Le origini del servizio sociale internazionale

Webinar organizzato dalla Fondazione Bruno Kessler di Trento nell’ambito del ciclo di seminari “Storia in costruzione”.

Interviene Francesca Piana, assegnista alla Scuola normale di Pisa e docente di Storia delle relazioni internazionali dell’Università di Ginevra, che discute una relazione sull’attività dell’International migration service in Italia. Si presentano qui i risultati di una ricerca che usciranno a breve nel volume intitolato “The Global Governance of Refugee Protection. Forced Diplacements and Humanitarian Aid after WWI” scritto sulla base dell’International migration service creato nel 1924 da un gruppo di assistenti sociali diplomate a Londra e New York con lo scopo di riunire le famiglie separate dalle migrazioni e di studiare le conseguenze di questo fenomeno sulla famiglia e sulla società. È una storia di donne che alla fine della prima guerra mondiale decidono di dare il proprio contributo per una vocazione globale. L’Ims aveva base a Ginevra e si basava su una serie di filiali distribuite per l’Europa che potevano carpire informazioni sui migranti. Il metodo era basato sul casework che fu sviluppato negli Stati Uniti all’interno del movimento riformista e del Settlement, che era considerato un metodo affidabile per l’epoca. L’Ims nl 1932 creò una filiale in Italia per la riunificazione delle famiglie italo-americane, prigionieri di guerra, civili dispersi per cause varie. Le ipotesi sono: come l’Ims ha soddisfatto i bisogni dei migranti? Quali stereotipi sulla marginalità sociale? Quali collaborazioni col Regime Fascista? Per quanto riguarda la storiografia dobbiamo cercare nei seguenti campi di ricerca: welfare, assistenza sociale e migrazione dove troviamo i seguenti autori: Heide Fehrenbach ha scritto il capitolo “From Aid to Intimacy: The Humanitarian Origins and Media Culture of International Adoption” in “Dilemmas of Humanitarian Aid in the Twentieth Century” di Johannes Paulmann e “Children as Casework: The Problem of Migrating and Refugee Children in the Era of World War.” In “Handbook on Migration and Childhood” di Jacqueline Bhabha, Daniel Senovilla Hernandez e Jyothi Kanics; Pamela Ballinger ha pubblicato “The World Refugees Made: Decolonization and the Foundation of Postwar Italy”; Rita Cutini ha scritto “Promuovere la democrazia: storia degli assistenti sociali nell’Italia del secondo dopoguerra (1944-1960)”; Stefano Gallo ha analizzato le migrazioni interne “Il Commissariato per le migrazioni e la colonizzazione interna (1930-1940). Per una storia della politica migratoria del fascismo”. Ulteriori fonti sono gli archivi della Croce Rossa Internazionale, agli archivi dell’International social service di Ginevra, gli archivi dell’International organization of labour, l’Archivio centrale dello Stato in Roma, gli archivi privati della famiglia Dallolio, interviste di storia orale. Agli inizi del 2000 l’Ims è andata in bancarotta e non è stata trovata alcuna documentazione. I movimenti riformisti americani all’inizio del secolo si interessano della protezione delle donne che effettuano lunghi viaggi all’estero per lavoro. Per tali motivi la World christian association crea l’Ims ma il governo americano decide di limitare fortemente l’immigrazione adottando i passaporti che diventarono obbligatori. Nel 1924 la sezione Ims diventa indipendente con una struttura speculare con un comitato internazionale e un comitato esecutivo su questioni finanziarie. Dal 1924 al 1932 l’Ims non ha una sede italiana ma è diffusa in Europa e negli Sua insieme ad altre organizzazione americane che si occupano di casi di diserzione, di rimpatrio, di recupero dei documenti, di naturalizzazione e di divorzio. Durante questo periodo la sede americana dell’Ims viene contattata per fare delle ricerche in Italia. Le assistenti sociali americane dell’Ims erano però costrette a tradurre prima le richieste e la corrispondenza dall’italiano all’inglese e poi dovevano riferire coi corrispondenti italiani al fine di carpire le necessarie informazioni per il lavoro sul caso. Nelle relazioni il migrante è visto come una vittima, culturalmente svantaggiata e proveniente da un contesto problematico. Si presenta il caso di un uomo italiano considerato mentalmente instabile residente negli Usa da venti anni a cui si chiede di ritornare in Italia. La National catholic welfare conference si propone di contattare la famiglia rimasta in Italia per capire come coprire le spese di viaggio. Molto spesso le famiglie di origine si rifiutavano di accogliere il proprio caro e la pratica si estingueva. La relazione di circa 80 pagine non riporta né il governo italiano né istituzioni politiche fasciste e sugli italiani gravavano numerosi luoghi comuni e pregiudizi che continuarono anche nel periodo tra le due guerre. Il governo italiano dal canto suo non cambiò posizione sulle politiche migratorie e si concentrò sulla colonizzazione delle terre italiane d’oltremare tuttavia mantenne i contatti con le comunità italiane all’estero. Intanto l’Ims decise di inviare Suzanne Farriere in Italia nel 1929 per studiare l’ambiente sociale ed economico e per capire se ci fossero le condizioni per aprire una sede succursale in questo paese. La Farriere prende tempo e propone di creare delle convenzioni con alcune organizzazioni locali (Opera Cardinal Ferrari, CRI, Società Umanitaria, etc.) che avrebbero lavorato caso per caso. Finalmente fu creata la sede italiana nel 1932 su iniziativa di Filippo Cremonesi presidente della CRI che prese il nome di “Segretariato di informazioni private” con scopi umanitari e al di fuori di orientamenti ideologici. La presidenza fu affidata ad Elsa Dallolio che era la figlia del generale Alfredo, ministro della guerra, scelto da Mussolini per ricoprire la carica di commissario per le munizioni. La figlia Elsa fu infermiera durante la prima guerra mondiale ed intrattenne amicizie con Benedetto Croce, Gaetano Salvemini e altri antifascisti. Dal 1932 al 1945 la sede italiana dell’Ims si occupò di prigionieri di guerra, esuli della guerra civile spagnola e dell’impresa etiopica. Il metodo scelto fu quello dell’international casework definito come “lo studio scientifico del caso applicato a famiglie e individui i cui problemi richiedono la collaborazione in due o più paesi”. Durante la guerra diverse famiglie italiane contattarono l’Iss per intercedere presso i prigionieri di guerra ed Elsa, grazie anche al ruolo del padre e di numerose amicizie, tra cui la regina del Belgio, riuscì ad aiutarle. Dopo la seconda guerra mondiale l’Iss si appoggiò all’Unrra (United nations relief and rehabilitation agency) per continuare l’attività assistenziale. Intanto l’Ims cambiò nome in “International social service” pur mantenendo gli scopi e le motivazioni originarie. Segue dibattito:

Che qualifica aveva il personale dell’Ims in Italia, dove si trovava la sede fisica e dove si possono reperire le relazioni?

Il lavoro veniva svolto prevalentemente dalle presidentesse che contattavano i referenti a livello internazionale per il rilascio dei prigionieri. Elsa Dallolio era un infermiera e non aveva qualifiche di assistente sociale. La Ferriere invece aveva studiato al Columbia school di social work ma il suo compito era solo di sondare l’ambiente italiano ed una volta tornata in America non si fece più vedere. La documentazione relativa ai 2700 casi trattati e che hanno prodotto circa 12 mila lettere sono andate al macero nel 2000. La sede fisica era a Roma con distaccamenti a Napoli, Aversa e Trieste. Nell’Archivio centrale dello Stato c’è una documentazione non inventariata relativa agli anni ’60 – ’80. Gli archivi della sede americana dell’Ims si trovano in Minnesota.

L’Ims si attivò per salvare i bambini ebrei dalle persecuzioni razziali?

Quando la Ferriere giunge in Italia entra in contatto con alcune organizzazioni locali tra cui l’Omni e i Fasci Femminili che potevano tornare utili ai fini di una collaborazione caso per caso. Presso l’Iss, inoltre, c’era una sezione per minorenni non accompagnati ma non si può dire se abbiano trattato casi del genere.

Come si è svolta la ricerca dal punto di vista metodologico?

Dopo una prima selezione della letteratura si è passati alla consultazione dei materiali di archivio; nelle diocesi ci possono essere molti di questi casi grazie all’interessamento dei parroci alle richieste delle famiglie per i propri cari reclusi all’estero.

Perché fu scelta Elsa Dallolio e non altri?

Elsa Dallolio faceva parte di una famiglia altoborghese e nel 1931 il suo nome appare in un convegno.

Approfondimenti

Assistenza sociale nell’industria (1927-1970)

“L’assistenza sociale” rivista della Confederazione Nazionale Lavoratori e Sindacati Fascisti poi “L’assistenza sociale nell’industria”, rivista bimestrale della Confederazione Generale Fascista dell’Industria Italiana, piazza Venezia 1, 1928-1943, Roma, Società editrice de “L’Organizzazione Industriale”, via Margutta 61, Roma. Poi “Quaderni d’informazione per assistenti sociali”, 1950-1954. Poi “L’assistenza sociale nell’industria italiana: rivista bimestrale della Confederazione Generale dell’Industria Italiana”, 1960-1968. Poi “Iniziative sociali nell’industria italiana”, Confederazione generale dell’industria italiana, 1969-1970 (Roma, Failli). Direttore responsabile: Guelfo Gobbi (anni ’20 – ’40); Rosario Toscanini (anni ’60 – ’70).

L’idea di un servizio sociale nelle fabbriche italiane fu introdotta nel primo dopoguerra per sopperire ai bisogni della popolazione operaia già duramente provata dal conflitto. L’esigenza di aggiornare il personale assistenziale e di propagare il servizio in tutto il paese indussero la Confindustria a pubblicare un periodico apposito affidandone la direzione a Guelfo Gobbi che proveniva dall’Associazione nazionale mutilati ed invalidi di guerra e, quindi, era la persona più competente in materia. Fin dal 1927 si dedicò all’istruzione ed alla formazione delle prime assistenti sociali di fabbrica. L’aggiornamento degli orientamenti produttivi e l’introduzione dei nuovi metodi razionali nelle imprese, richiedevano particolari cure a favore dell’elemento umano ed egli, attraverso le pagine della rivista, sviluppò una sistematica ed efficace opera di proselitismo (R.T., La scomparsa di un benemerito dell’assistenza sociale: Guelfo Gobbi, 1961, 2, p. 4).


La struttura editoriale è formata da una prima parte di articoli sul servizio sociale di fabbrica con esperienze sul campo non solo in ambito aziendale (Olivetti, Viscosa, Acciaierie Falck, Fiat, Buitoni, Radaelli, etc.) ma anche nei servizi di utilità pubblica (trasporti, gas, elettricità, etc.). La seconda parte include il calendario di convegni o congressi, notizie dalle scuole di servizio sociale, una selezione bibliografica e le recensioni. Il tutto corredato da riproduzioni degli impianti dell’epoca e fotografie a colori. La rivista che interessa gli industriali italiani, i capi del personale aziendale, gli esperti dei problemi sociali di fabbrica, gli assistenti sociali: illustra le realizzazioni dell’industria italiana nel settore dell’assistenza sociale di fabbrica; aggiorna sui principali problemi del servizio sociale aziendale; riporta notizie di studi, conferenze e convegni che riguardano le realizzazioni umane nell’ambito industriale (L’assistenza sociale nell’industria italiana, 1963, 1, p. 3). Nel decennio che vide pubblicare la rivista (1960-70) si alternarono articoli esplicativi sull’organizzazione dei servizi sociali per gli operai e per le loro famiglie; si tratta certamente di una valida testimonianza del “boom” economico dei “mitici” anni ’60.
La direzione inizialmente detenuta da Guelfo Gobbi (anni ’20 – ’40), fu poi affidata a Rosario Toscanini (anni ’60 – ’70). Il comitato di redazione era formato da docenti universitari quali Augusto Turati, Giovanni Balella, e naturalmente assistenti sociali quali Margherita Grossman, Elena Fambri e Paolina Tarugi. Di questa ultima sta scritto che si era distinta durante la prima guerra mondiale per le sue attività di assistenza ai combattenti e che nel dopoguerra si adoperò per inserire i reduci nella vita civile. Nel 1919 ottenne il riconoscimento dei diritti della donna nell’esercizio delle libere professioni con l’approvazione della legge Sacchi. Sta scritto, inoltre, che fu maestra delle prime assistenti sociali che si diplomarono presso la scuola di Sant’Alessio. Su questo punto occorre una precisazione. Infatti, tutti sanno che la prima scuola per segretarie sociali fu fondata nel 1921 a Milano in via Piatti 4 e che la scuola per assistenti sociali fu fondata nel 1928 a Roma a San Gregorio al Celio. Dunque, da dove spunta questa scuola di Sant’Alessio? (A.D., Paolina Tarugi pioniera del servizio sociale di fabbrica in Italia, 1969, 5, pp. 38-39).


L’istituto italiano per l’assistenza sociale sorto a Milano nel 1921 ebbe la sua consacrazione in forma ufficiale in una riunione tenuta presso la Camera di commercio di Milano dove era stato concepito e strutturato come un organismo tecnico e scientifico che con metodo rigoroso ricerca l’ausilio di tutte le moderne scienze che si applicano alla organizzazione umana del lavoro. Intercorsi i necessari preliminari accordi fra l’Istituto e l’azienda ed ottenuta l’autorizzazione ad iniziare il servizio sociale, la segretaria o l’assistente sociale si metteva in contatto con i dirigenti nonché i capi operai, i rappresentanti della commissione interna o con qualunque altro organismo che rappresentasse la maestranza. Dopo questi preliminari avevano inizio in forma regolare le visite dell’assistente allo stabilimento generalmente durate l’intervallo fra il lavoro del mattino e quello del pomeriggio: punto di ritrovo il refettorio oppure dove gli operai si intrattenevano. Nelle aziende ove l’istituto gestiva il servizio sociale funzionavano ambulatori con visita medica gratuita, allo scopo di compiere un utile opera di profilassi. In collaborazione con l’Istituto delle biblioteche popolari di Milano, l’Ente ebbe ben presto la possibilità di disporre di una biblioteca centrale di qualche migliaio di volumi che istituì a sua volta tante sedi zonali in altrettanti stabilimenti. Furono anche organizzate lezioni con proiezioni su argomenti culturali e tecnici per selezionare, fra tanti, i pochi che pur prestavano attenzione alle cose della cultura. Nel 1928 mentre a San Gregorio al Celio in Roma sorgeva la scuola per le assistenti sociali, l’istituto italiano per l’assistenza sociale passava alle dipendenze della confederazione generale dell’industria, continuando la propria esistenza fino al 1945 (Tarugi P., Le origini del servizio sociale di fabbrica in Italia, 1961, 1, pp. 14-18).
L’Istituto italiano per l’assistenza sociale di Milano, con corsi accelerati svoltisi negli anni 1921, 1923 e 1926, abilitava le allora segretarie sociali alla professione di assistenti sociali. Nel 1928 veniva istituita a Roma la scuola superiore per assistenti sociali di San Gregorio al Celio che doveva fornire la maggior parte del personale addetto ai servizi organizzativi dalle due Confederazioni degli industriali e dei lavoratori dell’industria. Per il settore dell’assistenza all’infanzia, invece, fu l’ONMI a diplomare diverse assistenti sociali con due corsi tenuti a Roma e a Milano nel 1933 e nel 1934. Dopo lo scioglimento delle due Confederazioni corporative che gestivano la maggior parte dei servizi sociali allora esistenti (Patronato Nazionale Assistenza Sociale e Istituto Italiano di Assistenza Sociale), sin dall’ottobre del 1945 un gruppo di assistenti sociali entrò a far parte del FIDAPA (Federazione Italiana delle Donne nelle arti, nelle professioni e negli affari), decise di organizzarsi come Centro nazionale assistenti sociali, giungendo nel 1948 alla costituzione dell’Associazione nazionale assistenti sociali (ANAS) ed al primo convegno nazionale del 29 giugno. Nell’art. 2 dello statuto si legge che il fine è di collegare gli assistenti sociali operanti nelle varie regioni d’Italia. Nel 1961 risulta ben ampia la distribuzione dei membri soci dell’ANAS con una percentuale lievemente superiore proveniente dalla sezione laziale che aveva optato per il servizio di fabbrica seguito dal comparto giustizia (Organismi rappresentativi italiani: l’ANAS, 1962, 5, pp. 27-29).


L’assistenza è “sociale” in quanto pubblica e gratuita (Travagli F., Assistenza sociale e Patronato Nazionale, 1, 1927, p. 551):
«Non avrei dato soverchia importanza ad una critica alquanto acerba comparsa sui numeri 7-8, 1927 della Rivista. Critica riguardante un mio articolo “Patronato Nazionale in rapporto alla profilassi sociale” se gli avvenimenti svoltisi in questi ultimi mesi fra cui, principalissimi, il Congresso degli Uffici Legali del Patronato Nazionale tenutosi a Bologna il 5 ottobre u.s. e l’interrogazione dell’on. Gay alla Camera dei Deputati, non fossero venuti a confermare tanto autorevolmente ciò che fu previsto da me non solo nel mio ultimo studio quanto in tutti i miei lavori precedenti. Da più di cinque anni, prima sotto la diretta guida del nostro Direttore Generale, poi quale consulente medico del Patronato Nazionale di Genova, ho sempre strenuamente combattuto il cosiddetto parassitismo a danno degli infortunati. L’azione potentemente moralizzatrice del Buffa, che ebbe proprio qui a Genova il suo primo svolgimento, le battaglie asperrime da Lui subito combattute con slancio magnifico di fascista e di sindacalista purissimo. videro il sottoscritto (quale medico, cultore fervente dei problemi sociali che la democrazia demagogica aveva trascurato e negletto) in linea per la lotta della quale oggi il Patronato Nazionale raccoglie i frutti più eletti, e se lo sfruttamento degli operai infortunati fu da me (e non da me solo, ma da altri ben più del sotto-scritto autorevoli) definito per parassitismo, non posso — oggi — clic confermare e proclamare con tutta la mia energia tale definizione. A meno che non si voglia definire con parola anche più cruda il numero enorme di «reati, di truffe nelle indennità, di creazioni di infortuni, di autolesioni, di sfruttamenti dell’infortunato con altissime percentuali ed inganni sulla valutazione del danno ed infine la sottile opera disgregatrice che viene compiuta con l’istillare nella mente dell’operaio stesso una illimitata fiducia sul patrocinio, con pretese talvolta esagerate ed assurde di danni non indennizzabili». Mi fermo ancora sulla parola: parassitismo. Vuole dirmi l’egregio «a.c.» se l’opera in genere dei patrocinatori privati, specialmente nei grandi centri industriali, può essere altrimenti definita? Quando individui di passato oscuro, di poca o scarsa coltura, di coscienza… elastica, assistiti purtroppo da professionisti che potranno anche lavorare in buona fede, ma con gli occhi bendati, si creano paladini presso le Società o gli Istituti di Assicurazione di operai infortunati o sorprendono la loro ingenuità (leggi: ignoranza) trattenendo sulla somma liquidata dell’infortunio persino il 50%? Può definirsi altrimenti che parassitismo il fatto che vengono sovente accettate quali prime liquidazioni le temporanee, inibendo all’infortunato il diritto alla revisione per erroneità e tendendo in tal modo a favorire il giuoco di qualche Istituto Assicuratore? E ancora… ma perché rimestare nuovamente il fango che si è accumulato in questi ultimi anni su tante questioni svoltesi fra patrocinatori privati, istituti assicuratori ed infortunati? Non intendo, con quando asserisco, coinvolgere nell’accusa di parassitismo la totalità dei patrocinatori privati, sia singoli, sia raccolti in Istituti. Ma non posso escludere che anche negli Istituti o nei singoli più seri ed onesti, il lucro non sia la principale molla che li animi nel tutelare gli interessi dell’infortunato. Infatti il sorgere ed il vittorioso affermarsi del Patronato Nazionale ha dato ai nervi a parecchia gente… dai grossi calibri ai minimi, dai grandi Istituti ai piccoli speculatori che si accontentano delle… briciole! Il principio invece sostenuto sin dal 1922 dal Buffa (e consacrato dalla Carta del lavoro) è basato essenzialmente sul patrocinio gratuito dell’operaio infortunato, vera audace innovazione pratica nel campo della previdenza ed assistenza sociale. Eminentemente etico ed umano — osserva a tale proposito il Brunetta — il concetto informatore di tale principio. Chè altrimenti si andrebbe contro lo stesso spirito informatore della legge sugli infortuni del lavoro, quello cioè di assicurare all’operaio colpito da infortunio la possibilità di vita nel periodo di inabilità temporanea, dargli il modo di completare i propri proventi nel caso di inabilità permanente, garantire alla famiglia un discreto peculio nella eventualità della morte. L’affermarsi del Patronato Nazionale (e vedremo più oltre quanto esso interessi ora la pubblica opinione) che presieduto dall’on. Rossoni può definirsi come purissima emanazione sindacale, rientra automaticamente nell’art. 28 della Carta del Lavoro che prevede: «la devoluzione alle associazioni sindacali legalmente riconosciute della difesa dei lavoratori anche per le procedure amministrative e giudiziarie relative agli infortuni sul lavoro ed alle assicurazioni sociali». Giustamente il Roberti asserisce in una sua interessante relazione sulla « Funzione delle Associazioni Sindacali e la legge infortuni » che [‘assistenza sindacale non si esaurisce nel creare o nel perfezionare il rapporto di lavoro, ma 01 estende a tutta la vita del lavoro, a tutti i rischi ai quali il lavoratore va incontro in conseguenza del lavoro. Tanto più pronta e gelosa tale assistenza quanto più il lavoratore è in condizione di inferiorità ed ha bisogno di difesa. Ora — continua ad interpretare il Roberti assai limpidamente — già la legislazione italiana si era messa su questa strada sottraendo con la legge del 1917 ai patrocinatori privati la rappresentanza e la difesa degli infortuni agricoli; essa è stata poi affidata esclusivamente al Patronato Nazionale. Dato questo stato di fatto, non ho certo io commesso tali errori nel mio studio sul Patronato Nazionale. Dato questo stato di fatto, non ho certo io commesso tali errori nel mio studio sul Patronato Nazionale in rapporto con la profilassi sociale, da meritarmi tutti gli inorriditi sic! e tutti gli abbondantissimi punti esclamativi dell’egregio «a.c.» della Rivista Critica d’Infortunistica. Comunque, (ed anche in questo non posso che sottoscrivere a quanto ha asserito, con ben più profonda competenza legale della mia il Roberti), non si tratta di abolire, per gli infortuni industriali, il patrocinio privato; si tratta di trasferire la scelta dei patrocinatori degli infortunati alla Organizzazione sindacale. Qui non è questione di libertà menomate e di controversie private; nelle controversie del lavoro (le cui garanzie e di esse l’applicazione delle disposizioni inerenti sono controllate dallo Stato) il lavoratore deve essere tutelato dalle proprie associazioni sindacali di categoria; e per esse — come è in fine ora ufficialmente riconosciuto — al Patronato Nazionale che è l’organo tecnico della Confederazione dei Sindacati Fascisti e che ha in tutta Italia predisposta una organizzazione perfettamente corrispondente allo scopo con un personale veramente selezionato ed eletto sia dal lato amministrativo che da quello medico e legale. Che questo sia ormai penetrato anche nella coscienza dei lavoratori e del pubblico in genere, lo dimostra il fatto che liberamente — spontaneamente — in molti centri industriali gli operai infortunati corrono alla tutela del Patronato Nazionale; in molte città ormai la mala pianta del patrocinio privato si è esaurita e spenta del tutto, per la mancanza della linfa più vitale: il denaro degli infortunati! Ma ormai non soltanto gli organi della pubblica opinione — la stampa politica in genere — si interessano del Patronato Nazionale; non solo le riviste legali hanno delle rubriche le quali seguono con viva attenzione (tanto più viva quanto più esse sono più o meno celatamente avverse) tutto quello che si svolge nel Patronato stesso; ma riviste tecniche sanitarie ne fanno oggetto del loro studio. Era del 27 settembre un interessante articolo del «Medico Italiano»; è del 28 novembre la riproduzione di esso ed il commento sulla “Sezione pratica” del Policlinico, la rivista più diffusa del ceto sanitario d’Italia. Ci piace, quale conclusione di questo nostro articolo, riportare di detto studio i due più interessanti periodi: «Se noi guardiamo alle cifre esposte per il ramo: assistenza dell’operaio infortunato sul lavoro, nella relazione al Consiglio Direttivo Nazionale del Direttore Generale comm. Aldo Buffa, comprendiamo facilmente quale imponente lavoro è stato compiuto e quale proporzione può assumere tale opera per l’avvenire: nel 1926 furono eseguite per gli infortunati delle industrie 18.847 visite chirurgiche; 462 neuropatologiche; 16.413 di controllo; 207 otorinolaringoiatriche; 2523 oculistiche; 688 mediche; 1373 radiografiche. E non contiamo le 8464 pratiche esperite per gli infortuni agricoli! Questo lavoro dà sempre più la sensazione che il Patronato Nazionale vuol raggiungere quella perfezione nelle indagini e nei responsi alla quale nulla debba e possa obbiettare la Società Assicuratrice e che il Patronato è centro d’effettivo elevamento nella pratica infortunistica. Di fronte a queste constatazioni di organi obbiettivi e sereni, al di fuori ed al di sopra di ogni carattere laudativo, di fronte a questa sicura ascensione del Patronato Nazionale verso la più perfetta ed universale costituzione, io credo che ogni altro commento debba essere superfluo. Potranno le mie vedute essere tacciate di teoriche e nebulose; ma la realtà dei fatti le consacra quali positive e realizzatrici, per eccellenza! De hoc satis! Sarà mia cura, in un altro articolo, controbattere la questione della procura che tanto ha disturbato l’egregio a. c. Per ora mi conforta la constatazione che non invano mi sono accanita contro gli inconvenienti del cosiddetto Parassitismo a danno degli infortunati. Ed è per me questo un grande legittimo conforto».


Accanto all’Istituto di Assistenza Sociale di Fabbrica si affiancavano i policlinici e le cliniche del lavoro. Le prime avviano i professionisti sul piano pratico, le seconde su quello teorico. Una terza realtà è costituita dalle Mutue di Fabbrica che offrivano accertamenti sanitari laddove i sanitari generici non riuscivano. I policlinici erano suddivisi in due sezioni: medicina preventiva e malattie professionali (Vigliani G.A., I policlinici del lavoro, 5, 1928, p. 3).


Una quarta realtà (dopo i policlinici e le mutue di fabbrica) era rappresentata dalla scuola di San Gregorio al Celio dove avveniva la formazione delle assistenti sociali. Il quinto numero del 1928 dedica un bel servizio su questa neonata realtà didattica (La scuola superiore femminile fascista di assistenza sociale, 5, 1928, pp. 6-8):
La nuova Scuola, istituita dal Partito Nazionale Fascista con il concorso morale e finanziario della Confederazione dell’Industria, ha già iniziato dai primi dello scorso ottobre l’opera, i cui riflessi sociali risulteranno certamente quanto mai benefici in un prossimo avvenire.
Intanto con questa nuova istituzione l’Italia realizza, con l’attività fascista, uno dei più importanti postulati da essa enunciati nel recente Congresso Sociale di Parigi e si pone a fianco delle Nazioni industrialmente più sviluppate; dando in più alla sua opera quel carattere di originalità e di praticità che è proprio del suo temperamento latino.
Questa nuova Scuola è infine il logico corollario alla Scuola Superiore di Economica Domestica, altra opera del Regime, promossa, come questa d’oggi, con larghezza di vedute e con squisita sensibilità dei bisogni delle classi lavoratrici della Segreteria Generale del Partito, specialmente per le intelligenti cure di Angiola Moretti, Segretaria dei Fasci Femminili, che realizzando il programma sociale con così viva fede lanciato e propagandato dalla mirabile parola di S.E.Turati, nulla ha lasciato mai intentato, perché anche alle donne giunga il soffio rinnovatore ed elevatore del Fascismo, vigile custode e potenziatore dei più intimi valori e delle più preziose energie della Stirpe.
La vasta portata sociale di questa nuova Scuola, risulterà chiara, quando si pensi che essa darà ai Segretariati di fabbrica il personale tecnico, specializzato a compiere le più delicate mansioni assistenziali in favore delle classi lavoratrici e delle loro famiglie. Infatti alle assistenti fasciste sarà commessa una vasta serie di attività, per cui essendo particolarmente preparate, potranno assolvere con un unico criterio direttivo tutte le branche che caratterizzano i suddetti Segretariati: cioè l’assistenza sanitaria, culturale, igienica, economica, l’assistenza alla maternità ed all’infanzia, ecc.
L’assistente sociale fascista potrà così soccorrere ai vari bisogni del lavoratore e dell’azienda, sorvegliando, promuovendo e indirizzando i suoi assistiti a tutti i seguenti bisogni:
a) Assistenza sanitaria: Igiene individuale e del lavoro. Acquisto di medicinali, profilassi delle malattie sociali e professionali, visite da medici specialisti, ambulatori, invio in sanatori, convalescenziari, colonie di cure e constatazioni domiciliari.
b) Assistenza culturale: Conferenze, proiezioni, biblioteche, scuole di lavoro.
c) Assistenza igienica: Mense di fabbrica a gestione diretta.
d) Assistenza economica: Risparmi, assicurazioni facoltative, assicurazioni sulla vita, casse mutue e sussidi.
e) Collaborazioni con: Mutue interne, poliambulanze, Istituto Previdenza Mutualità, Capi personale, Gruppi interni del Dopolavoro, Direzioni per impianti, andamenti, gestioni varie di fabbrica.
f) Assistenza alle madri e ai fanciulli: Sale di allattamento, Consultori materni, Invio in case di Cura, Ambulatori speciali, Colonie marine e montane.
Da questi brevi cenni dell’attività commessa alle assistenti sociali, che svolgono la loro opera delicata nell’interno della fabbrica, si può facilmente comprendere l’utilità grande del nuovo Istituto che è l’unico istituto italiano di preparazione ai suddetti compiti.
È perciò che la Confederazione dell’Industria, la quale fin dal suo sorgere si è acquistata i maggiori titoli di benemerenza nel campo dell’Assistenza Sociale, ha entusiasticamente raccolto le iniziative del Partito quale ambitissimo ordine ed ha anzi assunto su di sé per il funzionamento del nuovo Istituto, un grosso onore finanziario, mentre dall’altro lato ha offerto all’insegnamento della nuova Scuola di Assistenza sociale i suoi uomini di scienza più competenti. Ma non solo a quest’attività immediata ha mirato l’opera della Confederazione: essa ha bensì concorso, nel modo senza dubbio il più efficace, alle finalità della nobile istituzione, assicurando che avrebbe provveduto al collocamento nelle industrie delle diplomate di questa Scuola. E qui non è chi non veda essere questo provvedimento il crisma più sicura al fiorire del nuovo Istituto. Sita nell’ampio edificio di San Gregorio al Celio, ex convento dei frati Benedettini ed ora sede di altre opere buone, quali la Scuola di Assistenza all’Infanzia e quella già accennata di Economia Domestica, la nuova Scuola, sorta per volere del Partito e degli Industriali, occupa il piano nobile del palazzo ed ha come ambienti di soggiorno, di studio e di ricreazione, tutto quanto un beninteso e moderno criterio igienico e didattico può offrire.
La Scuola ha il carattere di un convitto a solo internato ed il corso per conseguire il diploma di assistente di fabbrica dura 8 mesi: dei quali sei sono di formazione teorica, mentre gli ultimi due sono totalmente dedicati al tirocinio pratico.
Organico e veramente completo ne è il programma didattico diviso nelle materie di studio sotto indicate e svolto da anche eminenti e competenti personalità che qui sotto nominiamo:

  1. Ordinamenti politici e sindacali: Augusto Turati;
  2. Legislazione Fascista: Giovanni Balella;
  3. Ordinamento amministrativo: Cesare Giannini;
  4. Organizzazione scientifica del lavoro dal punto di vista medico; Orientamento professionale; Selezioni della mano d’opera: Giovanni Antonio Vigliani;
  5. Nozioni di igiene generale ed industriale: D.Maza
  6. Malattie sociali e del lavoro; etica professionale; doveri e mansioni delle assistenti di fabbrica: D.Maza
  7. Cenni introduttivi di legislazione sociale: leggi protettive del lavoro ed organi di vigilanza: Giovanni Balella;
  8. Varie branche assicurative, loro ordinamento e finalità d’ordine sociale sanitario: Cesare Giannini;
  9. Cenni di infortunistica: ordinamento, assistenza, prevenzioni e cura: Giovanni Antonio Vigliani;
  10. Protezione della donna nel lavoro e dei fanciulli minorenni nella legislazione italiana; parte teorica: Giovanni Balella; parte pratica: D.Maza;
  11. Norme di puericultura: D.Maza;
  12. Nozioni sul servizio sociale in Italia e all’estero: D.Maza;
  13. Economia domestica: Paola Baronchelli.

Questo il programma di studio: accanto ad esso sono particolarmente curate sotto la guida della direttrice dottoressa Maza, le visite e le lezioni pratiche negli ambulatori di medicina sociale: cioè ambulatori Antitubercolari, Infortunistici, e Celtici, Consultori materni e per lattanti; Istituti di ricovero per deficienti, vecchi, anormali psichici e fisici.I titoli minimi d’ammissione al corso sono: a) la licenza di scuola media inferiore con accertamento di una maggiore preparazione culturale privata; b) il diploma di abilitazione magistrale quale titolo di pieni diritto; c) il diploma di infermiera.
Va notato però che vi sono anche delle alunne laureate come primo nucleo delle sopraintendenti sociali.
I limiti di età per l’ammissione al Corso sono fra il 21° e 45° anno: le alunne debbono per ovvie ragioni di profitto essere di sana costituzione fisica, di buona condotta morale e nubili o vedove senza prole.
Dopo gli otto mesi, di corso, le candidate si sottopongono all’esame per il conseguimento di diploma e le tre migliori ottengono il rimborso delle spese incontrate per la loro permanenza al convitto.
Il convitto, come abbiamo accennato, non accetta alunne esterne, ma vuole che queste vivano insieme, in disciplina spontanea e famigliare, perchè saggiamente si pensa che dal lungo periodo di soggiorno in comune debba sorgere quello spirito e quell’indirizzo unitario che faccia delle assistenti sociali fasciste le antesignane e le segnalatrici di un unico grande ideale: quello dell’elevamento sociale del popolo.
Fine che senza dubbio si realizza sotto l’area sicura di Enti quali il Partito e la Confederazione dell’Industria e di nomi quali S.E.Turati.
I principi del servizio sociale adottati possono così sintetizzarsi: osservazione del caso nel contesto di vita, eliminazione alla radice dei problemi che affliggono l’assistito, lavoro di rete in ambito socio-sanitario, prevenzione dell’insorgenza degli stessi o di nuovi problemi (Grossmann M., Concetti e metodi di assistenza sociale, 4, 1937, pp. 61-74):
«Tutta l’azione sociale che mira all’elevazione del tenore di vita delle masse è orientata ai giorni nostri su soluzioni che tendono a dare assetto organico e razionale alla tutela contro i rischi dell’esistenza ed in particolare alla protezione delle categorie lavoratrici, e ad eliminare nei, provvedimenti impostati su vasta scala, gli squilibri fisici economici e morali dei singoli. Nel riconoscere l’interdipendenza delle cause che generano tali squilibri e la difficoltà di ridurle ad un unico denominatore, possiamo tuttavia ravvisare in essi le cause determinanti generali (malattie sociali, disoccupazione involontaria, pauperismo, e le cause determinanti individuali (ignoranza, deficienza, vizio, rilassamento morale, ecc.). I provvedimenti che in forma legislativa si sono venuti via via concretando, attraverso le istituzioni di previdenza e di assistenza, di igiene e di profilassi sociale, se da un lato risolvono i problemi che per la loro portata non avrebbero potuto essere risolti dalle istituzioni ed iniziative private né affrontati con gli antichi metodi della beneficenza, dall’altro si inspirano per il loro stesso carattere a concetti d’ordine morale: riconoscimento della responsabilità e solidarietà sociale, salvaguardia della dignità umana col sottrarla nell’evento del rischio o del bisogno a soluzioni caritative ed elomosiniere. Il diritto acquisito o legalmente riconosciuto si sostituisce alla forma passiva del beneficio, da cui rifugge la più matura coscienza del lavoratore e da cui l’anno distolti quegli elementi che, per immaturità di spirito, possono tuttora aderirvi. Nel Regime fascista, in sui secondo il Capo “non le forme della vita umana, ma il contenuto, 1’uomo, il carattere… devono essere potenziati in Valori ideali superiori, per uniformarsi a quella forma più alta di personalità che si esprime come” volontà di potenza nello Stato fascista, noi dobbiamo tendere a che ogni prestazione assistenziale, fondata o no su diritti legali, volta comunque Verso l’eliminazione degli squilibri nell’individuo o nel nucleo familiare, s’imperni in basi in cui l’essenza morale dell’individuo possa essere salvaguardata non solo, ma tratta ad espressione dalle sue più profonde radici per concorrere alla sua stessa elevazione. È su questo postulato fon-aumentate che si basa fazione assistenziale individuale, da cui deve esulare la formula caritativa che avvilisce e deprime i migliori, anche quando si riveste del manto della solidarietà, mentre fomenta gl’istinti parassitari e l’inerzia nei peggiori. Ma la contenzione teorica non basta: bisogna tradurla in realtà. Bisogna additare e diffondere i metodi che soli consentono di agire in conformità ai concetti informativi di fronte all’evento del bisogno che si presenta con l’immediatezza dette sue sollecitazioni e con t imperiosità delle sue esigenze. Quali saranno dunque questi metodi con cui affronteremo i problemi del servizio sociale nella sua forma individuale sotto l egida dei concetti che soli possono giustificarsi nella nostra era è accederemo alle nuove vie abbandonando le vecchie?
La soluzione legale
Quante volte nell’ambito delle stesse istituzioni assistenziali alla soluzione legale di un caso assistenziale, perché burocraticamente più spinosa, più impegnativa, più ardua, per la somma di tempo di volontà, di considerazioni ed anche di responsabilità che involve, non si dà la preferenza a quella più semplice di aprire il battente della cassa o invocare il benefico intervento di terzi facendo appello ad argomentazioni sentimentali? O per incompetenza non si ravvisa la soluzione più adeguata tra le infinite possibilità di soluzione che offre un caso se inquadrato nei suoi rapporti di causa e di effetto e se affrontato con i veri metodi del servizio sociale? O ancora tra le incognite che, il quesito presenta non si sa riconoscere nelle pieghe del groviglio la possibilità di trar partito per la sua soluzione proprio da una determinata disposizione di legge, per cui esso può essere risolto, contrariamente alle apparenze, in forma ben diversa da quella comoda e caritativa che ci prospetta il postulante stesso? Occorre anzitutto saper “Vedere” il caso, non nell’incidente che determina la richiesta di assistenza ma nel quadro della personalità o del nucleo familiare, minorato nella sua efficienza da uno squilibrio che, quand’anche possa apparire a tutta prima economico, non lo è di fatto che nei suoi effetti, mentre nelle sue cause promana da una concatenazione di squilibri fisici materiali e morali. La miseria può, ad esempio, essere conseguenza di tare fisiche o psichiche: essa non si sanerà con 1’aiuto economico puro e semplice, ma con l’eliminare nel modo più appropriato la malattia o le tare psichiche concomitanti che la determinano. È questo l’ “abc” del servizio sociale individuale, ma occorre ripeterlo per ribadire l’asserzione: “senza una chiara visione della concatenazione delle cause e degli effetti l’obiettivo non può essere raggiunto”. L’aiuto deve quindi essere in funzione non dell’evento incidentale ma dell’obiettivo da raggiungere. Non è il lato umano sentimentale dell’incidente che deve interessarci, o magari straniarci dalla linea di azione che lo trascende e che, per la finalità da conseguire, possiamo anche praticamente ignorare. La prestazione cui noi dobbiamo mirare s’imposterà dunque, in quanto è possibile (e nella maggior parte dei casi lo è anche se non lo si sappia riconoscere), nel quadro della nostra legislazione sociale, delle nostre disposizioni legali, delle norme statutarie dei nostri Enti s’impernierà sulle leve delle amministrazioni pubbliche, cercherà di far breccia su tutto quanto è stato creato in logica concatenazione per non lasciar fuori dalle maglie della rete di protezione e tutela alcuna categoria di persone. L’azione condotta con abilità e competenza non si lascia sbaragliare dalle inevitabili inerzie o lentezze burocratiche. Nel campo igienico-sanitario essa s’inserirà nei quadri e nei gangli della fitta rete di provvedimenti sanitari, che dalla condotta e dagli ambulatori municipali va all’organizzazione dispensariale dei Consorzi antitubercolari, che dalle competenze degli organi mutualistici per i lavoratori si estende a quella dei centri di assistenza materna ed infantile; e del pari saprà valersi degli integramenti preventivi di Enti ed Istituti Nazionali. E se il soggetto da salvare sarà una bimba paralitica nessuno si domanderà a chi la competenza; se sarò il fanciullo anormale recuperabile non si esiterà nell’attribuirlo o meno all’O.N.M.I. o se si batterà di un ragazzo tubercolotico non si tentennerà tra la competenza dell’I.N.F.P.S. o del Consorzio antitubercolare, quando si conoscano a fondo i requisiti da cui dipende la prestazione; né tanto meno si ricorrerà a soluzioni empiriche di ordine caritativo, inadeguate e incomplete, e perciò inefficaci.
Azione integratrice
Le prestazioni inerenti alle assicurazioni sociali, o erogazioni mutualistiche o ad altre provvidenze legai: sono sempre basale su disposizioni schematiche, contenute nell’ambito di certi limiti: ora sono proporzionate alla misura del salario e dei contributi, sempre subordinate all’adempimento di determinate clausole o all’esistenza di determinati requisiti e, ad eccezione delle pensioni, si esauriscono entro un determinato tempo. Le categorie, fissate per necessità amministrativa, non sono fondate sulle effettive esigenze del bisogno che intendono fronteggiare, ma si basano su considerazioni estranee alla natura di esso, per es. sulla misura del salario, per cui danno al rischio sociale un indennizzo schematico che non sempre coincide con l’effettivo bisogno. Le leggi del bilancio ignorano le leggi dell’individualità; e questa, ancorché subordinata alle esigenze del tutto, ha nello stato di bisogno e di crescenza dell’individuo le sue particolari necessità che sole possono, se giustamente considerate e soddisfatte, rendergli la pienezza della sua efficienza. L’unità di misura ignora che il “troppo” dell’uno è il “poco” dell’altro e che, ad es. l’indennità giornaliera che va al malato, sufficiente in un caso, potrà essere insufficiente nell’altro se ragguagliata al carico di famiglia e al livello di vita del singolo o del nucleo familiare, che non può essere modificato ali istante. La sua portata varierà col variare di questi fattori, ed in particolare con le diverse complesse esigenze di speciali regimi prescritti ad integramento delle prestazioni medico-farmaceutiche. Ciò vale per tutti i campi della vita umana, in tutti i settori, per ogni categoria di bisogni. Come potremo allora adeguare i bisogni fisici o morali di un individuo, alle prese con tutti gli ostacoli dell’esistenza, agli schemi di un regolamento, alle disposizioni statutarie dì un Ente, di una Cassa, di un’Amministrazione qualsiasi, con le loro limitazioni, le loro carenze, le loro prescrizioni? Le “Leggi” che governano le leggi, le misure imposte dagli schemi, non possono variare per la loro stessa natura che, necessariamente, dev’essere inquadrata in limiti prestabiliti; quello che può e deve variare è il metodo dell’adattamento individuale ai fini dell’assistenza sociale. Con esso si potrà supplire a tali deficienze o lacune e solo l’azione integratrice, concepita ed espressa come “adattamento individuale”, può conferire alle prestazioni schematiche l’efficacia dei pieni risultati e concorrere al raggiungimento delle finalità: l’eliminazione compieta e definitiva dello stato di bisogno con la rivalutazione delle energie complessive dell’individuo o del nucleo famigliare. Non solo, ma nella stessa efficacia dell’intervento sta anche il segreto della più rapida azione sanatrice che ridonda poi a vantaggio delle amministrazioni stesse da cui le prestazioni derivano. Ma l’azione integratrice, occorre affermarlo, non è sempre un fatto esterno. Col metodo dell’adattamento individuale la mano abile dell’esperta, l’assistente sociale, agisce in profondità. Essa si Vale della conoscenza della personalità umana nella sua costituzione complessiva c nelle sue reazioni — fisiche, emotive, mentali e spirituali — onde trarre dalla stessa tutte le risorse che concorrano a potenziarla per la sua manifestazione individuale più appropriata in funzione della vita collettiva di cui è partecipe. Il rendimento dei mezzi è proporzionato all’intelligenza e all’accortezza con cui vengono impiegati, e le risorse individuali e familiari sfuggono molto più facilmente agli interessati che a chi, addestrato alle schermaglie del servizio sociale, sa ravvisare gli elementi da cui potrà trarre partito per la sua azione di bonifica umana.
Lo svolgimento dell’azione
Come bisognerà agire per salvaguardare i principi essenziali là dove necessariamente nessuna disposizione legale ben definita interviene per sanare un determinato stato di bisogno? In questo caso l’azione assistenziale più facilmente tende a rivestirsi degli antichi metodi della carità. Non vogliamo entrare nel merito dell’elevata etimologia della parola, dell’eminente /unzione ch’ebbe il sentimento cui s’inspira nell’evoluzione dell’umanità, né dei benefici influssi che, per essa, come movente dell’attività ridondano, soprattutto, su chi la esercita. Ma la forma attraverso cui essa si esprime, anche nell’attuale momento, non si armonizza sempre all’azione sociale educatrice e plasmatrice di anime ch’è il presupposto di ogni attività a fini sociali del regime fascista. Se noi vogliamo mantenere integro il carattere dell’azione assistenziale individuale inquadralo nella concezione etica fascista, noi dobbiamo dare all’azione l’indirizzo che solo giustifica. Essa si estrinseca in tre aspetti:
a) azione curativa organica
b) » preventiva
c) » plasmatrice ed educatrice.
Le tre fasi sono strettamente concatenate ed interdipendenti. Ogni azione assistenziale con cui si tende ad alleviare un determinato bisogno è curativa e organica in quanto si adegua alla natura ed all’entità del bisogno, considerato dal punto di vista soggettivo ed oggettivo, e tende ad eliminarlo nei suoi effetti con vari mezzi coordinati verse l’unico obiettivo. È preventiva, in quanto tende ad eliminarlo radicalmente nelle sue cause. Nell’uno e nell’altro caso, l’azione non consiste in un aiuto singolo ma in una serie di atti logicamente coordinati che tendono ad una determinata finalità. Essa si svolge infine come azione educatrice e plasmatrice in quanto si vale di nozioni da divulgare, pregiudizi da rimuovere, concetti da ribadire, e questi inculca stimolando le forze morali e spirituali, latenti o palesi dell’individuo. Ciò vale, ben inteso, non solo per obiettivi morali da raggiungere: il metodo non varia anche quando sia praticamente orientato nel campo della salute fisica. Qui l’osservazione e l’intuito concorreranno in misura eguale nel far riconoscere nel fattore fisico stesso e nei suoi squilibri l’effetto di altri fattori concomitanti su cui occorrerà agire: ambiente, perturbamenti morati e fisici, ignoranza. Tutto il resto che concorre allo sviluppo dell’azione assistenziale; tutti i mezzi messi in opera per eliminare i bisogni materiali contingenti — alimenti, indumenti, alloggio — sono dal punto di vista sociale, l’indispensabile ma anche meno interessante corollario di quest’azione, e dobbiamo decisamente orientare i pionieri o le pioniere dell’assistenza sociale a distogliere lo spirito dai fattori sentimentali che offuscano la vera e giusta visione dell’obiettivo sociale in un regime che dalle fibre della sua poderosa costituzione vuol esprimere l’individuo dei tempi, temprato per le più alte finalità ed obiettivato nella coscienza e nella volontà dello Stato.
Funzione e limiti dell’azione sociale privata
Prescindendo da quel più vasto coordinamento delle funzioni assistenziali che sta per attuarsi ai termini della recente legge 3 giugno 1937 in seguito all’istituzione in ogni Comune del Regno dell’Ente comunale di assistenza, possiamo soltanto rilevare quanto può presumersi come logica deduzione dai concetti stessi fin qui espressi. Ogni azione a fini assistenziali che emani dall’iniziativa privata non potrà esprimersi che come azione integratrice nei campi specializzati che esulano dall’azione assistenziale generica, ma come tale dovrà sempre coordinarsi agli obiettivi che in linea diretta emanano dalla politica sociale e dalla dottrina fascista e informare ai concetti fondamentali di questa le sue realizzazioni. Nel campo specifico dell’assistenza sociale nell’industria che, nel suo nuovo aspetto, si rivolge soprattutto al fattore umano nella fabbrica, i concetti inspiratori dovranno impostarsi sugli obiettivi “prevenzione e protezione del lavoratore sul lavoro” — “efficienza lavorativa” — “azione integratrice delle disposizioni di legge sull’igiene del lavoro nell’industria” — “sulla tutela del lavoro delle donne e dei fanciulli” — “sulla protezione dell’operaia galante” — affinché attraverso il toro particolare adattamento al fattore umano si realizzi in pieno l efficacia preconizzata: termini questi che se danno dignità di forma, nei rispetti del fattore morale umano, alle istituzioni assistenziali degli industriali, trovano anche la loro giusta linea d inserzione, il loro logico coordinamento e la loro opportuna forma integratrice nel quadro dell’azione sociale del Regime».
Nel 1948 l’Amministrazione Aiuti Internazionali aderì al consorzio UNSAS, un ente satellite di Confindustria, che decise di riprendere le pubblicazioni sotto nuove forme e nuovi fini: i “Quaderni d’informazione per assistenti sociali” nascevano con lo scopo di informare sotto tutti gli aspetti, non solo quindi dal punto di vista industriale, il mondo del servizio sociale specialmente dopo i cambiamenti intervenuti nel dopoguerra e con un occhio di riguardo verso la scena internazionale. All’uopo ottenne la collaborazione della neonata Associazione Nazionale Assistenti Sociali. Le pubblicazioni cessarono nel 1954 allorquando, per sopperire alle necessità finanziarie, l’AAI fu sostituita da altri enti: il Comune e la Provincia di Milano, la Cassa di Risparmio, il Consorzio dell’istituzione tecnica, la Camera di Commercio, la Società Montecatini e l’Istituto per l’assistenza sociale di fabbrica (Quindici anni di vita della scuola UNSAS di Milano, 1962, 5 pp. 30-31). Grazie e soprattutto all’interessamento di Guelfo Gobbi nel 1960 fu possibile riprendere le pubblicazioni della rivista con il vecchio nome “L’assistenza sociale nell’industria italiana”.
Nel biennio 1960-62 fu pubblicato un elenco delle scuole attive tra cui: la Scuola superiore regionale di servizio sociale di Trento diretta da Bruna Faccini, p.zza Santa Maria Maggiore 7, fondata nel 1946 per iniziativa di un gruppo di laureati cattolici sotto il patrocinio dell’ENSISS; la scuola di Firenze fondata e diretta dal prof. Giuliano Mazzoni (presidente dell’ISSCAL) nel 1947, vai Laura 48, insieme ad altri docenti dell’Università di Firenze; la scuola ENSISS di Palermo fondata dall’Ente Siciliano di servizio sociale nel 1947 e diretta da Livia Massaria alla quale si aggiunse nel 1952 la scuola “Santa Silvia” fondata dal cardinale Ernesto Ruffini per conto delle Opere Arcivescovili Siciliane di Assistenza in via Vittorio Emanuele 463; la scuola per dirigenti di lavoro sociale di Roma presso l’Istituto di Psicologia alla Sapienza fondata dall’ALSI nel 1946 e patrocinata dall’ENPI e diretta dallo psicologo Leandro Canestrelli; la scuola UNSAS di Milano in via Daverio 7 fondata nel 1946 e diretta da Paolina Tarugi; la scuola di Caserta in Corso Trieste 225 fondata da Ciro Vaccaro nel 1947 e gestita dal Consorzio provinciale per l’istruzione tecnica di Caserta; la scuola UNSAS di Torino in via Massena 20 fondata nel 1947 dalla Camera di Commercio e dall’Unione industriali diretta da Maria Luisa Sironi Addario; la scuola ONARMO di Napoli in via Ferdinando Acton 6 fondata e diretta nel 1948 dal criminologo Vincenzo Mario Palmieri insieme all’ingegnere Luigi Frunzio che fondò più tardi la scuola napoletana per dirigenti del lavoro in via Pigna; la scuola di Napoli in Corso Umberto 237 fondata dall’ANSI (associazione nazionale scuola italiana) nel 1954 e diretta da Pietro Verga; la scuola “Antonia Verna” di Napoli in Corso Malta 21 fondata nel 1955 dalle Suore di carità dell’immacolata concezione di Ivrea e diretta da suor Annunziata Califano. Le scuole servivano a diplomare le assistenti sociali che, poi, erano assunte dalle imprese, italiane e straniere, e dagli enti parastatali di assistenza (INAIL, INPS, INAM). Il titolo di diploma, pur non avendo valore legale, era sufficiente a garantire un posto di lavoro per i diplomati, invece di oggi dal momento in cui si è in presenza di una massa di neolaureati che non fa altro che rinfoltire il numero dei disoccupati. La Confindustria si faceva carico direttamente del servizio sociale di fabbrica grazie all’appoggio di una serie di enti gestori in modalità consorziata (in parte privata ed in parte pubblica). L’organizzazione del servizio sociale negli anni ’60 vide diverse novità rispetto al Ventennio fascista: fu deciso di affidare la direzione dei servizi ad ogni azienda industriale; alcuni servizi facevano parte del personale organizzativo associato alla Confederazione; altri ancora che non avevano stabilito alcun rapporto di lavoro furono considerati a tutti gli effetti “liberi professionisti” (I problemi dell’assistenza sociale di fabbrica, 1962, 3, pp. 3-6).
Si legge di un elenco esaustivo delle prestazioni erogate dal servizio sociale di fabbrica riconducibili a 7 gruppi di interventi: 1) prestazioni che mirano all’elevazione del livello di vita: refettori, spacci e cooperative di consumo, indumenti da lavoro, abitazioni costruite e concesse in uso dall’azienda, convitti per apprendisti, prestiti, sovvenzioni o anticipi per la costruzione di alloggi pubblici o privati; contributi o rimborsi delle spese di viaggio; 2) prestazioni che contribuiscono ad assicurare o promuovere la sicurezza sociale: sussidi e indennità integrative in caso di malattia, laboratori per i grandi invalidi, premi di anzianità, allocazione in casa di riposo, sussidi di nuzialità e natalità; 3) prestazioni aventi lo scopo di salvaguardare le forze produttive del lavoratore: psicotecnica, dopolavoro, servizi sanitari, case vacanze per adulti, ferie e riposo supplementari, servizio sociale aziendale; 4) formazione e addestramento professionale: corsi, borse di studio e laboratori; 5) assistenza ai figli dei lavoratori: scuole, refettori, doposcuola, allocazione dei figli minori in asilo nido, in colonia o in giardino d’infanzia; 6) provvedimenti aventi lo scopo di valorizzare ed elevare la persona umana: premi, gratifiche e borse di studio, attrezzature sportive, turismo sociale e attività culturali; 7) stanziamenti vari: anniversari, feste e lotterie (Grossmann M., Le prestazioni sociali aziendali, 1962, 6, pp. 27-31).
Sta scritto che aderiscono al Ciss: AAI, ANEA, UNEBA, Ministero della sanità, Ministero di grazia e giustizia, ANAS, ISCAL, INAIL, CIF, UNSAS, UNRRA-CASAS, ENPI ed ENSISS (Assemblea del CISS, 1962, 3, p. 25).
Sta scritto che Virginia Delmati fu docente di servizio sociale nell’industria alla scuola di San Gregorio al Celio, capo della sede provinciale romana di Confindustria, direttrice tecnica del dopolavoro e ispettrice per il Lazio (Un lutto per gli assistenti sociali, 1962, 4, p. 17).
C’è una bella foto del deputato DC e futuro presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro in occasione dell’inaugurazione della scuola superiore Onarmo di Benevento che nel suo discorso ha dimostrato di come il socialismo, inteso come materialismo, sia da considerare uno stato patologico delle società, la quale, essendo composta di uomini nelle loro due sostanze di anima e corpo, non può permettere un predominio del solo aspetto materiale perché significherebbe vedere i problemi dell’uomo escludendo proprio ciò che contraddistingue l’uomo nel mondo in cui viviamo. Il servizio vuole dire servire, donarsi, sacrificarsi, amare, essere cioè disposizione degli altri. Ragione per cui il servizio sociale deve avere un carattere di missione e deve essere svolto con grande pazienza ed umiltà (Attività della scuola superiore di assistenza sociale di Benevento, 1962, 4, p. 37).
La rivista non si soffermava solo alle opere assistenziali delle industrie ma contemplava la biografia e le opere delle singole assistenti sociali tra cui Eva Garatti che si era diplomata alla scuola di San Gregorio al Celio nel 1930 e che nel 1952, dopo aver raggiunto una valida esperienza in alcuni complessi industriali di Rovigo, Varese e Genova, fu assunta come dirigente alla Shell (Un lutto per gli assistenti sociali, 1962, 5, p. 31).
La rivista fin dalle origini riserva una rubrica permanente alle notizie provenienti dall’estero, ad es. nella Spagna franchista dove le assistenti sociali erano presenti non solo nelle maggiori aziende private tra le quali la Standard Electrica, la Cerceveria El Aguila, la Immobiliaria Urbis, la Costrucciones Colomina ma anche in quelle pubbliche quali il Commissariato per l’urbanesimo. L’associazione professionale nazionale l’ACASE pubblica un proprio bollettino. Esistono 24 scuole pubbliche delle quali solo una è gestita direttamente dal partito fascista, due scuole private e 21 scuole gestite dalla Chiesa tra cui la “San Vincenzo de Paoli” di Siviglia (Il servizio sociale in Spagna, 1962, 6, p. 35; L’assistenza sociale come fondamento del nostro tempo, 1963, 2, p. 21). Il servizio sociale nella Spagna franchista fu affidato dalle autorità locali alle donne, poiché, come fu riconosciuto dal decreto istitutivo del servizio sociale obbligatorio, in data 7 ottobre 1937, nessuno poteva ordinarlo meglio ed attuarlo con maggiore rendimento. La società chiede alle donne sei mesi di aiuto reciproco e organizzato. I primi tre sono dedicati alla formazione delle giovani, allo scopo di prepararle a vivere nella comunità. Durante gli altri mesi si passa dalla teoria alla pratica e le giovani, svolgendo le loro attività nelle mense, nelle cliniche, negli asili infantili, hanno la possibilità di conoscere aspetti della società che spesso avevano ignorato (Il servizio sociale della donna in Spagna, 1965, 2, p. 37).
A Napoli il 7 maggio 1963 si svolse un’assemblea degli assistenti sociali di fabbrica sulla funzione educatrice delle biblioteche aziendali. Le aziende rappresentate erano: l’Italsider di Bagnoli, Shell, Spica, Lepetit, Industrie cotoniere meridionali, Tubi Lux, SET, Remington, Olivetti, Gobain di Caserta, Montecatini, SME, RAI, Napletanagas, Olimpia, Fiat e Olivetti di Pozzuoli; a Napoli vi erano ben 29 aziende che offrivano una biblioteca appositamente per i propri dipendenti (Riunione di studio all’Unione industriali di Napoli, 1963, 4, p. 33).
Le prime tracce del servizio sociale in Italia si possono rinvenire al 1921 allorché sorse a Milano l’Istituto italiano per l’assistenza sociale, il quale, concepito e strutturato come un organismo tecnico e scientifico, ricercò, con metodo rigoroso, l’ausilio di tutte le moderne scienze che all’epoca cominciavano ad applicarsi sopratutto all’organizzazione umana del lavoro. Richiamandosi alla difesa sociale dell’individuo e del lavoratore in ispecie, il servizio sociale ebbe subito un particolare sviluppo agevolato dalla dedizione delle prime assistenti sociali che volontariamente si adoperarono nella ricerca di nuove forme di convivenza e di equilibrio, rese necessarie dall’espandersi delle iniziative industriali allo scopo di meglio conoscere ed interpretare i singoli bisogni umani e di contribuire al sollevamento delle forze fisiche e morali degli interessati. Queste iniziative furono incoraggiate e sostenute dagli industriali, da medici, da professionisti e da studiosi dei problemi degli operai. Le prime assistenti sociali furono preparate mediante corsi organizzati dallo stesso istituto e soltanto nel 1928 sorse in Roma la prima scuola superiore di assistenza sociale, finanziata dalla Confederazione dell’industria italiana. Che estese le esperienze maturate a Milano a tutte le zone industriali allora esistenti in Italia (…) Lo Stato, pur non riconoscendo ufficialmente il titolo professionale di assistente sociale, ha approvato una legge che riguarda l’ordinamento degli uffici di servizio sociale per minorenni che prevede l’impiego di 42 assistenti sociali nella carriera direttiva e di 230 in quella di concetto (…) si ritiene che in Italia operino circa 4500 assistenti sociali delle quali 1906 iscritte all’ANAS (Il servizio sociale in Italia, 1965, 2, pp. 24-25).
Nel 1942 le competenze del Patronato unico nazionale di assistenza sociale (1928-1942) furono trasferite nelle confederazioni sindacali che nel 1950 si frammentarono in tante entità quanti i partiti che li sostenevano: INCA (CGIL), ACLI (ACLI), ONARMO (ONARMO), INAS (CISL), ITAL (UIL), ENAS (MSI), EPACA (Coldiretti) ciascuno con un proprio organo di assistenza e un ufficio stampa: Assistenza sociale (INCA), Orientamenti sociali (ACLI), Rassegna di servizio sociale (ONARMO), Tutela del lavoro (ENAS), Problemi sociali (IMAN) (Gli istituti di patronato e di assistenza sociale in Italia, 1965, 2, p. 31).
Nell’Angola portoghese è stato fondato l’Istituto di educazione e servizio sociale Pio XII avente lo scopo di preparare cinque categorie di operatori sociali: assistenti sociali, educatori, educatori dell’infanzia, insegnanti e ausiliari familiari. I corsi per assistenti sociali hanno durata quadriennale: nel primo anno è impartito l’insegnamento delle teorie del servizio sociale, delle nozioni di medicina generale, psicologia, sociologia, filosofia e teologia. Nel secondo anno gli allievi sono orientati versi i principi della ricerca sociale con visite di studio e periodi di tirocinio presso istituzioni medico-sociali. Con il terzo anno sono completate le conoscenze di psicologia umana e gli allievi portano a termine i periodi destinati ai tirocini pratici. Il quarto anno è dedicato all’organizzazione di seminari su argomenti che riguardano i grandi problemi della cultura contemporanea e sono completate le nozioni teoriche di sociologia, economia, diritto, filosofia e igiene mentale. Per l’ammissione occorre il diploma di scuola media superiore ovvero il terzo ciclo di liceo delle scuole portoghesi. L’Istituto ha un proprio centro di ricerca che si occupa dello studio della popolazione e dell’applicazione delle tecniche di servizio sociale affinché possano contribuire ad una promozione globale ed armonica delle popolazioni africane dell’Angola (Il servizio sociale nell’Angola: l’istituto di educazione e di servizio sociale di Luanda, 1965, 5, p. 34).
Nella città di Santà Fè, in Argentina, fu fondata nel 1943 una scuola di servizio sociale dipendente dal Ministero della salute pubblica che, al termine di un corso triennale, abilitava all’esercizio professionale le assistenti sociali che furono poi impiegate su tutto il territorio nazionale. Vi potevano accedere i giovani di ambo i sessi che avessero superato il 17° anno di età e che siano in possesso del diploma di scuola media superiore. L’ammissione ai corsi è subordinata al superamento di una prova scritta ed all’esito di prove attitudinali. Per quanto riguarda il piano di studi si deve rilevare che nel primo anno è dato un certo risalto alla Storia del servizio sociale ed alla generalità sullo studio del caso individuale. Altre materie comprendono la psicologia applicata, l’igiene e la medicina sociale, alcuni elementi di diritto civile, penale, processuale e di economia politica. Durante il secondo anno è completata la preparazione dell’allievo sullo studio del caso individuale e sul lavoro di gruppo: la puericultura, la psico-patologia, l’igiene mentale, la statistica, la legislazione minorile e le tecniche per la ricerca sociale. Nel terzo anno sono studiate l’organizzazione e lo sviluppo di comunità, l’amministrazione dei servizi sociali, sociologia, diritto sociale e psico-pedagogia. Il piano di studi contemplava la preparazione di operatori polivalenti che avrebbero potuto poi in seguito svolgere altri corsi di specializzazione (La scuola di servizio sociale di Santa Fè, 1965, 6, p. 37).
Oltre all’impiego nelle fabbriche vi è un certo numero di assistenti sociali che svolgono una libera professione come consulenti di una o più aziende industriali (Toscani R., Struttura e funzionamento dell’assistenza sociale in Italia (II), 1966, 2-3, pp. 46-47).
L’esperienza compiuta a Baia di Bacoli (NA) dall’unione industriali in 20 anni nel campo dell’assistenza sociale in favore dei figli dei lavoratori ha permesso di pervenire ad un graduale miglioramento delle attrezzature e della conduzione della colonia. Tra le aziende che hanno aderito all’iniziativa vi sono: Pirelli, Antibiotici Lepetit, Fervet, Eternit, Santi Gobainn, Birra Peroni, SAE, Farmochimica Cutolo Calosi, Lancia, Remington Rand Italia, Cone e Sigma (Cesarino G., Vent’anni di assistenza sociale nell’industria napoletana: la colonia di Baia, 1966, 6-7, pp. 38-39).
Sono riportati i risultati di un questionario sugli assistenti sociali dei quali il 31,9% svolge la propria attività a livello direttivo; il 42% degli intervistati ritiene che i partiti non servono gli interessi del Paese; l’80% ha scelto la professione per attitudine; infine gli assistenti sociali si sentono accettati e compresi, nell’esercizio della loro attività professionale, nella misura più alta dai propri dirigenti, in misura minore dagli utenti ed in misura ancora inferiore dagli altri professionisti con i quali hanno rapporti di collaborazione (Zilli S., L’assistente sociale: analisi di una professione, 1967, 3, p. 38-39).
La rivista è sensibile ai mutamenti nella metodologia e nell’organizzazione dell’assistenza sociale. Sta scritto, infatti, che l’orientamento degli studiosi è favorevole alla sostituzione delle strutture esistenti, da considerarsi superate, con altre più razionali ed adeguate ai tempi. Considerando che i dati ufficiali parlano di circa 40000 enti che si occupano di problemi assistenziali, non si può non rilevare come una tele massa di istituzioni venga ad incidere negativamente sui costi di gestione delle singole iniziative determinando inevitabili sovrapposizioni di competenze, duplicati d’intervento e una differenziazione di interventi. Secondo alcuni esperti le categorie che abbisognano di maggiori cure sono: insufficienti mentali gravi circa 10000, disadattati e caratteriali circa 10000, sordomuti circa 25000, ciechi circa 18000, poliomelitici circa 75000, bambini illegittimi circa 70000 di cui 13000 residente nei brefotrofi, (G.A., I problemi dell’assistenza sociale in Italia, 1969, 6, pp. 28-31).
La rivista fu attenta osservatrice anche nei confronti di ciò che si verificava nei paesi all’estero anche quelli non riconducibili alla cultura occidentale e libero-capitalista. Il giornale francese “Le Monde” ha pubblicato un’interessante informazione sull’impiego del tempo libero in Russia: il “sabato comunista”. In sostanza durante questa giornata si trattava di lavare i vetri, i pavimenti e di pulire le macchine nelle imprese e nelle fabbriche. Inutile precisare che lo zelo dei volontari è stato fomentato da un’enorme propaganda ideologica: riunioni esplicative in seno alle imprese, articoli pieni di fervore sui giornali, esaltanti trasmissioni radiofoniche e televisive. Tutto ciò nel mondo occidentale avrebbe subito sollevato l’intervento unanime dei sindacati per una giusta ed equa retribuzione (Rassegna estera, 1970, 1 pp. 44-45).
La rivista fu disponibile sia ad “accogliere” il disagio degli operai sia di “cogliere” il cambiamento di mentalità che si stava verificando nella società dell’epoca. In base ad un sondaggio effettuato su due campioni di giovani studenti (scuole superiori e accademici) risultava che il 47% approva le iniziative di occupazione delle facoltà, ma solo il 35% degli intervistati ritiene che le motivazioni rifuggano dal solo miglioramento del sistema formativo; le percentuali salgono se si considerano gli accademici per i quali il consenso per l’occupazione sale al 65% e le motivazioni risultano al 45%. Significativo appare il dato secondo cui il 31% degli alunni e il 52% delle matricole ritiene che il ricorso alla violenza sia il sistema idoneo per cambiare la realtà attuale attraverso un’azione rivoluzionaria. Notevole è la sfiducia verso i sindacati, il governo, i dirigenti industriali. Oltre il 75% degli intervistati avrebbe voluto un accordo con la classe operaia in merito alle occupazioni delle fabbriche (Palma L., Questi giovani, 1970, 6, p. 42-46). Come tutti sanno, il tanto auspicato accordo tra studenti e operai, non vi fu come, invece, in altri paesi (Francia). Probabilmente non era stata vana l’opera di Guelfo Gobbi né quella dell’impresa italiana nel tentativo di realizzare una maggiore umanizzazione nelle relazioni di fabbrica. La sua opera e la sua idea sopravvivono immortali nella storia e nella memoria dell’Italia di oggi.

Quaderni d’informazione per assistenti sociali, Maggio-Agosto 1951, Servizio sociale di fabbrica

World social work day 2022

Webinar organizzato dall’Ordine degli assistenti sociali in collaborazione con la Diocesi di Napoli e la Regione Campania dedicato alla giornata internazionale del servizio sociale.

Introduce don Luigi Merola, fondatore del centro sociale “A voce de creature” che opera nel campo dei minorenni a rischio. La pandemia ha messo in discussione il tradizionale modo di lavorare. Non a caso il nuovo vescovo don Mimmo Battaglia ha invitato i sacerdoti ad essere “assistenti sociali” che non significa sostituirsi a loro ma essere di sostegno e aiuto. Lo scopo del webinar di oggi, come dice il titolo, p quello di “costruire un nuovo mondo” specialmente alla luce degli eventi bellici di questi giorni in Ucraina. La solitudine è la nostra debolezza, l’unione fa la forza. In Campania ci sono 20 mila unità tra polizia, carabinieri e guardiani di finanza il che lascia molto a desiderare sulla qualità della prevenzione. Bisogna costruire un “esercito” di assistenti sociali affinché la pace non sia solo uno slogan ma un obiettivo concreto per tutti.

Viene riprodotto un filmato con Annamaria Campanini, presidente dell’Associazione internazionale delle scuole di servizio sociale. Come può il servizio sociale a prendersi cura della pace se ciascuno di noi pensa solo a sé stesso? Se si costruisce anche nella formazione la cultura sulla competizione e non sulla cooperazione? È necessario essere consapevoli della nostra unicità ma anche del fatto che per realizzarci come persone dobbiamo metterci al servizio degli altri. I problemi ci consentono di allearci per raggiungere obiettivi più grandi, si costruisce insieme negoziando, anche imparando a “litigare” in maniera costruttiva senza prevaricare l’uno sull’altro. Le rivendicate identità nazionali rischiano di scivolare nel populismo. Se invece i capitali impiegati venissero riconvertiti in servizi sociali si potrebbe risolvere il problema della povertà nel mondo. Il processo per raggiungere gli obiettivi di sostenibilità aveva già subito un rallentamento per il covid-19 e non troverà uno sbocco dopo la guerra. La lotta alla povertà deve andare di pari passo con una strategia economica che vada a favore dell’istruzione, della salute e dell’inclusione sociale che richiama la nozione di “empowerment”. Si riflette sulla promessa di non lasciare nessuno indietro e su un mondo socialmente inclusivo in cui le visioni del mondo siano compatibili. Si insiste sul coinvolgimento di tutti gli attori che insieme agli assistenti sociali possono giocare un ruolo per ripensare le strategie di sviluppo e il modo in cui le politiche sono concepite e realizzate. Insieme a tali politiche, bisogna identificare e rimuovere le barriere che impediscono l’accesso alle risorse e sostenere i gruppi emarginati. Per fare ciò è necessario un forte impegno nella politica e nella costruzione della partecipazione democratica. Per tali motivi le reti hanno lanciato l’idea di un summit che si svolgerà nei mesi di giugno-luglio prossimi per costruire un dialogo fondato sui valori socialmente condivisi e offrirà una piattaforma comune per una dichiarazione comune che sarà consegnata all’Onu. Le iscrizioni sono già aperte online (newecosocialword.com).

Interviene Bruna Fiola, consigliere della Regione Campania, che discute una relazione sulle politiche sociali della Regione. Si sta lavorando sull’organizzazione dei servizi e delle cooperative per dare un futuro diverso alle nuove generazioni. Non è una questione di finanziamenti ma di organizzazione. I comuni dovrebbero iniziare dalla quota di compartecipazione degli ambiti, affidando i tavoli di concertazione a persone qualificate fino al punto di formulare un albo apposito di periti.

Interviene Filippo Santoro, tesoriere dell’Ordine degli assistenti sociali e presidente del Tavolo Giustizia, che esprime i saluti di rito del Consiglio nazionale. Il convegno di oggi serve a delineare un nuovo sistema di welfare che sta vivendo una fase di trasformazione. Se prima ci spaventavamo della riduzione dei budget degli enti locali per i servizi sociali oggi viviamo una situazione inversa in cui il nostro paese potrà beneficiare di una serie di finanziamenti (recovery plan) che dovrebbero essere stanziati per i servizi sanitari e sociali. Il Consiglio nazionale chiede di poter sedere a tutti i tavoli di concertazioni a livello politico e accademico e già nella legge di bilancio 2022 si parla di determinazione e implementazione dei livelli essenziali di assistenza e del rafforzamento dei servizi, ad es. un assistente sociale ogni 5 mila abitanti per arrivare a uno a 4 mila, il fondo di solidarietà comunale che consente alle amministrazioni più deboli di poter acquisire dei fondi per assumere a tempo indeterminato, il fondo povertà che consentirà di garantire l’assistenza alle fasce più estreme di bisogno. Un’altra iniziativa è la creazione delle “case di comunità” in cui l’ambito sanitario convive con quello sociale. Stiamo lavorando per un percorso a tappe con tutta la comunità professionale per essere protagonisti del cambiamento. Stiamo di fronte ad un nuovo “piano Marshall” che ci impone a riattivare le reti della governance e a interagire con la società civile per promuovere la partecipazione democratica dell’utenza e della cittadinanza.

Interviene Ermete Ferraro, già segretario della Lega degli obiettori di coscienza ed ex operatore della Casa dello scugnizzo, che discute una relazione sull’ecologia sociale per costruire un mondo più giusto, sostenibile ed eco-compatibile. Nella lingua italiana “cobuilding, cocostruire” sono termini che rimandano all’idea di modificare insieme un modello di sviluppo dal basso. Si tratta di un’impostazione non scontata né blasonata ma che deriva dal mondo anglosassone e che si sta inserendo in ritardo nel nostro paese. Si tratta di un mondo, quello anglosassone, che ha fatto scuola del capitalismo esasperato ma che ha saputo rimediare ai suoi errori. Un mondo fondato sull’individualismo difficilmente permette a tutti di realizzarsi perché elimina ed esclude altri. La conflittualità esiste ma può essere trasformata in risorsa. Un’azione del genere richiede attori plurimi, collegati da reti di partnerschip. Co-costruire un nuovo mondo che abbia un’impronta eco-sociale prevede azioni condotte a più livelli che colleghino gli interventi in ambito specificamente sociale ed assistenziale con quelli sul piano dell’istruzione, della salute e della tutela delll’ambiente. Co-costruire significa uscire dall’individualismo, dalla settorialità e dalla burocratizzazione del lavoro sociale, perseguendo l’impegno collettivo con la cooperazione, l’interdisciplinarietà, la progettazione comune degli interventi. Se è vero che nessuno si salva da solo è ancor più vero che nessuno può salvare o quanto meno aiutare gli altri se non insieme. L’ecologia sociale si fonda su una visione del mondo alternativa a quella dominante, che mette al centro lo sviluppo umano, l’interdipendenza, il decentramento, la democrazia, la cittadinanza, una tecnologia liberante ed una visione sociale del lavoro. In tal senso un’impostazione ecosociale deve tenere conto della sostenibilità degli interventi non solo come risposta di equità e solidarietà ai bisogni sociali e di prevenzione della marginalità ma anche come contributo al cambiamento degli stili di vita. Il pacifismo non può essere un opzione generica e moralistica ma è il frutto dell’integrazione delle dimensioni fondamentali della dignità umana: dinamismo, sviluppo e cultura. In questi giorni abbiamo scoperto che si può essere pacifisti inviando le armi in Ucraina oppure distinguendo tra immigrati cattivi (provenienti dall’Africa magrebina) e buoni (provenienti dall’Ucraina). Ci sono autori che dimostrano che negli ultimi cento anni le guerre sono state risolte al 60% con metodi non violenti. La scelta non è tra l’arrendersi al nemico o al fargli violenza ma tra l’ignoranza e il dialogo. Mario Borrelli diceva che la solidarietà di per sé è fuorviante perché si limita al rapporto tra pari mentre invece bisogna guardare a tutti i livelli, sia verticali che orizzontali. Dobbiamo superare l’idea di gerarchia perché nella “non violenza” non esistono vincitori né vinti ma persone che guardano avanti.

Legge 328/2000 a che punto siamo?

L’assetto dell’attuale legislazione assistenziale trova fondamento nella Legge Regionale 38/96 della Regione Lazio che già anticipava alcune indicazioni che verranno poi inserite nella L 328/00: l’integrazione tra differenti prospettive che concorrono al benessere dei cittadini, il richiamo ai diritti degli utenti, la programmazione e il principio di sussidiarietà, la definizione dei Liveas, l’istituzione dei Fondi speciali, etc. Si potrebbe dire che la 328/00 si basa, almeno nei principi, sulla LR 38/96. Uno dei punti in comune tra le due leggi è la programmazione perseguita attraverso l’aggregazione spaziale della “zona” che si proponeva l’obiettivo di superare la frammentazione tradizionale (Regione, Provincia, Comune) per giungere ad una realtà unitaria dei servizi. Da qui è nata l’idea di integrare l’Ambito sociale con il Distretto e utilizzare l’Accordo di programma come strumento per le associazioni intercomunali (Melchiorre E., Governare la complessità. Attori e livelli istituzionali nella pianificazione zonale del Lazio, Autonomie locali e servizi sociali, 3, 2016, pp. 537-553).

Cristiano Gori, nel suo articolo pubblicato su “Politiche sociali”, prende l’esempio del welfare della Regione Lombardia per dimostrare gli effetti della L. 328/00.

La difficoltà di “liquidare” il sistema delle Ipab, trascinatasi per oltre un secolo dal 1890 al 1990, culminò con la sentenza n. 173 della Corte Costituzionale che sancì l’illegittimità del loro scioglimento. Ed è in ragione di queste Ipab che si arenarono in seguito tutti i tentativi di riforma del welfare. In assenza di una legge sistematica cresce il gap tra Stato e regioni che si organizzano in autonomia con alcune regioni specialmente nel nord che tendono verso l’accorpamento con il settore pubblico e altre nel sud che tendono alla loro sopravvivenza indipendente. Fu proprio il processo di regionalizzazione ad ostacolare l’implementazione della L. 328/00. La riforma costituzionale del Titolo V ha costituito una battuta d’arresto in quanto ha bloccato la devoluzione di competenze che ha ripartito tra Stato e Regioni con una reazione spropositata di ricorsi alla Corte Costituzionale.
Una prima questione si riferisce ai Livelli essenziali di assistenza che non conferisce alcuna garanzia di “diritto esigibile” che la legge si proponeva di tutelare, riprendendo l’art. 38 della Costituzione.
L’emendamento proposto dagli onorevoli Novelli e Valpiana voleva rimediare a tale limite offrendo una suddivisione tra interventi obbligatori (provvedimenti dei tribunali per i minorenni, rapporti in materia di interdizione o limitazione delle potestà genitoriale, etc). La maggior parte di soggetti che necessitano di interventi socio-assistenziali sono infatti privi di una integrale margine discrezionale (minori, portatori di handicap, sofferenti psichici, anziani non autosufficienti, etc).
L’art. 38 però concludeva così: “l’assistenza privata è libera” il che significa che il privato sociale non deve gravare sul pubblico erario. La legge 328 ancora una volta ribalta lo status quo per alienare lo Stato dal monopolio della tutela dei diritti sociali ed aprire ad una “privatizzazione incontrollata” (Perino:52).
Un’altra difficoltà fu la necessità di avere dei diritti esigibili (o livelli essenziali di assistenza) si inquadrava nella precarietà della progettazione socio-assistenziale. La legge afferma che la definizione dei Lea è sottesa ai vincoli di bilancio e alle risorse degli enti locali (art. 20 co. 4) quindi non si tratta più di “diritti esigibili” e garantiti dalla legge ma offerti a discrezione di Comuni e Regioni che possono benissimo veicolare le risorse verso altre destinazioni anche e sopratutto in ragione di quella “potestà esclusiva” in materia di assistenza sociale così come sancito dalle due leggi costituzionali (1/91 e 3/02) che tentarono di modificare il Titolo V della Costituzione ma che in realtà crearono una serie infinita di conflitti di attribuzione tra Stato e Regioni molte delle quali pendono ancora nelle aule di tribunale del Tar.

Altre difficoltà (oltre al processo di regionalizzazione e la mancata definizione dei diritti esigibili) furono la discontinuità tra politica e finanziamenti e i preesistenti sistemi di welfare locale. I governi di centro-destra che si succedettero negli anni 2001-2006 e nel 2008-2013 abbandonarono l’idea di una legislazione nazionale verso forme più selettive (federalismo fiscale, carta acquisti, etc.). In assenza di una regia nazionale la conseguenza è stata la delega alle famiglie dei compiti di cura e assistenza.

In conclusione la L. 328/00 “non a mantenuto alcuna delle promesse fatte dai cantori dei suoi inesistenti aspetti positivi mentre ha contribuito non poco a smantellare il sistema di garanzie per le persone malate non autosufficienti e/o con disabilità e limitata o nulla autonomia” (Perino:48).

Bibliografia

Breda M.G., Micucci D., Santanera F., La riforma dell’assistenza e dei servizi sociali – Analisi della legge 328/00 e proposte attuative, Utet, Torino, 2001. f-344.45032 BRE
Coletti A., Zone grigie e servizi sociali nel casertano, “Politiche sociali”, 2, 2015, pp. 267-283.
A dieci anni dall’approvazione della L. 328, “Prospettive sociali e sanitarie”, 1, 2010, pp. 2-9.
Un punto di vista diverso sulla L. 328/00, “Prospettive sociali e sanitarie”, 3, 2010, pp.1-4
Leps nelle Regioni dalla L. 328/00 a oggi, “Prospettive sociali e sanitarie”, 8-9, 2010, pp. 34-39.
La 328 e gli squilibri del welfare italiano, “Prospettive sociali e sanitarie”, 13, 2010, pp. 1-4
Ancora sulla 328, “Prospettive sociali e sanitarie”, 14, 2010, pp. 1-3
La 328 nelle Regioni un bilancio sintetico, “Prospettive sociali e sanitarie”, 20, 2010, pp. 3-4
Perino M., Il diritto all’assistenza sociale e socio-sanitaria a vent’anni dall’approvazione della legge quadro n. 328/00, “Prospettive assistenziali”, 211, luglio-settembre 2020, pp. 48-54; Id., Il diritto all’assistenza sociale e socio-sanitaria a vent’anni dall’approvazione della legge quadro n. 328/00, “Prospettive assistenziali”, 212, ottobre-dicembre 2020, pp. 45-51
Servizi sociali e diseguaglianze territoriali a vent’anni dalla legge quadro 328/00, “Politiche sociali”, 3, 2020, numero speciale.


La Dad nel servizio sociale

Webinar organizzato dalla redazione della “Rivista di servizio sociale” e dall’Ordine degli assistenti sociali del Piemonte.

Introduce Antonio Attinnà, presidente Odaass Piemonte, che discute una relazione introduttiva sulle motivazioni e gli scopi del webinar. La nostra professione è esercitata in un contesto con ingenti carichi di lavoro, burocratizzazione, scarsità di risorse, forte impatto sull’operatività. Il rischio è di soffrire un eccesso di formalismo. Lo scopo del webinar è evidenziare la consapevolezza di quanto sia necessario promuovere e sostenere la riflessività nella pratica professionale e la sua collocazione all’interno di quadri teorici e confronto di esperienze cercando di connettere l’operatore con un mondo più ampio rispetto a ciò che si vive nel quotidiano. Le riviste in genere sono improntate a dare valore alla ricerca, offrire opportunità di coesione, spazi di condivisione all’interno dei quali costruire un sapere integrato. Non da ultimo occorre evidenziare il ruolo delle università e il forte legame che la lega all’Ordine degli assistenti sociali, un rapporto che deve essere mantenuto non solo per incrementare la dimensione scientifica ma anche quella deontologica. Ciò può essere raggiunto solo attraverso la ricerca e noi come “Rivista di servizio sociale” siamo impegnati in tal senso. Uno degli sforzi rilevanti è stato quello di cercare di mantenere un livello qualitativo adeguato dell’offerta formativa. L’emergenza sanitaria ci ha costretti ad approcciarci con una realtà nuova, ciò che era la specificità del servizio sociale, il servizio di prossimità è diventato impraticabile che solo in parte è stato possibile superare con l’uso ponderato degli strumenti informatici. Questa modalità interattiva ha influenzato tutti gli ambiti sociali compresa l’istruzione scolastica e universitaria. Non solo lo studio ma anche la socializzazione ne risulta compromessa. Il webinar di oggi presenta diverse esperienza dalle regioni italiane accomunate dall’obiettivo di cogliere lo sforzo di costruire la relazione andando oltre i luoghi comuni sulla didattica a distanza (dad) e valorizzando questo strumento che può essere molto utile per l’avvenire del servizio sociale.

Interviene Marilena della Valle presidente del corso di laurea di servizio sociale di Torino che discute una relazione sulla dad nel servizio sociale. L’esperienza di cui parleremo sono state realizzate durante la pandemia che ha introdotto una forte discontinuità rispetto alle tradizionali pratiche che ne hanno consentito la messa in discussione. Come hanno già accennava il direttore l’obiettivo del webinar è di coinvolgere la comunità degli assistenti sociali non solo sulla didattica a distanza ma su una nuova modalità di comunicazione che possa far vivere la relazione all’interno del distanziamento. Abbiamo coinvolto le università che debbono rispondere all’esigenza di trasformare in tempo reale tutte le attività non solo didattiche ma anche di sostegno e di tutela del diritto allo studio. Il timore è che gli studenti dovessero subire dei limiti o dei ritardi il che ha consentito di rivedere i servizi e valutarne la qualità (conduzione degli esami, formazione continua dei docenti, servizi accessori, etc.). Si è scoperto che molti elementi del personale non avevano tutte le nozioni nell’utilizzo delle tecnologie la cui efficacia non è garantita da un’operazione meccanica di adattamento al mezzo tecnologico perché l’efficacia implica una revisione costante della didattica tradizionale ma anche della formazione specifica per poter passare da una didattica a distanza ad una didattica innovativa. Il riscontro è stato di 25 abstract da cui sono stati approvati 15 articoli che saranno pubblicati nel prossimo numero della Rivista attraverso cui disponiamo di un “caleidoscopio” di contenuti definiti dallo sforzo congiunto accademico e professionale per seguire adeguati livelli di formazione per le future generazioni di assistenti sociali. Si è trattato di un investimento che è tuttora in vigore e che non risulta compromesso dall’emergenza sanitaria che rappresenta un momento difficile per tutti e che impone continue sperimentazioni e modalità per mettersi in discussione. Raffaella Annurchis docente di servizio sociale dell’Università di Firenze ha sviluppato le conoscenze sullo sfruttamento delle tecnologie nella dad. Il mediatore didattico è stato il film “Ovo sodo” di Virzì dopo il quale gli studenti si sono riuniti in gruppo per poi relazionare a tutta la classe. Il cinema si riappropriava della sua forza espressiva. I contributi sull’attività laboratoriale sono stati condotti dall’Università di Sassari e del Piemonte Orientale che mettono in luce il significato dell’apprendimento cooperativo all’interno dei percorso di ricerca azione finalizzati al lavoro di comunità e di come questa guida sia stata trasformata nel tempo. Laura Pinto fa riferimento all’esperienza del laboratorio convertito in modalità a distanza sulle competenze specialistiche dei procedimento giudiziali minorili (insegnamenti, laboratorio, tirocinio). Questo ultimo sembrava essere il dispositivo meno modificabile a distanza e l’impatto iniziale è stato scoraggiante invece le strategie di coping hanno consentito di rimanere fedeli al modello didattico senza essere reverenziali rispettando le garanzie costitutive ed al contempo entrare a tutti gli effetti nell’era digitale. Il tirocinio “da remoto” ha avvicinato il mondo accademico a quello professionale che al contempo hanno dovuto far fronte ai limiti esterni attraverso delle modalità di comunicazione fino ad allora considerate sussidiarie. Nei percorsi di tirocinio triennale e magistrale sono stati sperimentati gli strumenti del “diario di bordo” che sfrutta la risorsa della riflessività dello studente. Il triangolo relazionale (studenti, supervisori, tutor) è stato affrontato da Corinti, Masi che presentano i risultati di una ricerca sulle esperienze di tirocinio a distanza sotto differenti punti di vista. Fornero, Merlin dell’Università di Torino giungono agli stessi risultati ricorrendo al modello teorico della “Ghestalt” e del modello Swat. Ad emergere sono quelle componenti che potranno essere capitalizzate per progettare e realizzare una didattica innovativa che trascenda la didattica emergenziale e che si orienti sugli obiettivi di didattica innovativa nei termini necessari di una professione che cambia (Lena Dominelli). L’obiettivo è di suscitare curiosità, interessi ma anche motivazioni e investimenti nell’uso delle tecnologie digitali per migliorare la didattica di servizio sociale.

Interviene Barbara Casula dell’Università di Cagliari che discute una relazione sulla dad nel servizio sociale. La formalizzazione del progetto ha richiesto un incontro preliminare tra tutti gli attori a cui seguiva la scelta condivisa delle attività da svolgere sulla base di quanot ciascun supervisore riteneva possibile. Questa nuova dimensione di lavoro dei professionisti assistenti sociali nella sua criticità ha rappresentato in molti casi un valore aggiunto del tirocinio poiché ha offerto l’occasione di confrontarsi con qualcosa di diverso più intenso del solito. Se il tirocinio in modalità ingrativa sostitutiva ha valorizzato lo strumento del progetto, concentrandosi sui contenuti, i laboratori hanno offerto la dimensione adeguata a ricondurre la pratica ai capisaldi della professione. Attraverso il film si è proposto l’esercizio di colocare i propri vissuti personali in relazione con quelli dei protagonisti, i propri atteggiamenti rispetto alle tematiche proposte e in generale osservare da professionisti ciò che si doveva fare. Nel 2021 si è andati oltre l’esperienza emergenziale per affrontare la difficoltà dei supervisori per raccogliere in sede i tirocinanti e sperimentando nuove modalità di didattica. Evidenziare le criticità del tirocinio significa dire che i tirocini erano condizionati dalla routine e dalla staticità delle procedure. La pandemia ha svelato queste storture e ci ha consentito di eliminarle.

Interviene Barbara Bruschi dell’università di Torino che discute una relazione sulla dad nel servizio sociale. In particolare l’orientamento in ingresso, il tutorato, i tirocini ci aiuta a ripercorrere non solo l’esperienza di coping rispetto alla crisi pandemica e all’interruzione delle routine quotidiane che mettevano in discussione la possibilità di proseguire i tirocini ma è stata trasformata in un momento significativo di refraining e ripensamento della didattica facendo emergere criticità che ci hanno costretto a tornare sui nostri passi dei modi in cui le pratiche si realizzano. Ciò avviene normalmente prodotto dalla crisi ma è stato anche un modo attraverso cui sono emersi i risultati di quanto la rappresentazione della dad fosse riduttiva e che quanto si pensava non fosse così diffusa e pervasiva ma quanto invece si poteva mettere in comune. Come ben dicevano le colleghe che sono intervenute, ciò che è accaduto non riguarda solo l’innovazione della didattica ma anche dell’organizzazione delle informazioni che è stato possibile condividere anche grazie alle nuove piattaforme di comunicazione a distanza. Non si è trattato di un eccesso di creatività ma di rimessa a fuoco di tante possibilità già presenti in embrione nei luoghi di lavoro e di formazione. Ciò che si può fare è di proiettare online le esperienze di cui stiamo parlando in particolare quelle sul tirocinio da remoto. L’orientamento e il tutorato è stato affrontato tramite un progetto con un bando nazionale rivolto alle scuole superiori. Nel prossimo bando per i “Pot” l’auspicio è che si possa costruire una rete che non raccolga solo un campione di corsi di laurea ma tutte le realtà didattiche che lavorano nel campo del servizio sociale.

Reddito di Cittadinanza e assegno unico

Seminario organizzato dall’Università di Trento nell’ambito del Seminario sul lavoro, impresa e welfare nel XXI secolo.

Introduce Chiara Saraceno che tratta una relazione sul Reddito di cittadinanza e l’assegno unico. Si tratta di due istituti che meriterebbero un seminario proprio per ciascuno perciò in questa sede analizzeremo le criticità riscontrate nell’attuazione. Specialmente il RdC che è quello che ha subito più critiche e un forte ridimensionamento dal governo. L’assegno unico non partirà prima del marzo 2022 e quindi non ha dati che possono dire qualcosa sui suoi risultati eccetto l’assegno “ponte” del secondo semestre di quest’anno che pure è stato criticato da più parti. In comune c’è l’obiettivo redistributivo l’uno quantificato a livello amministrativo l’altro sulla base delle condizioni familiari. Si tratta di due strumenti innovativi tendenzialmente universali che sostituiscono le misure categoriali (assegno al nucleo familiare, assegno sociale, bonus bebè, varie detrazioni per i figli a carico, etc.) e le misure di sostegno al reddito per le categorie in estremo status di povertà. L’Italia viene tuttora da un sistema di welfare frammentato laddove la povertà è tipica di famiglie numerose con tre o più figli minorenni. Potrebbero essere considerati anche come complementari in quanto l’assegno unico può essere un modo per ridurre la povertà delle famiglie con tassi di povertà superiori ai tassi degli adulti e degli anziani perciò l’assegno per i figli può essere un elemento che serve a far uscire la povertà senza passare per i servizi. La povertà infatti è sottesa allo squilibrio tra reddito disponibile e numero di membri familiari. L’assegno unico in particolare viene da un percorso non facile, una legge presentata a marzo scorso che doveva incentivare l’occupazione delle madri anche se ogni misura legata alle condizioni economiche di fatto è un forte disincentivo ad un secondo reddito. Il decreto approvato a fine novembre doveva definire le norme di attuazione ma non è riuscito a trovare un compromesso tra la selettività e l’universalità redistributiva per cui si può parlare di una via di mezzo (universalismo temperato). Alcuni studiosi tra cui l’associazione Ariel hanno proposto un orientamento più spinto che in ogni caso non è messo in discussione perché supera la frammentazione preesistente come già detto. La legge non è esente da limiti: c’è un premio alla fecondità che parte dal terzo figlio e ciò può sembrare paradossale visto che in Italia il tasso di fecondità è sceso a 1,27; c’è un importo ridotto per i figli minori di 21 anni; ci guadagnano solo i lavoratori autonomi e incapienti; rimane aperta la questione del reddito al secondo percettore anche se entrambi i genitori lavorano. Sul Reddito di cittadinanza c’è stato un acceso dibattito e non è un caso che sia arrivato così tardi in un paese dove il salario minimo ha sempre avuto un a certa diffidenza specialmente dai più tradizionalisti che vedevano in questa misura un incentivo all’assistenzialismo. In Italia si è fatta difficoltà a riconoscere che la povertà fosse un problema non tanto alla mancanza di lavoro ma al disagio che c’è dietro e alla manovalanza della criminalità organizzata. Si tratta di una misura composita dotata cioè da un assegno economico e da altre misure di accompagnamento rivolto a persone in status di nullatenenza: è povero solo chi non riesce a consumare un paniere di bene essenziale (gli indicatori sono piuttosto frammentari suddivisi in 9 ambiti ciascuno per diverse ampiezze familiari e diversi contesti territoriali). Uno dei problemi del RdC è stato capire la differenza tra povertà assoluta e relativa in quanto il provvedimento iniziale era stato pensato per persone in cerca di occupazione a prescindere dalla situazione economica e non a caso era stato previsto un sistema di mediazione (navigator) per la ricerca di lavoro. In realtà per raggiungere tale sistema era stato previsto un finanziamento enorme (17 mila miliardi) che a causa dell’emergenza sanitaria non è stato possibile coprire perciò da una parte è stato ridotto l’importo specialmente per chi aveva la casa di proprietà e d’altra parte è stata introdotta una scala di equivalenza che penalizza le famiglie con figli minorenni (anche nell’Isee c’è la scala di equivalenza senza però raggiungere i criteri di squilibrio del RdC). Un altro limite è stato il requisito della residenza in Italia da almeno 10 anni il che ha escluso il 30% di poveri stimati in Italia. Il RdC è stato presentato come uno strumento di politica attiva del lavoro che però è improprio perché tra i percettori non ci sono solo coloro interessati a entrare nel mercato del lavoro e poi perché mancano ancora le competenze nei Centri dell’impiego per sviluppare tutto il sistema. Secondo i dati 2/3 dei beneficiari non sono occupabili nel breve termini sia perché sono cagionevoli sia perché l’emergenza sanitaria non consente un dispiegamento uniforme di forza lavoro. Accanto alle politiche attive del lavoro ci doveva essere anche un altro percorso coordinato e gestito dai servizi sociali territoriali diretto all’inclusione sociale per coloro che non possono essere assunti. Infine se si dovesse pensare a persone che rifiutano il lavoro, alcune norme disincentivano dal lavoro regolare specialmente per chi già lavora “a nero” (per ogni 10 euro che guadagna, 8 sono alienati dal RdC) e poi quando devono fare la rendicontazione (DSU) tutto viene ricalcolato secondo criteri amministrativi e non reali. La commissione governativa di proposta di modifica del RdC ha proposto di abbassare l’aliquota marginale che è poi sparita dalla finanziaria stessa. Oggi è passata l’idea di guardare all’Isee come strumento più equo in realtà contiene dei dati obsoleti ed inoltre è suscettibile di svalutazione da parte delle banche, es. chi ha non ha reddito ma gode di un certo margine di risparmio. Il governo chiede di spendere tutto il RdC nell’arco temporale del mese solare e ciò può sembrare paradossale in un tempo come quello che stiamo vivendo dove domina il risparmio perché alcune spese non cadono per ogni mese, es. un paio di scarpe per i figli. Qui c’è un problema morale e c’è chi pensa che chi non spende tutto poi non dimostra di essere così povero come sembra in realtà le politiche sociali dovrebbero incentivare al risparmio e non viceversa. La soglia di reddito al RdC e che definisce agli importi è uniforme per tutto il paese anche se il costo della vita è diverso da città a città. L’obiezione è che differenziare le soglie non consente di livellare le diseguaglianze, es. Milano e la Brianza. Inoltre se è vero che il costo della vita è più alto nel centro-nord, è anche vero che la distribuzione di beni pubblici (scuola, servizi sociali, ospedali, trasporti) è molto diversificata con picchi di inefficienza al sud. Segue dibattito:

La complementarietà tra AU e RdC: come vincere gli ostacoli per l’integrazione?

Queste due misure vanno nella direzione di un welfare universalista che in Italia gode di una lunga tradizione sebbene molto rimaneggiata negli ultimi anni dalle politiche di “austerity”. Anche nel caso dell’AU si esce da una frammentazione e da logiche contraddittorie che usavano il criterio del reddito per fini categoriali. Entrambe rappresentano delle buone soluzioni almeno in teoria inoltre l’AU in termini fiscali pone l’Italia in controtendenza rispetto a ciò che sta accadendo in Europa dove da trasferimenti diretti si è giunti ad un uso inflattivo di detrazioni fiscali che sono meno eque perché abbassano le aliquote. La legge istitutiva del RdC prevedeva inizialmente una certa varietà di obiettivi non tanto per contrastare la povertà ma per il sostegno all’occupazione delle categorie più deboli (neomamme, appena maggiorenni, etc.) nell’idea che il figlio è un valore aggiunto al bilancio familiare. Tutto sommato la scelta “universalistica” è salvaguardata anche nell’obiettivo di valorizzare il tasso di prolificità della popolazione e non solo nella redistribuzione della ricchezza.

La scala di equivalenza è la stessa dell’Osce? Come superare il problema della standardizzazione degli indicatori?

Tra le due scale (0,3 e 0,2) c’è solo apparentemente una certa somiglianza ma in realtà c’è molta differenza per gli utenti dei servizi che devono affrontare la quotidianità. Il livello di copertura finanziaria non consente di scremare l’importo anche perché il sistema italiano è più favorevole a proteggere le famiglie con adulti anziani a carico mentre danneggia le madri che lavorano. I motivi di esclusione riguardano il reddito, il risparmio e le proprietà immobiliari. L’Osce ci chiede di approvare una ricerca dell’impatto delle misure sulla popolazione ma se vediamo le prese in carico dei Centri per l’impiego si scoprono cifre irrisorie il che ci fa dubitare non tanto se le persone hanno trovato lavoro o meno ma che addirittura non siano state profilate a livello statistico-metodologico. I famosi Progetti di utilità collettiva (Puc), che dovrebbero riguardare sia i lavoratori che i fuoriusciti, sono stati definiti inefficaci perché solo il 37% dei progetti è stato finanziato.

Il RdC è stato tacciato di assistenzialismo, cosa sappiamo delle misure di universalità a fondo perduto?

Il requisito di universalità non risolve il problema della povertà perché offre solo una quota sganciata dalla realtà del bisogno che varia da persona a persona. Da una parte ridurrebbe l’integrazione del reddito ma non risolverebbe il problema della spesa effettiva.

Calcolando le soglie differenziate, la distribuzione del rischio ne risente?

Non è solo un problema delle diversa dotazione di beni pubblici perché non interviene nella quota base di RdC che di fatto è altissima laddove le Regioni possono integrare sia in termini di accesso che di importo, es. in Germania l’integrazione è applicata al canone di locazione mentre in Spagna fanno solo integrazioni sul reddito.

In che modo il fattore Covid come può condizionare le politiche di sostegno al reddito?

I fautori del RdC si proponevano di trovare una soluzione ad una scala di equivalenza che danneggiava i minorenni ma in realtà il RdC è aggiunto al reddito a prescindere da chi è nullatenente. Se il RdC deve garantire il soddisfacimento dei bisogni non si capisce del perché dovrebbe essere tolto a chi già gode di un certo reddito. Se l’AU funzionerà, lo sarà per chi riesce a entrare nel mercato del lavoro mentre chi ne esce, perché malato o invalido, rimarrà povero per sempre.

Approfondimenti

Pacifico D., Assegno unico per i figli molti guadagnano pochi perdono
https://www.lavoce.info/archives/91310/assegno-unico-per-i-figli-molti-guadagnano-pochi-perdono

La Calabria di Pino Aprile

La programmazione di “LaC” diventa nazionale per raccontare il Sud da un punto di vista realistico (ed è la prima volta). C’è un’Italia onesta e ignara che sa del Mezzogiorno in modo distorto e tacendo ciò che è positivo. Invece bisogna comunicare quello che è stato lasciato in ombra e farlo con l’orgoglio di chi vede il Meridione come protagonista. Interverrà Pino Aprile ogni giovedì ore 21.30 e martedì ore 23.00 su Tvsat (canale 419) e su Sky (canale 820).

https://www.lactv.it/

Fonte: https://www.facebook.com/groups/httpwww.neoborbonici.itportalindex.phpoption/permalink/10159639124921772/

La “Peer review” nei servizi sociali

La “peer review” è un metodo di valutazione che consiste nell’accompagnamento di una persona (review) da parte di un collega (peer). Si distingue dal tutoring che prevede il coinvolgimento di un esperto (tutor). Sia la peer review che il tutoring rientrano nel più ampio settore dei metodi di tipo cooperativo che sono efficaci per valutare sugli indicatori di efficacia, tempestività e responsabilità. Ogni coppia di assistenti sociali viene collocata in una sala separata di modo da ridurre al minimo gli elementi di disturbo. Eventualmente si aggiungono uno o più osservatori per raccogliere informazioni sull’andamento dei lavori. Si lavora su un caso, un progetto, un articolo scientifico per poi elaborare un relazione da inviare al supervisore o discuterne insieme agli altri colleghi del servizio.

Un efficace programma di gestione della qualità per l’assistente sociale comporta il monitoraggio continuo delle funzioni-chiave del servizio. Se correttamente eseguita, la revisione tra pari fornisce dati che consentono di formulare giudizi sulla qualità e l’adeguatezza degli interventi di servizio sociale. In quanto attività documentaria, la revisione tra pari prevede la somministrazione periodica di formazione continua per soddisfare le esigenze di crescita del personale. La domanda allora diventa: come si misurano la qualità e l’adeguatezza di un trattamento? La risposta sta nella documentazione che si trova nelle cartelle degli utenti. Lo schema di controllo della revisione tra pari è stata introdotta nell’ottobre 1990 presso l’Highland Drive Veterans Affairs Medical Center di Pittsburgh, nello Stato americano della Pennsylvania, dopo che la revisione annuale della qualità ha rivelato la necessità di intervenire sulla tempestività della documentazione e l’adeguatezza dei servizi sociali come risulta dalle cartelle cliniche dei pazienti. Da allora il sistema della “peer review” è stato utilizzato per monitorare l’efficacia degli interventi dei servizi americani.

Lo schema di controllo della revisione tra pari si concentra sulle attività di documentazione che sono componenti-chiave nella valutazione della qualità e dell’adeguatezza del servizio sociale. Prima di addentrarci nello specifico del tema vediamo alcuni indicatori di qualità e appropriatezza per ciascuna delle quattro aree: valutazione, piano di trattamento, note sui progressi e tempestività.

Informazioni sulla valutazione

Le ragioni addotte nel processo di aiuto, non richiedono risposte né esaustive né mutualmente esclusive, ma indicano la necessità di documentare nella valutazione le ragioni per cui un utente sta cercando una risposta ai suoi problemi e l’esito atteso del trattamento. Non viene fatto alcun tentativo per determinare se le ragioni di un utente sono coerenti con le ragioni per l’ammissione al servizio eventualmente precedentemente annotate dai membri del personale. Nella revisione tra pari le motivazioni fornite dal paziente vengono semplicemente registrate in relazione ai piani di trattamento e agli obiettivi sviluppati dall’assistente sociale. Eventuali discrepanze tra le ragioni del ricovero e le autovalutazioni del paziente possono essere identificate ed esplorate attraverso altre attività di controllo della qualità (reclami, revisioni della scheda del comitato delle cartelle cliniche, revisioni della tabella del comitato per l’assistenza a lungo termine, revisioni delle dimissioni ospedaliere, etc.).

Piano di trattamento

Il piano di trattamento affronta i problemi e i bisogni individuali la cui risoluzione è oggetto dell’intervento del servizio sociale. Questa sezione include due elementi: la prima prevede lo sviluppo reciproco degli obiettivi terapeutici con l’utente e gli altri elementi significativi che devono essere correlati alla valutazione e riesaminati periodicamente per garantire una rilevanza continua di tutte le parti. Il secondo punto richiede che gli obiettivi siano realistici e misurabili, compreso un ragionevole lasso di tempo in cui devono essere raggiunti.

Note sullo stato di avanzamento

Il primo punto riguarda la misura in cui le note sui progressi si riferiscono agli obiettivi fissati nel piano di intervento. Le note dovrebbero descrivere i problemi e le esigenze che sono al centro degli interventi e i contatti intrapresi con le parti interessate che stanno interagendo per raggiungere gli obiettivi del piano. Se la famiglia di un utente è disponibile e disposta a partecipare, le note sui progressi devono riflettere il loro coinvolgimento; allo stesso modo, dovrebbero essere inclusi l’indisponibilità della famiglia e i tentativi di coinvolgerla così come la riluttanza a partecipare, insieme alla tutela dell’utente all’eventuale rifiuto della famiglia.

Il secondo elemento si riferisce alla misura in cui le note sui progressi descrivono sia i risultati che gli ostacoli nel raggiungimento degli obiettivi del trattamento (il piano di assicurazione della qualità del servizio sociale include il monitoraggio dell’efficacia della pianificazione delle dimissioni e di altri indicatori di risultato).

Tempestività

Questo elemento, che comprende la firma e la datazione di tutte le attività di documentazione in conformità con la politica del servizio di riferimento, era originariamente l’unico criterio nella revisione tra pari. Ora è del tutto distinto dalla qualità e dall’adeguatezza delle cure fornite.

Gestione della “Peer review”

La revisione tra pari è considerata una delle responsabilità professionali generali dell’assistente sociale. Di conseguenza, ciascuno è chiamato a condurre una revisione paritaria sul carico di lavoro di un collega nel corso di un anno. Un comitato di revisione tra pari, composto da un presidente e altri due membri, tutti nominati dal responsabile del servizio con mandato triennale, sovrintende e monitora il sistema di revisione tra pari. Il comitato identifica gli assistenti sociali che sono coinvolti per la revisione in un dato periodo e assegna le coppie che devono condurre le revisioni programmate. Quindici casi (10 casi aperti, di solito il 20%-50% del carico di lavoro attuale di un assistente sociale e 5 casi chiusi) sono presentati dall’assistente sociale per un’eventuale revisione; 4 di questi sono selezionati per la valutazione da parte del personale che conduce la revisione.

SCHEMA DI CONTROLLO PER LA REVISIONE TRA PARI

Operatore_ Incarico_ Revisore_

Utente_ Numero identificativo della cartella_ Data_

Valuta ogni indicatore utilizzando: 0 = Non presente; 1 = Presente/di scarsa qualità; 2 = Presente/di buona qualità

Indicatori chiave di un adeguato intervento di assistenza sociale:

  1. Dati identificativi (data di nascita, etnia, sesso, presa in carico, stato civile, parenti prossimi) –
  2. Motivi del trattamento (problemi presentati/fattori di stress recenti/precedenti penali/abuso di sostanze/esperienze di vita significative che incidono sull’assistenza) –
  3. Sistema di supporto sociale (descrizione delle relazioni e delle aspettative dei familiari significativi/altri significativi) –
  4. Attività quotidiane (cura di sé/lavoro/scuola/utilizzo del tempo/coinvolgimento delle istituzioni pubbliche o private) –
  5. Situazione abitativa (pre e post ospedaliera/attuale) –
  6. Situazione finanziaria (reddito/fonti/amministratore) –
  7. Valutazione e piani psicosociali complessivi –

PIANO DI TRATTAMENTO

  1. Gli obiettivi sono stati sviluppati reciprocamente con il paziente e altri significativi (se disponibili); gli obiettivi sono periodicamente riesaminati
  2. Gli obiettivi sono realistici e misurabili

NOTE SUI PROGRESSI

  1. Riferirsi agli obiettivi del piano di trattamento/riflettere problemi, bisogni e contatti
  2. Descrivere risultati/ostacoli nel raggiungimento degli obiettivi

TEMPESTIVITÀ (tutte le attività di documentazione del servizio sociale sono firmate e datate secondo la politica del servizio sociale)

APPROPRIATEZZA: se il totale è pari o inferiore a 17, immettere “0”, se pari o superiore a 18, immettere “1”.

VALUTAZIONE SUBTOTALE PUNTEGGIO COMPLESSIVO

COMMENTI:

Gli elementi valutati nello schema di controllo forniscono un quadro attuale e completo della situazione di vita del paziente, l’identificazione degli obiettivi del trattamento e la risposta agli interventi del servizio. Una volta completati tutti i 12 elementi, viene effettuata una valutazione sintetica dell’adeguatezza dell’intervento del servizio sociale. Se il punteggio del subtotale è pari o inferiore a 17, l’intervento nel caso viene ritenuto inadeguato e viene inserito un punteggio pari a 0. Se il punteggio parziale è pari o superiore a 18, l’intervento è ritenuto appropriato e viene inserito un punteggio pari a 1 (un punteggio di 18 su 24 costituisce una soglia del 75%). Il punteggio totale parziale e la valutazione di adeguatezza producono un punteggio complessivo della lista di controllo da 0 a 25 per ogni dato caso selezionato per la revisione.

Non sono stati riscontrati errori nei casi scelti per la revisione. I casi clinici per le revisioni amministrative da parte degli assistenti sociali di supervisione sono condotti su un campione casuale di casi aperti, e l’esperienza conferma che i risultati delle revisioni amministrative e tra pari raramente differiscono in modo significativo.

Per i casi selezionati, il punteggio totale della “peer review” può variare da 0 a 100 punti (ogni punteggio della lista di controllo può variare da 0 a 25 punti). Un punteggio totale della revisione paritaria di 76 (media di 19 punti per lo schema di controllo) o più serve come soglia per concludere che un membro dello staff si sta impegnando in una pratica di lavoro sociale appropriata. Un assistente sociale che riceve un punteggio pari o inferiore a 75 viene giudicato non idoneo alla revisione paritaria. A questo punto, l’assistente sociale può chiedere un’immediata revisione degli stessi casi da parte della commissione di “peer review”. Se il ricorso dell’operatore non viene accolto, entro 30 giorni la commissione procede all’esame di altri casi. I rapporti scritti dei risultati della revisione tra pari sono presentati a un assistente sociale attraverso il coordinatore del servizio sociale e il supervisore dell’assistente sociale. La direzione può intraprendere le azioni correttive ritenute necessarie se il punteggio di un assistente sociale scende al di sotto della soglia nella revisione di follow-up. Se la revisione tra pari indica una tendenza a scarse prestazioni, viene avviato un sistema separato di revisione amministrativa e azione (consulenza sulle prestazioni o, al limite, rimozione dal lavoro).

Come controllo finale sull’integrità del sistema di revisione tra pari, il responsabile del servizio sociale o il presidente del comitato di revisione confronta periodicamente gli schemi di controllo completatìi con i casi che sono stati esaminati in passato.

Sia gli ottimi che i pessimi risultati della revisione sono registrati nelle copie di tutti i rapporti di revisione tra pari che vengono fornite al comitato di garanzia per la qualità all’interno del servizio sociale. Im America il mancato superamento della revisione tra pari può comportare privilegi limitati per un assistente sociale. Inoltre, gli assistenti sociali che risultano non idonei per la revisione paritaria sono esclusi dalla conduzione della revisione paritaria che, come affermato in precedenza, è vista come una responsabilità professionale generale di tutto il personale del centro medico. Solo una volta corrette le circostanze interdittive si potrà riprendere la partecipazione alla peer review.

Molti degli indicatori fin qui proposti sono basati su un modello nel quale il risultato è ottenuto dal confronto con un collega che registra l’attività. I servizi spesso offrono simili attività e a volte anche in maniera più formale. Il termine “peer review” ha un doppio significato nel servizio sociale. Può riferirsi al processo utilizzato da una testata giornalistica che in maniera anonima legge e commenta una proposta editoriale al fine di pubblicarla o, più spesso, può essere definita come “un procedimento formale che consente di migliorare le pratiche così come sono percepite dai colleghi” (Beets et al., 2012). La “peer review” aiuta a promuovere l’uniformità e la consistenza della documentazione e consente il servizio a identificare i punti di forza e le aree da migliorare. In aggiunta, gli assistenti sociali sono esposti agli stili di registrazione e le abilità di valutazione, rendendoli capaci di migliorare la loro produzione documentaria attraverso la revisione degli altri (Moreland & Racke, 1991). Molti servizi sono vincolati dai loro budget o raccomandati dagli organi di governo a dotarsi di procedure di “peer review” (commissioni paritetiche). Il caso è comunemente usato come base di valutazione per la qualità e la quantità dei servizi che abbisognano di revisione (Kagle, 1984). Ogni servizio ha le proprie regole anche se possiamo qui aggiungerne altre:

• in molti casi una “peer review” si esprime attraverso una commissione (per es. di assistenti sociali) che supervisiona il procedimento, assegna i casi da rivedere e valuta i risultati per tutti i modelli e le tendenze. La “peer review” lavora meglio quando tutti gli assistenti sociali vi sono coinvolti.
• È considerata un’attività confidenziale e formale che non contiene i nomi degli operatori che hanno in carico il caso ma indica dati e cifre attraverso il livello di attendibilità in confronto agli indicatori.
• Similmente ai questionari auto-valutativi, la “peer review” è usata per valutare il formato e il contenuto di un caso.

Fasi della “peer review”:

1 Scelta dei valutatori
2 Scelta degli indicatori
3 Intervista o questionario di rilevazione delle informazioni
4 Applicazione degli indicatori
5 Risultati e riattivazione del ciclo

Vantaggi della “peer review”:

 è un’attività confidenziale i cui risultati rimangono discrezionali compreso chi ha in carico il caso; solo i membri della commissione ne sono al corrente e riferiscono al servizio.
 È un’attività che migliora le capacità documentarie dei membri della commissione di valutazione.
 Non si chiede di esprimere un giudizio sulla conduzione del caso in sé ma sull’ordine e sul metodo della cartella psico-sociale.

Esempi di “peer review” (domande):

1 Tutti i dati richiesti sono stati registrati? Tre note non registrate; una iniziata ma non terminata
2 Tutti i dati sono leggibili? La calligrafia è difficile da decifrare
3 Sono stati utilizzati i modelli forniti dal servizio?
4 La frequenza delle note è accettabile? Le note di servizio sono registrate ogni giorno.
5 I tempi di registrazione? Le relazioni sono state inviate nei tempi stabiliti dalla magistratura
6 La cartella è dotata di un sommario o un riepilogo dei contenuti?
7 Sono indicate le motivazioni delle registrazioni?
8 Sono indicate le motivazioni degli utenti?
9 È stato espresso il consenso informato?
10 Sono indicati i piani di intervento?
11 Sono indicati gli obiettivi del processo di aiuto?
12 Sono indicati gli erogatori degli interventi?
13 Sono indicati gli indicatori di valutazione?
14 Sono indicati i punti di forza dell’utente?
15Sono indicati i riferimenti alla letteratura?
16 Miglior registrazione?
17 Peggior registrazione?
18 Come si può migliorare?

Esempi di “peer review” (risposte):

1 Tre colloqui non sono stati registrati; uno iniziato ma non finito

2 La calligrafia è difficile da decifrare

3 Si

4 Le note di servizio sono registrate ogni giorno.

5 Le relazioni sono state inviate nei tempi stabiliti dalla magistratura

6 Si

7 No

8 Si compiace del suo lavoro ma non esprime emozioni

9 No

10 Si

11 Gli obiettivi sono vaghi, l’utente cerca un generico benessere ma non si specifica cosa

12 Buona specificazione dei servizi disponibili ed erogati

13 No, l’utente sta bene in famiglia o al lavoro ma non si specifica dove o quando

14 Si

15 Si

16 La registrazione del colloquio del 3 agosto 2015 contiene informazioni sul luogo, sull’utente, sulla valutazione dell’operatore, sui servizi erogati e sul piano d’intervento

17 La relazione inviata il 3 novembre 2015 non è chiarissima, ci sono molte dichiarazioni vaghe e non si specificano gli interventi da realizzare.

18 Bisogna migliorare la registrazione dei risultati con evidenze consistenti e correttamente scritte

Conclusioni

La revisione tra pari nella documentazione del servizio sociale serve a promuovere l’uniformità e la coerenza con cui vengono erogati i servizi. Il sistema aiuta anche a identificare le aree di debolezza o carenza comuni agli assistenti sociali che sono esposti alla pratica professionale dei loro colleghi dell’ambito sanitario, poiché tutti i membri del personale partecipano alla conduzione delle revisioni tra pari. L’individuazione di tali modelli è responsabilità del comitato di revisione tra pari, che li porta all’attenzione della direzione del servizio sociale e dei servizi di controllo della qualità attraverso cui vengono intraprese azioni correttive per porre un rimedio ai problemi identificati. Il sistema ha anche il potenziale per aiutare a identificare i problemi e i bisogni dei pazienti non soddisfatti dal servizio sanitario nazionale; tali lacune possono quindi essere portate all’attenzione della direzione del personale per l’esame e l’eventuale risoluzione. Concentrandosi sugli elementi di documentazione come indicatori di un intervento appropriato e di alta qualità, il sistema di revisione paritaria utilizzato dal servizio sociale di Pittsburgh ha contribuito a migliorare le prestazioni dell’assistente sociale e l’erogazione del servizio.

Bibliografia

Beets et al, Peer review: supporting reflective practice and connection between social workers, “Aotearoa New Zeland social work”, 2, 2012, pp. 2-7.
Moreland M.E., Racke R.D., Peer review of social work documentation, “Quality review bullettin”, 7, 1991, pp. 236-239
Saab M.M. et al, Peer group clinical supervision: Qualitative perspectives from nurse supervisees, managers, and supervisors, “Collegian”, 4, 2021, pp. 359-368.

La legge 104 e i servizi sociali: a che punto siamo?

L’emergenza sanitaria (pandemia da Covid 19) ha creato non pochi disagi alle famiglie con disabili e portatori di handicap specialmente nei giorni di scuola dedicati alla didattica a distanza. Il governo presieduto da Mario Draghi, a trent’anni dall’approvazione della L. 104/92, è intervenuto più volte per offrire agevolazioni dall’acquisto di dispositivi multimediali all’automobile, dalla detrazione fino al 19% delle spese mediche all’acquisto di arredi speciali o sistemi domotici dai permessi lavorativi all’anticipo della pensione. Vediamo nel dettaglio di che si tratta. Il DL 13 marzo 2021 n. 30 prevede che i genitori o gli affidatari di figli minorenni con certificazione L. 104/92, o affetti da grave disabilità, possano accedere al congedo parentale straordinario di trenta giorni. Le detrazioni fiscali di base riconosciute ai figli minori di tre anni (220 euro) o superiori ai tre anni (950 euro) aumentano di 400 euro con un handicap certificato. Inoltre le detrazioni per addetti all’assistenza sono pari al 19% per una spesa non superiore ai 2100 euro e per un reddito non superiore ai 40 mila euro. Gli interventi per rimuovere le barriere architettoniche possono beneficiare di una detrazione del 50% su un importo massimo di 96 mila euro. I portatori di handicap o i loro familiari (caregivers) possono beneficiare di tre giorni di permesso retribuito ogni mese e di ulteriori due ore di permesso quotidiano con un figlio minore di tre anni. Il DL 22 marzo 2021 n. 69 (cd. “decreto sostegni”) e il DL 23 luglio 2021 n. 105 (nuovo decreto covid) hanno stabilito la proroga dello smartworking per i disabili gravi (lavoratori fragili). Un’altra agevolazione consente di acquistare un PC o uno smartphone a prezzo scontato usufruendo di una detrazione del 19% su una spesa fino a 2840 euro ed un’Iva al 4% anzichè al 22%. Sugli acquisti online vale la regola del rimborso: si paga normalmente con l’Iva al 22% per poi ottenere la restituzione della differenza. La documentazione va presentata direttamente al venditore con la specificazione che il prodotto acquistato serve a migliorare la vita dell’acquirente. Il DM lavoro dell’8 luglio 2021 ha rifinanziato lo sgravio contributivo per l’assunzione dei lavoratori disabili a tempo indeterminato grazie alla disponibilità del Fondo per il diritto al lavoro dei disabili che per l’anno corrente ammonta a oltre 77 milioni di euro.

Le modalità di presentazione della domanda per la certificazione L. 104 sono le stesse per l’invalidità eccetto nel caso dei genitori di minorenne portatore di handicap che devono rivolgersi al servizio di Neuropsichiatria infantile. A volte la segnalazione parte dalla scuola per poi passare ai servizi sociali che possono rinviare il caso al Consultorio familiare o al Centro di Assistenza Fiscale (patronato). La scuola tuttavia può muoversi autonomamente per quanto riguarda le sue competenze (assegnazione dell’insegnante di sostegno, attività integrative, trasporto scolastico, etc.). La certificazione non è quasi mai un mero adempimento burocratico ma l’inizio di un cammino di coinvolgimento dell’utente e della comunità di persone e del suo territorio verso i bisogni delle categorie più fragili specialmente in previsione di un eventuale ingresso nel mondo del lavoro. Per tali motivi la certificazione non si limita a contenere informazioni clinico-scientifiche ma sottolinea gli interventi necessari per favorire l’inserimento scolastico (sostegno, ausili ortopedici e protesici, trasporto agevolato, etc.). Scrive Canevaro: «il rapporto fra scuola e servizi socio-sanitari, per le funzioni di segnalazione e certificazione non può dunque essere affidato né a un’azione di routine né a un’azione spontanea non concordata ma richiede una messa a punto di strategie operative che controllino gli eventuali effetti negativi e che siano di aiuto per entrambe le parti nella conoscenza del bambino» (Canevaro A., Handicap e scuola manuale per l’integrazione scolastica, Nis, Roma, 1983, p. 378). Giusto per la delicatezza del problema molto spesso scuola e servizi mettono a punto dei protocolli che prevedono ruoli e modi predefiniti di segnalazione e intervento. Dopo la segnalazione si procede alla diagnosi e quindi alla riabilitazione che risponde ad un programma di attività, es. per i deficit neuromotori interviene il fisioterapista o l’ortofonista mentre il neuropsichiatra è chiamato per tutti i casi di deficit mentali infine l’assistente sociale può sostenere la presa in carico affiancando tutte le altre figure professionali ed occupandosi degli aspetti familiari e sociali. In mancanza di protocolli o di esperienze dei servizi possono emergere problemi interpersonali, professionali o discrepanze tra obiettivi istituzionali e direzione dei servizi e l’impossibilità di mettere in campo tutti gli strumenti di cui dispone il servizio sociale (passaggio di consegne, ricostruzione della storia di vita, provvidenze economiche, etc.). Scrive Canevaro: “Ne consegue che le informazioni utili al proseguimento di formazione e integrazione rimangono nella “memoria” del singolo operatore e sono trasmissibili unicamente secondo il canale verbale (…) comportando l’inevitabile paura e dispersione” (Canevaro:380). Il rischio è l’irrigidirsi degli ambiti professionali che danno una sicurezza tecnica. Nel caso della L. 104 dunque il punto di forza dei servizi è la possibilità di integrare le conoscenze e di raggiungere degli obiettivi nel medio e lungo termine. La L. 104 cioè non richiede solo un lavoro meramente specialistico, non si limita all’expertise dei servizi ma chiama in causa tutti gli attori della rete nell’ottica dell’integrazione delle competenze e la costruzione di un quadro metodologico di rete (community care).

Un esempio di intervento sociale per un portatore di handicap (L. 104/92)

La scuola rileva i bisogni del minore affetto da handicap e invita i genitori a presentarsi ai servizi sociali oppure direttamente al servizio di neuropsichiatria infantile che, in base ad una specifica commissione, può formulare varie ipotesi: un handicap organico o un grave ritardo nello sviluppo cognitivo o gravi alterazioni di personalità; un caso a rischio ma non certificabile; un bisogno educativo speciale (bes). La scuola intanto trasmette la certificazione al Provveditorato agli studi che formalizza al Ministero una richiesta di insegnamento di sostegno (L. 270/1982), da assumere attraverso specifiche graduatorie, eventualmente intimando la scuola ad effettuare una riduzione di alunni della classe per una più agevole integrazione del soggetto. L’Asl trasmette ai servizi sociali eventuali richieste in merito alle prestazioni offerte dagli enti locali: assistenza domiciliare integrata, aiuto domestico, sostegno economico, associazioni sportive o di tempo libero, servizi residenziali e semi-residenziali (centri socio-educativi, comunità alloggio, gruppi appartamento), volontariato, eventuale denuncia e segnalazione di barriere architettoniche, etc. A questo punto sorge una domanda: perchè la scuola rinvia ai servizi sociali e non direttamente all’Asl? Perchè al servizio sociale spetta la “programmazione coordinata” delle attività sul territorio tra cui rientra anche la scuola magari anche attraverso specifici accordi di programma (L’assistente sociale, Edizioni Simone, Napoli, 1996, p. 143). Alcune associazioni private o cooperative di educativa domiciliare offrono determinate prestazioni previo invio dei servizi sociali mentre il sostegno psicologico è offerto dal Consultorio dell’Asl presso il quale si svolgono periodicamente degli incontri di gruppo che consentono di condividere e capire meglio i vissuti dei genitori (Ghezzi D., Vadilonga F., La tutela del minore. Protezione dei bambini e funzione genitoriale, Cortina, Milano, 1996, p. 386). Il Consultorio inoltre custodisce ed aggiorna una banca dati intesa come “anagrafe dinamica dei bisogni”. Non sempre però è possibile rinviare al Consultorio, specialmente nei piccoli centri che hanno organici limitati e che molto spesso si appoggiano agli enti più grandi (Comprensori, Città metropolitane, Comunità di Valle, Comunità Montane, etc.). I centri di riabilitazione hanno pure la figura dell’assistente sociale ma non sono coinvolti nel processo di aiuto se non dall’Asl o dal Consultorio. In base alla LP 30/78 le Comunità di Valle (ex Comprensori) hanno il compito di agevolare l’inserimento e l’integrazione degli alunni disabili e portatori di handicap nella Provincia di Trento tramite la disposizione di assistenti educatori, sussidi specifici e attività di tempo libero.

L’arrivo di un figlio disabile o portatore di handicap mette a dura prova i fragili equilibri familiari e i problemi si complicano quando c’è di mezzo un provvedimento della magistratura minorile magari in relazione ad una separazione o un ordine di limitazione della potestà di uno dei genitori nel quale caso il giudice fa riferimento esclusivamente ai servizi sociali della giustizia, se il minore ha commesso un reato, oppure ai servizi sociali municipali a cui compete la relazione da inviare in Tribunale (cfr. DPR 616/77 art. 23; L. 184/83 artt. 10/1 e 12/4). In tal senso il servizio sociale si rende interlocutore non del Tribunale ma della famiglia di origine ed eventualmente anche quella di affido o adozione. L’assistente sociale inoltre concorre al lavoro di equipe da non confondere con l’Unità Valutativa Multidisciplinare che è uno strumento amministrativo con lo scopo di fornire un aiuto personalizzato all’utente disabile o portatore di handicap mediante l’indicazione di un referente del caso (Raineri M.L., Corradini F., Linee guida e procedure di servizio sociale. Manuale ragionato per lo studio e la consultazione, Erickson, Trento, 2019, p. 126). Da questo punto di vista la vera novità della L. 184/83 rispetto al vecchio istituto dell’affiliazione sta nell’indagine conoscitiva che diventa “ufficiosa” perché in un certo senso si sostituisce ai poteri di accertamento del Tribunale sia nei casi di affidamento ad uno dei genitori che a terzi e, ove questo non fosse possibile, di collocamento in comunità di accoglienza. In ogni caso: «Il giudizio di identità educativa è sempre relativo e non assoluto: si deve scegliere tra i due genitori, non stabilire se essi sono in senso assoluto validi o meno, perché in questa sede si deve rispettare il diritto del minore a essere educato nella sua famiglia o in quel che ne resta» (Saraceno-Pradi:128). In altre parole il giudizio della magistratura verte sul contesto educativo e non sulla capacità genitoriale.

Il giudizio di decadenza comporta il venir meno delle figure adulte di riferimento necessarie alla sua cura e rappresentanza (Cerato M., La potestà dei genitori. I modi di esercizio, la decadenza e l’affievolimento, Giuffrè, Milano, 2000, p.173). Nei casi in cui invece il giudice non ravvisi una ragione sufficiente per la decadenza della potestà ma ipotizzi un disagio familiare conclamato allora può ordinare l’allontanamento del minore dalla residenza familiare (affievolimento della potestà). Il genitore può essere reintegrato della potestà perduta quando siano cessate le ragioni per le quali è stata pronunciata (art. 332 c.c.). I servizi sociali sono sempre chiamati a relazionare sullo sviluppo del caso alla magistratura. Così come si presume la verifica di un grave pregiudizio in sede di decadenza, così si presume che sia escluso tale pregiudizio per il minore (art. 330 c.c.). Competente a riesaminare la situazione è il tribunale per i minorenni che aveva pronunciato la decadenza mentre sono chiamati a promuovere l’istanza di reintegrazione lo stesso genitore, l’altro genitore, i parenti e il pm (art. 336 co 1 c.c.). Il provvedimento di reintegro è reclamabile in Corte di Appello-sezione minorenni (art. 739 cpc) mentre la revisione (art. 710 cpc) è l’istituto con cui una parte (genitore o tutore) può chiedere di rivedere i provvedimenti relativi ai figli (esercizio della potestà, problemi educativi, diritti e obblighi dei coniugi, scelte circa la salute, l’istruzione, diritto di visita, contribuzione, etc.). La decisione è assunta dal Tribunale in camera di consiglio sentite le parti.

Che succede dopo la reintegrazione? L’art. 316 c.c. fissa le modalità di esercizio della potestà in regime di comune accordo secondo le esigenze preminenti della famiglia e del minore (mantenimento, istruzione ed educazione). In caso di disaccordo sovviene la norma contenuta nell’art. 145 c.c. che conferisce il potere al giudice di “convocare i coniugi e i figli ultrasedicenni per raggiungere una soluzione concordata”. Se i genitori non sono sposati o vengono da una precedente convivenza, allora «l’esercizio della potestà spetta al genitore presso il quale il figlio vive stabilmente. Se il figlio convive con altri, l’esercizio spetta al genitore che per primo haeffettuato il riconoscimento» (Cerato:129); se il genitore non ha compiuto almeno 16 anni non può riconoscere il figlio. Saraceno e Pradi fanno giustamente notare che molte delle norme che regolano la vita famigliare nel campo delle separazioni sono più teoriche che pratiche, es. il dovere del tribunale di vigilare sull’osservazione delle condizioni stabilite sull’esercizio della potestà (art. 337) molto spesso si concretizza in una delega ai servizi sociali di controllare la situazione familiare. Ne consegue che se il giudice dovesse venire a conoscenza di un deficit in almeno uno della “triade dei doveri” (mantenimento, istruzione ed educazione), allora si potrebbe pensare ad una nuova sospensione della potestà? No, occorre che vi sia anche un pregiudizio del minore. Inoltre le pronunzie del giudice minorile cessano nelle ipotesi in cui il minore acquisti la maggiore età oppure l’emancipazione (art. 390 c.c.). Il mantenimento implica il mangiare, il dormire e le cure sanitarie. L’istruzione implica la scuola, il doposcuola e il trasporto. L’educazione implica l’accettazione dei bisogni, la salvaguardia degli interessi e il desiderio di autonomia. Il provvedimento del giudice pertanto è volto solo a prevenire le cause di pregiudizio per il minore e pertanto non richiedono alcun ravvedimento, espiazione o riparazione a carico del genitore decaduto. Perdere la potestà non significa perdere la responsabilità. Si perdono alcune prerogative sulla stipula dei contratti e sulla gestione degli assegni previdenziali ma rimane il ruolo di genitore.

In passato, specie nel campo dell’affiliazione, il compito di informare il giudice o di esercitare il controllo sui suoi provvedimenti era affidato alla polizia. Oggi si richiede “altra” (e “alta”) professionalità, deontologia, progettualità, criteri operativi che non possono essere assimilati al ruolo di un “carabiniere” (Saraceno, Pradi:146). Ne consegue che la giustizia non può utilizzare i servizi con “raccoglitori di informazioni” né possono pretendere di coprire tutto il territorio dei controlli. In altre parole giustizia e servizi devono arrivare ad un “procollo di rapporti” che prevede l’integrazione delle competenze e delle risorse. La peculiarità dei servizi è, e sarà sempre, lo studio del caso mentre la decisione spetta alla magistratura, che è al di sopra delle parti e che agisce nell’interesse del minore. I genitori però hanno dei tempi psicologici diversi da quelli giuridici, hanno bisogno di essere ascoltati, capiti, sostenuti ed in ciò possono essere d’aiuto i servizi sociali in particolare il Consultorio e la Neuropsichiatria. Al contempo non si può pensare di delegare il processo di aiuto alla sola componente specialistica. In tal senso i servizi sociali assolvono a ciò che Saraceno-Pradi chiamano “intreccio di tre livelli” (Saraceno, Pradi:152): per ogni prestazione si ricerca non tanto la rimozione di un problema ma ciò che concorre al cambiamento della persona affinchè possa affrontare i propri problemi e superarli; “ricomporre la contrapposizione assistenza-terapia” e “ricomporre gli interventi degli operatori” significa che il lavoro di equipe diventa un modo per non disperdere le risorse; “costruzione di un programma con finalità evolutive” consentendo ad ogni operatore della rete “di acquisire la capacità di collaborare con operatori di altri servizi e di auto-osservarsi nelle relazioni” (Saraceno, Pradi:153). Questo ultimo livello è forse il meno diffuso ma il più importante in quanto l’operatore non si identifica con il suo servizio ma interagisce nell’ambito di ruoli, gerarchie e vincoli che rappresenta (l’assistente sociale è molto più autoreferenziale della magistratura che rappresenta la giustizia). Quello tra operatore e utente è un rapporto di fiducia mentre tra giudice e genitore c’è mera soggezione. I servizi sociali, però, non aiutano i genitori a fare i genitori, in quanto a ciò ci pensa l’educativa, ma possono contribuire e agevolare i tribunali nei loro giudizi. Il giudice può chiedere, ordinare, disporre mentre l’assistente sociale può solo informare e sostenere qualcuno che molto spesso disattende le sue richieste. Una volta emessa la sentenza, termina il compito del giudice ma l’assistente sociale può chiedere di rinviare le sentenze presidenziali in modo da preparare una relazione più dettagliata: «l’attività del servizio sociale è sempre proiettata su valutazioni più ampie e su proposte da attuarsi» (Saraceno-Pradi:167).

Il tribunale per i minorenni è in stretto rapporto coi servizi sociali (fin dal 1962 e poi con il DPR 616/77 art. 23) mentre il tribunale ordinario il più delle volte si affida alle consulenze di parte che però esprimono un giudizio a posteriori. Può anche presentarsi il caso di un giudice istruttore che chiede una relazione al servizio sociale mentre poi la sentenza presidenziale ne richiede un altra. In ogni caso molte delle possibilità del servizio sociale possono variare in base all’offerta dell’ente locale ove risiede il servizio, ad es. la “Guida informativa per orientare la persona disabile” preparata dalla Provincia Autonoma di Trento indica espressamente il “percorso assistenziale finalizzato all’accertamento” il che implica che in entrambi i casi (invalidità civile e handicap) conviene passare attraverso i servizi sociali. La L. 104 art. 9 poi indica tra l’altro l’offerta di un servizio di aiuto personale presso “comuni o unità sanitarie locali” che può includere varie prestazioni (assistenza domiciliare, interventi educativi, trasporto, etc.) oppure l’art. 39 che tratta dei “progetti di vita indipendente” (alloggio domotico, servizi residenziali e semiresidenziali, mobilità in e fuori casa, etc.). L’invalidità infatti impedisce alla persona di svolgere i compiti e le funzioni proprie dell’età dello sviluppo (se minorenne) o dell’età lavorativa (se maggiorenne o in procinto di esserlo). Una persona menomata può ottenere sia la certificazione di invalidità civile (L. 68/99; L. 118/71) sia quella di disabilità o handicap (L. 104/92). Bisogna inoltre tenere conto dello svantaggio sociale che l’handicap comporta e degli effetti conseguenti all’emarginazione in quanto i benefici variano sia per l’una che per l’altra:

Benefici finanziari per l’invalidità

 Indennità di frequenza per invalidi minorenni (ex assegno di frequenza; LP 7/1998).
 Pensione di invalidità parziale per invalidi maggiorenni ai quali è riconosciuta una invalidità pari o superiore al 74% (LP 7/1998)
 Pensione di invalidità integrale per invalidi maggiorenni ai quali è riconosciuta una invalidità pari o superiore al 100% (LP 7/1998)
 Indennità di accompagnamento per invalidi sia minorenni che maggiorenni con difficoltà persistenti a svolgere i compiti e le funzioni dell’età propria e l’impossibilità di deambulare in autonomia ovvero senza un accompagnatore

Benefici assistenziali per l’invalidità

 Fornitura di protesi e ausili tecnici (DM sanità 27 agosto 1999 n. 332; Dlb GPT 15 giugno 2007 n. 1245)
 Esenzione dal ticket delle prestazioni sanitarie (per invalidi >67%) rilasciata dal Distretto sanitario
 Collocamento mirato al lavoro (per invalidi >46%) previa iscrizione ai Centri per l’impiego
 Assegno di cura (LP 6/98)
 Agevolazioni previdenziali (per lavoratori) prevede due mesi di contribuzione figurativa che si sommano all’anzianità contributiva per ottenere la pensione
 Servizio di trasporto (per invalidi >74%, privi della vista o nell’impossibilità di deambulare) che implica l’offerta di un autoveicolo gestito da una società terza o in convenzione; non si deve confondere con le agevolazioni per il trasporto pubblico che prevedono uno sconto o l’esenzione sul biglietto di viaggio o sull’abbonamento.

La visita davanti alla commissione medica

A seguito della visita della commissione medica si possono configurare varie soluzioni:

 per minorenni: non invalido fermo restando la possibilità di fare ricorso; invalido al 46%; invalido non in grado di deabulare in autonomia
 per maggiorenni: non invalido fermo restando la possibilità di fare ricorso; invalido al 45% (assistenza tecnica e protesica); invalido al 66% (collocamento mirato al lavoro); invalido al 73% (esenzione parziale ticket); invalido al 99% (agevolazioni previdenziali e trasporto); invalido al 100% (esenzione totale ticket)
 per ultra65enni: non invalido fermo restando la possibilità di fare ricorso, invalido al 45% (esenzione parziale ticket e trasporti); invalido al 100% (esenzione totale ticket)

Il riconoscimento dell’invalidità civile ai fini dei benefici finanziari presuppone l’accertamento sanitario dell’Asl e un accertamento amministrativo dell’Agenzia per l’assistenza e la previdenza integrativa con diramazioni provinciali in tutto il paese. La richiesta dei benefici può essere avanzata al soggetto interessato (se maggiorenne), dai genitori (se minorenne) o chi ne fa le veci (tutore, amministratore si sostegno o curatore speciale). In Trentino la domanda per l’invalidità civile può essere presentata direttamente all’Ufficio di medicina legale di Trento, per via telematica dal sito dell’azienda sanitaria, tramite i caf o patronati, tramite gli Sportelli periferici di informazione e assistenza al pubblico della PAT (cd. sportelli “come fare per”, es. a Pergine Valsugana in Via Dante 4). Successivamente alla presentazione della domanda l’Ufficio di Medicina legale trasferisce il protocollo e i dati anagrafici nel sistema informativo locale in attesa di convocare la commissione medica per le valutazioni del caso. La commissione che si riunisce entro sei mesi dalla presentazione della domanda è composta da un medico specialista di medicina legale, da un medico del Distretto sanitario e da altri medici di medicina legale e delle assicurazioni, da un assistente sociale dell’Asl e da eventuali periti del caso. Di ogni commissione viene redatto un verbale con l’esito dell’esame da inviare al soggetto interessato e all’Agenzia del lavoro (se maggiorenne o in grado di lavorare); ovviamente non viene inviato tutto il verbale ma solo l’esito (modello A/SAN) con le indicazioni dei benefici finanziari e assistenziali correlati; in tal modo gli aventi diritto sono già informati su come procedere e cioè: recarsi al Centro per l’impiego per gli adempimenti per l’accesso al collocamento obbligatorio; recarsi all’Agenzia per l’assistenza e la previdenza integrativa per l’erogazione dei benefici finanziari; recarsi all’Ufficio invalidi del Distretto sanitario per ottenere gli ausili tecnici o protesici; recarsi al Distretto sanitario per l’esenzione del ticket; recarsi ai servizi sociali per il trasporto agevolato e per l’assegno di cura (o l’invio alle associazioni di categoria, es. all’Anfass vedi infra). La L. 104 prevede varie forme di handicap: permanente, grave e gravissima. I benefici per l’handicap, a differenza dell’invalidità, possono essere erogati non solo in favore dei soggetti interessanti ma anche dei loro familiari:

Benefici finanziari per l’handicap

 Agevolazioni per i figli a carico (detrazione di imposta fino a 1020 euro con aumento di 220 euro per ogni altro figlio con handicap permanente
 Agevolazioni fiscali per la guida e il trasporto agevolato
 Agevolazioni fiscali per gli ausili tecnici e protesici
 Agevolazioni ergonomiche che consentono ai portatori di handicap di scegliere la sede di lavoro più vicina al proprio domicilio
 Tempi aggiuntivi per le prove d’esame e i concorsi pubblici
 Permessi lavorativi e congedi parentali (L. 104 art. 33)
 Cure odontoiatriche (Dlb GPT 25 maggio 2007 n. 1059; LP 12 dicembre 2007 n. 22; Dlb GPT 25 giugno 2009 n. 1585).
 Altri contributi: la PAT ha istituito un Fondo provinciale per gli interventi a favore dei portatori di handicap (LP 7/2003) che prevede l’erogazione di contributi finanziari integrativi delle prestazioni già in essere finalizzati all’autonomia e alla vita indipendente, es. la rimozione delle barriere architettoniche e l’assistenza domotica.
 Altri progetti: l’Agenzia per il lavoro di Trento offre l’inserimento lavorativo di minorenni portatori di handicap e maggiorenni che prevedono l’accesso di tirocini e borse-lavoro fino a 3 anni; per i maggiorenni è previsto l’inserimento nelle cooperative di tipo B (L 381/912). L’Anfass di Trento offre, a chi ha concluso il percorso scolastico obbligatorio o a chi ne è uscito prematuramente, l’accesso alla formazione professionale tramite tirocini aziendali oppure per un periodo determinato di frequenza (3 o 5 anni) nei centri diurni socio-occupazionali e di apprendistato finalizzati al potenziamento e al miglioramento delle competenze lavorative; l’accesso è offerto previo invio da parte dei servizi sociali. L’Anfass offre anche l’assistenza di una educatore scolastico previo invio da parte del Dirigente scolastico. L’associazione “Cantare suonando” di Trento offre l’accesso ai corsi musicali. L’Appm di Trento offre l’accesso ai centri giovanili e tutto ciò che concerne il sostegno genitoriale e l’educativa territoriale. La cooperativa Arcobaleno 98 di Pergine Valsugana offre sostegno scolastico e aiuto compiti. Il “Centro don Ziglio” di Levico (Apsp Levico Curae) offre formazione professionale, tirocini e riabilitazione in regime residenziale. La comunità di valle “Alta Valsugana e Bersntol” ha avviato il progetto “Famiglia presente!” con l’obiettivo di affiancare le famiglie fragili, attraverso un patto definito e attraverso la rete di famiglie presenti sul territorio, per un periodo determinato (Comunità Alta Valsugana e Bernstol, Piano sociale 2018-2020, Documento elaborato dal tavolo territoriale ai sensi degli artt. 12 dei Piano sociali di comunità e art. 13 dei Tavoli territoriali della LP 27 luglio 2007 n. 13, p. 82).

Bibliografia

Canevaro A., Handicap e scuola manuale per l’integrazione scolastica, Nis, Roma, 1983.

Cerato M., La potestà dei genitori. I modi di esercizio, la decadenza e l’affievolimento, Giuffrè, Milano, 2000.

Cicala A., Legge 104: Draghi riforma tutto. Novità su pensioni e lavoro, 17 settembre 2021 consultato su https://www.trend-online.com/pensioni-alovoro/legge-104-draghi-pensioni-lavoro il 27 settembre 2021.

Ghezzi D., Vadilonga F., La tutela del minore. Protezione dei bambini e funzione genitoriale, Cortina, Milano, 1996.

Provincia autonoma di Trento, Azienda provinciale per i servizi sanitari, Invalidità civile e handicap. Guida informativa per orientare la persona disabile, Trento, 2010.

Raineri M.L., Corradini F., Linee guida e procedure di servizio socaile. Manuale ragionato per lo studio e la consultazione, Erickson, Trento, 2019

Norme nazionali sull’invalidità

Legge 30 marzo 1971, n. 118 Conversione in legge del decreto legge 30 gennaio 1971, n. 5 e nuove norme in favore dei mutilati ed invalidi civili. Legge 11 febbraio 1980, n. 18 Indennità di accompagnamento agli invalidi civili totalmente inabili. Legge 21 novembre 1988, n. 508 Norme integrative in materia di assistenza economica agli invalidi civili, ai ciechi civili e ai sordomuti. Decreto legislativo 23 novembre 1988, n. 509 Norme per la revisione delle minorazioni e malattie invalidanti nonché dei benefici previsti dalla legislazione vigente per le medesime categorie, ai sensi dell’articolo 2, comma 1, della legge 26 luglio 1988, n. 291. Legge 11 ottobre 1990, n. 289 Modifiche alla disciplina delle indennità di accompagnamento di cui alla legge 21 novembre 1988, n. 508, recante norme integrative in materia di assistenza economica agli invalidi civili, ai ciechi civili ed ai sordomuti e istituzione di un’indennità di frequenza per i minori invalidi. Decreto del Ministero della Sanità 5 febbraio 1992 Approvazione della nuova tabella indicativa delle percentuali d’invalidità per le minorazioni e malattie invalidanti. Decreto del Ministero della Sanità 27 agosto 1999, n. 332 Regolamento recante norme per le prestazioni di assistenza protesica erogabili nell’ambito del Servizio sanitario nazionale: modalità di erogazione e tariffe”).

Norme provinciali sull’invalidità

Legge provinciale 15 giugno 1998 Disciplina degli interventi assistenziali in favore degli invalidi civili, dei ciechi civili e dei sordomuti. Deliberazione della Giunta provinciale di Trento 29 dicembre 1988, n. 17724 Regolamento di esecuzione della legge proviciale 18 novembre 1988 n. 39, recante norme concernenti l’accertamento sanitario delle condizioni di minorazione ai sensi delle leggi 26 maggio 1970, n. 381, 27 maggio 1970, n. 382 e 30 marzo 1971, n. 118. Deliberazione della Giunta provinciale di Trento 9 aprile 1999, n. 2704 Indirizzi per la valutazione dello stato di invalidità civile nei riguardi dei soggetti ultra-65enni. Deliberazione della Giunta provinciale di Trento 21 febbraio 2003, n. 386 Prime direttive per lo snellimento e la semplificazione dei processi di accertamento medico-legale e l’erogazione dei benefici di legge alle persone invalide e/o disabili. Deliberazione della Giunta provinciale di Trento 15 giugno 2007 1245 Nuove direttive in materia di assistenza protesica; revoca delle deliberazione n. 10235 del 23 luglio 1993 e n. 7961 del 30 dicembre 1999 e modifica deliberazione n. 1301 del 24 giugno 2005. Deliberazione della Giunta provinciale di Trento n. 2831 del 31 ottobre 2008 Indirizzi per la valutazione dello stato di invalidità civile nei riguardi di soggetti ultra-65enni affetti da demenza: integrazione e modifica della deliberazione n. 2704 di data 9 aprile 1999.

Norme nazionali sull’handicap

CM 28 novembre 1977 n. 313 ripartizione di competenze tra scuola ed enti locali (supporto assistenziale e clinico-riabilitativo); CM 31 luglio 1978 n. 178 (integrazione tra servizi sociali e sanitari); CM 28 giugno 1979 n. 159 (lavoro di euipe tra docenti e specialisti). Legge 5 febbraio 1992, n. 104 Legge quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale ed i diritti delle persone handicappate. Legge 21 maggio 1998, n. 162 Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 104, concernenti misure di sostegno in favore di persone con handicap grave. Legge 23 dicembre 2000, n. 388 Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2001). Legge 8 marzo 2000, n. 53 Disposizioni per il sostegno della maternità e della paternità, per il diritto alla cura e alla formazione e per il coordinamento dei tempi delle città. Legge 27 dicembre 2002, n. 289 Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2003).

Norme provinciali sull’handicap

Legge provinciale 10 settembre 2003 n. 8 Disposizioni per l’attuazione delle poht1che sociali a favore delle persone in situazione di handicap. Deliberazione della Giunta provinciale di Trento 21 febbraio 2003, n. 386 Prime direttive per lo snellimento e la semplificazione dei processi di accerta-mento medico-legale e l’erogazione dei benefici di legge alle persone invalide e/o disabili. Deliberazione della Giunta provinciale di Trento 3 ottobre 2003, n. 2503 e successive modifiche Approvazione del nuovo progetto del servizio di trasporto e accompagnamento a favore dei portatori di minorazione. Deliberazione della Giunta provinciale di Trento 10 dicembre 2004, n. 2961 Modalità di accesso e di gestione del “Fondo provinciale per gli interventi in favore delle persone in situazione di handicap” (art. 7 legge provinciale 10 set-tembre 2003, n. 8). Modifiche ed integrazioni della deliberazione n. 2961 del 10 dicembre 2004. Deliberazione della Giunta provinciale di Trento 10 febbraio 2006, n. 216 Modalità di accesso e di gestione del “Fondo provinciale per gli interventi in favore delle persone in situazione di handicap” (art. 7, legge provinciale 10 settembre 2003, n. 8). Modifiche ed integrazioni della deliberazione n. 2961 del 10 dicembre 2004. Deliberazione della Giunta provinciale di Trento 25 maggio 2007, n. 1059 Assistenza odontoiatrica: Livelli essenziali ed aggiuntivi di assistenza garantiti dal Servizio Sanitario Provinciale. Deliberazione della Giunta provinciale di Trento 15 giugno 2007, n. 1245 Nuove direttive in materia di assistenza protesica-revoca deliberazione n. 10235 del 23 luglio 1993 e n. 7961 del 30 dicembre 1999 e modifica deliberazione n. 1301 del 24 giugno 2005. Legge Provinciale 12 dicembre 2007, n. 22 Disciplina dell’Assistenza odontoiatrica in provincia di Trento. Deliberazione della Giunta provinciale di Trento 16 maggio 2008, n. 1217 Approvazione nuovo testo delle direttive per l’assistenza protesica -sostituzione e delle direttive approvate con le deliberazioni n. 10235 dd. 23 luglio 1993, n. 7961 dd. 30 dicembre 1999 e n. 1245 dd. 15 giugno 2007 nonché modifiche della deliberazione n. 2576 dd. 23 novembre 2007 recante “Direttive all’Azienda Provinciale per i Servizi sanitari per l’erogazione di prestazioni sanitarie aggiun-tive -anno 2007. Deliberazione della Giunta provinciale di Trento 25 luglio 2008, n. 1886 Legge Provinciale 12 dicembre 2007, n. 22 recante “Disciplina dell’assistenza odontoiatrica in provincia di Trento” -Direttive per l’attuazione anno 2008. Deliberazione della Giunta provinciale di Trento 19 settembre 2008, n. 2321 Indirizzi applicativi in materia di assistenza protesica aggiuntiva provinciale di cui alla deliberazione n. 1217 di data 16 maggio 2008 e adozione delle modalità operative per il monitoraggio delle attività di assistenza protesica e l’adeguamento delle relative procedure operative. Deliberazione della Giunta provinciale di Trento 25 giugno 2009, n. 1585 Legge Provinciale 12 dicembre 2007, n. 22 recante “Disciplina dell’assistenza odontoiatrica in provincia di Trento” -Direttive per l’attuazione anno 2009.

Circolari e pareri interpretativi

Circolare INPDAP (Direzione Centrale Personale Ufficio IV) 10 luglio 2000 n. 34 Legge quadro n. 104 del 5/02/1992 per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate. La disciplina di cui agli artt. 1, 3, 4, 33 e le innovazioni introdotte dagli artt. 19 e 20 della Legge n. 53 del 8/03/2000. Circolare INPS 17 luglio 2000, n. 133 Benefici a favore deUe persone handicappate, Legge 8 marzo 2000, n. 53. Art. 33, commi 1, 2, 3 e 6 della Legge n. 104/1992. Circolare INPS 15 marzo 2001, n. 64 Legge 23/12/2000 n. 388, all’art. 80, comma 2. Congedi per gravi e documentati motivi familiari. Indennizzabilità fino a 2 anni delle relative assenze dei genitori o, in caso di loro decesso, ai fratelli o sorelle conviventi di soggetti handicappati in situazione di gravità. Circolare INPS 10 luglio 2001, n. 138 Provvidenze a favore di genitori di disabili gravi. Circolare INPS 11 luglio 2003, n. 128 Permessi ai sensi delta Legge 104/1992-Disposizioni varie. Circolare INPS 23 maggio 2007, n. 90 Permessi ex art. 33 legge 5 febbraio 1992, n. 104. Questioni varie. Circolare INPS 29 aprile 2008, n. 53 Nuove disposizioni in materia di diritto alla fruizione dei permessi di cui all’articolo 33 della legge n. 104/92. Parere del Dipartimento funzione Pubblica-Ufficio Personale Pubbliche Amministrazioni-Servizio trattamento del Personale 18 febbraio 2009, n. 13 Legge 5 febbraio 1992, n. 104 e successive modificazioni ed integrazioni-permessi ex art. 33, c. 3.

Il Regno delle Due Sicilie e le potenze europee

Eugenio Di Rienzo, Il Regno delle Due Sicilie e le potenze europee, Rubettino, Soveria Mannelli, 2012. Recensione


Questo volume è una versione molto ampliata della relazione (Il Mezzogiorno nella diplomazia europea: 1848-1860) dal prof Di Rienzo tenuta al Convegno di studi, “Mezzogiorno, Risorgimento e Unità d’Italia”, organizzato dall’Accademia Nazionale dei Lincei e dall’Istituto dell’Enciclopedia Italiana in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, svoltosi a Roma nelle giornate del 18,19, 20 maggio 2011 (p. 13).

Uno degli argomenti fondamentali per capire l’intera vicenda è quello degli interessi inglesi che dimostra il loro coinvolgimento nell’impresa dei Mille:


“grazie al protettorato politico-militare instaurato da William Bentick in Sicilia (D.Gregory, Sicily: the insecure base. A history of thè British occupation of Sicily, 1806-1815, Fairleigh Dickinson University Press, Rutherford-London 1988, pp. 88 ss.; J. Rosselli, Lord William Bentinck e l’occupazione britannica in Sicilia, 1811-1814, Sellerio, Palermo 2002. Sul punto, si veda anche G. Volpe, Come gli stranieri hanno sempre liberato l’ltalia. Allora nel 1814 e poi nel 1943, in «Rivolta Ideale», 8 maggio 1947, pp. 1-2, ora ripubblicato in appendice al mio Gioacchino Volpe, Lord Bentinck, Churchill e la Sicilia, in «Nuova Rivista Storica», 93,2009,3, pp. 925-936. Ricordiamo che la strategia mediterranea britannica portò nel 1806 all’occupazione dell’isola di Capri e la sua trasformazione nella «Piccola Gibilterra di Napoli». Sul punto, rimandiamo a F. Barra, Capri “inglese” e napoleonica da Hudson Lowe a Murat, 1806-1815, Terebinto, Avellino 2011), poi destinata a irrobustirsi nei decenni seguenti grazie all’attività delle grandi dinastie commerciali dei Woodhouse, degli Ingham, dei Whitaker e di altri (A. Bertolino, L’attività degli stabilimenti inglesi di Marsala durante il Risorgimento, in «Rassegna Storica del Risorgimento», 27,1940, 4, pp. 762-765; L.D. Neu, An English Businessman in Sicily, 1806-1861, in «The Business History Review», 31,1957, 4, pp. 355-374; f. Rigamonti, By chance or deliberate effort. Gli investimenti statunitensi di Benjamin Ingham e della sua ditta. 1840-50, in Studi storici dedicati a Orazio Cancila, a. Giuffrida, F. D’avenia, D. Palermo, Punto Grafica Mediterranea, Palermo 2011, 4 voli., IV, pp. 1369-1400)”. p. 28

E ancora:
“Molto indicativa, a questo riguardo era la presa di posizione dello stesso Castlereagh che, il 21 giugno 1821, alla Camera dei Comuni, pur respingendo la protesta di Bentinck sul mancato invio d’un corpo di spedizione britannico per appoggiare il moto separatista promosso dal governo provvisorio di Palermo (Sulla rivoluzione siciliana del 1820-1821 e sulla sua repressione, si veda G. Galasso, II Regno di Napoli, v. Il Mezzogiorno borbonico e risorgimentale 1815-1860, cit., pp. 184 ss. e pp. 234 ss.), aveva confermato, in ogni caso, che il dominio diretto o indiretto della Sicilia costituiva, ora come nel passato, un «indispensabile punto d’appoggio» per rendere possibile il controllo dell’Inghilterra sull’Europa meridionale e l’Africa settentrionale (Hansard’s Parliamentary Debates, Woodfall and Son, London 1821, Second Series, IX, coll. 1240-1247)”. pp. 28-29

E ancora:
“Come, infatti, avrebbe sostenuto Giovanni Aceto, nel volume del 1827, De la Sicile et de ses rapports avec l’Angleterre, «quest’isola non rappresenta per l’Inghilterra soltanto un importante avamposto strategico, da preservare, ad ogni costo, da una possibile occupazione della Francia che la minaccia dalle sue coste, ma costituisce anche il centro di tutte le operazioni militari e politiche che il Regno Unito intende intraprendere nell’Italia e nel Mediterraneo» (G. Aceto, De la Sicile et de ses rapports avec lAngleterre à l epoque de la Constitution de 1812, ou Mémoires historiques sur les principaux événemens de ce h’inps, par un membro de dijjerens Parlemens de Sicile, Ponthieu, Paris 1827, p. 103)”. p. 29

Una delle occasioni per gli inglesi per dimostrare la propria potenza fu l’incidente dell’isola Ferdinandea:


“Un lembo di terra di circa 4 chilometri quadrati e 60 metri d’altezza che, sorta dalle onde tra Sciacca e Pantelleria, alla fine del giugno 1831, venne annessa ai dominions inglesi, il 24 agosto, da un piccolo distaccamento di fanti di marina sbarcati dalla corvetta Rapid proveniente da Malta, condotta dal tenente ili vascello Charles Henry Swinburne, prima di inabissarsi nuovamente nei marosi nel dicembre successivo (Il possesso dell’isolotto, che intanto aveva provocato anche le brame della Francia, fu ufficialmente rivendicato dal governo napoletano, nell’ottobre del 1831, con una memoria indirizzata ai gabinetti di Londra e Parigi con la quale si ricordava che, a norma del diritto internazionale, la terra emersa, situata nelle acque territoriali delle Due Sicilie, apparteneva al Regno Borbonico. Sul punto si veda S.Mazzarella, Dell’isola Ferdinandea e di altre cose, Sellerio, Palermo, 1984; F.D’Arpa, L’isola che ne ne andò, Mursia, Milano, 2001)”. p. 29

Lo zolfo siciliano serviva agli inglesi per produrre polvere da sparo. Poi si presentò la questione egiziana:


“La conclusione della Sulphur War aveva palesato, senza margini di dubbio, lo stato di quasi sovranità limitata in cui il Regno borbonico doveva essere condannato a orbitare secondo i progetti delle Potenze europee e soprattutto della «perfida Albione» (Su questa espressione, che risale al tardo Medioevo, si veda M. D.Schmidt, The Idea and Slogan of “Perfidious Albion”, in «Journal of thè History of Ideas», 14, 1953, pp. 604-616). Napoli, infatti, a differenza del Regno di Sardegna, che fu fatto oggetto delle pressanti attenzioni di Palmerston (N.Bianchi, Storia documentata della diplomazia europea in Italia dall’anno 1814 all’anno 1861, cit., iv. 2, pp. 153 ss. e pp. 360 ss.), rimase estranea agli sviluppi e alla conclusione della cosiddetta «questione egiziana» (l’indipendenza dell’Egitto dai Turchi) e preferì parteggiare apertamente per la Monarchia di Luglio nell’intento di contenere, a un tempo, un maggiore accrescimento della supremazia austriaca nella Penisola e di quella inglese nel Mediterraneo (Le relazioni diplomatiche fra la Francia e il Regno delle Due Sicilie. Seconda serie 1810-1848. 11. 6 gennaio 1836 – 3 dicembre 1840, in “A.Saitta, istituto storico italiano per l’età moderna e contemporanea, Roma, 1973, pp. 304-305; 305-309). In quella congiuntura, Ferdinando II si preparò, addirittura, a difendere la Sicilia contro una ritorsione britannica causata dalla sua politica non ostile alla Francia. Durante questa crisi Parigi, schieratasi a sostegno delle pretese del Pascià del Cairo, Muhammad Alì, di annettersi la Siria e di iniziare in questo modo una vera e propria aggressione diretta contro l’Impero Ottomano a favore del quale Londra aveva schierato i nemici giurati della Francia (Austria, Prussia e Russia)”. p. 37

L’Inghilterra sffuttò la strategia del deterrente:


“Il trattamento riservato a Poerio è stato per alcuni anni l’oggetto di una violenta disputa tra i Governi liberali inglesi e quello delle Due Sicilie. In questo modo Palmerston e Gladstone hanno commesso l’errore di mettere in discussione i diritti sovrani di uno Stato dispotico senza considerare che, anche un regime assoluto possedeva le identiche prerogative di una Repubblica o della stessa Inghilterra di difendersi contro gli avversari che lo volevano rovesciare con la violenza. (…) Gli oppositori politici erano spesso detenuti per anni in attesa del processo e questo fu, appunto, il destino di Poerio. Ma le torture alle quali Poerio, si dice, sia stato sottoposto, furono, a mio parere, inventate di sana pianta. Nessun individuo, trattato in maniera tanto disumana, avrebbe potuto ristabilirsi così rapidamente in soli tre mesi e apparirmi in così florida salute, come Poerio che, quando mi fu presentato, nel 1859, alla Camera dei Lords dal conte di Shaftesbury, venne da me scambiato per un giovane Pari reduce da una salubre villeggiatura. (…) Ma i tempi della Regina Elisabetta erano, allora, tornati in Italia. Il Regno Unito si sentiva autorizzato a servirsi della spada e dell’intuito del grande bucaniere Garibaldi contro i suoi nemici, come nel passato aveva utilizzato Drake e Raleigh che gli Spagnoli giustamente chiamarono pirati.
I francesi hanno coniato una parola per questa politica assolutamente non ortodossa, chiamandola “opportunismo” (Memoirs of an ex-Minister, An autobiography by Right Honourable Earl of Malmesbury, Longmans, London, 1884, 2 voll, II, pp. 132-133), gli inglesi la chiamano “gunboat diplomacy” (Di Rienzo p. 10) o “strategia del deterrente”. Poerio fu rilasciato nel marzo del 1859, dopo 10 anni di detenzione, essendo stata la sua pena commutata in esilio in America Settentrionale. Durante la navigazione, Poerio e gli altri uomini di Sialo corruppero il capitano della nave, inducendolo a sbarcarli in Irlanda, ih dove più lardi raggiunsero il Piemonte. Sul punto si veda F. Curato, Il Regno Delle Due Sicilie nella politati evieni europea, cit., p. 176)”. p. 97

Per evitare l’isolamento internazionale il Regno delle Due Sicilie si avvicinò alla Russia zarista:


“Fu sempre grazie all’intervento del Foreign Office sulle Tuileries (il palazzo reale francese) che fu possibile sventare il disegno di San Pietroburgo di approfittare della crisi in atto (Seconda guerra d’indipendenza) per ottenere da Napoli il permesso di impiantare una stazione di rifornimento nel porto di Brindisi in grado di approvvigionare di carbone le imbarcazioni della marina zarista. Permesso che, una volta accordato, sia pure a titolo temporaneo, avrebbe sottratto all’Inghilterra il dominio sull’ingresso dell’Adriatico e, di conseguenza, avrebbe comportato l’adesione del Regno borbonico all’intesa francorussa (Memoirs of an ex-Minister. An autobiography by the right honourable earl of Malmestbury, Longmans Green and Co., London 1884, 2 voll., II, pp. 147-148). Fu, infine, ancora in virtù della ferma opposizione di Londra che venne rapidamente bloccata la manovra messa in opera da Cavour, tra il 24 marzo e il 17 aprile, finalizzata a stabilire un clima di distensione tra la Corte di Caserta e quella di Torino, in vista della stipula di una vera e propria alleanza contro l’Austria (Si veda rispettivamente Memoirs of an ex-Minister, II, pp. 169-171; Il carteggio Cavour-Nigra dal 1858 al 1861, a cura della R. Commissione editrice, Zanichelli, Bologna 19612, 4 voll., II, pp. 188 e 201)”. p. 103

Da Ferdinando II a Francesco II:


A giudizio del ministro spagnolo Salvador Bermùdez de Castro, Ferdinando II fu «solo, senza Camere, senza consiglieri, del tutto refrattario a far partecipi delle proprie decisioni i suoi ministri, era stato il braccio e la mente dello Stato, aveva conservato la pace per 29 anni, ripreso la Sicilia senza invocare l’aiuto straniero, risanato il Tesoro e creato un forte esercito e un’eccellente armata di mare» succedeva l’appena ventitreenne Francesco II (F.Curato, Il Regno delle Due Sicilie nella politica estera europea, Palermo, Lombardi, 1989, p. 194). Un giovane principe, condizionato dagli intrighi della Corte, esposto alla devastante influenza dell’arci-reazionaria matrigna, Maria Teresa Isabella d’Asburgo-Teschen. p. 109

La mozione Elcho:


“In questo clima si sviluppava un infuocato dibattito nella Camera dei Comuni inglese dove il 12 luglio e l’8 agosto 1859, l’opposizione, sposando le tesi contenute nella mozione presentata da un dissidente whig, Francis Richard Charteris (Lord Elcho), aveva già accusato il governo in carica di aver favorito Parigi e Torino nella fase finale del recente conflitto contro l’impero asburgico, abbandonando la stretta neutralità del ministero Malmesbury, e di volere operare ora per arrivare al «dismemberment of the Two Sicilies» secondo l’antico progetto di Palmerston” (Hansards Parliamentary Debates, Woodfall and Son, London 1859, Third Series, ci.iv, coll. 1052 .ss). p. 134

Intanto si rafforzava l’intesa tra Londra e Torino:


“Nella seduta del 2 marzo, il ministro degli Esteri britannico dichiarava che proprio la crescente aggressività della politica estera bonapartista rendeva indispensabile un avvicinamento di Londra al Piemonte che doveva essere considerato, da quel momento, come un necessario contrappeso all’aumento di potenza del Secondo Impero poiché «la creazione di uno Stato nel nord e nell’Italia centrale, con una popolazione di 9.000.000 abitanti, e forse più di 11.000.000 or 12.000.000, è una possibilità per il peggioramento della Francia, che invece di avere uno Staterello al di là delle Alpi, vorrebbe avere un considerevole alleato» (Hansard’s Parliamentary Debates, cit., coll. 2143-2147. Sui progressi dell’intesa anglo-piemontese, a partire dall’inizio del 1860, si veda Italia e Inghilterra durante il Risorgimento, cit., pp. 152 ss; D.Beales, Gladstone on the Italian question. January 1860, in “Rassegna storica del Risorgimento, 421, 1954, 2, pp. 96-104; Id., England and Italy, 1859-70: the making of a Liberal?, Nelson, London, 1961, p. 488ss). p. 136

I fatti di Marsala in nuce:


“Di lì a una settimana, il comandante in seconda della British Mediterranean Fleet, George Rodney Mundy, riceveva lordine di incrociare al largo delle coste orientali della Sicilia, effettuando frequenti scali nei porti dell’isola, per svolgere un’intensa attività di perlustrazione e per salvaguardare gli interessi britannici dalle “imminenti incursioni nel Sud Italia” e dai torbidi che potevano seguire all’imminente spedizione di Garibaldi (Rodney Mundy, La fine del Regno delle Due Sicilie e hi murino britannica. Diario di un ammiraglio, a cura di G. Rosada, Berisio, Napoli pp. 63 ss). La missione dell’ammiraglio Mundy, alla quale non era estraneo anche l’obiettivo di impedire l’azione di contrasto di altri Stati (Austria, Francia, Spagna) allo sbarco delle camicie rosse e di riaffermare il prestigio della massima Potenza marittima nel Mediterraneo (A. Santoni, Storia e politica navale dell’età moderna: xv-xix secolo, Ufficio storico della Marina militare, Roma 1998, p. 305 ss), riuscì, forse incidentalmente ma con maggiore probabilità deliberatamente, a paralizzare la reazione della flotta borbonica a Marsala. L’11 maggio, infatti, le fregate Argus e Intrepid inviate a proteggere la colonia commerciale del Regno Unito, insediata nella popolosa città portuale, si ponevano sulla linea di fuoco dei vascelli napoletani, con il pretesto di riprendere a bordo i loro ufficiali discesi per un ispezione sulla terraferma, e impedivano il cannoneggiamento dei volontari. Soltanto dopo il tardivo allontanamento dell’Argus e dell’lntrepid, le navi borboniche iniziarono il loro tiro sui garibaldini, che ormai si erano però allontanati dal molo, provocando il ferimento di una sola camicia rossa raggiunta da un colpo morto (M.Gabriele, Da Marsala allo Stretto. Aspetti navali della campagna di Sicilia, Giuffré, Milano 1961, pp. 11 ss. Il volume è stato successivamente ripubblicato in edizione invariata ma con diverso titolo: id., Sicilia 1860: Da Marsala allo Stretto, Ufficio Storico della Marina Militare, Roma 1991). pp. 140-141

Nota Garibaldi:


“Lo stesso Garibaldi riconoscerà, seppur con comprensibile reticenza, il ruolo cruciale della manovra dissuasiva compiuta dalla piccola formazione navale britannica, scrivendo nelle sue Memorie che: «La presenza dei due legni da guerra inglesi influì alquanto sulla determinazione dei comandanti de’ legni nemici, naturalmente impazienti di fulminarci, e ciò diede tempo a ultimare lo sbarco nostro. La nobile bandiera di Albione contribuì, anche questa volta, a risparmiare lo spargimento di sangue umano; e io, beniamino di cotesti signori degli Oceani, fui per la centesima volta il loro protetto. Fu però inesatta la notizia data dai nemici nostri che gl’inglesi avessero favorito lo sbarco in Marsala direttamente e coi loro mezzi. I rispettati e imponenti colori della Gran Bretagna, sventolando su due legni da guerra della potentissima marina e sullo stabilimento inglese, imposero titubanza ai mercenari del Borbone e dirò anche vergogna, dovendo essi far fuoco con imponenti batterie contro un pugno di uomini armati di quei tali fucili con cui la monarchia suole far combattere i volontari italiani (G.Garibaldi, Memorie autobiografiche, Barbera, Firenze 1920, p. 343. Del ludo omissive e svinnli sono, invece, le testimonianze degli altri protagonisti dell’impresa, Si veda, ad esempio, G.C.Abba, Da Quarto al Volturno. Noterelle d’uno dei Mille, Garzanti, Milano, 1991, pp. 21Ss; I.Nievo, Giornale della spedizione di Sicilia, Como-Pavia, Ibis, 1992, pp. 11-12)”. p. 141

Nota Vieil Castel:


“Del fatto che l’intervento della Mediterranean Fleet avesse fornito la copertura militare indispensabile ad assicurare la riuscita della spedizione partita da Quarto era perfettamente persuaso un esponente di rilievo della ristretta cerchia delle Tuileries, Horace de Vieil Castel. Questi, infatti, annotava nel suo diario, alla data del 15 maggio, che « l’Angleterre se trouvait à Marsala pompar alyser lesforces des Deux-Siciles etfavor iser lesfilibustiers que Mazzini envoie sous le commandement de Garibaldi» (Mémoires du Comte Horace de Vieil Castel sous le Règne de Napoléon III, Chez tous les Libraires, Paris 1864, 5 voll., IV, p. 63. Sul punto, si veda A.M. Ghisalberti, L’anno dei “Mille” in un memorialista del Secondo Impero, in Studi in memoria di Nino Cortese, Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, Roma 1976, pp. 193-216)”. p. 142

Phamplet anonimo:


“Anche un vecchio avversario dei Borboni sosteneva nell’anonima cronaca (Garibaldi o la conquista delle Due Sicilie) che l’azione di disturbo dei battelli inglesi era stata compiuta con perfetta cognizione di causa e che il rifiuto dei comandanti dell’Argus e dell’Intrepid di «raggiungere le loro imbarcazioni per consentire a queste di scostarsi e permettere a quelle napoletane di lasciar passare le loro palle aveva fatto sì che lo sbarco potè effettuarsi ordinatamente e senza alcun pericolo» (Garibaldi o la conquista delle Due Sicilie raccontata da un testimone oculare, presso l’Editore Santi Serraglini, Livorno 1861, pp. 141-142, dove si aggiungeva che: «Gli ufficiali inglesi respinsero la preghiera dei Napoletani, rispondendo di non volersi affrettare a lasciare la costa, perché si divertivano a guardare lo spettacolo»)”. p. 142

Tesi d’Azeglio


“Identico convincimento esprimeva Massimo d’Azeglio nella lettera inviata all’ammiraglio Carlo Pellion di Persano, in partenza per le Due Sicilie con il compito affidatogli da Cavour di condurre «una guerra non dichiarata, sotto neutralità apparente, contro Francesco II, per modo che resti sempre al governo del Re qualche appiglio per uscire d’inciampo». Secondo questo programma Persano era incaricato di fornire la massima assistenza a Garibaldi, «scortando a buon fine tutte le spedizioni che dovevano raggiungerlo», di ostacolare la reazione della flotta borbonica nell’isola e di favorirne, con largizioni di forti somme di denaro pari a «vari milioni di ducati», il passaggio sotto lo stendardo dei Savoia. Ai primi di luglio, Persano ricevette, infine, istruzioni per preparare, d’intesa con il conte di Siracusa, il nuovo prefetto di Polizia, Liborio Romano, esponenti dell’emigrazione politica e transfughi dell’esercito napoletano (come il generale Alessandro Nunziante, duca di Mignano), un «pronunciamento» in grado di anticipare l’ingresso di Garibaldi nella capitale e di prevenire un’insurrezione mazziniana. Per la riuscita del colpo di mano avrebbe dovuto fornire un apporto fondamentale «il signor Devincenzi, amico di Lord Russell e di Lord Palmerston, che avrà mezzo d’influire sul ministro Elliot e l’ammiraglio comandante della squadra inglese» (Diario privato politico-militare dell’Ammiraglio C. di Persano nella campagna navale degli anni 1860-1861, Civelli-Arnaldi, Firenze-Torino 1869-1871,4 voll., I, pp. 15-19; 87-92; li, pp. 19-27. Su Liborio Romano, si veda ora N. perrone, L’inventore del trasformismo. Liborio Romano, strumento di Cavour per la conquista di Napoli, Rubbettino, Soveria Mannelli 2009). Al futuro responsabile del disastro di Lissa, al quale era stato impartito l’ordine di sviluppare la sua azione, mantenendosi in stretto contatto con il nuovo incaricato d’affari sabaudo, Salvatore Pes di Villamarina e servendosi, alloccorrenza, della «benevola collaborazione» di Mundy (definito da Persano un «amico della nostra indipendenza e una cara conoscenza mia»)”. p. 142-143

Ruolo di Mundy (capitano della Hannibal):


“Numerosi furono gli episodi che, anche dopo lo sbarco di Marsala, dimostrarono l’atteggiamento di simpatia e di aperto favoreggiamento di Mundy per la causa italiana, in particolare durante la battaglia di Palermo, per tutta la campagna di Sicilia, alla vigilia e dopo l’ingresso di Garibaldi a Napoli. Questo comportamento, che non dipese unicamente da un’iniziativa personale del contrammiraglio, come spesso si è sostenuto, era stato concordato con Lord Russell, alle cui istruzioni Mundy si era snellamente attenuto (sul punto, si veda Diario privato politico-militare dell’Ammiraglio C. Di Persano nella campagna navale degli anni 1860-1861, cit, I, p. 25.27; 64; 100-101; II, pp. 33-34; 113-114; 127; 135; G.Rodney Mundy, La fine del Regno delle Due Sicilie e la marina britannica, cit, pp. 100ss , 115ss, 153ss, 200ss. Sull’azione di Villamarina si veda Il marchese Salvatore Pes di Villamarina. Memorie e documenti inediti, a cura di F.Bosio, Franchini, Torino, 1864, pp. 195ss)”. pp. 143-144

Nota Carafa:


“Queste considerazioni non incrinavano, però, il categorico e durissimo giudizio di condanna sulle responsabilità della Mediterranean Fleet espresso dal governo napoletano con la nota consegnata, il 12 maggio, da Carafa a Villamarina e a Hudson e contestualmente inviata in quella stessa data a tutte le Potenze. In essa si protestava per l’atto di «selvaggia pirateria consumato da un’orda di briganti» e si rendeva noto che «i Regi legni», pur avendo a tiro le navi degli invasori, «erano stati costretti a sospendere il fuoco per dar tempo a due vapori inglesi, colà giunti poche ore prima, di prendere a bordo dei loro ufficiali che si trovavano a terra, e per attendere che, imbarcati, gli stessi vapori riprendessero il largo, ed allora soltanto potè il fuoco ricominciare su quei pirati, senza però poterne più impedire lo sbarco in Marsala» (La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia. Carteggi di Camillo Cavour, a cura della Commissione editrice, Zanichelli, Mologna 1949-1954, 5 voli., i, p. 92)”. p. 146

Rapporto Marryat:


“Il memorandum napoletano (Nota Carafa) raccolse l’immediato sostegno della maggioranza degli Stati europei (Sul punto e per quel che segue, si veda N.Bianchi, Storia documentata della diplomazia europea in Italia dall’anno 1814 all’anno 1861, cit., vm, pp. 290-293; Le relazioni diplomatiche dell’Austria con il Regno delle Due Sicilie. Terza Serie: 1848 1861. II. 22 maggio 1859-19 febbraio 1861, cit., pp. 118-119). Per uscire da questa bufera diplomatica, il Foreign Office si muoveva tempestivamente, chiedendo al comandante in capo della Mediterranean Fleet, sir William Fanshawe Martin, di base a Malta, un urgente e particolareggiato rapporto dei capitani dell’Argus e dell’Intrepid (Ingram e Marryat) per fare luce su quanto effettivamente accaduto nelle acque di Marsala. Rapporto che fu recapitato il 15 maggio (v. M.Gabriele, Da Marsala allo Stretto. Aspetti navali della campagna di Sicilia, cit, pp. 13-18. Un largo estratto del memoriale Marryat era apparso sul New York Times del 9 giugno 1860)”. pp. 147-148

Rapporto Lettieri:


“Il 1° luglio, la commissione d’inchiesta, composta dal contrammiraglio Vincenzo Lettieri e dal capitano di vascello Alfonso Rodriguez, pur infliggendo agli ufficiali «un biasimo severo», decise per l’assoluzione (dei borbonici sospettati di tradimento) motivando la sentenza con il fatto che «lo sbarco di Garibaldi fu premeditato e protetto da estraneo intervento e che, di conseguenza, la condotta degli inquisiti doveva ritenersi irreprensibile in ogni senso». Si ritornava in questo modo alle conclusioni del 12 maggio, quando Castelcicala, scrivendo a Francesco II, aveva sostenuto di non nutrire alcun dubbio sulla «cooperazione manifesta dei vapori inglesi» (G. De Majo, La Crociera Borbonica dinnanzi a Marsala, cit., pp. 95-106)”. p. 150

“Con grande ipocrisia, Russell, pur essendo perfettamente a conoscenza che gli alti comandi della Marina delle Due Sicilie, posta sotto il controllo dell’inetto e infido Conte dAquila (il Conte d’Aquila, che deteneva la carica di Presidente del Consiglio di Ammiragliato, con il grado di viceammiraglio, era stato nominato, il 1° luglio, Comandante generale della Reai Marina. Nel passato, capo dell’ultrareazionaria camarilla di corte, per ostilità verso il nipote Francesco II, Luigi di Borbone si trasformò in liberale, appoggiò la nomina di Liborio Romano a ministro della Polizia e la concessione di una Costituzione. Riaccostatosi ai gruppi reazionari e accusato di preparare un Colpo di stato, il 14 agosto 1860 fu mandato in esilio in Francia), avevano ormai sposato la causa piemontese grazie all’opera di persuasione e di corruzione di Persano (Diario privato politico-militare dell’Ammiraglio C. di Persano nella campagna navale degli anni 1860-1861, cit., 1, pp. 67-69; 11, 96 ss. Sul tradimento della flotta, si veda anche il dispaccio del 16 luglio inviato da Széchényi a Rechberg, in Le relazioni diplomatiche dell’Austria con il Regno delle Due Sicilie. Terza Serie: 1848-1861.11. 22 maggio 1859-19 febbraio 1861, cit., pp. 184-186. Sul punto, importante è anche la testimonianza di G.Rodney Mundy, La fine del Regno delle Due Sicilie e la marina britannica, cit., pp. 169 ss. e quanto riportato, sulla base di attestazioni di prima mano, da R. De Cesare, La fine di un Regno, cit., pp. 853 ss)”. p. 168

Cavour falsario:


“A superare l’ostilità della sovrana, interveniva, allora, un’abile e spregiudicata manovra di Cavour, verosimilmente concordata con il governo inglese. Ai primi di agosto, Russell riceveva e faceva prontamente tradurre la lettera di Garibaldi inviata, il 27 luglio, a Vittorio Emanuele, in risposta ai due dispacci del sovrano del giorno 22 (nella riunione del gabinetto del 22 luglio, Cavour, dopo aver inoltrato queste missive, aveva reso nota la sua intenzione di «far scrivere dal Re una lettera ufficiale a Garibaldi nello scopo di calmare gli allarmi della diplomazia». Si vedano i verbali dei governi Cavour, 1859-1861, M. Bertoncini, A. G. Ricci, Libro Aperto, Ravenna 2008, p. 80): il primo di carattere ufficiale che lo invitava a non varcare lo Stretto; il secondo di natura confidenziale che smentiva categoricamente questo suggerimento. Nella sua replica, il «Dittatore della Sicilia», mentre riaffermava la sua intenzione di raggiungere la Calabria, dichiarava che, al termine della sua missione, avrebbe abbandonato i poteri provvisoriamente assunti per deporli ai piedi del monarca sabaudo. In realtà quel messaggio era stato personalmente dettato da Cavour, il quale aveva ordinato ai suoi emissari di fare scrivere all’avventuriero nizzardo che «egli, pervaso di devozione e di reverenza per il Re, avrebbe voluto seguire i suoi consigli di non abbandonare le coste siciliane ma che i suoi doveri verso l’Italia non gli permettevano di impegnarsi a non soccorrere i Napoletani» (la traduzione integrale della lettera di Garibaldi è conservata in Lord Russell Papers, Correspondence and memoranda relating mainly to Italian affairs, 1860, ff. 233-234. Del doppio gioco di Cavour era perfettamente al corrente la diplomazia britannica, come risulta da H.G. Elliot, Some Revolutions and Other Diplomale Experiences, cit., p. 35. Su tutto l’intricato affaire, si veda Diario privato politico-militare dell’Ammiraglio C. di Persano nella campagna navale degli anni 1860-1861, cit., I, pp. 88-89; curatolo, Garibaldi, Vittorio Emanuele, Cavour nei fasti della patria, Zanichelli, Bologna 1911, pp. 162-164; J.Ridley, Garibaldi, Mondadori, Milano mj/s. pp. 552-553. M.Milani, Giuseppe Garibaldi: biografia critica, Mursia, Milano 1982, p. 331; R.Romeo, Cavour e il suo tempo, cit, III, pp. 742-743; A.Scirocco, Garibaldi. Battaglie, amori, ideali di un cittadino del mondo, Laterza, Roma-Bari, 2001, p. 280)”. p. 171

L’affare “Napoli”:


Secondo Pope Hennessy con il già ricordato speech del 4 marzo 1861 (Hansard’s Parliamentary Debates, Woodfall and Son, Third Series, London, 1861, CLXI, coll. 1332-1440) “Lord Clarendon aveva “senza alcun pretesto, trascinato il papa e il re di Napoli al congresso di Parigi e poi indotto gli italiani alla rivolta”. Il solo fine di quest’offensiva diplomatica era stato quello di preparare la strada alla conquista piemontese della Penisola ispirata dai poco nobili motivi di risolvere la grave crisi finanziaria che attanagliava il regno di Vittorio Emanuele con l’acquisizione delle risorse degli altri Stati italiani che si trovavano tutti in una più florida situazione economica”. p. 193

Garibaldini e pirati:


“L’ultimo atto di questa strategia di aperto favoreggiamento alle mire espansionistiche dei Savoia era avvenuto nel 1860, quando la flotta britannica, dopo aver permesso l’approdo dei Mille in Sicilia, aveva tacitamente protetto i convogli che dalla Liguria trasportavano rinforzi dei «foreign buccaneers» (molti italiani ma anche più di 2.000 tra inglesi e ungheresi, insieme a centinaia di svizzeri, francesi, belgi, polacchi, russi), destinati a ingrossare le bande degli insorti. I corpi franchi garibaldini avevano potuto contare, infatti, solo in minima parte sull’afflusso di volontari regnicoli, anche nel momento del loro massimo incremento numerico, poiché, come appariva evidente dalle stesse comunicazioni del generale Cialdini, inviate a Torino subito dopo l’ingresso delle sue truppe nel territorio delle Due Sicilie, “mentre il re di Napoli recluta corpi volontari tra la sua gente e mentre meno di cento garibaldini, migliaia sono pronti a combattere per Francesco II”. Proprio il lealismo dimostrato dai reparti borbonici e dalla popolazione civile, in gran parte restati fedeli alla vecchia dinastia, aveva scatenato, continuava Pope Hennessy, la furiosa repressione dell’armata sarda che si era macchiata di crimini contro l’umanità ben più efferati di quelli che l’opinione pubblica europea aveva imputato a Ferdinando II e al suo sventurato erede. In seguito l’Europa aveva assistito esterrefatta allo scandalo dell’annessione giustificata dalla beffa del Plebiscito, alla cui correttezza il ministero Palmerston aveva fatto finta di credere con grande ipocrisia, sebbene la maggioranza degli abitanti del sud italia “non hanno partito nè votano”. E da tutto questo, infine, era nato il cosiddetto fenomeno del «brigantaggio politico», che non poteva definirsi, come proprio quest’ambigua espressione dimostrava, un episodio di criminalità comune ma che invece rappresentava un vasto e capillare movimento di resistenza contro l’invasione straniera dove militavano, insieme a nuclei di veri e propri fuorilegge, interi reparti del disciolto esercito borbonico, gruppi provenienti dall’opposizione liberale napoletana e persino numerosi garibaldini delusi. (La questione del brigantaggio è stata completamente e tendenziosamente
fraintesa sul piano storiografico dopo i saggi di Molfese, II brigantaggio meridionale post-unitario, in «Studi Storici», I, 1959-1960, 5, pp. 944-1007; 2,1961, 2, pp. 298-362; id., Lo scioglimento dell’esercito meridionale garibaldino, 1860-1861, in «Nuova Rivista Storica», 44, 1960, 1, pp. 1-53, poi rifusi in Id., Storia del brigantaggio dopo l’Unità, Feltrinelli, Milano 1964, in particolare pp. 130 ss dove Molfese, riprendendo la spiegazione dell’insorgenza post-unitaria avanzata dalla Commissione parlamentare d’inchiesta del 1862, come movimento di devianza sociale, nel quale il secolare fenomeno del banditismo agrario era stato esasperato dalla miseria delle plebi contadine, schiacciate dal sistema latifondista e incattivite dai ritardi nella ripartizione dei beni demaniali, aveva del tutto negato il carattere politico di una mobilitazione popolare basata, al contrario, sul patriottismo (napoletano) e la fedeltà dinastica. Sul «brigantaggio» come «guerra sociale», si veda anche G.Galasso, Unificazione italiana e tradizione meridionale nel brigantaggio del sud, in «Archivio Storico delle Province Napoletane», Terza Serie, 21, 1983, pp. 1-16 e ancora F.Molfese, La repressione del brigantaggio post-unitario nel Mezzogiorno continentale, ivi, pp. 33-64. Sull’insorgenza meridionale, come «guerra civile», rimandiamo, invece, a S.Lupo, Il grande brigantaggio, Interpretazioni e memoria di una guerra civile, In “Storia d’Italia. Annali, xviii. Guerra e Pace, Einaudi, Torino 2002, pp. 465-502″; J.A. Davis, Le guerre del brigantaggio, in Gli italiani in guerra. Conflitti, identità, memorie dal Risorgimento ai nostri giorni. 1. Fare l’Italia, Unità e disunità nel Risorgimento, a cura di M. Isnenghi, E. Cecchinalo, Utet, Torino, 2008, pp, 738-752; s, lupo, L’unificazione italiana. Mezzogiorno, rivolti.noni’, guniti t ivilc. Donzelli, Roma 2011, pp. 99 ss)”. p. 194

“Il «legno storto», dal quale si era voluto ricavare con la violenza, la frode e l’inganno, il Regno d’Italia, ammoniva poi, il 19 luglio, il parlamentare whigh, John Alexander Kinglake, rischiava di trasformarsi in un materiale facilmente combustibile che avrebbe finito per compromettere il già precario equilibrio del Continente e la stessa sicurezza del Regno Unito. Ancora molto debole sul piano militare, diviso da conflitti politici e sociali al suo interno, prostrato economicamente da una guerra triennale e ora dalla lotta contro l’insurrezione del Sud, che aveva assunto le fattezze di una vera e propria «civil war», il nuovo organismo politico non avrebbe potuto rinunciare, in caso di un probabile scontro con l’Austria, al soccorso francese, acquistandolo, forse, con la cessione della Sardegna al Secondo Impero. Se questo fosse avvenuto, concludeva Kinglake, la Gran Bretagna avrebbe perduto la sua tradizionale posizione di vantaggio strategico nel Mediterraneo non potendo le basi di Corfù e di Malta competere, per importanza, con i porti di Cagliari, Nuoro, Oristano e Sassari (Hansard’s Parliamentary Debates, cit., coll. 1190-1201)”. p. 195-196

L’insorgenza filoborbonica

“Le stesse preoccupazioni sulla capacità del giovane Stato a rappresentare per Londra un interlocutore affidabile, vista la frattura quasi antropologica che aveva spaccato in due la Penisola (C. Petraccone, Le due civiltà. Settentrionali e meridionali nella storia d’Italia dal 1860 al 1914, Laterza, Roma-Bari 2000, pp. 11 ss), erano ancora vive nella primavera del 1863. Nella seduta dell’8 maggio, George Cavendish-Bentinck sosteneva che, nonostante la proclamazione dello stato d’assedio nelle province meridionali dell’estate del 1862 e la sospensione di molte delle principali garanzie dello Statuto albertino (A.Scirocco, Governo e Paese nel Mezzogiorno nella crisi dell’unificazione italiana, 1860-61, Giuffrè, Milano 1963, pp. 218 ss.; r. martucci, L’invenzione dell’Italia unita, cit., pp. 315 ss. In sostanza, i provvedimenti decisi a Torino imponevano alle nuove province del Regno un governo militare. Ciò comportava, naturalmente, la manomissione e l’azzeramento dei diritti fondamentali sanciti dalla Carta del 5 marzo 1848: inviolabilità del domicilio, libertà individuale, di stampa e di riunione. A ciò si aggiungeva la sospensione dell’articolo 71 dello Statuto, a norma del quale nessun imputato poteva essere sottratto ai suoi giudici naturali poiché tale comma avrebbe impedito la creazione di Tribunali straordinari affidati alla giurisdizione dei comandi delle truppe impegnate nelle operazioni di contrasto alle insorgenze), l’insorgenza filoborbonica si era estesa dalla Capitanata ai confini del Lazio. L’incendio del Sud doveva, quindi, far comprendere all’attuale esecutivo quale grave errore fosse stato tollerare e incoraggiare “la più grave infrazione del diritto delle nazioni”, contando sul fatto che “la politica di Cavour era una panacea per tutti i disordini politici e che la pace e l’ilarità erano la necessaria conseguenza di tale successo” (Hansard’s Parliamentary Debates, Woodfall and Son, ‘Ihirti Series, London 1863, clxx, coll. 1399-1406)”. p. 196

Un gigantesco errore politico

“Nel dibattito era nuovamente intervenuto Pope Hennessy, per dichiarare, a brutto muso, che il Regno Unito appoggiando l’unificazione italiana non solo si era impegnato in un “affare sporco” ma aveva anche commesso un gigantesco errore politico, acquistando un malcerto alleato e perdendo, allo stesso tempo, un importante partner commerciale. I dati forniti dal Board of Trade Return contraddicevano, infatti, i rassicuranti rapporti inviati dal Console a Napoli, Edward Bonham, annunciando un secco decremento delle importazioni e delle esportazioni tra Inghilterra e Mezzogiorno che si erano praticamente dimezzate dal 1861 al 1862, a causa della rarefazione dei capitali circolanti taglieggiati dall’incremento della pressione fiscale e dalla repentina flessione della produzione agricola e industriale. Questa crisi strutturale era stata determinata soprattutto dalla rivolta dei political bandit e dalla spietata contro-guerriglia delle forze di occupazione. Sotto la guida di Cialdini, Alfonso La Marmora, Pietro Fumel, Raffaele Cadorna, Ferdinando Pinelli, le truppe del «Re galantuomo», nel tentativo di fare terra bruciata attorno ai focolai di resistenza, avevano deliberatamente provocato devastazioni nelle campagne, abbandono delle colture, danni irreparabili alla pastorizia, colpita dal moltiplicarsi dei fenomeni di abigeato e dalle misure di ordine pubblico del marzo 1863 che proibivano la transumanza (Sulle misure repressive promulgate dall’estate del 1862 e sulle loro conseguenze sul ciclo economico legato all’allevamento del bestiame, si veda M.D’addio, Politica e magistratura 1848-1876, Giuffré, Milano 1966, pp. 136 ss; R. martucci, Emergenza e tutela dell’ordine pubblico nell’Italia liberale, il Mulino, Bologna 1980, pp. 36 ss). Né erano mancati episodi di ritorsione terroristica da parte dei «Piemontesi» che avevano smantellato alcuni impianti industriali, i cui macchinari erano stati requisiti e trasportati nel Settentrione (Hansard’s Parliamentary Debates, cit., col. 1399. Il brusco calo della bilancia commerciale, denunciato da Pope Hennessy, era naturalmente imputabile anche ad altri fattori. Dall’inizio del 1862 le materie prime del Sud iniziarono a essere smerciate, prevalentemente, sul mercato unificato del Regno d’Italia e soprattutto nelle regioni settentrionali della Penisola, da dove ora affluivano i manufatti fino allora importati dall’Inghilterra e dagli altri Stati europei. Sulle conseguenze, senz’altro negative, almeno nel breve medio termine, dell’ingrcsso delle Due Sicilie nel sistema economico nazionale, prodotte soprattutto dall’introduzione della tariffa liberista, il giudizio storico è ancora controverso. Il Nord all’inizio drenò capitali dal Sud: il primo bilancio del Regno unificato era di 2402, 3 milioni di lire, di cui 1321 era il debito del Regno sabaudo, 657,8 quello del Regno delle due Sicilie, 219,3 della Toscana, 151,5 quello della Lombardia. Ma senza l’Unità, il Sud non avrebbe avuto quelle infrastrutture che gli permisero di integrarsi in un contesto economico più avanzato. D’altra parte, il Settentrione, in via d’industrializzazione, sarebbe restato privo del mercato meridionale che costituì un fattore indispensabile al suo sviluppo. Sulle diverse e spesso contrastanti interpretazioni, relative alla ricaduta dell’unificazione sull’economia meridionale, si veda R. Romeo, Risorgimento e capitalisrno, Laterza, Bari 1959; G. Pescosolido, Unità nazionale e sviluppo econornico 1750-1913, Laterza, Roma-Bari 1988; v. Daniele, P. Malanima, Il prodotto delle regioni e il divario Nord-Sud in Italia 1861-2004, in «Rivista di Politica Economica» n. 5, 2007, 3-4, pp. 267-315; G. Federico, Ma l’agricoltura meridionale era davvero arretrata?, ivi, pp. 317-339; S.Fenoaltea, I due fallimenti della storia economica: il periodo post-unitario, ivi, pp. 341-358; G.Pescosolido, La costruzione dell’economica unitaria, in L’unificazione italiana. cit., pp. 497, in particolare, pp. 418 ss.; Id., Una società immobile? Sviluppo pre unitario e questione meridionale, “Nuova Rivista Storica”, 95, 2011, 3, pp. 985-996; V.Daniele, P.Malanima, Il divario Nord Sud nella storia d’Italia, 1861-2011, Rubbettino, Soveria Mannella, 2011)”. pp. 196-197

Il ruolo della Camorra

“L’intesa cordiale tra quella che amava definirsi la «Bella Società Riformata» e il sovrano delle Due Sicilie s’interruppe dopo il 1849, quando questi decise di avviare una sistematica opera di repressione contro i camorristi. Da quel momento, la setta si trasformò in «Camorra liberale» e si pose al servizio del movimento costituzionale, proteggendone le riunioni clandestine, assicurando l’assistenza ai detenuti politici e facilitando la loro fuga dalle prigioni. Il passaggio di campo di una forza potentemente insediata nel tessuto della capitale, certo più temibile delle risibili attività cospirative dei gruppi liberali, non mancò d’impensierire Francesco II, che fu a tal punto intimorito dal pericolo costituito da questa «opposizione criminale» da riferire all’ambasciatore austriaco, Martini, il 7 novembre 1859, che molti degli sforzi del suo governo erano in quel momento concentrati a impedire che i suoi capi organizzassero una massa di manovra per attuare un’insurrezione (Le relazioni diplomatiche del’Austria con il Regno delle Due Sicilie. Terza Serie: 1848-1861.11. 22 maggio 1859-19 febbraio 1861, in R.Moscati, Istituto storico italiano per l’età moderna e contemporanea, Roma, 1964, pp. 60-62). Non si trattava di timori infondati. Il 31 luglio 1860, Elliot, bene al corrente del radicamento territoriale della consorteria delinquenziale, informava il Foreign Office che numerose bande camorristiche (i Lazzaroni) erano pronte a scendere in campo per contrastare, armi alla mano, la mobilitazione dei popolani restati fedeli alla dinastia borbonica (i Sanfedisti), per presidiare il porto in modo da facilitare uno sbarco delle truppe piemontesi e per controllare le vie d’accesso a Napoli al fine di rendere possibile l’ingresso dell’esercito dei volontari (H.G.Elliot, Some Revolutions and Other Diplotnatic Experiences, cit., pp. 8-10; 39-41). Proprio questo accadde, alla fine di agosto, quando i membri dell’«onorata società», già inquadrati in una sorta di Guardia nazionale da Liborio Romano, divennero i veri padroni della città in attesa dell arrivo di Garibaldi (N. Perrone, L’inventore del trasformismo. Liborio Romano, strumento di Cavour per la conquista di Napoli, Rubbettino, 2009, pp. 42 ss). Come avrebbe ricordato, il garibaldino russo, Lev Illic Mecnikov, soltanto l’intervento della Camorra (guidata dalla «sanguinaria», Marianna De Crescenzio, detta la Sangiovannara) riuscì a impedire una sommossa lealista con atti d’intimidazione violenta contro i sostenitori di Francesco n e ad assicurare il controllo sistematico delle zone strategiche della città. La terribile capoclan, «dotata dello stesso potere assoluto di un pascià turco», che Mecnikov descriveva come «un leone o una tigre stretti in gabbia, dagli occhi che brillavano rabbior samente», fece proprio il motto «Libertà-patria-democrazia» e convinse il sottoproletariato dei «Quartieri spagnoli» ad astenersi da ogni atto ostile per impedire l’ingresso a Napoli del capo dei Mille con minacce e largizioni di denaro, ricevendo come ricompensa per la sua opera «patriottica» l’onore di accompagnare Garibaldi nella visita alla Madonna di Piedigrotta e il diritto di voto (L.I..Mecnikov, Memorie di un garibaldino russo e altri testi, a cura di R. Risaliti, Centro interuniversitario di ricerche sul viaggio in Italia, Torino 2011, pp. 70 ss. Si veda anche G. Buttà, Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta, Memorie della Rivoluzione, 1860-1861, cit., pp. 107-109). Una testimonianza, questa di Mecnikov, che non contrastava con quella contenuta nella lettera del io settembre, scritta dal colonello garibaldino, LIugh Forbes, secondo il quale «le dimostrazioni di tripudio che accolsero il Generale nella bella Partenope altro non furono che una frenetica mascherata imposta da lenoni e camorristi» (Lettere dei combattenti del Risorgimento, La Regia posta Militare Sarda e dei Volontari 1848-1861, a cura di A. Pozzolini Gobbi, Vaccari, Modena 1973, p. 14). Nulla da stupirsi, allora, che «dopo aver reso questi servigi», come ancora Elliot annotava nelle sue memorie, la consorteria criminale acquistasse «una potenza e un’autorità spaventevole» destinata ad accrescersi esponenzialmente negli anni successivi (H.G.Elliot, Some Revolutions and Other Diplomatic Experiences, cit., pp. 90-91)”. 201-202

Pamphlet De Sangro


“L’opuscolo dell’esule borbonico, Michele de Sangro, duca di Casacalenda, intitolato significativamente: l’italianismo di Lord Parlmerston (Ufficiale degli Ussari della Guardia nell’esercito di Francesco n, Michele de Sangro fu autore di vari scritti di propaganda filo-borbonica: II passato e il presente. Quadro storico del Regno delle Due Sicilie, s. st., Trieste 1865; I Borboni nel Regno delle Due Sicilie, Cavalieri e Bazzi, Como 1884). Nel suo scritto, il nobile molisano elencava con amara ironia «i benefici che il Piemonte aveva arrecato al Regno di Napoli», stilandone un lungo catalogo. L’elenco comprendeva «le prigioni sovraccariche di detenuti, le isole riempite di deportati, i forti riboccanti di sospetti, le finanze depredate, le imposte decuplicate, il commercio diminuito, la stampa illegalmente oppressa, lo spionaggio eretto a sistema, le fucilazioni senza processo crescenti ogni giorno, diecine di paesi bruciati dopo aver sottoposto le popolazioni al sacco e alla licenza militare». Più atroce ancora era poi stata la sorte che l’armata dei Savoia, «pigliata la dittatura», aveva riservato a quanti, ufficiali e soldati, restati fedeli allo stendardo borbonico, avevano dovuto, abbassare le armi, dopo una lotta eroica condotta contro forze preponderanti. Fu allora, infatti, «che si videro, per la prima volta nella storia dei popoli, le convenzioni di guerra violate e le capitolazioni manomesse, quando i combattenti di Capua e Gaeta furono trascinati nelle piazze fra le urla della Camorra organizzata da Liborio Romano, insultati, percossi con mille sevizie e gettati poi in prigione, di dove ancora levano, invano, la voce per riavere la libertà». Questo vergognoso spettacolo era avvenuto sotto lo sguardo impassibile dei rappresentanti della Gran Bretagna, dei suoi agenti consolari, dei comandanti della sua flotta, del governo guidato da Palmerstone che si fregiava del titolo di protettore dei Poerio, dei Settembrini, degli Spaventa e al quale Michele de Sangro poneva questo provocatorio interrogativo”. p. 203

La rivolta di Palermo (16-22 settembre 1866):


“Che il pregiudiziale rifiuto dei precedenti governi di correggere le storture e i limiti della cosiddetta «unificazione a vapore» con un’ampia riforma federalista, almeno limitatamente al piano amministrativo e fiscale, fosse stata una delle cause principali della crisi di sistema che stava attraversando il nostro Paese, lo avrebbe dimostrato la rivolta di Palermo del 16-22 settembre 1866. Insurrezione che fu possibile sedare solo con il bombardamento della flotta, l’intervento di 40.000 soldati, la fucilazione di diecine d’insorti e la condanna alla prigione e al confino di varie altre migliaia. Per una nemesi storica, l’isola da cui era partito, nel 1848 e nel 1860, il moto di emancipazione contro il dominio dei Borbone riscopriva le sue pulsioni separatiste ed autonomiste per contrastare l’oppressione amministrativa dello Stato italiano. La cosiddetta «rivolta del sette e mezzo» non fu, infatti, come una radicata tradizione storiografica ha voluto accreditare, soltanto la manifestazione di cieca violenza del sottoproletariato palermitano, inasprito dalla soppressione delle congregazioni religiose che aveva portato a un aumento della disoccupazione, stimabile a circa 15.000 unità nella sola Palermo, e quindi pronto a fornire, come avrebbe stabilito la Commissione parlamentare d’inchiesta, una massa di manovra formata da «feroci antropofagi», facilmente inquadrabile dalle cosche mafiose, dai loro gregari e da una «cupola» di notabili «che preferivano una Sicilia feudale a una Sicilia moderna» (I moti di Parlemo del 1866. Verbali della Commissione d’inchiesta, M.Da Passano, Camera dei Deputati, Roma 1981, pp. 103 ss.; V. Maggiorana, Il sollevamento della plebe di Palermo e del circondario nel settembre 1866, Stamperia militare, Palermo 1866; F.Brancato, Origine e carattere della rivolta palermitana del settembre 1866, in «Archivio storico siciliano», 5,1952-1953,1, pp. 139-205; P.Alatri, Lotte politiche in Sicilia sotto il governo della Destra: 1866-74, Einaudi, Torino 1954, pp. 102 ss.; F.Brancato, Sette giorni di repubblica a Palermo. La rivolta del settembre 1866, Sicania, Messina 1970. Diversamente s. lupo, Storia della mafia: dalle origini ai giorni nostri, Donzelli, Roma 2004, pp. 58 ss.; L.Riall, La Sicilia e l’unificazione italiana. Politica liberale e potere locale, 1815-1866, Einaudi, Torino 2004, pp. 7.40 ss.; L.Riall, “Il Sud. I conflitti sociali”, in “L’unificazione italiana”, Enciclopedia Treccani, pp. 140-141). Alcuni documenti coevi agli avvenimenti testimoniavano, invece, che alla sollevazione parteciparono, in posizione di primo piano, anche mazziniani, garibaldini, liberali d’ispirazione federalista e patrioti borbonici, provvisoriamente accomunati dal comune disegno di allentare se non di spezzare i legami tra la Sicilia e lo Stato unitario. In quella composita alleanza militavano gli esponenti della vecchia emigrazione politica, i quali, fin dal 1859, avevano sostenuto che l’annessione al Regno Sardo doveva essere preceduta «dalle deliberazioni di un’Assemblea siciliana in grado di stabilire i patti della dedizione, onde pur entrando a far parte della famiglia italiana del Nord, fossero rispettate le speciali esigenze alle quali la Sicilia doveva da sé particolarmente provvedere». Accanto a loro, solidali nella protesta «contro i dottrinari di Torino e di Firenze che non avevano compreso che l’arte dell’amministrare non poteva consistere in concetti astratti e uniformi applicabili dappertutto senza temperamenti o modificazioni», altri gruppi della famiglia politica risorgimentale siciliana. In primo luogo, gli uomini del Partito d’azione, i seguaci di Francesco Crispi, Rosolino Pilo, Giovanni Corrao, i reduci dell’Aspromonte, i quadri del movimento liberale dell’isola. La brutalità che accompagnò e seguì la repressione della sommossa fu presentata come la volontà di dimostrare che non si poteva più mettere in discussione l’Unità (oltre 2000 arresti e circa 127 condanne capitali, fonte wikipedia)”. pp. 212-214

I lager di Fenestrelle e San Maurizio Canavese:


“La presa di Roma costituì, inoltre, anche un fattore d’indubbio miglioramento della posizione internazionale dell’Italia (W.Halperin, Italy and thè Vatican at War. A Study of Their Relations from thè Outbreak ofthe Franco-Prussian War to the Death of Pius IX, Greenwood Press, New York 1968, pp. 66 ss), se non altro perché aveva privato Francesco II di quel «santuario» politico-finanziario che fino a quel momento aveva alimentato le speranze di rivalsa del partito borbonico (si veda la testimonianza di Francesco Crispi nel discorso, La questione romana, pronunciato alla Camera dei Deputati, il 16 dicembre 1867, in Id., L’Italia e il Papa e altri scritti, Istituto Editoriale, Milano 1880, pp. 151-152). Anche prima di quella data, l’Italia, aveva ricevuto comunque un trattamento di favore da parte delle altre Potenze, almeno per quello che riguardava gli aspetti più deprecabili della sua politica interna. Inghilterra e Francia, nel passato così critiche verso il regime carcerario riservato da Ferdinando II ai suoi oppositori, chiusero a lungo ambedue gli occhi, quando il ministero Rattazzi decise di relegare, fuori dei confini del Regno (Eritrea, Patagonia e persino il Borneo ricevendo sempre dinieghi delle potenze europee), i circa 14.000 reclusi nei lager di Fenestrelle, Pinerolo, Sestriere, San Maurizio Canavese: prigionieri di guerra borbonici, detenuti politici, abitanti di interi paesi deportati sotto accusa di brigantaggio, renitenti alla leva, cospiratori repubblicani e garibaldini catturati in Aspromonte (G.Novero, I prigionieri dei Savoia. La storia della Caienna italiana nel Borneo, Sugarco, Milano, 2011)”. p. 217


Conclusioni


“A ognuno il suo compito, però. E se al massimo garante della nostra coesione nazionale tocca quello di riannodarne i vincoli storici da tante parti rimessi in discussione, allo studioso, molto più modestamente, compete l’umile e spesso ingrato lavoro non di celebrare il passato ma di presentarlo, come esso fu, con tutte le sue ombre e le sue contraddizioni (Cicerone, De Oratore, II, ix, 15). A chi ha scelto la professione di storico non si può domandare, infatti, di unire la sua voce al coro di «politici, giornalisti, scrittori e intellettuali di varie discipline che parlano del Risorgimento come se fosse un evento accaduto ieri, carico di valori da rispettare e osservare proprio come se fossero in perfetta sintonia con la nostra vita». Né è lecito imporgli di «parlare di Garibaldi, di Mazzini, di Vittorio Emanuele n o, se è per questo, anche di Francesco n, come di leader politici per cui schierarsi prò o contro, grosso modo, come ci si può schierare prò o contro Bossi o Vendola, Berlusconi o Bersani, D’Alema o Fini» (A.M. banti, Il Risorgimento non è un mito, in «la UopubMii .1», 16 novembre 2010). Né, meno che mai, gli si può chiedere di non ricordare che l’unione politica del Sud all’Italia avvenne senza il consenso ma anzi contro la volontà della maggioranza delle popolazioni meridionali. Né, infine, è opportuno spingerlo a passare sotto silenzio come quell’«unione», che per vari decenni successivi al 1861 non fu davvero mai «unità», sia stata, in primo luogo, il risultato di un complesso e non trasparente intrigo internazionale (definito icasticamente, nel maggio del 1863, un dirty affair da un parlamentare inglese), in cui la Potenza preponderante sullo scacchiere mediterraneo contribuì a porre fine, una volta per tutte, alle velleità di autonomia del più grande «Piccolo Stato» della Penisola, giustificando una delle prime e più gravi violazioni del Diritto pubblico europeo della storia contemporanea” (p. 12).

Valutazione

Coerenza tra titolo e contenuti: ottimo (la narrazione sviluppa la trama degli intrighi internazionali dell’epoca)
Organizzazione del testo: ottimo (si poteva migliorare l’alternanza tra testo e note)
Esposizione degli argomenti: buono (la maggior parte di dati sono costituiti da fonti attendibili)
Accuratezza dei dati: ottimo (per la parte biografica si poteva fare di più, a volte non si capisce di chi si sta parlando dandone per scontato l’identità)
Tesi dell’autore e sue dimostrazioni (suggerimenti, conclusioni, obiettivi, contribuzione effettiva alla conoscenza dell’argomento): buono (le conclusioni sono la premessa al testo)
Originalità dei contenuti: buono (un’indagine sugli archivi inglesi)
Leggibilità-accessibilità (illustrazioni, grafici, impostazione paragrafi-capitoli): discreto (considerando che all’epoca la fotografia era molto sviluppata, sembra strano che non vi siano negativi sulla spedizione dei Mille)
Tempestività della pubblicazione (in relazione alla conoscenza attuale): buono (l’autore prosegue quanto fatto da alcune riviste di categoria)
Esaustività (note, bibliografia, indici e glossari): ottimo (c’è anche un’esplicita dedica a Giuseppe Galasso)
Rilevanza dell’autore (cv, istituto di riferimento, prestigio accademico): buono
Valutazione finale complessiva (apprezzamenti e limiti): buono (una traccia fondamentale per ricostruire la storia del Risorgimento che apre a nuovi orizzonti di ricerca).