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Legge 328/2000 a che punto siamo?

L’assetto dell’attuale legislazione assistenziale trova fondamento nella Legge Regionale 38/96 della Regione Lazio che già anticipava alcune indicazioni che verranno poi inserite nella L 328/00: l’integrazione tra differenti prospettive che concorrono al benessere dei cittadini, il richiamo ai diritti degli utenti, la programmazione e il principio di sussidiarietà, la definizione dei Liveas, l’istituzione dei Fondi speciali, etc. Si potrebbe dire che la 328/00 si basa, almeno nei principi, sulla LR 38/96. Uno dei punti in comune tra le due leggi è la programmazione perseguita attraverso l’aggregazione spaziale della “zona” che si proponeva l’obiettivo di superare la frammentazione tradizionale (Regione, Provincia, Comune) per giungere ad una realtà unitaria dei servizi. Da qui è nata l’idea di integrare l’Ambito sociale con il Distretto e utilizzare l’Accordo di programma come strumento per le associazioni intercomunali (Melchiorre E., Governare la complessità. Attori e livelli istituzionali nella pianificazione zonale del Lazio, Autonomie locali e servizi sociali, 3, 2016, pp. 537-553).

Cristiano Gori, nel suo articolo pubblicato su “Politiche sociali”, prende l’esempio del welfare della Regione Lombardia per dimostrare gli effetti della L. 328/00.

La difficoltà di “liquidare” il sistema delle Ipab, trascinatasi per oltre un secolo dal 1890 al 1990, culminò con la sentenza n. 173 della Corte Costituzionale che sancì l’illegittimità del loro scioglimento. Ed è in ragione di queste Ipab che si arenarono in seguito tutti i tentativi di riforma del welfare. In assenza di una legge sistematica cresce il gap tra Stato e regioni che si organizzano in autonomia con alcune regioni specialmente nel nord che tendono verso l’accorpamento con il settore pubblico e altre nel sud che tendono alla loro sopravvivenza indipendente. Fu proprio il processo di regionalizzazione ad ostacolare l’implementazione della L. 328/00. La riforma costituzionale del Titolo V ha costituito una battuta d’arresto in quanto ha bloccato la devoluzione di competenze che ha ripartito tra Stato e Regioni con una reazione spropositata di ricorsi alla Corte Costituzionale.
Una prima questione si riferisce ai Livelli essenziali di assistenza che non conferisce alcuna garanzia di “diritto esigibile” che la legge si proponeva di tutelare, riprendendo l’art. 38 della Costituzione.
L’emendamento proposto dagli onorevoli Novelli e Valpiana voleva rimediare a tale limite offrendo una suddivisione tra interventi obbligatori (provvedimenti dei tribunali per i minorenni, rapporti in materia di interdizione o limitazione delle potestà genitoriale, etc). La maggior parte di soggetti che necessitano di interventi socio-assistenziali sono infatti privi di una integrale margine discrezionale (minori, portatori di handicap, sofferenti psichici, anziani non autosufficienti, etc).
L’art. 38 però concludeva così: “l’assistenza privata è libera” il che significa che il privato sociale non deve gravare sul pubblico erario. La legge 328 ancora una volta ribalta lo status quo per alienare lo Stato dal monopolio della tutela dei diritti sociali ed aprire ad una “privatizzazione incontrollata” (Perino:52).
Un’altra difficoltà fu la necessità di avere dei diritti esigibili (o livelli essenziali di assistenza) si inquadrava nella precarietà della progettazione socio-assistenziale. La legge afferma che la definizione dei Lea è sottesa ai vincoli di bilancio e alle risorse degli enti locali (art. 20 co. 4) quindi non si tratta più di “diritti esigibili” e garantiti dalla legge ma offerti a discrezione di Comuni e Regioni che possono benissimo veicolare le risorse verso altre destinazioni anche e sopratutto in ragione di quella “potestà esclusiva” in materia di assistenza sociale così come sancito dalle due leggi costituzionali (1/91 e 3/02) che tentarono di modificare il Titolo V della Costituzione ma che in realtà crearono una serie infinita di conflitti di attribuzione tra Stato e Regioni molte delle quali pendono ancora nelle aule di tribunale del Tar.

Altre difficoltà (oltre al processo di regionalizzazione e la mancata definizione dei diritti esigibili) furono la discontinuità tra politica e finanziamenti e i preesistenti sistemi di welfare locale. I governi di centro-destra che si succedettero negli anni 2001-2006 e nel 2008-2013 abbandonarono l’idea di una legislazione nazionale verso forme più selettive (federalismo fiscale, carta acquisti, etc.). In assenza di una regia nazionale la conseguenza è stata la delega alle famiglie dei compiti di cura e assistenza.

In conclusione la L. 328/00 “non a mantenuto alcuna delle promesse fatte dai cantori dei suoi inesistenti aspetti positivi mentre ha contribuito non poco a smantellare il sistema di garanzie per le persone malate non autosufficienti e/o con disabilità e limitata o nulla autonomia” (Perino:48).

Bibliografia

Breda M.G., Micucci D., Santanera F., La riforma dell’assistenza e dei servizi sociali – Analisi della legge 328/00 e proposte attuative, Utet, Torino, 2001. f-344.45032 BRE
Coletti A., Zone grigie e servizi sociali nel casertano, “Politiche sociali”, 2, 2015, pp. 267-283.
A dieci anni dall’approvazione della L. 328, “Prospettive sociali e sanitarie”, 1, 2010, pp. 2-9.
Un punto di vista diverso sulla L. 328/00, “Prospettive sociali e sanitarie”, 3, 2010, pp.1-4
Leps nelle Regioni dalla L. 328/00 a oggi, “Prospettive sociali e sanitarie”, 8-9, 2010, pp. 34-39.
La 328 e gli squilibri del welfare italiano, “Prospettive sociali e sanitarie”, 13, 2010, pp. 1-4
Ancora sulla 328, “Prospettive sociali e sanitarie”, 14, 2010, pp. 1-3
La 328 nelle Regioni un bilancio sintetico, “Prospettive sociali e sanitarie”, 20, 2010, pp. 3-4
Perino M., Il diritto all’assistenza sociale e socio-sanitaria a vent’anni dall’approvazione della legge quadro n. 328/00, “Prospettive assistenziali”, 211, luglio-settembre 2020, pp. 48-54; Id., Il diritto all’assistenza sociale e socio-sanitaria a vent’anni dall’approvazione della legge quadro n. 328/00, “Prospettive assistenziali”, 212, ottobre-dicembre 2020, pp. 45-51
Servizi sociali e diseguaglianze territoriali a vent’anni dalla legge quadro 328/00, “Politiche sociali”, 3, 2020, numero speciale.


Le molte vite del welfare state

Webinar organizzato dal Comune di Trento nell’ambito del “Festival dell’economia” con il prof. Gianni Toniolo, docente di economica all’università di Roma “Tor Vergata”.

Lo Stato quale regolatore dell’economia è passato di moda eccetto nella spesa sociale che è continuata a crescere lungo l’epoca del neoliberismo. La spesa è elevata ma l’efficienza lascia a desiderare e non risponde più ai bisogni di oggi. Nel 1942 Londra è distrutta dalla guerra ma un certo Lord Beveridge progetta la rinascita dello Stato Sociale. “Rinascita” perché di fatto è iniziata nel ‘700 con il riconoscimento delle libertà civili, i diritti politici che si sviluppano dall’800 fino alla prima metà del ‘900 (in Italia le donne votano nel 1946) ed infine i diritti sociali. In Germania Bismark aveva introdotto le assicurazioni sociali mentre in Inghilterra si pensa a qualcosa di più moderno per giungere ad uno sviluppo integrale della cittadinanza. Nel secondo dopoguerra lo Stato Sociale riceve il suo definitivo trionfo in un quadro di crescita economica molto rapida con delle elite che erano state deligittimate dalla guerra e che cercavano nuovi consensi. Oltre a Beveridge ci sono altri due modelli di Welfare: il sistema germanico di tipo assicurativo che offre dei benefici legati al lavoro e alla produttività e il sistema liberale di tipo capitalistico adottato in America. Dal 1945 alla crisi del 2008 si assiste ad una crescita della spesa sociale in tutti i paesi. La sua forza sta nel consenso che si forma in tutte le classi sociali e nel rapporto tra trasferimenti monetari e servizi pubblici tra cui sanità e istruzione. Peter Lindert sfata il mito che la spesa sociale rallenti il PIL inoltre dimostra che la crescita è direttamente proporzionale all’investimento nelle politiche giovanili. A bassi costi di amministrazione si possono ottenere buoni risultati anche sull’accessibilità della burocrazia. Il rischio è che di fronte ad un aumento della popolazione ci troviamo di fronte all’invecchiamento spropositato e quindi ad una spesa previdenziale insostenibile. L’Italia ha innalzato di molti anni l’aspettativa di vita media in pochi anni e oggi affronta la più grande sfida sull’immigrazione. Il secondo rischio della spesa è il disavanzo perché preannunzia la crisi fiscale. Nel 1945 c’era la fabbrica che dava un lavoro stabile, per tutta la vita e con buone assistenti sociali. C’erano dei sindacati unitari che rappresentavano l’interesse dei lavoratori. Infine c’era la crescita esponenziale del PIL. Oggi viviamo la terza rivoluzione industriale che richiede elevati livelli di istruzione, grande flessibilità nel lavoro, mutamenti frequenti nell’occupazione, mobilità internazionale, la recessione e una rappresentanza sindacale molto ridimensionata. La parabola del welfare è stata descritta nel libro “Lo Stato sociale in Italia” (v. link) dove da strumento di controllo sociale, il welfare è diventato un volano per tutta la cittadinanza per poi tornare ai livelli di partenza. Oggi c’è un grande divario tra tutela della disoccupazione e lavoratori-artigiani senza tutele. Rimane la grande conquista del servizio sanitario nazionale. Dal 1960 ad oggi l’Italia ha investito due terzi della spesa sociale in pensioni. La spesa per l’istruzione che nel 1971 era del 3%, nel 1984 del 5% mentre oggi è del 3,9% con una media europea del 4,7%. Il welfare italiano oggi non favorisce il PIL, trascura i giovani, disincentiva l’assunzione di rischi da parte delle persone. Oggi conviene molto più avere un lavoro anche se precario o subretribuito piuttosto che tentare di averne un altro. Hanno influito anche le lobby, mentre il ministro Onofri nel 1997 aveva istituito una commissione d’inchiesta che però non ha influito molto nel corso degli eventi. Le previsioni non sono rosee specialmente in vista dello sblocco dei licenziamenti dopo la pandemia. Così come il Rapporto Beveridge è stata la rinascita del welfare nel secondo dopoguerra, tanto la rinascita sarà possibile solo cambiando il welfare, es. in Svezia i dipendenti delle linee aeree sono stati trasformati in operatori della sanità. Bisogna innalzare i livelli di istruzione e implementare l’accessibilità alle classi meno abbienti. L’inoccupazione volontaria richiede nuove occasioni di formazione. La cassa integrazione oggi è sospesa tra la negoziazione dei sindacati e i datori di lavoro. La transizione al digitale e al verde deve consentire a tutti di assumere dei rischi. Tutto questo non sarà possibile se i giovani hanno paura del futuro.


5 giugno ”Nuove povertà e nuove reti sociali” con Cristiano Gori, Rossella Miccio e Natalie Westerbarkey.

Tra qualche anno non discuteremo più del ritorno dello Stato ma del vincolo di bilancio. Andiamo verso una società dove il rischio di povertà è sempre più trasversale e quindi sarà decisivo indirizzare le risorse verso chi ne ha bisogno. Il problema del RdC quindi è il disegno organizzativo con cui è stato congegnato. Negli ultimi due anni il governo ha cercato di ottimizzare i fondi e si è prodigato per richiederli all’Europa ma su tante aree di welfare lo Stato è in ritardo. Alcuni comuni ad esempio non hanno abbastanza servizi sociali, in termini di organico, perché anche gli assistenti sociali servono a insegnare delle competenze. Da 50 anni a questa parte, infatti, non siamo riusciti a distribuire non tanto le risorse finanziarie ma le competenze e abbiamo tagliato alcuni enti istituzionali (le Provincie, le circoscrizioni, etc.) pensando che sarebbe servito a riequilibrare la spesa pubblica ma ci sbagliavamo. Le nuove povertà richiedono azioni giuste al momento giusto, ad es. l’assegno unico fa parte di un pacchetto di riforme necessarie ma ritardatario che serve a incrementare l’aiuto per le famiglie con figli e a ridurre le diseguaglianze tra lavoratori dipendenti e autonomi. Il problema è che la natalità continua a calare e, per quanto il governo possa spendere per il welfare, c’è bisogno di fiducia nelle prossime generazioni. Il dibattito sull’assegno unico si concentra sulla quantità dell’assegno: un importo uguale per tutti o a seconda del bisogno. A favore del primo gruppo c’è l’idea che tutti i bambini sono uguali, del resto abbiamo visto che la povertà è galoppante e sta divorando intere famiglie che avevano un tenore di vita medio-basso. Il progetto “Nessuno escluso” di Emergency che si proponeva di sviluppare, a partire dalla prima fase della pandemia, l’assistenza domiciliare a quelle persone cui i servizi non riuscivano a rispondere, dimostra che gli utenti erano principalmente famiglie di fascia medio-bassa che improvvisamente si sono ritrovate senza lavoro e sulla soglia della povertà. Non si sono fermati all’aiuto materiale (spesa, piccole commissioni) ma stanno cercando un modo per reinserire queste famiglie. Uno dei problemi tuttora irrisolti è l’accesso alle cure domiciliari. Il progetto di Emergency dimostra che non si possono valutare i bisogni solo con la capacità di spesa delle istituzioni ma nella potenzialità di progettazione e di contributo degli attori del terzo settore. Se andiamo a vedere la crisi nel 2008, scopriamo che giusto il Terzo Settore a permesso di collaborare con le istituzioni e proporre soluzioni. Tra le criticità si riconosce la frammentazione territoriale e oggi vediamo delle realtà del paese più sviluppate rispetto ad altre. La pandemia ha enfatizzato la differenza tra nord e sud perciò bisogna agire in una prospettiva sistemica integrata affinché non si sprechino risorse. Un altro problema è che la risposta data dalle istituzioni alla prima fase emergenziale e che ha richiesto un enorme sforzo organizzativo e finanziario, non sia più adatta per la fase post-pandemica. La gente ha ricevuto dei rimborsi e dei ristori e pensa che con il denaro si possano risolvere tutti i problemi ma non siamo più nella condizione di dover avere un welfare per “foraggiare” i consumi e l’economia. Il nostro problema è stato – e sarà sempre – quello di incrementare le competenze sociali delle persone affinché, nell’eventualità di una nuova emergenza o di un periodo di precarietà, non si ritrovino più senza lavoro.

Segue dibattito


Come si concilia il reddito di cittadinanza con il welfare state?


La metà dei poveri non riceve il reddito di cittadinanza specialmente al nord e almeno un terzo non sono poveri effettivamente ma non per colpa loro ma per un problema di misura degli indici. Abbiamo perso un milione di posti di lavoro ma abbiamo assunto un migliaio di consulenti nei centri per l’impiego (navigator) che però sono impossibilitati a lavorare per l’assenza di regolamenti. Bisogna dare tempo agli enti locali di aggiornarsi ed allo stesso tempo investire nelle imprese e nel lavoro.


Quale ruolo delle donne nel prossimo welfare?


Nel corso dei secoli le donne hanno sempre assunto un ruolo fondamentale nel welfare, ad esempio si è visto che il tasso di crescita di molti paesi è direttamente proporzionale alla tutela delle pari opportunità. L’Italia del resto è tra i paesi più avanzati dell’area mediterranea rispetto ad esempio alla Grecia ed alla Turchia.


Il welfare oggi è oggetto di studio nell’opinione pubblica? Quale ruolo del sindacato?


Il welfare oggi è quanto mai più lontano dal dibattito pubblico. Finchè il sindacato può rappresentare tutta la popolazione o la sua massima parte allora può condizionare anche l’opinione pubblica. Se le parti sociali invece utilizzano la concertazione solo per interessi personali, allora anche il dibattito ne risente.


Considerando la distanza generazionale tra giovani e anziani, come si può tenere insieme il sistema e quale ruolo della famiglia?


Banfield definiva negli anni ’50 il familismo come fattore di arretratezza, mentre oggi è un elemento fondamentale su cui si poggia il welfare perché è a tutti gli effetti un ammortizzatore sociale.


Nel 1945 in Italia nasceva il ministero dell’assistenza post-bellica, oggi abbiamo un ministro del lavoro con varie deleghe ma insufficiente a livello rappresentativo, che fare?


In molti paesi c’è un ministero del welfare che ha bisogno di una visione unitaria ma sopratutto di crescita. Se la torta non aumenta di volume tutti faranno la guerra per averne una fetta.


Il ministro Brunetta l’altro giorno ha annunciato di voler abolire i quiz psicoattitudinali per i concorsi, che ne pensa?


Il problema del conflitto tra domanda e offerta non implica solo la formazione ma l’informazione. La gente non conoscere le competenze richieste per ogni professione e i giovani non possono dipendere da schemi mnemonici per fare i concorsi.

Nessuno escluso

Incontro svoltosi presso la Fondazione Franco Demarchi di Trento in occasione della “Quarta settimana dell’accoglienza” sul tema “Come sono cambiate le politiche di welfare e il lavoro sociale. Quali sfide per il prossimo futuro?”

Introduce Luca Sommadossi il presidente della cooperativa 92 impegnata sul territorio trentino in favore di minori e famiglie. Oggi vedremo cosa è cambiato negli ultimi 25 ma sopratutto come ed in che maniera le nostre realtà possono essere strumento di cambiamento nel territorio nel prossimo futuro. Dobbiamo proporre un cambiamento che sia rispondente ai bisogni delle persone. In questi 25 anni abbiamo visto enormi cambiamenti sociali e politici come ad esempio nelle normative, nei bisogni delle persone, nel sistema di welfare, nell’organizzazione delle istituzioni pubbliche e private. Ciascuno è immerso nella quotidianità del sociale e di chi ha bisogno di essere sostenuto, accompagnato e tutelato però al tempo stesso questa routine rischia di far perdere il senso di ciò che si fa e bisogna fermarsi e riflettere per non continuare a percorrere strade che divergono rispetto alle reali esigenze della comunità. Bisogna chiedersi di quanto siamo consapevoli di questi cambiamenti perchè tutto non avviene per caso ma perchè ci sono persone e volontà precise altrimenti saremmo cristallizzati in forme di aiuto che perdono di significato perchè guardano ad un modo di lavorare obsoleto. Viviamo in un’epoca storica in cui la dimensione organizzativa ha assunto un ruolo particolare ed al tempo stesso dobbiamo chiederci se non siamo prigionieri facendo diventare l’aspetto economico il fine e non il mezzo che accompagna il nostro agire. Bisogna chiedersi se il metodo di lavoro non si stia trasformando in una mera prestazione con il rischio di togliere la dimensione dell’accompagnamento delle persone con le quali ci confrontiamo. Bisogna capire che ciò che abbiamo sperimentato in questi anni deriva in parte da rapporti di studio e pensiero ed in parte da quelle persone che hanno bisogno di aiuto ma anche degli operatori con cui abbiamo costruito partecipazione e solidarietà. Il titolo del convegno è indicativo per capire il punto di vista delle persone aiutate (e che aiutano) di modo da orientare le nostre politiche di welfare che in questi giorni è sotto accusa sui mass media.

Interviene Franco Floris, direttore di “Animazione Sociale” e formatore, che discute una relazione su cosa è cambiato nel lavoro di comunità. Le nostre esperienze devono diventare luogo dove tutti i cittadini possono trovare un po’ di luce nel promuovere una nuova cultura sociale e la settimana dell’accoglienza serve a questi scopi. Veniamo da un’epoca (gli anni ’90) in cui si parlava di “Reti che ammalano e reti che curano” che è indicativo di come bisogna aiutare le persone ad essere autonomi attraverso il lavoro di rete, la grande novità di quegli anni. Claude Brodeur racconta che un giorno si erano trovati in un servizio di psichiatria per una riunione formale ma poiché il capo tardava a venire hanno cominciato a prendere consapevolezza del motivo per cui si trovassero lì: immergersi nelle reti sociali per restituire potere alle persone svantaggiate. Quella idea esisteva in funzione di una capacità di agire che comportava il bisogno di entrare nella società affinchè le reti secondarie fossero di accoglienza mentre quelle professionali fossero di interconnessione. Questo approccio di tipo comunitario affonda le radici nel movimento basagliano e nel modello pedagogico di Paulo Freire che ha portato alla nascita dei nuovi servizi sociali e della nuova cooperazione sociale. Cos’è la comunità? È il minimo comune denominatore fra diversità e conflittualità dove la comunità serve a dare dignità a ciascuno secondo il dettato costituzionale della sussidiarietà dove i cittadini sono attori attivi per il suo funzionamento. Agli anni ’90 seguono i frangenti della rassegnazione e della perdita dell’orizzonte perchè i primi segnali di crisi economica (2008-09) hanno portato ad una sorta di disinvestimento economico e di confusione culturale. Sono gli anni di Alberto Melucci che denunciò la forbice tra chi comprende in che mondo viviamo e chi no, tra ricchi e poveri, per cui parlare ci cosa succedere era visto come sospetto. È il tempo in cui non è il singolo soggetto che soffre ma il gruppo come luogo primario di formazione della coscienza di sé (folgorazione delle gruppalità) privando le persone di fare esperienza di legami sociali e dell’agire comune con un diffuso senso d’impotenza e di crescita del rancore reciproco. I gruppi di oggi sono chiusi e autoprotettivi con l’esplosione della solitudine e il sospetto nei confronti del “diverso”. Questa vicenda si presenta come morte della società. Il secondo aspetto (dopo la comunità) è la specializzazione dei servizi e delle organizzazioni che di per sé è un vantaggio se non per il fatto che tutto ricade nelle spalle di pochi esperti (Andrea Canevaro diceva che essere specialisti significa “rimettere i cittadini in scena” laddove l’hanno persa) per cui si va a curare il singolo ma si crea distacco tra cittadini e servizi. Il terzo passaggio (dopo la comunità e la specializzazione) è l’incremento della vulnerabilità e dell’incertezza che hanno impedito le garanzie costituzionali ed hanno contribuito a portare la popolazione al mondo della povertà e alla vulnerabilizzazione. L’inseguimento ansioso delle attività sociali fa perdere di vista i reali obiettivi di critica sociale (“la vulnerabilità è quella cosa che ci fa chiedere dove stiamo andando”). Abbiamo sperimentato nuove possibilità con forme di autorganizzazione in cui è possibile un pensiero diverso ma siamo ancora alla ricerca di una sensibilità non più individualistica. Il quarto aspetto (dopo la comunità, la specializzazione e la vulnerabilità) è la nascita di uno nuovo sfondo reticolare di istanza di governo locale partecipato uscendo ognuno dai suoi recinti specialmente gli esperti, non più chiusi nei propri servizi ma aperti al territorio. Oggi sta crescendo il ripensamento dei beni comuni, es. gli orti sociali, l’energia sostenibile, il consumo responsabile e c’è un grande lavoro sull’educazione, sull’emancipazione e sull’auto mutuo aiuto. Ci sono nuove forme di governo che cercano percorsi comuni di cittadinanza attiva e ci sono cittadini che tra cooperative e associazioni stanno dando vita a molti esperimenti interessanti.

Interviene Fabio Folgheraiter, professore di Metodologia del lavoro sociale all’Università Cattolica di Milano, che discute una relazione su cosa è cambiato nella collaborazione tra servizi e professionalità diverse (testimone agli inizi degli anni ’80 nella scuola di servizio sociale di Trento sulle prime riflessioni del lavoro di rete). Per capire cosa è cambiato “di meglio e in peggio” nel lavoro di rete in questi 25 anni non ci si può solo fermare alla trasformazione della società ma anche dei servizi (procedure, manager, risorse, cultura mercantile) che hanno stravolto il modo di agire e pensare di noi tutti. Confrontando i pensieri iniziali e quelli odierni si nota un capovolgimento del paradigma di riferimento pensato come il “fondo di un secchio” (il maestro zen diceva che quando si intuisce un diverso paradigma si avverte un rumore come di un secchio che si sfonda) sia in senso negativo, es. le strategie dei provider dei servizi per accedere ai finanziamenti, sia in senso positivo (nuovo modo di operare nel sociale, progressi nel pensiero scientifico, nuovi progetti ed esperienze operative, buone prassi). In questi 25 anni c’è stato uno svuotamento di senso dei nostri discorsi, abbiamo raccontato favole senza capire il paradigma delle questioni e il termine “rete” è uno di questi concetti abusati (“ma in ogni caso non gli sembrò che da tante ripetizioni la parola ci guadagnasse”, diceva Thomas Mann in “La montagna incantata”). In questi 25 anni ci siamo abbandonati ad una deriva verbale riducendo le parole a vuoti slogan. Martin Buber direbbe che “abbiamo gettato la parola in pasto alle parole” e ciò succede quando usiamo vecchi paradigmi che dimostrano di non produrre più risultati (paradigma come cornice di senso di cui non siamo consapevoli, es. lo studio dell’astronomia nel sistema tolemaico). Nel sociale il paradigma è quello secondo cui gli esperti, gli operatori e gli utenti si possono impegnare a risolvere tutti i problemi con tutta la propria bontà, le conoscenze, la capacità e la disponibilità ad aiutare gli altri. Si pensava che studiare a fondo i meccanismi che generano i problemi sociali poteva servire a risolvere i problemi in forza solo della propria competenza scientifica. Questo pensiero oggi suona un po’ ridicolo perchè sono gli operatori ad avere prima bisogno di aiuto per aiutare (paradigma ribaltato): non è solo la propria forza ma la forza interna alle fragilità che aiuta. Che c’entra con la rete? Eravamo tutti convinti della rete e all’epoca abbiamo visto con sospetto la specializzazione dei servizi perchè agivamo nel vecchio paradigma welfaristico in cui si pensava che l’expertise di per sé potesse aumentare l’efficacia del servizio in virtù della sola collaborazione tra esperti (in realtà gli esperti si riunivano per costituire un fronte più compatto). Oggi invece gli interventi possono funzionare diversamente: è bene fare rete e collaborare perchè l’uomo è intrinsecamente debole e non legittimato a manipolare la vita altrui, in questo modo l’idea della rete si allarga e passa in secondo piano, non si può fare rete solo tra esperti per cambiare le realtà che non piacciono ma bisogna aprirsi alle persone titolari di quei comportamenti che procurano problemi, bisogna coinvolgere i soggetti dei mondi vitali non solo perchè “suona romantico” ma perchè noi operatori abbiamo bisogno di loro, delle loro competenze che si rigenerano in virtù dei problemi (Thomas Mann nel “Doctor Faust” diceva è “la malattia, da cui nascono le creazioni del genio che pretende di sfiorare l’Eterno”). Le persone che soffrono ci offrono la propria esperienza di vita che a noi (apparentemente sani) manca. Bisogna fare alleanza con le vite che devono cambiare (Wolfgang Goethe in “Gli anni di pellegrinaggio di Wilhelm Meister” diceva che la vita appartiene ai viventi e chi vive deve essere preparato ai cambiamenti). Nei prossimi anni c’è bisogno di una normativa che aiuti gli enti pubblici e privati a poter operare dentro questo nuovo paradigma.

Interviene l’assistente sociale Liviana Marelli, direttrice della cooperativa sociale “La grande casa”, che discute una relazione su come è cambiato il lavoro educativo nelle famiglie. La prima premessa riguarda l’infanzia. Investire nei bambini per rompere il circolo vizioso dello svantaggio è una saggia operazione economica perchè serve a garantire risorse adeguate, servizi e partecipazione dei minori ai progetti loro dedicati. Ci hanno sempre detto che si poteva investire sulle politiche di welfare come esito di una ripresa economica ma la verità è l’esatto contrario: è la crescita delle persone che produce ricchezza e non viceversa. I dati più recenti sulla povertà assoluta stimano circa un milione e 619 mila famiglie residenti in tale condizione per un totale di 4 milioni e 742 mila individui. L’incidenza della povertà assoluta per le famiglie è pari al 6,3%, mentre nel 2017 era pari al 6,9% (in prevalenza nel meridione). La povertà aumenta fra i minori (da 10,9% a 12,5%) e fra le donne (7,9%). Questi dati sono tra i più alti nei paesi europei. Una prima questione è capire la coerenza tra statistiche e intervento. Il sistema di welfare è sottodimensionato, ad es. la spesa sociale per famiglia e maternità è l’1,4% del PIL mentre le misure di contrasto alla povertà sono lo 0,1%. Le statistiche dimostrano la frantumazione delle competenze e della burocrazia in assenza di una regia che possa garantire uno sguardo olistico e l’assunzione di scelte organiche. Gli strumenti di “soft law” sono importanti ma non cogenti ed hanno la finalità meramente programmatoria, di raccomandazioni stante la titolarità esclusiva delle Regioni, es. le linee di indirizzo per affido familiare e il relativo sussidio servono a garantire il diritto a tutti i minori di vivere serenamente nella propria famiglia (affido come esperienza temporanea). Le buone sperimentazioni servono a diffondere buone prassi, es. il programma PIPPI, le family conference, etc. Ma anche gravi involuzioni, es. il Ddl Pillon sull’affido condiviso (diritti degli adulti contro quelli di minori), il decreto Minniti che nega i diritti e nega la pratica dell’accoglienza diffusa, il reddito di cittadinanza solo agli italiani dove manca la salvaguardia dei principi di eguaglianza e pluralismo.

Interviene Pergiorgio Reggio che discute una relazione sul cambiamento nel ruolo nel terzo settore. Se consideriamo il no profit come una parte del welfare vediamo che ci sono dei cambiamenti macro (scenario) e micro (modi di pensare). Viviamo all’interno del welfare mix che a livello mondiale ha tendenze differenziate subordinate ad altri sistemi, es. la sanità, con effetti sulla sanitarizzazione dei servizi. Permane il territorio come ambito di programmazione degli interventi e di burocratizzazione che ci fanno interrogare su come e dove si lavora. Negli anni ’70 e ’80 c’erano persone che pur in presenza di un titolo di studio, avevano scelto di stare dalla parte degli sfruttati in lotta contro i padroni. E anche attraverso la figura di persone carismatiche hanno costruito una logica di critica politica, ad es. fino agli anni ’80 non si parlava più di “doposcuola” ma di “controscuola” perchè l’istituzione era vista come la causa dei problemi. La situazione attuale ha influenzato non solo il “mondo” ma il “modo” di vedere le cose, es. l’accettazione della logica concorrenziale (mercato) come modalità ordinaria per gestire i servizi. Il progetto “Welfare km 0” ha dimostrato che è possibile praticare altre strade ma con la convinzione che i paradigmi possono e devono essere messi in discussione. Un secondo elemento è che la burocratizzazione ha centralizzato la questione dei tempi dove la tempestività diventa un indicatore importante così come le tecniche di velocizzazione del servizio e non passa giorno che una tecnica nuova abbia un minimo di successo. Il problema non è la tecnica in sé ma la ricerca indiscriminata e spasmodica della tecnica dove l’importante è cercare una soluzione a tutti i costi e non la ricerca di una strategia di soluzione che può essere anche sbagliata ma che può essere riparata in un contesto circolare. Tra le tante cose che abbiamo accettato criticamente c’è l’idea di esclusivismo dei servizi come se chi appartenga ad un istituzione pubblica abbia sempre ragione o comunque sia sempre dalla parte del bene, es. dipendenti di cooperative che lavorano negli uffici pubblici. Oggi ci stiamo accorgendo che di fronte a 10 minuti buoni ce ne sono altrettanti di superbia e cinismo: non si lavora più per una società migliore ma per noi come altri. L’altro non è da aiutare ma nemmeno da sbandierare come vessillo della nostra bontà.

Interviene Ivo Lizzola, docente di pedagogia all’Università di Bergamo, che discute una relazione su cosa è cambiato nell’affrontare vulnerabilità e fragilità Lo spazio pubblico si è “indurito” moltissimo per cui uomini e donne non sentono più la vita comune come riparo ma come “esposizione” e messa in rilievo delle proprie manchevolezze e nell’impossibilità di stare in gioco. Oggi si vive dentro una società in cui la convivenza è vista come una minaccia perchè mentre una volta il deviante era schedato e controllato oggi è messo alla gogna. Ed anche certe misure di indirizzo politico devono considerare la realtà vitale perchè gli utenti oggi non hanno solo problemi economici ma il bisogno di condividere delle esperienze di senso della propria vita il che può avvenire solo dentro delle reti sociali. La convivenza di cui stiamo parlando ci legittima a lasciarci nell’impossibilità di essere adeguati alla convivenza stessa. Ecco perchè anche gli invulnerabili si sentono vulnerabili di stare al mondo. Quando i servizi chiedono un affidamento incontrano la vulnerabilità dei minori e dei genitori ma senza condividerla rischiano di ottenere effetti perversi. Il vissuto di vulnerabilità consente di fare della vulnerabilità un elemento di valore (vulnerabilità stabilita e affidata). Il rischio è che in rapporti di scambio tra soggetti fragili, la paura prenda il sopravvento, es. i genitori degli adolescenti a rischio che diventano troppo suscettibili e quindi a loro volta sono a rischio molto più dei loro figli. Affidare la vulnerabilità significa declinare la vita degli utenti, tanto nelle spaccature di vita altrui quanto nei propri momenti di progettazione. La vita nasce da necessità interiori di rinascita e ciò richiede che la vulnerabilità non declini solo in uno spazio pubblico. Dobbiamo chiederci quanto abbiamo fatto per riabilitare le persone oppure creare forme di dipendenza tra operatore e utente. È possibile tornare a pensare l’evidenza della vita umana come luogo in cui renderci possibili gli uni gli altri? Un conto è dare opportunità, un conto è costruire un nuovo rapporto di possibilità delle relazioni. Nei nostri spazi ci sono delle soglie in cui sperimentarlo? Non dobbiamo subire il fascino del mondo solo per abitarlo ma dobbiamo sentirci autorizzati ogni volta che chiediamo “come stai?” a chiedere “come stai di volere stare al mondo?” Nelle realtà in cui viviamo auspichiamo il contenimento dei conflitti che bisogna riportare nelle comunità affinchè siano riconosciuti non solo in termini di diritto perchè la cultura dei diritti – da sola – ci fa contrapporre gli uni contro gli altri, ad es. a Como ci sono dei quartieri dove si vive la paura del migrante a cui non serve rispondere solo con la retorica dei diritti (comunità riparativa). Si fa fatica ad essere buoni e solidali e questa è una distorsione possibile che può condurre alla reistituzionalizzazione: i nostri disagi impauriscono le persone perchè riverberano coi loro disagi che reagiscono a loro volta (facciamo fatica ad accettare i nostri difetti negli altri). E così le grandi estraneità riflettono e chiamano in gioco l’estraneità che c’è in noi. Le grandi malattie identitarie sono già curate dai bambini a scuola dove si condividono sentimenti che vengono da radici lontane (meticciati culturali). L’augurio è di attivare delle pratiche sulla consapevolezza di essere noi stessi. Paulo Freire diceva che l’atto limite porta esasperazione e fa vedere la contrapposizione. L’atto limite significa che il tempo può essere vissuto in rapporto all’esserci, ad es. negli africani c’è una gestione del tempo diversa. Noi non siamo padroni del tempo ma ci è stata sottratta la possibilità di vivere adeguatamente il tempo, es. don Milani chiedeva più tempo per i ragazzi difficili. Se il tempo lo usiamo in termini di tempestività creiamo solo problemi.

Locandina

Cooperativa Progetto 92

Inchiesta sullo stato sociale 1953

Vediamo subito che nell’intestazione della Relazione generale appare la locuzione “Inchiesta parlamentare sulla miseria”. Il termine “inchiesta” fu prestato dagli amici “anglosassoni” (Gran Bretagna e Parlamento americano) per i quali «ogni legge può dirsi che sia preceduta negli Usa da un’inchiesta di Commissioni competenti» (vol. 1, p. 17) laddove «l’inchiesta assume il carattere di una raccolta dei verbali di interrogatori o delle osservazioni sociali ed economiche delle persone invitate ad esprimere il loro parere» (vol. 1, p. 17); bisogna però considerare che si può intravedere un precedente nel 3 giugno 1880 quando il ministro Augusto Depretis nominò una “Commissione reale di inchiesta sulle opere pie” (9 voll.) e prima ancora quella del 1861 (cfr. Piccialuti Caprioli M., Il patrimonio del povero. L’inchiesta sulle opere pie del 1861, “Studi storici”, 1980, 45, pp. 918-941). “Parlamentare” perché il personale era composto prevalentemente da deputati e senatori eletti democraticamente durante le elezioni del 1953; il termine “miseria” indica «lo stato di prostrazione economica e morale in cui l’uomo non è più in grado di risollevarsi senza l’aiuto sociale» (vol. 1, p. 20), si distingue dalla povertà intesa come «una condizione di limitazione del reddito personale a livelli insufficienti, in relazione al tenore di vita medio prevalente» (vol. 1, pp. 20-21). Si deve, poi, distinguere tra miseria “assoluta” e “relativa” intendendo questa ultima con «il rapporto fra le condizioni economiche della persona e l’assistenza sanitaria di cui può aver bisogno» (vol. 1, p. 92).
Un fattore di mutamento rispetto al passato si evince dalle conseguenze economiche delle ultime 2 guerre: la prima e la seconda svalutazione della lira hanno ridotto duramente la consistenza patrimoniale di queste istituzioni» dato che «avevano dovuto impiegare il loro patrimonio in titoli di Stato» (vol. 1, p. 19). Un altro fattore consiste nella progressiva sperequazione tra nord e sud dove «si accentuavano le distanze tra l’entità dei bisogni ed i mezzi per affrontarli» (vol. 1, p. 20). Si noti, nella definizione di miseria, la somiglianza con l’art. 3 della Costituzione e si noti ancora la presenza del termine “aiuto” al posto di “servizio”, sottolineando il carattere della volontarietà del problema. La Costituzione, infatti, ha posto una cesura netta tra pubblico e privato, relegando questo ultimo ad un misero comma dell’art. 38 per il quale «l’assistenza privata è libera». Tra gli enti promotori, tuttavia, troviamo segnalate le «scuole di servizio sociale» è ciò è indicativo del ruolo di primo piano che fu assunto dagli assistenti sociali dell’epoca per la realizzazione dell’inchiesta.
Tra gli scopi dell’inchiesta vi sono: procedere ad un inventario degli obblighi e dei mezzi nonché degli aspetti giuridici ed economici che “condizionano” l’esercizio dei propri diritti; contribuire al trapasso dalla concezione paternalistica della beneficenza pubblica e dell’assistenza alla nuova concezione della sicurezza sociale; effettuare una “ricognizione” degli strumenti di cui lo Stato dispone per l’attuazione della politica sociale; accertare il lento processo di modificazione dell’assistenza nell’ultimo “trentennio” (vol. 1, p. 19); accertare come i due sistemi (previdenziale e assistenziale) interferiscano e come, e fino a qual punto, invece, potranno integrarsi (vol. 1, p. 20). Si noti che sta scritto “trentennio” e non “ventennio” ma è innegabile il riferimento al Fascismo (53 – 33 = 23), rivelando degli scopi polemici piuttosto che oggettivamente scientifici. La scelta delle date non è casuale: la delibera risaliva al 12 ottobre 1951, e da qui al 1953 si verificarono molti eventi di portata ideologica non indifferente. Commissione, quindi, come Norimberga dello Stato sociale del Ventennio ma anche come “aut aut” del comunismo che imperversava in mezza Europa? Precedenti furono l’inchiesta sull’agricoltura di Pietro Jacini e quelle di fine ‘800 sulle Ipab. La premessa, comunque, è abbastanza esplicativa in merito alle finalità dell’inchiesta: «questo metodo di accertamento delle condizioni obiettive di un fenomeno non ha mai conseguito risultati momorabili nelal storia parlamentare italiana» (vol. 1, p. 17), inoltre, mentre appare possibile combattere efficacemente il fenomeno della miseria, «non è possibile dire altrettanto per l’eliminazione del fenomeno della povertà» (vol. 1, p. 20). Riuscirà, questa volta, la Commissione a raggiungere i propri scopi con oggettività scientifica?

L’indagine fu svolta dagli Uffici provinciali dell’Istat i quali ne affidarono l’esecuzione a gruppi di impiegati composti da assistenti sociali e insegnanti. Ciò non fu senza anomalie procedurali e difficoltà nella rilevazione (vol. 1, pp. 21-25). La metodologia di ricerca si è basata su 4 elementi: il campione, gli indicatori, il metodo, «non potendo nella ristrettezza del tempo compiere un’indagine diretta su tutto il Paese; né per le caratteristiche stesse del fenomeno, avendo possibilità di scegliere campioni statisticamente efficienti si è limitata a condurre indagini dirette in alcune zone, in cui il fenomeno della miseria appare in forme più penose o caratteristiche» (vol. 1, p. 21). Queste sono: la zona montana-alpina (Alpi bresciane e cuneesi); il Delta padano; la zona montana-abbruzzese; la Puglia; la Basilicata (Grassano); la Calabria; la Sicilia; la Sardegna; alcune grandi città (Roma, Napoli, Milano). La scelta del campione, quindi, favorisce nettamente il Sud Italia, cioè, quella parte di territorio che è stata occupata inizialmente dagli anglo-americani, quindi, anche quei territori che per primi sono stati raggiunti da operazioni di assistenza. La scelta del campione, inoltre, suscita sospetti perché «si è tenuto conto di zone nelle quali si sapeva a priori che esiste una condizione generica di povertà diffusa» (vol. 1, p. 94). Ma come si fa a sapere una cosa del genere a priori?

Un secondo elemento riguarda gli indicatori di analisi. Si tratta di una serie di indicatori che hanno richiesto lo sforzo congiunto dell’equipe dell’Istat e dell’Ufficio di esperti: la forza lavoro per «raccogliere elementi sul tenore di vista della popolazione» (vol. 1, p. 22), i bilanci familiari dei nuclei assistiti, «la selezione attitudinale delle reclute della classe 1932» (vol. 1, p. 22). Per quanto riguarda il metodo si è scelto di utilizzare insieme sia quello di tipo qualitativo che quantitativo. Per quanto riguarda l’analisi quantitativa, come già detto, si è fatto largo uso delle statistiche fornite dall’Istat e dall’Acis. Sull’analisi qualitativa si è fatto ricorso al case analysis limitato alla città di Grassano di Matera, così come risulta dal volume XIV dell’Inchiesta. Non da ultimo, l’analisi bibliografica della letteratura esistente comprensiva di «monografie e di studi» (vol. 1, p. 22). Si noti bene che la relazione generale indica esplicitamente come fonte dei dati i “Centri distrettuali di servizio sociale” (vol. 1, p. 103) istituiti nel 1935 presso le Corti di Appello dei Tribunali per i minorenni. Ciò a dimostrazione della validità di tale istituto a discapito della storiografia “ufficiale” che li posticipa non di poco (al 1954 e al 1975) se non addirittura rimuoverli del tutto.
Come tutte le laboriose ricerche che si rispettino, non potevano mancare le difficoltà che i ricercatori hanno incontrato lungo il percorso e che hanno reso ardua l’impresa: il breve tempo a disposizione a causa dell’imminente fine legislatura, «la mancata considerazione di una visione unitaria dei fenomeni sociologici» (vol. 1, p. 23), le diversità ambientali da una località all’altra che rendono impossibile «un’uniformità di giudizio» (vol. 1, p. 25) e che impongono alle istituzioni la necessità di predisporre degli spazi di autonomia «per una originale azione delle singole Regioni» (vol. 1, p. 25). Si anticipa cioè di 20 anni circa quanto sarà fatto in seguito con la legislazione sul decentramento regionale. Risulta inspiegabile, infine, del perché non si sia fatto riferimento alla “Commissione reale di inchiesta sulle opere pie” del 3 giugno 1880 (9 voll.), anche solo per verificare dei confronti diacronici.
A questo punto la Relazione generale si sofferma sugli aspetti tecnici e cioè la struttura economica e la misurazione della miseria rispettivamente capp. 2 e 3 del volume I. Si tratta della situazione del reddito e delle sue correlazioni con alcuni aspetti della vita italiana: disoccupazione, tenore di vita, popolazione, leva militare e analfabetismo. Il benessere di una nazione non è per forza sotteso al livello di disoccupazione, infatti, sia nel caso dell’emigrazione dei lavoratori all’estero, sia nel caso della riduzione dell’orario di lavoro (proposta dai comunisti), non porterebbero benefici all’economia in generale, perché nel primo caso si avrebbe un aumento di spesa globale mentre nel secondo caso si avrebbe una riduzione del reddito (vol. 1, p. 27). Si consideri poi il fatto che «le risorse naturali del Paese sono modeste, e lento è il ritmo dello sviluppo economico» (vol. 1, p. 27).
I dati economici sono incoraggianti. Nel 1948 il prodotto nazionale netto è stato di 6387 miliardi cioè 1,5 volte superiore rispetto al 1938 con percentuali di incremento annuali del 3% fino al 1952, risultando al quarto posto tra i paesi europei più ricchi (vol. 1, p. 33). Le sperequazioni della ricchezza, tuttavia, sono abbastanza evidenti tra regione e regione. Da sola la Lombardia produce il 23% del reddito privato, mentre tutto il sud produce appena il 22% (vol. 1, p. 42). La Lombardia, inoltre, è la regione più densamente popolata (vol. 1, p. 35) ma quella più prolifica è la Campania (vol. 1, p. 38) che, quindi, soffre un problema di emigrazione. Risultati più felici si intravedono nelle statistiche relative all’analfabetismo che colpisce solo 13 provincie su 93 con punte di oltre il 50% a Cagliari mentre la maggior parte di province sia del Nord che del Sud (Genova, Milano, Torino, Roma, Napoli, Palermo, Reggio Calabria) presentano tassi di analfabetismo inferiori al 10% (vol. 1, p. 49).
Il capitolo 3 della Relazione generale prosegue l’indagine sul benessere della popolazione in relazione ai consumi. Considerando che nel 1952 la popolazione complessiva ammontava a 47 milioni e 138 mila 235 persone, la cellula fondamentale risulta essere la famiglia (quasi 12 milioni di unità) raggruppate in nuclei di 3-5 persone (53,7%). Nel 73,5% dei casi, il capofamiglia ha un lavoro (vol. 1, p. 75) mentre il 13,2% percepisce una pensione (invalidità 4,6% e senilità 8,6%). Le professioni più frequenti sono quelle indipendenti e non professionali (50,4%) ma molti sono anche gli operai e i contadini (35,7%). Trionfa il ceto medio con oltre 7 milioni di famiglie (65,7%), segue il proletariato (23,3%) e si accoda il capitale (11%). Per quanto riguarda il mercato immobiliare, quasi tutte le famiglie italiane vivono in abitazioni accatastate (in locazione o in affitto) e solo il 2,8% vive in cantine o baracche (vol. 1, p. 68). Il 61,8% di famiglie consuma regolarmente carne (almeno una volta a settimana), analogo discorso per lo zucchero (più di 15 gr. al giorno) e per il vino (almeno un litro a settimana) che si conferma alimento tipico nazionale. Oltre il 90% delle famiglie conferma l’acquisto di un abbigliamento comodo ed efficace (solo il 9,3% utilizza scarpe rotte o bucate).
Nel 1953 il numero di famiglie povere in Italia ammontava a circa 2 milioni 700 mila unità ma l’indagine della Commissione ne considera appena 1847, presi dagli elenchi degli assistiti degli ECA, utilizzando i bilanci familiari come fonte dati. «La spesa media risulta di 27 mila 682 lire al mese, le spese alimentari sono di 565 lire al giorno (62% della spesa complessiva), quella di abbigliamento all’8,5%, per l’abitazione al 3,5%, per illuminazione e riscaldamento all’8,1%, altre spese al 17,9%» (vol. 1, p. 86). La dieta quotidiana così si presenta: 325gr di pane, 177 gr di ministra o legumi, 68 gr di carne o pesce, 301 gr di verdure, 57 gr di vino, 41 di burro e 25 di zucchero (p. 88). Non risultano, fortunatamente, abusi di tabagismo (1,9%) né di alcolismo (2%). Curiosità: a Napoli si consuma più pane (287gr), a Roma più patate (348gr) e a Milano più polenta (280gr).
Il capitolo 4 della Relazione generale continua l’analisi del campione di famiglie povere in relazione alle cause e alle conseguenze della loro condizione. La miseria può farsi risalire a poche ed essenziali cause che sanno più di pregiudizi che di riscontri oggettivi: «la struttura della terra quale condizione prima di una economia chiusa (…), una certa pigrizia dell’iniziativa (…), la tradizionale diffidenza dei risparmiatori (…) la chiusura delle classi predominanti dei galantuomini e dei contadini (vol. 1, p. 96). Tra le conseguenze rilevate, tra l’altro, si nota: tubercolosi, specialmente tra i dormitori pubblici di Milano (vol. 1, p. 100); delinquenza minorile, es. a Palermo il 75% dei minori delinquenti appartiene a famiglie in cattive o pessime condizioni economiche (vol. 1, p. 101), per i quali «molto di più rivelano i fascicoli individuali conservati presso i Centri distrettuali di servizio sociale, che per ciascun minore hanno proceduto ad accurate inchieste domiciliari» (vol. 1, p. 103); prostituzione che, insieme agli stupri perpetrati delle truppe di occupazione marocchine, ha determinato la nascita di molti figli illegittimi, es. mulattini (cfr. Napoleone A., I figli della guerra, ”Assistenza oggi”, 1954, 5, pp. 22-28); mortalità infantile, es. nella provincia di Caltanissetta il tasso sale al 106,8 per mille (vol. 1, p. 109); mendicità, es. «la tratta dei bambini di Cassino cioè l’esodo di bambini e ragazzi di alcuni piccoli paesi del Cassinate verso le città del Centro e del Nord Italia, al seguito di sfruttatori che li impiegavano in mestieri girovaghi e nell’accattonaggio» (vol. 1, p. 111).
L’Italia degli anni ’50 offriva un sistema di assistenza che considerava la specificità e la generalità delle prestazioni. Rientrano nell’assistenza specializzata i servizi ai minorenni, agli anziani, ai malati, ai disoccupati ed ai migranti. Uno dei problemi più gravi del secondo dopoguerra fu l’assistenza ai profughi che, considerando il periodo 1943-1952, coinvolse circa 300 mila persone, ridotte nell’ultimo anno a 29 mila profughi, concentrati in 42 campi di raccolta (vol. 1, p. 146). Rientrano nell’assistenza generale i servizi di assistenza ospedaliera e sanitaria a carico dei Comuni e i sussidi in denaro o in natura (benzina, carbone, vitto, dormitori, colonie climatiche, refettori, etc.) erogati dagli Enti Comunali di Assistenza (ECA) istituiti con RD 03.06.1937 n. 847.
Il capitolo 6 della Relazione generale affronta la sezione finanziaria e la ripartizione delle spese. Si noti che nel 1908 si spendevano per l’assistenza l’1,13% della spese complessive dello Stato, nel 1938 l’indice salì all’4,44%, nel 1948 al 5,72% e, infine, nel 1952 al 9,16% (vol. 1, p. 155). Nel 1945 si spendeva di più per l’assistenza i reduci (Regno d’Italia, Regno del Sud, RSI, repubbliche partigiane) ed ai profughi, mentre nel 1951 la voce di spesa maggiore era riservata all’addestramento professionale (vol. 1, p. 158). Bisogna, però, considerare che a partire dal 1948 l’Italia poté beneficiare delle sovvenzioni del Piano Marshall che ammontavano a diversi miliardi di lire. Perciò qualsiasi paragone col passato diventa quanto mai pretestuoso. Alcune voci di spesa dimostrano, comunque, una sperequazione notevole nella distribuzione delle risorse: se nel 1946 gli ECA del nord erano favoriti rispetto a quelli del sud, allora nel 1951 la situazione appariva capovolta con un indice di finanziamento degli ECA meridionali di 825,1 mentre quelli del nord si soffermavano a 364,2 (vol. 1, p. 161). Tutto ciò a fronte dell’esodo crescente dei meridionali verso le regioni «più progredite», es. nella provincia di Imperia si riscontrò la presenza di 2500 immigrati calabresi su un totale di 6300 residenti (vol. 1, p. 163).
Il capitolo 7 della “Relazione generale” analizza l’attività degli Enti comunali di assistenza (ECA). I dati ricevuti coprono il 75,1% della popolazione, nonostante le risposte fossero inferiori a quanto previsto (2090 su 7804). La rilevazione, realizzata di concerto con l’ANEA, comprendeva la somministrazione di una serie di domande così formulate: Come funziona il servizio informazioni? In tutti gli enti c’è un servizio informazioni gestito a pari merito da personale specializzato e da agenti di pubblica sicurezza, mentre nella grandi città (Milano) è in funzione il coordinamento dell’assistenza (vol. 1, p. 183). Come vengono ripartiti gli assistiti? Mentre negli enti più popolosi la classificazione esprime, più o meno, l’età lavorativa (minorenni, anziani, inabili, tubercolotici, etc.), negli enti minori prevalgono le indicazioni in base agli stati di bisogno (vol. 1, p. 183). Che rapporto esiste tra le richieste di assistenza e le concessioni da parte delle amministrazioni ECA? Il fatto che in alcune province, es. Firenze e Imperia, il tasso di copertura della popolazione sia piuttosto basso, dimostra che c’è un elevato potenziale latente: vi sono delle famiglie che non richiedono l’assistenza o perché non conoscono gli ECA o perché non ne hanno bisogno. Del resto il rapporto tra domanda e offerta è abbastanza sostenuto ovunque, con lievi flessioni nei piccoli centri (vol. 1, p. 184).
Prosegue la ricerca sugli ECA. Quanto tempo normalmente trascorre tra il momento della richiesta e quello della concessione dell’assistenza? Anche qui si nota una discrasia tra i grandi (1-2 giorni) e i piccoli enti (2-4 giorni), dovuta più che altro alla difficoltà di gestire molte utenze. Quali sono i criteri per l’assegnazione dell’assistenza? Il criterio principale rimane il reddito mensile che assume valori diversi a seconda della collocazione geografica: ≤ 3500 lire per Aosta; tra 3 mila e 5 mila lire per Milano; ≤ 7200 per Cagliari. Come viene concessa l’assistenza: in denaro o in natura? Nonostante i risultati dimostrano un’incidenza maggiore verso i soccorsi in natura (carbone, benzina, pacchi viveri, etc.), non sono pochi coloro che ritengono che sia meglio l’erogazione in denaro perché stimola «maggior senso di responsabilità» (vol. 1, p. 177); vi sono poi dei servizi “misti”, es. l’assistenza legale ai poveri nelle cause di sfratto o nei casi di divorzio. A quanto ammontano i sussidi in denaro? Anche qui vi sono valori discordanti: 1000 lire al mese ad Aosta; 10 mila lire a Milano; 3600 lire a Cagliari (vol. 1, p. 186).
Prosegue la ricerca sugli ECA. Quali sono le attività accessorie, oltre l’assistenza tradizionale? Nelle città capoluogo vi sono 39 ristoranti e 118 mense a Firenze e a Napoli vi sono due laboratori artigianali, vi sono poi dormitori (6 mila posti letto), colonie climatiche (15 tra estive e invernali), asili infantili (51 di cui 8 da 800 posti ciascuno), bagni pubblici (Napoli), scuole professionali (Palermo), ambulatori medici e istituti post-sanatoriali (Milano). Forme di assistenza specifica sono previste anche per i minorenni e per i liberati dal carcere, es. a Milano è stato istituito un centro sociale presso l’Associazione Rinascita (vol. 1, p. 189). Sempre a Milano, grazie al distaccamento presso l’Ufficio di collocamento di un proprio dipendente, è stato possibile dare lavoro a 1500 disoccupati (vol. 1, p. 190). Gli utenti stranieri, anche non residenti, possono beneficiare dell’assistenza solo se dimostrano di avere un lavoro stabile. I bisognosi di passaggio sono assistiti in tutti gli ECA capoluogo meno tre, e da un terzo degli ECA dei piccoli comuni; gli esclusi, tuttavia, possono fare ricorso al “Comitato provinciale di beneficenza e assistenza” (vol. 1, p. 190).
La rilevazione, a dire il vero, non si è limitata solo agli ECA ma riguardava anche l’assistenza agli illegittimi (cfr. Funzioni e compiti della Provincia), i Patronati scolastici, l’assistenza sanitaria municipale, tubercolotici e l’Onmi. Degna di nota è l’assistenza ai minorenni (patronati e Onmi). I patronati si occupavano di erogare, tra l’altro, pasti, libri, calzature, soggiorni nelle colonie climatiche, quaderni, eventuali provvidenze di iniziativa locale. L’utenza dei patronati ammonta a 303130 alunni su una popolazione scolastica complessiva di 1 milione 69 mila 307 con maggiore incidenza in Sicilia e in Sardegna (39,9% della popolazione). Per quanto riguarda l’Onmi «i bambini assistiti (lattanti, divezzi, bambini assistiti direttamente, refezioni nelle scuole materne, concorsi per l’assistenza agli illegittimi delle amministrazioni provinciali) sono stati 1 milione 115 mila 149 ai quali sono state fornite prestazioni per un totale di 4 milioni 581 mila 196 (…) l’assistenza materiale per le donne si svolge con le mense materne, con l’assistenza a domicilio con alimenti e medicine e cono il ricovero in istituzioni di maternità» (vol. 1, p. 210).
Conclusioni della Relazione generale: «Il problema della miseria in Italia non è insolubile; l’assistenza, sotto l’aspetto morale e quantitativo, non è inferiore a quella degli altri paesi progrediti; non è possibile procedere a provvidenza escogitate di volta in volta; l’esigenza di una lotta unitaria contro le cause dei mali deve restituire l’uomo alla capacità produttiva; la miseria appare come un’iniqua condanna a privazioni dolorose e non inevitabili inflettigli dalla società; vi sono timori infondati che si oppongono alla possibilità di attuare un programma di sicurezza sociale; la programmazione del riordinamento dell’assistenza deve fronteggiare le esigenze più urgenti; nella società italiana esistono differenze di struttura assai rilevanti che traggono origine da altrettanto sostanziali differenze di ambiente; la miseria non assistita è localizzata prevalentemente al Sud; il problema delle zone depresse è tra i più urgenti ed essenziali della vita nazionale; l’esame della legislazione sull’assistenza sociale ha posto in luce la frammentarietà e disorganicità delle disposizioni vigenti e la necessità di sistemarle in un testo coordinato» (vol. 1, pp. 213-222);
«in ogni Comune d’Italia, dalle città maggiori ai paesi minuscoli, esiste un ECA a diretto contatto con la popolazione povera; tra i problemi di fondo va tenuto nella massima considerazione quello della casa decorosa e igienica per tutti; l’assistenza ai bambini è affidata all’ONMI e ai Patronati scolastici; l’assistenza ai vecchi segna forse la maggiore deficienza del sistema attuale; la necessità dell’istruzione professionale è profondamente sentita; bisogna operare una radicale revisione dei principi informatori del sistema previdenziale; la difesa sanitaria costituisce un fondamentale pilastro del sistema della sicurezza sociale; occorre dar vita ad un organismo ministeriale; l’opera dell’assistente sociale è apparsa feconda di risultati. Egli studia i casi individuali, li considera nel quadro collettivo e li indirizza al miglioramento morale ed economico. La sua attività esige preparazione culturale, senso di solidarietà, vigile spirito di comprensione e si svolge nei centri di assistenza, nelle corsie, nei convalescenziari, nelle scuole, nelle fabbriche, all’uscita delle carceri, nelle famiglie disorientate e disgregate, ovunque vi sia un vinto da confortare, un caduto da risollevare, un disperato da ritrovare» (vol. 1, pp. 223-227).
Negli anni successivi vi furono altre iniziative parlamentari per conoscere i bisogni della popolazione. In particolare si segnalano il disegno di legge 23 luglio 1963 n. 268 “Istituzione di una Commissione d’inchiesta sulla previdenza sociale e sull’assistenza pubblica ai fini del piano per la sicurezza sociale” e il disegno di legge 6 marzo 1969 n. 1153 “Inchiesta parlamentare sull’assistenza pubblica e privata e sulla rispondenza alle effettive necessità dei cittadini aventi diritto, in previsione della prossima programmazione quinquennale nazionale, in relazione all’attuazione dell’ordinamento regionale”.

Citazioni tratte da Camera dei Deputati, Atti della Commissione parlamentare di inchiesta sulla miseria in Italia e sui mezzi per combatterla, Vol. I: relazione generale, Istituto editoriale italiano, Milano, 1953.

Tra Sharing economy e Welfare di comunità

Incontro organizzato nell’ambito del ”Festival dell’economia” presso la Fondazione Franco Demarchi, piazza Santa Maria Maggiore, Trento.
 
Il nesso tra economia e società non è sempre scontato: si tratta di 2 entità che spesso sono “incollate” con l’etica e altre aree collegate alle povertà sociali, es. le cooperative che ricevono la metà dei contributi pubblici. Spesso non si tiene conto del fatto che l’economia ha un legame sociale (relazioni come “benzina” sociale). I costi sociali sono frutto di negoziato e quindi trattativa sociale: riconoscere la dipendenza dell’economia dal welfare significa riconoscere e risolvere i problemi attuali, es. la delocalizzazione. Le reti quindi possono produrre occupazione, es. la “ginnastica condominiale” del terzo settore verso gli anziani che cercano attenzioni che vanno oltre la dimensione mediatica. I nuovi processi stanno creando effetti perversi della relazione e il welfare è sempre più visto come una “zavorra”. Come si fa a tenere in gioco i territori se l’economia diventa finanza? A fronte di un aumento della povertà (persone che hanno meno soldi e opportunità) non basta il reddito di cittadinanza ma occorre un intervento sulla democrazia che non è solo un modo di gestire la politica ma un modo per creare sviluppo, es. l’economia di montagna dove lo sviluppo cresce con l’ambiente (economia sostenibile). Interviene Giovanni Fosti che discute una relazione sul welfare sharing. Il Cergas ha pubblicato recentemente una ricerca sull’innovazione del welfare dove si cerca di fare una lettura dei sistemi di welfare locale. In Italia c’è un welfare sottodimensionato rispetto ad altri paesi europei e queste risorse sono frammentate; la vocazione non è di consolidare la progettazione ma di produrre domanda, es. meno ore di assistenza domiciliare, più interventi differenziati in cui si realizzano risposte. Questo welfare è di natura prestazionale perché vincola la prestazione alle risorse: più soldi più prestazioni. Un altro problema è di natura relazionale: le prestazioni isolano perché gli utenti sono soli e rimangono soli. Un altro problema è la sostenibilità: invece di unire le persone i servizi tendono a dividerle (oggi il welfare è pensato come un fabbrica). Per spiegare l’efficienza bisogna normalizzare l’offerta e contenere i costi dove l’obiettivo da raggiungere è la personalizzazione che permette agli utenti di essere più felici perché così avrebbero più spazio di partecipazione. Si tratta di un inversione semantica che implica un inversione operativa. Il problema non è la personalizzazione intesa come “vorrei ma non posso” ma l’idea di un utenza che oggi è intesa come parte di un processo produttivo: non è il barbiere che personalizza ma l’utente stesso che forse ci metterà più tento per farsi i capelli ma sarà più coinvolto nel risultato finale. Un altro problema è il sostegno finanziario che si può risolvere gestendo meglio gli sprechi che dipendono dalla standardizzazione perché si danno risposte uguali per tutti quando tutti sanno che ci sono persone che hanno bisogno di più ed altre di meno. Il secondo salto logico è la condivisione: condividere non è “regalare” ma serve a offrire condizioni migliori distribuendo le risorse a seconda dei bisogni, es. trovare una casa con il 80% di italiani che vivono in case di proprietà, mentre il restante 20% potrebbe cliccare su “Tripadvisor” o un’applicazione simile che pubblica le recensioni sulle case popolari. Il rischio è di lasciare fuori dei soggetti deboli e di far accedere solo i più competenti perchè usare internet richiede delle competenze. Interviene Giovanni Temeggi che discute una relazione sul welfare di comunità. Una definizione di welfare comunitario è inteso come un sistema di una comunità rispondente a caratteristiche da aree di sovrapposizione delle 3 funzioni suddette cioè un welfare in cui da una rete di relazioni ci sono prodotti relazionali di coesione, fiducia e reddito. Uno dei risvolti della ricerca è stato di approfondire le aree sovrapposte (funzione sociale, quella economica e quella pubblica) che sono aree di sperimentazione continua, si è scoperto che più il welfare si ritira laddove le aree di sovrapposizione sono più distanti, si pensi alla progettazione dove a partire dalle realtà si vuole giungere all’adeguamento, più il privato sociale giunge ad occuparsi delle funzioni pubbliche a loro delegate, si pensi al welfare aziendale. Nell’ottica di un welfare municipale bisogna chiedersi qual’è il tasso di relazione tra le imprese? Quale assistente sociale utilizzerebbe il tasso di relazione tra le imprese? Un’impresa che vede nelle relazioni un obiettivo economico trova un modo di rafforzare l’identità nel territorio. La crisi del 2009 ha distrutto la filiera delle relazioni tra imprese e popolazione e ha smantellato il welfare municipale, es. la chiusura di una tabaccheria significa poter rinunciare alle relazioni perché produce servizi postali. Il punto di maturazione finale è che alle 3 aree suddette se ne aggiunge una nuova cioè la funzione coesiva e di governo andando a compensare le disfunzioni dell’ente pubblico. Interviene Donatella Turri che discute una relazione sull’attività della Caritas di Lucca. L’autrice utilizza la metafora della “bussola” (dove andare) e quella del sestante (dove ci si trova) per dimostrare che le marginalità estreme non si risolvono costruendo dormitori e mense ma tramite le comunità alloggio, es. il centro “Le quercie” che ospita senza fissa dimora per 1 anno oppure l’ “ortofficina” che coltiva e vende prodotti biologici oppure il catering etnico oppure le ludoteche gestite dai comitati dei genitori, etc. L’obiettivo è di sostituire i progetti a breve termine con dei cantieri sociali permanenti tramite degli accordi di programma in un’ottica di partnership e cercando di raccontare le esperienze con tutti i mezzi possibili. Il welfare sharing non rischia di sostituire la democrazia rappresentativa? No, perché laddove il cittadino non riesce perché non sa fare o non può fare certe cose, ha bisogno di un ente sovraordinato (Stato) e i suoi rappresentanti democraticamente eletti: il problema non è di entrare prima nei processi di partecipazione ma di entrare prima o poi sulla base del potere di scelta di ciascuno (autonomia). 
 
 

Grande guerra e Stato sociale in Italia

Recensione su Pironti P., Grande guerra e Stato sociale in Italia. Assistenza a invalidi e superstiti e sviluppo della legislazione, “Italia contemporanea”, aprile 2015, 1, pp. 63-89.

Durante la prima guerra mondiale, i paesi coinvolti nel conflitto hanno dovuto affrontare degli sforzi immensi non solo per garantire l’efficienza produttiva ma anche per garantire la stabilità interna. Si è visto di come la Russia sia collassata al suo interno, già prima della conclusione del conflitto, sotto il colpi della Rivoluzione d’Ottobre e di come l’Impero Asburgico sia praticamente scomparso sopratutto a causa dei movimenti nazionalisti interni (ungheresi, slovacchi, romeni). L’Italia, d’altronde, constatate le cifre tra morti (oltre 600 mila, circa 200 mila in più rispetto a quelli della seconda guerra mondiale) e feriti (circa 1 milione e mezzo fra invalidi, mutilati, vedove e orfani) dovette affrontare l’enorme carico della spesa previdenziale per evitare che alcune categorie di persone cadessero in miseria.

Nella prima parte (legislazione postbellica) l’autore illustra le origini della previdenza sociale in Italia e all’estero. Un primo banco di prova furono le tre guerre d’indipendenza per le quali il Regno Sabaudo aveva dovuto sostenere la maggior parte dei costi ma solo nel 1898 (38 anni dopo l’Unità) si decise di assegnare un sussidio di 100 lire ai reduci ed alle vedove dei caduti. Alla guerra di Crimea, dove si prodigarono alcune organizzazioni internazionali (CRI e Cavalieri di Malta), risalgono i primi comitati civili per l’assistenza alle famiglie dei combattenti (p. 66). All’epoca il governo Giolitti introdusse delle pensioni in base al merito dei militari con la possibilità di beneficiare di ulteriori indennità in presenza di menomazioni gravi (mutilazioni o cecità). Nacque, inoltre, l’assistenza agli orfani di guerra gestita dagli «Enti provinciali di assistenza e coordinata dall’Opera Emanuele Filiberto» (p. 66).

La guerra russo-giapponese nel 1905 fu un occasione effettuare i primi esperimenti di psichiatria di guerra. Nonostante ciò nel 1909 la sesta relazione della Commissione d’inchiesta per l’esercito valutava insufficienti gli sforzi finora compiuti per garantire un sistema efficiente di competenze assistenziali (p. 67; cfr. Commissione d’inchiesta per l’esercito, Sesta relazione concernente i temi: Corpo e servizio militare, servizio farmaceutico ecc, Roma, Mantellate, 1910): «la pensione restava un atto morale di gratitudine, piuttosto che uno strumento giuridico di compensazione socioeconomica» (p. 67). Mancava in particolare qualche forma di coordinamento tra pubblico e privato, molto diffuso all’epoca, sia nelle grandi città (filantropia) sia nelle campagne (Chiesa).

Nella seconda parte dell’articolo (L’emergenza sociale e la crisi di Caporetto), l’autore entra nel merito del welfare dopo la dichiarazione di guerra (24 maggio 1915). Nel biennio 1915-17 il crescente interesse da parte del governo per le politiche sociali fu dovuto a due ragioni: la riparazione della ferita causata dalla divisione tra interventisti e neutralisti e «per compensare i danni prodotti da una guerra per la quale non si era sufficientemente preparati» (p. 69). Furono stipulate convenzioni con gli enti di assistenza privati e con le opere pie, anche di confessione cattolica; furono costruiti dei laboratori per il recupero dei disabili (terapia del lavoro) a cui parteciparono anche Riccardo Galeazzi, primario del Pio istituto dei rachitici di Milano, ed Ettore Levi che più tardi ipotizzò la creazione di scuole per assistenti sociali (cfr. Un centro di studi e di attività sociali: il primo quadriennio di vita dell’Istituto italiano di igiene previdenza e assistenza sociale, le condizioni attuali del paese e le vie del progresso futuro, Roma, Istituto italiano di igiene, previdenza ed assistenza sociale, 1925). Sottolineva Galeazzi:

«Col termine della cura medica del ferito in guerra, a cui è rimasto un indebolimento più o meno grave della capacità lavorativa, non cessa il compito della società, anzi, si può dire incomincia allora soltanto la funzione più delicata dell’assistenza sociale, la quale soltanto è compiuta, quando ogni soldato storpio o mutilato è messo in condizioni di fare a meno di ogni ulteriore assistenza, perché tutti gli storpi e mutilati dalla guerra, anche i più gravemente danneggiati, debbono lavorare» (p. 70).

La terapia del lavoro ebbe tanto successo che si volle proseguirla anche dopo il congedo (D. luogot. 10.08.1916 n. 1012), per sei mesi, durante i quali l’invalido usufruiva di un sussidio e di assistenza medica; fu inoltre predisposta una formazione professionale per individuare il nuovo ambito lavorativo dei beneficiari. L’anno successivo (1917) vide la realizzazione di alcune importanti iniziative sia di tipo legislativo (dl.lgt. 29.04.1917 n. 670 “Norme per il riassetto dell’assicurazione obbligatoria d’invalidità e vecchiaia”; dl.lgt. 10.05.1917 n. 876 “Modifica del sistema pensionistico”; dl.lgt. 23.08.1917 n. 1450 “Assicurazione obbligatoria per i lavoratori nel settore agricolo) sia di tipo istituzionale (Onig, Onog) sotto forma di patronato a livello nazionale e di comitati, coordinati dal prefetto, distribuiti a livello provinciale. Tale forma istituzionale a doppio livello (nazionale-provinciale), che fu il risultato di un dibattito acceso in Parlamento, caratterizzò tutti gli enti di assistenza nei successivi 50 anni della storia d’Italia (Fascismo e Repubblica).

Nel 1918 fu creato il Ministero per l’assistenza militare e le pensioni di guerra con il compito di gestire tutte le pratiche pensionistiche durante la guerra (warfare); si trattava di un’iniziativa efficace per ristabilire il consenso interno deteriorato dopo la sconfitta di Caporetto. La guida del ministero fu affidata a Leonida Bissolati (1857-1920), il teorico dello “Stato giuridico-sociale” ovvero del “Welfare state”, per il quale «lo Stato deve tutelare e proteggere gli interessi dei singoli e della società tutta» (p. 74). Ciò lasciava intendere ad un intervento più ampio dello Stato nell’assistenza a guerra finita. Furono inoltre introdotte le assicurazioni sulla vita per i militari e i loro familiari e le pensioni di reversibilità anche per le donne conviventi.

Nella terza e ultima parte dell’articolo, l’autore tratta del dopoguerra e delle pensioni dal punto di vista giuridico. Dopo la resa dell’Austria vi furono due importanti congressi: quello nazionale a Milano nel dicembre 1918 e la III conferenza internazionale per l’assistenza agli invalidi di guerra a Roma dal 12 al 17 ottobre 1919 (le prime due si erano svolte a Parigi nel 1917 e a Londra nel 1918). Il congresso nazionale fu organizzato da Riccardo Galeazzi in cui furono dichiarati i punti del Manifesto della pace e che coincidevano con l’idea dello Stato giuridico-sociale di Bissolati: «pensioni variabili per garantire protezione dal carovita, assistenza sanitaria e riabilitazione professionale gratuite; assunzione obbligatoria di un certo numero di invalidi in tutte le imprese; riforma agraria privilegiante l’insediamento degli invalidi di guerra» (p. 79). 

Conclusioni

 

Nelle celebrazioni del centenario della Grande Guerra (1915-2015) sono sempre più gli studi che tendono a riscoprire il ruolo dell’assistenza sociale in questo frangente (si noti nella bibliografia l’eterogeneità degli studi). Sottolineo il termine “riscoprire” perché ormai siamo abituati a leggere sui manuali accademici quasi sempre argomenti e personaggi che rimandano le origini del servizio sociale alla seconda metà del XX secolo come se prima vi fosse stato il nulla. Nonostante si tenda spesso a porre il Convegno di Tremezzo come confine tra assistenza sociale e servizio sociale, è quasi impossibile porre una cesura netta tra i due fenomeni almeno dal punto di vista cronologico.

L’autore conclude che «il Warfare fu lo specchio fedele di un deficitario sviluppo dello Stato sociale italiano» (p. 88). Certamente fu un fenomeno dettato dalle contingenze della guerra finalizzato dalla necessità di raggiungere il più ampio consenso tra le masse. In futuro sarebbe interessante studiare il warfare della seconda guerra mondiale (1940-45) senza dover necessariamente attendere la celebrazione di un nuovo centenario.


Prospetto riepilogativo 


Coerenza tra titolo e contenuti: buono. Organizzazione del testo: buono Esposizione degli argomenti: ottimo. Accuratezza dei dati: buono. Tesi dell’autore e sue dimostrazioni (suggerimenti, conclusioni, scopo, contribuzione effettiva alla conoscenza): buono. Originalità dei contenuti: buono Leggibilità-Accessibilità (chiarezza illustrazioni-grafici, impostazione paragrafi-capitoli): buono. Tempestività della pubblicazione (in relazione alla conoscenza attuale): buono. Esaustività (note, bibliografia, indici e glossari): ottimo. Rilevanza dell’autore (cv, istituto di riferimento, posizione lavorativa): buono. Valutazione finale complessiva (apprezzamenti e limiti): bibliografia e note esaustive, attualità dell’argomento; non considera la letteratura sugli stati preunitari. 

Approfondimenti 


Atti della III conferenza interalleata per l’assistenza agli invalidi di guerra. Roma 12-17 ottobre 1919, Roma, La Rapida, 1919. 
Boeckh K., Stegmann N., Veterans and war victim in Eastern Europe during the 20th century. A comparison, “Comparativ”, 2010, 5. 
Cohen D., The war come home. Disabled veetrans in Britain and Germany, 1914-1939, Berkley, University of California press, 2001. 
De Maria W., Combat and concern. The warfare-welfare nexus, “War & Society”, 1989, 1, pp. 71-86. 
Ferrera M., Fargion V., Jessuola M., Alle radici del welfare all’italiana. Origini e sviluppo di un modello sociale, Marsilio, Venezia, 2012. 
Galeazzi R., Le moderne provvidenze sociali per i mutilati in guerra, Rava, Milano, 1915. 
Groppali A., Le pensioni di guerra, Treves, Milano, 1916. 
Klausen J., War and welfare. Europe and the United States, 1945 to the Present, New York, Palgrave Macmillan, 1998. 
Ministero per l’assistenza militare e pensioni di guerra, L’assistenza di guerra in Italia. Assistenza militare, pensioni di guerra, Sapi, Roma, 1919. 
Procacci G., Warfare-welfare. Intervento dello Stato e diritti dei cittadini (1914-1918), Roma, Carocci, 2013. 
Sabatucci G., I combattenti nel primo dopoguerra, Bari, Laterza, 1974. 
Salvante M., Italian disabled veterans between representation and experience. In Cooper N., McVeigh S., Men after war, New York, Routledge, 2013. 
Toja G., Giusti U., L’assistenza civile in Italia nei primi quattordici mesi di guerra, Barbera, Firenze, 1917.

 

Quale nuovo welfare?

Settimana dell’accoglienza: insieme per generare nuovo welfare, Palazzo Geremia, Sala di rappresentanza del Comune di Trento.
 
Interviene Gino Mazzoli presidente della fondazione De Marchi che discute una relazione sulla coesione sociale. Fin dall’inizio nella fondazione si è cercato di costruire un linguaggio che fuoriesca dai luoghi comuni secondo i quali i vulnerabili sono dei “vulnerati” ma che in realtà sono il 50% di cittadini che rischiano di entrare nella marginalità ed un altro 30% che non arriva a fine mese anche in province come queste che hanno un patrimonio economico consistente. Il problema non è solo economico, ma anche politico dove queste forme di “auto-esodamento” creano una nuova emergenza per la politica. Si possono qui accennare brevemente a 7 caratteristiche dei vulnerabili: sono persone che hanno delle proprietà (casa, lavoro e titolo di studio) che avevano acquistano in precedenza e che oggi non si possono più permettere (dimensione “bulimica”) e ciò significa che quando si da un sussidio ad un utente bisogna anche controllare come lo si spende; hanno poche reti sociali perché stanno “evaporando” le vecchie reti; il saldo di coesione sociale è 10 matrimoni contro 8 separazioni, mentre negli anni ’70 era più gestibile con gli “air bag” di vicinato; infine, provano vergogna a manifestare le proprie difficoltà che si sommano al bigottismo e al “perbenismo sociale”. In psichiatria aumentano i casi clinici anche se non sono patologie gravi ma che comunque segnano la famiglia d’origine. Cassintegrati e disoccupati sono un quarto della forza lavoro e, se sommiamo gli immigrati e i nuovi nati, c’è un altro 10% di persone in più. Che fare? Bisogna lavorare su un target specifico che non significa non occuparsi di tutti ma cercare degli utenti da chiamare in gioco come collaboratori prima che tutto il sistema crolli. Non c’è più il modello arcaico “agio-disagio-intervento” ma il tentativo di generare nuove risorse rivalutando la dimensione privata con il contributo di volontari e cittadini, es. a Reggio Emilia sono stati recuperati 1200 anziani fragili che non erano utenti né delle case protette né in carico a badanti. Pensare al fatto che un artigiano in pensione che svolge piccoli lavori di riparazione non sono delle “scuse” per risparmiare denaro ma per costruire delle nuove reti a costo “zero”. Anche gli operatori sono a rischio d’impoverimento e come tali si pongono a livello orizzontale cogli utenti per diventare partner del servizio sociale (scauting di risorse, brokeraggio sociale, attività di aggancio) non in ottica manipolatoria ma di progettazione. Il servizio sociale non è un problema residuale della società ma dell’intera collettività per costruire o decostruire l’appartenenza del cittadino alla propria comunità. Nel 2016 partiranno dei laboratori di progettazione “aperti” accompagnati dalla fondazione e finanziati a partire dai risultati che affrontano a nuove problematiche (“dire che abbiamo fatto un paio di braciate vicino al mare e che siamo tornati e non siamo morti”).
 
Interviene Armando Zappolini, presidente nazionale del Comitato nazionale delle comunità di accoglienza (CNCA), che discute una relazione sulla riforma del terzo settore. Oltre allo scambio culturale, il CNCA ha espresso alcune riflessioni di allarme sulla riforma del terzo settore che ritornerà a fine anno in Parlamento. Lo scenario previsto è quello di una frammentazione della visione politica che fa svanire la dimensione progettuale, es. in Toscana ci sono state molte ordinanze contro i questuanti ai fini di ordine pubblico. Si può contestare la visione repressiva di un sindaco locale ma, quando la classe politica appoggia apertamente tale modello, si viene a perdere anche l’integrità di tutti valori civili e sociali (“non basta ciò che si fa ma ciò che si è”). C’è un’apertura al profit che snatura il cuore di ciò che siamo e non è riconosciuta come visione politica, es. indurre le donne africane a comprare il latte in polvere. Occorre poi misurare il lavoro sociale dando un senso a questo mondo dove ci sono imprese mascherate da volontariato, cooperative mascherate di cooperazione e tutto di più (“verifiche dove controllore e controllato si cambiano la divisa”), perciò, non si può limitare la misurazione del lavoro sociale al marketing ed alla produzione perché ci sono dei valori morali che non si possono misurare (“ci sono situazioni di lacerazioni delle persone che non permettono più il “drug free”). Ci sono però anche degli aspetti positivi della legge (servizio civile universale, conversione dei beni sequestrati, otto per mille). Il nodo è estendere la ripartizione degli utili all’impresa sociale il che significa aggredire il cuore del welfare e la colpa è di molte cooperative dove il presidente e la compagine sociale non sono visibili al pubblico ed hanno creato un potere politico dove molte persone esiliate dalla politica o ex dirigenti di società del gioco diventano presidenti di cooperative, es. il caso del sottosegretario con delega ai monopoli. Che fare? Per ripartire bisogna rimettere in campo la parola “diritti”: finiamola di “uccidere” le politiche sociali e finiamola di pensare che la dignità delle persone si risolva coi soldi ma iniziamo a tutelare i diritti partendo della filiera dei servizi (continuità territoriale). Bisogna poi ripartire dalla partecipazione dei cittadini e difendere il valore della mutualità e della cooperazione, di cui oltre l’80% costituisce il CNCA, dove l’obiettivo non è solo il fatturato ma la garanzia della sicura provenienza dei finanziamenti (“siamo dei sognatori con un piede nel fango”).
 
Interviene Mauro Tommasini, coordinatore della rete CNCA, che discute la relazione conclusiva. C’è bisogno davvero di un nuovo welfare? Più che di una rivoluzione c’è bisogno di una “rivalutazione” di ciò che fa bene e ciò che non fa male. Gli scenari descritti danno una visione chiara e omogenea di ciò che c’è da fare perché oggi il sociale è la partita di tutti e non solo dell’attività politica degli assessorati (“parti sociali che invecchiano con gli utenti”) ed un quadro di sistema che per anni ha fatto cilecca: dal 2007 ad oggi i regolamenti attuativi delle comunità di valle sono stati sottovalutati, poi c’è la riforma sanitaria con il rischio di stare fermi altri 5-6 anni. Gli stati generali del welfare facevano presumere settimane intere di discussione mentre il documento sul terzo settore oggi si trova “chiuso nel cassetto”. Il tema centrale rimane l’accoglienza anche se la dimensione sociale non è così scontata (“Luigi Ciotti ha detto “togliamo una G” all’integrazione passando dall’integrazione all’ “interazione”: perché oggi la partita non è più per categorie ma per relazioni”). È paradossale che ci sia da una parte un bisogno di innovazione sociale ma d’altra parte, a livello nazionale, non si investe abbastanza: se vogliamo raccontare la complessità del nostro mondo, dobbiamo raccogliere la sfida già da domani creando dei momenti di formazione interna e restituendo all’esterno alcuni passaggi che emergono dalla settimana dell’accoglienza (“più che un welfare occorre un well-fare cioè fare qualcosa di concreto”). 
 
 Approfondimenti 
 

Politica dei servizi sociali

È nato prima lo Stato Sociale o l’assistente sociale? Considerando l’origine delle scuole di servizio sociale sembrerebbe che la progressione sia cominciata con un Ente istituzionale che ha posto delle premesse iniziali per poi dare agli enti privati la possibilità di organizzare l’offerta di servizi per la popolazione. In altri casi l’assistente sociale nasce prima dello Stato Sociale dopo o durante situazione di particolari gravità in seguito a emergenze di portata molto estesa quali, ad es., guerre, calamità naturali, catastrofi, etc. In ogni caso lo Stato Sociale nasce insieme allo Stato Liberale per porre un freno al proliferare delle diseguaglianze sociali a causa degli effetti perversi del libero mercato.

Occorre prima di tutto scoprire, secondo l’autore, come nasce il termine assistenza che in Italia, ad es., «entra con la trasformazione delle Congregazioni di Carità in Enti Comunali di Assistenza (…) ed ancora successivamente quelle di servizio sociale» (p. 41). La società pre-capitalista si caratterizza per una iniziale opera pubblica nell’Impero Romano quando adottò la religione ufficiale cristiana, poi in un graduale ritiro verso il privato (Chiesa ed ordini religiosi), per poi riaffiorare molti secoli dopo col consolidamento della situazione politica europea per poi scomparire di nuovo nei sistemi basati sul socialismo reale: uno Stato che si prefiggeva di eliminare drasticamente le disuguaglianze non aveva bisogno di un servizio di assistenza per categorie residuali della popolazione.

In Europa, sconvolta dalle guerre di religiose, si sviluppa la riforma del servizio sociale che precede quella confessionale allorquando l’ebreo convertito Jean Luis Vives ipotizzò l’utilizzo di “assessori municipali” al posto dei monaci o dei diaconi come intermediari istituzionali. I paesi riformati, infatti, furono i principali luoghi di sperimentazione di forme alternative all’assistenza sociale religiosa come successe, ad es., nei paesi anglosassoni tramite le “poor law” e in Germania tramite le assicurazioni sociali obbligatorie. Più tardi in America ed in Olanda all’inizio del ‘900 nacquero le prime scuole di servizio sociale su iniziativa privata per formare delle assistenti sociali da immettere nel libero mercato del lavoro.

Il sistema assicurativo italiano fu realizzato solo a partire dal Giolitti mentre durante il Fascismo gli oneri sociali furono assunti dagli industriali e dagli agrari, infatti era molto più redditizio per questi avere degli operai sani e robusti in salute per migliorare l’efficienza del lavoro in fabbrica: «il basso tenore di vita poteva essere allora la ragione principale per cui le condizioni di offerta del lavoro fossero tali da mantenere inferiore il livello dei salari» (p. 59). Avere dei grandi istituti previdenziali era conveniente allo Stato nella misura in cui questi servivano al finanziamento della guerra coloniale come accadde in Libia, in Africa Orientale e in Egitto fino alla catastrofe di El Alamein (cfr. L’I.N.P.S. per la colonizzazione della Libia, “L’assistenza sociale agricola”, 1939, 7-8, pp. 390-391).

In Italia, invece, si procedette alla realizzazione di uno Stato Sociale a “doppio binario” cioè di tipo assicurativo nell’industria dove lo Stato, il datore di lavoro e l’operaio contribuivano ciascuno per un terzo delle quote e di tipo mutualistico in agricoltura dove il datore prelevava anticipatamente una parte del salario del contadino per metterlo in un fondo da utilizzare esclusivamente nei casi di malattia. Allo Stato conveniva molto di più il sistema mutualistico, specialmente nel settore agricolo a causa della modestia dei salari e alle fluttuazioni del mercato, nella prospettiva di un’economia del futuro interamente basata sull’autarchia, cosa che l’Italia non riuscì a realizzare a causa della sconfitta del ’43 e dell’invasione degli eserciti stranieri che imposero la propria moneta come valuta sulla quale la lira avrebbe d’ora in avanti legato il proprio destino.

I paesi di coalizione anglosassoni, nel dopo guerra, ripresero quanto già fatto dal Fascismo: strumentalizzare lo Stato Sociale ai fini di ricerca del consenso elettorale, a tal proposito istituirono ente appositi quali l’UNRRA prima, e l’AAI dopo e predisposero un piano di finanziamenti “Piano Marshall” per condizionare il voto politico del 1948 e fermare l’avanzata del comunismo che nelle elezioni amministrative del 1946 aveva registrato un clamoroso successo. L’attività delle assistenti sociali, educate secondo la dottrina anglosassone (case work, group work e community work), fu determinante per raggiungere tale risultato, molto più di quanto fecero i deputati dell’Assemblea Costituente che prepararono una Carta basata essenzialmente su valori già presenti nel precedente Ordinamento Giuridico Italiano.

Persino al Convegno di Tremezzo ci fu chi gridò al “complotto” organizzato per sottrarre lo Stato Sociale presso un unico ministero di area progressista, riprendendo quanto era già stato realizzato in Inghilterra nel 1942 riunificando tutte le competenze sociali e sanitarie sotto la regia del Ministero della Sanità inglese. Si trattava di un’iniziativa molto coraggiosa a fronte degli ingenti danni subiti a causa dei raid aerei nemici ma resa necessaria per sottrarre la ricerca del consenso sia dal controllo della Chiesa Anglicana sia dagli emergenti movimenti d’ispirazione comunista: di fronte alla contrapposizione del mondo in due blocchi, la Gran Bretagna fu sempre e solo la ruota di scorta d’America.

Un seppur timido tentativo di riunificare l’assistenza socio-sanitaria in Italia fu fatto nel 1978 con la Legge 833 che però non sortì gli effetti sperati sia perchè subordinò in maniera irreparabile il ruolo dell’assistente sociale a quello del medico, sia perchè il Distretto e la Regione divennero luoghi autoreferenziali della classe politica per produrre consenso. Il fallimento del sistema clientelare e lo spreco di denaro pubblico resero necessaria una riforma nei primi anni ’90 che trasformò le Unità sanitarie Locali in aziende. La fine del mondo in due blocchi ha poi sancito il trionfo dell’assistente sociale inteso come prodotto del sistema capitalistico, finalizzato cioè a soddisfare la domanda di servizi solo di una categoria residuale della popolazione.

Bibliografia
Ferrario P., Politica dei servizi sociali. Strutture, trasformazioni, legislazione, Carocci, Roma, 2001, ISBN: 88-7466-020-0.

Che fare? Gli operatori sociali dentro la crisi

Convegno promosso da il Centro territoriale Mammuth, Gli Asini e Lo Straniero, Convento San Domenico Maggiore, Napoli.
 
Si è svolto venerdì 10 maggio 2013 alle ore 15:00 a Napoli presso il Convento San Domenico Maggiore, Sala dei dipinti del Rosario, un convegno sugli operatori sociali in epoca di crisi che si rende particolarmente necessario dopo che molti si sono interrogati sul mutamento sociale che investono le politiche sociali del cosiddetto welfare mix. La democrazia, in particolare, da sempre basata sulla logica del contratto sociale, funziona ormai in base a logiche di consumo, derivate da quelle del mercato che, d’altra parte, si sta progressivamente sostituendo al posto che in passato apparteneva allo Stato. Negli ultimi 30 anni, ad es., si è verificata una scissione tra cittadinanza politica, che grosso modo ha continuato ad essere tutelata in varie forme, e tra cittadinanza sociale che a tutt’oggi risulta carente nella definizione dei Livelli essenziali di assistenza. Ci sono stati in questi anni tre derive anti-welfare: a) criminogena: aumento di microcriminalità con la conseguenza del sovraffollamento delle carceri, specialmente stranieri e tossicodipendenti, trasformando i temi di ordine sociale in ordine pubblico (65000 detenuti nel 2011 per una spesa complessiva di oltre due miliardi di euro l’anno); b) concertazione pubblico-privato: ciò che era tutto pubblico, sta diventando tutto privato con il progressivo allontanamento di spazi del mercato e di ri-mercificazione; c) auto-sfruttamento: passaggio dalle politica di diritto a quelle sul bisogno, es. baby care. Il terzo settore non solo ha inventato nuovi servizi ma nuovi modi di fare servizio oltre a svolgere un’attività di “pungolo” verso le istituzioni, d’altro canto però il terzo settore subisce alcuni pregiudizi come ad es. quello di essere un appaltatore del pubblico e, quindi, dipendente dal sistema fiscale italiano. Chi sta al Sud Italia, inoltre, sta peggio degli altri perché si vede chiudere una serie di servizi e di progetti che rispetto al Nord godono di maggiori finanziamenti anche se la crisi colpisce tutti coloro che lavorano nel terzo settore. Da una parte ciò che si vede non solo è la spoliazione dei diritti o la perdita del posto di lavoro, ma anche la perdita di taluni valori che coinvolgono la vita e le motivazioni degli operatori, così come una vera e propria dilapidazione del patrimonio sociale (cartolarizzazione e svendita degli immobili) tale che molte organizzazioni che hanno fatto la storia dell’assistenza sociale, si vedono costretti a “chiudere battenti”. Se è vero che sono venute meno le risorse, è anche vero che sono aumentate le occasioni di “diseconomia”, es. il problema delle file di attesa che favorisce forme di opportunismo e di mercato nero. Ma mentre ci sono persone che si defilano, d’altra parte ci sono sempre più persone che entrano nel welfare da utenti di servizi ma che non ne escono più perché nessuno crede più all’autonomia di questi. Si pensi al caso del diritto mancato dei disabili che non è solo un “mio” diritto ma un diritto “dialogante” cioè un rapporto giuridico che intercorre tra le istituzioni e i più deboli e che passa necessariamente attraverso il volontariato, fondamentale “collante” fra le istanze provenienti da parti diverse e che per loro natura sono molto distanti le une dalle altre. Negli ultimi anni il terzo settore ha cercato di specializzarsi creando però al contempo una grande frammentazione nel mondo dei servizi anche perché tali specializzazioni non sono state sempre regolate da un efficace meccanismo formativo, creando forti sperequazioni tra le professioni ed il terzo settore. In questa crisi quali sono le strade che gli operatori sociali devono percorrere? In tempi recenti si stanno sperimentando nuove politiche di mutualismo che rendono possibile la convivenza tra giovani e donne disabili che desiderano vivere insieme, ma lontani dall’ambiente familiare, in risposta ai propri bisogni di socializzazione (housing sociale), naturalmente sostenuti da una rete sociale strutturata (vicinato e quartiere). Per coloro che, invece, non vogliono rimanere “soffocati” nel caos metropolitano, stanno emergendo nuove forme di intervento del terzo settore nei riguardi dell’apicultura sociale e dell’agriturismo laddove i proprietari terrieri accolgono dei disabili nel proprio personale, tutelati dalla legge sul collocamento obbligatorio, che possono garantire la propria presenza anche solo per brevi periodi di tempo (lavoro stagionale). Il mutualismo sta entrando anche nella sanità, ad es. tramite l’apertura di ambulatori privati e gratuiti per i meno abbienti oppure nell’assistenza previdenziale ai senza fissa dimora, rispetto a molte persone che stanno dormendo in macchina perché si ritrovano fuori casa essendo stati sfrattati o sfruttati. Il mutualismo, infine, è presente anche nel settore penitenziario nell’ambito delle misure alternative alla detenzione e con l’inserimento lavorativo dei liberati dal carcere.
 

Servizio sociale e democrazia

Recensione su Certomà G., Guido Calogero e Maria Comandini Il servizio sociale in una democrazia moderna, Sensibili alle foglie, Dogliani (CN), 2005, ISBN 88-86323-42-5.

Il saggio di Giuseppe Certomà raccoglie un’antologia di scritti di Guido Calogero e Maria Comandini pubblicati tra il 1946 e il 1961. A Guido Calogero si deve senz’altro il merito di essere stato un “intellettuale” del servizio sociale “aperto alle grandi esigenze del passato e del presente dell’umanità” (p. 12), dirigendo e insegnando nella scuola da lui fondata: «istruire è condurre gli uomini al dominio tecnico delle cose, educare è condurre gli uomini al gusto etico delle cose» (p. 12).
Per Maria Comandini l’assistenza sociale non deve essere concepita come “semplice balsamo diffuso sul corpo dolente della società” ma deve essere un diritto e un dovere riconosciuto per legge: un diritto socialmente riconosciuto e un dovere ad aiutare gli altri ad aiutarsi da sé (pp. 13-14). L’assistente sociale dovrà essere filosoficamente orientato circa i problemi essenziali della morale e della società di una data cultura e tecnicamente allenato per cercare di cambiarla (p. 14). Questa rivoluzione non è “apolitica” ma è “apartitica” (p. 14); c’è quindi un ruolo tecnico che si riconosce nell’aiutare e ascoltare gli altri e un ruolo politico “affinché gli uomini possano diventare liberi, uguali e autonomi” (p. 14).

Lo scopo del lavoro di gruppo è di collaborare alla formazione di una comunità democratica di modo che “il debole messo alla pari coi forti produca assai di più sia per il gruppo che per la comunità” (p. 18). Secondo Maria Comandini il servizio sociale si compone di tre principi fondamentali: tecnica, etica e gioia. L’assistente sociale deve conoscere la tecnica: “Le tecniche (psicologia, sociologia, antropologia) ci diranno il come e il quando del nostro intervento ma la scelta dei problemi e le loro soluzioni dipendono dalla nostra scelta morale” (p. 18). L’assistente sociale deve conoscere l’etica che “viene prima della tecnica intesa come senso dell’altro, della consapevolezza dell’altro come di uno pari a noi e ad ogni altro” (p. 19). L’assistente sociale deve conoscere l’arte di saper sdrammatizzare: “L’assistente sociale, essendo uno spirito gettato verso gli altri e dimentico di sé, deve essere uno spirito fortemente gioioso perché solo chi ha in sé una profonda gioia sa poi sopportare i dolori della gente. Quindi l’assistente sociale deve avere serenità, pazienza e sicurezza di sé per poter sopportare il suo dolore in maniera tale da non potersene liberare senza anzitutto liberare gli altri dalla loro sofferenza” (p. 21).

Nel capitolo “Necessità di una cultura storico-umanistica per la formazione dell’assistente sociale in Italia: problemi di democrazia e di collaborazione civica” Maria Comandini introduce il modello Anglosassone del servizio sociale (pp. 54-55):

«Ecco il lavoro per l’instaurazione della comunità, che è uno dei temi più importanti del social work come l’intendono gli Anglosassoni. Sviluppare questo spirito, far sentire la necessità dell’unione e della discussione, far sentire che se ci si mette d’accordo per non sporcare una strada o per migliorare un servizio sarà tanto di guadagnato per tutti, insegnare a poco a poco a godere del lavoro comune, a non essere tetri col cliente che arriva al banco o col viaggiatore che compra il biglietto, inventare la gioia dello .sforzo comune capendo che in conclusione è meglio vedersi attorno visi allegri che musi tristi. Anche il problema della “collaborazione civica” particolarmente sottolineato dal M.C.C. (Movimento di Collaborazione Civica) o dei C.O.S. (Centri di Orientamento Sociale) iniziati da A. Capitini a Perugia può rientrare qui: è il problema di stabilire il nesso di discussione tra pubblico e autorità, rompendo ancora una volta il muro tra il basso e l’alto. E così, parallelamente, quello che gli Anglosassoni chiamano il group work, la creazione dello spirito di gruppo, ha lo scopo di determinare coesioni di volontà, non tanto per la soluzione di problemi amministrativo-politici, quanto per la formazione di gruppi di altra natura: ricreativi, sportivi, culturali, ecc. Si pensi ai club, al ricco tessuto associativo delle civiltà più evolute, e si paragoni ciò con la vita di una città o di un villaggio del mezzogiorno italiano: sì e no ci sarà, laggiù, il “circolo dei civili”, cioè dei signorotti benestanti; tutti gli altri saranno isolati, non sapranno organizzare i loro ozi, e al massimo si ubriacheranno all’osteria. Non è vero che il dolore e la sofferenza nobilitino l’uomo. I grandi spiriti caritatevoli, gli spiriti gettati verso gli altri e dimentichi di sé, sono sempre spiriti fortemente gioiosi: e solo chi ha in sé questa profonda gioia sa poi sopportare i dolori. Ma per ciò uno dei problemi fondamentali della convivenza è quello di creare uomini e donne che non abbiano, adulti, il senso di non essere stati giovani. A questa creazione di vita di gruppi (sport, dopolavori, scout, ecc. ecc.) si accompagna poi, nel lavoro dell’assistente sociale, il case work: la cura del caso individuale, il ricollegamento con la comunità, col lavoro, coll’armonia collettiva della vita del singolo che non riesce ad ingranarsi. Qui il social work confina sempre più con la casistica medica e psicologica. Si postula con ciò, utopisticamente, il perfetto assistente sociale? No, perché anch’esso avrà solo una funzione integratrice, e che dovrà a sua volta essere integrata: ma non v’è dubbio che un simile assistente sociale, capace di sentire questi profondi problemi della convivenza e di aiutare i singoli a gettare i ponti tra loro stessi, non può essere un semplice funzionario, dev’essere una specie di missionario civile moderno, e quindi la sua preparazione va adeguata a ciò. Dovrà conoscere molte cose particolari: legislazione sociale, assistenziale, previdenza, leggi dell’industria, psicologia del lavoro, magari psicotecnica, magari un po’ di psicanalisi, oltre che economia domestica, pronto soccorso, battere a macchina, magari guidare automobili, – ma, soprattutto, dovrà avere un solido fondamento di preparazione umanistico-civico-politica. Dovrà essere filosoficamente orientato circa i problemi essenziali della morale e della società. Insieme, dovrà conoscere la storia della civiltà in cui lavora; saper bene com’è nata, e quali sono le sue possibili linee di sviluppo; trarre dalla solida esperienza del passato la calma virtù preparatrice dell’avvenire. E, soprattutto, avere mente scevra di qualsiasi fanatismo. Chi è chiamato a svegliare la fiducia degli uomini nel loro destino dovrà veramente avere fiducia in essi: e questo significa spirito di ascolto, curiosità perenne, mai esser convinti di aver ragione fin da principio. Ma tutto questo vuol dire alto livello di preparazione generale: e pienamente corrisponde a quanto circa la preparazione degli assistenti sociali si è venuto sempre meglio chiarendo in Inghilterra, negli Stati Uniti d’America, in Svizzera, cioè nei paesi in cui è maggiormente sviluppato il social work in senso specifico (circa la preparazione degli assistenti sociali nell’U.R.S.S., che pure ha compiuto in questo campo una grande opera, non sono riuscita ancora ad avere elementi)».

Nel capitolo “Per la formazione di quadri assistenti sociali” Guido Calogero introduce alle motivazioni che lo hanno spinto a fondare il Cepas (pp. 62-63):

«La prima origine del Centro di Educazione Professionale per Assistenti Sociali è dovuta ad un progetto presentato da me al Ministro Sereni nel settembre scorso, prima del Convegno di Tremezzo. Questo progetto, che fu discusso e successivamente accettato, ha portato ad un accordo affinché il Centro potesse venire effettivamente istituito. A Milano era già stato istituito, tempo fa, un consorzio di Enti, tra cui l’I.N.A.I.L., I’I.N.P.S., l’I.N.A.; tale Consorzio aveva già promosso a Milano la Scuola Nazionale per assistenti sociali del lavoro, e pensava di costituirne un’altra a Roma ma limitatamente alla formazione di assistenti sociali del lavoro m senso stretto. Si è allora addivenuti a con il Ministero dell’Assistenza Post-bellica, nel senso che il predetto Consorzio si è trasformato in una “Unione Nazionale per le Scuole di Assistenza Sociale” e ha rinunciato a costituire una propria scuola a Roma, accettando invece come propria quella già pro-gettata dal Ministero. Questo, da parte sua, si è impegnato a finanziarla, conservandole, il nome di “Centro di Educazione Professionale per Assistenti Sociali”».

Nel capitolo “Compiti e preparazione dell’assistente sociale” Guido Calogero ipotizza un confronto tra modello italiano e quello Anglosassone (p. 69):

«All’assistente sociale che agisce negli uffici e nelle fabbriche, e che è sempre esposto al pericolo di decadere a funzionario burocratico, deve con ciò accompagnarsi l’assistente sociale che opera, per così dire, tra gli uomini della strada, per insegnar loro che cosa si può fare da sé, senza attendere eternamente l’intervento del Comune o la provvidenza del Governo. Questa è la radice di quel “lavoro di gruppo”, di quella “creazione dello spirito di comunità”, verso cui l’attività dell’assistente sociale si è sempre maggiormente orientata nei paesi anglosassoni, in cui essa ha avuto finora maggiore sviluppo. E anche l’assistenza ai casi individuali (che per un paese come il nostro serba tuttavia ancora un certo carattere di eccezione, e per così dire di lusso, giacché prima di poter disporre di assistenti sociali per i casi individuali, bisognerà che sia portata sufficientemente innanzi l’attività rivolta al lavoro di gruppo e di comunità) resta sempre dominata da questo stesso fondamentale spirito di inserzione dell’individuo nel suo ambiente sociale attraverso un migliore riconoscimento ed eccitamento delle capacità proprie dello stesso individuo, e non soltanto attraverso un aiuto che gli provenga dall’alto. Il migliore assistente sociale, come è stato ben detto, è colui che sa condurre gli altri a non avere bisogno di assistenti sociali».

Nel capitolo “Relazione sul primo anno di attività del Cepas” Guido Calogero tratta di alcuni problemi del diploma di servizio sociale (pp. 76-77):

«Il problema più importante, a mio parere, è quello dell’assorbimento professionale degli assistenti che escono dalle nostre scuole, e per il quale ciascuno di noi non deve preoccuparsi tanto di assicurare con mezzi empirici la sistemazione del maggior numero possibile degli allievi propri, quanto piuttosto di prospettare una opera comune che facendo spazio all’attività dei lavoratori sociali nel quadro di una nuova sistemazione dell’assistenza in tutto il Paese, risolva il problema in modo radicale. Noi organizzammo l’anno scorso, in vista della ripresa del flusso migratorio, un corso collaterale di emergenza per assistenti all’emigrazione, convinti che le capacità di coloro che ne uscivano diplomati sarebbero state presto utilizzate: confessiamo di essere rimasti delusi in questo, e pensiamo che il problema non sarà mai risolto, né per loro né per tutti quelli che usciranno così da questa come dalle altre scuole, se una nuova legislazione generale dell’assistenza non prevederà il numero degli assistenti sociali che dovranno essere assunti sia dagli uffici pubblici, in funzione della loro rinnovata struttura, sia dalle fabbriche private in proporzione della quantità dei loro operai, sia da ogni altra organizzazione che possa esser fatta rientrare in questo quadro: numero di assistenti sociali che dovrà essere molte decine di volte maggiore di quello impiegato presentemente, se vogliamo che l’Italia non resti troppo lontana, anche in questo campo, dalle nazioni più civili del mondo contemporaneo».

Nel capitolo “Protezione sociale e servizio sociale” Guido Calogero precisa il ruolo del servizio sociale in un mondo diviso tra due blocchi ideologici (p. 79):

«Ed è anzi possibile concepire, in questo senso, il servizio sociale come forma di attività democratica che si affianca alle altre con una fisionomia propria, distinguendosi dall’attività specificamente politica e dall’attività sindacale non meno di quanto ciascuna di queste due ultime si differenzi dall’altra. D’altronde, impostando il problema in questi termini, l’accento può essere variamente posto sul tema della protezione e su quello del servizio a seconda che chi tende a risolverlo sì orienti piuttosto secondo un ideale liberale, di incitamento delle energie individuali, o secondo un ideale collettivistico, di assicurazione più o meno egualitaria delle possibilità dì ognuno. Chi sente soprattutto quest’ultima esigenza può esser condotto a dare assai minore importanza al servizio sociale come opera di individui, caratterizzata da un continuo spirito dì novità o in un certo senso di avventura; che si orienta secondo l’ideale opposto può viceversa vedere in un troppo vasto estendersi della protezione sociale una sorta di addormentamento delle facoltà reattive dell’individuo, di fronte ai rischi e alle incertezze della vita».

Nel capitolo “Assistenti sociali” Guido Calogero parla ancora del modello Anglosassone (pp. 80-81):

«Nella tradizione inglese e americana (che è finora quella di gran lunga più ricca in questo campo) “il lavoro sociale”, cioè l’opera degli assistenti sociali, si suol perciò suddividere in tre grandi sezioni, il case work, il group work e la community organization: ossia il lavoro diretto a risolvere casi individuali di disadattamento sociale, quello che si riferisce ad esigenze di gruppi e quindi già implicante un problema di collettiva riunione di sforzi a fini determinati, e infine quello che più propriamente mira alla organizzazione di “centri di comunità” (community centers) comunali o rionali articolati in tutte le forme di vita collettiva, ricreativa, di discussione cd educazione democratica, ecc.) che essi possono comportare. Tutta questa attività presuppone naturalmente, nell’ambiente Anglosassone, la larghissima fioritura, ivi esistente, di associazioni volontarie a carattere assistenziale e il gran numero di circoli giovanili, di club per adulti, di centri di comunitari istituiti. Si spiega così come per es. soltanto negli Stati Uniti vi siano oltre quaranta Schools of social work (con questo nome, o con nome affine), cioè scuole di livello universitario, per lo più aggregate alle grandi università, per la formazione degli assistenti sociali (di ambo i sessi, mentre in un primo tempo la professione era riservata solo alle donne. come ancora è in alcuni paesi europei)».

Nel capitolo “L’assistenza sociale e la scuola” Maria Comandini propone la specializzazione dell’insegnamento (pp. 85-86):

«La preparazione del maestro – come viene fatta oggi in Italia – prepara un individuo a istruire un bambino e a riflettere, al più, sugli espedienti più adatti a conseguire questo scopo. Che il bambino sia membro di una società e di un nucleo familiare, che partecipi di un ambiente economico e sociale, che sia un problema sempre aperto dal punto di vista fisico, psicologico, psichico, soprattutto che debba essere il costruttore della società di domani, tutto questo in concreto, come sollecitazione della capacità di cogliere i diversi aspetti della vita e di materiarne l’insegnamento e di saperli organizzare, non pesa sulla preparazione del maestro. Vorremmo dire con ciò che gli insegnanti dovranno essere degli assistenti sociali specializzati in quel ramo dell’assistenza che concerne l’educazione infantile e giovanile? Se non ancora questo, intendiamo però indicare a quali compiti devono essere avviati e quindi preparati gli insegnanti. Basta analizzare un momento quella che è la situazione in cui viene a trovarsi un maestro rurale in un piccolo villaggio assai lontano – non solo per distanza fisica – dal luogo e dall’ambiente in cui l’insegnante si è formato. E utile che l’insegnante conosca la tecnica del suo mestiere, che egli dell’ambiente del suo lavoro conosca la struttura economica e la costituzione sociale il perché dei costumi, delle aspirazioni e dell’indifferenza, e le difficoltà del suo insegnamento e del suo stesso vivere riporti continuamente a quel più vasto e articolato mondo di conoscenze e di esperienze».

Nel capitolo “Il cittadino indifeso e l’assistenza” Maria Comandini spiega la differenza tra aiuto e controllo (pp. 89-90):

«Quando l’organizzazione dei servizi assistenziali è incomprensibile all’individuo, essa gli si presenta non già come un insieme di servizi, ma come un complesso di provvidenze a lui estranee, misteriosa, di cui non intende i meccanismi; qualcosa di cui egli resta sempre al di qua o al di là. Non è un servizio “suo” al quale, proprio in quanto è “suo”, egli deve collaborare perché risponde a un “suo” diritto, a una “sua” esigenza sociale, riconosciuta, in quanto tale, legittima da tutti. Ecco, allora la necessità di spiegare al cittadino indifeso (perché ignorante) perché deve stare davanti a quello sportello, riempire quei moduli, dare quelle informazioni; che cosa tutto questo significa e perché “lui stesso” deve pretendere che venga fatto e fatto in quel modo. “Aiutare ad aiutarsi da sé” (…) “Se manca la effettiva conoscenza fra i componenti (di una società) e, peggio, se manca la fiducia, allora la società è inficiata, disgregata” (…) Son due sentenze che si equivalgono e si integrano a vicenda. E in faccia alle quali l’assistente sociale o il funzionario e l’impiegato che tirano via a riempire moduli (per il “cliente”) cabalistici o (ma questo è un caso estremo anche se non del tutto infrequente) si mettono lì, come piccoli semidei che possiedono le chiavi di accadimenti incomprensibili sotto gli occhi spaventati, imploranti e riconoscenti del povero diavolo, sono non già dei funzionari addetti alla comunità, ma dei nemici della comunità».

Nel capitolo “Inconvenienti del lavoro di gruppo” Maria Comandini introduce al servizio sociale di gruppo (p. 104):

«II servizio sociale di gruppo opera con metodi che aiutano gli uomini a costruire non una società anarchica, né una società gerarchica, ma una loro comunità funzionante. In questo senso, anche le strutture gerarchiche e la collocazione delle competenze potranno essere capite e usate: tutti per esempio ci auguriamo che si studino minutamente e si approntino anche in Italia quelle organizzazioni per gli interventi di emergenza la cui presenza avrebbe certo risparmiato molti degli innumerevoli guai seguiti alle inondazioni del Nord e del Sud. Una persona che abbia esperienza della vita di gruppo, sa anche che in particolari circostanze è necessario prendere delle decisioni rapide: egli non si meraviglierà per nulla che una organizzazione con quei fini sia una organizzazione rigidamente gerarchica; sarà invece ben lieto, nel momento della emergenza, di mettersi ai suoi ordini».

Nel capitolo “Presupposti socio-culturali del groupwork, sue finalità e relazioni con gli altri insegnamenti e gli altri metodi di servizio sociale” Maria Comandini propone un confronto tra il modello italiano e quello Anglosassone (pp. 117-118):

«In Italia la professione, possiamo ben dire, è nata nelle scuole. Un quarto di secolo di dittatura, la mancanza di aggiornamento nel campo della psicologia e della sociologia, istituzioni assistenziali antichissime, mastodontiche istituzioni costruite dall’alto hanno gravemente ostacolato la formazione di una situazione assistenziale che favorisse, com’era accaduto negli Stati Uniti e in Inghilterra, la formazione di un personale che, pur senza preparazione scolastica, fosse portatore di certi principi e sperimentatore di certi metodi. La cultura americana in questo settore, attraverso l’opera delle organizzazioni culturali statunitensi e internazionali, le traduzioni di libri, gli scambi culturali ha senza dubbio influito sulla formazione dei programmi e sull’organizzazione delle nostre scuole più di quanto abbia fatto la cultura inglese; e, soprattutto, ha influito, assai più sulle scuole che non sulle strutture assistenziali. E ovviamente: le scuole erano lì in nascita, e le strutture assistenziali viceversa erano di età adulta se non decrepite, oppure, vuote di significato, in disfacimento. Una scuola che risponda negli Stati Uniti alle richieste della società americana e della cultura americana, ha dato la sua impronta alle scuole italiane e, attraverso le scuole, all’orientamento della professione e, solo in via mediale e scarsamente, dei servizi sociali».

Nel capitolo “L’insegnamento del lavoro di gruppo di una università statunitense” Maria Comandini descrive una lezione alla scuola di servizio sociale di Berkeley (p. 132):

Il corso base che tutti gli allievi, indipendentemente dalla loro specializzazione, debbono seguire è intitolato: “Crescita, cambiamento dell’individuo” (Growth and Change of the individual: due lezioni, cioè quattro ore settimanali per due semestri, 125 ore circa): di esso è responsabile un docente di servizio sociale, ed esecutori quattro altri docenti (un fisiologo, uno psicologo, uno psichiatra, un sociologo) ai quali spetta il compito di illustrare agli studenti fatti, teorie e problemi fondamentali nello sviluppo fisiologico, psicologico e sociale dell’individuo, con speciale riferimento all’adattamento e allo stress. La classe, molto numerosa, ascolta lezioni informative, discute in sede di sottogruppi, partecipa alla tavola rotonda con cui si conclude il semestre: sotto la presidenza del docente responsabile gli allievi interrogano i docenti del corso: di lì a pochissimi giorni, o forse l’indomani, dovranno fare l’esame scritto: le domande sono, quindi, precise e interessate (per i seminari, gli allievi, circa 80, venivano divisi in 4 gruppi di discussione secondo l’ordine alfabetico: ogni gruppo era guidato da un docente).

Nel capitolo “Principi e tecniche della discussione” Maria Comandini descrive le competenze educative dell’assistente sociale (p. 169):

«Integrazione significa tutto quel processo di scambio reale e profondo, per cui ogni decisione comune è una decisione reale, la somma di decisioni consapevoli, una decisione piena di tutte le partecipazioni consapevoli. In questo senso non è già l’unanimità che indica l’optimum, perché una decisione unanime può essere più vuota di una decisione presa non all’unanimità ma con la collaborazione e la dissidenza impegnata di tutti: o addirittura più vuota di una discussione che non riesca a concludersi con una delibera o un’opinione comune, ma in cui lo spirito della ricerca comune e della discussione si sia alimentato della maturazione di tutti. Così il compito di un buon responsabile di discussione è che le decisioni comuni siano il più possibile frutto di quello stesso processo di integrazione che deriva dalla saturazione del senso sociale dei partecipanti e che non lascia margine agli esclusi e agli escludentisi, ma include, anzi, anche i dissidenti. La maieutica la tecnica socratica di estrarre da ogni altra discussione l’opinione su ciò di cui si parla, resta dunque la tecnica più valida per tutti i tipi di discussione».

Nel capitolo “Assistenza e tolleranza” Guido Calogero introduce alla filosofia del dialogo (pp. 172-173):

«Ogni educazione è naturalmente assiologica e normativa, e quindi presuppone una scelta di valori, cioè una filosofia morale, condizionante tutto il resto (giacche solo la filosofia morale è in grado di giustificare le eventuali filosofie teoretiche e le logiche e le metafisiche e le religioni, e non viceversa). Di conseguenza, come non basta l’empirismo, non basta neppure l’agnosticismo, il quale è una specie di filosofia dello struzzo, che caccia il capo sotto la sabbia per non vedere il problema. Ma di quale filosofia, d’altra parte, dovrà trattarsi, per evitare di cadere nell’opposta difficoltà, cioè quella dell’unilaterale indottrinamento ideologico dell’educando? È evidente che, se si tratterà soltanto di una filosofia cattolica (o anche, più raffinatamente tomistico-maritainiana come quella di monsignore De Menasce), essa potrà ben preparare l’assistente sociale al suo lavoro con i cattolici, ma lo predisporrà meno favorevolmente al contatto con individui di ogni diversa religione. Allo stesso modo, un assistente sociale formato su base marxistica funzionerà bene con comunisti e sovietici (ammesso, tra parentesi, che tutti i sovietici siano comunisti e marxisti, cosa che non credo affatto), ma si troverà male con laburisti e socialdemocratici, non foss’altro perché li guarderà dall’alto in basso, che è il solo peccato capitale dell’uomo. Un assistente sociale educato sulla base della religiosità musulmana opererà male con induisti, e così un induista di fronte a musulmani. E via dicendo. Si obietterà: come si può avere una filosofia che non sia appunto una filosofia, una religione che non sia appunto una religione? Ma il problema fondamentale di chi, nel mondo contemporaneo, senta il bisogno di avere una filosofia o una religione, è proprio questo: trovare una filosofia che non sia soltanto una filosofia, credere in una religione che non sia soltanto una religione. E questa allora non può essere se non la filosofia della coesistenza delle filosofie, la religione della coesistenza delle religioni. Cioè la filosofia del dialogo, o comunque si voglia chiamarla (laicismo, secolarismo, religione della libertà, dottrina della tolleranza religiosa, teoria della libertà di coscienza, filosofia della coesistenza o della compresenza, ecc.): la quale ha abbastanza rappresentanti in tutto il mondo, e non solo da oggi ma da secoli, perché si debba temere che appartenga in proprio a qualcuno. Vieta d’altronde, questa filosofia della coesistenza delle filosofie, che ciascuno abbia poi, in proprio, la sua filosofia e la sua religione? Lo vieta tanto poco, che anzi il suo ideale, e il suo compito, è proprio quello di assicurarne la libertà, e anzi il pari diritto rispetto all’analogo diritto di ogni altro. La filosofia del dialogo non impedirà mai all’assistente sociale cattolico di essere cattolico, né al musulmano di essere musulmano, né al marxista di essere marxista. Gli dirà solo di dimenticare o anche soltanto di mettere tacitamente da parte quanto nella sua propria filosofia risulti incompatibile con le tesi fondamentali della filosofia della coesistenza delle filosofie».

Conclusioni e valutazione

Guido Calogero nasce a Roma nel 1904 e dal 1921 al 1925 studia alla Sapienza laureandosi in filosofia con una tesi su “I fondamenti della logica aristotelica”. Fu allievo di Ugo Spirito a cui successe alla cattedra di filosofia. Durante il Fascismo insegnò all’Istituto di Firenze e divenne ordinario a Pisa (nel 1931 giurò fedeltà al fascismo). Nel 1942 fu tra i fondatori del Partito d’Azione poi scioltosi nel ’47. Nel 1946 fonda il Centro di educazione professionale per assistenti sociali (Cepas) con lo scopo di “dare importanza a quelle materie di carattere storico-sociale e filosofico-sociale” (p. 12). Nel 1948 partecipa alla redazione della voce “Assistenti sociali” nell’Enciclopedia italiana frutto dello studio dei classici americani del servizio sociale (Gordon Hamilton). Dal 1949 al 1956 viaggia in America e iscrive la moglie all’università di Berkeley presso la School of Social Welfare dove apprende i principi del servizio sociale anglosassone (groupwork e community work). Dopo l’esperienza americana diresse l’Istituto italiano di cultura a Londra. Durante il suo soggiorno all’estero sorsero dei dissidi in seno al Cepas: l’Unsas, cui la scuola era associata, tentò di assumere la proprietà della biblioteca e l’uso dei locali. Per uscire dall’impasse si decise di trasformare il Cepas in Associazione. Nel 1961 intervenne al convengo di Fregene con una relazione su “Comunicazione sull’insegnamento di morale, religione e filosofia”. Dal punto di vista filosofico aderisce alla corrente dialettica e rifiuta il personalismo di Maritain. Dal punto di vista politico è uno dei tanti (Giorgio Napolitano, Dario Fo, Pietro Ingrao) che dal Fascismo passarono sul “carro dei vincitori”. Nel 1955 insieme a Marco Pannella fonda il Partito Radicale uscendone nel 1966 per aderire al PSI. Fu autore fecondo (scrisse articoli su varie riviste e persino nel n. 2-3 del 1939 su “Civiltà Moderna: Rassegna bimestrale di critica storica, letteraria, filosofica” diretta da Ernesto Codignola firmatario del “Manifesto degli intellettuali fascisti”) e non da ultimo si dedicò al servizio sociale. In Maria Comandini c’è sicuramente l’ombra di chi nel 1944 scrisse “L’abbiccì della democrazia” in cui si poneva il problema dell’educazione politica dei cittadini ma c’è anche l’abbaglio di una società americana che l’aveva impressionata molto, almeno durante il soggiorno a Berkley, tanto da spingerla a “travasare” il modello Anglosassone in Italia: aggregato e lavoro di equipe, serialità dell’azione, fusione di gruppo, rapporto duale-gruppale, legame di appartenenza, campo di gruppo, principi e regole della discussione, educazione sono solo alcuni dei termini che ricorrono spesso nei suoi scritti. Non c’è solo il bisogno di rifondare la società che, dopo due guerre mondiali, appariva frammentata ma c’è il desiderio di creare l’uomo nuovo di bruniana memoria, una società ideale in cui non ci fosse più povertà e problemi. Da qui anche i timori e i pregiudizi per il modello italiano visto come condizionato dalla burocrazia e dai grandi enti di assistenza dell’epoca (Inps, Inail, Inam). Purtroppo però una rivoluzione del genere non si sarebbe mai potuta realizzare senza cambiare anche le strutture sociali esistenti (Stato, Mercato, Chiesa, Famiglia) perciò il servizio sociale italiano è rimasto tutt’oggi un modello residuale in un paese capitalista che produce diseguaglianze senza la possibilità per alcuno di poter fare a meno dei servizi.

Coerenza tra titolo e contenuti: ottimo
Organizzazione del testo: sufficiente (periodi troppo lunghi con frequenti termini tecnici non immediatamente accessibili a tutti)
Accuratezza dei dati: buono
Tesi dell’autore e sue dimostrazioni (suggerimenti, conclusioni, obiettivi, esposizione): buono
Originalità dei contenuti: scarso (punto di vista dell’autore troppo sbilanciato verso il modello Anglosassone)
Leggibilità-accessibilità (illustrazioni, grafici, impostazione paragrafi-capitoli): scarso (i capitoli non seguono un ordine logico plausibile)
Tempestività della pubblicazione (in relazione alla conoscenza attuale): il libro esce a distanza di tempo di tre anni dal convegno a Palazzo Baldassarri in Roma l’8 novembre 2002 tradendone gli scopi e gli argomenti.
Esaustività (note, bibliografia, indici e glossari): ottimo
Rilevanza dell’autore (cv, istituto di riferimento, prestigio accademico): ottimo

Giudizio finale: sufficiente