Storia dello Stato sociale in Italia

Webinar proposto dalle edizioni de “il Mulino” sul libro “Storia dello Stato sociale in Italia”


Interviene Ilaria Pavan che discute una relazione introduttiva del suo libro che vuole essere un excursus dello Stato Sociale in Italia sotto il profilo previdenziale, assistenziale e sanitario. Le politiche residenziali e scolastiche pure ne fanno parte ma non sono trattate. Lo Stato sociale nasce per rispondere ai rischi della vita (malattia, disoccupazione, guerra). Col tempo emerge la questione del tempismo cioè la capacità di leggere e vedere i problemi di un futuro non immediato nella complessità delle politiche sociali in Italia. Di fronte alla Grande Guerra la politica ha dovuto compiere passi da gigante con tutte le sue contraddizioni di un sistema che viene rinnovato grazie al riformismo liberale di Nitti. Il bilancio oggi dello Stato sociale italiano non è negativo ma si è dovuto adattare alle caratteristiche dell’economia e dell’ambiente di un paese in cui la situazione delle campagne non era delle migliori e che ha inciso molto sul sistema con ripercussioni politiche tragiche.


Interviene Chiara Giorgi che discute una relazione sulla ricostruzione storica del Welfare e la revisione che ha accompagnato l’erosione nei decenni scorsi. Il tema e le politiche di welfare sono tornate al centro dell’attenzione. È emerso a fronte di nuovi bisogni, la centralità delle politiche sociali e una protezione sociale non demandabile solo agli attori privati. Nel quadro europeo l’Italia presenta alcune peculiarità che connotano l’evoluzione del suo Welfare e la stessa società italiana ha presentato una prevalenza di servizi monetari rispetto a quelli in natura a discapito dei meccanismi distributivi. Ciò che è emerso è il dualismo città-campagna, nord-sud e lavoratori-studenti. Tali dualismi si sono accompagnati alla centralità della famiglia segnata da immobilismo e da sperequazioni ad esempio il sostegno al reddito dei disoccupati. Solo alla fine degli anni ’70 si realizzò una convergenza tra lo Stato sociale italiano e altri paesi europei allorquando si decise di erogare pensioni indicizzate e far convergere la sanità e l’assistenza in un unico sistema di servizi con la riforma del Sistema Sanitario Nazionale finanziato con la fiscalità generale che rappresenta il culmine del welfare italiano. Il sistema mutualistico in auge durante il Fascismo rispondeva ad un momento storico di urgenza ma era insufficiente nel lungo termine. Negli anni seguenti si assiste ad un’inversione di tendenza di fronte a prospettive di crescita più contenute e a vincoli più ristretti di bilancio. Emergono due dati fondamentali: i diversi progetti e i modelli di cambiamento sociale che vedevano al centro il welfare state e i molti propositi di riforma naufragati e ripresi più volte. Abbiamo tentato di ricostruire il quadro delle varie esperienze dando conto dei vari provvedimenti e delle diverse culture politiche. Una storia dello Stato sociale in Italia offre anche l’occasione di ricostruire nel lungo periodo i processi economici e politici che hanno determinato il welfare nel nostro paese. Uno degli autori che ha rivalutato gli anni ’70 è stato Stefano Rodotà che ha costruito seminari ed iniziative per ribadire che fu il periodo storico di maggiore addensamento di iniziative riformistiche. Vi fu una politica di solidarietà nazionale e di alleanza tra partiti di sinistra, movimenti di opinione e forze sindacali che servì allo sviluppo del welfare. Determinante fu l’introduzione delle regioni a statuto ordinario che inizialmente furono viste come dei laboratori di democrazia che però non hanno dato i risultati attesi a causa dei clientelismi e dei particolarismi di partito.


Interviene Maurizio Barca che discute una relazione sulle condizioni politiche e sociali che hanno determinato il cambiamento del welfare state. Il libro esce in un momento particolare in cui non si parla altro che di rimettere mano all’attuale sistema e recuperare il vecchio. I padri costituenti posero le basi del nuovo sistema ma non le misero subito in pratica (art. 3, 38 e 32) e individuarono negli uomini formatisi nei decenni precedenti quella resistenza al cambiamento che non avrebbe consentito loro di fare le riforme. Nel caso del PCI ci fu l’antipatia per il Piano Beveridge con il sospetto che avrebbe potuto nascondere le contraddizioni del capitalismo. In particolare c’era la preoccupazione che l’erogazione dei disoccupati si trasformasse in un respingimento della logica universalistica e nell’idea che la pensione dovesse essere un salario a vita o comunque non più legata alla retribuzione dell’ultimo triennio ed in un certo senso i sussidi ai disoccupati hanno causato una pletora di problemi che ci ritroviamo ancora oggi. Il cambiamento avvenne nel decennio 1968-1978 quando si realizzò una profonda democratizzazione della vita italiana e la più grande stagione di vita collettiva nella storia repubblicana. Il fenomeno di rottura costituito dai movimenti di opinione (femminismo, movimento studentesco) e la maturazione dei partiti politici (convegno di San Pellegrino, anni del centro-sinistra) consentì di rivedere la legislazione obsoleta (il diritto di famiglia, il diritto del lavoro) e di fare quella nuova (servizi all’infanzia, scuola assistita, chiusura dei manicomi) fino al punto di prevedere la presenza degli utenti negli organi gestori delle Ulss (legge 833/78 art. 13). Sono alcuni esempi che dimostrano che, laddove i partiti si “arroccano” sui propri interessi, i diritti non riescono a passare. Il seguito del libro potrebbe essere la stagione di un governo che tenta di riconnettere i partiti e i movimenti e che promulga la legge quadro sul sistema integrato dei servizi sociali che però tutt’oggi rimane inattuata. Non esistono i tecnici che decidono per i politici ma ci sono i diritti e la cultura politica che decidono per il bene comune.


Interviene Emanuele Felice che discute una relazione sulla storia sociale italiana. Il libro colma la lacuna di una storia comprensiva non settoriale del welfare italiano ed è significativo il fatto che gli storici hanno speso le loro energie su argomenti complessi, quali ad esempio la crescita del reddito e delle imprese, ma molto poco al welfare che solo da pochi anni è salito agli onori delle cronache. Mancava una ricostruzione degli aspetti che hanno determinato l’intervento sui problemi sociali del paese. Negli anni ’70, in tema di espansione dei diritti, in uno dei periodi più felici si verifica la costituzione del SSN e la legge 616/77 che risponde al tentativo di creare un welfare universalistico che, al di là di alcuni aspetti, rimane inattuato sia per la frammentarietà del panorama assistenziale sia per l’incapacità politica, quella che fu definita un “compromesso senza riforme” che si lega al modo con cui il welfare è stato costruito in Italia. Lo Stato sociale è una costruzione del ‘900 che inizia dalla Grande Guerra e finisce negli anni ’90 quando le politiche neoliberiste creano le condizioni per il sistema misto che soffriamo oggi e che la pandemia ha evidenziato. Il tentativo di riforma verso il basso, grazie all’introduzione delle regioni a statuto ordinario, ha portato ad una disomogeneità nel godimento dei diritti tra nord e sud, ad esempio in tema di speranza di vita c’è una convergenza negli anni ’50 per poi tornare indietro e la pandemia ha accentuato l’inadeguatezza delle regioni nella tutela del diritto alla salute. La questione demografica mette in crisi il sistema pensionistico che si intreccia con l’invecchiamento degli abitanti e molti pensano che lo Stato sociale non sia più sostenibile (l’Italia è il secondo paese per anzianità di abitanti dopo il Giappone). All’indebolimento del welfare c’è stata una deregolamentazione del sistema finanziario tale che è diventato sempre più difficile tassare le imprese e i redditi medio-alti che ha portato alla deriva populistica dell’Occidente, ad esempio i partiti antisistema prendono più voti laddove il welfare è stato smantellato. D’altro lato se volessimo ampliare i diritti sociali, dovremmo riformare il sistema verso l’alto, es. la proposta di Biden di contrastare i paradisi fiscali.

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Per una didattica partecipata

“La progettazione del corso e della lezione per una partecipazione attiva degli studenti: incontro introduttivo e discussione di alcune esperienze”. Webinar organizzato dal “FormId” (Centro di competenza per la formazione dei docenti e l’innovazione didattica) e l’Università di Trento.

In questo periodo la didattica a distanza (dad) e la didattica interattiva (did) non sono solo delle alternative ma delle strategie chiave per riuscire ad entrare in relazione con gli studenti che altrimenti non si potrebbe avere in una classe in presenza. Ne parliamo con Susanna Sancassani, Direttrice del Centro di formazione docenti del Politecnico di Milano, che discute una relazione su alcuni esperimenti realizzati per una nuova didattica partecipata. Quando ci troviamo a dover cominciare una lezione bisogna capire come rendere efficace l’incontro didattico. La pandemia ci ha consentito di iniziare un processo di trasformazione della didattica e di riflessione della scuola e delle tecnologie che procede per 4 fasi: la sostituzione (la tecnologia che sostituisce il processo didattico tradizionale), aumentazione (la nuova didattica organizzata), modificazione (il nuovo contesto tecnologico porta alla nuova didattica) e la ridefizione (ripensare il processo nel suo insieme). Recenti esperimenti hanno dimostrato che l’elettroencefalogramma degli studenti è il medesimo quando fanno lezione in classe e guardano la tv mentre cambia quando stanno in relazione, fanno i compiti o dormono. Ciò induce a mettere in discussione il metodo di insegnamento tradizionale. La prima cosa da fare nella progettazione è di avere come guida l’allineamento dei risultati attesi e il set didattico a disposizione. La seconda cosa è di lavorare sui risultati attesi della singola lezione. Se rispetto ad una lezione il docente si pone in termini di elenco di contenuti, molto difficilmente sarà stimolato a creare delle interazione con gli studenti. Si consideri il seguente esperimento svolto al Politecnico di Milano: aula estesa in cui un gruppo di studenti è in presenza e un’altra online insieme al docente. La rilevazione è stata ottenuta videoregistrando la lezione e con l’aggiunta di microfoni ambientali. La lezione era legata alle strategie di valutazione. Se il docente fosse partito da un elenco di contenuti, si sarebbe dovuto sforzare per inventarsi delle attività. Se invece si progetta delle informazioni di risultato atteso, la lezione non può essere un racconto del docente ma un momento in cui il racconto individuale diventa abilitante al raggiungimento dei risultati di apprendimento. La didattica tradizionale è basata sulla narrazione del docente che non è in grado di modificare subito le conoscenze degli studenti che solo possono farlo in un secondo momento. La nuova didattica si propone di raggiungere dei risultati durante la lezione stessa tramite le interazioni degli studenti in classe. Bisogna essere consapevoli che la didattica non è basata su un trasferimento di contenuti ma su una narrazione reciproca con delle attività specifiche che possano agire da incubatori di trasformazione. Come un’operazione che a prima vista sembra del tutto burocratica come la formazione didattica risultato-apprendimento è il vero driver di attivazione della classe perché la formazione attesa dal discente impegna il docente a integrare il suo racconto con attività che mobilitino l’interesse di mettersi in gioco. Per progettare una classe attiva bisogna scegliere adeguatamente i canali di comunicazione tra docente e discente, il modo in cui coinvolgere il mondo esterno e i contenuti da veicolare (struttura narrativa, formato, fonti, etc.). Una comprensione corretta della provenienza degli studenti può servire a costruire una progettazione didattica che non sia completamente sbilanciata sui contenuti ma sia integrata con tutte le variabili. Un esperimento ha cercato di rilevare l’attività basata sull’analisi dei video sulla serie tv “Big Bang theory” in cui ci sono dei protagonisti “nerd” in cui c’è un genio di docente ma pessimo nel rapporto con gli studenti. I risultati dell’esperimento hanno dimostrato che gli strumenti digitali non sono un’alternativa al dialogo umano ma sono degli strumenti di mediazione che aiutano a interpretare e stimolare le risposte; sono degli “sfondi integratori” tra un’aula in presenza e un’altra online in cui tutti lavoravano ciascuno nel suo ambito. Segue il dibattito.

Che ruolo può avere la teoria del media all’uso dei media dal lato del docente e del discente? Dentro la teoria dei media si trovano tante risposte che possono superare il problema dello schema passivo per cui i mass media rendono passivi chi li riceve?

Se usati bene i mass media possono diventare uno strumento chiave per la didattica attraverso cui “co-costruire” il significato. Un esperimento si è svolto su un incontro dedicato alla didattica che si è svolto dopo una serie di workshop in cui il docente ha messo a loro disposizione gli esiti dei percorsi precedenti svolti dai discenti di modo da ritornare su quelle attività chiedendo loro di mapparle secondo i propri criteri. I risultati hanno dimostrato una varietà delle rappresentazioni attraverso cui gli studenti hanno categorizzato i contenuti rispetto alle quali non c’era la risposta giusta o sbagliata come sarebbe stato in un quiz tradizionale ma semmai c’era la risposta più o meno utile. Si è scoperto che la costruzione del contenuto didattico è induttiva facendo lavorare il discente per poi discutere insieme al docente su quanto fatto. Ad un certo punto qualcuno che aveva bisogno di un contenuto se lo era incollato come promemoria e tutti andavano da lui ad attingere il contenuto. La fluidità tra il contenuto proposto e quello che viene costruito consente di creare un rapporto coi media che procede verso l’interpretazione collaborativa della costruzione di significato.

Nel momento in cui una persona fa didattica “blend” (metà in presenza e metà online) l’utilizzo di strumenti informatici non sbilancia l’apprendimento verso l’uno a discapito dell’altro?

Il fatto di avere una classe estesa implica che tutti abbiano a disposizione degli strumenti di ricezione omologati (tablet, smartphone, etc.), poi ci sono i banchi mobili che consentono il distanziamento. In ogni caso gli studenti che vengono in aula devono essere motivati e certamente non solo perché lo vogliono i genitori o perché avranno un brutto voto in pagella. In questo caso sarebbe deleterio fare attività individuali perché non valorizza la loro presenza fisica.

Considerando che molto di ciò che viene riportato viene dagli whatsapp degli studenti, quanto è importante convogliare gli strumenti e il dialogo durante gli incontri e quanto è importante riportare quanto appreso in un secondo momento (sincronia e asincronia)?

Rispetto alla questione sincronia-asincronia la guida sono i risultati di apprendimento. Un esperimento ha individuato i risultati chiave su cui lavorare in modo interattivo chiedendo agli studenti dei lavori di approfondimento al di fuori dell’aula. Su altri contenuti si fa un “mook” il cui completamento è richiesto per accedere all’esame in cui si ragiona su tutti i contenuti non trattati in aula. Il rapporto tra sincronia e asincronia è molto importante è va curato nel tempo perché l’attivazione al di fuori dell’aula rappresenta per i ragazzi il momento più libero e creativo attraverso cui possono dare il meglio di sé. La didattica in aula rimane centrale per riflessioni fugaci e semplici da approfondire poi in un secondo momento. Il problema è bilanciare lo sforzo dell’uso dello strumento mediatico e il risultato conseguito. Wooclap.com e Miro.com, che prevede anche delle licenze gratuite, possono essere delle proposte didattiche concrete.

Allineamento tra obiettivi formativi e formazione. Lo studente come partner. Nel coinvolgere gli studenti si può farlo in parte sugli obiettivi di apprendimento e in parte sulla loro valutazione?

Il co-design dell’apprendimento sarebbe l’ideale a patto di fare il monitoraggio continuo perché favorisce l’autonomia degli studenti perciò bisogna controllare il processo pena il rischio di perdere per strada chi non possiede abbastanza autonomia (deliverable frequenti, responsabilizzazioni chiave, task individuali).

La dottrina sociale di papa Francesco

Incontro di formazione organizzato dall’Arcidiocesi di Salerno sulla piattaforma virtuale Cisco Webex.

Interviene Lorella Parente, docente dell’Istituto di scienze religiose “San Matteo” di Salerno, che discute una relazione sull’enciclica di papa Francesco “Laudato sii” (24 maggio 2015) che risulta un testo profetico e urgente all’interno dell’emergenza sanitaria che stiamo vivendo. Il sinodo dell’Amazzonia aveva sancito il vivere in armonia con sé stessi, con Dio e con gli altri e più volte il pontefice è intervenuto per esortare tutti a tornare alla normalità del Regno di Dio basato sulla condivisione e sulla moltiplicazione delle risorse. La “Laudato sii” affonda le radici nella “Lumen Fidei” n. 55 secondo cui la fede cristiana ci fa rispettare meglio la natura (grammatica divina) e nella “Evangelii Gaudium” cap. IV “La dimensione sociale dell’evangelizzazione” dove si delinea il modello del “poliedro” secondo cui il modello non è la sfera dove ogni punto è equidistante dal centro ma qualcosa che riflette la congruenza di tutte le parzialità che mantengono la loro originalità. es. un cittadino che ha delle idee proprie e difformi dal pensiero dominante non si annulla nel tutto ma mantiene le proprie peculiarità. Il poliedro deriva nella teoria dell’ “opposizione polare” in cui c’è l’idea della polarità della vita i cui principi dominanti sono: il tempo è superiore allo spazio, l’unità è superiore al conflitto, la realtà è superiore all’idea e il tutto è superiore alla parte. Lo scopo è il raggiungimento di una pluriforme unità data dalle potenzialità delle unità in contrasto ed anche in “Lumen Fidei” si legge che bisogna farsi carico del conflitto per trasformarlo in uno sviluppo verso l’unità. “Laudato sii” percepisce questi principi che orientano lo sviluppo della convivenza sociale in cui le differenze si armonizzano e non si combattono, un’autentica via verso la pace e il destino del mondo. Il poliedro è pensato come rapporto poliedrico Chiesa-mondo ovvero una Chiesa concepita come parte di un mondo a cui offre il proprio contributo non unico e risolutivo ma di concerto con la scienza e la tecnologia che non sono le uniche detentrici della realtà. In questa cornice la “Laudato sii” si può leggere come un appello di conversione ecologica: vocazione di essere custodi dell’opera di Dio non come opzionale dell’esperienza cristiana ma come invito al cambiamento personale e sociale (“i problemi più complessi del mondo attuale non si possono affrontare a partire da un solo punto di vista”, n. 10). Per vedere il mondo nuovo bisogna cambiare dentro di sé. La “Laudato sii” è rivolta a tutti gli uomini e già in questo indirizzo si percepisce una fonte comune da cui deriva tutto (Dio creatore) da cui parte la convinzione che per salvare il mondo bisogna partire dall’uomo. Da qui l’esigenza di una promozione umana in tutte le sue forme passando gradualmente dal consumo individuale al bisogno globale. Tale passaggio deve avvenire a livello di coscienza per poi riflettersi nella realtà sociale. Ghandi esortava i suoi interlocutori ad essere essi stessi il cambiamento di ciò che volevano per il cambiamento. L’universo non è il risultato di un onnipotenza arbitraria ma di un atto di amore che si evince fin dall’incipit dell’enciclica: “Noi non siamo Dio, la terra ci precede” (67). Il mondo non ce lo siamo meritati ma l’abbiamo ricevuto dalla nascita ma quando l’uomo si vuole sostituire a Dio allora iniziano i problemi. Coltivare e custodire che rimandano al lavoro e alla cura. Il primo è un dovere, il secondo un diritto. Da questi due pilastri ne conseguono 3 corollari: la relazione con Dio, con il prossimo e con la natura. Se una di queste si guasta, allora anche le altre ne saranno condizionate. L’esempio biblico è quello di Caino e Abele in cui l’uno uccidendo l’altro rovina la relazione con il prossimo, con Dio e con la natura perché tradisce il compito che gli era stato assegnato. Qual’è il primo passo da compiere? Bisogna cambiare la prospettiva dell’uomo verso la natura, le proprie abitudini di vita tra cui il rispetto e la sobrietà contro il disvalore del consumismo. La felicità richiede di limitare alcune necessità che ci stordiscono (223) tra cui la cultura dello scarto che obbliga l’uomo a scartare le cose che non servono.

Interviene Francesco Del Pizzo, docente della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, che discute una relazione sull’enciclica di papa Francesco “Fratelli tutti” (firmata il 3 ottobre sulla tomba di san Francesco) che si presenta come compendio di tutta la dottrina sociale in continuità con il magistero della Chiesa. L’ispirazione del documento è san Francesco di Assisi che sapeva di essere unito agli animali e alle piante così come alla povera gente. Ciò che unisce gli esseri umani è la fratellanza e l’amicizia rendendoli fratelli e sorelle. Fratelli tutti mette insieme la fraternità e l’amicizia che aristotelicamente è quella più importante. Rispetto alla “Ludato sii” si parte dalla consapevolezza e dal tema del tutto connesso. La fratellanza indica una Chiesa in uscita che presuppone però la responsabilità di ogni relazione. La fraternità consente agli uguali di essere diversi. La fraternità non è solo il risultato delle libertà individuali e della tutela dei diritti. Non la libertà e l’uguaglianza sono i presupposti della fraternità ma è la fraternità che esprime diritti e doveri. L’amicizia non è una reciproca benevolenza ma si poggia sull’eguaglianza di natura e sul fatto di essere figli di Dio creati a sua immagine e somiglianza. Fatte queste premesse passiamo alle tre prospettive contenute nel documento: andare oltre, generare risorse e l’appello. Andare oltre significa andare oltre un mondo di “soci” poiché il mercato ci ha sedotti con la logica del consumo a cui si lega l’immagine di una società autoreferenziale. Andare oltre un linguaggio che riduce il prossimo ad un socio che fonda la relazione in base all’interesse che possono portare alla vita. Si tratta di andare oltre ogni frontiera ideologia attraversando barriere culturali e storiche. La fraternità non esiste solo dentro la cerchia dei propri simili ma va oltre e si incontra coi diversi. Bisogna gettare ponti e progettare qualcosa che coinvolga tutti. Quante guerre nascono sul concetto di identità da difendere a tutti i costi? Una sana apertura non si pone mai in contrasto con l’identità. Il mondo cresce e si riempie di bellezza grazie a nuove sintesi e a culture aperte. Bisogna tornare al riconoscimento della dignità umana inteso come valore non negoziabile e qui c’è un richiamo al magistero di papa Ratzinger (Caritas in veritate). La ricerca della verità non può mai portarci alla vendetta motivo per cui la fraternità si costruisce sul perdono e sulla memoria: bisogna affrontare il male subito in maniera trasparente e paziente. L’enciclica si chiude con un capitolo dedicato alle religioni che, attraverso il pluralismo, possono essere il collante delle società secolarizzate.

Interviene Mons. Andrea Bellandi, arcivescovo di Salerno, che conclude l’incontro. Nel 2013 papa Francesco alla GMG in Brasile parlò di un cambiamento epocale e si richiamò ad una Chiesa in uscita cioè capace di dialogare col mondo ed entrare nelle questioni sociali più urgenti. Emerge il giudizio realistico di una fede che coglie le possibilità per lo sviluppo del mondo e spegne l’illusione di una sanità a tutti i costi a discapito di quella degli altri. Le due encicliche di cui abbiamo parlato oggi sono importanti perché pongono delle domande non solo ai cattolici ma anche agli scettici. Le cronache di questi giorni ci mettono di fronte non solo ad una emergenza sanitaria ma ad una catastrofe educativa con tutti i problemi derivanti dalle carenze strutturali della scuola, della didattica a distanza e dei ragazzi che stanno per strada. Certamente il governo deve pensare alla scuola pubblica ma non deve dimenticare il diritto di scelta di ogni famiglia.

Il cammino delle eresie

L’altra volta (Il Cammino Neocatecumenale e Concilio di Trento) ci siamo soffermati su un ventaglio di interpretazioni sia in rapporto alla fede della Chiesa (movimento o setta?), sia in ambito teologico (equivoci o ipotesi?), sia sul piano morale (libertà o disciplina?). Adesso cercheremo di capire se il Cammino Neocatecumenale si possa definire “cattolico” a tutti gli effetti oppure se si maschera dietro qualcos’altro. Come il precedente articolo si tratta di un confronto rischioso sia per la carenza di fonti sia per l’imbarazzo che produce nelle alte gerarchie ecclesiastiche che da più di un secolo non comminano sanzioni di natura capitale. Non si tratta di “radiografare” il Cammino Neocatecumenale ma di analizzare le sue radici teologiche (idiologiche).
Cos’è l’eresia? A dispetto della sua etimologia (dal greco αἱρέω, che significa “scegliere”) il concetto di eresia presuppone un’autorità che la consideri tale. Così, la Chiesa non si è limitata a difendere la dottrina cattolica ma si è spinta a ricusare gli eretici e a condannarli sul rogo. L’eresia quindi è una variabile rispetto ad un dogma immutabile. Come nasce l’eresia? La nascita dell’eresia si perde nella notte dei tempi. Gli antichi greci comminavano pene severe per chi si macchiava di empietà ovvero chi trascurava i propri doveri religiosi. I samaritani erano considerati eretici dagli ebrei così come gli “esseni” una comunità scismatica del II secolo a.C. che praticava la comunione dei beni e il battesimo; si facevano chiamare la “via” e tale denominazione fu tradita anche dai primi cristiani (At 9,2). Probabilmente Giovanni Battista ne faceva parte anche se non si può affermare con certezza.
L’eresia, intesa come l’insieme dei problemi dottrinali sotto vari punti di vista, fu presente fin dalle prime comunità cristiane sia in merito alle usanze giudaiche sia alla predicazione di san Paolo che nella lettera ai Galati si esprime con toni decisi e vari rimproveri verso di loro (“stolti galati”). Paolo presenta la giustizia cristiana come fattore alienante dalle esigenze della Legge che però non è ” deviante” rispetto al Vangelo perchè deve regolamentare le situazioni della vita sociale. Gli studiosi non riescono a individuare la regione della Galazia (da non confondere con la Galizia), alcuni pensano che si tratti di una minoranza di Celti che si era stabilita nell’attuale Turchia, a sud del Mar Nero. Come tutte le lettere paoline, questa costituisce una risposta alle comunità che stanno per accogliere un vangelo diverso da quello che lui ha annunciato. Paolo ha paura e rabbia verso i galati che gli fanno pensare ad un revival giudaizzante. D’altro canto i galati pensano che tornare alle origini giudaiche possa rafforzare il proprio senso identitario mentre per Paolo si tratta di un tradimento (Gal 2, 4-5). Più che preservare le tradizioni giudaiche, Kiko le tradisce in forme nuove: la danza rituale (Salmo 87), la Menorah, il Seder (OEC per la fase di conversione, p. 295), etc.
L’apostolo Giovanni per la sua giovane età può essere considerato un contemporaneo di Paolo da cui se ne distacca per una serie di motivi. La Chiesa ha subito uno scisma e questa separazione è avvenuta in tempi recenti se non addirittura contemporaneamente alla redazione delle lettere. Questi scritti non si fanno risalire ad un solo autore ma ad un circolo di discepoli (scuola efesina) che si caratterizzano per il tono polemico nei confronti di un gruppo di eretici che non sono in piena sintonia con la comunità. A questo gruppo di persone sono stati date varie etichette: secessionisti, antagonisti, impostori, menzogneri, assassini, anticristi. La polemica non è nuova nei Vangeli e lo si evince fin dal contrasto coi giudei (Gv 8) ovvero da persone che provengono dal giudaismo e che sono fuoriusciti dalla comunità cristiana (1Gv 2,19). Gli studiosi hanno cercato di capire l’identità di questi scissionisti e sono giunti alla conclusione che si tratta di carismatici con una visione molto entusiasta della vita sebbene non siano in linea con la dottrina ufficiale della Grande Chiesa (1Gv 1,6). Si parte dal presupposto che il rapporto con Dio non ha bisogno di mediazioni ma che ci si possa arrivare con la propria razionalità e che la condotta umana è una prefigurazione della resurrezione che non richiede più vincoli di sorta (prospettiva antropologica). Si tratta di una sorta di ottimismo estatico per il quale non solo si nega qualsiasi mediazione ma si mette in discussione la stessa redenzione di Cristo. Questa eresia è legata alla fatica di interpretare la resurrezione dentro la storia e i suoi effettipiù concreti. Si può dedurre che dietro questa visione si celi l’influsso delle filosofie neoplatoniche con la netta separazione tra l’elemento spirituale e quello materiale. In sintesi il presupposto antropologico idealizzato diventa la base per una serie di operazioni che li pongono al di fuori dell’ortodossia. Il gruppo inoltre non nomina mai il Cristo facendo pensare ad una negazione del Gesù storico forse legata al mancato recepimento dell’incarnazione (prospettiva cristologica). Si insiste poi sul bisogno di fornire i criteri di autentico discernimento che non derivano soltanto dai simboli ma anche dalla tradizione (1Gv 4). Una terza prospettiva (dopo l’antropologia e la cristologia) è la svalutazione dell’impegno politico. Anche per questo motivo troviamo molti riferimenti all’amore fattivo nei confronti dei fratelli e ciò è dovuto al fatto che questi scissionisti sostengono l’inutilità dell’impegno etico nel mondo e la necessità di concentrarsi sul benessere delle comunità. Il tono polemico è dovuto anche alla paura di perdere proseliti perchè evidentemente gli scissionisti generavano una sorta di ascendente verso i più ingenui. Si tratta di uno o più gruppi? Non si parla di gnostici o doceti che interverranno un secolo più tardi ma qui già ci sono le premesse. Se da una parte, l’impegno in politica può essere visto come una forma di tentazione del mondo, d’altra parte non può essere un motivo valido per separarsi dalla Chiesa come dimostra la vicenda di Graziano Del Rio (PD), ministro neocatecumenale del governo Renzi.
Le prime comunità cristiane si formarono grazie all’interesse suscitato dalla vicenda di Gesù Cristo nei confronti degli ebrei della Diaspora che ogni anno si recavano a Gerusalemme per la Pasqua a cui si aggregarono in un secondo momento i fuoriusciti dal paganesimo e dal giudaismo. Era inevitabile che potessero nascere delle controversie su alcuni temi delicati quali l’osservanza della Torah, il rifiuto della predicazione paolina, ma anche del rischio di inquinamento che eventuali usanze pagane potessero intaccare la fede. I Padri della Chiesa li hanno identificati col titolo di ebioniti forse in riferimento all’ebraico “evionim” che indica i “poveri”. In questa setta, che secondo lo storico musulmano Shahrastani sopravvisse fino al XII secolo, si trovano anche delle influenze gnostiche a sfondo dualista. Gli ebioniti sottolineavano l’umanità di Gesù e la sua messianicità ma rifiutavano il suo ruolo di vittima sacrificale: Cristo è principalmente un profeta e non proprio il figlio di Dio. Anche se Gesù fosse venuto al mondo solo per annunciare il perdono di Dio, non lo avrebbe potuto fare senza il concorso del Padre; da qui l’idea di un Cammino basato sul riconoscimento dei propri peccati e la progressiva riscoperta del battesimo. Della letteratura ebionita non è rimasto nulla eccetto il “Libro di Elchasai” scritto nel I secolo da ebrei ellenisti e predicato nel III secolo da un certo Alcibiade di Apamea. Anche se Kiko si fosse letto tale libro, non ci sono prove sufficienti che sia stato determinante per la predicazione.
Nato come movimento storico-sincretistico sviluppatosi negli ambienti cristiani dei secoli II e III, lo gnosticismo è giunto fino ad oggi in varie maniere. Ne parlano i Padri della Chiesa (Giustino, Ireneo, Ippolito, Clemente) oltre ai testi originali ritrovati a Nag-Hammadi (Egitto) nel 1945 e se ne ritrovano tracce persino nella Teosofia di Rudolph Steiner. Il credente, così come lo gnostico, esperisce la salvezza mediante una rivelazione privata che avviene da catechista a catecumeno. Nell’uomo c’è una scintilla divina che deve riscoprire attraverso un percorso di “ritorno” all’io originale e al principio che lo costituisce, pur se decaduto nel mondo materiale. Lo gnostico sa di non appartenere al mondo e che in lui solo l’uomo interiore (spirituale) ha bisogno di essere liberato essendo prigioniero della materia. Lo gnosticismo, da movimento di opinione, diventa eresia a motivo dell’incontro tra gnosi greca (neoplatonismo) e gnosi giudaica (essenismo). Il cammino di salvezza consiste nel risalire dal kenoma al pleroma, liberandosi della materia e di tutto ciò che è corporeo (idoli del mondo). Dal punto di vista dogmatico la gnosi nega sia l’incarnazione che la crocifissione, nonché la risurrezione della carne. La società gnostica ricorda molto i “cerchi concentrici” di Kiko Arguello (OEC per la fase di conversione, pp. 356-357): nel primo cerchio ci sono i pneumatici o spirituali (destinati alla salvezza in quanto eletti); nel secondo cerchio ci sono gli psichici (il cui destino è incerto a motivo delle loro inclinazioni e volontà); nel terzo cerchio si collocano i materiali o ilici (destinati al fuoco eterno).Il presbitero Ario di Alessandria (256-336) inaugura la serie di controversie in campo cristologico e mariologico negando la divinità di Cristo che non è generato dal Padre, bensì creato nel tempo. Il concilio di Nicea (325) definì in modo solenne la dottrina della consustanzialità: il Figlio è della stessa sostanza del Padre. Tuttavia, l’ambiguità del termine consustanziale, precedentemente rifiutato, darà origine a forme intermedie di arianesimo tra cui i Testimoni di Geova. In che modo l’arianesimo si è introdotto nel Cammino Neocatecumenale? Attraverso la “scomposizione” del lessico avversario (rifiutarne una parte per accettarne un residuo più accettabile): se non credi ai dogmi mariani, rievoca l’apparizione della Vergine come evento fondativo del Cammino; se non credi alla transustanziazione, incoraggia i cattolici a ricevere l’ostia in mano; se non credi al sacerdozio ordinato, chiama il presidente “presbitero” e non “sacerdote”; se non credi al sacrificio di Cristo, spoglia l’altare di ogni sacralità e invita i fedeli a giraci attorno; se non credi all’adorazione eucaristica, togli di mezzo gli inginocchiatoi e sostituiscili con le sedie in cianoacrilato.
I montanisti formano un movimento carismatico e profetico diffusosi in Frigia (Turchia) nel II secolo, da Montano un ex sacerdote del culto di Cibele, caratterizzato da una profezia estatica nella quale i catechisti, in quanto incarnazioni dello Spirito Santo, annunciavano determinati obblighi tra cui l’astinenza sessuale, il digiuno rigoroso, l’impossibilità di una remissione di peccati gravi e un alto valore del martirio. Anche Tertulliano vi fece parte a cui dedicò alcuni scritti che ci sono pervenuti (De pallio, Adversus Praxean, De pudicitia) oltre a un anonimo “Dialogo tra un montanista e un ortodosso” del IV secolo. In più punti della sua predicazione Kiko si è espresso con avversità verso la mediazione dei sacerdoti cattolici (OEC per la fase di conversione, p. 56-57) e lui stesso è il profeta per antonomasia considerato persino più importante del papa ma non ha mai chiesto per sé poteri magisteriali e non ha mai negato la sessualità ma ha consentito la prolificità delle famiglie secondo gli istituti stabiliti dalla Chiesa.
Il manicheismo era una dottrina sincretistica risalente al III secolo da un certo Mani che si fondava su tre principi fondamentali: tutto ha una qualche massa corporea, non esistono esseri puramente spirituali, di qui la difficoltà a pensare a un Dio neutrale, antropomorfizzandolo (materialismo); ci sono due principi coeterni, il bene e il male, e il mondo nasce dalla lotta tra queste due forze, con la compresenza di entrambe (dualismo); il male ha una sua propria sostanza (ipostasi) ed è eterno al mondo e a questi sopravvive; ha anche una sua propria forza ed è causa del male che l’uomo può compiere (così l’uomo è sottratto alla responsabilità nella colpa); i manichei pretendevano di possedere e insegnare la verità (non intesa come teologia né come mistica) accusando la Chiesa di mortificare la ragione umana perché imponeva di “credere” ad una cornice di nozioni senza capire. Da qui l’idea di un “cammino” di ascesi gnostica basato sulla somministrazione graduale di nozioni ermetiche private, cioè, non teologiche né mistiche ma sottese ad una conoscenza esoterica. Sebbene Kiko si sia espresso più volte contro la teologia e contro la mistica, non si può dire che fosse manicheo anche perché dai mamotreti non si evince un dualismo così marcato.
Gli adozionisti sono coloro che negano la divinità di Gesù e affermano solamente la sua umanità. Si presentano due posizioni. La prima è costituita dal vescovo Fotino di Pannonia (376 dC) per il quale Gesù fu un comune mortale che meritò di diventare Figlio di Dio e da questi “adottato” al momento del battesimo nel fiume Giordano. La seconda posizione richiama la cristologia monofisita di Apollinare, vescovo di Laodicea (IV secolo), secondo cui Gesù Cristo possedeva una sola natura, che consisteva nella divinità del Verbo che sarebbe stata “accolta” nella carne umana come un involucro inanimato. Nel corpo di Cristo non c’era alcuna anima umana essendo privo di consapevolezza e comprensione di ciò che gli stava accadendo. In Apollinare, rispetto a Fotino, c’è l’esasperazione di una teologia che ha preso il posto della coscienza umana (i neocatecumenali esaltano la comunità a discapito del singolo che con la sola propria ragione non può giungere alla verità). Altri adozionisti furono Paolo di Samosata, Elipando di Toledo, Felice di Urgel ma non certo Kiko. Considerando le sue idee nell’insieme (l’assenza reale nell’eucaristia, il ruolo di Gesù nel perdono dei peccati, il Padre che perdona ma non il Figlio, l’inanità di una redenzione, la messa come mancato sacrificio, l’impossibilità di fare il bene, il sacerdozio comune, il superamento della mediazione, la morte ontologica, la predestinazione) si può dedurre uno svilimento della divinità di Gesù Cristo? Si consideri l’esempio seguente. In un passo dei suoi sermoni Kiko paragona la Palestina al Regno dei Cieli consentendo al Verbo di Dio di entrare con la sua natura umana nella divinità (OEC per la fase di conversione, p. 219). Ciò vorrebbe dire che Gesù, prima di risorgere, non aveva una natura divina? Un altro esempio è dato dal libro di Robert Aron “Gli anni oscuri di Gesù” (OEC per la fase di conversione, p. 293) citato da Carmen Hernandez, una delle fondatrici del Cammino Neocatecumenale, secondo cui Cristo si sarebbe potuto incarnare in una pietra o in una zucca ma non in un pane ammuffito. Si tratta certamente di un episodio che va contestualizzato ma da qui a giudicare tutto il Cammino contrario alla divinità di Gesù ce ne vuole!
Le eresie in ambito trinitario (sec. II-IV) speculano sul ruolo delle tre persone divine. Anche qui, come per l’adozionismo, si presentano varie posizioni: il modalismo, il subordinazionismo, il patripassianesimo. I modalisti ritengono che il Verbo divino e lo Spirito Santo non sono consustanziali con il Padre (homooúsios) ma soltanto delle modalità mediante le quali Questi agisce secondo l’economia della salvezza sulla creazione e sulla storia. Il subordinazionsimo è un tentativo di chiarimento nella controversia con il modalismo e il sabellianismo, particolarmente marcato nell’arianesimo e negli pneumatomachi. Dopo i concili di Nicea (325) e di Costantinopoli (383) non fu più sostenibile in senso ortodosso ma, nella discussione odierna, vi sono alcuni teologi che hanno richiamato l’attenzione su tale problematica, tra cui Karl Barth e Jürghen Moltmann. Il patripassianismo è un termine di origine latina che fu impiegato in senso polemico per combattere il modalismo. I principali rappresentanti di questa eresia furono Noeto di Smirne (170) e Prassea (189-198) secondo cui le tre persone (Padre, Spirito, Cristo) sono sì la realtà divina, ma in maniera parziale: così, nella passione ha patito soltanto la carne di Gesù, mentre il Padre-Spirito ha “con-patito”. In gioco vi era il problema della passibilità di Dio. Sabellio (inizio III secolo), era un patripassiano che, per difendere la monarchia monoteista, contro le speculazioni sul Logos e le ipostasi, modificò la dottrina di Noeto di Smirne nel senso che l’unico Dio si sarebbe, appunto, rivelato nell’AT come Padre, nel NT come Figlio e nel mondo presente come Spirito Santo. Circa mille anni dopo le sue idee furono riprese da Gioacchino da Fiore (1130-1202) per il quale non ci sarebbe stata più bisogno della mediazione della Chiesa gerarchica soppiantata da quella spirituale. Se è vero che in più punti Kiko parla di Gesù come costituito di puro spirito (OEC per la fase di conversione, p. 144), è anche vero che non discute sulla Trinità e che in tutte le celebrazioni i fratelli si segnano nella maniera più corretta.
La teologia trinitaria, già presente nelle prime controversie cristologiche del III secolo, ritornò in auge nel 1492 allorquando, dopo la “Reconquista” spagnola della penisola iberica, si pose il problema della conversione di arabi ed ebrei educati al più rigido monoteismo. Della questione se ne occupò anche il frate e teologo di origine partenopea Giordano Bruno (1548-1600) che fu perseguitato e arso sul rogo dalla Chiesa. Gli ultimi anni della sua vita Bruno li trascorse in carcere dove fu interrogato dal “santo” Roberto Bellarmino intorno alla natura divina di Cristo, alla verginità di Maria, alla transustanziazione e all’immortalità dell’anima. Bruno riprende la filosofia parmenidea con tratti significativi di Nicolò Cusano che non ricusa l’ignoranza in sé ma l’uso spropositato della retorica definita come “l’arte dei pedanti” che spinge l’interlocutore a ripetere la lezione, senza renderlo partecipe né farlo riflettere. Chi sono i pedanti e gli ignoranti? Sono gli scolastici che usavano formule farraginose ma anche quelli che credono nelle verità “rivelate” (asini) tra cui c’è l’apostolo Paolo di Tarso a cui dedica la “Cabala del cavallo pegaseo”. Bruno contesta ai protestanti la salvezza “sola fide” e ritiene che le opere e le pratiche devozionali possano contribuire a riscattare gli uomini dalla propria bestialità. Tutti attraverso la ragione possono giungere alla verità nonostante la Chiesa tenti in tutti i modi di impedirlo. Bruno non parla della fede come in Lutero nel quale c’era la separazione tra arbitrio ed esperienza: non nega che la fede si possa esperire ma neppure afferma che la religione possa essere una soluzione. Il confronto tra Bruno e Kiko consente di riconoscere la differenza tra autore e dottrina. Un conto è l’uomo per ciò che è e che fa, un altro conto è ciò che dicono di lui. Un conto è leggere Bruno direttamente sui suoi libri, un altro conto è studiarlo a scuola (o al cinema nella straordinaria interpretazione di Gianmaria Volontè). Un conto è discettare sui mamotreti di Kiko, un altro conto è partecipare alle sue catechesi. Bruno nasce e cresce nel Vicereame di Napoli, governato dagli spagnoli del “siglo de oro”. Kiko nasce dalla guerra civile e cresce nella dittatura franchista ispirata al fascismo italiano. Bruno si oppone ma non si espone, Kiko si espone ma non si oppone. Bruno non ha fondato un movimento essendo consapevole che tradurre è tradire. Kiko ha fondato i neocatecumenali che sono circa mezzo milione nel mondo. Bruno è un vero filosofo e un infedele teologo che dialoga con la scienza. Kiko è un predicatore che litiga con i fantasmi della Chiesa. Bruno è un materialista ma non giunge ancora a negare Dio. Kiko è un moralista ma non giunge ancora a negare il male. La vicenda umana di Bruno si conclude non con la fine di un martire ma con la celebrazione di un furioso. La vicenda umana di Kiko si concluderà non con il martirio ma con la celebrazione di una messa.
I catari rappresentano uno dei movimenti più conosciuti nel campo delle eresie medievali tanto da diventare un best seller nella letteratura mondiale (si possono rinvenire delle tracce nelle opere di Dan Brown oppure nelle speculazioni su Rennes-le-chateux). Assunsero diversi nomi a seconda della regione in cui si insediarono (Albigesi in Francia, Patarini in Italia) e tradirono alcuni elementi delle sette orientali di tipo dualistico (bogomili, manichei, caldei). Si tratta dell’eresia che più delle altre ha somiglianze con il Cammino Neocatecumenale. La società catara si distingueva in due categorie: i “perfetti” che avevano il compito di insegnare la verità e gli “uditori” che erano obbligati a obbedire e a fornire loro di che vivere. Per diventare “perfetti” bisognava superare una prova o “consolamentum” che un documento di Lione descrive in dettaglio. La cerimonia iniziava con la confessione pubblica dei peccati (servitium), poi si procedeva ad uno scrutinio (melioramentum) durante il quale il candidato doveva rispondere ad una serie di domande infine si formulava il giuramento con la rinuncia agli idoli. Tuttavia la maggior parte di loro riceveva il consolamentum solo in punto di morte e alcuni si lasciavano morire di fame o di autodafè, piuttosto che rischiare di cadere in peccato mortale. In campo morale i catari predicavano il distacco dal mondo e dai suoi valori in vista in un futuro luminoso e celeste perciò il rigoroso ascetismo fu motivato dalla necessità di mantenere incontaminato lo spirito con la materia. In teoria i catari non solo negavano la resurrezione individuale intesa come ricongiungimento dell’anima al corpo ma rifiutavano l’idea di un giudizio universale dato che non è possibile redimere la carne che è materialmente e definitivamente corrotta. Da qui nasce l’idea, secondo Kiko, che la morte di Cristo in croce non fosse propriamente un sacrificio ma solo un modo per dimostrare che l’anima poteva sopravvivere alla morte ontologica dell’uomo. Ne consegue che, se Dio non può essere offeso dal peccato degli uomini, allora non ha senso un sacrificio di espiazione (si noti il Cristo con gli occhi aperti nella Croce astile neocatecumenale che ricorda il mancato sacrificio di Isacco). Il fallimento di una missione di pace da parte dei monaci cistercensi indusse papa Innocenzo III a bandire una crociata nel 1208.
Il mercante francese Pierre Valdes (1140-1206), dopo una vita tra agi e ricchezze, si spogliò dei suoi beni e, insieme ad alcuni seguaci, iniziò a predicare nelle campagne francesi, facendo proseliti tra i contadini e gli sbandati. Furono interdetti dall’arcivescovo di Lione nel 1184 e scomunicati da papa Lucio III che li equiparò ai catari. I “fratelli” e le “sorelle” valdesi, perciò, furono costretti alla vita clandestina, dedicandosi alla preghiera e all’assistenza dei malati. I valdesi raccomandavano caldamente la lettura delle Sacre Scritture in lingua volgare, la negazione del Purgatorio e delle messe per i defunti, il rifiuto del culto delle immagini, dei santi e delle pratiche devozionali. I valdesi si allontanarono sempre più dalla Chiesa mostrando affinità dapprima con i catari, e poi con i calvinisti e i protestanti. Su questo movimento l’unica fonte bibliografica è una summa antiereticale dei primi decenni del XIII secolo scritta dal laico Salvo Burci. A differenza di altri movimenti, le loro idee non implicano scelte pauperistiche o ascetiche ma una sostanziale comunione col mondo, con le famiglie e i propri beni. La salvezza si realizza nell’interiore santificazione e nella preghiera; ne consegue una religiosità intimistica che non lascia spazio a pratiche esteriori, a penitenze e ai sacramenti. In Italia, il giurista piacentino Ugo Speroni, aveva teorizzato l’inanità della distinzione tra chierici e laici e tra padroni e schiavi, rivendicando il ruolo della Chiesa primitiva e il ritorno alla vita apostolica (Ugo Speroni apparteneva al ceto dei giuristi che a partire dal XI secolo si posero in concorrenza sleale contro la Chiesa). Se è vero che all’inizio della predicazione Kiko era orientato ad un protagonismo del ruolo dei laici, oggi si è definitivamente convinto dell’importanza del sacerdozio ordinato altrimenti non avrebbe senso la fondazione di circa un centinaio di seminari “Redemptoris Mater” sparsi per il mondo.
Tra i precursori della Riforma vi furono Jan Hus (1371-1415) rettore dell’Università di Praga e il teologo inglese John Wycliffe (1331-1384) il cui pensiero si può così sintetizzare: libertà di predicare nella lingua madre, povertà del clero e rinuncia ai beni temporali. Tuttavia colui che diede una voce e un programma organico all’esigenza di riforma religiosa fu il monaco tedesco Martin Lutero che cercò di porre un freno agli abusi ecclesiastici sulle indulgenze. Non gli sembrava possibile che la salvezza potesse avvenire mediante determinate opere di remissione o mediante l’osservanza dei comandamenti perché questo gli pareva che fosse in contrasto con la Scrittura la quale afferma con Paolo che la giustificazione avviene per mezzo della fede e non con le opere. In “Sermone sull’indulgenza e la grazia” Lutero sostiene che la sola fede giustifica per i meriti di nostro signore Gesù Cristo. È l’onnipotenza divina che è in grado di fare questo: rendere giusto ciò che per sua natura è profondamente ingiusto. L’uomo non può lusingare Dio con le buone opere, tanto più che il peccato originale lo porterà di nuovo irrimediabilmente a peccare. Non c’è più bisogno che il sacerdote faccia da mediatore tra Dio e l’uomo, ma è Dio che nella sua onnipotenza salva chi ha deciso “ab aeterno”. Occorre specificare che in linea di massima, la Grazia di per sé è priva di qualsiasi merito perché è donata gratuitamente. Nella dottrina cattolica, però, è presente una “seconda Grazia” che dipende dalle opere di penitenza del credente (digiuni, pellegrinaggi, elemosine, etc.) ma mentre il cattolico, tramite i sacramenti, può presumere di avere ottenuto il perdono ed essere in grazia di Dio, il luterano non dispone di segni che gli possano far ritenere probabile di essere stato predestinato alla salvezza, da qui il grande risalto conferito all’animazione liturgica e all’estetica dei luoghi di culto. Lutero non nega la presenza reale nell’eucaristia ma non ammette nemmeno la transustanziazione: la persona di Cristo nel pane e nel vino consacrati è sì presente, ma la natura divina non può coesistere con la sostanza delle due specie (prototipo), in quanto realizzazione contingente del modello esistente eternamente in Dio (archetipo); in altre parole, Lutero tradisce la concezione aristotelica per la quale gli accidenti non possono sussistere senza la sostanza. Da qui anche il rifiuto a custodire le sacre specie dopo l’eucaristia. I capisaldi della dottrina di Lutero, che rientrano a pieno titolo nella predicazione di Kiko, possono così essere riassunti:
1 Sola Fide: la salvezza non si ottiene per mezzo delle buone opere ma solamente avendo fede in Dio; l’uomo compie azioni buone non per propri meriti ma come conseguenza della grazia di Dio che salva a suo insindacabile arbitrio (OEC per la fase di conversione, p. 147).
2 Sola Gratia: per ricevere la grazia divina non occorre la mediazione di un clero istituzionalizzato perché tra l’uomo e Dio c’è un rapporto diretto (OEC, pp. 189-190).
3 Sola Scriptura: chiunque, illuminato da Dio, può sviluppare una conoscenza completa ed esatta delle Scritture senza mediazione di terzi (OEC per la fase di conversione, p. 372).
4 Sola Gloria: la missione della Chiesa ha una natura carismatica e non giuridica (OEC per la fase di conversione, p. 81).
5 Sola Christo: Dio Padre ha affidato a suo Figlio Gesù Cristo il compito di far conoscere il perdono dei peccati; da qui la necessità di abolire le strutture superflue della Chiesa, le congregazioni religiose, il culto della Madonna e dei santi (OEC per la fase di conversione, pp. 329-330).
L’eresia che prende il nome da Giansenio (Jansenn Cornelius 1585-1638) si propone di recuperare il carisma della vita comune. Il vescovo belga-olandese, che nell’”Augustinus” indagava sui rapporti tra grazia e libero arbitrio, ritirò le sue affermazioni di fronte alle proteste della Chiesa ma furono i suoi discepoli a porre le premesse per la nascita di questa corrente ereticale. Il problema nasce perché il concilio di Trento aveva sostenuto che la grazia e la libertà sono compresenti nell’uomo, però non aveva specificato i rapporti tra le due occorrenze: la grazia lascia immutata la libertà o viceversa, quando interviene, non è più tale? Su questo punto a Port Royal, vicino Parigi, si confrontarono un certo numero di intellettuali ed altri uomini di governo fino al punto da far pensare ad una chiesa parallela: quelli che volevano una Chiesa cattolica francese autonoma da Roma spesso abbracciavano le idee gianseniste. I giansenisti negano il libero arbitrio: l’uomo di fronte alla grazia non è libero di scegliere. La libertà dell’uomo c’è, ma la grazia si impone alla libertà. Secondo i cattolici la grazia sostiene l’uomo che collabora con essa e vi aderisce liberamente. Invece i Giansenisti sostengono che la grazia è così forte che prevale sull’uomo inducendolo ad agire in modo automatico come se la sua libertà fosse soggiogata. Da qui alla predestinazione il passo è breve. Ma se la grazia spinge l’uomo ad agire necessariamente bene, l’uomo non dovrebbe peccare più, e di conseguenza quelli che fanno il male non hanno ricevuto la grazia necessitante e quindi non sono degni di salvezza. Il rischio di una simile teologia è giustificare tutto in nome della fede, finanche la guerra santa. Per questo il Giansenismo è una Chiesa di pochi eletti, teologi e mistici, tale da non essere valida per tutti. Il Giansenismo rifiuta la pietà popolare, il devozionismo, i pellegrinaggi tacciati come “turismo” confessionale, le processioni delle offerte, ma propone un’ascesi che è esercizio e fatica della fede che si conquista con duri scrutini. Per i Giansenisti un peccatore può convertirsi, ma poi bisogna vedere gli effetti della conversione: più un adepto avanzerà nel cammino di fede, più sarà alta la sua reputazione nella comunità. I sacramenti per i Giansenisti non sono un aiuto alla vita dell’uomo e quindi non vanno praticati spesso, ma sono il premio della virtù e vanno conquistati e praticati ad intervalli regolari: non ci si accosta al Battesimo appena nati se non dopo un cammino ventennale (la vera sfida non è tanto l’attesa quanto il subire lo sguardo in cagnesco dei catechisti); non ci si accosta all’Eucaristia se non se ne è degni (nel gergo neocatecumenale si dice che quando non c’è eucaristia, “c’è messa” per sottolineare la distanza con i “cristiani della domenica”); non ci si accosta alla penitenza da soli perché è la comunità che perdona (il “ratto del saluto” dura finchè la vittima non trova un nuovo sponsor).
Gianbattista Vico (1668-1744) fu il massimo esponente dell’illuminismo napoletano. Alcune pagine della “Scienza nuova” attirarono l’attenzione dell’Inquisizione in particolare sulla “dottrina degli erranti ferini” (1727). Nella sua illustrazione del progresso umano Vico fa coincidere la selva con il cristianesimo. La dea Venere rappresenta la bellezza degli uomini e delle donne civilizzate rispetto a quelli ancora erranti nella selva. Il diluvio universale ha creato una crisi senza precedenti e la stessa umanità risulta degenerata. Riprendendo Bruno, Vico ritiene che la diffusione della religione giudaica prima e poi di quella cristiana sia stata causa del decadimento sociale dell’Occidente. I termini “ara” e “ador” dimostrano l’associazione tra agricoltura e religione: il primo è il recinto dei pascoli, il secondo è il “debbio” (l’incendio dei boschi per creare nuove terre fertili). Ciò costringe le creature a uscire dalla selva e a civilizzare il mondo.
Il Modernismo è un’eresia condannata dalla Chiesa nel 1907 (enciclica “Pascendi”) che nasce come reazione all’arretratezza degli studi ecclesiastici in campo cattolico nell’area biblica, storica e filosofica. Nel campo della filologia biblica furono adottati nuovi criteri di lettura dei Vangeli, che sono la base anche delle attuali interpretazioni cristologiche, mentre invece gli studi cattolici erano rimasti all’interpretazione letterale o allegorica cercando di conciliare la verità dogmatica contenuta nella Bibbia con le nuove nozioni emergenti (concordismo). Anche negli studi storici si assiste ad una notevole arretratezza: la disciplina era impostata su criteri apologetici, perché all’epoca si riteneva prioritario il dovere di dimostrare la santità della Chiesa. In campo filosofico l’unica filosofia tollerata era il Neotomismo che rendeva il pensiero cattolico impenetrabile ad altre impostazioni filosofiche, come il positivismo, l’idealismo che si erano diffuse nella seconda metà del ‘800. Questa arretratezza in campo biblico, storico, filosofico era evidente nei manuali utilizzati nelle facoltà di teologia, che si presentavano come delle effimere ripetizioni o reinterpretazioni della tradizione (psittacismo). Il Modernismo cerca di rispondere a questa arretratezza ma si spinge troppo oltre negando alcuni dogmi della Chiesa e scadendo nell’eresia. Tre gli altri si possono citare Alfred Loisy, George Tyrrell, ed Ernesto Buonaiuti. Loisy era un sacerdote francese docente di Sacra Scrittura che nel 1893 scrisse degli articoli in cui metteva in discussione l’autenticità mosaica del Pentateuco e sosteneva che alcuni libri biblici si potevano considerare propriamente storici, mentre altri meno. Per questo fu allontanato dall’insegnamento e confinato in un convento di monache. Loisy accettò il trasferimento, ma all’inizio del ‘900 vinse un concorso statale e cominciò ad insegnare nell’università di Parigi, sottraendosi alla censura ecclesiastica. In “La Chiesa e il Vangelo” (1903) affermava che Gesù ha predicato il Regno ma non ha fondato la Chiesa. Loisy non vuol dire che la Chiesa non sia di fondazione divina, ma dice che è nata da uno sviluppo successivo alla predicazione di Gesù. La Chiesa, cioè, non è stata fondata direttamente da Lui ma è nata dall’interpretazione che gli Apostoli hanno dato alle sue parole. La conseguenza è che il dogma non è una verità immutabile, data per sempre, ma è soggetto ad evoluzione (tradizione), come sviluppo della Rivelazione. La Chiesa per Loisy sarebbe legata alla comprensione della fede in un dato momento storico. Qui si manifesta il limite e l’esasperazione del Modernismo: non c’è un dato rivelato per sempre, ma tutta la verità è soggetta ad interpretazione, che può essere anche una rottura traumatica rispetto a quella precedente. Sostenere l’evoluzione del dogma significa non avere più la certezza della verità perché introduce nella Chiesa un dubbio radicale (equiparazione dell’errore alla verità). È evidente l’influsso dell’evoluzionismo di Darwin su Loisy, che recepisce ciò che viene dalla cultura laica, portando a pensare che la Chiesa è il risultato di una lotta per la sopravvivenza tra l’ortodossia e l’eresia. Il libro fu subito messo all’indice e Loisy condannato, cosicché decise di uscire dalla Chiesa dandosi agli studi di storia delle religioni. George Tyrrell, calvinista irlandese convertitosi radicalmente e repentinamente al cattolicesimo, entrò nei gesuiti, cominciando a riflettere sul pensiero laico e cercare una sintesi con quello cattolico. Tyrrell afferma che la fede non è un dato oggettivo ma è un dono che si concretizza nell’esperienza. Di conseguenza anche il dogma è la comprensione comunitaria di un’esperienza di fede, ed è quindi soggetto a repentini cambiamenti, per cui un’altra comunità può anche comprendere diversamente quello stesso dato di fede. Questo significa che non c’è più oggettività, non si aderisce più ad un credo comune ed oggettivo e quindi la fede non può essere né comunicata né controllata, cosicché viene meno la necessità del magistero della Chiesa. Questo è anche uno dei motivi per cui Kiko per anni ha denunciato quella che lui riteneva fosse una “Chiesa senza parola di Dio” (OEC per la fase di conversione, p. 42). L’esperienza di fede è libera, personale o al massimo è di una comunità di credenti, ma non ha senso una gerarchia ecclesiastica che controlla la fede che, quindi, non può dipendere da dottrine teologiche immutabili perchè la religione è uno stile di vita in cui l’autorità è un “consensus fidelium” cioè una sorta di discernimento istintivo o senso spirituale per mezzo del quale i cristiani riescono a percepire intuitivamente ciò che è conforme alla Parola di Dio. Il magistero pertanto deve intervenire solo per ratificare l’orientamento della comunità di fedeli che però rimane sempre un’opinione nell’insieme delle varie confessioni. Per queste idee Tyrrell venne condannato, espulso dai gesuiti e privato dei sacramenti. L’ultimo modernista che ci interessa è Ernesto Bonaiuti (1881-1946) che fu ordinato sacerdote nel 1903 e fondò la “Rivista storico-critica delle scienze teologiche” e “Ricerche religiose” che furono messe subito all’Indice. Scomunicato e dimesso dallo stato clericale fu prima esonerato e poi privato della cattedra universitaria. Nelle sue opere (più di 3 mila scritti) si lascia andare a interpretazioni di ordine storico e filosofico: le religioni non sono visioni del mondo ma indicazioni normative di precompresioni razionali e spirituali, ad es. la Riforma di Lutero fu interpretata come espressione dell’individualismo nella cultura europea che non aveva assimilato la cultura pauperistica tradotta dalla Chiesa nel medioevo (non è un caso che nel Cammino Neocatecumenale si esalta il lavoro remunerato i cui frutti sono rappresentati dalle decime). Il modernismo politico si presentava dunque come il tentativo di dare ai credenti il diritto di adottare scelte politiche senza la direzione ecclesiastica. Anche per questo motivo Pio X fermò le derive del partito socialista all’Opera dei congressi (sorta a Venezia nel 1874) e stipulò il “patto Gentiloni” (1913) che portò all’elezione di 21 deputati cattolici nel partito liberale.
Conclusioni
Attraverso un lungo excursus abbiamo visto che vi sono diverse analogie tra il Cammino Neocatecumenale e alcuni movimenti ereticali che si sono avvicendanti nel corso dei secoli ma vi sono anche delle distanze. Le varie persecuzioni poste in atto dalla Chiesa hanno determinato la frammentazione, se non addirittura la scomparsa di tali movimenti ma non hanno fermato la propaganda dottrinale eretica che si è riciclata di volta in volta. Abbiamo anche visto che la “scelta” non dipende da chi la possiede ma da chi la comunica e, per quanto possibile, la traduce ai lettori. Probabilmente Kiko non è un eretico in senso stretto o almeno non è ancora stato dichiarato tale dal Vaticano ma è fuori di dubbio che nella sua predicazione realizza delle scelte su cosa dire in ambito teologico (Lutero, Pascal, Tillich, Barth, Bonhoeffer) e morale (femminicidio, omofobia), nonché cosa omettere in campo artistico (Rublev, Ushakov) e musicale (Filippucci, Carlebach). Kiko è stato condizionato dall’ambiente del suo tempo (l’antifascismo franchista) o forse si è formato con del materiale di dubbia liceità? Proveniva da una famiglia dell’alta borghesia e ciò sicuramente lo ha favorito negli studi ma non possiamo soffermarci solo a far riemergere nel Cammino ciò che appartiene al suo passato pena il rischio di cadere nel solipsismo. Tuttavia in anni recenti ci sono state della reazioni dell’autorità ecclesiastica che fanno pensare ad un conflitto di ampie proporzioni. Nel 1997 il vescovo di Clifton in Inghilterra proibì il Cammino nella sua diocesi e lo stesso avvenne in Giappone nel 2010. Il fatto stesso che, secondo i fondatori del Cammino, la Bibbia si possa interpretare da sola tramite parallelismi, è indicativo di una teologia speculativa tipica dei movimenti ereticali. Le statistiche inoltre dimostrano che il numero dei fuoriusciti dal Cammino è molto più ampio del numero dei “martiri” della Chiesa, con dati inequivocabili ed oggi da tutti accettati, per cui non si può parlare del Cammino Neocatecumenale come di un ritorno alla Chiesa delle origini piuttosto come di un tentativo di recuperare alla fede quanti sono fuoriusciti dalla Chiesa o da altri movimenti ad essa affini (teologia del ritorno o Nuova evangelizzazione). Paradossalmente, però, anche il Cammino ha i suoi “eretici” (Augusto Faustini, Daniel Lifschitz, Pablo Herrera) che hanno avuto l’ardire di contestare la leadership di Kiko. Se il Cammino si dichiara ufficialmente in sintonia con la Chiesa cattolica, allora non ne tradisce forse anche la disciplina (sedia bollente, lucernario, isolamento)? Enrico Zoffoli le chiama “eresie” perché li considera una minaccia per la Chiesa. Invece ritengo più appropriato il termine “manie” che riflette anche l’anomalia psichica di coloro che le praticano.
C’è un’eresia che non rientra in nessuno dei movimenti descritti e che risponde ad un libro che apparve in Italia nel 1787 col titolo “Patto della teologia moderna con la filosofia per rovesciare la religione di Cristo” (notizia riportata dall’agenzia “Antyk Foundation”). L’idea di massima era di individuare due o tre persone che avrebbero fatto da tramite attraverso una serie di strategie. Prima di tutto quella di non pubblicare le proprie conversazioni. Inserirsi gradualmente nella Chiesa fino al punto di rendere impossibile la distinzione tra amici e nemici. Adottare confessioni frequenti, anche pubbliche per dare più risalto alla comunità, penitenze facili e insistere sul confronto tra verità e menzogna. Enfatizzare l’idea di decadenza sociale, del bene e della morale insinuando il convincimento di restaurare la Chiesa delle origini magari inventando un capro espiatorio che poteva essere Costantino oppure il Concilio di Trento. Isolare, lentamente, i vincoli dei cattolici con la Chiesa alienandoli dalla vita parrocchiale. Ingraziarsi le simpatie dei vertici curiali ma allo stesso tempo spargere zizzania mettendo l’uno contro l’altro, parroci contro parroci, vescovi contro vescovi. Eliminare l’opposizione interna attraverso una rigida disciplina e un pressante condizionamento mentale. Non sappiamo chi fosse l’autore ma si tratta probabilmente di un falso afferente alla letteratura apocrifa moderna così come il “Piano massonico per la distruzione della Chiesa Cattolica”, apparso nel 1998 sulla rivista “Teologica”, che riporta le direttiva di un gran Maestro della Massoneria ai vescovi cattolici nello stesso periodo in cui Kiko frequentava il circolo “Gremio 62” che si occupava di tutto fuorchè di complotti e cospirazioni. L’esempio più eclatante è costituito dalla “nuova estetica” per la quale ispirazione Kiko si richiama alle icone della chiesa ortodossa fino al punto di rasentare il plagio! La “Vergine del Cammino” (dipinta da Kiko nel 1973) è la brutta copia della “Nostra Signora  Eleousa” di Simon Ushakov vissuto nel XVII secolo e persino il “Cristo assiso in gloria” (Deesis) che fa bella mostra di sé nella maggior parte delle sale neocatecumenali (Corona Misterica) è un’imitazione di un’opera di Andrej Rublev (XV secolo). Evidentemente la storia della Chiesa di questo periodo non doveva essere poi tanto noiosa!
-Perchè limitarsi al “restyling” delle icone russe quando l’arte è un patrimonio mondiale universale?
-Perchè registrare dei mamotreti con il rischio di essere scoperti?
-Perchè copiare la musica ebraica se si poteva comprarla?
Evidentemente la storia di coloro che vantano “diritti di proprietà” (di qualsia tipo) rende l’idea di una teologia estrosa, provocatoria e gravida di rischi. Lungo i secoli la vicenda cristiana ha costituito il semenzaio di molte forme eretiche di filosofia e di teologia. La chiesa ortodossa ha coltivato un inconscio monofisismo in cui Gesù non è solo considerato senza peccato ma onnisciente, ieratico e apatico (iconografia ortodossa). Oggi la concorrenza tra le chiese non si gioca più sul piano dottrinale come accadeva tra Oriente e Occidente, ma sul piano etico e a dominare la scena non sono più le scuole teologiche ma i mass media che un giorno esaltano l’eroe di turno e subito dopo lo umiliano. Così accade, ad esempio, che i valdesi professino la separazione tra Stato e Chiesa (laicismo) fino al punto di sostenere la liceità dell’aborto e dell’eutanasia mentre i mormoni e i cattolici li contrastano con veemenza. Così accade, ad esempio, che un direttore di un noto periodico è costretto a dimettersi dopo lo scandalo sul proprio orientamento sessuale (“Boffo dà le dimissioni, Bagnasco le accetta”, 3 settembre 2009) o che un cardinale venga assolto dalle accuse di pedofilia (“Il cardinale Pell prosciolto dalle accuse di abusi: verdetto unanime dei giudici”, 7 aprile 2020). La prova di verità del Kiko dissidente è stata la decisione della Chiesa di metterlo sullo stesso piano degli “acchiappafantasmi” e ciò significa che la chiesa vive nella tensione costante di qualcosa che non è facilmente accettabile nella vita quotidiana (trade-off Magistero vs Sensus fidelium). Lo stesso è successo con gli Statuti in forza di una decisione sofferta. Così la Chiesa ha trovato negli scritti arguelliani un argine contro gli abusi del passato mentre le comunità neocatecumenali trovano nell’autorità del capo un modo di proteggersi dinanzi alle pretese stravaganti proferite in nome della morale. Noi cattolici siamo giunti a comprendere il ruolo del papa come voluto da Cristo ma il ruolo di Kiko continua a destare meraviglia anche tra gli scettici. Il ministero ordinato deve salvaguardare l’unità dei fedeli anche se la degradazione di autorità dei vari ministeri laici non corrisponde alla scala di valori dell’amore cristiano? Se da una parte la sua voce lancia strali contro l’OMS e a favore della somministrazione in mano della comunione, d’altra parte la più grande conquista di Kiko non è quella di avere una “carica” ma di essere ancora “carico” a 80 anni suonati e nessuno può fermarlo!
Bibliografia
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Erba A., Guiducci P.L., La Chiesa nella storia, LDC, Torino, 2008.
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Iakob, Kiko Arguello’s Neocatechumenal Way is…, 31 marzo 2017 https://gloria.tv/post/K7Z9M9uJg7Kj6nmJN2mgzZEp
Il discusso discorso sul femminicidio di Kiko Arguello, “Il post”, 23 giugno 2015, https://www.ilpost.it/2015/06/23/kiko-arguello-femminicidio
Il piano massonico per la distruzione della Chiesa Cattolica, Teologica, 14 marzo-aprile 1998, pp. 2225, ed. Segno, Udine. http://cibo-spir.blogspot.com/2013/11/piano-massonico.html
Merlo G.G., Eretici ed eresie medievali, il Mulino, Bologna, 1989.
Onofri A., Cruccas G., Eresie di Kiko Arguello sulla Santissima Trinità…ma la santa sede si rende conto a chi ha affidato la cosidetta “Nuova evangelizzazione”? Evidentemente no…, “Non Possumus”, 18 dicembre 2011, http://nullapossiamocontrolaverita.blogspot.it/2011/12/eresie-di-kiko -arguello-sulla.html
Vaccarella A., Icona e preghiera, EDB, Brescia, 2018.

Il Cammino Neocatecumenale e il Concilio di Trento

A partire degli anni ’80 vedono la luce alcune notizie su un sedicente movimento che si definiva “cristiano”. Il 13 marzo 1983 Padre Virginio Rotondi nella rubrica “Così, semplicemente” de “Il Tempo” accennava a certi “errori” dottrinali contenuti in uno dei loro documenti.
Circa un decennio dopo uno dei più grandi teologi della Chiesa, padre Enrico Zoffoli, nel 1992 ha pubblicato “Eresie del Movimento Neocatecumenale, Es. Segno, Udine, 1992” in cui a suo modo tirava le orecchie a questi “bravi ragazzi”: “chiesa parallela”, “scempio dell’eucaristia”, “società segreta”, etc.. Tre anni dopo sempre per le edizioni Segno uscì il libro “Verità sul Cammino neocatecumanele” in cui lo stesso autore raccolse una serie di testimonianze e di documenti che rivelano la natura non sempre trasparente della “Via”.
Ne seguirono una serie di interventi del Magistero cattolico che furono raccolti e pubblicati da don “Elio Marighetto, Segreti del Cammino Neocatecumenale, Arti Grafiche Cantagallo, Penne (PE), 2001” in cui ne denunciava gli abusi liturgici e altre anomalie.
Oltre alla carta stampata l’universo virtuale offre anche numerosi contributi in rete. È dal 2006 l’anonimo “Osservatorio sul cammino neocatecumenale secondo verità” cui si oppone un “Controsservatorio” anch’esso anonimo. Moltissimi sono i siti scritti e curati dagli ex adepti del Cammino oppure “Anticammino. Il cammino della disperazione” oppure il recentissimo blog di Pablo Herrera.
Tra le testimonianze più drammatiche c’è quella di Augusto Faustini,“La tela del ragno. Plagio psicologico del Cammino Neocatecumenale” che li paragona alla criminalità organizzata (Massoneria e Mafia) e quella di Daniel Lifschitz che, dopo aver completato tutte le tappe dell’itinerario, ha pubblicato due libri: “Dio sceglie l’immondizia. Storia di un ebreo cattolico, ed. Parva, Melara, 2008” e “L’immondizia ama Dio. Storia di un cattolico ebreo, ed Parva, Melara, 2008”.
La vicenda dei fuoriusciti dal Cammino ha attirato l’attenzione di molti professionisti tra cui Lorita Tinelli, psicologa e criminologa, da sempre impegnata nel campo delle psicosette, di psichiatri in “Le Armate del Papa, Ponte delle Grazie 1996”, degli storici, dei medici, dei consulenti, dei parroci in “Neocatecumenali sul viale del tramonto, Ed. Segno, Udine, 2011” curato da don Umberto Buonincontro, della magistratura, del mondo accademico “Genesi di una realtà ecclesiale attraverso lo studio delle fonti” tesi di dottorato di Francesca Campigli che dimostra la dipendenza dei neocatecumenali dalla teologia protestante (Dietrich Bonhoeffer e Karl Barth) e molti altri.
Il 6 aprile 2013 il periodico “Questotrentino” ha pubblicato un articolo dal titolo “Neocatecumenali: i nuovi cattolici” con sottotitolo a fondo pagina: “una setta dentro la Chiesa. Intervista al sociologo Marco Marzano” autore del libro “Quel che resta dei cattolici, Feltrinelli, Milano, 2012” in cui scrive: “se facciamo riferimento alle definizioni sociologiche più accreditate, rientra in un gruppo settario, al pari dei Testimoni di Geova, dei mormoni e di molti altri gruppi” (Faita, 2013). Analogamente si è espresso Ariel Levi di Gualdo nel suo libro “La setta neocatecumenale. L’eresia si fece Kiko e venne ad abitare in mezzo a noi, Ed. L’Isola di Patmos, Roma, 2019” che contesta una “concezione ereticale del sacro mistero eucaristico in parte a una pasqua ebraica e in parte a un banchetto calvinista” (I neocatecumenali sulla via del tramonto, col contributo del papa, 7 ottobre 2019). Le inchieste successive non smentiscono ma anzi confermano alcuni problemi di cui si parla spesso:

  • “i guasti in quest’organizzazione sono impressi nelle voci di migliaia di fuoriusciti” (Faita, 2013)
  • “al vertice c’è Kiko che decide ogni cosa ed è venerato più del papa” (Faita, 2013)
  • “è una specie di stupro mentale per soggiogare intere famiglie” (Faita, 2013)

Su questo ultimo punto si segnalano le “numerose denunzie di plagio delle persone, pervenute alla CEI” (Zoffoli, 1995:26) e al centro di ascolto Gris di Roma dove “le richieste riguardavano soprattutto il Movimento Netocatecumenale e l’Opus Dei” (Di Marzio R., Nuove religioni e sette. La psicologia di fronte alle nuove forme di culto, Magi, Roma, 2010, p. 85).
Ma chi sono questi “Neocatecumenali”? Le note ufficiali parlano di un itinerario di formazione cristiana fondato nel 1964 in Spagna dal pittore Josè Gomez Arguello detto “Kiko” e dalla ex suora Carmen Hernandez. Sorprende la rapidità con cui si è diffuso in 107 paesi con 19 mila comunità per un totale di mezzo milione di affiliati. In Italia le stime indicano 1500 comunità con 30 mila adepti (Faita, 2013). Papa Bergoglio se da una parte è consapevole di “una realtà solida e legittimata che secondo varie testimonianze apporta molte risorse finanziarie ai vertici curiali” (Faita, 2013), d’altra parte in più occasioni non ha nascosto una certa insofferenza (Udienza alle comunità del Cammino Neocatecumenale, 1 febbraio 2014).

Nota metodologica


Scopo di questo articolo è di indagare sulle origini teologiche e fornire degli strumenti agli insegnanti di religione e a quanti intendono fare luce su uno dei movimenti più controversi del mondo cattolico. L’idea è di confrontare alcune ipotesi di base tra il Cammino Neocatecumenale e Trento, la città del concilio, laddove lo stesso fondatore “Kiko” ritiene siano iniziati i problemi per la Chiesa. Il Concilio di Trento (1545-1563) fu indetto da papa Paolo III su quella città che si pensava fosse un “ponte” tra l’Impero e il Papato. Per la trattazione ho scelto dieci argomenti, ognuno dei quali ha caratteristiche proprie ma che ruota attorno a un punto centrale, adattando lo schema proposto da Gino Conti (Conti G., Neocatecumenali al bivio. Sussidio per una scelta, Ed. Segno, Udine, 1994), il quale riporta per ogni argomento l’insegnamento delle catechesi neocatecumenali, l’insegnamento del catechismo della chiesa cattolica e i numeri del catechismo citati nel capitolo. Pertanto ogni confronto è così organizzato: ad una prima formulazione tratta dal Direttorio Catechetico (Kiko o Carmen) propongo la sentenza del Concilio che più si avvicina al tema di indagine; i confronti si concludono con una nota sull’equivoco. Si tratta di un confronto molto rischioso a causa della distanza che intercorre tra le due parti non solo di tempo ma anche di spazio e di termini (atti conciliari contro comuni opinioni). Entrambi i fenomeni sono stati prodotti da idee, luoghi e persone ma sono stati attraversati anche da conflitti e ostacoli. Nel corso della narrazione cercheremo di capire chi sono i neocatecumenali per poi andare a confrontare i punti di discontinuità con il concilio di Trento ed infine concludere con alcune osservazioni. Per il testo dei decreti del concilio di Trento ho fatto affidamento all’edizione di Internet Service che aderisce al magistero pontificio e al Progetto culturale della Cei (vedi Bibliografia). Per il catechismo tridentino mi sono basato sull’ottima versione online disponibile su Wikisource. Per i documenti del Cammino ho utilizzato gli “Orientamenti” forniti dal Centro Neocatecumenale “Servo di Jahvé”.

L’adorazione eucaristica


Cosa dice Carmen:

“Da Trento in poi si celebrerà la Messa per consacrare ed avere presente Gesù Cristo e metterlo nel tabernacolo (…) In questa epoca comincia il Corpus Christi, le esposizioni solennissime del Santissimo, le processioni col Santissimo, le messe sempre più private, le visite al Santissimo e tutte le devozioni eucaristiche. Tutto questo è ormai più importante della celebrazione. Tanto è vero che io stessa sono andata a messa per comunicare e portarmi via Gesù Cristo nel cuore. La messa era il meno: era questo: una visita di Gesù nel tuo cuore che è quello che diciamo ai bambini quando fanno la prima Comunione. Questo significa minimizzare l’Eucaristia” (Orientamenti all’equipe di catechisti per la fase di conversione, pp. 329-330).

Cosa dice il Catechismo Tridentino:

“Appunto in questo medesimo senso noi affermiamo che bisogna adorare questo sacramento, intendendo cioè il corpo e il sangue del Signore. Ma è chiaro che tutte queste cose sono dette sacramenti solo impropriamente. Tale nome, invece, in senso stretto spetta solo alle specie del pane e del vino” (Catechismo Tridentino, Parte II L’eucaristia, Il sacramento dell’eucaristia, n. 209).

L’equivoco è servito:

Qui si nota l’influenza di Lutero secondo cui la presenza reale di Cristo può darsi soltanto entro certe condizioni da cui il divieto di adorazioni o di processioni. Però di fatto Lutero non mise mai in discussione la presenza reale come invece appare in più punti del Direttorio Catechetico (Conti, 1997: 240; Zoffoli, 1995:67). Probabilmente Carmen si confonde sul valore reale dell’adorazione eucaristica scambiandola per una comune devozione.

La Bibbia


Cosa dice Kiko:

“In questo cammino vogliamo che la gente incontri direttamente i libri della Bibbia. È inutile che la gente si legga la Bibbia in casa, perché al quarto giorno si stanca. La Bibbia si interpreta da sé stessa, attraverso i parallelismi” (Orientamenti all’equipe di catechisti per la fase di conversione, p. 372).

Cosa dice il Concilio di Trento:

“Inoltre, per reprimere gli ingegni troppo saccenti, dichiara che nessuno, basandosi sulla propria saggezza, negli argomenti di fede e di costumi, che riguardano la dottrina cristiana, piegando la sacra Scrittura secondo i propri modi di vedere, osi interpretarla contro il senso che ha (sempre) ritenuto e ritiene la santa madre Chiesa, alla quale spetta di giudicare del vero senso e dell’interpretazione delle sacre scritture o anche contro l’unanime consenso dei padri, anche se queste interpretazioni non dovessero esser mai pubblicate. Chi contravvenisse sia denunciato dagli ordinari e punito secondo il diritto” (SESSIONE IV 8 aprile 1546 Primo decreto: Si ricevono i libri sacri e le tradizioni apostoliche).

L’equivoco è servito:

Qui pesa la dottrina luterana del libero esame secondo cui chiunque può sviluppare un interpretazione autonoma delle Scritture. C’è inoltre un’accusa alla teologia ebraica e a quella pagana (niente però a vedere con la “Casa del catecumeno” fondata da Ignazio di Loyola nel XVII secolo per convertire gli ebrei al cattolicesimo) che avrebbero “inquinato” il cristianesimo con le loro tendenze sincretistiche nonostante il Cammino neocatecumenale faccia ampio ricorso a pratiche giudaiche e pseudopagane, ad es. le danze rituali, il lucernario, la scrutatio, la confessione pubblica, etc.

La chiesa


Cosa dice Kiko:

“È chiaro che un cristiano di 20-30 anni fa, di fronte a questi due tipi di uomo, di fronte a questo sviluppo che si manifesta attorno a lui, di fronte a questi due tipi di persona che non sono più disposti ad ascoltarlo, si trova con un complesso di inferiorità. Dato che è dentro ad una Chiesa che sta attraversando un momento grave, perchè è una Chiesa monolitica, molto dommatica, una Chiesa eccessivamente ritualistica, una Chiesa in cui non c’è Parola di Dio perchè è tutto in latino, perchè la Bibbia era praticamente proibito leggerla, una Chiesa dove il popolo è alimentato da devozioni particolari, come il Sacro Cuore, novene, culto dei santi, ecc. Quest’uomo ha una teologia molto giuridica ed è molto poco formato, generalmente ha una formazione di prima comunione, cui è seguito poi quello che gli hanno insegnato a scuola o al collegio nella materia “religione” e poco altro. È un uomo che ha fatto esercizi spirituali e che spesso ha un direttore spirituale ma che si trova in una situazione molto povera per poter rispondere a quello che gli è cascato addosso: un mondo che cambia seriamente, cui deve dare una risposta” (Orientamenti all’equipe di catechisti per la fase di conversione, p. 42).

Cosa dice il Concilio di Trento:

“Nella Chiesa cattedrale sia celebrata, ogni giovedí, la messa dello Spirito santo, con le litanie e le altre preghiere stabilite a questo scopo. Nelle altre chiese vengano dette nello stesso giorno almeno le litanie e le orazioni. E durante il tempo delle funzioni sacre, non si chiacchieri e non si raccontino storie, ma si assista il celebrante con la bocca e col cuore” (SESSIONE II 7 gennaio 1546 Decreto sul modo di vivere e su altre cose da osservarsi nel Concilio).

L’equivoco è servito:

Considerando che gli “Orientamenti” risalgono al 1972, le sue stime si riferiscono agli anni ’40-’50 durante la dittatura franchista dove però era ammessa una certa libertà di predicazione. Kiko e Carmen inoltre sono testimoni di una guerra civile spagnola (1936-39) che ha visto tanti martiri immolarsi per la causa cristiana. Alcuni sono stati canonizzati, altri beatificati recentemente. Ciò non sarebbe stato possibile in una Chiesa “in cui non c’è Parola di Dio”.

L’Eucaristia


Cosa dice Carmen:

“Ma a Trento si punta tutto sulle essenze, sulla efficacia, e si perde di viste il valore sacramentale del segno. Per questo è lo stesso fare la comunione con il pane o con l’ostia che non sembra più pane ma carta, che il vino lo beva uno solo perchè il sacramento essenzialmente si realizza lo stesso” (Orientamenti all’equipe di catechisti per la fase di conversione, p. 175).

Cosa dice il Concilio di Trento:

“Poiché, poi, Cristo, nostro redentore, disse che era veramente il suo corpo ciò che dava sotto la specie del pane, perciò fu sempre persuasione, nella Chiesa di Dio, – e lo dichiara ora di nuovo questo santo Concilio – che con la consacrazione del pane e del vino si opera la trasformazione di tutta la sostanza del pane nella sostanza del corpo di Cristo, nostro signore, e di tutta la sostanza del vino nella sostanza del suo sangue. Questa trasformazione, quindi, in modo adatto e proprio è chiamata dalla santa Chiesa cattolica transustanziazione” (SESSIONE XIII 11 ottobre 1551 Decreto sul santissimo sacramento dell’eucaristia, Cap. IV).

L’equivoco è servito:

Come giustamente osserva Gino Conti, Carmen fa confusione sulle definizioni del Concilio di Trento in quanto non il segno ma gli atti del penitente producono la remissione dei peccati (Conti, 1997:137). Elio Marighetto riporta vari episodi di derisione e di profanazione delle sacre specie compiuti dai neocatecumenali (Marighetto, 2001:130; v. anche Zoffoli, 1995:142-143).

La Messa come sacrificio


Cosa dice Kiko:

“È chiaro che questo offrire a Dio non è affatto una cosa cattiva ma l’eucaristia è un’altra cosa ben diversa… Nell’Eucaristia tu non offri nulla, è Dio assolutamente presente quello che dà la cosa più grande e cioè la vittoria di Gesù Cristo sulla morte…In questa maniera … la gente ormai non vive per la Pasqua fanno sì che la liturgia si riempia di questa idea di offerta e di molte altre legate ad una mentalità pagana” (Orientamenti all’equipe di catechisti per la fase di conversione, p. 321).

Cosa dice il Concilio:

“E poiché in questo divino sacrificio, che si compie nella messa, è contenuto e immolato in modo incruento lo stesso Cristo, che si immolò una sola volta cruentemente sull’altare della croce, il santo Sinodo insegna che questo sacrificio è veramente propiziatorio, e che per mezzo di esso – se di vero cuore e con retta fede, con timore e riverenza ci avviciniamo a Dio contriti e pentiti – noi possiamo ottenere misericordia e trovare grazia in un aiuto propizio” (SESSIONE XXII 17 settembre 1562 Dottrina e canoni sul santissimo sacrificio della Messa, Cap. II).

L’equivoco è servito:

Uno dei motivi di maggiore attrito con la Chiesa cattolica è il rito della messa che violerebbe alcuni canoni del diritto (841 e 846) oltre ad essere “ridotta a pura commemorazione” (Zoffoli, 1995:26) il che ha richiesto l’attenzione dall’autorità ecclesiastica (nel 2005 dal card. Francis Arinze, nel 2007 da papa Ratzinger). Una prima regolamentazione, risalente al 29 giugno 2002, prevedeva l’apertura delle celebrazioni al pubblico mentre al 11 maggio 2008 risale l’approvazione dello Statuto e al 26 dicembre 2011 del Direttorio Catechetico (tredici volumi) tramite il Pontificio consiglio per i laici (Faita, 2013).

Le opere di carità


Cosa dice Kiko:

“È terribile fare della Chiesa una religiosità naturale in cui l’uomo si salva per mezzo di pratiche, mentre la Chiesa è qualcosa di tanto impressionante, è il tempio di Dio, il Corpo di Gesù Cristo”. (Orientamenti all’equipe di catechisti per la fase di conversione, p. 147).

Cosa dice il Concilio:

“Se qualcuno dirà che per quanto riguarda la pena temporale, non si soddisfa affatto, per i peccati, a Dio per mezzo dei meriti di Cristo con le penitenze da lui inflitte e pazientemente tollerate, o imposte dal sacerdote; e neppure con quelle che uno sceglie spontaneamente, come i digiuni, le preghiere, le elemosine, o anche altre opere di pietà; e che, perciò, la miglior penitenza è una vita nuova, sia anatema” (Sessioni XII-XVI 1551-1552 Canoni sul santissimo sacramento della penitenza, n. 13).

L’equivoco è servito:

Come osserva Gino Conti la differenza tra religione naturale e quella soprannaturale è costituita dal fine a cui l’uomo è diretto il che avviene solo attraverso il cristianesimo (Conti, 1997:35). Su questo punto pesa la teologia protestante secondo la quale l’uomo è intrinsecamente malvagio e quindi incapace di fare il bene. Fatto sta che la Chiesa Cattolica e la Federazione Luterana Mondiale sono giunti ad un accordo che ridimensiona il ruolo delle opere (31 ottobre 1999). Elio Marighetto riporta uno schema di vendita dei propri beni “per destinarli ai poveri” (Marighetto:141) tuttavia l’impossibilità di reperire i bilanci del Cammino e la mancata trasparenza rende vana qualsiasi stima sull’entità di queste vendite e la loro destinazione. È più probabile che la maggior parte di risorse accumulate servano a finanziare l’attività organizzativa, ad es. in una circolare firmata da Kiko si chiede di coprire un debito di 100 mila euro per una convivenza in un albergo a Porto S.Giorgio sulla riviera adriatica.

Il peccato originale


Cosa dice Kiko:

“Il peccato nella Scrittura, come si vede nelle catechesi, ha sempre un senso esistenziale ed ontico di situazione dell’uomo sulla terra. Così lo presenta la Genesi: situazione di nudità, di timore, di morte. Non ha mai il senso legalista e giuridico che ha acquistato ai nostri giorni. La conversione non è mai uno stringere i denti, uno sforzo dell’uomo. La conversione in tutta la Scrittura appare come un dono di Dio, una chiamata di Dio, un’iniziativa di Dio. Da questa idea è percorsa tutta la Scrittura. Per questo nella Scrittura il popolo dice: “convertici, Signore, mostraci lo splendore del Tuo volto perchè noi ci convertiamo” (Sal 80), ossia “la conversione non esiste se non c’è Dio che appare per primo” (Orientamenti all’equipe di catechisti per la fase di conversione, p. 163).

Cosa dice il Concilio di Trento:

“Chi nega che per la grazia del signore nostro Gesú Cristo, conferita nel battesimo, sia rimesso il peccato originale, o anche se asserisce che tutto quello che è vero e proprio peccato, non viene tolto, ma solo cancellato o non imputato sia anatema. In quelli infatti che sono rinati a nuova vita Dio non trova nulla di odioso, perché non vi è dannazione per coloro che col battesimo sono stati sepolti con Cristo nella morte, i quali non camminano secondo la carne, ma spogliandosi dell’uomo vecchio e rivestendosi del nuovo, che è stato creato secondo Dio, sono diventati innocenti, immacolati, puri, senza macchia, figli cari a Dio, eredi di Dio e coeredi di Cristo; di modo che assolutamente nulla li trattiene dall’ingresso nel cielo. Questo santo Sinodo confessa che tuttavia nei battezzati rimane la concupiscenza o passione. Ma, essendo questa lasciata per la lotta, non può nuocere a quelli che non acconsentono e che le si oppongono virilmente con la grazia di Gesú Cristo. Anzi, chi avrà combattuto secondo le regole, sarà coronato” (SESSIONE V I7 giugno 1546 Decreto sul peccato originale, n. 5).

L’equivoco è servito:

Pesa qui la dottrina luterana che enfatizza la chiesa invisibile (sacramentale) a danno di quella visibile (gerarchia). Ne consegue l’idea secondo cui la Chiesa non sarebbe una realtà giuridica ma carismatica. Secondo la “Teologia del servo sofferente” Gesù Cristo sarebbe solo un messaggero venuto ad annunciare il perdono di Dio. Kiko ignora che mediante la Sua morte e resurrezione ha cancellato la colpa dei protogenitori ma non il danno da cui si può rimediare con gli atti di remissione e di intercessione. Negando queste due occorrenze si afferma la predestinazione dell’uomo che non può tornare a Dio se non è da Questi voluto (Zoffoli, 1995:112). Ne risulterebbe però un “automa” e non un essere umano cosciente come vuole la tradizione cattolica.

La penitenza e la riconciliazione


Cosa dice Kiko:

“Così arriviamo al Concilio di Trento e dal XVI° al XX° secolo tutto rimane bloccato. Appaiono i confessionali, queste casette sono molto recenti. La necessità del confessionale nasce quando si comincia a generalizzare la forma della confessione privata, medicinale e di devozione portata dai monaci. Non ridete perché l’abbiamo vissuto anche noi. La confessione come mezzo di santificazione personale, così come la direzione spirituale, tutto fa parte del cammino della perfezione. Chi mette confessionali dappertutto è San Carlo Borromeo. Con dettagli che riguardano anche la grata, ecc…Adesso comprendete che molte delle cose che diceva Lutero avevano un fondamento” (Orientamenti all’equipe di catechisti per la fase di conversione, p. 174).

Cosa dice il Concilio di Trento:

“Del resto, per quanto riguarda il modo di confessarsi segretamente dinanzi al solo sacerdote, quantunque Cristo non abbia proibito che uno, in punizione dei suoi peccati e per propria umiliazione, sia come esempio per gli altri, che per edificazione della Chiesa, che è stata offesa, possa confessare pubblicamente i suoi peccati, ciò non è comandato da alcuna legge divina; e non sarebbe saggio comandare con una legge umana che si manifestassero le colpe, specie se segrete, con una pubblica confessione. Poiché, quindi, la confessione sacramentale segreta, che la santa Chiesa ha usato fin dall’inizio ed usa ancora, è stata sempre raccomandata con grande, unanime consenso dai padri più santi e più antichi, evidentemente risulta vana la calunnia di coloro che non hanno scrupolo di insegnare che essa è aliena dal comando divino, che è invenzione umana, e che ha avuto inizio dai padri del Concilio Lateranense” (SESSIONE XIV 25 novembre 1551 Dottrina dei santissimi sacramenti della penitenza e dell’estrema unzione, cap. V).

L’equivoco è servito:

Nel tentativo di eludere la deriva pelagiana (l’uomo può salvarsi da sé) e quella luterana (l’uomo non può correggersi), Kiko si spinge al punto di massimizzare il perdono divino alienando l’essere umano dalla possibilità di fare il bene. Da qui i reiterati inviti a non sforzarsi e a non resistere al male. Ne consegue uno svilimento della confessione individuale ed un enfasi di quella pubblica durante gli scrutini. Alla Comunità è riservato un ruolo disciplinare fino al punto di adottare vere e proprie strategie atte a indurre il soggetto deviante alla conformità dei comportamenti (sedia bollente, stanza maledetta, lucernario, etc.). Su questo punto si rimanda alla bibliografia vista l’imponente quantità di testimonianze al riguardo, anche drammatiche, nonché l’impossibilità di verificarle una per una.

Il sacerdozio


Cosa dice Kiko:

“Noi cristiani non abbiamo altare, perchè l’unica pietra santa è Cristo, Pietra angolare. Perciò noi possiamo celebrare eucaristia sopra un tavolo: e la possiamo celebrare in una piazza, in campagna e dove ci piaccia. Non abbiamo un luogo in cui esclusivamente si debba celebrare il culto. Non abbiamo nemmeno sacerdoti nel senso di persone che separiamo da tutti gli altri perchè in nostro nome si pongano in contatto con la divinità. Perchè il nostro sacerdote, colui che intercede per noi è Cristo. E siccome siamo il suo Corpo, siamo tutti sacerdoti. Tutta la Chiesa è sacerdotale nel senso che intercede per il mondo. È vero che questo sacerdozio si visibilizza in un servizio e ci sono alcuni fratelli che sono servitori di questo sacerdozio, ministri del sacerdozio. Nel Nuovo Testamento non si usa la parola “sacerdote” dato che riferita a Cristo; invece si parla di ministri e presbiteri” (Orientamenti all’equipe di catechisti per la fase di conversione, p. 56-57).

Cosa dice il Concilio di Trento:

Il sacrificio e il sacerdozio per divino ordinamento sono talmente congiunti che l’uno e l’altro sono esistiti sotto ogni legge. E poiché nel nuovo Testamento la Chiesa cattolica ha ricevuto dalla istituzione stessa del Signore il santo visibile sacrificio dell’eucaristia, bisogna anche confessare che vi è in essa anche il nuovo e visibile sacerdozio, in cui è stato trasferito l’antico. Che poi questo sia stato istituito dallo stesso Signore e salvatore nostro, e che agli apostoli e ai loro successori nel sacerdozio sia stato trasmesso il potere di consacrare, di offrire e di dispensare il suo corpo e il suo sangue; ed inoltre di rimettere o di non rimettere i peccati, lo mostra la Sacra Scrittura e lo ha sempre insegnato la tradizione della Chiesa cattolica (SESSIONE XXIII 15 luglio 1563 Dottrina vera e cattolica sul sacramento dell’ordine a condanna degli errori del nostro tempo, Cap. I).

L’equivoco è servito:

Nel Cammino Neocatecumenale vige una certa rigidità in tema di ruoli: il sacerdote presiede la celebrazione e somministra i sacramenti mentre la responsabilità delle comunità è affidata ad un laico o ad una coppia di laici che sono scelti “mediante votazione” (Statuto, art. 10 co. 3 Tit. II Cap. II). Secondo alcuni (Zoffoli, 1995:21) il presbitero sarebbe relegato ad un ruolo di secondo piano, adombrato dai catechisti, ai vertici della piramide neocatecumenale, “perché hanno lo Spirito Santo che li rende maestri e giudici degli altri in maniera inequivocabile” (Zoffoli, 1995:21). I catechisti percepiscono un terzo dei proventi (Faita, 2013) e a loro si deve obbedienza piena con la minaccia di essere espulsi (nel gergo neocatecumenale i “fichi maledetti” sono coloro che non si adeguano alle loro direttive, cfr. Marighetto:172).

La musica


Cosa dice Kiko:

“La vera teologia è un canto a Dio, è l’Eucaristia stessa, un canto completo di lode a Dio perché si è lasciato conoscere. Le teologie del XVI secolo non sono altro che elucubrazioni mentali senza una esperienza biblica da cui sgorga l’Eucaristia” (Orientamenti all’equipe di catechisti per la fase di conversione, p. 329).

Cosa dice il Concilio di Trento:

“Bandiscano, poi, dalle chiese quelle musiche in cui, con l’organo o col canto, si esegue qualche cosa di meno casto e di impuro; e similmente tutti i modi secolari di comportarsi, i colloqui vani e, quindi, profani, il camminare, il fare strepito, lo schiamazzare, affinché la casa di Dio sembri, e possa chiamarsi davvero, casa di preghiera” (SESSIONE XXII 17 settembre 1562 Decreto su ciò che bisogna osservare ed evitare nella celebrazione delle messe).

L’equivoco è servito:

Nonostante il tentativo di ristabilire la monodia, la musica della Controriforma esaltava la polifonia a cappella tipica dei canoni romani. L’ambiente musicale tridentino, tuttavia, era tutt’altro che sobrio (Vettori:7) con “l’uso massiccio di strumenti” (Id:20), “banchetti e danze” (Id:21). Kiko, da parte sua, tradisce la cultura andalusa e mette in grande risalto il canto solista (chitarra) e una varietà di strumenti di accompagnamento (flauto, violino, banjo, percussioni, etc.) obbligando i catechisti a interpretare i brani contenuti in un canzoniere “Resuscitò” basato sui salmi e altri testi biblici modificati a suo arbitrio. Anche qui si nota l’ombra di Lutero che, da buon agostiniano, conosceva bene la musica (frau musik) ma lascia ai grandi interpreti il compito di rielaborare le melodie gregoriane in maniera intuitiva per favorire la comprensibilità del testo e permettere al popolo di capire e partecipare con la propria lingua madre.

Conclusioni


Scopo dell’articolo, di qualsiasi natura (insegnante, accademico, religioso, etc), doveva essere quello di risolvere problemi ma ritengo ne abbia più creati che altro. E a ben vedere. Nessuno ha mai la soluzione in tasca. Il meglio che si può fare è di offrire al pubblico degli strumenti attraverso l’analisi e l’esposizione dei punti di vista. Abbiamo visto che per alcuni il Cammino Neocatecumenale è una setta mentre per altri il riconoscimento della Chiesa è una garanzia di legittimità. Il fondatore Kiko Arguello, in base ai dati riportati nei documenti, ha più volte sottolineato che nel corso della storia ecclesiastica vi sono state delle crisi culminate nel Concilio di Trento e che, di fronte alla polemica di Lutero, si è preferito ricorrere a formule selettive (“extra ecclesia nulla salus” che si potrebbe parafrasare in “extra iter nulla salus”). Ma il dialogo è rinnovamento e non compromesso. E a un certo punto la Chiesa ha sentito il bisogno di confrontarsi con i fratelli separati e i nemici dichiarati. Analogamente il Cammino si è dovuto confrontare con l’autorità ecclesiastica e lo stesso Kiko ha riconosciuto che nel testo-base delle sue catechesi vi erano degli errori (Marighetto:172). Non ha senso dunque preoccuparsi dei superstiti di ieri e trascurare quelli di oggi perchè la stessa Chiesa primitiva nasce dai fuoriusciti dal giudaismo e dal paganesimo (cristianesimo come inculturazione). Oggi il Cammino rischia di essere sopraffatto dai superstiti (vedi bibliografia) sebbene gli stessi neocatecumenali sono “fuoriusciti” da quella che chiamano “religiosità naturale”. In questa sorta di “exologia” (teologia dei superstiti) non ci sono vincitori né vinti ma solo ignoranza e le varie interpretazioni equivoche lo dimostrano (settarismo, fanatismo, ateismo). È chiaro che dopo 500 anni il mondo è cambiato a tal punto da far conciliare Kiko con Trento e tutte le conseguenze che ne derivano. Innanzitutto l’elaborazione dottrinale sarebbe affetta da un certo ermetismo (si tendono a imporre certi concetti a prescindere dalla loro comprensione) per cui ad una sacramentaria sistematica tridentina e ad una “teologia del servo sofferente” arguelliana si interpone un “ecclesiologia di ritorno dei superstiti” (nuova evangelizzazione). Un domani Kiko continuerebbe a scrivere di storia, dei fatti della sua vita. L’insegnamento della teologia non lo pone al primo posto ma non lo esclude perché nessuno può immaginare un “pezzo di carta” senza una sua funzione (non esiste un’edizione critica del Direttorio Catechetico). Un secondo punto in comune è la dimensione dell’equivoco: nella pandemia soteriologica del “salviamo tutto a tutti i costi” tra i due litiganti un terzo grida (l’uno ha detto “chi salverà il mondo dai protestanti?”, l’altro ha pensato “chi salverà il mondo da Trento?” e il terzo grida “chi salverà il mondo da Kiko?”). Dal divorzio tra Kiko e Trento sarebbero nati uno o più figli adulterini che sarebbero stati affidati in custodia cautelare alla Chiesa? In altre parole ci chiediamo se il processo di revisione avviato di volta in volta (Concilio di Trento, Neocatecumenali di Kiko e superstiti) abbia influito nella comprensione della fede in Gesù Cristo? La risposta è senz’altro positiva: i vari progetti di fede si riprendono a loro volta nei conflitti, nelle vicende e nelle domande che suscitano nei credenti di oggi. Un terzo punto in comune è la logica della sopraffazione: leggendo i documenti sembra di trovarsi di fronte a dei monologhi non dissimili da quelli con cui i padri conciliari lanciavano gli anatemi. È normale nel Cammino Neocatecumenale escludere le persone, è normale vedere allontanarsi qualcuno, è normale diffondere imbarazzo verso gli adepti “non allineati”. La letteratura è piena di testimonianze di superstiti con le loro drammatiche esperienze di vittimizzazione il che è in contraddizione con gli scopi organizzativi secondo cui “Modello della comunità neocatecumenale è la Sacra Famiglia di Nazareth” (Statuto, Tit. II Cap. 1 art. 7 co. 2). Certo bisogna favorire la partecipazione al culto che è cattolico e quindi a tutti gli effetti pubblico (Codice di diritto canonico cann. 298, 837 e 1221) ma ridurre la “Sacra Famiglia” ad un istituzione “normale” o “formale” significa relativizzare il mistero di Cristo. Chi proviene da esperienze pregresse nella Chiesa o in altri gruppi parrocchiali, spesso deludenti, allora non avrebbe ragione ad aspettarsi qualcosa di più del mero scambio di diritti e interessi? Sarebbe una contraddizione per chi accusava la Chiesa di essere un’entità giuridica e non sacramentale. C’è quindi un nesso di causalità che lega tutti i fenomeni. Non c’è dubbio che Trento rappresenta una tappa fondamentale della Chiesa che però non è riuscita a conciliare i protestanti che nel frattempo hanno avuto il tempo per consolidarsi ed assumere una propria fisionomia senza la quale non avremmo mai avuto il Cammino Neocatecumenale e, con i suoi fuoriusciti, il modo di liberarcene. Ci sono probabilmente altri punti in comune o in contrasto che non è possibile contemplare in questo articolo. Non esiste una soluzione a tutto pena il rischio di produrre più problemi che conversioni. Nel frattempo non soffermiamoci alla ricerca razionale della “verità” ma apriamoci al confronto.

Bibliografia e approfondimenti


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Catechismo Tridentino ad uso dei parroci, teologi, predicatori, insegnanti di religione pubblicato dal papa San Pio V per Decreto del Concilio di Trento (1545-1563)
Condizionamento psicologico nel cammino
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Numeri verdi


Associazione Papa Giovanni XXIII “Servizio antisette” numero verde 800228866
Centro di ascolto Gris di Roma infogrisroma@gmail.com
Ministero della salute, “Centro di ascolto psicologico” numero verde 800833833
“S0S abusi psicologici” http://www.sosabusipsicologici.it 3515222837
“Telefono Antiplagio” fondato da Giovanni Panunzio http://www.antiplagio.it 051267600 <!– /wp:list —

Legge contro l’omofobia: a che punto siamo?

Lo scorso 4 novembre è stata approvata alla Camera la legge contro l’omofobia che ora è al vaglio del Senato. La proposta di legge prevede modifiche agli articoli 604-bis e 604-ter cp al fine di punire l’incitazione alla violenza e alla discriminazione per motivi fondati sul genere, sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere, oltre a quelli già previsti dalla legge (razziali, etnici, religiosi o di nazionalità). La legge è approdata in Parlamento dopo un lungo calvario. Il primo tentativo risale al 1996 con le “Modifiche al decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122 (legge Mancino), convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205, in materia di discriminazione dell’orientamento sessuale” a cui seguirono cinque proposte di legge (Boldrini, Zan, Scalfarotto, Perantoni, Bartolozzi). Il ddl Zan-Scalfarotto interviene sul concetto di vulnerabilità e non sul reato di propaganda di idee come ritiene la Cei nonostante Papa Francesco in più occasioni abbia rivendicato un approccio diverso della Chiesa su questo fenomeno (conferenza stampa del Santo Padre durante il volo di ritorno dall’Armenia, 26 giugno 2016). Prevede inoltre un patrocinio gratuito per le vittime di omotransfobia e l’affidamento ai servizi sociali per gli aggressori.
Intanto proseguono le iniziative per portare la questione all’attenzione del pubblico. L’Università di Trento ha attivato una serie di strumenti pensati e perfezionati al fine di prevenire discriminazioni: il doppio libretto per gli studenti in transizione (che hanno deciso di cambiare sesso), la carriera alias che sostituisce il nome anagrafico con quello adattato, uno sportello con un consigliere di pari opportunità e un comitato di garanzia che tratta di temi sul piano delle politiche di ateneo. Siamo ancora sul piano della sperimentazione ma il Trentino è più avanti rispetto a molte altre realtà del paese che sono alle prese con una serie di pregiudizi e luoghi comuni sul tema in oggetto. Nel 2019 si è tenuto a Pisa il convegno “Le discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale” che è stato registrato ed è consultabile sul sito della Conferenza nazionale degli organismi di parità delle Università italiane (cpuniversita.it) e durante il quale sono stati affrontate oltre agli stereotipi e alle discriminazioni anche la genderizzazione delle migrazioni. Il Comitato Unico di Garanzia dell’Università di Pisa ha approvato una mozione indirizzata a tutte le istituzioni accademiche in cui si sollecitava a introdurre la carriera alias e a integrare dei contenuti didattici che facessero riferimento alla parità di genere.
La sigla “lgbti+” sta per lesbiche, gay, bisessuali, trans e intersessuali. I primi due sono orientamenti sessuali affettivi, l’ultimo all’identità di genere di una persona. La “i” sta per intersessualità (ermafroditismo) che indica un soggetto con varietà ormonali che non sono sempre immediatamente riconoscibili (si stima che l’1% della popolazione mondiale lo sia inconsapevolmente). Il “+” indica ogni altra definizione che va al di là di questo limite, es. l’ “asessualità” che è sempre esistita ma non era stata mai studiata e definita. Le lesbiche provano attrazione per le persone dello stesso sesso, i bisessuali per quelli di entrambi i sessi. Queste definizioni sono nate a partire dagli anni ’90 quando l’OMS eliminò l’omosessualità dalla lista delle malattie. Nel corso del tempo poi ci sono state delle modifiche, es. per completare la “bisessualità” si è scelto “pansessualità” che implica il riconoscimento di identità sessuali non riconducibili ad un unico genere poiché solitamente si pensa che i trans siano omosessuali. Il sesso biologico è un conto e l’identità di genere è un’altra. Il sesso biologico è costituito da un organo e da un’attività sessuale. L’identità di genere è formata da un cervello e da un pensiero, es. ci si sente maschi ma si è femmina. Non si tratta di persone che vogliono per forza cambiare sesso ma che esprimono il proprio essere al di là del sesso biologico anche attraverso un percorso di comprensione con sé e con gli altri e di superamento delle precomprensioni.
Nel 1982 la transizione da un sesso all’altro è diventata legge anche in Italia con la possibilità di usufruire oggi di specialisti anche di tipo legale per portare a termine la scelta di cambiare sesso (legge 14 aprile 1982 n. 164). Si discute ancora se sia necessario dotarsi di una sigla identificativa come “lgbti+” dato che è oggetto di varie incomprensioni, d’altra parte la nostra mente ha bisogno di definirsi in modo da avere un punto di partenza per conoscere meglio sé stessi e farlo capire agli altri; è un modo per condividere le proprie idee senza rischio di escludere nessuno. Il problema oggi è di avere poco tempo e spazio di dialogo e molto spesso si parla di eterosessualità senza considerare altre realtà. La comunità “lgbti+” oggi è oggetto di stereotipi e pregiudizi e molti sono i casi di cronaca che lo dimostrano. Il 23 settembre 2020 Gianmarco Vitagliano, studente all’Orientale di Napoli, ha subito insulti e percosse. Qualche giorno prima due lesbiche erano state aggredite a Novara. Tra l’1 e il 2 febbraio scorso un altro giovane omosessuale ha riportato traumi e contusioni a Cesenatico. Nel novembre 2019 Santo Randazzo, un 29enne ragusano è stato picchiato in un bar perché gay. A Pavia è stato negato l’affitto di una casa ad una coppia unitasi.
Lo stereotipo incarna una scatola chiusa entro cui introdurre cose o persone. Gli stereotipi possono essere neutri, positivi o negativi. Gli stereotipi nascono spontaneamente nel nostro cervello al fine di semplificare la gestione mentale delle informazioni nelle relazioni con gli altri. Ne consegue che identificare cose e persone in gruppi ristretti, come se fossero dei prototipi di cose o persone, consente una certa rapidità mentale ma allo stesso tempo soprassiede sull’identità di singole persone nonché sui loro sentimenti e sulle loro intenzioni. Occorre decostruire i pregiudizi e cercare un nuovo equilibrio al sistema di svantaggi e privilegi vigenti; può essere un compito scomodo ma necessario perché ci consente di conoscere meglio gli altri e di vivere meglio in società. Le conseguenze degli stereotipi sono le diseguaglianze tra gruppi sociali e le discriminazioni che per alcuni possono essere comportamenti involontari (capita spesso di trovarsi in situazioni in cui si commettono discriminazioni senza rendersene conto) ma per altri può rappresentare uno scherno continuo con conseguenze anche sulla salute e sulla società, es. l’inadempienza scolastica. Gli effetti di inclusione invece sono speculari agli stereotipi perché consentono alle persone di essere accolte e alla società di funzionare meglio.
Al giorno d’oggi molte discriminazioni avvengono su internet. Sul sito del quotidiano “Il Tempo” è apparsa la notizia di un transgender che somiglia alla parlamentare Maria Elena Boschi con il titolo “separate alla nascita” il che rimanda ad una cultura discriminatoria verso l’identità sessuale altrui. Raiplay ha censurato alcune scene di un filmato tv perché c’erano troppi riferimenti all’intersessualità ma, quando si è accorta di aver sbagliato, si è scusata con un laconico “eccesso di pudore”. Il “catcalling” è un termine inglese per definire le molestie verbali o fisiche in pubblico sul proprio modo di vestirsi o camminare. Il “bodyshaming” è invece una forma di molestia che prende di mira la forma del corpo. In India e in molti paesi arabi sono vietate e perseguitate le comunità lgbti+. La Corte Suprema degli Stati Uniti ha emesso una sentenza storica che impedisce di licenziare lavoratori gay o trans. La neoeletta vicepresidente americana Kamala Harris ha accolto l’invito della comunità “lgbt+” di utilizzare l’inoltro sui profili social con un riferimento al pronome personale che consente di condividere qualcosa di sé con gli altri.
In Europa in questi ultimi anni sono aumentate le garanzie e le varie corti lavorano per sanzionare i paesi inadempienti, tra cui anche l’Italia che solo in questi giorni vede approdare in Parlamento il disegno di legge suddetto. Molte discriminazioni avvengono in campo agonistico. Nel corso della giornata mondiale del Coming out l’ex allenatore della nazionale italiana di calcio femminile Carolina Morace ha dichiarato di essere lesbica. È capitato che persone intersessuali partecipassero all’una o l’altra gara riservata ad un determinato genere in base alle valutazioni di una commissione apposita nominata dall’autorità sportiva. Negli Stati Uniti alcuni governatori volevano impedire alle persone transgender di partecipare alle olimpiadi. Il campione di calcio Claudio Marchisio nel suo libro “Il mio terzo tempo” spiega che l’omosessualità nello sport è molto diffusa.
La sessualità non è ristretta al possesso di organi sessuali in funzione della procreazione, perciò, non si può parlare di una “natura” del sesso ma di aspetti naturali della sessualità che hanno bisogno di essere umanizzati. Non bisogna perciò esagerare la natura biologica poiché la sessualità non è maschile né femminile ma si manifesta nella reciprocità tra due persone che quindi possono essere anche omosessuali. Analogamente la fecondità non è soltanto predisposta nella struttura biologica di un determinato tipo di coppia ma è instaurazione di un nuovo dialogo per il quale la coppia (etero o omo) vive nell’impegno comune per il figlio. Il dibattito in corso sull’identità di genere dimostra che si tratta di un fenomeno che non sempre ha avuto un percorso lineare. La stessa scelta di privilegiare il termine “genere” rispetto a “sesso” pone in risalto il risvolto culturale della questione. Inoltre l’identità è sempre stata legata alla specificità al punto che più che definirla possiamo designarla e descriverla. L’identità di genere non è una questione solamente data da fattori biblici o biologici ma fa i conti con una molteplicità di fattori che la fanno essere ancora un traguardo da raggiungere piuttosto che un risultato.

Bibliografia e sitografia

”Il mio terzo tempo”, il calcio magico di Marchisio https://www.repubblica.it/sport/calcio/2020/10/16/news/libro_marchisio-270804231/

“Io, picchiato solo perché gay: il buttafuori difendeva gli aggressori”
https://bologna.repubblica.it/cronaca/2020/02/14/news/io_picchiato_solo_perche_gay_il_buttafuori_difendeva_gli_aggressori-248595195/

Aggressione ai danni di due donne: picchiate perché lesbiche
https://laprovinciadibiella.it/cronaca/aggressione-ai-danni-di-due-donne-picchiate-perche-lesbiche/

Agguato a Napoli, gay aggredito a piazza Bellini: in due riconosciuti dai video e denunciati
https://www.ilmattino.it/napoli/cronaca/napoli_aggressione_ragazzo_gay_piazza_bellini_due_denunciati-5480939.html

Conferenza nazionale degli organismi di parità delle Università italiane, “Le discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale”, Pisa 17-18 gennaio 2019 su http://www.cpuniversita.it/?page_id=14
Dianin G., Matrimonio, sessualità e fecondità. Corso di teologia morale, Ed. Messaggero, 2008.

Kamala Harris’s updated Twitter profile shares her pronouns & her new title: Vice President-elect
https://www.lgbtqnation.com/2020/11/kamala-harriss-updated-twitter-profile-shares-pronouns-new-title-vice-president-elect/

Il coming out di Carolina Morace: “Amo un’altra donna. Nel calcio c’è troppa omofobia”
https://www.ildigitale.it/coming-out-carolina-morace-calcio-omofobia/

Il 71% delle donne è stato vittima di catcalling, uno studio ne svela le conseguenze
https://www.ultimavoce.it/il-71-delle-donne-e-stato-vittima-di-catcalling-italia-conseguenze/

La denuncia dell’influencer Iconize: “Sono stato aggredito a Milano perché gay”. https://www.huffingtonpost.it/entry/la-denuncia-dellinfluencer-iconize-sono-stato-aggredito-a-milano-perche-gay_it_5ebaa61cc5b69b20b701e005

Le regole del delitto perfetto censurato su Rai 2: la replica di Ilaria Dallatana
https://it.blastingnews.com/opinioni/2016/07/le-regole-del-delitto-perfetto-censurato-su-rai-2-la-replica-di-ilaria-dallatana-00991145.html

Maria Elena Boschi e la transgender eletta negli Usa separate alla nascita
https://www.iltempo.it/esteri/2020/11/05/news/usa-2020-maria-elena-boschi-come-transgender-sarah-mcbride-gemelle-foto-25136214/

Picchiato perché gay, la testimonianza del 29enne ragusano: “Mi torturavano da sei mesi”
https://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/picchiato-perch-gay-la-testimonianza-del-29enneragusano-mi-torturavano-da-sei-mesi_11933454-201902a.shtml

Pavia, alloggio negato a coppia gay: è battaglia
https://www.ilgiorno.it/pavia/cronaca/alloggio-negato-1.4656354

Religioni civiltà e omosessualità, 2 luglio 2015 http://nelnomedimariaegesu.blogspot.com/2015/07/religioni-civilta-e-omosessualita_2.html?m=1

Romer T., Bonjour L., L’omosessualità nella Bibbia e nell’antico Vicino Oriente, Claudiana, Torino, 2007.

The tomb of Niankhkhnum and Khnumhotep
http://www.egyptology.com/niankhkhnum_khnumhotep/

Università degli studi di Trento, “Non sta bene che se ne parli”, serie di incontri sulla piattaforma Zoom in collaborazione con Arcigay Trentino, 19 ottobre – 9 novembre 2020.
https://webmagazine.unitn.it/evento/ateneo/84229/non-sta-bene-che-se-ne-parli

Halloween, pandemia e sette religiose

Una recente ricerca di Franco Garelli ha messo in luce la disaffezione degli italiani per la religione. Due dati emergono: l’assuefazione alla gestione politica e il mancato bisogno di pregare in tempo di emergenza sanitaria. Nessuna meraviglia quindi se alla vigilia di Ognissanti le reti virtuali scoppiano di party online! Stiamo parlando ovviamente di Halloween che per alcuni è una pagliacciata americana, per altri è un fenomeno commerciale (giro di affari di sette miliardi di dollari negli Stati Uniti e da 400 milioni di euro in Europa, https://www.vice.com/it/article/negebw/halloween-diffusione-sette-italia). Bisogna però discernere tra folklore, superstizione e criminalità.

La questione non è stata mai affrontata seriamente dal magistero cattolico preferendo delegare ogni decisione a livello locale. Il vescovo di Macerata Nazzareno Marconi ritiene che Halloween vada difeso perchè rivela origini cristiane (Halloween: festa dei Santi, del bene e della luce” 31 ottobre 2018 https://www.emmetv.it/2018/10/31/vescovo-marconi-halloween-festa-dei-santi-del-bene-e-della-luce/). Secondo l’arcivescovo di Torino Mons. Noriglia si tratta solo di un evento consumistico (Martinengo 2011). Dunque è giusto boicottare Halloween? Secondo padre Francesco Bamonte, presidente dell’Associazione internazionale esorcisti è “un momento privilegiato di contatto con realtà settarie o comunque legate al mondo dell’occultismo” (Benotti:2018). In questo periodo la cronaca non rivela reati significativi eccetto la scomparsa di un centinaio di gatti neri in alcune città del nord Torino, Monza Brianza, Varese, Viterbo e Pordenone (https://www.blitzquotidiano.it/cronaca-italia/halloween-gatti-neri-sette-sataniche-2949834/) oppure una nota azienda tessile che offre 7 slip a tema per 5 euro (https://www.ovs.it/set-sette-slip-e-fantasia-halloween/000714245-008.html) oppure la finta tela del ragno (https://www.wikihow.it/Creare-una-Ragnatela).

Smettiamola di prenderci in giro, già ci troviamo in una situazione pandemica e adesso ci mancava pure la superstizione di qualche fanatico! Si può imputare la scomparsa di 35 mila anime (a partire da marzo 2020 quindi in tempi non sospetti) alle streghe? Basta con questa moda del vittimismo medievale! E se a carnevale ogni scherzo vale, mica ad Halloween valgono gli esorcismi alle “zucche”? Se dei bambini vogliono giocare e divertirsi in famiglia che c’è di male? Eppure Halloween spaventa più di ogni altra cosa perchè sfrutta la paura degli ingenui: armi di “distrazione” di massa per distogliere le persone dai veri problemi e dai giochi di potere della politica. Non sorprende quindi la scelta del governo italiano di allentare la tensione sull’obbligo di indossare la mascherina in prossimità delle elezioni regionali. Non sorprende che una minoranza di politici, professionisti e personaggi dello spettacolo sponsorizzi gruppi di interesse. Le sette religiose, ad esempio, si mascherano dietro gente comune. Le sette religiose sono le nuove mafie eppure la politica preferisce conviverci (non si dimentichi che in piena pandemia il governo ha allentato le misure di sicutezza ad alcuni esponenti mafiosi). È nostro dovere come teologi e come cristiani indagare su tali fenomeni con rigore scientifico e senza pregiudizi.

La setta può essere definita – secondo Anna Maria Giannini, professore di Psicologia giuridica e forense alla Sapienza di Roma – “una realtà che sfrutta le persone più fragili riducendole in schiavitù ed estorcendo loro denaro“ (Del Guercio:2018; http://www.blueplanetheart.it/2018/09/setta-cambia-cervello-ti-credere-aver-vinto-alla-lotteria/). Si tratta però di una definizione ancora troppo vaga che li associa ai maghi e cartomanti che generano un volume di affari seppur miliardario (Saudelli:2015) e alle psicosette che non sempre sono di matrice religiosa. Secondo il card. Francis Arinze “la parola setta sembra riferirsi in maniera più diretta a un piccolo gruppo, che si sia separato da un gruppo religioso più grande generalmente cristiano, che segue credenze o pratiche devianti” (La sfida delle sette o nuovi movimenti religiosi: un approccio pastorale. Relazione generale al Concistoro Straordinario del 1991. In Introvigne M., Il cortile dei gentili, San Paolo, 2010, p. 118). Dal 2002 al 2014 gli accessi allo sportello antisette della Comunità Giovanni XXIII sono aumentati del 500%!!! Paradossalmente però c’è più prossimità tra Halloween e cattolici che non tra sette religiose di ispirazione neopagana. L’autorità Garante per l’infanzia e l’adolescenza ha ricevuto numerose segnalazioni da genitori in via di separazione per l’appartenenza a sette pseudo cristiane (Galeazzi:2019). La strategia è «isolare per controllare senza barriere né filtri critici», spiega il Garante (Ibid.). La pandemia ha rivelato un sottobosco di sette e pseudogruppi religiosi che avevano bisogno di incontri e attività totalizzanti per plagiare le proprie vittime e che il lockdown ha come “spezzato” (Sant’Agostino parlava del “lacciuolo della morte” a proposito del periodo in cui frequentava la setta dei Manichei; Confessioni 5,7,13).

La letteratura che associa le sette con Halloween è assai esigua e molti sono i riferimenti ai culti neopagani. Uno di questi è don Aldo Bonaiuto secondo cui la festa di Ognissanti avrebbe dei riferimenti, seppur “pochissimi”, con il culto dei druidi (Bonaiuto, 2016). Le tradizioni nordiche pullulano di leggende e non c’è dubbio che duemila anni fa i druidi celtici celebrassero la festa di Samhain (Mangano 2019) ma l’attualità cristiana è ben diversa. In Alto Adige ogni anno si festeggiano i Krampus, un’usanza pagana da più di cinque secoli. Nel giorno di san Nicolò, il 5 dicembre, bande di giovani si travestono da mostri armati di fruste e catene e percorrono le vie delle città colpendo chiunque capiti a vista. Come mai, nonostante gli avvisi di sicurezza della polizia e svariate denuncie nessuno grida allo scandalo? Perchè gli esorcisti non convertono i Krampus come revival del satanismo? Non è quindi logico materializzare il male in zucche e ragnatele. Non è possibile uscire dall’emergenza se non usciamo prima dalla paura, se non pensiamo ad un rinnovamento prima di noi stessi. L’Avvento è un occasione per tutti di incontrare Gesù Cristo a prescindere dalle divisioni e dai vincoli (la speranza di riprendere fiato in un’epoca in cui la religione è soffocata dalle armi di “distrazioni” di massa) ma se la paranoia religiosa è un virus, allora Halloween è una di queste. Se Halloween è una pagliacciata, allora lo sono anche le iniziative tese a contrastarla. Se abbiamo paura dei pagliacci, allora siamo più pagliacci dei pagliacci!

Fonti

Benotti R., Halloween è una festa pericolosa? Parlano gli esorcisti: “Non è un gioco innocente, ma un progetto contro il cristianesimo”, 31 ottobre 2018, https://www.agensir.it/chiesa/2018/10/31/halloween-e-una-festa-pericolosa-parlano-gli-esorcisti-non-e-un-gioco-innocente-ma-un-progetto-contro-il-cristianesimo/

Buonaiuto A., Halloween lo scherzetto del diavolo, Sempre Editore, Rimini, 2016.

Del Guercio G., Ecco come una setta cambia il tuo cervello, 10 settembre 2018 http://www.blueplanetheart.it/2018/09/setta-cambia-cervello-ti-credere-aver-vinto-alla-lotteria/

Galeazzi G., Trentamila italiani stregati dalle sette L’ occultismo è un affare da 8 miliardi, 5 agosto 2019 https://codacons.it/trentamila-italiani-stregati-dalle-sette-l-occultismo-e-un-affare-da-8-miliardi/

Garelli F., Virus e rigiosità degli italiani, 2 aprile 2020. http://www.settimananews.it/chiesa/virus-religiosita-degli-italiani/

Mangano A., Halloween: storia e radici di una ricorrenza che fa sempre discutere 25 ottobre 2019 https://www.latuanotizia.it/latuanotizia/halloween-storia-e-radici-di-una-ricorrenza-che-fa-sempre-discutere/?cn-reloaded=1

Martinengo M., Il vescovo: Halloween è pericoloso 31 ottobre 2011, https://www.lastampa.it/torino/2011/10/31/news/il-vescovo-halloween-e-pericoloso-br-1.36927836

Santarpia V., Krampus, violenza e botte a Vipiteno: i demoni mascherati si scagliano contro la folla, 8 dicembre 2019 https://www.corriere.it/cronache/19_dicembre_08/krampus-violenza-botte-vipiteno-demoni-mascherati-si-scagliano-contro-immigrati-e63fa424-1998-11ea-b52c-4b88648fa942.shtml

Saudelli G., Halloween è la porta per Satana’: Sul tema delle sette in Italia regna il caos, 30 ottobre 2015 https://www.vice.com/it/article/negebw/halloween-diffusione-sette-italia

S.V. “Krampus” su Wikipedia https://it.m.wikipedia.org/wiki/Krampus

Seminario e dintorni

Guida ai servizi per studenti, docenti e simpatizzanti della Religione Cattolica

A seguito di una regola accademica che prescrive un tirocinio formativo presso una struttura didattica, ho avuto l’occasione di frequentare una scuola elementare, situata nella città di Trento dove gli alunni sono soggetti all’istruzione obbligatoria. Al mio arrivo ho trovato dei bambini istruiti in maniera discreta e molto desiderosi di affetto che hanno iniziato a chiamarmi con l’appellativo di “maestro” ma non tutti gli attori (custodi, insegnanti di sostegno, studenti, docenti, presidi) sono portati a questo compito. La familiarità del termine forse consente loro di affrontare con più serenità la permanenza nella scuola e sopportare il clima di competizione che si vive in una certa comunità professionale. Questa vicenda, oltre a suggellare il mio prossimo impegno professionale, mi ha spinto a scrivere qualche riga sui servizi didattici offerti dal territorio che richiedono considerazioni e valutazioni serie affinché ogni energia e ogni cura sia dedicata al miglioramento di questo lavoro che al giorno d’oggi è quanto mai necessario. Si tratta di una bozza scritta con fonti di “prima mano” e che non ha alcuna pretesa di esaustività e che pertanto ha bisogno di essere aggiornata e corretta (ultimo aggiornamento Settembre 2020). Ai fini di una maggiore diffusione, la Guida ha bisogno di spazi (siti internet, bacheche, volantini) ma anche di strumenti per ricevere commenti e critiche (centro di ascolto, cassetta reclami, sondaggi). La Guida vuole essere un punto di riferimento per tutti quelli che vivono in Trentino e delle attività connesse con l’intento di diffondere una cultura di formazione e di carità cristiana. Principi ispiratori sono l’annunzio del Vangelo, la missione della Chiesa, la persona nella sua totalità, la sua dignità e la sua vocazione alla comunione con Cristo, l’insegnamento alle esigenze di giustizia e di pace, conformi alla sapienza divina (art. 2419 CCC). I servizi illustrati in questa Guida, giunta al terzo anno consecutivo, potrebbero subire delle variazioni dovute all’emergenza sanitaria in corso.

Aule didattiche

Lo Studio Teologico (Stat) dispone di una serie di ambienti per lo svolgimento delle lezioni, delle riunioni e dello studio: aula 2 (24 posti), aula 1 (24 posti), aula 3 (15 posti), aula 4 (12 posti), sala professori, aula Wi-fi, aula “S.Vigilio” (40 posti), aula magna “Pio XII” (80 posti). L’Istituto di Scienze Religiose (Issr) e la Scuola di formazione (Sdft) svolgono le lezioni nelle aule situate al primo piano del seminario mentre al piano terra si trovano le aule dell’Istituto di musica sacra (Idms). Tutti gli ambienti sono dotati di riscaldamento a pavimento, di lavagna, di citofono interno, di connessione wi-fi e alcune anche di videoproiettore e antenna TV. Per ogni livello vi sono dei servizi igienici attrezzati anche per i disabili che possono accedere ai locali per mezzo di due ascensori situati nella tromba delle scale presso i corridoi laterali del seminario.

Bacheche

Al secondo piano sono presenti 3 bacheche: di vetro con serratura di sicurezza (tra l’aula 2 e 3), di sughero con puntine (presso la sala dell’associazione Anastasia) e una bacheca sempre di sughero nei pressi dell’aula 4 a disposizione di tutti. Un’altra bacheca è presente presso la segreteria dell’Issr con informazioni didattiche ad uso di studenti e docenti. Al piano terra (ai lati dell’ingresso) ci sono due bacheche grandi ed una più piccola (presso la portineria) per attività varie della Diocesi. Gli studenti dell’Issr hanno una bacheca tutta per loro (nel corridoio laterale).

Banche dati

Per tutte le ricerche didattiche (libri, film, periodici, spartiti musicali, etc.) è possibile navigare sul Catalogo Bibliografico Trentino Osse-Genius che consente anche di effettuare prestiti presentandosi al bancone muniti di tessera magnetica personale. La biblioteca della FBK offre la possibilità di accedere alle banche dati internazionali, consultare e scaricare gli articoli (pdf) tratti dalle banche dati di prestigio internazionale: MLOL Medialibray online, Sage Theology Collection, Index religiosus, eBook Collection, Religion and Philosophy Collection, Torrossa. Per accedere al servizio bisogna inoltrare la richiesta al personale della biblioteca.

Conferenze, mostre e altri eventi

Il seminario possiede più di una sala a disposizione per le associazioni del territorio che ne possono fare richiesta per riunioni, assemblee o corsi di formazione. Al primo piano sono disponibili l’aula “Bellesini” (50 posti), la sala “Borzaga” (32 posti); al piano terra è disponibile la sala “rosa” (ingresso dal parcheggio a destra) e l’ex refettorio che si presta anche ad altri eventi com’è stato per la mostra “Mato Grosso” coi prodotti delle cooperative “Artesanos Don Bosco” del Perù. Nel corso dell’anno si alternano varie iniziative culturali (Religion Today Festival, Musica sacra, Festival biblico).

Consultazione e prestito libri

Le biblioteche si presentano come luogo di accoglienza qualificata, spazi di dialogo e di pensiero, di confronto e aggregazione sociale. Sono altresì in grado di favorire stimoli culturali derivanti da un’incessante attività promozionale (laboratori, mostre, simposi, conferenze, cineforum, etc.).

Biblioteca Vigilianum

La biblioteca offre i servizi di consultazione, prestito (anche interbibliotecario) e riproduzione (fotocopie) dei libri esposti in sala a scaffale aperto e quelli collocati in deposito (dal 1946 in poi). Non sono ammessi al prestito i dizionari, le enciclopedie e gli atlanti, le riviste e i periodici, i volumi pubblicati fino al 1945 incluso, le opere rare o di pregio; è possibile effettuare fotocopie tramite l’acquisto di una tessera prepagata “a scalare” (da un minimo di 1€ a 100€) o di scansioni tramite una chiavetta usb personale. Alcune facoltà teologiche italiane consentono agli studenti di consultare, scaricare ed eventualmente riprodurre gli articoli delle riviste di tutto il mondo (vedi anche https://teologiaissr.chiesacattolica.it/progetto-banche-dati-on-line/). La biblioteca offre anche dei locali speciali (studioli) in cui è possibile usufruire di una postazione più riservata che consente eventualmente anche attività che normalmente sarebbero proibite in una normale biblioteca, es. ripetere una lezione a voce o conversare con più persone. Gli studioli possono essere prenotati per un periodo non superiore ad una settimana. In sala lettura sono consultabili i quotidiani nazionali. L’orario di apertura è dal lunedì al giovedì dalle 9.00 alle 17.40 e il venerdì dalle 9.00 alle 13.00. L’accesso ai disabili è garantito da un’apposita rampa visibile dal giardino prospiciente il seminario.

Biblioteca Fondazione Bruno Kessler

La biblioteca offre servizi di consultazione, reference e riproduzione mediante tessera prepagata da 20, 50 o 100 fotocopie (costo rispettivamente di € 1.50, 3.00 e 5.50); eventuali scansioni, da effettuare mediante “pen drive” personale, sono gratuite. Recentemente la biblioteca ha deciso di concedere prestiti, anche agli utenti esterni, senza l’obbligo di consultarlo in sede. All’ingresso sono consultabili i quotidiani nazionali. L’orario di apertura è dal lunedì al venerdì dalle 8.00 alle 19.00 e il sabato dalle 8.00 alle 12.00. L’accesso ai disabili è garantito da un ingresso situato presso il parcheggio della biblioteca.

Altre risorse

Al secondo piano del seminario (corridoio laterale) la Sdft mette a disposizione dei materiali purchè si rispetti la firma dei fogli che attestano il prestito e la restituzione (referente diacono Tiziano Civettini). Sporadicamente si effettua un mercatino dei libri usati. I seminaristi curano un proprio periodico “Come amici” disponibile anche on line (https://www.seminarioditrento.it/cosa-facciamo/come-amici). Nel corso degli anni accademici passati sono stati attivati dei corsi aperti a tutti: greco biblico (lunedì 14:30 aula 3) tenuto dalla prof. Chiara Curzel e conversazioni di inglese-americano tenuto dal prof. David Knigt (martedì 14:30 aula 3) mentre solo per gli studenti ordinari è stata stipulata una convenzione con l’Università di Trento per seguire un corso di lingua straniera con rilascio di certificazione internazionale.

Culto

All’interno del seminario è possibile accedere alla chiesa “Maria Assunta” situata nel corpo centrale del fabbricato e la cappella “Beato de Tschiderer” situata presso l’ala laterale adibita spesso ad alcune iniziative comuni tra laici e seminaristi come la preghiera in Avvento e in Quaresima. A fianco del seminario (Corso III Novembre 26) è situata la chiesa del Santissimo Sacramento (messa ore 18:00) presso il quale è presente anche un gruppo di adorazione eucaristica perpetua (tutti i giorni ore 19:00-24:00) mentre di fronte, poco più avanti (via S.Croce 63), c’è la chiesa di Santa Chiara (messa ore 10:00). Un coro di canto polifonico gregoriano si ritrova ogni martedì alle 20:30 nell’aula 22 del seminario (maestro Enrico Matteo Balatti http://www.cattedralesanvigilio.it). Un gruppo del Rinnovamento nello Spirito presso l’Oratorio del Santissimo tutti i lunedì alle 20:30 (resp. Alice Di Grado http://www.rns-trentinoaltoadige.it). Un gruppo del Rinnovamento Carismatico (Alleanza Dives in Misericordia) si riunisce presso la Chiesa dell’Immacolata (via Endrici 23) tutti i venerdì alle 20:30 (resp. Giampaolo Tomasi https://www.adim.it/contatti).

Fotocopie, snack bar e bici

Oltre alle suddette biblioteche (FBK e Vigilianum) è possibile effettuare fotocopie mediante la fotocopiatrice situata al piano terra del Seminario (sala snack) tramite una tessera a scalare (max 15 utilizzi) che è possibile acquistare in portineria a prezzi modici (2€). Nella stessa area sono a disposizione dei distributori di bevande calde e di snack. L’azienda “Buonristoro” offre, oltre al tradizionale inserimento di denaro contante, la possibilità di acquistare una chiavetta prepagata a scalare per la consumazione degli alimenti. Un parcheggio interno dispone di 80 posti auto, 40 posti per le biciclette e 6 stalli per disabili.

Pastorale universitaria

Presso la cappella universitaria (via della Prepositura 35) si svolge la preghiera secondo lo stile ecumenico di Taizè (1° e 3° martedì alle 21:00), i passi settimanali (2° e 4° martedì del mese alle 20:00) e gli incontri “Illuminati d’immenso” (ogni ultimo venerdì del mese). Presso i collegi universitari si svolge una messa universitaria (due o tre volte l’anno); in Duomo la messa festiva (19:00); in Curia (cappella San Giovanni) la messa feriale (08:00). Presso la badia San Lorenzo ogni mercoledì si è svolto un incontro sui “10 comandamenti” (20:30). Dall’8 novembre al 21 marzo 2019 presso il Seminario si sono tenuti gli incontri “Passi di Vangelo” con Lauro Tisi (20:00). Dal 20 novembre al 2 dicembre 2019 gli esercizi spirituali. Una messa natalizia presieduta dall’arcivescovo si è svolta l’11 dicembre presso la chiesa di San Maria Maggiore. Ogni anno presso la Sala della Cooperazione si tiene la “Cattedra del confronto” incentrata su un tema specifico. Il primo giugno si svolge il consueto pellegrinaggio notturno da Trento a Montagnaga di Pinè.

Servizio mensa

Al piano seminterrato del seminario è in funzione da diversi anni un servizio mensa gestito dalla cooperativa “Risto 3” (https://www.risto3.it). Il ristorante è aperto a tutti e prevede un’ampia varietà di scelta: primo piatto e contorno 6€, primo e secondo piatto più contorno 10€; nel prezzo è compreso il pane e le bevande (acqua, gassose, caffè); eventuali extra a 1 € (dessert, frutta). L’orario di apertura è dal lunedì al venerdì dalle 12:00 alle 13:30. L’accesso per i disabili è garantito da un corridoio situato in prossimità dell’ascensore che collega i locali della mensa con il seminario.

Servizio reference

Il servizio reference, gratuito e aperto a tutti, si propone di fornire agli studenti, ai laureandi o a coloro che hanno bisogno di aiuto, consigli e istruzioni alla consultazione di cataloghi, banche dati, fondi archivistici, periodici elettronici e altri strumenti utili alla ricerca bibliografica; fornisce altresì assistenza sulle modalità di citazione e sulla stesura della bibliografia. Il servizio è offerto dall’Università degli studi di Trento (https://www.biblioteca.unitn.it/148/consulenza-bibliografica), dalla Provincia Autonoma di Trento (http://www.informa.provincia.tn.it/biblioteca_Provincia), dal Museo Storico del Trentino (http://fondazione.museostorico.it/index.php/Servizi/I-servizi-della-Biblioteca) e dalla Fondazione “Bruno Kessler” (http://biblio.fbk.eu/servizi/reference).

Ecco 10 suggerimenti per chi desiderasse intraprendere una ricerca bibliografica:

1. Il principale portale di consultazione e accesso ai libri è il Catalogo Bibliografico Trentino (http://www.cbt.biblioteche.provincia.tn.it/oseegenius/home) per verificare se è possibile reperire materiali pertinenti (monografie, collettanei, articoli, altri media) in una delle biblioteche della provincia. Se il documento è presente nel Catalogo Bibliografico, è sufficiente richiederlo direttamente nel posto in cui è custodito oppure farlo pervenire in una delle biblioteche convenzionate secondo le norme e le modalità del Prestito interbibliotecario nazionale.

3. Consultate i cataloghi online italiani e stranieri per reperire i materiali esistenti sull’argomento: per l’Italia principalmente SBN (https://opac.sbn.it), per l’estero Karlsruher Virtueller Katalog (https://kvk.bibliothekkit.edu); verificate comunque sempre l’offerta di traduzioni in lingua straniera.

4. Per reperire articoli di periodici in lingua originale, consultate le banche dati on line (https://jounals.sagepub.com/religion); docenti, ricercatori, studenti e personale tecnico e amministrativo della Fondazione “Bruno Kessler” possono effettuare la ricerca da qualunque postazione Internet, mentre per gli altri utenti l’accesso è possibile tramite registrazione al servizio wifi (https://sit.fbk.eu/it/wifi). Non sempre l’articolo è presente integralmente on line ma bisognerà farne richiesta per la consultazione su fonte cartacea.

5. Per chi avesse difficoltà con la lingua straniera è possibile effettuare ricerche di carattere multidisciplinare per autore o titolo del singolo articolo tra più di 50 periodici italiani tramite l’Archivio Essper (http://www.biblio.liuc.it/essper) o RoL – Riviste on Line (http://www.rivisteonline.org/rol).

6. Attenzione: nei cataloghi e nelle banche dati, solitamente il campo “soggetto” prevede un linguaggio controllato, nel senso che alcuni termini vengono preferiti ad altri. Pertanto, se il risultato della ricerca non è soddisfacente, provate a sostituire la parola cercata con un sinonimo; non esitate a utilizzare il servizio reference se sorgono problemi per conoscere quale termine e in quale forma è riconosciuto dal sistema. Si ricordi inoltre che per ricercare un articolo inserito in un periodico, è necessario conoscerne il titolo, l’annata e il numero in cui tale articolo si trova. Attenzione, dunque, ad effettuare la ricerca dal titolo dell’articolo, non dal titolo del periodico.

7. Alcuni motori di ricerca sono stati appositamente studiati per esigenze specifiche quali GOOGLE SCHOLAR (https://scholar.google.it/), GOOGLE DOC (https://www.google.com/docs), GOOGLE LIBRI (https://books.google.it/) e WIKIPEDIA (http://it.wikisource.org).

8. Poiché il corso di laurea in Scienze religiose (primo grado accademico) e il corso di laurea magistrale in Scienze religiose (secondo grado accademico) hanno una biblioteca propria, ex Biblioteca Diocesana, è possibile archiviare e consultare le tesi di laurea degli studenti (materiali in deposito con la segnatura “dvTESI”). Tuttavia si consiglia vivamente di visitare la sezione dedicata dell’Università degli studi di Trento (https://www.biblioteca.unit.it/282/tesi-di-laurea), della Fondazione “Bruno Kessler” (http://biblio.fbk.eu/servizi/reference) e del Museo Storico del Trentino (http://fondazione.museostorico.it/index.php/Servizi/I-servizi-della-Biblioteca). Alcune università italiane offrono la possibilità a tutti di consultare le tesi di dottorato on line per es. la Biblioteca Nazionale di Firenze (http://www.bncf.firenze.sbn.it) e la “Federico II” di Napoli (http://www.fedoa.unina.it).

9. Tutti i materiali che non rientrano nelle suddette categorie appartengono alla cd. “letteratura grigia” (http://www.bice.rm.cnr.it/grigia1nuovo.htm): rapporti, reprints, documenti ufficiali, verbali, relazioni di comitati, di commissioni e di gruppi di studio, ricerche di mercato, comunicazioni a congressi, seminari, tavole rotonde, conferenze, saggi in attesa di accettazione da parte di periodici accademici e statistiche varie; per avere notizie sui seminari e i convegni di una data materia, anche in via di preparazione, provate a visitare le pagine personali dei ricercatori o il CV dei docenti universitari.

10. Oltre ai cataloghi suddetti si possono consultare: il Catalogo Italiano dei periodici (http://acnp.cib.unibo.it/cgi-ser/start/it/cnr/fp.html), la Bibliotheque europeennes de thoelogie (https://theo.kuleuven.be/apps/press/beth/catalogues), il Repertorio Nazionale delle Biblioteche Ecclesiastiche (https://www.beweb.chiesacattolica.it/benilibrari/ricercaavanzata), la Society of biblical studies (https://biblicalstudies.org.uk/articles.php), il Coordinamento delle Associazioni Teologiche Italiane (http://www.teologiacati.it/wordpress/?page_id=23), l’Associazione Teologica Italiana (http://teologia.it), la Biblioteca dei Francescani di Assisi (http://www.biblioassisi.it/metolinks.php), Religione 2.0 (http://www.religione20.net/), Internet Archive (http://internetculturale.it).

Segreteria studenti

La segreteria studenti cura i procedimenti amministrativi relativi agli studenti iscritti e fornisce informazioni per tutti gli adempimenti burocratici e amministrativi (immatricolazione, tasse, trasferimenti, piano di studi). La segreteria riceve dal lunedì al giovedì (15:00-18:00) e il mercoledì (9:00-12:00). Telefono-fax: 0461912007. E-mail: m.marchel@diocesitn.it.

Sport

A fianco del seminario (accesso dal parcheggio) c’è un campo sportivo (calcio a 5) ed un altro campo si trova presso l’oratorio della parrocchia del Santissimo Sacramento; anche l’oratorio della chiesa di san Giuseppe (a 500 mt dal seminario) dispone di un campo da gioco. Presso il liceo Leonardo Da Vinci (via Giusti 1) è ubicato un campo coperto da volley. All’interno dei giardinetti di Santa Chiara ci sono due tavoli da ping pong.

Trasporti

L’azienda di trasporti locale (Trentino Trasporti) offre la possibilità di acquistare un abbonamento annuale anche per per studenti iscritti a università diverse dall’Università di Trento purchè rispondenti a particolari requisiti di condizione economica (tariffa agevolata). Tel. 0461821000.

Tutorato

Presso l’Issr è attivo uno sportello di tutorato psicologico svolto da Davide Facchin (per eventuali appuntamenti scrivere a dvdfacchin@gmail.com). Il tutor è una figura che cerca di favorire e sostenere la comunicazione tra studenti e docenti. Non si tratta di un servizio clinico in senso stretto ma di orientamento alla vita degli studenti su questioni accademiche (difficoltà nello studio, preparazione di esami, scelta dell’argomento della tesi, etc.).

Volontariato

Presso la “Casa del Clero” è possibile svolgere attività di volontariato in favore dei sacerdoti ospitati nella struttura (rivolgersi all’Associazione Avulss o al direttore Silvio Magnini). Periodicamente l’Avulss organizza dei corsi nell’aula “Bellesini” al secondo piano del seminario che consente di svolgere volontariato nelle principali strutture sanitarie del Trentino (lo scorso anno è stato dal 16 febbraio al 23 marzo 2019 14:30-18:00). Un gruppo “Amici dei condomini” si riunisce presso la chiesa del Santissimo Sacramento tutti i secondi martedì del mese. Da ottobre a dicembre l’Ospedale S.Camillo organizza un corso di volontariato con gli ammalati mentre da dicembre a maggio si tengono cinque incontri sul volontariato penitenziario. Il 31 dicembre presso la Caritas Diocesana (via Barbacovi 4) si svolge il “Capodanno capovolto” con i senza fissa dimora. Ogni giovedì alla Caritas di Trento (via Giusti 11) è attiva la raccolta di abiti usati dalle 9 alle 12 e dalle 14.30 alle 17:00; sono consentiti anche accessori e biancheria per la casa purché in buone condizioni. Per altre richieste rivolgersi alla Diocesi (s.ticchi@diocesitn.it).

Wi-Fi

Alcuni istituti (FBK e Vigilianum) offrono la possibilità di accedere a internet mediante i terminali forniti dalle biblioteche e, grazie al Wi-fi, anche per chi è sprovvisto di un proprio dispositivo. Anche lo Stat e l’Isr offrono la possibilità di connettersi al servizio Wi-fi (Trentino Wi-fi) mediante credenziali di accesso e password. Nelle zone centrali della città è possibile connettersi gratuitamente ad Internet attraverso la rete Wilmanet con qualunque dispositivo wi-fi (laptop, smartphone, tablet).

W la cultura!

Il Collegio Arcivescovile (Via Endrici 23) offre l’intero ciclo di istruzione: dalla scuola primaria alla secondaria di primo e di secondo grado. Servizi al pubblico sono la biblioteca (lun-ven 9-12 e 14:30-16:30), lo studentato e l’aula magna (450 posti). Il complesso del Centro Servizi Culturali S.Chiara (via S.Croce 67) dispone di attrezzature avanzate e di spazi espositivi. L’Istituto Artigianelli (Pavoniani) si compone di una scuola media inferiore, di un istituto tecnico professionale e di una casa editrice. La libreria “Ancora” (via S.Croce 35) è tra le più importanti per storia e assortimento.

What else?

La guida non si esaurisce qui ma ha bisogno di idee, commenti e iniziative che possono essere inviati tramite i Social Network:

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Preghiera del buonumore

di san Tommaso Moro

Dammi o Signore, una buona digestione

ed anche qualcosa da digerire.

Dammi la salute del corpo,

col buonumore necessario per mantenerla.

Dammi o Signore, un’anima santa,

che faccia tesoro di quello che è buono e puro,

affinché non si spaventi del peccato,

ma trovi alla Tua presenza

la via per rimettere di nuovo le cose a posto.

Dammi un’anima che non conosca la noia,

i brontolamenti, i sospiri e i lamenti,

e non permettere che io mi crucci eccessivamente

per quella cosa troppo invadente che si chiama “io”.

Dammi, o Signore, il senso dell’umorismo,

concedimi la grazia di comprendere uno scherzo,

affinché conosca nella vita un po’ di gioia

e possa farne parte anche ad altri.

Salmo 41-42/42-43 Come una cerva anela

Si tratta di uno dei pochi canti del Salterio elohista (sostituzione del tetragramma sacro con il termine “elohim”) con una triplice ripetizione del ritornello (v. anche Sall 46, 67, 99 e 107). Quella elohista o jahvista è una peculiarità non di poco conto dato che all’epoca il monoteismo non era del tutto consolidato. Il nome perciò assume un’importanza fondamentale perché identifica l’oggetto del culto distinto da tentazioni sincretistiche. Il termine “maskil” significa “colui che guarda in alto” che potrebbe essere un levita adibito all’animazione liturgica e che, in termini sapienziali, rimanda al genere letterario della supplica o del dialogo interiore con una struttura divisa in tre parti: il culto a Dio, un passato remoto ormai perduto e la speranza di un futuro migliore. L’inizio del salmo è apparentemente calmo, come potrebbe far pensare l’iconografia del giardino ben curato con fauna al seguito, in quanto rivela la ricerca disperata di acqua in una terra desertica e desolata quali appunto potevano essere alcune regioni semitiche dell’epoca. Simbolicamente il percorso della cerva richiama quello del credente che cerca Dio in un frangente difficile della sua vita. Quindi il paesaggio è tutt’altro che idilliaco rimandando invece ad ambienti oscuri, lontani dall’ambiente di origine dell’orante, se non addirittura coatti come potrebbe essere lo Sheol (una sorta di purgatorio giudaico). Tale drammaticità tuttavia è mitigata dalla musicalità del salmo caratterizzato dal metro ritmico 3+2 e dal gioco dell’allitterazione, es. “panim-panah” (“il volto di Dio che si volge”). La redazione potrebbe risalire all’epoca esilica o post esilica (IV-V sec. a.C.) da parte di un esule che avrebbe composto il testo sulla base di tradizioni più antiche. Un altro indizio è l’intestazione ai figli di Core che rimanda a quel personaggio biblico (Nm 16) che paventava l’abolizione del sacerdozio. Assir, Elqanà e Aviasaf (Es 6,24) facevano parte del suo clan ma al momento della prova si convertirono e, mentre la terra stava inghiottendo i cospiratori, essi rimasero al loro posto intonando i salmi perciò si dice che essi non morirono (Nm 26,11).

Mi C. Come una cerva anela ai corsi delle acque, Fa#- così l’anima mia anela a te, o Dio. Si7 L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente, Mi quando vedrò il volto di Dio? Le mie lacrime sono il mio pane giorno e notte, mentre i miei nemici mi dicono tutto il giorno: Fa#- “Dov’è il tuo Dio? Dov’è il tuo Dio? Dov’è il tuo Dio?”.

Ci troviamo di fronte un salmo che ha segnato fortemente la pietà religiosa cristiana visto anche le numerose citazioni dei padri della Chiesa: secondo Atanasio la ricerca dell’acqua della vita è il disperato tentativo di una cerva di sopravvivere ad un tentativo di avvelenamento magari dopo una lotta con le fiere del deserto; anche secondo Dionigi la cerva è l’animale più indicato per esprimere una caccia in corso; secondo Eutimio la cerva rimanda all’amicizia e all’affetto. In un altro passo biblico Ester si identifica con la cerva dell’aurora (Sal 22). La ricerca dell’acqua nella prima parte del salmo è vista come fonte di vita mentre nella seconda di morte (dono delle lacrime). Simbolicamente la cerva, nella disperata ricerca di una fonte, si ritrova davanti al wadi prosciugato dalla siccità del deserto: solo nell’assenza di Dio, l’uomo sente il forte desiderio di cercarlo. Il grido ironico e blasfemo “Dov’è il tuo Dio?” esprime l’ennesima provocazione dell’empio che non è tanto la dimostrazione o meno dell’esistenza di Dio quanto piuttosto la possibilità di intervenire nelle vicende umane.

Si7 Questo io ricordo, e l’anima mi si strugge in cuore, quando avanzavo tra i primi Mi Sol# in mezzo al popolo in festa. Perché ti abbatti anima mia? Do#- Perché tu gemi dentro di me? Fa#- Si7 A. Spera in Dio, spera in Dio: Mi e tornerai a lodarlo.

Qui “anima” (nefesh) intende la dimensione interiore e non quindi una parte separata dal corpo come potrebbe far pensare la filosofia greca o la teologia cristiana. Il poeta rievoca una solenne processione in mezzo alla folla festosa che rimanda al culto templare che però risulta rinnovato: Dio non ha più una casa perché adesso la sua casa è l’assemblea degli eletti, il popolo di Israele. Nella teologia ebraica il “volto di Dio” si riferisce ad un’esperienza mistica e diretta dell’orante presumibilmente nel tempio. Se il salmo è stato scritto in epoca esilica, cioè in concomitanza con la distruzione del tempio di Gerusalemme, allora si spiega questa assenza condita dal ricordo di un passato nostalgico.

Do#- Do# Fa#- C. Perché lui è la salvezza del mio volto, Si7 Do#- La Sol# lui è il mio Dio, lui è il mio Dio. La Sol# A. Spera in Dio, spera in Dio, La Si (Si Sib La) spera in Dio, spera in Dio, La Sol# e tornerai a lodarlo.

L’antifona, cantata per la seconda volta (42,6; 42,12; 43,5), squarcia il velo di rassegnazione e di paura e si libra verso la lode, l’amore e la contemplazione di Dio che richiama in modo diretto la figura del Cristo. Nel cap. 7 del Vangelo secondo Giovanni, infatti, la liturgia dell’acqua offre l’occasione per indicare nel Cristo il culmine di ogni cosa. Mentre nella prima parte risuona il simbolismo del battesimo, qui si accosta quello dell’eucaristia come ricorda la presenza del tempio (Sal 43,4).

Mi C. Quante volte ho detto alla mia rupe: “Perché mi hai abbandonato? Fa#- Perché mesto cammino, oppresso dai miei nemici?”. Si7 Sono infrante le mie ossa nell’ascoltare tutto il giorno: “Dov’è il tuo Dio? Mi Dov’è il tuo Dio?”.

La “roccia” (v. 10) è uno dei nomi arcaici di Dio che lo ricollega alla creazione del mondo (cfr. 1Cor 10,4). In questi casi le immagini bucoliche (fiumi, cerva, roccia) non sono abbellimenti poetici ma servono al poeta per esprimere un intuizione trascendente. L’idea di abbandono (v. 10) non è rivolta all’uomo in senso stretto ma al peccato verso l’idolatria. Le “ossa” possono essere riferite ad una malattia o, in senso metaforico, al giudizio divino. L’alternarsi del giorno e della notte risuona come un timbro ritmico nel cuore del salmista: per il loro potere di purificazione, le lacrime (commozione o pianto) sono come una liturgia (teshuvà) che cancella le colpe. In questo senso va menzionato il suo uso nella primitiva liturgia cristiana della veglia pasquale in cui i catecumeni ricevevano il battesimo e la dignità di cristiani.

Signore, manda la tua luce. la tua verità: Fa#- che esse mi guidino al tuo santo tempio, Si7 e allora potrò cantare a te un canto di gioia, Mi Sol# un canto di allegria con la mia chitarra. Perché ti abbatti anima mia? Do#- Perché tu gemi dentro di me? Fa#- Si7 A. Spera in Dio, spera in Dio: Mi e tornerai a lodarlo.

La preghiera e la liturgia sono il vertice di ogni attesa e di ogni gioia. Secondo Gianfranco Ravasi l’intera composizione (salmi 42-43) può essere letta come una metafora dell’intera vicenda umana e della speranza cristiana. La prima tappa è il paradiso perduto, la distanza e l’allontanamento da Dio a cui succede lo squallore dell’uomo esiliato e caduto nelle contraddizioni del presente la cui fede è mesa in crisi dalle tentazioni mondane. La meta che sostiene il cammino pertanto è il ritorno alla Gerusalemme celeste e alla sua liturgia (teologia del ritorno). Questo triplice movimento spiega anche l’esilio di Israele, il nuovo esodo del secondo Isaia e il pellegrinaggio cristiano verso il Regno di Dio (teologia del servo sofferente). È la convinzione che la salvezza non possiamo darcela da soli ma ci viene da un Altro che con fiducia possiamo sussurrare, cantare e chiamare per nome.


Bibliografia

Alonso Shockel L., Carniti C., I salmi, Borla, Milano, 1993.
Farnes Scherer P., Monizioni e preghiere salmiche, Elle di ci, Torino, 1992.
Ravasi G., I salmi vol. 2, Edb, Brescia, 1984.
Resuscitò. Canti per le comunità neocatecumenali, Fondazione Famiglia di Nazareth, Roma, 2017.

Come eseguire l’arpeggio dell’introito

Salmo 17/18 Ti amo Signore

Il salmo 18 è uno dei più antichi: la preposizione “be” col valore di “da”, il “mem” enclitico, la simbologia arcaica rupe-roccia sono tutti indizi che riducono a fissare la redazione attorno al X sec. a.C. (epoca monarchica). La complessità letteraria del salmo lo fa inserire in una categoria a sé stante sebbene il modulo di ringraziamento riveste un ruolo primario e non mancano tracce di lamentazione e varie teofanie che rimandano alla ierofania mitica. Nei vv. 21-28 si incontra infine una cd. “confessione passiva”, un genere ben noto nell’ambito del diritto dell’alleanza. Il carme è strutturato stilisticamente su una serie di ottonari di metro classico (3+3) eccetto il v. 51 che si presenta come un “tristico” differente rispetto ai distici dell’ottonario precedente. L’ottonario d’apertura è caratterizzato dalla lode a cui si associa l’invocazione e la litania. Il secondo ottonario (vv. 5-7) definisce una lamentazione accompagnata dalla supplica. Il terzo-quarto-quinto ottonario sviluppa immagini apocalittiche coi suoi antropomorfismi con venatura giudiziarie (lotta prototipica della creazione). Il sesto ottonario comporta la liberazione: siamo in presenza di una specie di ordalia che costringe Dio a intervenire con un oracolo per decretare l’innocenza dell’orante. Gli ottonari settimo-ottavo esprimono la confessione d’innocenza (sviluppata su due binari in parallelismo antiteico positivo-negativo) mentre quelli dal nono al tredicesimo descrivono la grande “todah marziale”: l’assalto, l’addestramento, il vincitore. Il quattordicesimo e quindicesimo ottonario concludono il carme con la lode a Dio.

Re Fa# Si- C+A. Ti amo, Signore, sei la mia roccia, Sol Fa# sei il mio liberatore, tu sei il mio Dio, Sol Fa# ti amo, ti amo Signore.

Vari titoli (rupe, fortezza, scudo) rimandano ad un contesto di guerra dove David perseguitato ha trovato rifugio. La “roccia” riflette la situazione orografica giudaica (alte montagne e lunghe vallate) che è legata alla trascendenza divina.

Re Si- C+A. Le onde della morte mi avvolgevano, Sol Re mi spaventavano le trombe di Belial, La Sol mi stingevano i lacci dello Sceol, Re ero preso nei ceppi della morte.

Il pericolo è dato da una minaccia grave e imminente. Il poeta si lascia prendere la mano fin al punto che il nemico si trasforma nella stessa morte o abisso personificati. Ci si chiede se il poeta immagini degli elementi naturali impersonificati anche se il predicato “ybt’wny” viene detto dello spirito impuro che spaventava Saul (1Sam 16,14).

Fa# C. Chiamai il Signore nella mia angoscia, Si- il mio Dio, il mio Dio invocai, La Sol e ascoltò la mia voce dal suo tempio Fa# e giunse al suo orecchio il mio grido; Sol Fa# e la terra si scosse e vacillò, Sol Fa# tremarono le fondamenta dei monti, Sol Fa# perché abbassò i cieli e discese. La Fa# E apparve il fondo del mare, La Fa# le fondamenta del mondo si scoprirono, Sol e stese la sua mano e mi prese, Fa# mi sollevò dal profondo delle acque.

Ricorre qui ciò che la Bibbia chiama “tsarà” (angoscia) cioè il senso di soffocamento, la mancanza di respiro che porta l’uomo a urlare e anelare la liberazione dai problemi di sempre (malattia, peccato, vecchiaia, calunnia, sterilità, povertà, etc.). L’unica via di salvezza è verso l’alto: Dio interviene per liberare l’uomo dal pericolo. Javhè piega il vincolo dei cieli che gli consentono di apparire, terribile e tempestoso, sull’orizzonte (Javhè nasce da un pantheon pagano in cui l’elemento atmosferico si impone sugli altri) . La tempesta e l’eruzione vulcanica sono connessi alle emozioni divine perciò questa visione nega l’idea di un Dio nei cieli inaccessibile. L’accoglienza tuttavia ha la sua versione cultuale che per l’uomo è segno di protezione perchè Dio si trova nella parte più nascosta del Tempio protetto da un velo inaccessibile.

Re Si- C+A. Le onde della morte mi avvolgevano, Sol Re mi spaventavano le trombe di Belial, La Sol mi stingevano i lacci dello Sceol, Re ero preso nei ceppi della morte.

Il povero afflitto non adduce davanti a Dio nessun altro merito che la propria sventura perciò se la professione di innocenza viene fatta con superbia ciò provocherà il rifiuto di Dio (cfr. Magnificat Lc 1,51-52). L’immagine del Dio vivente si contrappone a quella degli idoli pagani che sono dei “ceppi”: Jahvè vive non perchè affidato al determinismo costante del cosmo e della della natura ma perchè si fa storia nel cammino di un popolo.

Bibliografia

Alonso Shockel L., Carniti C., I salmi, Borla, Milano, 1993.
Farnes Scherer P., Monizioni e preghiere salmiche, Elle di ci, Torino, 1992.
Ravasi G., I salmi vol. 1, Edb, Brescia, 1984.
Resuscitò. Canti per le comunità neocatecumenali, Fondazione Famiglia di Nazareth, Roma, 2017.
Zani L., I salmi. Preghiera per vivere, Ancora, Milano, 2003.

Salmo 18 in lingua spagnola