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Diario di un trasloco

Fasciolo M., Quando la vita di strada diventa memoria da raccontare, “Animazione sociale”, Novembre 2015, pp. 106-107.
 
Sono le due del pomeriggio di una calda giornata di maggio. Lorenzo, l’operatore del Drop In, arriva con il furgone che la Caritas ci ha prestato. L’appuntamento è davanti alla sede del mio ufficio, il Cissca (Consorzio intercomunale dei servizi socio-assistenziali dei Comuni dell’alessandrino). Con lui c’è Angelo, utente storico del servizio a bassa soglia del Sert, una valida risorsa per la giornata che ci aspetta. Destinazione del nostro breve viaggio sara il bergamasco, dove accompagneremo Renzo e Silvano nella loro nuova casa. Ma prima c’è da andare a prendere le cose con cui arredarla dai tanti cittadini e cittadine che le hanno generosamente offerte.

Oggi è un grande giorno per Renzo e Silvano, entrambi sessantenni, una vita sospesa negli ultimi anni tra treni in deposito, ostello Caritas e qualche amico. Due esistenza sofferenti, tenute insieme da una strana simmetria di lutti e solitudini, a cui solo l’alcol ha saputo fornire qualche carezza per lenire il dolore di ferite inguaribili. Frequentano il “Drop In” del Sert, per amicizia, peer cercare un rifugio dal freddo delle lunghe giornate invernali o dalla canicola di quelle estive. Attraverso di esso, hanno fatto luce sui loro bisogni irrinunciabili e sulla speranza di un futuro migliore. Così con Lorenzo, l’operatore del “Drop In”, si è deciso di assicurare nuove condizioni di vita a queste due persone senza dimora che non dispongono di alcun reddito.

L’alloggio si trova a Bergamasco, piccolo comune della cintura alessandrina (755 abitanti) associato al Cissaca, dove l’amministrazione comunale negli anni ’80 varò la costruzione di una palazzina dotata di 19 minialloggi, finalizzata a rispondere ai bisogni della popolazione anziana. Nel 2000 una nuova direzione del Cissaca ha deciso di partecipare alla gestione della palazzina, al fine di attuare un progetto di domiciliarità per persone anziane o quasi anziane appartenenti al territorio dei 21 comuni consorziati.

Prima di partire dalla sede del Cissaca disegno mentalmente questa geografia della solidarietà e immagino cosa comunicare a tutte le persone che incontrerò. La prima sosta in città è al quartiere Cristo, per ritirare un letto e un materasso. La signora che ci accoglie è titolare di un’importante azienda: spiego come utilizzerò questi beni, riflettiamo sulle case che traboccano di oggetti inutili e su quelle, come la nostra, in cui non c’è quasi nulla.

La seconda tappa è fuori città, a Valmadonna: la signora ci aspetta davanti a una grande villa, in giardino. 

Mi sono permessa di aggiungere al tavolo e alle sei sedie anche tovaglie, bicchieri, un soprammobile


Ci stringiamo la mano mentre i nostri uomini corrono a caricare i mobili. dopo la presentazione, la signora ci conferma che ci contatterà per ulteriori doni. la terza tappa è Oviglio: ritiriamo molti pensili per la cucina e infine ci spostiamo ancora di qualche chilometro per raccogliere il frigorifero. Il furgone è ormai colmo e i traslocatori sono esausti per il caldo e l’enorme fatica, questi mobili vanno ancora portati dentro casa.

Renzo e Silvano corrono alla mensa dei frati e poi all’ostello Caritas pensando ceh sarà una delle ultime notti: tra poco vivranno nella nuova casa. Il cibo della mensa, condiviso con gli amici della stazione, sarà integrato, all’uscita, da un po’ di vino, sorseggiato direttamente dal cartone, e sarà una delle ultime volte in cui si ritroveranno sulla strada dopo la cena consumata in 15 minuti. Quell’insalata condita a mezzogiorno dai volontari e mangiata alle sei di sera, quella scatoletta di tonno che ti metti in tasca perchè non sai se domani, addormentato sulla panchina dei giardini, perderai il turno della mensa, diventerà memoria da raccontare seduto al tavolo della tua cucina.

La mia mente ripercorre velocemente la giornata: le strette di mano, i grazie, i volti felici di chi dona e di chi riceve. la rete è proprio l’idea di concepire gli altri come risorsa. Anche gli utenti sono stati importanti risorse per la realizzazione del loro progetto di vita, pur con emozioni alternanti tra l’euforia e l’ansia di riuscire a fare i conti con un cambiamento radicale della propria esistenza.

 
E poi penso a me, assistente sociale con tanti anni di lavoro alle spalle, costantemente tesa a migliorare il mio assetto metodologico, apparentemente impegnata a guidare un trasloco. ma penso anche alle persone conosciute in questo breve viaggio, persone che non appartengono al mondo del sociale, ma a quelli che magari guardano la TV e che hanno dei servizi sociali l’idea filtrata da più o meno vistosi fatti di cronaca. Nei discorsi fatti con queste persone, nel presentare il mio lavoro, il servizio sociale, negli incontri realizzati, sono convinta di aver trasmesso l’immagine di un’altra forma di aiuto, di una risorsa effettiva, risorsa tra le risorse, proprio quelle che spontaneamente si collegano per consentire il diritto a una nuova abitazione.

 

Dipendenze e responsabilità morale

Sintesi dell’intervento di Ignazio Schinella, sacerdote e teologo, alla Facoltà teologica meridionale “San Tommaso d’Aquino”, Viale Colli Aminei 2, Napoli.

Ognuno di noi è un dipendente. Legge della gradualità: la vita umana è un cammino e, come tale, si allea col tempo e non può essere contingente, es. il profilattico. Anche se tale tipo di dipendenza può essere conseguenza di una fragilità ma pur essendoci un’infrazione inteso come il venire meno ad un ideale, allora, diminuisce anche la responsabilità. Le dipendenze (addiction) sono dei comportamenti fuorvianti che ha fatto la ricchezza di molti professionisti in cerca del guadagno facile ma, siccome c’è un cammino personale, detto in termini morali, la persona non agisce ma è “agita”, cioè, non è in grado di riuscire a scegliere quel tipo di comportamento o a fermarsi nel momento in cui lo ha iniziato, quindi, il problema delle dipendenze non è sul piano del consenso ma del rifiuto (volontà). A livello morale, cioè, bisogna aggiungere il potere di esecuzione, tant’è che vi sono dei reati in cui sono previste pene drastiche che, però, non impediscono la recidività del delinquente. Vi sono poi delle convinzioni culturali che sono molto diffuse producendo dipendenza della stessa società. Oltre a ciò, la legge della gradualità afferma che la verità è una “montagna” irraggiungibile: oggi il vero problema è che la cima è diventata valle ed è codificata come verità morale. Ci sono degli uomini che riescono a raggiungono subito la vetta, altri che ci mettono più tempo ma l’importante è provarci e, se caduti, rialzarsi. Tra questi uomini, quindi, vi possono essere dei falliti e dei santi. Papa Benedetto XVI si chiese cosa rappresentasse il fuoco del Purgatorio riferendosi a chi avevano compiuto tali scelte nefaste da annullare qualsiasi speranza di amore per l’umanità. Non esiste il mostro. Ognuno di noi è il frutto di relazioni mancate, quindi, laddove succede qualcosa bisogna dire: “io sono corresponsabile!” La dipendenza non implica solo la compulsione ma anche il danno fisico, morale o neurologico. Nell’ultimo numero di “Asprenas” c’è un articolo sul traditore Giuda che più che la fede, aveva perso il coraggio, perciò, il penitente è colui che non si scoraggia mai. La vera rete di gradualità che indica nell’uomo la volontà di non fermarsi si coniuga insieme al sacramento della confessione che è una guarigione della mente perché conferisce la consapevolezza e la fiducia verso sé stessi. Bisogna pensare che la lotta contro il male non avviene in solitudine ma insieme alla comunione dei santi. Non è il prete che assolve ma la santissima trinità. Si chiede perdono non solo a Gesù ma a tutta la comunità di credenti che quando mette in pratica dei meccanismi di espulsione, non lo fa tramite i suoi ministri ma per libera scelta del penitente. Ecco perché bisogna sviluppare una cultura dell’accoglienza. Nessuno, neppure il confessore, può essere sicuro della propria coscienza e sentirsi “al sicuro” pena ricadere nella presunzione della “salvezza” o nella disperazione della “dannazione”. Nella vita le grandi virtù si trovano alla fine perché è lì che si capisce l’essenza della vita, inoltre quando meno lo si aspetti, la Provvidenza tira le sorti della propria vita. I preti deviati sono più pederasti che pedofili. Il pederasta è una persona attratta da un minorenne dello stesso sesso, invece la pedofilia è una persona attratta da un minorenne del sesso opposto. In alcuni paesi, es. Olanda, c’è un partito di pedofili e in alcuni contesti (DSM) non è più considerato ad un disordine ma ad un orientamento sessuale come fu fatto nel 1973 per l’omosessualità. Se il turismo sessuale è incentivato dalla società, non ci sarà alcun ostacolo al proliferarsi del problema. Spesso alla pedofilia è associata la bulimia o l’anoressia perché questi pensa che nessuno lo arresti, perciò, la valutazione morale deve aiutare la persona a mettersi in discussione.

 

Tracce per un’antropologia della libertà

Seminario sulle dipendenze. Sintesi dell’intervento di Sebastiano Pepe (sacerdote e filosofo) alla Facoltà teologica meridionale “San Tommaso d’Aquino”, Viale Colli Aminei 2, Napoli.

Questo può essere un appuntamento per liberarci da qualcosa o per studiare le dipendenze da qualcosa. Il primo elemento da cui liberarci è la pre-comprensione cioè qualcosa che ci attendiamo che avvenga, es. con quale attesa siamo giunti? Tutti dobbiamo effettuare un cammino di liberazione per riconoscere ciò da cui dipendiamo, es. l’ego. La prima cosa che ci muove a fare qualcosa è la motivazione, probabilmente ci fermeremo al primo livello di risposta che dipende da informazioni prese da qualcuno che ci ha invitati, o semplicemente dal guadagno che ne potrebbe derivare in termini di crediti. La risposta a tale domanda ci fa rendere conto che non ci sono solo motivazioni coscienti ma anche di tipo latente e nella cultura filosofia la scoperta dell’inconscio ha determinato un passaggio importante in quanto postula una logica funzionale (non contraddizione, principio causalitario, etc.). Nella struttura della personalità esiste un’altra logica (latenza) che non funziona con i principi sopra delineati ed afferenti alla razionalità quanto piuttosto derivanti da una logica simbolica laddove giocano principi relativi ai desideri che condizionano le nostre scelte e le nostre azioni. Molto spesso gioca un tipo di causalità (sincronicità), in altre parole c’è un motivo profondo che l’inconscio produce per le quali le nostre azioni sono condizionate e dove la consapevolezza personale può aiutarci a liberare. Per quale motivo sono venuti qui? Ho scelto o siamo stati scelti? La nostra vita quindi è inserita in una serie di rapporti complessi e più grandi della nostra semplice comprensione. Ciò non significa che bisogna comprendere tutto ciò che vediamo, perché ogni tanto bisogna pure aprire delle porte, nel senso di iniziare delle esperienza di primo acchito inspiegabili che poi altri potranno meglio interpretare. L’universo è benevolo? Dietro la domanda si nasconde un problema di fiducia che può essere negativa (pessimismo) o positiva (ottimismo), laddove nel primo caso a lungo andare può condurre a dipendenze patologiche, mentre nel primo caso si riscontra una certa dose di fiducia che è la ratificazione del nostro affidarci alla vita. Poniamo il caso di effettuare una “radiografia” della società attuale, citando un autore di origine ebraica Alexander Rowe “Arrendersi al corpo” in cui dice: «nella preistoria l’uomo viveva nel mondo naturale, in un età di innocenza e di libertà ma una vita dove ci sia felicità e la gioia può rendere più sopportabile il dolore e la fatica e bisognerebbe essere ciechi per non vedere i volti delle persone che indossano delle maschere per nascondere i loro sentimenti dove la bellezza è rara e la grazia quasi inesistente». La drammatica analisi che abbiamo appena letto si riferisce ad una società dove la ricchezza materiale si accompagna a solitudine ed angoscia, tale che le conquiste sociali che avrebbero dovuto portare alla libertà hanno portato a degli effetti perversi. Andando a ritroso nel tempo, ritroviamo una sorta di alienazione della libertà, es. totalitarismi, comunismi, fascismi, fino ad oggi quando, pur essendo crollate tante barriere, rimane un contesto di profonda contraddizione: da un lato assiste una sorta di pessimismo sulla libertà dove tutto è permesso, d’altro canto si assiste ad una difficoltà ad aderire alla libertà essendo costretti dalla norma. D’altronde il vero problema oggi in fondo è la dipendenza o la libertà? La difficoltà a vivere pienamente la libertà non è la guerra ma l’incapacità a vivere pienamente la pace rifugiandosi in nuove forme di schiavitù che appaiono rassicuranti per non sopportare il compito della libertà (responsabilità) ovvero la possibilità di essere artefici del nostro destino. Si consideri l’episodio di Israele nel deserto che, non vedendo ancora la meta, si ribella contro Mosè alle fonti di Meriba. Nella tradizione storico-filosofica abbiamo due concetti di libertà: negativa come liberazione da qualcosa (cfr. l’asino di Bolivar), negativa come condizionamento per uno scopo. Questa ultima è una sorta di eufemismo kantiano, non esiste una coscienza pura che agisce senza alcun condizionamento dall’esterno o interni che derivano dalla nostra umanità o dalla nostra anima ferita. La libertà negativa da un punto di vista filosofico come possibilità di scegliere in vista di un progetto di vita (capacità di essere fedeli al proprio progetto di vita). La libertà quindi oscilla tra un desiderio di liberazione (autonomia) ed appartenenza (salvezza) ma mentre la liberazione procede per cercare di sollevare la situazione dell’uomo nonché di liberarlo verso il dolore, la salvezza è la liberazione non soltanto dai condizionamenti sociali ma anche da quelli derivanti dal peccato affinché l’uomo possa giungere alla “statura dell’uomo in cristo” (San Paolo) in vista della realizzazione del progetto divino. Se da un lato l’uomo percepisce il desiderio di svincolarsi, d’altro canto sente il desiderio di appartenere a qualcosa e in questo caso diventa relativo il contesto: essere libero significa essere politicamente libero dove l’individuo si sente parte di una comunità dove il fine delle sue azioni sono rivolte al bene della comunità (polis) perciò la pena più alta non è quella capitale ma l’esilio (esclusione sociale). La paura dell’esclusione o quella di essere abbandonati denota la presenza di due direttrici che sono radicate fin dall’antichità, mentre in epoca moderna l’individuo fa di tutto per affermare la sua libertà (ateismo, socialismo, etc.) fino a giungere all’utilitarismo ed al narcisismo per il quale l’individuo è sganciato da qualsiasi contesto metafisico e dove le monadi sono l’una distinta dall’altra (secondo Hobbes le monadi si mettono insieme per convenienza dove l’identità è chiusa e dove emerge solo il conflitto). Secondo Bauman tutti i legami sono liquidi e nulla è stabile trovandosi a fare i conti con il vuoto altrui. Anche le forme di dipendenza sono un modo di sopportare il limite dell’esistenza, della mancanza, del vuoto, dell’angoscia che però sono forme illusorie che spingono nel baratro fino a quando non si è disposti ad affrontare il problema e a superare il limite che costituiva l’impedimento iniziale. La visione orientale è basata sull’accettazione e sull’accoglienza, mente l’uomo occidentale diventa ansioso ed inquieto. Si pensi all’episodio evangelico in cui Gesù dice di prendere la propria croce su di sé che è un invito di accogliere il proprio limite perché è tale limite che permette di superare la dimensione di limite (libertà come accettazione) che costituisce l’identità. Oggi l’individuo nel suo isolamento non è più sostenuto sia perché si è volutamente sganciato dai suoi originari riferimenti sia perché non è più supportato dalla comunità. Viviamo in un contesto dove non c’è più l’iniziazione ai misteri della vita e ciò implica il perdere il senso ai limiti ai quali si è vincolati: morte, vita, sofferenza che, senza significati, inducono l’uomo a trovare soluzioni preconfezionate e artificiali.