.
Il primo codice deontologico risale al 1998 (“sarebbe il caso che ogni tanto andassimo a rileggerlo e vedere se ci sono dei punti non chiari”, Maria Luisa Minieri, ex presidente Croas Campania) e da qui hanno origine tutti gli insegnamenti necessari alla professione: 69 articoli organizzati in 7 titoli. L’art. 41 “Rapporti coi colleghi ed altri professionisti” comprende anche i tirocinanti (aspiranti colleghi) che in alcuni casi sono benvenuti, in altri sono respinti (“dobbiamo sorbire il tirocinante”, Id.), altre volte è visto come una sorta di “manovalanza” (fotocopie, servizi postali, piccoli acquisti, etc.). Gli artt. 49-50 “Responsabilità nei confronti dell’organizzazione del lavoro” rappresenta una professione senza figure “apicali” anche se il Ministero di giustizia ha un organizzazione diversa, però, nella sanità non si riesce a superare lo scoglio della dirigenza ed il dibattito è ancora aperto (creazione di figure apicali nella sanità è l’impegno del Sunas, a detta di M.L. Minieri). Il “capo intermedio” è una figura sociologica consolidata che deve agire da una parte coi colleghi e d’altra parte deve rispondere ai supervisori.
L’art. 51 tratta della formazione continua (“che stiamo vivendo un po’ male”, Id.) fondato sul principio del life long learning che rilancia un triplice obbligo: di sprone verso l’organizzazione anche se in alcune situazioni i datori di lavoro si rifiutano di seguire la formazione o di concedere lo spazio ai propri dipendenti (“la formazione alla fine “si subisce” anche se sarebbe una garanzia anche per l’utente che, in tal modo, è sereno che noi stiamo facendo qualcosa”, Id.). La legge sul divorzio arriva di colpo e ci trova impreparati. Un ultimo richiamo va fatto alla libera professione affinché molti assistenti sociali possano valorizzarsi e accedere alle opportunità di lavoro che offre il mercato. Un discorso a parte merita il mondo della scuola laddove il docente deve stare “attento” a valorizzare gli studenti (scuola attiva) perché tante volte alcune situazioni degenerano perché non c’è un bene da tutelare.
La scuola Moscati ha organizzato un convegno a Trento dove si è parlato di bilinguismo e alterità anche perché le scuole si ritrovano ad avere un target d’età pre-adolescenziale che ha bisogno della cooperazione tra docenti, famiglia e servizi sociali (comunità educante) che soffrono un problema di comunicazione, es. il docente si trova a non essere sostenuto quando lavora sul caso (l’attività di piano “biennio 1” comprende una serie di comuni capofila tra cui Benevento). Al fine di affrontare i comportamenti devianti (bullismo, disattenzione, dispersione), è stato firmato un protocollo d’intesa tra Ministero dell’istruzione e scuola sul cyberbullismo. La scuola Moscati, inoltre, ha partecipato alla campagna “Una vita da social” sui valori della cittadinanza oltre a spronare i docenti ad aggiornarsi presso l’osservatorio regionale; si è anche realizzato un cortometraggio che sarà candidato all’Artelesia festival di Benevento.
La terza casistica riguarda i bisogni educativi speciali, es. svantaggio economico, linguistico e culturale che rimanda all’inserimento degli immigrati, ed è a discrezione del consiglio di classe di redigere un piano di studi personalizzato dopo 2 anni che è attiva la didattica laboratoriale che cerca di rendere il soggetto accettato in un contesto che miri al suo benessere emotivo. Nell’ultimo convegno a Salerno si è discusso su come proporre il divieto dell’uso dei cellulari e su come costruire una struttura diversa dell’aula: mettiamoli in cerchio in modo che i bambini possano guardarsi e parlarsi “face to face”. In base alle linee guida minori, la scuola Moscati ha stabilito un nuovo modello didattico laddove sia eliminata la cattedra e sia garantito un rapporto diretto, ciò non significa eliminare il ruolo del docente ma riproporlo in funzione diversa.
Spesso la figura dello psicologo è inteso come “lo strizzacervelli”, perciò, sarebbe meglio inserire l’assistente sociale come tecnico in equipe, essendo un mediatore tra il docente, il minore la famiglia. In passato nelle scuole dell’obbligo c’era l’equipe psico-sociosanitaria laddove lo psicologo poteva individuare gli atteggiamenti a rischio e la figura sociale che, attraverso la diagnosi sociale, cercava di studiare il contesto di vita dell’alunno. C’è una tendenza tra gli aspiranti docenti ad entrare nella scuola tramite l’insegnamento, in alternativa si può ricorrere al docente di sostegno e l’università suor Orsola ha attivato dei corsi appositi (“lottiamo affinché il servizio sociale entri nella scuola dalla porta principale”, Ernestina Cassese, dirigente istituto Giuseppe Moscati di Benevento).
La seconda parte del seminario è dedicata al mondo del carcere. Alcuni dati: 53300 detenuti, 12 mila lavorano nell’amministrazione penitenziaria e 2300 nelle comunità a soggetto esterno e di questi su 420 ci sono 2 che lavorano a Benevento; 32 mila in esecuzione penale esterna a fronte di 50 mila in totale, 78 uffici di esecuzione esterna (Uepe) e circa 50 dirigenti (900 assistenti sociali, 6 ad Avellino e 3 a Benevento) a fronte di 400 detenuti (BN) e 200 procedimenti in corso. È un lusso l’inclusione di lavoratori? L’art. 22-23-25 c.p. prevede l’obbligo del lavoro come modalità di pena, quindi, come se fosse un’altra pena oltre a quella già in corso. Dopo il 1975 il lavoro non è stato più obbligatorio ma parte del trattamento penitenziario e una serie di norme (artt. 20 e 21) prevedono il lavoro dentro, fuori e durante la detenzione.
Oggi il lavoro finisce per diventare la materia di scambio per un comportamento più tranquillo, es. gli uomini imparano a “fare le pulizie” e in alcuni casi lavorano in laboratorio, es. a Benevento c’è una sartoria che però è antieconomica perché non remunera né gratifica il detenuto, es. pantaloni e camice sono destinati ad altri detenuti. Il lavoro, quindi, è gestito secondo un punto di vista assistenziale e tutto ciò che non si riesce a uscire da questo circolo vizioso ed entrare in una logica produttiva (“l’amministrazione penitenziaria cerca di fare il possibile ma, nell’indifferenza, fa comodo a tutti lasciare tutto così com’è”, Maria Luisa Palma, direttore carcere di Benevento).
Nel 2000 c’è stato un mutamento nel regolamento dell’ordinamento penitenziario che ha stabilito che il capitale fisso possa essere concesso in comodato d’uso a imprenditori esterni, es. le macchine in cambio della promessa di assumere i detenuti, in realtà la riforma è fallita perché non si trova nessuno interessato a investire nel settore e i finanziamenti per favorire il reinserimento si sono ridotti da 7 a 5 milioni di euro. Alcuni enti tra cui la Luiss e la Fondazione Sudd stanno cercando di portare avanti un progetto di intermediazione che può beneficiare dell’aiuto del terzo settore.
Nel 2009 in Inghilterra, che è stata la seconda nazione dopo gli Stati Uniti ad applicare la probation (nell’800 un calzolaio di Boston si offrì di accogliere un dipendente alcolizzato chiedendo al giudice di affidarglielo in prova), è stato pubblicato uno studio nel quale si afferma che negli istituti grandi (Pittsburg) il 60% di detenuti, con una pena inferiore a 12 mesi, rientra nel giro penale, perciò, il governo inglese ha adottato il progetto Social Impact Bond (SIB) per il quale gli imprenditori ricevono il 13% sugli investimenti, es. 17 investitori hanno aderito e raccolto capitali per 5 milioni per 3 mila detenuti per la durata di 8 anni alla fine dei quali lo Stato restituisce il 13% l’anno, risparmiando denaro al welfare: più alto è l’inserimento lavorativo più alto è l’utile, quindi, il primo beneficiario è lo Stato perché se il progetto va male, neppure l’impresa guadagna.
Angelo Moretti si chiede: che differenza c’è tra convivenza e famiglia? Non interessa se c’è un contratto o meno ma qual’è il legame tra le parti? Alcuni ruoli di qualche decennio fa, oggi non sono più spontanei (cfr. Ulrick Beck, “La spontaneità dell’amore”), es. l’impostazione delle regole della casa non è più “granitica” ma è sempre in discussione e il senso dei legami è già una conquista. Abbiamo una capacità straordinaria di poter costruire i rapporti di autonomia, es. i legami digitali non appartengono alla famiglia pur condizionando molto i membri: c’è una dimensione glocale rispetto a quella locale di prima perché ancora oggi la famiglia è ritenuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità un determinate della salute.
La maggior parte degli interventi ha a che fare con l’ambiente, specialmente quando ci sono figli minori, dove il legame deve sopperire alle carenze di regole e che si costruisce su uno sforzo interpretativo che non pensa più alla famiglia come “istituzione naturale basata sul matrimoni” ma come insieme di relazioni, es. in un mondo dove manca il concetto di “cortile”, i giovani vivono nei non luoghi che non restituiscono lo scambio identitario ma solo confini consumistici ed estetici e dove la gente intrattiene relazioni per fini strumentali e se succede un incidente c’è solo l’effetto di chiamare le forze dell’ordine senza che le parti possano comunicare tra loro.
La Caritas Diocesana di Benevento non si occupa solo dell’assistenza tradizionale ma anche di segretariato sociale e case management nell’area penale con l’Uepe di Avellino nel 2011 superando, col consenso dell’utente, le barriere del dialogo, affinché per ogni famiglia ci sia una rete che si prenda in carico il caso e lo smisti a chi di dovere. I risultati dimostrano che su 34 utenti, solo 5 sono rimasti recidivi. Un altra iniziativa riguarda l’intermediazione sociale che è un consorzio di terzo settore che è passato dal welfare risarcitorio, in cui il welfare risarcisce l’utente dei danni dell’economia, ad un welfare mix in cui il capitale sociale umano può essere investito e reimpiegato in altri settori, es. turismo: nel nuovo welfare il pubblico garantisce i diritti lasciando la privato la gestione dei servizi, quindi, il budget si gioca sulla capacità dell’individuo di rispondere ad un progetto specifico, es. gli ex pazienti psichiatrici.
A volte si sente dire dai figli “io sono troppo amica di mia madre” il che è sbagliato perché si perde il ruolo tradizionale della famiglia (“madri si nasce, padri si diventa”, Linda Candela). Per certi aspetti l’emancipazione femminile non è dovuta alle donne italiane ma a quelle dell’est europeo perché hanno avuto il coraggio di prendere su di sé il carico di cura dei padri anziani. Per quanto riguarda il volontariato penitenziario (40 in Campania) c’è un camper dove le famiglie dei detenuti possono trovare aiuto (“si dice che le famiglie della criminalità organizzata hanno tutto”, Davide De Falco, referente Crivop Campania) ma manca l’affetto; sono state attivate iniziative anche di cineforum e canti gospel.
Interventi estrapolati durante il dibattito
Potrebbe l’ordine produrre una campagna informativa per far conoscere il ruolo dell’assistente sociale?
È già in corso. M. Luisa Minieri propone “l’obiezione di coscienza per la valutazione dell’allontanamento nell’equipe.
Che ne pensa a proposito del fatto che il candidato alle prossime elezioni regionali che è stato condannato in primo grado non potrà fare reclamo al TAR ma al giudice ordinario?
È possibile che gli amministratori locali possano incorrere in nuove denunce e allungare i tempi della giustizia perché così rimangono al loro posto.
Che cos’è accaduto da 1 anno a questa parte dopo la L. 67/2014?
Alcuni enti si sono attivati per firmare un protocollo con il carcere, ad es. “Oltre l’Orizzonte Onlus” ha stipulato con l’Uepe di Salerno un protocollo d’intesa coi detenuti per il quale si prende in carico anche la famiglia per capire come vivere e convivere (“”non solo noi chiediamo loro ma anche loro a noi: ai tirocinanti diciamo di essere coraggiosi e andare a chiedere di più”, Ermelinda Candela, presidente di Oltre l’orizzonte Onlus ed esperto formatore Cnoas).
Chi sono i “fine pena mai”?
I “fine pena mai” sono i detenuti che entrano a 18 anni e non ne escono più.
Qual’è la situazione nei servizi?
La situazione nei servizi è subnumeraria: mentre gli anziani non hanno mai visto un rimpiazzo, i giovani non trovano lavoro e i servizi peggiorano, es. Giugliano ha un solo assistente sociale (fino a 1 anno fa). Il piano ospedaliero regionale non cita il servizio sociale e il famoso Ospedale del Mare non è neppure attrezzato al riguardo, quindi, dopo il concorso del 2010 (Napoli) molti assistenti sociali sono finiti nelle direzioni come segretarie degli assessori. La L.R. 11/2007, e più recentemente il DM 45/078, tuttavia, stabilisce un contributo a chi accoglie un anziano in casa e non li abbandona in RSA o altrove.

Bibliografia

Piano Sociale Regionale 2013-15

Campania. Tra piano ospedaliero e sblocco dei turn-over

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Il triplice trionfo della Istituzione a pro dei figli dei carcerati

 

La vera base di ogni sistema pedagogico e la Carità, Il triplice trionfo della Istituzione a pro dei figli dei carcerati. Discorso pronunziato dall’Avv. Comm. Bartolo Longo il 23 maggio 1895, pp. 13-14.

 

 

Il lavoro è elemento educatore quando è unito alla preghiera. Ma non è tutto. Il mio segreto, per ottenere l’educazione dei fanciulli dichiarati incorreggibili degli scienziati, e il ravvedimento di padri colpevoli, non è costituito solamente dai due elementi del lavoro e della preghiera insieme, poiché la preghiera labiale ed il lavoro l’hanno pure i turchi, gli ebrei, i protestanti; e nondimeno costoro, a confessione dello stesso Lombroso, non hanno ottenuto nulla di buono dalle prove e dei tentativi fatti, erigendo simiglianti Educatori in Inghilterra ed in America. No, è un altro il segreto a cui alludo, un segreto tutto proprio, che non è mio ma della scuola classica vera, e per amore e per bene dell’umanità lo rivelo in questo momento.

 

 

La vera base di ogni sistema pedagogico è la Carità

 

 

Ho detto che Preghiera e Lavoro sono cardini saldi e sicuri, sono elementi indispensabili di qualsiasi educazione, impartita con verace intelletto di amore. Ma non ho detto ancora, e perciò mi affretto a dichiararlo, che la base di tutto il lavorio educativo dev’essere un altro elemento, che i due primi coordini, li stringa di un vincolo indissolubile, e sia loro di sostegno incrollabile e di vita che non venga mai meno.

 

Questo nuovo elemento, che è la vita essenziale della educazione, è la Carità.

 

Solo quando sono ispirati, animati, guidati e come vivificati dalla carità quei due fattori di Educazione e di Civiltà riescono nello scopo, e producono quegli effetti durevoli e proficui che tanto si desiderano.

 

Ma, ritorno a dichiarare, questa Carità, di così prezioso sussidio nella educazione, non è quella che taluni potrebbero pensare: non è la limosina, non è neppure la beneficenza, come oggi si chiama la limosina. Non è lo spogliamento di sé per beneficare altri; non è neppure la filantropia, o l’Umanesimo, cioè il beneficar l’uomo perché nostro simile.

 

Certo, questa è la terra, questo è il paese dove specialmente si mostra e si rivela la Carità intesa come Beneficenza. Qui il mondo versa l’oro delle sue oblazioni, e di qui le classi più bisognose della società traggono soccorso e vita materiali, lumi intellettuali e precetti morali. Qui col Lavoro, somministrato da quella Carità, si va sciogliendo l’arduo problema economico sollevato e posto dal Socialismo; e con la Carità del mondo si sovvengono gli operai, si sottraggono alla perdizione ed all’abbandono le fanciulle più infelici della terra, quelle cioè che sono orfane e prive di qualsiasi mezzo di sussistenza; con la Carità del mondo infine si strappa alla perdizione la classe più abbandonata della infanzia, la infelice e reietta progenie dei carcerati. Tuttavia non è questa carità la base sicura di ogni beninteso sistema educativo. La parola Carità, come l’intendo io, e con me milioni di uomini sapienti, legislatori e benefattori veri dell’umanità, siccome la intende tutto il Cristianesimo, vuol dire amore’, ma non amor di sé, non amore interessato, non terreno, non basso e volgare; ma si invece amore nobile, amore puro, amore divino; quell’amore ch’ebbe sede nel Cuore del divin Redentore, e del cui fuoco Egli vuole sia accesa la terra; quell’amore che parte da Dio e a Dio ritorna, e nel cammino abbraccia e involge le creature e segna dì un’orma fiammeggiante di beneficenza la via che percorre dalla terra al cielo.

 

Posti bene i termini per intenderci, veniamo ai fatti:

 

Ho detto che la Carità, nel senso più largo della parola, cioè l’amore, deve essere la base, il fondamento di ogni sistema pedagogico che voglia pervenire a sicuri e lodevoli risultati; ed aggiungo ora, che con l’amore e per l’amore si ottiene educato il fanciullo, ancorché incorreggibile, o, come dicono, delinquente nato.

 

Fategli comprendere che lo amate, perché è sventurato; che lo educate solo perché lo amate; ed egli vi amerà, e per amore si sforzerà di corrispondere alle assidue ed amorevoli cure che voi spendete per educarlo. E voi troverete nei fatti che la Carità supera tutti i mezzi suggeriti dalla Pedagogia e dalla Scienza; e nel campo didattico, come in qualsiasi altro, assicura vittorie certe, grandi e definitive.

 

Però la Carità, come ho provato altre volte, non è nemica della Scienza, anzi le è sorella, poiché Scienza e Carità partono dallo stesso principio che è Dio, il quale è chiamato nella divina Scrittura ora col nome di Carità: — Deus Charitas est; — ed ora col nome del Signore delle Scienze’. — Scientiarum Dominus, Deus.

 

Quindi se io pongo la Carità a base dell’Educazione di fanciulli reietti e nati male, non escludo verun ritrovato della Scienza e segnatamente della Pedagogia, che è destinata a formar l’Uomo, e quindi è la più ardua eom’è la più importante tra le scienze.

 

Ma dico solo che il fondamento di ogni educazione è l’amore cristiano.

 

Ed io mi son rivolto a cosiffatto mezzo, non per risparmiarmi cure e ricerche, o perché un neghittoso fastidio di letture e di studii mi facesse aborrire i risultati e le conseguenze ultime della scienza moderna. In quella vece non ho mai respinto i consigli che mi venivan suggeriti dalla odierna Pedagogia e dalle scienze affini; e non ho mancato né meno, bene spesso, d’interrogare la maestra delle maestre, quella esperienza che accumula i suoi trovati efficaci e preziosi, ed arricchisce con le note passate pel crogiuolo dei fatti il patrimonio delle umane cognizioni.

 

 

La Musica

 

 

Così, ad esempio, ho prescelto a mezzi ausiliari di educazione per siffatti monelli lo svolgimento delle forze fisiche e muscolari, come la ginnastica e gli esercizii militari, il salto, la corsa e i bagni. Il pianetto militare quindi, ossia l’ampia spianata che è al settentrione dell’Ospizio, è stata per me una soluzione di ogni problema per ottenere che i ragazzi non stiano mai in ozio, o sedersi appartati per raccontarsi le proprie vicende, „o sollazzarsi in ricreazione libera: ma sempre occupati e in movimenti, ora a correre e ora a saltar barriere, ora a salir le pertiche, ora a sonare in concerto.

Convegno di Napoli 14 giugno 1988

All’indomani del riconoscimento della professione di assistente sociale (DPR 14/88), fu organizzato a Napoli il 14 giugno 1988 un convegno per discutere sul tema “Quale assistente sociale in Campania?” ovvero sullo stato dell’arte del servizio sociale e sugli effetti che tale provvedimento avrebbe comportato nella regione. Al convegno, promosso dal Centro di servizio sociale per adulti di Napoli, parteciparono le principali istituzioni sociali e politiche: la Direzione generale degli Istituti Penitenziari, il Ministero di Grazia e Giustizia, l’Ufficio dell’Ispettorato distrettuale di Napoli, la Provincia ed il Comune di Napoli, la Regione Campania ed i relativi assessorati all’assistenza ed ai servizi sociali, l’Associazione nazionale di assistenti sociali (ANAS), l’Istituto per lo sviluppo e l’istruzione nel meridione (ISVEIMER), l’Associazione nazionale centri IRI formazione e addestramento professionale (ANCIFAP), e molti altri personaggi del mondo accademico e politico dell’epoca. 



Nella prima relazione, pronunciata dal presidente della provincia di Napoli Salvatore Piccolo (DC), si evidenziano le lacune che ancora investono la professione nonostante l’ambito riconoscimento. In primis la concezione nell’immaginario collettivo della figura di assistente sociale inteso ancora come un «portavoce di una assistenza fine a sé stessa, che lo Stato dovrebbe garantire» (p. 8), secondariamente si riscontra tutta l’insufficienza della preparazione fornita dalle scuole private che diplomano degli operatori dotati, specialmente nel meridione, di «un livello di qualificazione normalmente scadente» (p. 8), infine, si denuncia lo status della legislazione sociale«alquanto confusa (…), che non tiene conto dei cambiamenti della società, rispetto ai nuovi bisogni e alle nuove domande che emergono» (p. 7). 



Nella seconda relazione, pronunciata dal Dirigente del Centro servizi sociali per adulti Luciano Sommella, si illustrano i risultati di una ricerca sul campo che sarebbero serviti da base di discussione per i lavoro di gruppo. Il campione degli intervistati comprendeva 100 assistenti sociali (settore penitenziario, municipale e sociosanitario), 7 responsabili e 3 operatrici domiciliari. La scelta della metodologia è ricaduta su una soluzione mista quanti-qualitativa: questionari, interviste e analisi di caso. I risultati dell’analisi quantitativa permettono di riassumere in sintesi il profilo medio dell’assistente sociale nell’area regionale campana: metà degli intervistati ha preso servizio da poco tempo (anzianità tra i 5-10 anni), quasi la totalità ha conseguito il diploma presso una scuola privata (il 13% dichiara altri titoli di studio), la maggior parte non segue dei corsi di aggiornamento o li segue in maniera frammentata e discontinua. 



I risultati dell’analisi qualitativa hanno messo in luce una diffusa insoddisfazione, forti «difficoltà realizzative, spazi operativi ridotti (…) gestione dei rapporti non omogenei» (p. 14), sebbene le difficoltà diminuiscano con il progredire dell’anzianità di servizio. L’analisi di caso ha permesso di analizzare da vicino il rapporto intercorrente tra l’utente e l’assistente visto come «il tutore, il difensore di diritti affievoliti e disattesi, il consolatore di afflizioni, l’arbitro di contese relazionali, il punto di riferimento nei ricorrenti momenti di disgrazia (…); l’assistente sociale è accettato e riconosciuto più per le doti di umanità, sensibilità e pazienza che per quelle di metodo» (p. 21). Laddove previsto, il ruolo di dirigente appare «stemperato e disorganico, fatalmente proteso all’assolvimento di compiti routinari e formalistici» (p. 19); non meglio va per il servizio municipale che, non avendo un proprio quadro dirigente, soffre la carenza di un modello organizzativo adeguato. 



Interviene Lia Sanicola, docente di Metodologia del servizio sociale presso l’Università di Parma, che conferma la fase di crisi che sta vivendo la professione, anche se accompagnata da segnali positivi che promettono bene per il futuro. Se, infatti, c’è «una prima tendenza alla conservazione della tradizione», l’assistente sociale è una professione che «riesce a cogliere le urgenze nuove» (p. 24), cioè, riesce a vivere, e a far vivere, l’esperienza del cambiamento. A tal proposito la relatrice utilizza la metafora dell’alpinista: «se faccio lo scalatore, non posso aver paura del vuoto, così se faccio l’assistente sociale non posso andare in panico di fronte al cambiamento degli altri» (p. 25). Tale fenomeno si esprime sia all’esterno che all’interno della professione. Gli elementi che incidono sul versante esterno sono: la dipendenza sempre più marcata dalla politica che si traduce nelle leggi che «hanno una ricaduta sul lavoro (L. 184/83, LR 1/86); la delega della specializzazione ad altre professioni (psicologia, sociologia, pedagogia, etc.); le nuove acquisizioni delle scienze umane che permettano di «uscire dall’approssimazione» (p. 27). Gli elementi che incidono sul versante interno sono: l’impatto con l’utenza (analisi dei bisogni); le aspettative emergenti verso il mondo accademico (dal diploma alla laurea); l’aggiornamento professionale: «il bisogno è il segno di una realtà più grande, noi non conosciamo i bisogni, ma incontriamo le domande, misuriamo le domande perché il bisogno è una realtà altamente insondabile. Noi incontriamo il fenomeno della domanda e conosciamo il bisogno per quella emergenza che esso è nella domanda» (p. 28); «non credo che noi vogliamo l’università perché le scuole attuali siano delle cattive scuole (…) può darsi che lo siano, ma se le scuole attuali sono della cattive scuole, bastava creare dei controlli. Non credo che noi vogliamo l’inserimento delle scuole di servizio sociale nell’università per questo» (p. 31). 



Interviene Giuseppe Acocella, docente di filosofia all’Università di Napoli “Federico II”, secondo il quale il termine “crisi” si addice ad una professione che si trova costantemente «sul crinale» (p. 35)  e, paradossalmente, l’ingresso nel mondo accademico, accelererà ancora di più questa tendenza a causa della forte dinamicità di tale istituzione e lo dimostra la questione sulla specializzazione: «l’assistente sociale che si lascia tentare dalla prospettiva di assolvere funzioni generiche perché le crede più importanti, più generalizzanti nella realtà sociale, con ciò stesso depotenzia la sua specificità e, quindi, apre le porte a considerare i servizi sociali terreni di caccia per l’occupazione» (p. 37). Ciò non significa per forza ipotizzare delle pessimistiche prospettive, perché l’incertezza è insita più nelle politiche sociali che in quelle accademiche, o meglio, nelle modalità di inserimento del servizio sociale nella cultura sociale visto ancora come qualcosa di “residuale” (p. 38) e lo dimostra il fatto che le competenze assistenziali dello Stato si sono progressivamente estese a più categorie della popolazione fino ad abbracciare tutto l’ambito del benessere, ad es. lo Stato oggi compie interventi di servizio sociale anche attraverso i tentativi di regolare il mercato del lavoro. 



Interviene Ersilia Salvato (PCI), vicepresidente della Commissione Giustizia del Senato, secondo la quale, in risposta al prof. Acocella sul problema del lavoro, afferma che «i lavori socialmente utili sono una strada da percorrere» (p. 41) pur superando le «vecchie visioni di assistenzialismo» (p. 41).  Al di là dei buoni propositi (approdo accademico, riconoscimento, riqualificazione, etc.) ciò che serve è «una volontà politica di dare a questa parola crisi un segno positivo (…) a cominciare da quelle istituzioni che sono a ROMA» (p. 43). La citazione è velatamente critica non solo verso il panorama politico dell’epoca dominato dal centrosinistra ormai al potere da più di 20 anni ma anche verso una degenerazione della democrazia verso forme perverse di gestione del potere (clientelismo, assenteismo, connivenza con la criminalità, etc.). 



Interviene il sindaco di Napoli Pietro Lezzi (PSI) il quale ribadisce il ruolo centrale della politica nell’effettuare scelte più incisive nelle politiche sociali: «sono fermamente convinto e persuaso che nell’attività politica, se non si nasce imparati, bisogna ricevere, indicazioni, consigli, suggerimenti per poi cercare di elaborare delle politiche sociali» (p. 45) in riferimento alla situazione europea che offriva più opportunità rispetto all’Italia, specialmente per quanto riguarda l’apporto del volontariato, il che non significa “distrarre” le istituzioni dai propri doveri, «ben convinto che se queste “signore” si rivolgessero agli assessori competenti, certamente avrebbero delle risposte più esaurienti» (p. 46). Di fatto la relazione di Pietro Lezzi mette in evidenza un processo di progressivo avvicinamento della professione alla politica fino a subire una vera e propria dipendenza affinché queste assistenti sociali (signore) possa occuparsi di più di proselitismo «nelle scuole, nelle istituzioni e nell’opinione pubblica» (p. 46). 

Interviene l’assistente sociale Marianna Giordano che pone l’accento sulla mancanza a livello regionale di una legislazione dedicata all’assistenza sociale dopo il DPR 616/77 polemizzando con l’amministrazione di Nando Clemente«che continua ad agire con interventi a pioggia, assistenziali e privi di logica (…) Il simbolo scelto per il convegno, la freccia con il suo movimento a spirale, la figura aperta, il chiaroscuro, è un segno di ciò che si intende proporre, un percorso di ricerca» (p. 53). Il senso della crisi in cui versa il servizio sociale si esprime nell’interrogativo espresso dal titolo del Convegno “Quale assistente sociale?” e che passa attraverso 3 elementi: la formazione, la collocazione istituzionale e l’impegno per il cambiamento. 



«A livello istituzionale, emerge, dopo la stagione di apertura degli anni Settanta, una tendenza alla difesa sociale, che si esprime con la burocratizzazione degli interventi. Si richiede una forte funzione di controllo sociale orientata più alla repressione, che alla promozione o all’aiuto. L’assistente sociale si sente schiacciato in un ingranaggio e spesso non riesce ad esprimere tutte le potenzialità del suo ruolo, perché isolato, privato di mezzi, a volte effettivamente in crisi di identità. Il quadro offerto dagli operatori dei servizi campani è eloquente. Si descrive una situazione in cui 1’Assistente sociale, pur consapevole del suo ruolo, non riesce ad esprimere nell’ente in cui lavora la sua funzione, viene escluso dalla programmazione, non ha voce sulle politiche, è il servizio più povero di strumenti e risorse nell’ambito di Amministrazioni più complesse (sanità, giustizia etc.), che pure spendono per altri settori» (pp. 56-57).



«Negli anni Ottanta si è registrata però una forte fase di stallo tra gli assistenti sociali, il prevalere, per mille circostanze e cause diverse, di un ruolo burocratico sulla funzione di promozione, o, anche, la riduzione dell’attività alla risoluzione di casi singoli, piuttosto che ad un’azione globale sulle cause dei problemi. Si registra una difficoltà ad esprimere la propria professionalità a livello di gestione dei servizi e di orientamenti politici. Si è rimasti coinvolti nelle maglie più strette della legislazione istitutiva dei servizi, così che gli assistenti sociali esprimono spesso in modo “soft” una politica repressiva: nel campo delle tossicodipendenze, nel settore penitenziario, con i minori, etc» (pp. 57-58).



«Mentre 1’obiettivo del servizio sociale implica un forte coinvolgimento con i cittadini per il miglioramento dei servizi, gli assistenti sociali si ritrovano molto spesso a rappresentare 1’aspetto autoritario dello Stato che interviene per controllare, reprimere, ma non agisce per rimuovere le cause del disagio. Un intervento che non mira alla crescita della società, ma piuttosto ad una normalizzazione. Gli assistenti sociali finiscono per rappresentare le istanze di difesa e funzionamento dello Stato piuttosto che i bisogni dei cittadini. (…) A Napoli, in Campania manca una cultura del sociale e dei servizi, mentre è molto presente un sistema assistenziale su cui il sistema politico basa il consenso (…); sta crescendo tra gli assistenti sociali la consapevolezza di dover riscoprire quest’ottica fondamentale di lavoro» (pp. 58-59). 



Interviene l’assistente sociale Rosanna Rubino e segretaria dell’Anas Campania che rivendica il merito dell’ANAS nell’aver ottenuto il riconoscimento della professione. Ribatte inoltre alle accuse di chi riteneva che il servizio sociale non avesse propri metodi né che avesse contribuito a «fare assistenza in modo nuovo» (p. 64) e che, invece, i problemi sono da ricondurre «ad un sistema di clientelismo politico che contrasta fortemente coi valori di cui il servizio sociale è portatore» (p. 64). La colpa, in altre parole, è sempre degli altri: « in primo luogo lo Stato il quale, dopo aver emanato il DPR 14 a seguito delle “lotte” dell’associazione, ne ritarda di fatto l’attuazione (…) poi gli Enti in cui operano gli assistenti sociali che debbono superare la tendenza ad utilizzare l’assistente sociale come produttore di pratiche o mediatori di conflitti (…) il Sud» (pp. 64-65).     



Interviene Ambretta Rampelli, dirigente del Coordinamento Assistenti Sociali della Campania, la quale afferma che l’errore del servizio sociale è stato di non aver fatto nulla per rivendicare posizioni di potere all’interno delle istituzioni, nonostante la “forza ideologica” della professione (il termine è ripetuto 2 volte: pp. 69 e 71). La professione, del resto, si è sempre caratterizzata per rappresentare le istanze del mondo femminile sul quale, da troppo tempo ormai, grava il carico del lavoro di cura e del controllo dei reietti. Nonostante ciò, è stato possibile offrire «interventi tutti di ottimo livello», seppur relegati nell’ambito residuale «della società capitalistica» (p. 67). Un altro errore è stato quello di non aver rivendicato ruoli direttivi in realtà diverse da quelle deputate al controllo sociale (sanità, municipio, scuola) sebbene vi sia una forma di controllo “buona” se «si inserisce nel processo di aiuto come momento di assunzione di responsabilità da parte dell’utente» (p. 69).



«In questa sede mi sembra opportuno denunciare ancora una volta la responsabilità morale e politica di chi ha gestito per anni la Pubblica Istruzione e con la sua ignavia e malafede ha permesso il perpetuarsi dello scandalo di pessime o inesistenti scuole di servizio sociale, fornitrici solo di titolo di studio, cui non corrispondeva una reale preparazione professionale ed abbassando quindi il livello culturale degli assistenti sociali (…) e valutare l’inesistenza di livelli di preparazione, di rapporti di supervisione, l’incongruità dei tirocini» (p. 70). «Ecco noi ora rivendichiamo il potere di gestione dei servizi e non vogliamo che tale gestione sia affidata ad altri (…) per evitare che altre professionalità, di cui alcune emergenti, che cercavano di entrare nel mercato del lavoro o di contrattare potere, si approprino del servizio sociale in via strumentale» (p. 72). 



Interviene l’assistente sociale Rosmina Viscusi che mette in luce alcune deficienze del DPR 14/87: «Le scuole dirette a fini speciali si sono viste gravare dall’immane compito di convalidare decine di migliaia di diplomi pur non avendo né le strutture né i mezzi adatti e senza ricevere dal Ministero le necessarie istruzioni metodologiche da seguire (…) Tra gli assistenti sociali che lavorano è stata creata un’assurda discriminazione: chi è occupato in un ente pubblico si è visto riconoscere di diritto la validità del titolo, mentre chi è occupato nel privato deve provvedere alla convalida (…) Gli assistenti sociali disoccupati hanno visto nella propria condizione, non una sfortuna, ma una colpa punibile con l’esclusione dai concorsi per non avranno sostenuto altri 8 esami né aver discusso la tesi (…) Le più recenti interpretazioni dell’art. 6 del decreto mettono in discussione la validità giuridica del diploma così conseguito (…) Le scuole di servizio sociale private (96 in tutto) si sono viste “premiate” con il disconoscimento di tutti i diplomi rilasciati finora» (pp. 73-74).



Interviene Giuliana Buonopane, direttore di servizio sociale presso la scuola di formazione del personale civile penitenziario per adulti di Roma, che illustra le iniziative di aggiornamento della scuola: lo stage sulla criminalità organizzata (ottobre 1987) sulla L. 663/86 (legge Gozzini), l’incontro inter-professionale sul tema “L’interazione dell’intervento trattamentale con le esigenze di controllo dopo la legge 10.10.1986 n. 663”, il seminario sul “Trattamento dei tossicodipendenti detenuti” in cui sono stati indicati i metodi del trattamento intra moenia e gli obiettivi dell’intervento farmaco-psicologico mediante l’equipe sociosanitaria esterna. Per quanto riguarda il discorso sulla specializzazione della professione, si ritiene che l’obiettivo prioritario sia di valorizzare le professionalità che già sussistono in modo da «offrire un modello di operatore sociale inserito pienamente nell’area socio-culturale politica» (p. 93). 



Intervengono gli assistenti sociali Paola Celentano, Olga Fusella e Giovanni Spasiano del Tribunale per i diritto del malato, secondo i quali la crisi del welfare ha investito anche gli ospedali che sono diventati delle “fabbriche di consenso”: allocazione di personale raccomandato dai partiti politici, affidamento a terzi di forniture e servizi tramite appalti pilotati, “sequestro” dei pazienti «per costringere la comunità a cedere sempre più risorse e più potere» (p. 101). La relazione degli assistenti sociali, tuttavia, presenta degli aspetti ambigui. Se da una parte si denuncia la commistione dei servizi con la politica: «il servizio sociale finisce in tal modo per essere considerato ed utilizzato come una specie di servizio burocratico a favore dell’amministrazione dell’ospedale, utile più a risolvere problemi dell’ospedale che del malato» (p. 102), d’altra parte si rivendica un ruolo di protagonismo: «il primo compito del servizio sociale professionale è certamente quello di partecipare alla formazione della politica sociale dell’ente e di contribuire a determinarla» (p. 103), non disprezzando eventuali alleanze con «altri volenterosi operatori di base» (p. 103) che avrebbero il compito di sondare i nuovi bisogni della popolazione. L’occasione propizia si è presentata con la “Legge quadro per i diritto del malato”, all’esame del Parlamento, su proposta dal Movimento federativo democratico che, insieme alla “Carta dei diritti del malato”, avrebbe dovuto rappresentare un valido contributo per l’affermazione dei diritti sociali in Italia. «La Carta, inoltre, proprio per la sua concretezza, può rappresentare l’ideale appendice ad un codice deontologico professionale, che è necessariamente destinato ad esprimere principi astratti e a fornire indicazioni generiche» (p. 105). 



Interviene l’assistente sociale Silvia Rovito del CSSA di Napoli secondo la quale, nonostante la legge di riforma dell’ordinamento penitenziario e i successivi aggiornamenti, «il compito del servizio sociale rischia di ridursi esclusivamente al controllo ed al rispetto della prescrizione di legge (…) tutto ciò ha generato oggi un senso di frustrazione con sindrome di “burn out” alla fuga dalla professione, all’assunzione di un ruolo burocratico» (p. 114). Allo stesso tempo nel corso degli anni si è giunti ad una nuova consapevolezza professionale, venendo a mancare il “mito” per cui «il progressivo sviluppo capitalistico porta automaticamente ad un progresso per tutti» (p. 115), che si concluderà a breve con il crollo delle barriere ideologiche e la fine delle utopie socialiste (il convegno precede di un anno la caduta del Muro di Berlino e di 5 anni Tangentopoli).



Interviene l’assistente sociale Isabella Mastropasqua dell’Ufficio distrettuale servizio sociale per minorenni di Napoli che, riprendendo l’intervento della collega Rovito, denuncia «le condizioni di lavoro preesistenti degli assistenti sociali nonché le attribuzioni inadeguate, la mancanza di una cultura della solidarietà» (p. 119), e sopratutto la latitanza delle istituzioni che si esprime nella «mancanza di una politica nei confronti della fascia giovanile» (p. 118). A differenza della collega Rovito, tuttavia, smentisce la «mancanza di strutture nella realtà esterna» (p. 114) che, invece, andrebbero coinvolte tramite «l’avvio di progetti sperimentali» (p. 118). 



Gli assistenti sociali Maria Luisa Minieri e Luigi Bucci del presidio territoriale per le tossicodipendenze (Usl 42) denunciano la mancata integrazione sociosanitaria a 10 anni dall’approvazione della L. 833/78 sul Servizio sanitario nazionale. La proliferazioni di leggi e “leggine” di settore hanno contribuito, infatti, a diffondere la frammentazione dei servizi: L 685/75, L. 194/78, L. 405/75, L. 180/80, L. 730/83, DPCM 08.08.1985, LLRR 11/84 e 1/88. Le divisioni, inoltre, serpeggiano negli stessi assistenti sociali che «non riescono a creare un unico panorama di iniziative e di progetti integrati da proporre con forza agli organismi istituzionali» (p. 123). Mentre in alcuni settori come, ad es., nella giustizia c’è una buona organizzazione con tanto di formazione e direzione, il ruolo professionale nel settore clinico-sanitario «risulta confuso tra la negazione delle capacità gestionali e dirigenziali e la richiesta di prestazioni tanto numerose quanto diversificate e poco definite» (p. 124). 



«anche lo scarno profilo professionale enunciato nel DPR 821/84, relegando la posizione dell’assistente sociale in soli due livelli – collaboratore e coordinatore -, si inquadra nella stessa visione restrittiva. Il livello contrattuale derivato dal DPR 761/79 e riportato nel DPR 270/86 è ben lontano da quelli corrispondenti per formazione, responsabilità e funzioni, dei ruoli sanitario, para-sanitario, amministrativo e tecnico. Nemmeno 1’approvazione del DPR 14/87, che ha riconosciuto quale titolo abilitante il solo diploma conseguito presso Scuole Universitarie, sanando la posizione degli operatori già in servizio nel Pubblico, e che ha interrotto il dominio privatistico della formazione, ha sortito sino a questo momento sostanziali effetti positivi in campo lavorativo e contrattuale» (p. 124). 



Interviene l’assistente sociale Fiorella Cava responsabile del settore riabilitazione dell’Usl 39 che concentra l’analisi in base a 3 livelli: la situazione globale, le risorse disponibile ed eventuali ipotesi d’intervento. Prima di tutto si denuncia la «formazione disomogenea, effettuata in massima parte in scuole private con scarse tradizioni culturali, talvolta con scarsa collocazione contrattuale ai limiti più bassi della scala gerarchica e retributiva: in particolare 1’accesso nei vari comparti è collocato al 6° livello su 10 per gli Enti Locali, al 6° su 11 nella Sanità, al 6° su 8 nello Stato convivendo alla pari con infermieri, insegnanti ecc; invece nell’Ente Regione le colleghe non sono inquadrate come tali e non operano come tali ma, con “alchimie sindacali” e varie, il titolo di studio consente inserimenti ben più soddisfacenti che il 6° livello» (p. 126).



«il ricompattamento della categoria conseguente alla cocente delusione sindacale per i recenti rinnovi contrattuali degli Enti Locali, Sanità particolarmente penalizzanti. Autonomamente la categoria ha saputo esprimere circa 4.000 vertenze al TAR del Lazio contro tali contratti ed ora si appresta ad invadere i TAR locali con ricorsi contro le UU.SS.LL. per il trattamento economico da quei contratti derivante. È da dire che entrambe le iniziative sono partite da Napoli diffondendosi poi in tutta Italia anche con il sostegno dell’Associazione» (p. 127). 



«il Sindacato rispetti la delega affidata a favore della categoria, con il convincimento che la qualità e il riconoscimento degli operatori influisce sulla qualità dei servizi sociali, generalmente coinvolgenti le fasce di utenza più delicata e disagiata, e non contro la categoria come sta accadendo negli ultimi anni. Provveda urgentemente alla definizione dei profili professionali che negli Enti Locali non sono ancora stati costruiti, nella Sanità sono pressoché nulli e in via di definizione senza il richiesto apporto della categoria, nello Stato è appena accettabile. Provveda inoltre ad una collocazione contrattuale al pari dei laureati tecnici con i quali si condividono livelli di autonomia, responsabilità e funzioni. Apra in tutti i comparti lavorativi 1’accesso alla dirigenza: occorre qui sottolineare che il Servizio Sociale nell’Ente Locale è diretto da amministrativi nella Sanità, quando esiste, è diretto dai sanitari e nello Stato si può affidare ad assistenti sociali se laureate indirettamente desumendo che la dirigenza di un Servizio Sociale esiga, per la sua complessità, un doppio titolo di studio al contrario di tutte le altre carriere» (p. 128). 



Interviene l’assistente sociale Lucia Delicato del servizio municipale di Napoli che contesta la relazione di Maria Luisa Minieri e Luigi Bucci sul punto in cui si afferma di rivendicare un ruolo di «agente di cambiamento» (p. 124) mentre sarebbe più adeguato optare per un «operatore di processo» (p. 132). Tale considerazione si inquadra in una cornice, “dipinta” dal Laboratorio per le politiche sociali (Labos), che ritrae una serie di mutamenti: il passaggio «dall’assistenzialismo ad un un sistema più complessivo di sicurezza sociale» (p. 132); il passaggio – nel rapporto con l’utente – dalla risposta contingente (rammenda) alla progettualità di lungo termine; dal passaggio dai compiti di mera consulenza a quelli di facilitatore e coordinamento tra i servizi. La relazione coglie la sensazione, «sempre più crescente, di impotenza negli operatori, anche i più motivati, proprio perché, stante tale situazione, qualsiasi sforzo personale può risultare sproporzionato alla possibilità di ottenere successi (…) specialmente nei servizi di base dove l’incertezza istituzionale determina l’oscillazione tra una condizione di libertà creativa e tra un’eccessiva assunzione di responsabilità e di rischio» (p. 131). 



Interviene l’assistente sociale Gilda Biffa del servizio municipale di Napoli che, intervenendo sulla lite sorta in merito al ruolo professionale (cfr. § XXIV e XXV), propone un ritorno alle origini nei panni di “operatore povero”, parafrasando l’analista Stefano Cirillo, cioè, «colui che deve esporsi in primo piano, che deve recarsi a fare la cd. visita domiciliare, dove trova quello che le altre professioni non vedono, quello che non vede il magistrato, non vede lo psicologo, non vede il sociologo» (p. 137) per non correre il rischio di rimanere «soli a coltivare il nostro orticello» (p. 138). Nel futuro non vi è certezza, specialmente dopo alcune riforme istituzionali come, ad es., il DPR 616/77, che ha trasfuso le competenze assistenziali dalla Provincia ai Comuni, che ha favorito la frammentazione dei servizi e la commistione con la politica: «non c’è un assistente sociale che può operare senza tener conto della politica sociale che viene svolta dal proprio ente da cui dipende. Per cui il ruolo dell’operatore sociale diventa estremamente difficile» (p. 135).  



Interviene Nicola Scaglione (PSI) assessore alla sanità della Regione Campania che, a proposito degli assistenti sociali, denuncia la mancanza di «quel senso di appartenenza, quel “esprit de corp”, quel tessuto connettivo di valori ideali, etici e pratici che possono fare di un gruppo sociale anche composito, un agglutinato di classe (…) l’assistente sociale sembra finora avere dispiegato poco le sue potenzialità professionali, assorbita com’è dal caso particolare, dalla pratica quotidiana e dall’emergenza (…) l’assistente sociale è un operatore che non decide o decide poco e che gestisce con alto rischio morale spezzoni e segmenti di problemi collettivi ed individuali» (p. 148). Concorda con la relazione di alcuni per i quali è finito il tempo delle utopie rivoluzionarie e che «bisogna riannodare i fili di quel grande disegno rinnovatore avviato da più versanti negli anni ’70 per svilupparlo in una visione moderna, flessibile ed efficiente di Stato sociale» (p. 149). 



Interviene l’avv. Walter Antonini su delega del Lorenzo De Vitto assessore alla formazione professionale della Regione Campania secondo il quale «esiste la necessità di esercitare una pressione nei confronti dell’Università perché siano superati gli ostacoli che ancora impediscono l’apertura della facoltà di servizio sociale già da tempo autorizzata dai competenti organi ministeriali e, una volta aperta la facoltà, l’assessorato ai servizi sociali dovrà fornire tutta la propria collaborazione sopratutto per lo svolgimento dei tirocini professionali. Anche in questo campo, infatti, la Regione, ha interesse e possibilità di intervento (…) e questo senza parlare di un compito specifico della Regione che è quello di un opportuno programma di seminari di aggiornamento, da attuarsi eventualmente attraverso i nostri centri di servizio sociale, su tempi professionali sia di ordine generale che per progetti specifici» (p. 153). 



Interviene Amato Lamberti (Verdi) presidente dell’Osservatorio sulla criminalità organizzata secondo il quale le situazioni di marginalità o devianza riguardano 1/3 della popolazione regionale venendosi a configurare una società “di serie B” dipendente e parassitaria a quella di “serie A” che produce e che lavora. Il servizio sociale, dal punto di vista strutturale, risponde alle esigenze della società più progredita, quella cioè che riesce ad esprimere in maniera più chiara i propri bisogni, mentre la società obsoleta rimane vincolata alle logiche distributive e di controllo sociale. Un esempio è il problema della tossicodipendenza dove diminuisce il consumo di eroina ma aumenta la detenzione in carcere dove le strutture dedicate, laddove esistenti, sono inglobate a quelle ospedaliere rendendo più difficile il recupero. Per quanto riguarda il dibattito sul ruolo professionale, «va prima definita la struttura del servizio e poi precisata e formata anche la professionalità dell’operatore (…) dizione che francamente preferisco a quella di assistente sociale» (pp. 158-59).



Interviene Giuseppe Simioli (DC) assessore ai servizi sociali della Provincia di Napoli che illustra le iniziative finora intraprese dall’ente provinciale. Una prima iniziativa degna di nota è stata l’istituzione dell’Osservatorio sulle politiche sociali che ogni anno fornisce dati e statistiche sull’emarginazione sociale, es. il rapporto Labos (cfr. § XXV). In secondo luogo si deve alla Provincia la capacità di aver messo in pratica la riforma dell’assistenza in favore degli illegittimi, dei minori in stato di abbandono e delle ragazze madri. Non da ultimo va menzionata la collaborazione con l’Università Federico II di Napoli per l’iscrizione degli assistenti sociali ai corsi di formazione e di ricerca. Per quanto riguarda le prospettive future bisogna investire nella programmazione con gli enti locali (Comuni e Regione), con i servizi (CSSA e Usl) e con i tecnici delle altre professioni. 



Secondo Ugo Pastena ispettore degli Istituti di prevenzione e di pena per il Mezzogiorno (Campania, Puglia e Molise), riprendendo il dott. Lamberti, se non si pone il problema del nome da dare all’assistente o dell’operatore o del tradizionalista o dell’innovatore il rischio è quello della direzione che manca o è carente. Nei CSSA, ad es., l’assistente sociale è alle dirette dipendenze del magistrato di sorveglianza che è un burocrate, invece, negli Istituti penitenziari, laddove sono previsti, gli operatori dipendono dal direttore che è un organizzatore: «dovunque esistono gerarchie perché tutti in qualche modo devono rispondere delle proprie azioni. (…) Forse quella autonomia tanto auspicata, io la vedo in parte soltanto nella libera professione. E l’attività dell’assistente sociale che opera alle dipendenze di un’amministrazione non è autonomia in senso pieno: è bene sgomberare questi dubbi» (p. 167). La relazione si conclude con 3 proposte: collegare il servizio sociale penitenziario con quello municipale; assumere in ruolo gli assistenti sociali nel carcere; rafforzare i servizi. 



Secondo Celso Coppola, dirigente del Ministero di grazia e giustizia, mentre negli altri settori vitali si è intervenuto attraverso delle politiche universalistiche (L. 833/78, L. 354/75), il “sociale” è visto ancora come un ambito privato riservato alla famiglia e alle relazioni primarie, quindi, l’assistente sociale interviene solo laddove le istituzioni tradizionali hanno fallito, mostrando tutto il proprio carattere residuale. Per tali motivi, negli ultimi anni, il servizio sociale italiano ha fatto tutto il possibile per uscire dall’ambito privato e per assoggettare la professione all’ambito pubblico: dalle Ipab alle municipalità, dalle scuole all’università, dal servizio di fabbrica al consultorio. Non sappiamo se si riuscirà nell’intento, però, è vero che ciò ha reso i servizi sociali sempre più dipendenti dalla politica con effetti, molto spesso, perversi ed autoreferenziali. 


Bibliografia



Ministero di Grazia e Giustizia. Direzione generale degli istituti di prevenzione e pena. Centro di servizio sociale per adulti di Napoli, Quale assistente sociale in Campania?, Convegno di studi, Napoli 14 giugno 1988, Poligrafica F.lli Ariello, Napoli, 1992.  



Nomografia



L. 22.12.1975 n. 685 “Disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope. Prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza”.

L. 29.07.75 n. 405 “Istituzione dei consultori familiari”.

L. 26.07.1975 n. 354 “Norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà”.

DPR 616/77 “Attuazione della delega di cui all’art. 1 della L. 22 luglio 1975, n. 382 “Norme sull’ordinamento regionale e sulla organizzazione della pubblica amministrazione”.

L. 23.12.1978 n. 833 “Istituzione del servizio sanitario nazionale”.

L. 22.05.1978 n. 194 “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”.

DPR 20.12.1979 n. 761 “Stato giuridico del personale delle unità sanitarie locali”.

L. 13.05.1978 n. 180 “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori”.

L. 27.12.1983 n. 730 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 1984)”.

L. 04.05.1983 n. 184 “Diritto del minore ad una famiglia”.

LR 31.08.1984 n. 11 “Introduzione di un tipo complementare di intervento di edilizia abitativa agevolata”.

DPR 07.09.1984 n. 821 “Attribuzioni del personale non medico addetto ai presidi, servizi e uffici delle unità sanitarie locali”.

DPCM 08.08.1985 “Atto di indirizzo e coordinamento alle regioni e alle province autonome in materia di attività di rilievo sanitario connesse con quelle socio- assistenziali, ai sensi dell’art. 5 della legge 23 dicembre 1978, n. 833”.

LR 03.01.1986 n. 1 “Formazione di medici specialisti”.

DPR 15.01.1987 n. 14 “Valore abilitante del diploma di assistente sociale in attuazione dell’art. 9 del decreto del Presidente della Repubblica 10 marzo 1982, n. 162”.

LR 11.01.1988 n. 1 “Autorizzazione all’esercizio provvisorio del bilancio per l’anno finanziario 1988”.



Acronimi



ANCIFAP (Associazione Nazionale Centro IRI per la Formazione e l’Addestramento Professionale – National Association of IRI Center for Education and Professional Training), 1936-1993.

CSSA (Centro di servizio sociale per adulti – Center of social service for adults), 1962-1974.

DC (Democrazia Cristiana – Cristian Democracy Party), 1942-1994.

IPAB (Istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza – Public assistance and charity), 1890.

IRI (Istituto ricostruzione industriale – Institute for Industrial Reconstruction), 1933-1992.

ISVEIMER (Istituto per lo Sviluppo Economico dell’Italia Meridionale – Institute for Economic Development of Southern Italy), 1938-1996.

LABOS (Fondazione laboratorio per le politiche sociali – Foundation laboratory for social policies), 1985.

PCI (Partito comunista italiano – Communist italian party), 1921-1991.

PSI (Partito Socialista Italiano – Italian socialist party), 1892-1994.

TAR (Tribunale amministrativo regionale – Regional administrative court), 1971.

USL (Unità sanitaria locale – Local health unity), 1978-1994.

UU.SS.LL. (Unità sanitarie locali – Local health unity), 1978-1994.



art. = articolo

artt. = articoli

c.c. = codice civile

D.P.R. = decreto del Presidente della Repubblica

L. = legge

L. cost. = legge costituzionale

L. R. = legge regionale

v. supra = vedi prima

 

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Lucy Re Bartlett

Lucy Re Bartlett (da non confondere con Harriet Bartlett, pioniera del social work americano) nacque nel Massachussets nel 1876 dove studiò a Cambridge e fin da piccola manifestò le sue attitudini in favore dei bisognosi, come dimostra la fondazione, non ancora ventenne, di un rifugio per «la tratta delle bianche» (p. 489). Entrò in seguito in contatto con l’associazionismo anglosassone di quei tempi quali il movimento femminista e la Società Fabiana. Nel 1903 è rappresentate a Roma per conto della “Howard League”, associazione filantropica penitenziaria, per sondare l’organizzazione delle carceri italiane. Nel settembre 1905 è a Budapest per partecipare al Congresso Penitenziario Internazionale. Tornata in Italia conosce il giovane avvocato romano Emilio Re (1881-1967), direttore dell’Archivio di Stato dal 1934 al 1947, che sarà il compagno della sua vita. Il 10 maggio 1906 inaugura a Roma il Patronato di «assistenza morale ed economica per minorenni condannati e beneficiati della sospensione condizionale della pena» (p. 498). Il 7 dicembre 1909 è membro della Commissione reale per lo studio dei provvedimenti contro la delinquenza dei minorenni (RD 07.11.1909). Dopo la “Grande guerra” mise da parte l’impegno sociale e si dedicò all’attività diplomatica fino alla sua morte avvenuta il 20 aprile 1922 per una meningite fulminante.
Fonti
Bortoli B., I giganti del lavoro sociale. Grandi donne e grandi uomini nella storia del Welfare 1526-1939, Trento, Erickson, 2013, pp. 488-501.

 

Le carceri nella Repubblica Sociale Italiana



Nel 1942 i detenuti nel sistema penitenziario italiano erano 67000 a fronte di circa 8000 agenti di custodia. Con l’avvento della RSI, furono presi in gestione buona parte degli istituti penitenziari del nord Italia, mentre la sede del Ministero di Grazia e Giustizia fu spostata a Brescia e la Direzione generale dell’amministrazione penitenziaria a Cremona. Ciò dimostra che la RSI non era solo un’entità politica a sé quanto piuttosto uno Stato vero e proprio con funzioni e servizi. Nonostante ciò, tuttavia, non mancarono i condizionamenti da parte del Reich tedesco. In particolare la possibilità da parte delle SS di monitorare la presenza dei prigionieri politici e di deportarne quantità a piacere in Germania per alimentare l’industria pesante.



In realtà tali condizionamenti facevano parte di un accordo ben preciso tra i rispettivi ministri della giustizia di entrambi i paesi a causa dei bombardamenti anglosassoni che imponevano continui sfollamenti dalle carceri. Le incursioni divennero particolarmente tragiche a partire dal 1941 con l’ingresso degli Stati Uniti in guerra, allorquando furono pianificati raid a tappeto anche di giorno in tutte le città italiane. A volte si creavano le condizioni per delle vere e proprie vendette, ad es., a Perugia quando il 13 giugno 1944 furono trucidati con bombe a mano circa 50 prigionieri inglesi. Particolarmente caotica fu la situazione durante l’autunno del 1944 quando, a fronte dell’avanzare dei nemici a sud del Po ed a fronte dell’emergenza delle effimere repubbliche ribellistiche, fu necessario effettuare una serie di trasferimenti in massa in molte regioni d’Italia. Il “proclama Alexander”, durante quello stesso inverno, servì a prolungare drammaticamente la durata della guerra.



La quantità di detenuti politici nelle carceri italiane rispetto a quelli comuni era in rapporto del 10%. Nonostante ciò, questi avevano un’influenza notevole sull’organizzazione della vita penitenziaria. Basti pensare che a Torino sussisteva un vero e proprio status di anarchia con la possibilità da parte dei detenuti di circolare liberamente per l’istituto convivendo quindi con gli agenti penitenziari che subivano forti pressioni anche dall’esterno. Le bande partigiane, infatti, specialmente Gap e Garibaldini, non indugiavano a preparare dei veri e propri assalti per liberare i propri compagni come accadde ad Apuania e a Fossano nel 1944 (De Vito, 2009:11). Anche per tali motivi la Direzione della RSI decise di spostare tutti i detenuti politici in attesa di espatrio nel carcere di San Vittore a Milano. Qui nel febbraio 1945 la situazione appariva assolutamente inadeguata per far fronte i bisogni dei detenuti a causa dei crolli e delle macerie, tanto che in un solo braccio risultavano rinchiusi fino a 900 persone come “polli in gabbia” (De Vito, 2009:8).



L’affollamento nelle carceri era tale che Mussolini dovette intervenire di persona attraverso la promulgazione di due amnistie rispettivamente nel 1944 e nel 1945. Tali provvedimenti, assunti in autonomia nonostante l’opposizione dei nazisti, riversarono sulle montagne centinaia di nuovi partigiani che presero le parti nella guerra civile. Tale era la situazione, infatti, in Italia in quegli anni, divisa nella lotta tra eserciti stranieri, cioè anglosassoni e tedeschi, ai quali facevano coda rispettivamente partigiani e fascisti, impegnati a combattersi nelle retrovie del fronte. Quando si ritrovavano in cella, però, l’atteggiamento era di medesima rassegnazione ed attesa di una quanto mai utopistica liberazione. Per loro come per tutti i detenuti, vi era il rancio di pane ed acqua, il giaciglio in paglia e lo stridore delle sirene che annunciavano l’arrivo degli aerei. 



L’assistenza in carcere era demandata ai Comitati di Patronato, istituto sorto a Vicenza nel 1907 su iniziativa del celebre scrittore Antonio Fogazzaro e regolato dall’Ordinamento Penitenziario del 1931 (L’opera del patronato pro liberati dal carcere, Vicenza, 1931, p. 5). Il Comitato si occupava della distribuzione di viveri, indumenti, oggetti personali, del mantenimento dei contatti con la famiglia e della vigilanza sui minorenni liberati dal carcere. 



Bibliografia



“Le carceri nella Repubblica Sociale Italiana” in De Vito C.G., Camosci e girachiavi. Storia del carcere in Italia, Bari, Laterza, 2009, pp. 3-33, ISBN 978-88-420-8838-7.

L’opera del patronato pro liberati dal carcere, Vicenza, 193


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